Modalità di lettura

“Bogey” e “Fox”, storia del gergo che ha segnato la storia dei combattimenti dell’aria

Bogeys”. Un pilota da caccia americano aveva individuato due jet che si stavano avvicinando rapidamente. Dopo l’identificazione del modello e delle insegne, pochi istanti più tardi, attraverso la radio arrivarono altre parole in codice, parole destinate a entrare nelle cronache di quel combattimento: “Mi hanno voltato le spalle per la quinta volta… Fox Two!”. Due missili aria-aria puntarono dritti verso i loro bersagli, abbattendoli entrambi.

Era il 4 gennaio del 1989, quando due caccia F-14 Tomcat della Marina statunitense intercettarono una coppia di MiG-23 Flogger libici sopra il Mediterraneo. L’intercettazione degenerò in un duello aereo a causa delle “ripetute manovre che lasciavano presagire intenzioni ostili” da parte dei MiG, e le voci dei piloti statunitensi impegnati nello scontro aereo, registrate dal Dipartimento della Difesa e successivamente diffuse dalle emittenti televisive, incuriosirono quanti non conoscevano l’esatto significato di quella parola in codice. Per chiunque avesse dimestichezza con gli aerei da combattimento e la loro storia, quell’espressione curiosa, “FOX TWO”, aveva un significato preciso, dimostrato dagli eventi riportati dalla cronaca: il pilota del caccia aveva portato il suo attacco lanciando un missile aria-aria a guida infrarossa.

Fox One, Fox Two, Fox Three sono tre formule che appartengono al linguaggio universale del combattimento aereo che interessa gli aerei della NATO, i “brevity codes”, parole convenzionali utilizzate per condensare informazioni essenziali nel minor tempo possibile, che, attraverso appena sei sillabe, raccontano buona parte dell’evoluzione del combattimento aereo che ha trasformato i duelli nei cieli dalla Guerra Fredda ai nostri giorni.

Fox One” è il messaggio in codice che indica il lancio di un missile a guida radar semi-attiva come il celebre AIM-7 Sparrow, diventato uno dei protagonisti dei combattimenti aerei della Guerra del Vietnam, quando gli aerei da caccia, dopo gliultimi scontri aerei alla vecchia maniera nei cieli della Corea, iniziarono ad affidarsi quasi esclusivamente ai missili. Nel caso dei missili a guida radar semi-attiva il principio di funzionamento impone una limitazione decisiva: il missile possiede un ricevitore radar, ma non un trasmettitore capace di cercare autonomamente il bersaglio. È quindi il radar dell’aereo che lo ha lanciato a dover “illuminare” l’obiettivo, mentre lo Sparrow segue l’energia riflessa fino all’intercettazione. Ne consegue che il caccia deve continuare a supportare l’ingaggio durante il volo del missile. Rompere l’aggancio per effettuare determinate manovre difensive può compromettere l’intercettazione. Per alcuni secondi l’aereo che ingaggia il suo avversario, il “cacciatore”, rimane quindi, in una certa misura, legato alla sua preda, il suo obiettivo. Anche se si tratta di pochi secondi, in un combattimento aereo nel quale più velivoli possono avvicinarsi reciprocamente a velocità elevatissime, quei secondi possono diventare un’eternità. Per tale ragione, la scelta di questo tipo di missile riguarda scontri aerei ravvicinati condotti in determinate condizioni.

Nel caso del messaggio in codice “Fox Two”, il pilota segnala invece il lancio di un missile a guida infrarossa, il classico heat-seeker. È il caso del celebre AIM-9 Sidewinder che, a differenza dello Sparrow, non necessita che il radar del caccia continui a illuminare il bersaglio: il suo sensore ricerca la radiazione infrarossa emessa dall’aereo avversario e, una volta acquisito l’obiettivo, lo insegue autonomamente. Le prime generazioni di missili a guida infrarossa, tra i preferiti dai piloti, erano particolarmente efficaci quando l’attacco era portato dalla posizione “in coda” all’avversario, dal momento che la firma termica dei motori risultava più evidente al missile in cerca di calore. Negli anni i missili infrarossi sono stati migliorati, per essere capaci di ingaggi da molteplici angolazioni, rilevando non soltanto le sorgenti termiche più intense ma anche altre componenti della firma infrarossa del velivolo. Sistemi di puntamento montati sul casco permettono inoltre al pilota di indirizzare il sensore semplicemente guardando verso il bersaglio, consentendo lanci ad elevato angolo fuori asse. Decisivi nel combattimento ravvicinato, vengono impiegati durante i dogfight che, come nel primo caso, avvengono a una “distanza visiva”, mentre appartengono al combattimento aereo “oltre l’orizzonte” i missili lanciati quando viene segnalato un “Fox Three”, il lancio di un missile a guida radar attiva come l’AIM-120 AMRAAM.

Questo tipo di missile aria-aria rappresenta il vero salto tecnologico nel combattimento aereo che ha profondamente modificato il combattimento, ponendo il pilota nella condizione di ingaggiare e combattere un avversario Beyond Visual Range (BVR), ossia oltre il raggio visivo. Ciò gli consente di attaccare un aereo a grandi distanze con un missile a lungo raggio che dispone di un proprio radar e raggiunge un obiettivo che il pilota non vede a occhio nudo. Dopo il lancio, il missile procede verso l’area prevista d’intercettazione sfruttando la navigazione inerziale e gli eventuali aggiornamenti trasmessi attraverso data link; nella fase terminale attiva il proprio sensore radar e cerca autonomamente il bersaglio. Quando questo avviene, un’altra parola può attraversare la radio: “Pitbull”. Significa che il missile è diventato autonomo nella fase terminale dell’ingaggio. Il caccia che lo ha lanciato non è più vincolato come avveniva con le precedenti armi e può quindi “sganciarsi” e assumere una posizione difensiva o rivolgere l’attenzione verso un’altra minaccia.

Prima dello sviluppo dei missili a guida radar attiva, attraverso il codice “Fox Three” si annunciava l’uso del cannoncino di cui ogni aereo da combattimento è dotato; oggi l’impiego in combattimento di un cannoncino M61 Vulcan/GAU-12 o, nel caso dei nostri Eurofighter, del Mauser BK-27 è segnalato con la chiamata “Guns, guns, guns”.

I missili aria-aria sono entrati in servizio negli anni Cinquanta, quando Stati Uniti e Unione Sovietica hanno sviluppato diversi tipi di queste armi, fornendole ai loro alleati. Il primo impiego confermato di questo tipo di arma in combattimento risale al 17 giugno 1965, quando due caccia F-4 Phantom statunitensi ottennero due abbattimenti confermati contro MiG-17 nordvietnamiti utilizzando missili aria-aria. Dal Vietnam alle guerre arabo-israeliane, dalla guerra Iran-Iraq ai conflitti contemporanei, sensori, propulsione e sistemi di guida non hanno mai smesso di evolversi. E la portata dei missili che possono colpire un obiettivo BVR ci è stata resa chiara durante il recente combattimento aereo tra Pakistan e India, in cui un caccia pachistano di fabbricazione cinese J-15 ha abbattuto “oltre il suo raggio visivo” un caccia indiano di fabbricazione francese Dassault Rafale.

È giusto ricordare come, oltre alle manovre diversive o destinate a degradare l’energia del missile avversario per ridurne le possibilità di intercettazione, possano essere impiegati flare contro i missili infrarossi, chaff e guerra elettronica contro quelli radar.

Uno studio condotto dall’US Air Force, basato su oltre 1.450 combattimenti aria-aria dal 1965 ai nostri giorni, ha evidenziato come armi e sensori a lungo raggio abbiano drasticamente ridotto gli scontri ravvicinati. Sebbene il dogfight non sia del tutto scomparso, e nessun pilota possa permettersi di ignorare l’importanza del duro addestramento per affrontarlo, esso rappresenta sempre più frequentemente l’ultima fase di una battaglia che è cominciata molto prima che i due avversari potessero vedersi. Come dimostra il recente abbattimento del caccia di ultima generazione Su-57 russo caduto nella “trappola” tesagli da un F-16 ucraino che ha lanciato un missile a guida radar contro un bersaglio oltre il raggio visivo, sfruttando le informazioni fornitegli da un aereo comando e controllo Saab 340 AEW&C.

Come la caccia alla volpe

Ma veniamo infine alla codificazione del nemico, quel famoso “Bogey” che venne annunciato dal pilota prima di identificare la minaccia e lanciare i suoi missili contro il suo avversario. Nell’aviazione militare, anche l’identificazione delle minacce possiede un proprio vocabolario. “Bogey” indica un velivolo o una traccia radar di identità sconosciuta: potrebbe trattarsi di un aereo amico, neutrale o nemico e deve quindi essere identificato. Il termine, diffusosi nel linguaggio della Royal Air Force durante la Seconda guerra mondiale, deriverebbe da parole folkloristiche più antiche come bugge o bogle, utilizzate per indicare fantasmi, spettri o figure inquietanti e sconosciute. Come non ricordare, con l’occasione, l’attaccamento dei piloti a un certo tipo di storielle e folklore che hanno dato vita, attraverso la penna del pilota da combattimento e celebre scrittore Roald Dahl, alla leggenda dei “Gremlins”, i folletti che manomettevano i motori. Sempre gli inglesi, quando erano prossimi all’ingaggio dei nemici intercettati, erano soliti gridare “Tally-ho!”, come nella caccia alla volpe.

Una volta stabilita l’identità, cambiano anche le parole utilizzate: “Friendly” identifica con certezza un velivolo amico; “Bandit” uno identificato come nemico, senza che ciò costituisca automaticamente un’autorizzazione ad aprire il fuoco; “Hostile” indica invece una minaccia contro la quale l’ingaggio è autorizzato o consentito per legittima difesa. “Vampire”, infine, segnala un missile ostile rilevato visivamente o dai sensori. In ultimo, un dato fondamentale: contrariamente a quanto suggerisce quella conversazione radio, identificare un “Bandit” non equivale, di per sé, a ricevere l’ordine di abbatterlo. Esistono delle regole d’ingaggio. Ma questa è un’altra storia.

L'articolo “Bogey” e “Fox”, storia del gergo che ha segnato la storia dei combattimenti dell’aria proviene da InsideOver.

  •  

Quando la transizione verde prende fuoco: il paradosso della rete elettrica dal Mediterraneo alla Sardegna

 

di Francesco Santoianni

 

Da qualche settimana un caso greco sta facendo scuola tra chi si occupa di gestione del rischio: gran parte degli incendi più devastanti dell'estate 2026 non sarebbe partita da un fulmine, da una sigaretta o da un piromane, ma da un cavo elettrico vecchio, mal mantenuto, che ha ceduto sotto il caldo e il vento. È un caso di scuola perché mette insieme tre elementi che, in teoria, dovrebbero remare nella stessa direzione — la transizione energetica, la prevenzione del rischio incendio, la finanza pubblica — e che invece, nella pratica, finiscono per remare l'uno contro l'altro. E non è un problema solo greco: guardando ai dati di quest'estate, lo stesso schema si ritrova, con varianti locali, in Sicilia, in Calabria e in Sardegna.

La Grecia: il 75% degli ettari bruciati parte dai tralicci

Secondo i dati preliminari della Direzione Investigativa sui Reati di Incendio Doloso della Grecia, ripresi da Politico e da Brussels Signal, gli incendi finora attribuiti a guasti della rete elettrica avrebbero prodotto circa il 75% della superficie bruciata nel Paese nel 2026. Le due fiamme più gravi di fine luglio — nell'Attica occidentale e a Creta — hanno distrutto oltre 14.500 ettari e causato quattro morti, e in entrambi i casi i vigili del fuoco hanno indicato come causa un guasto alla rete.

Il paradosso, spiegato bene anche da EU Alive, è che la parte di rete elettrica coinvolta corre quasi sempre in superficie, attraverso boschi sempre più secchi e aree rurali sempre più spopolate: bastano poche scintille in una giornata di vento per innescare un incendio che nessuno controlla più. Il WWF Grecia, citato da Spotmedia, ha calcolato che già nel 2025 sei dei dieci incendi maggiori erano partiti dalla rete elettrica, per il 55% della superficie bruciata quell'anno.

Il punto politicamente scomodo, però, è un altro: negli stessi anni in cui la rete elettrica greca accumulava un arretrato di manutenzione — accumulato nel tempo, aggravato dagli otto anni dei tre programmi di aggiustamento economico applicati tra il 2010 e il 2018.— Bruxelles celebrava la Grecia come un campione della transizione energetica, grazie a oltre 1,8 GW di nuovo fotovoltaico collegato alla rete solo nel 2025. Il gettito di CO2 evitata da quei pannelli rischia però di essere azzerato, se non superato, dalle emissioni degli incendi provocati dalla stessa rete che nessuno ha mai davvero messo in sicurezza.

L'Italia non è un'eccezione: Sicilia e Calabria in prima fila

Chi pensa che si tratti di un problema tutto greco farebbe bene a guardare i dati italiani. Secondo il dossier L'Italia in fumo di Legambiente, ripreso da Telemia, nel 2025 la Calabria ha registrato 603 incendi per quasi 17mila ettari bruciati, seconda in Italia solo dietro la Sicilia.

In Sicilia il problema si è manifestato quest'estate in una forma gemella a quella greca: non solo incendi, ma un collasso parallelo della rete di distribuzione. Come racconta MeridioNews sulla base di un'analisi del Sole 24 Ore, tre città siciliane sono in testa alla classifica nazionale per interruzioni di energia elettrica, e la causa principale — spiega un docente di Sistemi Elettrici dell'Università di Palermo — sono i guasti ai giunti dei cavi di media tensione, che con il caldo estremo si dilatano e cedono. A Palermo, Catania e nel Ragusano i blackout si sono susseguiti per settimane, come documentano Giornale di Sicilia e Corriere di Sciacca, con i sindaci che chiedono tavoli urgenti con il gestore e valutano azioni legali.

Un articolo del Sole 24 Ore quantifica il problema su scala nazionale: per mettere in sicurezza le reti italiane servirebbero investimenti nell'ordine di 15 miliardi di euro, a fronte di piani attuali che — pur significativi — restano strutturalmente insufficienti rispetto alla velocità con cui il clima sta cambiando le condizioni operative di cavi pensati per un altro secolo.

La Sardegna: lo stesso copione, un'estate dopo l'altra

Se c'è una regione italiana in cui il legame tra rete elettrica fragile, ondate di calore e rischio incendio si è manifestato con particolare evidenza, quest'estate, è la Sardegna. A metà luglio l'isola è finita "in tilt": Sardiniapost ha contato 33 blackout in un solo giorno tra il Cagliaritano, il Sud Sardegna e la Gallura, con punte di 47,6°C a Orani e l'allerta incendi in codice arancione confermata per l'intera isola.

Il sovraccarico dovuto ai condizionatori si è sommato, come racconta Radio Sintony, a un'ondata di incendi che ha coinvolto anche i vigili del fuoco impegnati sul fronte del caldo estremo. A Maracalagonis un intero paese è rimasto senza corrente per ore, fino all'arrivo di un generatore mobile piazzato accanto a una scuola d'infanzia.

Non si tratta di un episodio isolato: già a inizio 2025 Casteddu Online raccontava di interruzioni durate anche 17 ore in diversi centri dell'isola, con un tecnico del settore che indicava come causa "cavi datati" e un isolamento dei conduttori ormai "cotto dal sole" — parole che potrebbero essere state pronunciate identiche in Grecia o in Sicilia. A quel punto Adiconsum Sardegna ha parlato apertamente di reti "inadeguate", mentre l'Anci regionale ha chiesto un piano straordinario e l'apertura di un tavolo permanente con E-Distribuzione, Terna e Arera, sottolineando — parole che meriterebbero di essere incorniciate nell'ufficio di ogni pianificatore — che "ogni estate non può trasformarsi in una nuova emergenza elettrica". La richiesta, riportata anche da Cagliaripad, è di istituire un organismo permanente Regione-Comuni-gestori per programmare insieme prevenzione e manutenzione, invece di rincorrere l'emergenza ogni luglio.

La differenza rispetto alla Grecia, in questo caso, non è nella causa ma nella scala: la Sardegna non ha alle spalle un decennio di programmi di aggiustamento del FMI, ma sconta comunque decenni di investimenti concentrati su generazione e connessioni (specie rinnovabili, vista la vocazione dell'isola) più che su manutenzione capillare della rete di distribuzione a bassa e media tensione — la parte meno "fotogenica" del sistema elettrico, quella che non genera rendita finanziaria ma che, quando cede, può incendiare una montagna.

Non solo incendi: la stessa fragilità dietro l'apagón iberico

Il filo che lega vecchie reti, clima estremo e crisi a cascata non riguarda solo gli incendi. Il 28 aprile 2025 un blackout ha lasciato al buio per ore quasi tutta la Spagna e il Portogallo, oltre a parte della Francia meridionale: circa 60 milioni di persone coinvolte, trasporti e ospedali in tilt, secondo la ricostruzione di Euronews. L'indagine tecnica di ENTSO-E, la rete europea dei gestori di trasmissione, ha attribuito la causa primaria a una serie di eventi a cascata innescati da un'oscillazione di tensione mal gestita dagli impianti tradizionali — non, come inizialmente ipotizzato da alcuni commentatori, dall'eccesso di rinnovabili — secondo quanto riassunto da GreenMe e da Italian Climate Network.

Anche qui lo schema di fondo è simile a quello greco e sardo: un sistema elettrico che cresce rapidamente sul lato della generazione (in Spagna il 60% dell'elettricità viene già da fonti rinnovabili) mentre il coordinamento e la resilienza dell'infrastruttura di trasmissione e distribuzione restano un passo indietro rispetto alla velocità del cambiamento. La scheda di Wikipedia ricorda che il blackout ha causato anche vittime indirette, per lo più legate a generatori difettosi usati in emergenza dai cittadini rimasti senza corrente.

Perché succede sempre così

Il filo comune tra Atene, Palermo, Catania, Cagliari e Madrid non è un complotto né una fatalità: è una logica di investimento. Costruire un nuovo parco fotovoltaico o eolico crea un asset che genera un flusso di ricavi per decenni, un bene che può essere finanziato, comprato e rivenduto sui mercati dei capitali — come dimostrano le operazioni miliardarie di gruppi come RWE, BP o TotalEnergies sugli impianti greci degli ultimi anni. Sostituire un cavo marcio in mezzo a un bosco o rinforzare un giunto di media tensione in periferia, invece, non genera nessuna rendita: evita solo che una montagna prenda fuoco o che un quartiere resti al buio. È un costo puro, non un investimento che attira capitali privati, e per questo tende sistematicamente a restare in fondo alla lista delle priorità — soprattutto nei paesi e nelle regioni che escono da anni di disciplina di bilancio.

Per chi si occupa di gestione del rischio e protezione civile, la lezione è semplice da enunciare e difficile da applicare: la manutenzione ordinaria dell'infrastruttura elettrica è, a tutti gli effetti, una misura di prevenzione antincendio e di resilienza climatica — non un capitolo di spesa a parte, separato dalla pianificazione emergenziale. Finché continuerà a essere trattata come tale, ogni estate rischia di ripresentare lo stesso conto, da Atene alla Sardegna.

Francesco Santoianni

Fonti principali: Video OttolinaTV  L’Europa Green ha dato fuoco alla GreciaPolitico/E&E News, Brussels Signal, EU Alive, Legambiente via Telemia, MeridioNews, Il Sole 24 Ore, Sardiniapost, Report Sardegna 24, Euronews.

 

  •  

La bomba di Sebastopoli: la bella assassina, l’ufficiale passato ai russi e la tecnica dei servizi ucraini

La storia sembra uscita da uno degli infinti film di 007: una bella donna riesce ad approcciare un ufficiale passato al nemico e poi a ucciderlo mettendo una bomba in un cestino della carta straccia. E pare che sia andata proprio così con il maggiore Robert Shageev, 49 anni, fino al 2014 comandante dello “Zaporizhzhia”, l’unico sommergibile della flotta ucraina. Poi arrivarono i russi, si presero la Crimea e Shageev passò alla marina russa, fino a diventare vice-comandante della quarta brigata dei sottomarini della Flotta russa del Mar Nero. Ovviamente gli ucraini l’avevano messo sulla lista nera, accusandolo di alto tradimento. Nei giorni scorsi la fine della storia, con la bomba piazzata da Margarita Reut, 32 anni, forse una escort o forse no, di nazionalità russa e sentimenti filo-ucraini già manifestati in passato e che le erano costati un breve arresto per “discredito delle forze armate russe”, per conto dei servizi segreti ucraini. Dopo l’attentato la Reut è stata scoperta e arrestata, e ora attende un processo che le potrebbe anche costare l’ergastolo.

Pur essendo a suo modo drammatica, questa non è una storia troppo originale. Originale è il modo in cui i nostri media cercano di raccontarla. Troppo ghiotta per essere taciuta, viene però correlata di postille per dire che questo è ciò che raccontano i russi, chissà se è vero, di versioni indipendenti non ce n’è quindi potrebbe essere tutta propaganda del Cremlino. Certo che potrebbe (d’altra parte, erano stati i russi a far saltare il gasdotto Nord Stream, no?), come può esserlo qualunque dichiarazione dei protagonisti di una guerra. Il fatto è che la versione sintetizzata sopra è troppo verosimile per essere falsa.

Come abbiamo visto, i servizi segreti ucraini si sono mostrati molto abili nel condurre attentati sul suolo russo (sì, la Crimea è Ucraina occupata, lo sappiamo, ma facciamo a capirci): e quasi sempre si sono serviti di tirapiedi assoldati sul campo, quasi mai mandando allo sbaraglio i propri agenti. A saperlo fare, la cosa riesce piuttosto facile: in Russia vivono più di 3,5 milioni di ucraini e mezzi ucraini. Un buon bacino di arruolamento dopo l’invasione del 2022, a cui contribuiscono anche i simpatizzati per l’Ucraina e un certo numero di disperati in cerca di denaro facile facilmente rinvenibile tra i circa 11 milioni di immigrati, in gran parte originari delle Repubbliche dell’Asia Centrale. Erano tagiki, per esempio, quasi tutti i membri del commando che fece 150 morti, il 22 marzo del 2024, nella sala da concerti Crocus City Hall di Mosca.

Immigrati o no, resta il fatto che il caso della Reut non è certo isolato. Il generale russo Igor Kirillov, ucciso insieme con il suo attendente da una bomba piazzata su un monopattino nel cortile del suo condominio il 17 dicembre del 2024, capo delle Truppe di difesa chimica, biologica e nucleare, fu così eliminato da un uzbeko di 29 anni, Akhmad Kurbanov, al quale i servizi segreti ucraini avevano promesso 100 mila dollari e un passaporto. Servizi che. peraltro, rivendicarono prontamente l’atto terroristico. Meno di un anno prima, nell’aprile del 2023, in un attentato simile era morto Maxim Fomin, meglio noto come Vladen Tatarskij, un blogger (ex militare, ex rapinatore) nazionalista, bellicista e fanaticamente anti-ucraino, ucciso da un bomba piazzata in una statuetta all’interno di un caffè di San Pietroburgo, tra l’altro di proprietà di Evgenyj Prigozhin, fondatore e capo del Gruppo Wagner. A piazzare la statuetta nel bar era stata Darya Trepova, cittadina russa di opposti sentimenti.

Altro esempio: il generale Fanil Sarvarov, responsabile dell’addestramento nello stato maggiore delle forze russe. ucciso da una bomba piazzata nella sua auto il 22 dicembre del 2025. A sistemare l’ordigno era stato un altro immigrato uzbeko.

Potremmo fare altri esempi ma il modus operandi dei servizi segreti ucraini è piuttosto chiaro, ci sia o non ci sia un ‘altra versione “indipendente” sulla vicenda della Reut e del maggiore Shageev. La considerazione da fare, a questo punto, è un’altra. Questa: essere stata arrestata dai russi è forse la cosa migliore che poteva capitare alla bella e micidiale attentatrice. Nel 2022, quando fu assassinata con una bomba Darya Dugina, figlia del filosofo Aleksander Dugin, furono identificati due responsabili. Uno era russo, un certo Bogdan Civanyenko, che aveva “marcato” l’auto del padre e della figlia per indirizzare l’attentato. L’altra era un’ucraina, Natalja Vovk, che fu identificata ma riuscì a fuggire in Estonia, dove però fu trovata morta pochi giorni dopo. Stessa storia per l’attentato contro l’oligarca ucraino Vadim Ermolaev nel giugno scorso a Montecarlo: le telecamere riprendono e fanno riconoscere Anastasia Berezovska, che piazza la bomba e scappa. Riesce a tornare a Kiev, dove viene trovata ammazzata a colpi di pistola il giorno dopo. Insomma, se metti una bomba per conto dei servizi ucraini è meglio non farsi riconoscere.

A proposito: per l’attentato contro Ermolaev sono stati arrestati un funzionario della polizia ucraina e uno dei servizi segreti. Le autorità di Kiev hanno detto che avevano agito per ragioni personali (quali non si sa), senza informare i superiori. È stata l’unica versione disponibile ma nessuno ha fatto obiezioni.

L'articolo La bomba di Sebastopoli: la bella assassina, l’ufficiale passato ai russi e la tecnica dei servizi ucraini proviene da InsideOver.

  •  

Russia e Ucraina, più si avvicina il negoziato più la guerra si fa feroce

russia e ucraina

A oltre quattro anni dall’inizio dell’invasione russa del febbraio 2022, il conflitto ucraino è ormai entrato nella sua terza trasformazione operativa. Dopo la fase iniziale caratterizzata dall’offensiva russa su più direttrici e dal tentativo di conquistare rapidamente Kiev per imporre un cambio di governo, è seguita la stagione delle controffensive ucraine, culminata con il recupero di importanti territori tra il 2022 e il 2023. Oggi prevale invece una lunga fase di logoramento, nella quale nessuno dei due contendenti appare in grado di conseguire una vittoria decisiva sul campo in maniera rapida.

La domanda cruciale non è tanto se la guerra continuerà, quanto quale funzione abbiano oggi le operazioni militari. Le forze ucraine cercano realmente di rompere lo stallo attraverso una serie di successi capaci di modificare radicalmente gli equilibri strategici? Oppure le offensive e gli attacchi in profondità costituiscono soprattutto strumenti per migliorare la propria posizione in vista di un futuro negoziato?

Le due ipotesi non si escludono. Nella storia delle guerre moderne, combattimenti e trattative non rappresentano dimensioni alternative ma complementari. Clausewitz ricordava che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi; altrettanto vero è che la politica continua durante la guerra. I canali diplomatici raramente si interrompono completamente, anche nei conflitti più duri. Cambiano intensità, interlocutori e obiettivi, ma continuano a esistere.

Paradossalmente, quanto più si avvicina la prospettiva di un negoziato, tanto più la guerra tende a intensificarsi. Le parti cercano di strappare gli ultimi vantaggi militari utili a rafforzare la propria posizione negoziale, nella consapevolezza che il rapporto di forza sul campo condizionerà inevitabilmente il compromesso diplomatico. È spesso alla vigilia della pace che la guerra mostra il suo volto più feroce.

Gli effetti del conflitto oltre il fronte

L’errore più frequente consiste nell’osservare la guerra esclusivamente attraverso il confronto tra Mosca e Kiev. In realtà il teatro ucraino è inserito in una rete di rapporti molto più ampia, nella quale ogni attore combatte anche per obiettivi differenti da quelli immediatamente militari. Gli interessi di Washington, delle principali capitali europee, della Turchia, della Cina, dell’Iran e delle monarchie del Golfo contribuiscono a definire il quadro strategico almeno quanto le decisioni prese al Cremlino o a Bankova.

Da questo punto di vista, la guerra ha rappresentato per gli Stati Uniti uno strumento utile per provare parzialmente a riaffermare la centralità della NATO e consolidare la propria leadership sugli alleati europei dopo anni di crescenti divergenze. All’interno di alcune interpretazioni geopolitiche, inoltre, il conflitto viene letto anche come un fattore che ha accelerato il distacco energetico tra Germania e Russia, riducendo una forma di interdipendenza considerata potenzialmente problematica per la coesione del blocco occidentale. Si tratta di una lettura discussa, ma che evidenzia come il conflitto abbia prodotto effetti ben oltre il fronte militare.

Ciò non significa che Washington persegua necessariamente una sconfitta totale della Federazione Russa. Al contrario, la linea seguita prima dall’amministrazione Biden e poi, pur con una retorica differente, dall’amministrazione Trump sembra mantenere una costante: sostenere l’Ucraina senza provocare un collasso dello Stato russo. Una destabilizzazione incontrollata della principale potenza nucleare del pianeta rappresenterebbe infatti un rischio difficilmente gestibile.

Allo stesso tempo, una Russia percepita come una minaccia continua a svolgere una funzione politica nei confronti dell’Europa orientale, contribuendo a mantenere la centralità della presenza americana sul continente e, più in generale, la leadership statunitense all’interno della NATO, anche nei confronti della Germania.

In questa chiave di lettura utile ricordare anche il tentativo di rivolta guidato da Evgenij Prigožin nel giugno 2023. In quei giorni Washington invitò gli alleati a non sfruttare la crisi interna russa e a evitare qualsiasi iniziativa che potesse essere interpretata come un coinvolgimento diretto negli eventi, segnalando come l’obiettivo non fosse favorire un collasso del potere statale russo.

Del resto, pur essendo stati rivali per gran parte dell’ultimo secolo, Stati Uniti e Russia hanno sempre evitato uno scontro militare diretto tra le rispettive forze armate. Anche durante le fasi di massima tensione della Guerra fredda, entrambe le potenze hanno privilegiato il confronto indiretto, nella consapevolezza che era utile per entrambe tenere la Germania divisa.

Che cosa serve per un compromesso

La Russia, inoltre, continua a non costituire da sola il principale competitore sistemico degli Stati Uniti. I limiti economici della Federazione ne riducono la capacità di sostenere una competizione globale di lungo periodo. Il vero confronto strutturale di Washington rimane quello con la Cina. Anche per questo motivo appare eccessivo interpretare l’attuale convergenza russo-cinese come un’alleanza priva di contraddizioni. La crescente penetrazione economica di Pechino nello spazio centroasiatico interessa infatti aree che Mosca considera tradizionalmente parte della propria sfera d’influenza, aprendo inevitabili elementi di competizione.

La prosecuzione della guerra dipenderà quindi anche dal modo in cui gli Stati Uniti ridefiniranno il proprio calcolo strategico. Se il conflitto continuerà a produrre benefici geopolitici superiori ai costi, Washington manterrà probabilmente il sostegno a Kiev. Se invece tali costi dovessero aumentare oppure l’attenzione americana dovesse concentrarsi prioritariamente sull’Indo-Pacifico, potrebbero rafforzarsi le pressioni per una soluzione negoziale.

Una simile soluzione, tuttavia, non dipenderebbe esclusivamente dalla volontà americana. Sarebbe necessario il formarsi di un equilibrio internazionale sufficientemente ampio da indurre tanto Mosca quanto Kiev ad accettare un compromesso. In altre parole, occorrerebbe una convergenza tra le principali potenze interessate affinché nessuna delle parti percepisca maggiori vantaggi nella prosecuzione della guerra.

Anche gli episodi apparentemente periferici confermano la natura sistemica del conflitto. I recenti segnali di riavvicinamento diplomatico tra Kiev e Teheran mostrano come persino due Paesi collocati su fronti opposti possano mantenere margini di dialogo quando ciò risponde ai rispettivi interessi. L’Iran occupa una posizione geografica decisiva: controlla uno spazio che collega il Golfo Persico al Mar Caspio, proiettandosi verso il Caucaso, l’Asia centrale, l’Afghanistan e il Pakistan. Si tratta di uno dei principali snodi energetici e geopolitici dell’Eurasia. Anche per questo motivo nessun attore internazionale può permettersi di ignorarne la stabilità.

La coesione interna

La stessa guerra evidenzia inoltre come nessuna società impegnata in un conflitto di lunga durata rimanga perfettamente coesa. L’Ucraina continua a mostrare un elevato grado di mobilitazione nazionale, ma le tensioni legate alla leva, alla gestione dei coscritti e alla distribuzione dei sacrifici stanno assumendo un peso crescente nel dibattito interno. Le recenti modifiche ai vertici politici e militari riflettono anche queste difficoltà. Fenomeni analoghi interessano la Russia, dove le modalità di reclutamento mettono in luce profonde differenze territoriali e sociali. In entrambi i casi, tuttavia, tali contraddizioni non sembrano ancora mettere in discussione la prosecuzione dello sforzo bellico.

Anche l’evoluzione delle operazioni militari appare coerente con questa logica. Gli attacchi ucraini contro infrastrutture energetiche, impianti industriali e nodi logistici della Federazione Russa non puntano soltanto a ridurre le capacità materiali dell’avversario. Essi cercano anche di aumentare il costo economico della guerra, coinvolgendo segmenti della società russa finora relativamente protetti dagli effetti diretti del conflitto. Colpire interessi economici, filiere produttive e gruppi imprenditoriali significa introdurre nuove variabili nella formazione del consenso interno, esercitando pressioni differenti rispetto a quelle derivanti dalle perdite sul campo.

Da parte russa permane invece l’obiettivo di logorare progressivamente la capacità militare, economica e demografica dell’Ucraina, mantenendo l’iniziativa strategica senza assumere rischi tali da compromettere la stabilità interna della Federazione.

La guerra resta dunque sospesa tra due logiche. Da un lato il tentativo di modificare gli equilibri sul terreno; dall’altro la costruzione delle condizioni politiche per una futura trattativa. È probabile che nessuna delle due dimensioni prevalga completamente sull’altra. Ogni offensiva, ogni attacco in profondità, ogni negoziato riservato rappresentano tasselli di un medesimo processo.

La Russia, inoltre, non sembra intenzionata a concentrare tutte le proprie risorse militari sul fronte ucraino. Mosca deve infatti tenere conto della possibilità, per quanto non ritenuta imminente, che possano aprirsi nuove aree di crisi o ulteriori fronti di confronto. Per questa ragione è costretta a preservare una quota significativa delle proprie capacità militari come riserva strategica, evitando di impegnare integralmente uomini e mezzi nel teatro ucraino. La gestione del conflitto, dunque, risponde non solo alle esigenze operative del fronte, ma anche alla necessità di mantenere margini di flessibilità rispetto a possibili sviluppi del quadro internazionale.

L'articolo Russia e Ucraina, più si avvicina il negoziato più la guerra si fa feroce proviene da InsideOver.

  •  

L’Iran presenta il conto della guerra: un drone Reaper su quattro perso, arsenali Usa al collasso

La crisi iraniana sta costando moltissimo agli Stati Uniti, molto più di quanto Donald Trump potesse immaginare prima del conflitto iniziato lo scorso 28 febbraio e oggi giunto in una fase «stagnante»: secondo le stime ufficiali del Pentagono, il costo diretto del conflitto tra Stati Uniti e Iran ammonta a circa 37,5 miliardi di dollari. Altre fonti indipendenti, invece, stimano che l’onere economico complessivo – comprensivo delle spese militari attive e dell’impennata dei prezzi del carburante per i consumatori – superi i 113 miliardi di dollari.

Secondo tre funzionari americani menzionati dal Washington Post, l’esercito Usa avrebbe inoltre perso almeno 45 droni MQ-9 Reaper dall’inizio delle ostilità, circa un quarto dell’intera flotta americana. Un vero e proprio salasso, tenendo conto che il costo unitario è compreso tra i 30 e i 50 milioni di dollari a seconda della configurazione di sensori e armamenti.

Droni lenti, bersagli facili

Il drone Reaper, impiegato dagli Stati Uniti in Iran per missioni di sorveglianza e attacchi “mirati“, ha operato perlopiù nell’area dello Stretto di Hormuz, la rotta marittima strategica diventata uno dei principali elementi di tensione tra Teheran e Washington. Per via della sua natura di velivolo lento e capace di volare a bassa quota, il Repeaer è diventato un facile bersaglio per le difese iraniane e per le milizie proxy sciite presenti in Yemen e Iraq.

Un quarto funzionario menzionato dal Post ha precisato che non tutti gli apparecchi abbattuti sono stati colpiti direttamente dagli iraniani: in molti casi i droni sarebbero precipitati per via di un’interruzione delle comunicazioni con gli operatori a terra.

Non solo droni: si svuotano anche i depositi di missili

Non solo droni. La lista dei sistemi d’arma logorati dall’impegno bellico statunitense riguarda tutto l’arsenale: solamente nel primo mese della guerra contro Teheran, le forze Usa hanno lanciato oltre 850 missili da crociera Tomahawk e più di mille missili da difesa Patriot e THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), il che ha evidentemente eroso, in maniera pesante, le scorte dei missili a lungo raggio e dei sistemi antiaerei più richiesti.

Carenze che hanno, di conseguenza, condizionato pesantemente le opzioni sul tavolo del presidente Donald Trump: come riportato dalla nostra testata il 3 agosto scorso, infatti, Trump ha dovuto sospendere gli attacchi pianificati contro l’Iran, dopo che i vertici del Pentagono lo hanno avvertito che una nuova escalation avrebbe potuto prosciugare in modo pericoloso le già ridotte scorte di missili intercettori Patriot necessari a difendere le basi americane in Medio Oriente.

E il Pentagono? Naturalmente ha sempre respinto le notizie relative all’esaurimento delle scorte belliche. Allo stesso tempo, però, Washington ha fornito un indizio non da poco, quando l’amministrazione Usa ha richiesto al Congresso decine di miliardi di dollari per coprire i costi della guerra contro Teheran e riempire gli arsenali. Un rapporto pubblicato in questi giorni dal think tank conservatore American Enterprise Institute ha peraltro gettato pesanti ombre sulla capacità industriale americana di tenere il passo con i ritmi della guerra contro l’Iran. Lo studio ha individuato «dipendenze critiche» nei piani del Pentagono, a cominciare dalla necessità di un’espansione significativa della capacità produttiva dell’industria della difesa, nonostante i (troppi?) milioni spesi.

Fonti:

Tara Copp e Noah Robertson, “U.S. Military Has Lost Roughly 25% of Its Reaper Drones as Iran War Depletes Arsenal,” Washington Post, 13 agosto 2026, https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/08/13/us-military-has-lost-roughly-25-its-reaper-drones-iran-war-depletes-arsenal/.

“Iran War Cost Tracker — Final Total: $113.3 Billion,” Iran Cost Ticker, consultato il 14 agosto 2026, https://iran-cost-ticker.com/.


L'articolo L’Iran presenta il conto della guerra: un drone Reaper su quattro perso, arsenali Usa al collasso proviene da InsideOver.

  •  

L’era dei droni cambia anche l’armata russa: il generale Lyamin all’incrocio tra esercito e industria

La decisione di Vladimir Putin di affidare al generale Denis Lyamin il comando delle nuove Forze russe per i sistemi senza pilota non rappresenta un semplice avvicendamento ai vertici militari. Segnala piuttosto la definitiva trasformazione della guerra in Ucraina in un laboratorio permanente della guerra tecnologica, nel quale la quantità, la velocità di produzione e la capacità di adattamento contano ormai quanto i carri armati, l’artiglieria e l’aviazione tradizionale.

Mosca prende atto che i velivoli senza pilota non sono più strumenti ausiliari, ma costituiscono un’arma autonoma, dotata di proprie catene di comando, strutture logistiche, centri di addestramento e apparati industriali. La scelta di Lyamin, proveniente dalle forze terrestri e già capo di stato maggiore del raggruppamento Centro, conferma inoltre che il nuovo comando dovrà essere strettamente integrato con le operazioni sul fronte del Donbass.

Il riferimento di Putin alla conquista dell’intera regione di Donetsk chiarisce la priorità operativa. I velivoli senza pilota dovranno sostenere l’avanzata russa individuando le posizioni ucraine, correggendo il tiro dell’artiglieria, colpendo veicoli e depositi e interrompendo le linee di rifornimento. La Russia intende trasformare una moltitudine di iniziative spesso nate dal basso in una forza centralizzata, capace di coordinare ricognizione, attacco, guerra elettronica e produzione industriale.

Una guerra combattuta sopra e dietro il fronte

Il campo di battaglia ucraino ha cancellato la distinzione tradizionale tra prima linea e retrovia. Velivoli economici possono distruggere mezzi dal valore di milioni, mentre apparecchi a lungo raggio raggiungono raffinerie, depositi, industrie militari e nodi ferroviari a centinaia di chilometri dal fronte. Anche Kiev ha creato un comando dedicato agli attacchi in profondità. Le due parti stanno dunque costruendo strutture quasi speculari. La guerra non è più soltanto una contesa territoriale: è una competizione tra sistemi industriali, reti informative e capacità di sostituire rapidamente uomini e materiali.

Sul piano militare, la centralizzazione russa può migliorare l’impiego coordinato dei mezzi senza pilota, ma presenta anche rischi. Una struttura più rigida potrebbe rallentare l’innovazione nata dalle unità operative, spesso capaci di modificare rapidamente apparecchi, frequenze e tecniche di attacco. Mosca dovrà conciliare il controllo dello Stato maggiore con la creatività dei reparti e dei produttori privati.

L’industria militare diventa un fronte interno

Gli attentati contro dirigenti e progettisti del settore mostrano che la guerra tecnologica si combatte anche lontano dalle trincee. L’esplosione dell’automobile di Vladimir Tkachuk, responsabile dell’azienda Uraldronzavod, e il ferimento del progettista Andrei Cherezov indicano la vulnerabilità dell’apparato produttivo russo.

Colpire un progettista o un imprenditore può avere effetti superiori alla distruzione di un singolo stabilimento. Significa eliminare competenze, interrompere reti di finanziamento, rallentare forniture e diffondere insicurezza tra tecnici e dirigenti. L’obiettivo strategico di simili operazioni, indipendentemente da chi ne sia responsabile, è trasferire il costo della guerra dalla periferia ucraina al cuore economico e industriale della Russia.

L’attentato nel centro di Mosca aggiunge un elemento ancora più destabilizzante. Sebbene non vi siano prove pubbliche sul mandante, l’episodio alimenta nella società russa la percezione che il conflitto possa penetrare nella vita quotidiana delle grandi città. Per il Cremlino diventa quindi necessario proteggere non soltanto generali e funzionari, ma anche scienziati, produttori, finanziatori e propagandisti collegati allo sforzo bellico.

Il costo economico della supremazia tecnologica

La creazione di una forza autonoma richiederà investimenti considerevoli. Serviranno stabilimenti, componenti elettronici, sistemi di comunicazione, motori, ottiche, apparati di disturbo e grandi quantità di personale specializzato. La Russia dispone di un’ampia base industriale, ma resta esposta alle restrizioni sulle tecnologie avanzate e alla dipendenza da componenti provenienti dall’Asia.

La guerra dei velivoli senza pilota favorisce tuttavia Mosca sotto un altro profilo: consente di compensare almeno parzialmente le perdite umane e di mezzi corazzati mediante strumenti relativamente economici. Il problema non è più soltanto costruire l’apparecchio, ma garantirne l’impiego in massa, la resistenza alle contromisure elettroniche e la sostituzione continua. Si consolida così un’economia di guerra fondata sulla produzione seriale e sul consumo accelerato. I sistemi vengono modificati nel giro di settimane, talvolta di giorni. Il vantaggio appartiene a chi riesce a raccogliere più rapidamente le informazioni dal fronte e a trasferirle alle fabbriche.

Una svolta destinata a superare il conflitto ucraino

La nuova forza russa non nasce soltanto per l’Ucraina. Mosca sta costruendo uno strumento destinato a entrare stabilmente nella propria dottrina militare. L’esperienza maturata potrà essere impiegata lungo i confini della NATO, nel Caucaso, in Asia centrale e nelle aree in cui la Russia mantiene basi o interessi strategici. La nomina di Lyamin indica quindi una trasformazione più profonda: il conflitto ucraino sta producendo una nuova organizzazione delle forze armate russe. I velivoli senza pilota diventano il punto di incontro tra industria, informazione, logistica e combattimento.

La Russia cerca di trasformare l’esperienza accumulata in superiorità strutturale. L’Ucraina, sostenuta dalle tecnologie occidentali, tenta di impedirlo colpendo anche la profondità economica e industriale dell’avversario. La guerra entra così in una fase nella quale non sarà sufficiente occupare terreno: vincerà chi saprà produrre, innovare, proteggere i propri tecnici e disorganizzare più velocemente il sistema nemico.

L'articolo L’era dei droni cambia anche l’armata russa: il generale Lyamin all’incrocio tra esercito e industria proviene da InsideOver.

  •  

Ruti Baidach, la rabbina che resta accanto ai palestinesi sotto attacco

«Sei anni fa, durante la pandemia, decisi di andare a visitare una piccola comunità beduina a cui l’esercito stava demolendo tende e infrastrutture. Rimasi sconvolta: un bulldozer passava sopra le tende e tutto ciò che contenevano, sopra grandi cisterne d’acqua, impianti solari, sacchi di mangime per le pecore. In poche ore l’intera vita di una comunità era stata distrutta». Inizia così la testimonianza di Rabbi Ruti Baidach, rabbina laica-umanista che dirige il consiglio direttivo di Rabbis for Human Rights: un’organizzazione umanitaria israeliana formata da 170 fra rabbini, studenti rabbinici e educatori. Il suo scopo è difendere i diritti dei palestinesi nei Territori occupati, delle minoranze, dei migranti e dei gruppi più vulnerabili. Opera con oltre mille volontari provenienti da Israele e da tutto il mondo, impegnati in quella che definiscono “presenza protettiva”: accompagnano i pastori palestinesi, sostengono le attività agricole, contribuiscono al ripristino dei terreni e delle fonti d’acqua e si impegnano in attività educative

VITA ha potuto ascoltare la sua testimonianza durante un incontro online con attivisti e supporter organizzato da Tzedek, una rete israeliana che cerca di contrastare la violenza dei coloni e lo sfollamento delle comunità palestinesi in Cisgiordania, dove la violenza sta aumentando in modo proporzionale in questa aggressiva campagna elettorale, guidata soprattutto dai ministri ed esponenti più estremisti della coalizione di governo: Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, che continuano a sottolineare l’urgenza di una “remigrazione” dai Territori palestinesi. 

Solo nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati più di mille attacchi contro le comunità palestinesi della Cisgiordania. Negli ultimi tre anni quasi 4mila palestinesi sono stati cacciati dalle loro case e 38 comunità hanno dovuto abbandonare le proprie terre dopo il 7 ottobre 2023

Secondo i dati citati dalla moderatrice della riunione in videocall, Inbal Arnon della rete Tzedek, solo nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati più di mille attacchi contro le comunità palestinesi della Cisgiordania. Negli ultimi tre anni quasi 4mila palestinesi sono stati cacciati dalle loro case e 38 comunità hanno dovuto abbandonare le proprie terre dopo il 7 ottobre 2023. Rabbi Ruti Baidach ha raccontato: «Ricordo una giovane madre allontanarsi dietro quello che restava di una cisterna d’acqua devastata per asciugarsi una lacrima, lontano dallo sguardo del marito e dei suoi bambini e giovani donne con le mani che tremavano in modo incontrollabile. Non sono più riuscita a lasciare sole quelle famiglie. All’inizio aiutavo a ricostruire le recinzioni per le pecore, portavo vestiti, un nuovo cane da pastore. Parlavo con le madri, bevevamo il tè, cercavamo di capire come aiutare i bambini, portavo telefoni che le donne potessero usare quando restavano sole nell’accampamento mentre gli uomini erano fuori a pascolare le greggi».

Rabbi Ruti Baidach, classe 1967, è nata e cresciuta con l’occupazione contro cui si è sempre battuta. Ma ha scoperto una rete di israeliani che accompagnavano i pastori palestinesi ogni mattina nella Valle del Giordano, quando i pascoli erano diventati un campo di battaglia. «Sono stata accolta in un gruppo che oggi si chiama Jordan Valley Activists. Nell’estate del 2023, prima del 7 ottobre, la pressione esercitata dagli avamposti dei coloni sulle comunità di pastori stava già aumentando rapidamente, incoraggiata dal governo israeliano. Entrai in un altro gruppo i cui membri dormivano in una comunità nella regione di Binyamin, in Cisgiordania». 

Pastori, famiglie e comunità sotto pressione

Dopo aver ricordato il brutale deterioramento delle condizioni nei Territori occupati, la moltiplicazione dei nuovi avamposti illegali dei coloni che considerano sacro il compito di cacciare i palestinesi dalla loro terra, ha raccontato alcuni gravi episodi a cui ha assistito recentemente: «Una volta ho accompagnato un pastore terrorizzato mentre faceva pascolare il suo gregge a cento metri da casa. Una settimana dopo sono tornata e ho trovato la sua tenda bruciata. Era fuggito con la moglie e i figli piccoli. Queste aggressioni fanno parte della pulizia etnica nella zona di Hamam al-Malih», ha detto, riferendosi alla piccola comunità palestinese del nord della Valle del Giordano, progressivamente svuotata nel 2026 dopo ripetuti attacchi dei coloni, minacce e pressioni che hanno obbligato le famiglie a lasciare la propria terra. «La notte di Purim ho dormito in un accampamento palestinese a soli 200 metri da un avamposto di coloni dove si stava svolgendo una festa e la gente si ubriacava. Accanto a me c’erano alcuni giovani palestinesi che sarebbero rimasti all’erta per tutta la notte. Dovevano proteggere le loro famiglie dalla violenza sapendo che, se avessero risposto con la violenza, avrebbero potuto passare anni in una prigione israeliana. Naturalmente con il rischio di subire torture». E poi ha rammentato con dolore quella mattina in cui è arrivata in una piccola comunità solo poche ore dopo un pogrom, così lo ha definito, che aveva incluso abusi sessuali e il furto del bestiame da parte dei coloni. Tutti gli uomini erano stati portati via durante la notte, perché bisognosi di assistenza medica. «Mi ritrovai con donne e bambini che non avevo mai incontrato, sole e terrorizzate dopo gli orrori che avevano subito nella notte. Da allora siamo rimasti molto legati, vado a trovarli ogni settimana». 

Far sentire la loro voce

Ruti Beidach racconta questi episodi in una conferenza online con attivisti, supporter dell’organizzazione (la cui filosofia si basa sulla convinzione che gli ebrei hanno l’obbligo di protestare contro qualsiasi ingiustizia inflitta a qualunque essere umano e di impedirla ogni volta che sia possibile) perché sa che la presenza protettiva non basta a salvare le comunità palestinesi ma può frenare la violenza dei coloni, mobilitando l’opinione pubblica in Israele e nel resto del mondo.  «L’esercito israeliano può demolire gli accampamenti e confiscare attrezzature essenziali, comprese le cisterne d’acqua nel pieno dell’estate, ma noi possiamo stare accanto a loro e far sentire la loro voce. Sono due cose che non smetteremo mai di fare», spiega a chi, collegato, le chiede cosa si può fare dall’Europa o dagli Stati Uniti, per fermare il terrorismo dei coloni. 

«Non li lasceremo soli nella loro sofferenza e continueremo a raccontare al mondo la loro situazione per creare una mobilitazione internazionale», spiega addolorata ma convinta che questo sia il dovere di ogni ebreo, nella speranza che alle elezioni del 27 ottobre 2026 ci possa essere un cambiamento politico. «Se il cambiamento atteso ci sarà, poi dovremo continuare a chiedere riparazione e giustizia nei confronti del popolo palestinese poiché questa violenza è legata al progetto di espansione degli insediamenti ed è il risultato inevitabile di un sistema in cui una popolazione gode di ampi diritti e privilegi mentre a un’altra vengono negati i diritti fondamentali».

In apertura, una delle attività in Cisgiordania dell’organizzazione umanitaria Rabbis for Human Rights. (Fotografie di Jacob Lazarus)

L'articolo Ruti Baidach, la rabbina che resta accanto ai palestinesi sotto attacco proviene da Vita.it.

  •  

Il Segretario Generale Alberto Lombardo al 19° Forum della World Association for Political Economy a Londra

Il segretario generale, compagno Alberto Lombardo, ha partecipato al 19° Forum del World Association for Political Economy, tenutosi all’università di Greenwich (Londra) dal 5 al 7 agosto.

Quest’anno il Forum è stato dedicato alla figura di Adam Smith nel 250° anniversario della pubblicazione della Ricchezza delle Nazioni. Il segretario ha partecipato con un articolo che riportiamo in italiano dal titolo “Adam Smith, war, and global financial flows”, che è stato presentato in due parti.

La prima nella sessione plenaria di giorno 6 e la seconda nella sessione specialistica del 7

Cliccando qui si può scaricare il testo dell’intervento

Condividi !

Shares

L'articolo Il Segretario Generale Alberto Lombardo al 19° Forum della World Association for Political Economy a Londra proviene da IL PARTITO COMUNISTA - Sito Ufficiale.

  •  

La Pace cambia l’economia

Si terrà sabato 5 settembre 2026 a Cernobbio (Sala di Via delle Cinque Giornate 5) il XVI Forum nazionale dell’altra Cernobbio, promosso dalla campagna Sbilanciamoci! insieme alla Rete Italiana Pace e Disarmo. Il titolo dell’edizione di quest’anno è “Un’economia di pace. Contro la guerra, un nuovo modello di sviluppo“.

Parteciperanno (clicca per scaricare il programma) economiste ed economisti, ricercatori, sindacalisti ed esponenti della variegata galassia delle associazioni che fanno parte delle due reti promotrici, alle quali aderiscono oltre 100 organizzazioni.

I temi affrontati quest’anno sono quelli della riduzione delle spese militari e della riconversione dell’industria bellica, delle conseguenze dannose delle guerre sull’economia e sulla vita delle persone, della necessità di un modello di sviluppo sostenibile e di qualità fondato sui diritti, la pace, l’ambiente. Faro per le organizzazioni promotrici è una politica di pace fondata sulla cooperazione e sulla democrazia internazionale, un’economia di giustizia, contro le diseguaglianze.

Il Forum si concluderà con gli impegni e le proposte verso la legge di bilancio 2027 e le elezioni politiche: al centro gli investimenti pubblici per la transizione ecologica, la riconversione del sistema produttivo, la sanità e l’istruzione pubblica, i servizi sociali per il welfare e l’accoglienza dei cittadini migranti.

“Mentre al workshop dello Studio Ambrosetti – affermano Cecilia Begal e Giulio Marcon, co-portavoce  di Sbilanciamoci- ci ripropongono da 40 anni le stesse ricette fallimentari che hanno fatto crescere diseguaglianze, guerre e peggioramento del clima, noi vogliamo dire che un’altra economia è possibile: quella fondata sulla pace, i diritti, la sostenibilità”

I lavori si articolano in due momenti: la mattina (ore 9.30-13.00) dedicata a “L’impatto della guerra sull’economia e la società”, con le sessioni sulla militarizzazione dell’economia e sulle conseguenze per la globalizzazione, il lavoro e le produzioni; il pomeriggio (ore 14.00-17.00) dedicato a “Le alternative dell’economia di pace”, con le sessioni su un’economia del lavoro, dell’ambiente e dei diritti e su un modello di sviluppo sostenibile.

La giornata si chiuderà alle ore 21.00 allo Spazio Gloria (Via Varesina 72, Como) con “Ho visto un Re…”, “concerto” teatrale di diverse compagnie contro i Re e le loro guerre, presentato da Dario Onofrio (Arci) e con l’intervento di Cecilia Begal, co-portavoce di Sbilanciamoci!.

L'articolo La Pace cambia l’economia sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

  •  

I mezzi e i fini di una politica di pace

Di che cosa parliamo quando parliamo di pace e guerra? Parliamo dei 240 mila morti nei conflitti armati del 2025, secondo il centro di documentazione Acled (acleddata.com/series/acled-conflict-index), nelle guerre di Israele in tutto il Medio Oriente e nel massacro dei Palestinesi a Gaza, nella guerra in Ucraina, nelle guerre civili in Sudan, Etiopia, Siria, Yemen e Myanmar e negli altri conflitti. Parliamo della superpotenza militare degli Stati Uniti che, dall’inizio della presidenza di Donald Trump nel 2025 ha effettuato attacchi militari in Iran, Siria, Iraq, Oman, Somalia, Nigeria, Venezuela, Ecuador, nel mar dei Caraibi, ha fornito armi per la guerra in Ucraina e ha minacciato di conquistare la Groenlandia. 

Queste guerre sono concrete, non sono “una condizione permanente dell’umanità” come sostiene Vito Mancuso sulla Stampa. Sono il risultato di rapporti di potere, di oppressione politica, di ingiustizie economiche e sociali e si moltiplicano oggi perché, con il declino dell’egemonia degli Stati Uniti, l’ordine internazionale lascia il posto a un “caos sistemico” in cui l’uso della forza militare diventa più praticabile. Sono anche il risultato delle corse a produrre – ed esportare – nuove armi: droni, missili, armi di precisione basate su sistemi digitali, di sorveglianza e spaziali. Le nuove tecnologie cambiano la natura della guerra,  aggravano l’escalation coinvolgendo altri paesi e obiettivi civili, la rendono “infinita” come stiamo vedendo nella guerra in Ucraina e in quella di Usa e Israele contro l’Iran.

L’Europa è una dei protagonisti di questa corsa alla guerra. Negli ultimi dieci anni – ben prima dell’invasione russa dell’Ucraina –  i paesi UE membri della NATO hanno aumentato la propria spesa militare dell’86% e l’Unione Europea vuole spendere in quattro anni 800 miliardi di euro per nuove armi. La scelta militare dei governi e delle élite europee è tracciata, quello che manca ancora è una società – in Europa e in Italia – capace di “passare a una mentalità di guerra”, che ritrovi “lo stomaco per la guerra”, come ci chiede Nathalie Tocci sull’Economist .

Già, perché le guerre trasformano le società da entrambe le parti, le rendono militarizzate e autoritarie, sopprimono gli spazi di democrazia e aprono alle spinte fasciste, come vediamo tanto negli Usa e in Israele quanto in Iran, tanto nella Russia di Putin, quanto nell’Ucraina nazionalista. In Europa stiamo riempendo arsenali che – con le elezioni del 2027 in Francia, Italia, Polonia, Spagna – potrebbero finire sotto il controllo di governi di estrema destra, ben lontani dalle prospettive di una politica comune di sicurezza in Europa.

Già, la questione della sicurezza. Le guerre si fanno e si preparano per dare “sicurezza” agli Stati e buona parte del dibattito la fa dipendere dalla quantità di armi che si possiedono. Nell’Europa che ha scatenato due guerre mondiali a partire da quella logica, qualche passo in avanti tuttavia era stato fatto. Negli anni sessanta e settanta, durante la distensione tra est e ovest, il concetto di sicurezza comune è stato il paradigma fondamentale per la pace e la stabilità nel continente: la mia sicurezza dipende dalla sicurezza dell’avversario; la guerra si allontana con i processi di disarmo, i trattati di controllo degli armamenti, una prospettiva di sviluppo economico comune fondato sulla cooperazione.

Erano le idee di John Maynard Keynes nel libro “Le conseguenze economiche della pace” del 1919, per ricostruire l’Europa dopo la prima guerra mondiale. E’ stato il modello – la coerenza tra il fine della pace e i mezzi del disarmo – che per decenni ha offerto al nostro continente un ordine politico di stabilità e integrazione. Messo poi in discussione dall’espansionismo della Nato, dai nazionalismi e dalle ambizioni militari della Russia di Putin, nel contesto di una crisi di sistema. E’ paradossale che mentre il riarmo europeo corre, la politica sia – da quattro anni – immobile: eppure, nessun aumento dei mezzi militari, per quanto grande, può compensare il vuoto della politica, la mancanza di una visione dei fini: come la pace e la sicurezza possano tornare nel nostro continente.  E’ questa la forza dell’idea della pace “Disarmata e disarmante” del nuovo libro di Papa Leone XIV e della Nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” di sei mesi fa. Le armi non risolvono i conflitti e non ci sono guerre giuste.

Infine, le guerre di oggi non sono isolate; l’attacco ucraino nel Mar Caspio contro una nave russa diretta in Iran ha reso evidente la saldatura che va emergendo tra i conflitti, illustrata bene da Francesco Strazzari sul Manifesto del 28 luglio. E’ la “terza guerra mondiale a pezzi” – denunciata fin dal 2014 da papa Francesco a Redipuglia – che diventa una sola. Un’escalation che potrebbe presto coinvolgere anche noi.

Di fronte al moltiplicarsi delle guerre, ci serve una visione globale e una coerenza tra mezzi e fini. La discussione – anche sul programma elettorale del “campo largo” per le elezioni del 2027 in Italia, potrebbe ripartire da qui.

Quest’articolo è apparso su Il Manifesto del 6 agosto 2026

L'articolo I mezzi e i fini di una politica di pace sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

  •  

CREMONA: IN SOLIDARIETÀ ALLE ARRESTATX DEL 16 GIUGNO

Riceviamo e diffondiamo: Il giorno primo luglio abbiamo manomesso una cabina elettrica. La fortuna ha voluto che una parte del centro di Cremona sia andata al buio. Niente luce in strada. Senza volto, si è diffuso un blackout durato qualche ora. L’energia è legata alla guerra, la guerra alla repressione e repressione vuol dire carcere. … Leggi tutto "CREMONA: IN SOLIDARIETÀ ALLE ARRESTATX DEL 16 GIUGNO"
  •  

Come possono finire le guerre nel Golfo e in Ucraina?

Come si esce dalle guerre? Come si trovano soluzioni a tensioni che possono far riaccendere i conflitti? In Iran come in Ucraina è questo il nodo che nessuno finora scioglie. Una lezione utile viene dal dopoguerra europeo, all’indomani di due guerre mondiali con radici nelle tensioni tra Francia e Germania. Nel 1950 il ministro degli Esteri francese Robert Schumann propose di non vietare alla Germania lo sfruttamento delle sue risorse di carbone e acciaio, fondamentali per lo sforzo bellico, ma di organizzarne la gestione congiuntamente alla Francia, in un quadro istituzionale aperto anche ad altri Stati europei. Schumann intuì che la produzione comune di carbone e acciaio avrebbe reso la guerra nel cuore dell’Europa non solo impensabile, ma anche materialmente irrealizzabile. Da questa Comunità europea del carbone e dell’acciaio si è poi sviluppata la Comunità economica europea, e in seguito l’Unione. Gestire insieme le risorse che erano alla base del riarmo ha consentito di impedire nuovi conflitti. 

La Fondazione Bourse&Bazaar – un think tank con sede a Londra specializzato in diplomazia economica – ha proposto il 10 luglio scorso un’iniziativa simile per il conflitto nel Golfo persico. L’idea è quella di non escludere l’Iran dal controllo dello Stretto di Hormuz, bensì di coinvolgerlo attraverso un’istituzione già esistente: la «Regional Organization for the Protection of the Marine Environment» (ROPME), attiva dal 1978 e di cui fanno parte tutti gli otto Stati che si affacciano sul Golfo Persico. L’estensione del mandato di questa organizzazione dalla tutela ambientale alla sicurezza regionale potrebbe essere finanziata attraverso la tassa sul transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, proprio come richiesto ora dall’Iran.L’idea mette insieme la richiesta di Teheran di un rinnovato riconoscimento della sovranità del Paese e l’esigenza dei sei paesi filo-occidentali membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) di garantire un passaggio sicuro attraverso lo stretto. Dare a quest’organizzazione regionale – la ROPME – l’autorità di gestire il flusso di navi nel Golfo potrebbe consolidare gli elementi di cooperazione già esistenti e ridurre le tensioni che hanno portato alla ripresa della guerra. Per legrandi petroliere si tratterebbe di una tassa di entità limitata, che consentirebbe di consolidare un’istituzione regionale che diventerebbe una sede di confronto e dialogo tra le parti in conflitto. E i paesi avversari dell’Iran hanno la loro organizzazione – il Consiglio di Cooperazione del Golfo – in cui possono sviluppare le proposte da discutere poi con Teheran all’interno della ROPME.

Possiamo promuovere in Europa un’iniziativa analoga per far finire la guerra in Ucraina? Al centro del conflitto in Ucraina c’è la contesa sulla regione del Donbass, per cui si dovrà immaginare, almeno temporaneamente, uno status di neutralità. Dopo quattro anni di guerra aperta e dieci di tensioni, è arrivato il momento di aprire un dialogo. Chi potrebbe negoziare e gestire sul piano istituzionale una soluzione del conflitto?Anche in Europa esiste da anni un’organizzazione di cui fanno parte tutti gli Stati europei, compresa la Russia: l’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, con sede a Vienna. L’OSCE prende decisioni all’unanimità, anche la Russia deve quindi approvarle. E analogamente al CCG per il Golfo persico, anche in Europa esiste una organismo i cui i paesi occidentali possono concordare le posizioni da portare poi in sede di OSCE: la Comunità Politica Europea, istituita da Macron nel 2022, che si è già riunita quattro volte e in cui Russia e Bielorussia non sono rappresentate. Dal punto di vista politico, la Comunità Politica Europea non rappresenta una novità. Tra il1970 al 1992 i paesi dell’Europa occidentale si riunivano nella Cooperazione Politica Europea per coordinare la propria politica estera. Erano i tempi del processo di Helsinki della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE), che ha reso possibile la distensione nell’ultima fase del confronto tra i blocchi, e la Cooperazione Politica Europea è stata uno strumento di rilievo i quel percorso.

Per di più, sulla questione ucraina, nel periodo 2014-2015 l’OSCE ha svolto un ruolo importante nella definizione degli accordi di Minsk I e II per la soluzione del conflitto nel Donbass; gli aspetti di sicurezza, tuttavia, non sono stati integrati da accordi più ampi di cooperazione politica ed economica; le parti in conflitto non hanno rispettato gli accordi e le tensioni si sono ulteriormente inasprite, sfociando nell’invasione russa del 2022.

Come per il carbone e l’acciaio del dopoguerra europeo, la soluzione ai conflitti per lo stretto di Hormuz e il Donbass può passare per un’istituzione in cui tutte le parti siano coinvolte. Ammesso però che ci sia la volontà politica e pressioni diplomatiche internazionali, anche da parte dell’Unione Europea e dell’Italia. Una richiesta in questa direzione era venuta dalla Lettera aperta all’Europa di un gruppo di intellettuali del maggio 2024 – tra cui Luciana Castellina, Peter Brandt, Carlo Rovelli, Wolfgang Streeck – che chiedeva alla Ue di impegnarsi per negoziati di pace tra Russia e Ucraina. Il testo era stato pubblicato dal Corriere della Sera e da giornali di molti paesi (https://sbilanciamoci.info/ucraina-russia-negoziare-adesso/). Di fronte alla prospettiva di altri anni – nel Golfo persico come in Ucraina – di attacchi devastanti con droni e missili, questa può essere una via per la pace.

L'articolo Come possono finire le guerre nel Golfo e in Ucraina? sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

  •  

Fu strage e genocidio. L’Italia fascista al fianco di Franco contro il popolo iberico

Durante la guerra civile spagnola (1936-1939) Barcellona fu pesantemente bombardata dalla Regia Aeronautica italiana. Le incursioni più gravi si svolsero nei giorni del 16, 17 e 18 marzo 1938 e provocarono oltre mille morti e la distruzione di decine di edifici.

L’azione fu ordinata da Mussolini in persona, allora capo del governo italiano e che godeva della fiducia del re, senza informare la Giunta golpista di Burgos.

La Regia Aeronautica era intervenuta in Spagna fin dai primi giorni del conflitto, su ordine diretto di Mussolini, che aveva inviato 12 bombardieri SM 81 con i relativi equipaggi e specialisti, per permettere l’invio in Spagna delle truppe marocchine agli ordini dei generali ribelli. Per evitare complicazioni internazionali, furono cancellati i simboli identificativi e i piloti furono dotati di documenti falsi. Una volta arrivati nel Marocco Spagnolo, gli equipaggi vennero arruolati nel Tercio de etranjeros, la Legione straniera spagnola, e costituirono il nucleo di quella che sarà chiamata l’Aviazione Legionaria.

Gli aerei che bombardavano Barcellona e Valencia provenivano dalle basi nelle isole Baleari. All’indomani dell’alzamiento dei generali fascisti contro la Repubblica (19 luglio 1936), nelle isole Baleari questi ultimi ottennero un successo, sopraffacendo le forze popolari. Ben presto da Barcellona, sotto la guida del Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste, furono organizzate spedizioni che portarono alla liberazione di Ibiza e Minorca, e a sbarcare nella stessa Maiorca (16 agosto1936), dove le forze fasciste stavano per essere sopraffatte. Per evitare che le Baleari tornassero sotto il controllo repubblicano, l’Italia fascista inviò nell’arcipelago il console della milizia Arconovaldo Bonacorsi (26 agosto 1936), alla guida di uno stormo di bombardieri e caccia, che ebbero rapidamente ragione dei miliziani (19 settembre 1936).

Il Bonacorsi impose alle Baleari la propria dittatura personale e compì massicce stragi fra i sostenitori della Repubblica, che secondo alcune fonti raggiungevano la cifra di tremila persone. I massacri compiuti dagli italiani e dai falangsti spinsero lo scrittore reazionario francese Georges Bernanos a condannare il franchismo nel suo libro “I grandi cimiteri sotto la Luna”.

Il governo fascista puntava all’annessione dell’arcipelago, come rivelò Camillo Berneri nel 1937 basandosi sui documenti trovati nel consolato italiano di Barcellona, all’indomani della sconfitta, in quella città, della ribellione fascista. Del resto, le isole erano state riempite di simboli fascisti come le aquile romane; la via principale di Palma di Maiorca fu ribattezzata “Via Roma”. Il governo italiano stabilì a Maiorca la principale base militare in Spagna. Le isole Baleari furono poste sotto la giurisdizione del Ministero della Marina Militare italiano.

Alla fine di ottobre 1936 la presenza militare italiana sull’isola ammontava a 12.100 unità e le bandiere italiane sventolavano sull’isola.

Furono più di settecento gli aerei che il governo fascista impiegò contro le forze repubblicane in Spagna, dal 1936 al 1939.

Accanto all’Aeronautica fu impiegata anche la Marina Militare: lo scopo era garantire la sicurezza dei convogli, come quelli che trasportarono l’armata d’Africa sul territorio metropolitano, e il rifornimento della zona nazionalista. A partire dall’estate del 1937 fu attuato il blocco dei porti repubblicani, con l’uso di sommergibili senza insegne, provocando l’affondamento di parecchie navi che portavano aiuti alla Spagna repubblicana.

Anche in questo caso Francia e Gran Bretagna misero in scena la commedia di una conferenza internazionale per la sicurezza della navigazione nel Mediterraneo, che si concluse con l’istituzione di pattuglie navali di controllo a cui avrebbero partecipato anche Italia e Germania, gli stati responsabili degli affondamenti, e da cui sarebbe stata esclusa l’Unione Sovietica, la principale vittima.

Dal 15 dicembre 1936 cominciò anche l’intervento di terra. Da quella data fu operativa la M.M.I.S. (Missione Militare Italiana in Spagna), composta da istruttori che avevano l’incarico di formare due Brigate Miste italo-spagnole nonché di fornire materiali e armi. Sotto questo nome, un primo contingente di 3000 soldati viene inviato a Cadice con un ponte aereo.

Il 17 febbraio 1937 la M.M.I.S. divenne il C.T.V. (Corpo Truppe Volontarie), composto in massima parte da volontari del Regio Esercito e della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, l’organizzazione degli squadristi. Complessivamente, il Corpo Truppe Volontarie arriverà a contare fino a 70.000 effettivi. L’importanza di tale contributo si capisce subito se si pensa che i generali golpisti, all’indomani del colpo di stato, disponevano di 80.000 uomini delle truppe regolari.

Nel febbraio del 1937, la divisione di camicie nere “Dio lo vuole” partecipa all’offensiva franchista su Malaga. L’apporto italiano è decisivo per la sconfitta repubblicana: oltre alle camicie nere, l’aviazione legionaria e la Marina Militare bombardano. Dopo la conquista di Malaga, una massa di 250.000 persone abbandona la città e si dirige verso Alméria, in territorio repubblicano, inseguita dalle camicie nere e dall’aviazione: i fascisti italiani compiono un massacro, assassinando dalle 5.000 alle 15.000 persone. È il peggior crimine contro i civili di tutta la guerra di Spagna.

Nel marzo 1937 truppe italiane composte da circa 35.000 unità sono impiegate nella battaglia di Guadalajara, con cui il generale Franco spera di conquistare Madrid. La volontà dei caporioni fascisti è chiara: alla vigilia dell’attacco, il generale Mario Roatta, che comanda il C.T.V., dirama una circolare in cui ordina di fucilare dopo la cattura gli italiani combattenti nelle fila della Repubblica. Dell’esecuzione di tale ordine il generale doverosamente informava i superiori romani con telegramma del 12 marzo 1937. Coerentemente Roatta alla vigilia di Guadalajara aveva esortato le sue truppe a non temere i decantati “internazionali”, trattandosi solo di “quelli stessi che i nostri squadristi hanno sonoramente legnato per le vie d’Italia”. Nonostante queste roboanti dichiarazioni, gli italiani subiscono una pesante sconfitta, perdendo 3.800 combattenti, tra morti, feriti e prigionieri. Il C.T.V. lascia sul terreno anche una grande quantità di armi e materiale: 65 cannoni, 13 mortai, 10 carri armati, 500 mitragliatrici e 3.000 fucili. A Guadalajara Mussolini è stato sconfitto da “quegli stessi” di cui parlava Roatta, dagli anarcosindacalisti di Cipriano Mera e dai comunisti di Lister.

Dopo la sconfitta di Guadalajara, le truppe inviate dal governo fascista italiano cominciano ad operare in unità miste spagnole e italiane.

Il Corpo Truppe Volontarie parteciperà alla battaglia di Santander (agosto-settembre 1937) e successivamente viene trasferito sul fronte aragonese, dove prese parte alla corsa verso il mare che nel 1938 spezzerà in due il territorio repubblicano.

Nel 1939 il C.T.V. partecipa alla conquista di Barcellona e di tutta la Catalogna. Alla notizia che sono stati presi anche molti italiani, anarchici e comunisti, Mussolini ordina di farli fucilare tutti, ed aggiunge: “I morti non raccontano la storia”.

L’intervento del governo italiano in Spagna è stato decisivo per la vittoria del generale Franco, ed è stato favorito e appoggiato dalle altre potenze imperialiste, che vedevano il pericolo della Spagna rivoluzionaria. Si è caratterizzato per una lunga striscia di sangue, di massacri di civili, per cui nessuno ha pagato. Finché è stato al potere Francisco Franco, il generalissimo aveva tutto l’interesse a nascondere la montagna di morti provocati dalla sua Cruzada; una volta che Franco è morto e il franchismo è caduto, il nuovo regime ha preferito aderire alla Comunità Economica Europea e mantenere buoni rapporti con l’Italia.

Che cosa significa ancora oggi l’intervento italiano in Spagna ce lo dice un sito antifascista catalano: genocidio. L’armadio delle stragi non comprende solo Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema: in quell’armadio c’è anche l’Amba Aradam, Barcellona, Maiorca, Malaga e così via. Che senso ha per lo Stato italiano chiedere il risarcimento alla Germania per i crimini di guerra del 1944-1945, se non si preoccupa di risarcire le vittime dell’aggressione alla Spagna nel 1936-39? Se non rende conto del blocco della costa mediterranea per impedire il traffico marittimo da e per la Repubblica; dei bombardamenti a tappeto nelle città per diffondere il terrore tra la popolazione civile; della distruzione sistematica delle infrastrutture civili lungo l’intera costa catalana e valenciana; dell’occupazione di Maiorca, con i massacri degli oppositori?

Alla fine della seconda guerra mondiale, alla conferenza di Parigi del febbraio 1947, l’Italia dovette pagare un risarcimento economico a Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica, Etiopia, Albania. Egitto e Libia avrebbero ricevuto un risarcimento in seguito. Le riparazioni sono ancora esecutive, con mezzi diplomatici e giudiziari, ma le vittime iberiche sono le uniche che non hanno ricevuto alcuna riparazione dai governi italiani che sono succeduti al regime fascista di Mussolini. Evidentemente trucidare un popolo realmente in grado di battersi contro il fascismo è considerato ancora oggi meritorio.

Tiziano Antonelli

L'articolo Fu strage e genocidio. L’Italia fascista al fianco di Franco contro il popolo iberico proviene da .

  •  
❌