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Linea dura di Haftar jr sui detenuti della Flotilla di terra per Gaza: si tratta, ma i libici alzano il prezzo

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha rassicurato, per quanto possibile, i parenti dei due italiani detenuti in Libia con gli altri otto “negoziatori” della carovana di terra che voleva raggiungere Gaza, nelle settimana in cui la Global Sumud Flotilla cercava di arrivarci via mare. Ha confermato l’impegno del nostro governo per la loro liberazione ed è in corso un complesso negoziato. Ma intanto le autorità della Libia Orientale, non riconosciute a livello internazionale a differenza del governo di Tripoli, sembrano alzare il prezzo. L’Agenzia Nova ha reso noto martedì 16 giugno che i capi d’accusa nei confronti dei dieci, secondo fonti libiche, sarebbero quattro e non due come risultava fino a oggi: non solo l’ingresso illegale nel territorio e il raduno non autorizzato, ma anche l’utilizzo di un visto politico per svolgere attività politiche e il tentativo di arrivare in Egitto, attraversando un confine che secondo gli accordi con Il Cairo non può essere attraversato da cittadini di Paesi terzi.

Il governo militare della Libia Orientale, del resto, si regge proprio sul sostegno dell’Egitto, il cui governo filo-Usa ha una gran paura di dare spazio alle azioni di solidarietà con i gazawi che incontrano però il favore di gran parte della popolazione. Si agita lo spauracchio dei Fratelli Musulmani. E del resto, già lo scorso anno fu bloccata al Cairo la Global March to Gaza, mentre il convoglio partito dalla Tunisia fu fermato anche allora in Cirenaica.

Agli arresti dal 24 maggio ci sono ora donne e uomini provenienti da Spagna, Portogallo, Polonia, Stati Uniti, Argentina e Uruguay oltre agli italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone. La prima è un’educatrice foggiana in pensione di 67 anni, residente in Piemonte, il secondo un documentarista 33enne di Molfetta, docente a contratto di Cinematografia all’Università di Bari. Il Land Convoy della Global Sumud Flotilla era partito a fine aprile dalla Mauritania e si era ricongiunto a Tripoli con gli attivisti arrivati dall’Europa, cinque pullman e camion con i componenti di case mobili, ambulanze e aiuti umanitari destinati ai palestinesi di Gaza. Erano circa 200 e non hanno fatto molta strada, i dieci negoziatori che erano andati a Sirte per trattare il passaggio nel territorio della Cirenaica e non sono più tornati.

La linea dura sui dieci prigionieri l’ha decisa Saddam Haftar, il figlio del generale Khalifa Haftar che sembra vicino alla successione al padre, 83 anni, signore di fatto della Libia Orientale almeno dal 2015. Saddam, vicecomandante del Libyan national army formalmente ancora guidata dall’anziano Khalifa, sembra dunque averla spuntata sul fratello Khaled, che pure è più grande ma solo capo di Stato maggiore. Il secondogenito di Haftar intrattiene anche i rapporti con Usa, Italia e Turchia e solo qualche giorno fa è stato ricevuto all’Eliseo da Emmanuel Macron, mentre Khaled è considerato una figura più militare che politica e più vicino a Russia ed Egitto.

Le stesse fonti dell’Agenzia Nova sostengono che i negoziatori della “flottiglia di terra” abbiano rifiutato di consegnare gli aiuti alla Mezzaluna Rossa che li avrebbe portati a Gaza, ma in realtà fin dal primo momento gli attivisti umanitari hanno riferito al Fatto quotidiano che le lettere inviate alle autorità di Bengasi prospettavano anche questa eventualità, con o senza l’accompagnamento una mini-delegazione internazionale di tecnici. Le trattative per il rilascio comunque paiono ancora lontane da una positiva conclusione, l’udienza fissata per il 9 giugno è stata rimandata di un mese e le cose possono andare per le lunghe. La missione era dall’inizio ad alto rischio ed è andata peggio del previsto. Cosa chiedano i libici non è noto.

La Farnesina e il governo italiano confermano il loro impegno per Alberizia e Centrone e anche per Matias Alvarez Rodriguez, uruguaiano, che ha fatto sapere alle autorità italiane di avere anche la cittadinanza del nostro Paese. Tajani ha parlato con il fratello di Alberizia e incontrato, a Bari, i genitori e la sorella di Centrone. “Stiamo premendo per una loro liberazione al più presto, stiamo insistendo nel chiarire che sono attivisti che volevano portare solidarietà alla popolazione di Gaza, nulla di diverso, speriamo che vengano rilasciati e magari espulsi al più presto”. Antonio Decaro, presidente dem della Regione Puglia, ha ringraziato il ministro degli Esteri.

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Laptop, magliette heavy metal e simulazione di risposte ad abbordaggi e interrogatori: così è nata la Flotilla 2025

Maria Elena Delia è uno dei volti della Flotilla per Gaza, la portavoce italiana, la prof torinese di fisica che viene dalla lunga storia dei tentativi di raggiungere in barca la Striscia palestinese fin da quello che riuscì, nel 2008, a Vittorio Arrigoni. Il suo libro – Global Sumud Flotilla – La storia siete voi, Ponte alle Grazie, 304 pagine, prefazione di Ilan Pappé, in libreria dal 19 giugno (parte del ricavato sarà devoluto alle famiglie dei giornalisti uccisi a Gaza) – parte da lui, Vik, che nella Striscia perse la vita. Racconta la missione del 2025 e finisce con quella, più recente, degli abbordaggi a ovest di Creta, della deportazione di Thiago Ávila e Saif Abukeshek e delle violenze esibite dal ministro israeliano Itamar Ben Gvir al porto di Ashdod, che hanno riacceso per un po’ anche in Europa le luci su Gaza. Delia racconta i volti, le storie e le pratiche di un movimento che è già un’organizzazione mondiale e tornerà a navigare nel Mediterraneo. Abbiamo scelto una parte del primo capitolo: la riunione a Tunisi, nell’agosto 2025, quando per la prima voltasi ritrovano tutti insieme a discutere e poi a presentare la missione politico-umanitaria più ambiziosa mai organizzata via mare fino a quel momento. (Alessandro Mantovani)

La sede della Tunisian General Labour Union (Ugtt), che ci ospiterà, si impone con la sua facciata rossa e geometrica e porta addosso decenni di storia sindacale, lotte sociali, organizzazione collettiva e un ruolo centrale nella transizione democratica tunisina dopo il 2011. L’Ugtt non è infatti considerato soltanto un sindacato, ma un attore politico e civile che ha contribuito a mediare conflitti nazionali, sostenere movimenti popolari e difendere spazi di autonomia sociale anche nei momenti più difficili del Paese. All’ingresso, lo sguardo viene catturato dal volto di Farhat Hached, storico leader sindacale e figura chiave del movimento per l’indipendenza tunisina, assassinato nel 1952. (…)

La sala è ampia e luminosa, organizzata con lunghi tavoli disposti a ferro di cavallo e un grande schermo sul fondo. Laptop aperti, quaderni pieni di appunti, bottiglie d’acqua, cavi, cuffie per la traduzione simultanea, bandiere appoggiate sui bordi dei tavoli. Ovunque volti diversi: età, lingue, accenti, modi di stare al mondo. Delegazioni provenienti da quarantaquattro Paesi – dalla Colombia alla Svezia, dal Sudafrica alla Malesia – occupano lo spazio come un mosaico irregolare e vivo. Alcuni parlano sottovoce, altri ridono per scaricare la tensione, qualcuno è già immerso nei documenti, qualcuno si abbraccia dopo essersi visto per mesi solo online, altri si ritrovano dopo anni. Sappiamo che ci aspettano giorni intensi: formazione, coordinamento, decisioni operative, e soprattutto la preparazione della conferenza stampa internazionale in cui annunceremo pubblicamente la partenza della Flotilla.

I lavori si aprono con una serie di presentazioni introduttive guidate da Thiago Ávila, uno dei volti più riconoscibili della Freedom Flotilla Coalition. Thiago è uno di quei leader che non hanno bisogno di dichiararsi tali per esserlo. (…) Brasiliano, proviene da anni di attivismo nei movimenti sociali e nella Freedom Flotilla Coalition, e porta addosso quella lunga esperienza come una seconda pelle. (…) In lui convivono una passione politica ardente e un pragmatismo sorprendente. Sa raccontare la storia delle missioni precedenti con la forza di chi le ha vissute in prima persona – arresti, deportazioni, attacchi, fallimenti e ripartenze – ma allo stesso tempo sa tradurre quell’esperienza in strumenti concreti: procedure, protocolli, formazione. Per lui la nonviolenza non è un principio astratto, ma una disciplina rigorosa, da allenare con la stessa serietà con cui si prepara una spedizione in mare. (…)

Una delle prime sessioni è dedicata agli aspetti legali. Avvocati e consulenti illustrano i rischi concreti: intercettazioni in acque internazionali, detenzioni arbitrarie, sequestro delle imbarcazioni, limiti e possibilità del diritto marittimo e internazionale. Non è una lezione teorica, ma un vero e proprio addestramento alla consapevolezza: sapere cosa può accadere, quali diritti potremo rivendicare, dove finiscono le tutele formali e inizia il terreno dell’arbitrio politico. Segue un blocco centrale dedicato alla teoria e alla pratica della resistenza nonviolenta. Analizziamo esperienze precedenti, strategie di de-escalation, gestione della paura, reazione agli ordini illegittimi, comportamento in caso di aggressione o abbordaggio. Parte della formazione avviene attraverso simulazioni: scenari realistici in cui qualcuno impersona soldati, ufficiali, interrogatori; altri devono reagire mantenendo sangue freddo, coerenza, solidarietà reciproca. Si provano risposte, si sbaglia, si riprova. Tra una sessione e l’altra, si susseguono lunghi giri di tavolo. Ogni delegazione porta dubbi, timori, idee, proposte. C’è chi chiede maggiore chiarezza sui protocolli di sicurezza, chi solleva questioni di rappresentanza, chi racconta le difficoltà di mobilitare persone nel proprio Paese, chi condivide risorse o contatti utili. Quelle condivisioni non sono solo funzionali, costruiscono fiducia, legittimità reciproca, un senso di responsabilità comune. Non si tratta di «organizzare un evento», ma di costruire un processo (…).

Wael, nostro ospite tunisino, ha uno di quei sorrisi che si notano subito e non si dimenticano più. (…) Porta quasi sempre occhiali sottili e veste in modo apparentemente casuale, ma con un dettaglio che non passa inosservato: le sue magliette. Sono quasi sempre t-shirt di gruppi heavy metal, che su di lui producono un effetto sorprendente, quasi comico. (…) In realtà, quella leggerezza apparente convive con una storia politica densissima. Wael è stato segretario generale dell’Unione Generale degli Studenti Tunisini, l’Uget, una delle organizzazioni più importanti e combattive del Paese, e ha attraversato in prima persona anni di mobilitazioni, repressione, negoziazioni. È cresciuto dentro una cultura politica rigorosa, radicata nella tradizione della sinistra tunisina, e milita nel Partito dei lavoratori, uno dei pilastri storici del fronte progressista. (…)

«Si sta parlando dell’ipotesi di avere anche una o due imbarcazioni più grandi» dice Cecilia, sorridendo mentre spezza il pane. «Non solo barche a vela. Una specie di ammiraglia». Wael inarca un sopracciglio. «Ammiraglia suona già come un problema» commenta, con una punta di sarcasmo. «Potrebbe rendere tutto più visibile… o più sospetto». Il riferimento alla Mavi Marmara, attaccata nel 2010 durante una precedente missione verso Gaza, aleggia nella conversazione anche quando non viene nominato esplicitamente: una nave grande, simbolicamente potente, ma anche trasformata in bersaglio e in pretesto per una repressione brutale. (…) Attorno a noi i telefoni continuano a vibrare, le persone si alzano per rispondere a una chiamata urgente o per tornare in sala. Anche nei momenti di pausa, nessuno smette davvero di lavorare (…). Il brusio collettivo si scompone in corridoi, stanze più piccole, tavoli occupati da gruppi ristretti. La grande architettura della mobilitazione si sta trasformando in lavoro operativo, fatto di decisioni puntuali, compromessi, rischi. Io mi dirigo verso la stanza dello Steering Committee, di cui faccio parte. (…)

Thiago apre il punto sulla conferenza stampa. Non si tratta di «annunciare» qualcosa, ma di decidere quanto esporsi, cosa rendere pubblico e cosa proteggere. Ogni frase potrebbe attirare attenzione, sostegno o repressione. «Non possiamo sembrare avventurieri» dice qualcuno. «Ma nemmeno timidi» ribatte un’altra voce. «Dobbiamo essere radicali e credibili allo stesso tempo». Si discutono i nomi degli speaker – Yasemin, Haifa, Nadir e io – e Saif come moderatore. Non si tratta solo di scegliere volti riconoscibili, ma di rendere visibile l’architettura politica della missione. Yasemin Acar, attivista della Freedom Flotilla, è nata e cresciuta in Germania da genitori curdi provenienti dalla Turchia. Quel doppio radicamento si sente immediatamente nella sua determinazione politica e in una lucidità quasi dolorosa (…). Haifa è tunisina e non rappresenta soltanto una delegazione nazionale, ma incarna un territorio, una storia di lotte, una continuità tra la rivoluzione tunisina, le mobilitazioni del Maghreb e le reti di solidarietà con la Palestina che in quella regione esistono da decenni. (…) Nadir è malese, e questo già lo colloca fuori dalle geografie abituali dell’attivismo europeo. Ma soprattutto è una delle poche persone presenti che non parlano di Gaza «dall’esterno», perché ci ha vissuto per anni come parte di una comunità reale. Ha studiato lì, ha costruito relazioni, ha condiviso la quotidianità di un territorio sotto assedio. (…) Ha fondato in Malesia un’organizzazione di solidarietà con Gaza, Cinta Gaza Malaysia, e nel movimento rappresenta una dimensione fondamentale: il legame tra la Palestina e il Sud Est asiatico, una geografia spesso invisibile nel racconto occidentale, ma che negli anni ha sviluppato reti di solidarietà profondissime. Se Thiago rappresenta la continuità storica della Flotilla, Yasemin la radicalità diasporica della lotta, e Haifa il radicamento nel Maghreb, Nadir porta dentro questa stanza qualcosa di ancora diverso: la testimonianza vivente di una relazione lunga, profonda, non occasionale con Gaza. (…)

Cominciamo a parlare degli equipaggi e decidiamo subito che le barche non rappresenteranno singole nazioni. Gli equipaggi saranno misti anche per proteggere le persone con passaporti «deboli». Una scelta politica prima ancora che pratica: nessuna bandiera nazionale, ma una responsabilità condivisa. «Non devono essere barche spagnole, greche o italiane» dice Thiago. «Devono essere barche internazionali». Si parla di capitani, criteri di selezione, linee decisionali in caso di intercettazione, responsabilità legali, protocolli di sicurezza. Ogni scelta porta con sé il peso di ciò che potrebbe accadere in mare. Nel frattempo, fuori dalla stanza, il resto dell’edificio vibra di un’energia diversa. Nel gruppo comunicazione si discute di piani editoriali e scenari mediatici. Nel gruppo sicurezza il lavoro è concentrato sulla cybersecurity: protezione delle comunicazioni, gestione dei dati sensibili, prevenzione di infiltrazioni digitali e strategie per ridurre i rischi di sorveglianza e tracciamento. Nel gruppo logistica si parla di porti, rifornimenti, date, assicurazioni, imprevisti. Nei corridoi si incrociano telefonate sussurrate, messaggi urgenti, traduzioni improvvisate, voci che si sovrappongono in lingue diverse (…).

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Né impunità né vendetta: Global Sumud Flotilla e la giustizia come scelta nonviolenta

La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per sequestro di persona e tortura sugli attivisti della Global Sumud Flotilla. Dietro la domanda “si può processare un ministro straniero?” si nasconde un interrogativo che riguarda da vicino chi crede nella nonviolenza: il diritto può ancora chiedere conto al potere? La Global Sumud Flotilla è stata, [...]

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