Meloni, Schlein e Ferragni vittime di deepfake sessuali: scatta il blitz, oscurato il sito cFake


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A pochi giorni dal Consiglio europeo del 18-19 giugno e del vertice Nato di inizio luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto in Aula che in Ucraina il fronte non avanza perché «completamente circondato da droni» e che un carro armato da milioni di euro può essere distrutto da un drone che ne costa 20.000. Da qui l’idea che il dibattito sulla difesa non dovrebbe più riguardare solo quanto si spende, ma per cosa. L’osservazione, presa da sola, è corretta. L’uso che se ne fa, però, rischia di essere fuorviante.
Il dato sui droni è fondato. Tra il 2022 e il 2025 la produzione ucraina di droni FPV (con visuale in prima persona) è cresciuta di circa mille volte; l’obiettivo di Kyjiv per l’anno in corso è superarne gli otto milioni di pezzi. Una «dronizzazione senza militarizzazione», per usare la formula di Lesia Bidochko, con un prodotto interno lordo pari a un dodicesimo di quello russo e un bilancio della difesa quattro volte inferiore.
Ma quei droni risolvono un problema preciso: bloccare l’avanzata di un esercito di terra lungo un fronte stabile di oltre mille chilometri, in una guerra di logoramento dei mezzi corazzati. È la guerra che l’Ucraina è costretta a combattere. Non è, almeno per ora, la minaccia con cui l’Italia deve fare i conti.
Il problema dei droni che riguarda davvero l’Italia ha un’altra forma. Nell’autunno scorso sciami non identificati hanno chiuso l’aeroporto di Monaco, sorvolato basi militari in Belgio e diversi scali in Danimarca e Norvegia: episodi che i governi coinvolti hanno definito come operazioni di matrice professionale all’interno di una campagna ibrida. A fine maggio un drone Geran-2 attribuito alla Russia ha colpito un palazzo residenziale a Galați, in Romania – «alleato e membro dell’Unione europea», ha ricordato la stessa Meloni.
Sono due storie diverse. Nella prima il drone è un’arma d’attacco a basso costo che compensa l’inferiorità in mezzi corazzati. Nella seconda è uno strumento di ricognizione, intimidazione e sabotaggio che si muove sotto la soglia della guerra aperta, ovvero nella «zona grigia». Nel primo caso il problema è procurarsi droni d’attacco economici. Nel secondo è costruire una capacità di sorveglianza e neutralizzazione, lo «scudo anti-drone» che lo stesso governo indica come priorità nei fondi Safe. Sono capacità diverse, filiere industriali diverse: non si comprano con la stessa riga di bilancio.
C’è poi un secondo equivoco, più politico. Nello stesso discorso, Meloni ha annunciato che l’Italia arriverà al vertice Nato con una spesa per «difesa e sicurezza» al 2,8% del Pil, in crescita dello 0,71% «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio» – e qui c’è il tentativo di tenere assieme il tema della credibilità internazionale e le pressioni “da destra” di Roberto Vannacci. Il target Nato fissato all’Aia prevede il 5% entro il 2035, diviso in 3,5% di spesa militare in senso stretto e 1,5% di sicurezza allargata. Ma sui due strumenti che dovrebbero tradurre quelle percentuali in capacità – i 14,9 miliardi di prestiti Safe, ancora senza contratti ammissibili, e l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, la Nec, che scomputerebbe fino all’1,5% di Pil di spesa militare dai vincoli europei – il governo non ha deciso nulla, rinviando tutto a dopo l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzi eccessivi. Si esibiscono le percentuali, si tace sulle leve che le renderebbero vere.
È su questo terreno – duro, costoso, poco fotogenico – che si gioca davvero la partita. Dire che «per cosa» conta più di «quanto» è di per sé un argomento legittimo: i target in percentuale di prodotto internazionale sono uno strumento grezzo, e diversi analisti lo ripetono da anni. Un altro elemento decisivo, per esempio, è l’interoperabilità. Ma se l’esempio scelto è un drone economico al posto di un carro armato costoso, la formula rischia di servire soprattutto a rendere indolore, agli occhi dell’opinione pubblica, una discussione che indolore non può essere.
Le lezioni utili che l’Ucraina offre all’Italia esistono, e non stanno sugli scaffali dei droni. Riguardano la capacità di un’industria della difesa di passare dal prototipo alla produzione di massa in mesi, non anni, attraverso reti di piccole imprese, non solo grandi gruppi. Riguardano il ritorno d’esperienza dei sistemi Samp/T italo-francesi, già impiegati a difesa dei cieli ucraini, utile per l’ammodernamento della difesa aerea nazionale. Riguardano, infine, la resilienza della società di fronte ad attacchi che non somigliano a un’invasione ma a un logoramento quotidiano – la stessa zona grigia in cui, non in Donbass, si gioca oggi la sicurezza dell’Italia.
Il vertice Nato è la sede giusta per la discussione che la presidente del Consiglio vuole aprire. Ma se la mappa resta quella del fronte ucraino, l’Italia rischia di prepararsi alla guerra sbagliata. O, peggio, di usare l’esempio sbagliato per non prepararsi affatto.
L'articolo Se Meloni guarda ai droni, rischia di perdere di vista le minacce all’Italia proviene da Linkiesta.it.
Segretari cittadini di Roma o dirigenti locali. Nessun esponente nazionale, ma comunque non è una diserzione totale nei confronti del generale Roberto Vannacci. Sarebbe questa la decisione che i leader del centrodestra Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini avrebbero preso nelle ultime ore su chi mandare all’Assemblea costituente di Futuro Nazionale che si terrà a Roma sabato e domenica. Vannacci aveva invitato tutti i partiti e alla fine, dopo contatti tra i leader, il centrodestra avrebbe deciso di rispondere mandando esponenti locali dei tre partiti, Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. La decisione non è ancora ufficiale ma nelle prossime ore lo diventerà con un comunicato congiunto.
Nel pomeriggio si sono sentiti al telefono Meloni, Salvini e Tajani per coordinarsi ed è stato deciso di non chiudere del tutto la porta al generale. Una mossa sorprendente alla luce dei rapporti ormai ai minimi con la Lega e anche dopo l’attacco – il primo – che mercoledì Meloni ha fatto al generale Vannacci rispondendo al deputato Emanuele Pozzolo: “Fate il gioco della sinistra, altro che vera destra”, ha detto la premier.
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Si terrà il 25 giugno ad Antibes, in Costa Azzurra, il primo vertice intergovernativo tra Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron. Si tratta del primo bilaterale di alto livello tra Italia e Francia da quando la presidente del Consiglio è a Palazzo Chigi ed è anche il primo dall’entrata in vigore del Trattato del Quirinale, firmato da Mario Draghi e Macron nel novembre del 2021 davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
L’ultimo vertice bilaterale tra i due governi si era tenuto a fine febbraio del 2020, pochi giorni prima del lockdown per la pandemia: Macron e l’allora premier Giuseppe Conte si erano incontrati a Napoli. Poi la tradizione si era interrotta. Le tensioni e il rapporto difficile tra il presidente francese e la premier Meloni hanno reso complessa l’organizzazione del nuovo summit. Ma alla fine è arrivato l’annuncio dell’Eliseo. Al vertice prenderanno parte anche “9 ministri da una parte e dall’altra”, una sorta di Consiglio dei ministri congiunto fra Italia e Francia.
“Questo vertice – sottolinea Parigi -permetterà di approfondire la cooperazione franco-italiana in molti settori strategici, in particolare la difesa, lo spazio, l’energia e le infrastrutture”. Secondo quanto trapela, il principale argomento del bilaterale dovrebbe essere il via libera al cosiddetto progetto Bromo, una joint venture strategica siglata tra Leonardo, Airbus e la francese Thales. A margine si terrà un “Business forum franco-italiano” e una visita alla sede di Thales Alenia Space, società franco-italiana, a Cannes, ha precisato l’Eliseo. La presidenza francese riferisce inoltre che Macron e Meloni “si confronteranno anche sui grandi temi europei e internazionali e discuteranno i modi per rafforzare i legami tra le società civili francese e italiana, in particolare attraverso i giovani e la cultura“.
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Botta e risposta social tra Giorgia Meloni e Giuseppe Conte. La premier ha risposto a un post pubblicato su X dal leader del Movimento 5 stelle, accusandolo di diffondere fake news. Nel post Conte pubblicava un breve taglio del suo intervento di ieri alla Camera dopo le comunicazioni della presidente della premier in vista del Consiglio Ue. Un video montato con, in controcampo, per pochi secondi, il volto della presidente del Consiglio che però in quel momento non era presente in Aula.
“Mi spiega come avete fatto a montare mie espressioni sul video del suo intervento, considerato che in quel momento io ero al Quirinale e quindi non in Parlamento? Lo chiarisco solo per ricordare a tutti quanto la vostra politica si fondi su mistificazioni della realtà e fake news”, ha attaccato Meloni commentando la clip.
Poco dopo la controreplica di Conte, sempre via social, che chiarisce il perché della scelta. “Non avrei mai immaginato che tra crollo del potere d’acquisto, Italia fanalino di coda sulla crescita, stazioni di carburante come gioiellerie, inchieste per corruzione e 13 miliardi bloccati sul Ponte, riuscisse a trovare il tempo per seguire i miei social e aggiornarsi sui i miei post”, risponde Conte.
Per poi proseguire: “Mi sorprende, peraltro, che l’unica sua premura sia stata di segnalare che nel mio video compare il suo viso, quando in realtà lei si era allontanata, e non ha potuto seguire in diretta il mio intervento che ho fatto dopo le sue comunicazioni, quando era tenuta ad ascoltare non solo gli interventi di maggioranza ma anche di opposizione“. L’ex premier quindi ammette il montaggio del video, sottolineando però che è “servito a ‘contestualizzare’ il mio intervento, a precisare che quelle domande e richieste di chiarimenti erano rivolte a lei”. “Sono domande e richieste che avanzano milioni di cittadini, famiglie e imprese che sono in difficoltà e gradirebbero risposte da lei – prosegue ancora il leader M5s – Risposte però anche ancora oggi, dopo quasi 4 anni di governo, non arrivano. E non arrivano perché non sa che dire, non ha ricette, non ha soluzioni”. Ecco quindi, affonda Conte, “che impiega il tempo sui miei social alla ricerca di distrazioni e diversivi che la facciano passare per vittima. Tutto torna utile, purché non si affrontino le priorità e le urgenze dei cittadini. Insomma, tutto fa brodo per buttarla in ‘caciara’“.
“Se si appassiona nel seguire i miei video, a quando un confronto serio sulle questioni urgenti che pongo e che gli italiani pongono insieme a me alla sua attenzione?”, conclude Conte.
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Il dibattito in Parlamento in vista del vertice europeo del 18 e 19 giugno è stato disarmante, non per qualche coraggiosa iniziativa di pace ma per il pressappochismo e il servilismo del governo, le ipocrisie e le doppiezze dell’opposizione. Tutto si è ridotto alla polemica spicciola preelettorale. Nessuno ha proposto scelte nette e chiare, per la semplice ragione che ogni scelta vera oggi metterebbe in discussione la collocazione internazionale del nostro paese, quella che un tempo veniva definita “euroatlantica”.
Si deve restare nella Nato e non si devono mettere in discussione i trattati dell’Unione Europea; si è contro Trump – Meloni non riesce a nominarlo – ma si resta “ storicamente” alleati degli Usa; si attacca Netanyahu – Meloni si ferma a Ben Gvir – ma non si decide la rottura con Israele. Per Meloni non bisogna isolare lo Stato israeliano e per Schlein bisogna agire in Europa, dove tutti sanno che non si farà nulla.
Siamo di fronte a un teatrino che recita sopra il baratro; e le posizioni pacifiste non contano nulla perché poi vale il principio dell’alleanza coi guerrafondai. Il M5S e AVS si dichiarano contro l’invio di armi in Ucraina, ma poi stanno saldamente assieme al Pd, che invece lo ripropone e anzi lo rilancia, aggiungendo il sì all’entrata dell’Ucraina nella Ue, che non allarga l’Unione Europea ma la guerra alla Russia. Quanto ai brontolamenti della Lega, non ce n’è traccia nelle mozioni e negli atti del governo, come ricordano tutti i ministri.
Ci sono anche i più realisti del re: perché Starmer, che ha una popolarità del 2%, non invita Meloni con Merz e Macron, altri amatissimi nei loro paesi? E Meloni risponde: noi siamo il centro del mondo, forti in particolare delle relazioni con Edi Rama, contro cui è in piazza tutto il popolo albanese.
In questa nullità un solo dato politico è davvero emerso: l’inseguimento a destra delle due leader dei partiti più grandi. Giorgia Meloni ha attaccato frontalmente il partito di Vannacci, accusandolo di fare il gioco della sinistra, copiando così un mantra che avevamo sentito per decenni nel campo avverso: loro sono uniti se non stiamo tutti assieme, facciamo il loro gioco. Per la legge del contrappasso, oggi Giorgia Meloni usa a destra la propaganda tradizionale della sinistra di governo.
Per annullare Vannacci il governo Meloni dovrà spostarsi ancora più a destra contro i migranti, assisteremo nei prossimi mesi a una gara di propaganda tra chi la spara più grossa sulla remigrazione, alimentando quel clima xenofobo i cui effetti stanno esplodendo già in Gran Bretagna.
Elly Schlein non dovrebbe avere di questi problemi, ma invece anche lei deve inseguire. L’uscita dal partito di Pina Picierno e altri centristi magari non avrà rilevanza sul piano elettorale, però ha posto un problema di affidabilità euroatlantica della leadership del Pd. I tanti “riformisti” rimasti nel partito ora pretendono posizioni che tolgano spazio ai centristi. Così nel dibattito parlamentare il Pd di Schlein ha scavalcato a destra Meloni, con l’esaltazione della Difesa Comune Europea, che se presa sul serio costerebbe di più del riarmo Nato. E per il Pd è anche intervenuto Piero Fassino, esponente di quella ossimorica “sinistra per Israele”, che con Delrio al Senato ha votato l’equiparazione per legge dell’antisionismo con l’antisemitismo.
Del resto in Europa il Pd è schierato totalmente con Ursula von der Leyen e nel suo gruppo dirigente ci sono persone di fiducia e di potere referenti della Nato, cosi come dell’industria militare. Conte ha un bel dichiarare che quando sarà al governo taglierà le spese militari, non potrà farlo assieme al Pd.
Ciò che segna il dibattito parlamentare di questi giorni è il trascinamento a destra di entrambi gli schieramenti. Quello di governo per togliere a Vannacci la bandiera della persecuzione ai migranti e della remigrazione. Quello del campo largo per togliere a Picierno e Calenda la bandiera della Nato e pure quella di Israele.
Il tutto nella sempre più diffusa consapevolezza che, qualunque dei due schieramenti governi, nulla di sostanziale è destinato a cambiare, perché oggi la politica estera decide della politica interna, ne delimita i vincoli politici, economici e sociali. Per superare l’economia di guerra bisogna uscire dalla guerra, per far salire i salari devono scendere le armi. Cioè ci vuole un’altra politica internazionale. Ma sulla politica internazionale le posizioni di Meloni e Schlein, polemicamente, coincidono.
Potere al popolo ha convocato un’assemblea il 14 giugno a Roma per mettere in discussione la marcia verso destra di tutto il sistema politico italiano. Vogliamo costruire un campo politico a sinistra che sia indipendente dal centrosinistra, che sia davvero per il ripudio di guerra e imperialismo e per il disarmo, per l’eguaglianza sociale senza distinzioni etniche e razziali, per il sistema pubblico contro quello del profitto. Se ce la faremo, fermeremo e invertiremo l’inseguimento a destra.
L'articolo Tutta la politica si sta spostando a destra: un’assemblea pubblica per fermare e invertire questa tendenza proviene da Il Fatto Quotidiano.


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A distanza di quasi due anni dalla querela subita, Pier Luigi Bersani torna a misurarsi con Roberto Vannacci e con le sue tesi più controverse. L’ex segretario del Pd, ospite di Otto e mezzo (La7), ricostruisce brevemente la vicenda giudiziaria che lo ha visto contrapposto al leader di Futuro Nazionale, trasformando l’intervento in una riflessione più ampia sulla necessità di una “battaglia delle idee” nel Paese.
“Vannacci mi querelò – esordisce Bersani – e la magistratura sciolse l’enigma ritenendo che io avessi fatto una similitudine, non una metafora: una sentenza raffinatissima”. La similitudine contestata, e poi giudicata legittima dai giudici, era questa: “Così come sarebbe disdicevole dare del coglione a un generale, altrettanto disdicevole sarebbe dare della normale a un omosessuale”. Una provocazione che, secondo l’ex ministro, metteva in luce l’assurdità di considerare l’omosessualità come una devianza dalla norma.
Vannacci, prosegue Bersani, “come anche ieri, cerca di salvarsi in corner, trovandosi l’alibi del vocabolario, lo “Zingaretti” là”. Il riferimento è ironico e allude alla gaffe commessa da Vannacci la sera precedente nello stesso studio, quando aveva parlato di “dizionario Zingaretti” invece di “Zingarelli”. Bersani non nasconde il sarcasmo: “Io gli consiglio di trovare un alibi più forte parlando di “finocchi”, perché troverà sul dizionario la definizione seguente: “erbaceo di cultura mediterranea”. Lui pensa che siamo tutti qua dei bambini deficienti“. Ma oltre il dettaglio lessicale, Bersani avverte che le parole di Vannacci sui gay non vanno sottovalutate: “Quando uno dice “i gusti degli omosessuali” sta rimuovendo decenni di cultura diffusa che ha portato a dire che l’omosessualità è una condizione, non è un gusto. Perché se tiri la parola gusto, guarda che puoi arrivare lontano”.
Poi rivolge un richiamo severo alla sinistra: “In questi anni, quando abbiamo sentito delle enormità al bar, non abbiamo reagito. E prima dei fatti vengono le idee, perché non ci sarebbe Trump se non ci fosse l’ideologia Maga, e non ci sarebbe stato neanche Mussolini se Marinetti dieci anni prima non avesse detto che la guerra è la sola igiene dei popoli“.
Per questo, oggi “ci vuole una battaglia delle idee, e c’è Vannacci che ce le rende chiare”. Idee, sottolinea, “radicate in tantissime parti in questo paese, che propongono la gerarchia fra gli esseri umani, uno sopra l’altro sotto” e che vanno combattute con determinazione.
La riflessione di Bersani si chiude con una stoccata alla presidente del Consiglio e alla destra di governo: “La Meloni si commuove per i bambini nel bosco e non dice nulla di 17mila bambini ammazzati a Gaza”. Per l’ex leader del Pd è arrivato il momento di svegliarsi: “Noi dobbiamo reagire a questa cosa qui, è ora di una battaglia delle idee. Poi il resto lo si vede”.
L'articolo Bersani a La7: “Meloni piange i bambini nel bosco e tace su 17mila bambini ammazzati a Gaza. La sinistra reagisca” proviene da Il Fatto Quotidiano.


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Duro intervento di Matteo Renzi in Aula al Senato durante la discussione generale sulle comunicazioni della premier Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo. “Noi siamo d’accordo con la presidente, quando c’è un video che contiene una fake news o un’immagine falsa è giusto dirlo. Ma non sarà il caso di mettere alcune di queste diciture anche su alcune sue dichiarazioni dell’ultimo periodo?”, esordisce il leader di Italia Viva.
La prima “fake” analizzata da Renzi è quella sulla pressione fiscale del governo Meloni, mai così alta dal post governo Monti. “C’è un video che circola, dice che con lei la pressione fiscale scenderà al 40% in Costituzione. La realtà è che oggi con lei è a livelli record. Riprendiamo questo video e ci mettiamo la dicitura ‘questo video contiene fake news’? – attacca Renzi – Perché lei è diventata nel giro di tre anni lady tax?”.
“Quando ci dice che con questo governo ora incidiamo, dobbiamo mettere la dicitura fake news o semplicemente state cercando di barcamenarvi su un posizionamento politico che, orfano del ponte di Trump, non vi fa più trovare a casa?”, affonda ancora Renzi. “Dovete smetterla con questa narrazione per cui da quando ci siete voi è cambiato il mondo”, si infervora l’ex premier, sottolineando infine l’ultima fake news, quella sul discorso fatto alla Camera da Meloni.
Quindi Renzi conclude rimarcando i dissapori interni allo stesso centrodestra. “Chi sta dicendo che lei ha fallito sulla sicurezza non è questa parte politica, è Vannacci – attacca – La novità politica di oggi è che lei è attaccata da destra. E ci sono due mozioni nell’ambito del centrodestra perché questa è la rottura politica”.
Video Youtube Matteo Renzi
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“C’è una distanza enorme tra il Paese che racconta la premier Meloni e chi vive fuori di Palazzo Chigi. Nel suo intervento è un susseguirsi di successi e obiettivi raggiunti, solo che la realtà è molto differente. Non si preoccupi, presidente Meloni, non siamo noi e non vogliamo noi aumentare le tasse sul lavoro e sull’impresa, l’avete fatto voi questo portando la pressione fiscale al record degli ultimi 12 anni oltre il 43%” del Pil. È l’affondo della segretaria del Pd, Elly Schlein, che, nell’Aula della Camera, dopo le comunicazioni della premier Giorgia Meloni in vista della riunione del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno 2026 ha risposto alla premier ricordando la tassazione record del governo Meloni, la più alta mai avuta dal post governo Monti. Un tema caro alla premier che nel 2013, militando già in FdI-Alleanza Nazionale, voleva addirittura introdurre in Costituzione un tetto alla pressione fiscale pari al 40% del Pil.
“Basta bugie e basta propaganda”, ha attaccato Schlein, ricordando che in questi quattro anni il governo aveva “i numeri per fare tutto” e che invece non è stato fatto “niente che potesse cambiare la vita degli italiani”.
L'articolo Schlein attacca Meloni sulla pressione fiscale: “Record degli ultimi anni, distanza enorme tra il racconto della premier e chi vive fuori da Chigi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Meloni non si affaccia più ai summit europei, non si è presentata a quello in Montenegro, perché, cosa doveva fare? Stentavo a crederci: doveva presentare un francobollo. Poi il vertice di Londra con Francia, Germania e Regno Unito non siamo stati invitati. In queste ore adesso si è consumato un incontro degli ambasciatori di questi Paesi in Russia a Mosca, ma dico almeno vi hanno avvertito?”. Così il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, durante le dichiarazioni di voto dopo le comunicazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni prima del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno.
“Ormai non contiamo proprio più, non ci siamo più. Ma cosa fate, gli offesi? Non può fare l’offesa perché fino all’ultimo giorno dovete difendere l’interesse nazionale, non si può permettere una fuga alla Schettino“, attacca ancora Conte.
Il leader pentastellato parla anche di un post Meloni. “Ormai siete in campagna elettorale – dice ancora – FdI in particolare. Ma se questa è la campagna siete messi male, non ci spaventa. Fatevi sotto, non temiamo nulla”. E conclude: “Toccherà a noi rilanciare l’Italia, sappiamo come si fa”
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Nel pieno della campagna elettorale, Giorgia Meloni mette di nuovo l’Unione europea nel mirino. Nelle comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, la premier sembra tornare a vestire gli abiti del capo dell’opposizione, che in rari casi per la verità aveva dismesso, e rispolvera l’armamentario retorico della destra – le elezioni politiche sono dietro l’angolo – in cui Bruxelles è piena di “burocrati” scollegati dalla realtà e di “strumenti di pressione indebita” sull’attività dei governi, ma diventa anche la “gonna di mammà” dietro la quale nascondersi quando bisogna prendere decisioni delicate come quelle sulle sanzioni a Israele.
I prezzi dell’energia, tornati centrali per la guerra scatenata all’Iran da Washington e Tel Aviv, sono il primo tema scelto dalla leader di FdI per scaldare gli elettori. Parlando della richiesta avanzata per la revisione dei benchmark ETS, Meloni spiega che ogni leader “quando si presenta in Consiglio Europeo, lo fa con alle spalle un mandato del proprio Parlamento. Per questo le decisioni che noi prendiamo (…) non possono essere rimesse in discussione, o ribaltate, da interpretazioni surreali, ammantate come tecniche, di burocrati che non devono rendere conto a nessuno e che forse anche per questo hanno finito per perdere il contatto con la realtà“. Non è che l’eco di quella “Europa dei burocrati” contro cui la premier aveva sibilato a denti stretti due settimane fa all’assemblea di Coldiretti e della quale l’alleato Matteo Salvini ha fatto uno dei suoi due principali strumenti retorici insieme alla lotta all’immigrazione.
Altro argomento che, con le elezioni alle porte e Roberto Vannacci in agguato, non poteva mancare. L’Europa, sottolinea Meloni, è quella che faceva sì che “l’Italia per avere maggiore flessibilità di bilancio doveva dirsi favorevole a ricevere più immigrati illegali“. A cosa si riferisce la premier? Negli anni in cui dalla rotta del Mediterraneo centrale i flussi migratori erano ingenti, “il governo Renzi ha barattato flessibilità con accoglienza”, ricorda Meloni rinfacciando al centrosinistra che “tra il 2014 e il 2016 sono sbarcati in Italia più di mezzo milione di immigrati”. Oggi, invece, “c’è un governo che riesce a ottenere flessibilità e una riduzione dell’80% degli immigrati illegali”. Dimentica, il capo del governo, che gli arrivi dalla Libia sono calati ai minimi storici solo grazie al controverso Memorandum firmato con Tripoli dal governo Gentiloni (Pd) nel febbraio 2017, del quale tutti i governi successivi hanno beneficiato.
Meloni scende sul campo tecnico quando parla del sistema con cui l’Ue collega il rispetto dello Stato di diritto con l’accesso ai fondi comunitari. “Deve far riflettere che Paesi accusati di violare lo Stato di diritto quando sono governati da maggioranze reputate sgradite, diventino poi di colpo pienamente in linea con i principi europei al cambio di governo“. Il riferimento è alla Polonia, alla quale Bruxelles aveva congelato miliardi di euro legati al Pnrr e aperto un duro contenzioso sulle riforme della giustizia realizzate dai governi del PiS, partito alleato di FdI a Strasburgo. Con l’arrivo al potere dell’europeista Donald Tusk, la Commissione ha sbloccato una parte delle risorse e ridotto il livello dello scontro con Varsavia. Meloni non la nomina, ma tra le righe affiora anche l’Ungheria di Viktor Orbán (oggi sostituto dal moderato Peter Magyar), paese che più di ogni altro è stato soggetto all’applicazione della condizionalità dello Stato di diritto, diventando il simbolo dello scontro tra le istituzioni Ue e i governi sovranisti dell’Europa dell’est.
In un discorso elettorale che si rispetti non poteva mancare un cenno al rischio che Bruxelles si doti di “strumenti di pressione indebita” nei confronti dei governi nazionali sul tema della transizione ecologica. Nel mirino c’è il principio del “Do no significant harm“, secondo cui gli investimenti finanziati con risorse Ue non devono arrecare danni agli obiettivi ambientali. Secondo la premier, mentre Stati Uniti e Cina spendono miliardi per sostenere le proprie imprese, l’Ue rischia di trasformarsi nel principale ostacolo alla competitività delle sue economie. Una lettura che Meloni usa per rivolgersi all’elettorato più euroscettico e conservatore e togliere argomenti a chi da destra – quel Vannacci, che a Strasburgo ha costruito parte della sua immagine tra difesa dell’industria nazionale, critica alle élite europee, opposizione alle norme penalizzanti per agricoltori, automobilisti e imprese – vorrebbe insidiarla su quel fronte.
Un altro caveat per Bruxelles Meloni lo mette sul quadro finanziario pluriennale di cui si discuterà in Consiglio: “Non accetteremo un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori”. E allora “siamo pronti a investire su competitività e difesa, ma non a spese della Pac, della Pesca e della Coesione”, specifica la premier, attingendo a piene mani al ricco e sempre efficace repertorio del populismo: “Piuttosto, si comincino a tagliare le spese per l’Amministrazione europea, che nella proposta della Commissione vengono aumentate di più del 20%”.
A fornire spunti sono anche le trattative per porre fine alla guerra in Ucraina. “Procedere a tentoni con formati variabili non adeguatamente rappresentativi produce frammentazione, confusione, debolezza” perché “allo stato nessun formato ha legittimità per parlare a nome dell’intera Europa”. Un affondo che sembra rivolto soprattutto al cosiddetto “E3” di Francia, Germania e Regno Unito. Ora, secondo Meloni “il tema vero non è chi fa o meno parte di questo o quel formato” ma è un fatto che nell’E3 l’Italia non è compresa e non è un caso che l’esclusione non piaccia alla leader sovranista. Che dimentica di dire che il suo governo è impegnata sul dossier ucraino nella “coalizione dei Volenterosi“, altro formato variabile che negli ultimi mesi sembra aver perso capacità di incidere.
L’Ue, invece, torna utile quando si tratta di prendere decisioni scomode. Da un lato la premier chiude la porta alla sospensione dell’Accordo di associazione tra Ue e Israele accusato delle stragi di Gaza, dall’altra “l’Italia intende sostenere misure mirate contro i coloni violenti”, e “il ministro Ben-Gvir, che abbiamo chiesto di sanzionare“. Ma se la volontà fosse quella di colpire subito i coloni che assaltano i palestinesi in Cisgiordania e il ministro che ha messo alla gogna gli attivisti della Global Flotilla Sumud, Roma potrebbe adottare fin da subito misure nazionali, come hanno già fatto altri governi europei. Ma in campagna elettorale permanente l’equilibrismo paga più della coerenza.
L'articolo Meloni riscopre il nemico Bruxelles: strali contro burocrati, migranti e Green Deal per accendere la campagna sovranista (e frenare Vannacci) proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Dopo il referendum sia detto che la linea del governo Meloni era di raddrizzare la schiena, rialzarsi da una posizione supina che aveva avuto nei confronti di Trump e Netanyahu, lei non ha rialzato la schiena, ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda”. Queste le parole del deputato 5 Stelle, Francesco Silvestri, nell’Aula di Montecitorio che hanno innescato la reazione furente della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel corso della sua replica durante il dibattito parlamentare sul prossimo consiglio europeo. “Il riferimento era sulla postura del governo” dichiara Silvestri ai cronisti fuori dalla camera dei Deputati,.
“Purtroppo la storia di questo Paese è di uomini che si sono inginocchiati ai poteri forti, quindi non c’è nessun riferimento sessista in nessun modo, poi se qualcuno ha voluto strumentalizzare per cambiare l’oggetto della giornata parlamentare che verteva su cose estremamente importanti, io non posso farci nulla” la difesa di Silvestri.
Parole che sono state un autogol? “Loro hanno fatto un artifizio comunicativo in mancanza di risposte politiche più concrete. Probabilmente – continua il deputato del Movimento 5 Stelle – quando non si hanno risposte in materia economica e sociale, rispetto ai provvedimento che si fanno e rispetto alla politica estera disastrosa di questo governo probabilmente ci si attacca ad un termine”.
L'articolo Silvestri (M5s): “Meloni con le ginocchiere? Non erano parole sessiste. La malizia è di chi guarda” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Noi non votiamo la fiducia al governo, non per fare un favore alla sinistra, ma perché questo governo ha tradito la fiducia degli elettori ed è chi tradisce il programma del centrodestra con cui è stato votato che fa un favore alla sinistra”. Così in Aula Laura Ravetto, deputata di Futuro Nazionale ex deputata leghista, ha attaccato Giorgia Meloni rispondendo alle parole della premier contro i vannacciani che aiuterebbero la sinistra non votando la fiducia al governo. “Il monito lo rivolga ai partiti alleati”, ha aggiunto Ravetto. “Pur di non darci ragione – ha sottolineato – e di non dare ragione a Vannacci state smentendo anche voi stessi”.
L'articolo Laura Ravetto (Futuro Nazionale) contro Meloni: “Questo governo ha tradito la fiducia degli elettori, smentite voi stessi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Botta e risposta alla Camera tra Nicola Fratoianni di Avs, la premier Giorgia Meloni, e Angelo Bonelli. “Voi la patrimoniale l’avete fatta sul ceto medio, togliendo diritti e opportunità, aumentando il carico fiscale. Il punto sono le scelte politiche”, ha attaccato Fratoianni intervenendo in Aula in occasione delle comunicazioni della premier in vista del Consiglio europeo.
Poco dopo la risposta di Meloni che ha accusato il deputato di aver preso soldi da Soros. “L’unica patrimoniale l’abbiamo messa sui patrimoni altissimi, tassando le banche e anche ultimamente le società energetiche. Se aveste avuto voi lo stesso coraggio negli anni passati le cose sarebbero andate meglio. Ma capisco che non si possa avere quel coraggio quando si accettano contributi finanziari da uno speculatore finanziario del carico di Soros…”, ha attaccato Meloni durante la replica in Aula.
Immediata la replica di Angelo Bonelli, di Avs, che al termine dell’intervento della presidente del Consiglio l’ha accusata di dire bugie “inammissibili”. “Ci aspettiamo delle scuse”, ha aggiunto.
L'articolo Meloni attacca Fratoianni: “Ha preso contributi da Soros”. Bonelli sbotta: “Bugie inammissibili, ci aspettiamo le scuse” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Per ben sei volte avete votato contro la fiducia a questo governo, insieme collega Schlein, collega Conte, collega Renzi e compagnia”. Mittente: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Destinatario Emanuele Pozzolo, il deputato noto per aver sparato alla festa di Capodanno, ex di Fratelli d’Italia. Insomma, è ufficialmente scoppiato il conflitto tra il centrodestra di governo e Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci prodotto della scissione dalla Lega. E ora lo scontro si consuma plasticamente in Parlamento. “Collega Pozzolo, dunque, mi dispiace francamente che abbia cambiato idea sul tema dell’interesse nazionale, perché quello che stiamo facendo noi a tutela dell’interesse nazionale è quello che c’è scritto nel nostro programma, programma per realizzare il quale lei e altri siete stati eletti all’interno delle fila del centrodestra in questo Parlamento”. Durante le repliche alla discussione sulle sue comunicazioni in vista della riunione del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno, Meloni va a testa bassa contro i vannacciani: “Votare contro la fiducia a un governo, scusate, votare contro la fiducia a un governo, per chi ci ascolta, significa votare per mandare a casa quel governo. Esatto, bene. Io penso, collega, che fare quello che serve alla sinistra non sia mai difendere l’interesse nazionale e quindi, di grazia, non mi si parli di vera destra, perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra“.
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A marzo ha chiesto con scarso successo di mettere mano all’Ets, il sistema europeo per lo scambio delle quote di emissione di Co2, cioè lo strumento chiave per raggiungere gli obiettivi climatici dell’Unione per il 2030, che Confindustria accusa di affossare le imprese italiane. Tre mesi dopo, con la revisione del meccanismo ormai alle porte, Giorgia Meloni scarica le responsabilità su Bruxelles andando alla carica contro i “burocrati che non devono rendere conto a nessuno”. E, nelle comunicazioni alla Camera in vista del prossimo Consiglio europeo, li accusa di ignorare il mandato ricevuto dai leader europei e “ribaltare” le decisioni prese con “interpretazioni surreali, ammantate come tecniche”. Questo perché, nella ricostruzione della premier, le conclusioni approvate dai capi di Stato e di governo a marzo avevano indicato “una direzione chiara e pragmatica” per ridurre i prezzi dell’energia, contenere la volatilità e attenuare l’impatto dell’Ets. Sarebbe dunque colpa della Commissione europea e dei suoi “burocrati” se ora, in vista dell’aggiornamento di luglio, diventa palese che i risultati sperati da viale dell’Astronomia non stanno arrivando.
Il fatto è che su questo fronte il governo italiano è uscito sostanzialmente sconfitto. Nelle settimane precedenti al vertice di marzo, Roma aveva chiesto una revisione profonda del meccanismo e sostenuto la necessità di intervenire per ridurne l’impatto sui prezzi dell’energia. Ma durante il confronto tra i leader Meloni si era ritrovata isolata. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva difeso apertamente l’Ets definendolo uno strumento efficace e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva ribadito che il vero responsabile dei prezzi elevati dell’elettricità resta la dipendenza europea dal gas: sulla “bolletta” totale la voce costo dell’energia pesa in media per il 56%, contro l’11% di sono responsabili le quote di emissione, il 18% dei costi di rete e il 15% delle imposte. Il sistema di scambio delle quote serve semmai a rendere più conveniente investire nelle tecnologie pulite e ridurre quella dipendenza. O almeno: andrebbe così se l’Italia utilizzasse i proventi come previsto dalla direttiva europea in materia, cioè destinandoli all’abbattimento delle emissioni dei gas a effetto serra e all’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici. Il che non accade.
Tornando alla riunione di marzo, alla fine il Consiglio non aveva accolto nessuna delle richieste più radicali avanzate da Roma: no alla sospensione del sistema né a un’accelerazione della revisione e nessun rinvio delle scadenze già previste. L’unico risultato che Meloni aveva potuto vantare era stato l’inserimento nelle conclusioni di un generico riferimento alla necessità di valutare misure per mitigare l’impatto delle diverse componenti del prezzo dell’elettricità, Ets compreso, e limitare l’eccessiva volatilità del mercato del carbonio. Immutati comunque i tempi per le nuove regole: estate 2026 come già previsto.
Ora la scadenza si avvicina e Meloni mette nel mirino l’atto delegato con cui Bruxelles ha aggiornato i benchmark Ets, cioè i parametri utilizzati per determinare quante quote gratuite di emissione spettano alle industrie europee esposte alla concorrenza internazionale. Il tema è molto tecnico ma, semplificando, i nuovi benchmark riflettono i progressi compiuti dai settori industriali più efficienti nella riduzione delle emissioni e, per alcune imprese, possono comportare una diminuzione dei permessi a inquinare gratis, senza acquistare permessi sul mercato. In generale, però, l’atto è tutt’altro che severo: basti dire che nel complesso assegna all’industria circa 4 miliardi in più di quote gratuite. In compenso la Commissione punta a estendere l’Ets anche ai voli extraeuropei e sta valutando la graduale inclusione degli inceneritori di rifiuti. E dall’ultimo confronto tra i commissari Ue sul tema è emerso anche che potrebbe arrivare l’obbligo per gli Stati membri di destinare una quota maggiore dei ricavi nazionali dalle aste Ets (43 miliardi complessivi solo nel 2025) agli investimenti nella decarbonizzazione dei settori coperti dal sistema di scambio quote di emissione. L’Italia, che dal 2010 in base a una norma voluta dall’allora ministro Giulio Tremonti destina il 50% del gettito alla riduzione del debito pubblico, dovrebbe adeguarsi.
Il governo è dunque alle strette, anche perché nel frattempo le imprese – via Sole 24 Ore – nei giorni scorsi hanno recapitato un lungo elenco di richieste che va dalla limitazione del prezzo delle quote agendo sulla riserva per la stabilità del mercato “anche fissando un tetto al prezzo della Co2” all’esclusione degli operatori finanziari dalla partecipazione alle aste per evitare la “deriva speculativa”, fino all’ulteriore rinvio oltre il 2028 dell’Ets 2 che si applicherà a trasporti su strada ed edifici. Di qui la narrazione che individua la burocrazia comunitaria come capro espiatorio responsabile di decisioni in realtà condivise dalla maggioranza dei leader comunitari.
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Sulle spese per la Difesa Giorgia Meloni cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Nel corso del suo intervento alla Camera, come su altri temi la presidente del Consiglio si è messa sulla difensiva. Da una parte ha vantato un aumento delle spese in rapporto al Pil dello 0,71%, dall’altra, per il timore di proteste per spese militari eccessive in un momento di piena crisi energetica, ha comunque specificato che questa impennata è dovuta “soprattutto alle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio“.
La leader di Fratelli d’Italia ha garantito che sulla Difesa “siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità e lo ribadiremo al vertice Nato, dove l’Italia si presenterà con il 2,8% del Pil investito in difesa e sicurezza”. Un dato che, rispetto agli accordi raggiunti dall’Alleanza, rispetta le aspettative del raggiungimento del 5% entro il 2035. Ma questa celerità nel rispettare standard che lo stesso governo aveva criticato nei mesi scorsi definendoli eccessivi rischiava di attirare sull’esecutivo critiche dalle opposizioni, ma anche dai alcuni sostenitori. Così ha precisato: “Segnalo un aumento dello 0,71%, garantito però soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio”. E ha poi spiegato: “La difesa è importante, certo, ma mettere al riparo le famiglie e le imprese italiane dalla crisi in atto, lo è altrettanto. E queste due priorità sono interconnesse. Senza sicurezza, l’energia finirebbe per costare sempre di più. Senza energia, non rimarrebbe più nulla da difendere con le armi. Abbiamo posto questa questione con chiarezza, scrivendo una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con la quale chiedevamo di garantire maggiore flessibilità di bilancio agli Stati membri per affrontare la crisi energetica, utilizzando meccanismi finanziari simili a quelli previsti proprio per la difesa. Dopo un negoziato lungo e complesso abbiamo ricevuto la risposta che auspicavamo”.
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“Con il nucleare possiamo abbattere del 30-40% la bolletta”. Gilberto Pichetto Fratin, ministro della Sicurezza energetica, marzo 2025. “Vogliamo proseguire speditamente sul ritorno dell’energia nucleare in Italia, puntando sulle tecnologie più innovative, come i minireattori nucleari” che ci consentano “di avere costi più bassi rispetto a quelli attuali”. La premier Giorgia Meloni, maggio 2026, davanti alla platea di Confindustria. “Il nucleare è l’unico modo per alleggerire e tagliare le bollette delle famiglie e delle imprese”. Matteo Salvini, ministro dei Trasporti, giugno 2026. La questione energetica entrerà di diritto nella campagna per le elezioni politiche del 2027 e il Governo si prepara così. Sparando promesse che non può mantenere, almeno stando a report e organizzazioni internazionali più autorevoli. E raccontando di come il “ritorno al futuro” del nucleare avrà il potere di abbassare le bollette degli italiani. L’Italia potrà anche arrivare a quel momento, si stanno preparando le condizioni, ma i conti non tornano sulle tempistiche “utili” ad aiutare gli italiani e sulla certezza di un reale effetto sulle bollette. Per inciso, si parla di fissione nucleare e non di fusione che, tra le due, è la strada più auspicabile ma anche quella più lontana. Concorda anche il ministro della Sicurezza Energetica, Pichetto Fratin (“La fusione è un qualcosa di molto avanti nel tempo, fra decenni”). Così, in vista delle prossime elezioni, l’Esecutivo si gioca la carta della fissione e, in particolare, degli Smr, Small modular reactor (Leggi l’approfondimento), più piccoli e con una potenza inferiore ai 300 megawatt, contro i circa mille di quelli tradizionali. Quindi apparentemente più “spendibili” in campagna elettorale.
A parte alcuni esponenti particolarmente ottimisti, il Governo Meloni conta di avere in Italia il primo reattore tra il 2034 e il 2035. Anche senza intoppi, che l’Esecutivo evidentemente non prevede, famiglie e imprese hanno bisogno di ridurre i costi già oggi e non tra dieci anni. Secondo molti esperti, però, stando alle tempistiche dei progetti in giro per il mondo e al particolare contesto italiano, sono scarse le probabilità di avere generazione prima del 2040. Uno studio di The European House Ambrosetti, in collaborazione con Edison e Ansaldo Nucleare, prevede però che tra il 2035 e il 2050 l’Italia potrà realizzare circa 15-20 reattori. Di fatto, gli Smr non sono ancora operativi per scopi commerciali su larga scala in Occidente. Le pochissime unità commerciali o semi-commerciali attualmente in funzione sono in Cina e Russia. Tutto è in evoluzione, certamente, ma se si parla di “bollette” e costi ridotti in vista della prossima campagna elettorale, è bene chiarire quali sono i tempi (e i costi) di questa evoluzione. Una certa ‘impazienza’, però, l’ha mostrata negli ultimi mesi anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini che ormai spinge affinché – durante la lunga attesa per il nucleare – si provveda ad accelerare sul fronte delle rinnovabili.
A ridurre i tempi di realizzazione di un Smr, almeno sulla carta, è soprattutto il fatto che vengono prodotti in serie e assemblati in fabbrica, per poi trasportarli al sito di utilizzo. Negli Smr accade ciò che accade in un reattore a fissione di grandi dimensioni: il nucleo di un atomo pesante, come l’Uranio-235, viene diviso in due parti più piccole tramite l’impatto di un neutrone. Si genera così un’immensa quantità di calore, utilizzato per trasformare l’acqua liquida ad alta pressione in vapore. Questo farà azionare le turbine, collegate all’alternatore che produrrà energia elettrica. Alcuni esponenti della maggioranza, tra cui il vicepremier Matteo Salvini, sono molto ottimisti. Ad aprile 2025 auspicava: “Se partiamo oggi come il governo vuole, tra 7 anni accendiamo il primo interruttore e le famiglie pagheranno meno”. Il ministro Pichetto Fratin ha dichiarato che “per poter produrre nella metà del prossimo decennio bisogna approntare gli strumenti oggi”. Quindi bisognerebbe aspettare più o meno il 2035 per l’accensione dei primi mini-reattori commerciali in Italia. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha parlato “di un piano di medio-lungo periodo”. Ma stando alle esperienze maturate nel mondo, per arrivare tra dieci anni ad accendere un reattore, bisognerebbe partire oggi. Anzi, prevedendo qualche intoppo, si sarebbe già dovuti partire.
Il tempo medio stimato per la sola costruzione e l’assemblaggio in un sito di un singolo Smr, sulla carta, è di 3-4 anni. Considerando l’intero ciclo di vita del progetto, però, dallo sviluppo alla messa in funzione del primo esemplare di un nuovo design (il cosiddetto First of a kind) si arriva ad almeno 10 anni. Si può anche sorvolare sui fallimenti, a iniziare da quello del progetto NuScale in Idaho, negli Stati Uniti, dopo che la stima dei costi era arrivata da 3 a 9,3 miliardi di dollari per sei reattori modulari da 77 megawatt. Ma c’è un dato che fa riflettere. A livello globale, si contano oltre 120 progetti e concetti di design di Smr e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha censito circa 80 progetti commerciali (la maggior parte in fase embrionale o di studio preliminare), ma se si parla di Smr commerciali attivi, in tutto il pianeta ce ne sono solo tre. In Russia, ci sono due reattori ad acqua pressurizzata da 35 megawatt ciascuno che si trovano nella centrale nucleare galleggiante Akademik Lomonosov, situata nel porto di Pevek e affacciata sul Mare della Siberia Orientale. In Cina, nella centrale di Shidao Bay, nella provincia dello Shandong, è stato realizzato un reattore composto da due moduli che alimentano una singola turbina a vapore, da 210 megawatt complessivi. La costruzione è iniziata nel 2012: dovevano bastare tre anni ma ce ne sono voluti nove, più altri due di prove. Nel 2017 il costo di realizzazione si era già triplicati. Anche in Russia i tre anni si sono trasformati in 11, più un altro anno e mezzo per la connessione alla rete e perché i reattori operassero a fini commerciali. Anche qui, i costi sono triplicati rispetto alle stime iniziali.
Tra i progetti ancora in fase di realizzazione ci sono Carem 25, in Argentina e Linglong One (ACP100), anche questo in Cina. Il primo progetto ha subìto enormi ritardi e l’esplosione dei costi al 600 per cento rispetto alle stime iniziali. Terminerà probabilmente mezzo secolo dopo la sua ideazione per una potenza di 32 megawatt, la stessa generata da una quindicina di pale eoliche standard, su terraferma. Quello cinese si trova nelle fasi finali di collaudo e sta completando i test per l’avvio commerciale. Tra i Paesi del G7, il progetto più maturo è quello in Ontario (Canada), nel sito nucleare di Darlington. È considerato molto importante, perché si tratta del primo cantiere già aperto di un Smr commerciale (quindi già in costruzione) in tutto il mondo occidentale. Guidato da Ontario Power Generation in collaborazione con GE Vernova Hitachi, prevede l’installazione di 4 Smr, da 300 megawatt di potenza ciascuno. Il primo Smr dovrebbe entrare in funzione entro il 2030. In Canada, però, i tempi si sono ridotti perché il sito già possedeva l’autorizzazione ambientale per nuovi reattori. Negli Usa, progetti come quello di Kairos Power a Oak Ridge (Hermes 1 e 2), in Tennessee, riguardano impianti dimostrativi finanziati per servire clienti privati, come i data center di Google.
Ma per capire come potrebbe andare in Italia e se le promesse del Governo Meloni hanno una base solida, occorre dare un’occhiata a ciò che accade in Europa. La Commissione Europea ha lanciato l’Alleanza Industriale Europea sugli Smr e stima che le prime installazioni saranno operative entro i primi anni del prossimo decennio, con l’obiettivo di arrivare, solo con questi reattori a una capacità che varia da 17 GW a 53 GW entro il 2050. Cosa è stato fatto? In Francia, il paese che su questo fronte è più avanti, il colosso Edf sta sviluppando il progetto Nuward. Solo che bisognerà aspettare tra il 2030 e il 2035 per vedere i primi prototipi. Anche Polonia e Repubblica Ceca, hanno l’obiettivo di installare le prime unità a ridosso del 2030. Secondo il think tank italiano Ecco Climate “le probabilità di avere generazione prima del 2040 sono verosimilmente nulle”. Il network di scienziati indipendenti, Energia per l’Italia, parla di “tecnologie non ancora disponibili, costi incerti e rischi sottovalutati”. Ne fa parte anche Nicola Armaroli, chimico e dirigente di ricerca presso il Cnr, tra i massimi esperti italiani di energia. E, parlando del mondo occidentale, ricorda: “Le tecnologie su cui il governo punta oggi – i piccoli reattori modulari e quelli a fusione – non esistono. Nemmeno negli Stati Uniti”. Per arrivare a essere operativo, in Italia il nucleare dovrà certo superare più di un ostacolo, come d’altronde hanno fatto energie molto meno discusse. E come dimostra quello che sta accadendo con il Deposito Nazionale per le scorie radioattive, per il quale non è stato ancora individuato il sito definitivo (Leggi l’approfondimento). Nel frattempo, il governo italiano ha rinnovato l’accordo con la Francia per estendere fino al 2040 (la scadenza precedenza era fissata per il 2025) il periodo di stoccaggio delle scorie prodotte dalle vecchie centrali italiane dismesse. L’Italia non pagherà penali, ma continuerà a pagare a caro prezzo lo stoccaggio. Secondo un report della Cgil, solo dal 2001 al 2019 sono stati pagati 1,2 miliardi per il trattamento del combustibile radioattivo in Francia e nel Regno Unito. Non facendo menzione alcuna della questione del deposito, Meloni parla degli Smr “sicuri e puliti”, ma Armaroli sottolinea anche la questione dei costi e della sicurezza. “Nessuno sa quanto costeranno. Di certo non abbasseranno le bollette. Per raggiungere gli obiettivi del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima – ha poi aggiunto – servirebbero 120 piccoli reattori sparsi in tutta Italia. Chiedo ai parlamentari: è proponibile, in un Paese con il 95% del territorio a rischio sismico e idrogeologico, installare 120 mini-centrali?”.
A proposito di costi, nel report “The Path to a New Era for Nuclear Energy” pubblicato a gennaio 2025, l’Agenzia internazionale dell’Energia (Iea), ha spiegato quanto sia importante ridurre nei prossimi quindi anni i costi di costruzione degli Smr realizzando reattori su larga scala costruiti a budget (dunque con una certa standardizzazione), ma al momento questo obiettivo è molto lontano, anche perché ogni tipologia di reattore fa storia a parte. “Anche il progetto in Ontario, qualora fossero realizzati i quattro reattori identici nei tempi previsti, non direbbe nulla su tempi e costi degli altri progetti sviluppati nel mondo” spiega a ilfattoquotidiano.it Luigi Ventura, ordinario di Economia Politica all’Università La Sapienza di Roma. Per capire quanto costa produrre un megawattora con una certa tecnologia, considerando tutta la vita utile dell’impianto, si utilizza l’Lcoe (Levelized Cost of Electricity, ossia il costo livellato dell’elettricità), che varia molto da reattore a reattore. Le analisi di mercato e i casi reali indicano che il costo del capitale per questi primi modelli si aggira tra i 7mila e i 10mila dollari per kilowatt, con un Lcoe che oscilla tra i 130 e gli oltre 180 dollari (circa 155 euro) per megawattora. Le previsioni indicano che, con modelli successivi (Nth-of-a-Kind, Noah), si potrà scendere anche a 100 o meno. Ma la Iea stima che per penetrare stabilmente nel mercato e raggiungere la competitività economica, gli Smr dovranno raggiungere un intervallo di costo livellato compreso tra 52 €/MWh e 119 €/MWh, in teoria grazie ai processi di standardizzazione e alle economie di scala della produzione modulare. Ma nel report del 2025 ha anche spiegato che ad oggi, per rendere un impianto profittevole, “è necessaria “un’attività governativa – spiega Ventura – volta a regolare il mercato in modo da limitare fortemente la concorrenza da parte di meccanismi di generazione di energia molto più economici come le rinnovabili. Il rischio, insomma, è quello di drogare il mercato e non certo alleggerendo le bollette dei cittadini”.
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Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.
A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.
L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.
Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.
Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.
Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.
Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.
Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.
Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.
Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.
Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.
Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.
