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Giornalista chiede a Zelensky: “Si sente il capro espiatorio dei problemi di Trump?”. Lui rimane zitto, poi ride: “Ecco la mia risposta”| Video

Il tradimento di Trump nei confronti di Zelensky rischia di cambiare le sorti del conflitto russo-ucraino, con conseguenze dirette anche in Unione europea. Così, alla prima occasione utile, i giornalisti del Vecchio Continente hanno voluto chiedere al leader di Kiev quali fossero le sue impressioni dopo l’accordo sul gasolio tra Washington e Mosca e la richiesta del tycoon di un cambio al vertice nel suo Paese. Così, un reporter presente alla conferenza stampa a margine del Consiglio europeo di Bruxelles glielo ha chiesto direttamente: “Il presidente Trump si appresta ad affrontare delle difficili elezioni di midterm. La sua popolarità è molto bassa, i prezzi molto alti e la guerra iniziata in Medio Oriente non sta andando come lui voleva. Crede di essere stato trattato come capro espiatorio dei suoi problemi?”. A questo punto Zelensky tiene lo sguardo basso qualche secondo, poi lo alza, guarda i giornalisti e accenna una risatina, con la sala che scoppia a ridere. “Questa è la mia risposta“, ha concluso il presidente ucraino.

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Strage di Kharkiv, arrestato soldato russo. I servizi di Kiev: “Ha ucciso senza motivo”

“Li ho uccisi“. Questo Leonid Ryzhikov ha raccontato agli uomini del Servizio di sicurezza ucraino (SBU) parlando della strage avvenuta il 13 ottobre nella regione di Kharkiv. L’uomo, 36 anni, russo, originario di San Pietroburgo, avrebbe ucciso cinque soldati ucraini che si trovavano in una casa privata mentre non erano in combattimento e, secondo la procura, disarmati e in abiti civili. Alcuni addirittura dormivano. Nello stesso giorno, secondo l’accusa, Ryzhikov aveva ammazzato a sangue freddo anche un pescatore di 60 anni. Arrestato il 14 ottobre, l’uomo è accusato di crimini di guerra: ora rischia l’ergastolo. Ma nella ricostruzione restano ancora diversi punti oscuri.

La ricostruzione della SBU parte dalla storia personale del sospettato. Soprannominato “Yula”, Ryzhikov era stato mobilitato nell’esercito russo alla fine di luglio, dopo aver scontato otto anni di carcere per lesioni personali gravi e furto. Era stato assegnato al secondo battaglione del 1009° reggimento fucilieri motorizzati, appartenente alla 68ª divisione della fanteria motorizzata della 6ª armata russa. Tra il 5 e il 6 ottobre, riferiscono ancora i servizi, si trovava nelle posizioni russe nei pressi di Starytsia, nel distretto di Chuhuiv, quando era finito sotto il fuoco degli ucraini. A quel punto era scappato e, armato di un fucile automatico AK-74, si era diretto a piedi verso Kharkiv, nascondendosi nelle fasce boschive. Durante la fuga era entrato in una casa privata abbandonata, nella quale aveva rubato alcuni abiti civili.

Il 13 ottobre, vicino al villaggio di Mykhailivka, Ryzhikov avrebbe incontrato un uomo impegnato a pescare lungo un canale. La SBU sostiene che gli ha sparato senza alcuna ragione e poi ha spinto il corpo nell’acqua. “Avevo paura che mi denunciasse, tutto qui. L’ho ucciso e me ne sono andato”, ha raccontato Yula durante un interrogatorio del quale la Procura generale ha pubblicato un breve estratto video. “Se me ne fossi andato, lui avrebbe chiamato qualcuno dei militari e mi avrebbero preso”, ha aggiunto. L’uomo ha confermato anche di aver spinto il corpo nel canale dopo lo sparo.

La seconda parte del racconto è più oscura. Secondo la SBU, lo stesso giorno Ryzhikov è entrato in una proprietà privata a Momotove, dove si trovavano i cinque militari ucraini che “non stavano partecipando a operazioni di combattimento, non erano armati e indossavano abiti civili”. In quelle condizioni, sostiene l’intelligence di Kiev, erano protetti dalla Convenzione di Ginevra sulla protezione dei civili in tempo di guerra.

Nell’interrogatorio, Ryzhikov ha confermato di essere “entrato nel cottage” e di aver sentito che una persona era scappata. “Poi ha cominciato a tornare indietro, mentre io ero nel cottage in cui viveva. A quel punto non ho fatto niente. L’ho semplicemente ucciso”, ha raccontato, per poi aggiungere subito dopo: “L’ho ucciso, sono tornato indietro. Lì c’erano altri tre militari. Li ho uccisi, ho preso in fretta alcune cose”. A quel punto un altro militare gli avrebbe intimato di fermarsi. “Ho sparato e sono scappato”, ha proseguito l’uomo. “All’interno della casa c’era equipaggiamento militare?”, domanda un investigatore. “C’era – risponde Yula -. Dotazione tattica, munizioni“, ma anche “armi, giubbotti antiproiettile, elmetti e roba simile”. “Hai preso tutto?”. “Ho preso solo le cartucce che c’erano, ma il resto non l’ho toccato”.

Alla domanda su che cosa abbia fatto dopo gli omicidi, Ryzhikov ha risposto di aver proseguito verso Kharkiv. Gli agenti della sicurezza lo hanno arrestato nel quartiere di Saltivka e hanno rinvenuto l’AK-74. Rimangono senza risposta alcune domande, due in particolare: perché è entrato proprio in quella casa? E perché ha ucciso i cinque militari? Né la ricostruzione della SBU (che nel comunicato ufficiale scrive: “Senza alcun motivo, Ryzhikov sparò senza pietà a queste persone, alcune delle quali stavano semplicemente dormendo”), né lui lo spiega nello spezzone di video pubblicato. Non dice di essere stato attaccato, minacciato o riconosciuto, né descrive un confronto che possa spiegare l’inizio della sparatoria.

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La pace in Ucraina dipenderà dal riconoscimento dell’esigenza di sicurezza di entrambi i belligeranti

di Gerardo Ongaro

Il terzo (penultimo) anno, l’Università di Edimburgo ci mandò un anno accademico presso un’università russa. Io scelsi l’Università Linguistica di Mosca. L’occidente era un miraggio per una parte della popolazione che credeva ancora nelle “nostre” bugie. Questa atmosfera di entusiasmo si respirava specialmente tra i giovani negli alloggi universitari, dove risiedevo.

Fare amicizie era facile. Il bisogno degli studenti russi di parlare altre lingue facilitava la cosa. Con una studentessa, di quelle della Russia profonda, ebbi una relazione. Studiava tedesco, non sapeva l’inglese, dunque con lei dovevo parlare russo per forza: situazione ideale. Altre ragazze che studiavano inglese mi cercavano spesso, per amicizia e per praticare la lingua. Si capiva che molte di loro sognavano un futuro diverso dai loro genitori.

Io ero povero, ma le poche sterline che avevo in tasca valevano una montagna di rubli. Tuttavia, per aggiungere qualcosina al mio misero bilancio, davo lezioni private di italiano. Così, attraversavo quotidianamente Mosca in lungo e in largo, imparando a conoscere la città in tutti i suoi aspetti. La visione era devastante.

Era il periodo del presidente Yeltsin, della “Shock Therapy” (terapia d’urto) di Gaidar, una politica economica adottata per rendere la rivoluzione liberista irreversibile. Il popolo russo era sprofondato nella miseria. File di disperati, giovani e vecchi, affollavano i quartieri. Davanti ai loro piedi c’erano piatti, bicchieri, posate, oggetti di vario genere appartenuti alla famiglia nei secoli. Una volta, da una vecchietta comprai due piatti per pochi rubli. Vedevo in lei mia nonna Maria Rosa, conosciuta come la Mamma dei Partigiani durante la Resistenza; avrei voluto colmarla di baci, e di rubli, ma temevo di offenderla: lei non stava chiedendo la carità, stava vendendo le sue cose con dignità.

Intanto, mentre il popolo soffriva, non era raro vedere in una via del centro una giovane rock star scendere da una splendida limousine per inaugurare una boutique. Il contrasto era devastante. Questo fu il primo impatto del popolo russo con la nostra “democrazia”.

All’esperienza economica devastante di quegli anni, va aggiunta quella della minaccia militare. Quando studiavo presso l’Università Linguistica di Mosca, si vociferava dell’allargamento della Nato ai paesi dell’ex Patto di Varsavia. Ricordo il professore di scienze politiche esprimere preoccupazione, ma anche certezza che questo non sarebbe avvenuto. Per lui, e per il popolo russo, non sembrava logico, visto che la Russia si era ritirata dall’Europa dell’est e che con il presidente Yeltin la Russia era diventata amica dell’Occidente.

Quando alla fine del primo anno l’Università di Edimburgo ci mandò a Pietroburgo per un mese, ci fece alloggiare presso famiglie russe. La mia era composta da genitori, nonna e figlia. Chiacchieravo spesso con Бабушка (la nonna). Mi raccontò di lei bambina durante la Seconda Guerra Mondiale, nell’assediata Leningrado. Mi raccontò della paura, delle sofferenze…

Ancora vivida tra i russi è la memoria storica delle invasioni occidentali, l’ultima delle quali costò loro più di 20 milioni di morti, più della metà civili. Ancora vive sono alcune persone che hanno vissuto la tragedia. Nelle case russe, ci sono ancora le foto appese al muro dei loro parenti morti a causa dell’invasione nazista. L’avvicinamento ai loro confini della più grande potenza militare occidentale della storia, la Nato, richiama ricordi terrificanti. Vedere il governo ucraino costruire monumenti a ricordo di personaggi di quel paese che si unirono ai nazisti contro il popolo russo, vedere i resti di quei personaggi accolti come eroi, li fa rabbrividire.

La tragedia economica liberista della Shock Therapy e la minaccia militare occidentale hanno prodotto Putin. Per il popolo russo, lui ha ridato dignità al paese. Le trattative per la pace non possono prescindere dal riconoscimento dell’esigenza di sicurezza di entrambi i belligeranti.

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“Sensi del Pd vuole più armi per Ucraina con un governo di centrosinistra? Gliele porti lui personalmente”. La risposta di Silvestri (M5S) alle parole del senatore dem

“Con governo progressista invieremo armi per davvero”. “A patto che gliele porti lui personalmente, se le carica e gliele porta”. Alle parole del senatore del partito Democratico, Filippo Sensi, sull’invio di armi con un governo di centrosinistra, “Conte vuole discontinuità sull’Ucraina? Sono d’accordo: con il governo progressista invieremo armi per davvero”, replica Francesco Silvestri del Movimento 5 Stelle.

“C’è già un governo che invia armi, può unirsi a loro se vuole, non c’è nessun problema, io credo invece che un governo progressista debba fare l’esatto contrario di quello che ha fatto la meloni, Salvini e Tajani fino a questo momento – ovvero – smettere di inviare armi per aiutare gli ex colleghi di Crosetto e invece credo che dobbiamo aiutare quella parte di Europa che vuole dialogare con Putin per cessare una guerra che sta massacrando le nostre economie. Se lui (Sensi, ndr) si diverte tanto ad inviare armi lo può fare in forma personale o può aiutare questo governo a farlo. E’ legittimo”.

Con il Partito Democratico continueranno le differenze sul come sostenere l’Ucraina, se sotenererla anche militarmente? “O come danneggiare l’Ucraina – ribatte Silvestri – perché per me non è un diverso modi di aiutare l’Ucraina. Dopo quattro anni se continui a mandare armi e non gli dai sostegno stia peggiorando quelle che sono le condizioni degli ucraini e che gli ucraini stessi vogliono cambiare”.

“Parliamo di cose serie, noi siamo felicissimi come 5 Stelle di aver fatto un lavoro diplomatico importante all’interno della coalizione di centrosinistra per essere arrivata ad una mozione (quella sul Documento Programmatico di Finanza Pubblica, ndr) che dice basta riarmo, come coalizione, quindi Pd, riformisti, non riformisti, tutte le correnti del mondo e anche Italia Viva, sul no al 5% del Pil in spese militari, siamo contenti. Ma io – prosegue l’ex capogruppo dei deputati pentastellati – se riuscissi a portare su questa nostra posizione anche la Meloni sarei contento. Qui non faccio differenze Renzi, Meloni, Salvini. Se io riesco a portare tutte le forze politiche a dire il patto che ha firmato la Meloni del 5% è una boiata e ci massacrerà, non lo facciamo e no alle spese del riarmo, se il 5 Stelle è riuscito a farlo con la coalizione progressista, se riuscisse a farlo in tutto il Parlamento probabilmente sarebbe probabilmente il più grande atto della storia del Movimento perché stiamo andando verso un muro economico e sociale e stiamo anche accelerando”.

Il tema Ucraina è la spia che bisogna accelerare sul programma condiviso all’interno della coalizione progressista? “No. Il danno vero di questa storia dell’Ucraina sta facendo sembrare che 5 Stelle, Pd e Avs non abbiano un programma condiviso. Visto che c’è un problema, una divisione sembra che noi non abbiamo niente in comune, questo è il più grande danno. In realtà non è così. Noi abbiamo lavorato in questi quattro anni in maniera forte insieme, abbiamo trovate tante soluzioni sulla casa, sul diritto all’abitare, sul salario minimo e trovato anche tante altre soluzioni che vorremmo mettere in pratica, c’è questa decisione, è vero che è abbastanza netta”.

Come risolverla? “Con le primarie. Se c’è una divisione, visto che l’asse progressista non è solo dei suoi segretari, ma è anche degli elettori e se gli elettori possono darci un’indicazione, magari anche contro quello che dice il Movimento 5 Stelle ma perché non sfruttare la democrazia anche per capire l’indirizzo politico, cioè perché limitarsi a considerare la democrazia un esercizio che elegge un capo piuttosto che un altro, molte volte – conclude Silvestri – la democrazia può essere uno strumento per capire in che direzione andare. Quindi credo che le primarie saranno un buono strumento per questo”.

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“Conte vuole discontinuità sull’Ucraina? Sono d’accordo, con il governo progressista invieremo armi per davvero”. Così il senatore Pd Filippo Sensi

“Ha ragione Giuseppe Conte a volere discontinuità sull’Ucraina. Siccome l’attuale governo non dà armi da più di un anno, come ha detto peraltro in una trasmissione televisiva, vantandosene, Claudio Borghi, quindi certo che c’è bisogno di una discontinuità e un governo di centrosinistra che voglia dirsi tale, che non è il governo della Le Pen, di Vannacci e di tutti quelli che hanno posizioni filorusse, dovrà dare le armi all’Ucraina”. A parlare così è il senatore del Partito Democratico Filippo Sensi.

Dichiarazione che allontana Pd e Movimento 5 Stelle? “Non c’è alcuna divisione. Le armi all’Ucraina continueranno ad essere date. Uno può dire tutto quello che vuole, opinioni tutte rispettabili, quindi Conte può dire quello che gli pare sulle armi all’Ucraina, sicuramente le armi all’Ucraina continueranno ad essere date”.

Sensi è uno dei parlamentari dem che ieri mentre Meloni parlava di Ucraina ha applaudito il presidente del Consiglio. “Ho applaudito le sue parole, non trovo condivisibile che alle parole non seguano i fatti. I decreti armi e di sostegno all’Ucraina ancora latitano. Oggi ho sentito Tajani dire ‘presto il decreto armi’, presto siamo ad ottobre, questo vuol dire che da inizio anno non abbiamo dato nulla se non dei generatori, importanti, ma con i generatori non ci si protegge dalle bombe e dai missili che sparano i russi – e conclude – io dico che il partito Democratico è stato e starà sempre per il sostegno all’Ucraina, sostegno politico, civile, economico e militare”.

Ma le divisioni sul come sostenere l’Ucraina ci sono anche all’interno della maggioranza e del governo guidato da Giorgia Meloni. Proprio ieri mentre il presidente del Consiglio, in Parlamento, ribadiva il sostegno all’Ucraina; il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini affermava che non si può continuare ad inviare miliardi all’infinito e che serve una svolta diplomatica. Segnale di queste diverse vedute all’interno dei partiti di maggioranza è il decreto armi che, annunciato per lo scorso luglio, ad oggi, ancora non è stato varato. Il Ministro della Difesa Guido Crosetto, alle domande dei cronisti, uscendo da Palazzo Madama affida un laconico: “lo vedrete quando arriverà”.

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