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La cheesecake allo yogurt che nasce social

C’è una nuova cheesecake che gira sui social, ma non ha forno, non ha stampi a cerniera e soprattutto non ha bisogno di spiegazioni lunghe. Si fa con due ingredienti, yogurt e biscotti, ed è diventata, nel giro di poche settimane, uno dei food trend più replicati su Instagram e, per riflesso, su TikTok. I creator la presentano sempre allo stesso modo: «2-ingredient yogurt cheesecake, viral in Japan right now», come se la provenienza fosse parte integrante della ricetta. L’hashtag #japaneseyogurtcheesecake supera le centomila pubblicazioni su Instagram, mentre le varianti più generiche – #yogurtcheesecake, #2ingredientrecipe, #viraljapanesedessert – raccolgono milioni di visualizzazioni complessive. Non è un’esplosione isolata, ma una ripetizione costante dello stesso gesto: biscotti interi o sbriciolati, yogurt denso (di solito greco o colato), frigorifero. Fine.

A dare una cornice editoriale al fenomeno sono arrivati anche alcuni articoli, soprattutto in inglese e in giapponese. Il blog Okonomi Kitchen, molto seguito per la cucina casalinga giapponese, parla esplicitamente di una ricetta “diventata virale sui social in Giappone”, spiegando che la consistenza ricorda i dolci freddi a base di yogurt molto diffusi in Asia e che l’assenza di cottura è parte del suo successo. Nell’articolo si legge che si tratta di una preparazione “incredibilmente semplice, nata per essere condivisa e replicata”, più che per essere perfezionata. In altre parole, non è una cheesecake nel senso classico, ma una traduzione occidentale di un’abitudine già esistente, resa digeribile dal linguaggio dei Reels. Ci vogliono quattromila battute per raccontare questa preparazione, che ha l’unica difficoltà nel mettere i biscotti in verticale nello yogurt greco. Naturalmente, ci sono anche delle possibili varianti: «In Giappone si usano i biscotti sablé al cocco, ma poiché non sono facilmente reperibili all’estero, i biscotti Biscoff o gli Oreo sono ottimi! Sono leggermente dolci e perfetti per le basi di cheesecake senza cottura. Puoi anche usare altri biscotti secchi o biscotti sablé fatti in casa per un effetto simile».

Anche alcuni media giapponesi online dedicati alla cucina hanno intercettato il fenomeno. Cookpad News, una delle piattaforme più lette in Giappone, parla di una «ricetta diventata virale sui social», sottolineando come il punto non sia l’innovazione gastronomica ma la facilità estrema: per dimostrarlo, il sito propone la versione ancora più semplice e a prova di pigri. Aprite una confezione di yogurt greco, ficcateci i biscotti in verticale e se proprio siete in vena aggiungete del mango essiccato. 

Un altro sito di settore, Food Media Tenpos, descrive il dolce come una sorta di “cheesecake magica” fatta con yogurt e biscotti, diventata popolare perché chiunque può rifarla senza competenze.

È il dolce come contenuto, prima ancora che come dessert. Più che una moda giapponese, è uno specchio piuttosto fedele del nostro tempo: un tempo in cui siamo così abituati ad avere un tutorial per tutto che, per mettere insieme yogurt e biscotti, sentiamo comunque il bisogno di vedere qualcuno farlo in video. Meglio se in verticale, meglio se in 30 secondi. Anche il cucchiaio, ormai, vuole la sua regia. Immaginatevi se mai assaggiassero un tiramisù. 

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Perché adoro guardare le ricette del New York Times (anche se non ne ho mai cucinata una)

Quando ho iniziato a fare questo lavoro, l’allora direttore (che non avrebbe mai e poi mai voluta essere definita direttrice, ma credo che questo non c’entri con il nostro tema di oggi) della Cucina Italiana pretendeva che le immagini, tutte le immagini, presenti sul suo giornale fossero scattate in analogico. Banco ottico, flash, sala posa. Parliamo di venticinque anni fa, non di mille: riccanza vera, mica pizza e fichi. Un giorno, l’improvvida stylist che sceglieva tovaglioli e piatti (all’epoca non si faceva molto più di quello) mise un grappolo di pomodori ciliegini dotati di picciolo verde su un piatto di pasta, come vezzosa decorazione a un piatto altrimenti davvero povero e banale. Le ire dell’inferno si abbatterono su di lei, che per settimane ha subito le peggiori angherie per quell’avventatezza. Niente di non commestibile va nel piatto, meno che mai una cosa cruda su una cosa cotta. Vi vedo, state sorridendo pensando a tutto quel ciarpame che vi scorre davanti all’indice ogni giorno: lei non approva di sicuro. Ma quel gesto così sconsiderato era un segno di libertà creativa, una licenza poetica, un momento di sospensione della incredulità: un piccolo tentativo sbarazzino di essere come gli americani. Questo episodio mi viene sempre in mente quando, nella mia casella di posta, arriva una newsletter del New York Times.

Tutti quelli che scrivono, di qualunque argomento, hanno un unico, enorme, solidissimo riferimento: il New York Times. È come se fosse il giornale dei giornali, è il punto fermo dell’informazione mondiale, ma è anche il veicolo dei trend, oltre che delle notizie. Se quello che dici, fai, vendi, produci è scritto sul New York Times, ha un valore per il mondo. Non è un segreto: tre quarti delle redazioni dei giornali del mondo campano copiando (male) quello che scrivono in quella redazione, e gli altri prendono spunto per costruire i propri pezzi. È il giornale che detta l’agenda, e quello che più di tutti trasforma in tendenza quello che succede. Come racconta spesso su queste pagine anche Soncini, questo giornale ha la maggior parte dei suoi lettori abituali concentrati (e paganti) su due temi: i giochi, e la cucina.

Sui giochi e l’enigmistica non ho alcuna passione, ma sulla cucina non posso rimanere indifferente, anzi. Aspetto con ansia di riceve la newsletter che mi racconta nuove ricette, e ogni volta, immancabilmente, rimango affascinata dall’estetica, dall’impiattamento, dai dettagli, dai colori, dalla nitidezza, dalla leggibilità delle immagini, che sono sempre e comunque appetitose e gustose. Le ricette, tutte, mi fanno salivare, mi procurano gioia immediata, e un desiderio irrefrenabile di provarle. Non vorrei solo gustarle, le vorrei proprio cucinare: perché sembrano elaborate ma a un occhio esperto appaiono subito facili, pratiche, dinamiche, piacevoli da realizzare. Guardandole sembra che il broccolo non puzzi mentre cuoce, che il salmone non schizzi tutto il piano cottura mentre rosola, che le verdure siano croccantissime e di colori vivaci anche in pieno inverno, e che nulla romperà l’incantesimo del mio immaginario di cucina perfetta se mi metterò all’opera per prepararle. Ci ho mai provato? Certo che no. Le leggo, le ammiro, cerco di capirne i passaggi, provo a sostituire mentalmente gli ingredienti che non troverei da questa parte dell’oceano ma alla fine desisto sempre. Ma non sono ricette da fare, sono ricette da ammirare.

E infatti, esteticamente non c’è paragone. Noi non sappiamo scattare foto così, forse non abbiamo più i soldi per farlo, forse non li abbiamo mai avuti, forse non è questione di soldi ma di attitudine, di storia, di contesto culturale, di avere Hollywood e non Cinecittà.

Ma credo che molto dipenda da un preciso contesto culturale. Loro non devono rispondere a nessun immaginario collettivo, perché li hanno interiorizzati tutti. Nessuno negli Stati Uniti si scandalizza della pasta posizionata accanto a un filetto di pesce, o della panna usata come intingolo, o delle spezie usate a caso, e altro che appropriazione culturale gastronomica. Nessuno fa una petizione alle Nazioni Unite per la pancetta nella carbonara, nessuno si sognerebbe mai di commentare se gli spaghetti non sono abbastanza cotti, o abbastanza arrotolati, o abbastanza. Vince l’estetica sull’etica. O forse, semplicemente, chi ha il pane non ha i denti, e viceversa. Le nostre ricette sono già buonissime, appetitose, mediamente facili da realizzare, con pochi ingredienti ben riconoscibili: perché dovremmo fare fatica a farle apparire addirittura belle?

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Che aria tira?

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All’inizio dell’anno tutti cercano previsioni per capire, appunto, che aria tira: quella fatta di segnali concreti — ingredienti, gesti, scelte industriali e politiche — che dicono molto più dei buoni propositi di gennaio. Le cinque notizie di questa settimana arrivano da cinque fronti diversi, ma raccontano la stessa cosa: il cibo come indicatore del tempo che verrà.

Il primo indizio arriva da un ingrediente tutt’altro che nuovo. Il South China Morning Post racconta l’improvvisa centralità del cavolo, celebrato online come possibile “vegetale dell’anno”. Verza, bok choy, cavolfiore e cavolo cinese tornano protagonisti grazie a una combinazione di fattori che dice molto del presente: valore nutrizionale, adattabilità climatica, costo contenuto e forte resa visiva sui social. Un ortaggio tradizionale diventa simbolo di una cucina più vegetale, pragmatica e fotogenica. Se l’aria che tira è quella di una transizione alimentare, passa anche da ingredienti semplici riletti in chiave contemporanea.

Dall’ortaggio alla piazza politica il passo è breve. Secondo La Vanguardia, gli agricoltori belgi hanno scelto le patatine fritte come simbolo della protesta contro l’accordo commerciale UE–Mercosur. Davanti al Parlamento europeo, a Bruxelles, hanno piantato sacchi di patate e rovesciato olio usato, accusando l’Europa di sacrificare le filiere locali in nome della liberalizzazione del mercato con l’America Latina.Dietro la messinscena c’è una preoccupazione seria: l’import di prodotti agricoli a basso costo rischia di penalizzare i produttori europei, già colpiti da rincari energetici e regolamentazioni ambientali più rigide. Le frites diventano così il nuovo linguaggio del dissenso rurale: una protesta che unisce simbolismo nazionale, umorismo e disperazione economica

Il racconto cambia tono ma resta sullo stesso asse quando Vogue prova a intercettare i food trend del 2026. Più che mode passeggere, emergono direzioni già visibili: fermentazioni e salute intestinale, cucine ibride nate da contaminazioni culturali, bevande funzionali, proteine alternative che cercano nuovi formati. Il cibo, racconta il magazine, diventa così una forma di espressione personale, al pari del guardaroba. La cucina diventa un’estensione del sé, dove ogni piatto comunica valori e appartenenze: sostenibilità, salute, identità culturale, inclusione.

A rendere l’aria più densa interviene la dimensione della sicurezza. Il Financial Times analizza il ritorno globale allo stoccaggio di alimenti. Dopo anni di fiducia nel just-in-time, governi e istituzioni tornano ad accumulare cereali e beni di prima necessità, spinti da shock climatici, instabilità geopolitiche e filiere sempre più fragili. La Cina ha incrementato del 20% le riserve di grano e riso; la Francia e la Germania stanno elaborando nuovi piani nazionali di stoccaggio; anche gli Stati Uniti rivedono le proprie politiche agricole di sicurezza. Non è un ritorno al passato, ma un segnale chiaro: il cibo torna a essere una questione strategica e di sicurezza, non solo di mercato.

La chiusura arriva dal fronte dell’industria alimentare. Il The Washington Post racconta la scelta di Beyond Meat di entrare nel settore delle bevande proteiche a base di proteine del pisello. Un passaggio che segna la maturazione — e le difficoltà — del mercato plant-based: non più solo sostituti della carne, ma nuovi modi di consumare proteine, puntando su praticità e funzionalità. Il cambiamento non è tanto nell’ingrediente, quanto nel formato e nell’uso quotidiano. Un altro segnale di come il cibo stia adattandosi a stili di vita che chiedono soluzioni diverse.

Messe insieme, queste cinque notizie non fanno previsioni. Ma suggeriscono una direzione. L’aria che tira parla di cibo come simbolo, come strumento politico, come bene strategico e come prodotto da ripensare. Se l’anno che viene avrà un sapore preciso, comincia già a sentirsi adesso.

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