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Sudan, l’ombra dell’Etiopia dietro il sostegno militare ai ribelli

Sudan

Un documento realizzato dalla statunitense Yale School of Public Health ha documentato che le Forze di Difesa Nazionali Etiopi (ENDF), vale a dire l’esercito di Addis Abeba,  avrebbe fornito armi ed equipaggiamenti alle milizie ribelli sudanesi delle Forze di Supporto Rapido. Il materiale satellitare mostra veicoli modificati e riverniciati per essere poi spediti oltre confine, nella regione sudanese nel Blue Nile, dove i ribelli al comando del generale Hemeti ne prenderebbero possesso. I pick-up armati con mitragliatrici tattiche sono diventati un’arma d’assalto per le Forze di Supporto Rapido nella battaglia per il controllo del Blue Nile e i rifornimenti arriverebbero dalla base etiope di Asosa, a pochi chilometri dal confine fra le due nazioni. Questa base aerea rappresenta un fronte strategico cruciale nella guerra tra l’esercito sudanese (SAF) e le RSF, alleate nella zona con la fazione dell’SPLM-N di Abdelaziz al-Hilu, un signore della guerra locale che si è schierato con i ribelli. I governatici del generale Abdel-Fattah al Burhan stanno cercando di riprendere il controllo delle regione da mesi e stanno martellando con i droni le piazzaforti rimaste ancora ai ribelli.

Da oltre tre anni il Sudan è dilaniato da una feroce guerra civile che ha provocato circa 200.000 morti e almeno 13 milioni di sfollati. Oggi i cosiddetti governativi controllano circa il 70% del territorio nazionale, ma restano sacche di resistenza nel Blue Nile e nel Kordofan, mentre il Darfur è totalmente nelle mani dei miliziani guidati da Hemeti. Mohamad Hamdam Dagalo, detto Hemeti, era il vice di al Burhan fino a quando il capo della giunta militare ha cercato di assorbire nell’esercito nazionale i suoi paramilitari, considerati un pericoloso potere alternativo allo Stato. Da quel momento è cominciato una delle guerra più feroci della storia del continente africano che ha visto come principale terreno di scontro la capitale Khartoum diventata un campo di battaglia con la popolazione prigioniera degli scontri. Per mesi si è combattuto quartiere per quartiere con l’aviazione sudanese, rimasta fedele ad al Burhan, che martellava le aree sotto controllo dei ribelli come Bahri e Khartoum North.

La guerra e il risiko geopolitico

La capitale provvisoria era stata spostata a Port Sudan, in una regione rimasta sempre saldamente nelle mani dei governativi e Khartoum era stata quasi rasa al suolo. Da inizio anno l’esercito sudanese ha riconquistato la capitale costringendo i ribelli a ripiegare su zone più facili da difendere. L’offensiva della Forze di Supporto Rapido si era così concentrata sul Darfur, già teatro di un genocidio all’inizio degli anni 2000, espugnando l’ultima città fedele al governo e massacrando la popolazione che aveva opposto resistenza e consolidando il controllo di tutta la regione nella quale minacciano la secessione. Oggi la situazione appare catastrofica quasi ovunque ed i 13 milioni di sfollati, fra interni ed esterni, vivono in condizioni drammatiche. Le nazioni confinanti come Ciad, Sud Sudan, Eritrea ed Etiopia non sono in grado di reggere l’urto di centinaia di migliaia che hanno bisogno di tutto. Le Nazioni Unite hanno aperto fascicolo su entrambi i contendenti accusandoli di crimini di guerra, ma ormai da mesi esistono ufficialmente due governi che si accusano a vicenda.

Nella terribile guerra sudanese non mancano le ingerenze internazionali che hanno trasformato Khartoum in un risiko geopolitico. Le Forze di Supporto Rapido sono finanziate dagli Emirati Arabi Uniti che attraverso un piccolo aeroporto del Ciad riforniscono di armi e soldi i miliziani di Hemeti. I governativi hanno come principale mentore l’Egitto ed ogni settimana al Burhan vola al Cairo dal suo alleato al Sisi per stabilire insieme la strategia. Anche l’Arabia Saudita appoggia l’esercito sudanese con cospicui finanziamenti, mentre la Russia ha rifornito entrambi i combattenti. Il Sudan è allo stremo, ma non è in programma nessun incontro per un cessate il fuoco. I due comandanti si accusano reciprocamente e hanno già emesso una sentenza di morte per l’avversario, mentre le Nazioni Unite non riescono a trovare un accordo per inviare una missione che possa interporsi fra di loro in difesa di un popolo disperato.  

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