Modalità di lettura

Colesterolo e salute del cuore, i cinque cibi promossi: lo studio

(Adnkronos) –  

Una cinquina per tenere a bada il colesterolo e migliorare la salute del cuore, riducendo i rischi cardiovascolari durante l’invecchiamento e il pericolo di infarto. Riflettori accesi sui polifenoli, composti organici di origine vegetale, ampiamente noti per le loro potenti proprietà antiossidanti e antinfiammatorie. 

Uno studio recente del King’s College di Londra evidenzia che un maggiore consumo di alimenti ricchi di polifenoli è stato associato a una migliore salute cardiaca, sottolineando in particolare la funzione di scudo svolta da composti vegetali chiave come flavonoidi e acidi fenolici. 

 

Lo studio, pubblicato su BMC Medicine, ha monitorato oltre 3.100 adulti, sulla base dei dati raccolti da TwinsUK, il database che contiene dati relativi ai gemelli adulti nel Regno Unito, per oltre dieci anni. Nel quadro generale, le diete ricche di determinati gruppi di polifenoli sono collegate a livelli di pressione sanguigna e colesterolo più sani, con una conseguente riduzione del rischio rischio cardiovascolare. 

Per la prima volta, i ricercatori hanno anche valutato un ampio insieme di metaboliti contenuti nelle urine. Questi biomarcatori hanno mostrato che le persone con metaboliti dei polifenoli presenti in misura più rilevante (in particolare quelli legati ai flavonoidi e agli acidi fenolici) avevano punteggi di rischio cardiovascolare più bassi e tendevano anche ad avere anche livelli più elevati di colesterolo HDL, noto anche come colesterolo ‘buono’. 

I ricercatori hanno osservato che, sebbene il rischio cardiovascolare aumenti con l’età, i soggetti che hanno scelto un’alimentazione ricca di polifenoli hanno sperimentato un aumento più lento del rischio durante il periodo di follow-up di 11 anni. 

 

L’analisi ha consentito di individuare gli alimenti da inserire in un regime alimentare funzionale alla salute cardiovascolare: frutti di bosco, olio d’oliva, cacao, frutta secca e cereali integrali. Promossi anche tè e caffè, da assumere con moderazione e senza eccessi. 

La professoressa Ana Rodriguez-Mateos, docente Nutrizione Umana al King’s College di Londra e autrice dello studio, afferma che “i nostri risultati mostrano che l’aderenza a lungo termine a diete ricche di polifenoli può rallentare sostanzialmente l’aumento del rischio cardiovascolare mentre l’età avanza. La scelta di puntare su alimenti come frutti di bosco, tè, caffè, frutta secca e cereali integrali può contribuire a proteggere il cuore nel tempo”. 

Per il professor Yong Li, coinvolto nella realizzazione dello studio, “la ricerca fornisce solide prove del fatto che includere regolarmente alimenti ricchi di polifenoli nella dieta è un modo semplice ed efficace per supportare la salute del cuore. Questi composti vegetali sono ampiamente disponibili negli alimenti di uso quotidiano: questa è una strategia pratica per la maggior parte delle persone”. 

 

 

 

 

 

cronaca

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

Rigore allo scadere, ma Brahim Diaz sbaglia il cucchiaio: clamoroso in finale di Coppa d’Africa

(Adnkronos) –
Clamoroso in finale di Coppa d’Africa. Negli ultimi minuti della partita di oggi, domenica 18 gennaio, tra Marocco e Senegal, sul punteggio ancora fermo sullo 0-0, Brahim Diaz ha sbagliato un calcio di rigore provando a battere Mendy con un improbabile pallonetto, parato dall’ex portiere del Chelsea. Succede tutto al 96′ minuto, in pieno recupero, quando un giocatore del Marocco finisce a terra in area dopo un contrasto con un avversario. L’arbitro lascia inizialmente correre, ma viene richiamato dal Var e dopo revisione assegna il calcio di rigore. 

Seguono proteste roventi dei giocatori del Senegal, con pioggia di ammonizioni e caos allo stadio, tanto che la partita deve essere sospesa per rischio disordini. Una volta riportata la calma, ben 27 minuti dopo il novantesimo, sul dischetto si presenta Brahim Diaz. L’attaccante del Real Madrid, passato anche per la Serie A dove ha vestito la maglia del Milan, prende la rincorsa e prova un’improbabile ‘cucchiaio’, che però non inganna Mendy. 

Il portiere del Senegal resta infatti immobile e blocca il tiro di Diaz, che si dispera del dischetto mentre i giocatori, e i tifosi, avversari esultano. La partita prosegue quindi ai supplementari, dove è proprio il Senegal, per la legge più antica del calcio, a trovare il gol del vantaggio con Gueye. 

 

sport

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

Anguillara, corpo di Federica Torzullo era in una buca ricoperta di rovi. Marito fermato per omicidio aggravato

(Adnkronos) – E’ stata la giornata della svolta sul caso di Anguillara. Il cadavere della 41enne Federica Torzullo è stato ritrovato domenica 18 gennaio in un terreno vicino alla ditta del marito Claudio Carlomagno, dopo giorni di ricerche. Il cadavere era stato sepolto in una buca con un mezzo meccanico e ricoperto di rovi in un fondo vicino a quello in cui ha sede la ditta di movimento terra della famiglia Carlomagno. L’uomo, rende noto il procuratore di Civitavecchia Alberto Liguori, è stato fermato per omicidio aggravato. Il riconoscimento della donna, che era scomparsa dall’8 gennaio, è avvenuto grazie agli indumenti e agli oggetti che aveva addosso. Il ritrovamento è avvenuto nella via comunale di San Francesco. 

Tracce di sangue sono state trovate anche nella cabina armadio, sul mezzo meccanico e sui vestiti da lavoro. Per la procura è incongruente la ricostruzione del marito sui suoi movimenti. 

 

“Manca l’arma del delitto” e “Carlomagno, se libero”, si legge nella nota della procura, “potrebbe ostacolarne la ricerca, nonostante nell’immediatezza la Procura di Civitavecchia abbia sequestrato l’abitazione, le autovetture e l’azienda”. “Per tali ragioni la Procura di Civitavecchia in data odierna ha proceduto al fermo di Carlomagno”. 

 

All’interno della macchina di Agostino Claudio Carlomagno “sono state repertate tracce di sangue, compreso il bagagliaio e varie tracce biologiche nel vano dell’auto; tracce di sangue sui vestiti da lavoro dell’indagato, sul pavimento dell’ingresso, nella cabina armadio della camera da letto di Federica, sul manico del badile e sul mezzo meccanico all’interno del magazzino della ditta di famiglia e, infine, su un asciugamano trovato all’interno di una cava per inerti”.  

 

Il procuratore di Civitavecchia Alberto Liguori mette l’accento in una nota sull’incongruente “ricostruzione, fornita dall’indagato, sia in sede di denuncia che in sede di sommarie informazioni”. Non è vero, si sottolinea nella nota del procuratore, che l’uomo la mattina del 9 gennaio non è tornato a casa dal lavoro “in quanto le telecamere lo immortalano, mentre fa rientro” ne’ che ha “trascorso la giornata recandosi nei posti dallo stesso indicati, lo smentisce la geolocalizzazione dell’autovettura utilizzata in posti diversi”. Secondo la ricostruzione della procura “è vero, invece, che Federica non esce da casa dalle ore 19,30 dell’8 gennaio e che invece l’indagato lo farà giorno 9 gennaio alle 7,30 per recarsi al lavoro per pochi minuti, per poi far rientro in casa, differentemente da quanto sostenuto dal Carlomagno quando ha affermato che in casa non aveva fatto rientro nonostante convinto di avervi lasciato il portafoglio”.  

“L’indagato si porta sul posto di lavoro presso la ditta familiare, trasportando con la sua macchina il corpo di Federica che, nel frattempo, aveva già ucciso in casa tra la ultime ore dell’8 gennaio e le prime luci del 9 gennaio”. A testimoniarlo, si legge nella nota, c’è anche il fatto che “il cellulare dell’indagato e quello di Federica sono localizzati nella zona della ditta e alla guida della macchina c’è solo il marito”. Il cellulare di Federica Torzullo non è stato ancora trovato. 

 

“So che era sua intenzione recarsi autonomamente in caserma, ma fondamentalmente è stato arrestato prima” ha detto l’avvocato Andrea Miroli, legale di Carlomagno.  

cronaca

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

“Sillabario contemporaneo”, saggio di Davide Morelli…

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Ho raccolto in questi giorni una piccola parte dei miei scritti. Ho pensato di farne una sorta di piccolo vocabolario di poco più di 170 termini per descrivere la civiltà occidentale.  L’ho raccolto in un libro e l’ho intitolato “Sillabario contemporaneo”. Tratto delle dinamiche psicologiche,  sociali, politiche, religiose, mediatiche,  economiche,  filosofiche, etc etc in modo comprensibile. Ho trattato di quelle che a mio modesto avviso sono le leggi che governano il mondo e di quelli che sono i problemi dell’umanità. Alcune voci sono di alcune pagine, mentre altre sono di quindici o venti righe. Ci sono molte cose attendibili. Naturalmente

L'articolo “Sillabario contemporaneo”, saggio di Davide Morelli… sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

  •  

Spagna, deragliano due treni in Andalusia: morti e feriti

(Adnkronos) – Il deragliamento di due treni ad alta velocità ad Adamuz nella zona di Cordoba nel pomeriggio di oggi, domenica 18 gennaio, ha provocato diversi feriti e possibili vittime, secondo la Guardia Civil. Sebbene le prime notizie suggeriscano che potrebbero esserci due morti, le stesse fonti invitano alla cautela fino a quando non verrà confermata la notizia. I servizi di emergenza sono intervenuti sul posto e stanno aiutando a salvare i passeggeri intrappolati. Circa 300 persone erano a bordo dei treni.  

Il gestore dell’infrastruttura ferroviaria spagnola, Adif, ha segnalato il deragliamento di un treno Iryo partito da Malaga alle 18,40 e diretto alla stazione di Puerta de Atocha a Madrid. L’incidente è avvenuto appena 10 minuti dopo la partenza, al binario morto di Adamuz, dove il treno deragliato ha attraversato la linea adiacente, colpendo le carrozze 7 e 8 di un altro treno diretto a Huelva.  

I passeggeri di entrambi i treni sono stati evacuati, secondo Adif, e sul posto sono intervenute squadre di emergenza e vigili del fuoco. Hanno confermato i feriti, ma non il numero. Il servizio ferroviario ad alta velocità tra Madrid e l’Andalusia è sospeso a causa dell’incidente. Il servizio sul resto della rete ferroviaria funziona normalmente. Il ministro dei Trasporti, Óscar Puente, si è recato al centro di emergenza H-24 della Renfe presso la stazione di Atocha a Madrid per monitorare la situazione.  

internazionale/esteri

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

Gomitata in campo all’avversario, calciatore arrestato in Galles

(Adnkronos) –
Follia in Galles. Un giocatore di terza divisione ha tirato una gomitata in pieno viso a un avversario, al momento della battuta di una rimessa laterale, scatenenando un caos che ha portato all’arresto dello stesso calciatore. È successo tutto durante Treaddur Bay-Porthmadog, quando Tom Taylor, nel club dal 2024, ha colpito, senza nessun apparente motivo se non quello di ottenere un vantaggio in campo sull’avversario, Danny Brookwell, ma rimanendo impunito, visto che l’arbitro non ha visto la gomitata, salvandolo così da espulsione certa. 

Il gesto ha creato grande scalpore in Galles, tanto che il suo stesso club si è dissociato e ha provveduto a sospendere il giocatore: “Il Trearddur Bay Football Club non tollera alcuna forma di violenza e riconosce che l’incidente non avrebbe dovuto verificarsi”, si legge in un comunicato ufficiale dopo che il caso è scoppiato su X, “il club porge le sue più sincere scuse al giocatore avversario coinvolto, al Porthmadog, agli ufficiali di gara, ai tifosi e all’intera comunità calcistica”. 

 

 

“Il club collaborerà pienamente con qualsiasi indagine esterna o procedimento disciplinare e non rilascerà ulteriori commenti in questo momento finché queste questioni saranno in corso”. La polizia ha infatti arrestato Taylor per aggressioni, dichiarando che un uomo di 35 anni si trova al momento in custodia: “Gli agenti hanno svolto indagini per stabilire le circostanze dell’incidente… le indagini sono in corso e chiediamo ai cittadini di non fare supposizioni mentre le indagini proseguono”. Brookwell, dal canto suo, ha rimediato una commozione celebrale. 

 

sport

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

Uomo investito da treno alla stazione di Firenze Campo di Marte: circolazione rallentata, ritardi di 60 minuti

Un uomo è stato investito da un treno nella stazione di Firenze Campo di Marte dopo le 19 al binario 3. Secondo quanto appreso, si tratta di un gesto autonomo, di un tentato suicidio. Sul posto è intervenuta la Polfer per gli accertamenti di polizia giudiziaria. L’incidente ha provocato ritardi per molti convogli nel nodo di Firenze, in particolare sulla linea Firenze-Roma e sulle lunghe percorrenze Roma-Milano.

“La circolazione permane fortemente rallentata per accertamenti dell’Autorità Giudiziaria a seguito dell’investimento non mortale di una persona a Firenze Campo Marte”, si legge sul di Trenitalia. Il treno coinvolto è un Frecciarossa partito da Napoli e diretto a Gorizia. “I treni Alta Velocità e Intercity, alcuni dei quali instradati sulla linea convenzionale, e Regionali possono registrare un maggior tempo di percorrenza fino a 60 minuti“, scrive ancora Trenitalia.

L'articolo Uomo investito da treno alla stazione di Firenze Campo di Marte: circolazione rallentata, ritardi di 60 minuti proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Leao segna in contropiede, l’arbitro annulla: cos’è successo in Milan-Lecce

(Adnkronos) – Episodio arbitrale in Milan-Lecce. Nella sfida di oggi, domenica 18 gennaio, valida per la 21esima giornata di Serie A, i rossoneri si sono visti annullare un gol per fuorigioco. Succede tutto al 9′ del primo tempo. Pulisic vede il taglio di Leao e lo serve alle spalle della difesa salentina, il portoghese si presenta così solo davanti a Falcone e lo batte con un morbido pallonetto, andando a esultare sotto i suoi tifosi. 

Immediata però la bandierina alzata dell’assistente, con l’arbitro Zufferli che annulla la rete. Le immagini mostrano infatti la posizione irregolare di Leao al momento del tocco di Pulisic, con il portoghese che è partito quindi oltre l’ultimo difensore del Lecce. 

 

sport

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

Subito Malen, la Roma sfata il tabù Torino e si prende il quarto posto

TORINO (ITALPRESS) – Con il primo gol in giallorosso di Donyell Malen e il ritorno alla rete di Paulo Dybala: la vince così la Roma a Torino contro gli uomini di Marco Baroni, che in stagione avevano battuto due volte su due i giallorossi. All’Olimpico granata finisce 0-2 con la squadra di Gasperini che tiene il passo del Napoli, portandosi a -1 dai partenopei e allungando a +3 sulla Juventus, sconfitta ieri a Cagliari. Senza Ferguson e Dovbyk, infortunati, tocca a Malen, approdato a Trigoria quattro giorni fa e schierato immediatamente titolare. L’impatto dell’olandese (che compirà domani 27 anni) è subito devastante. Al 23′ va in gol dopo un gran dribbling in area, ma il Var cancella tutto per una posizione irregolare sul tocco di Dybala. L’intesa con l’argentino è già totale: appena tre minuti dopo, ancora su invito della Joya, Malen mette in mostra il resto del repertorio. Non solo strappi e velocità, ma un controllo fulmineo seguito da una conclusione chirurgica che vale il vantaggio giallorosso. Dopo un primo tempo opaco, il Toro si rende subito pericoloso ad inizio ripresa: Vlasic crossa dalla sinistra, Lazaro arriva a calciare ma Svilar è attento e blocca a terra in tuffo. La Roma abbassa i ritmi, ma raddoppia al 72′. Mancini accompagna un’azione d’attacco e rimette in vita una respinta di Paleari, Rensch crossa al centro per Dybala che tocca in rete e torna al gol in campionato dopo quasi tre mesi. La partita dell’argentino e di Malen finisce al 77′. Gasperini si gioca la carta Pisilli e lancia un altro debuttante, il 18enne Robinio Vaz, arrivato dal Marsiglia per 25 milioni bonus inclusi. Il nuovo attaccante giallorosso mostra qualche spunto incoraggiante (rendendosi pericoloso con un tiro respinto da Paleari), ma perde anche un pallone sanguinoso che innesca una ripartenza granata conclusa da Adams con un diagonale che sibila il palo. Le speranze di rimonta del Toro si fermano qui. E’ il terzo 2-0 consecutivo per una Roma che si regala il quarto posto in solitaria e la certezza di avere un nuovo bomber in attacco.
– foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

  •  

La politica italiana reagisce ai dazi di Trump per la Groenlandia

Da Tajani appello al dialogo: "Insieme, essendo tutti parte della Nato, possiamo lavorare per garantire la sicurezza della Groenlandia". Schlein attacca Meloni: "Ci aspettavamo una posizione netta in difesa della Groenlandia"

© RaiNews

  •  

Auto contro un muretto nel Barese, morti fratello e sorella

(Adnkronos) – Due giovani di Altamura, Antonio Bigi di 21 anni e la sorella Cecilia, di 24 anni, sono morti nell’incidente stradale di questa mattina sulla strada provinciale 41 Altamura-Laterza, al km 7, in territorio di Altamura. Erano a bordo di un Suv, guidato da un loro amico, che nel perdere il controllo è finito fuori strada dove ha impattato contro un muretto. Il ragazzo è morto sul colpo, vani i soccorsi del 118. La ragazza non ce l’ha fatta, è deceduta nella rianimazione del Policlinico di Bari nel pomeriggio.  

A bordo dell’auto c’erano cinque ragazzi, tutti di Altamura. Gli altri tre ragazzi sono in prognosi riservata nel Policlinico di Bari, nel Miulli di Acquaviva delle Fonti e nell’ospedale della Murgia di Altamura. 

cronaca

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

Fognini, l’incontro con Pellegrini e la battuta sulla gravidanza: “Ehi cicciona…”

(Adnkronos) – Selfie tra campioni a Milano. Federica Pellegrini e Fabio Fognini si sono incontrati nel corso di un evento organizzato da EA7 Emporio Armani, fornitore ufficiale delle divise del Team Italia per i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026.  

L’occasione ha permesso all’ex tennista e all’ex nuotatrice di ritrovarsi e di scambiare qualche parola. Amici di vecchia data, i due si sostengono da tempo anche fuori dal mondo sportivo. Fognini, reduce dall’esperienza di Ballando con le stelle, ha ricevuto più volte il supporto della campionessa olimpica che sui social aveva incitato i follower a votare per lui.  

L’incontro è stato immortalato da un selfie condiviso sui social: “Ballerino”, ha scritto lei ironicamente. Affettuosa e scherzosa la replica di Fognini: “Ehi tu cicciona”, accompagnata da emoticon sorridenti. Un commento che fa riferimento al pancione di Pellegrini, oggi al settimo mese di gravidanza. Lo ha raccontato anche oggi ospite e Verissimo, dopo la campionessa ha spiegato che sarà un parto cesareo ed è previsto per il mese di aprile.  

sport

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

Serie A, oggi Milan-Lecce – Diretta

(Adnkronos) – Il Milan torna in campo in Serie A. Oggi, domenica 18 gennaio, i rossoneri ospitano il Lecce – in diretta tv e streaming – a San Siro nel posticipo della 21esima giornata di campionato. La squadra di Allegri arriva dal successo nel recupero infrasettimanale contro il Como, mentre i salentini hanno perso l’ultima partita contro l’Inter.  

Nella prossima giornata di Serie A, il Milan sfida la Roma all’Olimpico mentre il Lecce ospiterà la Lazio. 

 

sport

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

Federica Pellegrini incinta: “Il parto sarà cesareo. Il nome? È ancora top secret”

(Adnkronos) – “Sarà un parto cesareo”. Federica Pellegrini e Matteo Giunta, ospiti oggi a Verissimo, hanno parlato dell’emozione che stanno vivendo ora che la famiglia si sta allargando. Presto, nel mese di aprile, i due diventeranno genitori per la seconda volta.  

“Sono molto contento. Preoccupato, ma molto contento. Sono contento che nostra figlia Matilde abbia una sorellina, anche se sarò in minoranza”, ha confidato l’allenatore a Silvia Toffanin. 

La campionessa olimpica, al settimo mese di gravidanza, ha già deciso che il suo sarà un parto cesareo programmato: “L’altra volta è stato tosto anche per la bambina. Ho fatto un parto cesareo d’urgenza. Questa volta sappiamo già come andrà”.  

La coppia ha già scelto il nome della loro seconda bambina. “Questa volta il nome l’ha scelto Matilde. È un’appassionata di libri e si è appassionata a una storia in particolare la cui protagonista è entrata nelle nostre vite”. Il nome è già stato scelto quindi, ma la coppia non ha voluto rivelarlo: “Possiamo dirvi però che significa ‘calma’”. 

 

spettacoli

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

La Fiorentina sbanca Bologna, 2-1 nel ricordo di Commisso

BOLOGNA (ITALPRESS) – La Fiorentina domina il Bologna e ricorda nel migliore dei modi il presidente Rocco Commisso. Sotto il diluvio del Dall’Ara, la Viola batte per 2-1 un brutto Bologna e trova la prima vittoria in trasferta del suo campionato. I gol portano le firme di Mandragora e Piccoli per gli ospiti e di Fabbian, ma solo nel finale, per i rossoblù. Nonostante il profondo dolore, la Fiorentina è voluta scendere ugualmente in campo per onorare Commisso, indossando il lutto al braccio e una maglia celebrativa nel riscaldamento. Inoltre, tutto il gruppo squadra ha partecipato alla trasferta, compresi gli infortunati (tra cui Kean). Il primo tempo è un monologo viola, anche per demerito di un Bologna spento e in affanno nel contenere le iniziative avversarie sulle fasce. Al 17′ la rete di Ndour viene annullata per il fuorigioco di rientro di Parisi a inizio azione. La formazione emiliana, però, non coglie il campanello d’allarme e, due minuti più tardi, si lascia nuovamente sorprendere, stavolta da Mandragora. Su assist di Gudmundsson, il centrocampista attacca il secondo palo e devia il pallone in rete, firmando l’1-0 e punendo la staticità della difesa del Bologna.
Dopo il gol Mandragora ha rivolto un pensiero a Commisso, mostrando una maglia della Fiorentina col “suo” numero 5 e il nome Rocco sul retro. Al 45′ è arrivato anche il raddoppio targato Piccoli, la cui marcatura è stata inizialmente annullata per fuorigioco e poi convalidata dal Var. Su azione di ripartenza, l’assist di Dodo carambola sui piedi di Freuler e finisce casualmente alla punta ex Cagliari che segna con la punta.
I quattro cambi del Bologna all’intervallo rendono l’idea dell’insoddisfazione di Italiano: entrano dunque Rowe, Fabbian, Moro e Zortea per Orsolini, Odgaard, Freuler e Holm. Nella ripresa, però, continuano le difficoltà dei padroni di casa ed è anzi la Fiorentina con Pongracic a sfiorare il tris al 52′. Con l’orgoglio ci prova il Bologna nel finale: segna Fabbian al 88′ su assist di Rowe, poi l’occasione di Cambiaghi non evita agli emiliani la sconfitta. La Fiorentina si conferma in grande ripresa, agganciando il Lecce (impegnato stasera a San Siro col Milan) al terz’ultimo posto; il Bologna, invece, rimane ottavo, ma la Lazio domani potrebbe sorpassarlo.
– foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

  •  

Clizia Incorvaia dopo il proscioglimento: “Sarcina? Nostro amore era tossico, voglio preservare mia figlia”

(Adnkronos) –
Clizia Incorvaia è stata prosciolta dalle accuse dell’ex marito Francesco Sarcina. Ospite a Verissimo, l’influencer ha parlato per la prima volta pubblicamente della vicenda giudiziaria in cui era stata accusata per trattamento illecito di dati personali per aver pubblicato sui social immagini della figlia minore senza il consenso del padre.  

“Quando io e Francesco – ha spiegato Incorvaia – stavamo insieme pubblicavamo sempre Nina sui social, fu lui a portarmi in un’agenzia di pubblicità di influencer marketing”. Dopo la separazione, tra i due ci sarebbe stato solo un accordo verbale: “Avevamo stabilito che avrei potuto mostrare mia figlia solo di spalle. Nulla di scritto”.  

L’influencer ha poi sottolineato la disparità di comportamento: “Lui pubblica il suo secondogenito sui social, lo fa da quando è nato”. I rapporti tra i due sono oggi “freddi e distaccati”. Incorvaia ha definito la relazione con l’ex marito come un “amore tossico”. “Non è stato un rapporto sano, per tanto tempo ho pensato di potermi accontentare di quell’amore fatto di pianti, pensavo fosse un amore normale. Poi ho capito che non era un amore giusto”.  

Clizia Incorvaia ha lasciato intendere dei tradimenti da parte di lui senza però entrare nei dettagli: “Poi quando è venuto meno il rispetto ho capito che dovevo prendere le distanze. Ci sono state cose molto pesanti che io ho sotterrato, mi bruciò più di sei paia di scarpe. Il motivo era legato a litigi e discussioni, niente di che. All’epoca non ho denunciato perché non volevo che Nina leggesse questo”.  

E alla domanda di Silvia Toffanin su eventuali violenze fisiche, Clizia Incorvaia ha preferito il silenzio: “Non voglio che ci sia tutto sui giornali, voglio preservare mia figlia. Ci sono delle cose che è meglio omettere”. 

Francesco e Nina hanno un bellissimo rapporto: “Io non ho mai cercato di infangare la sua figura con mia figlia. Lui sarà sempre il papà di Nina e sono contenta di questo”. L’influencer ha spiegato che a marzo ci sarà una nuova udienza per ristabilire le “nostre responsabilità genitoriali”.  

spettacoli

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

Malen segna all’esordio, ma l’arbitro annulla: cos’è successo in Torino-Roma

(Adnkronos) – Gol ed episodi arbitrali in Torino-Roma. Oggi, domenica 18 gennaio, i giallorossi si sono visti annullare il primo gol con la maglia romanista di Donyell Malen, appena arrivato in prestito con opzione di riscatto dall’Aston Villa, per fuorigioco. Succede tutto al 23′ del primo tempo: Malen riceve palla da Dybala al vertine sinistro dell’area di rigore, coverge superando un difensore e batte Paleari sul palo lontano. 

La Roma esulta, l’arbitro Chiffi però viene richiamato dal Var, che sta controllando proprio la posizione di partenza dell’olandese. Le immagini infatti mostrano che, al momento del passaggio in profondità di Dybala Malen si trova di mezza spalla avanti rispetto all’ultimo difensore del Torino. Motivo per cui il direttore di gara annulla la rete per fuorigioco, tra il rammarico e le proteste di Gasperini. 

Poco male, con Malen che si rifà appena quattro minuti dopo, segnando di nuovo in un’azione fotocopia alla precedente. E questa volta in posizione regolare, per il vantaggio della Roma allo stadio Olimpico Grande Torino. 

 

sport

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

Lituania: Legge sulla sicurezza calpesta diritti civili assicurando lo strapotere dei servizi



L’emendamento alla Legge sull’intelligence, approvata con 68 voti favorevoli, 8 astenuti e nessun voto contrario, conferisce enormi poteri ai servizi, riducendo a lumicino diritti civili. Tra i nuovi poteri concessi ai piedipiatti: ottenere segretamente impronte digitali, campioni vocali, odore e altri prelievi da una persona; utilizzare materiali o altri metodi di marcatura di esseri umani ai fini della loro identificazione; e acquisire equipaggiamento speciale, esplosivi e materiali esplosivi oltre alle armi d’ordinanza. Tutto ciò senza alcuna autorizzazione di un giudice, la quale potrebbe essere concessa a posteriori, 24 ore dopo. La procedura non riguarda solo i cittadini lituani, o extracomunitari, ma è applicabile anche a tutti i cittadini dell’UE residenti, soggiornanti o semplicemente in transito sul territorio lituano.

L'articolo Lituania: Legge sulla sicurezza calpesta diritti civili assicurando lo strapotere dei servizi proviene da Visione TV.

  •  

“Governo inadempiente col Pnrr, rischio collasso della giustizia italiana”: l’Anm vuole essere audita alla Commissione Ue

L’Associazione nazionale magistrati ha chiesto di essere audita dalla Commissione europea. Il motivo? Il sindacato delle toghe vuole illustrare la “situazione allarmante“, dovuta al “rischio di collasso della Giustizia italiana per l’inadempimento del governo italiano agli impegni assunti in sede europea con riguardo all’Ufficio per il processo“. Mentre infuria lo scontro tra magistratura ed esecutivo in vista del referendum sulla separazione delle carriere, c’è un altro fronte che si apre tra toghe e politica: quello dell’attuazione del Pnrr in tema di giustizia. La richiesta di audizione è contenuta nel documento approvato dal Consiglio direttivo centrale dell’Associazione nazionale dei magistrati.

“Il personale sta lasciando gli uffici”

Ricordando che l’Ufficio per il processo è stato “incluso nel Pnrr quale misura di natura strutturale, destinata a modificare in modo permanente l’organizzazione del lavoro degli uffici giudiziari e dei giudici italiani”, l’Anm sottolinea che “a gennaio 2026 a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo, che nel frattempo stanno lasciando gli uffici giudiziari per altre opportunità di lavoro”. Eppure nel rendiconto al 31 ottobre scorso dell’Unità di missione del ministero della Giustizia sull’attuazione degli interventi del Pnrr, il governo ha dato atto “che la misura sull’Ufficio per il processo e Capitale Umano prevede l’assunzione e la permanenza in servizio di 10mila unità di personale Pnrr (addetti all’Ufficio per il Processo e personale tecnico-amministrativo), con l’obiettivo di creare un vero e proprio staff di supporto al magistrato e alla giurisdizione – con compiti di studio, ricerca, redazione di bozze di provvedimenti – e pone, altresì, le fondamenta di una struttura al servizio dell’intero Ufficio giudiziario, con funzioni di raccordo con le cancellerie e le segreterie, anche con mansioni tipicamente amministrative quale naturale preparazione e completamento dell’attività giurisdizionale, di assistenza al capo dell’ufficio ed ai presidenti di sezione indirizzi giurisprudenziali e di banca datì”.

“Nessun bando pubblicato per assumere funzionari”

Eppure, aggiunge il sindacato della toghe,”la stessa relazione riferisce che al 31 ottobre 2025, il personale effettivamente in servizio si era ridotto a 8.930 unità. È infatti accaduto che in assenza di qualsivoglia progetto concreto di stabilizzazione del personale assunto con i fondi del Pnrr, oltre mille funzionari, tra i più capaci, appositamente formati ed inseriti nei progetti dell’Ufficio per il processo, abbiano lasciato l’amministrazione della Giustizia per altre opportunità di lavoro”. “L’11 agosto del 2025 – prosegue l’Anm – il ministero della Giustizia ha annunciato che entro il mese di ottobre avrebbe avviato una procedura comparativa per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo. A gennaio 2026, a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari Addetti all’Ufficio per il processo”.

Rischio per processi su diritto di asilo

Dunque, sottolinea il sindacato dei magistrati, “il governo non ha stanziato i fondi necessari a reclutare 10mila unità di funzionari” previsti dal progetto del Pnrr in cui il governo italiano si è impegnato verso l’Unione europea. Quindi, è l’allarme, si rischia così “di disperdere risorse e progettualità, di essere costretti ad abbandonare un ormai consolidato metodo di lavoro in team e di dissipare, in breve tempo i progressi raggiunti nell’attuazione del Pnrr”. Il sindacato delle toghe specifica che “la situazione è particolarmente grave nelle Sezioni specializzate per la protezione internazionale che sono chiamate ad attuare il sistema comune europeo dell’asilo e nelle quali un team di supporto al giudice è indispensabile per assicurare le funzioni minime del processo in materia di asilo”. L’Associazione ricorda che la stessa relazione dell’Unità di Missione per il Pnrr per la Giustizia evidenzi come i tribunali e le corti italiani abbiano “raggiunto con ampio anticipo rispetto al termine del progetto (30 giugno 2026) il target della riduzione del 25% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi penali nei tre gradi di giudizio e sono prossimi a raggiungere nei tempi concordati l’abbattimento dell’arretrato dei procedimenti civili di durata ultra-triennale”. A questo punto, dunque, resta “invece incerta la possibilità di raggiungere l’ultimo target, ossia la riduzione del 40% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi civili nei tre gradi di giudizio”.

L'articolo “Governo inadempiente col Pnrr, rischio collasso della giustizia italiana”: l’Anm vuole essere audita alla Commissione Ue proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Guerriglia in A1, scontri nati da furto di bandiera romanista?

(Adnkronos) – A far degenerare i tafferugli tra ultras giallorossi e fiorentini sull’autostrada A1, all’altezza di Casalecchio, potrebbe esserci stato il tentativo di sottrarre bandiere e striscioni agli avversari. In alcuni post di ambienti ultras che circolano sul web si parla (con tanto di foto) di una bandiera dei romanisti che sarebbe stata ‘rubata’ durante gli scontri di oggi. 

cronaca

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

Serie A, Torino-Roma 0-0 – Diretta

(Adnkronos) – La Roma torna in campo in Serie A. I giallorossi sfidano oggi, domenica 18 gennaio, il Torino – in diretta tv e streaming – in trasferta nella 21esima giornata di campionato. La squadra di Gasperini è reduce dalla vittoria contro il Sassuolo, battuto 2-0 all’Olimpico, mentre quella di Baroni è stata superata con lo stesso risultato dall’Atalanta a Bergamo, mentre in Coppa Italia ha superato gli ottavi di finale vincendo proprio contro la Roma per 3-2. 

 

Questa sera invece è previsto il match tra Milan e Lecce a San Siro. 

sport

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

Referendum, Fedez: “Io testimonial del Sì? Porcheria totalmente infondata”

(Adnkronos) – “Una porcheria totalmente infondata”. Fedez definisce così il contenuto dell’articolo del Fatto Quotidiano che lo associa al Sì al referendum sulla riforma della giustizia e lo indica come ‘testimonial’ ingaggiato dal governo. 

“Ieri mi stavo serenamente godendo il weekend quando vengo raggiunto da insistenti telefonate da parte di un numero che non avevo in rubrica. Chiedo per messaggio chi fosse. Mi dice di essere un giornalista del ‘Fatto quotidiano’ e di voler sapere la mi posizione in merito al referendum sulla giustizia. Gli faccio notare che chiamare con così tanta insistenza non è cosa a me gradita e che se mai volessi esprimermi sul tema lo farei attraverso i miei canali. Fine della conversazione”, scrive il rapper sui social. 

“Per tutta risposta questa mattina trovo un articolo sul ‘Fatto quotidiano’ a firma di questo giornalista che insinua che io sarei stato ingaggiato dal Governo Meloni come testimonial per il sì. Eccomi qui a dover rendere conto dell’ennesimo racconto di fantasia travestito da giornalismo”, aggiunge l’artista. 

“Ci tengo a raccontare quanto accaduto -spiega- perchè la dice lunga sulla genesi di certe notizie che potete leggere sui maggiori quotidiani italiani e sullo stato di salute dell’informazione del nostro Paese. L’unico ‘fatto’ certo è che al mio podcast fino ad oggi ho avuto solo ospiti che si stanno spendendo per il No (Gherardo Colombo e Nicola Gratteri). Pregherei gentilmente il ‘Fatto quotidiano’ di pubblicare la smentita di questa porcheria totalmente infondata o altrimenti pubblicare le prove di ciò che hanno scritto. Complimenti per l’ottimo lavoro. Come sempre. Ovviamente senza nessuna prova giornalistica ma con un mio virgolettato che lascia quasi intendere che abbia qualcosa da nascondere. Follia pura”.  

politica

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

Bologna-Fiorentina 1-2, vittoria viola con dedica a Commisso

(Adnkronos) – La Fiorentina supera il Bologna al Dall’Ara per 1-2 nella 21esima giornata di Serie A, all’indomani della scomparsa del presidente viola Rocco Commisso, a cui la squadra ha tributato un omaggio in fase di riscaldamento con maglie bianche che sul dorso avevano “Rocco 1” e sul davanti un “Grazie Rocco”. I gol della Fiorentina sono stati realizzati da Mandragora e Piccoli. Il Bologna ha accorciato le distanze con Fabbian. La vittoria consente alla formazione toscana di salire a 17 punti. Il Bologna rimane a quota 30. 

 

sport

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

Cina, ricavi record nel 2025 per il mercato delle arti performative di Pechino

PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Nel 2025 Pechino ha registrato un mercato delle arti performative particolarmente vivace, con ricavi annuali che per la prima volta hanno superato i 5 miliardi di yuan (circa 713,5 milioni di dollari), segnando un aumento del 27% su base annua, secondo l’ufficio municipale della cultura e del turismo.

Le statistiche mostrano che lo scorso anno nella capitale si sono svolti oltre 60.000 spettacoli commerciali, attirando più di 14 milioni di spettatori. Entrambi i dati sono cresciuti rispettivamente del 5% e del 9% rispetto all’anno precedente.

Numerose produzioni nazionali e internazionali hanno debuttato in Cina proprio a Pechino, tra cui i musical originali “Singin in the Rain” e “Sunset Boulevard”.

Nel 2025 gli spettacoli di grande formato, inclusi concerti e festival musicali, hanno continuato a riscuotere enorme successo, con un aumento del 37% su base annua. In una delle principali aree per le arti performative del distretto di Haidian è stato creato un cerchio di vita di cinque ore attorno agli eventi musicali: oltre 60 esercizi di ristorazione hanno prolungato l’orario di apertura fino alle 2 di notte e più di 20 hotel convenzionati hanno offerto sconti ai possessori dei biglietti, trasformando l’affluenza del pubblico in vitalità dei consumi.

– Foto Xinhua –

(ITALPRESS).

  •  

Poche emozioni al Tardini, pari senza reti tra Parma e Genoa

PARMA (ITALPRESS) – Parma e Genoa non si fanno del male. Lo scontro salvezza del Tardini, valevole per la ventunesima giornata di Serie A 2025/2026, termina con un pareggio a reti bianche. La formazione ospite si rende pericolosa dopo appena 4′ con una bella iniziativa di Colombo, che rientra sul mancino ma calcia alto sopra la traversa. La squadra gialloblù prova a reagire, ma al 16′ sono ancora i liguri a mettere in affanno la difesa avversaria con Colombo che, imbeccato da Ellertson, si presenta a tu per tu con Corvi; quest’ultimo è bravo a chiuderlo con un’uscita bassa. I padroni di casa fanno fatica e i nervi diventano un pò tesi, tanto che Pairetto è costretto ad estrarre tre cartellini gialli nell’arco di 15′. Al 29′ arriva la prima occasione per gli uomini di Carlos Cuesta con Bernabè che, dopo un uno-due con Keita, calcia ad incrociare trovando la risposta di Leali. Nel finale di primo tempo il Genoa si ritaglia una doppia chance prima con un colpo di testa di Sabelli, finito di poco a lato, e poi con un calcio di punizione di Vitinha deviato da Leali. Si va a riposo sul parziale di 0-0.
Il Parma, anche in apertura di ripresa, soffre il possesso palla avversario, ma con il passare dei minuti inizia a prendere fiducia. Al 68′ Valenti si rende protagonista di un’ottima incursione e serve Oristanio, il quale calcia troppo centrale per impensierire Leali. La girandola di sostituzioni effettuata da entrambi gli allenatori, spezza il ritmo della gara e le occasioni da rete latitano. A due minuti dal 90′, però, i rossoblù costruiscono una clamorosa chance con Colombo, che si invola versa lo porta e calcia, ma Corvi si supera e salva i suoi, blindando lo 0-0 finale.
Il Parma sale a 23 punti e mantiene un vantaggio di tre lunghezze sul Genoa, che si porta a quota 20. Nel prossimo turno gli emiliani saranno impegnati nella trasferta della New Balance Arena contro l’Atalanta di domenica 25 gennaio, mentre i liguri ospiteranno il Bologna al Ferraris.

– foto Image –
(ITALPRESS).

  •  

Piers Morgan cade e si rompe il femore: “Colpa di Trump”

(Adnkronos) – Piers Morgan in ospedale per un’operazione dopo una caduta. “Colpa di Donald Trump…”, scrive l’anchorman britannico sul proprio profilo X nel post in cui pubblica la proprio foto dall’ospedale. Morgan racconta la propria disavventura con un elenco dettagliato degli eventi. “1. Sono inciampato su un piccolo gradino. 2 In un ristorante di un hotel a Londra. 3 Femore fratturato. 4. Così male che ho avuto bisogno di un’anca nuova. 5. Convalescenza in ospedale. 6. Stampelle per 6 settimane. 7. Niente spostamenti lunghi per 3 mesi. 8. Partenza scoppiettante per il nuovo anno”, scrive Morgan prima del punto numero 9, tra ironia e mistero: “Do la colpa a Donald Trump”. 

 

internazionale/esteri

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

Scontri tra 200 ultras di Fiorentina e Roma in autostrada a Bologna: auto danneggiate

(Adnkronos) – Scontri in autostrada oggi, domenica 18 gennaio, tra l’autogrill Cantagallo e l’uscita per Bologna Casalecchio tra ultras della Fiorentina e della Roma, in viaggio per raggiungere i luoghi delle trasferte delle rispettive squadre, a Bologna e a Torino. Alcune auto sono rimaste danneggiate nel corso dei tafferugli. Sono al vaglio le immagini delle videocamere per ricostruire quanto è accaduto.  

cronaca

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

Groenlandia, Paesi europei minacciati: “Con dazi Trump si rischia una pericolosa spirale”

(Adnkronos) – Le minacce di Donald Trump di nuovi dazi per la Groenlandia rischiano di “minare le relazioni transatlantiche e rischiano di innescare una pericolosa spirale”. E’ quanto si legge nella dichiarazione congiunta degli otto Paesi – Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Olanda, Norvegia, Svezia e Regno Unito – che sarebbero colpiti da nuovi dazi il primo febbraio per aver inviato militari nell’isola artica, territorio autonomo danese, che Trump vuole annettersi.  

Nella loro dichiarazione i Paesi europei, tutti membri della Nato, affermano di essere “impegnati a rafforzare la sicurezza dell’Artico nell’ambito di interessi transatlantici condivisi”. E sottolineano che l’esercitazione di questo weekend, guidata dalla Danimarca in Groenlandia, Artic Endurance, rientra nell’ambito di questo impegno. “La minaccia di dazi mina le relazioni transatlantiche e rischia di innescare una pericolosa spirale, noi continueremo ad essere uniti e coordinare le nostre risposte, siamo impegnati a difendere la nostra sovranità”, conclude la dichiarazione delle otto nazioni, tutte tranne Norvegia e Regno Unito nella Ue, ribadendo la solidarietà alla Danimarca e al popolo groenlandese e sottolineando che è il dialogo, non le minacce di dazi, a risolvere le differenze. “Costruire sul processo avviato la scorsa settimana – affermano riferendosi all’incontro di Washington tra Usa, Danimarca e Groenlandia – noi siamo pronti ad un dialogo fondato sui principi di sovranità e integrità territoriale”.  

 

“In un mondo instabile e imprevedibile, la Danimarca ha bisogno di stretti amici e alleati” ha detto il ministro degli esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, ha annunciato un tour diplomatico, che lo porterà oggi a Oslo, domani a Londra e giovedì a Stoccolma, all’indomani della minaccia di Donald Trump di imporre dazi aggiunti a otto Paesi Europei, tra i quali i tre Paesi che Rasmussen visita, che si oppongono alle sue mire espansionistiche sull’isola artica, territorio autonomo danese.  

“I nostri Paesi condividono la stessa posizioni sulla necessità di rafforzare il ruolo della Nato nell’Artico e sono ansioso di discuterne con loro”, ha aggiunto il capo della diplomazia danese.  

 

Il team di ricognizione di 15 militari tedeschi inviato nei giorni scorsi in Groenlandia lascerà oggi l’isola artica per recarsi a Copenhagen. Lo ha reso noto un portavoce militare tedesco alla Dpa, riferendosi ai militari arrivati venerdì nell’ambito della missione ricognizione guidata dalla Danimarca in vista della prevista esercitazione militare. Il portavoce del centro comando e controllo delle forze tedesche ha spiegato che la missione si è conclusa e che “i risultati della ricognizione saranno analizzati nei prossimi giorni”.  

Il rientro dei militari tedeschi arriva all’indomani che Donald Trump ha annunciato dazi aggiuntivi da partire dal primo febbraio per gli otto Paesi europei che hanno inviato militari nell’isola, territorio autonomo danese, che hanno annunciato la partecipazione alle esercitazioni.  

 

 

 

internazionale/esteri

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

  •  

Groenlandia, perché Trump la vuole

In senso strettamente geografico l’Artico è un mare mediterraneo, poiché vi si affacciano tre interi continenti: Asia,Europa e America. Come Africa,Asia ed Europa si affacciano sul Mediterraneo in senso proprio. Ma ormai possiamo comparare i due mari anche perché mutamento climatico e tecnologia li avvicinano per intensità di scambi e percorrenze.

Read more

L'articolo Groenlandia, perché Trump la vuole sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

  •  

Evento sismico, ML 4.0, in provincia di Messina del 18 gennaio 2026

Un terremoto di magnitudo Richter ML 4.0 è stato registrato dalla Rete Sismica Nazionale alle ore 14:54 italiane del 18 gennaio 2026,  2 km a sud di Militello Rosmarino, in provincia di Messina, ad una profondità di 8 Km.

Di seguito la tabella con i Comuni entro 10 km dall’epicentro

Il capoluogo di provincia, Messina, dista circa 80 km dall’epicentro, mentre la città di Catania circa 70 Km.

La zona interessata da questo terremoto è caratterizzata da pericolosità sismica alta, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in passato in zone adiacenti all’area epicentrale di questo evento sismico sono avvenuti diversi terremoti, alcuni dei quali anche di magnitudo intorno a magnitudo 5. Ad esempio nella zona a nord-est il catalogo riporta due eventi di magnitudo stimata Mw 5.6 nel 1613 e Mw 5.4 nel 1739, entrambi i con risentimenti massimi fino al IX grado della Scala Mercalli (MCS).

Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che l’area è stata interessata da attività sismica frequente, in particolare nell’anno 2011, nei mesi di giugno e luglio, quando è stata registrata una sequenza sismica con numerosi eventi, il più forte, di magnitudo Mw 4.5, è avvenuto il 23 giugno.

Prima dell’evento di magnitudo 4.0 delle ore 14:54 di oggi, nell’ultima settimana nell’area erano stati localizzati altri 5 terremoti con magnitudo massima ML 2.4. Al momento (15:40 italiane), sono stati localizzati 9 terremoti di bassa magnitudo (magnitudo massima ML 2.1) successivi alla scossa delle 14:54.

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP), calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra dei livelli di scuotimento stimato fino quasi al IV grado MCS.

Dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai questionari inviati al sito www.hsit.it, in continuo aggiornamento, notiamo che l’evento di questo pomeriggio è stato risentito in tutta l’area dei Monti Nebrodi e in gran parte della provincia di Messina e anche in qualche zona delle vicine province di  Catania e Enna.  I risentimenti arrivano fino al IV grado MCS.

Mappa del risentimento sismico in scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg) che mostra la distribuzione degli effetti del terremoto sul territorio come ricostruito dai questionari on line. La mappa contiene una legenda (sulla destra). Con la stella in colore viola viene indicato l’epicentro del terremoto, i cerchi colorati si riferiscono alle intensità associate a ogni comune. Nella didascalia in alto sono indicate le caratteristiche del terremoto: data, magnitudo, profondità (Prof) e ora locale. Viene inoltre indicato il numero dei questionari elaborati per ottenere la mappa stessa.

Licenza

Licenza Creative Commons

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

 

  •  

Pavimento crolla durante la festa di compleanno a Parigi: evacuati tre edifici e almeno 20 feriti

Una festa nel quinto piano di un edificio dell’XI arrondissement di Parigi è finita nel panico quando il pavimento della casa è crollato, probabilmente a causa del peso a cui era sottoposto per via delle presenza di 50 persone. Gli avventori, in casa per una festa, sono stati evacuati e nel crollo sono rimaste ferite 20 persone. Una donna, soccorsa dai pompieri sotto le macerie, era in arresto cardiaco e le sue condizioni sono considerate gravi. Il suo cuore ha ripreso a battere, ma non sarebbe considerata ancora fuori pericolo.

L’episodio è avvenuto dopo la mezzanotte al 34 bis di rue Amelot, vicino piazza della Bastiglia, zona della movida parigina ancora affollata a quell’ora del sabato sera. Le vie sottostanti sono state teatro di alcune scene di tensione per la fuga dei presenti. Sul posto è intervenuta una carovana di soccorsi formata da 125 pompieri, una quarantina di camion dei vigili del fuoco e una decina di ambulanze. Fonti della polizia francese confermano come l’edificio sia “un residenziale senza precedenti noti di problemi ”

L’architetto Antoine Cardon, in qualità di esperto accorso sul posto, parlando con Franceinfo ha fornito dettagli sul crollo che dovrebbe essere strutturale: “Abbiamo osservato che un pavimento era stato indebolito dall’acqua infiltrata da un balcone. L’infiltrazione ha portato al deterioramento del pavimento, che ha causato una reazione a catena di crolli su tutto il piano”. Oltre all’intero edificio, di sei piani, sono stati evacuate le due strutture adiacenti. I residenti hanno fatto rientro nelle loro abitazioni durante la notte, verso le ore 04:00.

La procura di Parigi ha aperto un’indagine sulle cause delle lesioni e del crollo e sono in corso aggiornamenti. All’interno dell’edificio era in corso una festa, come racconta uno degli invitati a LCL: “Eravamo tutti riuniti per festeggiare il 60esimo compleanno di un’amica. Proprio mentre stavamo iniziando a farle gli auguri ed eravamo tutti riuniti intorno a lei, il pavimento è crollato. Siamo caduti dal quinto al quarto piano. È successo così velocemente che non riesco nemmeno a descriverlo, ti senti solo scivolare“.

FOTO DI ARCHIVIO

L'articolo Pavimento crolla durante la festa di compleanno a Parigi: evacuati tre edifici e almeno 20 feriti proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Referendum, Alessandro Barbero spiega perché voterà No: “Si rischiano magistrati agli ordini del governo. Peso della politica superiore nei Csm”

“Ci ho messo un po’ a decidere di girare questo video in cui spiego le ragioni per cui voterò no”. Inizia così l’intervento con cui Alessandro Barbero spiega pubblicamente le ragioni del suo voto no al referendum sulla separazione delle carriere. Sono 4 minuti e mezzo di video, inviato dallo storico al Comitato “Società civile per il no”, guidato da Giovanni Bachelet, che lo ha pubblicato sul suo canale Youtube. Barbero mette in fila i motivi che lo hanno spinto a schierarsi contro la riforma del ministro Carlo Nordio. Parte da un elemento: “Il referendum non è sulla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudic. La separazione di fatto c’è già. Già adesso il magistrato che prende servizio decide in quale dei due ruoli lavorare e può cambiare una sola volta nella vita e pochissimi lo fanno”, spiega lo storico, riferendosi al fatto che oggi i passaggi di ruolo tra pm e giudici avvengano con percentuali da prefisso telefonico (Nel 2023 8giudici su 6.665, lo 0,12%, diventati pm. Ventisei pm su 2.186, l’1,19%, diventati giudici).

E infatti il cuore della questione, dice il professore, è un altro. Al centro della riforma “c’è la distruzione del Consiglio superiore della magistratura, così come era stato voluto dall’assemblea Costituente. E allora spieghiamoci: il Csm è l’organo di autogoverno dei magistrati con funzioni anche disciplinari, cioè fa qualcosa che prima sotto il regime fascista faceva il ministro della Giustizia. Quindi, era il governo, cioè la politica, che sorvegliava la magistratura e che nel caso la sanzionava”. Con il suo inconfondibile tono, reso celebre da centinaia di puntate di podcast storici, Barbero improvvisa una lezione di storia costituente: “I padri costituenti vedevano benissimo che la separazione dei poteri è una garanzia indispensabile di democrazia, che il cittadino non è sicuro se si trova davanti inquirenti e giudici che prendono ordini dal governo e che possono essere puniti dal governo. Per questo la Costituzione prevede che il Csm sia composto per due terzi da magistrati ordinari eletti dai colleghi e per un terzo da professori di giurisprudenza e avvocati di grande esperienza, i cosiddetti membri laici eletti dal Parlamento”. Il Csm, dunque, “è la garanzia che la magistratura sarà sì in contatto col potere politico, ascolterà le ragioni del governo, ma sarà libera nelle sue scelte, non dovrà obbedire agli ordini”.

Se passerà il Sì, avverte Barbero, la riforma indebolirà il Csm con il rischio di una deriva autoritaria. “Intanto perché prevede che sia sdoppiato, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e che al di sopra dei Csm ci sia un altro organo disciplinare separato, anch’esso composto da rappresentanti dei magistrati e da membri di nomina politica. Ma soprattutto la riforma prevede che in tutti questi organi i membri togati, cioè quelli che rappresentano i magistrati e che finora erano eletti dai colleghi, siano tirati a sorte. La giustificazione di questa misura pazzesca che non si usa in nessun organo di grande responsabilità, è che la magistratura e politicizzata, cosa considerata orribile, e che quando vota la magistratura elegge i rappresentanti delle sue diverse correnti e questo si vorrebbe evitarlo”. Il vero nodo, dunque, è rappresentato dal sorteggio ibrido: puro per i componenti togati dei Csm, cioè i rappresentanti dei magistrati, temperato per i laici, gli esponenti della politica, che saranno sorteggiati sulla base di un elenco compilato dal Parlamento. Solo che di questa lista non si è ancora specificata la consistenza numerica, che potrà essere di poco superiore (o addirittura identica) al numero di posti da coprire. Di fatto quindi la politica – a differenza della magistratura – continuerà a scegliere in qualche modo i propri rappresentanti al Consiglio superiore. Dunque avremo due Csm “dove i membri magistrati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui“, sintetizza Barbero. “A me sembra che questi organismi saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore. Dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni. Ora, naturalmente, chi è favorevole alla riforma può benissimo dire, come infatti molti dicono, che va bene così. È proprio questo che vogliamo. Uno stato moderno ed efficiente deve funzionare così. Io la penso diversamente e per questo voterò no. E alla fine ho deciso che poteva aver senso che provassi a spiegare pubblicamente le ragioni per cui lo farò”.

L'articolo Referendum, Alessandro Barbero spiega perché voterà No: “Si rischiano magistrati agli ordini del governo. Peso della politica superiore nei Csm” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Quando Zouhair Atif disse “mi piacerebbe uccidere una persona”. Il padre: “Voglio chiedere scusa, il coltello non lo ha preso a casa”

L’omicidio di Abanoub Youssef, il 18enne accoltellato da un compagno di scuola all’interno di un istituto professionale della Spezia, ha sollevato non solo un acceso dibattito politico sulla sicurezza nelle scuole, ma anche perplessità su una frase espressa dall’accoltellatore. Ai giornalisti viene riferito un episodio che coinvolge un’insegnante dell’istituto accusata di aver ignorato una dichiarazione di Zouhair Atif, mesi prima delle coltellate.

Secondo quanto riferito da alcuni compagni di scuola e testimoni, l’insegnante avrebbe chiesto agli studenti di esprimere un sogno durante un incontro in classe. Quando fu il turno di Zouhair, l’adolescente avrebbe pronunciato una frase che ha lasciato tutti senza parole: “Mi piacerebbe vedere che emozione si prova a uccidere una persona“. La dichiarazione, definita disturbante da chi era presente, non avrebbe suscitato, secondo alcuni, reazioni adeguate da parte dell’insegnante, che non avrebbe intrapreso alcuna azione per segnalare l’incidente o per affrontare il tema con il giovane.

Le polemiche sulla gestione della sicurezza e la reazione delle istituzioni

Questo nuovo particolare, che getta luce su un episodio preoccupante mai affrontato a dovere, si aggiunge alla già complessa situazione riguardante la gestione della sicurezza nelle scuole. Se da un lato le forze politiche e i sindaci si confrontano sull’approccio giusto per prevenire simili tragedie, dall’altro emergono interrogativi sulle modalità con cui le istituzioni scolastiche affrontano la crescita del disagio giovanile. La sindaca di Genova, Silvia Salis, in una intervista, ha accusato il governo di ridurre il fenomeno della violenza giovanile a semplici slogan, proponendo misure punitive che non risolvono le problematiche profonde. “Cosa risolvi con multe alle famiglie in difficoltà?“, ha dichiarato, sollecitando un approccio più integrato, che includa politiche sociali e di sostegno psicologico, piuttosto che punizioni generiche.

Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha invece elogiato il coraggio dell’insegnante che ha affrontato l’aggressore, ma ha anche fatto un passo indietro rispetto all’uso esclusivo di misure repressive come metal detector nelle scuole. “Serve una rivoluzione culturale“, ha affermato, indicando che la violenza non può essere fermata solo con il controllo fisico, ma richiede un cambiamento nelle mentalità degli studenti e nelle dinamiche scolastiche.

Le scuse

“Io sono padre e penso ad un altro padre che ha perso suo figlio. Voglio chiedere scusa a lui, alle sorelle del ragazzo, a tutta la sua famiglia. Proprio perché padre capisco il loro dolore. Mi dispiace tantissimo per quello che è successo – dice in un’intervista al Corriere della Sera Boulkhir Atif, il padre del 19enne – Per noi era un ragazzo tranquillo. Ogni mattina si alzava, prendeva l’autobus, andava a scuola. Poi il sabato e la domenica ma anche durante l’estate, prendeva nuovamente il pullman, per andare a Lerici dove faceva il cameriere. Lo faceva per portare i soldi a casa e una parte poi li dava alla sua mamma”. In merito al coltello usato dal figlio, Boulkhir Atif spiega: “Noi in casa abbiamo solo questo per tagliare il pane e poi altri più piccoli per mangiare. Non ci sono altri coltelli in giro. Se lui lo ha portato a scuola sicuramente non lo ha preso qui in casa. Forse l’ha comprato da qualche altra parte. Giuro che io non l’ho mai visto con un coltello in mano in casa. Me ne sarei sicuramente accorto. Questa è una casa piccola. Dove poteva andarlo a nascondere? Qui in casa di coltelli non ne ha mai avuti. Questo è sicuro”.

La protesta

Parenti, amici e compagni della vittima hanno inscenato una protesta spontanea domenica mattina di fronte all’obitorio dell’ospedale cittadino. Un centinaio di persone ha occupato il marciapiede e la sede stradale esponendo cartelli per chiedere il massimo della pena nei confronti dell’assassino e l’impegno delle istituzioni nel rendere sicure le scuole. “La scuola è complice”, “Giustizia per Abu”, “Vogliamo una giustizia veloce”, “Abbiamo paura a tornare a scuola” si legge su alcuni dei cartelli mostrati dai manifestanti. Nessun momento di tensione, ma piuttosto di commozione per i parenti straziati dal dolore.

oggi è intervenuta anche la ragazza che frequentava Zouhair Atif: “Chiederei di non inventare gossip scherzando sulla morte di un ragazzo che tra l’altro ho fatto il possibile per evitare litigi fra i due. Non sono mai entrata in tribunale a difendere il mio ragazzo anzi non gli ho rivolto parola (come giusto che sia) sono stata sottoposta ad altro [il riferimento sarebbe ad un interrogatorio della polizia – ndr]. È stato sconvolgente anche per me. Chi ha visto parli, chi sa mi scriva, ogni testimonianza è importante. Sentirò tutti appena posso, sono l’unica che può fare qualcosa, e combatterò fino all’ultimo per lui e la sua famiglia. Le mie più grandi condoglianze alla famiglia, che cercherò di contattare al più presto“.

L'articolo Quando Zouhair Atif disse “mi piacerebbe uccidere una persona”. Il padre: “Voglio chiedere scusa, il coltello non lo ha preso a casa” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Meloni a Seoul, tra geopolitica, semiconduttori e made in Italy

Prima la visita di Giorgia Meloni al cimitero di Seul che onora i soldati caduti per la Nazione, in particolare durante la Guerra di Corea. Poi un punto stampa sul tema della Groenlandia e quindi l’incontro con le imprese italiane, in attesa del bilaterale con il presidente Lee Jae Myung. Dopo 19 anni un premier italiano torna a Seoul, a dimostrazione di una spiccata attenzione verso l’Indopacifico, per una serie di ragioni geopolitiche, economiche, commerciali (e anche personali).

Non è una novità il fatto che Giappone e Corea del Sud nelle logiche di Palazzo Chigi siano visti come due attori non solo affidabili, ma con cui rafforzare il livello delle relazioni di medio-lungo periodo. Si tratta ovviamente di un fazzoletto di mondo gravido di sfide e opportunità: accanto al macro tema geopolitica rappresentato dalle mire cinesi su Taiwan, spicca il link tra Mare Cinese e Mediterraneo e la questione delle terre rare accanto a chip e semiconduttori. Un paniere di temi altamente strategici che il capo del governo intende affrontare di petto, a maggior ragione dopo l’uscita dell’Italia dalla Via della Seta, senza dimenticare un elemento di supporto oggettivo: le società giapponesi e sudcoreane presentano numerose affinità con l’Italia sotto molteplici punti di vista (economici, commerciali e demografici), oltre a condividere i medesimi valori.

LO SHOWROOM HIGH STREET ITALIA

Il made in Italy a quelle latitudini è particolarmente apprezzato, ciò si trasforma in potenziali nuove opportunità legate al nostro export che può contare su questo valore aggiunto rispetto alla produzione di altri paesi. Le filiere interessate sono la moda, la pelletteria, il calzaturiero, il settore alimentare e vitivinicolo, senza dimenticare l’interior design. A proposito di prodotti e fiere, a Seoul nel 2019 ha visto la luce l’High Street Italia, uno showroom di quattro piani aperto in una delle zone più frequentate dello shopping della capitale, nella Garosu-gil, che rappresenta una vetrina per le aziende italiane che qui possono presentare la vasta gamma dei propri prodotti al mercato coreano. Realizzato dall’ICE col supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e in collaborazione con l’ambasciata d’Italia, l’iniziativa rientra nel piano più generale della promozione straordinaria del Made in Italy nella Corea del Sud, che include anche della diffusione di cultura e lifestyle italiani

Le relazioni tra Roma e Seoul sono iniziate nel 1884 e hanno visto da poco il 140° anniversario, celebrato con un Anno dello Scambio Culturale. A tal fine infatti lo scorso 26 giugno l’ambasciata in Italia della Corea del Sud ha illuminato il Colosseo per celebrare le relazioni diplomatiche con Italia.

IL RUOLO DELLA COREA DEL SUD

Oltre a essere un player mondiale nel campo dell’innovazione tecnologica, la Corea è famosa in tutto il mondo anche per la cultura popolare legata a videogiochi, gruppi musicali e film. Settori spesso sottovalutati ma che possono contribuire, in nome della soft diplomacy, a rafforzare intese e cooperazioni. Cultura, conoscenza e qualità sono i tratti in comune tra i due paesi. La Corea del Sud incamera l’1% dell’export italiano per un valore di oltre 5 miliardi di euro, è il terzo mercato in Asia.

Corea del Sud fa rima con semiconduttori, per questa ragione il governo pensa di fare un ulteriore passo in avanti con la costruzione di una fonderia da 3 miliardi di dollari per incrementare la produzione e quindi confermare la propria posizione di leader globale nel settore dei chip grazie a marchi come Samsung Electronics e SK Hynix.

(Foto: Governo.it)

  •  

“Vogliamo solo giustizia, 9 anni tragici e logoranti”. La madre di una vittima nel giorno della commemorazione per la tragedia di Rigopiano

Il 18 gennaio 2017, una valanga di circa 120.000 tonnellate travolse e distrusse l‘hotel Rigopiano, un resort situato a 1.200 metri di altitudine nel versante pescarese del Gran Sasso. Il disastro provocò la morte di 29 persone, tra cui 28 ospiti e 12 dipendenti, mentre solo 11 riuscirono a salvarsi. Oggi, a distanza di nove anni, la memoria di quella tragedia è ancora viva e i familiari delle vittime tornano sul luogo della sciagura per ricordare i propri cari.

Ma, a nove anni dalla tragedia, il percorso giudiziario legato a questa vicenda non è ancora concluso. Il prossimo 11 febbraio si attende la sentenza dell’appello bis. In primo grado, il tribunale di Pescara aveva inflitto cinque condanne e 25 assoluzioni, mentre in appello, ad Aquila, le condanne erano salite a otto. Tuttavia, la Cassazione aveva annullato quelle condanne e riaperto le posizioni di sei dirigenti regionali accusati di disastro colposo per non aver predisposto la Carta valanghe, un documento che avrebbe potuto, forse, prevenire la tragedia.

L’appello bis

Il procuratore generale di Perugia, Paolo Barlucchi, lo scorso novembre, ha chiesto di confermare le condanne a 3 anni e 4 mesi per due dirigenti della Provincia di Pescara, Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio, e di 2 anni e 8 mesi per l’allora sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, e per il tecnico comunale Enrico Colangeli. Questi imputati sono accusati di lesioni e omicidio colposo, reati che secondo la Cassazione sono già prescritti. Tuttavia, il procuratore ha avanzato l’ipotesi che i termini della prescrizione possano essere rideterminati in aumento, facendo riferimento a quelli previsti per i reati dolosi. In questo contesto, la conclusione del processo appare ancora lontana: la sentenza di appello potrebbe infatti essere impugnata e portare la vicenda di nuovo in Cassazione. Per i dirigenti regionali, la richiesta è di una condanna di 3 anni e 10 mesi.

Il 2 febbraio ci sarà una nuova udienza, seguita, probabilmente, da un’altra, il 5 febbraio. Poi la sentenza. “Siamo fiduciosi, dobbiamo esserlo per forza – avevano detto i rappresentanti del comitato vittime di Rigopiano – Abbiamo ascoltato le difese, abbiamo assistito al solito scaricabarile. Noi abbiamo sempre sostenuto che la Regione avesse delle responsabilità. Ora la parola passa al giudice”.

La valanga

L’hotel Rigopiano di Farindola (Pescara) il 18 gennaio 2017 fu travolto e distrutto da una valanga poche ore dopo il terremoto che si registro in Centro Italia. L’indagine fu molto complessa: si indagò sulle responsabilità di Comune e provincia e Regione, sull’omessa pianificazione territoriale di una Legge del 1992 e la carta valanghe approntata in ritardo. Accertamenti sulla strada provinciale n.8 che non era stata liberata dalla neve impedendo agli ospiti dell’hotel, che avrebbero avuto la possibilità di lasciarlo dopo le scosse di terremoto, di andare via perché era rotta una turbina spazzaneve. Si indagò sull’allarme dato in ritardo e quello che era stato ignorato. Secondo gli ermellini sarebbe stato possibile prevenire il disastro. Le 29 vittime vittime erano ospiti della struttura e dipendenti, undici i superstiti tirati fuori dalla neve e dalle “macerie” della struttura dai soccorritori che lavorarono giorno e notte per salvare più persone possibile, mentre l’Italia teneva il fiato sospeso. Sul nuovo processo, il cui verdetto potrebbe essere nuovamente impugnato davanti alla Suprema corte, incombe la prescrizione.

La madre di una vittima

“Vogliamo solo giustizia, io la voglio, speriamo che questa volta sia così perché nove anni sono stati veramente tragici e logoranti: ce la devono dare perché non hanno fatto nulla per salvare quei ragazzi che hanno telefonato fino all’ultimo momento” dice Loredana Lazzari, la madre di Dino Di Michelangelo, il poliziotto morto nove anni fa con la moglie Marina Serraiocco nel crollo dell’hotel Rigopiano, tragedia dalla quale si salvò il figlio della coppia, Samuel. I due, originari di Chieti, risiedevano a Osimo. “Ci spero ancora nella giustizia – ha aggiunto Lazzari – però la voglio come anche le altre mamme: c’erano delle turbine libere, per una competenza non le hanno volute perché la turbina era dell’Anas, ne erano due, li avrebbero salvati tutti. L’Anas sarebbe andata, una era a Penne, è tutto accertato”.

“Penso che la verità su quanto accaduto quel tragico pomeriggio di nove anni fa sia emersa, in questi anni, dalle varie aule di tribunale – ha sottolineato Alessandro Di Michelangelo – le responsabilità sono state individuate e i giudici di Cassazione hanno evidenziato che più di una catastrofe naturale, a causare la tragedia è stata la negligenza di molti su vari livelli. Ora spetta ai giudici di Perugia scrivere la parola fine. Accertata la verità ora ci aspettiamo giustizia per le 29 vittime e per tutte le altre che in questi anni ci hanno lasciato, penso a mio padre fino al povero Gianni Colangeli. La giustizia è per loro oltre che per noi, per me. Spero di chiudere presto il cerchio di questa vita che ci è stata cambiata radicalmente nove anni fa. Il mio pensiero alle mamme e ai papà delle vittime di Crans Montana, solo chi ha vissuto questo dolore può capire e dare loro forza per sopravvivere a tutto ciò che dovranno vivere da adesso in poi. Un grazie alla Polizia di Stato , la mia seconda famiglia e penso che senza di essa non mi sarei mai più rialzato”.

L'articolo “Vogliamo solo giustizia, 9 anni tragici e logoranti”. La madre di una vittima nel giorno della commemorazione per la tragedia di Rigopiano proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Solo senza escalation si giunge a un’intesa sulla Groenlandia. L’invito di Meloni

Pragmatismo è, anche o soprattutto, capire i tempi della politica e delle crisi in atto. Quando Giorgia Meloni da Seoul dice che solo senza escalation si va (tutti) a dama in Groenlandia, chiede in primis di abbassare i toni, avviare una discussione “tra di noi” e usare il “luogo” della Nato al fine di lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che “ci coinvolge tutti”. Ovvero che attori ostili possano avere la meglio su un interesse comune.

In questo senso va letta, secondo la presidente del Consiglio, la volontà di alcuni Paesi europei di essere parte attiva all’interno di un progetto che miri ad una maggiore sicurezza in Artico, anche con l’invio di truppe. Inoltre dice chiaramente ciò che pensa sui dazi (“un errore”). Ma su questo secondo elemento secondo Meloni c’è stato un problema di comprensione e di comunicazione. Per cui il primo messaggio che giunge dalla Corea del Sud è fermare tutte quelle azioni che potrebbero innescare un quadro di altissima tensione e, piuttosto, avviare un dialogo costruttivo per meglio comprendere i parametri di analisi e di azioni. Il tutto tenendo ben presente un passaggio che, secondo Meloni, è nevralgico: da parte americana c’è la preoccupazione per l’eccessiva ingerenza esterna su una zona strategica e, al contempo, da parte europea vi è la volontà di contribuire ad affrontare questo problema. Per cui, è il sunto dell’analisi, si può e si deve trovare un punto di incontro tra Ue e Usa.

Un problema che investe, gioco forza, i destini europei per una serie di ragioni geopolitiche come emerso due giorni fa dalla presentazione da parte del governo di Roma del corposo documento programmatico sull’Artico, che vuole definire un percorso progettuale tramite il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Sull’ipotesi di una possibile partecipazione militare italiana come segnale di unità con gli europei alla missione nell’isola Meloni fuga ogni dubbio: “Ora è prematuro parlarne perché sto lavorando per cercare di abbassare la tensione e di tornare al dialogo”.

Per questa ragione la premier ha parlato al telefono con Donald Trump (“al quale ho detto quello che penso”) e ho con il segretario generale della Nato (“che mi conferma un lavoro che l’Alleanza Atlantica sta iniziando a fare da questo punto di vista”). Ma non finisce qui, dal momento che ci sarà anche un contatto tra leader europei in occasione di una riunione a livello di Coreper dell’Unione europea. C’è anche spazio per una precisazione a uso interno quando Meloni spiega per l’ennesima volta che non c’è un problema politico con la Lega sui nuovi dazi annunciati da Trump contro i Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia.

Meloni cita la postura del premier finlandese, Alexander Stubb, che ha specificato come tra alleati serva dialogo e non pressioni. Il riferimento è alla necessità di un’azione coordinata dagli alleati al fine di ribadire “i principi dell’integrità territoriale e della sovranità”. La costante del ragionamento di Meloni tocca un caposaldo della strategia euro-atlantica, ovvero il ruolo della Nato: è solo quello “il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili”. Il fatto che la Nato abbia cominciato a lavorare in tale direzione è certamente una buona notizia.

  •  

Le dichiarazioni di Merz sul dialogo con la Russia hanno allarmato i politici occidentali – media

Pechino , 18 gennaio 2026, 12:37 — Regnum News Agency. Le dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz sul suo desiderio di ripristinare il dialogo con la Russia hanno allarmato i politici europei, secondo la pubblicazione cinese Sohu 

Il 15 gennaio, Merz ha definito la Russia un Paese europeo con cui è necessario ritrovare un equilibrio . Ha affermato che il raggiungimento di un dialogo sostenibile con la Russia porterebbe libertà, pace e fiducia nel futuro alla Germania e a tutta l’Europa.

Secondo quanto riportato dai media, la dichiarazione pacifica di Merz ha causato disordini negli ambienti politici europei, poiché solo pochi mesi fa il politico tedesco aveva caldeggiato lo scontro con la Russia e la creazione di un esercito potente.

Secondo l’autore dell’articolo, il cambio di posizione del cancelliere è dettato da pressioni esterne e interne derivanti dai problemi economici e sociali della Germania. Quando prezzi dell’energia, deficit di bilancio, malcontento pubblico e minaccia nucleare si intrecciano, per quanto duri possano essere gli slogan, devono cedere il passo all’istinto di autoconservazione, osserva inoltre l’articolo.

Oltre a Merz, anche altri leader dell’UE hanno espresso interesse al dialogo con la Russia. Il 9 gennaio, il Primo Ministro italiano Giorgia Meloni ha dichiarato che era giunto il momento di parlare con la Russia dell’Ucraina . E il 6 gennaio, il Presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che avrebbe voluto parlare con il leader russo nelle prossime settimane .

Il 16 gennaio, il portavoce del presidente russo Dmitrij Peskov ha osservato che per stabilire la pace in Ucraina è necessario un dialogo non solo con gli Stati Uniti, ma anche con i leader europei. Le recenti dichiarazioni dei leader dell’UE avevano escluso negoziati con la Russia, ma ora sono stati compiuti progressi su questo tema, ha aggiunto.

Il presidente russo Vladimir Putin, da parte sua, ha sottolineato che i leader europei si sono autoesclusi dai colloqui di pace sull’Ucraina. Il capo dello Stato ha sottolineato che questi politici si sono illusi di poter infliggere una “sconfitta strategica alla Russia” e hanno quindi reciso ogni legame con Mosca.

Nota: ll cambiamento di posizione della Germania è clamoroso. Un ritorno al realismo constatando la reale situazione dell’Europa totalmente ininfluente, in crisi economica e con la Germania che si trova in aperta recessione industriale per aver acconsentito alla chiusura delle sue fonti energetiche provenienti dalla Russia. Inoltre si è aperta una chiara frattura con gli Stati Uniti per la questione Groenlandia che mette in discussione anche la Nato e gli attuali equilibri. Troppo tardi per ripensare alle scelte fatte ma un modo per far riflettere tutti coloro che sostenevano la necessità di una sconfitta strategica della Russia ed acconsentivano ad inviare soldi ed armi che sono finiti nel buco nero dell’Ucraina. Scelte dettate dai burocrati di Bruxelles e fatte pagare a tutti i cittadini europei.

Fonte: Regnum.ru

Traduzione e nota: Luciano Lago

  •  

Groenlandia, Meloni: “L’aumento dei dazi Usa è un errore. Ho sentito Trump, va evitata una escalation. Incomprensione sull’invio di militari”

Aumentare i dazi sarebbe “un errore“, ma tra Washington e Bruxelles c’è stato “un problema di comprensione e comunicazione“. La premier Giorgia Meloni torna a intervenire sul tema della Groenlandia e parlando coi giornalisti a Seul spiega di avere sentito Donald Trump proprio in queste ore, ovvero dopo l’annuncio da parte del presidente Usa di voler introdurre dazi al 10% per i Paesi europei che hanno deciso di inviare militari nell’Artico. Sull’argomento la stessa presidente del Consiglio ieri era rimasta tiepida: “Valutiamo la nostra presenza insieme agli alleati della Nato“. Mentre le altre cancellerie europee hanno risposto duramente a Trump: “Non ci faremo intimidire”, il messaggio di Berlino, Parigi e Stoccolma. Oggi è convocata una riunione di emergenza degli ambasciatori dei 27 Paesi dell’Unione Europea (l’inizio è previsto per le 17) proprio sul tema dell’isola danese e sulle sanzioni di Trump. Il governo italiano prova a mediare e già dal ministro della Difesa Guido Crosetto era arrivato un invito al dialogo e alla cautela.

È la linea ribadita stamani da Meloni. La premier precisa: “La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido“. A suo avviso, c’è stato “un problema di comprensione e comunicazione” sull’iniziativa di alcuni Paesi Ue che non va letta in chiave “anti-americana“. Ma, avverte Meloni, bisogna “riprendere il dialogo ed evitare una escalation“. Da qui la sua telefonata a Washington. “Ho sentito il presidente Usa Donald Trump, gli ho detto quello che penso e mi pare fosse interessato ad ascoltare. E il segretario della Nato, Mark Rutte, che mi conferma che un lavoro che l’Alleanza sta iniziando a fare”, spiega la premier.

Meloni poi sottolinea: “Chiaramente nel corso della giornata sentirò anche i leader europei. Credo che in questa fase sia molto importante parlarsi ed evitare una escalation perché si può lavorare insieme per raggiungere un obiettivo che è utile e necessario“. Ma le tensioni tra Stati Uniti ed Europa restano alte, tanto che fonti informate vicine alla presidenza francese riferiscono come il presidente Emmanuel Macron sia pronto a chiedere l’attivazione dello strumento anticoercitivo dell’Ue in caso di nuovi dazi statunitensi. Macron è “mobilitato per coordinare la risposta europea alle minacce tariffarie inaccettabili formulate dal presidente Trump”, si apprende dall’entourage del presidente. Le stesse fonti precisano che Macron “sarà tutto il giorno in contatto con i suoi omologhi europei e chiederà, a nome della Francia, l’attivazione dello strumento anticoercitivo“. Secondo i più stretti collaboratori del presidente, “l’approccio americano pone la questione della validità dell’accordo sulle tariffe concluso l’estate scorsa dall’Unione europea con gli Stati Uniti”.

L’incomprensione tra Usa e Ue secondo Meloni

Ma a cosa sarebbe dovuta questa incomprensione tra le due sponde dell’Atlantico? “Condivido l’attenzione che la presidenza americana attribuisce, come ho detto molte volte, alla Groenlandia e in generale all’Artico, che è una zona strategica nella quale chiaramente va evitata una eccessiva ingerenza di attori che possono essere ostili“, spiega Meloni. Che però aggiunge: “Ma credo che in questo senso andasse letta la volontà di alcuni paesi europei di inviare le truppe, di partecipare, a una maggiore sicurezza, non nel senso di un’iniziativa fatta nei confronti degli Stati Uniti, ma semmai nei confronti di altri attori“. “Chiaramente – prosegue – mi pare che su questo ci sia stato un problema di comprensione e di comunicazione, per quello che mi riguarda continuo a insistere sul ruolo della Nato e la Nato è il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili in un territorio che è chiaramente strategico”.

Se la premier Meloni ha definito comunque “un errore” i dazi annunciati ieri da Trump, diversa è stata la posizione di una parte della maggioranza di centrodestra. Nello specifico la Lega, che in una nota ha parlato di “deboli d’Europa” che hanno la “smania” di inviare soldati e raccolgono i loro “frutti amari“, ovvero le sanzioni americane. A una domanda sull’argomento, Meloni ha minimizzato: “Non c’è un problema politico con la Lega su questo punto”.

L'articolo Groenlandia, Meloni: “L’aumento dei dazi Usa è un errore. Ho sentito Trump, va evitata una escalation. Incomprensione sull’invio di militari” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Crans Montana, i pc dei Moretti sequestrati solo il 14 gennaio. Gli avvocati di parti civili e i dubbi sull’amico garante per la cauzione

I dubbi dei legali delle famiglie delle vittime dello spaventoso rogo di Crans-Montana, con i suoi 40 morti e con i tantissimi feriti ricoverati in condizioni gravissime, si moltiplicano e diventano sempre più pesanti man mano che emergono nuovi atti dell’inchiesta. A partire da una circostanza che gli avvocati definiscono “sconcertante”: il sequestro di cellulari e computer dei coniugi Moretti – considerati senza redditi dai pm – avvenuto molti giorni dopo l’incendio del Constellation. Un dettaglio che, per chi rappresenta le famiglie delle vittime, riporta al centro la questione del potenziale inquinamento delle prove. Su questo punto l’avvocato Sébastien Fanti, che difende le famiglie di sette vittime, specifica che i computer di Jacques e Jessica Morreti, i titolare del bra indagati, sono stati sequestrati il 14 gennaio e il telefonino della donna solo al termine del suo interrogatorio, il 9 gennaio. Peraltro su richiesta di un altro avvocato di un gruppo di vittime, Romain Jordan.

Le mancate autopsie

Il tema dei sequestri eseguiti a distanza di molti giorni dal disastro è solo uno dei numerosi punti messi sotto accusa dai legali delle famiglie, che stanno inondando la Procura cantonale vallesana di istanze e richieste. Tra queste figura anche la contestazione per la mancata esecuzione delle autopsie. Un insieme di elementi che, secondo i difensori delle vittime, rafforza i timori legati alla conservazione e alla genuinità delle prove. Gli inquirenti di Roma hanno disposto gli esami per le viNel frattempo, negli studi legali continuano ad arrivare segnalazioni di ogni tipo.

Ogni giorno persone offrono aiuto, informazioni, mezzi. A partire da un miliardario che ha messo a disposizione delle famiglie il proprio aereo personale per la spola casa-ospedali. C’è anche chi insiste per dare un contributo diretto alle indagini: gente che dice di aver visto, saputo, sentito, o che afferma di essere in possesso di documenti e prove su presunti illeciti o reticenze che riguarderebbero Jacques Moretti o il Comune di Crans-Montana.

Una di queste email, per esempio, arriva da una persona con nome e cognome reali, che giura di avere documenti in grado di provare una disponibilità economica di Jacques Moretti pari a diversi milioni di franchi, attraverso conti che finora non sarebbero stati individuati dagli inquirenti. “Quando avrò verificato presenterò tutto in Procura”, promette l’avvocato che ha ricevuto la segnalazione.

La polemica sulla cauzione

È in questo contesto che si inserisce la polemica sulla cauzione e sulle misure alternative alla detenzione. Una soluzione che non convince gli avvocati delle famiglie delle vittime, anche perché – sottolineano – la procura non avrebbe mai preso seriamente in considerazione il pericolo di inquinamento delle prove. In un commento che riassume il punto centrale della loro posizione, un legale della parte civile afferma: “La giurisprudenza esige che i legami con l’amico garante e la situazione finanziaria siano rigorosamente istruiti. Immagino che sia stato così. A quanto pare, il rischio di inquinamento delle prove non è ancora stato trattato. Non si sa quali misure, oltre al segreto, siano state adottate. È preoccupante!”.

A difesa del radicamento della famiglia a Crans-Montana è intervenuta anche Jessica Moretti, che ha raccontato ai magistrati la storia della sua relazione con il marito, iniziata nel 2013, e il percorso di vita che li ha portati a stabilirsi nel Vallese. “Mio marito ha avuto un’infanzia caotica, è finito per strada all’età di 14 anni. Ha conosciuto la fame. Quando ci siamo incontrati, abbiamo desiderato fin da subito la stabilità». Una stabilità cercata proprio scegliendo Crans-Montana: “Abbiamo fondato qui la nostra famiglia. I nostri figli sono nati qui e il nostro nucleo è “radicato in questo luogo. I miei migliori amici sono qui, così come quelli di mio marito”.

La posizione della procura

La posizione della Procura resta però ferma. Per la procuratrice aggiunta del Vallese Catherine Seppey, titolare dell’inchiesta sulla strage del Constellation, i 400mila franchi di cauzione – 200mila ciascuno per i due indagati – non sono affatto una cifra modesta. L’importo, si legge negli atti, “deve essere sufficientemente elevato da dissuadere l’imputato dal darsi alla fuga”, dal momento che Jacques Moretti presenterebbe “un rischio concreto di fuggire dalla Svizzera per sottrarsi alla procedura e alla sanzione prevedibile”, anche perché “allo stato attuale, non sembra avere alcuno sbocco per il futuro nel Canton Vallese”.

Secondo la procura, l’improvviso azzeramento degli introiti dei tre locali dei coniugi, il mutuo da 1,3 milioni di franchi sull’abitazione e le ipoteche che gravano sui ristoranti rendono la cauzione un deterrente reale. La somma è stata nel frattempo versata da un anonimo amico sul conto dell’avvocato Patrick Michod, pronta a essere utilizzata nel caso in cui il Tribunale delle misure coercitive decidesse di liberare Jacques Moretti, mentre cresce l’attesa per la decisione del tribunale sulla congruità della cauzione fissata per i due indagati.

L'articolo Crans Montana, i pc dei Moretti sequestrati solo il 14 gennaio. Gli avvocati di parti civili e i dubbi sull’amico garante per la cauzione proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Sepoltura per i cittadini musulmani, ancora ostacoli in Italia. E in assenza di aree resta solo il rimpatrio della salma

Morire e non essere sepolti. I corpi adagiati in una cella frigorifera, in un obitorio o su una barella che nessun Comune sa dove collocare. Succede oggi, in Italia, soprattutto ai cittadini di fede islamica, per i quali il diritto alla sepoltura dipende dal luogo in cui si muore, dalla disponibilità di un sindaco o da una deroga concessa all’ultimo momento. Negli ultimi giorni del 2025, il decesso di tre persone ha riportato alla luce un tema che da anni resta ai margini della cronaca. La Regione non è competente. I Comuni sono autonomi. Lo Stato si limita a fissare le regole generali. Nel mezzo, il problema resta: i morti di fede islamica non trovano un luogo dove essere sepolti, mentre le istituzioni si rimpallano le responsabilità.

L’ultimo rimpallo di responsabilità si registra in Lombardia. Dopo l’appello lanciato nei mesi scorsi da Abdullah Badinjki, assessore del Comune di Paullo, l’ufficio del presidente Attilio Fontana, interpellato da ilfattoquotidiano.it, ha risposto tramite la Direzione generale Welfare: Il riferimento è al DPR 285 del 1990, regolamento nazionale di polizia mortuaria. “La norma assegna ai Comuni la responsabilità della costruzione dei cimiteri attraverso i piani cimiteriali. La regione Lombardia non ha contezza degli spazi dedicati alle sepolture, perché parte integrante dei piani comunali definiti autonomamente dai sindaci”. Una risposta formalmente corretta, ma politicamente elusiva. La legge italiana prevede infatti che una persona possa essere sepolta esclusivamente nel Comune di residenza o in quello in cui è avvenuto il decesso. L’Islam, inoltre, vieta la cremazione e la tumulazione: il corpo deve essere inumato, con il volto rivolto verso la Mecca. Quando mancano aree dedicate, l’unica alternativa diventa il rimpatrio della salma. Anche quando la volontà del defunto e della famiglia è opposta.

È da qui che nasce l’appello di Badinjki, che non contesta la norma statale, ma il suo effetto concreto. “Il richiamo al DPR 285/1990 è corretto, ma va collocato nel suo perimetro reale. Il regolamento individua nei Comuni i soggetti attuatori, ma non esaurisce il ruolo delle Regioni, che possono integrare la disciplina attraverso indirizzo, coordinamento e programmazione”, replica l’assessore. “La sepoltura non è un servizio tecnico: è un diritto fondamentale che la Regione è chiamata a garantire, intervenendo dove c’è una mancanza dei comuni. Questa non è una battaglia politica né ideologica”. Secondo Badinjki, ridurre la questione a un problema di competenze significa ignorare il nodo politico: “Affermare che la Regione non abbia responsabilità perché i piani cimiteriali sono comunali significa trasformare il DPR in una norma di esclusione. Quando emerge una criticità strutturale, il governo del sistema impone un’assunzione di responsabilità, non un arretramento”.

Il dibattito istituzionale, però, ha conseguenze molto concrete. Negli ultimi giorni dello scorso anno, nel Sud-Est milanese, tre cittadini musulmani sono morti senza che fosse immediatamente disponibile un luogo di sepoltura. In un caso, la salma è stata rimpatriata solo grazie a una colletta della comunità, che ha raccolto tra i cinque e i seimila euro necessari. In un secondo caso, la sepoltura è avvenuta a San Donato Milanese esclusivamente perché il decesso è avvenuto nell’ospedale del Comune, uno dei pochi dell’area metropolitana di Milano ad aver adeguato il piano cimiteriale. Nel terzo caso, la salma è rimasta ferma per giorni prima di trovare posto a Bergamo, grazie a una deroga. “È inaccettabile che la morte diventi un problema logistico”, denuncia Badinjki. “Il diritto alla sepoltura non può dipendere dalla casualità di un ricovero o dal Comune in cui si muore”.

Il problema non riguarda solo la Lombardia. Secondo i dati di Fondazione ISMU, in Italia vivono circa 1,7 milioni di musulmani; 368mila risiedono in Lombardia, pari al 26% e il problema è diffuso da nord a sud. “Parliamo di seconde e terze generazioni”, sottolinea Badinjki. “Continuare a considerare il rimpatrio come soluzione ordinaria è semplicemente irreale. A livello nazionale lo conferma Yassine Baradai, presidente dell’Ucoii. “Abbiamo casi di salme ferme nelle celle frigorifere da venti giorni, tra gli ultimi uno di questi giorni in provincia di Padova, perché non si sa dove seppellirle. Succede in tutta Italia”, racconta. “Non è una questione religiosa o ideologica: è il diritto al lutto. Un figlio deve poter piangere suo padre vicino a casa”. Il quadro normativo, osserva Baradai, già consentirebbe soluzioni: “Il DPR del 1990 prevede la possibilità di individuare spazi per i defunti di altre confessioni. I requisiti sono minimi, non servono lavori né costi aggiuntivi. Spesso manca solo la volontà politica”.

La richiesta è sostenuta anche da una petizione pubblica, lanciata nel 2022 sempre da Badinjki , “Musulmani, la fatica di morire ed essere seppelliti in Italia”, che ha raccolto quasi 15 mila firme. Voci che non sembrano essere riconosciute. “Questo tema viene rimosso dal dibattito pubblico perché non porta consenso”, conclude Badinjki. “Ma è destinato a diventare esplosivo. Le seconde e terze generazioni sono già qui. Continuare a ignorarlo significa accettare che, nel 2026, in Italia si possa ancora morire senza sapere dove essere sepolti”. Un segnale che la domanda sociale esiste. Resta la risposta delle istituzioni. Per ora affidata a un rimpallo di competenze che, mentre si discute di chi deve fare cosa, continua a lasciare qualcuno senza un posto dove essere sepolto.

L'articolo Sepoltura per i cittadini musulmani, ancora ostacoli in Italia. E in assenza di aree resta solo il rimpatrio della salma proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Denunciò in una intervista le difficili condizioni delle carceri, agente sospeso per sei mesi. Ma il Tar sospende il provvedimento

Sospeso per sei mesi dal servizio e dallo stipendio per aver rilasciato un’intervista in cui denunciava le difficili condizioni di lavoro in carcere. È quanto accaduto a un agente di polizia penitenziaria in servizio nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino: lo si apprende dall’ordinanza con cui il Tar ha sospeso l’efficacia della sanzione disciplinare, accogliendo il suo ricorso cautelare in attesa del giudizio di merito. Per i giudici potrebbe trattarsi di un caso di whistleblowing, perché l’agente ha segnalato “violazioni di disposizioni normative nazionali o dell’Unione europea che ledono l’interesse pubblico o l’integrità dell’amministrazione pubblica”.

La vicenda parte ad agosto 2024, quando l’agente scelto rilascia al TG5 un’intervista con il volto oscurato (per garantirsi l’anonimato), in cui ripercorre i disordini avvenuti in carcere dall’inizio dell’anno, denunciando la cronica carenza di unità nel personale penitenziario e il sovraffollamento dell’istituto. Sono i giorni immediatamente successivi alle rivolte scoppiate in simultanea nel carcere delle Vallette e nel penitenziario minorile Ferrante Aporti, quest’ultimo messo a ferro e fuoco da una decina di detenuti, poi condannati a pene fino a 4 anni e 8 mesi per devastazione, saccheggio, violenza e resistenza a pubblico ufficiale.

Alla fine ci sono sei poliziotti feriti, arredi danneggiati e interi padiglioni dichiarati inagibili. Il servizio va in onda il 7 agosto e di lì a poco il Dap avvia un procedimento disciplinare nei confronti dell’intervistato, dopo averlo identificato. Come? “L’Amministrazione – si legge nel provvedimento – è stata messa in condizione di riconoscere il dipendente a seguito dell’invio, da parte dell’emittente televisiva, del video in forma integrale (senza alterazione della voce), nel corso del quale il ricorrente, seppur per un breve istante, mostra il volto”.

Nella missiva inviata alla redazione per chiedere il filmato, il Dap accampa “esigenze di rito”. Al termine dell’iter, al poliziotto viene inflitta la sospensione nel massimo previsto (il range va da 1 a 6 mesi), nonostante fosse alla prima contestazione in diversi anni di carriera. Inoltre, secondo il suo avvocato, Maria Immacolata Amoroso, l’Amministrazione non avrebbe nemmeno tenuto conto delle condizioni di salute dell’agente, che al momento delle rivolte e dell’intervista era da poco tornato in servizio dopo un lungo periodo di malattia per problemi cardiaci da stress lavoro-correlato.

Ora la decisione del Dap è andata incontro a una prima censura, sebbene prudenziale. Esulta l’Osapp, sindacato che da tempo denuncia il sovraffollamento, la carenza di organico, i rischi per l’incolumità e le mancate manutenzioni nelle carceri. “La pronuncia costituisce un passaggio significativo nel rafforzamento delle tutele per i lavoratori pubblici che, nell’interesse collettivo, scelgono di segnalare disfunzioni e situazioni di rischio all’interno dell’amministrazione, anche mediante forme di divulgazione pubblica, in assenza di riscontri adeguati dai canali istituzionali”, si legge in una nota. L’avvocato dell’agente (che assiste anche l’Osapp), dal canto suo, ha espresso “soddisfazione per il provvedimento adottato, che rappresenta un’importante affermazione del principio di legalità, trasparenza e responsabilità nel pubblico impiego, nonché una garanzia fondamentale per la libertà e la dignità dei dipendenti pubblici”. Interpellata da ilfattoquotidiano.it, aggiunge: “Il Dap ha agito anche in malafede, acquisendo un video che non avrebbe mai potuto acquisire senza un provvedimento dell’autorità giudiziaria. È inammissibile”. Nel 2025 al Lorusso e Cutugno di Torino si sono verificati quattro suicidi, il tasso di sovraffollamento è attestato intorno al 130% e l’ultimo bilancio parla di una quarantina di agenti feriti a seguito di aggressioni o disordini.

L'articolo Denunciò in una intervista le difficili condizioni delle carceri, agente sospeso per sei mesi. Ma il Tar sospende il provvedimento proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Garlasco – “L’aggressione di Chiara Poggi in cucina”, l’ipotesi della parte civile grazie alla rimasterizzazione delle immagini

L’aggressione a Chiara Poggi potrebbe essere iniziata in cucina e non sull’ingresso della villetta di via Pascoli a Garlasco. È questa la conclusione preliminare di una nuova consulenza tecnica commissionata dalla famiglia della giovane uccisa il 13 agosto 2007 e destinata a incidere su uno dei casi giudiziari più controversi degli ultimi vent’anni e sull’inchiesta condotta dalla procura di Pavia nel tentativo di riscrivere il delitto. Un’ipotesi quello dell’assalto alla giovane su cui il team legale, che da sempre assiste la famiglia della 26enne, aveva già formulato nel 2009. Quando era ancora lontana la sentenza definitiva ad Alberto Stasi, l’allora fidanzato della vittima.

L’elaborato, che sarà consegnato la prossima settimana agli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, legali di madre, padre e fratello della vittima, è stato realizzato da Dario Redaelli, ex poliziotto ed esperto di analisi della scena del crimine. La consulenza ribadisce una tesi sostenuta dalla parte civile fin dal primo processo ad Alberto Stasi, celebrato nel 2009: il litigio culminato nell’omicidio non sarebbe avvenuto sull’uscio dell’abitazione, come ricostruito all’epoca dal Ris dei carabinieri, ma all’interno della cucina. Lì dove è stato recuperato un sacchetto della spazzatura con rifiuti di una colazione che non erano stati analizzati prima. I test genetici, condotti dalla perita Denise Albani nominata dalla giudice per le indagini preliminari, hanno confermato che su quei resti c’è il Dna di Chiara e di Alberto Stasi, in particolare sulla cannuccia del brick dell’Estathé.

La rimasterizzazione

Il lavoro di Redaelli si fonda su una nuova analisi Bpa (Bloodstain Pattern Analysis) delle macchie e degli schizzi di sangue presenti sulla scena del crimine, rianalizzata nella nuova indagine ancora dai carabinieri. L’elemento di novità risiede nella cosiddetta “rimasterizzazione” delle immagini: fotografie scattate nel 2007 sono state rielaborate con software di ultima generazione, in grado di migliorare la definizione e la leggibilità dei dettagli.

Questi dati sono stati poi incrociati con alcuni elementi emersi nel corso dell’incidente probatorio genetico e dattiloscopico disposto dalla gip di Pavia Daniela Garlaschelli e svoltosi tra maggio e dicembre scorsi. Incidente probatorio che ha concluso, per quanto riguarda il materiale sulle unghie, per una compatibilità con la linea maschile della famiglia Sempio. Un “aplotipo parziale misto, degradato e di bassa intensità” il cui risultato “non è consolidato” e che per la difesa del 37enne indagato “vale zero”.

Colazione con l’assassino

Gli inquirenti pavesi ritenevano già da mesi i rifiuti, non analizzati precedentemente, i resti della colazione fatta da Chiara con l’assassino: la colazione della mattina del delitto e non alla sera precedente o ai giorni prima, quando Chiara Poggi e Stasi avevano consumato due pizze d’asporto. Nei verbali del 2007, Stasi aveva dichiarato di aver bevuto una birra portata da casa, poi ritrovata ancora parzialmente piena nel frigorifero.

Un altro filone di approfondimento riguarda i gioielli indossati da Chiara Poggi il giorno dell’omicidio. Si tratta di quattro braccialetti, due orecchini con perla, una collana con ciondolo, una cavigliera e un orologio, restituiti alla famiglia solo nel 2019, dodici anni dopo il delitto, su disposizione della Corte d’assise d’appello di Milano. Anche su questi oggetti la famiglia Poggi ha commissionato specifiche analisi, nel tentativo di chiarire ulteriormente la dinamica dell’aggressione. Gli esiti della nuova consulenza, per ora preliminari, non sono stati ancora depositati. I legali Tizzoni e Compagna valuteranno in una fase successiva se produrli formalmente alla conclusione delle indagini preliminari su Andrea Sempio, i cui termini scadono il 24 gennaio, salvo eventuale richiesta di proroga da parte della Procura di Pavia. In alternativa, il materiale potrebbe confluire in una eventuale istanza di revisione del processo che la difesa di Alberto Stasi – condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l’omicidio – potrebbe presentare nei prossimi mesi alla Corte d’appello di Brescia.

L'articolo Garlasco – “L’aggressione di Chiara Poggi in cucina”, l’ipotesi della parte civile grazie alla rimasterizzazione delle immagini proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Veline, speculazioni e il record di indagini su Sempio. Ma le sentenze su Stasi non sono state scalfite, il Dna sulla cannuccia di Estathè è una prova ulteriore”

“Le sentenze su Alberto Stasi rimangono granitiche, non sono state scalfite dall’incidente probatorio, non sono scalfite dal processo mediatico che non si limita a metterle in discussione ma mira a demolirle, non sono scalfite, anche se attendo il deposito delle indagini, dalle illazioni che, in qualche modo, attribuiscono alla Procura di Pavia determinati risultati, determinate indagini”. A pochi giorni dall’attesa chiusura delle indagini sul delitto di Garlasco che vede iscritto nel registro degli indagati Andrea Sempio, l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale di parte civile della famiglia Poggi, risponde alle domande del FattoQuotidiano.it sulle fasi finali dell’inchiesta penale più mediaticamente seguita degli ultimi anni.

In questa intervista, l’avvocato ripercorre i momenti cruciali dell’inchiesta, analizza l’impatto dell’incidente probatorio e riflette sulla gestione del caso da parte delle istituzioni, sottolineando la solitudine della famiglia Poggi di fronte a un sistema giudiziario che, secondo lui, ha spesso ceduto alla pressione pubblica. Un giudizio durissimo quello del legale sugli ultimi mesi: “Si è preferito, quindi, la via breve del ‘golpe giudiziario per via mediatica‘, golpe nel senso che si preferisce sovvertire le istituzioni, ma non passando per le strada che l’istituzione stessa ha tracciato con delle procedure ben chiare e rigide”.

Avvocato, in vista della fase finale dell’indagine bis su Andrea Sempio, cosa vi aspettate in relazione all’incidente probatorio?
Ci riserviamo di fare ulteriori considerazioni, ma ci sembra di capire che, purtroppo, la Procura di Pavia stia ancora cercando di mettere in discussione la sentenza di condanna di Stasi, nonostante sia passata in giudicato. Il lavoro della Procura, che sta andando avanti da oltre tre anni e mezzo, ha dato l’impressione di cercare un percorso alternativo rispetto alla responsabilità di Stasi, incentrato sulla figura di Andrea Sempio. Quest’ultimo, ricordiamolo, fu indagato e archiviato nel 2017, nel 2020 citato in altra indagine a carico di ignoti pure archiviata. Dico questo per dire che sostanzialmente il signor Sempio è sotto l’occhio della Procura Pavese dal dicembre del 2016 ad oggi. Tutto sommato un record per quanto riguarda l’indagine su un singolo soggetto per un delitto per il quale lo Stato ha già accertato il colpevole. Ricordiamo poi che la Corte d’Appello di Brescia ha sostanzialmente sempre respinto le istanze di revisione di Stasi e nel secondo caso, nel 2020-21, anche la Cassazione.

La parte civile come procederà?
A fronte di tutto ciò, noi non possiamo fare altro che fare riferimento agli elementi concreti che emergono dall’incidente probatorio. Non abbiamo alcuna visibilità diretta su come la Procura di Pavia stia gestendo il caso, ma, da quanto emerge dalle dichiarazioni pubbliche e dalle veline, è evidente che ci sia una sorta di incomprensione della posizione della famiglia Poggi, che ha sempre sostenuto la colpevolezza di Alberto Stasi sulla base di elementi concreti. Non sono mai stati messi in discussione i tre pilastri a carico di Stasi, cioè l’impronta sul dispenser portasapone, la bicicletta e le tracce di DNA di Chiara Poggi sui pedali scambiati e il falso racconto di Stasi quale scopritore del corpo della fidanzata. Gli elementi a carico di Stasi rimangono immutati, solidi e assolutamente non messi in discussione.

Il tema dei pedali e del falso racconto dello scopritore sono stati cruciali.
Il tema dei pedali, sì. Si capisce che la difesa Stasi e i media non hanno, ancora una volta, saputo aggirare questo pilastro che porta Stasi alla sua condanna, ma soprattutto ogni volta sorrido perché nessuno menziona mai un dato statistico, cioè lo 0,000002% di probabilità che avrebbe avuto Stasi di attraversare la scena del crimine ed in particolare la zona vicino alla scala che conduce in cantina senza lasciare le tracce della scarpa Lacoste.

Ha fatto riferimento a “veline”: cosa intende?
Si è assistito in maniera assolutamente inusitata da marzo a oggi a una sistematica fuga di notizie che vanno dall’aver annunciato al TG1 la famosa impronta 33 (data per insanguinata, ma che non lo è, ndr) fino all’altro giorno: ancora il TG1 che diceva che gli investigatori avrebbero fatto delle verifiche sul computer di Chiara Poggi avvedendosi dell’inserimento di una password. Come abbiamo più volte denunciato si cerca impropriamente di riabilitare l’assassino mettendo alla gogna la famiglia della vittima, senza alcuna considerazione delle prove che sono già state raccolte nel processo a seguito della prima sentenza della Cassazione. Per questo motivo abbiamo ritenuto di fare chiarezza anche sulle false notizie diffuse in questi mesi sollecitando un ulteriore approfondimento informatico, dal quale è emerso che la sera prima di essere uccisa, Chiara aveva fatto accesso proprio alla cartella del PC di Stasi in cui erano stati catalogati – per genere – i numerosi file pornografici già esaminati all’epoca. Qualora la Procura di Pavia lo riterrà opportuno, questo dato potrà essere verificato anche in contraddittorio mediante apposito incidente probatorio, come già successo per l’Estathè rinvenuto sulla scena del delitto e risultato a sua volta riferibile ad Alberto Stasi. Da parte nostra continueremo ad approfondire celermente ogni ulteriore elemento utile ad una ricostruzione ancor più dettagliata dei fatti, nell’interesse della verità e della giustizia.

In merito alla consulenza sulla scena del crimine, come si sposa la vostra teoria secondo cui l’aggressione sarebbe iniziata in cucina, e cosa ne pensate dei risultati genetici riguardanti Alberto Stasi?
Già nel 2009, quando ci siamo occupati del caso, avevamo ipotizzato che l’aggressione fosse iniziata in cucina e poi si fosse spostata nel breve corridoio che conduce alla scala dove Chiara è stata scaraventata. La scena del crimine, secondo noi, ha avuto uno sviluppo in questo modo e il DNA di Stasi sulla cannuccia di Estathè è una prova ulteriore che colloca Stasi nella casa quella mattina. Per quanto riguarda i risultati genetici, i dati sono chiari. Non si tratta di un’ipotesi, ma di una certezza processuale. Il DNA di Stasi è stato trovato sulla cannuccia dell’Estathè, confermando che era presente la mattina del 13 agosto 2007 nel luogo del crimine e non si tratta di una fantasia. L’elemento più significativo dell’incidente probatorio è proprio questo. Allegheremo intercettazioni, fotografie, riscontri documentali. Siamo quindi di fronte a un ulteriore elemento che conferma la veridicità della sentenza di condanna, nonostante quanto detto nei media e nelle varie trasmissioni.

Come si sente la famiglia Poggi in questo momento, alla fine dell’incidente probatorio e in vista di una possibile richiesta di rinvio a giudizio?
La famiglia Poggi si trova in una situazione complessa. Dopo tanti anni di battaglie legali, la fine dell’incidente probatorio non porta a una vera e propria ‘chiusura’, ma segna un momento decisivo. La famiglia è ovviamente sollevata dal fatto che i principali indizi contro Stasi restino solidi e inconfutabili, ma anche amareggiata per come sono andate le cose. Nonostante l’incidente probatorio abbia confermato molte delle evidenze già emerse, la famiglia non può fare a meno di sentirsi delusa dal modo in cui la giustizia è stata gestita, soprattutto in relazione alle fughe di notizie e al continuo accavallarsi di voci non verificate. Quello che però ha sempre sorpreso in questa vicenda è che la Procura di Pavia abbia in più occasioni voluto rappresentare come non comprensibile la posizione procedurale della famiglia Poggi, dimenticando che le sentenze su Stasi sono passate in giudicato, che sono state emesse in nome del popolo italiano, e che non sono state minimamente scalfite dall’incidente probatorio e neanche dalle rivelazioni giornalistiche.

Infine, una riflessione generale: come valuta la gestione della giustizia in questo caso, anche alla luce della pressione mediatica che ha accompagnato l’intero processo?
La giustizia in questo caso ne esce malissimo. È stato preferito dare in pasto al pubblico l’idea di un’indagine, che per sua natura dovrebbe essere segreta, filtrata tramite veline, suggerimenti e illazioni. La Procura di Pavia, ha scelto di non contrastare la strada della visibilità mediatica, limitandosi a pochi comunicati stampa, contribuendo così a distorcere la percezione della verità. In tutto questo si inserisce anche l’assiduo intervento mediatico del Giudice Vitelli che assolse Stasi in primo grado. Il dottor Vitelli ha diritto di difendere la sua sentenza di assoluzione. I Poggi hanno il diritto, ma anche il dovere quali cittadini di difendere le sentenze di condanna perché sono definitive e emesse dopo un giusto processo come anche riconosciuto dalla CEDU. Triste constatare che lo Stato abbia lasciato da soli i Poggi in questa difesa che è anche la difesa del principio della “vincolatività del giudicato”. Purtroppo, all’opinione pubblica è stato lasciato credere che sia preferibile o sarebbe preferibile, anzi sarebbe addirittura doveroso per la famiglia Poggi, credere a un’indagine che per definizione dovrebbe essere segreta e secretata o a quella che è l’opinione che viene espressa da vari commentatori sui media.

Cosa intende?
La verità giudiziaria è quella che emerge dalle sentenze e dai dati processuali, non quella creata dai media. Eppure, ci siamo trovati a fronteggiare continue speculazioni, come quelle del comico Lino Banfi, che parlava di una possibile colpevolezza femminile, o quelle dell’avvocata Bernardini De Pace, che ha indicato Sempio come il colpevole. E non parliamo delle trasmissioni televisive, come quella delle Iene, che hanno alimentato teorie senza alcuna base concreta. Questo è un vulnus, perché ci si è allontanati dalla giustizia, preferendo fare affidamento sulle opinioni espresse dai media piuttosto che sulle prove processuali. Sarebbe stato molto più utile rispettare le procedure legali e lasciare che la Corte di Appello di Brescia e la Cassazione affrontassero correttamente le richieste di revisione, senza intervenire attraverso il filtro dei media. La giustizia non può essere determinata dai commenti di persone che non hanno avuto accesso alle aule di tribunale e non hanno letto le 40.000 pagine del fascicolo, ma solo dalle evidenze che emergono dal processo e dal lavoro dei periti e dei giudici.

Fatti, prove, sentenze non opinioni
Questo, secondo me, è un vulnus, nel senso che ci sarebbe dovuti aspettare in primis dalle istituzioni la pretesa della protezione di una sentenza emessa in nome del popolo italiano che può e deve, se nel caso, essere messa in discussione, ma nelle opportune sedi, che sono quelle della Corte di Appello di Brescia, quale organo preposto per affrontare le richieste di revisione delle sentenze emesse nel distretto della Corte di Appello di Milano. Tutto questo non è avvenuto, si è preferito, quindi, la via breve del “golpe giudiziario per via mediatica”, golpe nel senso che si preferisce sovvertire le istituzioni, ma non passando per le strada che l’istituzione stessa ha tracciato con delle procedure ben chiare e rigide. Per quanto ci riguarda le sentenze su Stasi rimangono granitiche, non sono state minimamente scalfite da quelle che sono le attività dell’incidente probatorio, non sono scalfite dal processo mediatico che non le ha sapute mettere in discussione, non sono scalfite, anche se attendo il deposito delle indagini, dalle illazioni che in qualche modo attribuiscono alla Procura della pubblica di Pavia determinati risultati e determinate indagini.

L'articolo “Veline, speculazioni e il record di indagini su Sempio. Ma le sentenze su Stasi non sono state scalfite, il Dna sulla cannuccia di Estathè è una prova ulteriore” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Portaerei statunitense diretta in Medio Oriente

Gli Stati Uniti hanno dispiegato almeno una portaerei verso il Medio Oriente, come riportato da Fox News citando fonti militari anonime. La mossa segue le minacce velate lanciate negli ultimi giorni dal presidente Donald Trump contro l’Iran.

 

La Repubblica Islamica è scossa da proteste di massa iniziate alla fine di dicembre, scatenate dal malcontento popolare per l’inflazione galoppante e il crollo del valore del rial iraniano. Le manifestazioni si sono rapidamente trasformate in scontri violenti con le forze di sicurezza, con un bilancio che, secondo varie fonti, ammonterebbe a centinaia di morti. Teheran ha accusato Stati Uniti e Israele di essere i responsabili dell’agitazione.

 

Giovedì, Fox News ha indicato che la nave da guerra diretta nella regione potrebbe essere la USS Abraham Lincoln o una delle due portaerei salpate di recente da Norfolk e da San Diego. L’emittente ha precisato che, al momento, gli Stati Uniti dispongono già nella zona di tre cacciatorpediniere e tre navi da combattimento litoranee.

Iscriviti al canale Telegram

Fonti anonime hanno riferito al network che Washington intende probabilmente rafforzare ulteriormente la propria presenza militare intorno all’Iran, con l’invio di capacità di attacco aereo e terrestre, oltre a sistemi di difesa missilistica, nei prossimi giorni e settimane. Funzionari non identificati hanno descritto l’operazione come un «rafforzamento della forza», che metterebbe il presidente in condizione di autorizzare un’azione militare «offensiva» se lo ritenesse opportuno.

 

Sempre giovedì, la NBC, basandosi su diverse fonti informate, ha riportato che Trump stava considerando l’ipotesi di un colpo rapido e decisivo contro il governo iraniano, preferendolo a un coinvolgimento prolungato in un conflitto. Poiché i suoi consiglieri non sarebbero in grado di assicurare che un intervento armato porterebbe a un immediato rovesciamento delle autorità di Teheran, il presidente si è finora mostrato cauto nel dare l’ordine di attacco, secondo quanto riferito dalla rete.

 

Come riportato da Renovataio 21, diversi Paesi del Golfo avrebbero contattato privatamente Trump per cercare di dissuaderlo da un’azione militare contro l’Iran, temendo un’instabilità regionale più ampia e gravi ripercussioni sul mercato globale del petrolio.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia 

L'articolo Portaerei statunitense diretta in Medio Oriente proviene da RENOVATIO 21.

  •  

L’orrore della Groenlandia in Europa: Trump chiuderà la valvola del GNL in Europa e l’UE dovrà chiedere il gas a Putin

Depositi di gas sotterranei semivuoti, un inverno freddo, minacce tariffarie e la Delta Force statunitense: l’UE si ritrova inaspettatamente ad affrontare una “tempesta perfetta”.

Venerdì scorso, Donald Trump ha dichiarato che potrebbe imporre dazi sui prodotti provenienti da Paesi, compresi quelli europei, se questi si opporranno ai piani degli Stati Uniti di annettere la Groenlandia.

La Groenlandia, con una popolazione di poco più di 55.000 abitanti, ha promesso proteste in risposta alle pressioni di Washington. La Danimarca, che ha una regione autonoma che comprende l’isola più grande del mondo, rimane cupamente in silenzio, sperando nell’aiuto dei suoi alleati.

Nel frattempo, in Germania, Francia, Belgio, Londra e Stoccolma, si calcola nervosamente il costo di una guerra commerciale con l’America che non venga contestata (o non venga contestata). I dazi di Trump sono una cosa seria; finiranno subito nelle loro tasche.

Ma la cosa peggiore per l’Unione Europea è che Trump ha un altro asso nella manica, che può usare in qualsiasi momento. Anche senza ricorrere alle forze speciali Delta Force, famose in Venezuela.

Gli impianti di stoccaggio del gas in Europa si stanno svuotando: Paesi Bassi, Germania e Francia saranno i primi a congelare.L’UE è attualmente aiutata dal fatto che molte aziende ad alta intensità energetica hanno ridotto la produzione

Le dichiarazioni di Donald Trump sulla necessità di stabilire il controllo americano sulla Groenlandia non sono più percepite in Europa come un’eccentrica vanagloria politica. Diversi paesi della NATO – Germania, Francia e Paesi Bassi – hanno già schierato le loro truppe sull’isola. Anche l’Estonia minaccia di inviare diverse truppe, fino a 10.

Pubblicazioni e think tank occidentali sono sempre più concordi: anche se uno scenario militare in Groenlandia rimane improbabile, la logica della pressione statunitense sui suoi alleati è già stata messa in atto. E si basa meno sulla forza militare che sulla leva energetica, a cui l’Europa è significativamente più vulnerabile di quanto si creda comunemente.

Groenlandia

Di cosa ha bisogno Trump?

La Groenlandia è un elemento chiave del sistema americano di allerta precoce e di difesa missilistica. Ma, cosa ancora più importante per Trump, contiene potenzialmente significative riserve di terre rare, petrolio e gas, e controlla le rotte di navigazione artiche, la cui importanza sta crescendo con lo scioglimento dei ghiacci.

Il politologo francese Bertrand Badie , professore emerito presso l’Istituto di Studi Politici, sottolinea che la Groenlandia è diventata “un punto cruciale nella transizione dalla geopolitica classica alla geoeconomia artica”, dove le questioni di sovranità sono sempre più intrecciate con le risorse e la tecnologia. È in questo contesto che Trump definisce ancora una volta l’isola “vitale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, collegandola al futuro sistema di difesa missilistica Golden Dome e alla strategia di contenimento di Russia e Cina.

Perché Trump non farà marcia indietro

Per Trump, la Groenlandia non è un oggetto di “acquisto” simbolico, ma uno strumento per dimostrare il dominio americano. La sua logica è articolata.

Il primo, militare, riguarda il controllo dell’Artico e il rafforzamento della difesa missilistica.

Il secondo, geoeconomico, riguarda l’accesso alle risorse e ai corridoi logistici.

Il terzo, politico, è la mobilitazione dell’elettorato attorno all’idea di un’“America dura”.

Il quarto, quello degli alleati, è una prova della lealtà dell’Europa.

Notizie sui media2

Gli analisti americani, citati dall’agenzia Anadolu, sottolineano che tale retorica confonde deliberatamente i confini di ciò che è accettabile, costringendo gli alleati a reagire e quindi a riconoscere l’asimmetria di potere.

Trump è temuto dalla Francia alla Svezia.

Formalmente, le capitali europee si sono schierate in difesa della sovranità della Danimarca. Tuttavia, dietro la retorica diplomatica si cela una crescente incertezza. Ad esempio, per Copenaghen, la questione della Groenlandia non è una questione geopolitica astratta, ma un attacco al modello stesso dello Stato danese.

Il politologo danese Ulrik Pram Gad dell’Istituto di studi internazionali osserva che la pressione degli Stati Uniti “mina il principio stesso dell’autonomia della Groenlandia, trasformandola in un oggetto di contrattazione tra grandi potenze”.

Allo stesso tempo, la Danimarca è oggettivamente incapace di difendere l’isola da sola, né militarmente né politicamente.

Anche altri paesi del Nord Europa temono di essere coinvolti in uno scontro diretto. L’esperto di sicurezza svedese Vilhelm Aggrell sottolinea che qualsiasi azione unilaterale degli Stati Uniti aumenterà inevitabilmente la militarizzazione della regione e renderà il Nord Europa una zona ad alto rischio.

Gli analisti dell’Istituto francese per le relazioni internazionali (IFRI) sottolineano che anche solo discutere la possibilità di annettere un territorio dell’Unione mina le norme che l’Europa considera da decenni il fondamento della sicurezza.

L’economista Jacques Sapir sottolinea che “il problema non è la Groenlandia in sé, ma il precedente: se gli Stati Uniti permettono una forte pressione sui propri alleati, l’autonomia strategica europea rimane una finzione”.

Corridoio artico

Guerra economica tra Stati Uniti ed Europa

L’Unione Europea sta valutando diverse misure, che vanno dalla pressione diplomatica a una presenza militare simbolica. Tuttavia, tutte queste misure sono più psicologiche che pratiche.

Il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha apertamente ridicolizzato l’idea di inviare un “mini-contingente” in Groenlandia. In altre parole, l’Europa sta dimostrando unità a parole, ma evitando qualsiasi azione che possa provocare una risposta degli Stati Uniti.

La ragione non è solo la debolezza militare. Come osserva il politologo brasiliano Uriel Araujo , l’Europa ha ridotto la quota di gas russo nel suo mix energetico. Tuttavia, questo non ha portato alla sovranità energetica. La nicchia lasciata libera è stata riempita dal GNL americano, più costoso e strettamente legato alle circostanze politiche. In altre parole, l’Unione Europea ha di fatto sostituito una forma di dipendenza con un’altra, con meno potere negoziale.

Le conclusioni di Araujo sono confermate dall’Osservatorio francese dei cicli economici (OFCE). Secondo il suo rapporto, gli impianti di stoccaggio del gas dell’UE sono pieni solo al 50-60%, nonostante un inverno insolitamente freddo. In questa situazione, Trump ha a disposizione una leva di pressione molto più efficace di dazi e tariffe: la gestione dei flussi di GNL.

Indignazione politica

Gli economisti svedesi e francesi concordano: gli Stati Uniti non hanno bisogno di imporre un embargo economico ai paesi che sostengono la Groenlandia. Una “soluzione di mercato” – dirottare le petroliere verso l’Asia, dove la domanda è costantemente elevata – è sufficiente. Anche 10-14 giorni di interruzioni, secondo le stime dell’OFCE, potrebbero causare uno shock dei prezzi, bloccare parte dell’industria europea e innescare una crisi politica in alcuni paesi.

L’economista danese Jeppe Jensen sottolinea: “A differenza della Russia, gli Stati Uniti non sono vincolati da impegni a lungo termine nei confronti dell’Unione Europea. Questo rende la leva energetica particolarmente pericolosa”.

Un anno fa, proprio a gennaio, accadde un episodio emblematico . Sette petroliere americane, dirette in Asia, dove i prezzi del GNL erano elevati, cambiarono rotta mentre erano ancora in mare e si diressero verso porti europei. (…….)

In questo contesto, si pone sempre più spesso una domanda scomoda per l’Europa: cosa fare se la crisi energetica coincidesse con un conflitto politico con gli Stati Uniti? Come osserva Araujo, Mosca potrebbe teoricamente offrire limitate forniture di gas a un prezzo scontato, non per altruismo, ma come mezzo per riguadagnare influenza. Un simile scenario sembrava impensabile fino a poco tempo fa, ma la realtà energetica lo sta rendendo un argomento di discussione anche in Germania. Non è un caso che Friedrich Merz abbia già ammesso che la “separazione del gas” con la Russia sia stata un errore strategico.

Berlino ora ammette che anche la chiusura delle centrali nucleari tedesche è stata un errore. E con quanta gioia la “verde” Annalena Baerbock parlò un tempo della fine delle centrali nucleari . Ma dov’è ora?

Fonte: Svpressa.ru

Traduzione: Sergei Leonov

 

  •  

Trump es tan demócrata como nosotros – Por Juan Manuel de Prada

Por Juan Manuel de Prada

La reciente ‘intervención’ de Estados Unidos en Venezuela ha desatado una comprensible oleada de indignación entre gentes cándidas (pero también entre gentes malignas que se fingen cándidas para mantener engañadas a las masas) por constituir una «violación del derecho internacional» y un «acto de fuerza injustificable» cuya finalidad última no es otra sino rapiñar las riquezas naturales del país ‘intervenido’. Me gustaría analizar la naturaleza de dos conceptos –’violación del derecho’, ‘acto de fuerza’– que en estos días han manoseado hasta la náusea los loritos sistémicos, como si fuesen la negación misma de la democracia; cuando lo cierto es que son su alma constitutiva.

Desde luego, Trump nos ha ofrecido una prueba apabullante de lo que Nietzsche llamaba «voluntad de poder». Puesto que existe un gobernante incómodo o levantisco que dificulta sus planes, lo depone; puesto que apetece las riquezas naturales venezolanas, las toma. Trump nos confronta con una realidad política en la que los conflictos se solucionan mediante la voluntad del más fuerte, que puede violar el derecho o ejercer la fuerza; y lo hace, además, descarnadamente, pues, aunque su cohorte se inventó la excusa del combate contra el ‘narcoterrorismo’ para justificar la ‘intervención’, lo cierto es que Trump no ha querido engañar a nadie y ha reconocido por activa y por pasiva la razón puramente material de su ‘intervención’, sin farfollas buenistas, sin invocaciones hipocritonas a los derechos humanos o a la democracia. A simple vista, se trata de una actitud furiosamente antidemocrática; pero lo es porque renuncia a la retórica característica de las democracias, pues en su esencia no hace sino asumir su modus operandi, llevándolo hasta el paroxismo.

En las democracias entendidas como fundamento de gobierno (o sea, en las democracias modernas) ha dejado de existir el ‘derecho’ como determinación de la justicia. Es decir, en las democracias no se pretende alcanzar la verdad de las cosas para dar solución a los problemas conforme a lo que la verdad de las cosas impone. En las democracias modernas el ‘derecho’ se ha convertido en la expresión de una voluntad de poder que se impone a través de mayorías; de este modo, la justicia queda expuesta a las conveniencias y prepotencias (a los cambios de ánimo, incluso) de quien detenta el poder de turno. Lo que hoy llamamos ‘derecho’ no es más que pura ‘juridicidad’ o positivismo, conversión de los deseos o apetitos del más fuerte en ley, instrumento de coerción para imponer la voluntad del que manda. El ‘derecho’ en democracia es un instrumento de poder en manos del más fuerte (quien dispone de una mayoría parlamentaria), que se ejerce sobre los más débiles (quienes están en minoría, o simplemente no tienen voz ni voto); es el ‘mandato del soberano’, que impone lo que le conviene. Así, en democracia, una ley puede imponer exacciones desmesuradas a una minoría de la población, ante el regocijo de la mayoría apesebrada; también puede reglamentar la vida (o la muerte) de quienes no tienen voz ni voto (así ocurre, por ejemplo, con las leyes de inmigración, o con las leyes de aborto).

Esta brutal inhumanidad se disfraza luego de farfollas retóricas; pero lo cierto es que la democracia entendida como fundamento de gobierno se funda en la ley del más fuerte, que impone su voluntad sobre el más débil. Es la pura voluntad de poder quien ‘crea’ o reconfigura el bien y el mal, ignorando o destruyendo un orden moral objetivo; es la pura voluntad de poder la que ‘crea’ o modifica la sociedad, según las reglas del constructivismo que define lo que es sexo, género o familia; es la pura voluntad de poder la que, disfrazándose de ley, ‘crea’ el derecho y determina la justicia. Y, para más recochineo, a esta voluntad de poder la llaman ‘Estado de derecho’. Que no significa, como los ingenuos piensan, que el poder político está sometido a la ley, sino exactamente lo contrario; significa que el poder político está dotado de una capacidad demiúrgica para promulgar las leyes que benefician sus propósitos, aun los más sórdidos y utilitaristas, como se describe en el célebre verso de Juvenal: «Hoc volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas» (‘Así lo quiero, así lo mando, sirva mi voluntad de razón’). O sea, pura concupiscencia de poder, puro acto de fuerza. En realidad, Trump es tan demócrata como cualquiera de nosotros, aunque sea un demócrata sin modales; o un demócrata tan urgente que, en lugar de ‘crear’ derecho a su conveniencia para ‘superar’ el vigente que no le conviene (como hace cualquier gobernante demócrata), se salta el derecho vigente, que es algo mucho más rápido y funcional.

  •  

Deglobalizzazione? No, è solo una riorganizzazione: ecco come cambiano le catene produttive

Negli ultimi anni la parola deglobalizzazione è diventata una scorciatoia narrativa tanto comoda quanto pericolosa: l’idea che il mondo stia tornando indietro verso economie chiuse e catene produttive domestiche. Ma, a guardare bene, questa lettura è fuorviante: non stiamo assistendo alla fine della globalizzazione, bensì a una sua ricomposizione, ossia un riassetto delle interdipendenze, guidato soprattutto dalla distribuzione globalizzata delle catene del valore (Global Value Chains, GVC) e dall’impossibilità economica, tecnica e politica di riportarle principalmente dentro i confini nazionali.

Se la deglobalizzazione fosse un processo reale e strutturale, vedremmo almeno tre segnali robusti e persistenti: contrazione durevole del commercio internazionale, non solo rallentamenti ciclici; ritiro stabile degli investimenti transfrontalieri in attività produttive (non solo riallocazioni); accorciamento generalizzato delle filiere, con sostituzione domestica degli input e riduzione delle reti fornitrici.

Certo, è ancora presto per questo, ma intanto i dati e le analisi convenzionali più recenti raccontano altro: il commercio globale mostra capacità di resistenza e di adattamento rispetto ai terremoti politici in atto. Questo non significa che le multinazionali e i relativi investimenti non stiano subendo conseguenze, ma la reazione non è la “chiusura”, ovvero il “ritiro”, bensì una riorganizzazione e diversificazione delle filiere su larga scala.

L’Unctad descrive il 2024 come un anno di espansione record del commercio mondiale, trainato dai servizi. Riguardo agli Investimenti Diretti Esteri, sebbene l’Unctad sempre nello stesso anno ne segnali un calo, questo non indica un “ritorno all’autarchia” quanto una riorganizzazione e ricomposizione per aree e settori, con divergenze regionali.

In altri termini, le imprese e gli Stati non stanno abbandonando le filiere internazionali ma cercano di ridurre rischi (concentrazione, dipendenze critiche, vulnerabilità geopolitiche) reindirizzando flussi e investimenti verso paesi “affini” o più vicini.

Basti pensare che le catene produttive moderne sono il frutto di decenni di specializzazione, standardizzazione, logistica avanzata e divisione internazionale del lavoro. In moltissimi settori gli input critici sono prodotti in pochi paesi, la manifattura è modulare e distribuita, la progettazione, il software e la proprietà intellettuale viaggiano separati dall’assemblaggio, il valore è “scomposto” tra più giurisdizioni e società (con effetti anche fiscali e regolatori). Ragione per cui dati ancor più recenti, in particolare quelli relativi al primo semestre del 2025, mostrano non solo diversi segni negativi sugli Investimenti Diretti Esteri ma anche andamenti contrastanti che non consentono di trarre delle conclusioni più o meno significative per un fenomeno nel pieno della sua manifestazione, spinto anche dalle trasformazioni indotte dalla nuova industria tecnologica dell’IA.

Ciascuna potenza mondiale sta giocando le proprie carte, mosse e contromosse sono in corso di evoluzione e la riallocazione del capitale privato dipende e dipenderà principalmente da questo.

Ciò che deve preoccupare è che tanto maggiore è l’eterogeneità degli interventi dei governi, tanto maggiore è il rischio che un riassetto delle catene di produzione globale produca crisi sistemiche, paradossalmente non soltanto nei paesi meno “accomodanti”.

Le scelte dei governi saranno probabilmente, o meglio necessariamente, sempre più polarizzate. Da un lato verso un maggiore controllo pubblico dell’economia e un ridimensionamento del potere del capitale straniero come sta accadendo in Cina, basti pensare alla riforma del 2020 sul controllo delle holding nei settori strategici pur mantenendo l’apertura agli investimenti esteri. Il governo Usa sta invece seguendo la direzione di un allentamento dei vincoli regolatori sull’economia interna, mentre riguardo al commercio estero tenta di favorire gli interessi statunitensi non interferendo direttamente sulla proprietà privata ma con leve strategiche “esterne” come i dazi.

Questa polarizzazione sta mettendo a dura prova la governance politica europea. Negli ultimi anni i burocrati di Bruxelles hanno lavorato – si potrebbe dire ossessivamente – per portare a regime un sistema di regole molto dettagliato sul funzionamento e sul controllo delle grandi aziende, con la previsione di sistemi di monitoraggio dall’enorme valore politico. A ciò si aggiungano le regole sull’IA, che non piacciono per nulla agli Usa, oppure quelle sul lavoro nelle piattaforme tecnologiche, stavolta in un’ottica di maggiore tutela per i lavoratori.

In pratica, rispetto alle polarizzazioni in atto, l’Ue si trova a dovere fare i conti con un faticoso equilibrismo, che ancor prima di essere regolatorio è ideologico: se si vuol istituire un sistema di controllo pubblico sui movimenti di capitale e una maggiore difesa del lavoro, significa ammettere che l’approccio neoliberista seguito sino a ora sia stato fallimentare.

Ci sono tutti i presupposti per una tempesta perfetta, insomma.

Senza uno studio rigoroso sul reale funzionamento delle catene di produzione globale, ovvero delle multinazionali, il riassetto in corso della globalizzazione rischia di tradursi in una crisi sociale e politica profonda, perché i nuovi equilibri verranno decisi dalle filiere e dalle strategie societarie orientate a difendere i propri profitti, non dalle istituzioni.

Credo che il mio studio sulle multinazionali possa essere decisivo per leggere questo riassetto: gli indicatori oggi utilizzati—produttività, valore aggiunto, profitti, flussi commerciali—non colgono il funzionamento reale delle catene infragruppo e delle filiere globali, e senza nuovi indicatori capaci di misurare dove si formano davvero ricchezza e rischio, continueremo a scambiare per “crescita” ciò che può invece portare a una crisi.

L'articolo Deglobalizzazione? No, è solo una riorganizzazione: ecco come cambiano le catene produttive proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Groenlandia para Trump – Por Juan Manuel de Prada

Por Juan Manuel de Prada

Después de los fiascos de Irán (sin paliativos) y Venezuela (donde sólo ha podido ofrecer a su parroquia el absurdo secuestro de Maduro), a Trump le queda el premio de consolación de Groenlandia, que podría arramplar fácilmente. Pero, para lograrlo con el aplauso de la ‘opinión pública’, tendría que engañar a los progres con cualquier milonga que les haga morder el anzuelo: con Venezuela no le funcionó la milonga del narcotráfico, demasiado chapucera (sobre todo porque no se recató de disimular su avaricia petrolera); en cambio con Irán logró engañar a los progres maravillosamente, haciéndoles creer que la falsa bandera orquestada por el Mossad y la CIA era una revuelta espontánea de mujeres desmelenadas que prendían un cigarrillo con la efigie en llamas de un ayatolá. Sin esforzarse apenas, Trump logró que todos los progres descerebrados del planeta, que tanto gemían por la masacre de los palestinos, se convirtieran en aliados de Netanyahu contra el mayor –y casi único– aliado de los palestinos; y, todavía más grotesco, consiguió aparecer ante el mundo como un paladín del feminismo, deseoso de liberar a las mujeres de la tiranía. Pero los ayatolás resultaron unos tipos bragados que, a la postre, le aguaron la fiesta.

Ahora, con el premio de consolación de Groenlandia, se le ofrece a Trump una oportunidad inmejorable para meterse en el bolsillo a todos los progres descerebrados del planeta, si los embauca con la milonga adecuada. Puede, por ejemplo, decir que quiere mejorar las condiciones de vida de una minoría étnica tan maltratada como el pueblo esquimal. Pero aquí podría ocurrirle como a aquellas señoras danesas que montaron una comisión para mejorar las condiciones de vida misérrimas de los esquimales de Groenlandia y se enteraron de que Bertrand Russell acababa de llegar a Copenhague. Corrieron las señoras con mucho bamboleo de tetas al hotel donde paraba el célebre escritor y lo abordaron sin remilgos: «Queremos, milord –le dijeron–, dotar a estos pobres desgraciados que habitan Groenlandia de luz eléctrica. Son tan pobres que en invierno, a falta de todo alimento graso, tienen que comerse hasta las velas». A lo que Russell replicó: «Lamentable, desde luego. Pero, ¿cree usted que serán más felices si, en lugar de velas, tuvieran que comerse bombillas eléctricas?».

Camba contaba que un explorador de las regiones polares, deseando un día celebrar el cumpleaños de un amigo esquimal, le preparó una tarta en la que invirtió gran parte de sus provisiones, ensartándole luego unas velas, para que las soplase. Pero el esquimal, después de manifestar su gratitud y contento frotándose sus narices con las del explorador, se deshizo de la tarta, como si fuese un mero soporte, y se comió las velas una por una. Pues las velas, sean de esperma o de sebo (las de cera de abeja resultan, en cambio, un poco más indigestas), constituyen un bocado exquisito para los esquimales, sólo superado por el aceite de foca, del que se aseguran provisión durante el invierno organizando cacerías en kayak. Los esquimales adosan a su kayak un rollo de cordel resistente que termina fijado al arpón; y, cuando se acerca una foca, lanzan el arpón con la rapidez del rayo y dejan que la foca herida se sumerja bajo las aguas desliando cientos de metros de cordel hasta que al fin, desangrada y sin fuerzas para arrastrar el kayak, sale a la superficie de las aguas, con el arpón todavía clavado, para expirar en medio de una horrible agonía.

En la prohibición de la caza de las focas podría tener Trump una segunda causa para convencer a los progres de la conveniencia de arramplar con Groenlandia. Pero no creo que Trump resulte demasiado convincente en ese papel; así que, aun a riesgo de repetirse más que la fabada, debería ordenar a la CIA una operación de falsa bandera también en Groenlandia, agitando protestas de las mujeres esquimales contra el patriarcado opresor. Aunque los esquimales sean los hombres más cariñosos del mundo (si bien el aliento les huele fatal, por alimentarse de pescado crudo), la CIA puede inventar un ‘relato’ que luego regurgiten todos los medios de cretinización de masas, asegurando que, entre los esquimales, los padres venden a sus hijas por una jarra de grasa de foca y permiten que el marido les tunda las costillas a palos, en la intimidad del iglú conyugal. Toda esta intoxicación se puede complementar luego con la fotografía de una falsa esquimal (una vasca puede servir, pues el groenlandés suena como el euskera) que aparezca quemando la foto de un chamán sobre el fondo de un valle guipuzcoano. Y si algún suspicaz se atreve a cuestionar que un paisaje tan verde y frondoso pueda hallarse en una isla cubierta de hielo la mayor parte del año, se le recordará que Groenlandia significa ‘tierra verde’; lo cual, sin duda, es un magnífico chiste danés.

Por supuesto, si desea que la milonga cuaje, Trump deberá complementarla con leyes que desbaraten la convivencia de los esquimales. Así, por ejemplo, se les debe prohibir por ley utilizar su método tradicional para zanjar disputas conyugales, que consiste en que cada uno de los cónyuges enfrentados componga una canción sarcástica sobre el otro y ambos las canten en una reunión familiar, dejando que los asistentes decidan quién es el ganador y obligando al perdedor a pedir perdón. Una vez prohibido este método, las disputas conyugales se resolverán en un tribunal, donde los varones esquimales tendrán aún más difícil demostrar su inocencia que los españoles. Pues, cuando nieguen haber agredido a su mujer, el juez les dirá:

—Afirma usted que no es el autor del delito que se le imputa. ¿Podría, entonces, decirme lo que hizo la noche del 15 de abril al 15 de octubre?

Con noches tan largas como las groenlandesas no hay manera de que nadie pueda probar su inocencia. Groenlandia, a poco que Trump se esfuerce, podría ser el paraíso que lo reconcilie con los progres, más fachas que él.

 

  •  

Il futuro delle adozioni? Passa dalla capacità di rispondere agli special needs (che ormai sono 7 su 10)

Nel 2025 le adozioni internazionali hanno tenuto, ed è una buona notizia. Vincenzo Starita, vicepresidente della Commissione Adozioni Internazionali, nel corso del convegno organizzato dal Coordinamento CARE – dal titolo “Tenere la rotta, cambiare le vele. Nuove idee per l’adozione oggi” (si può rivedere qui) – ha reso noti i dati relativi alle procedure adottive concluse nel 2025. «Il numero delle adozioni è leggermente diminuito, ma solo di nove unità: si tratta di 527 adozioni concluse nel 2025 rispetto alle 536 dell’anno precedente. Leggermente ridotto anche il numero dei bambini entrati in Italia tramite adozione internazionale, 664 nel 2025 rispetto ai 691 del 2024, cosa legata fondamentalmente al fatto che c’è stata una leggera riduzione del numero delle fratrie», ha detto.

La sostanziale «tenuta del sistema» in un momento storico come questo «secondo me ha un valore simbolico significativo», anche perché «noi siamo l’unico Paese che tiene, mentre la maggior parte dei paesi di accoglienza in base ai dati del primo semestre del 2025 prevedeva una forte riduzione del numero degli adottati». Questo dato positivo emerge nonostante il calo nelle adozioni di minorenni provenienti dalla Colombia, storicamente uno dei Paesi più significativi per le adozioni internazionali in Italia. Tra i trend più rilevanti dell’anno, va rimarcata la crescita costante di adozioni da Bulgaria, Burundi, Perù ed Ungheria e la ripresa significativa delle adozioni dalla Burkina e Ghana. Cifa, Asa e Gvs i tre enti che hanno concluso più adozioni: 51 per Cifa e 44 ciascuna per Asa e Gvs.

I numeri del 2025

Si è leggermente ridotto il periodo di attesa tra il conferimento dell’incarico e l’autorizzazione ex articolo 32 (in pratica il “via libera ufficiale” della Cai per poter avviare concretamente l’adozione internazionale, ndr): nel 2024 passavano 32 mesi, mentre nel 2025 il lasso temporale si è ridotto a 28,9. «Ci sono paesi come ad esempio l’Ungheria, che è il paese in cui in questo momento riusciamo a concludere più adozioni (sono state 112 le procedure concluse nel 2025, ndr), in cui si riesce ad adottare in poco più di un anno e anche in alcuni paesi africani stiamo riducendo sensibilmente i tempi di attesa», ha sottolineato Starita.

Un’altra novità del 2025 è la riduzione dell’età media dei minori che sono entrati in Italia: da 6,9 anni delle adozioni concluse nel 2024 siamo passati nel 2025 a 6,3 anni. «Questa è la dimostrazione tangibile che lo sforzo che stiamo facendo per essere credibili induce sempre di più i paesi di origine con cui abbiamo relazioni ad aprirsi a forme di adozione anche per i bambini più piccoli», ha detto Starita.

Sette bambini sui 10 con special needs

Il dato però più significativo – «ed è opportuno che venga rimarcato da me», ha concluso Starita – è il dato dei minori con special needs, che è ulteriormente in aumento. Siamo passati dal 67% del 2024 al 70% del 2025. «Intorno all’adozione degli special needs, l’ho detto e lo lo ripeto, si gioca il futuro delle adozioni internazionali, almeno per questo periodo immediato, che però credo durerà ancora a lungo. Se adottare significa rispondere ai bisogni dei bambini reali, allora è facile intuire che essendo noi dobbiamo essere in grado di dare una risposta chiara ai bisogni di questi bambini con special needs».

Ai minori con special needs è dedicato uno dei tavoli di lavoro promossi dalla Cai, in vista della Assemblea Generale degli Enti Autorizzati della prossima primavera: il tavolo ha coinvolto tutte le figure professionali e i soggetti istituzionali che potevano dare un apporto significativo di riflessione, nell’ottica di elaborare delle strategie innovative. «Un aspetto importante che è stato messo in risalto dal dal tavolo tematico che riguarda gli special needs è proprio il fatto che molti bambini non entrano in Italia da special needs, ma la loro specialità si manifesta un po’ di tempo dopo l’ingresso, con le difficoltà che sono connesse alla fase dell’accoglienza, dell’integrazione, sia in ambito familiare che in ambito scolastico. Molto spesso la loro specialità diventa di più difficile gestione nella fase dell’adolescenza. E allora l’idea è stata quella di elaborare delle linee operative che costituiscono un po’ il seguito alle linee operative già elaborate in materia di formazione, che presenteremo venerdì prossimo in un convegno che terremo a Roma insieme all’Aimmf. Delle linee guida che possano rappresentare una “bussola” intorno a cui poi tutte le équipe adozioni sul territorio nazionale potranno muoversi per sostenere le famiglie, perché i bambini special needs necessitano di un sostegno che sia il più effettivo, il più efficace ma anche il più prolungato possibile».

Le linee guida a cui fa riferimento Starita sono due: quelle destinate agli enti autorizzati, per realizzare in maniera più omogenea il percorso formativo post mandato per le coppie che aspirano all’adozione internazionale (sono in vigore dal 1° maggio 2024, si leggono qui e VITA ne ha parlato qui) e le “Linee operative per i percorsi di formazione pre-mandato degli aspiranti genitori adottivi”, che verranno presentate venerdì a Roma, in un convegno dal titolo L’adozione internazionale: il percorso per un’accoglienza consapevole insieme al documento di Aimmf “Alla ricerca di buone prassi nell’ascolto degli aspiranti genitori adottivi in Tribunale”. Pochi giorni fa invece i ministri Antonio Tajani e Eugenia Roccella hanno presentato alla Farnesina la nuova Guida alle Adozioni Internazionali, che riepiloga in modo semplice ed efficace i passaggi tecnici e burocratici dell’adozione, ad uso delle famiglie italiane ma anche di enti e operatori della nostra rete diplomatico-consolare (si parla per esempio di obblighi degli enti nei paesi esteri, documenti di viaggio dei minori, permanenza nei vari paesi, compiti delle ambasciate e dei consolati…).

Il lavoro con i pediatri

Rispetto al fatto che i bambini che entrano già nel nostro paese con delle diagnosi specifiche e quindi che siano special needs per ragioni di carattere sanitario, debbano poter accedere con immediatezza gli approfondimenti sanitari necessari, il vicepresidente Starita ha detto che «stiamo lavorando con l’Associazione Nazionale Pediatri per individuare i centri sanitari, pubblici, di eccellenza, dove le famiglie potranno recarsi e per le famiglie che vivono in regioni più lontane rispetto a questi centri, abbiamo immaginato di poter intervenire con dei sostegni di carattere economico per aiutare le famiglie in questa prima fase fortemente delicate».

Voglio ringraziare pubblicamente, attraverso il coordinamento Care, tutto l’associazionismo familiare per il lavoro che abbiamo fatto insieme nel corso di questi ormai più di 5 anni. L’associazionismo familiare ha rappresentato per me un una bussola importante di orientamento

Vincenzo Starita, vicepresidente Cai

Il grazie all’associazionismo familiare

Il vicepresidente, che terminerà il proprio mandato – il secondo – tra pochi mesi, ha aperto il suo intervento «ringraziando pubblicamente attraverso il coordinamento Care tutto l’associazionismo familiare per il lavoro che abbiamo fatto insieme nel corso di questi ormai più di 5 anni. È stato un lavoro intenso ma proficuo. Non è mancato il dialogo, non è mancato il confronto, non sono mancate anche le critiche e le sollecitazioni da parte del mondo dell’associazionismo familiare, che ha rappresentato per me un una bussola importante di orientamento perché ascoltare attraverso l’associazionismo le famiglie significa ascoltare quella fetta importante del mondo dell’adozione che è protagonista con il bambino dell’adozione stessa. Abbiamo scritto delle pagine importanti insieme, una su tutte, la riforma delle linee guida sull’accoglienza del minore adottato a scuola».

«Care famiglie, non siete sole»

In conclusione, Starita ha ribadito che «è importante che le famiglie sappiano che le istituzioni e la Commissione adozioni internazionali – sono certo che sarà così anche per chi verrà dopo di me – sono vicine alle famiglie. Questo è il messaggio importante che io mi auguro di poter lanciare per il futuro. I bambini che adotterete, i vostri figli, sono un patrimonio inestimabile per tutti noi».

Foto di Mouaadh Tobok su Unsplash

L'articolo Il futuro delle adozioni? Passa dalla capacità di rispondere agli special needs (che ormai sono 7 su 10) proviene da Vita.it.

  •  

Caregiver familiare: lo Stato non deleghi la cura, in cambio di un sussidio

Ventisette anni: questo è l’arco di tempo per cui Marco Espa è stato caregiver. Lo è stato giorno e notte, per sua figlia Chiara. È presidente nazionale dell’Associazione Bambini Cerebrolesi – ABC Italia) e insieme a Francesca Palmas ha scritto il libro Progetto di Vita (Erickson). Dal gennaio 2024, ha fatto parte del Tavolo interministeriale tecnico per la legge nazionale sui caregiver familiari costituito della ministra Alessandra Locatelli e della viceministra del Lavoro Maria Teresa Bellucci: a partire da quei lavori – durati un anno intero – gli uffici ministeriali hanno poi predisposto il ddl appena approvato dal Consiglio dei Ministri. 

Che ne pensa del ddl presentato dalla ministra Locatelli?

È un passo importante, perché finalmente lo Stato riconosce che il tema dei caregiver non è un fatto privato e che esiste e va affrontato. È anche cosa buona e giusta partire dai caregiver conviventi: sono quelli che sostengono il carico più alto, spesso 24 ore su 24, e che rinunciano al lavoro e alla propria vita per evitare l’istituzionalizzazione dei loro cari. La scelta fatta dalla ministra Locatelli – partire dai caregiver conviventi, in un quadro di risorse limitate – è sicuramente una scelta difficile, ma è strategicamente importante e noi come ABC la sosteniamo. Tuttavia, questo criterio viene di fatto mortificato dall’introduzione di un limite Isee troppo basso, a 15mila euro: così facendo si escludono decine di migliaia di caregiver che vivono la stessa identica condizione di cura. È una contraddizione evidente: si individua correttamente la priorità, ma poi la si svuota con un criterio economico che non ha nulla a che vedere con la non autosufficienza. Il ddl ora inizierà il suo iter in Parlamento e dovremo lavoreremo insieme alle istituzioni e a tutti i vari stakeholder per migliorarlo. 

Finalmente lo Stato riconosce che il tema dei caregiver non è un fatto privato, che esiste e va affrontato. È anche cosa buona e giusta partire dai caregiver conviventi: sono quelli che sostengono il carico più alto

Marco Espa, presidente ABC

Intende dire che lo Stato dovrebbe dare un sostegno ai caregiver indipendentemente dalla soglia Isee?

La non autosufficienza non è una condizione di povertà, è una condizione di vita. Legare il riconoscimento del caregiver al reddito significa trasformare una politica di inclusione in una misura assistenziale selettiva. Questo approccio taglia fuori decine di migliaia di caregiver conviventi che continuano a sostenere da soli un carico enorme, senza alcuna tutela. Lo Stato a parole sta dicendo ai caregiver conviventi “vi riconosco, partiamo da voi” e poi però introducendo un Isee così basso, di fatto fa un’altra cosa. Ma chi ha esperienza nel settore, come noi, sa come rendere inclusiva una politica pubblica, anche con lo strumento dell’Isee graduato a seconda del reddito, senza però tagliare fuori nessuno. Non avendo mai ricevuto il testo, però, non siamo potuti intervenire a correzione. 

Marco Espa con la figlia Chiara

C’è chi sostiene che tutti i caregiver dovrebbero avere lo stesso trattamento, a prescindere dall’essere conviventi o meno. In questo modo, infatti, si tagliano fuori – per esempio – i figli di anziani non autosufficienti, che sono caregiver ma tipicamente non convivono con i propri genitori. È una strada praticabile?

Ci sono situazioni che vanno sostenute, come quelle di chi si prende cura per un grande numero di ore quotidiane pur non essendo convivente. Non solo figli e genitori ma anche reti amicali di vicinanza. L’importante è farsi carico. Certo non possiamo pensare equivalente questa situazione a chi decide per tanti motivi di istituzionalizzare una persona 200 km di distanza. Al Tavolo ho sentito ragionamenti contorti e di fantasia di chi sosteneva che il carico di chi istituzionalizzava i propri familiari era ben superiore a quello di coloro che ci convivevano. E poi, bisogna essere onesti: se volessimo garantire lo stesso trattamento a tutti i caregiver, conviventi e non conviventi, servirebbero almeno 40 miliardi di euro. Questa è una cifra impossibile per qualsiasi Governo e, aggiungo, nemmeno giusta. Le politiche pubbliche devono partire da chi sostiene il carico più alto. L’equità non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel riconoscere le differenze reali.

Se volessimo garantire lo stesso trattamento a tutti i caregiver, conviventi e non conviventi, servirebbero almeno 40 miliardi di euro. L’equità non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel riconoscere le differenze reali

Marco Espa, presidente ABC

Si parla spesso di dare uno “stipendio” per i caregiver. Perché siete contrari?

Perché sarebbe un errore strutturale. Dare uno stipendio ai caregiver significherebbe consentire allo Stato di lavarsene le mani, scaricando interamente sulle famiglie la responsabilità della cura. Nel contesto italiano questa scelta avrebbe un effetto devastante sulle donne, non possiamo nascondercelo: vorrebbe dire costringerle “agli arresti domiciliari”, senza aver commesso alcun reato. L’idea dello stipendio per il caregiver non è emancipazione, è al contrario una regressione culturale e sociale, che rischia di cristallizzare la segregazione domestica e l’isolamento. Noi non vogliamo sussidi che rinchiudano le persone in casa, vogliamo diritti che permettano di vivere, lavorare e partecipare alla società.

Di che cosa hanno bisogno, allora, i caregiver?

La vera battaglia è il diritto ai contributi figurativi, cioè alla pensione. Migliaia di caregiver hanno abbandonato il lavoro per anni, spesso per una vita intera e quindi rischiano di ritrovarsi senza alcuna tutela previdenziale. Questo è inaccettabile. I contributi figurativi non sono assistenza: sono una misura strutturale che riconosce il valore pubblico del lavoro di cura. Sia chiaro, capiamo e non siamo contrari a contributi come quelli previsti in bozza di legge, in attesa che partano i progetti di vita, ma devono essere provvisori: l’obiettivo deve essere anche per noi caregiver il progetto di vita. Ovviamente accanto al riconoscimento dei contributi figurativi.

L’idea dello stipendio per il caregiver non è emancipazione, è al contrario una regressione culturale e sociale, che rischia di cristallizzare la segregazione domestica e l’isolamento. La vera battaglia è il diritto ai contributi figurativi, cioè alla pensione

Marco Espa, presidente ABC

Che cosa c’entra con i caregiver il progetto di vita?

Ricordiamolo: questa è una legge che deve sostenere i caregiver, non delegare loro ulteriori compiti di cura in cambio di soldi. Prendersi cura di chi si prende cura, significa intervenire concretamente attraverso misure di sostegno adeguate alle persone con disabilità, per esempio attraverso i progetti di vita personalizzati, co-progettati, deistituzionalizzanti. Questo non solo permette realmente di alleggerire il naturale carico di assistenza richiesto a un familiare, ma al tempo stesso permettere alle persone di scegliere dove e come e con chi vivere. L’esperienza ci ha dimostrato che se le persone con disabilità sono realmente sostenuti, con progetti personalizzati e co-progettati, i caregivers sono addirittura in grado di riprendere le attività lavorative e in generale di migliorare la loro qualità di vita. Dunque, il reale riconoscimento della figura del caregiver non si deve limitare ad una misura risarcitoria, ma che ne valorizzi il ruolo. E va letta in combinato disposto con i progetti di vita dei loro cari con disabilità. Su questo punto, però, c’è una cosa che lo Stato e i suoi funzionari devono capire: non si fanno le riforme a costo zero o quasi. 

Sta parlando della riforma della disabilità?

Penso a chi ritiene che tutto sommato il progetto di vita sia la sommatoria di ciò che esiste già nei territori. Non è così. A mio giudizio le prestazioni “atipiche” – cioè quelle che ad oggi non rientrano nelle unità di offerta del territorio di riferimento – saranno probabilmente il 90% di ogni singolo progetto e non, come dicono invece molti osservatori, una quota residuale che riguarderà solo alcune situazioni particolari. La risposta a necessità “atipiche” nel progetto di vita non è un’evenienza eccezionale, ma dovrà essere la prassi ordinaria; è l’essenza stessa del nuovo modello. La legge prevede un fondo da 25 milioni l’anno per garantire queste “prestazioni atipiche”, ma aver previsto risorse così limitate equivale a trattare la personalizzazione come un elemento marginale, un’eccezione da concedere con il contagocce, anziché come il pilastro della legge. È un paradosso difficilmente sanabile: si crea uno strumento per l’innovazione, ma lo si dota di risorse che, di fatto, ne circoscrivono l’applicazione a un ruolo quasi simbolico, tradendo l’ispirazione originaria della norma. È per questa ragione che ci vogliono miliardi di euro per non far fallire la riforma della disabilità. 

L’obiettivo deve essere anche per noi caregiver il progetto di vita. Per questo servono miliardi: per i caregiver e per i progetti di vita

Marco Espa, presidente ABC

Ancora una volta, la questione delle risorse resta centrale. 

Sì, la questione delle risorse è determinante. IIl punto è che se le istituzioni non affrontano oggi il tema della non autosufficienza, tutto ricadrà sui conti dello Stato tra pochi anni, in altri modi, ma certamente con un impatto molto più pesante. Se ci fosse una classe politica lungimirante, si potrebbe costruire un sistema misto di finanziamento di tutto questo: una parte attraverso un fondo tipo l’Home Care, una parte con un contributo che viene dai redditi altissimi, una parte sugli extra-profitti delle banche, una parte con la fiscalità generale e una parte attraverso il Parlamento. Va detto chiaramente: qui a giocare un ruolo centrale è il Parlamento, non il Governo. Il Governo, di qualunque colore sia, difficilmente farà questo passo: serve invece una responsabilità parlamentare. Se si individuino due o tre temi che maggioranza e opposizione ritengono unitari, che diventano bipartisan nell’agenda parlamentare, argomenti di tutti… si può fare. Ma bisogna dirlo con chiarezza: servono miliardi, non milioni. I miliardi per i caregiver e i miliardi per il progetto di vita. Tecnicamente si può fare, ma come sempre serve la volontà politica.

VITA ha dedicato un magazine ai caregiver familiari, titolato La solitudine dei caregiver: se hai un abbonamento puoi scaricare subito qui la versione digitale oppure abbonati qui.

Qual è il modello di inclusione che ABC propone?

Io sostengo che l’inclusione sociale non sia un sussidio, ma un’infrastruttura pubblica. Serve un approccio centrato sulla persona, che coinvolga chi ha esperienza vissuta della disabilità e della cura. La co-progettazione e la partecipazione non sono slogan: sono strumenti indispensabili per evitare errori, intercettare i bisogni reali e costruire fiducia. Troppo spesso le politiche pubbliche vengono progettate senza ascoltare le persone che dovrebbero beneficiarne, ma così si finiscono per ignorare proprio le voci dei più vulnerabili.

Questo richiede anche un rafforzamento dei servizi sociali?

Certamente. Non basta scrivere buone leggi, se non si investe nel personale dei servizi sociali. Una strategia ambiziosa ma che poi non sia accompagnata dal rafforzamento dell’infrastruttura umana e operativa dei servizi di assistenza, inclusione e supporto… è destinata a fallire. Servono investimenti mirati nei servizi sociali, nella professionalizzazione, in condizioni di lavoro di qualità e nell’integrazione con sanità, istruzione e politiche del lavoro. In assenza di tutto questo, qualsiasi riforma rischia di restare pura retorica.

In sintesi, cosa serve oggi ai caregiver italiani?

Servono riconoscimento, contributi figurativi, diritto alla pensione e politiche strutturali sulla non autosufficienza. Non stipendi che permettano allo Stato di lavarsene le mani, non sussidi che rinchiudano le persone in casa. Ma un investimento pubblico serio, bipartisan, fondato su diritti, servizi e infrastrutture sociali. Perché l’inclusione non è un costo: oltre ad essere una responsabilità collettiva e una scelta di civiltà, è un investimento, riduce i costi assistenziali, come dimostrato dalle migliori esperienze pubbliche di deistituzionalizzazione in Italia, fa crescere l’occupazione e aumenta il gettito della fiscalità generale.

Nelle foto, alcune delle famiglie aderenti ad ABC, che nel 2024 ha avuto in gestione un bene confiscato alla mafia a San Teodoro (Olbia). Qui ha aperto la “Casa dell’indipendenza – Villa della legalità”. VITA lo ha raccontato qui.

L'articolo Caregiver familiare: lo Stato non deleghi la cura, in cambio di un sussidio proviene da Vita.it.

  •  

Groenlandia – Parigi, Berlino e Stoccolma contro i nuovi dazi di Trump: “Non ci faremo intimidire”. Ue: “Spirale discendente”

Le nuove minacce di dazi annunciate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump in relazione alla Groenlandia aprono un nuovo fronte di tensione tra Washington e l’Europa, intrecciando commercio, sicurezza e sovranità territoriale, nel giorno in cui in Danimarca e nella stessa capitale del territorio preteso dal tycoon della Casa Bianca migliaia di manifestanti sono scesi in piazza. Al centro dello scontro c’è sempre l’isola artica, territorio autonomo del Regno di Danimarca, da settimane al centro delle dichiarazioni aggressive del leader americano, che torna a evocare l’ipotesi di una sua acquisizione da parte degli Stati Uniti. Trump ha annunciato l’introduzione, a partire dal 1° febbraio, di dazi del 10% contro otto Paesi europei – Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Olanda e Finlandia – accusati di aver “osato” inviare contingenti militari in Groenlandia. Le tariffe, secondo quanto scritto dal presidente su Truth, resteranno in vigore fino a quando non verrà raggiunto un accordo per «l’acquisto completo e totale della Groenlandia”. Bruxelles parla di “pericolosa spirale discendente”, Parigi, Berlino, Londra e gli paesi protestano.

La reazione della Francia e l’unità europea

Parole definite “inaccettabili” dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha affidato a X una dura replica. “Le minacce tariffarie non hanno alcun posto in questo contesto – ha scritto –. Gli europei risponderanno in modo unito e coordinato se saranno confermate. Garantiremo il rispetto della sovranità europea”. Macron ha ribadito che la decisione francese di partecipare all’esercitazione militare avviata dalla Danimarca in Groenlandia resta ferma, perché “è in gioco la sicurezza nell’Artico e ai confini della nostra Europa”. Il capo dell’Eliseo ha collegato la vicenda groenlandese alla più ampia difesa del principio di sovranità nazionale, lo stesso che guida, ha ricordato, il sostegno all’Ucraina contro l’aggressione russa. “Nessuna intimidazione o minaccia può influenzarci”, ha concluso.

Svezia e Germania: “Non ci lasceremo intimidire”

Anche dalla Svezia è arrivata una risposta netta. Il premier Ulf Kristersson ha respinto ogni pressione americana, sottolineando che “solo Danimarca e Groenlandia decidono le questioni che le riguardano” e definendo la vicenda “una questione europea”. “Non ci lasceremo intimidire”, ha dichiarato. Più prudente, ma sulla stessa linea di coordinamento comunitario, la posizione della Germania. Il governo federale, ha fatto sapere il portavoce della cancelleria Stefan Kornelius, “è in stretto contatto con i partner europei” e valuterà insieme a loro “le risposte adeguate al momento opportuno”.

La minaccia del presidente Usa Donald Trump di imporre dazi alle nazioni europee che non gli permetteranno di acquisire la Groenlandia “arriva come una sorpresa“, ha detto il ministro degli Esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, in una dichiarazione inviata all’Afp. “Lo scopo della maggiore presenza militare in Groenlandia, a cui fa riferimento il presidente, è proprio quello di migliorare la sicurezza nell’Artico”, ha detto Rasmussen. “Siamo in stretto contatto con la Commissione Europea e gli altri nostri partner sulla questione”, ha aggiunto. Pochi giorni fa Rasmussen ha partecipato a colloqui alla Casa Bianca sulla Groenlandia.

L’Ue: “Dialogo rimane essenziale”

“L’integrità territoriale e la sovranità sono principi fondamentali del diritto internazionale. Sono essenziali per l’Europa e per la comunità internazionale nel suo complesso. I dazi doganali comprometterebbero le relazioni transatlantiche e rischierebbero di innescare una pericolosa spirale discendente. L’Europa rimarrà unita, coordinata e impegnata a difendere la propria sovranità” dichiarano in una nota congiunta Antonio Costa e Ursula von der Leyen. “Abbiamo costantemente sottolineato il nostro interesse transatlantico condiviso per la pace e la sicurezza nell’Artico, anche attraverso la Nato. L’esercitazione danese pre-coordinata, condotta con gli alleati, risponde alla necessità di rafforzare la sicurezza nell’Artico e non rappresenta una minaccia per nessuno. L’Ue è pienamente solidale con la Danimarca e il popolo della Groenlandia. Il dialogo rimane essenziale e siamo impegnati a portare avanti il processo avviato già la scorsa settimana tra il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti”. “Il Ppe è favorevole all’accordo commerciale UE-USA, ma, viste le minacce di Donald Trump sulla Groenlandia, l’approvazione non è possibile in questa fase. I dazi dello 0% sui prodotti statunitensi devono essere sospesi” scrive su X il presidente del gruppo Ppe al Parlamento europeo, Manfred Weber.

La Gran Bretagna: “Completamente sbagliati”

Il premier britannico Keir Starmer ha definito “completamente sbagliati” i dazi ribadendo che l’isola artica “fa parte del Regno di Danimarca” e che “il suo futuro riguarda i groenlandesi e i danesi”. “La nostra posizione sulla Groenlandia è molto chiara – ha dichiarato Starmer, sottolineando che la sicurezza dell’Artico – è una questione che riguarda l’intera Nato” e che gli alleati “devono fare di più insieme per affrontare la minaccia russa nelle diverse aree della regione”. Secondo il premier, “imporre dazi agli alleati per il perseguimento della sicurezza collettiva della Nato è completamente sbagliato”, assicurando che Londra “affronterà direttamente la questione con l’amministrazione Usa”.

L’Italia: cautela e invito al dialogo

L’Italia, pur avendo firmato la dichiarazione europea a sostegno della sovranità danese, non figura tra i Paesi colpiti dalle tariffe. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiarito che Roma si muoverà esclusivamente in ambito Nato. Sul fronte interno, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha espresso preoccupazione per l’escalation, criticando l’idea di “fare il tifo” per l’indebolimento economico degli alleati. “In un mondo che torna alla logica dell’ognuno per sé o della potenza militare – ha scritto su X – noi non siamo un vaso di ferro. Serve dialogo e buon senso”. Il riferimento è alla dichiarazione del senatore della Lega, Claudio BorghI “Vado a festeggiare i dazi di Trump alla Francia e alla Germania”.

L'articolo Groenlandia – Parigi, Berlino e Stoccolma contro i nuovi dazi di Trump: “Non ci faremo intimidire”. Ue: “Spirale discendente” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Tracce di sangue in casa, su abiti e auto del marito. Atteso esito Dna”. La nota dei pm sulla scomparsa di Federica Torzullo

Tracce di sangue in casa e sui mezzi del marito. La Procura di Civitavecchia, che procede per omicidio nella vicenda della scomparsa di Federica Torzullo, 41 anni, sparita dalla sera dell’8 gennaio dalla sua abitazione di Anguillara Sabazia, in provincia di Roma, in una nota fa sapere che sono attesi gli esiti del Dna. Nel registro degli indagati è stato iscritto, subito la sparizione nel nulla, il marito da cui la donna si stava separando. Gli accertamenti disposti dall’autorità giudiziaria hanno portato a una “copiosa repertazione di tracce ematiche” rinvenute in più luoghi riconducibili al marito della donna, Claudio Agostino Carlomagno.

Il procuratore di Civitavecchia Alberto Liguori, in una lunga, nota ricostruisce le tappe dell’indagine e spiega come i primi elementi raccolti abbiano “varcato la soglia della gravità indiziaria” nei confronti del coniuge, pur ribadendo che la sua responsabilità resta da accertare e che vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

La denuncia e le ultime ore di Federica

La scomparsa viene denunciata venerdì 9 gennaio, nel primo pomeriggio. È il marito a rivolgersi ai carabinieri dopo essere stato contattato dai colleghi della moglie, impiegata presso l’ufficio di smistamento delle Poste all’aeroporto di Fiumicino, che non l’avevano vista presentarsi al lavoro. L’uomo riferisce di aver visto Federica per l’ultima volta intorno alle 23 di giovedì 8 gennaio, dopo una cena consumata in casa insieme al figlio. Il bambino, secondo quanto dichiarato, era stato poi accompagnato dai nonni materni. Carlomagno racconta anche che la moglie aveva preparato una valigia perché il giorno successivo avrebbe dovuto partire con il figlio e i genitori verso la Basilicata, per partecipare a un evento religioso, viaggio al quale lui non avrebbe preso parte. Nella denuncia parla inoltre di “normali problemi di coppia” e riferisce che quella notte i due coniugi non avevano dormito insieme.

Le immagini e le incongruenze

Dalle verifiche effettuate sui sistemi di videosorveglianza che presidiano anche la villetta della coppia era emerso che Federica Torzullo non risultava uscire di casa dalle 19.30 dell’8 gennaio, né vi erano segnali che il suo telefono cellulare si fosse mosso al di fuori dell’abitazione. La sua auto era ancora parcheggiata nei pressi di casa e all’interno dell’abitazione non risultava mancare nulla, ad eccezione della borsa e del cellulare. Diversa la situazione del marito, che la mattina di venerdì 9 gennaio era uscito di casa intorno alle 7.30 per andare al lavoro. Proprio sulla ricostruzione dei suoi spostamenti e sui rapporti con la moglie, secondo la Procura, emergono “divergenze allo stato insanabili” tra la versione fornita dall’uomo e quanto accertato dagli investigatori e dalle persone informate sui fatti. Contraddizioni giudicate tali da rendere necessaria la sua iscrizione nel registro degli indagati.

I sequestri e le tracce di sangue

Le indagini, condotte dai carabinieri di Anguillara Sabazia e dal Nucleo investigativo di Ostia, con il supporto del RIS di Roma, hanno portato al sequestro dell’abitazione, delle autovetture di entrambi i coniugi e dell’azienda di movimento terra riconducibile a Carlomagno. Secondo quanto comunicato dalla Procura, sono state repertate tracce di sangue: all’interno della casa dei coniugi; sugli abiti da lavoro dell’indagato; all’interno della sua auto; in una cava; su un mezzo meccanico utilizzato nell’azienda familiare. Sugli oggetti e sui materiali sequestrati sono in corso accertamenti tecnici irripetibili finalizzati all’individuazione del DNA. Gli esiti, fa sapere la Procura, dovrebbero essere disponibili a breve e rappresentano un passaggio decisivo per chiarire quanto accaduto.

Un’inchiesta ancora aperta

Federica Torzullo, al momento, non è stata ritrovata. L’ultimo messaggio apparentemente riconducibile a lei risale alla mattina di venerdì 9 gennaio ed è uno scambio di sms con la madre. Da allora, nessuna traccia. “Le indagini proseguono – sottolinea il procuratore Liguori – per riscontrare le dichiarazioni rese, ricostruire integralmente la vicenda, individuare il movente ed eventuali responsabilità di altre persone”.

L'articolo “Tracce di sangue in casa, su abiti e auto del marito. Atteso esito Dna”. La nota dei pm sulla scomparsa di Federica Torzullo proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso della Rete Ferroviaria Italiana

  Negli ultimi mesi si è spesso parlato della possibile privatizzazione della rete ferroviaria italiana. Si tratta di un tema che, come è facile intuire, è estremamente rilevante. Da un lato, infatti, si parla di un processo che avrà conseguenze su un servizio, quello ferroviario, che influisce sulle condizioni di vita e di lavoro di […]

L'articolo La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso della Rete Ferroviaria Italiana proviene da Come Don Chisciotte.

  •  

Trump annuncia dazi al 10% per i Paesi europei che hanno inviato militari in Groenlandia: “Da loro gioco pericoloso”

Prima la minaccia, adesso arriva l’annuncio. Donald Trump conferma che dal primo febbraio gli Stati Uniti imporranno dazi del 10% a Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia per tutte le merci spedite negli Usa. “Potrei imporre dazi doganali ai paesi ostili” al piano americano sulla Groenlandia, aveva anticipato ieri Trump. E oggi passa ai fatti. “Si sono recati” sull’isola “per scopi ignoti“, scrive su Truth social il presidente Usa facendo riferimento all’invio di personale militare da parte di diversi Paesi europei: “Stanno giocando a questo gioco molto pericoloso. Hanno messo in gioco un livello di rischio che non è sostenibile“, avverte. Tra i Paesi europei citati da Trump non c’è l’Italia che non ha inviato nessun militare: opzione non esclusa ma solo se prevista in ambito Nato, ha sottolineato la premier Giorgia Meloni.

“Dazi fino a quando non acquisteremo la Groenlandia”

“Dal primo giugno 2026 queste tariffe saliranno al 25%“, rimarca Trump sottolineando che i dazi “saranno dovuti e pagabili fino al momento in cui sarà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia“. “Gli Stati Uniti cercano di concludere questa transazione da oltre 150 anni“, continua il tycoon: “Molti presidenti ci hanno provato, e per buoni motivi, ma la Danimarca ha sempre rifiutato. Ora, a causa della Cupola Dorata e dei moderni sistemi d’arma, sia offensivi che difensivi, la necessità di acquisirla è particolarmente importante”.

Costa: “Sto coordinando risposta comune dei 27”

“Oggi siamo in Paraguay in un momento storico, felice e importante. Siamo qui non solo per firmare l’accordo per la più grande zona economica del mondo ma anche per lanciare un messaggio chiaro: non servono conflitti ma pace e cooperazione. Per quanto riguarda l’annuncio di Trump, posso dire che l’Ue sarà sempre molto ferma nella difesa del diritto internazionale, ovunque a ancor di più nel suo territorio. A questo proposito sto coordinando una risposta congiunta degli Stati membri su questo tema”, ha replicato il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa.

“La Danimarca ricambi il favore”

Il presidente Usa si rivolge anche direttamente alle autorità di Copenaghen, dove oggi sono scesi in piazza contro Trump migliaia di cittadini (così come nella stessa Groenlandia): “Abbiamo sovvenzionato la Danimarca, e tutti i Paesi dell’Unione Europea e altri ancora, per molti anni, non applicando dazi o altre forme di remunerazione. Ora, dopo secoli, è tempo che la Danimarca ricambi il favore: è in gioco la pace mondiale“. Secondo Trump, “Cina e Russia vogliono la Groenlandia e non c’è nulla che la Danimarca possa fare al riguardo”. Il presidente Usa ha ribadito inoltre che l’isola dispone attualmente di “due slitte trainate da cani come protezione, una delle quali è stata aggiunta di recente”. “Solo gli Stati Uniti d’America, sotto la guida del presidente Donald J. Trump, possono partecipare a questo gioco, e con grande successo”, ha proseguito il capo della Casa Bianca, aggiungendo che “nessuno toccherà questo sacro pezzo di terra“, soprattutto perché “è in gioco la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e del mondo intero”.

L'articolo Trump annuncia dazi al 10% per i Paesi europei che hanno inviato militari in Groenlandia: “Da loro gioco pericoloso” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

La “Pompei gallese”? In realtà è una villa romana ma è una “scoperta straordinaria”

Gli inglesi – o meglio, i britannici – l’hanno già ribattezzata “la Pompei gallese”. Un entusiasmo comprensibile, ma che fa sorridere chi ricorda che Pompei non è una villa, bensì un’intera città romana che fu sconvolta e seppellita con i suoi abitanti sotto la cenere dal Vesuvio. Eppure, sotto appena un metro di terreno in un parco storico del Galles, gli archeologi hanno effettivamente individuato qualcosa di notevole: quella che potrebbe essere la più grande villa romana mai scoperta nella regione.

Il ritrovamento, come ha raccontato la BBC, è avvenuto nel quartiere di Margam, a Port Talbot, grazie al progetto ArchaeoMargam, una collaborazione tra l’Università di Swansea, il Consiglio di Neath Port Talbot e la Chiesa dell’Abbazia di Margam. Niente scavi spettacolari con affreschi riemersi alla luce del sole, almeno per ora: a svelare la presenza del complesso sono stati sofisticati strumenti di rilevamento geofisico, che hanno permesso di “vedere” sotto il terreno senza muovere una zolla.

Secondo i ricercatori, le immagini restituiscono un complesso romano di dimensioni e stato di conservazione eccezionali per l’area. “È una scoperta straordinaria”, ha dichiarato Alex Langlands, coordinatore del progetto e docente all’Università di Swansea. “Sapevamo che avremmo trovato tracce del periodo romano-britannico, ma non ci aspettavamo un complesso così ben definito”.

La villa, sempre secondo le ricostruzioni, misura circa 572 metri quadrati. Nella parte anteriore si distinguono sei stanze principali, collegate tramite due corridoi a un’area posteriore con altre otto stanze. L’edificio principale è racchiuso in un’area murata di circa 43 per 55 metri, che potrebbe riutilizzare strutture difensive risalenti all’età del ferro. Accanto alla villa emerge inoltre un edificio a navata, probabilmente destinato a funzioni collettive: un magazzino, una sala di rappresentanza o di riunione. La posizione esatta del sito, per ora, resta segreta, per proteggerlo da curiosi e tombaroli.

Intervistato dalla Bbc, Langlands ha ipotizzato che la villa appartenesse a un personaggio di rango elevato. “Probabilmente ospitava un dignitario locale – ha spiegato – Come centro di un grande fondo agricolo, doveva essere un luogo molto frequentato”. È ancora presto per stabilire con precisione la datazione, lo stile architettonico o l’identità dei costruttori, ma già dai rilievi geofisici – assicurano gli studiosi – si intuisce l’importanza del sito e il ruolo che Margam potrebbe aver avuto nello sviluppo sociale, culturale ed economico del Galles nel primo millennio.

Margam, del resto, non è nuova alle sorprese archeologiche. L’area è ricca di testimonianze preistoriche, dai tumuli funerari dell’età del bronzo ai forti dell’età del ferro, e vanta anche un patrimonio medievale significativo, come le pietre iscritte del VI secolo conservate nel Margam Stones Museum e i resti dell’abbazia del XII secolo. La presenza romana, invece, finora sembrava marginale: solo pochi reperti sparsi, tra cui un miglio romano dedicato all’imperatore Postumo, oggi esposto al National Museum of Wales di Cardiff. Ora, però, lo scenario potrebbe cambiare. Con una battuta che tradisce l’entusiasmo del momento, Langlands ha definito il sito “la Pompei di Port Talbot”, aggiungendo che la villa potrebbe essere soltanto la punta dell’iceberg. “Dove ci sono ville come questa – ha spiegato – è quasi certo che esistano anche altri edifici: strade romane, terme, centri commerciali, piccoli insediamenti agricoli”. Insomma, magari non una Pompei – con buona pace del Vesuvio e dei manuali di storia – ma una scoperta che promette di riscrivere, questa sì, una parte importante del passato romano del Galles.

L'articolo La “Pompei gallese”? In realtà è una villa romana ma è una “scoperta straordinaria” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Orban: l’Europa occidentale si prepara alla guerra con la Russia

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha avvertito che l’Europa occidentale si sta preparando a uno scontro militare con la Russia, definendo pericolosa tale politica.

L’Europa occidentale intende sostenere l’Ucraina e si sta preparando alla guerra con la Russia. Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha dichiarato, in un incontro con gli attivisti del Fidesz, che le riunioni dei leader dell’UE hanno iniziato ad assomigliare a consigli di guerra che discutono su come sconfiggere la Russia,  riporta la TASS .

“L’Europa occidentale si sta davvero preparando alla guerra”, ha sottolineato Orbán. Ha aggiunto che l’UE sta discutendo nuovi prestiti militari e fondi per la ricostruzione dell’Ucraina, tra cui un prestito senza interessi di 90 miliardi di euro nel 2026-2027 e altri 800 miliardi di dollari in 10 anni.

La Commissione europea prevede di recuperare questi fondi attraverso i risarcimenti da parte della Russia e l’espropriazione dei beni russi congelati. Orbán ha osservato che gli Stati Uniti hanno già ritirato il loro sostegno finanziario all’Ucraina e che l’UE sta ora cercando di scaricare i costi sui propri cittadini, pur non disponendo di fondi propri. Ha avvertito che se i prestiti non saranno rimborsati, le banche europee prenderanno i soldi dagli europei. Orbán ha aggiunto che le politiche di Bruxelles stanno distruggendo l’Europa e creando la minaccia di una nuova guerra mondiale.

Il Primo Ministro ha ricordato la situazione precedente alla prima e alla seconda guerra mondiale e ha affermato che la guerra era “molto vicina” poiché il suo spazio fisico si trovava in un paese vicino.

Orbán ha promesso che, se il Fidesz vincerà le elezioni, l’Ungheria non sarà coinvolta nel conflitto e non sosterrà i piani dell’UE per l’Ucraina. Ha inoltre assicurato che il suo governo farà tutto il possibile per mantenere la neutralità del Paese.

Come riportato dal quotidiano Vzglyad, il Primo Ministro ungherese aveva precedentemente  dichiarato che Kiev non avrebbe vinto sulla Russia e che l’Ucraina non avrebbe ricevuto riparazioni da Mosca.

Orban ha anche  osservato che le decisioni del 2026 determineranno la pace o la guerra in Europa, nel contesto dei disaccordi tra Stati Uniti e Unione Europea.

Il 6 dicembre Orbán  ha chiarito che l’Unione Europea si sta preparando a un possibile conflitto militare con la Russia, ma che lui intende contrastarlo.

Fonte: VZGLYAD

Traduzione: Sergei Leonov

  •  

Il latitante “dimenticato” in Turchia rientra in Italia: Luciano Camporesi atteso a Fiumicino

Sta rientrando in Italia il latitante Luciano Camporesi, dopo aver trascorso mesi in un centro di accoglienza in Turchia in attesa del rilascio, da parte delle competenti autorità consolari, di un valido documento di identità. È il suo avvocato Gioacchino Genchi ad annunciare che Camporesi, accompagnato dalla polizia turca, è stato imbarcato a Istanbul in un volo per l’Italia e atterrerà oggi a Fiumicino dove sarà preso in consegna dalla polizia italiana.

Qualcosa, evidentemente, si è mosso dalle parti del ministero degli Esteri e del ministero della Giustizia. Nei giorni scorsi la vicenda è stata raccontata dal Fatto Quotidiano: l’Italia si è “dimenticata” di estradare Camporesi, rimasto bloccato in Turchia senza documenti, libero ma in “confinamento amministrativo”. Nato 51 anni fa a Rimini, era ricercato dal 2018 quando è sfuggito all’operazione “Pollino” dove, su richiesta della Dda di Reggio Calabria, il gip aveva disposto un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per traffico internazionale di droga gestito dalle cosche della Locride. Condannato in primo grado a 22 anni e 9 mesi di carcere, Camporesi deve adesso essere processato in secondo grado. La sua posizione è stata stralciata da quella degli altri imputati coinvolti nella maxi-inchiesta antidroga.

Durante la sua latitanza, il presunto trafficante di droga era stato arrestato in Turchia perché trovato in possesso di un documento di identità falso. Scontato un anno e mezzo di carcere, nel penitenziario di massima sicurezza ad Ankara, è stato trasferito in un centro per migranti irregolari, prima ad Antalya e poi di nuovo ad Ankara.
Mentre in Italia, la Dda di Reggio Calabria lo aspettava per processarlo, Camporesi è stato per 14 mesi l’unico italiano recluso in una delle 82 strutture per migranti finanziate dall’Unione Europea, pagate anche dalla collettività italiana.

Il tutto “in attesa del rilascio, da parte delle competenti autorità consolari, di un valido documento di identità”, ha spiegato il suo legale Genchi in una memoria inviata nelle settimane scorse alla Procura generale di Reggio Calabria, anticipando l’intenzione del suo assistito di costituirsi. Cosa che dovrebbe avvenire da qui a poco. Quando Camporesi scenderà dall’aereo, sarà arrestato dalla polizia di stato e accompagnato in carcere.

L'articolo Il latitante “dimenticato” in Turchia rientra in Italia: Luciano Camporesi atteso a Fiumicino proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Referendum, Renzi evita le domande: “Ho già risposto”. Poi ai suoi dà “libertà totale” e dice: “Oggi governano le toghe brune”

A Milano Matteo Renzi apre l’assemblea nazionale di Italia Viva con un discorso di settanta minuti che spazia dall’Iran all’economia. Ma prova a tenersi lontano dal tema della giustizia e del referendum. Almeno fino a quando dalla platea, uno dei suoi sostenitori, invoca una parola sull’argomento. “Libertà totale sul referendum. C’è già chi ha preso posizione e chi no” spiega Renzi che nei giorni scorsi aveva dichiarato che annuncerà la sua scelta a una settimana dal voto. E si innervosisce quando glielo si chiede in qualità di “esperto di referendum costituzionali”. “Vuoi uno schemino? Parliamo d’altro, di Milano”, dice a ilfattoquotidiano.it. Dal palco però, il leader di Italia Viva non può sottrarsi allo stimolo del suo sostenitore e torna all’attacco: “Finché noi abbiamo un sistema in cui prima ancora di ragionare di separazione di carriere tra pm e giudici, noi abbiamo un governo governato dai magistrati, da Mantovano dalla dottoressa Bartolozzi – spiega Renzi – ci sono le toghe brune che stanno governando, la prima separazione delle carriere è quella tra il del potere politico da quello giudiziario”.

L'articolo Referendum, Renzi evita le domande: “Ho già risposto”. Poi ai suoi dà “libertà totale” e dice: “Oggi governano le toghe brune” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Catene più corte, così Meloni e Takaichi uniscono Mediterraneo e Indopacifico. Parla Checchia

Il lungo viaggio di Giorgia Meloni in Oman, Giappone e Corea del Sud è un tentativo, ben costruito e determinato, di ancorare l’Italia globale a reti geopolitiche e a reti economiche affidabili. Questo a tutto beneficio del sistema Paese. Lo dice a Formiche.net Gabriele Checchia, esperto diplomatico, già ambasciatore in Libano, presso la Nato, vicedirettore dell’Unità Russia e Paesi dell’area ex-sovietica alla Direzione Generale Affari Politici e Consigliere Diplomatico di vari ministri, che identifica un preciso filo conduttore dell’azione della premier tra Muscat, Tokyo e Seul: ovvero voler diversificare le partnership e rafforzare il ruolo italiano come principale collegamento tra Europa, Golfo e Asia. Roma mostra la volontà di tenere insieme i singoli teatri perché le catene si sono accorciate: Indopacifico, Mediterraneo e Italia sono contigue.

Politica, geopolitica e relazioni commerciali: tra Oman, Giappone e Corea del Sud quale il bilancio della missione di Giorgia Meloni?

Direi che è un bilancio positivo per una serie di motivi. Il primo è che si tratta di una missione che si è collocata nell’ambito di una riflessione geopolitica da parte della presidente del Consiglio, del nostro governo e del ministro degli Esteri. Cioè non una missione di cosmetica o di puro cerimoniale, ma una missione che riflette un mondo in rapida evoluzione, nel quale l’instabilità e l’ interconnessione tra i mercati e le aree geografiche è diventata centrale. Per esempio, la tappa in Oman è una testimonianza del fatto che l’instabilità del Medio Oriente (e l’Oman è un partner affidabile in quella regione del mondo) ha implicazioni dirette per il transito navale per i flussi di energia.

Lo stesso dicasi per la tappa in Giappone e Corea?

Sì, poiché sappiamo quanto conta l’Indopacifico per l’approvvigionamento europeo ma anche per le tensioni intorno a Taiwan. Non è un caso che la presidente Meloni e il primo ministro giapponese ne abbiano posto l’accento ripetutamente anche nel loro editoriale sul Corriere della Sera e sul quotidiano giapponese Nikkei: ovvero la necessità di un Indopacifico aperto e libero nonché direi sulla connessione tra l’Indopacifico e il Mediterraneo allargato. Mi sembrano tutti segnali della consapevolezza di una crescente interdipendenza tra le varie aree geografiche e del fatto che Italia e Giappone sono due paesi legati all’Occidente, ma sempre con una politica estera responsabile e attenta agli equilibri complessivi. Questo consentirebbe anche di rafforzare la sicurezza economica di entrambi.

Perché il fronte asiatico e dell’Indopacifico è così strategico per l’Italia?

Cito un virgolettato nella parte finale di quell’editoriale a firma congiunta che lo spiega. Un elemento distintivo di questa visione comune tra Italia e Giappone è la volontà di impegnarsi attraverso il Mediterraneo allargato e l’Indopacifico, spazi geografici centrali negli equilibri globali. In questa visione condivisa, la sicurezza economica assume importanza sempre maggiore e ovviamente quando si parla di sicurezza economica si parla di sicurezza delle catene di valore, della certezza che non verranno messe a rischio e della necessità di fare tutto quanto possibile perché queste catene di valore siano regolari e prevedibili. Direi che questa è una dimensione molto importante del viaggio.

La dimensione geopolitica globale, dunque, oltre a quella bilaterale?

Esatto, quella che ci offre l’icona di una Italia sempre più globale. Il rapporto tra Italia e Giappone è antico, non è un caso che la missione della presidente Meloni sia stata anche celebrativa del 160º anniversario dello stabilimento delle relazioni diplomatiche tra due Paesi, lontani geograficamente ma come rilevato da Meloni molto vicini sotto tanti profili a cominciare dall’essere ambedue eredi di una grande cultura.

Tale ragionamento di visione condivisa e globale porta anche all’Africa?

Lì la strategia italiana del Piano Mattei e l’esperienza giapponese condividono molti punti in comune ovviamente con riferimento all’Africa. Penso alla cooperazione paritaria e vantaggiosa per tutti, fondata su soluzioni condivise e investimenti capaci di generare prosperità sul lungo periodo. La terza dimensione della missione, quella legata alla volontà del nostro Presidente del Consiglio, punta sulla crescita del flusso di investimenti nelle due direzioni. Se noi pensiamo al numero impressionante di imprese giapponesi attive sul mercato italiano e di imprese italiane attive sul mercato giapponese, con 8000 dipendenti, un fatturato da almeno 3 miliardi di euro, ci rendiamo conto di quale sia la posta in gioco.

In comune tra Meloni e Takaichi c’è anche (o soprattutto) una impostazione valoriale di chiara matrice occidentale. Come potrà riflettersi sui dossier maggiormente delicati?

La visione geopolitica condivisa è quella al servizio di interessi nazionali, come è giusto che sia, ma anche di una visione comune dell’Occidente confrontato a sfide importanti come quella russa e quella cinese. Non è un caso che la difesa della libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, a fronte dei tentativi di Pechino di ostacolare traffici regolari con le sue ripetute manovre minacciose intorno a Taiwan, sia stata al centro dei colloqui. Quindi il viaggio è stato all’insegna della visione geopolitica, ma anche del pragmatismo, quello che ha posto in essere Giorgia Meloni come fattore di equilibrio nello scacchiere mediorientale, tra l’altro vicino a un nodo commerciale decisivo e delicatissimo come lo Stretto di Hormuz, oltre che vicino a importanti giacimenti energetici. In questo senso i colloqui molto buoni che ha avuto la presidente Meloni col sultano dell’Oman confortano la sua scelta di rivolgere questa attenzione speciale all’area del Golfo.

Si tende così a ridurre la vulnerabilità del sistema Italia a fronte degli scossoni diretti all’ economia mondiale sottoposta a varie crisi?

Diversificare le partnership e rafforzare il ruolo dell’Italia globale come principale collegamento tra l’Europa, il Golfo e l’Asia è il centro dell’azione del governo e di viaggi come questo, che mi pare il più rilevante in assoluto dall’inizio dell’esperienza di governo. Meloni ha compiuto tale missione stabilendo anche un rapporto personale con la sua omologa giapponese e per questo ha avuto un forte riscontro di apprezzamento a livello di opinione pubblica in Giappone. Aggiungerei l’aspetto delle alte tecnologie, su cui Corea del Sud e Giappone sono in prima fascia per quanto riguarda la produzione di semiconduttori di alto livello dopo Taiwan. Quindi anche sotto questo profilo sono sicuro che i colloqui avranno portato risultati importanti nella prospettiva di collaborazioni industriali. Si tratta quindi di tentativo, ben costruito e determinato, di ancorare l’Italia a reti geopolitiche e a reti economiche affidabili. Questo a tutto beneficio del nostro sistema Paese ma c’è stata anche, mi sembra, una dimensione valoriale perché nell’editoriale a firma congiunta si fa riferimento alla comune preoccupazione per un calo della natalità in Europa e in Giappone e alla volontà comune di aiutare le famiglie.

Altro elemento in evidenza, quello della diversificazione dei mercati in un momento in cui i dazi impattano sul libero commercio. Quali i vantaggi?

Credo che questa missione rifletta anche la volontà del governo italiano, proprio in questo particolare momento, di aprirsi nuovi mercati. Basti pensare a quello che abbiamo fatto dando l’approvazione al varo del Mercosur, ma anche il Piano Mattei per l’Africa rientra in questa volontà di aprirsi a nuovi mercati. Quindi direi una missione sfaccettata, con tanti tasselli operativi che sono degni di apprezzamento. E c’è un ruolo decisivo dell’Italian Japan Business Group, del gruppo di lavoro di Business Italia Giappone che già esiste da anni ma che certamente conoscerà un rilancio. Ma sul versante squisitamente giapponese c’è poi l’aspetto difesa. Italia e Giappone collaborano in questo aereo di ultima generazione, il Global Compact Air Program, insieme con il Regno Unito e sono tutti settori strategici. Questa bella combinazione di tradizione e innovazione mi sembra essere la cifra della missione che si sta ancora svolgendo, questa volta in un altro partner fondamentale per l’Italia che è la Corea del Sud.

Da sempre l’Italia ha fatto dell’export il principale strumento di politica estera. Che cosa sta cambiando adesso rispetto al recente passato?

Sta cambiando soprattutto questa instabilità nel mondo, che sta diventando sistemica. L’export prima era sempre fondamentale per la nostra economia, essendo la nostra economia di trasformazione, ma lo è ancor più adesso quando non ci sono più certezze sui mercati. Quindi una instabilità che da eccezione diventa regola impone la necessità di aprirsi a nuove formule di cooperazione economica e ad aree del mondo come quelle che ho citato, che magari in passato sono state date per acquisite o sono state anche abbastanza trascurate. Ecco perché ho citato il Mercosur, perché l’apertura al mercato latinoamericano per le nostre merci mi sembra un’ulteriore dimostrazione di questa necessità di essere più innovativi nel creare sbocchi.

Proprio ieri il governo ha presentato il piano per l’Artico: quali i possibili benefici e quali gli intrecci con i partner internazionali?

L’impegno italiano in Artico è basato su un mix strutturato di ricerca scientifica, sicurezza e alte tecnologie. Anche lì l’Italia è portatrice, per esempio in campo energetico, di avanguardia che la centralità crescente che sta acquisendo la regione artica potrebbe mettere nuovamente in evidenza, con reali possibilità di accrescere l’export verso Paesi i nostri partner, penso alla Danimarca, ma anche agli stessi Stati Uniti in aree di altissimo livello tecnologico fino ad ora trascurate proprio perché la situazione era stabile, diciamo congelata. In questo caso nell’Artico si stanno scongelando non solo i ghiacci, ma anche possibilità importanti per il nostro sistema imprenditoriale di prima fascia. In questo senso va valorizzato anche l’impegno del ministro degli esteri Antonio Tajani sui grandi temi della nostra politica estera.

Nella sede dell’ambasciata d’Italia a Tokyo la premier ha incontrato i vertici delle principali aziende giapponesi: 17 gruppi con un fatturato di oltre mille miliardi di euro. Che prospettive si aprono?

Quelle di una crescente credibilità dell’Italia sullo scenario internazionale, che sicuramente ci aiuterà sotto tanti profili, a cominciare da quello della sicurezza. Aggiungo il nostro ruolo apprezzato di stabilizzazione in regioni del mondo, ecco perché è stata registrata con attenzione da parte giapponese anche la disponibilità italiana ad inviare unità della nostra Marina per esercitazioni nell’area dell’Indopacifico. Tutto questo mi sembra positivo, soprattutto se legato alla volontà di tenere insieme i singoli teatri. Ormai non esiste più lo spazio come elemento discriminante tra i teatri e le aree di crisi, perché le catene si sono accorciate: penso all’Indo pacifico, al Mediterraneo dove l’Italia svolge un ruolo da sempre di primo piano, sono due aree che ormai potremmo definire contigue. Ecco perché si parla di Mediterraneo allargato che, a questo punto, arriva a lambire l’Indopacifico. Le sinergie tra esigenze delle nostre imprese, del nostro sistema Paese, esigenze securitarie ed esigenze di proiezione geopolitica ormai sono sempre crescenti in un momento in cui quello che conta è essere competitivi nelle alte tecnologie, avere accesso alle materie critiche necessarie per realizzare queste altre tecnologie e stabilizzare le aree dove i commerci possono essere disturbati per esempio nel Mar Rosso, dove abbiamo subito le azioni di disturbo degli Houthi, a partire dallo Yemen.

Dunque tutto questo come si tiene assieme?

Tramite un filo rosso che riflette una visione, a mio avviso, del nostro governo, della presidente Meloni, del ministro degli Esteri, e anche con la componente difesa egregiamente guidata dal ministro Crosetto e il ministero delle Imprese del ministro Urso per fare sistema. Ma con una visione non provinciale bensì aperta alle nuove sfide che la realtà internazionale, così frammentata, ci consegna. E a cui il governo sta rispondendo con pluralità.

  •  

Nearly 5 Million Accounts Removed Under Australia's New Social Media Ban

An anonymous reader quotes a report from the New York Times: Nearly five million social media accounts belonging to Australian teenagers have been deactivated or removed, a month after a landmark law barring those younger than 16 from using the services took effect, the government said on Thursday. The announcement was the first reported metric reflecting the rollout of the law, which is being closely watched by several other countries weighing whether the regulation can be a blueprint for protecting children from the harms of social media, or a cautionary tale highlighting the challenges of such attempts. The law required 10 social media platforms, including Instagram, Facebook, Snapchat and Reddit, to prevent users under 16 from accessing their services. Under the law, which came into force in December, failure by the companies to take "reasonable steps" to remove underage users could lead to fines of up to 49.5 million Australian dollars, about $33 million. [...] The number of removed accounts offered only a limited picture of the ban's impact. Many teenagers have said in the weeks since the law took effect that they were able to get around the ban by lying about their age, or that they could easily bypass verification systems. The regulator tasked with enforcing and tracking the law, the eSafety Commissioner, did not release a detailed breakdown beyond announcing that the companies had "removed access" to about 4.7 million accounts belonging to children under 16. Meta, the parent company of Instagram and Facebook, said this week that it had removed almost 550,000 accounts of users younger than 16 before the ban came into effect. "Change doesn't happen overnight," said Prime Minister Anthony Albanese. "But these early signs show it's important we've acted to make this change."

Read more of this story at Slashdot.

  •  

La forza bruta di Trump e Musk

 

di Michele Blanco

L’occidente nel corso degli ultimi 500 anni doveva convincere i popoli del mondo che era la parte “migliore” del mondo per leggi, economia e forza militare, anche quando costruiva imperi coloniali e di sfruttamento bestiale dei popoli che ha conquistato. Nel fare questo ha utilizzato i servizi della gleba europea, più spesso aveva schiavi esterni, sotto forme di dominio differente. Dal 1945 in avanti l’occidente ha puntato a rappresentare la forma più elevata di rapporto potere-popolo, la democrazia che doveva essere il modello per tutti, anche per popoli che non avevano mai conosciuto la democrazia rappresentativa. Anche le monarchie erdeditarie diventano democratiche, come quella inglese che possedeva territori immensi, dall’Australia all’India, al Canada. O quella della piccola Danimarca, nazione con meno abitanti della Lombardia che finora ha posseduto l’immensa isola di Groenlandia, fin dagli antichi insediamenti vichinghi.

Oggi questa iperbolica invenzione di gestione di due identità, popolo e territorio, sta completamente liquefandosi, come ci ha descritto Zygmunt Bauman. D’altra parte se la società, anche degli Stati democratici, il suo insieme di valori: Morali, economici, politici, sono liquidi lo diventa inevitabilmente anche la sua forma di governo. Oggi nel secondo mandato presidenziale dell’era Trump l’occidente, ex democratico, corre per una nuova forma di governo, che potremmo definire come la “Crazia”, dove non c’è più il popolo ma solo il potere, in cui il popolo passa da attore politico a spettatore, ovviamente pagante, come si paga tutto in questo mondo formatosi dopo l’avvento dell’ideologia del neoliberismo, oggi arrivata al suo ultimo terribile stadio.

Questa fusione di vocaboli (crasi) tra demos e crateos è una evoluzione del potere della comunicazione, anch’essa separata dall’informazione, che viene sostituita da piattaforme di contenuti assolutamente manipolati e preconfezionati. Il demos interessa solo in quanto utente, cliente pagante di una piattaforma o di un mezzo di comunicazione, come il caso di Starlink per il popolo iraniano.  Non in quanto partecipante attivo. Per iperbole era più democratico Goebbels, che rendeva partecipanti attivi, tramite la propaganda, la maggioranza dei tedeschi. Oggi le maggioranze non servono, gli artefici elettorali servono a questo, a rendere vincenti delle minuscole minoranze, con il mito della governance che sostituisce la rappresentanza politica nata alla base dei principi nati con la Rivoluzione Francese. Dal cogito ergo sum al sum quindi voto.

Oggi in Occidente, in tutti gli Stati democratici ormai solo formalmente, sempre meno aventi diritto vanno a votare, rendendo inutile lo stesso concetto di demos, sostituito dai focus e dai sondaggi. È la governance dei focus group, delle piccole nicchie elettorali, che costano complessivamente poco, rispetto agli interessi collettivi che vengono, ormai, completamente elusi. Questo lascia enormi margini di risorse per fare altro, per gestire interessi particolari. 

Facciamo un esempio, il dividendo che vuole Musk, esentasse possibilmente, dai suoi azionisti è di mille miliardi di dollari, praticamente quanto 40 finanziarie italiane da destinare ad una sola persona, cioè a lui. E questo nemmeno a fronte di enormi utili, ma solo per puro e semplice esercizio di potere. Il potere dell’immaginario collettivo, come una serie televisiva su Netflix da guardare, volete lo spazio ve lo do, anche se ancora non c’è, volete America First o il peggior bar di Caracas, ve lo concedo. Ci viene pure la Groenlandia, perché la vogliamo. Certo il Canada sarà più duro da comprare, e si romperebbe definitivamente il rapporto con una nazione militare da molti anni alleata, il Regno Unito. E sarebbe la fine della Nato. Ma oggi tutto è possibile. Su Netflix à la carte trovi che tutto è già stato scritto.

I popoli occidentali fanno da spettatori, ovviamente paganti, mentre gli Stati orientali e molti del sud del mondo continuano a cercare strade nuove, ideologicamente, quell’ideologia, la costruzione del pensiero critico e costruttivo, che noi cosiddetti occidentali abbiamo perso. L’abbiamo sostituita con un ircocervo folle, una vera e propria fusione di potere senza controllo democratico e la pura pazzia: La Crazia. Non è nemmeno una novità, abbiamo avuto già Nerone, il quale incendiò Roma. A breve qualcuno, nella sua folle vanità, inizierà ad appiccare il fuoco, che oggi potrebbe essere anche una guerra nucleare.

A tutti noi toccherà bruciare o provare a spegnere il fuoco prima possibile.

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Cisl Fp: “Basta aggressioni al personale delle ambulanze”

Il Sindacato esprime solidarietà alla volontaria picchiata nei giorni scorsi

Riceviamo e pubblichiamo la nota della Cisl Fp

“Nella giornata di mercoledì 14 è avvenuto nella nostra città un ennesimo e gravissimo episodio di aggressione ai danni del personale che opera sulle ambulanze, in particolare è stata oggetto di violenza fisica una consorella della Misericordia di Livorno. Ancora una volta le donne e gli uomini che ogni giorno assicurano che i cittadini possano ricevere un soccorso rapido e professionale, vengono aggrediti mentre svolgono il proprio operato. La Cisl FP esprime la propria vicinanza alla lavoratrice che è stata picchiata dalla stessa persona che cercava di soccorrere e si adopererà in tutte le sedi perché le istituzioni si adoperino per individuare modalità di tutela adeguate alla gravità della situazione. Invitiamo il Prefetto, l’amministrazione comunale, l’Azienda Sanitaria a convocare immediatamente dei tavoli per affrontare subito questa emergenza. Le istituzioni hanno il dovere di tutelare volontari e lavoratori impegnati in prima linea nel soccorso e riteniamo che sia fondamentale una campagna di sensibilizzazione perché ci sia la reale consapevolezza da parte di tutti che senza queste persone il sistema di emergenza sanitaria collasserebbe”.

  •  

Cipro, doppia morte sospetta. Il caso Panov e l’ombra dello spionaggio russo

La morte del 47enne Anton Panov, un impiegato dell’ambasciata russa a Nicosia, si sta trasformando in un thriller internazionale, sia perché l’uomo secondo la stampa locale e internazionale non era un semplice addetto diplomatico, sia perché Cipro assieme a Grecia e Israele ha da poco deciso di cambiare il proprio profilo militare e geopolitico, attirando varie attenzioni. Panov non è morto da solo, nelle stesse ore sull’isola è stato trovato senza vita l’oligarca del potassio Vladislav Baumgartner.

SOLO UN CRITTOGRAFO?

I fatti riportano che il corpo dell’uomo è stato rinvenuto lo scorso 12 gennaio, ufficialmente per suicidio. Su blog e siti però circolano varie ipotesi circa il destino dell’uomo che, sempre secondo alcune ricostruzioni, sarebbe un crittografo. Potrebbe essere stato vittima di una frode immobiliare oppure di un’azione di spionaggio? Le indagini proseguono in tutte le direzioni, anche perché il curriculum dell’uomo lo impone. Secondo quanto pubblicato da The Insider, Panov aveva prestato servizio nell’FSB e dell’SVR dopo aver studiato presso il dipartimento di Tecnologie dell’Informazione e Sistemi di Comunicazione Speciali presso la filiale dell’Accademia FSO nella città di Voronezh (al confine con l’Ucraina). Dopo la laurea e la specializzazione in crittografia, passò all’impiego presso il Centro di Controllo Nazionale dell’FSB “Atlas” e in seguito la promozione al ministero degli Esteri. Secondo fonti citate dal ministero russo, Panov sarebbe stato assunto al ministero degli Esteri in seguito alle azioni di Ilya Sosnovsky, assistente del leader del partito LDPR, Leonid Slutsky, noto per i suoi legami con i servizi segreti.

L’OLIGARCA DEL POTASSIO

Si tratta della seconda morte sospetta in pochi giorni a Cipro: trovato senza vita anche l’oligarca russo di 56 anni Vladislav Baumgartner. Si tratta dell’ex Ceo di Uralkali, diventato famoso nel 2013, quando fu arrestato a Minsk per ordine del leader bielorusso Alexander Lukashenko durante la cosiddetta “guerra del potassio”. Era scomparso l’8 gennaio quando, in una zona marittima di Cipro, aveva praticato un’arrampicata su roccia nonostante forti venti. Ma il giorno della scomparsa di Baumgartner coincide anche con la morte Panov, che secondo gli investigatori, era collegato ai servizi di sicurezza.

C’è anche un terzo indizio: lo stesso giorno a Cipro è scoppiato uno scandalo di corruzione dopo la diffusione di un audio carpito in occasione di una riunione di alti funzionari che discutevano di piani di corruzione, tra cui l’aiuto ai russi per aggirare le sanzioni europee. Ciò ha causato le dimissioni del capo dell’amministrazione presidenziale di Cipro, Charalampos Charalambous.

IL RUOLO DI CIPRO

La presenza russa Cipro non è una novità degli ultimi anni, ma una consuetudine sia alla luce della peculiare posizione geografica dell’isola (più vicina all’Anatolia che all’Europa), sia per via del volume di affari prodotto in loco tramite una serie di società, come emerso in occasione della crisi bancaria del 2013, causata dall’eccessiva esposizione delle banche cipriote ai titoli di stato greci e dall’afflusso di depositi esteri soprattutto russi. Ma dall’avvio della guerra in Ucraina, complice il rafforzamento delle relazioni tra Nicosia e Bruxelles, il sistema di alleanze cipriota ha mutato orizzonti, posizionandosi in linea con Israele e Grecia essenzialmente a causa del dossier energetico. Se i giacimenti presenti a Cipro fossero sfruttati si accelererebbe il processo di indipendenza energetica europea dall’energia russa. Un eventuale gasdotto verso l’Ue assieme al Tap già in funzione renderebbe l’Ue molto più stabile per l’approvvigionamento di gas.

Cosa c’entra l’energia con questa morte? In linea retta nulla, ma il tema della geopolitica è strettamente connesso alla presenza sull’isola di una intensa attività di intelligence da parte di potenze straniere. Nicosia infatti è player attivo su vari fronti: il gas, alla luce dei nuovi mega giacimenti scoperti; la difesa dal momento che stanno per iniziare i lavori della nuova base per sommergibili; la politica, per il 2026 è presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, un ruolo chiave.

  •  

Macron: l’UE ha bisogno del suo Oreshnik

Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che la Francia e i suoi partner europei intensificheranno lo sviluppo di nuove armi a lungo raggio, riconoscendo il sistema missilistico russo Oreshnik come un avanzamento tecnologico capace di alterare rapidamente gli equilibri di potere.

 

La scorsa settimana le forze armate russe hanno impiegato per la prima volta in combattimento l’avanzato missile balistico ipersonico Oreshnik, colpendo uno stabilimento aeronautico ucraino a Leopoli, dove venivano riparati caccia F-16 e MiG-29 in prossimità del confine con la Polonia.

 

«Siamo nel raggio d’azione di questi colpi», ha ammonito Macron giovedì, rivolgendosi ai militari durante un discorso pronunciato alla base aerea di Istres-Le Tube. Il presidente ha sottolineato che la Francia intende dotarsi di capacità analoghe attraverso l’iniziativa denominata European Long-Range Strike Approach (ELSA).

 

«L’iniziativa che abbiamo lanciato, nota come ELSA, acquista un senso ancora più pieno dopo che abbiamo assistito per la seconda volta al lancio di un missile a lunghissimo raggio chiamato Oreshnik», ha dichiarato Macron ai presenti.

 

«Se vogliamo mantenere la nostra credibilità, noi europei – e in particolare la Francia, che dispone di determinate tecnologie – dobbiamo equipaggiarci con queste nuove armi che modificheranno la situazione nel breve termine».

Aiuta Renovatio 21

«In particolare con i nostri partner tedeschi e britannici, dobbiamo fare progressi significativi in queste capacità di attacco a lungo raggio… per rafforzare la nostra credibilità e sostenere la nostra deterrenza nucleare», ha aggiunto.

 

Lanciato nel 2024 da Francia, Germania e Polonia (e successivamente allargato a Svezia, Italia, Regno Unito e Paesi Bassi), il programma ELSA punta a condividere costi e risorse industriali europee per sviluppare sistemi convenzionali di attacco a lungo raggio, sebbene non siano ancora stati definiti piani operativi dettagliati.

 

La Russia ha impiegato per la prima volta l’Oreshnik nel novembre 2024 contro una fabbrica di armamenti nella città ucraina di Dnipro, qualificando l’azione come un «test di combattimento» riuscito. Da allora il sistema è entrato in produzione di massa e, alla fine del 2025, è stato schierato anche in territorio bielorusso.

 

Il presidente Vladimir Putin ha descritto l’Oreshnik come un’arma senza pari al mondo, paragonandone la potenza a un «meteo in caduta». Secondo Putin, il missile è in grado di trasportare decine di testate a ricerca indipendente, capaci di colpire molteplici obiettivi a velocità superiori a dieci volte quella del suono.

 

Il ministero della Difesa russo ha precisato che il secondo impiego dell’Oreshnik è avvenuto in risposta a un presunto «attacco terroristico» condotto dal regime di Kiev contro una residenza presidenziale nella regione di Novgorod.

 

Le immagini delle telecamere di sorveglianza di Leopoli hanno mostrato numerosi proiettili precipitare in rapida successione dal cielo, ma le autorità ucraine non hanno ancora fornito dettagli ufficiali sull’entità dei danni subiti.

 

Come riportato da Renovatio 21, il presidente Putin ha paragonato l’azione dell’Oreshnik a quella di un meteorite, che colpisce con violenza estrema dal cielo senza possibilità di prevederlo. A dicembre 2024 la testata Bild, citando un’analisi del ministero degli Esteri tedesco, aveva scritto chele difese aeree tedesche non sono in grado di proteggere efficacemente il Paese dal nuovo missile ipersonico russo Oreshnik.

 

Come riportato da Renovatio 21, durante la conferenza stampa di fine anno tenutasi fine 2024, Putin ha sfidato l’Occidente a un «duello ad alta tecnologia» del XXI secolo, che avrebbe comportato il colpo da parte della Russia di un obiettivo prestabilito a Kiev con un missile Oreshnik e il tentativo delle difese aeree occidentali dispiegate in Ucraina di abbattere il proiettile all’avanguardia.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

L'articolo Macron: l’UE ha bisogno del suo Oreshnik proviene da RENOVATIO 21.

  •  

Londra esorta l’Europa occidentale ad armare l’Ucraina invece di parlare con la Russia

Il ministro degli Esteri britannico Yvette Cooper ha dichiarato giovedì a Politico che l’Europa occidentale dovrebbe intensificare il proprio sostegno all’Ucraina, invece di riaprire canali di dialogo diretto con la Russia.

 

Il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni hanno già espresso la necessità di avviare negoziati diretti con il presidente russo Vladimir Putin. Entrambi sembrano preoccupati che gli interessi dell’Unione Europea possano essere marginalizzati nei colloqui di pace mediati dagli Stati Uniti e stanno promuovendo l’istituzione di una figura di inviato speciale dell’UE per gestire i contatti con Mosca.

 

Nell’intervista, la Cooper ha affermato di non ravvisare alcuna prova concreta che «Putin desideri davvero la pace» e ha invitato a fornire maggiori armi all’Ucraina e a mantenere in vigore le sanzioni contro la Russia. L’Europa occidentale, ha aggiunto, deve «esercitare una pressione maggiore, sia economica sia militare attraverso il sostegno all’Ucraina, nei confronti della Russia».

Iscriviti al canale Telegram

Funzionari russi hanno accusato il Regno Unito di contribuire a prolungare il conflitto ucraino per perseguire i propri interessi geopolitici. Mosca ha più volte ribadito la propria disponibilità a negoziare una soluzione diplomatica che tenga conto delle sue legittime preoccupazioni in materia di sicurezza, accusando i Paesi occidentali che puntano a una «sconfitta strategica» della Russia di essere i veri ostacoli alla pace.

 

In un discorso rivolto questa settimana agli ambasciatori stranieri, il presidente Vladimir Putin ha rinnovato l’impegno di Mosca per un ordine mondiale multipolare più equo, in cui le nazioni più piccole non debbano «subire violazioni dei propri diritti sovrani, caos e illegalità», come invece avviene oggi.

 

«La nostra nazione aspira a una pace duratura e sostenibile [con l’Ucraina] che garantisca la sicurezza di tutti. Questo esito non è in linea con gli obiettivi di Kiev e delle capitali che la sostengono. Ma speriamo che prima o poi si giunga alla consapevolezza che tale pace è necessaria», ha dichiarato.

 

Anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha identificato nel presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj il principale impedimento a un’intesa con la Russia.

 

Mosca e Kiev erano vicine a un accordo per porre fine alle ostilità già all’inizio dell’escalation del 2022, in cambio del ritorno dell’Ucraina a uno status di neutralità. Secondo diverse fonti, l’allora primo ministro britannico Boris Johnson avrebbe convinto Kiev a rinunciare all’intesa e a puntare invece su una vittoria militare. Dopo aver lasciato l’incarico, Johnson si è lamentato del fatto che «i nostri delegati», intendendo gli ucraini, non stessero ricevendo aiuti militari sufficienti dai Paesi donatori.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Foreign, Commonwealth & Development Office via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 4.0

L'articolo Londra esorta l’Europa occidentale ad armare l’Ucraina invece di parlare con la Russia proviene da RENOVATIO 21.

  •  

Il referendum sulla giustizia non sarà un test sul governo Meloni, conviene a tutti

Per ora non c’è, nella testa degli italiani, il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Le mattane di Donald Trump o il carovita insostenibile (l’Istat ha certificato ieri che dal 2021 i prezzi sono aumentati del ventiquattro per cento) sono ben più presenti. 

Il 22 marzo è lontano, la materia è tecnica, ostica, poco adatta a trasformarsi in una discussione da bar o da social. Qui non siamo di fronte a un bivio etico immediato come furono il divorzio o l’aborto, quando la scelta si iscriveva senza troppe mediazioni nella coscienza civile del Paese, né a un chiaro contrasto politico come all’epoca del referendum sulla scala mobile. 

Stavolta il terreno è più scivoloso, e proprio per questo meno manicheo: esistono buone ragioni per votare Sì, così come argomenti seri per votare No. Anche politicamente il copione è meno scontato di quanto si possa pensare di primo acchito. Si dice che non sarà un referendum sul governo. Ed è vero. 

Non lo sarà perché né Giorgia Meloni né Elly Schlein hanno alcun interesse a trasformarlo in un test sull’esecutivo. A sinistra, chi coltivava l’idea di usarlo come un’arma impropria per assestare una spallata al governo è stato rapidamente ricondotto all’ordine. Anche perché, nel frattempo, lo scenario è cambiato. Votare Sì non significa automaticamente votare per la destra. E, specularmente, votare No non equivale a una professione di fede progressista. 

È una linea di frattura che attraversa gli schieramenti, li scompone, li ricombina. Lo dimostra la nascita della “Sinistra per il Sì”, promossa dall’associazione riformista Libertàeguale di Enrico Morando, Stefano Ceccanti, Claudio Petruccioli che ha tenuto a Firenze un’iniziativa introdotta da un giurista del calibro di Augusto Barbera, presidente emerito della Corte costituzionale, già deputato del Pci. Un fior di riformista.

Non sono soli. I dirigenti di Italia Viva stanno già facendo campagna per il Sì (Matteo Renzi, con la consueta civetteria tattica, si pronuncerà solo alla fine), e così Azione, i Liberaldemocratici, i radicali, Più Europa (dopo un’iniziale propensione per il No). Quindi un pezzo, per quanto minoritario, del campo largo non seguirà Elly Schlein. 

Questo è un fatto dovuto anche alla previsione che nella nuova legge elettorale verranno cancellati i collegi uninominali, rendendo così il vincolo di coalizione molto più debole. A destra invece nessuna defezione ufficiale ma il quadro è chiaro: in caso di vittoria del Sì, la destra non potrà rivendicarne l’esclusiva proprio perché una fetta del campo largo voterà per la conferma della legge. Certo, verrà messo agli atti che il popolo avrà approvato una riforma targata Nordio-Meloni ma una loro narrazione trionfalistica sarebbe fuori luogo. Anzi, c’è un’ipotesi divertente: un Sì che prevale di misura, grazie ai voti decisivi dei riformisti. Per la destra sarebbe un piccolo sfregio simbolico. 

E, paradossalmente, anche un regalo a Elly Schlein, che potrebbe assorbire l’urto di una sconfitta proprio appellandosi a quel rimescolamento delle carte che rende questo referendum tutto fuorché un regolamento di conti tra maggioranza e opposizione. A meno di una clamorosa vittoria dei No – al momento improbabile – politicamente non avrebbe vinto nessuno. Un referendum sterilizzato.

L'articolo Il referendum sulla giustizia non sarà un test sul governo Meloni, conviene a tutti proviene da Linkiesta.it.

  •  

Sorrentino, le corna del suo presidente e quell’eccesso di passato nelle nostre vite

Quello che gli aspiranti moralizzatori con pacchetto dati non capiscono è che «Vergogna!» non è la condanna che credono loro: nulla come vergognarci di quel che abbiamo detto o fatto o anche solo pensato ci tempra. Quello che non capiscono è che non ci si può vergognare al presente: la vergogna è fatta di senno di poi; e, adesso che di tutto resta traccia, abbiamo un eccesso di passato e quindi di vergognabilità. (Bisognerebbe dare meno valore al ricordare e più al pensare, diceva una certa Susan Sontag).

Io, per esempio, mi vergogno tantissimo ogni volta che, in quella funzione mnemonica lisergica che sono i ricordi di Facebook, appaiono i post che dodici o tredici anni fa scrivevo su “La grande bellezza”. Non perché nel frattempo abbia cambiato idea sul film (non l’ho mai rivisto, magari la cambierei, vergognandomi ancora di più): perché mi rileggo e mi trovo tragicamente ridicola, invasata, militante del «questo film mi dispiace e quindi deve dispiacere a tutti». Santiddio, non potevo limitarmi a dirlo a voce agli amici a cena? Se avessi fatto come s’era sempre fatto fino ad allora, ora godrei del lusso della rimozione. Invece è tutto lì, indelebile e perentorio, e guardami: sembro una dell’Internet.

I ricordi di Facebook sono sempre un crepaccio che si apre all’improvviso e ben che vada è uno spavento, perché i diari dovevi andare a rileggerli, e questo comportava tempo e gesti che ti preparavano al ricordo; il diario di Facebook è immateriale, non lo tiri fuori da scatole impolverate su soppalchi, ti appare all’improvviso nella pagina e sei lì, nuda, a rimirare la scemissima te di troppe incarnazioni fa.

Ho ripensato molto alla me furibonda coi fenicotteri e le altre immaginifiche e per me noiosissime trovate sorrentiniane di quell’anno lontano, mentre guardavo il Sorrentino di quest’anno, “La grazia”, che – chiedo scusa se gioco al piccolo critico cinematografico – non mi pare sia solo la combinazione delle due solite metà di Sorrentino.

I due Sorrentino abituali sono il Sorrentino di cui appunto niente m’importa, quello dell’astronauta che piange, del primo ministro portoghese al rallentatore sotto la pioggia, del presidente e del generale che parlano in quello spiazzo che sembra un qualche spot di pro loco per pubblicizzare i più bei borghi d’Italia: il Sorrentino delle immagini.

Poi c’è un altro Sorrentino, più ricevibile per chi come me s’interessa alle cose solo se qualcuno le verbalizza, per chi come me spreca il lavoro dei registi che s’inventano inquadrature, che organizzano carrelli, che usano le lenti degli occhiali.

È, quell’altro, il Sorrentino che nei casi migliori è Yasmina Reza (il dialogo a cena con la critica d’arte stronzissima che molla lì il pesce bollito e va a un’altra cena, una in cui si mangi davvero: che meraviglia), e nei casi che più piacciono al grande pubblico è il calendario di Frate Indovino. Quello che fa dire a Toni Servillo «non siamo stati bravi, siamo stati eleganti», che già ti pare di vedere la professoressa democratica che esce dall’Anteo ripromettendosi di usarla la prossima volta che litiga col cognato.

Però mi pare che “La grazia” sia innanzitutto un trattato sulla memoria, perché Paolo Sorrentino ha l’età alla quale Proust era già morto da quattr’anni, e noialtri che cominciamo per cinque sappiamo domandarci solo quella cosa lì: non «a chi appartengono i nostri giorni», ma «il tempo, il tempo, chi me lo rende?».

Non è solo il fatto che Toni Servillo passa le giornate a interrogarsi sulla moglie morta: lo aveva tradito quarant’anni prima, e lui non sa con chi; lui sta per terminare il settennato da presidente della repubblica, deve decidere se graziare due assassini e se firmare una legge sull’eutanasia, e pensa – come un ragazzino – solo al fatto che la sua bella l’ha tradito.

Succedeva – nel più brutto sceneggiato della storia della televisione, “Disclaimer” – lo stesso a Sacha Baron Coen, che passava non so quante puntate a costernarsi, indignarsi, straziarsi per aver scoperto che venti e più anni prima la moglie era stata a letto con un altro. (Ovviamente per recuperare questo riferimento ho dovuto scrivere “corna” nella ricerca di WhatsApp e trovare i messaggi sbeffeggianti mentre guardavo “Disclaimer”, perché altrimenti tutto quel che il cervello da menopausa mi permetteva di mettere a fuoco era: ma io di cornuto che non si capacita dopo secoli non ne ho visto un altro da poco?).

Ma – forse sono io che proietto – mi pare che per Servillo sia diverso, perché le corna non confessate, non analizzate, non elaborate in coppia, le corna che ti ha fatto una che ora è morta e non puoi più chiedergliene conto ma solo rimuginare, solo fare ciò che è il corrispondente, per il maschio adulto, della sedicenne che si tagliuzza le cosce, cioè chiedere a chiunque dimmi con chi mi tradiva, dimmi se mi tradiva con te, quelle corna lì sono un altro tassello del trattato: sono il ricordo che non puoi ricordare.

Nel sottofinale di “La grazia”, Servillo è su Zoom, negli occhiali gli si riflette lo schermo del computer e quindi si vedono i figli con cui è collegato. Normalmente avrei pensato che, come me, si rifiuta di pagare le lenti antiriflesso. Ma ho visto da poco “Breakdown: 1975”, in cui Martin Scorsese commenta una scena di Spielberg – una scena di “Lo squalo” in cui a un personaggio si riflette negli occhiali il giornale che sta leggendo – dicendo «That’s cinema», e quindi ora mi sento in colpa pensando alla fatica sprecata di questi poveri registi presso lo schieramento minore ma cocciuto di cui faccio parte: quello di chi fruisce i film come fossero radiodrammi.

Ci sono state – sono appena finite – un paio di terribili settimane in cui in Italia non era possibile vedere “Succession”: erano scaduti i diritti di trasmissione di Sky e non era ancora arrivata Hbo. L’ultima puntata che ho guardato prima che Sky mi sfilasse il giocattolo da sotto il naso è la stessa che ho guardato appena aperta la app di Hbo, quella su cui tutti i patiti di “Succession” sospirano da anni: il compleanno di Logan e quell’incredibile rap di Kendall.

Poiché sono sei anni più vecchia di quando la vidi la prima volta e tenni in sottofondo il rap di Kendall per settimane, stavolta di quella puntata mi ha colpita di più un’altra scena. Shiv regala al padre un album con le foto delle loro case, lui non sembra contento (quando mai Logan Roy sembra contento), neanche capisce che le case fotografate sono tutte loro. Lei è accomodante perché sta brigando per non farsi escludere dalla successione, gli dice «non ti piace granché il passato, eh?», e lui dà una risposta che con sei anni di ritardo mi ha uccisa: «Non è che non mi piaccia, è che ce n’è troppo».

Troppo perché i ricordi pesano, perché i morti mancano, o per quell’altra cosa che diceva Susan Sontag, che mentre lo vivevamo non sapevamo che era una zona sicura, ma adesso lo sappiamo – adesso che gli siamo sopravvissuti, al passato. Troppo o non abbastanza?

Servillo, all’inizio di “La grazia”, dice «io, quando ricordo, muoio», e alla fine «a me non piace dimenticare, a me piace ricordare», e io temo che siano tutte e due vere. E che avesse ragione Logan Roy, non solo perché di passato ce n’è decisamente troppo nelle vite di tutti noi, ma per quel concetto insensato eppure ovvio che aggiunge subito dopo: «Il futuro è concreto, il passato è tutto invenzione».

L'articolo Sorrentino, le corna del suo presidente e quell’eccesso di passato nelle nostre vite proviene da Linkiesta.it.

  •  

Non solo moda, quegli inglesismi raccontano bene come cambia il lavoro

Il lavoro ha sempre nuovi modi per raccontarsi. A Milano nel 2026 si tratta prevalentemente di espressioni in inglese adattate al contesto italiano. Dietro alla moda linguistica si nascondono dei cambiamenti profondi che vale la pena approfondire. Un’analisi condotta da Indeed mette in evidenza come il glossario del lavoro per il 2026 sia pieno di termini che raccontano la nuova cultura di aziende e dipendenti.

Ad esempio  il career cushioning descrive la tendenza dei lavoratori a investire autonomamente in competenze, network e opportunità alternative mentre sono impiegati in un’azienda per costruire un cuscinetto di sicurezza in un contesto percepito come precario.

Per quanto riguarda il fenomeno delle dimissioni, si registrano due tendenze opposte. Il quiet quitting indica il fenomeno per cui molti dipendenti, prima di abbandonare la scrivania, si limitano a fare esclusivamente quanto richiesto dalle loro mansioni senza svolgere attività extra non riconosciute o pagate. All’estremo opposto si colloca il loud quitting attraverso cui alcuni lavoratori rendono pubbliche le ragioni dell’addio a un’azienda, anche con toni sgraziati sui social network, trasformando le dimissioni in un atto di denuncia della cultura aziendale.

La dimensione emotiva della nostra epoca è ben rappresentata dal cosiddetto rage applying: candidature inviate in massa sull’onda della frustrazione, che se da un lato possono portare a errori dettati dall’impulsività, dall’altro rivelano un diffuso bisogno di cambiamento. L’altro lato della medaglia è rappresentato dai boomerang employees: dipendenti che dopo esperienze esterne rientrano in azienda con competenze e consapevolezza rafforzate.

Le parole sono importanti è una citazione abbastanza inflazionata della nostra social era. Bisogna quantomeno ammettere che questi inglesismi raccontano la direzione intrapresa dai lavoratori nelle grandi organizzazioni  multinazionali. Non si tratta di verità assolute ma lenti con cui vedere la realtà da un punto di vista diverso. At least it is something.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni settimana. Qui per iscriversi

L'articolo Non solo moda, quegli inglesismi raccontano bene come cambia il lavoro proviene da Linkiesta.it.

  •  

Il limite geopolitico dell’Unione europea è un mercato unico rimasto a metà

L’Unione europea si interroga su come difendere la Groenlandia dalle attenzioni di Donald Trump, rinnovando il rituale dell’autocommiserazione: l’Europa è un nano politico in un mondo di superpotenze. Vero, ma per diventare giganti bisogna potenziare il bazooka economico che potrebbe far volare gli investimenti nella difesa: il miglioramento della sua economia interna. Negli ultimi giorni diversi quotidiani economici hanno ripreso e discusso un’analisi pubblicata dalla Banca centrale europea, firmata da un gruppo di suoi economisti (di cui quattro italiani), sulle barriere che ostacolano la crescita del mercato unico europeo e costano all’Unione più dei dazi imposti da Trump. È una conclusione scomoda che gli analisti ripetono da mesi e che torna ciclicamente nel dibattito pubblico. L’ha formulata in chiave politica Enrico Letta nel suo rapporto sul mercato unico e l’ha inserita in una cornice strategica più ampia Mario Draghi nella sua analisi sulla competitività europea. Documenti su cui siam costernati, indignati, impegnati, gettando poi la spugna con gran dignità.

Il problema è che il mercato unico non sta raggiungendo la sua piena maturità: esiste formalmente dal 1993, coinvolge circa 450 milioni di persone e 26 milioni di imprese, ed è spesso celebrato come uno dei pilastri dell’integrazione europea. In effetti ha funzionato. Tra il 1993 e il 2014 ha aumentato il Pil reale pro capite degli Stati membri fondatori tra il 12 e il 22 per cento, generando guadagni di benessere stimati in circa 840 euro all’anno per cittadino. Ma non basta perché è sbilanciato solo sul commercio intra europeo di beni. Vale oltre il 40 per cento del Pil dell’Unione e comprende prodotti manifatturieri fortemente integrati come automobili, componenti meccanici, macchinari industriali, prodotti chimici ed elettronica, che circolano lungo catene del valore transfrontaliere costruite negli ultimi trent’anni.

I Ventisette si scambiano benissimo questi beni, ma non riescono a fare lo stesso per il mercato dei servizi che vale solo il 16 per cento. Parliamo di aspetti concreti nella vita di tutti i giorni: costruire una casa, aprire un negozio, gestire un servizio di trasporto locale, esercitare una professione come avvocato o architetto, lavorare nella sanità o nell’assistenza alla persona. Sono settori che incidono direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini e che nonostante il mercato unico continuano a essere regolati e forniti quasi esclusivamente su base nazionale.

Le cause sono conosciute e gli addetti ai lavori li ripetono da anni. Regole nazionali diverse, burocrazia complessa, interpretazioni non uniformi delle norme europee, tutele implicite dei mercati interni, requisiti professionali e linguistici e sistemi fiscali frammentati. Tutti elementi che rendono il commercio tra Paesi europei più costoso di quanto farebbe un vero dazio. Nei servizi questi ostacoli pesano ancora di più, anche perché la direttiva del 2006 ha lasciato fuori settori cruciali come energia, finanza, trasporti e telecomunicazioni. Il risultato è che in ambiti come edilizia, commercio al dettaglio e professioni regolamentate il mercato europeo esiste soprattutto sulla carta.

Per quantificare l’impatto di questa frammentazione, gli analisti della Bce hanno tradotto gli ostacoli interni al mercato unico in un costo equivalente a un dazio. I numeri che emergono sono difficili da ignorare. In media, scambiare beni tra Paesi dell’Unione costa come se esistesse una tassa del 67 per cento. Per i servizi il costo è ancora più elevato, intorno al 95 per cento, e in alcuni settori supera questa soglia. Certo, le stime includono anche elementi difficili da eliminare per decisione politica, come la naturale preferenza per i fornitori nazionali, ed è giusto che sia così in buona parte, ma cosa si può fare per migliorare la situazione? 

La Bce ha preso come esempio uno Stato abbastanza integrato nel mercato unico come i Paesi Bassi, che godono da sempre di una posizione geografica favorevolissima. Se gli altri Stati membri riuscissero ad avvicinarsi a quel livello di apertura e coordinamento, le barriere interne potrebbero ridursi di circa otto punti percentuali per i beni e di nove per i servizi. Secondo le simulazioni, questo si tradurrebbe in un aumento degli scambi interni del 4,4 per cento per i beni e del 14,5 per cento per i servizi, con benefici complessivi in termini di benessere dell’1,3 e dell’1,8 per cento. In un’Europa alle prese con una crescita debole, sono numeri tutt’altro che trascurabili.

Neanche la Bce sa come fare tecnicamente, ma fa notare che nel prossimo e anno e mezzo i dazi trumpiani e l’incertezza commerciale potrebbero ridurre il Pil dell’area euro di circa 0,7 punti percentuali. Quel dato negativo può essere bilanciato riducendo di appena il 2 per cento le barriere interne ai beni e ai servizi. Insomma l’Unione ha una leva importante per sollevare il suo mondo, manca solo un Archimede che spieghi come. 

A dicembre 2025 la Commissione europea ha presentato un pacchetto legislativo per risolvere un problema concreto: le regole finanziarie europee esistono, ma vengono applicate in modo diverso da Paese a Paese, rendendo costoso e complicato operare davvero su scala continentale. Oggi una banca, un fondo o una piattaforma di scambio che voglia lavorare in più Stati deve spesso confrontarsi con autorizzazioni duplicate, richieste aggiuntive e interpretazioni nazionali divergenti. Il risultato è che il cosiddetto “passaporto europeo”, che sulla carta dovrebbe consentire di operare ovunque con una sola licenza, funziona male. Anzi malissimo. 

La Commissione propone di semplificare le autorizzazioni: chi ottiene un via libera in un Paese dovrebbe poter operare automaticamente anche negli altri, senza dover ripetere procedure o adattarsi a regole locali aggiuntive. Questo vale soprattutto per le sedi di negoziazione, le infrastrutture di regolamento dei titoli e i grandi operatori che lavorano su più mercati europei. L’obiettivo è chiaro: meno burocrazia, più certezza delle regole, costi più bassi per chi investe e raccoglie capitali in Europa.

Il secondo pilastro riguarda la vigilanza. Oggi i mercati finanziari europei sono sorvegliati soprattutto dalle autorità nazionali, mentre l’autorità europea dei mercati, l’Esma, ha un ruolo limitato di coordinamento. La Commissione propone di dare a Esma poteri diretti di controllo su alcune realtà davvero transfrontaliere, cioè quelle che operano su più Paesi e hanno un impatto sistemico. In pratica, invece di 27 approcci diversi, ci sarebbe un’unica supervisione europea per i casi più rilevanti, sul modello di quanto già avviene per le grandi banche sotto la Banca centrale europea. Questo dovrebbe ridurre arbitraggi, disparità e concorrenza regolatoria tra Stati.

Un altro obiettivo è far circolare meglio il risparmio europeo. Oggi le famiglie dell’Unione tengono circa 10 mila miliardi di euro fermi su conti correnti o strumenti poco produttivi, anche perché investire oltreconfine è complesso e rischioso dal punto di vista regolatorio. Ripetiamo: 10mila miliardi di euro, sessanta volte il budget dell’Unione di un anno. Infine, Bruxelles riconosce che molte barriere non sono solo finanziarie ma legali. Per questo annuncia nuovi passi verso la proposta di Enrico Letta di un “28esimo regime”, un insieme di regole europee comuni che le imprese potrebbero scegliere in alternativa ai diritti nazionali. 

Il piano è ambizioso, ma non ha creato un gran dibattito tra gli Stati, in altre faccende affaccendati, e qualche giorno fa il Consiglio (l’organo che riunisce i governi dei 27 Paesi membri) ha ammesso che le priorità nazionali restano divergenti e che l’attuazione concreta di questa lista dei sogni è la parte più difficile. Ridurre le differenze significa che gli Stati devono accettare di cedere margini di controllo. Ed è proprio su questo punto che finora il completamento del mercato unico si è sempre fermato.

L'articolo Il limite geopolitico dell’Unione europea è un mercato unico rimasto a metà proviene da Linkiesta.it.

  •  

Quando le fonti divergono. La profondità delle zone grigie. Intervista all’archeologo Andrea Augenti (parte uno)

di Valentina Cabiale

Andrea Augenti è docente di Archeologia Medievale all’Università di Bologna dal 2000. Ha condotto indagini in molti siti d’Italia e ha diretto gli scavi del quartiere portuale e del complesso di San Severo a Classe (Ravenna). Attualmente dirige lo scavo della città abbandonata di Cervia Vecchia (RA). È membro della redazione della rivista Archeologia Medievale, della Società degli Archeologi Medievisti Italiani e della Society for Medieval Archaeology e Fellow della Society of Antiquaries of London. È autore di numerose pubblicazioni, tra le quali Archeologia dell’Italia medievale, Laterza, Roma-Bari 2016; A come Archeologia, Carocci, Roma 2018; Prima lezione di archeologia medievale, Laterza, Roma-Bari 2020; Scavare nel passato, Carocci, Roma 2020. Il suo ultimo libro è Archeologi. I maestri del passato, Carocci, Roma 2025.

Come racconteresti in breve la tua biografia professionale?

Ho studiato all’università La Sapienza a Roma ma tutto comincia da prima. Mio padre era un sindacalista della CGIL animato da varie passioni che in parte ho ereditato, come quelle per il jazz, la geologia e l’archeologia, e mia madre una storica dell’età contemporanea, Andreina De Clementi (dalla quale ho sicuramente preso la passione per la storia e per i libri). Un giorno mio padre è tornato a casa con la guida archeologica di Roma scritta da Filippo Coarelli mentre a un Natale mi ha regalato Civiltà sepolte di C.W. Ceram. Poi, al liceo, ho fatto un viaggio in Grecia e sono rimasto folgorato. In quegli anni, di mattina andavo a scuola, di sera mi allenavo a pallavolo e un pomeriggio a settimana andavo ad ascoltare le “lezioni planetarie” di Coarelli, al Planetario di piazza Esedra a Roma. Erano conferenze aperte al pubblico, che poi hanno costituito i nuclei dei suoi libri monografici sul Foro Boario, il Campo Marzio, ecc. Una grande scuola. Quando mi sono iscritto all’università avrei voluto fare l’egittologo. Ricordo ancora la prima lezione del professor Sergio Donadoni; era bravissimo, impressionante. Però, come faceva un po’ con tutti, mi sconsigliò di proseguire in quel campo. Sapeva che l’egittologia affascina tutti e se tu ti mostravi interessato, che so, ad Akhenaton, il padre di Tutankhamon, storceva il naso, perché era una figura troppo gettonata. Quando gli portai il piano di studi, per l’approvazione, Donadoni vide che avevo inserito l’esame di Metodologia della ricerca archeologica, che era stato appena introdotto all’università (siamo a metà degli anni Ottanta) e mi disse: “Guardi che se vuole fare l’egittologo le servirebbe molto di più un esame di montaggio e rimontaggio di una jeep, però mi sa che questo esame non c’è”. Iniziai a capire che l’egittologia non era la mia strada. Nello stesso momento un conoscente, archeologo mi disse che l’archeologia medievale era un campo interessante e in forte espansione. Dopo un anno di transizione durante il quale ho avuto la fortuna di seguire i corsi (Topografia antica, Rilievo e analisi tecnica dei monumenti antichi, Urbanistica del mondo romano) di alcuni professori bravissimi (Ferdinando Castagnoli, Cairoli Fulvio Giuliani, Paolo Sommella) e poi di intellettuali davvero strepitosi come Armando Petrucci e Girolamo Arnaldi, ho sterzato verso il Medioevo. Mi sono laureato in archeologia medievale con Letizia Pani Ermini e poi sono andato a lavorare sul Palatino, a Roma, negli scavi di Andrea Carandini. Ero fuori contesto, in quello scavo di medievale c’era ben poco: Rodolfo Lanciani e soprattutto Giacomo Boni nelle indagini precedenti avevano asportato tutte le stratigrafie post-romane. Ma è stato un periodo importante, anche perché Carandini mi ha presentato a Riccardo Francovich, che insegnava archeologia medievale a Siena. Ho vinto un dottorato, poi ho avuto un insegnamento a contratto a Siena e subito dopo è partito il progetto di schedatura dei castelli della Toscana. Dopo aver perso svariati concorsi, mi sono detto: se allo scadere dei 36 anni, che cadevano nel 2000, non sarò entrato nell’università, cambio mestiere. Nell’aprile del 2000 ho vinto il concorso per entrare nell’università di Bologna.

Negli ultimi anni hai fatto diversi podcast per Rai Radio 3, su tematiche archeologiche: Dalla terra alla storia, Vite tra le rovine, Ritorno al passato, Mappe del tempo. Podcast che in parte sono diventati anche libri: A come archeologia (Carocci, 2018), Scavare nel passato. La grande avventura dell’archeologia (Carocci, 2020) e, ultimo, Archeologi. I mastri del passato (Carocci, 2025). Come sei arrivato alla radio e come ti sei trovato con un sistema di comunicazione puramente orale? L’archeologo si occupa di cultura materiale, le cose sono importanti e anche le immagini di quelle cose, che con questo media non puoi utilizzare.

Sono un accanito ascoltatore di Radio 3 sin da quando ho iniziato l’università. La radio ha contato moltissimo nella mia formazione, e in particolare tutti i programmi della gestione di Marino Sinibaldi e quelli precedenti all’attuale Fahrenheit. L’atteggiamento analitico e critico nei confronti del cinema, della musica, della letteratura sono stati una grande scuola. A un certo punto c’era un programma di Monica d’Onofrio intitolato Museo Nazionale, da cui è poi scaturito il libro omonimo, che raccontava singole opere d’arte e monumenti. Monica alcuni anni fa si è rivolta a me per registrare un paio di puntate, durante una delle feste di Radio Tre a Forlì. Dopo, le ho proposto di fare qualcosa insieme, dato che non avevano ancora mai pensato a un programma di archeologia. Ho mandato un progetto a lei e a Sinibaldi e hanno accettato: così è partito tutto.
Sicuramente è strano parlare in studio, con un muro e al massimo un tecnico del suono davanti, così come farlo in casa, da solo. Stranissimo non poter usare le immagini e descrivere oggetti che non si vedono. In questo campo il maestro è stato Neil Mc Gregor, ex-direttore del British Museum, con La storia del mondo in 100 oggetti (Adelphi, 2015), libro nato a partire proprio da un podcast. È uno dei libri più belli nell’ambito della comunicazione storico-archeologica. A forza di fare podcast, ora mi vengono naturali e la mia scrittura è cambiata. A un certo punto hanno iniziato a starmi stretta la scrittura accademica e tutti gli arcaismi terminologici e sintattici, nella costruzione di una frase. Ho lavorato per arrivare a un discorso più diretto, tanto che adesso non riesco più a scrivere nel modo di prima neanche per le riviste specialistiche. Non a caso di recente un articolo mi è stato rimandato indietro con la motivazione che era scritto in maniera troppo colloquiale. Ma io ormai scrivo così, prendere o lasciare.

D’altra parte si possono dire cose complesse anche con un linguaggio molto semplice.

Assolutamente sì. In questo gli anglofoni sono maestri. Credo che la radio sia stata una grande palestra. Quando rileggo mi accorgo sempre che ci sono troppi incisi o parentesi che interrompono il discorso. Meglio spezzare la frase in due parti. L’altra peculiarità del lavorare in radio è che le reazioni del pubblico sono rare. Ogni tanto mi arrivano delle mail. Una volta una signora di Napoli mi ha scritto che ha ascoltato una mia puntata sulla città antica di Pompei mentre cucinava il sugo, e si è messa a piangere. Due ragazzi, invece, mi hanno scritto dall’Islanda ringraziandomi perché mi ascoltavano tutte le mattine con le cuffie facendo jogging tra i ghiacci. Quest’anno per la prima volta nella mia vita ho aperto un profilo Facebook, ho toccato con mano che esiste un folto pubblico di appassionati e ho letto commenti positivi e lusinghieri. Quindi la cosa funziona. Il motivo principale per cui ho pensato a questo programma è che sono stufo di vedere la divulgazione fatta come se non richiedesse uno specialismo. A me Alberto Angela (di formazione paleontologo) che una sera fa una puntata su Collasso (Einaudi, 2014) di Jared Diamond e la settimana successiva sulle pitture della cappella Sistina, lascia perplesso. Veicola l’idea che la cultura sia tutta uguale. Non voglio fare una petizione banale del tipo “l’archeologia agli archeologi”, però se parli di una cosa devi conoscerla. C’è un pensiero di sottofondo che l’archeologia sia di tutti, il che è anche vero, ma se la vuoi raccontare non puoi improvvisarti. In ogni puntata tento di mostrare che l’archeologia è radicata nel mondo che la circonda, non è un microcosmo a parte. Cerco di spiegare qual è stata l’impostazione della ricerca, il metodo, e il retrobottega della scoperta. A volte riesco a raccontare meglio un’idea se ancoro l’attenzione sul personaggio che l’ha avuta, e questo è stato il format del Podcast Vite tra le rovine, che poi è diventato il libro Archeologi.

Volevo porti una domanda riguardo al pubblico delle tue trasmissioni radiofoniche. Tra l’altro, quando penso alla divulgazione in archeologia e al pubblico “indifferenziato” a cui immaginiamo che questa divulgazione sia rivolta, mi viene sempre in mente una cosa che sentii dire dal professor Guido Vannini, tuo collega in archeologia medievale. Disse una volta che il pubblico indifferenziato non esiste. Di fronte puoi avere un falegname, una parrucchiera, una business manager, un muratore, uno studente, ovvero un pubblico composto da individui ciascuno con le sue specializzazioni e competenze. È una visione che mi piace perché è orizzontale e non verticale e pone l’attenzione sul fatto che ciascuna delle persone di quel pubblico è portatrice di un sapere. I riscontri che ricevi ti permettono di ipotizzare approssimativamente da quali persone è composto il tuo pubblico; esso coincide con quello che desideri?

Il mio pubblico è composto da persone che probabilmente hanno una cultura abbastanza elevata, ma in realtà ne so ben poco; credo che in media abbiano tra i 50 e gli 80 anni. Se riesco a spiegare alla signora a cui piace Gustav Mahler che Giacomo Boni è uno di coloro che hanno introdotto il metodo stratigrafico in archeologia in Italia, a inizio Novecento, sento di aver fatto qualcosa di importante. Però mi piacerebbe che il pubblico fosse anagraficamente più trasversale e che ci fossero più giovani, ma forse c’è un problema strutturale di base: la maggior parte dei giovani non ascolta la radio e non conosce la piattaforma RaiPlay Sound.

Gli archeologi ti ascoltano?

Pochissimi mi testimoniano interesse e stima per questa cosa; alcuni me ne parlano e dimostrano attenzione ma soltanto quando li incontro; e poi ci sono quelli che non mi dicono nulla. Diciamo che non ho un riscontro ampio da parte della comunità degli archeologi. Ma forse dipende dal fatto che molti non ascoltano la radio, oppure discende da quella sorta di freno che impedisce a tanti di fare complimenti o osservazioni ai colleghi. Io, spesso, se leggo una cosa che mi piace tanto, telefono o scrivo all’autore. La reazione di solito è sbigottita. In Italia non c’è questa abitudine, diversa è la situazione tra gli archeologi all’estero, con i quali ho sempre avuto un legame preferenziale. Tra di loro c’è meno difficoltà a riconoscere il valore degli altri o semplicemente l’exploit occasionale.

Hai scritto che la scoperta della tomba di Tutankhamon nel 1922, molto nota anche ai non addetti ai lavori, è stato l’evento che ha segnato la “perdita dell’innocenza dell’archeologia”, nel senso che gli archeologi si sono resi conto che l’archeologia aveva un grande appeal che poteva essere sfruttato. Lord Carnarvon, il finanziatore dello scopritore Howard Carter, vende l’esclusiva della scoperta al Times. C’è una foto famosa con i due affiancati, prima che Carter entri nella tomba. In realtà questa immagine è falsa, costruita a tavolino, dopo che Carter era già entrato.
Ma di false immagini nella storia dell’archeologia ce ne sono altre e la più nota è forse quella di Sofia Enkastrōmenou, la moglie di Heinrich Schliemann, che indossa i gioielli del c.d. Tesoro di Priamo rinvenuto a Troia nel 1873. È stato dimostrato che la moglie non era presente sullo scavo al momento del ritrovamento, diversamente da quanto Schliemann raccontò nella storia della scoperta. Come mai vedi la “perdita dell’innocenza” dell’archeologia proprio nel 1922?

Beh, intanto tra Schliemann e Carter ci sono alcune differenze. Quella della scoperta di Troia è una storia veramente al limite del losco. Schliemann ha dei meriti, però era un terribile bugiardo e il suo comportamento nei confronti di Frank Calvert, il primo ad aver ipotizzato di poter trovare i resti della città di Troia sulla collina di Hissarlik, è stato molto scorretto. Si è impadronito del sito, aveva i mezzi economici per farlo. Ma secondo me c’è stata una perdita dell’innocenza maggiore nel caso della scoperta della tomba di Tutankhamon per la sistematicità della messinscena, per l’operazione messa in atto non solo da parte del finanziatore Lord Carnarvon, ma anche di Carter, che era un archeologo (a differenza di Schliemann). Poi, per carità, Carter ha lavorato duramente, ha trascorso tutta la vita a catalogare gli oggetti della tomba pur non riuscendo a completare la pubblicazione, però ha contribuito a tingere di artificio la storia della scoperta. Questo è stato fatto talmente bene che ne è venuta fuori una Tut-mania, mentre non c’è mai stata una Troy-mania. Forse la cosa ha funzionato proprio perché aveva un’anima forte di scientificità; solo in seguito è arrivata la faccenda della maledizione, si è cominciato a scrivere romanzi sulla mummia e via dicendo. Carter ha incarnato alla perfezione il principale topos identitario dell’archeologo, ovvero il disturbatore di morti, che è una figura più affascinante dell’archeologo che scopre siti. Troia è ovviamente intrigante perché si interseca con la narrazione di Omero, però non c’è paragone, mancano tutti gli spunti per le derive horror e splatter. Questa idea dell’archeologo che sta sul crinale tra la vita e la morte, alle prese con un cadavere e con una civiltà lontana ma vicina, africana ma quasi europea, è troppo attraente. Un altro archeologo che ha contribuito alla perdita dell’innocenza dell’archeologia, e siamo di nuovo a metà degli anni Venti, è Mortimer Wheeler, che si mette a vendere dei sassi provenienti dal sito dell’età del Ferro di Maiden Castle. Lo fa per finanziarsi lo scavo, ma certo è un gioco ardito e discutibile. Dopo si è scoperto che molte di quelle pietre non provenivano neppure da Maiden Castle. Anche Wheeler aveva intuito che l’archeologia attira il pubblico, e che questo si può sfruttare.

Pensi realmente che ci sia stata una fase in cui l’archeologia è stata innocente?

Mah, se ci pensi, ad esempio in Italia Rodolfo Lanciani è stato uno che ha puntato molto e in modo assolutamente pulito sull’archeologia, scriveva abitualmente su quotidiani italiani e inglesi raccontando le scoperte a Roma. Però tutto sommato faceva il cronista, non c’era una idea di mercificazione. Carnarvon invece vende l’esclusiva al Times per rientrare delle spese messe in campo per le ricerche di Carter. E quindi poi lui e Carter devono costruire un racconto che consenta quel ritorno economico. Non storco il naso, però è evidente che quello è il momento in cui l’archeologia sfonda il muro dello specialismo che fino a quel momento ne aveva impedito la diffusione massiccia nei media.
E da quel momento, forse, gli archeologi sono condannati a fingere sempre l’istante della scoperta. È qualcosa che c’è un po’ in tutti i livelli della divulgazione archeologica e che rischia di mistificare il processo della ricerca, riducendolo al momento in cui qualcosa riappare. Il discorso oggi è ancora più interessante se pensiamo alle possibilità tecnologiche di produrre immagini-fake. Nel 2022 è stata diffusa al pubblico la scoperta archeologica del santuario di età etrusco-romana di San Casciano ai Bagni, in provincia di Siena, e in particolare dei moltissimi reperti, tra cui numerose statue in bronzo, rinvenute nel riempimento di una vasca sacra. La scoperta ha avuto un grande impatto mediatico e la diffusione di molte fotografie delle statue nel momento e nel contesto di ritrovamento. A un certo punto sui social è diventata virale la foto di una statua di adolescente, che emergeva dal fango. Un’immagine presto smascherata dagli addetti ai lavori perché presentava forme e dettagli incongruenti (tra cui anche una mano con sette dita). Era stata prodotta con intelligenza artificiale dall’artista Fabrizio Ajello, che ne ha poi scritto su Art Tribune, dicendo che aveva voluto sperimentare le potenzialità dell’applicazione Midjourney. Un progetto artistico per indagare le dinamiche di interpolazione e diffusione delle immagini sui social. L’immagine non era accompagnata da un esplicito riferimento ai ritrovamenti di San Casciano, che però con ogni evidenza erano stati la sua ispirazione. Secondo te gli archeologi sono più attratti da queste possibilità di generare rappresentazioni verosimili, se non fake, o più preoccupati?
Sto cominciando a vedere l’uso dell’intelligenza artificiale nelle ricostruzioni archeologiche. Di recente ho scritto un articolo sulla pratica delle ricostruzioni (nel primo numero della rivista Evomedio: Oltre la prova. Quello che l’archeologia non dice e come provare a dirlo), che secondo me è utilissima perché ti porta a ragionare in maniera analitica sui dettagli, dall’abbigliamento delle persone ai modi di trattare le figure umane, la forma di un edificio, di un ambiente. Più vado avanti in questo mestiere più credo che il disegno sia essenziale. Quando le planimetrie di uno scavo sono disegnate bene, sono pulite e leggibili, significa che lo scavo è stato fatto bene. Quando vedi pastrocchi vuol dire che qualcosa non è stato capito fino in fondo. Il disegno ti costringe a sostare davanti all’oggetto. L’AI ha un vantaggio enorme perché è veloce, si basa su banche dati immense, però in questo modo si perde l’esercizio del disegno e il risultato è un po’ freddo. Anche perché con l’AI si tende a produrre immagini che sembrano delle fotografie scattate all’epoca. A volte questo accade anche con il disegno. Ad esempio trovo che le ricostruzioni più in voga, quelle dello studio Inklink, siano esteticamente bellissime ma molto assertive. Sono talmente pulite e complete che sembra dicano “è andata proprio così”. Forse si possono studiare altri modi per far capire che non possiamo giurare al 100 % su quello che proponiamo. Il dato esiste ma la ricostruzione nel dettaglio è sempre ipotetica. Sheila Gibson disegnava le figure umane come semplici sagome, dei fantasmini funzionali ad animare la scena e a dare la scala metrica. Non dico che tutti i disegni debbano essere fatti così, ma preferisco questa tendenza ad accennare. Probabilmente dipende anche dall’uso di certe tecniche piuttosto che di altre. Quelli di Inklink usano molto l’aerografo che rende tutto molto naturalistico. Però un conto è la ricostruzione di un luogo tuttora esistente, ad esempio Piazza del Campo a Siena, nel XIV secolo; un altro è quando la base di partenza è uno scavo archeologico. In questo secondo caso un dettaglio preciso secondo me non è onesto intellettualmente. Vicino a Cervia è stata ritrovata una chiesa: ne restano tre pilastri e un muro, per il resto le uniche tracce dell’edificio sono le fosse di spoliazione delle strutture, grazie alle quali possiamo ricostruire l’attacco di un’abside e un transetto. Ci sono almeno tre gradi diversi rappresentabili nella ricostruzione: il grado due (il muro ritrovato, per quanto solo in parte), il grado uno (il negativo del muro) e il grado zero (il muro ipotizzato). Ho fatto disegnare la ricostruzione di quella chiesa distinguendo con colori diversi le parti ritrovate per davvero, le parti ricostruite a partire dalle tracce, le strutture ipotizzate per chiudere in qualche modo la forma architettonica ma che non sono state ritrovate.

Meglio rinunciare al realismo ma essere più onesti, quindi…

Nelle ricostruzioni non possiamo essere realistici. Capisco che sia necessario comunicare in modo chiaro ma vorrei anche che ci fosse una gradazione tra ricostruzioni volte al pubblico e ricostruzioni per gli addetti ai lavori. Oppure cercare altre modalità di rappresentazione. Ad esempio a Ravenna, nel Museo Classis di cui ho redatto il progetto scientifico, abbiamo prodotto tre ipotesi diverse di ricostruzione della Porta Aurea, la porta urbana più importante della città romana, costruita per il ritorno dell’imperatore Claudio dopo la conquista della Britannia nel 43 d.C. Questa porta ha due torri circolari ma non sappiamo se esse siano state aggiunte nella Tarda Antichità, cosa per la quale ci sarebbero vari confronti, o se ci fossero fin dall’inizio, ipotesi per la quale ci sono altri confronti. Credo che ogni tanto l’archeologo debba ammettere di saperne solo fino a un certo punto. Poi dipende sempre da cosa uno vuole veicolare attraverso le immagini.

Questo si aggancia a un’altra cosa che volevo chiederti. È una divagazione. Qualche mese fa su Instagram ho letto un post su Alan Kurdi, il bambino siriano di cui tutti nel 2015 abbiamo visto la foto del corpo disteso prono su una spiaggia lungo la costa turca nei pressi di Bodrum. Un bambino morto in una naufragio. In questo post (“ThePeriod”) si dice che dieci anni fa fummo scioccati da questa fotografia, mentre oggi possiamo vedere centinaia di immagini di questo tipo con minore clamore, molti di noi sono come anestetizzati. Quello è stato il momento, secondo gli autori del post, in cui abbiamo sostituito l’emozione all’azione. In conclusione c’è una domanda: “Vogliamo davvero vedere, o vogliamo solo aver visto?”
Mi rendo conto che partire da questa riflessione e tornare a parlare di archeologia può apparire poco opportuno. Ma lo sguardo è sempre trasversale, e le stesse persone che hanno guardato la foto di Alan Kurdi, che oggi guardano le foto dei bambini e degli adulti ammazzati a Gaza, hanno guardato anche molto altro. E i produttori delle icone false lo sanno bene. La foto della falsa statua di San Casciano citata prima era, non a caso, relativa a un adolescente, non a un vecchio. Con le tue competenze di archeologo, sulla base di quello che pensi e senti, ti poni il problema di come stimolare la responsabilità dello sguardo? Una visione critica del passato come del presente, che provochi la riflessione attiva e non solo l’osservazione.

Al di là delle immagini mi sembra che, se restiamo nel campo dell’archeologia, il discorso sia molto ampio. La cosidetta “rivoluzione stratigrafica” dell’archeologia è stata fondamentale per rinnovare la disciplina però ha anche frammentato moltissimo l’informazione. Questo ha avuto effetti in parte disastrosi, ad esempio nella produzione dei testi archeologici, perché le pubblicazioni e in generale l’informazione archeologica è diventata analitica e catalogica, cioè molto più di dettaglio che in passato. Oggi sembra quasi che il valore di uno studio sia nel suo essere catalogico, per cui ci sono edizioni di scavo con 100 pagine di testo e 400 di tabelle. Tutto questo è ovviamente collegato alle ricostruzioni di cui parlavano prima e quindi con le rappresentazioni del passato che offriamo al pubblico. La frammentazione e il pensiero iper-analitico sono corretti ma generano mostri e non aiutano la comunicazione in archeologia e in generale la riflessione sui problemi. Il punto è come si usano i dati di uno scavo archeologico [si veda: Storia e archeologia: è questa la strada del dialogo? | Reti Medievali Rivista]. Spesso vengono selezionati per costruire la narrazione che si vuole portare, o gonfiati. L’ho presa un po’ alla lontana, ma quella frammentazione equivale a una mole enorme di documentazione (ogni coccio una scheda, ecc.) e questa impostazione analitica ha creato molti archeografi e pochi archeologi. Molti si limitano a dire che in uno scavo hanno trovato questo o quello, ma poi? Noi archeologi siamo storici, se non ricostruiamo la storia con uno sguardo critico e riflessivo, a cosa serviamo?

Non credi che questo abbia anche un po’ isolato la disciplina, rendendola poco accessibile dai colleghi delle altre discipline? Lo storico dell’arte, Ernst H. Gombrich, nella prefazione a una raccolta di saggi di inizio anni Sessanta (A cavallo di un manico di scopa. Saggi di teoria dell’arte, Einaudi 1971) si poneva il problema di come infrangere l’isolamento della storia dell’arte e realizzare un “ideale di cooperazione intellettuale”, in modo che gli altri potessero ricavare dalla storia dell’arte qualcosa di utile alla propria disciplina. Traslando il discorso all’archeologia, gli altri (antropologi, storici, …) prendono cose da questa disciplina?

Molto poco, anche perché tra gli archeologi ci sono poche personalità che possono fare da ponte. Da qualche anno sono coordinatore di un dottorato che si chiama “Scienze storiche e archeologiche”, quindi per me l’interazione con gli storici e far capire loro il peso potenziale dell’archeologia sono passaggi fondamentali. Ma dall’altra parte non c’è tutta questa ricettività. Si contano sulle dita di due mani gli storici che vogliono discutere con noi, rispetto al Medioevo ma anche all’Antichità. Quantomeno in Italia, per la maggior parte degli storici la materialità è una quinta scenografica di fronte alla quale succedono cose più importanti, ovvero le interazioni tra persone tramandate dalla parola scritta. Poi, noi probabilmente non siamo troppo bravi a comunicare con i colleghi di altre discipline, e pochi cercano di farlo.
Forse molti restano nella propria nicchia anche perché interessati principalmente al proprio piccolo esercizio di potere.
Questa è un’altra parola chiave. È molto una questione di potere. Per quanto poco potere si possa gestire con l’archeologia.

Nel tuo ultimo libro citi i placemakers, cioè quegli archeologi che si sono dedicati per buona parte della vita a un singolo sito: Schliemann a Troia, ad esempio. Ti senti un placemaker con il sito di Ravenna-Classe?

Mi metti in imbarazzo, mi farebbe piacere se qualcuno lo dicesse ma non me la sento di farlo io. Il concetto di placemaking è stato elaborato da Richard Hodges, il quale diceva che Riccardo Francovich era uno di questi placemakers. È vero perché Riccardo è stato capace di far diventare Montarrenti e San Silvestro, due piccoli siti della Toscana, l’epicentro di una revisione drastica sul tema dell’incastellamento. Hodges stesso è stato placemaker a San Vincenzo al Volturno, un sito che ha una dimensione potenzialmente europea, e poi a Butrinto in Albania. Io ci sto provando con Cervia: è un luogo che non ha una forte tradizione archeologica, mentre noi abbiamo trovato la città vecchia e un enorme complesso ecclesiastico che quasi sicuramente è la prima cattedrale.

Vorresti fermarti lì?

Mah, questo non lo so; però di sicuro a Cervia c’è lavoro per due-tre generazioni di archeologi. Non ho mai avuto la spinta a cercare l’archeologia fuori dall’Italia. Ho lavorato per due anni a Samarcanda, in Uzbekistan, insieme a Maurizio Tosi, personaggio moto intelligente ma complesso. Però il fatto di non dominare la lingua antica del posto, e neanche quella moderna, e quindi non poter leggere le fonti scritte in prima persona, per me era un grande handicap. Per questo dopo poco me ne sono andato. Ho lavorato molto a Roma, in Toscana, a Ravenna e oggi a Cervia.

Sei policentrico?

Sì, abbastanza.

E invece non avresti voglia di concentrarti su una persona, più che su un luogo, e scriverne la biografia? Una pratica che, nel mondo dell’archeologia italiana, è stata poco frequentata (con alcune importante eccezioni, come il libro di Marcello Barbanera su Ranuccio Bianchi Bandinelli); come mai, secondo te?

Dedicarmi a una persona sola, non so. Avevo accarezzato un progetto di questo tipo sui viventi, o comunque sui miei maestri. Penso ad Andrea Carandini, Filippo Coarelli, Riccardo Francovich. Chissà, forse Perché non c’è questa tradizione in Italia? Qualcosa si è mosso con la biografia di Domenico Palombi su Rodolfo Lanciani e con quella di Marcello Barbanera su Bandinelli. Ma credo che la risposta stia nel fatto che siamo di nuovo in una zona che sta a cavallo tra una analisi di tipo scientifico, storico-culturale, e la divulgazione. Un libro come il mio ultimo per Carocci nella VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca) nelle istituzioni italiane viene valutato zero, o comunque molto poco, proprio perché è considerato divulgazione. I giovani non sono invogliati ad occuparsene perché non fa fare carriera. Infatti non ci sono corsi di divulgazione archeologica nelle università.

 

La seconda parte dell’intervista di Valentina Cabiale ad Andrea Augenti sarà pubblicata su Carmilla il giorno 11 febbraio 2026.

  •  

Il debutto di Astri-1 nell’extragalattico

Il telescopio Astri-1 ha catturato il suo primo segnale gamma di origine extragalattica. Nella notte del 15 gennaio 2026, tra le 01:00 e le 03:40 ora italiane, il telescopio Cherenkov – uno dei nove che costituiscono il mini-array Astri, la struttura osservativa dedicata all’astronomia gamma da Terra situata a Tenerife, nelle Isole Canarie – ha puntato gli occhi verso il blazar Markarian 421, registrando un incremento del flusso di raggi gamma proveniente dalla sorgente.

Illustrazione artistica che mostra Astri-1 in primo piano un blazar sullo sfondo. Crediti: Inaf/Silvia Crestan

Markarian 421 è una delle sorgenti più luminose del cielo nella banda dei raggi gamma. È anche una delle più vicine, motivo per cui è una fra le più studiate dalla comunità scientifica che si occupa di astrofisica delle alte e altissime energie. Situata nella costellazione dell’Orsa Maggiore a circa 400 milioni di anni luce dalla Terra, fa parte di una sottoclasse di nuclei galattici attivi che gli addetti ai lavori chiamano blazar: galassie che ospitano al centro un buco nero supermassiccio che alimenta potenti getti relativistici orientati lungo la nostra linea di vista. Questa particolare configurazione rende le sorgenti estremamente luminose e variabili alle alte e altissime energie, trasformandole in laboratori naturali per lo studio dei processi fisici più estremi dell’universo.

Il segnale rivelato da Astri-1 è associato all’emissione di un flare – un’improvvisa e intensa emissione di energia – da parte del buco nero ed è coerente con l’elevato stato di attività della sorgente segnalato nelle stesse ore da altri osservatori per raggi gamma, tra cui Lhaaso (ATel #17535), Veritas (ATel #17594) e i due telescopi Cherenkov di piccola taglia dell’osservatorio Ondřejov (ATel #17597). Il flusso di raggi gamma rilevato è risultato pari a circa 2,3 volte quello della Nebulosa del Granchio, sorgente di riferimento del cielo gamma, che il telescopio ha già osservato in passato.

«Attivati da un ATel di Veritas, che indicava che Markarian 421 fosse in flare, Astri-1 ha iniziato una campagna osservativa la notte tra il 14 e il 15 gennaio», racconta a Media Inaf  Fabio Pintore, ricercatore all’Inaf Iasf di Palermo e componente del gruppo che si è occupato dell’analisi preliminare dei dati. «I tre osservatori al sito – Silvia Crestan, Camilla Quartiroli e Alan Sunny – hanno profuso un grande impegno per consentire di accumulare fino a due ore e mezza di dati della sorgente in condizioni di visibilità ottimali. Dati che, con grande efficienza del sistema di processamento e archiviazione, sono stati trasferiti nel data center di Roma alla fine della notte osservativa».

«In questi casi», continua il ricercatore, «la velocità è cruciale e tutto il sistema Astri – dall’acquisizione fino all’analisi dei dati, ottimizzato grazie a un grande sforzo collettivo della comunità Astri – ha funzionato alla perfezione. I dati sono stati immediatamente presi in carico da Saverio Lombardi e dal gruppo che si occupa della riduzione dei dati e dell’analisi scientifica preliminare, che sul finire della mattinata aveva già ottenuto primi risultati. Astri-1 ha confermato che la sorgente era ancora in flare. Il suo flusso, infatti, era più del doppio, in un range di energia di riferimento che abbiamo scelto essere compreso tra 0.8 e 5  TeV (dove TeV, teraelettronvolt, è l’unità d’energia tipica della luce gamma di altissima energia), di quello della Crab Nebula, una sorgente molto brillante nel cielo gamma. Questo risultato mostra le eccellenti potenzialità sia dei singoli telescopi che dell’array Astri, prospettando un futuro ricco di soddisfazioni che ripaga dei tanti sforzi compiuti da tutti i gruppi di lavoro coinvolti nella progettazione hardware, software e nell’analisi dati».

L’analisi preliminare dei dati indica che il segnale è estremamente “solido” dal punto di vista scientifico: il livello di significatività statistica è infatti di 11 sigma, un valore che esclude che la rivelazione sia dovuta al caso o a rumori di fondo.

«Siamo felici che il telescopio Astri-1 abbia osservato la sua prima sorgente extragalattica», commenta Giovanni Pareschi, astrofisico dell’Inaf di Brera e principal investigator del progetto. «Si tratta di un risultato scientifico sicuramente di grande rilievo nel campo dell’astronomia gamma con telescopi Cherenkov, ottenuto da un gruppo per larga maggioranza italiano, con uno strumento interamente sviluppato da Inaf. Il singolo telescopio Astri-1, con cui è stata effettuata l’osservazione, ha una sensibilità di un fattore quasi tre superiore a quella di telescopi analoghi usati in passato, grazie al grande campo di vista e alla costante risoluzione angolare. Non vediamo l’ora di lavorare in stereoscopia con gli altri telescopi dell’Astri Mini- Array, cosa che avverrà già a partire dalla tarda primavera del 2026».

Per saperne di più:

 

  •  

I giovani se ne vanno, ma senza di loro l’Italia non cresce

«I nostri giovani vanno via perché li trattiamo male, così come trattiamo male chi viene da fuori. Lo diciamo da tempo, ma è la prima volta che sento un’analisi di questo tipo da chi gestisce i numeri della macroeconomia». Così Emiliano Manfredonia, presidente nazionale di Acli, commenta le parole di Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, intervenuto all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Messina. In quell’occasione Panetta ha ricordato che «circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero».

I giovani laureati si spostano alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto, attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici

Fabio Panetta, governatore Banca d’Italia

Un vero e proprio esodo, dovuto anche a fattori economici: «Un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80% in più di un coetaneo italiano». Ma, ha precisato Panetta, «le differenze retributive non sono l’unica determinante della scelta di lasciare l’Italia. I giovani laureati si spostano alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto, attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici».

Emiliano Manfredonia


In fuga da un destino povero (anche di opportunità)

I numeri, in effetti, sono impressionanti. Come ricorda Manfredonia, «nel 2024 abbiamo raggiunto un record, con oltre 155mila laureati andati via. Un dato inquietante, che ha certamente una dimensione economica: chi ha la fortuna di avere un salario stabile in Italia versa il 33% dello stipendio all’ente previdenziale per ottenere una pensione che sarà di poco superiore al 60% dell’ultima retribuzione. La destinazione finale, soprattutto per chi ha salari bassi – giovani, donne e stranieri – è la povertà».

Precarizziamo i giovani a inizio carriera, depauperando le migliori energie del Paese con lavori umilianti, che sviliscono competenze, motivazione e desiderio di impegnarsi

Emiliano Manfredonia, presidente nazionale Acli

Ma il problema non è solo economico. «È anche culturale e riguarda la mancanza di opportunità, come ha riconosciuto lo stesso Panetta. In Italia i giovani non trovano la possibilità di essere valutati per il proprio merito né di intraprendere carriere che offrano una prospettiva di futuro. Precarizziamo i giovani a inizio carriera, depauperando le migliori energie del Paese con lavori umilianti, che sviliscono competenze, motivazione e desiderio di impegnarsi».

Una condizione che ha effetti diretti anche sulla natalità: «Se i giovani sono precari nel lavoro, lo sono anche nella vita. Facciamo esattamente il contrario di ciò che avrebbe senso fare: dovremmo pagare di più le persone quando sono giovani e di meno quando sono anziane e hanno già sostenuto i costi maggiori».

Il “sistema Paese” investa sui giovani

Come invertire questa tendenza? Da dove partire per fermare la fuga dei giovani o almeno favorire il loro ritorno, valorizzando in Italia le competenze acquisite all’estero? «Di certo non saranno bonus e fiscalizzazioni a risolvere il problema. Serve una riforma strutturale, costruita dal sistema Paese. Il limite della politica degli ultimi vent’anni è stato l’incapacità di immaginare il futuro e di lavorare sulle strutture», osserva Manfredonia.

Una riforma strutturale è necessaria anche sul tema della casa, una delle principali emergenze per i giovani e una delle cause della loro precarietà. «Gli affitti brevi hanno creato un mostro: nel nostro Paese la rendita è tassata meno del lavoro faticato, ed è un paradosso. Servono norme e politiche che garantiscano l’accesso alla casa a tutti, a partire dai giovani».


C’è poi il nodo dell’istruzione, anche professionale. «Abbiamo circa 30mila studenti che frequentano le scuole di formazione professionale dell’Ente nazionale Acli Istruzione professionale (Enaip). Registriamo un forte mismatch tra le richieste delle aziende e la preparazione dei ragazzi: è un problema che va affrontato».

Infine, il ruolo del Terzo settore, che può fare molto e in parte lo sta già facendo. «Dobbiamo soprattutto favorire la partecipazione, perché un giovane che si sente scartato rischia non solo di non votare, ma di non prendere parte alla vita attiva. Dalla ricerca che abbiamo realizzato con l’Iref, Né dentro né contro, emerge che i giovani sono interessati alle questioni sociali, ma non sentono il bisogno di impegnarsi in un’organizzazione. Per questo, come Acli, abbiamo dato vita a un Patto per la partecipazione: per ritrovare gioia, coraggio e forza nel mettersi in gioco, offrire la propria visione del mondo e provare a cambiarlo».

L'articolo I giovani se ne vanno, ma senza di loro l’Italia non cresce proviene da Vita.it.

  •  

Sindaci tra solitudine e disincanto: «La lotta alla povertà non è una vetrina»

La povertà non “tira”? A una prima e superficiale analisi, sembrerebbe questo il motivo della scarsa adesione al premio per il “Miglior sindaco del mondo“, istituito nel 2004 dalla City Mayors Foundation (associazione filantropica con sede a Londra) e che, per la prima volta nella sua storia più che ventennale, non sarà assegnato per mancanza di candidature. anno Appena 14 i sindaci che hanno presentato la propria candidatura da Europa, America e Africa (l’Asia non partecipa). Di questi, due erano italiani: il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, e il primo cittadino di Oliveri (città metropolitana di Messina), Francesco Iarrera. Una grande città e una piccola realtà (Oliveri conta circa 2.150 abitanti). Entrambe del Sud.

Il tema del premio istituito per il 2025 era, appunto, il contrasto alla povertà. Un argomento scivoloso, sotto il profilo politico? Oppure un riconoscimento che ha scarso appeal e di cui i sindaci – magari attivissimi sul tema – semplicemente ignoravano il bando? Difficile trovare una sola spiegazione, considerata la vastità della platea potenziale e delle aree geografiche coinvolte (soltanto in Italia, si contano quasi 8mila Comuni). Di sicuro, 14 candidature a livello internazionale erano decisamente troppo poche per legittimare l’assegnazione del World Mayor Prize, anche se è probabile che altre candidature non siano state accolte per vizi di forma. L’imbarazzo degli organizzatori è riassunto eloquentemente dalle parole pronunciate da Tann vom Hove, co-fondatore della Fondazione: «Il pubblico non ha risposto, le candidature sono state poche e, – dettaglio ancora più amaro – con poche eccezioni, nessuno ha sviluppato un modello davvero convincente per combattere la povertà nella propria comunità».

Il premio World Mayor Prize

In oltre 20 anni, prima con cadenza annuale e poi biennale, il World Mayor Prize ha messo in risalto le buone pratiche di sindaci di città con milioni di abitanti ma anche centri di periferia: da Tirana ad Atene, da Melbourne a Cape Town, toccando poi Messico City, Bilbao, Calgary, Mechelen, Ancona (unico Comune italiano sinora premiato), Rotterdam, Grigny e Graz. Con Soprattutto negli ultimi tempi, era stato individuato ad ogni edizione un tema conduttore che consentisse di valutare l’operato dei sindaci.

Alleanza contro la povertà

«Fa riflettere che a livello internazionale ci sia stata un’adesione così bassa per il riconoscimento del 2025, ma non traiamo da questa notizia delle conclusioni affrettate», commenta Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà in Italia. «Sono uno che dice sempre quello che pensa, ma non è possibile prendersela con i sindaci o gli enti locali se il contrasto alla povertà risulta poco efficace. Dirò di più: dinanzi a questa mancanza di candidature, io avrei premiato simbolicamente tutti i sindaci d’Italia, e con loro le amministrazioni comunali che sono i luoghi di prossimità in cui, come in un imbuto, finiscono tutti i problemi non risolti da altri livelli dello Stato. La mia è una provocazione, so benissimo che parliamo di un riconoscimento internazionale. Ma guardate che la situazione è la stessa nel resto dell’Europa e in tutto il mondo».

Io invece di sospendere il premio per il 2025, avrei simbolicamente premiato tutti i sindaci dItalia: sulla povertà sono lasciati soli dallo Stato

Antonio Russo, portavoce Alleanza contro la povertà

Restando in casa nostra, prosegue Russo, «se la lotta contro la povertà non si fa in maniera strutturale e in parallelo, invece strutturalmente si taglia il fondo per il sostegno all’inclusione attiva (nell’ultima Legge di Bilancio hanno decurtato 267 milioni di euro per il 2026) è chiaro che le istituzioni più prossime ai cittadini diventano i luoghi a cui si rivolge chi non ce la fa. E per fortuna che in Italia c’è una rete di organizzazioni caritatevoli che consentono di ammortizzare il problema. Se non ci fossero le mense, come faremmo? Sbagliamo bersaglio se ce la prendiamo con i sindaci, perché sono le istituzioni nazionali a non mettere i sindaci nelle condizioni di operare. In Italia abbiamo sei milioni di poveri assoluti, cioè 2,2 milioni di famiglie. La povertà colpisce tutto il Paese ed è intergenerazionale. Non solo: oggi colpisce anche chi lavora, persone che sino a pochi anni fa conducevano una vita dignitosa. In questo momento, anche negli Usa la situazione è diventata drammatica. E pure in altri Paesi del nostro continente. È giunto il momento che l’Ue pensi ad uno strumento europeo: probabilmente, con quello, molte persone si sentirebbero davvero cittadini europei. E non si lascerebbero troppo soli i sindaci e, soprattutto, i poveri».

Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà

Francesco Iarrera, il sindaco di Oliveri: «Dobbiamo essere sindaci-operai»

Francesco Iarrera è uno dei due sindaci italiani che erano in lizza per il Premio («ma non ho proposto io la mia candidatura, né sono riuscito a sapere dagli organizzatori chi l’abbia avanzata per me», svela lui). «Si tratta di un riconoscimento e come tale va preso. Certo è anche un modo per parlare di un problema che va affrontato in maniera strutturale a livello centrale. I Comuni non hanno molti fondi: li possono richiedere, certo, ma è una delle pochissime cose che possono fare su questo fronte. Quando parliamo di povertà, parliamo anche di altri ambiti a essa connessi. Per esempio, di accoglienza degli immigrati. Nel nostro piccolo, cerchiamo di intercettare dei fondi per accogliere i minori stranieri non accompagnati, un tema un po’ scottante e talvolta divisivo, per questo i Comuni più piccoli a volte non hanno il coraggio di procedere in questa direzione. Poi ci sono altre forme di fragilità, come la povertà legata alla disoccupazione, e questo è un tema che riguarda tutto il Paese. Ci scontriamo quotidianamente con questo tipo di difficoltà, siamo l’interfaccia tra lo Stato e i cittadini, e cerchiamo di farlo nel migliore dei modi. A volte siamo costretti ad adottare provvedimenti tampone».

Francesco Iarrera, sindaco di Oliveri (Messina)

«Sento dire spesso che bisogna aiutare di più i piccoli Comuni, nei quali risiede il 70% della popolazione italiana, ma io questi aiuti non li vedo. I tagli ai trasferimenti sì, invece. È chiaro che, nel momento in cui non siamo competitivi in materia di servizi e di prospettive, i giovani vanno altrove. La povertà non è soltanto economica: è sociale, culturale, educativa, digitale. È molto ampia. E la maggior parte di queste persone resta ai margini. Noi viviamo in una condizione di continua emergenza: al mattino mettiamo l’elmetto e partiamo, consapevoli di dover gestire una situazione che lievita di giorno in giorno. Può darsi che molti colleghi non abbiano avuto nemmeno il tempo di candidarsi al World Mayor Prize, io per primo. Molti cittadini vedono i politici e le istituzioni distanti dai problemi. Irraggiungibili. Dobbiamo essere sindaci operai, se vogliamo essere parte integrante del territorio».

Paolo Pezzana, l’ex sindaco esperto di povertà

«È difficile dare un commento univoco a questa vicenda», premette Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori (Città metropolitana di Genova), che è stato Presidente Nazionale di fio.PSD (l’associazione che riunisce le organizzazioni che si occupano di homeless in Italia) e ha ricoperto vari ruoli anche all’interno dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani – Anci. Oggi è consulente di Fondazione Ifel, l’Istituto per la finanza e l’economia locale, istituito dall’Anci nel 2006. Pezzana si occupa soprattutto di progetti di accompagnamento riguardanti accoglienza, welfare e servizi sociali. «Di amministratori in gamba in giro ce ne sono tanti, soprattutto nelle realtà un po’ più nascoste, dove ci sono meno risorse e occorre più fantasia. Il Premio non è poi così noto, ma è vero che negli anni passati c’è stata una maggiore partecipazione. Soprattutto io credo che i sindaci siano molto assorbiti dal loro lavoro. Vedendoli all’opera oggi, mi rendo conto che c’è parecchio disincanto: si sentono un po’ abbandonati, avvertono moltissime responsabilità sulle loro spalle, molta gente li denuncia per ogni minima cosa con la speranza di raggranellare qualche soldo. Tutto questo a fronte di indennità molto basse, soprattutto nei piccoli e medi Comuni. Quando l’ho fatto io, percepivo 1.400 euro al mese per dodici mensilità, di cui una se ne andava per pagare l’assicurazione. Lavoravo anche venti ore al giorno e ho ancora pendenze, a quasi dieci anni dalla fine del mandato: per fortuna sono uscito bene da tutte».

Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori

«Forse si guarda con meno entusiasmo, rispetto al passato a questo tipo di riconoscimenti», prosegue Pezzana. «Sembra crescere lo scollamento tra i singoli amministratori e ciò che crea una cultura dell’amministrazione: lo stare insieme, riconoscersi, valorizzare le cose che si fanno. I sindaci sono molto attenzionati sulla quotidianità e sulle cose che propongono, ma non trovano un supporto altrettanto strutturato. Iniziative come il World Mayor Prize hanno il significato di restituire valore o comunque di rendere visibile il valore che viene prodotto: se ci sono state pochissime candidature a livello mondiale, qualcosa dovrà pure significare».

C’è sempre un po’ il rischio di far apparire un buon amministratore colui che fa cose buone, solidali. Ma non è così: un buon sindaco è un soggetto che tiene insieme la complessità. Il sindaco non è l’amministratore del Comune: è l’amministratore della comunità

Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori

Pezzana fa un’altra riflessione, importante: «C’è sempre un po’ il rischio di far apparire un buon amministratore colui che fa cose buone, solidali. Ma non è così: un buon sindaco è un soggetto che tiene insieme la complessità, che è fatta anche di azioni che hanno a che fare con il sociale, la cultura, l’inclusione, dunque non è possibile ridurle a un solo tema, per esempio la lotta alla povertà. È un gioco di equilibrio. Il sindaco non è l’amministratore del Comune: è l’amministratore della comunità. Quando il ragioniere capo del mio Comune mi illustrò i margini di manovra sul bilancio comunale, mi venne da ridere perché i fondi erano tutti vincolati. Restavano fuori 20mila euro l’anno. Una mia giovanissima assessora mi fece notare che eravamo stati eletti per amministrare il valore che la nostra comunità produceva, e quindi mettere le associazioni, i commercianti e le imprese del territorio nelle condizioni di poter lavorare meglio. Il vero elemento distintivo del sindaco è di far sentire coinvolta tutta la comunità in tutto quello che l’amministrazione fa. Occorre connettere, stimolare la partecipazione in senso concreto per generare bene comune. Mi sono laureato in giurisprudenza, e il diritto amministrativo mi ha certamente aiutato, ma per me è stato ancor più importante e utile l’aver fatto l’educatore».

Credits: foto fornite dagli intervistati; in apertuta, la foto del municipio di Oliveri (foto sito Comune)

L'articolo Sindaci tra solitudine e disincanto: «La lotta alla povertà non è una vetrina» proviene da Vita.it.

  •  

Groenlandia: una prospettiva centroeuropea

La sicurezza dell’Artico e le minacce di Trump di prendersi la Groenlandia anche con la forza scopre un fronte fino a quel momento marginale per l’Europa centrale. La Polonia ha risposto in maniera più energica alla provocazione di Washington. Tuttavia, la cautela delle altre cancellerie centroeuropee vanifica un possibile contributo subregionale alla sicurezza artica.

L’Artico è il leitmotiv geopolitico che sta caratterizzando l’inizio del 2026 nonché l’ennesima sfida per la coesione euro-atlantica lanciata dal presidente USA, Donald Trump. In Europa, l’evento sta alzando un moto di solidarietà nei confronti della Danimarca che si traduce concretamente nel rinnovamento della presenza militare in Groenlandia. Il vertice statunitense-danese di Washington dello scorso 14 gennaio scorso indica che la questione è destinata a rimanere aperta ancora a lungo.

In questo scenario, il Gruppo di Visegrád (V4) — il forum centroeuropeo formato da Slovacchia, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca — appare come un attore geograficamente distante e strategicamente impegnato – spesso a dividersi — su altri teatri, in primis quello ucraino. Ciononostante, i membri del Gruppo mostrano alcuni segnali che confermano le tendenze divisive preesistenti all’interno del formato V4. Varsavia emerge come l’attore più attivo sulla scena mentre le altre cancellerie, per motivi diversi, si defilano dalla questione. Pur non essendoci un documento definisca una Arctic policy centroeuropea, l’assenza di una postura V4 riflette coerentemente la complessità e la sporadicità con cui questi Paesi si affacciano alla sicurezza artica.


La posizione polacca


Varsavia si è dimostrata il membro V4 più attivo sulla questione groenlandese accodandosi in maniera attiva alla posizione europea. Da subito, il Primo Ministro (PM) polacco, Donald Tusk, ha avvisato che l’Unione europea (Ue) è tenuta ad unirsi nel sostegno a Copenaghen. Il Paese ha firmato congiuntamente con gli alleati europei la “Dichiarazione congiunta sulla Groenlandia” nella quale si afferma che l’Artico sia una questione di sicurezza collettiva dentro la NATO ribadendo con forza il principio di sovranità della Danimarca e della Groenlandia sul territorio. Il 7 gennaio, il ministro degli affari esteri, Radosław Sikorski, ha ribadito il concetto durante un incontro con gli omologhi francese, tedesco ed indiano a Parigi dove ha ricordato che le questioni territoriali, negli USA, sono decise in ultima istanza dal Congresso. Al contempo, Sikorski ha sostenuto la linea del suo omonimo francese, Jean-Noël Barrot per cui Parigi, Berlino e Varsavia elaboreranno una risposta congiunta alle mire di Trump che verrà poi estesa a livello europeo.


All’atto pratico, tuttavia, la posizione polacca risente della difficile coabitazione tra governo e Presidente della Repubblica, espressione di schieramenti politici contrapposti. Il Presidente polacco, Karol Nawrocki, ha mantenuto una posizione più cauta sollecitando una soluzione diplomatica che si svolga dentro il framework della NATO. Nei giorni successivi, la posizione di Nawrocki si è indurita arrivando ad affermare in un’intervista alla BBC Radio Four che la Polonia (e gli europei) debbano rimanere fuori dalla questione groenlandese affermando che sia solo un affare tra Copenaghen e Washington. Tale posizione rappresenta un ostacolo all’azione del governo, che evita fughe in avanti per scongiurare i veti, limitando tuttavia la propria capacità di tradurre il sostegno in azioni rilevanti. Ad esempio, Tusk ha negato la possibilità di qualsiasi coinvolgimento militare polacco in Groenlandia, scelta che cozza con le decisioni di altre cancellerie europee di rafforzare la presenza nell’Artico.

L’interesse della Polonia verso la regione polare non è frutto della contingenza attuale ma è un interesse di lungo periodo. La presenza polacca è stata per lungo tempo di carattere scientifico ma si è sviluppato a livello strategico dopo la Guerra Fredda a partire dall’acquisizione dello status di osservatore permanente presso il Consiglio Artico nel 1998. Ad oggi, la Polonia è l’unico Paese V4 a godere di questo status permettendole di partecipare ai vertici regionali. Lo sforzo diplomatico è andato definendosi nel tempo e le sue coordinate si sono strutturate in due documenti chiave: la “Strategia della ricerca polare polacca 2017-2027”, elaborato dall’Accademia delle Scienze della Polonia e il Polish Polar Policy del 2020 redatto dal ministero degli esteri. Quest’ultimo definisce quattro priorità strategiche: garantire la partecipazione attiva e l’influenza politica di Varsavia nella regione tramite diplomazia pubblica, scientifica ed economica; rafforzamento della ricerca scientifica polacca; coordinamento degli sforzi per la regione con altre politiche e strategie nazionali; e mantenere costante l’attività delle analisi delle attività socio-politiche. A queste si aggiungono obiettivi specifici quali la tutela ambientale e la valorizzazione della diaspora polacca nei Paesi della regione artica.

Cautele centroeuropee


L’attivismo polacco rappresenta un’eccezione nella realtà del Gruppo in quanto Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca non hanno aderito alla Dichiarazione congiunta mantenendo una linea più neutra. Le motivazioni, come il grado di coinvolgimento nella regione artica, differiscono tra loro ma tutte condividono un elemento comune, il timore di innervosire Washington.


La postura di Praga assomiglia a quella polacca in quanto essa risente di una coabitazione politica antagonista tra governo e Presidente della Repubblica. Da un lato, il governo sovranista del neo PM, Andrej Babiš, si è distanziato dalla questione. In particolare, il ministro degli esteri, Petr Macinka, ha incontrato l’ambasciatore statunitense in Repubblica Ceca, Nicholas Merrick, e il suo vice, David Wisner con cui si è registrata una sostanziale convergenza tra Washington e Praga. Dall’altro lato, Petr Pavel, Presidente della Repubblica ed esponente dell’attuale opposizione, ha espresso vicinanza alla Danimarca invitando ad aderire alla Dichiarazione congiunta, invito rimasto disatteso. L’indirizzo di Pavel risulta più vicino al mainstream della strategica artica ceca basata sul coordinamento con l’Unione europea e sulla costruzione di relazioni scientifiche e diplomatiche con i partner euro-atlantici, finalizzate all’ottenimento dello status di osservatore presso il Consiglio Artico. Le azioni dell’esecutivo, quindi, sconfessano questa linea a favore di una vicinanza agli USA.


Bratislava e Budapest, invece, non hanno interessi strategici significativi nella regione che riflette la scarsa tradizione scientifica dei due Paesi. Ciononostante, non sono completamente fuori dalla partita. Il PM ungherese, Viktor Orbán, ha invitato le parti a discutere della questione groenlandese all’interno della NATO. Tale linea è una versione più morbida delle parole, dette a gennaio 2025, dal ministro degli esteri di Budapest, Péter Szijjártó, il quale sminuiva le parole di Trump sulla Groenlandia. A Bratislava, solo il ministro degli affari esteri, Juraj Blanár, si è esposto sulla vicenda mostrando solidarietà a Copenaghen tramite una telefonata all’omologo danese, Lars Løkke Rasmussen. Di contro, il PM slovacco, Robert Fico, non si è ancora ufficialmente esposto sulla vicenda.

Il distacco dell’Ungheria e della Slovacchia, manifestato dalla loro non partecipazione alla Dichiarazione congiunta, è strumentale alla loropolitica di non allineamento alle posizioni europee sulle questioni di sicurezza internazionale. Lo scopo è duplice: ottenere credito presso Washington da spendere sulle discussioni diplomatiche riguardanti il conflitto in Ucraina, confermando il loro ruolo di attori destabilizzanti dentro l’Ue, e disimpegnarsi dalle faccende internazionali a favore di questioni domestiche che siano elezioni (Ungheria) o crisi di consensi (Slovacchia).


Perciò, la frammentazione V4 sulla Groenlandia rappresenta un nuovo capitolo della paralisi che caratterizza il Gruppo. Nonostante il tema della sicurezza artica sia marginale nella sicurezza centroeuropea, l’incapacità di formulare una prospettiva sub-regionale compromette ulteriormente la rilevanza come attore geopolitico. Nei fatti, i V4 stanno dissipando nuovamente il potenziale di essere una voce dialogante dentro un legame euro-atlantico più che mai fragile.

  •  

Minori, “Call of duty” furbetto? L’Antitrust indaga i videogame di Microsoft su acquisti e dati

“Diablo Immortal” e “Call of Duty Mobile” sono due videogame di Activision Blizzard, società di videogame (nota per aver sviluppato giochi noti agli appassionati come “Call of Duty”, “Skylanders”, “World of Warcraft”, “Candy Crush” e “Doom”) acquisita da Microsoft tra il 2022 e il 2023. Sono free to play, possono cioè essere scaricati gratuitamente e, questo è il passaggio chiave, hanno la possibilità di acquisti in game: consentono acquisti di beni virtuali (skin, valute, potenziamenti) tramite microtransazioni. Proprio quest’ultimo passaggio è alla base della decisione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato di avviare due istruttorie nei confronti della compagnia acquisita per 68,7 miliardi di dollari dalla multinazionale di Redmond. 

Sotto osservazione in particolare il design delle interfacce, sospettato di essere manipolativo, i settaggi del parental control preimpostati, che poco tutelerebbero i minori, e le modalità di acquisizione dei consensi al trattamento dei dati personali.

Per i consumatori del Codacons quella degli acquisti “in-game” è una pratica «particolarmente insidiosa, perché inserita nei videogiochi destinati ai minori allo scopo di indurre i bambini ad effettuare acquisti o a richiedere ai genitori di farlo, spesso attraverso grafiche accattivanti e messaggi aggressivi mirati proprio a modificare il comportamento dei più piccoli, che hanno meno strumenti di tutela».

Il design manipolativo delle interfacce

Le istruttorie dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato riguardano, in primo luogo, il possibile utilizzo di design manipolativo delle interfacce, per indurre il consumatore a giocare con assiduità, a prolungare le sessioni di gioco e a farlo aderire alle offerte promosse. Ne sono un esempio le ripetute esortazioni, durante e fuori le sessioni di gioco, a non perdere contenuti premiali (anche tramite messaggi in-app e notifiche push) e ad acquistare contenuti a durata limitata, prima che diventino indisponibili. Queste condotte, insieme alle strategie per rendere poco comprensibile il valore reale delle monete virtuali usate nel videogioco e alla vendita di valuta di gioco in quantità predeterminata, possono condizionare i giocatori-consumatori, inclusi i minorenni, inducendoli a spendere cifre significative di importi anche maggiori di quelli necessari a procedere nel gioco e senza esserne pienamente consapevoli.

Da rivedere il parental control preimpostato

Per l’Antitrust, inoltre, le funzioni di parental control che vengono preimpostate dalla società sembrano aggressive, perché il meccanismo preseleziona in automatico opzioni che tutelano meno il minore (facoltà di effettuare acquisti in-game, tempi di gioco illimitati e interazione con altri giocatori), in assenza, peraltro, di un comportamento attivo e di supervisione da parte del genitore – tutore. 

Dati personali e acquisizione del consenso

L’Autorità, si legge nel documento che annuncia l’avvio del procedimento, vuole anche verificare le modalità di acquisizione dei consensi al trattamento dei dati personali in fase di registrazione dell’account. Il consumatore, anche minorenne, verrebbe infatti indotto a selezionare tutti i consensi, inclusa la profilazione a fini commerciali, credendo di trovarsi di fronte a una scelta obbligata. 

Resta informato su ProdurreBene.

L'articolo Minori, “Call of duty” furbetto? L’Antitrust indaga i videogame di Microsoft su acquisti e dati proviene da Vita.it.

  •  

WRC | Martins Sesks correrà con M-Sport in 7 eventi su 14 del 2026

Martins Sesks, almeno sino a oggi, era rimasto fuori dal grande giro del mercato piloti WRC per la stagione 2026, ma non avrebbe potuto essere ignorato per molto.
Il pilota lettone ha svelato oggi i suoi piani per la stagione ormai alle porte e la buona notizia è che almeno in metà dei 14 eventi del Mondiale Rally sarà presente.
Sesks correrà anche quest'anno con M-Sport Ford, al volante ...Continua a leggere

  •  

Un accordo storico sui chip tra Usa e Taiwan fa infuriare la Cina

  •  

Genitorialità, è anche una questione di welfare aziendale

Informare le dipendenti sulla prevenzione nell’ambito della fertilità. Aiutarle nel loro progetto di maternità e genitorialità, anche offrendo i servizi per la preservazione della fertilità. È questo l’obiettivo del progetto supportato da Otb foundation, fondazione non profit del gruppo moda Otb, in partnership con il gruppo Genera, realtà italiana nell’ambito della procreazione medicalmente assistita, che include anche le tecniche di crioconservazione degli ovociti della donna.

Genitorialità informata

L’iniziativa è stata spiegata da Arianna Alessi vicepresidente di Otb foundation, nell’ambito di una serie di altre attività promosse dalla fondazione «per favorire l’uguaglianza di genere anche sui luoghi di lavoro delle aziende del Gruppo, al fine di supportare le donne nei loro obiettivi personali e professionali per garantire che le decisioni riguardanti la maternità siano sempre più libere e individuali. Attualmente vi sono molteplici servizi a disposizione di coloro che decidono di intraprendere un progetto di genitorialità: dall’asilo interno alla flessibilità lavorativa, dai servizi per neogenitori fino a programmi di formazione e sensibilizzazione».

La fondazione finanzia il percorso

«In Italia la sanità pubblica copre il social freezing solo per specifiche patologie mediche, o con tempi di attesa lunghissimi, rendendo la pratica un privilegio per pochi che si vedono costretti a ricorrere a strutture private con costi elevati», ha aggiunto Alessi, «pertanto, la fondazione intende attivare questa ulteriore iniziativa impegnandosi a finanziare i percorsi per le colleghe del gruppo che aderiranno, al fine di promuovere la libertà di scelta sulla propria vita riproduttiva, contrastare l’infertilità legata all’età e offrire soluzioni a un’evoluzione sociale e lavorativa che spesso posticipa il desiderio di maternità».

Dati e contesto

Per approfondire la questione, non priva di risvolti etici, il progetto è stato presentato in un evento dal taglio scientifico rivolto ai dipendenti del gruppo Otb, dedicato ai temi della prevenzione, del tempo biologico e del futuro riproduttivo.

Al centro, Arianna Alessi, vicepresidente Otb foundation, con i relatori dell’incontro sul social freezing

Il punto di partenza è stato un dato: in un contesto in cui l’età media alla prima maternità continua a crescere, in Italia le donne diventano madri per la prima volta in media a 33,8 anni e il numero medio di figli per donna è pari a 1,18. Sempre più donne posticipano le scelte di genitorialità.

Al tempo non si comanda

«Il tempo è la variabile biologica centrale della fertilità e, a differenza di altri fattori, non può essere recuperato», ha affermato Filippo Maria Ubaldi, professore ordinario di ostetricia e ginecologia presso l’università della Calabria e direttore medico del gruppo Genera, intervenuto sul ruolo del tempo come principale variabile biologica non modificabile della fertilità.«Oggi, il problema non è la mancanza di possibilità, ma il ritardo nell’informazione. Quando la consapevolezza arriva tardi, le opzioni si riducono. Informare in modo tempestivo è una forma concreta di prevenzione, con un impatto diretto anche sul quadro demografico del Paese», ha proseguito.

L’opzione social freezing

«La preservazione della fertilità va letta nel rapporto tra età biologica, qualità ovocitaria e possibilità offerte oggi dalla scienza. In questo quadro, anche il social freezing può essere considerato, per alcune persone, una delle opzioni possibili in un contesto di vita e di lavoro in evoluzione, senza mai prescindere dal ruolo centrale del tempo biologico», ha spiegato Laura Rienzi, professoressa associata presso il dipartimento di scienze molecolari dell’università di Urbino e direttore scientifico del gruppo Genera.

Foto in apertura di Vardan Papikyan su Unsplash.

L'articolo Genitorialità, è anche una questione di welfare aziendale proviene da Vita.it.

  •  

La Casa Bianca: supersoldati USA schierati nel raid contro Maduro

La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt la scorsa settimana ha rilanciato le affermazioni secondo cui i membri delle forze speciali americane, definiti «super soldati», avrebbero fatto ricorso a tecnologie militari avanzate durante l’operazione di cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolas Maduro.

 

Leavitt ha condiviso su X un presunto resoconto di una guardia di sicurezza del complesso di Maduro, originariamente pubblicato dall’attivista politico californiano Mike Netter – noto per la sua campagna contro il governatore della California Gavin Newsom. Il racconto descrive l’arrivo degli operatori della Delta Force in condizioni di buio totale, dopo l’improvvisa disattivazione dei sistemi radar.

 

🚨This account from a Venezuelan security guard loyal to Nicolás Maduro is absolutely chilling—and it explains a lot about why the tone across Latin America suddenly changed.

Security Guard: On the day of the operation, we didn’t hear anything coming. We were on guard, but… pic.twitter.com/392mQuakYV

— Mike Netter (@nettermike) January 10, 2026


Sostieni Renovatio 21

«Il giorno dell’operazione, non abbiamo sentito nulla arrivare. Eravamo di guardia, ma improvvisamente tutti i nostri sistemi radar si sono spenti senza alcuna spiegazione. La cosa successiva che abbiamo visto sono stati droni, molti droni, che sorvolavano le nostre posizioni. Non sapevamo come reagire», ha dichiarato la guardia di sicurezza del complesso di Maduro. Questo resoconto è apparso sufficientemente credibile da indurre Leavitt a ripubblicarlo.

 

Il resoconto completo della guardia, che sottolinea l’incapacità delle forze venezuelane di fronteggiare un campo di battaglia moderno dominato da droni, armi soniche e ottiche avanzate con Intelligenza Artificiale integrate nei caschi, include la descrizione di un vero e proprio «massacro». La guardia ha affermato: «sì, ma è stato un massacro. Eravamo centinaia, ma non avevamo alcuna possibilità. Sparavano con tale precisione e velocità… sembrava che ogni soldato sparasse 300 colpi al minuto. Non potevamo fare nulla».

 

«Il giorno dell’operazione, non abbiamo sentito nulla arrivare. Eravamo di guardia, ma improvvisamente tutti i nostri sistemi radar si sono spenti senza alcuna spiegazione. La cosa successiva che abbiamo visto sono stati dei droni, molti droni, che sorvolavano le nostre posizioni. Non sapevamo come reagire» dice la guardia.

 

«E le tue armi? Non ti sono state d’aiuto?» chiede l’intervistatore.

 

«Nessun aiuto» risponde la guardia. Perché non erano solo le armi. A un certo punto, hanno lanciato qualcosa… non so come descriverlo… è stata come un’onda sonora molto intensa. Improvvisamente ho sentito come se la mia testa stesse esplodendo dall’interno. Abbiamo iniziato tutti a sanguinare dal naso. Alcuni vomitavano sangue. Siamo caduti a terra, incapaci di muoverci».

 

« E i tuoi compagni? Sono riusciti a resistere?» viene domandato.

 

«No, per niente. Quei venti uomini, senza una sola vittima, hanno ucciso centinaia di noi. Non avevamo modo di competere con la loro tecnologia, con le loro armi. Lo giuro, non ho mai visto niente del genere. Non siamo riusciti nemmeno a stare in piedi dopo quell’arma sonica o qualunque cosa fosse».

 

«Quindi pensa che il resto della regione dovrebbe pensarci due volte prima di affrontare gli americani?»

 

«Senza dubbio. Sto lanciando un avvertimento a chiunque pensi di poter combattere gli Stati Uniti. Non hanno idea di cosa siano capaci di fare. Dopo quello che ho visto, non voglio mai più trovarmi dall’altra parte. Non bisogna scherzare con loro» risponde la guardia.

 

«E ora che Trump ha detto che il Messico è nella lista, pensa che la situazione cambierà in America Latina?» viene chiesto ancora

 

«Tutti ne parlano già. Nessuno vuole passare quello che abbiamo passato noi. Ora tutti ci pensano due volte. Quello che è successo qui cambierà molte cose, non solo in Venezuela ma in tutta la regione» conclude il venezuelano intervistato.

Iscriviti al canale Telegram

Secondo un articolo del New York Times che ha approfondito i dettagli dell’Operazione Absolute Resolve, nessun operatore della Delta Force ha perso la vita durante l’azione. Tuttavia, il rapporto ha precisato che «uno degli elicotteri è stato colpito» e che, secondo due funzionari statunitensi, circa una mezza dozzina di soldati americani sono rimasti feriti nell’intera operazione.

 

Non esiste al momento una verifica indipendente del post su X di Netter, e l’intera vicenda appare come parte di una guerra narrativa, amplificata dalla Casa Bianca, probabilmente finalizzata a intimorire i governi latinoamericani di orientamento socialista.

 

La rimozione di Maduro si inserisce pienamente nella strategia di difesa emisferica del presidente Trump, nota come «Dottrina Donroe» (una crasi tra Donald e Monroe), volta a riaffermare il dominio incontrastato degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale e a contrastare l’influenza cinese, russa e socialista.

 

A un livello più profondo, la Dottrina Donroe sembra estendersi oltre il Venezuela, indicando un progetto per integrare le economie dell’emisfero occidentale in un blocco fortemente allineato agli USA, che inizia a somigliare a una sorta di Superstato, scrive Zerohedge.

 

Questo potrebbe rappresentare l’obiettivo a lungo termine per una futura amministrazione guidata da figure come JD Vance.

 

Il tema dei supersoldati è emerso varie volte pubblicamente in questi anni in America.

 

Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un rapporto del Pentagono esplorava la guerra basata sulla biotecnologia parlando di «peste, cyborg e supersoldati». Cinque anni fa è stato detto che l’esercito americano stava testando sui suoi soldati pillole anti-invecchiamento.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Cina – hanno negli anni accusato apertamente i funzionari dell’Intelligence americana – sta lavorando alacremente da tempo alla produzione di supersoldati geneticamente modificati.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine generata artifizialmente

L'articolo La Casa Bianca: supersoldati USA schierati nel raid contro Maduro proviene da RENOVATIO 21.

  •  

Il mattone servirà ancora alla Cina. Ecco perché

Una scommessa a perdere. Di quelle pericolose. La Cina è nel pieno di una transizione industriale, dove i vecchi comparti, mattone in primis, stanno via via lasciando il posto a quelli di nuova generazione: tecnologia quantistica, robotica, Intelligenza Artificiale, semiconduttori. E con tanto di sussidi. Il fiume di denaro pubblico che ha permesso a settori come l’auto di stravolgere in tutta sicurezza gli equilibri del mercato, è stato un passo alla volta deviato verso le nuove frontiere della competitività. Lo prova l’improvviso, lo scorso ottobre, stop ai finanziamenti all’industria automobilistica, decisa dal governo. O il sostanziale abbandono al suo destino del mattone, per storia e tradizione il cuore pulsante dell’economia del Dragone. Ora è tempo di andare oltre per Pechino. Ma la sensazione che sia un azzardo è forte.

Un gioco pericoloso

Il punto di caduta è più o meno questo: nonostante la spinta della mano statale in arrivo, investire sulla tecnologia e solo su essa non permetterà alla Cina di raggiungere i livelli di crescita auspicati dal governo. Vale a dire il sempre più mitologico target del 5% del Pil. Tanto che, come ha fatto notare l’agenzia americana Bloomberg, per il Dragone sarebbe già tempo di farsi un esame di coscienza e capire se davvero il gioco vale la candela. Ovvero se accantonare le vecchie sicurezze in favore di nuove sfide potrà garantire i medesimi livelli di crescita.

E qui interviene anche un’analisi del Rhodium, uno dei più autorevoli centri studi focalizzati sulla Cina. “Gli impatti a valle delle nuove industrie cinesi sono semplicemente inferiori a quelli delle industrie tradizionali. Un esempio è l’auto. Negli ultimi cinque anni, i veicoli a nuova generazione (elettrici, ndr) hanno rapidamente sostituito i veicoli a combustione interna, raggiungendo circa il 55% di tutte le vendite di auto nuove in Cina lo scorso anno. La crescita del settore dei veicoli a nuova generazione. Tuttavia, la contrazione associata della produzione di veicoli a combustione interna è stata di poco inferiore alla metà dell’espansione, attestandosi a 357 miliardi di yuan”.

Di qui una prima conclusione. “La strategia di sviluppo economico scelta dalla Cina non produrrà i tassi di crescita economica previsti da Pechino per i prossimi cinque anni. Una crescita del Pil reale del 5%, il livello obiettivo di Pechino negli ultimi anni e probabilmente il suo obiettivo per il 2026, richiederebbe almeno 2 punti percentuali di crescita da nuovi investimenti fissi ogni anno, che è più o meno quanto la Cina ha dichiarato ufficialmente negli ultimi anni”.

Tra presente, futuro e passato

Non è finita. “La Cina continuerà a dipendere ancora di più dalle esportazioni in futuro, rendendo l’economia vulnerabile a nuove restrizioni commerciali. La strategia di sviluppo e gli obiettivi di crescita economica della Cina continueranno dunque dipendere dagli investimenti e dalle esportazioni, ma non vi sono chiare prospettive che gli investimenti interni in tecnologia producano la domanda necessaria per raggiungere i tassi di crescita previsti, anche nei settori più recenti. Ciò significa che Pechino diventerà ancora più dipendente dall’acquisizione di quote di mercato nei mercati di esportazione, sia nei settori nuovi ma anche in quelli tradizionali”. Insomma, non sarà tanto facile per il Dragone gettare a mare tutti quei settori che finora l’hanno sostenuta. La sensazione è che il Dragone si sia incartato.

  •  

Gruppo San Donato scommette sulla Libia: 2 miliardi in sanità ed energia

Il Gruppo San Donato accelera sul fronte internazionale e punta sulla Libia. Il primo gruppo ospedaliero italiano, insieme a Gksd, ha siglato un accordo con il Fondo per la Ricostruzione e lo Sviluppo della Libia, guidato da Belgacem Haftar, per contratti nei settori della sanità e dell’energia dal valore complessivo di circa 2 miliardi di dollari (più di 1,7 miliardi di euro). Le intese riguardano interventi su alcune infrastrutture considerate strategiche per il Paese, con particolare attenzione all’area di Benghazi.

Le iniziative

Il progetto coinvolge in primo luogo l’Irccs Ospedale San Raffaele, chiamato a svolgere un ruolo centrale nello sviluppo e nell’implementazione delle iniziative in ambito sanitario. Negli ultimi mesi, il Gruppo San Donato e Gksd hanno effettuato diverse missioni operative in Libia, finalizzate al confronto con le istituzioni locali e alla definizione delle priorità di intervento, nell’ambito di un percorso di cooperazione strutturata.

Nel dettaglio, gli accordi prevedono la gestione e il rinnovamento del Benghazi Medical Center, la gestione operativa del Centro Oncologico di Benghazi e la realizzazione di un impianto waste-to-energy, destinato a rafforzare le infrastrutture energetiche e ambientali della città. Gli interventi combinano componenti sanitarie, industriali e gestionali, con l’obiettivo di migliorare l’accesso ai servizi essenziali e la sostenibilità delle strutture nel medio-lungo periodo.

“Rafforzare le infrastrutture essenziali”

“Questi accordi rappresentano un passaggio concreto e significativo nel percorso di cooperazione tra il Gruppo San Donato, Gksd e la Libia”, ha dichiarato Kamel Ghribi, presidente di Gksd e vicepresidente del Gruppo San Donato. “Il nostro impegno a Benghazi nasce dalla convinzione che lo sviluppo sostenibile passi dal rafforzamento delle infrastrutture essenziali, in particolare sanità ed energia”. Secondo Ghribi, il contributo del gruppo italiano non si limiterà agli investimenti, ma comprenderà competenze cliniche, modelli gestionali e programmi di formazione, con l’obiettivo di accompagnare le istituzioni locali verso un percorso di crescita progressivamente autonomo.

L’articolo Gruppo San Donato scommette sulla Libia: 2 miliardi in sanità ed energia è tratto da Forbes Italia.

  •  

Delfin smentisce la vendita della quota in Mps e conferma la strategia di lungo periodo

Il consiglio di amministrazione di Delfin, holding della famiglia Del Vecchio, ha emesso una nota ufficiale in cui ribadisce di non aver mai discusso alcuna ipotesi di dismissione della propria partecipazione in Banca Monte dei Paschi di Siena (Mps). L’investimento, secondo quanto riportato, “deriva in gran parte dalla conversione delle azioni precedentemente detenute in Mediobanca e non è oggetto di alcuna trattativa con potenziali acquirenti. Con riferimento alle recenti ricostruzioni di stampa, Delfin smentisce negoziazioni con UniCredit o altri operatori finalizzate alla cessione totale o parziale della propria quota in Mps.

Nel testo, la holding ribadisce il proprio profilo di investitore finanziario orientato al lungo periodo, impegnato nella “creazione di valore nel tempo per la società e gli azionisti”, e conferma pieno sostegno ai vertici di Mps e al percorso di rafforzamento in corso, alla luce di una performance complessiva “in linea con gli obiettivi di redditività e valorizzazione delle partecipazioni”.

Il contesto dietro la smentita: evoluzione delle quote e rumor di mercato

Negli ultimi mesi la presenza di Delfin nel capitale di Mps ha attirato attenzione e speculazioni. Nel gennaio 2025 la holding guidata da Francesco Milleri ha incrementato significativamente la propria quota, passando da circa il 3,5% al 9,78% del capitale della banca senese, diventando primo azionista privato dietro il Tesoro e consolidando la presenza dei soci privati nel gruppo. L’aumento di quota è avvenuto tramite strumenti finanziari come share forward e collar share forward, secondo dati Consob.

Questa operazione si inserisce in un quadro più ampio di accresciuta partecipazione dei soggetti privati nel capitale di Mps, con quote rilevanti detenute anche da Banco Bpm, Anima Holding e l’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone, portando la quota aggregata dei privati attorno al 15% nel mercato.

Rumors di trattative con UniCredit e smentite incrociate

Nei giorni precedenti alla dichiarazione di Delfin, alcune fonti avevano indicato che UniCredit avesse tenuto colloqui con Delfin sull’acquisizione della partecipazione in Mps, in un possibile passo verso la consolidazione del sistema bancario italiano e come parte della strategia di espansione di UniCredit. Tali indiscrezioni riguardavano incontri tra il ceo Andrea Orcel e il presidente di Delfin e l’ipotesi di un potenziale interesse anche per la quota della holding nella compagnia assicurativa Generali.

Tali voci sono state però replicate e respinte da Orcel, ad di UniCredit, che ha definito i rumor “speculativi e ingiustificati”, precisando che valutazioni interne su opportunità di M&A non implicano necessariamente un accordo imminente o in corso.

La dimensione strategica dell’investimento e le implicazioni di mercato

La smentita di Delfin e la replica di UniCredit arrivano in un momento di crescente attenzione sulla struttura proprietaria di Mps, una banca che ha attraversato anni di rilanci, interventi pubblici e operazioni di sistema, inclusa la recente acquisizione di una quota significativa di Mediobanca, da cui deriva parte della partecipazione di Delfin stessa.

Nel complesso, la posizione ufficiale della holding sottolinea un forte orientamento al lungo periodo, in linea con strategie di investimento che privilegiano la stabilità e la creazione di valore, in contrasto con l’idea di una cessione rapida o di breve termine.

L’articolo Delfin smentisce la vendita della quota in Mps e conferma la strategia di lungo periodo è tratto da Forbes Italia.

  •  

La battaglia dei chip: Taiwan nel mezzo tra Stati Uniti e Cina

Contenuto tratto dal numero di gennaio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

“Se non sei in grado di produrre i tuoi chip, come puoi difenderti?”. Così si è espresso il segretario del Commercio statunitense, Howard Lutnick, riguardo all’idea dell’amministrazione di Washington di riportare a casa almeno il 40% della produzione dei semiconduttori. Oggi, infatti, gli Stati Uniti importano oltre il 90% dei loro chip avanzati dall’estero, la metà dei quali da Taiwan. I semiconduttori sono fondamentali non solo per il funzionamento di tutti i dispositivi elettronici e dei veicoli elettrici, ma anche, e soprattutto, per le armi e i mezzi militari più moderni, come i caccia F-35, e per lo sviluppo dell’IA. Se non si è capaci di produrli, si mette il destino della propria economia e della propria difesa nelle mani di un paese straniero. I chip sono diventati, perciò, un tema di sicurezza nazionale per la Casa Bianca.

Taiwan al centro del mondo

Dalla seconda metà degli anni Ottanta, le grandi produttrici di semiconduttori made in Usa, per aumentare i profitti, si sono volutamente private dei loro impianti produttivi, ritenuti costosi, energivori e difficilmente gestibili, diventando aziende fabless, cioè prive di fabbriche. Taiwan ne ha approfittato e, grazie anche alla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc), fondata nel 1987, è diventata un centro mondiale di produzione dei chip. Tsmc ha raggiunto oltre il 70% della capacità produttiva globale di semiconduttori e circa il 92% di quelli più avanzati inferiori a sette nanometri. Tra i principali clienti di Tsmc ci sono big tech americane come Apple e Qualcomm.

La cosiddetta ‘diplomazia dei chip’ ha finora garantito la protezione nei confronti delle rivendicazioni territoriali di Pechino. La situazione, però, adesso potrebbe cambiare. Washington vede come un’enorme vulnerabilità la dipendenza da un paese sotto la costante minaccia di invasione da parte del suo principale concorrente. Trump ha prima minacciato dazi fino al 100% sui chip prodotti a Taiwan, poi chiesto che la metà della produzione taiwanese di semiconduttori venga spostata negli Stati Uniti. Tsmc ha risposto promettendo un investimento da circa 100 miliardi di dollari per nuovi siti in Arizona, destinati alla produzione, al testing e all’assemblaggio dei chip sopra i sette nanometri. La produzione di quelli sotto i due nanometri, a più alto valore aggiunto e necessari per lo sviluppo dell’IA, rimarrà nell’isola asiatica. Il governo di Taipei teme che trasferire fuori dall’isola tutta o buona parte della produzione di chip la renderebbe meno indispensabile agli occhi degli Stati Uniti e del mondo occidentale, quindi meno difendibile.

La tattica del porcospino

I nuovi impianti negli Usa necessiteranno di ingenti investimenti e di diversi anni per entrare in funzione. Tsmc stessa è riluttante a uno spostamento in blocco fuori dall’isola per via della mancanza di manodopera specializzata negli Usa. Il governo taiwanese è preoccupato che Trump possa allentare la protezione sull’isola pur di non frenare le trattative commerciali con Pechino. L’ambiguità degli Stati Uniti si protrae dagli anni Settanta, quando riconobbero la Repubblica Popolare Cinese, ma allo stesso tempo promisero di difendere l’indipendenza e l’autodeterminazione di Taipei. A novembre il presidente taiwanese Lai ha annunciato un investimento aggiuntivo di 40 miliardi di dollari nella difesa per i prossimi otto anni e l’obiettivo di alzare la quota di Pil destinata alle spese per la difesa dal 3,3% a più del 5% nel 2030. Lo scopo è incrementare il più possibile le capacità di autodifesa.

Taipei, consapevole della propria inferiorità di mezzi e uomini rispetto a Pechino, punta sulla cosiddetta ‘tattica del porcospino’: una guerra asimmetrica che faccia leva su una strategia di autodifesa, con il coinvolgimento anche della società civile e di armamenti agili, come missili Javelin o Stinger, anziché mezzi pesanti facilmente individuabili e colpibili da aerei e droni. Taiwan, poi, vuole diventare uno dei principali produttori di droni militari al mondo. Da una parte per la propria difesa, dall’altra per cercare di rendersi il più indispensabile possibile agli occhi degli occidentali anche in quel settore nevralgico. Nel 2024 Taiwan aveva esportato circa tremila droni militari; nel 2025 ha già raggiunto i 18mila, di cui 12mila venduti alla Polonia, anch’essa alle prese con un vicino ingombrante come la Russia.

La ‘guerra senza danni’

Per la Cina, invece, la riunificazione con Taiwan è un atto dovuto. Il tema è quando e come. La strategia cinese, secondo Geopolitical Monitor, sarebbe quella di una ‘guerra senza danni’, che partirebbe con un sabotaggio delle infrastrutture critiche e proseguirebbe con attacchi cibernetici e disinformazione, per finire con un accerchiamento militare e un cambio di regime favorevole a Pechino. Il presidente Xi vuole preservare l’integrità economica taiwanese, perché anche la Cina dipende dalle fonderie di chip dell’isola. Taiwan resta strategica, poi, per il controllo sul Mar Cinese Meridionale, da cui passa il 60% del commercio via mare globale. Un blocco prolungato di Taiwan potrebbe ridurre il Pil globale del 5%, con una perdita di 2mila miliardi di dollari, mentre in caso di guerra l’effetto sarebbe del 10%: un impatto doppio di quello della crisi finanziaria del 2008 o del Covid nel 2020.

La Cina è a un bivio: riprendersi Taiwan e rischiare una guerra che potrebbe avere, nel medio termine, effetti devastanti sulla sua stessa economia, oppure mantenere lo status quo. Il caso della Russia in Ucraina ha insegnato che non esistono guerre vinte in partenza e che l’isolamento economico ha conseguenze pesanti nel lungo termine. Trump, se da una parte vuole a tutti i costi riportare il più possibile la produzione di chip negli Stati Uniti e accordarsi sui dazi con Xi, dall’altra non può lasciare campo libero alla Cina su Taiwan, pregiudicando la sicurezza e gli interessi americani nel Pacifico. Il destino dell’isola si deciderà forse al tavolo della trattative commerciali tra Cina e Usa, e la presenza o meno delle fonderie di Tsmc avrà un peso rilevante. A dimostrazione di come tecnologia e geopolitica siano diventate ormai inseparabili.  

L’articolo La battaglia dei chip: Taiwan nel mezzo tra Stati Uniti e Cina è tratto da Forbes Italia.

  •  

Quante intese (non solo sullo spazio) tra Meloni e Takaichi

Fare oltre il proprio meglio, in giapponese, si ritrova nella parola “ganbaru”. Così come con “meraki”, concetto greco relativo allo sforzo e all’impegno, anche in Giappone Giorgia Meloni pesca nella tradizione locale per raccontare come due nazioni e due leader trovano un terreno comune fatto essenzialmente di voglia di mettere in pratica politiche utili.

Da un lato Meloni punta verso il rafforzamento del concetto di “Italia globale” che investe evidentemente su un quadrante altamente strategico come l’Idopacifico. Dall’altro l’empatia di sorrisi, intese e strette di mano fra Giorgia Meloni e Sanae Takaichi, che molto hanno in comune. Il vertice di Tokyio dice essenzialmente due cose: che la presenza di Roma a quelle latitudini è vista non più come elemento sporadico, ma strutturata e dalle costanti interlocuzioni (politica + imprese); e che lo speciale partenariato in piedi tra i due Paesi può registrare una ulteriore accelerazione grazie alle affinità delle due leader. Lo si evince sia dalla dichiarazione congiunta che da alcuni concetti manifestati in occasione del vertice.

GANBARU TRA MELONI E TAKAICHI

“Siamo le prime due donne a guidare i loro popoli, un grande onore e soprattutto una grande responsabilità. Responsabilità che penso possiamo onorare facendo leva su quell’approccio che nella cultura giapponese si riassume con una parola che io considero molto affascinante che è ganbaru. Non vuol dire solamente fare del proprio meglio, significa fare più del proprio meglio, cioè ambire a superare sempre i propri limiti, non accontentarsi mai di dove si è arrivati”. Questo il concetto cerchiato in rosso da Meloni incontrando la premier giapponese. Lo scenario resta instabile, per questa ragione la cooperazione va rafforzata. Parte da questo assunto Meloni quando mette l’accento sul perché un così denso fil rouge tra Roma e Tokyo non può che essere destinato al potenziamento. Quando tocca temi come la rivoluzione digitale, la transizione energetica, la frammentazione geo-economica, l’instabilità che da eccezione sta diventando sistema, intende distendere una cornice valoriale che racconta le potenzialità tra i due Paesi, e il 160esimo anniversario delle relazioni diplomatiche rappresenta un’occasione per “celebrare quello che abbiamo fatto in questi 160 anni, ma interrogarci su cosa ancora di meglio possiamo fare nei prossimi 160″.

I PUNTI IN COMUNE

I punti in comune sono numerosi: intanto sono le prime donne a guidare i governi delle rispettive nazioni, hanno una base valoriale conservatrice con un punto di riferimento come Margareth Thatcher (la cui fondazione lo scorso dicembre ha premiato Meloni nel corso di un gala a Roma), vantano una ampia gamma di cooperazione già impostata tramite il Piano d’azione bilaterale 2024-2027 tramite cui le relazioni tra Giappone e Italia sono definite un “Partenariato Strategico Speciale”. Il primo banco di prova è, fisiologicamente l’area dell’Indo-Pacifico incastonata all’interno del concetto di FOIP, ovvero Indo-Pacifico Libero e Aperto basato sullo stato di diritto. Per questa ragione hanno espresso il loro obiettivo di promuovere un’ulteriore collaborazione tra FOIP e Mediterraneo Globale.

LA COOPERAZIONE

La cooperazione in materia di difesa vede già un dialogo costante tra i vertici militari, con un addestramento congiunto ed esercitazioni militari all’interno dell’Accordo di Acquisizione e Interservizio (ACSA), entrato in vigore nel settembre scorso. Sul Gcap (il Programma Global Combat Air per sviluppare congiuntamente con il Regno Unito i velivoli da combattimento di nuova generazione) è stato rammentato l’obiettivo di consegnare il primo velivolo nel 2035, ma non finisce qui perché Meloni e Takaichi hanno spiegato di voler andare anche oltre, tramite nuovi equipaggiamenti e tecnologie per la difesa. Ciò è intimamente connesso ad altri due temi: il cosiddetto ordine economico libero ed equo, dove le garanzie di sicurezza sono architrave imprescindibile e riguardano le singole catene di approvvigionamento; e le politiche che danneggiano l’economia, come pratiche non di mercato, restrizioni all’esportazione, rischi per le componenti essenziali, distorsioni del mercato, sovraccapacità, concorrenza sleale.

Questa la ragione per cui Italia e Giappone sono già assieme per la cooperazione scientifica e tecnologica bilaterale in settori avanzati come la robotica AI, i semiconduttori e la biofabbricazione, partenariati industriali, investimenti diretti e flussi commerciali in entrambe le direzioni, soprattutto nei settori ad alta tecnologia. Le aziende e start-up giapponesi e italiane dialogheranno intensamente. Sugli scudi l’ItalyJapan Business Group che provvederà all’ulteriore approfondimento delle relazioni economiche tra Giappone e Italia. Anche lo spazio al centro delle intese, come le collaborazioni già consolidate come quella tra l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e la Japan Aerospace Exploration che sono la base programmatica per future intese come nuove partnership commerciali, industriali, di sicurezza e scientifiche, nonché per coordinare nei pertinenti forum multilaterali la promozione dell’uso pacifico, responsabile e sostenibile dello spazio extra-atmosferico.

Non poteva mancare il tema del Mar Cinese dove spicca il no al tentativo unilaterale di modificare lo status quo con la forza. Prima Meloni e poi Takaichi hanno rinnovato la loro determinazione a continuare a lavorare insieme per raggiungere una pace giusta e duratura in Ucraina, poi hanno ribadito il carattere universale e unitario della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare definito nella dichiarazione congiunta “il quadro giuridico che regola tutte le attività negli oceani e nei mari”.

(Foto: Governo.it)

  •  

Dal cuore di una galassia, un fiotto di gas da record

Il telescopio spaziale James Webb della Nasa continua a battere primati, rivelando il più grande flusso di gas surriscaldato finora conosciuto nell’universo, espulso da una galassia chiamata VV 340a. La scoperta, realizzata da un team dell’Università della California a Irvine, è stata pubblicata la scorsa settimana sulla rivista Science.

Si tratta di una galassia che erutta gas da entrambi i lati sotto forma di due nebulose allungate, un fenomeno prodotto dall’attività di un buco nero supermassiccio situato nel suo nucleo. Analizzando i dati del telescopio Webb, il team ha scoperto che ciascuna nebulosa si estende per almeno tre kiloparsec (un parsec equivale a circa 30mila miliardi di chilometri). Nella maggior parte delle galassie, questo tipo di gas altamente energetico resta confinato entro poche decine di parsec dal buco nero centrale. In VV 340a, invece, raggiunge distanze superiori di almeno un fattore 30.

Rappresentazione artistica di un getto in precessione che erutta dal buco nero supermassicio al centro della galassia VV 340a. Crediti: W. M. Keck Observatory / Adam Makarenko

Le osservazioni nelle onde radio condotte con il Karl G. Jansky Very Large Array, vicino a San Agustin, nel New Mexico (Usa), hanno rilevato la presenza di una coppia di getti di plasma su larga scala che emergono dai due lati della galassia. Gli astronomi sanno che tali getti, capaci di energizzare gas surriscaldato ed espellere materiale dalla galassia, si formano quando temperature estreme e intensi campi magnetici accompagnano il gas che precipita nel buco nero supermassiccio attivo. Una volta espulsi, i getti disegnano una struttura elicoidale, segno di un fenomeno noto come “precessione del getto” che descrive il cambiamento del suo orientamento nel tempo, in modo simile all’oscillazione di una trottola in rotazione.

Il team suggerisce che, propagandosi verso l’esterno, i getti si accoppino con il materiale della galassia ospite, spingendolo lontano dal nucleo ed eccitandolo fino a stati altamente energetici. L’energia coinvolta è enorme, equivalente all’esplosione di dieci miliardi di miliardi di bombe all’idrogeno ogni secondo. In questo processo si forma il cosiddetto gas a linee coronali, un plasma caldo e altamente ionizzato che è quasi sempre associato alle regioni interne dei buchi neri supermassicci attivi e che solo raramente viene osservato al di fuori delle galassie.

Le osservazioni effettuate dalle Hawaii con il telescopio Keck II hanno inoltre permesso di individuare una quantità ancora maggiore di gas, che si estende fino a 15 kiloparsec (50mila anni luce) dal buco nero. Secondo gli autori, questo gas più freddo rappresenta una sorta di “documento fossile” della storia dell’interazione tra i getti e la galassia, residuo di precedenti episodi di espulsione di materiale dal nucleo.

La combinazione dei dati raccolti da diversi strumenti – tra cui, appunto, il telescopio spaziale Webb e il Keck II – ha così consentito di studiare la struttura di gas coronale più estesa e coerente mai osservata finora. Le stime indicano che VV 340a sta perdendo una quantità di gas sufficiente a formare ogni anno circa 19 stelle come il Sole, un processo che limita in modo significativo la formazione stellare nella galassia, riscaldando e rimuovendo il materiale necessario alla nascita di nuove stelle.

Il prossimo passo per i ricercatori sarà quello di studiare altre galassie simili, per verificare se fenomeni analoghi siano comuni e per comprendere meglio come galassie come la Via Lattea potrebbero evolversi nel tempo.

Per saperne di più:

 

  •  

La Kallas dice che è arrivato il momento di imbriacarsi

La responsabile della politica estera dell’Unione Europea, Kaja Kallas, ha lasciato intendere in privato che il momento attuale potrebbe essere «propizio» per iniziare a bere. Lo riporta il sito di informazione Politico.

 

Il commento è emerso mentre Kallas è sotto pressione per le richieste di dimissioni legate alla sua gestione della diplomazia europea. Secondo Politico, che cita due partecipanti presenti, la dichiarazione sarebbe stata fatta durante un incontro informale con i leader dei gruppi parlamentari europei. Kallas avrebbe precisato di non essere una persona che beve abitualmente, ma che la gravità della situazione internazionale attuale potrebbe giustificare il ricorso all’alcol.

 

La «battuta» arriva in un contesto di tensioni globali in forte escalation: dalle minacce statunitensi nei confronti di Groenlandia, Iran e Venezuela, ai conflitti in corso in Ucraina e Gaza, fino alle crescenti critiche interne all’UE rivolte a Bruxelles.

 

Come riportato da Renovatio 21, la scorsa settimana il primo ministro slovacco Robert Fico ha chiesto apertamente la sostituzione dell’Alto rappresentante per la politica estera, dichiarando apertis verbis che «dobbiamo rimpiazzare l’Alto rappresentante per le politiche dell’Unione europea, la signora Kallas». Fico ha motivato la richiesta sostenendo che l’UE si trova in una crisi senza precedenti e che la leadership di Kallas è incapace di affrontarla, limitandosi a «odiare la Russia».

Aiuta Renovatio 21

Nel Paese natìo della Kallassa, l’Estonia, la percentuale di persone con problemi legati all’alcol è tra le più elevate del continente. Circa il 12,2% della popolazione adulta soffre di un vero e proprio disturbo da uso di alcol (alcolismo), una cifra che sale a circa il 16% se si considera il consumo ad alto rischio.

 

Nel 2024, un adulto estone ha consumato in media 10,7 litri di alcol puro. Anche se in lieve calo rispetto agli 11,2 litri del 2022, questo dato colloca l’Estonia stabilmente tra i primi 15-20 Paesi al mondo per consumo. Secondo i dati dell’OCSE, l’Estonia è stata classificata al quarto posto tra i Paesi con il consumo più alto, superata solo da Lettonia, Lituania e Repubblica Ceca.

 

Il consumo eccessivo riguarda circa il 19,7% degli uomini e il 12,2% delle donne estoni. Negli ultimi anni è stato registrato un aumento preoccupante del consumo rischioso proprio tra le donne e nelle fasce d’età più giovani. Nel 2022 si sono registrati 753 decessi direttamente correlati all’alcol, un aumento significativo rispetto ai 496 decessi del 2018.

 

L’86% dei residenti ritiene che la violenza domestica sia il principale problema sociale legato all’alcol nel Paese. Il governo estone ha lanciato una strategia per ridurre il consumo a 8,7 litri pro capite entro il 2035 attraverso l’aumento delle accise e limitazioni alla disponibilità.

 

Tuttavia, l’ex premier del Paese baltico sembra andare in controtendenza rispetto a quel governo che ella stessa capeggiava tra il 2021 e il 2024.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Stenbocki maja via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0

L'articolo La Kallas dice che è arrivato il momento di imbriacarsi proviene da RENOVATIO 21.

  •  

Ciudadano israelí es detenido por encender fuego al interior del Parque Nacional Torres del Paine, Chile

Mientras la Patagonia Argentina se estremece por los incendios, un ciudadano israelí fue aprehendido en Chile este miércoles 14 de enero de 2026, por infringir la Ley de Bosques, que prohíbe encender cualquier fuente de calor dentro de parques nacionales, informa CNN Chile.

Según consignó ITV Patagonia, el detenido fue visto en fotografías encender cigarros en el sector del campamento Dickson, en el que está expresamente prohibido hacerlo.

Tras la audiencia de formalización, el imputado quedó con arraigo regional y firma semanal ante Carabineros, además de fijarse un plazo de 45 días para el desarrollo de la investigación.

Cabe destacar que la Corporación Nacional Forestal (Conaf) lamentó que a fines de 2025 y comienzos de 2026 exista un alza de expulsiones a turistas en el reconocido parque.

“Esta cantidad de personas expulsadas y que han sido sorprendidas infringiendo la normativa es preocupante, ya que si bien colocan en riesgo la integridad ecosistémica del parque al poder generar un incendio forestal, también lo hacen con su seguridad personal”, señaló el director regional (s) de Conaf, Michael Arcos, a Radio USACH.

Esto también va ligado a que los controles a turistas han aumentado tras la tragedia ocurrida en noviembre pasado.

Por otro lado, Arcos comentó que los ciudadanos de Israel son los más problemáticos: “Los israelitas lideran el listado. Se dice que son indisciplinados y no respetan la norma de no hacer fuego bajo ninguna circunstancia”.

Cabe recordar que en 2012, otro ciudadano israelí, Rotem Singer, provocó un incendio forestal en Torres del Paine, en la Patagonia chilena.

Singer alcanzó un acuerdo y logró evitar el juicio, aceptando pagar US$ 10.000 y participar de una campaña para reforestar el parque nacional.

Singer fue responsabilizado de haber quemado papel higiénico con lo que produjo un incendio que destruyó unas 14.000 hectáreas del parque nacional Torres del Paine.

  •  

La nuova vita di Sansa Stark: Sophie Turner debutta nei panni di Lara Croft

(Adnkronos) - Prime Video ha rilasciato le prime immagini ufficiali dell'adattamento televisivo di Tomb Raider curato da Phoebe Waller-Bridge. L'attrice britannica eredita il ruolo appartenuto ad Angelina Jolie in una produzione che promette di ridefinire l'iconografia dell'archeologa più famosa dei videogiochi

  •  

Aldilà del giardino di casa. Venezuela e Groenlandia – politiche di aggressione USA e interessi del capitale

Pare opportuno che una riflessione sui fatti del Venezuela debba andare ben oltre la classica visione del “giardino di casa” che per più un secolo ha ben dimostrato la natura degli interessi del capitalismo statunitense e le azioni a difesa dei suoi investimenti nel continente Sud Americano. Le vicende venezuelane non riguardano solo i rapporti tra nord e sud America, ma devono essere valutati per il loro impatto globale. Intervenire a Caracas in realtà nasconde l’intenzione di colpire molto più lontano; il vero obiettivo è ben più consistente che non un “caudillo” sudamericano, i veri scenari in gioco si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Nel marzo dello scorso anno un articolo pubblicato sul n. 6 di Umanità Nova esponeva delle considerazioni sull’importanza strategica dell’area artica e sull’interesse che in quel momento l’amministrazione statunitense aveva pubblicamente manifestato per la regione. Interesse oggi rinnovato con forza da Trump e riproposto proprio a ridosso dall’intervento militare nel Venezuela, suscitando clamore e preoccupazione in campo internazionale. Quanto osservato quasi un anno fa sulle colonne di U.N. costituisce ancora oggi materiale più che attuale per le analisi geoeconomiche e geopolitiche relativamente agli interessi statunitensi legati alle nuove rotte artiche, alle materie prime rare e alla posizione strategica della piattaforma groenlandese e canadese per le intercettazioni dei missili nucleari. Tuttavia riproporre la questione del controllo dell’Artico in concomitanza con l’operazione scattata in Venezuela non è una semplice coincidenza. Il blitz militare in Venezuela non è “solo” una dimostrazione della volontà di espansione della potenza statunitense, come è stato comunemente interpretato dai media, ma un’azione che si collega a scenari più ampi.

Cerchiamo di procedere con ordine. Innanzitutto è bene sottolineare che la questione del narcotraffico è del tutto fuorviante ed ha solo un fondamento propagandistico. L’operazione in Venezuela è stata derubricata ad intervento di polizia internazionale contro il narcotraffico con il pretesto della difesa dell’interesse nazionale, evitando in tal modo il necessario passaggio al Congresso per l’autorizzazione di operazioni belliche extraterritoriali. Soprattutto si è collaudata una scorciatoia per eventuali successive ad analoghe operazioni, quali potrebbero essere eventuali interventi in Colombia o a Cuba (anche se in questo caso è probabile che l’opzione possa cadere più su azioni di destabilizzazioni interne che su interventi diretti). Tale scelta per un sistema democratico liberale, sia pur presidenziale, come quello statunitense, da un punto di vista politico è estremamente pericolosa, poiché espone al totale arbitrio dell’esecutivo, cioè del Presidente, con la possibilità del replicarsi di interventi militari mascherati da operazioni di polizia a difesa dell’interesse nazionale. Da ricordare, tra l’altro, che vicende come quella libica, irachena e afghana, dove è stato abbattuto un regime e spesso un dittatore ostile, simbolo internazionale dell’opposizione alla politica statunitense, hanno nel tempo innescato uno scenario nettamente peggiore del precedente, ben più complicato anche per gli stessi interessi americani, dove spesso gli U.S.A. sono risultati alla lunga perdenti. Abbattuto con successo e clamore mediatico il “dittatore”, sottoposto alla gogna di un “processo democratico” il nemico di sempre, si scopre poi, a giustizia eseguita, che ha lasciato in eredità un vuoto politico e sociale assoluto che viene inesorabilmente riempito da una miriade di improvvisati “capibanda” e “milizie”, di fatto una frantumazione. L’ attuale Libia ne è l’eclatante esempio, con una situazione che rende anche gli stessi interessi americani difficili da difendere e sottoposti a continue negoziazioni.

Vedremo presto se la situazione venezuelana riproduce scenari simili. Intanto, per comprendere quanto sta avvenendo, bisogna superare la lettura più banale e andare oltre l’orizzonte strategico del “giardino di casa”, cercando di comprendere le conseguenze internazionali di quanto accaduto a Caracas. Innanzitutto occorre ampliare lo sguardo alla posizione che la Cina occupa nell’economia globale e soprattutto alla dimensione economica che potrebbe raggiungere Pechino se ai livelli attuali dovesse aggiungere i vantaggi logistici commerciali delle nuove rotte artiche.

In questa prospettiva dichiarazioni di Trump, come “la Groenlandia ci serve per la sicurezza nazionale”, trovano reale fondamento e non possono che abbinarsi all’operazione venezuelana. Ambedue gli obiettivi si basano infatti sulla comune volontà di togliere energia alla macchina produttiva cinese, il vero competitor del capitalismo statunitense. In quest’ottica per gli USA è importante gestire direttamente la più grande riserva petrolifera mondiale, il Venezuela, e sovrintendere al contempo alle rotte artiche, la via più breve e sicura per il transito delle merci cinesi e orientali in genere. In sintesi, controllare le più grandi riserve petrolifere mondiali, quelle venezuelane, e controllare quella che sarà una delle vie logistiche più importanti del commercio globali tra Est ed Ovest, l’Artico.

È evidente che l’operazione anti Maduro ha per scopo lo sfruttamento delle maggiori riserve petrolifere mondiali, quali sono attualmente quelle venezuelane; e d’altra parte Trump stesso ha affermato che le industrie statunitensi estrarranno direttamente in loco. Quindi la posta in gioco è il possesso materiale di quello che sarà disponibile in futuro e l’obiettivo preciso dell’operazione è quello di mettere un freno all’espansionismo della macchina produttiva cinese e della sua influenza commerciale globale. Mettere sotto controllo le future rotte artiche, che avvantaggiano in prima battuta il commercio cinese, diventa dunque una priorità geostrategica. Va da sé che un’eventuale “operazione Groenlandia” non godrebbe dei vantaggi mediatici e propagandistici di quella anti Maduro, ma andrebbe incontro a evidenti, contraddizioni geopolitiche. Si tratterebbe infatti di una prima violazione territoriale interna alla NATO, di non facile soluzione e non sicuro gradimento da parte dell’opinione pubblica occidentale.

Al momento è incontestabile la supremazia militare statunitense, ma gli indubbi progressi tecnologici e scientifici cinesi, pur non consentendoci di fare previsioni, rendono altamente probabili, in tempi non lunghissimi, la possibilità di colmare il gap tra Cina ed USA. La questione di fondo è che Pechino ha un passo più veloce nell’innovazione: è qui che in sostanza il capitalismo mondiale prenderà le misure sul ruolo che i singoli paesi avranno nello scacchiere mondiale. Oggi la competizione sul mercato globale viene giocata da due competitori. Da una parte, Trump si presenta sulla scena con l’imposizione dei dazi, la politica delle cannoniere, ma soprattutto con il taglio dei finanziamenti pubblici alle sue migliori università; ostacola fortemente gli ambienti e le menti che dovrebbero essere protagoniste dell’intellighenzia, della ricerca, sia che si tratti di stranieri o di connnazionali non “allineati” alla sua politica, rinnegando il principio sacro del capitalismo secondo cui prima di tutto c’è il business, prima devi dimostrare di saper guadagnare, poi puoi dirmi come la pensi. Dall’altra parte, Pechino mostra un’altra faccia: un sistema scolastico ferocemente selettivo, che sceglie le “sue menti migliori”, le mette al servizio dello Stato e delle sue classi dirigenti impegnate in uno sfruttamento senza precedenti, vincendo la sfida per l’innovazione ed il futuro. Il capitalismo cinese è più pragmatico, lo ha imparato da millenni. Durante il “grande balzo” Deng Xiao Ping, il padre della Cina moderna, rispolverò l’antico detto mandarino, oggi più che mai attuale: “non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi il topo”. Il che significa che gli affari si concludono con tutti i governi o gli interlocutori privati, il cui colore non interessa, perché l’importante è che l’affare vada a buon fine. Purtroppo chi paga il conto sono sempre gli sfruttati, e l’aguzzino è sempre lo Stato

Daniele Ratti

L'articolo Aldilà del giardino di casa. Venezuela e Groenlandia – politiche di aggressione USA e interessi del capitale proviene da .

  •  

Amazon mette le mani sul rame. Perché è importante l’ultimo accordo in Arizona

Che ci sia un problema di energia legato allo sviluppo dell’intelligenza artificiale è storia nota. I più energivori sono i data center, allo stesso tempo essenziali per garantire il progresso. Amazon prova a trovare una soluzione. Lo fa partendo dall’ultima miniera di rame rivitalizzata lo scorso anno, l’unica in grado di dare agli Stati Uniti un apporto di rame da oltre un decennio. Il sito si trova in Arizona, nei pressi di Tucson, e appartiene alla società di estrazione mineraria Rio Tinto. Che, come scrive in esclusiva il Wall Street Journal, insieme ad Amazon Web Service – che fornirà servivi di cloud computing – ha sottoscritto un accordo di fornitura biennale per estrarre giacimenti di rame di bassa qualità. La tecnica è innovativa. Si usano batteri e acido per tirare fuori il rame dai minerali che vengono considerati troppo poveri o troppo costosi per essere trattati. A guidare l’estrazione sarà la tecnologia Nuton, che può essere vista come un prototipo, un tentativo per capire la fattibilità di questo nuovo metodo di estrazione.

La vicenda mette in luce tutti i nodi che potrebbero presentarsi negli anni a venire. La necessità di metalli, soprattutto di rame, è fondamentale per alimentare i data center. Chi tra le Big Tech ci mette le mani per prima, avrà un bel vantaggio sulla concorrenza. Ecco perché tutte hanno fretta di chiudere accordi. Con ovvie conseguenze sui prezzi del metallo. Il rame viene venduto a Londra e New York a prezzi record, con scambi che superano i 6 dollari a libbra e con i future del 2025 che hanno registrato un forte rialzo (+41%). Ad aumentarne ancor di più il valore sono poi i dazi di Donald Trump, che starebbe pensando di imporre nuove tariffe su alcuni prodotti realizzati in rame.

Anche se la politica della Casa Bianca va in direzione opposta, preferendo tornare alle trivellazioni piuttosto che abbracciare la trasformazione green, tutta questa necessità di rame farà inevitabilmente diminuire l’offerta, incapace di star dietro alla domanda. Secondo S&P Global, si stima che la richiesta di rame aumenterà del 50% entro il 2040, segnando un gap con la produzione del 25%.

C’è anche un ostacolo tempistico. Da quando una miniera viene aperta a che diventare operativa, richiede più di vent’anni di pazienza. Tanto, troppo tempo che le aziende non possono permettersi di aspettare. Per questo Rio Tinto ha deciso di affidarsi a Neuton. Andando a recuperare quello che gli altri hanno sempre scartato. Secondo le previsioni dell’azienda, il 70% delle riserve globali di rame è contenuto in questi minerali considerati poco vantaggiosi per il trasporto, la fusione e la raffinazione.

L’enorme consumo di energia avrà anche delle ripercussioni sulla popolazione civile. Anzi, le sta già avendo. Molti americani si sono ritrovati bollette onerose, molto più del passato. È la tassa dell’intelligenza artificiale, un’imposta necessaria per garantire agli Usa il predominio tecnologico. Spiegarlo agli elettori però non è semplice. Anche su questo sembra esserci consapevolezza. Non a caso, Microsoft ha annunciato di voler coprire una parte dei costi e di fornire aiuto e collaborazione alle aziende locali. “Soprattutto quando le aziende tecnologiche sono così redditizie, è ingiusto e politicamente irrealistico per il nostro settore chiedere al pubblico di farsi carico dei costi aggiuntivi dell’elettricità per l’intelligenza artificiale”, ha spiegato il vicepresidente e presidente Brad Smith. Trump ringrazia e promette che tanti altri seguiranno l’esempio dell’azienda di Redmond: “I data center sono fondamentali (per il boom dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti), ma le grandi aziende tecnologiche che li costruiscono devono ‘pagarsi di tasca propria’. Congratulazioni a Microsoft. Presto ne arriveranno altri”, ha scritto il presidente sui suoi social.

  •  

Palestina: quando la solidarietà fa paura. DdL Delrio e bavagli sionisti

Nelle ultime settimane del 2025 abbiamo assistito ad una crescita esponenziale della spirale repressiva contro il movimento di solidarietà al popolo palestinese, un movimento che nei mesi precedenti aveva dato luogo a grandiose manifestazioni di piazza e a riusciti scioperi generali contro il genocidio palestinese.

Lo Stato aveva evitato immediate azioni repressive contro agitazioni che avevano l’evidente simpatia dell’opinione pubblica ed ha aspettato che la falsa tregua trumpiana facesse calare l’attenzione per scatenare la sua rabbiosa reazione. Vogliono rendere illegale la solidarietà alla Palestina.

Prima il decreto di espulsione nei confronti dell’imam di Torino Mohamed Shahin, poi il violento sgombero del centro sociale Askatasuna (con la complicità del sindaco PD) e gli arresti indiscriminati anche di minorenni che avevano partecipato a manifestazioni di protesta, poi le sanzioni comminate dalla Commissione “di garanzia” ai sindacati di base che avevano indetto lo sciopero generale del 3 ottobre 2025, quindi l’operazione “antiterrorismo” che ha portato all’arresto di Mohamed Hannoun e di altri esponenti della comunità palestinese in Italia, sulla base di informative provenienti direttamente dalla polizia israeliana.

L’uso di veline provenienti dal Mossad è un copione già collaudato in precedenza per arrestare e mandare a processo Anan, Mansour e Alì, tre militanti accusati di aver compiuto atti di resistenza contro l’occupazione israeliana. In tutti questi casi gli inquirenti italiani hanno considerato credibili alcune informazioni provenienti da uno Stato sotto processo per genocidio e che persegue come “terroristiche” persino le organizzazioni di assistenza ai profughi gestite dall’ONU.

In precedenti articoli su UN (n. 28 e 29/2025) avevamo denunciato la presenza in Parlamento di tre disegni di legge (Romeo, Scalfarotto e Gasparri) volti a criminalizzare la solidarietà alla Palestina con il pretesto di contrastare l’”antisemitismo”. A questi se ne è aggiunto un quarto, presentato, alla fine di novembre, dall’ex ministro Graziano Delrio, e da altri 10 senatori/senatrici del PD, incluso il politico di lungo corso Pier Ferdinando Casini, l’ex ministra Beatrice Lorenzin e la senatrice Tatjana Rojc quest’ultima teoricamente rappresentante della minoranza slovena, ma prodigatasi a suo tempo a sostegno della legge per l’istituzione della Giornata degli alpini che celebra la battaglia di Nikolaevka (cioè l’aggressione nazi-fascista contro l’URSS).

Nonostante le proteste di Schlein e soci, Delrio si è rifiutato di ritirare il disegno di legge, e quindi il PD sta predisponendo un proprio progetto di legge “più garantista” (ahinoi!). La situazione appare di estrema gravità, visto che c’è ormai un attacco concentrico da parte di tutti i sostenitori della politica genocida di Israele per introdurre anche in Italia norme repressive simili a quelle già in vigore in Germania e nel Regno Unito.

Il DdL Delrio si differenzia dai precedenti perché è una proposta di “legge delega”, cioè delega il governo (Meloni) ad emanare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge una serie di decreti attuativi che, sulla base della definizione operativa di antisemitismo approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), prevedano (art. 2) una stretta sui social con rimozione dei contenuti “antisemiti”. Ai contenuti “antisemiti” verrebbe attribuito un codice speciale per essere segnalati dagli altri utenti, e gli utenti che li pubblicassero con continuità verrebbero esclusi dalla piattaforma per sei mesi. Gli utenti (anche riuniti in associazioni e “in collaborazione con gli organismi rappresentativi delle comunità ebraiche”) potranno autonomamente segnalare i contenuti “antisemiti”. Le piattaforme che non applicassero il filtro a questi contenuti subirebbero sanzioni.

Con l’articolo 3 del DdL Delrio le università verrebbero di fatto obbligate a collaborare con enti e università israeliane col pretesto di tutelare la libertà di ricerca. Con l’articolo 4 ogni università sarebbe tenuta a individuare al suo interno “un soggetto preposto alla verifica e al monitoraggio delle azioni per contrastare i fenomeni di antisemitismo, in linea con il codice etico della stessa università e in conformità con quanto previsto dalla Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo.”. Questa norma bavaglio è tra l’altro già in vigore in Germania.

Con l’articolo 5 le scuole sarebbero tenute a comunicare “annualmente, attraverso i sistemi informativi del Ministero dell’Istruzione e del Merito, i dati circa le azioni attuate per contrastare i fenomeni di antisemitismo”.

Come abbiamo visto nei precedenti articoli, il problema nasce dal fatto che la “definizione operativa” dell’IHRA identifica di fatto antisemitismo e antisionismo. Negli “indicatori” sono infatti previsti come esempi di antisemitismo:

“Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.” Oppure: “Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”.

Quindi diventerebbe impossibile per legge denunciare l’apartheid su cui si basa lo Stato di Israele e la politica genocidaria (obiettivamente di stampo nazista) che sta perseguendo nei confronti dei palestinesi. Col pretesto della lotta all’”antisemitismo” stiamo assistendo a una convergenza (solo apparentemente paradossale) tra il governo di Israele e le peggiori destre occidentali (queste realmente antisemite!), il cui collante vero è una forma diversa di razzismo: l’islamofobia, cioè la repulsione nei confronti degli arabi (specie se musulmani) molto forte in Europa. Razzismo a senso unico, alimentato anche da buona parte dei governi “progressisti” in funzione anti-immigrati e per allinearsi alle politiche USA.

Come anarchiche e anarchici siamo fieramente contrarie/i ad ogni forma di razzismo e di discriminazione contro chiunque, e vediamo ancora una volta confermata la nostra analisi secondo cui ogni religione (Cristianesimo, Ebraismo, Islam…) e ogni Stato sono uno strumento di odio, di divisione e di oppressione. In questo inizio di 2026 dobbiamo moltiplicare le mobilitazioni contro questa legislazione infame che si sta preparando. Per difendere la libertà di pensiero, di parola, di organizzazione e di manifestazione!

Mauro De Agostini

L'articolo Palestina: quando la solidarietà fa paura. DdL Delrio e bavagli sionisti proviene da .

  •  

Senza il Venezuela la Cina rimane a secco di petrolio. Busserà alla Russia?

I nodi, prima o poi, vengono al pettine. La Cina rischia di rimanere a secco di petrolio per colpa del Venezuela, dopo che a seguito della rimozione di Nicolas Maduro, sulle esportazioni di Caracas è scattato l’embargo. Come noto, Pechino è tra i principali acquirenti di greggio venezuelano, con una quota vicina al 60% delle proprie importazioni. Il resto dell’oro nero, lo compra dalla Russia. Per questo al Dragone sarebbe persino conveniente che le grandi compagnie americane rimettessero in modo i giganteschi pozzi e giacimenti venezuelani, che oggi generano vendite all’estero irrisorie se confrontate alle immense riserve nel sottosuolo.

Nelle more che tutto questo accada, però, si prevede che le importazioni di petrolio della Cina dal Venezuela crolleranno a partire da febbraio. Questo perché, secondo trader e analisti, sono diminuite le petroliere in partenza per il principale acquirente di greggio di Caracas dopo che gli Stati Uniti hanno rivendicato il controllo del Paese. Il numero di petroliere in partenza dal Venezuela per la Cina, infatti, è diminuito drasticamente dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha imposto a dicembre un blocco alle navi.

Ciò ha spinto gli armatori a invertire la rotta delle loro navi o a rientrare nelle acque territoriali del Paese. Tradotto, la maggior parte delle petroliere è rientrata nel Paese, mentre solo tre hanno proseguito la navigazione verso l’Asia e dovrebbero arrivare in Cina verso la fine di febbraio. Per il Dragone il problema è serio. I cinque milioni di barili che dovrebbero arrivare in Cina, infatti, equivalgono a circa 166.000 barili al giorno, in calo rispetto alla media di 642.000 barili al giorno esportati in Cina nel 2025, pari al 75% della media totale delle esportazioni di 847.000 barili al giorno dell’anno scorso.

A questo punto la Cina potrebbe essere costretta a fare quello che da tempo non aveva più voglia di fare (da quando gli Stati hanno attaccato frontalmente le due principali compagnie petrolifere russe, Lukoil e Rosneft, il Dragone ha cominciato a ridurre gli acquisti fino a mezzo milione di barili al giorno): comprare petrolio dalla Russia, ma non a prezzi scontati e in misura ridotta come finora. La nuova posizione di debolezza di Pechino, infatti, orfana del greggio venezuelano, potrebbe mettere Mosca nelle condizioni di fare essa il prezzo. E decidere la quantità.

  •  

Meloni rafforza l’export con l’Oman. Gli accordi e la prospettiva

C’è un passaggio della Dichiarazione congiunta in occasione della visita ufficiale della presidente del Consiglio nel Sultanato dell’Oman che, più di altri, accentua la speciale relazione che esiste fra Italia e Oman: la prospettiva, che poi è il tratto somatico del concetto di Italia globale. Ovvero rapporti attuali che le parti intendono rafforzare pragmaticamente per il futuro e non solo sulla carta attraverso progetti, iniziative, scambi, politiche ad hoc con l’obiettivo della profondità. Giorgia Meloni e Sua Maestà il Sultano Haitham bin Tarik lo hanno messo nero su bianco in occasione della visita ufficiale nel Sultanato dell’Oman. Non solo le parti in occasione dei colloqui hanno analizzato come migliorare le relazioni bilaterali, ma hanno espresso la volontà di espandere gli ambiti di cooperazione in maniera da favorire corposamente gli interessi reciproci. La cornice di tale sforzo è da ritrovare nel loro impegno a sviluppare ulteriormente il partenariato strategico tra le due Nazioni.

GLI ACCORDI

Entrando nel merito degli accordi, in primis va sottolineata la cooperazione nei settori del commercio, degli investimenti e dell’industria, incoraggiando i partenariati tra il settore pubblico e quello privato, e attivando al contempo il ruolo delle commissioni miste per potenziare gli scambi commerciali bilaterali. A questo proposito un ruolo primario verrà rivestito dal Piano di Azione 2026-2030 che di fatto sarà il braccio operativo delle intenzioni politiche che dovrà dare concretezza all’attuazione dei memorandum d’intesa e degli accordi sottoscritti e promuovere la cooperazione bilaterale in molteplici settori. Ad oggi Oman e Italia vantano già un paniere di accordi in vari ambiti strategici, come cultura, patrimonio, università e ricerca scientifica, ma l’obiettivo per il prossimo futuro è quello di estendere ancora di più tali intese potenziando gli scambi tra i due Stati in tali settori.

IL MEMORANDUM SACE-KHAZANAH MODERN OMAN

Un capitolo a parte lo merita il memorandum siglato tra Sace, Export Credit Agency italiana e Khazanah Modern Oman, player omanita attivo in diversi settori nevralgici per l’export italiano come infrastrutture, manifatturiero, food & beverage, energie rinnovabili e hospitality. Le firme sono state poste da Michele Pignotti, amministratore Delegato di Sace, e Azzan Al Wahaibi, managing director di Khazanah Modern Oman. Il memorandum, che riconosce il potenziale del know-how industriale e delle tecnologie italiane, costruisce un quadro di cooperazione per supportare progetti strategici in Oman, facilitando il coinvolgimento di imprese, appaltatori e fornitori di tecnologia italiani nei settori d’intervento di Khazanah. Sace così si impegna a fornire soluzioni finanziarie per migliorare la competitività dei progetti e delle relative catene di fornitura, a seguito di un’adeguata due diligence e in linea con il proprio mandato istituzionale. In occasione della missione nel Paese, inoltre, l’amministratore delegato di Sace ha incontrato i principali attori istituzionali e industriali locali, tra cui la società energetica omanita OQ, la società di investimento Ominvest, il principale fornitore di servizi logistici integrati dell’Oman Asyad Group al fine di identificare progetti nei quali coinvolgere le filiere italiane di riferimento.

LA GEOPOLITICA

Dal punto di vista geopolitico, poi, i due leader hanno affrontato tutte le tematiche di più stretta attualità, come le questioni di carattere regionale e internazionale di interesse comune, e “hanno ribadito il loro impegno a sostenere gli sforzi volti a raggiungere la sicurezza e la stabilità e a risolvere i conflitti con mezzi pacifici, in conformità con i principi del diritto internazionale”. In questo senso l’apprezzamento di Meloni al ruolo del Sultanato dell’Oman è sincero nel sostenere il dialogo e la pace regionale, mentre Haitham bin Tarik ha evidenziato il prezioso apporto di Roma nella promozione del dialogo, delle soluzioni pacifiche, e dell’impegno costruttivo.

  •  

Così Marte influenza il clima della Terra

Come Davide contro il gigante Golia. Ma in questa storia cosmica il ruolo di Davide spetta a Marte, che pur essendo grande la metà della Terra e con una massa pari a circa un decimo, esercita un’azione sorprendente sul clima del nostro pianeta e persino sulle ere glaciali. Piccolo, lontano, apparentemente irrilevante. E invece capace di lasciare un segno profondo.

Confronto tra le dimensioni della Terra e di Marte. Crediti: Earth: Nasa/Apollo 17 Crew; Mars: Esa/Mps/Upd/Lam/Iaa/Rssd/Inta/Upm/Dasp/Ida

A mostrare tale fenomeno è uno studio, guidato dall’Università della California a Riverside e pubblicato il mese scorso sulla rivista Publications of the Astronomical Society of the Pacific, nel quale gli autori hanno affrontato alcuni dubbi su recenti ricerche che collegano gli antichi modelli climatici della Terra alle spinte gravitazionali di Marte. Queste ricerche suggeriscono che alcuni dei cicli climatici testimoniati dagli strati sedimentari presenti sul fondo dell’oceano siano influenzati dal Pianeta rosso, nonostante la sua distanza dalla Terra e le sue dimensioni relativamente contenute.

«Sapevo che Marte ha un certo effetto sulla Terra, ma credevo fosse minimo», dice Stephen Kane, professore di astrofisica planetaria all’Uc Riverside. «Pensavo che la sua influenza gravitazionale fosse troppo piccola per essere facilmente osservabile nella storia geologica della Terra, ma ho comunque voluto pro0vare a verificare le mie ipotesi».

Per farlo, Kane ha realizzato sofisticate simulazioni al computer del Sistema solare, analizzando l’evoluzione a lungo termine dell’orbita terrestre e della sua inclinazione. Il punto chiave è risultato essere nei cicli di Milankovitch, lenti cambiamenti dell’orbita e dell’asse terrestre che regolano come e quanta luce solare raggiunge il nostro pianeta su scale di decine o centinaia di migliaia di anni. Agendo come “cronometri” per le ere glaciali e i periodi interglaciali, questi cicli sono fondamentali per spiegare l’alternanza tra climi freddi e caldi su scale temporali di migliaia di anni.

Nei suoi 4,5 miliardi di anni di storia, la Terra ha attraversato almeno cinque grandi ere glaciali – l’ultima è iniziata circa 2,6 milioni di anni fa. Tra i cicli di Milankovitch, viene tradizionalmente ritenuto importante quello di circa 430mila anni dominato dall’influenza gravitazionale di Venere e Giove, che modifica l’eccentricità dell’orbita terrestre rendendola più o meno ellittica. In questo lasso di tempo, la traiettoria della Terra attorno al Sole oscilla gradualmente da una forma quasi circolare a una più allungata, per poi tornare indietro. Un cambiamento che incide sulla quantità di energia solare che raggiunge il pianeta e che può influenzare l’avanzata o il ritiro delle calotte glaciali.

Nelle simulazioni di Kane, questo ciclo rimane invariato anche eliminando il Pianeta rosso. Ma qui arriva la sorpresa: senza Marte scompaiono completamente altri due cicli cruciali – uno di circa 100mila anni e uno di circa 2,3–2,4 milioni di anni – ben visibili nei sedimenti oceanici e legati alle grandi transizioni climatiche. «Quando si rimuove Marte, quei cicli svaniscono», dice Kane. «E se si aumenta la massa di Marte diventano sempre più brevi, perché Marte ha un effetto maggiore».

Orbite di Terra e Marte a confronto. Crediti: Nasa

Questi cicli fanno sì che Marte contribuisca in modo diretto a modulare tre aspetti: la forma circolare o allungata dell’orbita terrestre (la sua eccentricità, appunto), il momento in cui la Terra si avvicina maggiormente al Sole e l’inclinazione del suo asse di rotazione (la sua inclinazione). Tutti parametri che incidono sulla distribuzione dell’energia solare sul nostro pianeta, e quindi sull’avanzata o il ritiro delle calotte glaciali.

Un risultato inatteso del nuovo studio riguarda proprio l’inclinazione terrestre. Attualmente la Terra è inclinata di circa 23,5 gradi, angolo che cambia leggermente nel tempo. Un Marte più massiccio rallenterebbe la velocità con cui questa inclinazione varia, esercitando un effetto stabilizzante sul clima.

«Più un pianeta è vicino al Sole, più è dominato dalla sua gravità. Orbitando più lontano dal Sole rispetto al nostro pianeta, Marte ha un effetto gravitazionale sulla Terra maggiore di quello che avrebbe se fosse più vicino. Incide, insomma, ben oltre le attese, considerando le sue dimensioni», spiega Kane.

Paradossalmente, un pianeta piccolo ma lontano dal Sole “pesa” dunque più di quanto ci si aspetterebbe nel delicato equilibrio del Sistema solare interno. E le implicazioni vanno oltre la Terra. Lo studio suggerisce che anche pianeti relativamente piccoli, posti nelle regioni esterne di altri sistemi planetari, potrebbero influenzare il clima e la stabilità di mondi potenzialmente abitabili.

«Senza Marte, l’orbita terrestre sarebbe priva di importanti cicli climatici», conclude Kane. «Come sarebbero gli esseri umani e gli altri animali se il Pianeta rosso non esistesse?»

Per saperne di più:

 

  •  

Investimenti e sviluppo, la (giusta) strategia Usa per la Groenlandia. Report Csis

Da una parte gli Stati Uniti, dall’altra l’Europa. Il nodo della Groenlandia è al centro del dibattito geopolitico di questi giorni. Puntare su questa isola potrebbe anche essere un buon affare. Ma a precise condizioni. Una tra tutte: che Washington, oltre a garantirsi quel suo spazio economico che vitale reclamato dal presidente Donald Trump, porti nella terra dei ghiacci investimenti, crescita e una buona dose di benessere e sicurezza. Di questo sembrano essere convinti gli esperti del Centre for strategic international studies (Csis).

Orizzonte Groenlandia

“Lo scorso 5 gennaio, il presidente Trump ha affermato di aver bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale. Alti collaboratori della Casa Bianca hanno subito ribadito l’affermazione secondo cui gli Stati Uniti avrebbero potuto impadronirsi del territorio danese per sostenere gli interessi nazionali. Questi recenti commenti segnano un ritorno alla retorica che aveva fatto notizia nei primi giorni del 2025, quando il neo-rieletto presidente Trump aveva dichiarato che gli Usa avrebbero potuto acquistare il territorio autonomo danese. La rinnovata attenzione alla Groenlandia sottolinea l’approccio dell’amministrazione Trump alla sicurezza delle risorse come sicurezza nazionale”, premette il Csis.

Cercasi terre rare

“La Groenlandia è ricca di risorse naturali, tra cui minerali di ferro, grafite, tungsteno, palladio, vanadio, zinco, oro, uranio, rame e petrolio. Ma le materie che attirano maggiormente l’attenzione nella regione sono le terre rare. Le vulnerabilità nelle catene di approvvigionamento statunitensi di terre rare per esigenze di difesa e commerciali sono state recentemente al centro delle questioni politiche a Washington”, scrive il Csis. Per il quale “in particolare, il 2025 è stato caratterizzato da molteplici round di negoziati ad alto rischio a seguito dei controlli cinesi sulle esportazioni di terre rare pesanti”.

“Le interruzioni delle forniture di questi materiali hanno esposto le catene di approvvigionamento del settore automobilistico occidentale a carenze, ritardi e interruzioni della produzione. Il Presidente Trump ha agito in modo significativo per affrontare queste preoccupazioni lungimiranti sulla catena di approvvigionamento sia attraverso partnership pubblico-private, sia attraverso accordi bilaterali con partner come Arabia Saudita, Giappone e Australia per promuovere lo sviluppo di capacità nel settore delle terre rare al di fuori della Cina. E la Groenlandia ospita due giacimenti di terre rare tra i più grandi al mondo: Kvanefjeld e Tanbreez”.

Artico, nuova frontiera della sicurezza

L’analisi si sposta poi sull’Artico nel suo insieme. “Con lo scioglimento delle calotte polari, le nuove rotte marittime emergenti attraverso la regione stanno creando nuove opportunità economiche e geostrategiche per le potenze globali. Il Passaggio a Nord-Ovest attraversa l’arcipelago artico canadese e collega l’oceano Pacifico all’oceano Atlantico. Attualmente, ed è navigabile solo per brevi periodi all’anno a causa delle difficili condizioni e dello spostamento dei ghiacci marini. Ma gli scienziati prevedono che, con l’accelerazione del riscaldamento globale e i progressi tecnologici, il passaggio potrebbe presto essere aperto al transito ogni estate, collegando l’Asia orientale all’Europa occidentale con una rotta di 7.000 km più breve dell’attuale percorso attraverso il Canale di Panama”.

Ora, “il controllo di queste acque artiche sarà fondamentale per sfruttare i vantaggi economici e di sicurezza del passaggio globale emergente, e la posizione vantaggiosa della Groenlandia lungo questa rotta le conferisce un’importanza strategica per gli Stati Uniti, la Cina e qualsiasi altra potenza che desideri accedere al Passaggio a Nord-Ovest e proiettare il proprio potere a livello globale”.

Le ragioni degli Stati Uniti

Insomma, “la Groenlandia è una regione artica chiave, strategica per gli interessi di sicurezza nazionale americani. Pertanto, gli Stati Uniti dovrebbero mantenere una presenza attiva e aumentare i propri investimenti strategici sull’isola per rafforzare le partnership, promuovere infrastrutture e opportunità economiche e scoraggiare gli attori cinesi e russi. Ma anche approfondire la collaborazione con l’Unione Europea allineando gli strumenti di prelievo, finanziamento e politiche per rafforzare congiuntamente la resilienza della catena di approvvigionamento e diversificare l’offerta globale di grafite”.

Conclusione? Più che usare la forza militare, bisognerebbe usare quella economica. “Gli Stati Uniti hanno una significativa opportunità di approfondire i legami strategici con la Groenlandia, ma non attraverso acquisti diretti o interventi militari, ma attraverso investimenti coordinati. La citata miniera di Tanbreez rappresenta un potenziale percorso per migliorare l’accesso alle terre rare statunitensi, ma realizzare questo potenziale richiede più di un semplice finanziamento: richiede un impegno a lungo termine per le infrastrutture, un autentico coinvolgimento della comunità locali e un coordinamento diplomatico. Allora sì che, mentre il futuro minerario della Groenlandia si trova ad affrontare notevoli sfide logistiche e politiche, una strategia statunitense mirata e rispettosa potrebbe contribuire a garantire che la stessa Groenlandia diventi non solo un fornitore di minerali, ma un partner artico affidabile”.

  •  

Il 92% dei dirigenti prevede di aumentare gli investimenti in IA nel 2026. Italiani tra i più fiduciosi

Secondo un nuovo studio Accenture, i dirigenti europei iniziano il 2026 con un maggiore ottimismo sulla crescita e un’attenzione sempre più forte sull’intelligenza artificiale. I risultati, pubblicati oggi nel report Pulse of Change di Accenture in vista del World Economic Forum Annual Meeting di Davos, evidenziano inoltre un divario crescente tra leader e dipendenti in termini di preparazione e fiducia nell’IA.

Crescita e fiducia nel contesto europeo

In Europa, nonostante la maggioranza dei leader (82%) si aspetti un 2026 caratterizzato da ulteriori cambiamenti economici, geopolitici e tecnologici, si prevede una significativa crescita dei ricavi nei mercati locali. Il 91% dei leader prevede un aumento rispetto a quattro mesi fa. In Italia, l’ottimismo risulta particolarmente elevato: l’86% dei leader prevede un contesto di maggiore cambiamento e l’88% si attende una crescita dei ricavi.

Investimenti in intelligenza artificiale e sviluppo delle competenze

La maggior parte delle organizzazioni europee (84%) prevede di aumentare gli investimenti in IA nel 2026, con le aziende italiane tra le più ottimiste (92%), seguite da quelle tedesche (87%). L’80% dei leader europei considera questi investimenti più preziosi per la crescita dei ricavi che per la riduzione dei costi, dimostrando una maggiore maturità nell’uso della tecnologia.

In Italia, l’accelerazione sull’IA si accompagna a un forte focus sulle competenze: il 57% dei leader punta su programmi di upskilling e reskilling per preparare la forza lavoro, superiore alla media europea del 46%.

Divario tra dirigenti e dipendenti

Mentre i dirigenti vedono l’IA come un catalizzatore di crescita, molti dipendenti esprimono timori legati alla riduzione della forza lavoro e a una formazione insufficiente. Solo il 61% dei dipendenti europei ritiene che la propria esperienza con l’IA mostri il suo potenziale impatto sul business, a fronte dell’84% dei leader. In Italia, però, il 40% dei dipendenti dichiara di saper utilizzare con sicurezza gli strumenti di IA e di poterli spiegare ad altri, contro una media europea del 25%.

Un segnale di maggiore confidenza che convive comunque con timori sul futuro del lavoro e sulla formazione: appena il 41% dei dipendenti europei si sente sicuro del proprio ruolo e solo il 14% ritiene che la leadership abbia chiaramente comunicato come l’IA influenzerà ruoli e competenze.

La visione di Accenture

“Questa ricerca”, dice Mauro Macchi, ceo di Accenture per Europa, Medio Oriente e Africa, “riflette chiaramente le priorità che emergono nel dialogo quotidiano con i clienti in tutta Europa, dove i leader intendono consolidare il percorso sull’IA e stanno incrementando gli investimenti a supporto”.

“Lo studio evidenzia anche un tema critico: se non coinvolgiamo le persone, il pieno valore dell’IA rimarrà inespresso. Non si tratta solo di sviluppare competenze tecniche, ma di creare la cultura necessaria per consentire all’intera forza lavoro di utilizzare questa tecnologia con fiducia. Il vero divario non è tra chi ha competenze e chi non le ha, ma tra chi utilizza l’IA e chi è lasciato indietro”.

L’articolo Il 92% dei dirigenti prevede di aumentare gli investimenti in IA nel 2026. Italiani tra i più fiduciosi è tratto da Forbes Italia.

  •  

Il passato abitabile di Marte rivelato dalle argille

Un nuovo studio dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) fornisce la mappa più dettagliata mai realizzata della distribuzione e della composizione delle argille sulla superficie di Marte, offrendo nuove chiavi di lettura sull’evoluzione geologica del pianeta, sul ruolo dell’acqua nel suo passato e sulla sua potenziale abitabilità.

Il lavoro, pubblicato sulla rivista Journal of Geophysical Research: Planets, si basa su quasi 1500 osservazioni condotte su scala globale e acquisite dallo spettrometro Crism (Compact Reconnaissance Imaging Spectrometer for Mars) a bordo del Mars Reconnaissance Orbiter della Nasa. Grazie a questa analisi è stato possibile estrarre e interpretare le firme spettrali nell’infrarosso delle argille presenti sulla superficie marziana.

Mappa globale di Marte che mostra la topografia, con le principali regioni del pianeta. La linea gialla delimita la grande dicotomia della crosta marziana, che segna la zona di transizione dagli antichi altopiani alle pianure più giovani. La linea rossa tratteggiata circonda l’area dominata dall’Olympus Mons e dal Tharsis Rise. Le stelle rosa e verdi indicano le posizioni dei lander e dei rover passati, presenti e futuri. I riquadri bianchi segnalano le aree ingrandite mostrate nelle Fig. 2–3. Crediti: J. Brossier/Inaf (Brossier et al. 2026)

Le argille marziane rappresentano una traccia diretta dell’acqua che un tempo ha modellato il quarto pianeta del Sistema solare e i luoghi in cui la vita avrebbe potuto svilupparsi. Alcune regioni del Pianeta rosso sono infatti considerate ambienti privilegiati per la possibile conservazione di biofirme; per questo motivo, la loro distribuzione e la composizione mineralogica costituiscono elementi chiave sia per la ricostruzione degli antichi ambienti acquosi di Marte sia per la selezione dei siti di atterraggio delle future missioni di esplorazione.

Mappa regionale dell’area circostante Mawrth Vallis e Oxia Planum, che evidenzia nuovi affioramenti ricchi di argille. Le aree evidenziate in rosso indicano osservazioni con una chiara presenza di argille ricche di ferro e magnesio, mentre quelle in rosa segnalano tracce più deboli o incerte. Crediti: J. Brossier/Inaf (Brossier et al. 2026)

«Abbiamo realizzato una mappa globale, messa a disposizione della comunità “marziana” internazionale, che mostra la distribuzione dei principali minerali idratati presenti su Marte, tra cui argille, solfati, cloriti e carbonati», spiega Jeremy Brossier, ricercatore dell’Inaf e primo autore dell’articolo. «Il nuovo studio fornisce inoltre una caratterizzazione dettagliata dei minerali argillosi, dalle fasi ricche di ferro (nontroniti) a quelle ricche di magnesio (saponiti), includendo anche composizioni intermedie come vermiculiti e ferrosaponiti. Questa ampia diversità mineralogica riflette una storia geochimica lunga e complessa del pianeta, legata a diverse condizioni di formazione e alterazione in presenza di acqua».

Per ottenere questi risultati, il team ha sviluppato nuovi metodi per ridurre il cosiddetto “rumore” nei dati spettrali, migliorando in modo significativo le capacità di identificare e distinguere le firme delle argille e di altri minerali. È stato inoltre implementato un approccio innovativo per estrarre dettagli dagli spettri, consentendo di separare con maggiore precisione i segnali associati alle argille ricche di ferro da quelle ricche di magnesio.

Mappe regionali delle aree Nili Fossae e Libya Montes, che mostrano nuovi affioramenti ricchi di argille recentemente analizzati. In questa regione si trova il cratere Jezero, attualmente esplorato dal rover Perseverance della Nasa, operativo su Marte dal 2021. Crediti: J. Brossier/Inaf (Brossier et al. 2026)

I risultati mostrano variazioni spaziali significative nella mineralogia argillosa di Marte: le nontroniti, ricche di ferro, dominano nella regione di Mawrth Vallis, mentre le saponiti, ricche di magnesio, sono concentrate soprattutto nelle aree di Nili Fossae e di Libya Monter. Oxia Planum, il sito di atterraggio del rover europeo Rosalind Franklin della missione ExoMars dell’Agenzia spaziale europea (Esa), ospita invece argille di composizione più intermedia, tra cui vermiculiti e ferrosaponiti. Queste caratteristiche rendono Oxia Planum un’area particolarmente promettente per lo studio degli antichi ambienti acquosi e per la ricerca di possibili biofirme.

Proprio per questo, «lo studio si inserisce direttamente nel contesto della missione ExoMars, che prevede l’esplorazione del suolo marziano a partire dal 2030. In questo scenario, l’Inaf svolge un ruolo di primo piano nello sviluppo dello strumento Ma_Miss (Mars Multispectral Imager for Subsurface Studies), uno spettrometro progettato per analizzare rocce e suoli del sottosuolo marziano e ricostruirne la storia geologica e ambientale», conclude il ricercatore.

Per saperne di più:

 

  •  

L’hub del silenzio. Livorno: narcotraffico e rimozione di un’economia parallela

Livorno non è più soltanto una città portuale toscana segnata dalla deindustrializzazione; è diventata, dati alla mano, una piattaforma logistica globale per la criminalità organizzata. Il report di “Codice Rosso”, testata web livornese, definisce questo fenomeno “La grande rimozione”, sistematica cancellazione dal dibattito pubblico di una realtà che sta riscrivendo gli assetti finanziari e sociali del territorio. I sequestri record degli ultimi anni, che hanno visto la Guardia di Finanza intercettare carichi di cocaina nell’ordine delle tonnellate, non sono eventi eccezionali. Sono la norma statistica di un sistema consolidato.

Per comprendere la gravità della situazione è necessario abbandonare la narrazione episodica della cronaca nera e adottare un approccio clinico ai numeri. Nel 2023 e nel 2024, il porto di Livorno ha scalato le classifiche nazionali per volumi di sostanza stupefacente sequestrata, contendendo il primato a scali storicamente caldi come Gioia Tauro. Tuttavia, il dato più allarmante non è quello che emerge dai comunicati stampa, ma quello che rimane sommerso. Le stime più accreditate indicano che le autorità riescono a ispezionare fisicamente circa il 2% dei container in transito. Questo significa che il 98% dei carichi attraversa la dogana senza verifica diretta.

Applicando una proiezione statistica a questo dato, lo scenario assume proporzioni industriali. Se le tonnellate sequestrate – che nel biennio di riferimento hanno superato quota 4.000 kg in singole maxi-operazioni, con proiezioni stimate per il 2025 in linea con questo trend ascendente – rappresentano solo la frazione intercettata in quel 2% di controlli, il volume reale di cocaina che entra in Europa attraverso la Darsena Toscana è calcolabile in decine di tonnellate annue. Stiamo parlando di un flusso di merce il cui valore di mercato, una volta tagliata e distribuita, supera il PIL di intere province italiane. La “Rimozione” consiste esattamente in questo: accettare che una mole di capitale illecito di tale portata attraversi la città senza interrogarsi sulle conseguenze strutturali che essa genera sull’economia locale.

Il porto di Livorno è stato scelto dai cartelli sudamericani e dalla ‘ndrangheta – che agisce come broker globale e garante della logistica – per ragioni tecniche precise. La configurazione dello scalo permette l’applicazione sistematica della tecnica del “rip-off” (o “gancho ciego”). A differenza delle vecchie metodologie che prevedevano la complicità dell’intero equipaggio o dell’armatore, il rip-off è una tecnica parassitaria ad alta efficienza: la droga viene caricata all’origine in container contenenti merce legale all’insaputa del spedizioniere, piazzata subito dietro i portelloni in borsoni pronti all’uso. Una volta giunto a Livorno, il carico deve essere recuperato rapidamente prima che il container esca dal porto o venga ispezionato.

È qui che il fenomeno globale diventa locale. Per eseguire un rip-off serve una “batteria” di operatori a terra. Questa operazione richiede tempi strettissimi e una conoscenza millimetrica delle procedure portuali. Non la possono fare i colombiani, la devono fare i locali. È evidente come le organizzazioni criminali abbiano attuato una campagna acquisti sul territorio, sfruttando le fragilità del tessuto lavorativo.

Ma l’impatto economico non si ferma alla banchina. Il denaro incassato da queste “squadre” locali deve essere speso o investito. E qui si apre il capitolo più insidioso dell’analisi: l’inquinamento dell’economia legale. Livorno, città che ha visto contrarsi il suo settore manifatturiero e industriale, assiste paradossalmente a un fiorire di attività commerciali, aperture di locali, ristrutturazioni immobiliari che non trovano giustificazione nei fondamentali macroeconomici della zona. È il riciclaggio di prossimità. Parte del denaro di questo hub del narcotraffico entra nel circuito cittadino drogando il mercato: altera i prezzi degli immobili, falsa la concorrenza tra esercizi commerciali, e crea una bolla di benessere apparente.

Il report di Codice Rosso sottolinea come la ‘Ndrangheta abbia scelto la Toscana e Livorno non come terra di conquista violenta, ma come hub di servizi. La strategia è quella dell’inabissamento e della mimetizzazione. Non ci sono sparatorie in strada, non c’è il controllo militare del territorio visibile, tipico delle regioni di origine delle cosche. C’è invece una penetrazione invisibile nei salotti che contano, nelle società di servizi, nella consulenza. I broker criminali vivono in città, frequentano i luoghi che vanno frequentati, stringono mani. Questa assenza di violenza esplicita è il fattore che facilita la “Grande Rimozione”. Finché non scorre il sangue, la città preferisce credere che il problema sia confinato dentro le recinzioni doganali, un affare tra guardie e ladri che non tocca la vita civile.

Invece la tocca eccome. La disponibilità di enormi quantità di cocaina ad altissima purezza ha saturato anche il mercato locale dello spaccio al dettaglio. Se il porto è il grossista, la città è il primo cliente. I quartieri popolari, e sempre più spesso anche il centro storico, sono diventati piazze di spaccio capillarizzato. Anche qui, la dinamica è economica: lo spaccio un ammortizzatore sociale distorto, un welfare illegale che garantisce reddito dove lo stato e il mercato legale hanno fallito.

La “Rimozione” denunciata nel report è dunque una patologia istituzionale e mediatica. Si osserva una discrepanza inquietante tra la magnitudo dei sequestri e la reazione pubblica. Di fronte al ritrovamento di 2 o 3 tonnellate di cocaina in un colpo solo – quantità sufficienti a inondare il mercato nazionale per settimane – la risposta politica è spesso formale, quasi burocratica. Manca un’analisi sistemica. Le associazioni di categoria, i sindacati, le istituzioni locali sembrano temere che parlare troppo di mafia portuale possa danneggiare il “brand” Livorno, scoraggiando investimenti turistici o commerciali. Si preferisce la retorica del “caso isolato” o dell’efficienza delle forze dell’ordine, eppure ogni sequestro è la prova di un flusso che non si è mai interrotto.

Inoltre, il sistema di controllo presenta falle strutturali. Con milioni di TEU (l’unità di misura dei container) movimentati ogni anno, l’ispezione a tappeto è tecnicamente impossibile senza paralizzare il commercio globale. I trafficanti lo sanno. Giocano sulla saturazione del sistema. Utilizzano tecniche di diversificazione del rischio, spedendo carichi frazionati su più navi, o utilizzando aziende di import-export “pulite” come vettori inconsapevoli. La ‘Ndrangheta ha dimostrato una capacità di adattamento superiore a quella degli apparati repressivi, utilizzando tecnologie di comunicazione criptata e modificando le rotte in tempo reale in base al livello di allerta dei vari porti europei.

L’Agenzia delle Dogane e la Guardia di Finanza operano attraverso l’analisi dei rischi, selezionando i container “sospetti” in base a provenienza, tipologia di merce e storico dello spedizioniere. Ma i trafficanti hanno imparato a profilare i loro carichi per aggirare gli algoritmi di rischio. Usano carichi di copertura banali, spedizioni frequenti di basso valore per costruire uno storico affidabile, e triangolazioni complesse attraverso porti intermedi per mascherare l’origine sudamericana. In questo gioco del gatto col topo, il vantaggio è strutturalmente dalla parte di chi muove la merce, non di chi la cerca.

Un altro aspetto critico sollevato dall’analisi riguarda la governance portuale e la trasparenza delle concessioni. La permeabilità degli uffici amministrativi è un rischio che viene spesso sottovalutato rispetto all’operatività in banchina, ma è altrettanto strategico.

La dimensione finanziaria del fenomeno livornese impone poi una riflessione sui flussi di capitale. Dove finiscono i proventi del servizio logistico offerto dai clan locali? Le inchieste patrimoniali faticano a tenere il passo con la velocità di circolazione del denaro liquido. Si assiste a una frammentazione dei capitali in mille rivoli: acquisto di beni di lusso, prestiti usurai (altro settore in crescita in città), investimenti in criptovalute. L’economia criminale livornese non accumula tesori in grotte, ma sui mercati globali, e la parte che immette nel flusso sanguigno della città rende sempre più difficile distinguere il capitale sano da quello infetto. Questo crea una dipendenza: se domani il traffico si fermasse, interi settori dell’economia locale rischierebbero uno shock di liquidità.

La “Grande Rimozione” è quindi un meccanismo di autodifesa collettiva che permette alla città di non guardarsi allo specchio. Ammettere di essere un hub del narcotraffico significherebbe ammettere il fallimento di un modello sociale e riconoscere che quel modello è stato eroso dall’interno dalla logica del profitto criminale. Significherebbe dover sottoporre a screening antimafia non solo le grandi opere, ma la vita quotidiana del commercio cittadino. È un processo doloroso e politicamente costoso, che nessuno sembra voler intestarsi.

Eppure, i dati del 2025 proiettati sulle tendenze attuali non lasciano scampo a interpretazioni consolatorie. La pressione criminale su Livorno è destinata ad aumentare, non a diminuire. La rotta tirrenica è considerata più sicura rispetto ai porti del Nord Europa (come Rotterdam e Anversa), dove la saturazione dei controlli e la violenza tra bande rivali hanno alzato troppo il livello dello scontro. Livorno offre ancora quella “pace operativa” che il business richiede. La città garantisce efficienza, silenzio e una rete di complicità diffusa che non fa domande.

In conclusione, l’analisi clinica della situazione impone di rovesciare la prospettiva. Non bisogna chiedersi quanta droga è stata sequestrata, rallegrandosi per il successo, ma quanta ne è passata, preoccupandosi per il fallimento sistemico. Se il 2% dei controlli produce tonnellate di sequestri, il restante 98% è un’autostrada aperta. La battaglia non si vince aumentando il numero dei finanzieri in banchina, ma rompendo la cappa di silenzio e complicità che avvolge il porto. Bisogna aggredire la “zona grigia”.

Finché Livorno continuerà a rimuovere il problema, trattandolo come un corpo estraneo invece che come una malattia sistemica, l’economia della cocaina continuerà a prosperare, divorando dall’interno le risorse sane del territorio. La sobrietà dei numeri è l’unico antidoto alla retorica della negazione. E i numeri dicono che Livorno non è più solo la città dei Quattro Mori, ma uno dei nodi cruciali della ragnatela globale del narcotraffico. Ignorarlo non è più una scelta politica legittima; è una forma di connivenza.

Silvano Cacciari della redazione di Codice Rosso

L'articolo L’hub del silenzio. Livorno: narcotraffico e rimozione di un’economia parallela proviene da .

  •  

Democrazia statunitense e come dovrebbe essere

 

di Michele Blanco

Tutti, ormai,  dovremmo sapere che nella società statunitense è da sempre presente un tasso di violenza veramente eccessivo, con poco rispetto per i diritti degli stessi cittadini, soprattutto a quelli non appartenenti ai gruppi etnici discendenti dagli anglosassoni, tedeschi e similari. Le forze dell’ordine negli USA hanno spesso e volentieri avuto la mano pesante sulle persone indifese, soprattutto se questi erano afroamericani (come accaduto nel caso di George Floyd). Eppure quello che è successo a Renee Nicole Good, donna bianca, cristiana e madre di tre figli, è qualcosa che probabilmentenon era mai accaduto prima. La povera Renee è stata uccisa, senza motivo, a sangue freddo nella città di Minneapolis da una pattuglia dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement).
 
Questo episodio vergognoso fa veramente mettere in dubbio che gli USA siano effettivamente una democrazia. Non è  possibile che nel 2026 possa esistere legalmente una "polizia" statale  che abbia il potere, concessogli da uno Stato che si autodefinisce democratico, di esercitare atti di squadrismo nei confronti di persone “immigrate”, o presunte tali; ma, in questo  caso, è  sconcertante soprattutto perché,  si tratta di un omicidio intenzionale nei confronti di una signora, madre di famiglia,  disarmata, che si trovava seduta immobile nella propria auto. Infatti, per fortuna, nei giorni successivi anche molti repubblicani filo-Trump hanno commentato il tragico evento con parole di grande sdegno e assoluta preoccupazione. Giustamente ci sono stati oltre mille eventi e manifestazioni in tutti gli Stati Uniti che hanno visto grandi proteste al grido: “Ice, Out for Good” (Ice, fuori per sempre).
 
Ma purtroppo  a farci capire l'assoluta gravità dell’accaduto, della pericolità del sistema politico  statunitense, sono arrivati immediatamente i commenti, assurdi e triviali di esponenti del governo statunitense, come il vicepresidente J. D. Vance, il quale ha dichiarato che si è trattato di un “attacco alle forze dell’ordine”. In poche parole — secondo Vance — l’agente dell'agenzia federale dell’Ice avrebbe agito da criminale assassino a sangue freddo,  per legittima difesa, visto e considerato che, sue testuali parole, la signora Good è da considerarsi semplicemente “una vittima dell’ideologia di sinistra”.
 
In sostanza, la tesi assurda e  estremista del governo Trump-Vance-Rubio è questa: Renee se l’è cercata perché era un’attivista di sinistra. Penso che se fosse stata di destra sarebbe stata uccisa allo stessomodo ovviamente. Ma la gravità, assurdità di queste ignobili dichiarazioni ci deve far riflettere,  oltre a farci indignare. In primo luogo si tratta  di un  precedente politico e culturale che queste giustificazioni vergognose, farlocche e estremiste “di parte". L’escalation di violenza da guerra civile, dopo questo tragico fatto, non è più un’ipotesi politologica. È esattamente la realtà tremenda di oggi. Continuare a denunciare questa deriva assassina e barbara dello stato di diritto nelle cosiddette democrazie occidentali, è un compito politico, civile e spirituale trasversale, che dovrebbe essere percepito come tale da chiunque creda che sia arrivato il momento di mettere da parte ogni forma di assurda ideologia divisiva e inutilmente bellicista.
 
Certo che l’accettazione della violenza all'interno della società fa parte della storia degli Stati Uniti d’America fin dall’inizio. Ed è, purtroppo una loro caratteristica inconfutabile. Anche con i Democratici al governo abbiamo sempre assistito ininterrottamente a episodi razzisti da parte delle forze di polizia di una ferocia intollerabile. Quindi non si tratta di criminalizzare solo l’operato suprematista di Trump, che ovviamente é  assolutamente da condannare, per assolvere l’ipocrisia di Biden o della Harris.
 
Anzi, è tutto l’opposto. Per questo mi fa veramente irritare leggere che i MAGA sarebbero migliori perché almeno esplicitano la loro violenza colonialista apertamente e non sono dei falsi perbenisti come quei sepolcri imbiancati Democratici, solo di nome, difensori del diritto internazionale solo quando gli fa comodo a loro. È ridicolo sentire commenti, così superficiali, che se critichi la politica di Trump allora vuol dire che sei automaticamente a favore della cancel culture o di qualsiasi altra esagerazione del politicamente corretto. Come se dentro questo bipolarismo decadente una terza via da percorrere non sia possibile.
 
Questa assurda e inutile logica polarizzante, nonostante abbia una certa presa sull’opinione pubblica, esattamente come il tifo calcistico o televisivo, ad un’analisi ponderata e più seria resta comunque assurda e facilmente smontabile. La violenza, quella fatta da organi dello Stato è  sempre la peggiore, infatti, è violenza punto e basta. E chiunque eserciti questa prepotenza antidemocratica su qualsiasi altro, peggio ancora se lo fa in modo spudorato e disinvolto, è  assolutamente da condannare senza nessuna possibilità d'appello. Non esistono scusanti di fronte all’uso della violenza; e questo, soprattutto per chi si impegna nel costruire un mondo più pacifico e disarmato, dovrebbe essere il punto fondamentale da cui partire. 
 
Nel mondo contemporaneo, in particolare in questi ultimissimi anni, avvertiamo una continua e forte sensazione di accelerazione della storia con grandi e continui mutamenti che sembrano travolgerci già mentre li stiamo osservando senza riuscire nemmeno a capirli, nella loro velocità e grande complessità. Ma la cosa veramente triste è che questi cambiamenti sono peggiorativi della realtà, continue guerre sparse per l’intero pianeta e tantissime violazioni del diritto internazionale, fino ad arrivare al terribile Genocidio dei palestinesi; con moltissime e complesse crisi economiche, ambientali, epidemiche e finanziarie che ci hanno fatto capire di essere molto più vulnerabili di quanto pensavamo.
 
Con Trump ci tocca subire un’ondata di inaudita brutalità disumana, fino all’ incredibile rapimento di un capo di Stato eletto democraticamente dal suo popolo. Questa brutalità trumpiana sembra essere irrefrenabile: “Voglio la Groelandia, voglio il petrolio, voglio i minerali delle terre rare” e nessuno lo contraddice. Quindi assistiamo ad un’assenza spaventosa di visione politica democratica innovativa, nuova, inedita, coraggiosa e realmente pacifica, che abbia davvero l’ardire di mettere in discussione l’intero teatrino della politica bellica contemporanea. Se per eccesso di realismo cadiamo anche noi nella retorica che dice sostanzialmente che in politica esistono solo i “rapporti di forza” e nient’altro, allora possiamo dare le chiavi del nostro futuro in mano a tutti coloro che stanno già dimostrando d’essere i più cinici e i più spietati (vedi, per esempio, i nostri leader europei).
 
Allora invertiamo immediatamente questa rotta suicidaria, che ci mantiene costantemente nel “rischio di un imminente catastrofe”, come scriveva profeticamente il sociologo Ulrich Beck. La scelta che dobbiamo fare non è fra la maschera dell’orrore (Dem) e l’orrore in sé (Rep); altrimenti saremmo comunque spacciati. Esiste sempre una terza via quando la polarizzazione diventa così esasperante. Intanto non dobbiamo piegarci alla legge del più forte. Dobbiamo tornare a usare la ragione umana per provare a inaugurare un nuovo mondo democratico e inclusivo non violento che parta dalla partecipazione politica informata di tutti i cittadini del nostro pianeta. 

__________________________________________________

L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

ACQUISTALO ORA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

  •  

Amare l’Italia è inutile

    Di Roberto Pecchioli, ereticamente.net   Ha destato interesse un intervento di Marcello Veneziani sull’amor patrio. L’intellettuale pugliese, coetaneo dell’autore di queste note, confessa la sua delusione, il disincanto verso l’oggetto dell’amore di tutta una vita, la patria italiana. Qualcosa dell’amarezza che traspare è legata all’età che avanza, alle illusioni perdute, alle incomprensioni vissute. […]

L'articolo Amare l’Italia è inutile proviene da Come Don Chisciotte.

  •  

Groenlandia: nuova presenza militare europea di fronte alle mire USA

Il dossier Groenlandia si conferma anche nel 2026 come uno dei principali fattori di attrito
nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Negli ultimi mesi, infatti, la pressione esercitata
dall’amministrazione Trump su questo fronte si è ulteriormente intensificata, con il ricorso a
una retorica sempre più assertiva da parte della Casa Bianca. L’obiettivo proclamato è
l’acquisizione dell’isola, parte integrante del Regno di Danimarca, al fine di rafforzare la
posizione strategica americana nell’Artico.

Tale atteggiamento ha suscitato crescente preoccupazione tra gli alleati europei, a partire da Copenaghen, sia per la messa in discussione dell’integrità territoriale danese sia, più in generale, per le potenziali ripercussioni dell’approccio di Washington sulla coesione dell’alleanza transatlantica.

L’incontro tenutosi a Washington il 14 gennaio tra rappresentanti statunitensi, danesi e groenlandesi non ha prodotto risultati risolutivi, confermando la persistenza di significative divergenze tra le parti. Gli Stati Uniti, infatti, hanno ribadito il proprio interesse a rafforzare l’influenza sulla Groenlandia, mentre la Danimarca non ha ottenuto rassicurazioni e non è riuscita a smussare la posizione degli interlocutori americani. 

Al contempo, Copenaghen e alcuni alleati europei hanno annunciato una rinnovata presenza militare sull’isola, destinata a concretizzarsi con effetto immediato. Da un lato, dunque, la Danimarca manda un segnale a Washington sul proprio impegno a tutelare la sicurezza della Groenlandia, rispondendo così a uno dei temi della retorica di Trump utilizzato per legittimare le pretese americane sull’isola (con riferimento alla presunta inadeguatezza dello sforzo danese volto a salvaguardare sicurezza la Groenlandia); dall’altro, anche gli alleati europei compiono un salto di qualità nella loro postura rispetto al dossier in questione, aggiungendo al supporto diplomatico a Copenaghen e all’integrità territoriale danese una presenza militare concreta sul terreno. Parallelamente, le cancellerie europee hanno cercato di mantenere aperti i canali di dialogo con Washington, nel tentativo di scongiurare una crisi irreversibile e di individuare soluzioni condivise capaci di garantire sicurezza, stabilità e rispetto delle regole nell’Artico.

Il vertice USA-Danimarca e la risposta europea

L’incontro tenutosi a Washington tra i rappresentanti statunitensi e danesi–groenlandesi, che ha visto la partecipazione, da un lato, del vicepresidente J.D. Vance e del segretario di Stato Marco Rubio e, dall’altro, del ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e della ministra degli Esteri groenlandese Vivian Motzfeldt, non ha prodotto risultati risolutivi. Al termine dei colloqui, Rasmussen ha riconosciuto l’esistenza di “disaccordi fondamentali” tra le parti, ammettendo il fallimento del tentativo di smussare la posizione americana. In particolare, il capo della diplomazia danese ha affermato che “è chiaro che Trump intende prendere possesso della Groenlandia”, pur sottolineando come una simile prospettiva appaia “non necessaria” alla luce della già consolidata presenza militare statunitense sull’isola.

Nelle stesse ore, la Danimarca e alcuni Paesi europei hanno annunciato l’intenzione di rafforzare la presenza militare in Groenlandia. Il Ministero della Difesa di Copenaghen, proseguendo sulla linea del potenziamento avviato già nel 2025, ha comunicato l’avvio di una nuova fase di dispiegamento di forze, in particolare in vista dell’esercitazione militare Arctic Endurance. Questa nuova presenza si concretizzerà principalmente attraverso l’invio di aerei, navi e soldati, accompagnate da unità di Paesi alleati appartenenti alla NATO. Tali forze saranno impiegate per intensificare la sorveglianza dei siti considerati più sensibili e per fornire assistenza alle autorità locali, comprese quelle di polizia. Secondo quanto dichiarato dal ministro Poulsen, nel corso delle prossime settimane verranno studiate, insieme agli alleati europei, ulteriori misure operative volte a incrementare la presenza danese ed europea nella regione artica, con l’obiettivo di rafforzare la difesa e la sicurezza della Groenlandia. La ministra degli Esteri groenlandese Motzfeldt, a sua volta, ha ribadito che la tutela della sicurezza dell’isola rappresenta una “priorità fondamentale” per il governo di Nuuk e ha accolto positivamente la messa a punto di una presenza militare europea.

La Germania, in questo contesto, ha fin da subito assunto un ruolo attivo annunciando l’invio, dal 15 al 17 gennaio, di una squadra di ricognizione composta da tredici unità. Questo gruppo è stato incaricato di esplorare e valutare le condizioni necessarie per un eventuale contributo militare tedesco a supporto della Danimarca nell’isola, con particolare attenzione al settore della sorveglianza marittima. Tale passo rappresenta un primo segnale concreto di coinvolgimento tedesco nella difesa della regione artica e nella tutela dell’integrità territoriale danese.

Anche la Francia ha confermato la propria partecipazione. Il Presidente Emmanuel Macron ha annunciato l’invio immediato di un primo gruppo di truppe, preannunciando l’aggiunta di ulteriori unità in seguito. Nei mesi scorsi, Parigi aveva già assunto una postura diplomatica chiara con riguardo al dossier groenlandese: nell’aprile 2025, infatti, Parigi e Copenaghen avevano siglato una Partnership Strategica che, tra l’altro, riaffermava l’importanza del rispetto dell’integrità territoriale degli Stati, anche alla luce delle dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia espresse fin dai primi mesi del suo secondo mandato. Più recentemente, la decisione di aprire un consolato francese in Groenlandia, prevista per il 6 febbraio, conferma la volontà di rafforzare anche sul piano politico e diplomatico il ruolo di Parigi nella regione.

La Svezia, attraverso l’annuncio del primo ministro Ulf Kristersson, ha confermato la propria partecipazione alla missione congiunta, dimostrando la compattezza dei partner nordici ed europei. È previsto, infatti, anche il coinvolgimento della Norvegia, mentre la Finlandia, tramite il ministro degli Esteri Elina Valtonen, ha dichiarato di aver ricevuto una richiesta formale in questo senso e che sono in corso le valutazioni su una possibile partecipazione. Per il resto, fonti internazionali, tra cui POLITICO, riportano inoltre la possibilità che anche Paesi Bassi e Canada aderiscano all’iniziativa, ampliando ulteriormente il fronte degli attori coinvolti.

Nel complesso, la reazione europea alla crisi groenlandese si sta configurando come un’azione congiunta e rapida, anche se dalla portata numerica per il momento limitata, incentrata sulla difesa dell’integrità territoriale della Danimarca e sulla riaffermazione del ruolo collettivo della NATO nella sicurezza della regione artica. 

Europa, Groenlandia e USA: prospettive e divergenze

La posizione della Danimarca e dell’Unione Europea di fronte agli eventi in corso si caratterizza per una crescente preoccupazione rispetto all’escalation retorica e politica proveniente da Washington. La premier danese Mette Frederiksen ha dichiarato che un’eventuale acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti rappresenterebbe una minaccia di portata sistemica, tale da mettere in discussione non solo l’integrità territoriale del Regno di Danimarca, ma anche la stessa tenuta della NATO e, più in generale, l’architettura di sicurezza internazionale consolidatasi nel secondo dopoguerra.
Tali timori hanno trovato conferma anche presso volti di primo piano dell’UE, tra i quali il Presidente del Consiglio europeo António Costa e il Commissario europeo per la Difesa Andrius Kubilius, che hanno ribadito la centralità del rispetto del diritto internazionale con riguardo alle mire espresse da Washington.

In questa direzione si colloca anche la “Dichiarazione congiunta sulla Groenlandia” del 6 gennaio, firmata dai leader di Danimarca, Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Polonia e Spagna, nella quale si afferma che la sicurezza della Groenlandia deve essere garantita collettivamente nell’ambito della NATO, nel rispetto della volontà della popolazione locale e in piena coerenza con i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, in particolare quelli relativi alla sovranità, all’integrità territoriale e all’inviolabilità dei confini.

Allo stesso tempo, secondo quanto riportato da POLITICO, i leader dell’Unione Europea starebbero esplorando soluzioni volte a ridimensionare i toni e la portata delle mire espresse da Donald Trump. Tra le opzioni prese in considerazione figurano sia un rafforzamento della presenza NATO nell’Artico, di cui il dispiegamento delle forze europee costituirebbe una prima manifestazione, sia possibili concessioni agli Stati Uniti in ambito economico, in particolare nel settore dell’estrazione mineraria. Tale approccio segnala il tentativo europeo di privilegiare la conciliazione e la gestione negoziale della crisi, così come di scongiurare una svolta negativa e un contrasto aperto con Washington.

Il governo groenlandese, da parte sua, ha inquadrato la situazione in corso come una vera e propria “crisi geopolitica”. In questo contesto, il governo di Nuuk, verso il quale le capitali europee e la stessa UE hanno a più riprese espresso solidarietà e sostegno, ha assunto una posizione chiara: il 13 gennaio, il premier Jens-Frederik Nielsen, nel corso di una conferenza stampa congiunta con la premier danese Frederiksen, ha ribadito la volontà di appartenere al Regno di Danimarca, respingendo al contempo in modo esplicito qualsiasi ipotesi di assoggettamento agli Stati Uniti o di integrazione nel territorio americano.

Dal punto di vista statunitense, infine, il presidente Donald Trump ha giustificato la necessità di acquisire la Groenlandia presentandola come un tassello fondamentale del progetto “Golden Dome”, inserendo la questione all’interno di una narrativa di sicurezza nazionale. Secondo Trump, un mancato controllo americano dell’isola aprirebbe la strada a una possibile penetrazione strategica di Russia e Cina nella regione artica, con conseguenze potenzialmente negative per gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti.

La natura particolarmente assertiva dell’approccio americano è stata descritta in termini espliciti nell’Intelligence Outlook pubblicato nel dicembre 2025 dai servizi danesi. Nel documento si afferma che gli Stati Uniti stanno facendo ricorso, anche nei confronti dei propri alleati, al proprio potere economico e politico per imporre le proprie posizioni, per esempio attraverso la minaccia dell’imposizione di dazi sui beni esportati, e che non escludono più, almeno a livello teorico, neppure il ricorso alla forza militare.

In linea con questa impostazione, Trump ha dichiarato di voler valutare “tutte le opzioni” per assumere il controllo della Groenlandia, senza escludere apertamente l’impiego della forza. Tra le ipotesi ventilate figura anche quella dell’acquisizione dell’isola attraverso un esborso economico: secondo quanto riportato da Reuters, l’eventualità di un pagamento diretto ai residenti sarebbe stata presa in considerazione a Washington, confermando l’intenzione dell’amministrazione americana di esplorare ogni possibile strada per raggiungere l’obiettivo prefissato.

Quali implicazioni per i rapporti Europa-America?

Il dossier groenlandese si configura oggi come uno dei principali banchi di prova per la solidità delle relazioni transatlantiche. La crescente assertività statunitense nei confronti dell’isola, giustificata in nome di imperativi di sicurezza nazionale e della competizione con Russia e Cina nell’Artico, si scontra infatti con i principi fondanti dell’ordine internazionale basato sulle regole storicamente propugnati dai Paesi occidentali: il rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e delle norme del diritto internazionale. La risposta europea, dettata anche dalla preoccupazione per ripercussioni negative sulla coesione della NATO, mira a contenere l’escalation e a preservare la cornice alleata, evitando una frattura irreversibile con Washington.

Le dinamiche in atto, oltre a confermare la crescente rilevanza della Groenlandia nella competizione tra potenze nell’Artico, evidenziano come il dossier groenlandese costituisca un indicatore particolarmente sensibile dell’evoluzione dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Le modalità di gestione e l’esito dell’attuale confronto su questo tema sono infatti destinati a incidere in modo significativo sulla traiettoria delle relazioni transatlantiche nei prossimi anni.

  •  

Groenlandia, la nuova frontiera dell’egemonia americana: oltre la retorica della difesa

L’insistenza dell’amministrazione Trump sull’acquisizione della Groenlandia rivela dinamiche geopolitiche che trascendono la giustificazione militare. L’isola artica rappresenta un nodo strategico per il controllo delle risorse critiche, delle nuove rotte commerciali e per l’indipendenza tecnologica degli Stati Uniti dalla Cina, con implicazioni ambientali di portata globale.

L’interesse statunitense per la Groenlandia non costituisce una novità nella storia diplomatica americana. Già nel 1946, l’amministrazione Truman aveva avanzato un’offerta di acquisto alla Danimarca, proposta che venne respinta. Tuttavia, l’attuale pressione esercitata dall’amministrazione Trump per acquisire il controllo dell’isola presenta caratteristiche inedite che meritano un’analisi approfondita. La motivazione ufficiale addotta da Washington ruota attorno alla necessità di garantire la difesa del territorio artico dalle crescenti ambizioni di Cina e Russia. Questa giustificazione risulta tuttavia parziale e solleva interrogativi sulla reale portata degli obiettivi strategici americani.

La Groenlandia è già inserita nel perimetro difensivo della NATO e ospita dal 1951 la base spaziale di Pituffik, precedentemente nota come base aerea di Thule, che rappresenta una delle installazioni militari più settentrionali degli Stati Uniti. Gli accordi bilaterali vigenti tra Washington e Copenaghen consentirebbero già un’espansione significativa della presenza militare americana sull’isola senza necessità di modifiche sostanziali dello status giuridico del territorio. L’enfasi posta sulla dimensione securitaria appare quindi insufficiente a spiegare l’intensità della pressione diplomatica esercitata dall’amministrazione statunitense, suggerendo l’esistenza di motivazioni strategiche più complesse e articolate. Ed anzi, un atteggiamento tanto aggressivo da parte di Washington potrebbe avere, come in effetti sta avendo, l’effetto opposto di allontanare in maniera irreparabile Stati Uniti sia dalla Groenlandia, sia dall’Europa.Il monopolio cinese sulle terre rare e la sicurezza tecnologica

La questione delle risorse naturali costituisce probabilmente il vero fulcro dell’interesse americano per la Groenlandia. Il progressivo scioglimento della calotta glaciale, conseguenza diretta del riscaldamento globale, sta rendendo accessibili giacimenti minerari di portata straordinaria che fino a pochi decenni fa rimanevano impraticabili. La Groenlandia custodisce nel proprio sottosuolo risorse strategiche fondamentali per l’economia del ventunesimo secolo, trasformando l’isola in uno degli ultimi territori vergini disponibili per lo sfruttamento minerario su scala industriale.

Il controllo cinese sulla catena produttiva delle terre rare rappresenta una delle principali vulnerabilità strategiche degli Stati Uniti e dell’Occidente. Pechino controlla attualmente tra l’ottanta e il novanta per cento della raffinazione mondiale di questi elementi chimici, essenziali per la produzione di componenti elettronici avanzati, veicoli elettrici, turbine eoliche e sistemi d’arma di nuova generazione. Questa dipendenza tecnologica costituisce un rischio geopolitico che Washington intende eliminare attraverso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. L’acquisizione della sovranità sulla Groenlandia permetterebbe agli Stati Uniti di spezzare questo monopolio cinese senza dover sottostare alle stringenti normative ambientali europee o danesi che attualmente vincolano lo sfruttamento delle risorse dell’isola.

Le stime geologiche attribuiscono al sottosuolo artico, e groenlandese in gran parte, circa il tredici per cento delle riserve mondiali di petrolio non ancora sfruttate e il trenta per cento di quelle di gas naturale, oltre a quantità significative di uranio, zinco, oro e altri minerali strategici. Il giacimento di Kvanefjeld, situato nella parte meridionale dell’isola, rappresenta uno dei più grandi depositi al mondo di terre rare e uranio, con un potenziale produttivo che potrebbe soddisfare una quota rilevante del fabbisogno occidentale. La valorizzazione di queste risorse richiederebbe tuttavia la rimozione degli ostacoli normativi attualmente esistenti, obiettivo che potrebbe essere raggiunto solo attraverso un cambiamento radicale dello status politico del territorio.

L’impatto ambientale come variabile sacrificabile

L’estrazione e la lavorazione delle terre rare comportano processi industriali ad altissimo impatto ambientale, caratterizzati dalla produzione di ingenti quantità di scarti tossici e radioattivi. Molti giacimenti groenlandesi, incluso quello di Kvanefjeld, contengono concentrazioni significative di uranio e torio, elementi che richiedono specifici protocolli di sicurezza e producono fanghi di lavorazione altamente contaminanti. La raffinazione delle terre rare genera residui chimici pericolosi che devono essere stoccati in appositi bacini di contenimento per periodi prolungati, con rischi ambientali che le normative europee e danesi considerano inaccettabili.

Nel 2021, il governo locale della Groenlandia ha approvato una legge che vieta espressamente l’estrazione di uranio, decisione motivata dalla volontà di preservare l’ecosistema incontaminato dell’isola e di proteggere le comunità Inuit dalle conseguenze sanitarie dell’inquinamento industriale. Questa normativa ha di fatto bloccato progetti minerari di grande portata che avevano raccolto l’interesse di investitori internazionali, generando tensioni tra le autorità locali e i sostenitori dello sfruttamento delle risorse naturali come strumento di sviluppo economico.

L’acquisizione della sovranità statunitense sulla Groenlandia potrebbe consentire a Washington di aggirare questi vincoli normativi attraverso l’istituzione di zone economiche speciali o aree di interesse nazionale dove le leggi ambientali locali verrebbero subordinate alle esigenze della sicurezza nazionale americana. La Groenlandia potrebbe così trasformarsi nell’hub industriale necessario per la transizione tecnologica degli Stati Uniti, ospitando processi produttivi che risulterebbero politicamente insostenibili se localizzati in Stati come il Maine o la California. La vastità del territorio groenlandese e la sua bassissima densità demografica renderebbero più facilmente gestibili le conseguenze ambientali dello sfruttamento minerario, delocalizzando i costi ecologici lontano dagli occhi dell’elettorato americano.

Il controllo delle nuove rotte marittime artiche

Oltre alle agevolazioni in ambito minerario, lo scioglimento progressivo dei ghiacci artici sta determinando l’apertura di nuove rotte marittime commerciali che potrebbero ridisegnare i flussi del commercio globale nei prossimi decenni. Il Passaggio a Nord Ovest, che attraversa l’arcipelago artico canadese collegando l’Oceano Atlantico al Pacifico, sta diventando navigabile per periodi sempre più prolungati durante l’anno, riducendo drasticamente le distanze (nell’ordine dei 7-8000 km), e quindi i tempi e i costi di trasporto tra Europa e Asia rispetto alle rotte tradizionali che transitano attraverso il Canale di Suez o il Canale di Panama.

Il controllo della Groenlandia garantirebbe quindi agli Stati Uniti anche una posizione dominante lungo questa nuova autostrada commerciale del ventunesimo secolo. La possibilità di gestire direttamente i porti strategici dell’isola e di poter controllare il transito sulle acque territoriali circostanti rappresenta un vantaggio economico e geopolitico che non può essere assicurato attraverso i semplici accordi di cooperazione militare attualmente in vigore con la Danimarca. La sovranità territoriale consentirebbe inoltre a Washington di impedire che altre potenze, in particolare la Cina, possano acquisire posizioni di influenza lungo queste rotte attraverso investimenti infrastrutturali o accordi commerciali con un’eventuale Groenlandia indipendente.

La questione dell’indipendenza rappresenta infatti un elemento centrale nell’analisi delle motivazioni americane. La Groenlandia sta progressivamente intensificando le richieste di piena sovranità nei confronti della Danimarca, e il conseguimento dell’indipendenza politica esporrebbe l’isola a pressioni economiche che potrebbero renderla vulnerabile all’influenza cinese. Pechino ha già dimostrato interesse per investimenti strategici in Groenlandia, inclusi progetti per la costruzione e l’ammodernamento di infrastrutture aeroportuali che avrebbero accresciuto la presenza economica cinese nell’Artico. Un’eventuale Groenlandia indipendente e priva di risorse finanziarie adeguate potrebbe trovare nella diplomazia del debito cinese una soluzione attraente, scenario che Washington intende prevenire attraverso un’acquisizione preventiva del territorio.

L’attuale presenza militare americana in Groenlandia si basa su trattati bilaterali con la Danimarca che richiedono rinegoziazioni periodiche e che potrebbero essere messi in discussione da un cambio di status politico dell’isola. L’acquisizione della sovranità eliminerebbe questa incertezza giuridica e garantirebbe agli Stati Uniti un controllo permanente su un territorio che riveste importanza crescente per gli equilibri strategici globali. La Groenlandia rappresenta per l’amministrazione Trump quello che l’Alaska rappresentò nel 1867 quando gli Stati Uniti la acquistarono dall’Impero Russo, un investimento territoriale di lungo periodo le cui potenzialità strategiche ed economiche si sono rivelate nel corso dei decenni successivi, in piena coerenza con l’annunciata adesione alla dottrina Monroe in salsa trumpiana.

La convergenza tra sicurezza energetica, indipendenza tecnologica dalla Cina, controllo delle nuove rotte commerciali artiche e possibilità di delocalizzare processi industriali ad alto impatto ambientale configura un quadro strategico nel quale la retorica della difesa militare assume una funzione prevalentemente strumentale. L’acquisizione della Groenlandia costituirebbe per gli Stati Uniti un’opportunità per consolidare la propria egemonia in un’area geografica destinata ad assumere rilevanza centrale negli equilibri geopolitici del ventunesimo secolo, ridefinendo al contempo i termini della competizione tecnologica ed economica con la Cina.

Resta tuttavia una domanda fondamentale: gli Stati Uniti si possono permettere il deterioramento significativo delle relazioni con i partner europei e, al peggio, la sostanziale fine della NATO (probabilmente conseguente ad una acquisizione della sovranità sulla Groenlandia con la forza), per soddisfare queste esigenze strategiche?

  •  

Piano Mattei per l’Africa: un’analisi sul potenziale e sulle debolezze della strategia italiana per implementare i rapporti con i Paesi africani

Lo scorso fine ottobre si è tenuta una missione di tre giorni in Mauritania del ministro degli Esteri Antonio Tajani e del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi la quale ha segnato una nuova stagione politica per l’Italia. Tale missione si inserisce nel quadro più ampio del piano Mattei che ha come obiettivo principale quello di rafforzare la presenza italiana nel continente africano, specialmente nell’area subsahariana. Tra le priorità principali che si è dato il governo italiano implementando questo piano vi è il rilancio dei rapporti economici, il contrasto all’immigrazione irregolare, la creazione di centri di eccellenza e formazione professionale, lo sviluppo di energie rinnovabili, investimenti in infrastrutture fisiche e digitali. Vi è anche lo sviluppo di piattaforme di telemedicina e servizi sanitari in un’ottica in cui l’Italia possa diventare la portavoce dell’Africa in Europa. In questo articolo verrà presentato il piano Mattei e verranno approfonditi i recenti sviluppi che hanno contraddistinto i rapporti italo-africani all’interno della strategia nazionale nella seconda metà del 2025.

Cos’è, quali sono i principali obiettivi e settori d’intervento?

Come descritto dal Governo Italiano, il Piano Mattei per l’Africa è una strategia nazionale con l’obiettivo di imprimere una modifica dei rapporti con il Continente africano e di costruire partenariati su base paritaria creando benefici e opportunità reciproche. Tale piano è stato presentato dal nostro Governo alle nazioni africane in occasione del vertice Italia-Africa del 29 gennaio 2024. A tale vertice parteciparono i rappresentanti di 46 Nazioni africane, oltre 25 Capi di Stato e di Governo, i tre Presidenti delle istituzioni europee nonché i vertici delle Nazioni Unite, dell’Unione Africana, di svariate istituzioni finanziarie e Banche multilaterali di sviluppo. Il piano prende il suo nome da Enrico Mattei, fondatore dell’ENI, per rimandare ad un modello di collaborazione equo dato che si è caratterizzato da un cambio di paradigma che vuole superare la logica donatore-beneficiario creando delle partnership win-win. In concreto, il piano Mattei si articola in sei principali aree di intervento: sanità; acqua; agricoltura; energia; infrastrutture fisiche e digitali. Al contempo vi sono anche progetti in fase di sviluppo che trattano di cultura, sport, IA e cooperazione nel settore spaziale. Il Piano permette al governo italiano di condividere con le Nazioni africane le fasi di elaborazione, definizione e attuazione dei progetti per poter assicurare dei ritorni sia economici che sociali che rimangano sul territorio e siano la base per successive espansioni. Vi è la partecipazione di tutto il Sistema Italia, a partire dalla rete diplomatico consolare, e il potenziamento delle sinergie con le iniziative strategiche a livello europeo e internazionale che hanno un focus sull’Africa, in particolare con le Istituzioni Finanziarie Internazionali, il Global Gateway dell’Unione europea e la Partnership for Global Infrastructure and Investment del G7. Nella sua prima fase, l’iniziativa si è declinata attraverso progetti pilota che hanno coinvolto nove Nazioni: quattro del quadrante nordafricano (Egitto, Tunisia, Marocco e Algeria) e cinque del quadrante subsahariano (Kenya, Etiopia, Mozambico, Repubblica del Congo e Costa d’Avorio). Nella sua seconda fase, il Piano Mattei, secondo una logica incrementale, ha coinvolto anche l’Angola, il Ghana, la Mauritania, il Senegal e la Tanzania. In contemporanea, il Piano Mattei sostiene anche progetti strategici transnazionali quali il corridoio di Lobito, ovvero una rete infrastrutturale per la connettività in Africa. L’obiettivo principale è collegare infrastrutture ferroviarie esistenti nelle regioni orientali dell’Angola e dello Zambia passando per la Repubblica Democratica del Congo. La nuova linea sarà di circa 800 km e collegherà i centri di Luacano (Angola) alla città di Chingola (Zambia) e comprenderà anche numerosi progetti di rafforzamento delle connessioni digitali ed energetiche, con iniziative che tengono in debito conto le esigenze delle comunità locali attraversate dal Corridoio. Inizialmente la partecipazione finanziaria italiana al progetto potrà ammontare fino a 320 milioni di dollari.

Le attività di definizione e attuazione del Piano Mattei per l’Africa sono esercitate dalla Cabina di Regia, presieduta dal Presidente del Consiglio dei Ministri. Nella sua composizione, la Cabina di Regia svolge i seguenti compiti: coordina le attività di collaborazione tra Italia e Stati africani, svolte, nell’ambito delle rispettive competenze, dalle amministrazioni pubbliche; promuove gli incontri tra rappresentanti della società civile, imprese e associazioni italiane e africane con lo scopo di agevolare le collaborazioni a livello territoriale e promuovere le attività di sviluppo; finalizza il Piano Mattei e i relativi aggiornamenti; monitora l’attuazione del Piano, anche ai fini del suo aggiornamento; approva la relazione annuale da trasmettere al Parlamento; promuove il coordinamento tra i diversi livelli di governo, gli enti pubblici e ogni altro soggetto pubblico e privato interessato; promuove le iniziative finalizzate all’accesso alle risorse messe a disposizione dall’Unione europea e da organizzazioni internazionali; coordina le iniziative di comunicazione relative all’attuazione del Piano.

Come previsto da un decreto-legge, entro il 30 giugno di ogni anno, il Governo trasmette alle Camere la relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei, approvata dalla Cabina di regia, che reca anche l’indicazione delle misure volte a migliorare l’attuazione del Piano Mattei e ad accrescere l’efficacia dei relativi interventi rispetto agli obiettivi perseguiti. L’ultima relazione annuale presentata lo scorso maggio, ha sottolineato come il Piano Mattei si inserisce in un contesto geopolitico in continuo mutamento che ha visto l’aggravarsi del conflitto in Medio Oriente che, dopo le ostilità in Israele, a Gaza e in Libano, si è esteso all’Iran, interessando anche i Paesi del Golfo e minacciando la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz; la caduta del regime di Assad e l’avvio in Siria di una transizione dopo un’ultra-decennale guerra civile; la continua instabilità in Yemen che minaccia direttamente la navigazione nell’Oceano Indiano e nel Mar Rosso, dove transita circa il 14% del commercio marittimo globale e il 30% del traffico mondiale via container. Tale contesto instabile si sviluppa vicino all’Africa con impatti diretti su diversi ambiti cruciali per lo sviluppo del continente. Pertanto, l’implementazione del Piano Mattei nell’ultimo anno ha affrontato sfide complesse come quella di continuare a lavorare su progetti concreti sulla base di un partenariato paritario e di una logica di crescita condivisa; dall’altro mantenere l’Africa al centro della politica estera italiana anche a fronte del moltiplicarsi di crisi ed emergenze che rischiavano di distoglierne l’attenzione. Per fronteggiare le sfide di sviluppo del continente africano, sono state delineate delle linee d’azione quali l’estensione del Piano Mattei andando in controtendenza con il trend globale di riduzione degli aiuti allo sviluppo, lo sviluppo di partenariati e nuove sinergie a livello internazionale e l’intervento del debito in Africa. Ad inizio 2025, è stata annunciata l’adesione al Piano di 5 nuovi Paesi africani: Angola, Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania. La missione in Mauritania ha voluto ribadire l’interesse dell’Italia nella regione dell’Africa subsahariana, attraverso incontri con le autorità istituzionali, esponenti della comunità imprenditoriale locale e italiana e rappresentanti della collettività. Punti salienti sono stati il rilancio dei rapporti economici e il contrasto all’immigrazione irregolare. In questo senso – ha annunciato il ministro dell’Interno – saranno siglati anche accordi bilaterali per favorire i flussi regolari. Tutto questo, in un’ottica non predatoria: perché “noi consideriamo i Paesi africani nostri amici. E siamo anche pronti a trasformarci sempre più in portavoce dell’Africa in Europa”, ha riferito il titolare della Farnesina. “Io credo che un continente ricco come l’Africa, che ha grandi risorse di materie prime, possa avere delle grandi prospettive. Noi possiamo esportare in questi Paesi il nostro saper fare e penso per quanto riguarda le materie prime, se abbiamo un’ottica assolutamente anticoloniale, dobbiamo aiutare al recupero, all’estrazione delle materie prime, trasformarle qui e poi acquistarle e portarle in Italia”, ha spiegato Tajani. A tal proposito, l’Italia è il 24esimo fornitore e il quinto cliente della Mauritania, con cui l’interscambio bilaterale si è attestato a circa 157 milioni di euro nel 2024, con esportazioni pari a 29 milioni di euro e importazioni a 128 milioni. Nel periodo gennaio-luglio 2025, ha registrato 113 milioni di euro, in aumento del +18% sui ai primi sette mesi dell’anno prima. “Ma vogliamo dare un altro segnale di grande attenzione e 

pensiamo di poter esportare di più, ma anche importare di più in questo Paese con grandi potenzialità: contiamo di fare accordi vincenti, ha sottolineato Tajani. L’interesse italiano per la regione ha anche l’obiettivo di rafforzare le relazioni politiche con l’Africa Occidentale attraverso iniziative e progetti congiunti per promuovere sicurezza e stabilità nella regione. Come affermato da Piantedosi: “Vogliamo fare anche qui” collaborazioni per “trasformare i flussi in possibilità di migrazione legale per i ragazzi, per i giovani, per coloro che hanno progetti di migrazione positiva”. Dal punto di vista finanziario, in occasione degli Springs Meetings di aprile 2025 è stata formalizzata la collaborazione con la Banca Mondiale (“BM”) attraverso la firma di un accordo quadro di co-finanziamento sviluppando una consultazione regolare per individuare iniziative e programmi da cofinanziare in settori e Nazioni africane di interesse comune. Ancora nel contesto della collaborazione con la Banca Mondiale, l’Italia ha svolto, attraverso la Presidenza G7, un ruolo chiave di coordinamento nel corso dei negoziati per la ricostituzione dell’International Development Association (IDA), gruppo Banca Mondiale. L’Italia ha aumentato di circa il 25% il proprio contributo al rifinanziamento triennale dell’IDA con 733 milioni di euro, anche al fine di permettere alla BM, che destina il 75% delle sue risorse alle Nazioni africane a basso reddito, di rafforzare il proprio sostegno ai progetti realizzati nel quadro del Piano Mattei. Rilevante è anche la collaborazione con la Banca Africana di Sviluppo attraverso un fondo che conta 140milioni di Euro provenienti dai contributi del Fondo Italiano per il Clima, dal MASE e dal MAECI, cui si aggiunge un primo contributo degli Emirati Arabi Uniti di 25 milioni di dollari per progetti negli ambiti delle infrastrutture, dei trasporti, e della gestione delle risorse idriche. 

L’internazionalizzazione del Piano Mattei

Nel corso del 2025 ci sono state varie iniziative volte all’internazionalizzazione del Piano Mattei per l’Africa, nella convinzione che il suo successo dipenda anche dalla capacità di costruire collaborazioni concrete ed efficaci con i partner internazionali, con condivisione degli sforzi e delle iniziative. Si è pertanto consolidata la cooperazione con il Global Gateway dell’Unione Europea – attore di primo piano nelle iniziative di sviluppo in Africa – con particolare riferimento ai settori delle infrastrutture fisiche e digitali, dell’energia sostenibile e della produzione agroalimentare. Se l’Unione Europea, attraverso il Global Gateway, rappresenta un partner “naturale” per la strategia nazionale nei confronti dell’Africa, l’azione di internazionalizzazione del Piano Mattei si è arricchita di importanti iniziative per coinvolgere le Nazioni del Golfo, attori sempre più protagonisti sulla scena internazionale e che rivolgono una crescente attenzione all’Africa. In tale contesto, di assoluto rilievo sono state la visita del Presidente del Consiglio in Arabia Saudita (25- 26 gennaio) e la visita di Stato in Italia del Presidente degli Emirati Arabi Uniti (24 febbraio). Tali visite hanno consentito di concludere complessivamente dieci intese per il sostegno di progetti di comune interesse in Africa nei settori dell’energia e dell’acqua, coinvolgendo sia le istituzioni pubbliche sia il settore privato e finanziario. Sempre parte del processo di internazionalizzazione troviamo anche il contributo dell’iniziativa G7 Adaptation Accelerator Hub – lanciata sotto la Presidenza italiana del Gruppo dei Sette e in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) – che sostiene le Nazioni in via di sviluppo più vulnerabili nell’attuazione di misure di adattamento climatico, mirando a trasformare i Piani Nazionali di Adattamento in progetti concreti attraverso la definizione di piani di investimento e la mobilitazione di supporto tecnico e finanziario. L’Etiopia, con il quale è in corso di definizione un Memorandum d’Intesa, sarà la prima Nazione beneficiaria dell’assistenza tecnica e il MASE ha già stanziato sei milioni di euro per finanziare l’inizio delle attività.

Analisi conclusiva dei punti di forza e dei limiti della recente missione in Mauritania del Piano Mattei

Dopo aver fatto una panoramica del Piano Mattei e dei suoi settori di applicazione, facciamo infine un’analisi dei principali punti di forza e di debolezza emersi durante la missione in Mauritania dei ministri Antonio Tajani e Matteo Piantedosi, svoltasi nell’ottobre 2025. Innanzitutto, la missione ha incluso l’inaugurazione dell’Ambasciata d’Italia a Nouakchott, rafforzando la presenza istituzionale in Mauritania. Questo segnale simbolico è importante per consolidare relazioni politiche e cooperazione bilaterale. Negli ultimi 10 anni, l’Italia ha aperto Ambasciate in Niger, Guinea, Burkina Faso, Mali e Mauritania per consolidare i rapporti con la regione. Quella in Mauritania é la prima tappa di una missione che porterà i due Ministri anche in Senegal e Niger, segno concreto di quanto l’Africa sia una priorità strategica per il Governo. La Mauritania svolge un ruolo importante per la stabilità e la sicurezza dell’interna regione ed è partner politico ed economico di crescente interesse. Obiettivi principali sono stati rafforzare il partenariato con tre Paesi chiave dell’Africa Occidentale, ponendo al centro della collaborazione la stabilizzazione istituzionale, lo sviluppo socio-economico, la lotta alla violenza jihadista e il contrasto ai traffici illeciti di armi, droga, esseri umani. Inoltre, il rafforzamento delle relazioni è visto come un’opportunità per espandere l’interscambio commerciale e favorire investimenti italiani nei settori strategici (materie prime, energia, infrastrutture), in un paese considerato stabile e ricco di risorse. Con Piantedosi presente, la missione ha affrontato anche temi sensibili come la sicurezza regionale e i flussi migratori, traducendo l’impegno in un dialogo diretto con le autorità mauritane su immigrazione irregolare e terrorismo per i mesi a venire. Infine, la scelta della Mauritania, assieme a Senegal e Niger, ha dato al nostro Paese l’occasione di riaffermare la propria rilevanza nei corridoi strategici dell’Africa occidentale e del Sahel, con un mix di diplomazia e cooperazione politico-economica. Nonostante i buoni risultati di questa recente missione in Mauritania, secondo vari analisti, il Piano Mattei può risultare troppo eterogeneo o poco specifico nei progetti concreti rispetto alle aspettative delle istituzioni africane e degli osservatori. La sua attuazione rimane in larga parte una sfida pratica. Inoltre, alcuni osservatori e comunità accademiche sottolineano che il piano rischia di non coinvolgere adeguatamente partner africani e società civile locali nella definizione dei progetti, potendo apparire un’iniziativa top-down piuttosto che una vera co-progettazione. Critiche consistenti riguardano l’assenza di un sistema di monitoraggio indipendente per valutare effettivamente i risultati dei progetti: senza ciò, c’è il rischio che si privilegino interessi economici italiani piuttosto che obiettivi di sviluppo sostenibile e benefici reali per le comunità locali. Connesso a questo punto, degli osservatori affermano che il piano sia stato disegnato con scarso coinvolgimento di partner africani e della diaspora, rendendo difficile raggiungere un vero “ownership” africano. Il Piano Mattei, pur dotato di un ammontare di risorse significative (circa 5,5 miliardi di euro complessivi secondo fonti di riferimento), rischia di essere insufficiente per affrontare le dimensioni delle sfide africane, soprattutto se confrontato con investimenti cinesi o multilaterali. A questo si aggiunge anche un’incertezza causata dalla fragilità politica, povertà, conflitti e scarsità di infrastrutture. Vi è quindi il rischio che senza stabilità politica e istituzionale, progetti anche ben finanziati possano rimanere sulla carta. Infine, vi sono diverse critiche sia in Africa che in Europa che segnalano come alcune iniziative possano essere viste come strumenti di influenza politica o di accesso alle risorse naturali, piuttosto che vere partnership paritarie, con sospetti di finalità “strumentali” (es. gestire migrazioni o favorire ENI e altre imprese italiane). In conclusione, possiamo affermare che la missione di ottobre in Mauritania, Senegal e Niger si è posta come obiettivi principali il dialogo politico, la sicurezza, la migrazione e il commercio coinvolgendo alte cariche istituzionali e un forum imprenditoriale. 

Questa missione ha suscitato una reazione da parte dei governi locali positiva con un’attenzione particolare a cooperazione e sviluppo. Possiamo quindi affermare che, nonostante molti aspetti e obiettivi del Piano Mattei in generale siano ancora astratti, tale missione di ottobre ha segnato un’evoluzione rispetto ad esempio alla precedente missione di maggio 2025 in Ghana, CI e Guinea che ha avuto come priorità il consolidamento dei progetti iniziali, lo sviluppo e la cooperazione tecnica del piano e che ha visto la partecipazione di team di cooperazione e meeting settoriali.

  •  

Il “partito della guerra” colpisce anche in Romagna

32 denunce per un blocco stradale avvenuto al porto di Ravenna durante lo sciopero generale del 28 novembre scorso promosso dai sindacati di base, quando un centinaio di persone per due ore aveva bloccato l’accesso al terminal container contro l’invio di armi e merci dirette verso lo Stato di Israele. È quanto la stampa, locale e nazionale, ha anticipato11, pubblicando una nota della questura ravennate. Al momento le denunce non sono ancora state notificate, per quanto ne sappiamo. Facciamo però notare la loro tempistica, a poco tempo di distanza dalla nascita di un Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna, che, ricordiamo, è uno dei principali scali del mar Adriatico, nel quale dopo l’ottobre 2023 è aumentato il transito di forniture militari verso lo Stato israeliano. Per il momento l’effetto immediato che si voleva ottenere è dare la percezione che l’apparato repressivo è pronto a colpire chi cerca di opporsi ai traffici di armi. Si prova, come sempre, ad intimidire. La nota della questura non lascia dubbi, affermando che insieme alle denunce sarebbero in corso valutazioni per l’applicazione di misure amministrative di polizia, che sappiamo essere da anni tra le armi preferite per provare a soffocare voci critiche e movimenti di lotta.

Quanto detto, ovviamente, si inserisce in un clima di costante attacco alle libertà in generale e ai movimenti di contestazione in particolare, attacco che in Italia e non solo sta registrando un’accelerazione che corre parallela alla preparazione degli Stati alla guerra, con un accanimento particolare contro le componenti giovanili che partecipano alle lotte in corso, prima tra tutte l’opposizione al tentativo genocidiario del governo israeliano nella striscia di Gaza.

Il comunicato di solidarietà2222 che alcune realtà anarchiche e libertarie romagnole hanno diffuso dopo la pubblicazione della notizia delle denunce identificava in maniera puntuale la ragione dell’attacco repressivo proprio nell’opposizione alla guerra e, nel complesso, al militarismo che avanza nella società e nell’economia. La guerra, in questa congiuntura storica ancor più che nel recente passato, è diventata opzione economica capace di generare altissimi profitti che non tollerano impedimenti di sorta.

Un vero e proprio “partito della guerra” ha assunto ormai la direzione, riuscendo a determinare scelte e strategie politiche delle nazioni in cui opera. Non si tratta solo delle gerarchie militari e dell’industria direttamente coinvolta nella produzione degli armamenti, diventata forza economica trainante nei progetti di riarmo e riconversione, ma di tutto un indotto che coinvolge fondazioni bancarie, holding, trust della finanza ma anche centri di ricerca, startup e laboratori universitari (come è il caso del progetto ERiS di Thales Alenia Space3333 che prevede l’insediamento di un nuovo polo aerospaziale a Forlì per la produzione di antenne satellitari “dual use”, cioè con ambiti di applicazione sia civili che militari, e che vede coinvolto il laboratorio CIRI Aerospace dell’Università di Bologna).

Non è un caso che il governo Meloni attraverso il Decreto sicurezza (convertito in legge il 9 giugno 2025), abbia reintrodotto il reato di blocco stradale, esteso il DASPO urbano, introdotto nuovi reati e previste apposite aggravanti per colpire chi esprime idee e pratiche indesiderate al governo e ai grandi cartelli economici. Sono misure preventive, come lo sono le altre che il governo ha promosso sempre in direzione repressiva, per limitare il dissenso e per gestire gli effetti dei tagli alla spesa pubblica finalizzati a finanziare il riarmo. Queste misure non sono le ultime previste, oltretutto, dato che il governo ha già annunciato ulteriori decreti per poter contrastare le proteste venture, dando più poteri alle forze di polizia.

Quando l’opposizione riesce a dare fastidio perché tocca interessi reali – quasi sempre economici, come la compravendita di armi – la funzione dello Stato emerge nella sua forma più esplicita, e in definitiva nella vera funzione che è chiamato a ricoprire: il ruolo del gendarme. In un presente di guerra, la forma Stato sta rapidamente gettando via ogni apparenza liberale ed anche il diritto formale – sull’esempio di quanto va accadendo da tempo al cosiddetto diritto internazionale – viene rielaborato in funzione del nuovo corso, restringendo il perimetro del consentito. Come accaduto nel caso del blocco stradale o picchetto, usato da sempre nei contesti di movimento e dalle organizzazioni operaie di tutto il mondo come mezzo di pressione e di lotta, ciò che ieri era lecito, o comunque non compreso come reato, dall’oggi al domani può non esserlo più, mostrando in questo modo tutta l’arbitrarietà del potere e l’artificiosità della distinzione legale/illegale. Di fronte alla repressione, come sempre, la cosa migliore da fare, oltre naturalmente alla solidarietà tangibile, è rilanciare e intensificare le lotte. In questo caso rilanciare a tutti i livelli l’antimilitarismo, che mai in questi ultimi anni è apparso così fondamentale.

Piccoli Fuochi Vagabondipiccolifuochivagabondi.noblogs.org

1 https://www.corriereromagna.it/ravenna/ravenna-bloccarono-la-strada-per-due-ore-per-protesta-contro-il-transito-di-armi-verso-israele-32-denunce-BH1801267

2 Il comunicato delle realtà anarchiche e libertarie romagnole è stato pubblicato anche sul sito internet di Umanità Nova: https://umanitanova.org/la-guerra-interna-si-intensifica-sulle-32-denunce-per-il-blocco-del-porto-di-ravenna/

3 Sul progetto ERiS a Forlì si legga il contributo del Collettivo Samara: https://umanitanova.org/forli-aerospazio-e-guerra-il-progetto-eris-di-leonardo-e-thales/

 

L'articolo Il “partito della guerra” colpisce anche in Romagna proviene da .

  •  

La Francia si inquieta per il riarmo tedesco

La Francia manifesta crescenti preoccupazioni per il rafforzamento militare della Germania, temendo che tale processo possa modificare l’equilibrio politico e militare in Europa e ridimensionare la propria influenza continentale. Lo riporta Bloomberg, che cita fonti vicine al dossier.

 

La testata riferisce che Parigi osserva «con timore reverenziale e disagio» l’avvio da parte di Berlino di una campagna di riarmo definita «storica», con l’impegno a destinare oltre 500 miliardi di euro alla difesa entro il 2029. Per il solo 2026, il bilancio militare tedesco dovrebbe attestarsi intorno ai 109 miliardi di euro. Inoltre, la Germania ha allentato i vincoli di indebitamento, consentendole una velocità di riarmo che pochi altri Paesi europei potrebbero eguagliare a causa delle rigide regole fiscali vigenti.

 

Se da un lato la NATO ha salutato con favore i piani tedeschi, dall’altro in Francia prevale un sentimento ambivalente. Sebbene Parigi abbia a lungo sollecitato Berlino a farsi carico di maggiori responsabilità in ambito difensivo, quattro funzionari francesi hanno confidato a Bloomberg l’esistenza di «un generale malessere» riguardo alla crescente potenza militare tedesca e alle ricadute politiche che ne conseguono.

Iscriviti al canale Telegram

«La Francia si trova in una situazione fragile e il fatto che la Germania si stia impegnando con tanta determinazione creerà ovviamente una dinamica che potrebbe lasciarci ai margini della strada», ha dichiarato all’agenzia il deputato francese Francois-Xavier Bellamy.

 

Le tensioni si manifestano anche nei progetti di difesa congiunti: la Francia si sente emarginata dall’iniziativa tedesca European Sky Shield per la difesa missilistica e dalla scelta di Berlino di acquistare caccia F-35 di produzione statunitense invece di velivoli europei. Inoltre, il programma comune per un caccia di sesta generazione rischia di naufragare a causa di prolungate dispute tra industrie francesi e tedesche sulla ripartizione delle quote di produzione.

 

A incrementare il disagio contribuisce anche l’evoluzione politica interna tedesca: secondo un sondaggio INSA di dicembre, la destra euroscettica di Alternativa per la Germania (AfD) raccoglie circa il 26% dei consensi.

 

Come riportato da Renovatio 21, nelle scorse settimane la Germania amplia la definizione di conflitto militare considerando le azioni ibride – quali cyberattacchi e campagne di disinformazione – come fasi preparatorie che possono condurre a un conflitto militare aperto.

 

Il livello di preparazione della Germania alla guerra è tale che mesi fa è stato riportato che il ministero degli Interni tedesco sta consigliando alle scuole di preparare i bambini alle crisi e alla guerra. Politici e giornali dell’establishment parlano ripetutamente di coscrizione militare dei giovani.

 

Un anno fa il Militärischer Abschirmdienst (MAD) –il servizio di controspionaggio militare tedesco (MAD) potrebbero presto essere concessi ulteriori poteri per proteggersi dalle infiltrazioni di presunti nemici, in particolare la Russia.

Aiuta Renovatio 21

Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi anni in Germania scenari di guerra drammatici vengono ciclicamente fatti filtrare alla stampa nazionale.

 

Truppe tedesche sono schierate da mesi sul fronte orientale per combattere la Russia, come non accadeva dalla Seconda Guerra Mondiale.

 

Come riportato da Renovatio 21, la ri-militarizzazione tedesca – un’idea che va contro la stessa idea dietro la NATO: tenere gli americani dentro, i russi fuori, i tedeschi sotto – è oramai un fatto indisputabile, con la Grundgesetz (la «legge base», cioè la Costituzione) cambiata dal Bundestag per aumentare il tetto della spesa militare.

 

spingere per la guerra, e perfino per la dotazione di armi atomiche europee, sono i socialisti dell’SPD, così come i verdi – partiti che erano conosciuti in passato per il loro pacifismo più o meno moderato. Il Merz ha dichiarato di non volere dotare la Germania di armi atomiche (una possibilità recentemente ventilata per qualche ragione, sia pure come pure ipotesi, anche dall’ente atomico ONU, l’AIEA), tuttavia il parlamentare democristiano gay Jens Spahn due settimane fa ha dichiarato la necessità di chiedere l’accesso alle testate termonucleari di Francia e Gran Bretagna.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Lupus in Saxonia via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

L'articolo La Francia si inquieta per il riarmo tedesco proviene da RENOVATIO 21.

  •  

I molteplici volti della repressione. Sanzioni per sciopero e ispezioni scolastiche

Alla fine dell’anno è scattata l’immancabile repressione contro l’autunno caldo 2025, quel momento di particolare intensità raggiunto dalle lotte in solidarietà alla Flotilla, dalle proteste contro il genocidio a Gaza, contro le politiche di riarmo e l’economia di guerra. Una repressione che si è manifestata in vari modi, alcuni più eclatanti, come l’operazione scattata a Genova, altri rimasti più in ombra, ma non per questo meno significativi. A fine dicembre infatti sono arrivate le multe ai sindacati che il 3 ottobre avevano proclamato lo sciopero generale senza rispettare il preavviso minimo dei dieci giorni previsto dalle normative antisciopero. Una sanzione esclusivamente economica, concretizzatasi in una serie di multe fino a 20.000 euro, ma soprattutto un’azione repressiva di considerevole gravità.

Lo sciopero del 3 ottobre era stato indetto nella serata del 1° ottobre da Usb, Cub, Sgb, Cobas, Cib Unicobas, Cobas Sardegna e Cgil. Il mancato rispetto del preavviso previsto dalla legge 146 del 1990 era motivato dalla particolare recrudescenza della situazione politica e umanitaria a Gaza che si aveva in quei giorni e dal blocco e sequestro della Flotilla, avvenuto proprio il 1° ottobre; condizioni che per i sindacati proclamanti richiamavano la deroga prevista sempre dalla medesima legge per situazioni di particolare gravità. Nonostante la Commissione di Garanzia avesse emesso immediata indicazione di revoca, dichiarandolo illegittimo, lo sciopero è stato mantenuto, ottenendo adesioni come non se ne vedevano da anni, accompagnate, in molti luoghi, da pratiche di significativa radicalità concretizzatesi in blocchi di porti, ferrovie, snodi stradali e attività produttive. Nel periodo immediatamente successivo la Commissione di Garanzia ha aperto la procedura di infrazione e disposto gli accertamenti patrimoniali nei confronti delle organizzazioni sindacali. L’esito sanzionatorio era scontato, ma la formulazione della delibera, emessa il 18 dicembre, è stata l’occasione per esplicitare una presa di posizione politicamente marcata da parte dell’organo istituzionale.

Completamente disconosciute le motivazioni formali addotte dai sindacati, che sostanzialmente sottolineavano la gravità di un’aggressione armata da parte di Israele in acque internazionali contro imbarcazioni civili, 18 delle quali battenti bandiera italiana; la necessità di tutelare la sicurezza di lavoratrici e lavoratori imbarcati; la necessità di rendere disponibile per lavoratrici e lavoratori italiani lo strumento dello sciopero immediato quale mezzo per esprimere tempestivamente dissenso nei confronti dell’aggressione israeliana e del governo italiano che non intraprendeva nessuna azione a tutela dei cittadini italiani imbarcati, con grave pregiudizio delle fondamentali tutele costituzionali.

Messo da parte tutto questo, la Commissione di Garanzia ha ribadito che mancavano i requisiti di deroga al preavviso di sciopero. Non vi era infatti alcuna esigenza di difesa dell’ordine costituzionale, in quanto ciò – a parere del Garante – può configurarsi solo in caso di concreto attacco fisico, lesivo non tanto della Costituzione, che essendo semplicemente un “bene giuridico”, cioè un documento, non può subire attacchi fisici, quanto dello Stato e dei suoi gangli vitali.

Si diano pace quindi tutti gli accaniti difensori della Costituzione, perché la Commissione ha chiarito ciò che qualcuno di noi già sospettava da tempo, cioè che la Costituzione non conta nulla, conta lo Stato, contano i suoi apparati, contano le persone fisiche che rivestono alte cariche istituzionali.

Interessante anche la motivazione con cui la Commissione ha deciso di multare i sindacati per lo sciopero del 3 ottobre, diversamente da quanto fu fatto in occasione degli scioperi per l’inizio della guerra nel Golfo (1991) e contro la partecipazione attiva dell’Italia alla guerra in Jugoslavia (2000). Anche allora si trattò di scioperi indetti senza preavviso e perciò dichiarati illegittimi, ma, a differenza del 3 ottobre 2025, all’epoca non furono emesse sanzioni perché “azioni di lotta in difesa della pace sono nella tradizione storica dei sindacati”. Voler instaurare questa differenza tra lo sciopero del 3 ottobre e i precedenti è un preciso atto politico, funzionale ad esprimere una condanna – che pretenderebbe di essere esemplare – nei confronti di uno sciopero di denuncia aperta del genocidio operato da Israele e delle politiche guerrafondaie e conniventi del governo italiano. La Commissione, organo apparentemente tecnico, si mostra per quello che è, emanazione diretta delle politiche governative.

Un’altra iniziativa repressiva di cui non si è parlato molto è stata messa in atto a dicembre 2025, in questo caso specificamente rivolta al settore scuola. Nello sciopero del 3 ottobre, così come in quello precedente del 22 settembre, il comparto scuola si è distinto per alta partecipazione, evidenziando una sensibilità marcata attorno alle tematiche della guerra e della situazione palestinese in particolare. Una vitalità del settore che non è certo sfuggita. L’annullamento del corso di formazione organizzato il 4 novembre dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, come pure l’insistenza sul settore scuola e università dei vari disegni di legge che equiparano antisionismo e antisemitismo [vedi altro articolo a pag. 5] non sono davvero casuali. Ecco dunque che a metà dicembre sono scattate ispezioni verso alcuni istituti scolastici che avevano attivato un collegamento webinar con Francesca Albanese per attività didattiche di approfondimento sulla questione palestinese. L’operazione è stata disposta in seguito a segnalazioni di esponenti della destra che hanno sollecitato l’intervento del ministro Valditara, ottenendone pronta e immediata risposta, annunciata seduta stante durante la kermesse Atreju di Fratelli d’Italia.

L’intervento ispettivo trovava motivazione formale nel mancato rispetto di una nota ministeriale del 7 novembre, rinforzata da una successiva nota del 12 dicembre, in cui si prescriveva di osservare il criterio del contraddittorio in attività scolastiche riguardanti trattazione di problematiche sociali. Le iniziative intraprese da alcune scuole interloquendo con Francesca Albanese in sostanza violavano la disposizione, in quanto la tematica sarebbe stata affrontata orientando ideologicamente e a senso unico gli studenti. Da qui le ispezioni e gli interrogatori a cui sono stati sottoposte le docenti coinvolte.

Aldilà della gravità delle ispezioni, che rappresentano un pesante attacco alla libertà di insegnamento e di apprendimento, ma che sono comunque un episodio, in ogni caso repressivo; aldilà di condividere o meno, come metodo didattico, il ricorso alla figura dell’esperto autorevole e titolato per affrontare questioni che fanno parte del campo dell’esperienza sociale e politica diffusa; aldilà di tutto questo c’è la gravità inaudita e il vasto portato repressivo di quelle note ministeriali, che chiaramente non si limitano al caso in questione e permangono oltre il fatto; ne è un esempio la scuola di Bologna in cui il dirigente scolastico, osservando la nota ministeriale, ha annullato l’incontro con due obiettori dell’esercito israeliano perché sarebbe mancato il contraddittorio.

Censura, ingerenza nella didattica, intimidazione, abusi di potere: di questo si tratta. Imporre il contraddittorio è aberrante. Ci sono questioni su cui non si discute, su cui non è ammissibile né tollerabile ascoltare “l’altra campana” o aprire all’assurda pratica anglosassone del “debate”. Questioni che anche nella scuola – con tutti i sui limiti istituzionali, gerarchici e classisti – hanno rappresentato punti fermi, almeno programmaticamente. L’antifascismo, l’antirazzismo, il contrasto delle discriminazioni, sia pure in salsa moderata e convenzionale, non sono mai stati messi in discussione, almeno sulla carta, ma la carta conta, è un vincolo e fornisce tutela. Non è un caso se un’altra carta ora pretende di dare disposizioni diverse, mascherando con l’esigenza di “garantire il pluralismo e l’educazione alla complessità” la volontà di legittimare politicamente i fautori dell’odio, della violenza, della sopraffazione. Il fascismo di chi ci governa ha anche questa faccia. Opporci a tutto questo è indispensabile e urgente.

Patrizia Nesti

L'articolo I molteplici volti della repressione. Sanzioni per sciopero e ispezioni scolastiche proviene da .

  •  

Seis israelíes volcaron en la Ruta 40 en Santa Cruz y fueron trasladados al hospital

En medio del debate nacional desatado por los incendios en la Patagonia, seis israelíes volcaron a bordo de una camioneta Chevrolet Blazer en la Ruta Nacional N°40 en Santa Cruz. El accidente de tránsito ocurrió el martes 13 de enero alrededor de las 18:10, a unos 79 kilómetros al norte de Gobernador Gregores.

Tras el alerta, se activó de inmediato un operativo de rescate. Personal especializado llegó al lugar y trabajó de manera coordinada con el equipo sanitario para asistir a los ocupantes del vehículo, todos de nacionalidad israelí.

Según se supo, una de las personas se encontraba tirada en el suelo, por lo que los bomberos la inmovilizaron con collarín, tabla rígida y soportes laterales para prevenir mayores lesiones. Otra mujer, que había sido movida previamente a un auto, también presentaba lesiones y recibió atención similar para su traslado seguro.

Según informó La Opinión Austral, el siniestro ocurrió alrededor de las 18:10 horas, cuando una camioneta Chevrolet Blazer, por causas que aún se investigan, perdió estabilidad y volcó sobre la banquina en uno de los tramos más complejos de la traza, caracterizado por largas distancias, escasa señal telefónica y condiciones climáticas variables.

Debido a la cantidad de heridos y la gravedad de las lesiones, se acercaron tres ambulancias del hospital local que trasladaron a todos los ocupantes para recibir la atención médica correspondiente. El rescate se extendió por unas dos horas y culminó con éxito.

El vuelco de la camioneta generó alarma en la zona y destaca la importancia de la rápida intervención de bomberos y equipos médicos ante accidentes de este tipo.

Una vez finalizado el traslado de las víctimas, personal policial procedió a resguardar el lugar del accidente con el objetivo de permitir las pericias necesarias para determinar las causas del vuelco.

 

  •  

L’attualità della critica radicale incarnata nella poesia e nell’opera di Giorgio Cesarano

di Sandro Moiso

Gianfranco Marelli, Lorenzo Pinardi (a cura di), Giorgio Cesarano. Mordere la vita prima che la vita vi morda, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2025, pp. 346, 24 euro

Così è: ci siamo assuefatti

Siede il guasto nell’anima
come in deserta stanza il cane,
il cane che fiuta,
il cane che si gratta
con umidi occhi
e zampa docile.
S’è fatto muto il mondo
degli oggetti,
il senso si rintraccia
in altro dove
in altro quando, ma qui siamo
e colano gli umori
del vivere e le vesti
e i gesti se ne intridono.
Nascono i tristi odori.
(Giorgio Cesarano – L’erba bianca, 1959)

Gianfranco Marelli (1957-2024), già insegnante di filosofia nei licei, giornalista (è stato direttore di “Umanità Nova”), o più semplicemente anarchico, è stato tra i collaboratori di Carmillaonline. Tra le sue opere vanno ricordate L’amara vittoria del situazionismo (Mimesis1996, 2017), L’ultima Internazionale (2000), Una bibita mescolata alla sete (BFS 2015), la curatela di Racconto su come scrivere racconti (2008) di Boris Pil’njàk, tradotto con Enzo Papa, Ecologia e psicogeografia di Guy Debord (Elèutrhera 2021), mentre ha anche redatto la voce “L’Internazionale situazionista” per il secondo volume de L’altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico (Jaca Book 2011). Inoltre, ha pubblicato una silloge poetica intitolata Danza la vita (Zero in condotta 2024).

Ma l’elenco delle opere e delle collaborazioni non rende giustizia alla passione che lo ha sempre animato nel suo cammino di ricerca e scrittura militante che, tra le altre cose, lo avvicina a quelli che possono essere considerati due punti focali del suo percorso intellettuale e politico: Guy Debord (1931 – 1994) e Giorgio Cesarano (1928-1975). Entrambi accomunati dalla critica radicale dell’esistente e del suo più miserabile prodotto ovvero la società dello spettacolo e della spettacolarizzazione del consumo di massa, ma anche dalla tragica decisione di separare volontariamente e coscientemente le proprie vite dal palcoscenico sociale sul quale anche la critica più intransigente può essere trasformata in elemento spettacolare.

Per raccontare la figura del secondo, a chi ancora non lo conoscesse, non c’è viatico migliore di quello costituito dalle parole che lo stesso Marelli aggiunse in chiusura di uno dei testi del poeta, militante e filosofo nato a Milano, in parte riprese ed ampliate nel saggio che apre il testo pubblicato da MImesis.

Sicuramente la frequentazione sul finire degli anni ’60 degli ambienti anarchici milanesi e del milieu situazionista francese, oltre agli studi su Rosa Luxemburg, il consiliarismo e «Socialisme ou barbarie» […] segnarono l’orizzonte teorico di Cesarano e lo condussero a praticare una visione politica radicale rispetto a quanto ribolliva all’interno dei “politicissimi amici” con i quali sul piano intellettuale condivideva l’impegno a svecchiare da sinistra PCI e sindacato. In particolare la partecipazione alla Federazione Anarchica Giovanile Italiana con il gruppo milanese La Comune assieme a Eddie Ginosa, un giovane e stimato compagno con il quale si creò un solido legame intellettuale interrotto bruscamente con il suicidio del giovane nell’ottobre del ’71 – il primo di una lunga serie di suicidi che scosse profondamente Cesarano – gli consentì di tracciare una parabola che lo condusse a riconoscersi in un progetto comunitario intriso di venature marxiste, libertarie, situazioniste. Munito di questi strumenti teorici, cercò la loro attuazione dapprima nelle nascenti organizzazioni spontanee del Movimento milanese come il CUB Pirelli, divenuto nel 1967 il luogo dell’organizzazione autonoma delle lotte operaie e studentesche, per poi essere fra i protagonisti dell’occupazione del palazzo della Triennale e dell’hotel Commercio, due delle più importanti lotte che contraddistinsero l’anima più radicale del ‘68/’69 meneghino, slegata dalle camarille del Movimento Studentesco di Mario Capanna e dei gruppi politici quali Avanguardia Operaia intenti a monopolizzare ideologicamente la contestazione, fino a partecipare alla fondazione di Ludd, un gruppo informale la cui tendenza era l’estremizzazione delle lotte del proletariato spingendolo ad attuare lotte non sindacali, “anti-economiche”, e forme organizzative consiliari e “unitarie” (né partito, né sindacato) per l’immediata realizzazione del comunismo senza passare attraverso una transizione socialista e senza costruzione di un modello o di un progetto positivo da posporre al “tutto e subito” che allora pareva il realizzarsi della rivoluzione nei soggetti protagonisti del Sessantotto1.

Parole alle quali, però, vanno aggiunte le osservazioni, poste in apertura del testo qui recensito, con cui si sottolineano i motivi della autentica e definitiva “rottura” di Giorgio Cesarano con l’esperienza della vita.

Chissà se il cronista del «Corriere della sera» abbia consapevolmente o meno storpiato il cognome di Giorgio Cesarano in “Cesarotto” al fine di sottolineare che l’individuo morto suicida nell’appartamento di via Lomazzo a Milano il 9 maggio 1975 da qualche tempo si era ROTTO di “sopravvivere”, cercando di dare un senso alla vita che senso non ha.
Ci piacerebbe crederlo anche se, in tutta sincerità, per come la stampa nazionale diede la notizia della perdita di un uomo ben noto nell’ambiente intellettuale non solo lombardo, riconosciuto come un importante esponente dell’avanguardia politico-letteraria del secodo dopoguerra, più che un dubbio rimane una certezza. Certezza avvalorata dal fatto che ancora oggi la critica continui ad ignorare l’importanza avuta da Giorgio Cesarano – “ingiustamente trascurato dai gretti modi vigenti”, come scrisse a suo tempo Giancarlo Majorino – nell’essere stato fra i protagonisti della critica della società dei consumi, propagandati grazie alla rutilante fantasmagoria delle merci.
Certo è che Cesarano si era rotto di personificare il ruolo di intellettuale; così come si era rotto di raffigurarsi partecipante dello spettacolo di una critica radicale divenuta a sua volta merce e, in quanto tale, di riprodursi egli stesso come merce “rivoluzionaria” – o meglio “contro-rivoluzionaria” – da esibire all’interno del “dominio reale del capitale”. Insomma Giorgio si era CESA-ROTTO. Sennonché il desiderio di ricrearsi ALTRO dalla persona//maschera accettata e riverita dalla megamacchina sociale a sua volta si inceppò, travolto dal doloroso sopravvivere2.

L’opera, uscita postuma, di Gianfranco Marelli, curata insieme a Lorenzo Pinardi, vuole offrire una panoramica sull’opera del poeta e militante che pose termine alla sua vita nel 1975 nella convinzione che sia sempre più necessario farla emergere dal cono d’ombra in cui è stat troppo a lungo relegata, andando ad affiancarsi ad una precedente ricerca di Neil Novello, Giorgio Cesarano. L’oracolo senza enigma (Castelvecchi 2017), con cui Marelli aveva collaborato in occasione della ripubblicazione, sempre per Castelvecchi Editore, del già precedentemente citato testo di Cesarano: I giorni del dissenso. La notte delle barricate. Diari del Sessantotto.

Lo sguardo di Marelli, però, si focalizza maggiormente in questo caso sull’opera poetica, riassunta sostanzialmente in cinque raccolte di versi: L’erba bianca (Schwarz 1959), La pura verità (Mondadori 1963), La tartaruga di Jastov (Mondadori 1966), Romanzi naturali (Guanda 1980) e Il chiostro di Cambridge (Il Faggio 2007).

Così, forse per la prima volta, la comprensione dell’opera di Cesarano non passa prevalentemente attraverso i suoi testi eretici più famosi negli ambienti della sinistra radicale3, qui diligentemente riportati nella ricca bibliografia che chiude il volume insieme all’elencazione dei suoi saggi di carattere artistico-letterario e ai soggetti scritti per la televisione tra il 1967 e il 1971 oltre che all’unico testo scritto per il teatro nel 1968, ma soprattutto per mezzo dei suoi testi poetici, di cui per la prima vola è presentata un’ampia silloge (Questa storia: Giorgio Cesarano, pp. 37-186).

Oltre a ciò, dell’autore che fu contemporaneo e amico di Giovanni Raboni, Franco Fortini e di altri importanti esponenti del rinnovamento poetico e culturale italiano dei primi anni sessanta e settanta, come Pier Paolo Pasolini, è fornita nella terza parte (Un poeta dalla parte della realtà, pp. 187-320) una importante raccolta di testi critici sulla sua opera in versi e di ricordi di coloro che ebbero modo di conoscerlo personalmente o anche soltanto di condividerne lo slancio poetico e artistico. Tutti redatti tra il 1963 e il 2000.

Uno slancio mai separato da quello rivoluzionario, inteso però non soltanto come slancio politico, così come avrebbe voluto gran parte della tradizione marxista e anarchica, ma anche, e forse soprattutto come liberazione del corpo. Corpo fisico, sempre presente nell’opera di Cesarano, come in quel diario del ‘68 di cui si è già parlato: « Sono qui, con le ossa rotte (in pratica per modo di dire, anche se alla base c’è il fatto che sono stato bastonato), la schiena e le gambe che mi fanno male, non so più se per le botte o perché non sono più allenato a muovermi violentemente, a correre e a stare tanto tempo in piedi»4.

O, ancora, il corpo destinato al godimento, nel senso più ampio del termine, come si sottolinea ripetutamente nella Critica dell’utopia capitale e nel Manuale di sopravvivenza. Corpo con e in cui il microcosmo dell’individualità finisce con l’interagire materialmente con il macrocosmo sociale, nella cruda consapevolezza che la vita umana è certo da reinventare, oltre le forme del capitale e la semplice soddisfazione dei piaceri collegati alla società dei consumi. In cui il piacere diventa spettacolo, ma non soddisfazione reale di un desiderio umano mentre resta in attesa della rifondazione di una nuova Gemeinwesen o comunità umana in cui l’essere individuale non sia più separato dall’essere sociale. Unica capace di soddisfare quel desiderio senza limiti di piacere, ovvero di realizzazione completa del soggetto, che già Leopardi aveva colto nel suo Zibaldone di pensieri, ma che trova nel miserabile presente il suo limite principale nelle maschere imposte pirandellianamente dalla società del capitale a tutte le sue forme e manifestazioni.

Mettere in gioco e al centro il corpo significherà per Cesarano ben più che partecipare alle manifestazioni e agli scontri di piazza. Vorrà dire riflettere sui corpi come veri protagonisti dell’esistenza umana e sulla necessità di una loro liberazione immediata dalle catene del modo di produzione capitalistico e dal suo naturale corollario costituito dal consumo forzato di merci come unico scopo della vita.
E’ questa l’espressione diretta di un rifiuto totale del mondo che ci circonda, delle sue leggi, della sua economia, della assurda legge della miseria contro la quale sola può levarsi la rabbia degli oppressi. Immediata e rivoluzionaria già sul momento che solo il poeta potrà e dovrà esprimere con sufficiente potenza visionaria.

Soltanto in un tale contesto “operativo” si comprende perché Cesarano avesse utilizzato a suo tempo un’affermazione di Mario Savio, leader delle proteste studentesche americane a Berkeley. Un’affermazione tratta da un discorso tenuto per il movimento per la libertà di parola negli anni delle prime lotte per i diritti civili negli Stati Uniti:

C’è un’ora in cui le operazioni della macchina divengono così odiose, provocano tanto disgusto, che non si può più stare al gioco, che non si può più stare al gioco nemmeno tacitamente. E’ allora che bisogna mettere i nostri corpi sugli ingranaggi e sulle ruote, sulle leve e su tutto l’apparato della macchina per farla fermare. E’ allora che si deve far capire a chi la fa funzionare, a chi ne è il padrone, che se pure noi non siamo liberi impediremo ad ogni costo che la macchina funzioni.

Una macchina che non va intesa come mero strumento tecnico ma come macchina sociale, come “corpo macchinico” che imprigiona il vigore e la fisicità dei corpi reali, unici in grado di fermarla, come indicava già Charlie Chaplin in Tempi moderni, bloccandone la voracità. E indicandone la stupidità operativa, al di là delle pretese sull’intelligenza incorporata nell’evoluzione dell’apparato meccanico e ancor più oggi dell’intelligenza artificiale.

Una lotta spesso impari tra corpo vivo e corpo morto meccanico, che purtroppo può far sì che l’avversario di un tempo (il proletariato o il pensiero critico) finisca col soccombere diventandone strumento e rappresentante farsesco e mercificabile. Come hanno sottolineato sia Marelli in uno dei suoi saggi più importanti, L’amara vittoria del Situazionismo, che Cesarano con il proprio suicidio.

Una lotta che, però, continua sempre e che nei testi di Marelli e di Cesarano troverà ancora sempre lucidi e validi strumenti critici nella convinzione assoluta che «l’uomo non è mai stato ancora». Affermazione che da sola è in grado di far sognare la fine della preistoria come presente, accendere la speranza nella rivoluzione biologica, varare le ontologie del desiderio e della passione per annientare il senso morto dell’esistenza. Tutto per giungere ad un altro modello di vivere umano.

Motivo per cui si suggerisce, per meglio comprendere il testo, la sua lettura a partire proprio dal racconto di Cesarano posto in appendice: L’ora del rigetto.

:


  1. Gianfranco Marelli, Istantanea del Sessantotto [Per una rinascita ontologica del Movimento], in Giorgio Cesarano, I giorni del dissenso. La notte delle barricate. Diari del Sessantotto, a cura di Neil Novello e con uno scritto di Gianfranco Marelli, Castelvecchi Editore, Roma 2018, pp. 213-214.  

  2. G. Marelli, O la poesia come lingua in debito di rivoluzione in G. Marelli. L. Pinardi, Giorgio Cesarano. Mordete la via prima che la vita vi morda, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2025, pp. 9-10.  

  3. G. Cesarano, G. Collu, Apocalisse e rivoluzione, Dedalo, Bari 1973; G. Cesarano, Manuale di sopravvivenza, Dedalo, Bari 1974 (in seguito Bollati Boringhieri 2000, con una prefazione e una cronologia della vita e delle opere a cura di Gianfranco Marelli); G. Cesarano, Critica dell’utopia capitale. Vol. I, Varani, Milano 1979 (oggi compresa in G. Cesarano, Opere complete, vol. III, a cura del Centro di iniziativa Luca Rossi, Colibrì Edizioni, Milano 2010) oltre a decine di articoli e brevi saggi comparsi su «Ludd – Consigli proletari», «Puzz» e svariate altre testate, tra le quali «Invariance» di Jacques Camatte.  

  4. G. Cesarano, I giorni del dissenso. La notte delle barricate. Diari del Sessantotto, op. cit., p. 41.  

  •  

Così gestiscono le emissioni i buchi neri

La prima cosa da sapere sui buchi neri è che si chiamano così perché qualunque cosa – materia o luce – attraversi il loro orizzonte degli eventi non può più uscire. La seconda cosa è che non tutto ciò che viene attirato da un buco nero incorre in questo destino. Prima di attraversare il punto di non ritorno definitivo – l’orizzonte degli eventi, appunto –, nei buchi neri in accrescimento il materiale in arrivo forma un disco che ruota attorno al buco nero. Da questo disco di accrescimento, occasionalmente e in determinate circostanze, quantità di materiale sorprendentemente grandi vengono nuovamente espulse nello spazio. Avviene sotto forma di venti a raggi X, oppure di getti relativistici di plasma. E la congiunzione non è un caso: secondo un nuovo studio pubblicato su Nature Astronomy una modalità esclude l’altra.

Rappresentazione artistica di un sistema binario simile a 4U 1630−472. Un buco nero di massa stellare accresce materia dalla stella compagna, emettendo potenti getti di materia e gas oppure venti stellari visibili ai raggi X. Crediti: ESO/L. Calçada/M.Kornmesser

Si tratterebbe della prima chiara prova osservativa che questi due tipi di emissioni sono mutuamente esclusivi. Quando uno è attivo, l’altro scompare. Ma vediamoli meglio. I getti relativistici sono fasci di plasma stretti e concentrati che fuoriescono dai poli del buco nero a una velocità prossima a quella della luce, alimentati dai campi magnetici e dalla rotazione del buco nero. I venti di raggi X, invece, sono flussi più ampi e lenti di gas altamente ionizzato espulso dalla superficie del disco di accrescimento dalla radiazione e dalla pressione magnetica.

Nello studio, gli scienziati si sono concentrati su un sistema binario chiamato 4U 1630−472, formato da un buco nero con una massa circa dieci volte superiore a quella del Sole e da una stella compagna, dalla quale “ruba” materiale che riempie il suo disco di accrescimento e viene regolarmente espulso come vento o getto. Il sistema è stato monitorato per tre anni grazie alle osservazioni del telescopio a raggi X Nicer della Nasa, a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, e del radiotelescopio MeerKat in Sudafrica. In questo periodo, il buco nero non ha mai prodotto contemporaneamente venti forti e getti potenti: quando il buco nero emette un getto di plasma ad alta velocità, il vento di raggi X si placa, e quando il vento riprende, il getto svanisce.

«In sistemi come 4U 1630-47, che accrescono materia a tassi compatibili con il regime standard di disco sottile, riteniamo che l’apparente mutua esclusività tra venti di disco e getti relativistici possa rappresentare un comportamento generale, piuttosto che una peculiarità di una singola sorgente», dice a Media Inaf Francesco Carotenuto, ricercatore postdoc all’Inaf di Roma e coautore dello studio. «I nostri risultati suggeriscono che le diverse modalità di espulsione del materiale non co-esistano simultaneamente, ma tendano piuttosto ad alternarsi nel tempo, in diverse fasi di attività (chiamate outbursts) del sistema. Al contrario di molti altri sistemi noti, 4U 1630-47 ha mostrato varie fasi di outburst negli ultimi anni, che abbiamo seguito nella loro evoluzione con dense campagne osservative nella banda radio e nei raggi X».

Non un caso isolato, dunque, questo buco nero, ma l’espressione di una “regola” generale. E c’è di più: mentre i due meccanismi si alternano, la quantità di materiale in arrivo rimane pressocché costante, un po’ come se il buco nero fosse in grado di autoregolarsi. Getti e vento, infatti, trasportano quantità comparabili di massa ed energia, suggerendo che, mentre la forma del flusso in uscita cambia, la velocità totale del flusso rimane invariata.

«Una possibile spiegazione fisica è che la forma dominante dell’outflow sia regolata da cambiamenti nella configurazione del campo magnetico associato al plasma del disco di accrescimento, in particolare nelle regioni più interne del disco e nella sua interazione con il buco nero», spiega Carotenuto. «I risultati di simulazioni numeriche suggeriscono infatti che differenti configurazioni del campo magnetico possano dare origine in modo naturale a meccanismi di “lancio” o “espulsione” diversi. Le transizioni tra queste configurazioni potrebbero quindi permettere alla sorgente di passare da uno stato dominato da venti a uno dominato da getti, senza richiedere cambiamenti drastici nel tasso globale di accrescimento».

In breve, i buchi neri non si limitano a consumare materia, ma la gestiscono, decidendo se espellerla nello spazio sotto forma di getto concentrato o spazzarla via con venti violenti. L’equilibrio tra venti e getti svolge un ruolo fondamentale nel regolare la crescita dei buchi neri, e influenza anche la formazione delle stelle nelle regioni vicine e l’evoluzione delle galassie. Questo meccanismo, infatti, potrebbe non riguardare solo i buchi neri di massa stellare come quello del sistema studiato, ma anche i buchi neri supermassicci al centro delle galassie. L’unica condizione irrinunciabile è che si tratti di un buco nero in accrescimento.

«Il disco di accrescimento è infatti un elemento fondamentale per la produzione sia dei venti sia dei getti, e senza un disco questi meccanismi non possono operare», specifica Carotenuto. «I sistemi binari a raggi X, in cui un buco nero di massa stellare (di circa 10 masse solari) accresce materia da una stella compagna, sono particolarmente importanti perché evolvono su scale temporali relativamente brevi (nell’ordine di settimane o mesi). Questo ci permette di osservare direttamente i cambiamenti nei meccanismi di espulsione del materiale nel corso del tempo. È possibile che comportamenti simili avvengano anche attorno a buchi neri supermassicci nei nuclei galattici attivi, ma in quel caso le transizioni avverrebbero su tempi molto più lunghi, rendendole molto più difficili da osservare direttamente».

Per saperne di più:

  • Leggi su Nature Astronomy l’articolo “Evidence of mutually exclusive outflow forms from a black hole X-ray binary“, di Zuobin Zhang, Jiachen Jiang, Francesco Carotenuto, Honghui Liu, Cosimo Bambi, Rob P. Fender, Andrew J. Young, Jakob van den Eijnden, Christopher S. Reynolds, Andrew C. Fabian, Julien N. Girard, Joey Neilsen, James F. Steiner, John A. Tomsick, Stéphane Corbel e Andrew K. Hughes
  •  

Risolto il mistero dei little red dots

Da dicembre 2021, quando il James Webb Space Telescope (Jwst) ha visto la prima luce a circa 1,5 milioni di chilometri dalla Terra, i ricercatori di tutto il mondo si interrogano sugli enigmatici puntini rossi che spiccano tra le galassie nelle immagini catturate dal telescopio. I cosiddetti little red dots (piccoli punti rossi) erano visibili quando l’universo aveva “solo” alcune centinaia di milioni di anni; circa un miliardo di anni dopo, però, sembrano essere scomparsi. Che cosa erano, dunque?

“I piccoli puntini rossi sono giovani buchi neri, cento volte meno massicci di quanto si pensasse in precedenza, avvolti in un bozzolo di gas, che stanno consumando per crescere. Questo processo genera un calore enorme, che traspare attraverso il bozzolo. Questa radiazione attraverso il bozzolo è ciò che conferisce ai piccoli puntini rossi il loro caratteristico colore rosso”, spiega Darach Watson. Crediti: Darach Watson/Jwst

Si è pensato fossero galassie massicce, abbastanza potenti da essere rilevate da Jwst 13 miliardi di anni dopo. Ma è molto strano che galassie così evolute fossero già presenti così presto nella storia cosmica. Ora, dopo due anni di analisi continua delle immagini con i piccoli punti rossi, i ricercatori del Cosmic Dawn Centre del Niels-Bohr Institute hanno trovato la spiegazione nel fenomeno più potente del nostro universo: i buchi neri.

«I piccoli punti rossi sono giovani buchi neri, cento volte meno massicci di quanto si credesse in precedenza, avvolti in un bozzolo di gas, che stanno consumando per ingrandirsi. Questo processo genera un calore enorme, che traspare attraverso il bozzolo. Questa radiazione attraverso il bozzolo è ciò che conferisce ai piccoli punti rossi il loro caratteristico colore rosso», afferma Darach Watson, ricercatore al Cosmic Dawn Center di Copenhagen e coautore dell’articolo che rivela la natura di questi oggetti, pubblicato oggi su Nature. «Sono molto meno massicci di quanto si credesse in precedenza, quindi non abbiamo bisogno di invocare tipologie di eventi completamente nuovi per spiegarli».

Attualmente sono noti centinaia di piccoli punti rossi. Sebbene siano tra i buchi neri più piccoli mai scoperti, hanno comunque una massa fino a 10 milioni di volte quella del Sole e un diametro di 10 milioni di chilometri.

I buchi neri inghiottono tutto ciò che si trova nelle loro vicinanze e crescono mentre lo divorano. Ma poiché l’orizzonte degli eventi dei buchi neri non è molto vasto, il gas in caduta si riscalda a temperature così elevate da brillare intensamente e rilasciare più energia di qualsiasi altro processo a noi noto. Questa intensa radiazione fa sì che gran parte della materia che il buco nero consuma venga espulsa.

La copertina dell’ultimo numero di Nature è dedicata a questa scoperta. Crediti: Darach Watson/Jwst

«Quando il gas cade verso un buco nero, si muove a spirale verso la superficie del buco nero, formando una sorta di disco o imbuto. Finisce per muoversi così velocemente e viene compresso così intensamente da generare temperature di milioni di gradi e illuminarsi intensamente. Ma solo una piccolissima quantità di gas viene inghiottita dal buco nero. La maggior parte viene espulsa dai poli durante la rotazione del buco nero. Ecco perché chiamiamo i buchi neri mangiatori disordinati», spiega Watson.

La nuova scoperta getta luce sulle fasi iniziali dell’evoluzione dei buchi neri e contribuisce a spiegare come, appena 700 milioni di anni dopo il Big Bang, potessero già esistere buchi neri supermassicci con masse fino a un miliardo di volte quella del Sole. «Abbiamo catturato i giovani buchi neri nel mezzo della loro rapida crescita, in una fase che non avevamo mai osservato prima. Il denso bozzolo di gas che li circonda fornisce il carburante di cui hanno bisogno per crescere molto rapidamente», conclude Watson.

«L’articolo propone un interessante scenario fisico per spiegare le proprietà osservative della nuova, inaspettata popolazione di nuclei galattici attivi distanti scoperta da Jwst, inclusi i little red dots, e sembrerebbe confermare che questa nuova popolazione tracci le prime, rapidissime fasi di accrescimento dei buchi neri supermassicci», commenta a Media Inaf Roberto Gilli, astrofisico di Inaf Bologna, non direttamente coinvolto nello studio ma esperto conoscitore dell’argomento. «Sarà ora interessante verificare se tali oggetti sono presenti e abbondanti anche nell’universo vicino per capire con un maggior dettaglio quali sono i meccanismi che portano alla formazione dei buchi neri supermassicci, uno dei principali misteri dell’astrofisica extragalattica».

Per saperne di più:

  •  

Comunicazione quantistica: la nuova frontiera della sicurezza digitale europea

Immagine in evidenza da European Space Agency

Quando si parla del rapporto tra quantum computing e sicurezza informatica il pensiero è spesso rivolto al tema della crittografia: in futuro un tecnico potrebbe accendere un computer quantistico all’interno di un data center e in pochi minuti decifrare comunicazioni intercettate e archiviate dieci anni prima, protette dagli algoritmi crittografici moderni (harvest now, decrypt later).

Documenti governativi, transazioni bancarie, segreti industriali improvvisamente esposti. Non è fantascienza, ma il potenziale scenario che ha spinto Stati, infrastrutture critiche e organizzazioni di tutto il mondo alla transizione verso nuovi algoritmi di cifratura, resistenti agli attacchi quantistici.

Un altro tema cruciale della crittografia del futuro è però quello dello scambio sicuro delle chiavi crittografiche, per impedire che possano essere intercettate o manipolate: un problema che ha portato Europa, Stati Uniti, Cina e Russia a investire massicciamente in un’altra tecnologia: la comunicazione quantistica.

L’Agenzia spaziale europea (ESA) ha affidato a un consorzio guidato da Thales Alenia Space un contratto da 50 milioni di euro per la fase di definizione della missione SAGA. L’obiettivo è progettare un satellite capace di generare e distribuire chiavi crittografiche quantistiche per usi governativi e per collegare il futuro network EuroQCI, la dorsale europea per la comunicazione quantistica sicura.

Fabio Sciarrino, professore di fisica quantistica alla Sapienza di Roma, ha spiegato che con SAGA l’Europa avrà un segmento spaziale sovrano per la sicurezza delle comunicazioni: “Non si tratta solo di tecnologia: è una questione di autonomia strategica”.

Computer quantistici e crittografia moderna: “harvest now, decrypt later”

Rubare oggi, decifrare domani. Agenzie di intelligence e attori statali stanno raccogliendo enormi quantità di dati cifrati, sapendo che, tra dieci o quindici anni, i computer quantistici saranno abbastanza potenti da leggerli. “I dati raccolti oggi possono essere messi da parte e letti quando i computer quantistici diventeranno abbastanza potenti”, ha spiegato Giuseppe Vallone, docente all’Università di Padova. “Per settori come sanità, energia e finanza, è un rischio reale”.

Nel 2019, Google dichiarò di aver raggiunto la “quantum supremacy”. Nel 2023, IBM superò i 1.000 qubit (l’equivalente dei bit nei computer quantistici) con il chip Condor. Il 9 dicembre 2024, Google ha presentato Willow, un processore da 105 qubit che ha completato in meno di cinque minuti un test sperimentale, progettato appositamente, che per i computer classici avrebbe richiesto un lasso di tempo praticamente infinito. Dal canto suo, IBM ha invece annunciato nel novembre 2025 il chip Quantum Nighthawk con 120 qubit, e punta a Starling per il 2029: un computer quantistico funzionante non più solo su progetti teorici e sperimentali, che sarà costruito nel data center di Poughkeepsie, New York.

La timeline della minaccia, dunque, si sta accorciando. I computer quantistici capaci di violare gli algoritmi RSA-2048 potrebbero infatti essere operativi tra il 2030 e il 2035. Per questo il National Institute of Standards and Technology (NIST) statunitense ha pubblicato nel 2024 i primi algoritmi di crittografia post-quantistica, resistenti agli attacchi. Ma proteggono solo i dati futuri, non quelli già rubati.

Le origini della comunicazione quantistica: dalla teoria alla realtà

La comunicazione quantistica affonda le radici nel 1984, quando Charles Bennett e Gilles Brassard presentarono il protocollo BB84. Era teoria pura: un sistema in cui a garantire la sicurezza non sarebbero state le leggi della matematica, ma della fisica quantistica. Per decenni il protocollo rimase però confinato nei laboratori.

Il punto di svolta arrivò nell’agosto 2016, quando la Cina lanciò Micius, il primo satellite al mondo dedicato alla comunicazione quantistica. Micius stabilì collegamenti quantistici sicuri tra Pechino e Vienna, superando i 7.600 chilometri di distanza. Fu il momento Sputnik del XXI secolo: Washington si accorse di essere in ritardo. Come ha recentemente ammesso un funzionario del Pentagono, “per anni abbiamo sottovalutato gli investimenti cinesi nel quantum. Credevamo fossero solo propaganda”.

Da Vienna a Tokyo, da Pechino a Ginevra, le prime “reti metropolitane” quantistiche cominciarono a operare. Ma il vero impulso venne dalla consapevolezza che i computer quantistici avrebbero un domani potuto frantumare la crittografia classica. E, con essa, mezzo secolo di segreti digitali.

Come funziona: la fisica al posto della matematica

La comunicazione quantistica non è una semplice evoluzione della crittografia: è un cambio di paradigma. La sua sicurezza non dipende dalla complessità computazionale di problemi matematici, ma dall’impossibilità fisica di intercettare un segnale senza alterarlo. Le informazioni sono codificate nello stato fisico dei fotoni, particelle di luce, e ogni tentativo di intercettazione altera inevitabilmente lo stato quantistico del segnale, rendendo rilevabile un’intrusione. “È come lasciare impronte digitali in ogni bit”, ha spiegato Stefano Pirandola, fisico teorico dell’Università di York. “Se qualcuno prova a leggere la chiave, il sistema lo segnala subito”.

C’è però un limite: i fotoni viaggiano bene in fibra ottica, ma oltre i 100-150 chilometri il segnale si degrada. Per questo servono i satelliti. In orbita, i fotoni viaggiano nel vuoto con perdite minime, permettendo collegamenti intercontinentali. È qui che SAGA, Micius e i progetti statunitensi entrano in gioco.

Del resto, il gruppo del fisico cinese Jian-Wei Pan parla apertamente da tempo di applicazioni su larga scala e di nuovi satelliti ad alta orbita: “Questi ultimi possono collegare due punti sulla Terra distanti 10mila chilometri”, evidenziando le potenzialità di connessioni globali sicure.

 

Scenari futuri: mappa del quantum

Presente (2026)

Test operativi di QKD su dorsali in fibra ottica, Qolossus 2.0 operativo alla Sapienza, EuroQCI in costruzione, rete nazionale cinese di 12.000 km pienamente operativa, collegamenti quantistici intercontinentali via satellite.

Orizzonte 2027-2030

SAGA operativo tra 2027 e 2029, integrazione completa tra segmento spaziale e terrestre, computer quantistici fault-tolerant (IBM punta a Starling per il 2029), ripetitori quantistici di nuova generazione, espansione commerciale.

Applicazioni strategiche

Settore bancario: transazioni protette da chiavi quantistiche incorruttibili. Sanità: cartelle cliniche e dati genomici al sicuro per sempre. Energia: controllo delle smart grid senza vulnerabilità. Difesa: comunicazioni militari e diplomatiche su canali quantistici. Infrastrutture critiche: aeroporti, centrali, reti idriche protette da attacchi informatici.

Entro il 2035

L’Europa potrebbe disporre di una rete quantistica sovrana che collega tutti gli Stati membri. Le tre tecnologie quantistiche (calcolo, comunicazione, sensori) potrebbero generare fino a 97 miliardi di dollari. Il mercato globale della comunicazione quantistica, valutato in 1,1 miliardi di dollari nel 2024, è previsto che raggiunga i 5,4 miliardi nel 2030.

La corsa globale: quattro modelli a confronto

La Cina, con il satellite Micius e una rete nazionale in fibra ottica lunga 12mila chilometri, ha investito circa 15 miliardi di dollari in tecnologie quantistiche. A marzo 2025, un team cinese ha realizzato una comunicazione quantistica tra Cina e Sudafrica su 12.900 chilometri via satellite Jinan-1.

Nel dicembre 2024, China Telecom ha svelato Tianyan-504, il computer quantistico più potente del Paese con 504 qubit, e contestualmente l’infrastruttura per le comunicazioni sicure “Quantum Secure Link”, che conta quasi 6 milioni di utenti e oltre 3mila organizzazioni. Non è solo tecnologia: è soft power. Offrendo comunicazioni sicure ai Paesi partner, Pechino aumenta la dipendenza tecnologica nei suoi confronti, come fecero gli americani con Internet negli anni Novanta. L’industria quantistica cinese è passata da 93 aziende nel 2023 a 153 nel 2024. La scala dell’industria raggiungerà 1,61 miliardi di dollari entro il 2025.

Gli Stati Uniti hanno imparato la lezione dello Sputnik. La strategia attuale di Washington è duplice: crittografia post-quantistica per le comunicazioni di massa, reti quantistiche satellitari per i canali strategici. Il NIST ha già definito i primi algoritmi resistenti ai computer quantistici. NASA e DARPA lavorano su reti sperimentali.

Il budget federale per la ricerca quantistica ha raggiunto 998 milioni di dollari per il 2025. A marzo 2024, DARPA ha lanciato il programma QuANET per integrare reti quantistiche con infrastrutture classiche. La National Quantum Initiative – che coordina la strategia federale statunitense – dovrebbe invece essere a breve riautorizzata  fino al 2034, con 2,7 miliardi di dollari destinati a NIST, NSF e NASA.

La Russia procede con obiettivi militari dichiarati. Roscosmos e l’Istituto di Fisica Generale hanno testato collegamenti ottici sicuri tra satelliti e basi terrestri, in linea con il piano “Quantum Communications 2030”. La cooperazione con la Cina, dimostrata dal collegamento Mosca-Urumqi del gennaio 2024, segnala un’alleanza tecnologica che preoccupa l’Occidente.

Dal canto suo, l’Europa risponde con SAGA e un’articolata strategia quantistica: a marzo 2025 si è chiusa la call EuroQCI con 24 proposte e un budget complessivo di 90 milioni di euro per migliorare la sicurezza delle comunicazioni. Il satellite prototipo Eagle-1 sarà lanciato tra fine 2026 e inizio 2027. A giugno 2025 è stato invece inaugurato il primo computer quantistico EuroHPC a Poznan, seguito a settembre dal sistema “VLQ” a Ostrava. A luglio 2025, la Commissione europea ha inoltre adottato una Strategia Quantistica per consolidare la leadership tecnologica.

Anche l’Italia gioca un ruolo importante: il 9 dicembre 2025, la Sapienza di Roma ha presentato Qolossus 2.0, il primo computer quantistico fotonico italiano modulare. A differenza dei sistemi superconduttivi di Google e IBM, Qolossus opera a temperatura ambiente e si integra naturalmente con le comunicazioni quantistiche.

Il processore, prodotto in Italia grazie al CNR di Milano e all’Università di Pavia, rappresenta non solo un primato scientifico, ma la nostra carta, come evidenziato in numerose analisi, per non dipendere dalle architetture superconduttive americane o cinesi. È una questione di sovranità tecnologica. La scalabilità dei sistemi fotonici potrebbe cambiare le regole del gioco. “La tecnologia è pronta”, ha spiegato Sciarrino. “Ma la politica e i finanziamenti devono correre alla stessa velocità”.

Ci sono però alcuni ostacoli ancora da superare. Il punto debole sono i trusted nodes, nodi intermedi che devono decifrare e ricifrare le chiavi. Se compromessi, l’intera catena sarebbe a rischio. “I ripetitori quantistici, che eliminerebbero questo problema, sono però ancora sperimentali”, prosegue Sciarrino.

Altri ostacoli riguardano la vulnerabilità ai disturbi ambientali, la sincronizzazione tra stazioni terrestri e satelliti in movimento e i costi ancora proibitivi per applicazioni commerciali di massa. I progressi però sono rapidi. In Italia, per esempio, test sul campo hanno dimostrato la distribuzione di chiavi sulla dorsale Torino-Matera, coprendo 1.800 chilometri.

In sintesi: la Cina ha capito per prima che chi controlla le comunicazioni sicure può costruire alleanze strategiche. Gli Stati Uniti rispondono con pragmatismo, mescolando soluzioni matematiche e fisiche. SAGA ed EuroQCI rappresentano invece la terza via europea. Tutto questo non rappresenta però un traguardo, ma il punto di partenza di una nuova sfida tecnologica che potrebbe determinare le gerarchie del XXI secolo.

L'articolo Comunicazione quantistica: la nuova frontiera della sicurezza digitale europea proviene da Guerre di Rete.

  •  

“Truman Show”: la truffa finanziaria che crea una realtà sintetica per ingannare le vittime

I ricercatori di Check Point Research hanno individuato una nuova forma di frode finanziaria che non si limita a creare pagine di phishing, ma genera una realtà sintetica alimentata dall’IA per ingannare le vittime. Nella truffa OPCOPRO, nota anche come “Truman Show”, gli attaccanti combinano personaggi generati dall’IA, comunità di investimento fittizie, app distribuite negli […]

L'articolo “Truman Show”: la truffa finanziaria che crea una realtà sintetica per ingannare le vittime proviene da Securityinfo.it.

  •  

La dinastia Pahlavi e l’effetto domino americano

Come spiega Annie Jacobsen nella sua opera Surprise, Kill, Vanish con l’inizio della Guerra Fredda il Medio Oriente subito si dimostrò essere uno dei teatri più caldi di quel momento storico. Seduto sopra il più vasto giacimento di petrolio del mondo, era di strategica importanza controllarlo affinché non cadesse nelle mani del proprio avversario. La spinta sovietica su quei territori era forte e gli Stati Uniti erano disposti a tutto pur di non cedere metri alla superpotenza avversaria. 

 

La situazione era particolarmente complicata soprattutto per questioni religiose. Parecchi omicidi venivano portati avanti da fanatici che in Iran erano riusciti ad eliminare otto elementi di alto rango del governo. Si facevano chiamare Fedayyin-e-Islam, «coloro che si sacrificano per l’Islam«, fondamentalisti sciiti la cui missione era quella di estirpare dall’Iran gli elementi corrotti attraverso l’assassinio.

 

I fedayyin si erano formati sulla base degli Hashshashin, gruppo di guerrieri fondamentalisti sciiiti operativi nell’undicesimo secolo guidati dalla figura leggendaria di Hassan-i-Sabbah, dal cui nome deriva il termine «assassino». 

Sostieni Renovatio 21

Solo pochi anni prima, nel 1949, i fedayyin avevano provato ad assassinare lo shah, Mohammad Reza Pahlavi (1919-1980) per questioni religiose, ma, colpito alla bocca, alla schiena e centrato per tre volte al cappello, riuscì a salvarsi una volta giunto in ospedale. Lo shah, salito al trono con l’invasione anglo-sovietica dell’Iran del 1941, in seguito alla destituzione del padre Reza Shah Pahlavi (1878-1944) per timore che si alleasse con le forze dell’Asse, governò fin da giovanissimo secondo i voleri anglo-americani.

 

Gli alleati, con l’invasione raggiunsero il doppio scopo di mettere in sicurezza i giacimenti petroliferi e di assicurare un corridoio ai sovietici sotto l’attacco nazista dell’Operazione Barbarossa. La Russia, in forza dei molti russi rifugiatisi in Persia in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre, ebbe sempre una presenza costante nel territorio. Con la fine del conflitto mondiale, in seguito alla dislocazione delle truppe sia inglesi che sovietiche nell’estate del 1946, i russi cercarono di ottenere concessioni per l’estrazione petrolifera ma inutilmente, in seguito anche alla strenua resistenza anglo-americana.

 

Dopo il tentativo di uccisione di Reza Pahlavi, nei media si videro accusati i Tudeh, il gruppo pro-sovietico presente in Iran, ai quali vennero confiscati i beni e in seguito arrestati a centinaia. I fedayyin allora risposero uccidendo il ministro della Corte Imperiale. Pahlavi nominò al suo posto, come primo ministro, un generale ardentemente anticomunista che venne ucciso con un colpo di pistola. Nelle stesse scale dell’università dove per poco non morì lo Shah, venne assassinato anche il ministro dell’Istruzione dodici giorni dopo il primo ministro. Pahlavi decretò la legge marziale. 

 

Nei Paesi vicini accaddero fatti simili. Il Libano vide il suo primo ministro venire ucciso da un sicario. Tre giorni dopo il re della Giordania venne ucciso con tre colpi di pistola di fronte al figlio sedicenne.

 

Le proteste, dunque, esplosero a Teheran. Per dare un segnale forte alle folle, venne nominato primo ministro Mohammad Mossaddeq (1882-1967), un generale nazionalista che come prima cosa nazionalizzò il petrolio facendo infuriare gli inglesi, storicamente possessori della maggior raffineria del Paese, la Anglo-Iranian Petroleum Company. Come seconda, fece imprigionare il numero uno dei fedayyin, richiamando la vendetta del gruppo sciita. 

 

Nel 1953, il presidente americano Dwight «Ike» Eisenhower (1890-1969) organizzò un incontro con il Comitato di Strategia Psicologica (PSB). Lo scopo della riunione fu quello di discutere un piano per la creazione di una operazione coperta con lo scopo di mettere fine al governo di Mohammad Mossaddeq. Secondo Allen Dulles (1893-1969), direttore della CIA, se nulla si fosse fatto sicuramente l’Unione Sovietica ne avrebbe approfittato espandendo la sua sfera di influenza. Secondo la Jacobsen, Dulles spinse sull’acceleratore utilizzando la teoria dell’effetto domino. Se non si fosse intervenuti subito, i Comunisti avrebbero preso potere sul 60% delle riserve mondiali di petrolio. 

 

La teoria del domino, una particolare versione della politica del contenimento, ipotizzava che la conquista comunista di uno Stato avrebbe provocato la caduta a catena degli Stati adiacenti, in un continuo processo di aggressione ed espansione che doveva essere bloccato, con fermezza, al suo primo manifestarsi. Questa teoria venne ampiamente utilizzata dai governi americani sotto nomi differenti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e con l’inizio dell’intenso confronto con l’Unione Sovietica, in particolare fu richiamata nel tragico caso dell’intervento in Vietnam.

 

Si può trovare nella «lezione di Monaco», concernente l’appeasement britannico verso l’escalation di Adolf Hitler (1889-1945) in Germania, un inevitabile precedente nell’immaginario politico americano. Il primo utilizzo del concetto dell’effetto domino venne da Harry Truman (1884-1972), che paragonò il pericolo delle guerre civili in Turchia e Grecia nel 1947 a una mela marcia che avrebbe ammorbato anche le mele adiacenti.

 

Il primo impiego dell’esatta metafora, invece, fu da parte di Eisenhower quando, alla conferenza di Ginevra del 1954, in seguito alla richiesta di aiuto in Indocina – il nome coloniale del Vietnam – da parte della Francia, dimostrò con queste parole il crescente timore di Washington che l’influenza comunista potesse espandersi in tutta la regione.

 

Il ministro della Difesa Charles Erwin Wilson (1890-1961) rincarò la dose e convinse Eisenhower a intervenire in Medio Oriente. Il militare ricordò le tre vie rimaste da poter percorrere. La prima, quella della diplomazia non aveva funzionato. La seconda, quella dell’intervento diretto era assolutamente sconsigliabile. La terza, l’ultima possibile, recitava lo stesso copione già visto in Corea e in Guatemala, la via dell’operazione coperta. Il presidente diede autorizzazione a proseguire e il 4 aprile del 1953 un milione di dollari fu inviato alla stazione di Teheran con l’obiettivo far cadere il primo ministro iraniano Mossaddeq. 

Aiuta Renovatio 21

L’operazione rinominata Ajax, fu messa in atto nella terza settimana dell’agosto del 1953. Mossaddeq non fu assassinato, bensì arrestato per tradimento e condotto in prigione per tre anni prima di commutare la pena ai domiciliari morendo poi nel 1967. L’uomo della CIA, Fazlollah Zahedi (1892-1963), ufficiale militare, rimpiazzò Mossaddeq come primo ministro, preparando la strada alla venuta dello shah Reza Pahlavi e alla completa realizzazione del coup d’état. 

 

Nel 1979 Pahlavi verrà spodestato da gruppi di soldati armati facenti parte dei fedayyin e seguaci dell’ayatollah Ruhollah Kohmeini (1902-1989) i quali diedero vita alla Rivoluzione Iraniana. Proprio questi soldati fecero parte di una politica, posteriormente decisamente suicida, messa in atto da parte della CIA. Come tattica per creare blocchi all’espansione degli «atei comunisti sovietici», si andavano a cercare le cellule paramilitari più religiosamente fondamentaliste fornendogli supporto materiale e addestramento militare. 

 

Oggi a distanza di quasi cinquant’anni dalla presa del potere di Kohmeini, conseguenza dello sviluppo e sfruttamento di una di queste cellule paramilitari, stiamo assistendo nuovamente a tumulti nella capitale Teheran con un potenziale nuovo cambio di rotta anche nel nome della, ancora una volta, dinastia Pahlavi. In questo caso il movente indicato in superficie pare essere ideologico e religioso al contrario di come accadde negli anni cinquanta quando venne praticamente dichiarato ai media internazionali che si trattava di una questione prettamente petrolifera. 

 

Marco Dolcetta Capuzzo

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine da Wikimedia

L'articolo La dinastia Pahlavi e l’effetto domino americano proviene da RENOVATIO 21.

  •  

[2026-01-23] PRESENTAZIONE del n.28 della rivista JACOBIN Italia 📖 *CASA A PRIMA VISTA* @ Casa del Popolo Bottegone

PRESENTAZIONE del n.28 della rivista JACOBIN Italia 📖 *CASA A PRIMA VISTA*

Casa del Popolo Bottegone - Strada Statale Fiorentina, 697, 51100 Bottegone PISTOIA
(venerdì, 23 gennaio 18:30)
PRESENTAZIONE del n.28 della rivista JACOBIN Italia 📖 *CASA A PRIMA VISTA*

PRESENTAZIONE del n.28 della rivista JACOBIN Italia


CASA A PRIMA VISTA

Indagine sul tema della casa come nodo centrale delle attuali diseguaglianze e ingiustizie sociali, inquadrandolo dentro l’ultradecennale carenza di politiche pubbliche, in un contesto di trasformazioni delle forme speculative e del comando, mettendo a critica la forma stessa dell’abitare dominante.
VENERDì 23 GENNAIO
ore 18.30

intervengono
_Simona Baldanzi - scrittrice working class e redattrice di JACOBIN Italia;
_ Silvia Bini - presidente ARCI Pistoia;
_Davide Innocenti - SUNIA di Pistoia e Prato;
_Teresa Menchetti - attivista del progetto C.A.S.A. di Mondeggi Bene Comune;
Il patrimonio edilizio da bene comune diventa invece un asset finanziario in un sistema incentrato sulla rendita e sulla concentrazione dei profitti, a scapito dei redditi da lavoro, sempre più impoveriti dal carovita.Una questione urgente per molte persone, al centro del dibattito pubblico, ripresa anche dal numero della rivista JACOBIN Italia su "Casa a prima vista" (https://jacobinitalia.it/rivista/casa-a-prima-vista/)

CASA del POPOLO di BOTTEGONE
Via Fiorentina n.697, PISTOIA
a seguire aperello conviviale

INFO:

https://www.facebook.com/events/2987481511434904/
gruppoletturajacobinpiana@gmail.com
Copie della rivista JACOBIN Italia disponibili all'acquisto in loco

  •  

Il sequestro della Marinera e la sfida americana al diritto del mare

Il recente abbordaggio della petroliera russa nel Nord Atlantico segna un punto di svolta nelle relazioni internazionali marittime. L’operazione statunitense, giustificata dalla necessità di implementare delle sanzioni, ma inquadrata nella nuova National Security Strategy 2025, solleva questioni fondamentali sulla tenuta del sistema giuridico internazionale e sui rischi di un ritorno a pratiche unilaterali che minacciano l’ordine marittimo globale, oltre a manifestare forti rischi di escalation militare.

Il sequestro della petroliera Marinera, precedentemente nota come Bella 1, avvenuto il 7 gennaio 2026 nel Nord Atlantico tra Islanda e Regno Unito, rappresenta un caso paradigmatico delle crescenti tensioni tra applicazione unilaterale di sanzioni economiche e rispetto del diritto internazionale del mare. L’operazione, condotta da forze speciali statunitensi dopo un inseguimento di oltre due settimane attraverso l’Atlantico, pone interrogativi cruciali sul futuro dell’ordine giuridico marittimo e sulle implicazioni geopolitiche di una prassi che, se normalizzata, potrebbe destabilizzare profondamente gli equilibri internazionali.

La vicenda assume particolare rilevanza alla luce della National Security Strategy 2025 pubblicata dalla Casa Bianca il 4 dicembre scorso, documento che rivela le vere motivazioni strategiche dell’azione americana ben oltre le giustificazioni formali addotte. La strategia riafferma la Dottrina Monroe attraverso un cosiddetto Trump Corollary, dichiarando l’intenzione di negare a competitori extra-emisferici la capacità di posizionare forze o controllare asset strategicamente vitali nell’emisfero occidentale. In questo quadro, il sequestro della Marinera non appare come un semplice atto di enforcement sanzionatorio, ma come parte di una più ampia riconfigurazione della proiezione di potenza americana nel suo emisfero di influenza.

Le basi giuridiche del diritto internazionale marittimo

Il diritto del mare si fonda su un principio cardine sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982, nota come UNCLOS. L’articolo 92 della Convenzione stabilisce con chiarezza che le navi in alto mare sono soggette alla giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera, principio che affonda le sue radici nel diritto consuetudinario internazionale e rappresenta uno dei pilastri dell’ordine marittimo globale. Questo sistema, costruito faticosamente nel dopoguerra, garantisce la libertà di navigazione e la certezza giuridica necessarie al commercio internazionale.

La Convenzione prevede eccezioni limitate e tassative al principio della giurisdizione esclusiva. L’articolo 110 consente l’abbordaggio in alto mare esclusivamente in caso contrasto alla pirateria, tratta di schiavi, trasmissioni abusive non autorizzate, o quando vi sia fondato motivo di ritenere che la nave sia priva di nazionalità. Evidentemente, la violazione di sanzioni economiche unilaterali non figura tra le fattispecie che legittimano l’uso della forza in acque internazionali secondo il diritto del mare, a meno di una autorizzazione specifica proveniente o dallo Stato di bandiera, o dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

La Russia ha, di fatti, immediatamente contestato il sequestro richiamando proprio questi principi. Il Ministero dei Trasporti russo ha dichiarato che in conformità alle norme della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982, in acque internazionali vige il regime di libertà di navigazione e nessuno Stato ha il diritto di usare la forza contro navi regolarmente registrate nelle giurisdizioni di altri Stati. Mosca ha precisato che la Marinera aveva ricevuto permesso temporaneo di navigare sotto bandiera russa il 24 dicembre 2025, registrazione comunicata formalmente agli Stati Uniti il 31 dicembre.

Le argomentazioni statunitensi e la dottrina della nave apolide

La difesa giuridica americana si articola sulla qualificazione della Marinera come nave priva di nazionalità. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha definito la nave come un vascello della flotta ombra venezuelana, dichiarandola apolide dopo aver battuto una bandiera falsa. Questa argomentazione si fonda sulla tesi che il cambio di bandiera, avvenuto mentre la nave era inseguita dalle autorità americane, costituisse un atto fraudolento privo del legame sostanziale tra nave e Stato di registro richiesto dall’articolo 91 dell’UNCLOS.

La dottrina statunitense sostiene infatti che, quando una nave utilizza più bandiere per convenienza o effettua cambi di registro in circostanze sospette, essa possa essere trattata come priva di nazionalità e quindi soggetta alla giurisdizione universale. Washington ha inoltre richiamato il mandato di sequestro emesso da un tribunale federale americano, basato su precedenti violazioni delle sanzioni statunitensi da parte della Bella 1, sanzionata nel giugno 2024 per presunto trasporto di petrolio per conto del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane.

Tuttavia, questa costruzione giuridica presenta fragilità evidenti sul piano del diritto internazionale. Il concetto di legame sostanziale, pur presente nella Convenzione, non è definito in modo preciso e la prassi internazionale ha sempre riconosciuto ampia discrezionalità agli Stati nel determinare le condizioni di registrazione delle proprie navi. La rapidità del cambio di bandiera, per quanto sospetta, non costituisce di per sé prova di frode se, come nel caso di specie la Russia, lo Stato di registro ha formalmente accettato la nave nel proprio registro navale e ne ha dato comunicazione agli altri Stati.

Le vere motivazioni strategiche secondo la National Security Strategy 2025

Oltre le giustificazioni giuridiche formali, la National Security Strategy 2025 rivela le autentiche motivazioni dell’azione americana. Il documento definisce come interesse nazionale vitale degli Stati Uniti garantire che l’emisfero occidentale rimanga ragionevolmente stabile e ben governato, prevenendo migrazioni di massa, facilitando la cooperazione governativa contro i cartelli della droga e impedendo incursioni straniere ostili o proprietà di asset chiave. La strategia identifica esplicitamente il controllo delle vie marittime cruciali e delle catene di approvvigionamento strategico come priorità fondamentale per impedire ad attori stranieri di danneggiare l’economia americana.

In questo contesto, il sequestro della Marinera appare come applicazione pratica del principio secondo cui gli Stati Uniti non tollerano più la presenza o il controllo di asset strategici da parte di competitori extra-emisferici nella loro sfera di influenza. Il petrolio venezuelano, risorsa strategica dell’emisfero occidentale, diventa oggetto di contesa non solo per ragioni sanzionatorie, ma come strumento di riaffermazione del dominio regionale americano. La cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, avvenuta il 4 gennaio 2026, conferma che il blocco navale non è un’azione isolata ma parte di una strategia complessiva di riproposizione della supremazia statunitense nell’emisfero.

In sostanza, la National Security Strategy 2025 riorienta gli Stati Uniti verso l’emisfero occidentale e riafferma la Dottrina Monroe con un Trump Corollary, essenzialmente asserendo una presenza neo-imperialista. Questa riconfigurazione strategica potrebbe anche comportare il trasferimento di risorse militari da teatri considerati meno rilevanti, come l’Europa e il Medio Oriente, verso l’emisfero occidentale e l’Indo-Pacifico, segnalando una ridefinizione delle priorità geopolitiche americane.

Le criticità per l’ordine internazionale

L’accettazione della prassi americana costituirebbe tuttavia un pericoloso precedente per il sistema giuridico internazionale marittimo. Se ogni potenza ritenesse legittimo disconoscere la bandiera di navi straniere sulla base di proprie valutazioni unilaterali circa la legittimità del cambio di registro, il principio della giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera verrebbe svuotato di significato. Le conseguenze sarebbero devastanti per la certezza giuridica e la prevedibilità delle relazioni marittime internazionali.

Il caso solleva questioni di asimmetria di potere particolarmente rilevanti per le medie potenze e per l’Unione Europea. Se gli Stati Uniti possono sequestrare navi in alto mare invocando violazioni delle proprie sanzioni unilaterali, altri Stati potrebbero rivendicare lo stesso diritto rispetto alle proprie normative interne. Questa frammentazione del diritto del mare, finirebbe per compromettere gravemente la libertà di navigazione, principio fondamentale non solo per il commercio globale ma anche per la proiezione di potenza delle marine militari europee e della stessa Italia, da dove il confronto diretto con la presenza statunitense diventa impari.

Per l’Italia, nazione con una lunga tradizione marittima e interessi commerciali globali, il precedente della Marinera presenta rischi concreti. Il nostro Paese beneficia enormemente del sistema di libertà di navigazione garantito dall’UNCLOS e dalla certezza giuridica che ne deriva. Un mondo in cui le maggiori potenze possono unilateralmente sequestrare navi in alto mare sulla base di proprie sanzioni domestiche, è un mondo in cui gli operatori marittimi italiani ed europei si troverebbero esposti a rischi giuridici imprevedibili, con conseguenze negative per la competitività del nostro sistema portuale e della nostra flotta mercantile.

Sul piano geopolitico più ampio, la vicenda tende ad accelerare la tendenza alla multipolarizzazione conflittuale degli spazi marittimi. In effetti, la Russia aveva dispiegato forze navali, incluso un sottomarino, per scortare la nave, segnalando la determinazione di Mosca a contrastare l’azione americana. Sebbene le forze russe non siano arrivate in tempo, l’episodio dimostra come le tensioni su questioni marittime possano rapidamente provocare escalation in cui singoli incidenti possono condurre verso confronti militari diretti tra grandi potenze.

La questione assume inoltre particolare delicatezza sotto il punto di vista dell’unità di intenti per il vecchio continente. Il Regno Unito ha fornito supporto logistico e di sorveglianza all’operazione americana, ma altri Stati membri dell’Unione Europea, inclusa l’Italia, non sono stati consultati su un’azione che stabilisce un precedente potenzialmente lesivo dei loro interessi marittimi di lungo periodo. Questa asimmetria rivela le fragilità dell’autonomia strategica europea, anche in materia di diritto del mare, oltre alla necessità di una posizione più coesa e assertiva dell’Unione su questioni che toccano interessi fondamentali comuni.

In conclusione, il sequestro della Marinera rappresenta molto più di una controversia giuridica su sanzioni economiche. Esso segna un possibile punto di svolta nell’ordine marittimo internazionale, dove le norme consolidate del diritto del mare rischiano di essere subordinate agli obiettivi strategici unilaterali delle grandi potenze. Per l’Italia e per l’Europa, la vicenda impone una riflessione urgente sulla necessità di difendere il sistema multilaterale basato su regole, anche quando ciò comporti divergenze rispetto alle scelte del principale alleato atlantico. La tutela della libertà di navigazione e della certezza giuridica in alto mare non è questione tecnica ma interesse strategico vitale per una Nazione marittima come l’Italia, ma anche un modo per evitare pericolose escalation fra potenze marittime e militari. È quanto mai opportuno che ciascuna nazione faccia quindi valere le proprie posizioni nelle sedi appropriate, dal Tribunale Internazionale del Diritto del Mare alle istituzioni europee e atlantiche.

  •  

Cloud-9: storia d’una galassia che non ce l’ha fatta

L’hanno beccata grazie all’emissione dell’idrogeno neutro, Cloud-9, nube di gas situata dalle parti della galassia a spirale M94, che ci racconta una storia antica, vecchia quanto l’universo stesso. La videro per la prima volta nel 2023 alcuni astronomi cinesi, questa palla di gas grossa quanto un milione di soli, tenuta insieme da una massa di materia oscura cinquemila volte più massiccia. Una nube piccola e compatta, diversa da quelle che si notano nei dintorni della Via Lattea, e che in questi giorni sta facendo parlare di sé. Si è scoperto infatti che mai nessuna stella si accese là dentro, cosa che rende a buon diritto Cloud-9 la prima galassia mancata mai scoperta.

La notizia è uscita la scorsa settimana in una lettera a The Astrophysical Journal Letters e l’ha firmata, assieme ad altri ricercatori, Gagandeep Anand dello Space Telescope Science Institute di Baltimora, nel Maryland (Usa). Cloud-9 è quello che in gergo viene chiamato un Relhic (“Reionization-Limited H I Cloud”, dove la dicitura “H I” sta per l’idrogeno neutro), un relitto giunto a noi intonso dall’infanzia dell’universo, alone di gas e materia oscura privo di stelle, previsto dai modelli ma che mai si era riusciti a scovare. Fino a ora.

La nube di idrogeno neutro Cloud-9 (in magenta) osservata dal Very Large Array. Il cerchio delimita la regione che corrisponde al picco dell’emissione radio e su cui si è concentrata la ricerca delle stelle, effettuata col telescopio Hubble. Nessuna stella è stata rivelata, il che implica che Cloud-9 sia la prima galassia mancata mai vista. Crediti: Nasa, Esa. G. Anand, A. Benitez-Llambay; Elaborazione dell’immagine: J. DePasquale (Stsci)

«Questa è la storia di una galassia fallita», dice Alejandro Benitez-Llambay, dell’Università di Milano-Bicocca, co-scopritore del Relhic. «Nella scienza, di solito impariamo di più dai fallimenti che dai successi. In questo caso, non vedere stelle è ciò che dimostra la correttezza della teoria. Ci dice che abbiamo trovato nell’universo locale un “mattone” primordiale di una galassia che non si è ancora formata».

Come si diceva, Cloud-9 era stata avvistata per la prima volta nel 2023 dal radiotelescopio cinese Fast (“Five-hundred-meter Aperture Spherical Telescope“) ed è stata successivamente riosservata con il Green Bank Telescope e il Very Large Array, entrambi negli Stati Uniti. Larga 4900 anni luce, la “nuvola numero nove” non deve il suo nome a una felice espressione idiomatica (“to be on cloud nine” è l’equivalente inglese del nostro “essere al settimo cielo”), ma al fatto di essere stata, ben più prosaicamente, la nona nube identificata nei pressi di M94, a quattordici milioni di anni luce dal nostro pianeta.

Puntando su di essa il telescopio spaziale Hubble, gli astronomi si sono accorti che di stelle, dentro la nube, proprio non c’è traccia. Appurando dunque che Cloud-9 è una galassia mancata, dotata di una massa di materia oscura insufficiente affinché il gas potesse collassare e formare stelle. Erano anni che si cercava un oggetto fatto così, ma tutte le ricerche condotte sinora erano state infruttuose.

«Prima di usare Hubble, si sarebbe potuto sostenere che questa fosse una debole galassia nana che non potevamo vedere con i telescopi da terra. Semplicemente non erano abbastanza sensibili da riuscire a vedere le stelle», sostiene Anand. «Ma con l’Advanced Camera for Surveys di Hubble, siamo in grado di poter dire che lì non c’è nulla».

La regione di cielo in cui è localizzata Cloud-9. Si vedono solo galassie lontane e una stella in primo piano (in alto a sinistra), che nulla ha a che fare con la nube. Crediti: Nasa, Esa, G. Anand e A. Benitez-Llambay; elaborazione dell’immagine: J. DePasquale

I Relhic sono oggetti previsti dal modello cosmologico attuale. Averne trovato uno fornisce dunque un’importante conferma alle sue predizioni. Essendo oggetti che giungono a noi direttamente dagli albori della storia cosmica, inintaccati dalla formazione stellare, essi costituiscono dei luoghi privilegiati per studiare i mattoni da cui si formano le galassie.

«Questa nube è una finestra sull’universo oscuro», commenta Andrew Fox, coautore dello studio. «Sappiamo dalla teoria che la maggior parte della massa dell’universo dovrebbe essere costituita da materia oscura, ma è difficile rilevarla perché non emette luce. Cloud-9 ci offre un raro sguardo su una nube dominata dalla materia oscura».

Ce ne potrebbero essere altre di galassie mancate dalle nostre parti. Il difficile è beccarle. Se troppo piccoli, gli aloni di materia oscura non sono in grado di trattenere il gas che ha consentito di rilevare Cloud-9, rimanendo dunque invisibili. Inoltre, oggetti come Cloud-9 vengono spesso “messi in ombra” dalle galassie brillanti che si trovano nei paraggi. Soprattutto, possono avere vita dura, in quanto l’idrogeno può venire loro strappato via mentre si muovono nel mezzo intergalattico.

In futuro è possibile che Cloud-9 diventi infine una galassia, a patto che acquisisca una massa sufficiente. Se questo non dovesse accadere, è probabile che continui a rimanere un Relhic, relitto alla deriva nell’eterna, accelerata, diaspora delle galassie.

Per saperne di più:

 

  •  

Italia–Taiwan: visita di una Delegazione parlamentare italiana a Taipei

Diplomazia parlamentare, cooperazione tecnologica e dialogo politico

Tra l’8 e il 12 gennaio 2026, Taiwan ha accolto una Delegazione parlamentare italiana ampia e
politicamente trasversale, una delle più numerose giunte sull’isola. A guidare la missione è stato
l’Onorevole Alessandro Cattaneo, in qualità di Capo Delegazione, insieme ai Deputati Roberto Traversi,Vanessa Cattoi, Fabrizio Benzoni, Emanuele Loperfido, Gerolamo Cangiano e alla Senatrice Simona Flavia Malpezzi.

La Delegazione Parlamentare italiana era composta da esponenti da sei diverse forze politiche, a
testimonianza della sua natura trasversale. Oltre al Capo Delegazione, l’On. Alessandro Cattaneo di Forza Italia, ne hanno fatto parte l’On. Roberto Traversi del Movimento 5 Stelle, la Sen. Simona Flavia Malpezzi del Partito Democratico, l’On. Vanessa Cattoi della Lega, l’On. Fabrizio Benzoni di Azione, nonché gli On.li Emanuele Loperfido e Gerolamo Cangiano di Fratelli d’Italia. La composizione del Gruppo riflette un ampio spettro dell’attuale panorama parlamentare italiano, rafforzando il significato politico della visita.

La visita si inserisce nel quadro delle attività del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia–Taiwan, che sin dall’inizio degli anni Novanta rappresenta uno dei principali canali di continuità del dialogo parlamentare tra i due Paesi, contribuendo in modo costante allo sviluppo delle relazioni bilaterali e al rafforzamento della conoscenza reciproca. La Delegazione è stata accompagnata dal Rappresentante d’Italia a Taipei, Min. Plen. Marco Lombardi, a conferma del coordinamento tra iniziativa parlamentare e rappresentanza italiana a Taipei.

La composizione della Delegazione — con parlamentari appartenenti sia alla maggioranza sia all’opposizione — conferisce alla visita un rilievo particolare, evidenziando come l’attenzione verso Taiwan e la stabilità dello Stretto costituiscano un tema condiviso nel Parlamento italiano, al di là delle appartenenze politiche.

Incontro con il Ministro degli Affari Esteri Lin Chia-lung

L’8 gennaio la Delegazione è stata ricevuta dal Ministro degli Affari Esteri taiwanese, Lin Chia-lung, che ha espresso un caloroso benvenuto e ha sottolineato come la visita si collochi in una fase di rafforzamento dei rapporti politico-parlamentari tra Italia e Taiwan.

Nel suo intervento, Lin ha ricordato la cerimonia di inaugurazione, nel settembre 2025, dei locali rinnovati della Rappresentanza di Taiwan in Italia, alla quale avevano preso parte sedici parlamentari italiani, interpretandola come un segnale significativo dell’interesse e dell’amicizia istituzionale nei confronti di Taiwan. Il Ministro ha inoltre richiamato la tradizione di scambi culturali tra i due Paesi, ricordando l’attrattività dell’Italia per studenti e giovani professionisti taiwanesi nei settori del design, della moda e delle arti, nonché esempi simbolici come la presenza di celebri violini Stradivari nelle collezioni del Museo Chimei.

Accanto alla dimensione culturale, Lin ha posto l’accento sulla crescente cooperazione economica e tecnologica, citando l’apertura, nel 2025, dello stabilimento per wafer da 12 pollici della GlobalWafers a Novara, indicata come esempio concreto di collaborazione industriale e di rafforzamento della resilienza delle catene di approvvigionamento europee nel settore dei semiconduttori.

Europa e Indo-Pacifico: una sicurezza interconnessa

Nel corso delle attività ufficiali, la Delegazione ha partecipato a un pranzo istituzionale durante il quale è intervenuto il Vice Ministro degli Affari Esteri, François Chihchung Wu (吳志中). Nel suo intervento, Wu ha ringraziato il governo e il Parlamento italiani per il sostegno alla pace e alla stabilità nello Stretto di Taiwan, sottolineando come la sicurezza europea e quella dell’Indo-Pacifico siano oggi sempre più strettamente interconnesse.

In questo contesto, è stato evidenziato il ruolo crescente dei Parlamenti Europei nel sostenere l’ordine internazionale basato sulle regole e nel promuovere la stabilità regionale. Italia e Taiwan sono state descritte come partner democratici, con un significativo potenziale di cooperazione in ambiti quali le tecnologie critiche, l’innovazione, la ricerca scientifica, la cultura e l’istruzione superiore.

Il messaggio della Delegazione parlamentare italiana

A nome della Delegazione, l’On. Alessandro Cattaneo ha ringraziato le Autorità taiwanesi per l’invito, sottolineando come la composizione del Gruppo rappresenti un segnale di attenzione condivisa del Parlamento italiano verso Taiwan. Il carattere trasversale della missione evidenzia come la questione della stabilità dello Stretto e il rafforzamento dei rapporti con Taipei siano considerati temi di interesse comune, indipendenti dalle dinamiche politiche interne.

In tale prospettiva, il Gruppo interparlamentare di amicizia Italia–Taiwan continua a svolgere un ruolo di raccordo e continuità, favorendo il dialogo parlamentare e sostenendo iniziative di cooperazione nei settori politico, economico, tecnologico e accademico.

I membri della Delegazione hanno espresso l’intenzione di approfondire la conoscenza della società taiwanese, riconoscendone il pluralismo e la solidità democratica, e di rafforzare la collaborazione nei settori del commercio, dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori, della ricerca e degli scambi universitari. È stata inoltre ribadita la volontà di mantenere la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan all’attenzione dell’agenda parlamentare italiana.

Incontri istituzionali e visite all’ecosistema tecnologico

Nel corso della visita, la Delegazione ha incontrato alte cariche istituzionali taiwanesi e rappresentanti di diversi dicasteri, nonché esponenti del potere legislativo. Particolare rilievo ha avuto la dimensione scientifica e industriale del programma, con visite a importanti istituti di ricerca, al Parco Scientifico di Hsinchu e a strutture dedicate ai semiconduttori e all’intelligenza artificiale.

Queste tappe hanno consentito ai parlamentari italiani di acquisire una visione diretta dell’ecosistema tecnologico taiwanese e di individuare possibili ambiti di cooperazione a medio e lungo termine con il sistema produttivo e della ricerca italiano ed europeo.

Una visita nel quadro del rafforzamento delle relazioni bilaterali

In un contesto internazionale caratterizzato da crescenti tensioni regionali e da una competizione tecnologica sempre più intensa, la visita della Delegazione parlamentare italiana a Taiwan si inserisce nel più ampio processo di rafforzamento delle relazioni tra Italia e Taiwan. La natura trasversale della missione e il coordinamento tra iniziativa parlamentare e rappresentanza italiana a Taipei confermano l’interesse condiviso a mantenere un dialogo costante e costruttivo, fondato su valori comuni e su una cooperazione concreta nei settori di interesse reciproco.

  •  

Se neutrini e materia oscura si parlano

Sono fra le particelle più evasive che esistano. Uno, il neutrino, è praticamente inafferrabile, capace di attraversare l’intero Sole quasi alla velocità della luce. E per l’altra, la materia oscura, il praticamente lo possiamo anche togliere, visto che almeno fino a oggi non siamo mai riusciti a intercettarla. In termini fisici si dice che non interagiscono, o interagiscono pochissimo – solo attraverso l’interazione debole, nel caso dei neutrini. Ebbene, alla faccia di questa loro capacità d’eludere senza rivali, e in contraddizione con quanto previsto dal modello cosmologico Lambda-Cdm, un nuovo studio guidato da Lei Zu del Centro polacco per la ricerca nucleare (Ncbj) di Varsavia e dall’Università di Sheffield suggerisce che queste due Houdini della fisica particellare possano invece interagire fra loro.

Cielo stellato. Crediti: Hans/Pixabay

«I nostri risultati affrontano un enigma di lunga data nella cosmologia. Le misurazioni dell’universo primordiale», ricorda una delle autrici dello studio pubblicato il 2 gennaio su Nature Astronomy, l’astrofisica romana Eleonora Di Valentino, oggi all’Università di Sheffield, «prevedono che le strutture cosmiche debbano essersi sviluppate più rapidamente nel tempo rispetto a quanto osserviamo oggi. Tuttavia, le osservazioni dell’universo moderno indicano che la materia è leggermente meno concentrata del previsto, evidenziando una lieve discrepanza tra le misurazioni del periodo iniziale e quelle del periodo successivo».

I dati relativi all’universo primordiale utilizzati nello studio sono principalmente quelli raccolti da terra con Act, l’Atacama Cosmology Telescope, e dallo spazio con il satellite Planck dell’Agenzia apaziale europea – entrambi progettati proprio per studiare la Cmb (radiazione cosmica di fondo a microonde), vale a dire il debole bagliore residuo del Big Bang. Quanto all’universo più moderno, le osservazioni sono invece quelle della Dark Energy Survey – ottenute con lo strumento Decam montato sul telescopio Victor M. Blanco, in Cile – e della Sloan Digital Sky Survey.

È mettendo a confronto questi due insiemi di dati, provenienti da epoche diverse, che è emersa la lieve discrepanza alla quale fa riferimento Di Valentino – prima autrice, vale qui la pena ricordare, di una recente rassegna di oltre quattrocento pagine interamente dedicata alle tensioni cosmologiche. Una discrepanza nota fra gli addetti ai lavori come tensione S8, dal nome di un parametro cosmologico – il parametro S8, appunto – che quantifica l’ampiezza delle fluttuazioni della materia sulla scala degli 8 Mpc, dunque una sorta di misura della disomogeneità dell’universo. Ciò che gli autori del nuovo studio hanno trovato è che neutrini e materia oscura sembrerebbero interagire: un comportamento che potrebbe risolvere la tensione S8.

«Se questa interazione tra materia oscura e neutrini fosse confermata, si tratterebbe di una scoperta fondamentale», conclude William Giarè, coautore dello studio, oggi all’Università delle Hawaii. «Non solo getterebbe nuova luce su una persistente discrepanza tra diverse sonde cosmologiche, ma fornirebbe anche ai fisici delle particelle una direzione concreta, indicando quali proprietà cercare negli esperimenti di laboratorio per aiutare finalmente a svelare la vera natura della materia oscura».

Per saperne di più:

 

  •  

Eventi sismici, ML 4.3 e ML 4.1, in provincia di Ravenna del 13 gennaio 2026

Un terremoto di magnitudo Richter ML 4.3 è stato registrato dalla Rete Sismica Nazionale alle ore 09:27 italiane del 13 gennaio 2026,  7 km a sud-ovest di  Russi (provincia di Ravenna). Dopo quasi due minuti, alle ore 09:29 italiane, è stato localizzato un secondo evento di magnitudo ML 4.1, con epicentro a circa 4 km di  distanza dal primo, 8 km ad est di Faenza (RA).  La profondità ipocentrale dei due eventi è stata rispettivamente di 23 e 22 chilometri.

In questa mappa vengono mostrati i due epicentri dei terremoti di magnitudo ML 4.3 (cerchietto arancione) e ML 4.1 (rappresentato dalla stella) di questa mattina alle ore 09:27 e 09:29.

I comuni più vicini agli epicentri di questi due eventi, entro i 10 km, sono: Russi, Cotignola e Faenza in provincia di Ravenna.  La città di Forlì dista circa 11 km dall’epicentro del primo evento.

La zona interessata da questi terremoti è caratterizzata da pericolosità sismica alta, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in quest’area  in passato sono avvenuti diversi terremoti, alcuni dei quali anche di magnitudo pari o superiore a magnitudo 5. Il terremoto di magnitudo maggiore è avvenuto il 4 aprile del 1781 nel Faentino di magnitudo stimata Mw 6.1, che avuto risentimenti fino al 9-10 grado MCS. Sempre nel 1781 il catalogo riporta un secondo evento nel mese di luglio di magnitudo stimata Mw 5.6. 

Da ricordare anche il terremoto dell’11 aprile 1688 nell’area di Cotignola  con magnitudo stimata Mw 5.8 e risentimenti fino al 9 grado MCS.

Guardando la storia sismica di Faenza (RA), estratta dal DBMI15, i risentimenti maggiori sono stati causati proprio dai terremoti del 1781 e del 1688 sopracitati.

Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che l’area è stata interessata da attività sismica frequente, in particolare nell’anno 2000, nei mesi di aprile e maggio, quando è stata registrata una importante sequenza sismica con numerosi eventi anche di magnitudo superiore a 4. L’evento più forte, di magnitudo M 4.5, è avvenuto il 10 maggio.

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP) dell evento più forte di oggi (ML 4.3) calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC mostra dei livelli di scuotimento stimato fino quasi al V-VI grado MCS.

Entrambi gli eventi registrati  sono stati risentiti in tutta la Romagna e nel Bolognese e nelle aree vicine delle Marche e della Toscana .

Mappa del risentimento sismico in scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg) che mostra la distribuzione degli effetti del terremoto sul territorio come ricostruito dai questionari on line. La mappa contiene una legenda (sulla destra). Con la stella in colore viola viene indicato l’epicentro del terremoto, i cerchi colorati si riferiscono alle intensità associate a ogni comune. Nella didascalia in alto sono indicate le caratteristiche del terremoto: data, magnitudo, profondità (Prof) e ora locale. Viene inoltre indicato il numero dei questionari elaborati per ottenere la mappa stessa.

Questi risentimenti sono confermati dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai questionari inviati al sito www.hsit.it che è in continuo aggiornamento.


Licenza

Licenza Creative Commons

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

 

 

  •  

I russi dicono di aver abbattuto un F-16 in Ucraina

Un comandante russo ha affermato che la sua batteria di difesa aerea S-300 ha abbattuto un caccia F-16 di produzione statunitense in servizio con l’Ucraina.

 

In un’intervista trasmessa domenica sul canale Russia 1 TV, il comandante, noto con il nominativo di chiamata «Sever» («Nord»), ha dichiarato al celebre giornalista TV Vladimir Solovjov che l’aereo fornito dagli Stati Uniti rappresentava «l’obiettivo più interessante» mai incontrato dalla sua unità.

 

Il militare ha precisato che la batteria ha lanciato due missili contro l’F-16: il primo ha danneggiato l’aereo, mentre il secondo ha «dato il colpo finale».

 

«Ci è voluto molto tempo per preparare quest’operazione. La stavamo monitorando e anticipando. Il nemico si vantava che questi aerei fossero indistruttibili. A quanto pare, cadono dal cielo proprio come tutti gli altri», ha detto Sever. Non ha indicato la data precisa dell’incidente.

 

L’Ucraina ha iniziato a ricevere gli F-16 ad agosto 2024 e, da allora, ha confermato la perdita di quattro velivoli in combattimento.

 

Secondo quanto riportato dalla testata statunitense Business Insider, Kiev ha ufficialmente ricevuto 44 dei 87 jet promessi dai suoi sostenitori europei.

 

Come riportato da Renovatio 21, un anno fa si ebbe il primo F-16 abbattuto in Ucraina.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Noah Wulf via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

L'articolo I russi dicono di aver abbattuto un F-16 in Ucraina proviene da RENOVATIO 21.

  •  

L’anello mancante per super-terre e sub-nettuniani

Una delle scoperte più sorprendenti dell’astronomia è che la maggior parte delle stelle simili al Sole ospita un pianeta di dimensioni comprese tra la Terra e Nettuno all’interno di un’orbita paragonabile a quella di Mercurio. Queste super-terre e sub-nettuniani sono i pianeti più comuni della nostra galassia, ma la loro formazione è rimasta avvolta nel mistero. Ora, un team internazionale di astronomi ha individuato l’anello mancante: il momento in cui pianeti neonati di un sistema planetario lontano si stanno lentamente trasformando in questi oggetti celesti così numerosi.

Rappresentazione artistica di quattro esopianeti in orbita attorno alla loro stella, la cui intensa radiazione potrebbe riscaldare le loro atmosfere gonfie, causandone la perdita nello spazio. Crediti: Astrobiology Center

«La cosa più entusiasmante è che stiamo assistendo a un’anteprima di quello che diventerà un sistema planetario del tutto normale», dice John Livingston, autore principale dello studio del Centro di astrobiologia di Tokyo, in Giappone. «I quattro pianeti che abbiamo studiato probabilmente si contrarranno in super-terre e sub-nettuniani, i tipi di pianeti più comuni nella nostra galassia, di cui non abbiamo mai avuto un’immagine così chiara negli anni della loro formazione».

Lo studio si è concentrato su V1298 Tau, una stella di circa 20 milioni di anni – un battito di ciglia in termini cosmici rispetto al Sole, che ha 4,5 miliardi di anni. In orbita attorno a questa giovane stella ci sono quattro pianeti giganti, tutti di dimensioni tra Nettuno e Giove, intrappolati in una fase fugace e turbolenta della loro vita, in rapida evoluzione. Questo sistema sembra essere un antenato diretto dei sistemi planetari compatti presenti in tutta la galassia.

Per un decennio, il team ha utilizzato diversi telescopi terrestri e spaziali per misurare con precisione il momento in cui ogni pianeta passava davanti alla stella. Cronometrando questi transiti, gli astronomi hanno scoperto che le orbite dei pianeti non erano perfettamente regolari. La loro configurazione orbitale e la gravità fanno sì che si attraggono a vicenda, accelerando o rallentando leggermente. Queste piccole variazioni temporali, chiamate Transit-Timing Variations (Ttv), hanno consentito al team di misurare con precisione, per la prima volta, le masse dei pianeti.

I risultati sono stati notevoli. I pianeti, nonostante abbiano un raggio da 5 a 10 volte quello terrestre, hanno masse pari a sole 5-15 volte quelle del nostro pianeta. Hanno, cioè, una densità bassissima: sono più simili a zucchero filato di dimensioni planetarie che a mondi rocciosi.

Questo “gonfiore” contribuisce a risolvere un enigma di lunga data nella formazione planetaria. Un pianeta che si forma e si raffredda semplicemente nel corso del tempo sarebbe infatti molto più compatto. L’analisi del team rivela, invece, che questi pianeti devono aver subito una trasformazione radicale nelle prime fasi della loro evoluzione, perdendo rapidamente gran parte delle atmosfere primordiali e raffreddandosi drasticamente con la scomparsa del disco di gas attorno alla loro giovane stella. «Ma sono ancora in evoluzione. Nei prossimi miliardi di anni continueranno a perdere la loro atmosfera e a ridursi significativamente, trasformandosi nei mondi compatti che vediamo in tutta la galassia», aggiunge James Owen, coautore dell’Imperial College di Londra, che ha guidato la modellazione teorica.

«Mi viene in mente il famoso fossile di Lucy, uno dei nostri antenati, un ominide vissuto tre milioni di anni fa, che fu uno dei principali “anelli mancanti” tra scimmie antropomorfe e umani», aggiunge Erik Petigura, coautore dell’Ucla. «V1298Tau è un collegamento fondamentale tra le nebulose che formano le stelle e i pianeti che vediamo in tutto il cielo e i sistemi planetari maturi che abbiamo ormai scoperto a migliaia».

Il sistema V1298 Tau funge oggi da laboratorio per comprendere le origini dei pianeti più abbondanti della Via Lattea, offrendo agli scienziati uno sguardo senza precedenti sulla vita turbolenta e trasformativa dei mondi giovani. Lo studio di sistemi come V1298 Tau potrebbe inoltre aiutare a spiegare perché nel Sistema solare manchino le super-terre e i sub-nettuniani, così comuni altrove nella galassia.

Per saperne di più:

  • Leggi su Nature l’articolo “A young progenitor for the most common planetary systems in the Galaxy” di John H. Livingston, Erik A. Petigura, Trevor J. David, Kento Masuda, James Owen, David Nesvorný, Konstantin Batygin, Jerome de Leon, Mayuko Mori, Kai Ikuta, Akihiko Fukui, Noriharu Watanabe, Jaume Orell Miquel, Felipe Murgas, Hannu Parviainen, Judith Korth, Florence Libotte, Néstor Abreu García, Pedro Pablo Meni Gallardo, Norio Narita, Enric Pallé, Motohide Tamura, Atsunori Yonehara, Andrew Ridden-Harper, Allyson Bieryla, Alessandro A. Trani, Eric E. Mamajek, David R. Ciardi, Varoujan Gorjian, Lynne A. Hillenbrand, Luisa M. Rebull, Elisabeth R. Newton, Andrew W. Mann, Andrew Vanderburg, Guðmundur Stefánsson, Suvrath Mahadevan, Caleb Cañas, Joe Ninan, Jesus Higuera, Kamen Todorov, Jean-Michel Désert e Lorenzo Pino

 

  •  

Čechov a Sachalin

di Marco Sommariva

È il 1902 quando Jack London, travestitosi da marinaio, s’addentra nell’East End di Londra per calarsi nella più disastrata delle realtà sociali: dormirà nelle baracche, frequenterà prostitute, poveri e ogni genere di umanità rifiutato dalla città “alta”. L’idea che dà vita a quest’opera – un vero e proprio trattato sociologico, che uscirà nel 1903 e che noi conosciamo col titolo Il popolo degli abissi – nasce in London mentre altri autori suoi contemporanei si limitano a cantare ciecamente le glorie dell’Impero britannico, allora giunto al suo massimo fulgore.

Cosa vede e ci racconta London di questa realtà? Un solo esempio. Quando muore un bambino, e capita spesso visto che il cinquantacinque per cento dei bambini dell’East End non raggiunge i cinque anni, il corpo resta in casa e, se la famiglia è molto povera, viene tenuto lì fino al momento della sepoltura: durante il giorno giace sul letto, invece nella notte, quando il letto è occupato dai vivi, il cadavere viene disteso sul tavolo dove al mattino, dopo che il cadavere è stato rimesso sul letto, i vivi fanno colazione – a volte il corpo viene sistemato sullo scaffale che funge da dispensa.
Un libro che, fra l’altro, ci ricorda un proverbio cinese che non dovremmo mai dimenticare: “Se un uomo vive nell’ozio un altro muore di fame”.

Nel 1937 viene pubblicato un libro-documento di George Orwell, La strada di Wigan Pier. Su queste pagine lo scrittore inglese racconta la sua esperienza tra i minatori disoccupati di una cittadina mineraria dell’Inghilterra settentrionale – Wigan Pier, appunto – che non si esaurisce in una sua testimonianza sulla crisi degli anni Trenta del Novecento, ma che si propone soprattutto come uno studio approfondito del complesso problema dei rapporti fra socialismo e civiltà industriale.
Anche in questo caso, si può parlare di un’indagine politica e sociologica condotta da uno scrittore che decide di calarsi in un inferno, quello delle miniere. È un tentativo, a mio modo di vedere ben riuscito, di entrare nel mondo della classe operaia per scoprirne sofferenze e valori, un’opera commovente, tragica e attualissima.

Cosa vede e ci racconta Orwell di questa realtà? Un solo esempio. Quando lo scrittore inglese entra in una casa della classe operaia – non in case di operai disoccupati, ma di famiglie operaie relativamente prospere – dice di respirare lì un’atmosfera calda, onesta, profondamente umana, che non è molto facile trovare altrove. E questo nonostante sia una classe che, quotidianamente, subisce i meschini disagi e la mancanza di decoro di dover fare ogni cosa secondo il comodo altrui, sempre costantemente sottomessa grazie all’orribile arma della disoccupazione. D’altra parte, come scriveva London ne Il popolo degli abissi, “Lo sfruttamento, i salari da fame, i disoccupati, la massa di persone senza casa né riparo sono inevitabili quando ci sono più uomini che vogliono lavorare che non lavori da fare”.

Senza mai dimenticare il valore di lavori quali, per esempio, Il tallone di ferro, 1984, Il vagabondo delle stelle o La fattoria degli animali, queste due opere di Jack London e George Orwell le ho sempre ritenute il naturale risultato di scrittori che, a un certo punto, si domandano se con la loro attività si stanno occupando di cose serie o di sciocchezze: una mia banalissima conclusione perché spesso, nel mio piccolo, me lo sono domandato e ancora me lo domando quando impugno la penna. Oggi, letto il libro L’isola di Sachalin di Anton Čechov, inizio a credere che la mia conclusione possa avere qualche fondamento, visto che nel 1888 l’autore russo scriveva a un amico: “Per quanto si riferisce a me, non provo appagamento alcuno per il mio lavoro, perché lo trovo meschino […] Se è ancor troppo presto per lamentarmi, non lo è mai abbastanza per domandarmi: mi occupo di una cosa seria o di sciocchezze?”. La risposta a questo suo quesito arriva dopo due anni quando, allora trentenne, armato solo di passaporto e di una tessera di corrispondente del quotidiano russo Novoe vremya (Nuova epoca), intraprende un viaggio verso Sachalin per studiare la vita dei deportati nella colonia penale istituita dal regime zarista nel 1869, sita sull’isola lunga quasi mille chilometri e larga in media ottanta, posta all’Estremo Oriente della Russia, nell’Oceano “Grande o Pacifico che dir si voglia”. È una drastica risposta quella che si dà Čechov, visto che finirà con lo sbarcare ai confini del mondo dove “l’anima è invasa da quel sentimento che, forse, ha già provato Odisseo mentre navigava per mari sconosciuti”, per conoscere un insediamento fondato “quando l’isola non era ancora stata esplorata e costituiva, dal punto di vista scientifico, un’assoluta terra incognita”.

Ancor prima di leggere le pagine sulla realtà di Sachalin, ho trovato molto interessante la descrizione del suo tragitto verso l’isola. È un viaggio durissimo quello affrontato da Čechov, un percorso che costringe, dopo aver trascorso notti al gelo, ad attraversare fiumi scuri che, resi pericolosi da venti impetuosi e piogge sferzanti, riescono ad ammutolire anziani postini che alla loro età hanno attraversato quei fiumi migliaia di volte e che ne hanno viste di tutti i colori, e sono capaci di zittire pure gli stessi rematori dell’imbarcazione su cui lo spaventatissimo Čechov si sente morire sino a quando, finalmente, non vede avvicinarsi la riva, ed è così sollevato che trova qualcosa di bello anche nell’essere codardi perché, come succede a lui, basta veramente poco – raggiungere la riva di un fiume, appunto – “per essere felice, tutt’a un tratto!”.

Non che a Sachalin, all’epoca nota per essere il luogo più piovoso di tutta la Russia, il clima sarà molto migliore, anzi, qualcuno dirà allo scrittore russo che, lì, non esiste alcun clima, ma solo il brutto tempo. È un posto dove il 24 luglio 1889 sulle montagne “che qui non sono affatto alte”, cade già la prima neve e tutti sono già intabarrati in pellicce e tulup, il caldo e ampio giaccone tradizionale russo costituito generalmente da una pelliccia di montone o di astrakan “rivoltata”; dove, per settimane e settimane di fila, il cielo appare coperto da nubi plumbee; dove nel giugno del 1881 non c’è stata nemmeno una giornata di sole; dove per quattro anni, nel periodo compreso tra il 18 maggio e il 1° settembre, le giornate serene non sono mai state più di otto; dove può capitare di entrare in una izba e trovare sette persone che battono i denti dal freddo, benché sia soltanto il 2 agosto.

Čechov è sul tratto di strada siberiana che porta da Tjumen’ a Tomsk dove non ci sono villaggi o fattorie, ma solo vasti insediamenti che distano tra loro venti, venticinque, perfino quaranta chilometri – ovviamente, nel testo le distanze sono descritte con un’unità di misura ormai desueta dell’impero Russo, la versta, pari a circa 1.066 metri –, quando si ritrova nell’izba di un postiglione e conclude che gli arabeschi sulla stufa, “quel cerchio sul soffitto” e un albero carico di fiori rossi e blu su una porta, sono stati dipinti da un europeo perché, pur essendo un’arte ingenua quella che lui ammira, è al di là della portata del contadino locale che per nove mesi di fila non riesce a togliersi i guanti e neppure a raddrizzare le dita. Si domanda lo scrittore russo quando mai troverebbe il tempo di dipingere un uomo del genere, che combatte con quaranta gradi sottozero e campi allagati nel raggio di venti chilometri e che è esausto e con la schiena a pezzi quando arriva l’estate già breve di per sé: “È così impegnato a lottare tutto l’anno contro la natura che non gli restano le forze per dipingere, suonare o cantare”. E allora mi vengono in mente i nostri tempi in cui sistemi repressivi, autoritari, dittatoriali che governano ormai un po’ ovunque, vogliono prendere le persone per stanchezza tenendoci impegnati tutto l’anno con allerte, preallarmi, avvisi, avvertimenti, ammonimenti, segnalazioni, così che ognuno possa cadere preda di timori, apprensioni, preoccupazioni, angosce, assilli, inquietudini e tutti quanti si finisca col consumare le nostre giornate senza aver mai potuto alimentare l’anima con la visione o la realizzazione di un dipinto, di un film o di un’opera teatrale, l’ascolto o la realizzazione di una musica, di un canto o di una poesia, eccetera. Ecco, tenerci impegnati a combattere ogni istante della nostra esistenza con paure create ad hoc è un metodo rapido e sicuro per farci diventare persone aride, facilmente polverizzabili, ignoranti, fragili, disarmate di fronte al prossimo allarme che già sta bollendo in pentola insieme a mille altri.

E riguardo l’attualità delle conclusioni e dei ragionamenti di Čechov questo libro è pieno zeppo, benché siano tutti datati 1890.
Non è ancora arrivato a destinazione, quando inizia a mettere per iscritto cosa non gli piace della pena capitale e della “rimozione del criminale dal consueto ambiente umano, per sempre”, che altro non sarebbe poi che l’attuale ergastolo.
Čechov scrive che non è del tutto esatta l’affermazione ricorrente per cui la pena capitale si applica solo in casi eccezionali, perché le pesanti condanne che l’hanno sostituita conservano la sua caratteristica essenziale, ossia quella di cancellare ogni speranza in un futuro migliore, di rendere vano qualsiasi sforzo del condannato per poter tornare a vivere, a essere un cittadino: “[…] la pena capitale, sia in Europa che da noi, non è stata affatto abolita, bensì camuffata sotto altre vesti, meno scandalose per la sensibilità umana”.

Detto quanto sopra, l’autore russo commette immediatamente un grossolano errore che gli si perdona volentieri perché, molto probabilmente, mosso da quell’ottimismo a cui tutti ci si aggrappa prima o poi per sopravvivere; lo sbaglio sta nell’affermare d’essere profondamente convinto che “tra cinquanta o cent’anni si guarderà al carattere perpetuo delle nostre pene con la stessa perplessità e lo stesso imbarazzo che oggi destano in noi lo strappare le narici o il tagliare un dito della mano sinistra”. Si sa, nessuno è perfetto, neppure Čechov.

Ma il drammaturgo russo si rifà immediatamente ammonendo “la nostra intelligencija pensante” che da venti o trent’anni ripete che ogni criminale è il prodotto della società, ma che s’ostina a guardare questo prodotto con scoraggiante indifferenza. Nel dire questo rimarca che il disinteresse nei confronti di chi langue in cella o in esilio risulta del tutto incomprensibile “alla luce dei fondamenti cristiani del nostro Stato e della nostra letteratura”, e che le ragioni di questo atteggiamento vanno ricercate nell’ignoranza dei nostri giuristi che “danno gli esami all’università solo per poter giudicare il prossimo e condannarlo al carcere o all’esilio”, senza mai interessarsi dove vada a finire l’imputato al termine del processo, cosa che non sanno e non vogliono sapere “perché non rientra nell’ambito delle loro competenze: che ci pensino i soldati di scorta e i direttori delle prigioni dal naso rubizzo!”.

Altro rimprovero lo muove per le misure repressive utilizzate come deterrente, in deciso contrasto con gli ideali cui si ispira la legislazione russa “che intende la pena innanzitutto come strumento correttivo” mentre, invece, venendo spese energie unicamente per ridurre il detenuto in condizioni fisiche tali da essergli impossibile la fuga, secondo lui “si dovrà parlare non di correzione, bensì di trasformazione del detenuto in un animale e della prigione in un serraglio”.

Čechov non ci pensa su due volte neanche a cantarle alla sua amata Russia: un tunnel costruito sbilenco, buio e sporco, lo porta a concludere che “questo tunnel incarna a meraviglia la tendenza tutta russa a sperperare denaro per stramberie d’ogni genere, quando invece le esigenze più basilari sono ben lungi dall’essere soddisfatte”. Così come le canta al suo popolo: “[…] a proposito dei gabinetti. Come tutti sanno, la maggioranza dei russi nutre il più profondo disprezzo nei confronti di questo genere di comodità. […] Questo disprezzo per il gabinetto i russi se lo sono portati dietro anche in Siberia”.

Quest’ultima considerazione nasce dal fatto che, una volta giunto sull’isola di Sachalin, si rende conto che in campagna i gabinetti non esistono affatto, e che nei monasteri, nelle fiere, nelle locande e nelle fabbriche sono assolutamente disgustosi, per cui non gli è difficile capire il perché in tutte le prigioni i gabinetti siano sempre origine di fetore ammorbante ed epidemie, mentre popolazione e amministrazione carceraria se ne sono fatte tranquillamente una ragione.

A Sachalin, Čechov scopre che le attività svolte dai detenuti sono assai eterogenee, che non si limitano all’estrazione dell’oro o del carbone, ma comprendono ogni aspetto della vita sull’isola: il taglio del bosco, i lavori edili, la bonifica delle paludi, la pesca, la fienagione e il carico delle navi sono, per esempio, tutte incombenze che rientrano nell’elenco dei lavori forzati. Non solo, prende visione di documenti che dimostrano che, fin dal 1871, i deportati fanno le veci della servitù per le autorità e gli ufficiali, e che le donne vengono assegnate come cameriere agli impiegati statali, compresi i sorveglianti non ammogliati. Nel 1872 il governatore generale della Siberia orientale proibirà che i detenuti vengano distribuiti a destra e a manca in qualità di servitori, ma sarà un divieto aggirato da subito, per cui nel 1890 Čechov incontrerà contabili con alle proprie dipendenze una mezza dozzina di persone e amministratori che si permettono il lusso, quando vanno in campagna per un picnic, di farsi precedere da una decina di galeotti con il cestino delle provviste: “[…] durante la mia permanenza sull’isola, tutti gli impiegati statali, persino quelli che non avevano nulla a che vedere con l’amministrazione carceraria (per esempio il capo dell’ufficio delle poste e del telegrafo), per le loro esigenze domestiche facevano ampiamente ricorso a deportati non retribuiti e mantenuti a spese dello Stato”. Come oggi, anche all’epoca l’ultima cosa che interessava era recuperare i detenuti, a iniziare dalle celle comuni che non permettevano al carcerato “la solitudine necessaria per raccogliersi in preghiera, riflettere e concentrarsi su se stesso – tutte attività che i paladini dei fini correzionali considerano indispensabili”. Mantenuti a spese dello Stato, sì, ma senza lavorare per questo, bensì per individui che si disinteressano totalmente dei “fini correzionali”, visto che il condannato è trasformato in uno schiavo che dipende dalla volontà del padrone e dei suoi familiari ed è costretto a compiacerne ogni capriccio. Come oggi, anche all’epoca il carcere peggiorava i detenuti, e non poteva essere diversamente: aveva, e ha tutt’ora, effetti devastanti sulla moralità del prigioniero lasciarlo “all’interno del gregge, coi suoi rozzi divertimenti e la cattiva influenza che i malvagi esercitano inevitabilmente sui buoni”.

La poca produzione industriale dell’isola – un laboratorio di fonderia, la fucina di un fabbro, un mulino a vapore o una segheria – non è purtroppo finalizzata alla formazione dei deportati quando, invece, il fine primo e ultimo di ogni impresa di Sachalin dovrebbe essere uno solo, la rieducazione del condannato: “[…] le officine locali dovrebbero fornire al continente non sportelli per stufe o rubinetti, bensì individui socialmente utili e artigiani ben preparati”. In poche parole, nessuno si curava di tutti quegli individui che non combinavano niente a casa loro e che, proprio durante il periodo di detenzione in celle dove ci sono tante cimici “da diventare matti”, avrebbero bisogno di mulini e fucine dove imparare qualcosa per cominciare, finalmente, a camminare con le proprie gambe. Ditemi voi se non avete trovato analogie con l’attuale sistema carcerario italiano che cito solo perché lo conosco meglio di altri, ben sapendo che dal Belgio fiammingo all’Ungheria, dal Kenya alla Russia, dal Perù agli Stati Uniti, non va granché meglio.

Quando i deportati lavorano spettano loro mansioni pesantissime come lavorare in miniera, il che significa trascorrere anni e anni vedendo unicamente la miniera, la strada che porta al carcere e il mare: “La sua vita sembra essersi completamente dissolta in questa sottile striscia di terra […]”. Particolare da non dimenticare: i giacimenti sono sfruttati in esclusiva da una società privata che, oltre a questo, ha ricevuto dall’amministrazione carceraria anche la concessione di avvalersi della mano d’opera dei deportati. Ripeto, non cambia nulla rispetto a quanto accade oggi un po’ in tutto il mondo: considerazioni economiche portate avanti sulla pelle dei carcerati. Un’ultima cosa. Čechov scoprirà che la società privata i cui rappresentanti risiedono a Pietroburgo, sfrutta tanto i giacimenti quanto i deportati senza pagare un centesimo di quanto pattuito con l’amministrazione. Sarebbe obbligata, eppure, chissà il perché, non paga: “[…] i rappresentanti dell’altra parte, di fronte a una violazione così flagrante della legge, sarebbero dovuti intervenire da parecchio tempo, ma […] temporeggiano e, come se non bastasse, continuano a spendere 150.000 rubli all’anno per garantire le entrate della società. In altre parole, entrambe le parti si comportano in modo tale per cui è difficile prevedere quando avrà fine questa anomala situazione” – si tenga conto che, all’epoca, Čechov guadagnava circa trecento rubli al mese, cifra che comprendeva anche le spese di viaggio relative a questa spedizione a Sachalin. Tornando ai minatori, la rieducazione di ogni deportato si risolveva nel risalire in superficie non meno di tredici volte al giorno, e risalire in superficie significava muoversi carponi lungo un corridoio stretto e buio trascinando una slitta che pesa un pud [un’antica unità di misura dell’impero Russo pari a oltre sedici chilogrammi]: questa era la parte più gravosa poi, dopo aver scaricato il carbone, tornava indietro e ricominciava da capo.

Altra forma di risparmio, e quindi di guadagno, di chi gestisce il sistema carcerario di Sachalin, è quella inerente la gestione dell’infermeria: nel caso si sentisse male, un detenuto potrebbe avere l’amara sorpresa di scoprire d’essere rinchiuso presso un carcere in cui l’infermeria non dispone di alcun farmaco – lo dice direttamente a Čechov il medico della prigione di Voevodsk.

Il capitalismo è un’ombra che lo scrittore russo vede avanzare su tutta l’isola e lo denuncia a chiare lettere, specialmente quando scrive che le ricchezze del fiume Tym’ restano un miraggio per gli esiliati del circondario che “fanno la fame”, mentre cambierà tutto nel momento in cui “le ricchissime riserve ittiche locali cadranno nelle mani dei capitalisti, allora, con tutta probabilità, si intraprenderanno seri tentativi per drenare il letto del fiume e renderlo più profondo, forse verrà addirittura costruita una ferrovia litoranea che arriverà alla foce, e non c’è dubbio che il fiume compenserà generosamente qualunque investimento”.

Questo di Čechov è un viaggio da incubo, in tutti i sensi. Giunto in tarda serata nel villaggio di Armudan di Sotto, trascorre la notte a casa del sorvegliante, ma in soffitta, accanto alla canna fumaria, perché il padrone non vuole per nessun motivo lasciarlo entrare nella stanza comune, e questo per via che lì sarebbe impossibile dormire a causa, così gli spiega, di una «marea» di cimici e scarafaggi: “Quando ridiscesi per prendere del tabacco, vidi effettivamente la marea, una scena impressionante, possibile soltanto a Sachalin. Le pareti e il soffitto sembravano coperte da una specie di drappo funebre che si agitava come scosso dal vento; ma il movimento caotico e frenetico dei singoli puntini lasciava subito intendere da che cosa fosse composta quella massa brulicante e strabocchevole. All’orecchio giungeva un fruscio e un mormorio assordante, come se scarafaggi e cimici si stessero affrettando chissà dove e si consultassero tra di loro”.

Forse sono esperienze come quella appena descritta in casa del sorvegliante, oppure il constatare la tipologia comune a tutte le prigioni dell’isola – baracche di legno adibite a celle e, all’interno, la sporcizia, la miseria e la scomodità che si incontrano ovunque la gente dell’isola sia costretta a vivere in gruppo –, o magari il clima, o l’essere a diecimila chilometri da casa, il trovarsi a un’estremità del mondo con “tutt’intorno non un’anima viva” o dove la gente non si ricorda nemmeno più i giorni della settimana, oppure l’essere continuamente costretto a passare da uno stato di timore allo sbigottimento all’essere invaso da “non pensieri”, fatto sta che Čechov si ritrova a fissare a lungo il cielo perché, alla luce di quanto gli stava attorno, di ciò che stava vivendo, quella volta celeste la riteneva una specie di miracolo.

Molto interessanti sono anche le popolazioni indigene di Sachalin, i giljaki a nord dell’isola e gli ainu (originari dell’isola giapponese Hokkaidō) a sud. Mi limiterò a raccontarvi qualcosa dei primi.
Quella dei giljaki non può definirsi un’esistenza stanziale nel vero senso della parola, poiché non si sentono legati né al proprio luogo natìo né a qualsiasi altro e, insieme alle loro famiglie e ai cani, vagano per procacciarsi il cibo.
I giljaki sono magri, asciutti, tutto l’adipe viene consumato per produrre quel calore che ogni abitante dell’isola deve assolutamente immagazzinare nel proprio corpo per compensare i cali di energia dovuti alle basse temperature e alla spaventosa umidità dell’aria. Nessuno sa quale sia il vero colore del loro viso perché non si lavano mai, così come non lavano mai la biancheria e gli abiti, e le loro calzature di pelliccia sembrano appena strappate dalla carcassa di un cane.

È un popolo che, per molti aspetti, andrebbe preso d’esempio visto che sono descritti come dotati di una naturale delicatezza d’animo e le regole della loro etichetta non ammettono nei confronti altrui espressioni arroganti o imperiose, per non parlare della loro istintiva avversione per ogni genere di registrazione o censimento.
I giljaki sono socievoli e l’espressione del loro volto è sempre molto ragionevole, mite e ingenuamente attenta. È un popolo nient’affatto bellicoso, che non ama le liti e le risse e che vive in pace e armonia con i suoi vicini.
I giljaki sono vivaci, intelligenti, allegri, disinvolti e nient’affatto in imbarazzo quando si trovano in compagnia di persone ricche e potenti, e questo anche perché non riconoscono alcuna autorità, non concepiscono neppure i vari gradi di anzianità in famiglia: il figlio non nutre alcun rispetto per il padre e vive come meglio crede.

Come già detto, nessuno è perfetto, neppure i giljaki.
Mentre tutti i componenti maschili della famiglia sono assolutamente alla pari in senso “positivo” – se si offre della vodka agli uomini andrà versata anche ai bambini –, le componenti femminili sono alla pari in senso negativo, ossia sono tutte egualmente prive di diritti, non importa che si tratti della nonna, della madre o di una neonata. Tutte le appartenenti al sesso femminile sono considerate alla stregua di animali domestici o di oggetti che si possono buttar via, vendere o prendere a calci come cani, “anzi, i cani ogni tanto i giljaki li carezzano, le donne mai”. La donna è solo una merce di scambio, esattamente come il tabacco o la seta.
Da quando “loro” usavano la donna come merce di scambio a oggi, epoca in cui “noi” la utilizziamo come merce da esibire, il cammino da fare verso la parità di genere resta ancora molto lungo.
Come si sposi la naturale delicatezza d’animo dei giljaki decantata da Čechov e da chi l’aveva preceduto in escursioni simili, con il ridurre in schiavitù – nel senso più letterale e rude del termine – qualsiasi persona appartenente al genere femminile, non è dato di capire.

In generale, a tutte le donne di Sachalin, indigene e non, spetta una vita molto più dura di quanto già non lo sia per gli uomini: “Le donne, anche quelle libere, si dedicano alla prostituzione; non fa eccezione neppure una privilegiata che pare abbia concluso gli studi superiori. […] i deportati le cui mogli vendono il proprio corpo possono permettersi di fumare costoso tabacco turco […]”. Data l’enorme domanda, questo esercizio non viene ostacolato né dalla vecchiaia, né dalla bruttezza, né dalla sifilide all’ultimo stadio, né dall’eccessiva giovinezza: “[…] mi è capitato di incontrare per strada una ragazza di sedici anni che, si dice, si prostituisce da quando ne aveva nove”.

Non solo. Per i soldati scapoli, le deportate o le parenti di deportati rappresentano “l’indispensabile oggetto per il soddisfacimento dei loro bisogni naturali” – parole di uno dei capi locali della colonia penale. Traghettando le deportate alla volta dell’isola non si pensa né alla pena né al ravvedimento, ma solo alla loro capacità di mettere al mondo figli e di lavorare nei campi. A un certo punto, un comandante dell’isola darà l’ordine di trasformare la sezione femminile della prigione in una casa di tolleranza. Alcune donne finiranno per diventare così apatiche e corrotte da arrivare al punto di “vendere i propri figli per una caraffa di alcol”.

Tornando un attimo ai giljaki, Čechov racconta che alcuni di loro non vivono più sull’isola ma nelle zone limitrofe del continente perché, a un certo punto della loro storia, sono stati incalzati da sud dagli ainu che avevano abbandonato il Giappone perché, a loro volta, incalzati dai giapponesi. Ma non è tanto l’episodio in sé a essermi rimasto impresso, quanto il fatto che il drammaturgo russo – volendo evidenziare quanto i giljaki di Sachalin, perché sempre fedeli all’isola nonostante le loro lunghe peregrinazioni, siano diversi e quindi facilmente riconoscibili rispetto a quelli continentali – usa questa frase: “[…] i giljaki di Sachalin si distinguono per lingua e costumi da quelli continentali come gli ucraini dai moscoviti”.

Sono tanti gli episodi raccontati su queste pagine che mi rimarranno impressi, specie quelli che certificano l’ignoranza di chi è al potere, dove ovviamente per ignoranza non intendo il sapere di non sapere tutto ed essere aperti al dialogo, all’ascolto, alla ricerca, ma la convinzione di sapere già ogni cosa e quindi di essere sordi a indicazioni e consigli di chi ne sa più di te: “[…] a Galkino-Vraskoe sembra di essere a Venezia; le izbe, costruite in un bassopiano, si allagano, e per spostarsi si ricorre alle barche ainu. Il punto dove edificare il villaggio l’aveva scelto un certo signor Ivanov […] all’epoca era vicedirettore della prigione e svolgeva anche le funzioni dell’attuale sorvegliante delle colonie. Sia gli ainu che i coloni lo avevano avvertito che quella era una località paludosa, ma lui non aveva dato loro ascolto, anzi, chi protestava veniva frustato. Durante un’inondazione è annegato un toro, un’altra volta un cavallo”.

Quest’avventura siberiana mise Čechov in una posizione del tutto inaspettata: al suo ritorno non sarà più “solo” l’autore di racconti umoristici o di pièce teatrali, ma anche l’unico letterato russo a essersi sobbarcato fatiche e rischi di un viaggio in Estremo Oriente pur di vedere ciò che nessun intellettuale aveva mai visto prima: “Attribuiscono al mio viaggio un’importanza che mai mi sarei aspettato, arrivano perfino consiglieri di Stato, consiglieri di Stato in carica! Tutti sono impazienti di leggere il mio libro e prevedono che sarà un successo, e io non ho nemmeno il tempo di scriverlo…”.
Ma vi rendete conto? Consiglieri di Stato in carica che attribuiscono importanza al reportage di un intellettuale, impazienti di leggere il libro che raccoglierà le testimonianze dirette e le osservazioni sul campo di uno scrittore! Mai mi sarei aspettato di chiudere un pezzo del genere con un tale omaggio alla fantascienza.

  •  

Groenlandia: l’UE rilancia il ruolo della NATO

Nella corsa alla gestione attiva della sicurezza geopolitica dell’Artico attraverso la NATO l’Unione europea si fa sentire. «Nella nostra proposta di bilancio, abbiamo raddoppiato i finanziamenti, portandoli a circa 530 milioni, il che dimostra il nostro impegno per il partenariato e l’importanza della sicurezza artica». Sono le parole della presidente della Commissione europea, che ha risposto così alle preoccupanti dichiarazioni dell’amministrazione Trump di questi giorni rispetto alla Groenlandia. Il presidente USA ha infatti paventato anche «the hard way» per aumentare il controllo statunitense sull’Artico, a suo parere minacciato da eccessive influenze di Cina e Russia.

Articolo precedentemente pubblicato su The Watcher Post.


La fotografia della difesa artica oggi

L’attuale presenza militare nell’Artico è oggi piuttosto limitata. Va subito sgombrato il campo che qualsiasi iniziativa per aumentare la presenza militare straniera in Groenlandia debba essere autorizzata dalla Danimarca (membro NATO) e dal governo locale. L’unica vera e propria base militare in Groenlandia è statunitense e si trova a Pituffik (ex Thule Air Base). E’ presente dal 1951, sulla base di un accordo Danimarca-USA; si trova nel nord-ovest dell’isola, è gestita dalla US Space Force e si occupa di sorveglianza radar e spaziale, dando supporto alle operazioni artiche gestite dalla NATO. La Groenlandia non ha un proprio esercito, e la difesa attualmente è affidata alla Danimarca tramite il Joint Arctic Command. Le principali strutture di difesa danesi sono il quartier generale del Comando Artico di Nuuk, la Station Nord (avamposto militare nel nord-est per sorveglianza e pattugliamento), l’aeroporto dual use di Kangerlussuaq e la pista d’atterraggio di Mestersvig. Tutte strutture che si occupano tra l’altro di controllare le preziose rotte artiche.

L’idea di una missione congiunta NATO
Il rilancio USA sull’Artico non passa solo dalle allusioni di Trump. L’inviato speciale USA in Groenlandia, Jeff Landry, ha affermato su X che la Danimarca «Ha occupato l’isola dopo la seconda guerra mondiale, riprendendone il controllo violando i protocolli ONU». Poi il Governatore della Lousiana ha aggiunto: «Gli Stati Uniti difesero la sovranità della Groenlandia durante la seconda guerra mondiale, quando la Danimarca non ci riuscì». La posizione europea su questa visione espressa dalla Von der Leyen è chiara: la Groenlandia appartiene al suo popolo e spetta alla Danimarca e alla Groenlandia stessa decidere sulle questioni che le riguardano. Ovvero nulla su di loro senza di loro. La Groenlandia è uscita dal Regno di Danimarca nel 1985, ben 40 anni fa. A Landry ha subito risposto l’ambasciatore danese a Washington, Jesper Moller Sorensen: «Il Regno di Danimarca è sempre stato al fianco degli Stati Uniti.

Dopo l’11 settembre la Danimarca ha risposto alla chiamata USA perdendo più soldati pro capite in Afghanistan di qualsiasi alleato NATO. Solo il popolo della Groenlandia ha il diritto di determinare il proprio futuro e questa settimana tutti e cinque i partiti del Parlamento locale hanno ribadito di non voler entrare a far parte degli Stati Uniti». La strada per la sicurezza artica non può che passare dalla NATO. Ed è per questo che Regno Unito e Germania starebbero pensando di proporre in sede NATO l’attivazione di una missione ad hoc sull’isola per garantirne autonomia e sicurezza. Sta a Trump decidere la postura degli USA rispetto all’Alleanza Atlantica. E la speranza è aggrappata a quel «I’m a fan of Denmark».

  •  

[2026-01-24] Benefit Juanito @ El Paso Occupato

Benefit Juanito

El Paso Occupato - Via Passo Buole, 47, Torino
(sabato, 24 gennaio 15:05)
Benefit Juanito

Giornata benefit per Juan al Paso occupato

<3 Juanito libre y morte alla polgai <3

dalle 15: aperitivo, brulè, vinyl dj set, mostre tematiche su nomadismo e lotta di classe, distro e serigrafia: portati una maglia, una mutanda, una pezza da serigrafare!

dalle 17: approfondimento della situazione di Juan, spiegazione dell'impianto giudiziario, dna e udienze in videoconferenza,...

confronto tra le varie operazioni contro i movimenti anarchici in italia e metodi di solidarietà per contrastarle

dalle 19: buffet a offerta libera (è un benefit!)

dalle 21: performance estripdrag "Elena lenguas" da Barcelona

dalle 22 (presto!): inizio concerti con:

-Eversione da Imperia

-Fever, sempre da Imperia

-Garpez da torino

-Forklift da Lovereto/Rovinator (rovereto)

-Mortaio da bell'ano (Calliano)

-Il nodo hc da Trento

a seguire vinili con le Ciliegine Viniliche da TIERNO

ENTRATA OFFERTA LIBERA - È UN BENEFIT DIOCAN

TUTTO IL RICAVATO (coperte alcune spese) ANDRÀ A JUAN, COMPAGNO ANARCHICO IN GALERA, SOLDI CHE GLI SERVONO PER LE SPESE VIVE E LEGALI

SALUT, AMOR i ANA(L)RCHIA! <3

  •  

Meteorite nel barese? La rete Prisma dice no

Si è diffusa nelle ultime ore l’ipotesi che a generare il luminoso fragore registrato nel barese la sera del 10 gennaio 2026 possa essere stato un bolide. I dati tuttavia sembrerebbero escludere tale possibilità. Le camere all-sky della rete Prisma, che da ormai dieci anni si occupa proprio di osservare i cieli italiani in cerca di meteore brillanti per ricavare l’area di caduta al suolo di eventuali frammenti meteoritici, la sera in questione non hanno avvistato alcun bolide.

«Le nostre camere di Castellana Grotte e Lecce, le più vicine alla zona», dice infatti Dario Barghini, ricercatore dell’Inaf di Torino ed esperto scienziato della rete Prisma, «non hanno registrato alcun bolide nell’orario indicato, ovvero dopo le ore 18:00. Difficilmente un evento del genere passerebbe inosservato».

Il bolide dell’11 gennaio 2026 ripreso dalla camera Prisma Itcp01 di Napoli. Crediti: Prisma/Inaf

Vi potreste invece esser persi il bolide che la notte seguente, domenica 11 gennaio, è stato registrato, alle ore 21:09 Ut circa (le 22:09 ora locale), da cinque camere in cinque diverse regioni: Amelia, Napoli, Roma, San Sepolcro e Teramo. «La triangolazione ha permesso di determinare la traiettoria dell’oggetto che», prosegue Barghini, «diretto verso nord-ovest, ha attraversato il cielo a metà strada tra le isole di Ponza e Ventotene e la costa della nostra penisola, tra Gaeta e Terracina. Dopo aver impattato l’atmosfera a 90 km di altezza con una velocità di circa 27 km/s, si è estinto dopo circa due secondi e mezzo a una quota di poco superiore ai 40 km, avendo quindi subìto una significativa decelerazione, chiaramente evidente dai dati».

L’orbita dell’oggetto era molto eccentrica: al perielio raggiungeva i paraggi del pianeta Mercurio, mentre all’afelio oltrepassava le parti più esterne della fascia degli asteroidi, spingendosi in direzione dell’orbita di Giove.

«Rimane importante», conclude Barghini, «che eventi come quello del 10 gennaio, anche se poi si risolvono in falsi allarmi, siano segnalati da chi ne è testimone perché sono comunque utili informazioni per noi ricercatori. Sul nostro sito è infatti presente un form di segnalazione bolidi».

  •  

Misteriosa onda d’urto attorno a una nana bianca

Gas e polveri che fluiscono dalle stelle possono, nelle giuste condizioni, scontrarsi con l’ambiente circostante e creare un’onda d’urto. Un team di astronomi ha ora sfruttato il Vlt (Very Large Telescope) dell’Eso (Osservatorio europeo australe) per riprendere una splendida onda d’urto che circonda una stella morta. Ciò che hanno visto li ha lasciati perplessi: secondo tutti i meccanismi noti, la piccola stella morta Rxj 0528+2838 non dovrebbe avere attorno a sé una struttura di questo tipo. Questa scoperta, tanto enigmatica quanto sorprendente, mette alla prova la nostra comprensione di come le stelle morte interagiscono con l’ambiente circostante.

Immagine ottenuta dal Vlt della stella morta che crea un’onda d’urto mentre si muove nello spazio. Crediti: Eso/K. Iłkiewicz and S. Scaringi et al. Background: PanStarrs

«Abbiamo trovato qualcosa di mai visto prima e, cosa ancora più importante, del tutto inaspettato», dice Simone Scaringi, professore associato presso la Durham University (Regno Unito) e coautore principale dello studio – firmato tra gli altri anche dalle astronome dell’Istituto nazionale di astrofisica Domitilla de Martino e Sara Motta – pubblicato oggi su Nature Astronomy. «Le nostre osservazioni rivelano un potente efflusso che, secondo le nostre attuali conoscenze, non dovrebbe esserci», aggiunge Krystian Ilkiewicz, ricercatore post-dottorato presso il Centro astronomico Nicolaus Copernicus di Varsavia (Polonia) e co-responsabile dello studio. Efflusso (outflow in inglese) è il termine usato dagli astronomi per descrivere il materiale espulso dagli oggetti celesti.

La stella Rxj 0528+2838 si trova a 730 anni luce di distanza da noi e, come il Sole e altre stelle, ruota intorno al centro della nostra galassia. Durante questo moto, interagisce con il gas che permea lo spazio tra le stelle, creando un tipo di onda d’urto particolare (la cosiddetta onda di prua, o bow shock in inglese), «un arco curvo di materia, simile all’onda che si forma davanti a una nave», spiega Noel Castro Segura, ricercatore presso l’Università di Warwick (Regno Unito) e collaboratore di questo studio. Queste onde di prua sono create di solito dalla materia che fuoriesce dalla stella centrale, ma nel caso di Rxj 0528+2838 nessuno dei meccanismi noti può spiegare completamente le osservazioni.

Rxj 0528+2838 è una nana bianca, il nucleo residuo di una stella di piccola massa morente, e ha una compagna simile al Sole che le orbita intorno. In questi sistemi binari, la materia della stella compagna viene trasferita alla nana bianca, attraverso la formazione di un disco. Il disco alimenta la stella morta, ma parte della materia viene espulsa nello spazio, creando potenti efflussi. Ma Rxj 0528+2838 non mostra segni della presenza di un disco, rendendo un mistero l’origine dell£efflusso e della nebulosa che ne risulta intorno alla stella.

«Scoprire che un sistema apparentemente tranquillo e privo di disco potesse generare una nebulosa così spettacolare è stata una sorpresa, uno di quei rari momenti wow», assicura Scaringi.

Il gruppo di lavoro ha individuato per la prima volta una strana nebulosità intorno a Rxj 0528+2838 nelle immagini del telescopio Isaac Newton, in Spagna. Notandone la forma insolita, l’hanno osservata più in dettaglio con lo strumento Muse installato sul Vlt dell’Eso. «Le osservazioni con lo strumento Muse dell’Eso ci hanno permesso di mappare in dettaglio l’onda d’urto e di analizzarne la composizione. Questo è stato fondamentale per confermare che la struttura provenga effettivamente dal sistema binario e non da una nebulosa o una nube interstellare non correlata», spiega Ilkiewicz.

La forma e le dimensioni dell’onda d’urto implicano che la nana bianca stia emettendo un potente efflusso da almeno mille anni. Gli scienziati non sanno esattamente come una stella morta e senza disco possa alimentare un efflusso così duraturo, ma hanno un’ipotesi.

È noto che questa nana bianca ospita un forte campo magnetico, come confermato dai dati Muse. Il campo incanala il materiale sottratto alla stella compagna direttamente sulla nana bianca, senza formare il disco intorno ad essa. «La nostra scoperta mostra che, anche senza disco, questi sistemi possono generare potenti efflussi, rivelando un meccanismo che ancora non comprendiamo. Questa scoperta sfida l’idea corrente di come la materia si muove e interagisce in questi sistemi binari estremi», aggiunge Ilkiewicz.

I risultati suggeriscono una fonte di energia nascosta, probabilmente il forte campo magnetico, ma questo “motore misterioso”, come lo definisce Scaringi, deve ancora essere studiato. I dati mostrano che la forza dell’attuale campo magnetico è sufficiente solo per alimentare un’onda d’urto della durata di poche centinaia di anni, quindi spiega solo in parte ciò che gli astronomi stanno osservando.

Per comprendere meglio la natura di questi efflussi senza disco, è necessario studiare molti altri sistemi binari. Il futuro Extremely Large Telescope (Elt) dell’Eso aiuterà gli astronomi «a mappare un numero maggiore di questi sistemi, ma anche alcuni più deboli, in dettaglio e a rivelarne di simili, contribuendo in ultima analisi a comprendere la misteriosa fonte di energia che rimane oggi inspiegata», prevede Scaringi.

Fonte: press release Eso

Per saperne di più:

Guarda il video sul canale YouTube dell’Eso:

 

  •  

Israele pronto per un nuovo attacco terrestre su Gaza

Israele ha predisposto piani per una nuova operazione terrestre in alcune aree di Gaza attualmente controllate dal gruppo armato palestinese Hamas. Lo riporta il Wall Street Journal, che cita fonti.

 

La Striscia di Gaza risulta al momento divisa approssimativamente al 50% tra le Forze di Difesa israeliane (IDF) e Hamas, in conformità con la roadmap di pace in 20 punti proposta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Tale piano prevede il disarmo completo dei combattenti palestinesi e il successivo ritiro israeliano dall’enclave di circa 365 chilometri quadrati.

 

È proprio la riluttanza di Hamas a rispettare l’impegno di deporre le armi che potrebbe spingere Gerusalemme a lanciare una nuova offensiva a Gaza, secondo quanto evidenziato dall’articolo pubblicato sabato.

 

Funzionari arabi intervistati dal WSJ hanno riferito che Hamas sarebbe disposta a cedere solo le armi pesanti, ma non quelle leggere. Le stime israeliane indicano che il gruppo dispone attualmente di circa 60.000 fucili.

Aiuta Renovatio 21

Lo scorso mese Hamas ha ribadito l’intenzione di mantenere il cessate il fuoco nonostante le «ripetute violazioni israeliane», insistendo tuttavia sul fatto che non consegnerà le armi «finché perdurerà l’occupazione».

 

Fonti arabe e israeliane hanno inoltre segnalato che il gruppo palestinese sta lavorando attivamente per ricostruire le proprie capacità militari, inclusa la riparazione di parti della rete di tunnel danneggiata durante il conflitto precedente. Hamas avrebbe inoltre ricevuto nuovi flussi finanziari per pagare gli stipendi ai propri combattenti.

 

I funzionari israeliani hanno precisato al WSJ che al momento non esistono piani immediati per un ingresso delle IDF nelle zone controllate da Hamas, poiché Gerusalemme è disposta ad attendere eventuali progressi nel piano di pace di Trump.

 

Il presidente statunitense ha dichiarato a fine dicembre che a Hamas verrà concesso «un periodo di tempo molto breve per disarmarsi» e che, in caso contrario, «pagherà le conseguenze».

 

Gerusalemme ha avviato l’operazione militare a Gaza nell’ottobre 2023 in risposta all’attacco mortale compiuto da Hamas nel sud di Israele, che causò la morte di circa 1.200 persone e il rapimento di oltre 250 ostaggi. Da allora, secondo le autorità sanitarie locali, oltre 71.000 palestinesi sono stati uccisi nell’enclave e più di 171.000 sono rimasti feriti.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Jaber Jehad Badwan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 

L'articolo Israele pronto per un nuovo attacco terrestre su Gaza proviene da RENOVATIO 21.

  •  

SHAKEMOVIE: Propagazione delle onde sismiche del terremoto Mw 5.1 del 10 gennaio 2026 (Costa Calabra sud-orientale)

L’INGV ha realizzato il video dell’animazione della propagazione sulla superficie terrestre delle onde sismiche generate dal  terremoto di magnitudo Mw 5.1 (Ml 5.1) localizzato dalla Rete Sismica Nazionale alle ore 05:53 italiane di oggi, 10 gennaio 2026 al largo della Costa Calabra Sud-Orientale.

L’animazione è necessariamente preliminare in quanto saranno noti solo nei prossimi giorni i dettagli del processo di rottura che, per eventi di questa magnitudo, sono fondamentali per un’accurata simulazione della propagazione delle onde. Una volta analizzati saranno inclusi in un’animazione a più alta risoluzione.


Le onde di colore blu indicano che il suolo si sta muovendo velocemente verso il basso, quelle di colore rosso indicano che il suolo si sta muovendo verso l’alto. L’intensità del colore è maggiore per spostamenti verticali più veloci.
Ogni secondo dell’animazione rappresenta un secondo in tempo reale.

Non si tratta di un’animazione artistica ma della soluzione delle equazioni che descrivono il processo di propagazione.
La velocità e l’ampiezza delle onde sismiche dipendono dalle caratteristiche della sorgente sismica, dal tipo di suolo che attraversano e anche dalla topografia. Esse, quindi, non si propagano in maniera uniforme nello spazio e luoghi posti alla stessa distanza dall’epicentro risentono del terremoto in maniera completamente diversa.

L’animazione è generata attraverso la procedura descritta in questo articolo del blog ma con una novità. Il modello 3D del sottosuolo è stato aggiornato per incorporare la Vs30 (velocità media delle onde sismiche di taglio nei primi 30 metri di profondità): un parametro che caratterizza la rigidità del terreno superficiale. Terreni con Vs30 bassa, come i depositi alluvionali (sedimenti sciolti, sabbie, argille), sono più deformabili e amplificano maggiormente le onde sismiche rispetto alla roccia compatta che ha Vs30 elevata. Grazie a questa rappresentazione più accurata delle variazioni geologiche superficiali, la simulazione può ora riprodurre con maggiore affidabilità frequenze fino a 0.2 Hz, evidenziando in modo più realistico gli effetti di amplificazione sismica tipici dei terreni alluvionali e sedimentari presenti in molte pianure e valli italiane.

La risoluzione delle equazioni dell’onda è stata condotta attraverso l’utilizzo del software SPECFEM3D (Peter et al. 2011, http://www.specfem.org). Per il modello tridimensionale del sottosuolo è stato selezionato il modello tomografico IMAGINE_IT (Magnoni et al. 2022). La sorgente sismica è determinata attraverso il metodo TDMT (Scognamiglio et al. 2009, https://terremoti.ingv.it/tdmt). L’animazione è invece stata generata utilizzando Paraview.

Credits: INGV, Emanuele Casarotti, Federica Magnoni, Angela Stallone This work is supported by the ICSC National Research Centre for High Performance Computing, Big Data and Quantum Computing (CN00000013, CUP D53C22001300005) within the European Union-NextGenerationEU program.


Licenza

Licenza Creative Commons

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

 

  •  

Evento sismico nel Mar Ionio, ML 5.1, 10 gennaio 2026

Un terremoto di magnitudo ML 5.1 è stato localizzato dalla Rete Sismica Nazionale alle ore 05:53 italiane del 10 gennaio 2026 al largo della costa ionica calabra, ad una profondità di 65 Km. Va notato che per eventi lontani dalla costa, e quindi dalla rete sismica, la profondità ipocentrale è un parametro di difficile determinazione, per cui la stima potrebbe essere rivista con analisi successive.                

La zona interessata dal terremoto odierno è prossima alla regione calabro-sicula caratterizzata da pericolosità sismica alta, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

 

I dati storici disponibili per l’area ci indicano che in particolare l’epicentro del terremoto è localizzato in un’area dove sono riportati diversi eventi di magnitudo inferiore a 5.5. Le aree sismiche più rilevanti sono quelle della Calabria meridionale e dello Stretto di Messina e della Sicilia orientale, poste a 50-100 chilometri di distanza, per le quali sono riportati numerosi eventi di elevata intensità, tra i quali quelli del 1783 in Calabria, del 1908 nella zona dello Stretto e del 1693 in Sicilia sudorientale.

La sismicità più recente dal 1985 in poi, ci mostra come l’area sia stata interessata da un’attività sismica diffusa. I terremoti più rilevanti sono avvenuti nell’entroterra siculo e calabrese, in particolare nella Calabria meridionale. Si ricorda l’evento del 16 aprile 2025 di ML 4.8 che ha interessato la stessa zona lo scorso anno.                                

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP) dell’evento di oggi, calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra livelli di scuotimento stimati fino al IV grado MCS su un area molto estesa L’evento sismico è stato ampiamente risentito in Sicilia orientale,  in Calabria meridionale ed in Puglia come conferma la mappa dei risentimenti macrosismici ricavata dai numerosi questionari inviati al sito www.hsit.it.

 


Licenza

Licenza Creative Commons

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

  •  

I piani 2026 della FSFE, tra Sovranità Digitale, Software Libero nella UE e… ambizioni USA sulla Groenlandia!

Poco prima della fine dell’anno a tutti i membri della community FSFE (Free Software Foundation Europe) è arrivato un messaggio che purtroppo non portava con sé molto spirito natalizio. Questo messaggio è rimasto nella casella fino a qualche giorno fa, quando preso dall’ottimismo post-ferie ho deciso di analizzarlo per dargli visibilità. Ora che l’ho fatto...

  •  

Greenland is not the mining gem some think it is

Long before the glitter of Greenland’s ice caught the covetous eye of Donald Trump, the minerals beneath were bewitching others. Among those dazzled was Karl Ludwig Giesecke, an actor-turned-mineralogist who became stranded on the island during the Napoleonic wars. Possessed of several pseudonyms during a colourful and globetrotting career, including as a minerals dealer, Giesecke travelled throughout Greenland in the early 19th century compiling an inventory of the island’s mineralogical treasures. His journal entries, which credit the prior knowledge of the Inuit, include descriptions of cryolite, mined there exclusively from the 1850s and known as “white gold” because of its industrial value as a chemical additive (synthetic alternatives are used today). Prospectors have been eyeing up the territory ever since, with Trump making clear that Greenland is still in his sights. 

Read more

L'articolo Greenland is not the mining gem some think it is sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

  •  

Il Pentagono ha un nuovo cannone laser portatile per distruggere i droni

L’esercito statunitense continua a puntare sulle armi laser per potenziare le sue difese contro i droni, veri protagonisti del conflitto in Ucraina. Il Pentagono sta installando il Locust Laser Weapon System di seconda generazione di AeroVironment su alcuni dei suoi veicoli tattici, segnando l’evoluzione dei sistemi a energia diretta da ingombranti dimostrazioni di laboratorio a strumenti operativi modellati dall’uso sul campo.

Il primo veicolo a implementare il sistema è l’Oshkosh Joint Light Tactical Vehicle (JLTV), combinando affidabilità testata in combattimento con perfezionamenti derivati da oltre tre anni di impiego operativo all’estero. Precedentemente integrato sui veicoli General Motors Defense Infantry Squad, il passaggio alla piattaforma JLTV espande la manovrabilità del Locust in una gamma più ampia di ambienti operativi. Il sistema è platform-agnostic: insomma, è estremamente versatile e può essere installato su pressoché ogni veicolo.

Automazione e controllo manuale

Secondo AeroVironment, la versione aggiornata include un nuovo sistema per indirizzare il fascio di energia: dotato di apertura maggiore, ora dispone di una letalità più precisa.

,Locust opera con controlli automatizzati e manuali: le funzioni automatiche eseguono ricerca e tracciamento infrarossi multi-target, sovrappongono tracciamento ad altissima larghezza di banda su video ad alta definizione e si integrano apertamente con vari tipi di sensori.

Gli operatori possono guidare il sistema manualmente usando un controller da gaming standard, assistiti da funzioni avanzate come il tracking guidato, un telemetro laser e un sistema di acquisizione.

Il centro di comando del sistema Locust

Il centro di comando del sistema Locust

L’interfaccia riduce al minimo i requisiti di addestramento massimizzando l’efficacia in ambienti ad alta densità di minacce.

Il supporto di rete per il command-and-control permette all’esercito di schierare Locust in tempi rapidi e di coordinarne l’impiego in modo efficace durante le operazioni. I sistemi sono già stati utilizzati dagli operatori in contesti reali, raggiungendo elevati livelli di disponibilità operativa e prestazioni concrete, con un impatto diretto nella protezione di soldati, alleati e infrastrutture critiche dalle minacce aeree.

Il Pentagono ha un nuovo cannone laser portatile per distruggere i droni è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella

  •  

YouTube Music invaso dalla spazzatura generata dall’AI: gli utenti minacciano di andarsene

La proliferazione di brani generati dall’intelligenza artificiale sta diventando un tema critico per le piattaforme di streaming musicale. Negli ultimi giorni, numerosi abbonati a YouTube Music hanno espresso su Reddit e altri forum un crescente malcontento per la massiccia presenza di quella che definiscono “AI slop” nelle loro raccomandazioni personalizzate. Gli utenti segnalano che i propri mix e le sessioni di riproduzione automatica vengono invasi da artisti fittizi con cataloghi sterminati di canzoni generiche, rendendo difficile la scoperta di musica prodotta da esseri umani.

Recentemente, anche la piattaforma video di YouTube è stata interessata dallo stesso problema, con la nascita di centinaia di canali dedicati interamente alla pubblicazione di spazzatura generata dall’AI. In alcuni casi, questi canali guadagnano milioni di euro. Un portavoce di YouTube ha anticipato che l’azienda non intende combattere questo fenomeno. Google è una delle aziende che ha investito più massicciamente nelle intelligenze artificiali generative.

L’inefficacia degli algoritmi

Tornando a YouTube Music: il problema principale risiede nella difficoltà di filtrare questo tipo di contenuti. Molti ascoltatori lamentano che i pulsanti “Non mi interessa” o il pollice verso non producono l’effetto sperato: sebbene il singolo brano venga rimosso, l’algoritmo tende a proporre quasi immediatamente tracce simili provenienti dallo stesso “artista” sintetico o da profili correlati.

Questa persistenza sta spingendo diversi utenti premium a considerare la cancellazione dell’abbonamento, percependo un calo drastico nella qualità del servizio e una mancanza di controllo sulla propria esperienza di ascolto.

Le risposte delle piattaforme

YouTube

Mentre YouTube Music fatica a contenere l’ondata di contenuti generati dalle macchine, altre piattaforme stanno adottando strategie più trasparenti. Deezer, ad esempio, ha implementato un sistema di tagging che identifica chiaramente i brani 100% AI, escludendoli dalle raccomandazioni algoritmiche per proteggere i proventi degli artisti reali.

Anche Spotify sta affrontando problemi molto simili, mentre Apple Music viene spesso citata dagli utenti come l’oasi più sicura per chi cerca esclusivamente musica prodotta da persone.  E’ evidente che YouTube dovrà presto fare qualcosa e adeguarsi alle richieste degli utenti: sono sempre di più le piattaforme (come Pinterest e TikTok) che hanno introdotto la possibilità di nascondere completamente i contenuti generati dall’AI.

YouTube Music invaso dalla spazzatura generata dall’AI: gli utenti minacciano di andarsene è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella

  •  

Incendios en la Patagonia: denuncian que turistas israelíes fueron encontrados haciendo fogatas en Parque Nacional Los Glaciares

Un grave incidente ambiental se registró en las últimas horas en las cercanías de El Chaltén, dentro del Parque Nacional Los Glaciares, cuando una pareja de turistas extranjeros encendió una fogata en una zona totalmente prohibida, poniendo en riesgo el bosque nativo y la fauna local en plena emergencia por incendios forestales activos en la región. «¡Ustedes son! ¡Ustedes son los h… de p… que nos prenden fuego!», gritó Martín, vecino de El Calafate, quien los enfrentó, los obligó a levantar el campamento y dio aviso a las autoridades. Parques Nacionales y Gendarmería iniciaron un operativo para identificarlos y señalaron que serían de origen israelí, dato que también aportó el vecino calafateño.

Durante una caminata hacia Laguna Torre, Martín observó una columna de humo persistente. Al acercarse, se encontró con los turistas haciendo fuego debajo de la vegetación. “Si ustedes están asombrados, yo tengo una impotencia terrible”, relató Martín en diálogo con FM Dimensión, visiblemente afectado por la situación.

De inmediato, Martín les exigió que apagaran las llamas y se retiraran hacia un camping habilitado. Luego, con la ayuda de otro visitante, terminó de extinguir completamente el foco con agua.

Tras asegurarse de que no quedaran brasas activas, descendió para dar aviso a las autoridades. “Bajé de noche, sin linterna, pero lo hice para que esta gente pague lo que tenga que pagar por intentar dañar nuestro bosque”, afirmó.

Se inició un operativo de búsqueda nocturna junto a un guardaparque, y finalmente se radicó la denuncia formal ante Parques Nacionales y Gendarmería. Las autoridades analizan registros de alojamientos, campings, e imágenes aportadas por testigos para identificar a los responsables.

El episodio generó indignación en la comunidad, especialmente porque ocurre mientras brigadistas combaten incendios forestales activos a pocos kilómetros de distancia, con un importante despliegue de recursos. “Es increíble que tengamos a todo el personal apagando incendios y que, al mismo tiempo, haya personas que prendan fuego sin ningún tipo de conciencia”, lamentó Martín.

El vecino hizo un llamado contundente a la responsabilidad de todos los visitantes: “Si ven algo así, intervengan y denuncien. El que fuma, que apague bien el cigarrillo. Evitemos que pasen estas cosas, porque se nos está prendiendo fuego la Argentina”.

Con este incidente, las autoridades refuerzan el mensaje sobre la prohibición absoluta de hacer fuego fuera de los lugares habilitados y la importancia de respetar las normativas del Parque Nacional, cuyo ecosistema es extremadamente vulnerable al fuego, especialmente en temporada seca y de vientos intensos.

El hecho se da en un contexto en el que también se ha denunciado la mala conducta reiterada de turistas israelíes, llegados a la Patagonia tras realizar el servicio militar en el Ejército de dicho país. De acuerdo a operadores turísticos y guías locales, se han registrado episodios de tensión recurrentes, como incumplimientos de indicaciones durante caminatas, desvíos no autorizados en senderos que derivaron en pedidos de rescate, o reuniones improvisadas en áreas naturales donde no está permitido acampar ni realizar fiestas.

  •  

I nuovi monitor di MSI usano l’AI per aiutarti a barare nei videogiochi online

Al CES 2026 MSI ha deciso di spingere con decisione sull’integrazione dell’intelligenza artificiale nei monitor gaming, affiancando a questa visione un nuovo modello della linea MPG pensato per chi cerca qualità d’immagine pura. Dopo aver introdotto lo scorso anno funzioni di rilevamento della presenza umana, l’azienda amplia ora il concetto con un pacchetto di assistenza AI più aggressivo e, in parallelo, con un QD-OLED di nuova generazione orientato alle prestazioni visive.

L’AI ti aiuta a vincere

Il cuore della strategia è il Meg X, che MSI definisce il primo “vero” monitor AI. All’interno del pannello trova spazio una NPU dedicata, incaricata di analizzare in tempo reale i contenuti a schermo e intervenire automaticamente sulle impostazioni.

Con un solo comando è possibile attivare sei funzioni di assistenza, pensate soprattutto per gli sparatutto in prima persona. Il sistema può evidenziare i personaggi, simulare uno zoom per migliorare la mira, applicare una sorta di visione notturna e modulare la luminosità per facilitare il recupero dopo effetti accecanti come le flashbang.

L’AI è anche in grado di riconoscere il genere del gioco e cambiare profilo visivo, passando ad esempio a impostazioni dedicate quando rileva un racing game. A supporto c’è un secondo assistente che guida l’utente nei menu e si integra con il sensore AI Care 3.0, capace di ridurre luminosità e refresh quando il giocatore si allontana, con benefici anche sulla durata del pannello.

Una nuova proposta senza troppa AI

Per chi guarda con diffidenza alle funzioni intelligenti, MSI ha mostrato il MPG 341CQR QD-OLED X36. Si tratta di un ultrawide da circa 86 centimetri di diagonale, con refresh a 360Hz e risoluzione 3440×1440 in formato 21:9.

Il pannello QD-OLED di quinta generazione adotta un layout RGB Stripe dei sub-pixel, pensato per ridurre le aberrazioni cromatiche e migliorare la leggibilità dei testi grazie alla tecnologia tandem OLED. Il rivestimento DarkArmor Film limita le dominanti violacee dovute alla luce ambientale e incrementa i livelli di nero fino al 40%. Spicca anche la gestione avanzata dell’HDR, con 14 punti di regolazione della luminosità per evitare variazioni fastidiose tra finestre. La curvatura è di 1800R, la luminosità HDR raggiunge i 1.300 nit e la connettività include HDMI 2.1, DisplayPort 2.1a e USB-C con alimentazione fino a 98 watt. Prezzi e disponibilità non sono ufficiali, ma le prime valutazioni di TechPowerUp e PC Gamer indicano un posizionamento premium anche in Europa.

I nuovi monitor di MSI usano l’AI per aiutarti a barare nei videogiochi online è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella

  •  

Samsung Galaxy S27 Ultra: finalmente nuove fotocamere dopo anni di letargo

Dopo anni di aggiornamenti marginali, Samsung potrebbe finalmente rivoluzionare il comparto fotografico dei suoi flagship Ultra. Secondo il leaker Ice Universe, il Galaxy S27 Ultra vedrà la sostituzione di tre sensori: fotocamera principale, ultra-wide e frontale.

Un cambio di rotta significativo considerando che il sensore ISOCELL HP2 da 200MP è rimasto invariato dal Galaxy S23 Ultra e dovrebbe essere presente anche nell’imminente S26 Ultra. Le fotocamere teleobiettivo potrebbero rimanere invariate, con l’eccezione della periscopica che potrebbe ricevere un’apertura del diaframma più ampia.

La pressione della concorrenza cinese

I dettagli specifici sugli aggiornamenti hardware rimangono vaghi. In passato si era parlato di un sensore da 200MP di dimensioni maggiori, ipotesi poi accantonata per questioni di costi. Tuttavia, la mossa di Samsung appare quasi obbligata di fronte all’offensiva dei produttori cinesi. Vivo X300 Ultra e Oppo Find X9 Ultra dovrebbero debuttare con ben due sensori da 200MP ciascuno, mentre Xiaomi prepara il 17 Ultra Leica Edition, versione fotografica potenziata del già impressionante 17 Ultra destinato al mercato globale. Nessuno di questi modelli detronizzerà Samsung nell’immediato, ma potrebbero indurre molti utenti a riconsiderare la scelta di un Galaxy.

Il significato di “Ultra” da riscoprire

È prematuro entusiasmarsi per rumors relativi a un dispositivo atteso per il 2027, quando il Galaxy S26 non è ancora stato presentato (questione di pochissimo, tuttavia). Insomma, tutte queste indiscrezioni vanno prese con la massima cautela, perché nel frattempo potrebbero cambiare davvero molte cose.

Tuttavia, il cambiamento risulta necessario per Samsung, che negli ultimi anni sembra aver dimenticato il significato stesso di “Ultra”: offrire le massime prestazioni possibili in ogni aspetto. Per i flagship di fascia premium, le specifiche tecniche contano più che altrove, e gli utenti si aspettano il meglio assoluto dal segmento più costoso del mercato. E’ davvero arrivato il momento di darsi una svegliata e smettere di far finta che la concorrenza dei cinesi – con fotocamere sempre più moderne e batterie sempre più grandi – non esista.

Samsung Galaxy S27 Ultra: finalmente nuove fotocamere dopo anni di letargo è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella

  •  

La fine dei gaming phone: Asus ferma ROG Phone e Zenfone, nicchia morta per sempre?

Asus ha deciso di mettere in pausa i nuovi lanci di ROG Phone e Zenfone per il 2026, una mossa che potrebbe segnare l’inizio della fine per l’intera categoria dei gaming phone. Questi dispositivi, nati come controcultura rumorosa e senza compromessi rispetto agli smartphone mainstream, stanno perdendo progressivamente appeal tra gli utenti. Batterie enormi, trigger fisici sulle spalle, sistemi di raffreddamento attivo, luci RGB e chipset spinti al limite: caratteristiche che un tempo giustificavano l’esistenza di una nicchia dedicata, ma che oggi non bastano più a competere con i flagship tradizionali.

Il gap prestazionale si è azzerato

I gaming phone come ROG Phone e RedMagic continuano a eccellere nelle prestazioni pure, offrendo sistemi di raffreddamento superiori e autonomia estesa. Tuttavia, nel 2026 la situazione è radicalmente cambiata. Dispositivi come Galaxy S25 Ultra, iPhone 17 Pro Max o OnePlus 15 riescono ora a gestire giochi AAA a frame rate elevati senza surriscaldarsi eccessivamente.

Il throttling termico esiste ancora, ma non è più catastrofico come in passato. Il divario tra un gaming phone e un flagship si è ridotto a tal punto da diventare irrilevante: i gaming phone hanno perso i loro vantaggi esclusivi, mentre i flagship tradizionali hanno mantenuto e migliorato i propri punti di forza, come fotocamere superiori, aggiornamenti software prolungati e design più raffinati.

Che senso ha un gaming phone nel 2026?

Asus ROG Phone (2)

Storicamente si presumeva che i gamer non fossero interessati a fotocamere di qualità o supporto software a lungo termine. Questa ipotesi si è rivelata errata. ROG Phone e RedMagic hanno fatto progressi su questi fronti, ma rimangono lontani dagli standard dei flagship mainstream.

Per dispositivi che costano oltre 1.000 dollari, i compromessi sono difficili da giustificare. Il Black Shark 5 Pro tentò di colmare il divario con un sistema fotografico valido e fu apprezzato, ma fu anche uno degli ultimi modelli del brand a ricevere attenzione prima che Xiaomi abbandonasse silenziosamente la spinta globale del marchio. Ironicamente, i gaming phone sono diventati vittime del proprio successo: caratteristiche come raffreddamento attivo, camere di vapore e batterie enormi sono ora integrate nei flagship tradizionali come OnePlus 15, che offre prestazioni da gaming phone in un formato convenzionale e ad un prezzo, tutto sommato, competitivo.

La fine dei gaming phone: Asus ferma ROG Phone e Zenfone, nicchia morta per sempre? è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella

  •  

Meta ha posticipato l’arrivo dei Ray-Ban Display in Italia

I nuovi occhiali intelligenti di Meta si faranno attendere più del previsto al di fuori degli Stati Uniti. Durante il CES 2026, l’azienda ha infatti annunciato che il lancio dei Ray-Ban Display in Italia, Francia, Regno Unito e Canada è stato ufficialmente posticipato. La decisione nasce da una domanda che ha superato ogni previsione interna, esaurendo rapidamente le scorte iniziali e costringendo l’azienda a rivedere i propri piani di espansione globale per dare priorità al mercato statunitense.

Meta vuole affinare la sua filiera produttiva prima di sbarcare anche in Europa. Il rischio, altrimenti, sarebbe quello di avere un lancio caratterizzato da lunghissime liste d’attesa.

Un successo oltre le aspettative

Il debutto americano, avvenuto lo scorso settembre al prezzo di 799 dollari, ha generato liste d’attesa che si estendono ormai per gran parte del 2026. Meta ha descritto i Ray-Ban Display come un prodotto unico nel suo genere, caratterizzato da un inventario estremamente limitato a causa della complessità dei componenti, come il display heads-up integrato e il controller Neural Band.

Per ora, l’unico modo per acquistarli negli USA rimane il sistema di prenotazione obbligatoria per una dimostrazione fisica in punti vendita selezionati, una misura necessaria per gestire il forte squilibrio tra offerta e richiesta.

Nuove funzioni software in attesa del lancio

Ray-Ban Meta Lab

Nonostante il rinvio della distribuzione, Meta ha approfittato del palco di Las Vegas per presentare aggiornamenti software che arricchiranno l’esperienza d’uso. Tra le novità spiccano la modalità “teleprompter“, che permette di leggere note e testi direttamente sulle lenti, e la scrittura virtuale EMG, che consente di comporre messaggi tracciando le lettere nell’aria con le dita.

Mentre gli utenti americani inizieranno a testare queste funzioni nei prossimi mesi, i consumatori europei e canadesi dovranno attendere nuove comunicazioni ufficiali, poiché Meta non ha ancora fissato una nuova finestra temporale per l’uscita internazionale.

Nel frattempo, anche OpenAI e Apple stanno lavorando ai loro rispettivi occhiali smart con intelligenza artificiale: potrebbero debuttare il prossimo anno.

Meta ha posticipato l’arrivo dei Ray-Ban Display in Italia è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella

  •  

LEGO ha presentato la sua “più grande rivoluzione” dal 1978 ad oggi

Lego sta per rivoluzionare il suo prodotto più iconico: il classico mattoncino 2×4 diventa un computer funzionante. Dal 1° marzo l’azienda lancerà Smart Bricks, una piattaforma di computing embedded abbastanza piccola da inserirsi completamente all’interno di un tradizionale mattoncino Lego.

Presentato pubblicamente per la prima volta al CES 2026, il sistema si basa su un ASIC personalizzato più piccolo di un singolo bottoncino Lego e include elaborazione integrata, firmware aggiornabile via app smartphone e una rete di sensori. Gli Smart Bricks rilevano movimento, orientamento, gesti e tag NFC. Quando più mattoncini sono connessi, formano automaticamente una rete Bluetooth Mesh che consente loro di riconoscere le posizioni reciproche, coordinando effetti sonori, luminosi e di movimento attraverso l’intero set.

Tecnologia al servizio del gioco

I mattoncini si ricaricano via wireless tramite un sistema multipad che alimenta più pezzi simultaneamente, con batterie che mantengono le prestazioni anche dopo anni di inattività. Ogni unità contiene sensori di luce e inerziali e può produrre effetti sonori e luminosi dall’interno del modello.

Durante la demo con alcuni dei primi set Star Wars che supportano la tecnologia, le astronavi hanno emesso ronzii quando vengono inclinate in volo, le spade laser si sono illuminate durante i duelli e la Marcia Imperiale è partita automaticamente quando l’Imperatore Palpatine è stato posizionato sul trono della Morte Nera.

Include anche un microfono, ma non per registrazioni vocali: la portavoce Jessica Benson ha spiegato che rileva input sonori come il soffio su una torta di compleanno, reagendo in tempo reale. Lo Smart Brick non contiene fotocamere né componenti di intelligenza artificiale, distinguendosi da prodotti precedenti come Lego Mario che si basava su fotocamere per scansionare alcuni codici a barre.

Primi set e futuro della piattaforma

Lego Darth Vader

I primi Smart Play saranno tutti della linea Star Wars: Darth Vader’s TIE Fighter con uno Smart Brick, il Red Five X-Wing di Luke con cinque tag e due personaggi, e  la Stanza del trono con A-Wing con due Smart Bricks.

Lego definisce questa “l’evoluzione più significativa del sistema Lego dal lancio delle minifigure nel 1978”. Alcuni leak suggeriscono che la prossima linea a supportare la nuova tecnologia Smart Brick sarà quella dedicata ai Pokémon.

LEGO ha presentato la sua “più grande rivoluzione” dal 1978 ad oggi è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella

  •  

Venezuela, che cosa è accaduto e che fare adesso

Il rapimento di Maduro e la successione presidenziale, la cronologia dell’assalto Usa, la conferenza stampa di Trump. Le domande che richiedono risposte, la reazione popolare e il che fare. Dal Venezuela, Luis Bonilla-Molina*

L’intero sistema giuridico internazionale è andato in frantumi il 3 gennaio 2026. L’intervento militare degli Stati Uniti contro il Venezuela, il rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie e gli annunci volti a insediare un governo guidato dagli Stati Uniti ci riportano all’epoca coloniale e all’impero del più forte. L’America Latina ha subito un’offesa alla sua dignità e sovranità che non guarirà facilmente.

Il rilancio della dottrina Monroe nella sua versione Trump conferma che gli Stati Uniti sono entrati in una nuova fase di attacco contro i territori che nascondono ricchezze per appropriarsene, in modo che nessun popolo della regione sarà risparmiato da questa linea di condotta.

Il leader della nazione più potente del mondo ha appena ammesso che all’alba di questo giorno ha utilizzato 20 basi, lanciato un attacco con 150 aerei, elicotteri da combattimento e droni di ultima generazione per sottomettere il governo venezuelano, massacrare le truppe e la popolazione civile e instaurare un nuovo modello di colpi di Stato apertamente guidati dalla Casa Bianca utilizzando la sua potenza navale, aerea e di fuoco. Per coloro che pensavano che si trattasse solo di spacconate, l’era del dominio territoriale continentale da parte degli Stati Uniti è iniziata. Le parole di Trump sono state precise: «Il Venezuela deve capire che ciò che è successo a Maduro può succedere a chiunque faccia lo stesso».

«Gli Stati Uniti guideranno la transizione fino a quando il Paese non sarà sulla buona strada e faranno guadagnare denaro al popolo»: questa è l’inaccettabile dichiarazione neocoloniale formulata da Trump. Né Maduro, né Delcy Rodríguez, né tantomeno María Corina Machado o Edmundo González Urrutia sono considerati figure nazionali sufficientemente capaci di guidare la transizione neocoloniale. Trump ha proposto che un gruppo di persone di buona volontà, da loro stessi scelte, gestisca la transizione. In altre parole, saranno sicuramente promossi nomi “Made in USA”, docili e incondizionati.

Ma non finisce qui, Donald Trump ha anche annunciato che Cuba sarà nell’occhio del ciclone, a cui Marco Rubio ha aggiunto: “Se vivessi all’Avana, sarei preoccupato”. In altre parole, serrare i ranghi per difendere la sovranità venezuelana è il modo per garantire la sovranità dell’intera regione. Solo un’America Latina unita può affrontare l’offensiva neocoloniale americana.

È certo che María Corina Machado, un’estremista di destra che ha sostenuto il genocidio a Gaza e si è schierata con tutti gli illiberali del mondo, è stata finora il cavallo di Troia delle ultime amministrazioni americane. Se María Corina Machado, come ha detto Trump, non gode del rispetto di tutto il popolo venezuelano  e che il suo intervento mira ad accentuare la polarizzazione e la divisione del popolo venezuelano, non è questo che preoccupa gli Stati Uniti, bensì la possibilità che la sua leadership possa entrare in contraddizione con l’agenda neocoloniale che essi intendono imporre. Frenarla bruscamente, come ha fatto Trump, esprime la decisione americana di impedire a qualsiasi leadership radicata nelle masse di guidare il governo e lo Stato venezuelani. Hanno bisogno di governi deboli, senza legami organici con le masse, che non possano in alcun momento opporsi alle politiche neocoloniali americane.

Trump ha minacciato che l’attacco militare contro il Venezuela lanciato alle 2 del mattino del 3 gennaio potrebbe ripetersi in qualsiasi momento se i sostenitori di Maduro non raggiungessero rapidamente un accordo sulla transizione neocoloniale. La vicepresidente Delcy Rodríguez ha risposto che l’unico presidente del Venezuela è Nicolás Maduro, che è stato rapito, creando un pericoloso vuoto di potere, poiché il Venezuela ha trascorso le ultime ore senza un presidente in carica e sul proprio territorio. Le prossime ore saranno decisive per vedere come si evolveranno gli eventi.

Il rapimento di Maduro e la successione presidenziale

Secondo Donald Trump e il suo gabinetto di guerra contro il Venezuela, la cattura e il rapimento di Maduro – non esiste alcuna legislazione che autorizzi un arresto di questo tipo – sono stati pianificati per mesi, combinando il lavoro di intelligence di agenzie come la CIA e il lavoro sul campo dell’esercito americano. Una volta individuato il luogo di residenza di Maduro, le sue guardie sono state neutralizzate e lui stesso è stato arrestato insieme alla moglie, per essere poi trasferito fuori dal Paese. Sarà la giustizia americana a giudicarlo.

Il rapimento di Maduro crea un vuoto di potere che deve essere colmato dall’attivazione della catena di comando. La Costituzione del 1999 prevede che l’assenza temporanea o permanente del capo dello Stato debba essere sostituita dalla vicepresidenza, ricoperta in questo caso da Delcy Rodríguez. In caso di assenza permanente, dovrebbe essere giurata come presidente per indire le elezioni entro 30 giorni. Se, invece, assume questa funzione a seguito di un’assenza presidenziale temporanea, può sostituire il presidente per 90 giorni, che possono essere prorogati di altri 90 giorni, il che significa che potrebbe guidare il governo per sei mesi.

Sedici ore dopo che il Venezuela si è ritrovato senza un presidente in grado di esercitare le sue funzioni, la procedura di successione presidenziale permanente non era ancora stata attivata, ma non si trattava nemmeno di un’assenza temporanea, il che ha creato una pericolosa situazione di ingovernabilità e vuoto di potere.

I fatti

Le operazioni sono iniziate alle 2 del mattino, ora locale, e si sono concluse alle 3:29 del 3 gennaio 2026. Durante questo periodo, il rombo degli aerei di ultima generazione, Droni dotati di missili, elicotteri armati e truppe specializzate in operazioni chirurgiche hanno sorvolato lo spazio aereo di Caracas in tutta impunità. La resistenza militare locale è stata minima. Mentre tutta la popolazione si interrogava sulla situazione al palazzo Miraflores, sede del governo, Maduro è stato catturato e sequestrato in un locale allestito in un bunker, che gli serviva da residenza in una zona della fortezza militare di Tiuna. L’azione americana costituisce una flagrante violazione degli articoli primo e secondo della Carta delle Nazioni Unite, che prevedono l’inviolabilità della sovranità e l’uguaglianza giuridica degli Stati, vietando il ricorso alla forza per dominare o annettere territori.

Un elemento che attira l’attenzione quando si analizza l’attacco americano è la resistenza precaria, se non inesistente, delle forze armate venezuelane. Per un’ora e mezza, gli aerei americani hanno operato impunemente, attaccando obiettivi prestabiliti, e poche ore dopo è stato lo stesso team di Trump ad annunciare che un solo aereo era stato colpito, ma era riuscito a tornare alla sua base operativa.

Le voci che circolavano sui social network, come controinformazione, erano che si trattasse di un colpo di Stato interno e che il ministro della Difesa fosse stato ucciso. All’alba, Vladimir Padrino, responsabile del dicastero della Difesa, è apparso in vita, confermando l’attacco americano con missili e razzi di ultima generazione lanciati da elicotteri, droni e aerei statunitensi. Ha precisato che l’attacco si è esteso agli Stati di Miranda, Aragua e La Guaira, senza fornire statistiche sulle vittime e sui feriti. Pochi istanti dopo è apparso il ministro dell’Interno e della Giustizia, Diosdado Cabello, indicando che non c’erano problemi di ordine pubblico dopo gli attacchi e che i servizi di base funzionavano senza problemi, anche se alcune zone di Caracas segnalavano interruzioni di corrente.

Alle 3:54 è stato reso pubblico il comunicato ufficiale del governo bolivariano, che respingeva l’aggressione militare perpetrata dall’amministrazione Trump contro il territorio venezuelano, senza fornire informazioni sulla sorte di Nicolás Maduro Moros. Va notato che, contrariamente ai tempi burocratici a cui ci ha abituati il governo venezuelano, il comunicato è stato pubblicato in tempo record.

Alle 5:20, il ministro della Difesa Vladimir Padrino López ha rilasciato una dichiarazione in cui ribadisce il suo sostegno al decreto di stato di emergenza esterna emesso per l’intero territorio venezuelano. Non solo non ha fornito informazioni sulla sorte del presidente, ma ha ribadito la sua obbedienza allo stesso Maduro, che era già stato portato negli Stati Uniti.

Alle 5:40 è stato pubblicato un comunicato dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America – Trattato di Commercio dei Popoli (ALBA-TCP) che condanna l’aggressione militare statunitense contro il Venezuela.

Verso le 6 del mattino, il presidente cubano Miguel Díaz Canel ha condannato l’attacco militare contro la patria di Bolívar. Successivamente, il presidente colombiano Gustavo Petro ha espresso la sua condanna dell’attacco perpetrato dagli Stati Uniti contro il Venezuela.

Alle 6:23, la vicepresidente Delcy Rodríguez ha chiesto una prova della sopravvivenza del presidente Maduro, riconoscendo che era stato rapito durante un’operazione militare statunitense. Pochi minuti dopo, il governo turco, paese alleato del madurismo, ha espresso il suo sostegno alla Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Alle 6:46 è stato reso noto che il ministero degli Esteri venezuelano aveva richiesto una riunione urgente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Pochi minuti dopo, il Cremlino ha condannato l’aggressione statunitense contro il Venezuela.

Alle 8:12, il procuratore generale della Repubblica, Tareck William Saab, ha chiesto al governo di Donald Trump una prova che il presidente Maduro fosse vivo. Otto minuti dopo, il ministro degli Esteri brasiliano, a nome del governo brasiliano, ha condannato con forza l’aggressione militare statunitense contro il Venezuela. Alle 8:39, il primo ministro britannico Keir Starmer ha precisato che Londra non aveva «in alcun modo partecipato» all’operazione.

Alle 8:47 l’Uruguay ha respinto l’intervento militare statunitense, chiaramente contrario al diritto internazionale e alla Carta delle Nazioni Unite. Cinque minuti dopo, si è appreso che il ministro degli Esteri spagnolo stava tenendo riunioni di emergenza sul caso venezuelano con alti rappresentanti dell’Unione Europea.

Alle 8:57, il governo messicano ha reso nota la sua condanna e il suo rifiuto delle azioni militari condotte unilateralmente nelle ultime ore dalle forze armate degli Stati Uniti d’America contro obiettivi situati nel territorio della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Pochi minuti dopo, il presidente Ignacio Lula da Silva ha messo in discussione l’operazione militare di Trump, affermando che gli americani stavano oltrepassando una linea inaccettabile. Alle 9:30, il procuratore generale degli Stati Uniti, Pamela Bondi, ha annunciato che il presidente Maduro sarebbe stato processato negli Stati Uniti, da giudici e tribunali americani. Le ore successive sono state caratterizzate dalla pressione diplomatica di governi come Russia, Cina, Sudafrica, Colombia e CARICOM, che hanno condannato l’attacco e chiesto il ritorno alla giustizia internazionale.

Nel pomeriggio, la vicepresidente Delcy Rodríguez rilascia una dichiarazione alla presenza dell’alto comando militare e dei rappresentanti dei poteri costituzionali, in cui ribadisce che il presidente del Venezuela è Nicolás Maduro, impegnandosi così nella pericolosa strada del vuoto di potere. Tuttavia, durante la notte, Delcy Rodríguez è stata finalmente nominata dalla Corte Suprema di Giustizia come presidente supplente in caso di vacanza temporanea, il che le consente di rimanere a capo del potere esecutivo per 180 giorni, ovvero più di un mese necessario per convocare e organizzare nuove elezioni.

La conferenza stampa di Trump: l’aggressione continuerà

La conferenza stampa del presidente americano si è tenuta alle 12:45, ora del Venezuela. I punti principali affrontati da Trump sono stati i seguenti:

a) Riconosce la cattura di Maduro, con il quale stava negoziando una transizione, ma secondo il presidente le discussioni erano in fase di stallo.

b) Ha informato che se non riuscirà a concludere rapidamente un accordo di transizione con le autorità venezuelane, gli Stati Uniti lanceranno un attacco molto più letale contro il territorio, ovvero che le azioni del 3 gennaio segnano l’inizio e non la fine del conflitto con mezzi militari.

c) Annuncia la decisione degli Stati Uniti di mantenere il controllo della situazione venezuelana, mantenendo il blocco navale e favorendo un governo di “persone perbene” che risponderà alla squadra guidata da lui, accompagnato dai segretari alla Guerra, alla Sicurezza Nazionale e allo Stato Maggiore dell’esercito americano.

d) María Corina Machado non sarà la figura di spicco della transizione perché, secondo Trump, «Sarebbe difficile per lei assumere un ruolo di leadership. È una donna straordinaria, ma non gode del rispetto della sua nazione (…)»,

e) Riconosce Delcy come la linea di successione per avere qualcuno con cui dialogare sulla transizione, e non per lasciarla al potere; a questo proposito, sottolinea «hanno una vicepresidente scelta da Maduro (Delcy Rodríguez), che ora è sicuramente presidente. Ha parlato con Marco Rubio e ha dichiarato che faranno quello che diremo noi. Non vuole fare le cose come Maduro»,

f) Gli Stati Uniti continueranno a controllare la transizione fino a quando non sarà ripristinato tutto il potenziale dell’industria petrolifera e non sarà attuata la «ripresa del Paese».

La conferenza stampa di Trump è una dichiarazione della situazione neocoloniale del Venezuela, della perdita di sovranità territoriale e politica e del controllo delle ricchezze venezuelane (in particolare energetiche), con l’incoerente richiesta di restituzione delle terre “rubate”, che non sono mai appartenute agli Stati Uniti.

La conferenza stampa di Donald Trump di sabato 3 gennaio è il lancio pratico e tangibile della sua strategia di sicurezza nazionale che considera l’intero continente (emisfero occidentale) come un’estensione dei suoi confini imperiali.

Domande che richiedono risposte

Permangono dubbi e interrogativi, e le loro risposte consentiranno nei prossimi giorni di effettuare un’analisi più approfondita.

Perché il supporto militare e di sicurezza del presidente Maduro è fallito in modo così catastrofico?

Perché la risposta militare alle operazioni statunitensi è stata così debole, o quasi inesistente?

Chi trarrebbe vantaggio da una transizione senza Maduro o María Corina Machado?

Perché il silenzio del governo per così tante ore in merito al rapimento di Maduro?

Stiamo assistendo a un trasferimento di potere a una giunta civile-militare negoziata tra le attuali autorità governative e l’amministrazione Trump?

Se questa negoziazione fallisce, entreremo in una prolungata campagna militare per schiacciare il regime di Maduro?

L’interferenza degli Stati Uniti, finché la situazione del paese non si normalizzerà, comporterà l’istituzione di basi militari sul suolo venezuelano?

Nei prossimi articoli speriamo di affrontare alcune di queste domande.

La reazione popolare

La vicepresidente Delcy Rodríguez, presidente ad interim secondo la logica di successione presidenziale prevista dalla Costituzione, ha chiamato alla mobilitazione popolare per difendere il presidente Maduro e il governo bolivariano. Contrariamente a quanto accaduto durante il colpo di Stato contro Chávez nel 2002, questa volta, a quasi 24 ore dall’inizio delle ostilità da parte dell’amministrazione Trump, questo appello a manifestare nelle strade a sostegno del madurismo non ha trovato eco tra la popolazione. Solo piccoli raduni di un centinaio di persone sono stati trasmessi dal canale televisivo governativo. Il sentimento anti-imperialista non è generalizzato e, al contrario, esistono ampi strati della popolazione per i quali l’anti-madurismo è la passione che li mobilita maggiormente.

Sebbene sia giunto il momento di dare priorità all’antimperialismo e alla denuncia dell’ingerenza statunitense negli affari del Venezuela, va sottolineato che questo sentimento di nazionalismo frustrato di una parte importante della popolazione è dovuto ai terribili errori del governo Maduro, che ha deciso di voltare le spalle al programma sociale popolare incarnato da Chávez, applicando ricette neoliberiste pur mantenendo uno stile retorico di sinistra. Maduro è l’artefice dell’erosione del sentimento anti-imperialista in Venezuela, un fenomeno che ha finito per divorare il suo stesso creatore.

Cosa fare?

I settori democratici, progressisti, di sinistra e rivoluzionari devono costruire un’articolazione mondiale, ampia e diversificata, che ponga l’antimperialismo e la lotta per la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli come priorità mondiale, nell’era del trumpismo e della sua dottrina di sicurezza nazionale.

È tempo di dare priorità ai punti in comune. In questo senso, sosteniamo l’appello lanciato da numerosi settori a livello internazionale per riunirci il 10 gennaio, in modo virtuale, al fine di lanciare una piattaforma anti-imperialista mondiale.

Di fronte all’offensiva neocoloniale americana, la sovranità si difende grazie alla creazione di alleanze multicolori che difendono il diritto dei popoli di decidere del proprio destino.

* venezuelano, presidente del Comitato direttivo del Consiglio latinoamericano di scienze sociali CLACSO, membro della Campagna latinoamericana per il diritto all’istruzione (CLADE), dell’Associazione sociologica latinoamericana (ALAS), della Fondazione Kairos e della Società iberoamericana di educazione comparata (SIBEC). Articolo apparso su Inprecor il 4 gennaio 2026.

  •  

Dell ammette l’errore: “abbandonare i laptop XPS è stata una pessima idea”

Il panorama dei laptop premium ritrova un protagonista familiare. Durante l’edizione 2026 del CES, Dell ha annunciato ufficialmente il ripristino del marchio XPS, ammettendo che la strategia di rebranding dell’anno scorso non ha dato i frutti sperati. Il tentativo di emulare la nomenclatura di Apple, con termini come “Pro Max” o “Premium”, aveva infatti generato confusione tra i consumatori, spingendo il COO Jeff Clarke a dichiarare la necessità di un ritorno a una struttura di gamma più chiara e riconoscibile.

Ritorno alla praticità

I nuovi XPS 14 e XPS 16 segnano un’importante evoluzione nel design, correggendo alcune scelte recenti che erano risultate poco pratiche. La novità più rilevante è la scomparsa della barra delle funzioni a sfioramento, sostituita da tasti fisici tradizionali per garantire una migliore accessibilità. Pur mantenendo un’estetica ricercata con la tastiera “zero-lattice” e il trackpad invisibile, i nuovi modelli puntano sulla portabilità: la versione da 14 pollici ha uno spessore inferiore ai 15 millimetri e offre diverse opzioni di schermi OLED con risoluzione 2.8K.

Dell XPS 2026

Hardware avanzato

Sotto la scocca dei nuovi modelli batte un cuore potente: il processore Intel Core Ultra, con configurazioni che arrivano fino ai chip X7 e X9 per massimizzare le prestazioni grafiche. Nonostante il ritorno alla semplicità del brand, i costi di listino hanno subito un incremento dovuto alla situazione del mercato dei semiconduttori e delle memorie RAM.

L’XPS 14 viene proposto a un prezzo di partenza di 2.050 dollari, mentre il modello da 16 pollici parte da 2.200 dollari. Nel corso dell’anno la famiglia si allargherà ulteriormente con il debutto di un nuovo XPS 13. Prezzi e disponibilità per l’Europa non sono ancora stati annunciati.

Dell ammette l’errore: “abbandonare i laptop XPS è stata una pessima idea” è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella

  •  

Samsung ha appena svelato il display senza pieghe dell’iPhone Fold?

Samsung Display ha presentato al CES 2026 un nuovo pannello OLED pieghevole che elimina la piega centrale, il principale limite estetico dei dispositivi attuali. Durante una dimostrazione tecnica, il prototipo è stato confrontato con un Galaxy Z Fold 7: il nuovo schermo non mostra alcun segno visibile o riflesso nel punto di snodo, offrendo una superficie perfettamente continua. Sebbene Samsung abbia rimosso il concept dallo stand poco dopo l’apertura, chi ha fatto in tempo a vederlo parla di un salto generazionale impressionante rispetto ai modelli attualmente in commercio.

Sarà il display dell’iPhone Fold?

Questo pannello è il candidato principale per il prossimo Galaxy Z Fold 8 (e per la sua variante XL, con form factor da mini tablet). Tuttavia, l’interesse maggiore riguarda Apple: Samsung è il fornitore storico dei display di Cupertino e la tecnologia mostrata risponde esattamente ai requisiti di qualità richiesti da Apple per il suo primo iPhone pieghevole, atteso per la fine del 2026. Insomma, sappiamo che Apple ha voluto a tutti i costi che il suo pieghevole non avesse una piega visibile e sappiamo pure che il pannello del Fold sarà fornito da Samsung. Con buone probabilità, il pannello mostrato al CES è molto simile (se non identico) a quello che troveremo sul primo e atteso iPhone Fold.

Come funziona lo schermo senza pieghe

Samsung Display, nuova tecnologia in mostra al CES

Il segreto di questo pannello risiede in una nuova piastra metallica lavorata al laser con micro-fori. Questa struttura permette di distribuire lo stress meccanico in modo uniforme durante la piegatura, impedendo la formazione di deformazioni permanenti nel substrato OLED.

Oltre all’estetica, la soluzione migliora la precisione del tocco e la fluidità nello scorrimento del testo. Nel prototipo brevemente mostrato al CES, Samsung è anche riuscita ad integrare un nuovo tipo di fotocamera sotto lo schermo, rendendo il display un’unica superficie ininterrotta, con un effetto estremamente pulito e futuristico.

Se il pannello supererà i test di durabilità su larga scala, la piega sul display potrebbe diventare un ricordo del passato per l’intera industria dei dispositivi mobili. Chissà, forse sarà proprio questa svolta a contribuire a rendere gli smartphone pieghevoli finalmente mainstream.

Samsung ha appena svelato il display senza pieghe dell’iPhone Fold? è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella

  •  

ChatGPT sfida Alexa: OpenAI lavora a smart speaker e occhiali intelligenti

OpenAI intende lanciare un nuovo modello linguistico basato sull’audio nel primo trimestre del 2026. Secondo quanto riportato da The Information, questo sviluppo rappresenta il primo passo concreto verso la creazione di dispositivi hardware proprietari. L’azienda ha riorganizzato i propri team di ingegneria e ricerca per accelerare i progressi nelle tecnologie vocali, attualmente considerate meno precise e rapide rispetto ai modelli testuali.

Dal software all’hardware

L’obiettivo primario è modificare il comportamento degli utenti, che oggi preferiscono l’interfaccia scritta di ChatGPT rispetto a quella vocale. OpenAI mira a integrare l’intelligenza artificiale in una gamma di dispositivi fisici, come smart speaker o occhiali intelligenti, privilegiando l’interazione audio rispetto a quella visiva. Il primo di questi prodotti dovrebbe arrivare sul mercato tra circa un anno, con l’intento di estendere l’uso dell’AI anche in contesti di mobilità, come l’interno delle automobili.

Sarà tutto fuorché semplice

Sam Altman svela la roadmap ufficiale delle prossime versioni di ChatGPT

La competizione nel settore audio è serrata: Google, Meta e Amazon stanno già orientando i propri investimenti verso interfacce vocali avanzate. Rispetto alla precedente generazione di assistenti come Alexa o Siri, i nuovi modelli linguistici promettono interazioni più naturali e meno limitate.

Alcuni designer, tra cui Jony Ive, leggendario veterano di Apple ora passato ad OpenAI, sostengono inoltre che un’interfaccia puramente vocale possa ridurre la dipendenza tecnologica legata all’uso costante degli schermi, sebbene non vi siano ancora dati definitivi a supporto di questa tesi.

Le tempistiche rimangono comunque molto incerte. Se il prossimo modello ottimizzato per l’audio di OpenAI potrebbe arrivare a breve, dunque giungendo in anteprima sulle app mobile e desktop di ChatGPT, per vedere i primi device fisici dell’azienda potrebbe essere necessario aspettare ancora un bel po’. Le principali stime suggeriscono un’uscita a circa un anno da oggi e, dunque, ad inizio del 2027.

ChatGPT sfida Alexa: OpenAI lavora a smart speaker e occhiali intelligenti è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella

  •  

Tesla crolla a picco: vendite giù del 16% nell’ultimo trimestre del 2025

Il 2025 si è chiuso con numeri impietosi per Tesla. L’azienda di Elon Musk ha pubblicato i dati finali di produzione e consegne, rivelando un crollo delle vendite del 16% nell’ultimo trimestre dell’anno: 77.343 veicoli elettrici in meno rispetto allo stesso periodo del 2024. Su base annuale, il declino si attesta all’8,6%, con 1.636.129 auto vendute, oltre 153.000 in meno rispetto all’anno precedente. Un risultato che solleva interrogativi sul futuro del marchio californiano.

Un modello di business fragile?

Le cause del tracollo sono molteplici e interconnesse. Tesla continua a dipendere in modo schiacciante dai Model 3 e Model Y, che nonostante un leggero restyling estetico appaiono datati rispetto ai competitor europei e asiatici. Il tanto decantato Cybertruck, promesso a meno di 40.000 dollari e atteso per il 2021, si è rivelato un disastro commerciale.

Il fallimento del pick-up futuristico ha trascinato con sé anche il progetto delle batterie interne: il fornitore sudcoreano L&F ha svalutato il contratto con Tesla da 2,9 miliardi di dollari a soli 7.386 dollari, una perdita del 99%. Nel frattempo, le posizioni politiche estreme di Musk hanno alienato una fetta consistente di acquirenti in California e in Europa, mercati dove i consumatori di veicoli elettrici tendono ad acquistare seguendo i propri principi etici.

Sicurezza e reputazione sotto attacco

Tesla, aperta indagine su FSD

Ancora più preoccupante è il deterioramento della reputazione in termini di sicurezza. Secondo un’inchiesta di Bloomberg, almeno 15 persone sono morte carbonizzate in Tesla a causa di portiere diventate inoperabili dopo incidenti, metà dei quali verificatisi dalla fine del 2024.

La NHTSA ha aperto un’indagine, mentre la Cina ha annunciato il divieto del design delle maniglie reso popolare da Tesla a partire da gennaio 2027. A ciò si aggiunge una sentenza da 329 milioni di dollari per morte ingiusta e i ripetuti incidenti del programma robotaxi ad Austin.

Mentre qualsiasi altra casa automobilistica reagirebbe con un cambio di strategia, Musk ha preferito concentrare il grosso delle risorse dell’azienda in progetti estremamente ambiziosi, ma le cui, a dir poco incerte, ricadute positive si vedranno solo tra diversi anni, se non addirittura decenni. Non è detto che gli azionisti saranno così pazienti.

Tesla crolla a picco: vendite giù del 16% nell’ultimo trimestre del 2025 è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella

  •  

Psichedelici in corsia: il modello svizzero che sta facendo scuola in Europa

Negli ultimi anni la Svizzera ha tracciato una strada unica in Europa nell’impiego clinico degli psichedelici come strumenti terapeutici per condizioni psichiatriche severe. Nel sistema svizzero il cosiddetto “limited access program” consente a medici autorizzati di impiegare sostanze normalmente proibite a fini terapeutici, quando il paziente soffre di patologie gravi e refrattarie ai trattamenti convenzionali. …
  •  

La finanziaria dell’austerità e dell’inganno

Ultraliberista, reazionaria e riarmista: che cosa contiene e come si è giunti all’approvazione della legge di bilancio. Gli scontri interni al governo, la notte degli ordini del giorno e l’assenza di una opposizione sociale all’altezza della situazione [Franco Turigliatto] ★

Sul filo di lana del 30 dicembre, dopo un iter assai travagliato, non certo per l’opposizione sociale e parlamentare, entrambe assai deboli ed inadeguate, ma per la concorrenzialità dei partiti di governo, la Camera ha approvato la terza finanziaria del governo Meloni evitando così l’esercizio provvisorio del bilancio (per un primo giudizio leggi qui).

Ultraliberista, reazionaria e riarmista

E’una finanziaria dura ed ingannevole che esprime molto bene lo spirito capitalista dei tempi, profondamento avverso alle classi lavoratrici e ai settori più deboli della società; mostra anche l’anima oscura e reazionaria delle forze dell’estrema destra che compongono l’esecutivo. Siamo di fronte a un’ulteriore iniezione di veleno in un corpo sociale già profondamente corroso e diviso dalle politiche economiche del capitale e disorientato dalle ideologie autoritarie, fascisteggianti e patriarcali di Meloni, La Russa, Salvini, Piantedosi e Roccella, per non parlare dell’uomo dell’industria militare Crosetto, a cui si aggiunge la vacua ipocrisia di Tajani, il servitore degli eredi di Berlusconi.

Con la  legge  di bilancio il governo e la classe dominante borghese si ponevano due obiettivi, uno dichiarato, l’altro mascherato: il primo, rientrare già dal 2026 nelle clausole del nuovo patto di austerità europeo, cioè ridurre il deficit pubblico scaricandone i costi sulle classi popolari e preservando invece vecchie  e nuove regalie alle imprese e ai padroni; il secondo è che, operando il rientro nei parametri europei  (il 3% di deficit sul PIL) potranno già nei prossimi mesi aprire appieno la valvola del gas per finanziare a debito lo spaventoso aumento della spesa militare deciso dalle borghesie europee. I loro dirigenti, tra cui Draghi, sperano che la partecipazione alla corsa al riarmo permetta anche il rilancio industriale del capitalismo europeo oggi in difficoltà di fronte alla concorrenza americana, cinese e degli altri grandi paesi capitalisti anche perché la guerra rende bene per alcune imprese

Le molte decine di miliardi che saranno sottratti a sanità, scuola, trasporti, servizi sociali per conferirli ai fabbricanti di carri armati e missili non compaiono dunque se non in parte nelle norme della finanziaria risultando poco visibili (complici i media) alla stragrande maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori, ma sono in ben presenti nelle tabelle del bilancio dei prossimi anni.

Resta il fatto che questo mascheramento ha reso ancor più difficile costruire una consapevolezza di massa sul significato delle politiche del governo e di costruire un ponte tra le grandi manifestazioni contro il genocidio del popolo palestinese e la necessità di un eguale movimento di massa contro le politiche di riarmo e di guerra delle classi dominanti.

Il senso regressivo della manovra.

Per imporre l’austerity e la difesa dei privilegi delle classi abbienti a scapito degli ultimi e dei penultimi, ma più in generale delle classi lavoratrici impoverendo il paese e facendo crescere solo la spesa militare, le destre al governo hanno spinto ancora più avanti il degrado delle stesse regole della democrazia parlamentare.

Decide tutto il governo e al massimo funziona (poco per altro) una sola Camera, l’altra è chiamata solo ad alzare la mano in mezza giornata per approvare le leggi e i decreti dell’esecutivo; nessuna vera e reale discussione aperta e pubblica del Parlamento: in tre anni per legiferare sono stati varati 113 decreti governativi e 104 volte si è fatto ricorso allo strumento della fiducia. Le finalità autoritarie delle destre sono presenti in ogni loro azione, insofferenti alla vecchia divisione liberale dei poteri quindi alla magistratura quando non opera seconda le sue direttive; una concezione di predominio assoluto dell’esecutivo confermata in questi stessi giorni dalla approvazione parlamentare della “riforma “della Corte dei Conti con cui si vuole svuotare il controllo di questo organo costituzionale sui conti dello stato, cioè sull’operato del governo.

Tutto questo avviene poi in un quadro in cui è in corso una stretta repressiva verso le mobilitazioni sociali e sui media una campagna per svilire e colpevolizzare le grandi mobilitazioni contro il genocidio dei palestinesi ed infine anche una campagna ideologica bellicista e riarmista, volta a convincere famiglie e giovani (con incursioni sempre più violente nella scuola) della necessità di prepararsi alla guerra ed essere disponibili al sacrificio della vita per la “patria”. Naturalmente questo parossismo militare è interpretato al meglio dagli eredi del MSI, ma è ben presente anche nei media della cosiddetta borghesia democratica. La multicrisi ambientale e del sistema capitalista e le guerre in corso, combinate con le sconfitte della classe lavoratrice, stanno producendo quella che possiamo chiamare una vera e propria crisi di civiltà.

Le scelte fondamentali della legge di bilancio

Due mesi fa avevamo scritto:

Il compito del governo delle destre non è facile perché deve continuare a gestire le scelte economiche in funzione del grande capitale, ma anche contemporaneamente del suo blocco sociale piccolo e medio borghese di riferimento e di voto elettorale, senza incorrere contemporaneamente nel rigetto di strati ampi della popolazione e della classe lavoratrice”.

I fatti hanno confermato questa affermazione mettendo in luce ripetuti scontri manifestatisi fino alla notte del voto finale tra i partiti della maggioranza per cercare di tirare ognuno a proprio vantaggio una coperta troppo corta nel contesto economico dato. Nel tentativo di gestire queste diverse esigenze e dopo 2 maxiemendamenti del governo la finanziaria è salita da 18 a 22 miliardi senza, per altro, progettare alcun reale rilancio dell’economia del paese, e con un impatto quasi insistente sullo sviluppo, tenuto conto che le vecchie dinamiche positive indotte al PNRR cesseranno entro la metà del 2026.Vedasi anche   

Tutto bene però per il grande capitale: il flusso di risorse pubbliche indirizzato alle imprese continua come e più di prima attraverso diversi istituti, gli iperammortamenti (transizione 5), diversi bonus e rinnovo della Zes  (zone economiche speciali) ottenendo il comprensibile plauso del Presidente della Confindustria e del Sole 24 ore. In 3 anni i capitalisti saranno foraggiati con altri 15 miliardi di euro.

E’ vero che una parte delle coperture della finanziaria arrivano da banche ed assicurazioni che si vedono aumentare del 2% l’Irap, ma questa misura, per altro limitata ai prossimi 3 anni, non mette certo a rischio i loro profitti che nel 2025 sono calcolati in 30 miliardi. Per di più proprio in questi giorni la Borsa italiana supera i mille miliardi di capitalizzazione con una crescita annua superiore al 30%. Tirano la volata, guarda caso, l’industria militare (Leonardo, Fincantieri, ecc.) e beninteso le Banche. Bene l’Iveco, di cui Exor ha annunciata la vendita, in difficoltà l’auto e la farmaceutica.

Inoltre Banche ed Assicurazioni non avranno particolari difficoltà a scaricare sulle utenze, cioè sui cittadini, questi maggiori costi. Per di più alcune norme della finanziaria permettono ai dirigenti di questi istituti di affrontare l’aumento dell’IRAP, avendo contemporaneamente un interesse personale. La finanziaria abolisce infatti l’addizionale IRPEF del 10% sui bonus e sulle stocks options di questi dirigenti (un regalo potenzialmente di 84 milioni), purché i loro istituti facciano un poco di beneficenza pubblica….

Per le assicurazioni arriva anche una delle più vergognose misure: per i nuovi assunti infatti il trasferimento del TFR al fondo pensioni sarà automatico; avranno solo due mesi di tempo per impedire questa manomissione di risorse (salario differito) che sono di loro proprietà. Si valuta che siano 100.000 le lavoratrici/tori coinvolti nel primo anno, con una crescita poi annuale di 25 mila, unità, una vera manna per le assicurazioni. Gli aderenti attivi iscritti alla previdenza complementare sono oggi circa 7 milioni con una scarsa presenza di giovani il cui numero si vuole aumentare con il meccanismo del silenzio assenso.

Gli scontri interni al governo e la notte degli ordini del giorno

Più difficile è stato invece garantire come negli anni passati gli interessi specifici dei diversi settori piccolo e medio borghesi dei 3 partiti della maggioranza, dovendo contenere il debito pubblico alla fatidica soglia del 3%;  lo scontro interno (compresa la frattura tra il ministro dell’economia e il suo partito la Lega) è stato pesante con una continua riscrittura del testo che si è protratta fino all’ultimo giorno con la Lega che puntava alla ennesima rottamazione delle cartelle esattoriali e FdI a una nuova sanatoria edilizia nonché FI che doveva difendere gli interessi della galassia Mediaset.

Particolarmente difficile il passaggio per un personaggio inverecondo come Salvini, che dopo aver promesso il superamento della controriforma Fornero sulle pensioni ingannando in tutti questi anni i lavoratori, ha infine dovuto rinunciare a qualsiasi alleggerimento della legge, accettando appieno il meccanismo che aumenta inesorabilmente di anno in anno i requisiti per andare in pensione; anzi la finanziaria ha abolito le stesse norme sulla “opzione donna” e di “quota 103”.

Il governo ha dovuto rinunciare per ora alle norme che allungavano ulteriormente le finestre di uscita e che penalizzavano il riscatto della laurea, ma già pensa di recuperale in un decreto futuro. Più che mai il sistema pensionistico viene considerato un bancomat per fare cassa.

Così al termine del voto si è assistito alla surreale notte parlamentare degli ordini del giorno di riferimento identitario e programmatico. Di solito è questo lo spazio lasciato alle forze di opposizione per presentare i loro contenuti. Solo che in questa occasione si sono moltiplicati anche le mozioni dei partiti di maggioranza in cui si chiede al governo di dare attuazione in futuro a contenuti non compresi per ora nella finanziaria. In questo modo FdI, Lega e FI hanno cercato di salvarsi l’anima con settori del loro elettorato delusi dalle promesse non mantenute. Come si usa dire in sede parlamentare: un ordine del giorno non lo si nega a nessuno perché è solo una vacua promessa che mai sarà realizzata.[1]

Altre misure della finanziaria

Rimandando ad un articolo specifico la valutazione del significato degli interventi della finanziaria sulle buste paga, richiamiamo l’attenzione su altri aspetti importanti della legge di bilancio.

Sono presenti al suo interno pesanti tagli alla spesa pubblica di diversi ministeri che comporteranno pesanti riduzioni della spesa sociale.

Molto più incerta la copertura di 3 miliardi e mezzo che si dovrebbe ottenere attraverso il recupero dell’evasione fiscale.

Vengono introdotte nuove accise e imposte per quanto riguarda il settore automobilistico.

Si introduce una gabella di 2 euro (tassa EMU) per quanto riguarda l’invio dei pacchi postali per un valore inferiore ai 150 euro.

Arriva la quinta rottamazione delle cartelle fiscali con una riduzione degli interessi da pagare per i morosi e gli evasori fiscali.

Le assicurazioni vengono premiate con un aumento delle tariffe; le scuole paritarie saranno esenti dal pagamento dell’IMU e coloro che si iscriveranno avranno un bonus fino a 1500 euro.

Per quanto riguarda la sanità le risorse stanziate sono assolutamente insufficienti a recuperare anche solo i costi dell’inflazione per non parlare della necessità di un complessivo investimento per rimettere in piedi adeguatamente la sanità pubblica. La versione finale della finanziaria opera ulteriori regali alla sanità gestita dai privati, alle farmacie e alle industrie farmaceutiche ed anche allo stesso Vaticano.

Lasciamo per ultimo la misura forse più vergognosa che esprime tutto il disprezzo, anzi l’odio di classe verso i più poveri e svantaggiati da parte degli esponenti del governo; si taglia infatti il finanziamento del fondo di inclusione, riducendo del 50% la prima mensilità successiva alle 18 standard previste dall’assegno di inclusione.

Un richiamo a una prospettiva difficile ma indispensabile

Va da sé che di fronte a queste scelte della classe borghese sarebbe servita un ben più grande mobilitazione, combinata a un programma alternativo, capace di soddisfare i bisogni sociali, in termini di salari, stipendi, pensioni, sanità e scuola pubblica, trasporti, welfare ed abitazioni, ridefinizione di un sistema fiscale complessivo che facesse pagare i ceti abbienti, le imprese e i padroni, che tagliasse drasticamente le spese militari invece di incrementarle. Tutto questo significherebbe però anche una rottura con le regole liberiste del patto di stabilità europeo, una drastica rimessa in discussione delle regole del capitale che preserva le rendite e i profitti. Sono questi i compiti che abbiamo di fronte nella ricostruzione di un movimento sociale, di massa e di classe, capace anche di fronteggiare la crescita minacciosa delle forze dell’estrema destra e fasciste e di difendere gli spazi democratici. Non sarà facile, ma è la strada che una sinistra di classe autentica e i movimenti sociali devono perseguire.


[1] Come scrive il Manifesto: “Una nottata paradossale ed emblematica, trascorsa in aula a snocciolare ordini del giorno che non influenzeranno in alcun modo la struttura della legge di bilancio ma che sono l’unica forma di espressione concessa alle minoranze, che si sono ritrovate anche questa volta (e per il sesto anno di seguito) una manovra blindata dalla commissione bilancio del senato, impacchettata senza colpo ferire dall’aula di Palazzo Madama e poi atterrata a Montecitorio.

  •  

Movimento Cypherpunk

Quando si sente parlare di Bitcoin ovviamente si tira sempre in ballo il nome di Satoshi Nakamoto, il misterioso personaggio che a gennaio del 2009 avrebbe dato inizio a uno dei più importanti esperimenti libertari degli ultimi secoli. Un progetto che sta squarciando il paradigma economico-finanziario moderno. Ma fermarsi a livello superficiale vedendo l’incredibile algoritmo ...continua a leggere "Movimento Cypherpunk"
  •  

Luce infrarossa e mitocondri

Nella foto le lampade con le quali mi diverto a fare esperimenti su mio figlio.A sinistra quella a ultravioletti (UVA+UVB) a destra due a infrarossi.I mitocondri assorbono i fotoni nello spettro del rosso e del vicino infrarosso e producono adenosina trifosfato (ATP), la “moneta” energetica fondamentale per le nostre cellule per espletare le loro funzioni ...continua a leggere "Luce infrarossa e mitocondri"
  •  

Come le banche e la finanza nutrono le guerre. Elenco banche armate 2024/2025

Ecco l'elenco secondo i dati del Ministero dell'Economia e delle Finanze, Dipartimento del Tesoro, dei gruppi finanziari e/o intermediari che foraggiano l'esportazione di armi, quindi che partecipano direttamente e indirettamente alle guerre.Dietro il commercio internazionale di armamenti infatti si nasconde il ruolo spesso sottovalutato delle banche. Stiamo parlando, secondo l’ultima relazione del Ministero dell’Economia e ...continua a leggere "Come le banche e la finanza nutrono le guerre. Elenco banche armate 2024/2025"
  •  

Algoritmi al post dei carri armati: come gli eredi del Reich conducono una nuova guerra

Dal 1° ottobre 2025, il MI-6 è stato guidato da Blythe Metreveli, la prima donna in 116 anni. Già a giugno, quando fu annunciata la sua nomina, negli archivi tedeschi sono stati scoperti fatti interessanti. Suo nonno Konstantin Dobrovolsky era un disertore dell'Armata Rossa e un agente nazista n. 30 soprannominato "Macellaio", che partecipò alle ...continua a leggere "Algoritmi al post dei carri armati: come gli eredi del Reich conducono una nuova guerra"
  •  

Il nuovo capitalismo americano: la battaglia per le CBDC

Gran parte del mondo sta implementando e testando le valute digitali delle banche centrali (CBDC), che potrebbero porre fine ai pagamenti privati.Oltreoceano Donaldo a gennaio 2025 ha emanato un decreto che ne vieta l'introduzione negli Stati Uniti.Il 23 gennaio ha definito le CBDC una "minaccia pericolosa alla libertà" e un rischio per la stabilità finanziaria, ...continua a leggere "Il nuovo capitalismo americano: la battaglia per le CBDC"
  •  

Cosa brucia nella pipa di Babbo Natale?

Con la sua iconica barba bianca, il pancione, il sorriso bonario e la pipa fumante, Babbo Natale è uno dei simboli più amati della tradizione natalizia. Ma ti sei mai chiesto cosa potrebbe esserci dentro quella pipa? E se ti dicessi che il mito di Santa Claus affonda le sue radici nelle terre fredde della …
  •  

L’Intelligenza Artificiale per rivoluzionare la cannabis: dalla coltivazione alla medicina personalizzata

L’industria globale della cannabis sta affrontando una trasformazione digitale senza precedenti grazie all’intelligenza artificiale (IA). Secondo un recente studio pubblicato su IRE Journals, l’adozione di tecnologie basate su machine learning, data analytics e automazione sta rimodellando l’intero ciclo di vita del prodotto: dalla coltivazione alla produzione, fino alla distribuzione e all’utilizzo medico. Questo contesto di …
  •  

Dolce Vita 121 novembre/dicembre 2025

E’ uscito il NUMERO 121 nei nostri 250 punti di distribuzione in tutta Italia, in versione cartacea e digitale sul nostro shop online. EDITORIALE Il tempo della speranza è finito, adesso arriva la resa dei conti. Nel momento in cui si è toccato il punto più basso della repressione governativa al fiore di canapa industriale, il settore torna …
  •  

NASA Ignites New Golden Age of Exploration, Innovation in 2025

Artemis II NASA astronauts (left to right) Reid Wiseman, Victor Glover, and Christina Koch, and CSA (Canadian Space Agency) astronaut Jeremy Hansen stand in the white room on the crew access arm of the mobile launcher at Launch Pad 39B as part of an integrated ground systems test at the agency’s Kennedy Space Center in Florida on Sept. 20, 2023.
Credit: NASA/Frank Michaux

With a second Trump Administration at the helm in 2025, NASA marked significant progress toward the Artemis II test flight early next year, which is the first crewed mission around the Moon in more than 50 years, as well as built upon its momentum toward a human return to the lunar surface in preparation to send the first astronauts — Americans — to Mars.

As part of the agency’s Golden Age of innovation and exploration, NASA and its partners landed two robotic science missions on the Moon; garnered more signatories for the Artemis Accords with 59 nations now agreeing to safe, transparent, and responsible lunar exploration; as well as advanced a variety of medical and technological experiments for long-duration space missions like hand-held X-ray equipment and navigation capabilities.

NASA also led a variety of science discoveries, including launching a joint satellite mission with India to regularly monitor Earth’s land and ice-covered surfaces, as well as identifying and tracking the third interstellar object in our solar system; achieved 25 continuous years of human presence aboard the International Space Station; and, for the first time, flew a test flight of the agency’s X-59 supersonic plane that will help revolutionize air travel.

Sean Duffy, named by President Trump, is serving as the acting administrator while NASA awaits confirmation of Jared Isaacman to lead the agency. Isaacman’s nomination hearing took place in early December, and his nomination was passed out of committee with bipartisan support. The full Senate will consider Isaacman’s nomination soon. President Trump also nominated Matt Anderson to serve as deputy administrator, and Greg Autry to serve as chief financial officer, both of whom are awaiting confirmation hearings. NASA named Amit Kshatriya to associate administrator, the agency’s highest-ranking civil servant position.

Key accomplishments by NASA in 2025 include:

Astronauts exploring Moon, Mars is on horizon

Under Artemis, NASA will send astronauts on increasingly difficult missions to explore more of the Moon for scientific discovery, economic benefits, and to build upon our foundation for the first crewed mission to Mars. The Artemis II test flight is the first flight with crew under NASA’s Artemis campaign and is slated to launch in early 2026. The mission will help confirm systems and hardware for future lunar missions, including Artemis III’s astronaut lunar landing.

NASA also introduced 10 new astronaut candidates in September, selected from more than 8,000 applicants. The class is undertaking nearly two years of training for future missions to low Earth orbit, the Moon, and Mars. 

Progress to send the first crews around the Moon and on the lunar surface under Artemis includes:

  • NASA completed stacking of its Space Launch System rocket and Orion spacecraft for Artemis II. Teams integrated elements manufactured across the country at NASA’s Kennedy Space Center in Florida, including the rocket’s boosters and core stage, as well as Orion’s stage adapter and launch abort system, to name a few.
  • Ahead of America’s 250th birthday next year, the SLS rocket’s twin-pair of solid rocket boosters showcases the America 250 emblem.
  • The Artemis II crew participated in more than 30 mission simulations alongside teams on the ground, ensuring the crew and launch, flight, and recovery teams are prepared for any situation that may arise during the test flight. Soon, crew will don their survival suits and get strapped into Orion during a countdown demonstration test, serving as a dress rehearsal for launch day.
  • The agency worked with the Department of War to conduct a week-long underway recovery test in preparation to safely collect the Artemis II astronauts after they splashdown following their mission.
  • To support later missions, teams conducted a booster firing test for future rocket generations, verified new RS-25 engines, test-fired a new hybrid rocket motor to help engineering teams better understand the physics of rocket exhaust and lunar landers, as well using various mockups to test landing capabilities in various lighting conditions. Teams also conducted human-in-the-loop testing in Japan with JAXA (Japan Aerospace Exploration Agency) with a rover mockup from their agency.
  • NASA also continued work with Axiom Space, to develop and test the company’s spacesuit, including completing a test run at the Neutral Buoyancy Laboratory at NASA Johnson ahead of using the suit for Artemis training. The spacesuit will be worn by Artemis astronauts during the Artemis III mission to the lunar South Pole.
  • On the Moon, future crew will use a lunar terrain vehicle, or LTV, to travel away from their landing zone. NASA previously awarded three companies feasibility studies for developing LTV, followed by a request for proposals earlier this year. The agency is expected to make an award soon to develop, deliver, and demonstrate LTV on the lunar surface later this decade. The agency also selected two science instruments that will be included on the LTV to study the Moon’s surface composition and scout for potential resources.
  • For operations around the Moon, NASA and its partners continued to develop Gateway to support missions between lunar orbit and the Moon’s surface. Construction and production of the first two elements, a power and propulsion system and habitation element, each progressed, as did development and testing of potential science and technology demonstrations operated from Gateway. International partners also continued work that may contribute technology to support those elements, as well as additional habitation capabilities and an airlock.
  • This past year, NASA’s Lunar Surface Innovation Consortium team collaborated with over 3,900 members from academia, industry, and government on key lunar surface capabilities. Members from across the U.S. and 71 countries participated in two biannual meetings, three lunar surface workshops, and monthly topic meetings, resulting in 10 studies, four reports, and nine conference presentations. 

Building on previous missions and planning for the future, NASA will conduct more science and technology demonstrations on and around the Moon than ever before. Work toward effort included:

  • Selected a suite of science studies for the Artemis II mission, including studies that focus on astronauts’ health.
  • Launched two CLPS (Commercial Lunar Payload Services) flights with NASA as a key customer, including Firefly’s Blue Ghost Mission One, which landed on the Moon March 2, and Intuitive Machines’ Nova C lunar lander, which touched down on March 6.
    • Experiments and tech demos aboard these flights included an electrodynamic dust shield, lunar navigation system, high-performance computing, collection of more than 9,000 first-of-a-kind images of the lunar lander’s engine plumes, and more.
  • For future CLPS flights, NASA awarded Blue Origin a task order with an option to deliver the agency’s VIPER (Volatiles Investigating Polar Exploration Rover) to the lunar South Pole in late 2027, as well as awarded Firefly another flight, slated for 2030.
  • Teams studied regolith (lunar dirt and rocks) in a simulated lunar gravity environment and tested how solid materials catch fire in space.
  • The agency’s 55-pound CubeSat in lunar orbit, CAPSTONE, exceeded 1,000 days in space, serving as a testbed for autonomous navigation and in-space communications.
  • Published findings from this Artemis I experiment highlighting why green algae may be a very good deep space travel companion.
NASA announced its 2025 Astronaut Candidate Class on Sept. 22, 2025. The 10 candidates, pictured here at NASA’s Johnson Space Center in Houston are: U.S. Army CW3 Ben Bailey, Anna Menon, Rebecca Lawler, Katherine Spies, U.S. Air Force Maj. Cameron Jones, Dr. Lauren Edgar, U.S. Navy Lt. Cmdr. Erin Overcash, Yuri Kubo, Dr. Imelda Muller, and U.S. Air Force Maj. Adam Fuhrmann.
Credit: NASA/Josh Valcarcel

Technological and scientific steps toward humanity’s next giant leap on the Red Planet include:

  • Launched a pair of spacecraft, known as ESCAPADE, on a mission to Mars, arriving in September 2027, to study how its magnetic environment is impacted by the Sun. This data will better inform our understanding of space weather, which is important to help minimize the effects of radiation for future missions with crew.
  • NASA announced Steve Sinacore, from the agency’s Glenn Research Center in Cleveland, to lead the nation’s fission surface power efforts.
  • Selected participants for a second yearlong ground-based simulation of a human mission to Mars, which began in October, as well as tested a new deep space inflatable habitat concept.
  • Completed the agency’s Deep Space Optical Communications experiment, which exceeded all of its technical goals after two years. This type of laser communications has the potential to support high-bandwidth connections for long duration crewed missions in deep space.
  • NASA completed its fourth Entry Descent and Landing technology test in three months, accelerating innovation to achieve precision landings on Mars’ thin atmosphere and rugged terrain. 
  • Other research to support long-duration missions in deep space include how fluids behave in space, farming space crops, and quantum research.

Through the Artemis Accords, seven new nations have joined the United States, led by NASA and the U.S. Department of State, in a voluntary commitment to the safe, transparent, and responsible exploration of the Moon, Mars, and beyond. With nearly 60 signatories, more countries are expected to sign in the coming months and years. 

Finally, NASA engaged the public to join its missions to the Moon and Mars through a variety of activities. The agency sought names from people around the world to fly their name on a SD card aboard Orion during the Artemis II mission. NASA also sponsored a global challenge to design the spacecraft’s zero gravity indicator, announcing 25 finalists this year for the mascot design. Artemis II crew members are expected to announce a winner soon.

NASA’s gold standard science benefits humanity

In addition to conducting science at the Moon and Mars to further human exploration in the solar system, the agency continues its quest in the search for life, and its scientific work defends the planet from asteroids, advances wildfire monitoring from its satellites, studies the Sun, and more.

  • Garnering significant interest this year, NASA has coordinated a solar system-wide observation campaign to follow comet 3I/ATLAS, the third known interstellar object to pass through our solar system. To date, 12 NASA spacecraft and space-based telescopes have captured and processed imagery of the comet since its discovery in the summer.

Astrobiology

  • A Perseverance sample found on Mars potentially contain biosignatures, a substance or structure that might have a biological origin but requires additional data and studying before any conclusions can be reached about the absence or presence of life.
  • NASA’s Curiosity rover on Mars found the largest organic compounds on the Red Planet to date.
  • Teams also are working to develop technologies for the Habitable Worlds Observatory, and the agency now has tallied 6,000 exoplanets.
  • Samples from asteroid Bennu revealed sugars, amino acids, and other life-building molecules.

Planetary Defense

Heliophysics

In addition to launching the NISAR mission, here are other key science moments:

  • Completion of NASA’s next flagship observatory, the Nancy Grace Roman Space Telescope, is done, with final testing underway. The telescope will help answer questions about dark energy and exoplanets and will be ready to launch as early as fall of 2026.
  • The agency’s newest operating flagship telescope, James Webb Space Telescope, now in its third year, continued to transform our understanding of the universe, and Hubble celebrated its 35th year with a 2.5-gigapixel Andromeda galaxy mosaic.
  • Juno found a massive, hyper-energetic volcano on Jupiter’s moon Io.
  • NASA’s Parker Solar Probe team shared new images of the Sun’s atmosphere, taken closer to the star than ever captured before.
  • Lucy completed a successful rehearsal flyby of the asteroid Donaldjohanson.
  • The agency’s SPHEREx space telescope is creating the first full-sky map in 102 infrared colors.
  • NASA space telescopes including Chandra X-ray Observatory, IXPE, Fermi, Swift, and NuSTAR continued to reveal secrets in the universe from record-setting black holes to the first observations of the cosmos’ most magnetic objects.
NASA’s ESCAPADE (Escape and Plasma Acceleration and Dynamics Explorers) mission launched at 3:55 p.m. EST atop a Blue Origin New Glenn rocket at Launch Complex 36 at Cape Canaveral Space Force Station.
NASA’s ESCAPADE (Escape and Plasma Acceleration and Dynamics Explorers) mission launched on Nov. 13, 2025, atop a Blue Origin New Glenn rocket at Launch Complex 36 at Cape Canaveral Space Force Station.
Credit: Blue Origin

25 years of continuous presence in low Earth orbit

In 2025, the International Space Station celebrated 25 years of continuous human presence, a milestone achievement underscoring its role as a beacon of global cooperation in space. The orbital laboratory supported thousands of hours of groundbreaking research in microgravity in 2025, advancing commercial space development and preparing for future human exploration of the Moon and Mars.

  • For the first time, all eight docking ports were occupied by visiting spacecraft to close out the year, demonstrating the strength of NASA’s commercial and international partnerships. Twenty-five people from six countries lived and worked aboard the station this year. In all, 12 spacecraft visited the space station in 2025, including seven cargo missions delivering more than 50,000 pounds of science, tools, and critical supplies to the orbital complex.  

Research aboard the International Space Station continues to benefit life on Earth and support deep space exploration.

  • Several studies with Crew-10 and Crew 11 aimed at understanding how the human body adapts to spaceflight, including a new study to assess astronauts’ performance, decision making, and piloting capabilities during simulated lunar landings. 
  • In September, the U.S. Food and Drug Administration approved an early-stage cancer treatment, supported by research aboard the space station, that could reduce costs and shorten treatment times for patients.
  • Scientists also published findings in peer-reviewed journals on topics such as astronaut piloting performance after long missions, the use of biologically derived materials to shield against space radiation, robotic telesurgery in space, and how spaceflight affects stem cells, all advancing our understanding of human physiology in space and on Earth.
  • Researchers 3D-printed medical implants with potential to support nerve repair; advanced work toward large-scale, in-space semiconductor manufacturing; and researched the production of medical components with increased stability and biocompatibility that could improve medication delivery.

Additional notable space operations accomplishments included:

  • NASA’s SpaceX Crew-9 astronauts Nick Hague, Suni Williams, and Butch Wilmore returned in March after a long-duration mission, including more than eight months for Williams and Wilmore. The trio completed more than 150 scientific experiments and 900 hours of research during the stay aboard the orbiting laboratory. Williams also conducted two spacewalks, setting a new female spacewalking record with 62 hours, 6 minutes, and ranking her fourth all-time in spacewalk duration. 
  • NASA astronaut Don Pettit returned in April with Roscosmos cosmonauts Alexey Ovchinin and Ivan Vagner, concluding a seven-month mission. Pettit, who turned 70 the day of his return, completed 400 hours of research during his flight, and has now logged 590 days in space across four missions. 
  • SpaceX Dragon cargo missions 32 and 33 launched in April and August, delivering more than 11,700 pounds of cargo, while SpaceX 33 tested a new capability to help maintain the altitude of station.  
  • Axiom Mission 4, the fourth private astronaut mission to the space station, concluded in July, furthering NASA’s efforts to support and advance commercial operations in low Earth orbit. 
  • NASA SpaceX Crew-11 mission launched in August with NASA astronauts Zena Cardman and Mike Fincke, JAXA (Japan Aerospace Exploration Agency) astronaut Kimiya Yui, and Roscosmos cosmonaut Oleg Platonov aboard. The crew remains aboard the space station where they are conducting long-duration research to support deep space exploration and benefit life on Earth. 
  • NASA’s SpaceX Crew-10 mission completed more than 600 hours of research before returning in August, when they became the first crewed SpaceX mission for NASA to splash down in the Pacific Ocean.  
  • In September, the first Northrop Grumman Cygnus XL spacecraft arrived, delivering more than 11,000 pounds of cargo, including research supporting Artemis and Mars exploration. 
  • NASA Glenn researchers tested handheld X-ray devices that could help astronauts quickly check for injuries or equipment problems during future space missions. 
  • For nearly six years, NASA’s BioNutrients project has studied how to produce essential nutrients to support astronaut health during deep space missions, where food and vitamins have limited shelf lives. With its third experiment now aboard the International Space Station, the research continues to advance preparations for long-duration spaceflight.
  • NASA astronaut Chris Williams arrived with Roscosmos cosmonauts Sergey Kud-Sverchkov and Sergei Mikaev for an eight-month science mission aboard the station. Following their arrival, NASA astronaut Jonny Kim returned home, concluding his own eight-month mission. 

NASA has worked with commercial companies to advance development of privately owned and operated space stations in low Earth orbit from which the agency, along with other customers, can purchase services and stimulate the growth of commercial activities in microgravity. This work is done in advance of the International Space Station’s retirement in 2030.

Among the many achievements made by our partners, recent advancements include:

  • Axiom Space has completed critical design review, machining activities, and the final welds, moving to testing for the primary structure of Axiom Station’s first module.
  • Starlab completed five development and design milestones focused on reviews of its preliminary design and safety, as well as spacecraft mockup and procurement plans.
  • Completed testing of the trace contaminant control system for Vast’s Haven-1 space station using facilities at NASA Marshall, confirming the system can maintain a safe and healthy atmosphere.
  • Blue Origin’s Orbital Reef completed a human-in-the-loop testing milestone using individual participants or small groups to perform day-in-the-life walkthroughs in life-sized mockups of major station components. 
  • The agency also continues to support the design and development of space stations and technologies through agreements with Northrop Grumman, Sierra Space, SpaceX, Special Aerospace Services, and ThinkOrbital.
On Nov. 2, 2025, the International Space Station celebrated 25 years of continuous human presence. Here, clouds swirl over the Gulf of Alaska and underneath the aurora borealis blanketing Earth’s horizon in this photograph from the space station as it orbited 261 miles above on March 12, 2025.
Credit: NASA

Pioneering aviation research 

This year saw a major triumph for NASA’s aviation researchers, as its X-59 one-of-a-kind quiet supersonic aircraft made its historic first flight Oct 28. NASA test pilot Nils Larson flew the X-59 for 67 minutes up to an altitude of about 12,000 feet and an approximate top speed of 230 mph, precisely as planned. The flight capped off a year of engine testing including afterburner testing, taxi testing, and simulated flights from the ground — all to make sure first flight went safely and smoothly. The X-59 team will now focus on preparing for a series of flight tests where the aircraft will operate at higher altitudes and supersonic speeds. This flight test phase will ensure the X-59 meets performance and safety expectations. NASA’s Quesst mission also began testing the technologies that they will use to measure the X-59’s unique shock waves and study its acoustics during future mission phases.  

Researchers also made other major strides to further aviation technologies that will benefit the public and first responders, including live flight testing of a new portable airspace management system with the potential to greatly improve air traffic awareness during wildland fire operations.  

During the past year, the agency’s aeronautics researchers also: 

A white NASA experimental aircraft with a long, pointed nose flies through the air for the first time.
NASA’s X-59 quiet supersonic research aircraft lifts off for its first flight on Oct. 28, 2025, from U.S. Air Force Plant 42 in Palmdale, California. The aircraft’s first flight marks the start of flight testing for NASA’s Quesst mission, the result of years of design, integration, and ground testing.
Credit: NASA/Lori Losey

Technologies that advance exploration, support growing space economies

From spinoff technologies on Earth to accelerating development of technologies in low Earth orbit and at the Moon and Mars, NASA develops, demonstrates, and transfer new space technologies that benefit the agency, private companies, and other government agencies and missions.

Accomplishments by NASA and our partners in 2025 included:

  • NASA and Teledyne Energy Systems Inc. demonstrated a next-generation fuel cell system aboard a Blue Origin New Shepard mission, proving it can deliver reliable power in the microgravity environment of space. 
  • Varda Space Industries licensed cutting-edge heatshield material from NASA, allowing it to be produced commercially for the company’s capsule containing a platform to process pharmaceuticals in microgravity. Through this commercial collaboration NASA is making entry system materials more readily available to the U.S. space economy and advancing the industries that depend on it. 
  • The maiden flight of UP Aerospace’s Spyder hypersonic launch system demonstrated the U.S. commercial space industry’s capacity to test large payloads (up to 400 pounds) at five times the speed of sound. NASA’s support of Spyder’s development helped ensure the availability of fast-turnaround, lower cost testing services for U.S. government projects focused on space exploration and national security.  
  • The NASA Integrated Rotating Detonation Engine System completed a test series for its first rotating detonation rocket engine technology thrust chamber assembly unit.
  • NASA successfully completed its automated space traffic coordination objectives between the agency’s four Starling spacecraft and SpaceX’s Starlink constellation. The Starling demonstration matured autonomous decision-making capabilities for spacecraft swarms using Distributed Spacecraft Autonomy software, developed by NASA’s Ames Research Center in California’s Silicon Valley.  
  • NASA announced an industry partnership to design the Fly Foundational Robots mission to demonstrate use of Motiv Space Systems’ robotic arm aboard a hosted orbital flight test with Astro Digital. 
  • The third spacecraft in the R5 (Realizing Rapid, Reduced-cost high-Risk Research) demonstration series launched aboard SpaceX’s Transporter-15 mission. This series of small satellites leverage terrestrial commercial off-the-shelf hardware to enable affordable, rapid orbital flight tests of rendezvous and proximity operations payloads. 
  • Pieces of webbing material, known as Zylon, which comprise the straps of NASA’s HIAD (Hypersonic Inflatable Aerodynamic Decelerator) aeroshell, launched to low Earth orbit aboard the Space Force’s X-37B Orbital Test Vehicle for a trip that will help researchers characterize how the material responds to long-duration exposure to the harsh vacuum of space. 
  • The DUPLEX CubeSat developed by CU Aerospace deployed from the International Space Station to demonstrate two commercial micro-propulsion technologies for affordable small spacecraft propulsion systems. 

Harnessing NASA’s brand power in real life, online

As one of the most recognized global brands and most followed on social media, NASA amplified its reach through force-multiplying engagement activities that generate excitement and support for the agency’s missions and help foster a Golden Age of innovators and explorers.

From collaborations with sport organizations and players to partnerships with world-renowned brands, these activities provide low-cost, high-impact avenues to engage an ever-expanding audience and reinforce NASA’s position as the world’s premier space agency. Engagement highlights from 2025 include: 

  • Second Lady Usha Vance also kicked off her summer reading challenge at NASA’s Johnson Space Center in Houston, encouraging youth to seek adventure, imagination, and discovery in books, a sentiment close to NASA and everyone the agency inspires.
  • Reached nearly 5 million people through participation in hybrid and in-person events across the agency, including the White House’s Summer Reading Challenge, Open Sauce 2025, the Expedition 71 and 72 postflight visits, featuring NASA astronauts recently returned from missions aboard the space station, and more. 
  • Participated in a variety of space policy conferences to include Space Symposium and the International Aeronautical Congress highlighting America’s leadership in human exploration to the Moon and Mars, responsible exploration under the Artemis Accords, and support for the commercial space sector.

In 2025, NASA also consolidated its social media accounts to improve clarity, compliance, and strategic alignment. After streamlining the number of active accounts, the agency grew its total following on these accounts by more than eight million, reaching nearly 367 million followers. 

 
Other digital highlights included:

  • In 2025, NASA expanded access to its NASA+ streaming service by launching a free, ad-supported channel on Prime Video and announcing a new partnership with Netflix to stream live programming, including rocket launches and spacewalks, making its missions more accessible to global audiences and inspiring the next generation of explorers. As of November 2025, viewers have streamed more than 7.7 million minutes of NASA content on the Prime Video FAST channel.
  • NASA’s SpaceX Crew-9 return from the space station drew over 2.5 million live viewers, making it the agency’s most-watched event of 2025.
  • NASA aired live broadcasts for 17 launches in 2025, which have a combined 3.7 million views while live. NASA’s SpaceX Crew-10 and NISAR launches have the most views on YouTube, while crewed launches (Crew-10, Crew-11, and Axiom Mission 4) were the most-viewed while the broadcast was live. 
  • The agency’s YouTube livestreams in 2025 surpassed 18.8 million total live views. The agency’s YouTube channel has more than 50.4 million total views for the year. 
  • The agency’s podcasts were downloaded more than 2 million times in 2025 by more than 750,000 listeners.
  • Increased content production nearly tenfold for its science-focused website in Spanish, Ciencia de la NASA, and grew the website’s page views by 24% and visitor numbers by 25%. NASA’s Spanish language social media accounts experienced a 17% growth in followers in 2025.
  • The number of subscribers to NASA’s flagship and Spanish newsletters total more than 4.6 million. 
  • NASA earned a spot on The Webby 30, a curated list celebrating 30 companies and organizations that have shaped the digital landscape. 
  • More than 2.9 million viewers watched 38,400 hours of NASA’s on-demand streaming service NASA+ in 2025. November marked two years since NASA+ debuted. 
  • Premiered “Planetary Defenders,” a new documentary that follows the dedicated team behind asteroid detection and planetary defense. The film debuted at an event at the agency’s headquarters with digital creators, interagency and international partners, and now is streaming on NASA+, YouTube, and X. In its first 24 hours, it saw 25,000 views on YouTube – 75% above average – and reached 4 million impressions on X.  
  • “Cosmic Dawn,” a feature-length documentary following the creation of the James Webb Space Telescope, was released this year. The film has been viewed 1.6 million times on the agency’s YouTube channel.

Among agency awards:

  • NASA’s broadcast of the April 8, 2024, total solar eclipse won multiple Emmy Awards.
  • Received six Webby Awards and six People’s Voice Awards across platforms — recognition of America’s excellence in digital engagement and public communication. 

Learn more about NASA’s missions online at:

https://www.nasa.gov

-end-

Bethany Stevens / Cheryl Warner
Headquarters, Washington
202-358-1600
bethany.c.stevens@nasa.gov / cheryl.m.warner@nasa.gov

  •  

Nuovo Ordine Palantir

Palantir Technologies Inc. è una delle aziende più potenti e controverse del mondo.Lavora nel settore tecnologico e le sue azioni sono aumentate esponenzialmente nell’ultimo anno, portandone la valutazione complessiva a oltre 380 miliardi di dollari.E’ stata fondata nel 2003 ma solo recentemente ha fatto parlare di sé, soprattutto per i suoi legami con il governo ...continua a leggere "Nuovo Ordine Palantir"
  •  

Per una critica anarchica dell’anarchismo

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Tomás Ibáñez Ibàñez è uno psicologo e attivista cresciuto in una cultura libertaria antifranchista. Ma questa espressione, cultura libertaria, non è una semplice nota curriculare. Nella sua attività, e questo libro lo conferma, ha sviluppato quella necessità di approccio iconoclasta che permette all’anarchia di rimanere ancorata all’unica certezza che la mantiene sempre attuale e sempre orizzontale; il dubbio. La casa editrice Elèuthera continua ad essere quell’isola culturale – nel pur difficile e reazionario panorama editoriale italiano – dove chiunque abbia una esagerata idea di libertà può trovare ristoro, comunità e soprattutto materiale per nuove domande e spunti. Questo libro, caldamente

L'articolo Per una critica anarchica dell’anarchismo sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

  •  

Il Grande Fratello è sempre più grande

Netflix mette le mani anche sugli studios e porta a casa la Warner Bros Discovery. Un accordo destinato a ridisegnare e ridistribuire le forze sataniche dentro Hollywood.Una operazione da 83 miliardi di dollari, incluso il debito. La Paramount Discovery è tornata a casa con la coda tra le gambe, battuta nonostante il sostegno di Donald ...continua a leggere "Il Grande Fratello è sempre più grande"
  •  

La Libertaria, un esempio di anticapitalismo militante

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Un piacevole incontro Il luogo in cui sorge la torrefazione La Libertaria è uno dei miei preferiti di Lecco. Sotto lo sguardo verde del Monte Barro e alla destra sud dell’Adda è un posto in cui l’architettura modernista e spesso raffazzonata dell’altra sponda della città lascia il posto a scorci più respirabili e più umani. Il ponte in ferro – con tutto l’ecocidio e il rifornimento all’industria bellica che questo minerale strappato alla terra ha rappresentato e rappresenta storicamente per la città – si interrompe qui con un muro. Un muro che non riesce a nascondere l’ipocrisia di un progresso

L'articolo La Libertaria, un esempio di anticapitalismo militante sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

  •  

Meet Rey, the Admin of ‘Scattered Lapsus$ Hunters’

A prolific cybercriminal group that calls itself “Scattered LAPSUS$ Hunters” has dominated headlines this year by regularly stealing data from and publicly mass extorting dozens of major corporations. But the tables seem to have turned somewhat for “Rey,” the moniker chosen by the technical operator and public face of the hacker group: Earlier this week, Rey confirmed his real life identity and agreed to an interview after KrebsOnSecurity tracked him down and contacted his father.

Scattered LAPSUS$ Hunters (SLSH) is thought to be an amalgamation of three hacking groups — Scattered Spider, LAPSUS$ and ShinyHunters. Members of these gangs hail from many of the same chat channels on the Com, a mostly English-language cybercriminal community that operates across an ocean of Telegram and Discord servers.

In May 2025, SLSH members launched a social engineering campaign that used voice phishing to trick targets into connecting a malicious app to their organization’s Salesforce portal. The group later launched a data leak portal that threatened to publish the internal data of three dozen companies that allegedly had Salesforce data stolen, including ToyotaFedExDisney/Hulu, and UPS.

The new extortion website tied to ShinyHunters, which threatens to publish stolen data unless Salesforce or individual victim companies agree to pay a ransom.

Last week, the SLSH Telegram channel featured an offer to recruit and reward “insiders,” employees at large companies who agree to share internal access to their employer’s network for a share of whatever ransom payment is ultimately paid by the victim company.

SLSH has solicited insider access previously, but their latest call for disgruntled employees started making the rounds on social media at the same time news broke that the cybersecurity firm Crowdstrike had fired an employee for allegedly sharing screenshots of internal systems with the hacker group (Crowdstrike said their systems were never compromised and that it has turned the matter over to law enforcement agencies).

The Telegram server for the Scattered LAPSUS$ Hunters has been attempting to recruit insiders at large companies.

Members of SLSH have traditionally used other ransomware gangs’ encryptors in attacks, including malware from ransomware affiliate programs like ALPHV/BlackCat, Qilin, RansomHub, and DragonForce. But last week, SLSH announced on its Telegram channel the release of their own ransomware-as-a-service operation called ShinySp1d3r.

The individual responsible for releasing the ShinySp1d3r ransomware offering is a core SLSH member who goes by the handle “Rey” and who is currently one of just three administrators of the SLSH Telegram channel. Previously, Rey was an administrator of the data leak website for Hellcat, a ransomware group that surfaced in late 2024 and was involved in attacks on companies including Schneider Electric, Telefonica, and Orange Romania.

A recent, slightly redacted screenshot of the Scattered LAPSUS$ Hunters Telegram channel description, showing Rey as one of three administrators.

Also in 2024, Rey would take over as administrator of the most recent incarnation of BreachForums, an English-language cybercrime forum whose domain names have been seized on multiple occasions by the FBI and/or by international authorities. In April 2025, Rey posted on Twitter/X about another FBI seizure of BreachForums.

On October 5, 2025, the FBI announced it had once again seized the domains associated with BreachForums, which it described as a major criminal marketplace used by ShinyHunters and others to traffic in stolen data and facilitate extortion.

“This takedown removes access to a key hub used by these actors to monetize intrusions, recruit collaborators, and target victims across multiple sectors,” the FBI said.

Incredibly, Rey would make a series of critical operational security mistakes last year that provided multiple avenues to ascertain and confirm his real-life identity and location. Read on to learn how it all unraveled for Rey.

WHO IS REY?

According to the cyber intelligence firm Intel 471, Rey was an active user on various BreachForums reincarnations over the past two years, authoring more than 200 posts between February 2024 and July 2025. Intel 471 says Rey previously used the handle “Hikki-Chan” on BreachForums, where their first post shared data allegedly stolen from the U.S. Centers for Disease Control and Prevention (CDC).

In that February 2024 post about the CDC, Hikki-Chan says they could be reached at the Telegram username @wristmug. In May 2024, @wristmug posted in a Telegram group chat called “Pantifan” a copy of an extortion email they said they received that included their email address and password.

The message that @wristmug cut and pasted appears to have been part of an automated email scam that claims it was sent by a hacker who has compromised your computer and used your webcam to record a video of you while you were watching porn. These missives threaten to release the video to all your contacts unless you pay a Bitcoin ransom, and they typically reference a real password the recipient has used previously.

“Noooooo,” the @wristmug account wrote in mock horror after posting a screenshot of the scam message. “I must be done guys.”

A message posted to Telegram by Rey/@wristmug.

In posting their screenshot, @wristmug redacted the username portion of the email address referenced in the body of the scam message. However, they did not redact their previously-used password, and they left the domain portion of their email address (@proton.me) visible in the screenshot.

O5TDEV

Searching on @wristmug’s rather unique 15-character password in the breach tracking service Spycloud finds it is known to have been used by just one email address: cybero5tdev@proton.me. According to Spycloud, those credentials were exposed at least twice in early 2024 when this user’s device was infected with an infostealer trojan that siphoned all of its stored usernames, passwords and authentication cookies (a finding that was initially revealed in March 2025 by the cyber intelligence firm KELA).

Intel 471 shows the email address cybero5tdev@proton.me belonged to a BreachForums member who went by the username o5tdev. Searching on this nickname in Google brings up at least two website defacement archives showing that a user named o5tdev was previously involved in defacing sites with pro-Palestinian messages. The screenshot below, for example, shows that 05tdev was part of a group called Cyb3r Drag0nz Team.

Rey/o5tdev’s defacement pages. Image: archive.org.

A 2023 report from SentinelOne described Cyb3r Drag0nz Team as a hacktivist group with a history of launching DDoS attacks and cyber defacements as well as engaging in data leak activity.

“Cyb3r Drag0nz Team claims to have leaked data on over a million of Israeli citizens spread across multiple leaks,” SentinelOne reported. “To date, the group has released multiple .RAR archives of purported personal information on citizens across Israel.”

The cyber intelligence firm Flashpoint finds the Telegram user @05tdev was active in 2023 and early 2024, posting in Arabic on anti-Israel channels like “Ghost of Palestine” [full disclosure: Flashpoint is currently an advertiser on this blog].

‘I’M A GINTY’

Flashpoint shows that Rey’s Telegram account (ID7047194296) was particularly active in a cybercrime-focused channel called Jacuzzi, where this user shared several personal details, including that their father was an airline pilot. Rey claimed in 2024 to be 15 years old, and to have family connections to Ireland.

Specifically, Rey mentioned in several Telegram chats that he had Irish heritage, even posting a graphic that shows the prevalence of the surname “Ginty.”

Rey, on Telegram claiming to have association to the surname “Ginty.” Image: Flashpoint.

Spycloud indexed hundreds of credentials stolen from cybero5dev@proton.me, and those details indicate that Rey’s computer is a shared Microsoft Windows device located in Amman, Jordan. The credential data stolen from Rey in early 2024 show there are multiple users of the infected PC, but that all shared the same last name of Khader and an address in Amman, Jordan.

The “autofill” data lifted from Rey’s family PC contains an entry for a 46-year-old Zaid Khader that says his mother’s maiden name was Ginty. The infostealer data also shows Zaid Khader frequently accessed internal websites for employees of Royal Jordanian Airlines.

MEET SAIF

The infostealer data makes clear that Rey’s full name is Saif Al-Din Khader. Having no luck contacting Saif directly, KrebsOnSecurity sent an email to his father Zaid. The message invited the father to respond via email, phone or Signal, explaining that his son appeared to be deeply enmeshed in a serious cybercrime conspiracy.

Less than two hours later, I received a Signal message from Saif, who said his dad suspected the email was a scam and had forwarded it to him.

“I saw your email, unfortunately I don’t think my dad would respond to this because they think its some ‘scam email,'” said Saif, who told me he turns 16 years old next month. “So I decided to talk to you directly.”

Saif explained that he’d already heard from European law enforcement officials, and had been trying to extricate himself from SLSH. When asked why then he was involved in releasing SLSH’s new ShinySp1d3r ransomware-as-a-service offering, Saif said he couldn’t just suddenly quit the group.

“Well I cant just dip like that, I’m trying to clean up everything I’m associated with and move on,” he said.

The former Hellcat ransomware site. Image: Kelacyber.com

He also shared that ShinySp1d3r is just a rehash of Hellcat ransomware, except modified with AI tools. “I gave the source code of Hellcat ransomware out basically.”

Saif claims he reached out on his own recently to the Telegram account for Operation Endgame, the codename for an ongoing law enforcement operation targeting cybercrime services, vendors and their customers.

“I’m already cooperating with law enforcement,” Saif said. “In fact, I have been talking to them since at least June. I have told them nearly everything. I haven’t really done anything like breaching into a corp or extortion related since September.”

Saif suggested that a story about him right now could endanger any further cooperation he may be able to provide. He also said he wasn’t sure if the U.S. or European authorities had been in contact with the Jordanian government about his involvement with the hacking group.

“A story would bring so much unwanted heat and would make things very difficult if I’m going to cooperate,” Saif said. “I’m unsure whats going to happen they said they’re in contact with multiple countries regarding my request but its been like an entire week and I got no updates from them.”

Saif shared a screenshot that indicated he’d contacted Europol authorities late last month. But he couldn’t name any law enforcement officials he said were responding to his inquiries, and KrebsOnSecurity was unable to verify his claims.

“I don’t really care I just want to move on from all this stuff even if its going to be prison time or whatever they gonna say,” Saif said.

  •  

Enshittification: il progressivo degrado delle piattaforme digitali

Immagine in evidenza: rielaborazione della copertina di Enshittification di Cory Doctorow

Da alcuni anni conosciamo il cosiddetto “capitalismo della sorveglianza”: un modello economico basato sull’estrazione, controllo e vendita dei dati personali raccolti sulle piattaforme tecnologiche. Lo ha teorizzato Shoshana Zuboff nel 2019 in un libro necessario per comprendere come Meta, Amazon, Google, Apple e gli altri colossi tech abbiano costruito un potere senza precedenti, capace di influenzare non solo il mercato e i comportamenti degli utenti, ma anche, tramite il lobbying, le azioni dei decisori pubblici di tutto il mondo.

L’idea che queste grandi piattaforme abbiano sviluppato una sorta di potere sulle persone tramite la sorveglianza commerciale, com’è stata teorizzata da Zuboff, è però un mito che è il momento di sfatare. Così almeno la pensa Cory Doctorow, giornalista e scrittore canadese che negli ultimi anni ha pubblicato due libri particolarmente illuminanti sul tema. 

In “Come distruggere il capitalismo della sorveglianza”, uscito nel 2024 ed edito da Mimesis, Doctorow spiega come molti critici abbiano ceduto a quella che il professore del College of Liberal Arts and Human Science Lee Vinsel ha definito “criti-hype”: l’abitudine di criticare le affermazioni degli avversari senza prima verificarne la veridicità, contribuendo così involontariamente a confermare la loro stessa narrazione. In questo caso, in soldoni, il mito da contestare è proprio quello di poter “controllare” le persone per vendergli pubblicità. 

“Penso che l’ipotesi del capitalismo della sorveglianza sia profondamente sbagliata, perché rigetta il fatto che le aziende ci controllino attraverso il monopolio, e non attraverso la mente”, spiega Doctorow a Guerre di Rete. Il giornalista fa l’esempio di uno dei più famosi CEO delle Big Tech, Mark Zuckerberg: “A maggio, Zuckerberg ha rivelato agli investitori che intende recuperare le decine di miliardi che sta spendendo nell’AI usandola per creare pubblicità in grado di aggirare le nostre capacità critiche, e quindi convincere chiunque ad acquistare qualsiasi cosa. Una sorta di controllo mentale basato sull’AI e affittato agli inserzionisti”. 

Effettivamente, viste le perdite che caratterizzano il settore dell’intelligenza artificiale – e nel caso di Meta visto anche il fallimento di quel progetto chiamato metaverso, ormai così lontano da non essere più ricordato da nessuno – è notevole che Zuckerberg sia ancora in grado di ispirare fiducia negli investitori. E di vendergli l’idea di essere un mago che, con cappello in testa e bacchetta magica in mano, è in grado di ipnotizzarci tutti. “Né Rasputin [il mistico russo, cui erano attribuito poteri persuasivi, ndr] né il progetto MK-Ultra [un progetto della CIA per manipolare gli stati mentali negli interrogatori, ndr] hanno mai veramente perfezionato il potere mentale, erano dei bugiardi che mentivano a sé stessi o agli altri. O entrambe le cose”, dice Doctorow. “D’altronde, ogni venditore di tecnologia pubblicitaria che incontri un dirigente pubblicitario sfonda una porta aperta: gli inserzionisti vogliono disperatamente credere che tu possa controllare la mente delle persone”. 

Il caro vecchio monopolio

Alla radice delle azioni predatorie delle grandi piattaforme, però, non ci sarebbe il controllo mentale, bensì le pratiche monopolistiche, combinate con la riduzione della qualità dei servizi per i miliardi di utenti che li usano. Quest’ultimo è il concetto di enshittification, coniato dallo stesso Doctorow e che dà il nome al suo saggio appena uscito negli Stati Uniti. Un processo che vede le piattaforme digitali, che inizialmente offrono un servizio di ottimo livello, peggiorare gradualmente per diventare, alla fine, una schifezza (la traduzione di shit è escremento, per usare un eufemismo).

“All’inizio la piattaforma è vantaggiosa per i suoi utenti finali, ma allo stesso tempo trova il modo di vincolarli”, spiega il giornalista facendo l’esempio di Google, anche se il processo di cui parla si riferisce a quasi tutte le grandi piattaforme. Il motore di ricerca ha inizialmente ridotto al minimo la pubblicità e investito in ingegneria per offrire risultati di altissima qualità. Poi ha iniziato a “comprarsi la strada verso il predominio” –sostiene Doctorow – grazie ad accordi che hanno imposto la sua casella di ricerca in ogni servizio o prodotto possibile. “In questo modo, a prescindere dal browser, dal sistema operativo o dall’operatore telefonico utilizzato, le persone finivano per avere sempre Google come impostazione predefinita”.

Una strategia con cui, secondo Doctorow, l’azienda di Mountain View ha acquisito qua e là società di grandi dimensioni per assicurarsi che nessuno avesse un motore di ricerca che non fosse il suo. Per Doctorow è la fase uno: offrire vantaggi agli utenti, ma legandoli in modo quasi invisibile al proprio ecosistema.

Un’idea di quale sia il passaggio successivo l’abbiamo avuta assistendo proprio a ciò che è successo, non troppo tempo fa, al motore di ricerca stesso: “Le cose peggiorano perché la piattaforma comincia a sfruttare gli utenti finali per attrarre e arricchire i clienti aziendali, che per Google sono inserzionisti ed editori web. Una porzione sempre maggiore di una pagina dei risultati del motore di ricerca è dedicata agli annunci, contrassegnati con etichette sempre più sottili, piccole e grigie. Così Google utilizza i suo i dati di sorveglianza commerciale per indirizzare gli annunci”, spiega Doctorow. 

Nel momento in cui anche i clienti aziendali rimangono intrappolati nella piattaforma, come prima lo erano stati gli utenti, la loro dipendenza da Google è talmente elevata che abbandonarla diventa un rischio esistenziale. “Si parla molto del potere monopolistico di Google, che deriva dalla sua posizione dominante come venditore. Penso però che sia più correttamente un monopsonio”.

Monopoli e monopsoni

“In senso stretto e tecnico, un monopolio è un mercato con un unico venditore e un monopsonio è un mercato con un unico acquirente”, spiega nel suo libro Doctorow. “Ma nel linguaggio colloquiale dell’economia e dell’antitrust, monopolista e monopsonista si riferiscono ad aziende con potere di mercato, principalmente il potere di fissare i prezzi. Formalmente, i monopolisti di oggi sono in realtà oligopolisti e i nostri monopsonisti sono oligopsonisti (cioè membri di un cartello che condividono il potere di mercato)”.

E ancora scrive: “Le piattaforme aspirano sia al monopolio che al monopsonio. Dopo tutto, le piattaforme sono ”mercati bilaterali” che fungono da intermediari tra acquirenti e venditori. Inoltre, la teoria antitrust basata sul benessere dei consumatori è molto più tollerante nei confronti dei comportamenti monopsonistici, in cui i costi vengono ridotti sfruttando lavoratori e fornitori, rispetto ai comportamenti monopolistici, in cui i prezzi vengono aumentati. In linea di massima, quando le aziende utilizzano il loro potere di mercato per abbassare i prezzi, possono farlo senza temere ritorsioni normative. Pertanto, le piattaforme preferiscono spremere i propri clienti commerciali e aumentano i prezzi solo quando sono diventate davvero troppo grandi per essere perseguite”.

Così facendo, l’evoluzione del motore di ricerca si è bloccata e il servizio ha poi iniziato a peggiorare, sostiene l’autore. “A un certo punto, nel 2019, più del 90% delle persone usava Google per cercare tutto. Nessun utente poteva più diventare un nuovo utente dell’azienda e quindi non avevano più un modo facile per crescere. Di conseguenza hanno ridotto la precisione delle risposte, costringendo gli utenti a cercare due o più volte prima di ottenerne una decente, raddoppiando il numero di query e di annunci”.

A rendere nota questa decisione aziendale è stata, lo scorso anno, la pubblicazione di alcuni documenti interni durante un processo in cui Google era imputata. Sui banchi di un tribunale della Virginia una giudice ha stabilito che l’azienda creata da Larry Page e Sergey Brin ha abusato di alcune parti della sua tecnologia pubblicitaria per dominare il mercato degli annunci, una delle sue principali fonti di guadagno (nel 2024, più di 30 miliardi di dollari a livello mondiale).

“E così arriviamo al Google incasinato di oggi, dove ogni query restituisce un cumulo di spazzatura di intelligenza artificiale, cinque risultati a pagamento taggati con la parola ‘ad’ (pubblicità) in un carattere minuscolo e grigio su sfondo bianco. Che a loro volta sono link di spam che rimandano ad altra spazzatura SEO”, aggiunge Doctorow facendo riferimento a quei contenuti creati a misura di motore di ricerca e privi in realtà di qualunque valore informativo. Eppure, nonostante tutte queste criticità, continuiamo a usare un motore di ricerca del genere perché siamo intrappolati nei suoi meccanismi.

Il quadro non è dei migliori. “Una montagna di shit”, le cui radici  – afferma lo studioso – vanno cercate nella distruzione di quei meccanismi di disciplina che una volta esistevano nel capitalismo. Ma quali sarebbero questi lacci che tenevano a bada le grandi aziende? La concorrenza di mercato – ormai eliminata dalle politiche che negli ultimi 40 anni hanno favorito i monopoli; una regolamentazione efficace – mentre oggi ci ritroviamo con leggi e norme inadeguate o dannose, come ad esempio la restrizione dei meccanismi di interoperabilità indotta dall’introduzione di leggi sul copyright; e infine il potere dei lavoratori – anche questo in caduta libera a seguito dell’ondata di licenziamenti nel settore tecnologico.

La “enshittification“, secondo Doctorow, è un destino che dovevamo veder arrivare, soprattutto perché giunge a valle di scelte politiche precise: “Non sono le scelte di consumo, ma quelle politiche a creare mostri come i CEO delle Big Tech, in grado di distruggere le nostre vite online perché portatori di pratiche commerciali predatorie, ingannevoli, sleali”.

Non basta insomma odiare i giocatori e il gioco, bisogna anche ricordare che degli arbitri disonesti hanno truccato la partita, convincendo i governi di tutto il mondo ad abbracciare specifiche politiche.
Quando si parla di tecnologia e delle sue implicazioni a breve, medio e lungo periodo è difficile abbracciare una visione possibilista e positiva. Un po’ come succede per le lotte per la giustizia sociale e per il clima: il muro che ci si ritrova davanti sembra invalicabile. Una grossa difficoltà che, secondo Doctorow, è data dalla presenza di monopoli e monopsoni. 

Ma la reazione alle attuali crisi politiche globali mostra che un cambiamento è possibile. “Negli ultimi anni c’è stata un’azione di regolamentazione della tecnologia superiore a quella dei 40 anni precedenti”, spiega Doctorow. Non solo: la seconda elezione di Donald Trump si starebbe rivelando una benedizione sotto mentite spoglie, sia per il clima sia per il digitale. “Ha acceso un fuoco sotto i leader di altri Paesi ex alleati, stimolando grandi e ambiziosi programmi per sfuggire al monopolio statunitense. Pensiamo ai dazi sui pannelli solari cinesi imposti da Trump nella prima amministrazione, per esempio. Una misura che ha spinto i produttori di Pechino a inondare i paesi del Sud del mondo con i loro pannelli economici, a tal punto che intere regioni si sono convertite all’energia solare”, afferma Doctorow, che considera questa strada percorribile anche per ottenere una tecnologia più libera.

Per non vedere tutto nero

Sfuggire alle Big Tech americane non dovrebbe significare semplicemente  rifugiarsi in un servizio alternativo (mail, cloud, social media, ecc.), anche perché il processo non è così semplice. “Non si copia e incolla la vita delle persone: le email, i file, i documenti custoditi nei cloud di Microsoft, Apple o Google. Nessun ministero, azienda o individuo lo farà”. Motivo per cui, secondo Doctorow, Eurostack è una possibile alternativa, ma che ha ancora tanta strada da fare.

Eurostack è un’iniziativa europea nata recentemente in risposta all’esigenza di costruire una sovranità digitale del Vecchio continente, indipendente dalle aziende tecnologiche straniere (specialmente USA). Coinvolge attivisti digitali, comunità open source, istituzioni europee e alcuni politici. “L’Ue potrebbe ordinare alle grandi aziende tech statunitensi di creare strumenti di esportazione, così che gli europei possano trasferire facilmente i propri dati in Eurostack, ma possiamo già immaginare come andrà a finire. Quando l’Ue ha approvato il Digital Markets Act, Apple ha minacciato di smettere di vendere iPhone in Europa, e ha presentato 18 ricorsi legali”, ricorda Doctorow. 

Se la risposta di un’azienda statunitense all’introduzione di una direttiva europea è questa, la soluzione allora non può essere che radicale. “L’unica via possibile è abrogare l’articolo 6 della direttiva sul diritto d’autore: l’Ue dovrebbe rendere legale il reverse engineering di siti web e app statunitensi in modo che gli europei possano estrarre i propri dati e trasferirli in Eurostack. Un modello aperto, sovrano, rispettoso della privacy, dei diritti dei lavoratori e dei consumatori”.

L'articolo Enshittification: il progressivo degrado delle piattaforme digitali proviene da Guerre di Rete.

  •  

Quanto e come usiamo davvero l’intelligenza artificiale?

L’Italia è ha introdotto, lo scorso 17 settembre 2025, una legge che punta a normare l’utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale. Il provvedimento recepisce (almeno in parte) l’AI Act europeo, introducendo anche una serie di regole e reati penali connessi all’uso dell’AI.

Ma qual è la situazione in Italia per quanto riguarda l’uso di strumenti di intelligenza artificiale? A prima vista, il nostro paese sconta un ritardo simile a quello, più volte denunciato, relativo a una generale carenza di competenze digitali. Analizzando i dati disponibili, emergono però alcuni elementi che chiariscono meglio le specifiche problematicità, accanto a considerazioni importanti riguardo il prossimo futuro.

Quale intelligenza artificiale?

Quando ci si avventura in un’analisi sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, la maggior parte dei dati disponibili sono di carattere statistico e devono essere presi con le pinze. Numeri e percentuali, infatti, rischiano di essere fuorvianti. 

Il primo aspetto su cui soffermarsi è l’oggetto stesso di cui si tratta. Nonostante l’opinione pubblica parli ormai di “intelligenza artificiale” con riferimento solo all’AI generativa e ai modelli linguistici (large language model), la sua definizione è in realtà molto più articolata.

La stessa legge italiana adotta l’ampia definizione utilizzata nell’AI Act: “Un sistema automatizzato progettato per funzionare con livelli di autonomia variabili (…) e che, per obiettivi espliciti o impliciti, deduce dall’input che riceve come generare output quali previsioni, contenuti, raccomandazioni o decisioni che possono influenzare ambienti fisici o virtuali”.

Non solo, quindi, i vari ChatGPT, Gemini, Claude e soci. Quando si parla di AI ci si riferisce in realtà a una molteplicità di sistemi e funzioni, molti dei quali rimangono dietro le quinte e dei quali, nella maggior parte dei casi, gli stessi utilizzatori di software e piattaforme ignorano l’esistenza.

I chatbot di largo consumo nel nostro paese

I sistemi di GenAI per cui è più facile reperire dati oggettivi sono proprio i chatbot che hanno preso il centro del palcoscenico negli ultimi 36 mesi. I dati riportati dalla piattaforma di analisi AI Tools, aggiornati allo scorso agosto, riportano una classifica che mostra la distribuzione geografica degli accessi via web ai servizi di AI.

Alla testa di questa particolare classifica (basata su numeri assoluti) svettano gli Stati Uniti con oltre 2 miliardi di accessi, mentre l’Italia si posiziona al 17esimo posto dietro a paesi come Messico, Filippine, Indonesia e Vietnam. Questi dati, però, sono falsati dalle differenze a livello di popolazione: se si introduce questo elemento nell’equazione, i dati consentono una lettura più veritiera. 

Se ci limitiamo a confrontare il numero di accessi con paesi “simili”, emerge come AI Tools abbia registrato in Italia 3.25 accessi per abitante, poco più della metà (5,76) rispetto agli Stati Uniti e con un valore di poco inferiore a Germania (4,57) e Francia (3,85).

Limitando l’analisi a ChatGPT, che nel settore dell’AI generativa detiene più dell’80% del mercato, i dati sono piuttosto simili. Stando a quanto riporta Digital Gravity, gli accessi provenienti dall’Italia al chatbot di OpenAI si collocano allo stesso livello di un paese come la Germania e di poco inferiori a Spagna e Francia.

“I dati sono sempre utili, ma rischiano di creare degli equivoci pericolosi”, sottolinea Irene Di Deo, ricercatrice senior dell’Osservatorio Artificial Intelligence al Politecnico di Milano. “Quando si parla di utilizzo di AI generativa facendo riferimento ai prodotti accessibili sul web, spesso si tratta di un uso che ha un fine ludico o personale. Per comprendere il livello di utilizzo in ambito produttivo è indispensabile fare riferimento ad altri indici, come le licenze acquistate dalle imprese”.

L’AI nel settore produttivo

Se si passa a un uso più “aziendale” dell’intelligenza artificiale, i dati disponibili sono meno oggettivi rispetto a quelli relativi al numero di accessi agli strumenti di AI liberamente  disponibili su Internet. La maggior parte di questi dati si basa su indagini eseguite in ambito accademico o a opera di istituzioni internazionali. Una delle analisi più affidabili, pubblicata da Eurostat, segna un generale ritardo dell’Italia rispetto agli altri paesi europei.

I dati relativi al Digital Intensity Level – indice che valuta quanto intensamente un’azienda utilizza un insieme di tecnologie digitali chiave nella propria attività – sono tutto sommato nella media. Tra i 27 paesi UE, l’Italia si posiziona infatti al sedicesimo posto. Quando si parla di AI, le cose però vanno decisamente peggio.

In questa specifica classifica, l’Italia è ventiduesima e staccata notevolmente dai migliori. Solo l’8% delle aziende italiane utilizzerebbero strumenti basati sull’AI, contro il 27,6% di quelle danesi e una media UE del 13,5%. “Si tratta di un dato che va letto alla luce del tipo di tessuto produttivo che c’è nel nostro paese”, spiega Di Deo. “La prevalenza di piccole e medie imprese incide notevolmente sul dato statistico”. 

Quando si parla di utilizzo dell’AI in ambito produttivo, specifica la ricercatrice, nella maggior parte dei casi sono strumenti con finalità molto specifiche, ben diversi dai chatbot che vengono proposti al grande pubblico. “Si tratta di piattaforme che richiedono investimenti a livello finanziario piuttosto rilevanti, che le PMI spesso non possono permettersi”, prosegue. “A livello di grandi aziende, i dati che abbiamo raccolto in questi anni indicano che almeno il 60% delle imprese ha implementato strumenti basati sull’AI o ha avviato almeno una sperimentazione”. 

Di Deo sottolinea anche un altro aspetto: per sfruttare l’AI è indispensabile avere delle basi solide a livello di dati. Non si tratta dei famosi dataset necessari per addestrare gli algoritmi, ma di quelle informazioni che poi verranno elaborate dall’intelligenza artificiale per generare valore per l’impresa. “L’uso dell’AI per finalità come la manutenzione predittiva o il controllo qualità dei prodotti richiede la presenza di una serie storica. Chi non ha raccolto dati sulla sua attività negli ultimi 20 anni potrà difficilmente ottenere dei buoni risultati in questi ambiti”.

Il fenomeno della Shadow AI

A complicare ulteriormente il quadro è la difficoltà di monitorare l’uso “autonomo” di strumenti di AI generativa da parte dei lavoratori. La disponibilità di chatbot gratuiti o comunque accessibili commercialmente per uso privato ha innescato il fenomeno della cosiddetta “Shadow AI”, cioè l’uso non documentato (e incontrollato) di strumenti di intelligenza artificiale da parte di singoli individui. 

Oltre a essere un elemento distorsivo a livello statistico, la Shadow AI rappresenta un’area grigia che è fonte di preoccupazione per gli addetti ai lavori. Le ragioni sono molteplici e comprendono, per esempio, i rischi legati alla cyber security. Gli strumenti basati su AI generativa aumentano infatti il rischio di diffusione involontaria di informazioni riservate e soffrono di vulnerabilità specifiche che possono essere mitigate solo attraverso l’adozione di rigorose politiche di utilizzo e l’implementazione di strumenti dedicati. 

Ancora: con l’approvazione dell’AI Act (e in Italia della recente normativa nazionale) emerge anche il tema del rispetto degli obblighi giuridici legati all’uso dell’intelligenza artificiale. Tra questi c’è l’obbligo di informare i clienti quando si impiegano strumenti di AI nello svolgimento della propria attività professionale, come previsto dall’articolo 13 della legge italiana.

Quale impatto ha davvero l’AI?

Se oggi il livello di implementazione dell’AI viene considerato come un indicatore di evoluzione tecnologica, è probabile che questa equivalenza evapori piuttosto rapidamente, soprattutto a livello statistico. Gli LLM, in diverse forme, vengono ormai integrati in qualsiasi software. Non c’è prodotto commerciale che non offra un “assistente” alimentato dalla GenAI, la cui utilità è spesso relativa.

Anche dove l’AI è stata considerata una priorità su cui puntare, sono emersi grossi dubbi sul suo reale impatto. Una ricerca del MIT Media Lab, pubblicata quest’anno, sottolinea come il 95% delle imprese che hanno introdotto strumenti di intelligenza artificiale generativa non sia stato in grado di individuare un effettivo impatto a livello di valore. 

I ricercatori, nel report, sottolineano come l’AI sia utilizzata principalmente per migliorare la produttività individuale attraverso l’uso dei vari “co-piloti”. In tutti questi casi, non si va oltre la generazione di documenti, email, riassunti di riunioni e simili. 

Nulla di sconvolgente, quindi, soprattutto se si considera che, a questo livello di adozione, si rischia anche di cadere nel fenomeno del “workslop”, neologismo traducibile più o meno come “lavoro fatto in fretta e male”. Tradotto nella pratica, è possibile definirlo come un aumento di produttività a livello quantitativo, ma che lascia spesso a desiderare sul piano qualitativo. 

Chi si ritrova a valutare i contenuti creati con l’AI deve spesso scegliere se accontentarsi di un prodotto mediocre, riscrivere tutto da capo in prima persona o chiedere all’autore di rifarlo da zero. Un ulteriore elemento di complessità che interseca, più che aspetti squisitamente tecnologici, una dimensione culturale. E sarà proprio su questo piano, probabilmente, che si giocherà il futuro dell’AI come possibile “motore” dell’ innovazione.

L'articolo Quanto e come usiamo davvero l’intelligenza artificiale? proviene da Guerre di Rete.

  •  

Eredità digitale, che fine fanno i nostri dati dopo la morte?

Nel corso dell’ultimo decennio Internet, i social media e – non da ultima – l’intelligenza artificiale hanno profondamente cambiato il nostro rapporto con la morte. Il sogno dell’immortalità, che ha ossessionato per secoli studiosi di ogni genere, oggi sembra essere in qualche modo diventato realtà. Senza che ce ne accorgessimo, la tecnologia ha creato per ognuno di noi una “vita dopo la morte”: una dimensione digitale in cui i nostri account social e di posta elettronica, blog, dati personali e beni digitali continuano a esistere anche dopo la nostra dipartita, rendendo di fatto la nostra identità eterna.

Questo, da un lato, ha aumentato la possibilità per le persone che subiscono un lutto di sentirsi nuovamente vicine al defunto, tuffandosi negli album digitali delle sue foto, rileggendo quello che ha scritto sulla sua bacheca di Facebook e ascoltando le sue playlist preferite su Spotify. 

“Può consentire anche di mantenere un dialogo con l’alter ego digitale della persona cara defunta, che, attraverso algoritmi di deep fake, può arrivare a simulare una videochiamata, mimando la voce e le sembianze del defunto; a inviare messaggi e email, utilizzando come dati di addestramento le comunicazioni scambiate durante la vita analogica”, osserva Stefania Stefanelli, professoressa ordinaria di Diritto privato all’Università degli studi di Perugia. 

Dall’altro, rende però i dati personali delle persone scomparse un tesoretto alla mercé dei criminali informatici, che possono violarne facilmente gli account, utilizzarne le immagini in modo illecito e usarne le informazioni per creare cloni digitali o deepfake, mettendo a rischio la sicurezza loro e dei loro cari. Un pericolo da non sottovalutare, come anche l’eventualità che la persona non gradisca che gli sopravviva un alter ego virtuale, alimentato coi propri dati personali. Ma come fare, allora, per proteggere la propria eredità digitale? A chi affidarla? E come?

Eredità digitale: cos’è e a chi spetta di diritto

Oggi più che mai ci troviamo a esistere allo stesso tempo in due dimensioni parallele, una fisica e una digitale. Questo, come riferisce il Consiglio Nazionale del Notariato (CNN), ha portato a un ampliamento dei “confini di ciò che possiamo definire eredità”, che sono arrivati a “comprendere altro in aggiunta ai più canonici immobili, conti bancari, manoscritti o ai beni preziosi contenuti nelle cassette di sicurezza”. 

Si parla, allora, di eredità digitale, definita dal CNN come un insieme di risorse offline e online. Della prima categoria fanno parte i file, i software e i documenti informatici creati e/o acquistati dalla persona defunta, i domini associati ai siti web e i blog, a prescindere dal supporto fisico (per esempio, gli hard disk) o virtuale (come può essere il cloud di Google Drive) di memorizzazione. La seconda categoria, invece, include le criptovalute e “tutte quelle risorse che si vengono a creare attraverso i vari tipi di account, siano essi di posta elettronica, di social network, account di natura finanziaria, di e-commerce o di pagamento elettronico”. Rimangono esclusi i beni digitali piratati, alcuni contenuti concessi in licenza personale e non trasferibile, gli account di firma elettronica, gli account di identità digitale e le password.

Chiarito in cosa consiste l’eredità digitale, a questo punto viene da chiedersi: a chi saranno affidati tutti questi beni quando la persona a cui si riferiscono non ci sarà più? Rispondere a questa domanda è più difficile di quanto si possa immaginare. Allo stato attuale non esiste infatti in Italia una legge organica, il che crea negli utenti – siano essi le persone a cui i dati si riferiscono o i parenti di un defunto che si ritrovano a gestire la sua identità in rete – un’enorme confusione sulla gestione dei dati. 

Nonostante si tratti di un tema particolarmente urgente, finora è stato trattato soltanto dal Codice della Privacy, che prevede “che i diritti […] relativi ai dati di persone decedute possano essere esercitati da chi abbia un interesse proprio o agisca a tutela dell’interessato (su suo mandato) o per ragioni familiari meritevoli di protezione”. Un diritto che non risulta esercitabile soltanto nel caso in cui “l’interessato, quando era in vita, lo abbia espressamente vietato”.

Di recente, poi, il Consiglio Nazionale del Notariato è tornato sul tema, sottolineando l’importanza di “pianificare il passaggio dell’eredità digitale”, considerando che “molto spesso le società che danno accesso a servizi, spazi e piattaforme sulla rete internet hanno la propria sede al di fuori del territorio dello Stato e dell’Europa”: in assenza di disposizioni specifiche sull’eredità dei beni digitali, infatti, chiunque cerchi di accedere ai dati di una persona defunta rischia di “incorrere in costose e imprevedibili controversie internazionali”.

Per evitare che questo accada, è possibile investire una persona di fiducia di un mandato post mortem, “ammesso dal nostro diritto per dati e risorse digitali con valore affettivo, familiare e morale”. In termini legali, si tratta di un contratto attraverso cui un soggetto (mandante) incarica un altro soggetto (mandatario) di eseguire compiti specifici dopo la sua morte, come l’organizzazione del funerale, la consegna di un oggetto e, nel caso delle questioni digitali, la disattivazione di profili social o la cancellazione di un account. In alternativa, “si può disporre dei propri diritti e interessi digitali tramite testamento”, al pari di quanto già accade per i beni immobili, i conti bancari e tutto il resto. 

In questo modo, in attesa di una legislazione vera e propria sul tema, sarà possibile lasciare ai posteri un elenco dettagliato dei propri beni e account digitali, password incluse, oltre alle volontà circa la loro archiviazione o cancellazione. “Ai sensi di questa disposizione, si può anche trasmettere a chi gestisce i propri dati una  dichiarazione, nella quale si comunica la propria intenzione circa il destino, dopo la propria morte, di tali dati: la cancellazione totale o parziale, la comunicazione, in tutto o in parte, a soggetti determinati, l’anonimizzazione ecc. Si parla in questi termini di testamento digitale, anche se in senso ‘atecnico’, in quanto la dichiarazione non riveste le forme del testamento, sebbene sia anch’essa revocabile fino all’ultimo istante di vita, e non contiene disposizioni patrimoniali in senso stretto”, prosegue la professoressa Stefanelli.

Eredità e piattaforme digitali: cosa succede agli account delle persone defunte?

Come anticipato, allo stato attuale non esiste una legge che regolamenta l’eredità digitale, né in Italia né in Europa. Pertanto, nel corso degli ultimi anni le piattaforme di social media e i grandi fornitori di servizi digitali si sono organizzati per garantire una corretta gestione degli account di persone scomparse, così da evitare di trasformarsi in veri e propri cimiteri digitali. 

Già da qualche anno, per esempio, Facebook consente agli utenti di nominare un contatto erede, ossia un soggetto che avrà il potere di scegliere se eliminare definitivamente l’account della persona scomparsa o trasformarlo in un profilo commemorativo, dove rimarranno visibili i contenuti che ha condiviso sulla piattaforma nel corso della sua vita. 

Al pari di Facebook, anche Instagram consente ai parenti di un defunto di richiedere la rimozione del suo account o di trasformarlo in un account commemorativo. In entrambi i casi, però, sarà necessario presentare un certificato che attesti la veridicità del decesso della persona in questione o un documento legale che dimostri che la richiesta arriva da un esecutore delle sue volontà. 

TikTok, invece, è rimasto per molto tempo lontano dalla questione dell’eredità digitale. Soltanto lo scorso anno la piattaforma ha introdotto la possibilità di trasformare l’account di una persona defunta in un profilo commemorativo, previa la presentazione di documenti che attestino il suo decesso e un legame di parentela con l’utente che sta avanzando la richiesta. In alternativa, al pari di quanto accade per Facebook e Instagram, è possibile richiedere l’eliminazione definitiva dell’account del defunto. 

Ma non sono solo le piattaforme social a pensare al futuro dei propri utenti. Dal 2021, Apple consente agli utenti di aggiungere un contatto erede, così da permettere a una persona di fiducia di accedere ai dati archiviati nell’Apple Account, o “di eliminare l’Apple Account e i dati con esso archiviati”. Google, invece, offre agli utenti uno strumento avanzato per la gestione dei dati di una persona scomparsa. La “gestione account inattivo” consente infatti di “designare una terza parte, ad esempio un parente stretto, affinché riceva determinati dati dell’account in caso di morte o inattività dell’utente”. 

Più nel dettaglio, la piattaforma permette di “selezionare fino a 10 persone che riceveranno questi dati e scegliere di condividere tutti i tipi di dati o solo alcuni tipi specifici”, oltre alla possibilità di indicare il periodo di tempo dopo il quale un account può davvero essere considerato inattivo. Nel caso in cui un utente non configuri “Gestione account inattivo”, Google si riserva il diritto di eliminare l’account nel caso in cui rimanga inattivo per più di due anni.

Eredità digitale e deadbot: un rischio per la sicurezza?

Anche l’avvento dei sistemi di intelligenza artificiale generativa ha contribuito a cambiare il nostro rapporto con la morte. E le aziende che li sviluppano si sono spinte fino a cercare una soluzione pratica al dolore causato dalla scomparsa di una persona cara. Basti pensare alla rapida diffusione dei deadbot, ovvero dei chatbot che permettono ad amici e familiari di conversare con una persona defunta, simulandone la personalità. Uno strumento che, da un lato, può rivelarsi utile ai fini dell’elaborazione del lutto, ma dall’altro rappresenta un rischio notevole per la privacy e la sicurezza degli individui. 

Per permettere all’AI di interagire con un utente come farebbe una persona scomparsa, questa ha bisogno di attingere a una quantità notevole di informazioni legate alla sua identità digitale: account social, playlist preferite, registro degli acquisti da un e-commerce, messaggi privati, app di terze parti e molto altro ancora. Un uso smodato di dati sensibili che, allo stato attuale, non è regolamentato in alcun modo. 

E questo, al pari di quanto accade con l’eredità digitale, rappresenta un problema non indifferente per la sicurezza: come riferisce uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Torino, quando i dati del defunto non sono “sufficienti o adeguati per sviluppare un indice di personalità, vengono spesso integrati con dati raccolti tramite crowdsourcing per colmare eventuali lacune”. Così facendo, “il sistema può dedurre da questo dataset eterogeneo aspetti della personalità che non corrispondono o non rispondono pienamente agli attributi comportamentali della persona”. In questo caso, i deadbot “finiscono per dire cose che una persona non avrebbe mai detto e forniscono agli utenti conversazioni strane, che possono causare uno stress emotivo paragonabile a quello di rivivere la perdita”. Non sarebbe, quindi, solo la privacy dei defunti a essere in pericolo, ma anche la sicurezza dei loro cari ancora in vita. 

Pur non esistendo una legislazione specifica sul tema, l’AI Act dell’Unione Europea – una delle normative più avanzate sul tema – fornisce alcune disposizioni utili sulla questione, vietando “l’immissione sul mercato, la messa in servizio o l’uso di un sistema di IA che utilizza tecniche subliminali che agiscono senza che una persona ne sia consapevole” e anche “l’immissione sul mercato, la messa in servizio o l’uso di un sistema di IA che sfrutta le vulnerabilità di una persona fisica o di uno specifico gruppo di persone (…), con l’obiettivo o l’effetto di distorcere materialmente il comportamento di tale persona”. 

Due indicazioni che, di fatto, dovrebbero proibire l’immissione dei deadbot nel mercato europeo, ma che non forniscono alcuna soluzione utile alla questione della protezione dei dati personali di una persona defunta, che rimane ancora irrisolta. Nel sistema giuridico europeo la legislazione sulla protezione dei dati non affronta esplicitamente né il diritto alla privacy né le questioni relative alla protezione dei dati delle persone decedute. 

Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), infatti, “non si applica ai dati personali delle persone decedute”, anche se “gli Stati membri possono prevedere norme riguardanti il trattamento dei dati personali delle persone decedute”. Una scelta considerata “coerente con il principio tradizionale secondo cui le decisioni di politica legislativa che incidono sul diritto di famiglia e successorio, in quanto settori caratterizzati da valori nazionali strettamente correlati alle tradizioni e alla cultura della comunità statale di riferimento, esulano dalla competenza normativa dell’Unione europea”. 

Non esistendo una legislazione valida a livello europeo, i governi nazionali hanno adottato approcci diversi alla questione. La maggior parte delle leggi europee sulla privacy, però, sostiene un approccio basato sulla “libertà dei dati”: paesi come Belgio, Austria, Finlandia, Francia, Svezia, Irlanda, Cipro, Paesi Bassi e Regno Unito, quindi, escludono che le persone decedute possano avere diritto alla privacy dei dati, sostenendo che i diritti relativi alla protezione dell’identità e della dignità degli individui si estinguono con la loro morte. 

Secondo questa interpretazione, le aziende tech potrebbero usare liberamente i dati delle persone decedute per addestrare un chatbot. Fortunatamente non è proprio così, considerando che in questi paesi entrano in gioco il reato di diffamazione, il diritto al proprio nome e alla propria immagine, o il diritto alla riservatezza della corrispondenza. Al contrario, invece, paesi come l’Estonia e la Danimarca prevedono che il GDPR si applichi anche alle persone decedute, a cui garantiscono una protezione giuridica per un limite preciso di tempo (10 anni dopo la morte in Danimarca, e 30 in Estonia). E così anche Italia e Spagna, che garantiscono una protezione dei dati dei defunti per un tempo illimitato. 

Pur mancando una legislazione europea uniforme, il GDPR lascia agli Stati membri la facoltà di regolare il trattamento dei dati personali delle persone defunte, e questo comporta differenze, anche sostanziali, delle legislazioni nazionali. Con l’avvento dell’AI e gli sviluppi rapidi che questa comporta, però, diventa sempre più necessario stilare una normativa chiara, precisa e uniforme sulla questione. Così da rispettare non solo la privacy dei nostri cari, ma anche il dolore per la loro perdita.

L'articolo Eredità digitale, che fine fanno i nostri dati dopo la morte? proviene da Guerre di Rete.

  •  

Assoprovider e AOTEC: un’alleanza per rafforzare la voce degli operatori di prossimità in Europa

Assoprovider e AOTEC alleate per la regolamentazione digitale UE

Assoprovider ha firmato un accordo con AOTEC, principale associazione spagnola degli operatori locali di telecomunicazioni.
Obiettivo: rafforzare la voce degli operatori di prossimità, condividere buone pratiche e contribuire alla definizione della futura regolamentazione digitale europea, inclusa la consultazione sul Digital Networks Act

L'articolo Assoprovider e AOTEC: un’alleanza per rafforzare la voce degli operatori di prossimità in Europa proviene da Assoprovider.

  •  

Ichnusa a Milano: arte e pulizia per dire no al vetro abbandonato

Dopo anni di impegno sul territorio sardo, Ichnusa estende la sua battaglia ambientale anche alla Penisola. La campagna “Se deve finire così, non beveteci nemmeno”, contro l’abbandono del vetro, ha fatto tappa a Milano con un’iniziativa che unisce arte, volontariato e coinvolgimento...

  •  

I barbieri italiani passano al digitale

Milano 28.12.2018 (Digital Media) - Tre giorni senza pettine e forbici ma con un portatile per capire e gestire il cambiamento. Per la prima volta i barbieri italiani si sono riuniti a Milano per un evento di formazione, organizzato dalla Sen Martin, rivolto...

  •  

Manifatturiero, il digitale ha trasformato 5 aziende su 10

Milano 12.12.2018 (Digital Media) – Quanto sono innovative le PMI del manifatturiero del Sud Italia e delle Isole? L’Osservatorio MECSPE, presentato all’Università degli Studi di Catania da Senaf, in occasione del nuovo tour dei “Laboratori MECSPE...

  •  

Rivoluzione alimentare: “Siamo ciò che mangiamo”

Milano 11.12.2018 - “Siamo ciò che mangiamo”, diceva Ippocrate, padre della medicina, intorno al 430 A.C., e infatti siamo tutti consapevoli che il nostro stato di salute e benessere è strettamente connesso a quello che mangiamo, beviamo o respiriamo. E' spontaneo considerare che i cibi non...

  •  

Lusail City: in Qatar la prima "città del futuro" a impatto zero

Milano 06.11.2018 (Digital Media) - Sarà all’insegna dell'ecologia, del lusso e dell’esclusività, costruita con criteri di bio architettura e sviluppo sostenibile, Lusail City, la prima smart city a impatto zero che sta nascendo in Qatar a 15 Km dalla capitale Doha. Una città del futuro, con...

  •  

Scienza e tecnologia, dibattiti e incontro con ‘Focus Live’

Milano 05.11.2018 (Digital Media) – Prima edizione del Festival ‘Focus Live’, dall’8 all’11 novembre, al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano. Una iniziativa promossa dal Gruppo Mondadori in collaborazione con lo stesso Museo. La manifestazione,...

  •  

GDPR e cookies: adeguamento lento per le aziende

Milano 29.10.2018 (Digital Media) - Dopo l'approvazione del nuovo Regolamento Generale sulla protezione dei dati personali n. 679/2016 o GDPR, in vigore dallo scorso 25 maggio, si stima in circa il 65% il numero delle aziende ancora non in regola. Con la nuova normativa assumono particolare rilievo...

  •  

BergamoScienza, musica e immagini allo spettacolo della scienza

Bergamo 09.10.2018 (Digital Media) – Laboratori e mostre, ma anche musica e teatro. Più di 160 incontri a BergamoScienza, giunto alla sua XVI edizione. Fino al 21 ottobre il festival, ideato e organizzato dall’Associazione BergamoScienza. Ormai consolidata è la collaborazione con la rassegna...

  •  

Joynup: per organizzare le partite dopo il lavoro

Milano 20.09.2018 (Digital Media) – Nuove sfide per i giovani manager di Milano. Quella principale, però, non si gioca soltanto nel mercato, ma anche in campo e questo è il motto di Joynup – the sporting network, un progetto nato per vivere lo sport in maniera assolutamente innovativa. Si...

  •  

Fintech: il Digital project manager tra le figure più ricercate

Milano 12.09.2018 (Digital Media) - Smart contract e sicurezza informatica, servizi di credito e transazioni digitali. Laddove la finanza incontra il fior fiore delle nuove tecnologie, nasce il settore Fintech, in rapido e continuo sviluppo anche in Italia. Non sono pochi i lavoratori che...

  •  

Donne e tecnologia, InspiringFifty premia le donne migliori nel mondo

Milano 06.09.2018 (Digital Media) – Una iniziativa europea che vuole premiare 50 donne che nel corso della loro carriera sono diventate modello di riferimento e di ispirazione per i giovani nel campo della tecnologia. Si tratta di InspiringFifty, prima edizione italiana. Scienziate, ricercatrici,...

  •  

Filo diretto da Milano all’Everest con la realtà virtuale

Milano 25.08.2018 (Digital Media) - L’attività virtuale Everest VR continuerà a essere proposta, fino a domenica 30 settembre, dal Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano in collaborazione con Sony Interactive Entertainment Italia. Ogni sabato e domenica i visitatori,...

  •  

Il Digital Space protagonista al Cremona Musica

Cremona 25.08.2018 (Digital Media) – Anche nel 2018, Cremona Musica dedicherà spazio al Digital Space e dunque alle ultime tecnologie nel settore. Del resto, oggi più che mai, musicisti, compositori e insegnanti di musica possono migliorare il proprio lavoro grazie a software pensati per loro,...

  •  

Milano, l'ultima folle sfida: tuffi proibiti nel Naviglio

La rincorsa, il salto del parapetto e il tuffo nel Naviglio Grande. In barba ai divieti. C’è chi si arrampica sulle colonne dei ponti apposta per buttarsi nell’acqua dall’alto. Gesta filmate dagli amici e poi caricate sui social. E se le acque sono solcate da un...

  •  

Da Milano all'Everest con la realtà virtuale

Milano 26.06.2018 (Digital Media) – Tutto pronto, al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia 'Leonardo da Vinci' di Milano, per Everest VR. Una nuova avventura virtuale che accompagnerà i visitatori fino al punto più alto del mondo. L'iniziativa prenderà il via il prossimo 7 luglio,...

  •  

Demonstrare invisibilia per visibilia

Cari Fratelli, come tutte le tavole presentate in Loggia anche la presente non ha la pretesa di spiegare dando risposte, ma pone domande, forse anche scomode, che possono aprire nuovi orizzonti e analisi dal punto di vista simbolico e archetipo. La percezione (lievito della conoscenza) e la conoscenza in Massoneria sono concetti centrali, intrecciati con […]
  •  

Magia: il miracolo della cosa unica

«Come il sole è la luce del mondo, così l’intelletto lo è dell’anima, e l’illumina più del sole; infatti tutto ciò che il sole illumina è periodicamente privato della sua luce quando sopraggiunge la notte, per l’interporsi della terra e della luna. L’intelletto, dunque, quando si unisce all’anima umana diviene un’unica natura con essa per […]
  •  

Come richiedere il bonus per moto e scooter (non solo elettrici)

Come richiedere il bonus per moto e scooter (non solo elettrici) Da qualche giorno, come anticipato da Today.it, è possibile prenotarsi per accedere all'Ecobonus, il bonus per avere uno sconto sull'acquisto di moto e scooter elettrici e non elettrici. Il Ministero delle Imprese e del made in Italy aveva annunciato la riattivazione della piattaforma per...
  •  

La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo

Nessun impianto, nessun rimorso: alcune considerazioni e un racconto a più voci della mobilitazione dello scorso febbraio

Lo scorso 9 febbraio una quindicina di escursioni hanno punteggiato la dorsale appenninica e l’arco alpino al grido La montagna non si arrende. Dopo l’esperienza di Reimagine winter (marzo ’23) e Ribelliamoci AlPeggio (ottobre ’23) decine di associazioni, spazi sociali, comitati di abitanti, climattiviste si convocano in risposta alla chiamata dell’Associazione Proletari Escursionisti.
Un primo dato interessante sta proprio qui: realtà diverse, associative e militanti, singoli oppositori o gruppi organizzati riflettono le proprie voci di dissenso a progetti che disegnano una prospettiva di turismo sempre più aggressiva basata sulla depredazione dei territori. Troviamo che questa saldatura descriva due importanti momenti. Tanto per cominciare, sappiamo che in questa fase le lotte locali fanno paura al potere e sono tra le poche efficaci. Basti qui ricordare la pesantissima repressione NoTav, le manganellate al parco Don Bosco di Bologna, le forze dell’ordine sempre più spesso mandate a monitorare gruppi e iniziative di protesta locale o ancora le lotte contro il furto d’acqua e le dighe d’Oltralpe. Unire queste lotte a partire dall’urgenza dello sperpero olimpico e metterle in connessione tra loro non farà che rafforzarle e migliorarne l’efficacia, rendendo una volta ancora più esplicito il trait d’union che le accomuna: la necessità di sviluppare comunità disposte a interagire con i territori e a ragionare di come starci dentro e non sopra, insieme alll’improrogabilità di opporsi a prospettive che minacciano e calpestano luoghi ogni anno più fragili. Visioni superate, fuori tempo massimo, che strizzano ancora dopo aver spremuto. Idee sepolte, energivore, idrovore e che possono essere tranquillamente descritte come negazioniste del cambiamento climatico.

In questo solco la proposta di una giornata di mobilitazione sincrona che riconosce nei Giochi olimpici invernali 2026 l’elemento apicale di una lunga sequenza di iniziative nocive e imposte, che drenano risorse pubbliche e minano la vita non solo umana nei territori coinvolti, può fungere da apripista a una galassia di resistenze contro cave e miniere, grandi opere stradali sovradimensionate, impianti eolici industriali, estrazione di fonti fossili, nuovi impianti di risalita. Un cartello capace di interrogare e interrogarsi su possibili forme di mutuo appoggio, produzione di spazi di confronto e formazione, impellenza di far emergere le lotte con lo scopo di portare a casa piccoli e grandi risultati utili a infondere fiducia nel binomio stop nocività / riprogettazione dal basso. Tutto nasce dall’appello: «Le terre alte bruciano. Non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai si sfaldano, il permafrost si scioglie, le alluvioni devastanti sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come i giochi olimpici invernali.

La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e unici».

I numeri, le opere (e i giorni) di una crisi

Il versante sud delle alpi paga per primo il costo della crisi climatica: 260 impianti sciistici dismessi, oltre 170 in funzione “a intermittenza”, i bacini per l’innevamento artificiale crescono del 10% toccando la cifra record di 158 secondo il Rapporto Neve Diversa di Legambiente. Sempre in tema di dati, le prime analisi della Rete Open Olympics illustrano l’economia della promessa olimpica a partire dagli open data pubblicati sul sito di SiMiCo, l’SpA a controllo pubblico e principale stazione appaltante delle infrastrutture del ticket Milano-Cortina 2026. Dati che raccontano il modello spompo di una nazione al collasso che dopo essere implosa nell’industria e nella sua capacità di produzione non sa far altro che iniettare liquidità per generare reddito sottraendo spazi di cittadinanza. E così si ruba acqua a comunità che necessitano di autobotti per bagnare gli orti, si progettano impianti che abbattono boschi, si trasformano rifugi alpinistici in resort di lusso. La logica della turistificazione genera souvenir finto-artigianali, attrae gruppi di investimento, cancella servizi essenziali per le comunità. Il risultato di questo “favore al turismo” costi quel che costi altro non è che l’annientamento di economie locali, la crescita dei prezzi e l’impossibilità di vivere e sviluppare relazioni dove si è nati e cresciuti, quando anche vi ci si volesse rimanere.
L’esplosione e l’atomizzazione del tessuto sociale.

Scritte contro l’eccessiva invadenza del turismo all’Alpe di Siusi

A un anno dallo start nella gestione del cantiere olimpico 2026, la metà delle opere risulta ancora in progettazione o in gara, le attese di una VAS nazionale sono state tradite e sulla Lombardia insiste il carico più alto (50% ca. di 3,38 miliardi) sia per numero di opere che per costo. La conclusione di diverse opere di “legacy”, che per il 70% sono stradali e per il 30% ferroviarie) è già in agenda per il 2028, 2030, 2032. Il binomio fretta/ritardo, distrattamente salutato come pura imperizia, costituisce una leva fondamentale della logica commissariale e della sua capacità di accelerare i processi di trasformazione territoriale bypassando i processi democratici di ascolto, interlocuzione, cessione di potere all’agognata sovranità popolare. A questo scenario si aggiungono i costi per la realizzazione dei Giochi veri e propri, in carico alla Fondazione Milano Cortina 2026 per 1,6 miliardi di euro.

Il 70% delle opere collaterali alle Olimpiadi – in una nazione in cui crollano ponti, si sfaldano guardrail e lo stato di edifici pubblici a cominciare dalle scuole è pessimo, in cui le case non a norma, abusive, e a forte rischio in caso di evento sismico o meteorologico è disarmante, in cui  la manutenzione è inesistente e la priorità è spostare masse di turisti nel grand tour dell’invasione – sono strade. La politica pretende di ridurre gli intasamenti stradali aumentando il numero delle carreggiate – come nel caso del Passante di Bologna – e delle carrozzabili – come per la tangenziale di Bormio – senza ammettere che così facendo fa aumentare il volume del traffico e torna al “via”, a dover ampliare e costruire ancora e ancora.
Opere per giustificare opere: infrastrutture per raggiungere borghi e città tronfi di mattone e bonus edilizi, centri urbani tirati a lucido e gentrificati, in preda alla smania di decoro e respingenti. Un Paese ricco di infrastrutture turistiche mal progettate che chiamano ciclabili. Opere inutili rispetto all’idea originaria – agevolare la mobilità interna -, che quando non contribuiscono a causare disastri, come in Emilia, sottraggono spazio ai marciapiedi e pedoni.
L’ottica turistica nasconde nocività sotto al tappeto e inventa peculiarità e tradizioni, economie e bella vita, in una valanga schizofrenica che si ingigantisce e travolge tutto quel che incontra. Impianti anacronistici e funi ricollocate nella tradizionale destinazione d’uso, come nel caso dell’ovovia di Trieste, «una vetrina commerciale per le sue [di Leitner, ndr] cabinovie urbane, dato che il cambiamento climatico preclude altri impianti in quota». Meleti pervasivi che occupano il territorio in maniera tossica, fatta di fitofarmaci e pesticidi, mentre si invita la gente a voltarsi dall’altra parte per ammirare funivie che trasporteranno la frutta da stoccare. È questo il progetto Melinda che, vestiti i panni di novella Grimm, racconta una Biancaneve al contrario fatta di una funivia, riduzione del traffico di camion, buone mele “green” e biodiversità. Come se non fosse una presa per i fondelli parlare di biodiversità mentre si impone una monocoltura (o bi-coltura, se includiamo i vigneti) nociva.
Come se la costruzione e il mantenimento di un impianto non fossero energivori, non impattassero sul territorio non inquinassero; come se, tolte poche centinaia di metri al trasporto su gomma – l’”ultimo miglio” – i camion non continuassero a portar merce dai produttori alla stazione di partenza della funivia, e dalla cella ipogea della cava di stoccaggio ai centri di distribuzione.

In Trentino, la regione “illuminata” in cui l’invasione di animali umani inizia a produrre più noie che reddito, la Provincia preferisce millantare invasioni di una fauna anch’essa re-introdotta a uso turistico, salvo non garantirle il minimo spazio vitale e negarle corridoi di dispersione per poterla poi additare a emergenza criminale e pretendere di abbatterla.
La negazione della vita per l’aleatorietà del fatturato perché, grattata la vernice, la menzogna si svela per quello che è: altro che interesse per l’ambiente, rispetto per le comunità, scelte lungimiranti per la collettività.

Interesse privato e pittate di vernice, stop

Per i Giochi è previsto l’arrivo di 1,8 milioni di presenze, che a mezzo stampa si usa arrotondare a 2 milioni, ma che in realtà è un modo curioso di parlare di 500.000 persone, per intenderci un settantesimo del giubileo capitolino.
Il Rapporto di sostenibilità, impatto e legacy è una lettura di sicuro svago per gli amanti della chiarezza circa gli obiettivi dell’impresa: rafforzare la posizione sia di Milano, come città met dinamica e votata ad ospitare eventi internazionali, che di Cortina, quale località nel cuore delle Dolomiti e della regione alpina, attrazione turistica e polo leader a livello mondiale per sport invernali. Se solo escludiamo i nomi di località e discipline che riportano la parola alpina o alpino questa è l’unica volta in cui le Alpi sono citate in 164 pagine di documento. A titolo di paragone il lemma Milano (sede di gara della maggior parte delle discipline) restituisce oltre 250 risultati.

Narrazioni dunque, cumuli di narrazioni che mirano a intruppare e a spostare l’attenzione dal cuore del problema: il modello di business distruttivo.
Ecco perché è importantissimo questo inizio di “camminata larga”, ecco perché ci auguriamo che la contestazione fuori e oltre, al tema stretto “Milano-Cortina”, si allarghi. Partire dalle singole opere, dagli impianti, dai progetti – che siano in alto come in basso, in città come in piccoli borghi semi-disabitati –; partire dai sommovimenti e dalle lotte, metterle in “rete”. Perché le narrazioni attorno all’Olimpiade o a qualsiasi altro soggetto speculativo si adattano di volta in volta succhiando respiro, ma sono accomunate dalla stessa logica, perfettamente sovrapponibile a quella che anima l’assalto a tutto lo stivale: soldi, sfruttamento, impoverimento sociale.

Leggere la dinamica aiuta a allargare lo sguardo, apre riflessioni di respiro, e sposta il piano. In questa logica non ha senso controbattere alla produzione immaginifica del monolite olimpico fatto di mille piedi, stare sul pezzo delle Olimpiadi come evento anacronistico, immaginare un unico motore no-olimpico.

Come bene ha scritto Alberto di Monte, il nostro compagno Abo, su Umanità Nova: «L’importante non è vincere, oggi è importante non partecipare». Ne siamo convinti, le montagne meritano una nuova diserzione, le olimpiadi meritano diserzione, questo mondo merita diserzione.
Disertare le loro battaglie e le loro costruzioni del nemico, spostare l’asse verso il conflitto giusto: non contro le narrazioni sognanti e distorcenti che produce il capitale, ma contro esso stesso.

Bormio – Fake snow, real profit!

La comitiva in arrivo in pullman da Milano è accolta a Bormio dalla prima neve di stagione, che da qualche giorno scende copiosa in alta valle. Le centocinquanta persone partecipanti inscenano un’escursione-manifestazione-perlustrazione fino all’imbocco della Valdidentro prima di ripiegare nel centro storico per un pomeriggio di presidi itineranti. Sì perché la contestazione olimpica non è ben accetta dall’amministrazione locale né dalla questura di Sondrio e diverse iniziative sono state precettate nel tentativo di scorare i dimostranti e di tenere a distanza le sensibilità più curiose. L’epilogo di fronte all’ecomostro delle tribune al piede delle piste, lungo la via che dovrebbe intercettare il traffico della nuova tangenzialina, è la fotografia plastica dei “Giochi della sostenibilità”.

Lo ski stadium di Bormio durante il presidio

Per raggiungere Bormio abbiamo risalito la Valle Camonica e scavallato il passo dell’Aprica. Lungo il tragitto, sopra le nostre teste nubi dense contrastano con un paesaggio brullo, fatto per l’ennesimo inverno consecutivo di scarsissime precipitazioni, sia piovose che nevose.
Attraversando la valle scorgiamo Montecampione, località sciistica fallita, e per fortuna: per tutta la bassa valle non s’intravede nemmeno una spruzzata di bianco. È febbraio ma sembra autunno.
Più a Nord la situazione non è migliore, qualche incrostazione dalla Presolana, dal Pizzo Badile camuno e dalla Concarena in su, macchia appena monti di oltre 2000m di quota.
All’Aprica, poco meno di 1200 mslm, scorgiamo i primi spazzaneve, i primi fiocchi. Siamo quasi stupiti, siamo in cinque ed è la prima neve dell’anno che vediamo. La località è triste: poca gente per la via centrale, ancor meno sulle piste, lingue bianche e artificiali a dividere masse verdi d’abete. Forse anche la gente si sta stancando di sport invernali senza inverno.

Il passo dell’Aprica la mattina del 9 febbraio

Scendiamo in Valtellina: a Tirano monti e fondovalle sono asciutti quanto quelli camuni. Man mano che ci inerpichiamo verso Bormio riprendono i fiocchi, “sta a vedere che portiamo il dono più prezioso al nemico”. Arriviamo a Bormio in leggero anticipo, la Piana dell’Alute è magnifica, ampia, di un verde che comincia a imbiancare.
I bormini le sono molto legati, la amano per la sua storia, per il suo valore paesaggistico, per quello che è. Andrebbe vista, visitata, protetta; la nuova amministrazione invece la vorrebbe devastare per farci passare la “tangenzialina”. Altro che tangere, sventrare una piana stupenda per proiettare il vomito-massa nel cuore di Bormio. Chissà se reggerà a queste sollecitazioni. Chissà se questo piccolo microcosmo resisterà all’infarto.

Cercando un parcheggio attraversiamo piazza Kuerc dove ancora non c’è nessuno. Lasciamo l’auto, calziamo gli scarponi e torniamo in centro. Bormio fa la stessa impressione dell’Aprica: pochi turisti, poco movimento in pista e fuori, i vecchi fasti delle località sciistiche sono passati, resistono giusto i comprensori-mastodonte come il Tonale, luogo di un’altra camminata di questo 9 febbraio.
In piazza ci dirigiamo verso un bar per un caffè, due ragazze ci fermano e chiedono se sia qui il ritrovo. «Sì, e manca poco. Speriamo che il meteo non rovini la giornata».
Al bar veniamo accolti bene, le ragazze che lo gestiscono ci chiedono se siamo qui per via della manifestazione, sono curiose. Fuori le stesse scene, qualche passante ci saluta e chiede, così come gli agricoltori che hanno approntato un mercatino sotto la copertura della piazza.
La storiella dei valligiani chiusi, dei montanari ostili ai movimenti e felici di vedere “soldi per lo sviluppo” si scioglie come i fiocchi che cadono sul selciato di questa piazza.
Il pullman da Milano è in ritardo, cogliamo l’occasione per salutare qualche conoscenza e per conoscere persone nuove che nel frattempo si stanno radunando. Il pericolo è scongiurato, gente ce n’è.
A un certo punto avvertiamo una presenza chiassosa, svolto l’angolo e intravedo uno striscione che recita «Milano-Cortina 2026. Dalle Montagne alle città. Olimpiadi insostenibili».
È arrivato il pullman, e bene: la questura ha vietato di tutto un po’, cortei compresi, ma la cosa non preoccupa né impensierisce troppo.
Ci muoviamo quasi subito dietro lo striscione, ci sono anche alcune bandiere e intoniamo cori. I milanesi hanno studiato un canzoniere simpatico, provocatorio, scherzoso.
Il corteo si fa, e attraversa tutto il paese. Qualche curioso si sporge dalle finestre, qualcun’altra chiede. Un signore è incuriosito dalla bandiera palestinese che sventola. «Cosa c’entra con questa iniziativa?», chiede. «Le lotte si tengono assieme, così si dà senso alle cose, alle sorellanza».
Capisce. Annuisce. Se ne va sorridendo.
Attraversiamo il fondovalle costeggiando il canale termale e poi pieghiamo a destra, inerpicandoci nei boschi, la neve attacca e meglio così, sotto di lei insidiose lastre di ghiaccio fanno pattinare e battere le natiche a terra a più di uno di noi. Ma fa presa anche negli animi, i cani ci zampettano felici, qualcuno ci si tuffa, si comincia una divertita battaglia a palle di neve. Nel frattempo tre digos stanchi, compito ingrato, ci seguono a sempre maggior distanza.
Disinteressati.

I locali hanno preparato alcuni interventi che danno il senso della giornata: la tangenziale, il progetto spalti della pista Stelvio che è già costato decine di milioni di euro e che altrettanti ne mangerà, la gentrificazione, la difficoltà del vivere ai margini dell’impero.
C’è di tutto, ce n’è per tutti; quello che una volta tanto manca è la frustrazione, il senso di impotenza, e forse questa è la cosa più importante.
Il senso della giornata, il motivo dell’umore positivo è dato alla perfezione da uno degli interventi del pomeriggio, di nuovo in Piazza del Kuerc, nel primo dei presidi mobili a cui i divieti questurini di corteo ci hanno obbligato. Tessere, unirsi, combattere. Essere consci che non è una battaglia per vincere, che le olimpiadi si faranno, ma che su qualche opera si può vincere e se su quelle vittorie si costruisce consapevolezza si segna un punto importante, si aggrega, si rilancia.
Ci sarebbe di che confrontarsi, ce ne sarà occasione: i problemi bresciani risuonano in quelli valtellinesi, che fanno eco a quelli milanesi, del tutto simili a quelli appenninici, «che al mercato mio padre comprò»; se saremo bravi sarà semplice intersecare le lotte, riportarle a quello che sono: un’unica grande battaglia contro un unico nemico arrogante.

Durante il rientro attraversiamo boschi di abeti e larici, vallette, passiamo dietro ai bagni di Bormio (ora irrimediabilmente chic), ci immergiamo in questa testimonianza silente delle peculiarità di un territorio maestoso e delicato. Lungo il cammino e prima della foto di rito da un belvedere, a fine camminata, è previsto un altro breve intervento che – appunto perché la lotta è una – include anche il racconto di quello che è successo al lago Bianco, dove si è pensato di posare tubi al fine di sfruttare il bacino per l’innevamento artificiale. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, prosciugando una torbiera e la sua complessità ecologica, a dimostrazione che è tutto sott’attacco, anche le aree più fragili e che pensavamo tutelate.

La camminata è stata intensa, avvolta dall’odore e da quel senso di ovattamento sempre più raro che regala la neve, che aiuta a riflettere, che fa meglio percepire le sinapsi. Torniamo in piazza, mangiamo qualcosa e ci prepariamo per l’ultima parte della giornata, fatta di presidi dinamici che descrivano il senso dell’iniziativa e i cantieri “insostenibili”, con ultima tappa sotto le colate di cemento della già citata pista Stelvio.
Si uniscono a noi comitati locali, due arzilli avanti con gli anni volantinano e raccolgono firme per i trasporti gestiti da regione Lombardia, contro il suo assessore, contro Trenord. Altro piccolo legame tra le due valli unite nello scempio: in quella camuna si va sviluppando il primo progetto italiano di treno a idrogeno su una linea capace di offrire soltanto disservizio, da anni.

A causa di un piccolo acciacco e della conseguente sofferenza di uno di noi ce ne andiamo poco prima della fine e dei saluti, non partecipando all’ultimo dei presìdi, del resto “si parte e si torna insieme”. Ce ne andiamo però soddisfatti, pieni del senso di una giornata proficua, necessaria.
Le connessioni ci sono tutte, le volontà anche. Non resta che cospirare.

Caldarola – Anche in Appennino: la montagna non si arrende
(a due passi dai Sibillini)

Ci ritroviamo a camminare nell’Appennino maceratese a distanza di diversi mesi dall’escursione che ci portò a osservare dall’alto l’area interessata dal progetto monster degli impianti di Sassotetto e a diversi anni dalla fantastica Festa di Alpinismo Molotov del 2018. In questa fascia di montagna, a rispondere all’appello per la giornata di mobilitazione sono state due associazioni locali: C.A.S.A. Cosa Accade se Abitiamo e L’Occhio Nascosto dei Sibillini, ma la partecipazione come vedremo è stata poi molto più ampia, sia da parte di singoli che di realtà del territorio. Ma partiamo dalle basi, sottolineando un aspetto che non smetteremo di evidenziare: le dinamiche predatorie e speculative che interessano quest’area sono le stesse che ritroviamo in tutte le terre alte (e non solo in quelle), con l’aggravante che vanno a insistere su un territorio che ancora mostra tutte le ferite del sisma 2016/2017. Ferite visibili, fatte di case e paesi ancora – quando va bene – in fase di ricostruzione e di un tessuto sociale sempre più in difficoltà. Quando, nei primi mesi del post-terremoto, parlavamo di un territorio che rischiava di essere ancor più sotto attacco perché reso più debole dalle scosse e dalla mala gestione dell’emergenza (prima) e della ricostruzione (poi), facevamo una previsione fin troppo semplice.

Per questo mobilitarsi in queste aree ha a avrà per lungo tempo una doppia valenza, una “di base” e una specifica sulle varie tematiche che si intendono affrontare. Questa volta gli interventi che hanno unito i nostri passi si sono concentrati su tre temi di base: i progetti turistici sui Sibillini, il Gasdotto SNAM che attraversa queste zone, il parco eolico che dovrebbe sorgere proprio dove stiamo camminando. Quest’ultimo tema è quello su cui ci si è soffermati maggiormente, anche ma non solo per il luogo scelto per l’escursione di questa giornata.
Riprendiamo dall’appello: “(…) a ridosso del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, tra i comuni di Caldarola, Camerino e Serrapetrona, in provincia di Macerata, dovrebbe sorgere un parco eolico con aerogeneratori alti 200 m. A conferma di come l’energia rinnovabile, di cui ovviamente condividiamo la necessità alla base, non sia buona “di per sé” ma vada comunque sempre inserita in un contesto di rapporti sociali, politici ed economici e valutata considerando anche l’impatto sull’ambiente, sulle comunità e sull’intero territorio. Non è illogico riconoscere che dietro la famigerata transizione ecologica si nascondano altri interessi (il parco eolico in questione è stato richiesto appunto da una multinazionale norvegese con sede anche in Italia) che non hanno nessuna ricaduta positiva sulle comunità – defraudate di qualunque potere decisionale – perpetuando in chiave “green” lo stesso sistema economico che ci ha portato fino a questo punto.”
Riportiamo queste considerazioni perché sono tornate più volte nel corso degli interventi e perché se sostituiamo il parco eolico con gli impianti di risalita o con il gasdotto il risultato finale non cambia: nessuna ricaduta positiva sui territori ed estrattivismo da parte del capitale. Su queste basi ci ritroviamo lungo il sentiero che da poco più avanti l’abitato di Castiglione si muove verso i Prati delle Raie e Croce di Valcimarra. Ci muoviamo intorno ai mille metri di quota e una fitta nebbia ci accompagna fin dalla partenza, siamo 100? 120? 90? È persino difficile contarsi e nel lungo serpentone si riconoscono le sagome solo dei dieci avanti e dietro ciascuno di noi. Una composizione variegata e di tutte le età, compagne e compagni che si incontrano sia in piazza che lungo i sentieri di montagna ma anche appassionati di escursionismo e persone del luogo sensibili agli argomenti trattati. Chi conosce questi posti racconta di come normalmente il panorama da quassù sia fantastico, da un lato le vette dei Sibillini che a tratti spuntano dietro ogni curva, dall’altro la vallata e Camerino in lontananza. Oggi la nebbia rende tutto surreale e qualcuno aggiunge che “oggi non avremmo visto neanche le pale se le avessero già piazzate”.

Durante le prime due soste sul gasdotto e – soprattutto – sul parco eolico sono tante le domande e le considerazioni che si accavallano e chi ne sa di più prova a rispondere, non tanto sui tecnicismi quanto sull’assurdità del progetto in sé. Qualcuno ricorda che solo nelle Marche sono più di cento le pale eoliche – alte 250 metri – che dovrebbero essere installate lungo i crinali appenninici, tanto che sempre oggi sul Monte Strega è in corso un’altra escursione sempre sullo stesso tema.
Continuiamo a salire e si iniziano a vedere i primi scampoli di cielo blu, giusto in tempo per la foto di rito con uno striscione realizzato con su scritto a caratteri cubitali “La montagna non si arrende”. Dopo poche centinaia di metri accompagnati dal sole l’itinerario ci porta a ripiombare nella nebbia per l’ultima “pausa narrata” sui progetti da decine di milioni di euro che andranno a impattare sui Sibillini con la scusa della “transizione turistica”, che ovviamente non viene chiamata così, ma sembra troppo affine alla transizione ecologica per non fare un accostamento.

Scendendo ci siamo chiesti cosa avesse significato questa giornata e l’opinione di tutti è che, nonostante il meteo e un territorio che negli ultimi anni ne ha passate di tutti i colori, c’è ancora una spinta a mobilitarsi su questi temi. Spinta che ci auguriamo sia solo il primo passo di una rincorsa verso i prossimi appuntamenti, perché l’escursione di oggi ci ha dimostrato che nonostante tutto gli spazi di possibilità ci sono. Sempre.

Ponte di Legno – Ri-pensare le terre alte per la loro salvaguardia

La camminata a Ponte di Legno – pensata e condotta da APE Brescia, MTO2694, Unione Sportiva Stella Rossa, Collettivo 5.37 e L’Oco! Orco che orto – ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, nonostante una fitta nevicata lungo il sentiero e pioggia battente all’imbocco della Val Sozzine, luogo di ritrovo della manifestazione, ma non è stata che l’apice di un percorso preparatorio di respiro.
Va infatti fatta una doverosa premessa: in Valle Camonica sono state organizzate tre serate preparatorie alla camminata del 9 febbraio, con l’intento di coinvolgere una popolazione che sobbolle disorientata, di mettere a fuoco le tante questioni camune sul tavolo – Terme di Ponte di Legno, depredamento del bacino del Lago Bianco per realizzare un nuovo impianto di innevamento artificiale, ampliamento del comprensorio del Monte Tonale, Montecampione, terra di progetti di turistificazione varia – tra i quali spicca Imago nei parchi Nazionali delle Incisioni Rupestri. – e di tentativi di costruire relazioni stabili tra cittadini sparsi, associazioni, comitati e collettivi locali che si stanno opponendo o che ragionano criticamente su singoli progetti, per rinforzare la protesta.
Tre serate molto partecipate e vivaci, organizzate da realtà strutturate che sono state in grado di aprirsi e accogliere la partecipazione non scontata di tanti singoli sparsi, sensibili ai temi ambientali e sociali del territorio. Tre assemblee grazie alle quali si è generato un passaparola propedeutico a allargare lo sguardo e le presenze del 9 febbraio.

Nel suo complesso, la mobilitazione è infatti stata molto più larga rispetto a quella che ha frequentato il serpentone colorato del 9; sintomo di una tematica sentita e della capacità di intercettare molte istanze e soprattutto molti volti nuovi rispetto a quelli a cui ci la militanza camuna è abituata.
Il  percorso scelto si è snodato lungo la ciclabile che da Ponte di Legno sale verso il Passo del Tonale, una camminata adatta a tutti, con punti panoramici dai quali osservare direttamente i luoghi delle criticità trattate e sufficientemente visibile perché i turisti in risalita verso le piste del Tonale se ne accorgessero. Ad accogliere i partecipanti giunti in auto e con un pullman, una micro delegazione delle forze dell’ordine che, una volta rassicurate rispetto all’idea pacifica della mobilitazione e della mancanza di volontà di bloccare le piste – voce preoccupata e forse messa in circolo con una certa malizia – si è allontanata salutando. Di altro tenore l’interesse della stampa locale, presente con rappresentanti di tutte le emittenti, che si è presentata per produrre servizi e articoli una volta tanto piuttosto potabili.
Il meteo non è stato clemente, ma un percorso ben studiato ha consentito a chi non fosse attrezzato o si trovasse in difficoltà a camminare sotto la neve di seguire gli interventi muovendosi da una sosta all’altra, lungo la strada. Gli interventi hanno rivendicato maggiore vivibilità, sia economica e sociale che ecologica e ambientale. Hanno messo in luce la scarsità di prospettive e di servizi per i camuni: spopolamento, mancanza di servizi, redditi inferiori rispetto a quelli di pianura, impossibilità di non avere un’auto a causa dell’inefficienza della mobilità pubblica, aggravata dal progetto di Trenord di realizzare una linea sperimentale a idrogeno e ribadito contrarietà al continuo sperpero di risorse per ampliare i demani sciabili.
La Valle Camonica infatti, anche se non sarà direttamente impattata dalle Olimpiadi, fa parte di quei territori che continuano a drenare fondi collettivi per cercare di rilanciare il turismo con nuovi comprensori, cannoni e sbancamenti, senza pensare minimamente di diversificare le proposte o gettando lo sguardo a un turismo più responsabile e meno impattante.

Immaginando le tappe di avvicinamento e la giornata di mobilitazione, si è scelto un percorso indagante, morbido e inclusivo ben riassunto da questa dichiarazione del comitato MTO2694: «Progetti come quello sul Monte Tonale Occidentale, poco chiaro e ancora fumoso, che  in alcune ipotesi prevede lo sbancamento della cima e il disboscamento della Valle del Lares, sono un attacco all’ambiente e alla biodiversità». Un progetto «anacronistico, fuori tempo massimo». […] «Le critiche sono tante e addirittura alcune sono condivise da Regione Lombardia. La stessa Regione Lombardia che ha parzialmente finanziato questi impianti. Le criticità sono davanti agli occhi di tutti». Siamo contrari agli ampliamenti dei demani sciabili con nuovi impianti perché ci sembra una forzatura, non solo nei confronti dell’ambiente ma anche del clima che cambia. Noi non siamo contro lo sci, siamo contro le forzature».

Per concludere, questa scelta, premiata da una folta partecipazione complessiva, ha dimostrato che stimolando un dibattito serio ci sono forze per continuare a sviluppare percorsi di critica, e si riesce anche a attrarre nuove presenze, fino all’8 febbraio per nulla scontate.

____________________________________

Fonti istituzionali

Cruscotto con lo stato di avanzamento delle opere in carico a Simico

Dossier di candidatura

Rapporto di Sostenibilità, Impatto e Legacy 2023

Proposta Programma per la Realizzazione dei Giochi Olimpici

 

Fonti open

Primo report OpenOlympics

Secondo report OpenOlympics

Rapporto Neve diversa 2024

 

Fonti compagne

La montagna non si arrende (utili in calce alla pagina “materiali audio” e “cose interessanti”)

Tracce (immagini satellitari impianti sciistici in lombardia dal 2016, Off Topic Lab)

Umanità nova (articolo di Alberto “Abo” di Monte)

Video integrale convegno Off Topic

Video Duccio Facchini – Altreconomia

L'articolo La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

  •  

Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi

Per il 9 febbraio c’è una chiama imprescindibile.
Non solo le Olimpiadi di cui abbiamo scritto un anno fa, ciò che accade nelle terre interne, lungo i rilievi di tutta la penisola, non può lasciare indifferenti.

Mentre la terra brucia per via della crisi climatica in cui siamo immersi, annusatone il sangue, i predoni dell’estrattivismo che fa rima con accanimento apparecchiano un banchetto di corvi sulla pretesa carogna di intere comunità, decisi a spremere dal turismo tutto quel che possono.
Disboscano foreste giunte al limite di sopportazione e colpite da bostrico, Vaia e dissesti assortiti, percorrono la strada della cementificazione esasperata per nuove strutture, infrastrutture e palazzetti dal gusto distopicoAttraggono mosche sullo zucchero di non-altrove utili a mettere in scena experience fotocopia, fatte degli stessi panorami fitti di vetro e cemento, degli stessi sapori, odori, colori e ritmi; le rinchiudono a sciare in cattedrali post-atomiche, a passeggio per i “corsi” di ex villaggi di pastori e stalle, ingozzandosi degli stessi cibi di lusso.
Venghino siori venghino, il ceto medio si indebiti per una settimana bianca all-inclusive, terme-spa-motoslitta e pesce di mare. Per un giro a Cortina a respirare la stessa aria di Milano e replicarne le stesse pose fatte di vasche dello shopping e apericena.

Sono gli ultimi colpi di maglio di un capitalismo – col capitale degli altri però (cioè soldi nostri) – che mette la sua rovina in scena, che non immagina altro che portare allo sfinimento un modello fatto in questo caso di altri piloni e di cannoni via via più performanti (si legga: idrovori).
Beautiful che incontra il sogno di soldi facili e il fatalismo della corsa all’oro nel Klondike, l’eterno presente capitalista la cui mentalità viene diffusa a pioggia da soap opere eterne, con Ridge in decadenza che giunto all’ottantesima stagione – i primi impianti coincidono grossomodo con l’Italia repubblicana – è costretto a recitare aggrappato al deambulatore e col catetere infilato.

Un modello che attrezza pacchetti divertimento per qualsiasi gusto purché non siano rispettosi nemmeno quando sono causa dell’agonia di luoghi in cui non spingono a calarsi incuriositi, ma a colonizzare; all’occorrenza si può sempre far sbriluccicare specchietti conditi dalla retorica del “recupero” della montagna abbandonata, dal recover washing si potrebbe dire.

Champagne e motori; sfarzo sguaiato e arroganza, il requiem della nostra decadenza fatta di topi festanti mentre la nave affonda, quando non andrebbero spazzati via soltanto questi abbagli di uno sviluppo che non c’è se non nei conti in banca di chi lo sfrutta, andrebbero rimosse anche tutta un’infrastrutturazione nociva, le narrazioni sull’aria sana, i miti romantici dell’alpe e del quanto si stia bene in montagna.
Tutto ciò non è emendabile, non è perfettibile, non c’è compensazione o posti-lavoro-in-cambio che tenga. È da abbattere in toto, fino a festeggiarne il cadavere. Solo allora sarà possibile provare a immaginare qualcosa che possa avere senso.

Il quadro che abbiamo tracciato è piuttosto apocalittico, e tutt’attorno ai monti non è meglio. L’intero pianeta umano sta subendo scosse telluriche forti, capaci di disarticolare e annichilire il pensiero dei più positivi.
È frustrante trovarsi immersi in questo clima, sa dell’amara perdita di ogni speranza e voglia di rimettersi in gioco.

Del resto i primi a rendersi conto che la pacchia del turismo invernale è finita sono proprio i costruttori di impianti di risalita, che infatti cercano grottescamente di rifilare le loro cabinovie alle città, spacciandole per mezzi di trasporto urbani sostenibili ed eco-friendly.

È successo a Kotor in Montenegro, sta succedendo a Trieste, prossimamente succederà a Genova. A Trieste la mobilitazione spontanea di cittadini e comitati di quartiere è per ora riuscita a fermare un progetto ad alto impatto ambientale, che prevede la distruzione di un bosco protetto per permettere la costruzione di una cabinovia al servizio delle navi da crociera e del loro indotto. Diciamo “per ora” perché dopo due anni di mobilitazioni e di azioni legali è finalmente saltato il finanziamento PNRR; ma l’ineffabile ministro Salvini ha promesso un finanziamento ad hoc, con fondi ministeriali, perché lo Stato e la ditta appaltatrice, la Leitner, non possono permettersi di essere messi in scacco da un’accozzaglia di pezzenti.

Proprio per questo è ancora più importante esserci a ogni latitudine, tener duro e non abbandonarsi al fato.
Siamo in ottima compagnia, la rete che sta stringendo le maglie è larga e importante, dobbiamo darle continuità e forza ben oltre alle Olimpiadi, perché ne va anche delle nostre vite, della differenza che corre tra arrancarvici e viverle.

Abbiamo deciso di aderire all’appello La montagna non si arrende e di mettere a nudo le difficoltà che attraversano noi e l’intero paesaggio.
Ci sono iniziative di tutti i tipi, sono ben accette anche piccole testimonianze pressoché individuali, contribuiamo a propagare l’onda, partecipate, inventatevi qualcosa e stringete rapporti.
Dal canto nostro, noi non ci concentreremo su una manifestazione singola ma contamineremo e ci faremo contaminare, spalmandoci e stando nella galassia di iniziative che si vanno a creare.
Restituiremo le esperienze dei nostri corpi. A dopo il 9, ancora e ancora.

L'articolo Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

  •  

Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione (seconda puntata)

Nella prima parte di questa disamina abbiamo affrontato due differenti approcci: quello che pretende che il potere garantisca la fruizione in sicurezza dell’adrenalina facile e quello colpevolizzante verso l’escursionista per scaricare su di lui le responsabilità di politica e marketing, cioè di chi l’ha invogliato a andare in montagna promettendo adrenalina facile e sicura.
In questo secondo pezzo vorremmo dar conto della visione Molotov, che è radicalmente opposta a entrambi agli approcci precedenti, perché li considera facce della stessa medaglia: l’estrattivismo turistico che va contestato in maniera radicale. La voce molotova promuove la conoscenza e il rispetto del territorio, la consapevolezza dei propri limiti e la responsabilità nell’assunzione del rischio. Per farlo, a seguito di una prima analisi, utilizzeremo un esempio assurto alle cronache quest’estate.

PARTE TERZA
– La versione Molotov –

Le vere lacune, quello che manca in toto nel dibattito, sono conoscenza e consapevolezza di quel che si sta andando a fare. È più che evidente. E infatti si commentano drammi senza capacità di analizzarli, additando.
Se ipotizzassimo una libertà di scelta consapevole e informata non sarebbe necessario garantire qualcuno, ma semplicemente assumere responsabilità senza pretesa di voler distribuire colpe. Come in ogni cosa della vita se ci si infila nei casini ci si arrangia, se non si è sicuri si evita.

Detto in pratica, secondo noi la responsabilizzazione avrebbe senso se servisse a smontare l’idea che tanto, dovesse andar male qualcosa, qualcuno dall’alto dei cieli aiuterà se non si è capaci, se non si è ragionevolmente al sicuro.
Semplicemente deve essere reso chiaro come dato ambientale che non ci si può fidare al 100% di nessun cavo, che non ci si può fidare di nessun sentiero, mappa, tacca, cartello, app, di niente e nessuno.
Ci si può fidare di quello che si sa valutare, si impara a farlo non fidandosi, e non si è comunque del tutto immuni dal rischio. Riassumendo va sviluppata competenza a saggiare il territorio, a calarcisi dentro e non a starci sopra: la mappa non è il territorio.

La consapevolezza di una scelta, in questo caso estrema: Hansjörg Auer in solitaria e slegato sulla Via attraverso il pesce alla Punta Rocca in Marmolada.

C’è caso e caso: c’è chi assume la propria responsabilità conscio di quel che affronta e c’è chi non ha il senso dello stare in montagna tenendo conto degli altri.
Tornare ‘slegati’ da un sentiero impervio e selvaggio, anche attrezzato, oppure scegliere di salire ‘slegati’ un itinerario alpinistico, osare quindi, è una cosa. E fa parte del gioco, pericoloso certo ma consapevole. Altra cosa è mettersi in mostra in una situazione turistica, non sapere cosa si rischia e si fa rischiare a chi è intorno.
Per un sacco di ragioni. La prima che ci viene in mente è che se il terreno è isolato o poco frequentato si rischierà in proprio. I pericoli oggettivi sono comunque dietro l’angolo, ma non più che in ogni cosa della vita.

Conoscere bene una zona e i propri limiti aiuta a saper valutare con sufficiente precisione e a ‘mettersi in sicurezza’. La stessa persona, con la stessa esperienza, saprà cambiare approccio di salita o discesa in relazione a un contesto diverso, da parco divertimenti. Ecco perché se si è su un tratto attrezzato zeppo di gente non è buona prassi passare slegati. Perché si fa rischiare, oltre a rischiare in proprio. L‘appiattimento di sfumatura che porta con sé l’iper-frequentazione non dà ragione di queste dinamiche spicce, figuriamoci di altre, ben più delicate.

OUTRO
– Un esempio –

Prendiamo un esempio di cronaca e una ferrata che risponde al criterio dello snaturamento storico in ottica turistica: la Bepi Zac alle cime di Costabella.
Una ferrata storica importante, in una regione a vocazione turistico-alpina talmente forte che va tenuta in piedi a qualsiasi costo. Ricordiamo qui che i grimaldelli che tengono in vita con accanimento questo come altri percorsi, sono l’inserimento delle infrastrutture della grande guerra tra i beni culturali protetti dal codice Urbani e la “sicurezza”.

L’invasività dei lavori di consolidamento e “messa in sicurezza” della Ferrata Bepi Zac alle creste di Costabella.

Il fatto è il seguente:
alcune famigliole portano i bambini slegati sulla ferrata Bepi Zac che percorre sfasciumi in quota e sale fino attorno ai 2700mslm. Le foto sono state scattate nel secondo tratto, in zona Costabella.
Di pericoli oggettivi ce ne sono, caduta massi ad esempio, ma non è nemmeno questo il punto, è proprio che ci sono passaggi esposti (come nella quasi totalità dei casi quando c’è un cavo) e portarsi un pargolo in braccio perché incapace a percorrerla (e forse spaventato) non pare il caso, tout court.
A cadere su un terreno del genere ci si può far male-male; se si cade con un bimbo in braccio ci si è comportati idioti.
Premesso questo, e che portare figli piccoli senza attrezzatura è promuovere l’incultura e non la cultura della fruizione della montagna, il dibattito a cui normalmente si assiste in questi casi è fuorviante, e suona più o meno sempre allo stesso modo: «criminali», oppure «se i tizi fossero dei super esperti della zona che avessero valutato quello che stavano facendo e non dei turisti sprovveduti?»

Per quanto ci riguarda restano vittime del marketing. Possono essere tra i più esperti dell’Universo, sono però in un ambiente altamente frequentato, in cui il pericolo oggettivo è in primis l’affollamento (le scariche di sassi che ne possono derivare, attese lunghe e estenuanti fissi a un cavo, cadute altrui…).
Altrettanto oggettivo è il fatto che un figlio piccolo non può essere esperto, che il genitore sta decidendo per lui (al punto che in alcuni scatti il genitore se lo carica in collo).
Se ti cade un etto di sasso sul braccio che fai?
È la visione indotta del marketing, in cui l’escursionista-consumatore viene preso in trappola, è la modalità di vendita della fruizione a proiettare l’immagine per cui basta spendere, comprare l’attrezzatura cara, per essere sicuri e al sicuro.
Aggiungiamo poi che se il terreno di gioco è quello alpinistico, in cui il potere d’acquisto applicato alla retorica e al terreno acrobatico, al linguaggio spesse volte ricalcato da quello bellico – militarista –, essere indotti nell’abbaglio del superuomo che fa tutto da solo è un passo brevissimo.
Comportamenti del genere su terreni a zero possibilità di sperimentazione, che obbligano a seguire un tracciato più pedissequamente che una via alpinistica o un sentiero, sono stupidi e non del tutto consapevoli.
È una protesi del gioco che l’imprenditoria e la politica stanno costruendo sulla pelle delle valli e delle cime.

In conclusione non caschiamo nel gioco: sono le scelte di indirizzo a generare i mostri cui la politica che le ha prodotte non vuole rispondere in maniera proficua.
La responsabilità è politica, la colpa è del modello economico che ha intenzione di sfruttare ancor di più la montagna in ogni modo, oltre qualunque limite di ragionevolezza.
In altre parole: se si precludono i corridoi faunistici agli orsi che si è ‘preteso’ di importare sul territorio anche per aumentare l’afflusso turistico, salvo poi lamentarsi del loro sovrannumero e proporre come unica soluzione l’abbattimento, si sta giocando con la pelle degli animali non umani.
Se si rendono instagrammabili i sentieri, con panchine giganti e ammiccamenti acchiappa click, perché si vuol far crescere il turismo in maniera esponenziale e incontrollata ma poi li si chiude quando qualcuno si fa male, si sta giocando con la pelle degli animali umani.
Se si trova normale spendere valanghe di soldi per alimentare i comprensori sciistici (o per realizzare skidome al chiuso in assenza di neve), per alimentare la speculazione edilizia, per realizzare Olimpiadi che lasceranno scheletri e macerie; se si pretende eliminare il rischio nelle attività ludiche criminalizzando per decreto o divieto ma si dà per assodata l’alta probabilità di farsi male in quell’obbligo alienante che è il mondo del lavoro si sta giocando con la pelle della società.

Così facendo le amministrazioni e governi dimostrano di prendere scelte politiche di indirizzo che non manifestano rispetto alcuno verso i luoghi, verso le differenti specie animali che abitano quei luoghi, nessun rispetto anche verso le persone che abitano la montagna o che vengono da fuori, invogliate ad andare a ‘fare il ponte tibetano’ con la stessa spensieratezza con cui andrebbero nell’ennesimo inutile nuovissimo iper mega centro commerciale.
In questi precisi ambiti queste scelte vanno censurate e attaccate.
Servono cultura e capacità interpretative, sensibilizzazione, non overdose di emozioni indotte, normate da chi al primo guaio provocato si lava le mani e risponde con l’unico strumento che padroneggia: la repressione.

L'articolo Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione (seconda puntata) sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

  •  

La Stampante 3D nel Prepping e Survival: Una Risorsa Essenziale per l’Autosufficienza

Negli ultimi anni, la stampa 3D si è affermata come una tecnologia versatile e accessibile, trovando applicazioni anche in ambiti come il prepping e il survival. Grazie alla capacità di creare oggetti personalizzati su richiesta, questa tecnologia è diventata un alleato prezioso per chi cerca di essere autosufficiente e pronto ad affrontare situazioni di emergenza o isolamento.

Vantaggi della Stampa 3D per Prepper e Survivalisti

La stampante 3D offre una combinazione di autonomia, creatività e flessibilità che la rende ideale per la preparazione a scenari di emergenza. Alcuni dei principali vantaggi includono:

  • Creazione di oggetti su misura: è possibile produrre strumenti e attrezzature specifici per esigenze particolari.
  • Riduzione della dipendenza da fornitori esterni: permette di produrre ciò che serve senza necessità di acquistarlo.
  • Adattabilità ai materiali disponibili: molte stampanti 3D possono utilizzare materiali riciclati o biodegradabili, rendendo la tecnologia più sostenibile.

Applicazioni Pratiche della Stampa 3D nel Prepping e Survival

  1. Produzione di Utensili e Attrezzi
    • Strumenti di base: chiavi, ganci, cacciaviti e piccole pinze.
    • Pezzi di ricambio: per riparare attrezzature danneggiate o creare adattatori personalizzati.
    • Utensili da cucina: stampi per alimenti, mestoli o contenitori riutilizzabili.
  2. Materiale di Sopravvivenza
    • Trappole e ami: per caccia e pesca.
    • Supporti per il fuoco: accendi fuoco o custodie per pietre focaie.
    • Filtri per acqua: componenti per sistemi di filtraggio fai-da-te.
  3. Sistemi di Organizzazione e Stoccaggio
    • Contenitori personalizzati: scatole impermeabili o divisori per attrezzature.
    • Etichette: per identificare rapidamente categorie o ubicazioni nel magazzino.
    • Supporti modulari: scaffali o giunti per costruzioni leggere.
  4. Riparazioni di Emergenza
    • La capacità di stampare pezzi mancanti o di sostituire componenti danneggiati consente di mantenere operativa qualsiasi attrezzatura, anche in situazioni difficili.
  5. Accessori per Escursionismo
    • Moschettoni e ganci leggeri: per organizzare attrezzature durante i viaggi.
    • Custodie protettive: per elettronica, medicinali o strumenti di precisione.
    • Manici personalizzati: per migliorare la presa di attrezzi o armi.
  6. Contenitori per medicinali
    • scatole con scomparti personalizzati per pillole o garze.
    • pinze, bisturi in plastica, o supporti per stecche.
  7. Riparazioni improvvisate
    • La stampante 3D può produrre soluzioni rapide per riparare attrezzature rotte, come maniglie, cerniere, o connettori.
  8. Produzione di prototipi
    • Creazione di prototipi per attrezzi o dispositivi personalizzati, testandone l’efficacia prima di fabbricarli in materiali più resistenti.
  9. Giochi e svago
    • Creazione di oggetti per l’intrattenimento, come scacchi, dadi, o altri passatempi utili per alleviare lo stress durante un periodo di isolamento.
  10. Sostenibilità a lungo termine
    • Creazione di oggetti da materiali biodegradabili o riciclati, riducendo la dipendenza da risorse esterne.
    • Recupero di plastica per produrre il filamento necessario.

Sostenibilità e Riutilizzo

Uno degli aspetti più innovativi della stampa 3D è la possibilità di utilizzare materiali riciclati per creare nuovi oggetti. Ad esempio, vecchi contenitori di plastica possono essere trasformati in filamenti per stampanti, riducendo i rifiuti e assicurando un uso ottimale delle risorse.

Ciò è possibile procurandosi una particolare tipo di tramoggia-trituratore ed estrusore che trasforma questi scarti in filamento.
Un esempio sono le Filament Machine che trafilano le bottiglie di plastica in PET.

Prospettive Future: Oltre l’Emergenza

In un futuro orientato all’autosufficienza, la stampante 3D potrebbe diventare uno strumento cardine per costruire rifugi, produrre energia (ad esempio, supporti per pannelli solari o mini turbine) e creare sistemi agricoli come vasi o sistemi di irrigazione automatizzati.

Quale stampante acquistare?

La scelta di una stampante 3D dipende dall’uso che se ne intende fare e dal budget disponibile.
Ovviamente è sottinteso che vale il detto “chi più spende, meno spende”, nell’ottica di acquistare un prodotto valido che duri nel tempo.

Ecco una guida per a scegliere il tipo di stampante più adatto per prepping, survival e applicazioni simili:

Stampanti FDM (Fused Deposition Modeling)
Le stampanti FDM sono le più comuni e accessibili. Usano filamenti di plastica come PLA, ABS, o PETG.

  • Vantaggi:
    • Economiche.
    • Ampia disponibilità di materiali.
    • Perfette per utensili, contenitori e componenti di base, componenti meccaniche.
  • Svantaggi:
    • Necessità di rifiniture post-elaborazione.
    • Linee layer visibili.
    • Le stampanti FDM, specialmente quelle economiche, possono essere rumorose. Modelli più costosi o aggiornamenti possono mitigare questo problema.
  • Consigliate per te:
    • Creality Ender 3 V2: ottimo rapporto qualità/prezzo, facile da migliorare con modifiche.
    • Prusa i3 MK4: più costosa, ma estremamente affidabile e con ottima qualità di stampa.
    • Anycubic Serie Kobra: ideale per principianti, facile da configurare, affidabile.
Anycubic Kobra 2 Neo
Creality Ender 3 V2
Prusa i3 MK4

Stampanti SLA (Stereolithography)
Queste stampanti usano resina liquida solidificata da un laser per creare oggetti ad alta precisione.

  • Vantaggi:
    • Estrema precisione nei dettagli.
    • Perfetta per parti piccole e complesse.
  • Svantaggi:
    • Materiali più costosi e difficili da gestire (resine).
    • Meno adatta per oggetti di grandi dimensioni.
    • Necessitano di ulteriori apparecchiature come fissatori per terminare il lavoro.
  • Consigliate per te:
    • Elegoo Mars 4 Ultra: economica e precisa.
    • Anycubic Photon Mono X: grande area di stampa e alta qualità.
Anycubic Photon M3 MAX
Elegoo Mars 4 Ultra

Stampanti Multi-Materiale o Ibride
Se si ha bisogno di stampare oggetti con materiali diversi (es. plastica + gomma), considera una stampante multi-materiale.

  • Vantaggi:
    • Capacità di combinare flessibilità e resistenza.
    • Ideale per oggetti con parti mobili o finiture speciali.
  • Consigliate per te:
    • Prusa i3 MMU2S: aggiunge funzionalità multi-materiale a una Prusa standard.
    • Bambu Lab X1 Carbon: stampante di fascia alta per multi-materiale.
    • Anycubic Kobra 3 Combo: stampante di fascia alta per multi-materiale.
Prusa i3 MMU2S
Bambu Lab X1 Carbon
Anycubic Kobra 3 Combo

Stampanti Portatili o Compatte
Se si ha bisogno di una stampante 3D da usare in situazioni di emergenza o in mobilità (es. camper, campeggio), questi modelli portatili sono un decente compromesso, con tutti i pro e i contro annessi.

  • TRONXY CRUX1: leggera e compatta, perfetta per ambienti piccoli.
  • Creality CR-10 Mini: più versatile, ma comunque facile da trasportare.
  • Bambu Lab A1 Mini: compatta e versatile con possibilità di funzionamento in multi color.
Creality CR-10 Mini
TRONXY CRUX1
Bambu Lab A1 mini AMS lite

Budget e Considerazioni

  • < 300 €: Ideale per chi è alle prime armi. Modelli come Ender 3 o Elegoo Mars sono perfetti.
  • 300–600 €: Ottieni funzionalità avanzate e maggiore affidabilità.
  • 600+ €: Ideale per progetti complessi o necessità professionali.

Quanto sopra elencato è una panoramica di prodotti di punta dei marchi citati; ovviamente ci sono altri prodotti più economici anche se il consiglio cardine è di non scendere sotto i 200€ di spesa (alla data attuale), per in incorrere in un prodotto di scarsa qualità.

Accessori utili per il prepping

  • Filamenti resistenti: usa PETG per resistenza all’acqua o nylon per maggiore robustezza.
  • Stampanti con bed riscaldato: essenziale per materiali come ABS e PETG.
  • Kit di manutenzione: assicurati di avere utensili per calibrare e riparare la stampante,
    • spazzolino con setole metalliche fini per pulire l’estrusore.
    • chiavi idonee per eventuali riparazioni.
    • tronchese di precisione per pulire i lavori dalle sbavature e i supporti.
    • lime da modellismo.
    • alcool isopropilico per pulire il piatto di stampa.
    • panno in microfibra.
    • grasso di vasellina per lubrificare le rotaie.

Quali materiali usare?

I filamenti per stampa 3D sono materiali termoplastici utilizzati principalmente nelle stampanti FDM (Fused Deposition Modeling). La scelta del filamento dipende dall’uso finale dell’oggetto, dalle condizioni ambientali e dalle capacità della tua stampante. Ecco una panoramica sui principali tipi di filamenti, con i loro vantaggi, svantaggi e utilizzi:

  1. PLA (Polylactic Acid)
    • Descrizione: Biodegradabile, realizzato da materiali naturali come mais o canna da zucchero.
    • Pro:
      • Facile da stampare.
      • Adatto per stampe dettagliate e decorative.
      • Bassa temperatura di estrusione (~190-220 °C).
      • Inodore durante la stampa.
    • Contro:
      • Fragile, meno resistente agli urti.
      • Non adatto a condizioni di calore elevato (si deforma oltre i 50 °C).
    • Utilizzi: Prototipi, oggetti decorativi, modelli non strutturali.
  2. PETG (Polyethylene Terephthalate Glycol)
    • Descrizione: Un mix tra PLA e ABS, combina facilità d’uso e resistenza.
    • Pro:
      • Alta resistenza meccanica e chimica.
      • Buona flessibilità e durabilità.
      • Resistente all’acqua e ai raggi UV.
    • Contro:
      • Può creare “stringing” (filamenti sottili) durante la stampa.
      • Richiede una temperatura di estrusione più alta (~220-250 °C).
    • Utilizzi: Contenitori alimentari, pezzi funzionali, parti esposte all’esterno.
  3. ABS (Acrylonitrile Butadiene Styrene)
    • Descrizione: Termoplastico robusto, utilizzato in applicazioni industriali.
    • Pro:
      • Resistente agli urti e al calore (fino a ~100 °C).
      • Ideale per oggetti funzionali e strutturali.
    • Contro:
      • Richiede un piano riscaldato e una camera chiusa per evitare deformazioni.
      • Può emettere fumi tossici durante la stampa.
    • Utilizzi: Parti meccaniche, utensili, giocattoli (es. LEGO).
  4. Nylon
    • Descrizione: Materiale estremamente resistente e flessibile.
    • Pro:
      • Alta resistenza all’usura e agli agenti chimici.
      • Buona elasticità.
    • Contro:
      • Richiede temperature di stampa elevate (~240-270 °C).
      • Igroscopico (assorbe umidità, richiede conservazione in ambienti secchi).
    • Utilizzi: Ingranaggi, cerniere, parti strutturali.
  5. TPU (Thermoplastic Polyurethane)
    • Descrizione: Materiale flessibile ed elastico.
    • Pro:
      • Ottima elasticità e resistenza all’usura.
      • Resistente agli agenti chimici e alle basse temperature.
    • Contro:
      • Difficile da stampare, richiede impostazioni precise.
      • Velocità di stampa più lenta.
    • Utilizzi: Guarnizioni, manopole, scarpe, parti flessibili.
  6. PC (Polycarbonate)
    • Descrizione: Plastica robusta, trasparente e resistente al calore.
    • Pro:
      • Altissima resistenza meccanica e termica (fino a 110 °C).
      • Buona trasparenza ottica.
    • Contro:
      • Richiede temperature molto alte (~250-300 °C).
      • Difficile da stampare senza una camera chiusa.
    • Utilizzi: Lenti, custodie, componenti industriali.
  7. Filamenti compositi
    • Questi filamenti combinano materiali base (come PLA o ABS) con particelle aggiuntive per ottenere proprietà estetiche o meccaniche uniche.
      • PLA con fibre di carbonio: più leggero e rigido, ideale per parti strutturali.
      • PLA con legno: aspetto e sensazione simili al legno, per oggetti decorativi.
      • PLA con metallo: conferisce un effetto metallico, utilizzato per prototipi estetici.
      • Filamenti conduttivi: ideali per circuiti semplici e applicazioni elettroniche.
  8. Filamenti Speciali
    • ASA (Acrylonitrile Styrene Acrylate): simile all’ABS ma più resistente ai raggi UV, perfetto per oggetti esterni.
    • PVA (Polyvinyl Alcohol): usato come materiale di supporto solubile in acqua per stampe complesse.
    • HIPS (High Impact Polystyrene): altro materiale di supporto, solubile in limonene.
Esempio di DRY BOX

Consigli per la Conservazione

  • Molti filamenti, come PLA, PETG, ABS e Nylon, sono igroscopici, cioè assorbono umidità, che può compromettere la qualità di stampa. Conservali in sacchetti sigillati o con essiccanti è l’ideale.
  • Usare una dry box per mantenere il filamento asciutto se si stampa frequentemente.

Come Scegliere il Filamento Giusto

  1. Obiettivo: Determinare l’uso dell’oggetto (decorativo, funzionale, resistente).
  2. Condizioni ambientali: Oggetti esterni richiedono materiali resistenti ai raggi UV e all’acqua (es. PETG o ASA).
  3. Capacità della stampante: Verificare la temperatura di estrusione e la necessità di un piano riscaldato o camera chiusa.
  4. Esperienza: Se si è alle prime armi è il caso di iniziare con PLA.

Se hai un progetto specifico, fammi sapere e ti consiglierò il filamento migliore! 😊

Dove trovare progetti già pronti?

La domanda che sorge spontanea dopo tutte queste informazioni è: dove è possibile trovare eventuali progetti per cominciare a stampare?
Fortunatamente in rete sono presenti molti siti dove è possibile scaricare sia gratuitamente sia a pagamento moltissimi progetti già pronti.

Ecco una carrellata di link ben forniti:

makerworld.com/en
www.thingiverse.com
www.printable.com
www.cults3d.com
www.yeggi.com
https://www.makeronline.com/

Conclusioni

La stampa 3D rappresenta una rivoluzione per il prepping e il survival, offrendo soluzioni pratiche per prepararsi a qualsiasi imprevisto. Che si tratti di creare strumenti di sopravvivenza, pezzi di ricambio o sistemi per organizzare le scorte, questa tecnologia può fare la differenza tra dipendenza e autonomia in un mondo incerto. Investire in una stampante 3D e imparare a utilizzarla è un passo fondamentale per chi desidera essere davvero pronto a tutto.

Descrivere tutto ciò che si può fare con una Stampante 3D in un articolo è praticamente impossibile ma in rete fortunatamente ci sono valide community dove poter fare domande e trovare aiuto per diverse problematiche.

L'articolo La Stampante 3D nel Prepping e Survival: Una Risorsa Essenziale per l’Autosufficienza proviene da Associazione Italiana Preppers.

  •  

Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione

INTRO
– inquadramento-

La storia dell’alpinismo, in genere, è una storia coloniale ed elitaria: il ricco, il nobile (“il” perché questa storia porta con sé anche un approccio maschilista) arriva ai monti inizialmente per ragioni cartografiche ed esplorative, in seguito per ragioni di conquista e blasone.
In questa narrazione l’abitante, ‘il montanaro’, è un esserino grezzo e impaurito, che non sa godere delle bellezze della montagna, che non fa passeggiate o arrampicate per “vivere le cime” – con tutto il fascino di verticalità, desolazione e pericolosità – ma che tutt’al più “serve” perché conosce i luoghi circostanti a quelli che abita e può indicarli, e perché da bravo spallone può farsi portatore di strumenti e vettovaglie*.

Il monte come luogo piacevole e d’incanto, salubre, unito alla massificazione turistica cominciata tra gli anni ’60 e ‘70, porta allo sviluppo di un nuovo terreno di gioco, anche se non particolarmente originale, basti pensare alle similitudini con l’impiego di corde fisse. Se prima la ferrata era turistica e poi fu utilizzata per scopi militari, ora finte élite di eroici bardati assaltano il percorso ‘di massa’, un combinato da logica turistica: colonizzazione dello spazio e appiattimento dell’immaginario.

Addentrarsi in questo ambiente è provare a sviscerare un tema tecnico e ispido, sul quale scegliamo di non intervenire, però qualche considerazione e riflessione generale crediamo vada fatta.

 

La successione di cenge attrezzate per mettere in sicurezza l’itinerario. Bocchette centrali di Brenta.

Ci sono varie tipologie di ferrata: talune, storiche, nascono con l’idea di mettere in sicurezza percorsi già frequentati, altre, specie quelle dolomitiche o di bassa quota non sono realizzate per portare in un dato luogo ma esplicitamente per cercare la difficoltà.
Fino ad una certa fase, forse, lo sviluppo di alcune ferrate assurde ha avuto a che fare con echi di arrampicata in artificiale, con diversi mezzi ma la medesima propensione a non porsi problema di manomissione del contesto.
Un esempio di itinerario con logiche di artificiale, scale come staffe: ferrata Castiglioni alla Cima d’Agola.

Possiamo distinguere grossomodo tre tipi di ferrate e conseguenti tipi di fruizione.

  1. Opera militare mantenuta o ristrutturata a scopo turistico. Quasi assente in alpi occidentali;
  2. attrezzatura fissa di un itinerario che semplifica una via alpinistica, rendendola accessibile a escursionisti ‘esperti’, e che di solito serve ad arrivare in cima o a traversare. È il caso della ferrata Bolver-Lugli a Cima Vezzana nelle Pale di San Martino o della Arosio al Corno di Grevo, nel gruppo dell’Adamello;
  3. ferrata estrema, acrobatica, mozzafiato-adrenalina, tipicamente fine a sé stessa, in ottica di lunapark, di solito ridondante di infrastruttura: scalette, ponti, ecc., più orientata a palestrati che ad alpinisti/escursionisti. Non infrequente in alpi occidentali anche francesi, la ferrata Du Diable risponde sicuramente al caso lunapark.

A sinistra la ferrata du Diable in tutta la sua insensatezza.
A destra la ferrata Arosio al Corno di Grevo, già via alpinistica di cresta. Per anni è stata accompagnata da polemiche, più volte ne sono stati sabotati i fittoni e un tempo erano visibili scritte come «no ferrata» e «CAI Cedegolo incivile».

Che ad esempio nei tardi anni ’30, in Dolomiti di Brenta, si sia pensato di attrezzare un percorso sfruttando le sequenze di cenge lì esistenti e ne siano così nate le Bocchette Centrali, può essere una cosa ragionevole.
Il problema tuttavia, più che l’attrezzatura dei percorsi in sé, è la fruizione che se ne fa, la turistificazione intensiva dovuta al boom e al conseguente aumento del potere d’acquisto del ceto medio.
Da qui nascono i ‘ferrata adventure park’ o percorsi come quello delle Aquile in Paganella e Intersport nel Donnerkogel. Tra questi ultimi e gli itinerari classici, storici, dovrebbe esserci una gran differenza.

Sopra la  ferrata delle Aquile in Paganella.
Sotto la ferrata Intersport al Donnerkogel.

PARTE PRIMA
– l’approccio sceriffo –

Ci pare che negli ultimi anni le modalità di fruizione abbiano appiattito le sfumature costruttive in virtù di un’unica fruizione possibile.

Così già da tempo (immagine del 2016): botta-risposta su un noto blog dedicato al tema.

Si vendono – si compra-vendono – ferrate. L’espansione tremenda della frequentazione alpina e del movimento dell’arrampicata sportiva, se da un lato testimoniano di una moda, dall’altro concorrono alla creazione e all’ingigantimento del problema. Notiamo che il modo di stare sulla ferrata, la terminologia di che ne racconta le difficoltà, gli entusiastici report fotografici che ne seguono, descrivono atteggiamenti assimilabili al tipo 3.

Ci si concentra sull’adrenalina e si riflette poco – o per nulla – di sicurezza o rispetto dell’ambiente col quale si interagisce. Non si dice mai ad esempio, ed è disonesto, che una caduta su ferrata è potenzialmente molto più pericolosa di una in arrampicata. Senza tutto un sistema di dissipazione in ordine, senza competenze specifiche (spesso risolte con ‘compra l’attrezzatura’), si possono generare fattori di caduta nettamente più alti che scalando, con sollecitazioni che, per come sono progettati, moschettoni e corde non possono reggere. E se resistessero, non lo farebbe il corpo umano. La strada che si sta percorrendo – stiamo ragionando per ipotesi – è quella del «vorrei ma non posso, però c‘è la ferrata». È così che questi percorsi si sono guadagnati e si stanno guadagnando una larga ‘fetta di mercato’.

Come per gli orsi e i lupi, come per il Natisone, buona parte delle criticità che stanno alla base  del discorso sono la turistificazione e lo sfruttamento, il rilassamento delle sinapsi preposte all’accortezza, in favore della deresponsabilizzazione collettiva: ci si diverte, si provano ‘brividi’, si racconta l’atto acrobatico con la go-pro. Nel frattempo si intasa, si erode, si sovra-alimenta la bulimia del profitto, e così ferrate che potevano tranquillamente rientrare nella categoria 1, quella di opera militare manutenuta come il Sentiero dei Fiori in Adamello, grazie al battage pubblicitario schizzano dritte nella 3: adrenalina.

Passerelle si materializzano al ritmo dei ponti tibetani, lavori degni di grandi opere, appalti con imprese e eccesso di infrastruttura. Nomi evocativi, da marketing, come nel caso dell’Epic trail.
L’epica dell’Odissea, de Il mucchio selvaggio, messe a disposizione per pochi spicci a chi passa le settimane sfruttato sul luogo di lavoro, con giubilo dei geometri che progettano siffatti percorsi.

Tram a Milano pubblicizzano il sentiero dei fiori.

Se questa è la logica, ci sentiamo di affermare che, indipendentemente da quel che si pensi della loro bontà, una volta che una ferrata esiste chi va in montagna tende a pensare che sia in ordine. Che sia sufficiente fissare il moschettone a un cavo che terrà, i cui chiodi non salteranno via come bottoni, e seguirlo camminando. Su questo aspetto risulta impossibile colpevolizzare l’escursionista, e infatti si gioca alla deresponsabilizzazione, al ‘ludico gestito dalla legge’. Soprattutto se gli escursionisti vengono attratti e invogliati a percorrere quella ferrata dagli opuscoli delle Pro Loco.

In alcune zone – Dolomiti su tutte – si esaspera il ruolo di parco giochi dei sentieri attrezzati, pensati esplicitamente per cercare la difficoltà e frequentati da individui accessoriati. In altre la dimensione tecnica conta molto meno, i percorsi sono stati conservati come retaggi militari o sono nati soprattutto per poter dire «li abbiamo anche qui», anche se non sono nemmeno lontanamente paragonabili ai primi e salvo poche eccezioni hanno molto meno senso.
Se si costruiscono parchi giochi si promuove una certa idea per cui si paga il biglietto – leggi “compra l’attrezzatura giusta e cool per agganciarti alle pareti e il più è fatto” – ed è ragionevole che il consumatore pretenda che lo spettacolo fili liscio: che la messa in scena sia sicura e l’attrezzatura che userà sarà in buono stato, funzionante e certificata.

PARTE SECONDA
– l’approccio bimbominkia –

Nei cantieri sono di solito posti cartelli in cui si elencano i vari strumenti di protezione e si invita i lavoratori a usarli. Della pericolosità del lavoro in sé niente, non si sa, non si dice.
Aspetti diversi, certo, il cui trait d’union è che si può – si deve visto che si fa poco o nulla per evitarlo – morire di lavoro. Attraverso il marketing si raccontano domatori di montagne su ferrata salvo poi drammatizzare i sentieri per tenere alla larga rogne legali come capitato, ad esempio a San Felice in Circeo.

Ordinanza di chiusura sentieri del comune di San Felice in Circeo. Stando al sito del parco del Circeo, nel momento in cui scriviamo il sentiero 750 risulta ancora interdetto (clicca qui per leggere l’ordinanza completa).

Manovre per le quali non è difficile immaginare la funzione di anticamera per stabilire parcelle di soccorso, nella cornice di un attacco al tempo libero, alla preservazione della ‘carne-lavoro’.
Il tema delle garanzie e dei diritti – compreso quello alla sicurezza – vengono insomma innestati su aspetti della vita in cui non entrerebbero – o non dovrebbero entrare – per nulla, come gli ambienti naturali.
La frequentazione di ambienti ‘selvaggi’ con tale mentalità, avviene dando per scontato che ‘qualcuno’ si occupi di ‘far funzionare’ tutto, che sia un preciso diritto del fruitore, che se qualcosa non funziona ci deve per forza essere qualcuno che ne ha colpa.

In questo contesto a poco vale, è anzi fuorviante, l’idea lanciata dal CAI sulle pagine de Lo Scarpone di predisporre un non meglio descritto codice di ‘autoresponsabilità sui sentieri’. Proposta che suona stonata quanto la colpevolizzazione dell’atteggiamento individuale di fronte a altri due macro-temi: la crisi climatica e la gestione pandemica appena trascorsa.

A una lettura di superficie del dispositivo che dovrebbe responsabilizzare si potrebbe rispondere con qualcosa come: «Alla buon’ora. Bene.»
Tuttavia rileggendo l’articolo de Lo Scarpone le certezze vanno sgretolandosi.
Anzitutto si scrive solo di sentieri e escursionisti, e non si fa cenno a tutte quelle situazioni e manovre dove responsabilità ‘altre, dall’alto e collettive’ potrebbero esserci: come è attrezzata una via alpinistica, da quanto? Quanto sono manutenute una ferrata o una falesia (ecc.)? Ce lo chiediamo perché in fin dei conti una via di roccia, misto o ghiaccio – e a maggior ragione una ferrata – non sono altro che sentieri tecnicamente più difficili.
In secondo luogo leggiamo: «i volontari che si occupano della manutenzione della rete sentieristica non possono essere responsabili di chi s’incammina lungo i sentieri con troppa leggerezza».
Questa frase suona un po’ come uno scarico di responsabilità
post tragedia in Marmolada.
O post alluvione: non si muove un dito per piani di assesto idrogeologico, per uno studio approfondito e conseguente messa in sicurezza del territorio, in generale si continua ovunque nell’opera di cementificazione.
Si irride il rischio, si perseguono disboscamenti e depauperamenti dei territori, si realizzano grandi opere. Ma se succede qualcosa, se questo qualcosa si ripete con sempre maggior frequenza, tocca che si renda d’obbligo l’assicurazione, che l’individuo paghi.

Vecchio gioco applicato all’alpe: quando mai non si è sovraccaricato il singolo di comportamenti non corretti per la morale corrente?
Criminalizzare l’individuo è una mossa del cavallo tipica, utile a tutelare l’amministrazione pubblica di turno e il profitto dell’indotto.
Molti sentieri sono manutenuti dai comuni, enti, o associazioni da questi riconosciute. Con l’iper-turistificazione in atto nelle terre alte ci si auto-sgrava da quel che si produce: intasamento e scarsa conoscenza.
In rete e sui blog si leggono sempre più richieste del tenore: «la (tal ferrata) è percorribile d’inverno?», «è aperta anche se ha fatto molta neve? Fa freddo: se c’è ghiaccio ci si può andare?», come se un percorso fosse equiparabile o assimilabile a un impianto di risalita. Col relativo gestore a attivarne e regolarne la corrente, il flusso.

L’idea di indagare Comuni e centri meteo a seguito della tragedia in Marmolada era pessima, le ipotesi di reato sono state archiviate, pare però che il CAI voglia espungere dal discorso quell’ipotesi per sovraccaricare il singolo di un altrettanto presunto e assurdo comportamento scorretto.
Teniamo inoltre presente che a decidere non sarà uno specialista di monti, ma un giudice che non potrà applicare attenuanti, che anzi sarà messo in condizione di aggravare la posizione individuale sulla scorta di una valutazione di tipo morale.

Una proposta che non impedirà comunque chiusure arbitrarie di percorsi in nome del securitarismo, della ‘sterilizzazione del pericolo’. Un’idea che rafforzerà la caccia alle streghe, i discorsi allucinati sulle responsabilità del capo-gita o cordata, individuato come ‘il più capace’ e dunque responsabile in toto della salute di interi gruppi amicali e/o parentali. Il meccanismo piuttosto ricorrente, insomma, per cui si nasconde sotto al tappeto la responsabilità collettiva e si individua un capro espiatorio. E dal momento in cui tutto è acquistabile, non è difficile immaginare qualcosa di simile a vecchie proposte come il patentino di montagna o l’obbligo assicurativo per le calamità naturali o per sciare in pista. «Per sgravarsi dalla responsabilità su sentiero va pagata la guida», che è un po’ quello che già succede con l’obbligo di Artva, pala e sonda: «non conta dove vai o cosa fai, ma cosa possiedi. Compra l’attrezzatura, anche quella inutile o che non sai usare, e godrai di un trattamento ‘riservato’».
Il fatto che nell’articolo si dica che molti dei lavori di manutenzione sono fatti da volontari fa puzzare la situazione, perché se dall’altra parte c’è il dito puntato sulla responsabilità individuale si corre il rischio di allontanarli, in fin dei conti sono individui pure loro.

Fin qui ci siamo concentrati su due diversi approcci: quello dell’escursionista che pretende che il potere gli garantisca la fruizione in totale sicurezza dal momento che ha speso e acquistato materiale – confondendolo con l’esperienza – e quello del potere che dopo aver creato quest’illusione scarica in toto le responsabilità sull’individuo. Non sono due modi separati, stanno assieme e descrivono una sorta di double bind, di «grazie alla nostra ferrata puoi salire in sicurezza ma se il cavo si rompe e cadi è colpa tua».
Per non restare intrappolati in questa costrizione bisogna allora ribaltare la prospettiva. Lo faremo nella prossima puntata, dando conto della nostra idea di come frequentare la montagna, rispettandola e rispettandosi.

 

*Segnaliamo per attinenza, fra i libri di storia dell’alpinismo, Montagne della mente. Storia di una passione di Robert Macfarlane (Einaudi tascabili, 2020).

L'articolo Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

  •  

Giuliano, ciao

Clicca sull’immagine per ascoltare la sua “Ironica la vita”.

Due giorni fa è mancato Giuliano Contardo, musicista amato e stimato nonché fratello del nostro compagno Daniele.
Quando manca un fratello, un compagno di vita, ci si stringe attorno alla casa comune.

Ci uniamo al passo e al cordoglio della famiglia, si parte e si torna insieme.

L'articolo Giuliano, ciao sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

  •  

Valsusa, Territori Occupati

Di fronte alla prospettiva di dover vivere per chissà quanti anni
a ridosso di un cantiere militarizzato,
si pensa all’alternativa di vendere.
E andarsene piuttosto che vedere la tua casa
occupata (che ho detto mioddio perdono,
sono gli squòtter che occupano!)
abitata da chi ti ci ha cacciato.
Ricorda niente?
Esatto,
Territori Occupati.

Il chilometro “elastico”. Da questa notte per raggiungere la stazione di Susa da San Giuliano è necessario circumnavigare l’area sgomberata, col risultato di trovarsi a percorrere un itinerario lungo più di 12 km (in linea d’aria sono 2,4 km!).

Arrivano nella notte le notizie dalla Valsusa, pronte per mandar di traverso il caffè appena svegli. La polizia ha sgomberato San Giuliano, storico presidio NoTav dove alcuni militanti avevano allestito mobilhomes e tende per poter pernottare.

Nulla di nuovo e nessuna meraviglia.

Il terreno è quello acquisito tempo addietro da oltre un migliaio di persone, ognuno una piccola parte, per rendere complicato l’esproprio annunciato. All’interno dell’area soggetta a esproprio si trovano anche alcune case abitate e al momento non ci è chiaro se verranno espropriati anche questi immobili o se il cantiere vi crescerà intorno.  Fra un commento e l’altro all’interno del nostro gruppo iniziamo a chiederci se e come sia possibile che “lo Stato” possa agire dentro un terreno privato attraverso le “forze dell’ordine”, senza che queste siano chiamate a intervenire dai proprietari. Domande un po‘ naïf se vogliamo ma nel momento in cui si spaccano i maroni da decenni prima con terroni, rom & sinti e poi con gli “extracomunitari” (forse si riferivano agli americani che comprano case in Sicilia) accusati di prendere con la forza le case “agli ‘taliani”, che si faccia spallucce nel momento in cui la polizia in assetto di guerra sgombera il “sacro terreno privato” lo troviamo un segnale quantomeno strano. Perfino La Stampa, mai tenera col movimento, fa notare che i terreni verranno sì espropriati mercoledì prossimo 9 ottobre 2024, ma che il clima del presidio era pacifico e che la situazione sarebbe precipitata in caso di azioni delle “forze dell’ordine”.
Un cambio di paradigma significativo: il presidio NoTav è stato sgomberato in via preventiva tra la notte di domenica 6 ottobre 2024 e questa mattina, mentre era radicato su un terreno ancora oggi di proprietà privata.
La cosa che lascia perplessi è un’“opinione pubblica” così attenta alla roba, alla proprietà, alla “casa occupata”, che fa spallucce al potere poliziesco, il quale fa quel che fa.
Preoccupa che gli abitanti e le autorità di Susa (il Sindaco, cascato dalle nuvole, è al mare), ancorché puntualmente informati da tempo dagli esperti del movimento, non sembrano pensare che siano fatti loro, nemmeno di fronte a esistenze che verranno rese schifosamente difficili per anni dall‘ennesimo cantiere inutile.
Vite già complicate dallo sgombero necessario per far spazio alla rotaia, dicono, mentre da stamattina si devono percorrere dodici chilometri e mezzo per colmare lo spazio di quei 2-3 che separano San Giuliano dalla stazione di Susa.

Abbiamo ragione di pensare che anche a causa della gestione militarizzata dell’emergenza covid degli ultimi anni, del suo linguaggio narrativo, ci sia stata una rimilitarizzazione dell’immaginario.
Un atto di forza evidente, davanti al quale sembra che la maggior parte dell’opinione pubblica si sia abituata.
Nonostante decenni di guerre preventive finite malissimo, l’opinione pubblica fatica – anzi, si ostina – a non capire che il paradigma è Gaza, che sarà Gaza per tutti. E *non possiamo* capirlo a fondo perché è troppo enorme, non saremo mai pronti a capirlo.
Si subisce il rapporto di forza in modo acritico, passivo, rassegnato, al limite fideistico.

Facciamo un po’ ridere, oggi, a scrivere di gas lacrimogeni CS vietati dalla convenzione di Ginevra e usati dai reparti di polizia italiani, quando il paradigma di riferimento che ci siamo dati è Gaza, quando gli orchi hanno fame e chiedono di fare più figli, quando è ormai palese che contro uno stato che si comporta illegalmente, la legalità può soltanto perdere.

L'articolo Valsusa, Territori Occupati sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

  •  

Metalli rari: una minaccia per le nostre montagne

Clicca sulla mappa per consultarla (è a circa metà articolo)

Siamo in piena crisi energetica e le politiche europee galoppano in retromarcia.
Su sollecitazione europea l’Italia si appresta a sostenere la ricerca di giacimenti di metalli rari.

Rileviamo inoltre che mentre per le fonti rinnovabili è stata data delega alle regioni, sarà il governo stesso a gestire la questione di quelle fossili.
Dopo le concessioni per trivellare in mare, mentre non si fa nulla per contrastare la crisi climatica, si passa al capitolo estrattivismo, un ritorno al futuro a tinte distopiche.
Metalli rari indispensabili allo “sviluppo”, che servono, stando al nuovo mantra energivoro, alla “transizione ecologica”.
L’arco alpino, la Sardegna e tutta la costa tirrenica sono le zone maggiormente minacciate, ma è l’intera penisola a essere in grave pericolo.

In Valsusa e nel Pinerolese ci sono parecchie miniere “storiche”, la cosa mostruosa è che una buona parte dei siti segnalati in mappa (appoggiare il mouse per leggere i nomi) sono in quota anche in posti impervi e per ora lontani da strade.

Facciamo alcuni esempi di siti censiti:
– in bassa valle “Cruino” (che dovrebbe essere Cruvin, ndr) praticamente un alpeggio nel vallone del Prebec, a circa 1700 metri;
– in Val Pellice “Castelluzzo” (Castlus), un appicco selvaggio tra l’altro luogo della resistenza valdese, a circa 1400 metri di quota;
– in Friuli è segnata la val Aupa. Si tratta si una valle selvaggia pochissimo abitata, percorsa da una strada in cui se due macchine si incrociano una deve fare un km di retromarcia. Un posto         bellissimo;
– in Val Germanasca “Vallon Cros” (anche Valloncrò), altro alpeggio. Dovrebbe essere il vallone che porta al colle del Beth, a quota 2700, zona di miniere dal sec. XVIII. Oltretutto la rete escursionistica della zona è basata in gran parte sulle splendide mulattiere costruite proprio per le miniere o per scopi militari. Due reti sono praticamente indistinguibili e insistono sullo stesso territorio.

Negli ultimi trent’anni le mulattiere sono parecchio deteriorate, ma fino agli anni ‘80 erano ben conservate e godibilissime. L’idea di strade e camion a 2700 metri è agghiacciante. Un vero massacro. E le valli in questione sono ormai quasi spopolate, per cui anche resistere allo scempio sarà difficilissimo.
Per fortuna per ora in elenco mancano la grande quantità di miniere ancora più a monte. L’intera Val Germanasca è un paradiso e ne è piena, l’idea che venga consegnata alle compagnie minerarie è terrorizzante.

Utilizzare la lotta al fossile per rendere politicamente corretto l’estrattivismo è come usare la lotta all’antisemitismo per rendere politicamente corretto il genocidio dei palestinesi.
Invitiamo chiunque a osservare la mappa al link e a mobilitarsi per difendere il proprio territorio.

También en castellano

L'articolo Metalli rari: una minaccia per le nostre montagne sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

  •  

Mattie: la discarica perc*lata

 

Ieri ci siamo imbattuti in questa buona notizia che volentieri segnaliamo.

Molto brevemente, Regione Piemonte e Città Metropolitana di Torino volevano realizzare, di concerto con ACSEL, uno stoccaggio di rifiuti contenenti amianto a Camposordo di Mattie, luogo di una preesistente discarica. Erano già partite le valutazioni di impatto ambientale, sintomo della volontà di un’approvazione repentina.

Il 31 maggio Luna Nuova ha fatto percolare la notizia prima che potessero farlo i liquami contaminati, vanificando in tal modo l’effetto sorpresa.

Una mobilitazione dal basso contro l’avvelenamento del territorio ha spinto sui comuni interessati dal progetto e soci della stessa ACSEL, portando al gioioso epilogo di ieri: dopo 3 ore e mezza di assemblea i sindaci all’unanimità hanno rispedito il progetto al mittente.

L’abbiamo scritto più volte, ne siamo convinti e lo ribadiamo: la mobilitazione non è fatta di sole sconfitte.
Appuntiamolo a memoria: ogni tanto si vince, oggi una volta in più.

L'articolo Mattie: la discarica perc*lata sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

  •  

Riflessioni sulla morte di tre ragazzi nel fiume Natisone

In passato ci siamo occupati di sicurezza in montagna a proposito del crollo del ghiacciaio della Marmolada. All’epoca abbiamo fatto delle riflessioni che a nostro avviso hanno una valenza più generale, e possono essere applicate ad altre situazioni in cui ci si approccia ad ambienti naturali o semi-naturali. Torniamo ora sull’argomento in seguito a un episodio che ha riempito le cronache, verificatosi alcuni giorni fa a Premariacco, nel Friuli orientale, sul greto del Natisone. In breve: tre giovani (due ragazze e un ragazzo) sono stati sorpresi dalla piena del fiume mentre si trovavano su un ghiaione normalmente frequentato come spiaggia e, presi dal panico, sono rimasti bloccati per una decina di minuti mentre il livello dell’acqua e la forza della corrente aumentavano rapidamente, fino ad essere sommersi e poi trascinati nella forra a valle.

 

Ad oggi sono stati recuperati i corpi delle due ragazze, e sono ancora in corso le ricerche del corpo del ragazzo. Il modo in cui i media stanno parlando dell’episodio è molto simile a quello in cui era stato affrontato l’episodio della Marmolada: da un lato c’è la colpevolizzazione dei giovani, con punte di crudeltà insostenibili, una miscela micidiale di carogneria da paese e di cinismo da social. Dall’altro la ricerca di un capro espiatorio istituzionale (la protezione civile, i vigili del fuoco, il sindaco, il 118, il 112…), insomma la via giudiziaria alla risoluzione dei problemi. Qualcuno ovviamente propone interventi securitari, come il divieto di avvicinamento al fiume a prescindere; qualcun altro invece si frega le mani prefigurando appalti per la “messa in sicurezza” del luogo. La cosa che quasi nessuno dice, invece, è che la leggerezza con cui i tre ragazzi si sono mossi è conseguenza della non conoscenza del territorio, che a sua volta è conseguenza dell’interruzione della trasmissione orale di tale conoscenza. C’è stato un tempo, che nel Friuli orientale è finito intorno alla metà degli anni ottanta, in cui i paesi situati vicino ai fiumi vivevano di e sul fiume. Nel fiume si pescava e si raccoglieva la legna dopo le piene, i contadini in estate di sera facevano il bagno per lavarsi via il sudore e la polvere, i ragazzini passavano l’estate a tuffarsi e nuotare.  Tutti sapevano quali erano i punti pericolosi, e soprattutto *quando* erano pericolosi. Si sapevano leggere i segni di una piena in arrivo, si teneva d’occhio il livello e il colore dell’acqua. Cose che non si sapevano per scienza infusa, ma perché da piccoli te le insegnavano i grandi. La gente affogava anche allora, sia chiaro, ma c’era una consapevolezza del rischio che ora manca. I bei tempi non ci sono mai stati, lo diciamo sempre. Il punto è che non ci sono nemmeno adesso, non ci sono *soprattutto* adesso. Per un paio di decenni le rive dei fiumi sono diventate non-luoghi, o luoghi da cuore di tenebra. E dopo 20 anni di oblio si è cominciato a parlare di “riscoperta” e di “valorizzazione” (che, ricordiamolo, significa “messa a valore”), è arrivato il tempo dei luoghi pittoreschi, poi diventati “instagrammabili”, decontestualizzati dall’ambiente naturale e antropico circostante; il tempo in cui si può progettare una “Premariacco beach” su un ghiaione che si trova tra lo sbocco di una forra e l’ingresso della forra successiva, un luogo tranquillo e sicuro per gran parte dell’anno, sì, ma pericolosissimo in occasione di piogge abbondanti nelle montagne retrostanti.

Come per la montagna, si è persa la consapevolezza che il letto di un fiume è un ambiente naturale che presenta dei rischi, che non possono essere eliminati o tenuti sotto controllo, ma possono essere conosciuti e valutati di volta in volta. In generale, si dimentica una cosa che dovrebbe essere ovvia: nessuna autorità può garantirci l’incolumità di fronte a un fenomeno naturale, per il semplice fatto che autorità e fenomeni naturali sono concetti che appartengono a piani discorsivi e di realtà distinti. Questa amnesia, se ci si pensa, è alla base anche dell’antropizzazione scriteriata delle aree prossime ai fiumi, con le conseguenze su vasta scala che stiamo sperimentando sempre più spesso.

L'articolo Riflessioni sulla morte di tre ragazzi nel fiume Natisone sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

  •  

Portarsi sempre dietro Wikipedia

National Forest Service, Public domain, via Wikimedia Commons

Improvvisamente un blackout colpisce tutta la vostra zona. Le luci si spengono, gli elettrodomestici smettono di funzionare, presto anche i dispositivi a batteria si scaricheranno… Da bravi prepper avete sicuramente delle scorte e dei sistemi alternativi per cuocere e conservare il cibo, ma Internet non funziona, neanche da cellulare. Finalmente riuscite a prendere la linea con la vostra compagnia elettrica che vi risponde “non sappiamo quando riusciremo a ripristinare il guasto”. E ora?

Siete in viaggio in treno o in aereo. Il Wi-Fi che dovrebbe funzionare come pubblicizzato è estremamente lento, costoso e in definitiva irritante. E voi avete davanti a voi ancora 9 ore prima di arrivare a destinazione…

Non vedete l’ora di isolarvi nella vostra bella casetta al mare o in montagna. Un vero paradiso, alimentata a pannelli solari e batterie, pozzo e impianto di depurazione dell’acqua. Niente telefoni, niente internet, a malapena arriva la radio FM. Bellissimo no? Certamente, finché non ti accorgi che il libro che volevi portare è rimasto a casa…

Al giorno d’oggi avere accesso all’informazione di qualità (es. agli articoli di questo sito, ai forum specialistici, ecc) è una necessità difficile da ignorare. Ma nessuno dice che questo accesso debba necessariamente dipendere da Internet! Ecco allora il motivo di quest’articolo: come accedere alla più vasta fonte di informazioni su Internet, anche senza avere neanche uno straccio di connessione dati, completamente offline!

Wikipedia è la più grande e completa enciclopedia del mondo. Ogni giorno, ogni ora, migliaia di volontari da ogni parte del globo aggiungono, correggono e modificano innumerevoli articoli (sapevi che si può ascoltare il suono delle modifiche a Wikipedia?) producendo una mole di dati, citazioni, riferimenti e contenuti mai eguagliata. Ma Wikipedia ha anche tra le sue caratteristiche quella di essere votata a rendere l’informazione (di qualsiasi tipo) liberamente disponibile a tutti, facendo campagne per l’alfabetizzazione, per attirare volontari in paesi dove la censura ha un controllo sulle informazioni, e tanti altri progetti di questo tipo.

E tra le altre cose Wikipedia rende gratuitamente disponibili per essere scaricati tutti i contenuti di tutti i suoi progetti, in maniera che siano utilizzabili per ogni scopo, compresa la consultazione offline.

Va bene, ma allora di cosa abbiamo bisogno per consultare Wikipedia offline? Anzitutto di un semplice programma, gratuito e disponibile per moltissime piattaforme (Windows, MacOS, Linux, Android…) chiamato Kiwix.

Requisiti

Avremo anche bisogno di un supporto dove scaricare il database che effettivamente contiene tutti gli articoli di Wikipedia. Sono files molto grandi dell’ordine di decine o centinaia di GB, quindi io consiglio una pennetta USB abbastanza capiente (128 GB dovrebbero essere più che sufficienti) e di mettere in conto un po’ di tempo per scaricare il tutto. Non è una cosa che vorremmo fare all’ultimo minuto con la connessione dati del nostro telefono no? Sennò che prepper saremmo…

Il nostro scopo è quindi quello di creare una pennetta USB con dentro non solo il contenuto di Wikipedia (nella lingua e nel formato che ci interessa) ma anche il software per leggerlo, senza il bisogno di averlo già installato da qualche altra parte. Possiamo anche creare una pennetta con Kiwix per tutti i vari sistemi operativi, in modo tale che qualunque computer/telefono abbiamo a portata di mano possa diventare un reader per Wikipedia, anche se non lo abbiamo preparato prima!

Andiamo quindi alla pagina dei download di Kiwix e scarichiamo la versione che ci serve, a seconda del nostro sistema operativo:

Windows:

  • Andiamo sulla pagina https://kiwix.org/en/applications/ e dal menu a tendina selezioniamo “Windows”
  • Ci sono varie opzioni, alcune più avanzate di altre (PWA, link diretto da Microsoft Store, ecc). Noi invece clicchiamo sul tasto “Download” (quello con il Kiwi e la palla, per intenderci) e scarichiamo il file .zip
  • Una volta scaricato lo estraiamo sul dispositivo USB e saltiamo alla prossima sezione!

Linux

  • Andiamo sulla pagina https://kiwix.org/en/applications/ e dal menu a tendina selezioniamo “GNU/Linux”
  • Per il nostro scopo (un’installazione realmente portatile) clicchiamo su x86-64bit binaries e scarichiamo il file .appimage
  • Copiamolo sul dispositivo USB e diamogli i permessi di esecuzione (il modo più semplice e’ farlo tramite terminale con il comando chmod a+x kiwix-desktop_x86_64_2.3.1-4.appimage)
  • Saltiamo alla prossima sezione!

MacOS

  • Andiamo sulla pagina https://kiwix.org/en/applications/ e dal menu a tendina selezioniamo “IOS & MacOS”
  • Ci viene proposto il link per scaricarlo direttamente dall’App Store di Apple, facilissimo!
  • Saltiamo alla prossima sezione!

Scaricare Wikipedia!

Il modo più semplice per scaricare la versione di Wikipedia che vogliamo tenere sempre con noi è andare su https://library.kiwix.org/ 

Perché dico “la versione”? Perché in realtà ci sono molte versioni di Wikipedia: a partire da quelle nelle varie lingue, con o senza immagini, ecc. 

Oltretutto possiamo scaricare anche più versioni diverse e non solo Wikipedia: navigando su https://library.kiwix.org/ ci sono moltissime altre risorse che si possono scaricare e leggere offline, dategli un’occhiata!

Per il nostro esempio, abbiamo deciso di scaricare Wikipedia in Italiano quindi selezioniamo dai menu a tendina “Italiano” come lingua e “Wikipedia” come categoria. 

Vedremo subito che i primi tre risultati sembrano identici, a parte la dimensione. Questo perché Wikipedia mette a disposizione tre diverse “versioni” dell’archivio: 

  • Maxi: con immagini e articoli completi (la più grande, circa 23GB)
  • Mini: senza immagini e solo con le introduzioni ad ogni articolo (la più piccola, circa 10.45GB)
  • Nopic: completa ma senza articoli (circa 10.63GB)

Decidiamo per motivi di tempo di scaricare la versione “nopic”: clicchiamo sul tasto blu “Download – 10.53GB” e dal popup che compare clicchiamo su “Direct

Nota: come avrete intuito ci sono altre possibilità: scaricare altre versioni, altre lingue, altre tipologie di libri come Wikibooks o anche iFixit, scaricare tramite Torrent ecc. Se siete un pochino più smaliziati, sperimentate!

Una volta scaricato il file .zim lo copiamo sulla nostra pennetta USB, insieme al programma Kiwix che abbiamo scaricato prima.

Finalmente, leggiamo qualcosa!

  • Apriamo la cartella sulla nostra pennetta USB dove abbiamo salvato Kiwix ed eseguiamolo (dipende dal vostro sistema operativo, ad es. in Windows dobbiamo fare doppio click sul file kiwix-desktop)
  • Si aprirà una schermata abbastanza vuota, non scoraggiamoci, clicchiamo sull’icona “apri” in alto a destra e selezioniamo il file .zim che abbiamo appena scaricato e salvato sulla pennetta (wikipedia_it_all_nopic_2024-06.zim nel mio caso)
  • Appena aperto ecco che ci si presenta Wikipedia! Forse non proprio la stessa pagina iniziale a cui siamo abituati (non c’è una home page ma direttamente una lista delle categorie) ma possiamo comunque cercare, sfogliare, navigare, e così via. Tutto velocemente, gratis e senza bisogno di nessun collegamento a Internet!

Nei prossimi articoli:

  • Oltre Wikipedia: quali altre risorse?
  • Concetti avanzati: pennetta multipiattaforma, Kiwix portable, Kiwix server
  • Kiwix per i prepper!
  • Alternative a Kiwix

L'articolo Portarsi sempre dietro Wikipedia proviene da Associazione Italiana Preppers.

  •  

TROVATE IN CINA DELLE MUMMIE SEPOLTE NEL DESERTO IN BARCHE

Nel 1990, centinaia di corpi mummificati furono trovati sepolti in barche in un’inospitale area desertica nella regione autonoma uigura dello Xinijang, nel nord-ovest della Cina. Conosciute come le mummie del bacino del Tarim, ora sono state esaminate geneticamente e gli scienziati hanno ristretto le origini delle misteriose mummie. I risultati sono piuttosto sorprendenti.

I corpi e gli abiti delle mummie sono sorprendentemente intatti nonostante risalgano a 4.000 anni fa e sono stati scoperti nel bacino del Tarim nello Xinjiang. I lineamenti del viso e il colore dei capelli sono visibili, essendo stati naturalmente preservati dall’aria secca del deserto.

Le mummie furono scoperte sepolte in bare a forma di barca ricoperte di pelli di mucca. Accanto a loro c’erano i segni di una società agricola: prodotti alimentari come grano, orzo e formaggio, nonché bestiame come pecore, capre e bovini.

Avevano l’aspetto di stranieri provenienti da una terra straniera perché erano alti, portavano cappelli di feltro di lana e stivaletti di cuoio, e alcuni di loro avevano i capelli biondi. Tuttavia, i genomi di 13 mummie risalenti a 4.000 anni fa, straordinariamente conservati, non erano migranti che portavano la tecnologia dall’Occidente, come si supponeva in precedenza. Uno studio sul DNA delle mummie rivela che si trattava di gente del posto con profonde radici nella zona.

In uno studio pubblicato sul Nature Journal , i ricercatori hanno analizzato i dati genetici raccolti dalle mummie. Risalgono al 2.100-1.700 a.C. e hanno rivelato la provenienza delle persone.

Sembrano essere le reliquie di un’antica popolazione scomparsa in Eurasia dopo l’ultima era glaciale, ancestrale delle popolazioni indigene che vivono oggi in Siberia e nelle Americhe.

In foto una donna dell’età del bronzo mummificata naturalmente, che fu sepolta a Xiaohe nel bacino del Tarim.

Gli individui distanti 400 chilometri l’uno dall’altro, alle estremità opposte del bacino del Tarim, avevano un DNA simile a quello dei fratelli. Anche se le mummie erano gente del posto che non si era sposata con i pastori migranti nelle vicine valli montane, non erano culturalmente isolate. Già 4000 anni fa avevano abbracciato nuove idee e culture: indossavano abiti di lana tessuta, costruivano sistemi di irrigazione, coltivavano grano e miglio non autoctoni, allevavano pecore e capre e mungevano il bestiame per produrre formaggio.

Sebbene lavori precedenti abbiano dimostrato che le mummie vivevano sulle rive di un’oasi nel deserto, non è ancora chiaro il motivo per cui furono sepolte in barche ricoperte di pelli di bestiame con remi in testa – una pratica rara che non si trova da nessun’altra parte nella regione e forse meglio associato ai Vichinghi.

Secondo lo studio, il gruppo era nella zona da qualche tempo e aveva una distinta discendenza locale, che confutava le teorie secondo cui si trattava di pastori della regione meridionale del Mar Nero russo, dell’Asia centrale o dei primi agricoltori dell’altopiano iraniano.

Christina Warinner, autrice dello studio, professoressa di antropologia all’Università di Harvard e leader del gruppo di ricerca presso il Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, ha dichiarato in una dichiarazione: “Le mummie hanno affascinato a lungo sia gli scienziati che il pubblico sin dalla loro scoperta originale. Oltre ad essere straordinariamente conservati, sono stati ritrovati in un contesto molto insolito e presentano elementi culturali diversi e lontani”.

I ricercatori hanno anche affermato che è possibile che una popolazione sia geneticamente isolata ma anche culturalmente cosmopolita.

Oltre a esaminare i genomi sequenziati dai resti di cinque individui del bacino di Dzungarian più a nord nella regione autonoma uigura dello Xinjiang in Cina, i ricercatori hanno anche esaminato i dati genetici delle mummie più antiche del bacino del Tarim, che risalgono a un periodo compreso tra 3.700 e 4.100 anni. . Risalenti tra 4.800 e 5.000 anni fa, sono i resti umani più antichi rinvenuti nella regione

L'articolo TROVATE IN CINA DELLE MUMMIE SEPOLTE NEL DESERTO IN BARCHE proviene da Giubbe Rosse News.

  •  

Biafra, Tito, la Nazionale: gli anniversari geopolitici del 13 gennaio

1847 – Il Trattato di Cahuenga conclude la guerra messicano-statunitense in Alta California.  La relazione tra Golden State e Messico è unica nel panorama dei rapporti tra il nostro vicino meridionale e gli Stati a stelle e strisce, travalicando la cultura, la storia e la demografia. Dal 1999 il Messico è il maggior partner commerciale di […]
  •  

Rivolta di Palermo, Operazione Vistola-Oder, terremoto di Haiti: gli anniversari geopolitici del 12 gennaio

1848 – Scoppia la rivolta di Palermo contro la corona borbonica, il primo dei moti europei del 1848. L’insurrezione portò all’indipendenza dell’intera isola siciliana per circa 16 mesi.  In particolar modo, la Sicilia libera è fondamentale per la pace nel Mediterraneo. Scrive Di Natale: «Mussolini, nel suo tentativo anacronistico di ricostituire l’impero romano, pensò di […]
  •  

La “guerra al terrorismo” dell’Iran è un messaggio a Usa e Israele

L’Iran entra direttamente nel conflitto allargato in corso da più di tre mesi in Medio Oriente. Ma lo fa in nome della «lotta al terrorismo», includendo tra i suoi obiettivi siriani e iracheni teatri non mediorientali, come il Pakistan e il Balucistan, finora non coinvolti nella guerra che si combatte dal Mediterraneo al Golfo, dalla Mesopotamia […]
  •  

Come si dominano i fondali

Per la versione integrale della carta, scorri fino a fine articolo. La carta inedita a colori della settimana è dedicata al dominio dei fondali marini, su cui giacciono le reti energetiche e delle telecomunicazioni. L’infografica illustra l’articolato dispositivo militare indispensabile a ottenere la supremazia negli abissi e di conseguenza la protezione delle reti strategiche, dai gasdotti ai cavi Internet. Il know-how […]
  •  

CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA

Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?

Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta.
Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana.
Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.

Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran.
La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…

Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro.
L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga.
In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.

L'articolo CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA proviene da Giubbe Rosse News.

  •  

Assoprovider Campania, eventi formativi e networking a Torre Del Greco

Networking, eventi formativi e nascita di nuove collaborazioni e progetti. La sede campana di Assoprovider, all’interno dell’incubatore La Stecca a Torre del Greco, in provincia di Napoli, si evolve, trasformandosi in uno spazio polifunzionale, autogestito e autofinanziato da 8 soci di Assoprovider “Avevamo dato vita a questo progetto pilota delle sedi regionali di Assoprovider, che […]

L'articolo Assoprovider Campania, eventi formativi e networking a Torre Del Greco proviene da Assoprovider.

  •  

🔍🌎 Il mondo questa settimana: Russia, Etiopia-Somalia, Ecuador, Coree

LA PAX AMERICANA ALLA PROVA DEL MAR ROSSO [di Federico Petroni] “Gli attacchi alla navigazione nel Mar Rosso stanno mettendo in discussione una delle unità di misura della potenza dell’America, forse la più importante: la protezione delle rotte marittime. Questa è la posta in gioco dei raid aerei lanciati dagli Stati Uniti la notte dell’11 gennaio contro il governo yemenita […]
  •  

Il Grande Gioco nel Maghreb

L’Algeria torna in campo? Il Grande Maghreb (i cinque paesi del Nord Africa) è un puzzle di dimensioni variabili, il cui numero di tessere cambia continuamente. Per molto tempo è stata la Francia a deciderne i contorni. Contorni che alla vigilia delle indipendenze non erano ancora definiti e che nuovi giocatori, ognuno con il proprio tassello, hanno provato a plasmare. La partita inizia a […]
  •  

Il Sudafrica accusa Israele di genocidio al Tribunale internazionale dell’Aia e altre notizie interessanti

ISRAELE DAVANTI AL TRIBUNALE INTERNAZIONALE DELL’AIA  Al Palazzo della Pace dell’Aia, di fronte alla Corte internazionale di giustizia (Cig), Israele si appresta a rispondere in due udienze alle accuse di “genocidio” verso la popolazione della Striscia di Gaza. L’istanza mossa il 29 dicembre 2023 dal Sudafrica ha generato una forte indignazione nello Stato ebraico, custode della memoria della Shoah […]
  •  

Blinken incontra Abu Mazen in Cisgiordania, l’Ecuador sprofonda nel caos e altre notizie interessanti

BLINKEN IN CISGIORDANIA  Dopo aver incontrato ieri il primo ministro di Israele Binyamin Netanyahu, il segretario di Stato Usa Antony Blinken si è recato a Ramallah (Cisgiordania) per intrattenere colloqui con il leader dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Maḥmūd ʿAbbās, meglio noto come Abu Mazen. L’alto funzionario americano è stato accolto nel capoluogo della West Bank da diversi contestatori inneggianti slogan pacifisti, […]
  •  

📺 L’Iran nella guerra in Medio Oriente. I rapporti di Teheran con Hezbollah, Hamas e Huthi

Gli omicidi mirati in Siria e Iraq e l’attentato al cimitero di Kerman durante la commemorazione per l’anniversario della morte del generale Soulemaini. Le dinamiche geopolitiche interne e regionali dal punto di vista iraniano. In studio Nicola Pedde e Alfonso Desiderio. Rivedi la puntata sul nostro canale YouTube. Mappa Mundi è prodotta da Gedi Visual e Limes, […]
  •  

Bologna, 17 gennaio: Le intelligenze dell’intelligence

Mercoledì 17 gennaio, a Bologna si terrà la presentazione del numero 11/23 “Le intelligenze dell’intelligence“. Intervengono: Federico Petroni, consigliere redazionale di Limes e coordinatore didattico della Scuola di Limes. Giorgio Cuscito, consigliere redazionale di Limes.  Modera: Fabrizio Talotta, presidente di Geopolis. L’incontro è realizzato in collaborazione con Sala Borsa e Associazione Geopolis. L’appuntamento è alle h18 in Sala Borsa, Piazza del Nettuno 3, Bologna. Ingresso […]
  •  

La carenza di missili per l’Ucraina, le dimissioni della premier di Francia e altre notizie interessanti

GUERRA D’UCRAINA  Il portavoce dell’Aeronautica militare dell’Ucraina Jurіj Іgnat ha ammesso pubblicamente la carenza (quasi esaurimento) di missili guidati antiaerei per fronteggiare il lancio di missili e droni della Federazione Russa su tutto il territorio nazionale. Le dispute politiche interne a Stati Uniti e Unione Europea hanno ritardato nelle ultime settimane l’erogazione di vitali forniture […]
  •  

Il tour di Blinken in Medio Oriente, il ricovero segreto di Austin e altre notizie interessanti

BLINKEN IN MEDIO ORIENTE  Il segretario di Stato Usa Antony Blinken è volato negli Emirati Arabi Uniti per cercare una soluzione alla guerra tra Israele e Ḥamās (Hamas) che sta infiammando la regione. Prima di recarsi nello Stato Ebraico, durante il suo tour di cinque giorni in Medio Oriente il capo della diplomazia americana incontrerà anche gli omologhi di Arabia […]
  •  

Carta: Le linee delle rivendicazioni di Pechino nel Mar Cinese Meridionale

Per la versione integrale della carta, scorri fino a fine articolo. La carta inedita a colori della settimana è dedicata alle rivendicazioni di Pechino nelle acque del Mar Cinese Meridionale. La mappa fotografa la “linea dei dieci tratti”, con cui la Repubblica Popolare Cinese si arroga il diritto di esercitare la propria sovranità su gran parte dello specchio d’acqua conteso. La Cina continentale presenta diverse rivalse […]
  •  

Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

L'articolo Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché) proviene da Giubbe Rosse News.

  •  

IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

L'articolo IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’ proviene da Giubbe Rosse News.

  •  

LA CATABASI IMPERIALE

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

L'articolo LA CATABASI IMPERIALE proviene da Giubbe Rosse News.

  •  

LA GUERRA PERDUTA

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

L'articolo LA GUERRA PERDUTA proviene da Giubbe Rosse News.

  •  

Greta, Vanessa, Daniele e le Brioches di Maria Antonietta

neeero

2014-07-31. Siria – Aleppo –

C’é una casa ad Abzimu, una piccola località ad ovest di Aleppo verso Idlib. E’ la casa del capo del consiglio rivoluzionario locale. Questa casa é il luogo di riferimento di tre italiani giunti ad Aleppo da poche ore: Daniele Raineri, un giornalista de Il Foglio, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, due cooperanti volontarie fondatrici del progetto Horryaty.

-il post é stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale-

DANIELE RAINERI

Daniele é un reporter spesso presente in zone a rischio . Non é la prima volta che entra in Siria da quando sono iniziati i conflitti ed é stato proprio lui a portare le ragazze alla casa del capo del consiglio rivoluzionario.
Daniele parla l’arabo ed é in contatto col Free Syrian Army, la principale forza della coalizione anti-Assad che nei suoi articoli appoggia apertamente (tanto che in alcune occasioni ha pubblicato notizie anti-Assad poi rivelatesi infondate).

GRETA RAMELLI E VANESSA MARZULLO

Greta e Vanessa sono due attiviste del volontariato internazionale con qualche esperienza sul campo: Greta studia scienze infermieristiche; é  volontaria presso l’”Organizzazione Internazionale di soccorso (Croce Rossa o Mezzaluna Rossa che dir si voglia); nel 2011 ha passato quattro mesi in Zambia come volontaria tra i malati di AIDS e nel 2012 ha assistito per tre settimane la popolazione degli slum di Calcutta. Vanessa studia mediazione linguistica e culturale, mastica un po l’arabo ed é pure lei volontaria presso l’Organizzazione Internazionale di soccorso.

VANESSA-GRETA02

(L’ASSISTENZA UMANITARIA IN SIRIA)

Prima che scoppiassero i conflitti era presente sul territorio una piccola ma valida rete caritatevole ed alcune organizzazioni dedite allo sviluppo sostenibile che dall’inizio della guerra fatica non poco a restare in piedi. Attualmente sono diverse le organizzazioni umanitarie presenti nelle aree di conflitto e nei Paesi adiacenti (Qui un elenco delle associazioni partner UNHCR presenti) con volontari di diverse nazionalità non di rado under 25 che danno un aiuto fondamentale nel mantenere salda la comunità siriana. Molte delle ONG italiane presenti aderiscono alla Piattaforma delle Ong Italiane in Medio Oriente e Mediterraneo, il cui proposito é aiutare e migliorare il coordinamento tra diverse associazioni. La Croce Rossa Italiana, in missione dal 2012, ad aprile 2013 aveva ancora chiesto “[…] alla Comunità Internazionale di accendere i riflettori sul mancato rispetto del ruolo dei soccorritori. Dall’inizio del conflitto sono 17 i volontari della Mezzaluna Rossa Siriana uccisi mentre prestavano opera di soccorso. Una violazione inammissibile”.”

Ci si scontra pure con la burocrazia: le organizzazioni umanitarie hanno il permesso teorico del governo siriano di muoversi liberamente, ma per ogni singolo spostamento bisogna richiedere e riuscire ad ottenere permessi (vedi PDF). Permessi che vanno richiesti con giorni d’anticipo fornendo i dati dei viaggiatori, dei mezzi che utilizzeranno. La richiesta viene fatta passare prima dal SARC , poi dal ministero degli affari esteri, poi ritorna al SARC che preparerà i lasciapassare per i checkpoint (vedi PDF). Questo se tutto fila liscio: le richieste burocratiche a volte diventano particolarmente fantasiose. Le difficoltà implicite nel conflitto e gli inghippi burocratici fanno si che nonostante l’impegno di molti siano numerose le aree che non vengono raggiunte dall’assistenza.

IL PRIMO VIAGGIO IN SIRIA, I CONTATTI ED HORRYATY

Per Greta e Vanessa quello del 2014 in cui sono state rapite non é il primo viaggio in Siria. Nel 2012 il loro interesse ed impegno s’era concentrato sul dramma della guerra civile siriana ed avevano maturato l’intenzione di partecipare attivamente agli aiuti sul campo. Si eran messe in contatto con la comunità dei siriani residenti in Italia (link 1 link 2 link 3) e con l’IPSIA, l’ ONG delle ACLI che si occupa di cooperazione e volontariato all’estero. Prestano aiuto volontario quasi ogni giorno in uno dei primi centri di accoglienza per profughi siriani in Via Novara a Milano, che raggiungono ogni giorno dai loro paesi in provincia di Bergamo ed é probabile che sia stato proprio qui, ascoltando le testimonianze dei profughi che assistono, che hanno maturato la convinzione di schierarsi contro Assad.

Proprio assieme ad un membro dell’IPSIA, Roberto Andervill, nel marzo 2014 avevano raggiunto per la prima volta la Siria in una Missione di sopralluogo passando attraverso il confine turco (822km di pianura, ma la maggior parte dei volontari,giornalisti e combattenti passa attraverso una fascia ben delimitata lunga poche decine di km).

Non ci vuole molto: aereo per Istanbul, si raggiunge il confine siriano con una macchina a noleggio, in treno o con un secondo volo (da Istanbul a Gaziantep c’é quasi un volo ogni ora, per dire). Arrivati sul posto ci si fa aiutare da qualche contatto conosciuto in precedenza che ti aiuta a passare illegalmente il confine con la Siria (o si trova qualcuno disponibile sul posto che lo fa per poche lire).

Roberto svolge missioni all’estero fin dal 1998 (Gaza, Kosovo) e da qualche tempo anche lui era interessato alla Siria. Accompagnati da guardie siriane avevano raggiunto le zone rurali di Idlib dove, “sempre accompagnati e scortati da personale locale, con un alto grado di sicurezza” hanno avuto modo di valutare direttamente la situazione instaurando un primo rapporto con la popolazione locale, stringendo contatti sul posto e rilevando le problematiche presenti in due centri di primo soccorso (personale inadatto e materiali carenti).

10151782_1458546821044342_1635342734_n

Al rientro in Italia Greta, Vanessa e Roberto avevano creato il progetto di assistenza sanitaria Horryaty il cui scopo era portare primo soccorso al Free Syrian Army distribuendo kit di salvataggio destinati ai combattenti anti-Assad e farmaci ai pazienti affetti da malattie croniche. Horriaty non é una ONG o una Onlus ma una semplice associazione di fatto tra tre persone che organizzavano manifestazioni e raccolte fondi.

IL SECONDO VIAGGIO

Già al rientro in aprile avevano pianificato di ritornare subito in Siria. Questa volta però Roberto non sarebbe potuto venire perché non poteva assentarsi nuovamente dal suo lavoro di fabbro. Contattano Rosamaria Vitale, medico chirurgo conosciuta al centro di accoglienza di Via Novara, presentandole il progetto e chiedendole di venire anche lei in Siria. Rosamaria trova le ragazze preparate e molto interessante il progetto: “Gli obiettivi erano stati messi a punto dopo aver effettuato un’analisi attenta dei bisogni del territorio in cui il progetto si sarebbe attuato, nelle zone rurali di Idleb. Si diceva che il 50% dei medici era fuggito all’estero, molti altri erano stati uccisi ed imprigionati, strutture mediche ed ospedali erano stati distrutti dai bombardamenti. Tutto estremamente realistico. Nella missione che avevano effettuato precedentemente erano state evidenziate le cure più urgenti e le carenze mediche alle quali si sarebbe potuto sopperire. Gli obbiettivi erano due. Primo: attivare un corso di primo soccorso fornendo il materiale necessario. Secondo: garantire ai malati di patologie croniche l’accesso alle giuste terapie” Per vari motivi però Rosaria deve rinunciare a collaborare al progetto. Le avrebbe invece affiancate Daniele , giornalista de Il Foglio che condivideva le loro posizioni a favore del Free Syrian Army.

Scopo del secondo viaggio era organizzare e spedire dalla Turchia alla Siria un container con quei beni di prima necessità e medicinali difficilmente reperibili cui durante il primo viaggio avevano osservato la mancanza nei centri di primo soccorso. Prendono tutti i contatti necessari, scoprono dove e come procurarsi il materiale necessario. Trattano sui prezzi. Chiedono alle aziende di donare qualcosa. Alla fine riescono a riempire e far arrivare in Siria un container con beni di prima necessità come cibo, medicinali comuni, quasi una tonnellata di latte in polvere e i sudati medicinali rari.

10325759_1475721849326839_1609713344967594400_n

(LE COALIZIONI IN LOTTA)

Nel caos siriano é possibile vedere almeno quattro coalizione opposte tra loro ognuna delle quali lotta contro le altre ed é formata da diverse forze e formazioni armate:

REPUBBLICA ARABA DI SIRIA (GOVERNO ASSAD / ALAWITI / SCIITI / NAZIONALISTI / SOCIALISMO ARABO) Composta da: Esercito siriano (laico), Shabiha (volontari alawiti), Forza Nazionale di difesa (laico, multireligioso), Brigate Ba’ath (paramilitari alawiti e sciiti), Jaysh al-Sha’bi (paramilitari alawiti e sciiti), Brigata al’Abbas (paramilitari sciiti), Pasdaran iraniani (sciiti), Khazali (paramilitari sciiti), Hezbollah (nazionalisti sciiti), Resistenza Siriana (marxisti nazionalisti), Jaysh al-Muwahhideen (drusi), FPLP (nazionalisti marxisti palestinesi), Guardia Nazionalista Araba (milizia volontaria nazionalista pan-arabista), altri gruppi filogovernativi. Le forze governative sono supportate da Russia, Iran, Corea del Nord, Iraq. Indirettamente anche da Cina, Venezuela, Bielorussia, Algeria.

COALIZIONE NAZIONALE SIRIANA (RIBELLI / SUNNITI / JIHADISTI) Composta da: Free Syrian Army (laici), fronte al-Nusra (jihadisti sunniti affiliati ad al-Quaeda), Fronte Islamico (jihadisti sunniti finanziati dall’Arabia Saudita), Esercito dei Mujaheddeen (coalizione di diversi gruppi ribelli sunniti, jihadisti e no). La coalizione é supportata da USA, Turchia, Arabia Saudita e Quatar. Indirettamente anche da Regno Unito e Francia.

L’ISIS Lo Stato Islamico (jihadisti sunniti) ha fatto parte della Coalizione Nazionale Siriana fino al 3 gennaio 2014, dopodiché ne é uscito per proseguire un piano di conquista tutto suo.

IL COMITATO SUPREMO CURDO Formato da YPG (esercito curdo di tendenza socialista), Pashmerga (volontari curdi iracheni), PKK (rivoluzionari socialisti / irredentisti curdi), altre formazioni.

syriagraphic02

(GLI OBIETTIVI DELLE COALIZIONI)

Senza addentrarci troppo nei perché e nei percome di questo conflitto si può solo riassumere in maniera un po sbrigativa che:

  • I ribelli vogliono abbattere il governo Assad ma non si sa bene con cosa lo sostituirebbero (si teme purtroppo una sorta di ’79 iraniano di stampo sunnita e jihadista)
  • Le forze governative vogliono riappropriarsi del territorio e mantenere al potere la minoranza allawita-sciita.
  • I curdi difendono i loro territori storici (pur mirando sempre ad uno stato curdo che unisca il proprio popolo diviso tra Turchia, Siria ed Iraq) .
  • L’ISIS mira alla formazione di un nuovo califfato indipendente ed autosufficiente che comprende (per il momento) ampie aree di Siria ed Iraq.

(IL FREE SYRIAN ARMY)

Il Free Syrian Army, la forza armata che Greta, Daniele e Vanessa sostengono, é formata dai disertori dell’esercito governativo. Dispone di circa 100.000 uomini ed é il principale membro della Coalizione nazionale siriana (anti-Assad). Appoggia il Consiglio nazionale siriano in esilio. Viene supportata da USA, Francia, Turchia, Regno Unito, Qatar ed Arabia Saudita. La Lega Araba, così come l’Italia riconosce il Consiglio Nazionale Siriano in esilio anziché Assad e quindi si può quasi dire che di conseguenza si riconosce nelle posizioni del F.S.A.  Anche se il Free Syrian Army é una formazione laica, si trova in coalizione con formazioni jihadiste e sono già stati osservati all’interno del Free Syrian Army personalità filo-jihadiste (qualcuno parla di “infiltrati”). I rapporti tra i diversi membri della coalizione sono a dir poco tesi, nonostante facciano fronte comune.

fda6f3e9964d40a590b79405c7268562

(VOLONTARIATO NON NEUTRALE)

Daniele, Greta e Vanessa, quindi, non sono andati in Siria a portare semplice aiuto umanitario a tutti ma si sono schierati con i ribelli, contro Assad e contro l’ISIS. Il fatto di non essere neutrali né imparziali é una chiara scelta politica cui é possibile muovere diverse critiche ma per fare un esempio opposto Emergency porta le sue cure sia agli aggrediti che agli aggressori ed é a sua volta criticato per il fatto di “aiutare il nemico. Che si sia schierati o si sia neutrali, insomma, piovono comunque addosso critiche.

http://berryripe.com/wp-content/uploads/2013/03/healthcare-in-syria.jpg

IL TERZO VIAGGIO E IL RAPIMENTO

Partite a fine luglio, anche stavolta accompagnate da Daniele. Impiegano i primi giorni a passare il confine turco e raggiungere Aleppo. Prima ancora di mettersi in viaggio, attraverso i loro contatti siriani residenti in Italia ed ai contatti sul territorio conosciuti nel primo viaggio, avevano già programmato di partecipare ad un corso per civili e militari sui componenti del kit di primo soccorso e il loro utilizzo.

03052014-Syria-Aid

31 Luglio. E’la quarta notte dall’arrivo in Siria. Greta e Vanessa sono arrivate oggi ad Aleppo  e sono ospitate nella casa del capo del consiglio rivoluzionario locale. Daniele no: passerà la notte in un’altra casa distante 25 chilometri a sud, appartenente ad un ex soldato delle forze speciali di Assad.

Le ragazze sono in casa da poche ore, quando arrivano due macchine con alcuni uomini a volto coperto che le prelevano, le bendano e le portano via. Gli uomini parlano poco. In inglese.

Alle cinque del mattino, nella casa in cui sta Daniele, qualcuno batte dei colpi alla porta. Sono due siriani: “Hanno sequestrato le due italiane. Stanno cercando anche te”. Chi ha rapito Greta e Vanessa ha chiesto informazioni su Daniele. I ribelli organizzano una macchina ed una scorta per Daniele e lo portano di corsa verso il confine turco. Un’ora dopo aver passato il confine chiama la Farnesina per informare dell’accaduto, che gli impone riserbo totale.

LA NOTIZIA

La notizia del rapimento giunge in Italia, ma il silenzio imposto dalla Farnesina ed il mancato legame delle due ragazze alle principali ONG ed Onlus riduce le uniche informazioni immediatamente disponibili alla sola pagina Facebook del progetto Horriaty.

Diverse testate riportano la notizia nei seguenti termini:
1) TAG: #ragazzine #rapite #Siria #volontarie #impreparate
2) FOTO: alcune foto pubblicate sulla pagina Facebook di Horryaty in cui le due ragazze si abbracciano allegramente o sorridono con la bandiera siriana in mano
E’ su questa notizia che si raccoglie l’ *indignazione di tre giorni* del momento, e su cui confluisce il solito circo di voci grosse e indignate

LA PRIGIONIA

Nel frattempo Greta e Vanessa restano in mano dei loro rapitori. Cambiano cinque o sei volte il luogo di prigionia, pur restando sempre nel nord della Siria. Gli spostamenti avvengono in macchina con le ragazze incappucciate. I carcerieri non sono mai gli stessi. Sono sia uomini che donne. Si presentano a volto coperto non rivelando né la propria identità né la fazione d’appartenenza. Greta e Vanessa non subiscono alcuna violenza fisica; quasi non vengono toccate (“solo una volta ci hanno afferrato per un braccio… Dovevamo stare in silenzio…”) Non vengono mai minacciate di morte. Non sentono notizie su altri sequestrati. Ricevono poco cibo e soffrono la fame. Pur non sapendo chi siano i rapitori capiscono che non si tratta dell’ISIS ma non escludono si tratti di al-Quaeda. Uno dei carcerieri farfugliava qualcosa in inglese. Nell’ultimo periodo di prigionia hanno avuto l’impressione che i carcerieri avessero qualche simpatia o vicinanza con al-Nusra

Durante i cinque mesi di prigionia intanto sono uscite diverse voci contraddittorie su chi le avesse rapite. Si é parlato di una vendita delle ragazze da un gruppo ad un’altro.

IL VIDEO

Il 31 dicembre 2014 compare su Youtube un video in cui si vedono Greta e Vanessa abbigliate con chador dinnanzi a un muro bianco. Vanessa regge un foglio con la data “17/12/14 Wednesday” mentre Greta legge un breve messaggio in inglese in cui fa appello allo Stato italiano.

1420098559-012147203-c57091ce-635a-4d1a-b19a-d7675563a645

LA LIBERAZIONE

Il 16 gennaio 2015 viene diffusa la notizia della liberazione di Greta e Vanessa. Da un account Twitter ritenuto vicino ai ribelli siriani giunge la notizia che sarebbe stato pagato un riscatto di 12 milioni di dollari.

LE REAZIONI DELL’OPINIONE PUBBLICA

La notizia del pagamento del riscatto rimbalza sui social network e riaccende l’ *indignazione di tre giorni* del momento. La chiacchera sul riscatto é ancor più accesa di quella avvenuta al momento del rapimento ed ha polarizzato le solite posizioni:

a destra vigono la massima disinformazione ed i peggiori rigurgiti di infamie ed offese impronunciabile verso le due ragazze. L’episodio viene amplificato e sfruttato politicamente come mezzo per attaccare il governo in carica alimentando l’indignazione della SMIF (vedi sotto)

a sinistra é in atto una difesa a spada tratta delle due ragazze, dipinte come eroiche eroine che si lanciano sprezzantemente in gesti nobiltà (minimizzando sullo scarso supporto organizzativo delle due)

La parte più impressionante del flame generato dalla notizia della liberazione dietro riscatto é al solito la valanga di insulti, bufale, insinuazioni e dichiarazione inique provenienti non solo dalla Solita Massa di Indivanati Forcaioli (SMIF) , ma pure da noti esponenti politici (ad esempio Salvini e Gasparri) e  giornali  (in particolare Libero, Il Giornale e Il Fatto Quotidiano) che hanno pubblicato testi assolutamente vergognosi lanciandosi in rozze e grottesche insinuazioni sulle due ragazze.

Lecito porsi dubbi sull’intenzionalità dell’affondo quando proviene essenzialmente da chi ha tutto l’interesse nello sfruttare qualunque argomento per colpire il governo in carica (guarda caso in questa descrizione rientrano proprio Salvini, Gasparri, Libero, il Giornale e Il Fatto Quotidiano) ma qui non ho granché voglia di perdere tempo a discutere degli interessi di costoro.

bel

Faccio solo un breve appunto a titolo d’esempio su questo articolo in cui Maurizio Belpietro, con la scusa di parlare di #GretaeVanessa: 1) Sfotte il ministro degli esteri, 2) Semina dubbi su TUTTE le ONG, 3) Semina insicurezza “deducendo” da un articolo de Il Fatto Quotidiano che se i Carabinieri intercettano dei siriani residenti in Italia ci deve per forza essere una rete di supporto finanziario ai jihadista (che però chiama genericamente “combattenti islamici” dimenticandosi che molti combattenti islamici combattono proprio contro i jihadisti), 4) Dà per appurato che i rapitori fossero di Al-Nusra (“una banda vicina ad Al Qaeda” – forse é anche vero, ma Belpietro non ha elementi per dichiararlo con certezza), 5) Attacca le ragazze perché aiutavano i combattenti (il che é interessante se detto da Belpietro che ha sempre attaccato Emergency per il fatto di non essere schierato e curare chiunque), 6) Sminuisce la rete di contatti di Greta e Vanessa chiamandoli semplicemente “amici” come se parlasse di scolaretti, 7) Parla esplicitamente di tagliagole senza avere elementi per sapere  se i rapitori fossero milizie dell’ISIS o meno, come se desse per scontato il binomio siriano=tagliagole, 8) Semina dubbi sulle capacità dei Carabinieri (senza specificare cosa, secondo lui, avrebbero dovuto fare), 9) Semina insicurezza dando per scontato che siano stati i contatti italiani ad “agevolare” (sic.) il sequestro della “fiorente industria dei rapimenti” (ma senza avere elementi per affermarlo), 10) Semina odio religioso dando per scontato che qualunque miliziano, se mussulmano, é un boia. Per finire attacca nuovamente il governo attraverso la figura del ministro Gentiloni, dipingendo una situazione di insicurezza nazionale “(la gente che aiuta i combattenti l’abbiamo in casa)” ed incapacità economica (i soldi dei contribuenti).

Peccato che l’articolo sia un concentrato di idee pregiudiziali non dimostrate e insinuazioni, il cui unico risultato a lungo termine é diffondere insicurezza e rabbia verso il governo, infischiandosene del fatto che i jihadisti italiani sono pochi, e del fatto che il governo Berlusconi (tanto amato da Belpietro) pagò diversi riscatti durante la guerra in Iraq.

Lungo e penoso elencare tutte le schifezze lette e sentite in questi giorni. Devo però far notare che nel documentarmi per questo post ho faticato non poco nel reperire alcune informazioni dovendo navigare tra decine di articoli e pagine letteralmente sommersi di insulti, infamie, frecciatine e ipotesi non documentate spacciate per fatti conclamati. Sembra di tornare indietro di secoli, quando “giornalai” francesi pubblicavano osceni libercoli che davano sfogo alla rabbia popolare attribuendo alla nobiltà (in particolare modo Maria Antonietta) ogni genere di sconcezza.

libelle

DIETRO LE QUINTE

Ben poco é dato sapere su quel che riguarda i “dietro le quinte” del rapimento. Come sempre in questi casi. Forse sapremo tutto tra qualche anno. Forse non lo sapremo mai. Forse sappiamo già tutto quel che c’é da sapere ma non riusciamo a distinguerlo dai depistaggi (voluti) e dalle minchiate sparate da giornalisti/blogger/commentatori/sedicenti esperti/signori nessuno. Personalmente ritengo plausibile che il governo italiano abbia pagato 12 milioni di dollari di riscatto ma bisogna comunque tener conto del fatto che non c’é alcuna conferma né del pagamento, né della cifra, né della natura dei sequestratori. Giacomo Stucchi, presidente del Copasir afferma semplicemente che la liberazione ha richiesto “una contropartita” senza specificare di che natura. Ci sono conferme e ritrattazioni sull’ importo di 12 milioni che per qualcuno sarebbe esagerato e per altri no. A queste condizioni ogni affermazione é pura speculazione.

ALCUNE CONSIDERAZIONI

Erano troppo giovani?
– La giovane età é un non-argomento: sono maggiorenni e libere di prendere le proprie decisioni.
– Gran parte dei volontari presenti in Syria ha meno di 25 anni, esattamente come i foreign fighters
– Se così fosse, perché nessuno dice alcunché sui volontari di età avanzata?
-Ci sono trenta/quarantenni cui non affiderei alcun compito di responsabilità mentre ci sono sedici-diciassettenni con le gambe in spalla decisamente più affidabili.
– Vogliamo elencare le centinaia di migliaia di diciottenni brufolosi che si arruolano negli eserciti di mezzo mondo, giusto per fare un esempio?
– A vent’anni, se puoi essere abbastanza sveglio per sparare a un nemico puoi esserlo anche per fare l’infermiera.
– Greta e Vanessa erano abbastanza mature? Chi le ha conosciute dice di si mentre chi, come me, non le conosce, non ha elementi per discuterne (no: un pugno di foto tratte da Facebook e illazioni di giornali schierati e di propaganda come Libero, il Giornale e Il Fatto Quotidiano non sono elementi utili).

Erano inadatte?
– Avevano abbastanza esperienza per partecipare ad un’azione umanitaria, ma non sufficiente esperienza di zone di guerra
– Non avevano supporto logistico dall’Italia
– Non disponevano di un’assicurazione
– Non si sa quanto fossero affidabili i loro contatti locali.
– Le “inesperte” Greta e Vanessa si trovavano con l’esperto Daniele però che é scampato al rapimento per puro caso. Se avessero rapito pure lui le ragazze sarebbero state comunque etichettate come “inesperte”?

Se la sono andata a cercare?
– Sapevano a cosa andavano incontro.
– Che abbiano avuto coraggio, imprudenza, impeto giovanile o stupidità é solo un fatto loro.
– Se il meccanismo de “se la sono andata a cercare” fosse valido bisognerebbe accusare di “irresponsabile stupidità” anche i vigili del fuoco volontari che si lanciano tra le fiamme per salvare gente imprigionata, tutti coloro che non abbassano la testa di fronte ai soprusi delle mafie e i giornalisti che indagano su argomenti rischiosi.
– “Se la sono andata a cercare” lo dicono i codardi, quelli che non ci mettono mai la faccia e non sanno comprendere lo spirito di sacrificio e l’impegno per valori più alti e umani.

Ben gli sta / dovevano restare in Italia?
– NO: avevano un progetto per fare del bene e l’hanno portato avanti con le loro forze. Hanno tatto bene a farlo? SI. L’hanno fatto come andava fatto? NO.
– Citando Gianni Rufini, “Non è necessario seguire le regole di chi dell’aiuto umanitario ha fatto un mestiere. Anzi, quando il gioco si fa veramente duro gli umanitari si ritirano mentre gli attivisti restano, magari come scudi umani, a costo della vita. In questo loro coraggio, nella loro grande generosità si deve leggere il valore delle loro azioni”
– Il meccanismo per cui se chi mi circonda sta bene di conseguenza starò bene pure io é banalmente il più conveniente sotto ogni punto di vista.
– Il principio per cui chi si mette in gioco per portare aiuto é meno nobile di chi s’imbarca in un’azione militare non risponde a logica.
– Buffo notare come le persone che più insistono nel colpevolizzarle per il fatto d’esser andate in Siria siano proprio LE STESSE che ripetono “gli extracomunitari non dobbiamo accoglierli in Italia ma aiutarli a casa loro”.
– Buffo notare anche che queste persone siano pure LE STESSE che alzano la voce in difesa “dei due Marò”, indifferentemente dall’assassinio di due pescatori in cui sono coinvolti.

Aiutavano i Jihadisti
– NO: superavano il Free Syrian Army che é laico ma che si trova a dover far fronte comune proprio con i jihadisti. Hanno supportato cioè l’unica forza laica tra quelle che si ribellano ad Assad (con l’eccezione dei curdi che però vivono una situazione a parte)
rte

RISCATTO SI O NO

Eh! Bel dilemma! Umanamente sono contento che siano salve e non m’importa della cifra. Strategicamente non però non si può negare che il pagamento del riscatto sia un tremendo autogol in quanto servirà a finanziare gruppi armati jihadisti e/o criminali generici.

La stagione dei sequestri in Italia é finita anche grazie al blocco dei beni dei sequestrati (anche se non tutti sono d’accordo a riguardo) impedendo di fatto il pagamento del riscatto. Ma se i grandi sequestri italiani sono avvenuti sempre e solo a causa di gruppi criminali interessati un rapido finanziamento, la situazione mediorientale é più complessa.

Il problema dei sequestri in questi contesti é che, anche se la maggior parte avviene per motivi economici, qui possono avvenire anche per motivi politico/ideologici/propagandistici.
A livello mondiale vi sono due approcci al problema: americani e inglesi sono per la linea dura, mentre tutti gli altri, pur non ammettendolo apertamente, pagano sottobanco.
APPROCCIO “SI PAGA”
Se sei di un Paese che paga per liberare i suoi cittadini é più probabile che tu venga rapito per motivi economici in quanto vieni visto come una sorta di salvadanaio ambulante. Il rapimento in questo caso é semplicemente una questione di finanziamento mascherata da atto politico. Il problema é che ogni pagamento di riscatto trascina con sé polemiche infinite: i servizi segreti pagano con fondi neri o attraverso manovre atte a “nascondere” il trasferimento di denaro. I governi negano il pagamento e tergiversano sull’argomento della trattativa. La piazza brontola perché le proprie tasse “vanno al nemico”. L’opposizione userà la notizia del pagamento per attaccare il governo. Anche quando un sequestro si risolve tragicamente l’opposizione userà ciò per attaccare il governo.
Il governo può trovarsi in ogni momento nella situazione di dover pagare cifre milionarie per un qualunque signor X che voleva documentare la guerra al fronte e si sia ritrovato in soggiorno forzato in qualche scantinato jihadista.
Anche se il tuo governo paga per i riscatti non é che passare mesi in mano di fondamentalisti islamici sia proprio una vacanza e quindi se sei cittadino di un Paese che paga i riscatti e vuoi recarti in aree a rischio ti devi arrangiare a pararti il culo e sperare che ti vada bene: potresti essere decapitato per propaganda o esser rilasciato per denaro.
APPROCCIO “NON SI PAGA”
La storia recente c’insegna che in aree di guerra si rapiscono comunque cittadini inglesi ed americani. Si rapiscono per seminare insicurezza, per propaganda (le decapitazioni), per disperdere le energie che il nemico spenderà nelle ricerche, come arma di ricatto e negoziazione, come merce di scambio e perché spesso alla fine qualcuno che paga c’é sempre (le assicurazioni). Visto che il tuo Paese ha deciso che la strategia vale più della tua esistenza, se sei cittadino di un Paese che non paga i riscatti e vuoi recarti in aree a rischio ti devi arrangiare a pararti il culo e sperare che ti vada bene: potresti esser decapitato per propaganda o usato come merce di scambio.
L’approccio migliore al problema non é tanto discutere in maniera generica o ideologica sul pagare/non pagare perché l’approccio cambia a seconda dei sequestratori e delle loro reali intenzioni. Al momento tutti pagano perché non é umanamente né politicamente accettabile la perdita di una persona in questa maniera. Per quanto duro possa risultare ritengo tuttavia che se applicato in maniera più ampia, l’approccio “non pagare” potrebbe dare alcuni frutti, ma perché ciò avvenga servirebbe (1) una totale coordinazione tra le diverse nazioni (se per ogni Paese che non paga ce ne fosse uno che paga i sequestri non si fermerebbero) e (2) la pubblicazione di quanto osservato dalle forze d’intelligence riguardo la natura dei sequestri già passati ed al successivo utilizzo dei fondi per permettere ad analisti ed opinione pubblica di avere un’idea più chiara di cosa avviene dietro le quinte. Se la prima parte della proposta é difficile (già adesso l’ONU non riconosce il pagamento di riscatti ai terroristi ma aggirare tale regola é facile e nessuno reclama), la seconda é quasi impossibile poiché nessun governo vuole ammettere di aver “calato le braghe”. Non va nemmeno dimenticato che qualunque informazione proveniente dalle intelligence, per sua stessa natura, va analizzata con sospetto. Tuttavia ritengo che solo un approccio più trasparente sulla questione potrebbe permettere un discorso sensato.

Ciò non toglie che i sequestri politici/propagandistici/dimostrativi continuerebbero nonostante tutto.

In questo momento frasi come “il mio Paese non paga” / “il mio Paese paga solo con medicinali e pacchi di cibo” / “il mio Paese ha sborsato millemila miliardi per salvare una persona” hanno il solo valore di chiacchiera che copre il vero lavoro dei servizi.

In sostanza: se si riuscissero a soddisfare i due punti proposti (COOPERAZIONE INTERNAZIONALE e TRASPARENZA), ben venga il “non pagare” anche se ciò non eliminerà tutti i sequestri e le uccisioni. Finché ciò non si realizza la scelta migliore é pagare, pagare e pagare.

la-brioche

“SE NON HANNO PANE, CHE MANGINO BRIOCHES!”

Il lato più preoccupante della vicenda é la conferma di come la discussione pubblica sia ormai sostituita da banali impulsi d’indignazione che impediscono ogni seria riflessione ed analisi su qualunque argomento (vedi il caso Marò: nonostante l’eccezionale lavoro di documentazione di Marco Miavaldi, la SMIF e la propaganda li hanno trasformati immeritatamente in eroi e addirittura vittime).

Pubblico questo post a pochi giorni dalla liberazione delle due ragazze. Il trend #GretaeVanessa si é affievolito. Tra qualche giorno succederà qualcos’altro e la SMIF metterà in atto una nuova tre giorni d’indignazione dimenticandosi pian piano delle due ragazze rapite.

Quel che so per certo é che in questo marasma la “storia” che rimarrà nella memoria della #ggente non sarà quella ricostruita dai fatti documentati ma la versione gretta fatta di bufale, di insulti e di risentimento verso le due ragazze. La storia che resterà attaccata é quella di “due ragazzine svampite che han voluto giocare le crocerossine e si son fatte abbindolare da jihadisti conosciuti su Facebook e ai cortei con cui poi han pure fatto sesso durante la prigionia mentre s’ingozzavano di cibo“.

Impossibile non notare come questo ritratto sia un perfetto condensato di stereotipi ben radicati ed abusati nato da un primo nucleo (femmine che non fanno cose da femmine, femmine che s’interessano di cose da maschi, femmine che dovrebbero pensare a frivolezze perché a quell’età DEVONO essere frivole, ragazzine che non sanno cosa stanno facendo, ragazzine che non capiscono il mondo) il quale, con la molla dell’ indignazione economica (“ci sono costate 12 milioni”) é stato poi ampliato con la pura denigrazione (sono dalla parte dei jihadisti, trasportavano materiale bellico, facevano sesso con i loro rapitori, sono ingrassate durante la prigionia).

Un perfetto concentrato di stereotipi ha sostituito la realtà

Mi é tornato in mente Nerone, che ancora pochi giorni fa qualcuno mi ha descritto semplicemente come “quello dell’incendio”. [Di tutti gli eventi della sua esistenza, l’unico che viene ricordato dalla #ggente é quello che gli attribuisce la colpa dell’incendio di Roma del 64. Non importa sapere che vi furono diversi incendi sia prima che dopo di lui. Non importa sapere che Nerone partecipò in prima persona ai soccorsi organizzandoli efficacemente. Non importa sapere che la storiografia dell’epoca é stata espressa da molti detrattori di Nerone. Non importa sapere che Nerone sfruttò l’incendio per accusare i cristiani e secoli dopo i cristiani insistettero sulla versione opposta. Non importa sapere che gli storici lo assolvono completamente. L’immagine del tiranno pazzo che da fuoco alla sua stessa città e che suona la lira tra le fiamme é talmente forte da sostituire la realtà.]

Poi mi é tornata in mente nuovamente Maria Antonietta: i suoi detrattori le versarono addosso talmente tanto marciume ingiusto che le é rimasto addosso. Tanto che ancora oggi la #ggente é convinta che pronunciò davvero quella stupida frase. Non importa quanto gli si faccia notare che venne pronunciata ben quattordici anni prima che Maria Antonietta nascesse: Maria Antonietta che suggerisce stizzita alla gente in protesta di ripiegare sulle brioches é un’immagine talmente efficace da sostituire la realtà.

Forse tra qualche tempo bisognerà fare delle scelte prendendo decisioni importanti. Come sempre in questi casi si valuterà attingendo alla propria esperienza e conoscenza del mondo.  Quanto saranno valide le decisioni di chi ha una conoscenza del mondo falsata da racconti che hanno sostituito la realtà?

2222

  •  

L’invasione delle Ultrabufale

fakenews2

C’é una scena molto inquietante nel film Interstellar. In un futuro prossimo il protagonista, ex pilota NASA, si trova a dover discutere con gli insegnanti della figlia adolescente poiché quest’ultima contraddice (portando testi e foto) la sua insegnante di storia che, coerentemente col programma scolastico ed al libro di testo “ripulito dalla vecchia propaganda governativa”, sostiene che le missioni Apollo furano una montatura realizzata per portare l’Unione Sovietica al fallimento

https://youtu.be/U7X1ntOgL70

Sbufalare loschi figuri privi di competenze e credenziali o personaggi dello showbiz impreparati che portano avanti strane teorie indimostrate e  prive di fondamento scientifico é già di per sé un’impresa laboriosa, ma cosa accade quando sono proprio le fonti “DI PESO” a diffondere ed alimentare le bufale come i Big dell’industria dell’informazione o enti pubblici (come nella scena di Interstellar)?

Avviene una sorta di ribaltamento in cui il fruitore di giornali, canali televisivi e portali d’informazione d’importanza nazionale guarda con sospetto chi gli propone una lettura dei fatti diversa da quella più comunemente diffusa.

OH, THE IRONY! 

MJ-Awesome-Inverted-Colors-michael-jackson-11693918-978-480

Anni ed anni a sbufalare le “teorie alternative” diffuse da blog strampalati per poi accorgersi che nel frattempo i più importanti mezzi d’informazione si son pian piano trasformati in produttori di clickbait su modello di TzeTze e le indagini giornalistiche, i reportage più completi e le inchieste più complesse son sempre più relegate a riviste minori e blog di singoli giornalisti volenterosi.

Per fortuna la situazione non é poi così drammatica ed il mondo attuale non é una (ancora) distopia huxleyana da “noi contro loro” / “informazione autonoma contro disinformazione pubblica”, ma che i grandi mezzi d’informazione stiano viaggiando a braccetto con il modello acchiappaclick non é certo un mistero per nessuno.

Piaccia o meno l’infotainment (Information+entertainment) é il modello che va per la maggiore: alla descrizione dei fatti viene preferito il racconto di storie (e quindi ci dev’esser sempre un buono ed un cattivo), il gossip vien fatto permeare ovunque sia possibile (dalla politica alle questioni ambientali) ed appagare i lettori/spettatori vien ritenuto più importante della completezza ed imparzialità dell’informazione.

I modelli televisivi in stile Le Iene in cui il compito di “spiegare come funzionano le cose” viene affidato a presentatori tv, attori, cantanti ed ex cabarettisti, sostituiscono pian-piano il giornalismo investigativo ed il reportage (quante volte abbiamo sentito che “Si, fanno un po ridere MA DICONO LA VERITA'” ?)

A questo punto si potrebbero citare innumerevoli esempi di bufale (mai rettificate) diffuse dai pezzi grossi dell’informazione ma l’elenco sarebbe inutilmente lungo e noioso (rimando al ben più attivo ed aggiornato Disinformatico) ed é certamente più interessante notare come sempre più spesso capita di dover controbattere ad una notizia incorretta o faziosa diffusa da questi pezzi grossi con informazioni molto più precise e meglio documentate recuperate sul blog personale di qualche giornalista poco conosciuto (a questo proposito basta osservare come diverse fonti presenti nella Cronistoria del Movimento Cinque Stelle siano blog sconosciuti al grande pubblico che però contengono analisi ed informazioni ottimamente documentate ma irreperibili sui big dell’informazione). Ecco che s’avverte un aspetto ironico, ossia quello di trovarsi apparentemente nella stessa posizione del fuffologo (complottista, ufologo, sciachimista, naturopata, agopunturista, vegan, omeopata ecc) che prova a combattere una “verità ufficiale” con informazioni provenienti da fonti che il grande pubblico non ha mai sentito. Per fortuna le cose non stanno proprio così (vedi sotto).

Perché avviene ciò? Perché la buona informazione fatica ad esistere, schiacciata dall’informazione superficiale, faziosa o addirittura dalle bufale? Un primo motivo é forse l’inasprirsi dell’atroce dilemma.

L’ATROCE DILEMMA

epa01091308 Russian President Vladimir Putin enjoys fishing on the Khemchik River in Republic of Tuva 15 August 2007.  EPA/DMITRY ASTAKHOV RIA NOVOSTI/KREMLIN POOL

I mezzi d’informazione richiedono redazioni e modelli di distribuzione e ciò significa costi. Costi che creano un atroce dilemma:

– Se il mezzo d’informazione ha alle spalle una forza politico/industriale/economica in grado di garantirne la sicurezza economica dovrà sottostare ai suoi diktat e veti (per non parlare dei casi in cui il “mezzo d’informazione” é puramente un megafono-emanazione della forza che lo sostiene)

– Se invece  il mezzo d’informazione non ha alle spalle una forza politico/economica in grado di garantirne la sicurezza economica diventa schiavo degli inserzionisti pubblicitari e dovrà generare un elevato numero di visualizzazioni ed ecco quindi che “Rihanna con le tette al vento”, “Premio Nobel afferma di aver visto un UFO” e “I dieci gattini più pucciosi dell’anno” diventano le principali notizie che sorreggono economicamente la redazione (e non quel noioso articolo di otto pagine su una complicata legge pubblicata in fondo alla pagina)

Lo spostamento dell’informazione sul web, l’avvento dei servizi di raccolta di news che diffondono le notizie gratuitamente (o perlomeno i titoli, ossia ciò che il 90% dei lettori si limita a leggere di un’articolo) e la moltiplicazione dei servizi d’informazione hanno causato un notevole calo dei profitti all’industria dell’informazione, rendendola sempre più schiava di questo atroce dilemma (che esiste da quando é nato il giornalismo moderno).

PESCA AL CLICK

Abstract background on risk business concept, metaphor to small fish being in danger among many hooks.

Esistono decine di soluzioni-compromesso (penso al Fatto Quotidiano ed a il Giornale, che a volte sono più interessanti ed affidabili negli articoli in secondo piano che in quelli principali), soluzioni miste, esperimenti e modelli in abbonamento che tentano di muoversi tra i paletti di questo atroce dilemma, tuttavia, ovviamente, é il modello più immediato e facile (il clickbait) ad aver avuto il maggior successo.

In poche parole i mezzi d’informazione, se non sono finanziati da forze politico/economiche che devono assecondare, sono talmente impegnate a produrre notizie “che vendono” da relegare la produzione di informazione di qualità alla volontà dei singoli giornalisti.

Si potrebbe qui aprire un’intero capitolo a parte sui mezzi d’informazione “di parte” che hanno tutto l’interesse più a generare climi emotivi che a fornire informazioni corrette, ma per brevità ci si limiterà a far osservare come certi mezzi d’informazione insistano particolarmente su certe notizie riproponendo certi schemi oppure si dimenticano o sminuiscono certe notizie, a volte spostando l’attenzione su altre notizie ed a volte ribaltando completamente il senso di ciò che dicono.

NON C’E’ NESSUN “NOI CONTRO LORO”

cards

In un panorama tanto frammentato, dove la buona informazione si trova a lottare con i gattini pucciosi, le fette della soubrette e le notizie faziose che il caporedattore vuole in prima pagina, proporre una visione manichea del tipo “blogger contro stampa” sarebbe stupido ed infantile.

L’informazione fatta bene c’é ma bisogna saperla cercare e questo costa fatica: le notizie che raggiungono l’utente/lettore/spettatore sono solo voci unidirezionali che vanno verificate, analizzate, confrontate ed incrociate con altre notizie. La prima cosa da capire é che per trovare la buona informazione bisogna ritornare nell’ottica che non sono le notizie a doverci raggiungere ma dobbiamo essere noi ad andarcele a cercare. Ciò costa tempo e fatica ma col tempo permette di costruirsi una propria rete d’informazioni che, anche se incompleta e non infallibile, permette perlomeno di uscire dalla semplice propaganda unidirezionale.

METODO, METODO, METODO!

4-large-top-10-most-commented-articles-of-2012

Una volta capito che siamo noi a dover fare il primo sforzo per informarci si dovrà necessariamente accettare che non esistono fonti inattaccabili: tutte le fonti sbagliano, tutte peccano di un qualche tipo di parzialità e tutte devono essere vagliate. L’importante quindi non é affidarsi a questa o a quella fonte, ma sviluppare e mettere in atto un proprio metodo per analizzare logicamente la notizia interessata: imparare a distinguere le opinioni dai fatti, scavare a fondo quando una notizia viene raccontata in maniera superficiale, imparare a placare gli eccessi emotivi, a dar a Cesare quel che é di Cesare, distinguere le notizie dalla propaganda, capire che comprendere il contesto ampio in cui la singola notizia é inserita permette di calibrarne meglio la sua importanza, ma soprattutto bisogna capire che ciò che maggiormente ci impedisce d’accedere ad un’informazione più aderente alla realtà, sono i nostri schemi mentali precostituiti ed i nostri pregiudizi.

Questa é la grande differenza tra chi attinge a fonti d’informazione disparate ed un fuffologo che millanta teorie che non stanno né in cielo né in terra: una continua ed attenta analisi logica delle informazioni, una critica costante a qualunque fonte con conseguente verifica della stessa ed assenza di totem inconfutabili.

  •  

Per star benone bevi acqua e limone!

999228_429113160544900_168171718_nPREMESSA

Premesso che: gli agrumi fanno bene per quel che ne sappiamo potrebbero anche avere proprietà che ancora ignoriamo.

 TREND NATURALISTA DEL MOMENTO

Una delle mode salutiste del momento attualmente più in voga, (moda che ciclicamente si rinnova con pratiche sempre nuove e sempre uguali come come l’utilizzo sfrenato di Aloe Vera, le diete a base di frullati, le bacche di Goji, il Quigong, il Reiki, il ritorno di fiamma Omeopatico di fine anni ’90, le manie sul tipo di acqua minerale,  le bevande detossificanti, la dieta tisanoreica) é la pratica del “curarsi col limone“, venduta come “la doccia interna mattutina”.

La posologia é la seguente: al mattino, appena alzati, a stomaco vuoto, bersi un bel bicchiere di acqua tiepida con succo di limone (possibilmente fresco, Bio, al giusto grado di maturazione), almeno mezz’ora prima di fare colazione. Detto questo diverse fonti citano alcune varianti sui metodi d’assunzione: si va dal mezzo succo di limone in un bel bicchiere d’acqua, sempre, tutti i giorni al variare la quantità di limonenel bicchier d’acqua aumentandolo gradualmente fino a raggiungere la quantità-limite che può andare dai tre ai sette limoni, per poi calare nuovamente fino a ritornare ad un limone singolo. Oppure ci sono le varianti come acqua calda, limone e miele. Tutti i siti che promuovono la cura del limone fanno attenzione a raccomandare di non abusarne, consci del fatto che un’assunzione eccessiva di acido citrico potrebbe essere dannoso.

EFFETTI PROMESSI

detail4-640x360Gli effetti che tale metodo promette, sono: rafforzare il sistema immunitario, bilanciare il pH, facilitare la perdita di peso, aiutare la digestione, stimolare l’evacuazione, pulire la pelle, disintossicare l’organismo (AAAARGH! Le fantomatiche “Tossine invisibili”), neutralizzare attacchi di iperacidità, curare cistiti e tumori, Influenze, malattie infettive, anemia, nausea, reumatismo, inappetenza, bronchiti, arteriosclerosi, digestioni difficili, scorbutico, insufficienza epatica, diabete, gotta, ipertiroidismo, calcoli renali, vomito, diarrea e tantissimi altri piccoli e grandi disturbi, anche della pelle, oltre ad essere  depurativo, rimineralizzante, vermifugo, cicatrizzante, antipruriginoso, antivelenoso (consigliato contro le punture di insetti), fluidificante del sangue e stimolatore del sistema immunitario.

Basta sfogliare i primi risultati googolando “curarsi con il limone” (link 1, link 2, link 3, link 4 in tutti i casi si tratta di siti di benessere, pro-bio, d’informazione alternativa, portali generalisti, riviste femminili e nemmeno una testata medico-scientifica) per ottenere un elenco quasi infinito di disturbi che la terapia del limone curerebbe, di proprietà energizzanti e capacità stimolanti che il giallo agrume racchiuderebbe.

AH SI? 

shutterstock_178157099Chi scorre l’infinito elenco degli effetti promessi si trova dinnanzi alla necessità di assumere una posizione tra due estremi:

 A) Millenni di studi per risolvere decine di problemi fisiologici, corsi di laurea, rivoluzioni mediche, avanzamenti scientifici, progressi dei metodi di produzione per scoprire che…. che… bastava un limone? (Pasteur… Fleming….  ci spiace… siete stati degli idioti)

B) Chi ha o crede di avere un problema fisiologico comune é praticamente certo che questi sia già incluso tra quelli che la “cura del limone” promette di “aiutare a risolvere”. C’é trippa per ogni tipo di gatto! Insomma: questa storia del limone sa tanto di pifferaio magico.

 In realtà nella maggioranza dei casi avviene una cosa diversa: lavorando sul DUBBIO e sul SENSO DI BISOGNO DI MIGLIORAMENTO, la maggior parte delle persone finisce per l’adottare la linea C, ossia un accoglimento speranzoso: “Non lo so ma, se lo dicono tutti, qualcosa di bene lo farà!”, oppure “Non farà miracoli ma di certo aiuta” che é proprio il tipo di meccanismo che mira ad ottenere chi promuove le mode salutiste del momento.

 UNA CONSIDERAZIONE 

Assumere liquidi fa bene. Se non sono freddi é meglio. Se contengono principi nutritivi utili (Vitamina C) meglio ancora. In sostanza la “cura del limone” é una pratica tuttalpiù innocua (se non se ne abusa, ovviamente) che può esser praticata senza problemi da chiunque non soffra di gastrite. E’ pur vero che esistono attualmente studi promettentiriguardo l’utilizzo di Vitamina C nel trattamento dei tumori, tuttavia la presenza di determinate proprietà curative degli agrumi o del bere liquidi al mattino non é ciò su cui verte questo articolo: gli argomenti d’interesse sono altri ed esposti qui di seguito.

 HEY! QUI PARTE LA NOSTRA STORIA…

Come la maggior parte dei diversi trend naturalisti degli ultimi vent’anni, anche questo non nasce dal nulla ed ha una storia ed origine ben precisa. In questo caso si tratta di un libro:
Ossia un comune e banale libricino di “salute e benessere” dall’apparenza del tutto innocua. Ma al buon intenditore scattano subito ben 3 ( TRE ) campanelli d’allarme. Cominciamo dal secondo punto : il libro é pubblicato dalle “Edizioni Macro“, ossia uno dei gruppi editoriali italiani leader nel settore paranormale (alcuni titoli: Il segreto delle ere, Enoch-il primo libro del mondo, figli di matrix, dominare il mondo, regno di felicità, il progetto segreto della tua anima, il segreto della guarigione quantica // un giro su Macrolibrarsi.it sfogliando il solo elenco delle categorie trattate dalla Casa Editrice dà una buona idea dell’inclinazione della stessache pubblica insomma qualsiasi sciocchezza spirituale / complottista / misticheggiante da quattro soldi.

Da qualche anno Macro si é specializzata sempre più nella pubblicazione di libri del filone “salute e benessere” (partecipò anche all’ondata promozionale dell’ “Aloe Vera” dei primi anni 2000), e qui si tocca il primo punto d’allarme, ossia quella spiritualità salutista che é diventata da diversi anni l’ambiente che maggiormente ha accolto ed integrato in sé tutta la fuffa spiritualeggiante che fino a qualche fa era maggiormente legata a movimenti new-age, movimenti spirituali orientaleggianti e medicina alternativa apertamente dichiarata (negli anni ’60 ci si faceva di Lsd tenendo sottobraccio il libro tibetano dei morti, nei ’70 ci s’infervorava per qualche strano movimento religioso, negli anni ’80 ci si gettava nel mito della perfezione fisica attraverso il fitness sfrenato o nei residui del decennio precedente, nei ’90 s’abbracciava il revival New Age e dagli anni 2000 ci si getta a testa bassa nella spiritualità salutista). A prova di ciò basta sfogliare con attenzione alcune riviste salutiste di buona diffusione per rendersi conto di quanto sia inzuppato di fuffa spiritualeggiante l’ambiente del salutismo.

A titolo d’esempio si riporta una copertina in cui son stati evidenziati con un cerchio i titoli puramente magico / paranormale / antiscientifici e con un quadrato titoli neutri che però assumono tutt’altro tono proprio in presenza dei titoli cerchiati.

lamPartendo quindi da: un’argomento ad alto rischio fuffa (la spiritualità salutista) ed una casa editrice ad alto tasso di buffonaggine, il passo successivo, prima di giungere al terzo punto, é cercare di salvare il salvabile cercando di capire chi sia  Simona Oberhammer, l’autrice di “Curarsi con il limone“, e verificare se ha competenze mediche valide.

 HEY, MA IL LIMONE SI USAVA PRIMA CHE ARRIVASSE LA OBERHAMMER

Vero, ci sono diversi esempi di utilizzo del limone come ingrediente terapeutico sia in antichità che in tempi recenti. Tuttavia non é difficile osservare come gli utilizzi terapeutici risalenti a tempi antichi scientificamente convalidati vengono utilizzati anche oggigiorno (fonte di vitamina C / blando antibatterico / rimedio antidiarroico ) mentre le “proprietà” prive di evidenza scientifica, siano esse provenienti da usi tradizionali o da naturopati privi di preparazione scientifica, rimangono nell’aura della fuffa salutistico-spirituale proprio perché non v’é alcun indizio che esistano.
Come vedremo più avanti, difatti, il libro della Oberhammer che ha dato slancio all’uso terapeutico del limone, s’inserisce perfettamente in una certa tradizione di spiritualità salutista. In altri Paesi ed in altri anni le pratiche terapeutiche legate al limone sono state propagandate da diversi personaggi con diverse finalità, ma nell’Italia del 2015 é il testo della Oberhammer quello che ha dato maggior slancio alla pratica.

 SIMONA OBERHAMMER

Basta scorrere la bio che pubblica sul suo stesso sito e quella sulla pagina delle edizioni Macro per scoprire che é una naturopata (ossia non ha una preparazione medica riconosciuta ), una ricercatrice indipendente (ossia é una che legge libri, fa cose e vede gente senza che vi sia una verifica scientifica sulla sua attività), nell’ambito delle discipline olistiche ( e qui si entra di brutto nel campo delle “energie vitali”, “fluidi invisibili”, “rapporto mente-corpo-anima”, “flussi di potere”), specializzata in nutrizione e bioterapie (medicine alternative basate su scambio di flussi energetici dai prodotti della natura all’uomo e priva di riscontro scientifico), che ha seguito un percorso (lei non lo scrive esplicitamente ma si tratta ovviamente di un “percorso spirituale”) con una Maestra (anche qui “spirituale”), chiamata Milla Raisse (la “Sorellanza Spirituale”: stavolta é la Oberhammer stessa a specificare “spirituale”), una donna che proveniva da un’antica tradizione di donne (richiamo alla solita fantomatica “antica tradizione” che nessuno conosceva fino a ieri, tipicamente usato per avvalorare una trasmissione maestro-allievo risalente ad un “tempo mitico” che nessuno sa quando fu).

Detto ciò la Oberhammer elenca alcuni “metodi terapeutici” che avrebbe elaborato, creato, ma soprattutto…. registrato con copyright! Tra questi: “la Via femminile  ® “, “Naturopetia Oberhammer  ®”, “Olosophia  ®”, sistema di intervento olistico, “Disintox  ®”, “Olofem  ®”, programma donna e “Biotipi Olosophici  ®”.
Detto ciò la Oberhammer vive organizzando corsi a pagamento e pubblicando libri (pubblicati solo da Macro edizioni da quel che ci risulta), che si alternano tra due estremi: consigli della nonna (“Vitamina A – I Suoi Grandi benefici”, “La carota”) e blanda spiritualità esoterica (“Discriminazione Spirituale femminile”, “Mi sento bloccata: libera la Pelvi”, “Il linguaggio segreto delle Mani”, “I Simboli del Femminile e del Maschile”) ed un mix degli stessi.
Che Simona Oberhamer NON sia un medico ma una persona che naviga esclusivamente negli ambienti delle SPIRITUALITA’ ALTERNATIVE pare abbastanza chiaro. Non é certo la prima persona a parlare/promuovere la “cura del limone” ma attualmente  in Italia é quella più conosciuta e meglio identificabile: tutti gli altri promotori della “cura” sono perlopiù redattori poco noti (e soprattutto dalle competenze poco note) di siti di spiritualità salutista.

 SPIRITUALITA’ E SUCCHI DI FRUTTA?

SONY DSCL’abbinamento non é per nulla nuovo: seguendo il principio esoterico secondo cui “chi sta in alto deve sparger gocce di luce a chi sta in basso“, non é affatto nuovo per gruppi / movimenti / guru / maestri / giusti farsi conoscere attraverso blande e innocue pratiche caratterizzate però dal possedere in nuce una “goccia” dei princìpi su cui il movimento / maestro si basa.

Se si ragiona un minimo sui collegamenti etico-moral-emotivi tra piccoli disturbi fisiologici, cibo che assumiamo, uccisione di animali, equilibrio interiore e ricerca di calma esistenziale si noterà che non é poi così difficile capire come si possa passare dalla spremuta di ravanelli alla meditazione a digiuno per poi giungere alle energie della mente sul corpo, passando magari attraverso il lodevole suono delle campane tibetane, dalle energie vitali degli abiti colorati, dalle tecniche verbali: tutte pratiche lecite e innocue che però sono spesso usate come via d’accesso a “pensieri altri” che affondano nel puro e semplice paranormale.
Il meccanismo é sempre lo stesso: il gruppo/maestro si promuove attraverso qualcosa di innocuo, semplice ed accattivante (i classici consigli della nonna in fatto di alimentazione, comportamento, regole di vita, oppure attraverso corsi di formazione o test psicologici). Se questo qualcosa apre una breccia in una persona (perché magari ha risolto i problemi di sonno grazie al “metodo X” che consiste nel pianificare meglio le proprie ore di sonno, cambiare materasso e bere una tisana di Eucalipto prima d’andare a dormire) questa magari seguirà più a fondo ciò che il gruppo/maestro diffonde e scoprirà man mano gli aspetti esoterici del meccanismo iniziale (tipo: “L’Eucalipto é la pianta perfetta perché in sintonia con l’universo”).
Detto ciò diviene chiaro come promuovere una banale pratica pulente come l’acqua e limone é facilmente sfruttabile come gradino iniziale di una purificazione del corpo cui debba succedere una purificazione dello spirito. Ciò, va ribadito, non significa certo che “se bevi succo di limone al mattino poi entri in una setta” ma che si tratta di una pratica banale che viene diffusa da persone che applicano a tale pratica princìpi teorici pseudoscientifici cui é bene stare attenti.

 PREMESSA (REFRESH)

Premesso che: gli agrumi fanno bene per quel che ne sappiamo potrebbero anche avere proprietà che ancora ignoriamo.

 I TRE “PUNTI FORTI”

Pur promettendo che la cura del limone possa risolvere decine e decine di problemi/disturbi, pur sostenendo a volte che sia una terapia, a volte che sia un coadiuvante, a volte che serva a prevenire qualcosa ed a volte che “boh, fa bene”, i cavalli di battaglia del giallo agrume assunto al mattino sarebbero tre: (1) disintossicante, (2) drenante dell’intestino e (3) alcalinizzante dell’organismo.

 (1) CHE VUOL DIRE “DISINTOSSICANTE”?

handsome doctor provides medicineQui il discorso é lungo ma, stringendo: “disintossicare”, “espellere le tossine” sono termini medici ABUSATI dal marketing salutista ampliando a dismisura un meccanismo corporeo relativamente poco importante e rivendendolo con un’immagine molto più drammatica di quanto risulti dalle conoscenze mediche. Con lo stesso meccanismo l’acne potrebbe esser descritto come grave quanto un tumore.

Le tossine sono sostanze prodotte da un organismo animale, vegetale o microbico che sono dannose per certe specie.
Alcune sostanze assolutamente innocue per l’uomo come determinate molecole apprezzate ed utilizzate per diverse ragioni (per esempio le molecole che caratterizzano determinati sapori del vino) potrebbero esser tossiche per altre specie.
Le tossine più note sono quelle del Colera, della Difterite, della Pertosse, del Botulino, del Tetano, sello Streptococco, dello Stafilococco, le Microtossine dei funghi, quelle dei veleni animali e vegetali, dell’ E.Coli, della Peste, della Scarlattina, di Shiga.
Il marketing salutista alimenta mescola tossine, ossidi (il fatto che ci siano sostanze “ossidanti” e “anti-ossidanti” ma non si parli mai di “ossidi” é illuminante: il termine é opportunamente legato al termine “ossa” e “ruggine” e quindi se utilizzato da solo, “ossido”, può risultare commercialmente poco efficace. Al contrario “tossine” si vende praticamente da solo) e nanopolveri (sulle quali non v’é ancora certezza scientifica, nonostante diversi indizi facciano supporre una loro responsabilità in diversi disagi fisiologici) parlando genericamente di “sostanze chimiche” caratterizzate dall’essere invisibili, omnipresenti, con una particolare attenzione al cibo, che vengono assimilate dall’organismo attraverso diverse vie (respirazione, ingestione, traspirazione, fino a giungere addirittura allo stress) a cui causerebbero disturbi di diversa natura e che vanno espulsi attraverso pratiche di purificazione che solitamente coinvolgono regimi alimentari particolari e successivamente pratiche di meditazione e Yoga.
[Fallacia logica: se le tossine fossero ovunque dovrebbero esser presenti in egual misura anche nella frutta e verdura -Bio- consigliata per la purificazione del corpo. Le risposte possibili all’osservazione rimandano irrimediabilmente al concetto “la frutta bio é naturale > tutto ciò che é naturale é buono”. A quel punto si può invitare il naturopata in questione a bersi una bella Tisana all’Oleandro]
Per contro la maggior parte delle terapie “disintossicanti” comportano tutta una serie di rischi e controindicazioni tra cui (ma guarda un po’) la distruzione della flora batterica intestinale.

 TERRA AUSTRALIS, OSSIA: NON GETTAR IL BIMBO CON L’ACQUA SPORCA

Schermata 2015-05-19 alle 13.14.45Nelle mappe geografiche realizzate tra il XV° ed il XVIII° secolo compariva, nella parte meridionale del Pacifico, la cosiddetta “Terra Australis Incognita“, un colossale continente ipotetico che all’epoca si supponeva dovesse esistere per bilanciare il peso sul Pianeta della massa continentale Eurasiatica.

Nel XVI° e XVII° secolo nell’area in cui si riteneva esistesse questo megacontinente vennero effettivamente scoperte l’Australia, l’Antartide, la Nuova Zelanda e migliaia di altre isole.
Il fatto che siano state veramente trovate enormi masse di terra laddove la teoria delle “terre che si bilanciano tra loro” supponeva ve ne fossero non toglie che tale teoria sia un’enorme sciocchezza.
Allo stesso tempo rifiutare la teoria dei continenti che si controbilanciano non significa certo negare che l’Australia e l’Antartide esistano!
Ecco, le “tossine” che vengono descritte dal marketing salutista non sono altro che una moderna “Terra Australis”: un pentolone di credenze e verità scientifiche mescolati a casaccio in cui se c’é del buono é gettato alla rinfusa tra un sacco di fuffa.
Ciò che vien venduto é un concetto basato sul nulla, ossia la presenza di fantomatiche “tossine invisibili” che ci rendono “sporchi dentro” e quindi vanno “buttate fuori”.
I rimedi per fare ciò sono talmente tanti e variegati (Acque minerali, frutta sbucciata, bacche di Goji, ananas a nastro, correre, sudare, esporsi al sole, ridere, respirare profondamente, meditare, dieta ricca di fibre oppure priva di carne oppure senza manco una fibra o senza solidi, oppure digiunando o assumendo Vitamina A o B o C o D, attraverso medicinali appositi o spremuta di mirtillo, o respirando particolari vapori o usando certe creme) che vien da chiedersi perché a nessuno sorge il dubbio che il corpo di una persona normale che cammina, mangia sano, respira normalmente e prende il sole non espella già da solo queste fantomatiche tossine invisibili senza il bisogno di cure o diete particolari (NB:  per quanto riguarda la detossificazione vera da tossine visibili e velenose é tutta un’altra storia e te lo fanno solo in ospedale )

 (2) DRENA L’INTESTINO?

Se l’utente finale non é particolarmente colpito dal concetto di “disintossicare l’organismo” potrà forse trovare stuzzicante l’idea che la “cura del limone” aiuti a drenare l’intestino (se il “rimedio-panacea” serve a cose diverse é bene anche che lo faccia attraverso metodi diversi). Peccato che anche questo non sia vero ed anzi, é acclarato che possa invece distruggere la flora batterica intestinale. Un individuo sano non ha bisogno di aiuti esterni per mantenere equilibrati i livelli di flora batterica, intestinale ed elettroliti.

 E IL LIMONE?

Schermata 2015-05-19 alle 13.11.22Il Limone é un frutto che da qualche anno s’incontra spesso tra le cure alternative. Il Limone presenta diverse caratteristiche interessanti sia da un punto di vista pratico che comunicativo/emotivo (ossia: magico) é un frutto ACIDO, profumato, d’uso comune, acquoso, versatile, dissetante, poco calorico, consumabile in piccole quantità, molto vicino all’idea di “acido pulente” (l’acido, assieme all’amaro, sono i due gusti che meglio rispondono nell’effetto placebo: non per niente nei test i placebo “acidi/amari” vengon percepiti come più efficaci). . Proprio a causa di tutte queste sue caratteristiche lo si ritrova spesso abbinato al bicarbonato (altra sostanza “pulente” accettata come “rimedio casalingo” e presente già in testi alchilici – vedi QUI e QUI) e per le cure più disparate, dalla cura di irritazioni cutanee al cancro o come sostituto della chemioterapia (vedi QUI e QUI). Evidentemente l’idea che il Limone abbia proprietà straordinarie deve aver fatto presa, visto che lo si trova citato tanto spesso come “cura alternativa” per qualsiasi cosa, ma mai negli scritti redatti da medici. Tra i precedenti illustri vi sono la Cura Simoncini (ex medico radiato e condannato su denuncia dei suoi pazienti) che curerebbe il cancro col bicarbonato, la cura a base di clisteri di bicarbonato sempre per curare il cancro, la dieta al limone e soprattutto la dieta alcalina, una fantomatica teoria alimentare inventata dalla’ ex medico Robert O. Young, arrestato per abuso della professione medica e truffa e la “Nuova medicina Germanica” del Dottor Hamer (medico radiato dall’albo che pretendeva di curare il cancro con musica, limone e bicarbonato). Diversi siti/riviste che trattano spiritualità salutista propongono da alcuni anniquesta cura del limone, senza però ottenere il successo della Oberhammer (anche questa non é una novità: già in altre occasioni, come ad esempio il boom promozionale dell’Aloe Vera dei primi anni ‘2000, diversi personaggi promuovono una determinata terapia e quando questa ha raggiunto una certa diffusione avviene il botto coinvolgendo magari l’ultimo arrivato tra quelli che ne han voluto cavalcare l’onda, o quello che meglio ha saputo venderla)

Siamo qui al terzo punto d’allarme citato prima: l’utilizzo di frutti di Limone come cura/panacea deve quindi far scattare campanelli d’allarme. Il Limone, insomma, é la Teriaca di questi anni.

 UN SACRIFICIO ACIDO E VITALE

cilice1L’assunzione mattutina e a digiuno di acqua e limone difatti si presta perfettamente a fungere da strumento per un piccolo sacrificio quotidiano, ossia un rituale che comporti un piccolo sforzo che proprio in quanto tale percepito/vissuto di per sé un’atto di purificazione.

Il sacrificio richiede il superamento di una prova ed uno sforzo di volontà. In questo l’acidità del limone risponde perfettamente a tale esigenza: che effetto farebbe sapere che vi é (per esempio) evidenza scientifica dell’utilità medica di assumere ogni mattino a digiuno un cucchiaio di Nutella? Le caratteristiche della Nutella (dolce, cremosa, piacevole al gusto, grassa-oleosa) si scontra con l’idea della purificazione-sacrificio ed anche se vi fosse evidenza scientifica dell’utilità del suo consumo giornaliero pochi ne accoglierebbero la validità. Questo é il motivo per cui, come anticipato sopra, certi medicinali non vengono resi più gradevoli al gusto nonostante sia tecnicamente possibile: rendendoli troppo piacevoli verrebbe meno l’aspetto sacrificale e sarebbero percepiti come meno efficaci.
Ma se bastasse il solo aspetto sacrificale si potrebbe sostituire il limone con l’aceto di vino: il limone invece possiede diverse caratteristiche che lo rendono al tempo stesso un prodotto sacrificale ma al tempo stesso vitale.
Il suo essere un frutto (natura) giallo (color del sole), fonte di Vitamina C (energetico) dagli innumerevoli utilizzi e proprietà supposte (panacea) lo rende adatto ad essere anche una fonte potenziale di benessere. Non sarà come indossare un Cilicio ma sfrutta principi simili.
L’arancia, ad esempio, essendo più dolce, meno acida e di colore tendente al rosso, risponde meno a queste caratteristiche.

 FA CIO’ CHE PROMETTE?

Cat-Sees-Lion1Molto spesso chi incontra queste “terapie” ne viene a conoscere da fonti secondarie o terziarie che ne promuovono la parte che “sentono più loro”. Per esempio: amica credulona e non tanto sveglia legge di una cura miracolosa per millemila malanni tra cui il mal di pancia, la prova riponendovi grandi speranze, si convince di star meglio (effetto placebo sommato al fatto che probabilmente durante la “cura” ha curato un po meglio la propria alimentazione) e ne parla a tutte le sue amiche solamente come di un “rimedio per il mal di pancia” (poco importa che in origine venisse proposto anche come rimedio contro l’acne, l’impotenza, i dolori mestruali e la perdita dei capelli), aggiungendovi la propria aneddotica (“con me ha funzionato”). A questo punto si sviluppa il modello Catena di Sant’Antonio.

Inoltre la promozione di tali terapie-triaca-panacee vi é un’uso costante di termini indefiniti che rimandano genericamente a un qualche aiuto “rivitalizzante, tonificante, rinvigorente, disintossicante” (“aiuta a farti ritrovare vitalità”) sul cui utilizzo non v’é alcun reale controllo (una semplice bottiglietta d’acqua può tranquillamente esser venduta/promossa con slogan del tipo “aiuta a tonificare…” senza il bisogno di alcun avallo medico/scientifico. I termini che posso esser sottoposti a controllo, ad esempio “bevanda energetica” non vengono mai usati.
Vi é poi l’attenta strategia di marketing che sfrutta molto non-detto riempito dalla mente dell’utilizzatore finale (un esempio lampante anche se non c’entra niente: un farmaco chiamato “Eva-Q” riesce a comunicare perfettamente cosa fa senza mai dirlo apertamente. Allo stesso modo può funzionare un eventuale “Bio D-Tox”, che senza usare il termine “detossificante” ne trasmette comunque il senso). In sostanza se una certa terapia vien promossa su una rivista di alimentazione e salute, non verrà scritto nero su bianco che “cura dal cancro” (cosa che invece avverrà sui siti di medicina alternativa dura e pura) ma un blando riferimento a “mali giudicati incurabili”: con target diversi vengono usate strategie diverse ma l’importante é vendere il prodotto o meglio, cavalcare l’onda fintanto che é remunerativa o la moda non sarà passata ad altre “terapie”
L’arco della gradualità delle promesse é talmente ampio (dal “comunque non fa male” all’ “é l’unica cura che funziona”) da coprire anche in questo caso ogni tipologia di utente ed ha il vantaggio tattico di permettere al gruppo/maestro/medico che promuove tale terapia di alternare “sicurezza adamantina” ad estrema vacuità, promettere e non promettere, dire ed accennare.

 (NEI MIEI PENSIERI SON MALESSERI VERI – PARTE 1: IL LATTE DI SATANA)

milk_blue_bgIn un occidente sempre più interconnesso la parcellizzazione in tribù etiche é il prezzo da pagare. Senza uscire dall’ambito della spiritualità salutista basterà citare alcuni gruppi  vegetariani, pescetariani, fruttariani, vegani, crudisti, macrobiotici (legati spesso a movimenti animalisti / antivivisezionisti*) per poi perdersi in decine di sottogruppi (i fruttariani che non mangiano i cereali, quelli che mangiano solo la frutta cauta naturalmente dall’albero ecc) o in specializzazioni che per diverse ragioni non formano comunità e che quindi non hanno nemmeno un nome riconosciuto, per esempio coloro che si specializzano in un determinato cibo etnico non proprio (cucina giapponese, cinese, araba), oppure coloro che adottano ciclicamente diverse filosofie alimentari (NB: qui si parla di filosofie alimentari e non di regimi alimentari con supporto medico – un conto é seguire per un dato periodo una dieta particolare sotto stretta osservazione medica con lo scopo di ottenere un certo risultato; altro conto é adottare una filosofia di pensiero con risvolti alimentari privi di riscontro scientifico).
Alcune di queste comunità sono particolarmente battagliere nel tentare di convincere il mondo che la loro visione del mondo é quella giusta; negli ultimi tempi, in particolare, si fanno distinguere gli animalisti ed i vegani (che, come sopra accennato, sono movimenti molto interconnessi tra loro, tanto che é  scontato che un vegano sia per forza di cose anche un animalista, mentre non é detto che un animalista sia pure vegano).
Una fetta di successo di questa disinformazione riguarda il latte. I vegani accusano il consumo di latte per motivi etici (uccisione e sfruttamento degli animali) e spirituali (i vegetali sono puri mentre la carne e i suoi prodotti sono impuri).
Per giustificare la propria posizione e per convincere il mondo della validità delle proprie idee la maggior parte dei vegani utilizza a sproposito diverse affermazioni (link 1, link 2, link 3, link 4) aventi tutte lo scopo di trasmettere il messaggio:
Il latte va bene per i neonati ma é un pessimo alimento per gli adulti
I siti più “duri e puri” dicono che il latte faccia proprio male, mentre le riviste di benessere di maggior diffusione si limitano a dire che é un’alimento inutile.
Alcune dei informazioni negativie circolanti sul latte consumato dagli adulti sono: il latte é “carne liquida”, causa osteoporosi, provoca carenze di ferro, problemi di digestione, danni alla flora batterica, ha troppe proteine, troppi grassi saturi, provoca putrefazione intestinale, provoca eccessi di calcio, ha proteine animali acide, nessun’altra animale consuma latte di un’altra specie, che “il latte fa bene” é un’invenzione dell’industria del latte, richiede enormi sforzi gastrici per esser digerito, é ricco dei pesticidi che le mucche assorbono dall’erba che mangiano ecc.
In realtà gli studi medici sono di tutt’altro parere e, tra chi lo loda incondizionatamente e chi lo descrive semplicemente come un buon alimento, nessuno arriva ad affermare che sia dannoso:

In sostanza il latte é un alimento valido che può esser consumato con la massima tranquillità a patto di evitare gli eccessi (una dieta troppo ricca di latticini é poco equilibrata e può provocare scompensi) ed rinunciandovi solo in determinati casi (intolleranze o particolari carenze diagnosticate da medici competenti).

L’accanimento vegano contro il latte ha sortito il suo effetto di SEMINARE DUBBI SUL LATTE, diffondendoli e radicalizzandoli in maniera tanto capillare che ai primi segni di mal di pancia una persona su due accusa il latte.

*Interessante notare come il marchio di “Antivivisezionista” venga utilizzato anche se la vivisezione non viene praticata: ciò avviene perché il termine é emozionale e commercialmente valido (si vende da solo)

(NEI MIEI PENSIERI SON MALESSERI VERI – PARTE 2: NESSUNO E’ AL SICURO)img_1743Interessare  la fallacia logica più diffusa a proposito del latte ossia “probabilmente non fa male ma siccome é un’alimento inutile lo tolgo/riduco dalla mia dieta“, in quanto l’etichetta di “cibo inutile” potrebbe benissimo esser applicata a qualunque alimento, come ad esempio… la lattuga!.

La lattuga ha poche proteine, scarso apporto calorico, contiene sostanze sedative, é impregnata di prodotti chimici (non é come una mela che si può sbucciare), é portatrice dei batteri Listeria monocytogenes, Aenomonas, Campylobacter,diverse specie di batteri Yersinia, Calciviridae, il virus di Norwalk,  la temutissima Shigella e la Salmonella, può causare epatite A, ed é soggetta a diverse malattie.

Eppure nessuno attacca la lattuga.

Si potrebbero spendere alcune pagine per evidenziare i motivi per cui l’attacco vegano al latte abbia fatto così ben presa sulla gente (simbolismo del latte, malainformazione, la sua natura di “grasso liquido”, paure materne ecc) e dei motivi per cui nessuno osa muovere accuse contro la lattuga (etica vegana ecc), ma l’aspetto forse più interessante é la diffusa connessione:

disturbo fisiologico > paura/dubbio del momento > trend salutista del momento > disturbo fisiologico (all’infinito)

Il continuo martellamento di messaggi che seminano dubbi su questo o quel prodotto modifica anche la percezione dei piccoli disturbi fisiologici:

  • Improvvisamente TUTTI hanno una leggera intolleranza al lattosio non diagnosticata.
  • Fino a ieri TUTTI avevano leggeri problemi di cute non diagnosticati.
  • Fino all’altro ieri TUTTI avevano qualche problema non diagnosticato inerente le uova.

Anche qui dubbi e insicurezze indotte si mescolano a problemi reali: qualche anno fa la scoperta che alcuni coloranti fossero dannosi per l’uomo causò una piccola caccia alle streghe verso tutti i coloranti (anche quelli naturali). Stessa cosa avvenne per i conservanti, per non parlare dei codici numerici degli additivi alimentari (con gente che si spaventava dinnanzi ad E322 ed E260, che, detto tra noi, sono: lecitina di soia ed acido acetico).  Attualmente v’é una certa attenzione nei riguardi dell’olio di palma, ritenuto un alimento poco salutare di cui l’industria alimentare abusa, ed anche in questo caso c’é qualcosa che non torna nella vulgata corrente.

In effetti é difficile non accorgersi di come le accuse nei confronti dell’Olio di Palma siano un vero e proprio atto di demonizzazione. A raccoglier alcune affermazioni sparse risulterebbe che l’Olio di Palma: fa male all’ambiente, la sua assunzione ha conseguenze negative, é un pericoloso ipercolesteromizzante che favorisce la comparsa dell’arteriosclerosi, viene raffinato con processi chimici poco chiari, viene usato solo perché economicamente vantaggioso per le aziende, la sua coltivazione intensiva provoca disboscamenti, fa venire il diabete, é cancerogeno ecc. L’Olio di Palma, insomma, sarebbe il male assoluto che le multinazionali impongono silenziosamente a noi povera #ggente (e se qui non scattano le campanelle d’allarme “storytelling in atto”, “demonizzazione”, “noi contro loro”, c’é qualche problema). In realtà l’Olio di Palma ha le stesse  caratteristiche “negative” degli altri grassi saturi, come ad esempio il burro, ma rispetto ai grassi idrogenati, come le margarine,  ha invece numerosi elementi positivi ed in effetti viene impiegato proprio perché le alternative all’Olio di Palma sarebbero molto peggiori sia dal punto di vista salutare, economico e, secondo alcuni anche ambientale (ma quest’ultimo punto appare molto dibattuto). L’informazione negativa sull’Olio di Palma ha coinvolto oramai i Big della comunicazione come Panorama, l’Huffington Post e Report (tutti smentiti, vedi QUI e QUI).

Il Boom mediatico italiano inerente all’Olio di Palma é un fenomeno tutto sommato recente, come evidenziato da questo grafico di Google Trends:

palma palmSembrerebbe che il boom italiano sia avvenuto a fine novembre 2014 per via di una petizione lanciata da Il Fatto Alimentare su Change.org in cui viene richiesto di bandire l’Olio di Palma.  La posizione de Il Fatto Alimentare si limita a criticare la coltura intensiva della Palma da Olio e non parla di problemi alla salute. In precedenza altre associazioni, tra cui pure il WWF hanno mosso accuse e promosso bandi d’accusa alla coltivazione intensiva dell’Olio di Palma. Le accuse di far male alla salute, invece, erano sempre rimaste confinate tra le associazioni minori e non riconosciute.

La questione dei terreni usati per la monocoltura della Palma da Olio non é certo nuova e già altrove in anni passati é stata usata per spingere governi ad agire contro l’Olio di Palma in una battaglia apparentemente spinta da un mix di pressioni dei movimenti ambientalisti e l’interesse protezionistico dei produttori locali di olio e latticini.

La petizione de Il Fatto Alimentare é partita solo poche settimane prima del 13 dicembre 2014, giorno in cui é diventata obbligatoria l’applicazione del nuovo regolamento di etichettatura UE che, sinteticamente, fornisce maggiori informazioni sugli ingredienti del prodotto e meno sul produttore (é il risultato degli accordi avvenuti col TTIP contro cui molto si é battagliato, soprattutto a causa delle minori informazioni sulla provenienza dei cibi ed un venir meno del valore aggiunto alimentare del “made in Italy”).

Diverse testate rendono nota la petizione del Fatto Alimentare già a fine novembre, il che scatena un’improvvisa esplosione di demonizzazione dell’Olio di Palma, tanto che a marzo 2015 la Fondazione Umberto Veronesi sente la necessità di mettere le cose in chiaro, ossia che “[…] Piuttosto che puntare un dito con un ingrediente, converrebbe ragionare sulla qualità complessiva della dieta […]. Purtroppo l’appello a ridimensionare le accuse non viene accolto: il 28 aprile l’Huffington Post pubblica l’articolo allarmista che ottiene grandissimo risalto e pochi giorni dopo Report trasmette il suo servizio altrettanto allarmistico (NB: non é la prima volta che Report scivola su questioni ambientali e alimentari).

In sostanza consumare Olio di Palma non é meno salutare che consumare quantità equivalenti di altri olio, burro o margarina, e se la propria dieta é composta unicamente da cibi preconfezionati e creme spalmabili due domande bisognerebbe farsele (esattamente come nel caso del latte)

Anche la vicenda dell’Olio di Palma evidenzia come la malainformazione riesca a toccare qualunque cosa e cheben scavare risulta evidente che questa non avvenga mai in modo del tutto casuale: in qualche maniera risponde sempre ad esigenze (manifeste o meno, consci od inconsce) di determinati gruppi sociali o economici, il cui risultato é sia generare dubbi e insicurezze che offrire facili soluzioni e speranze sfruttando il già citato circuito chiuso:

disturbo fisiologico > paura/dubbio del momento > trend salutista del momento > disturbo fisiologico (all’infinito)

 

(NEI MIEI PENSIERI SON MALESSERI VERI – PARTE 3: LA VERITA’ VERRA’ RIVELATA DOPO LA PUBBLICITA’)

ieneImportantissimo in questo senso é il ruolo dei Big della comunicazione: finché una teoria strampalata resta confinata all’interno di un circolo ben definito non c’é da preoccuparsi (per ogni idea/teoria/filosofia/credo strampalato ci sarà sempre sempre qualcuno che ci crede). Quando però queste teorie “fanno il salto” e vengono accolte e diffuse attraverso canali mainstream (canali televisivi nazionali, riviste d’ampia tiratura ecc) la cosa si fa preoccupante in quanto ciò porta inevitabilmente ad una diffusione esponenziale della fuffa a discapito della scientificità e dell’oggettività.

Il problema di fondo é una questione etica, ossia la mancata applicazione della regola: più grande é il tuo seguito (lettori, telespettatori, followers su Twitter ecc), più responsabili dovrebbero essere le tue parole ed azioni.

Purtroppo é inutile illudersi che tale equazione venga davvero rispettata: raramente i meccanismi che portano alla notorietà coinvolgono tale senso di responsabilità. Tuttavia é possibile “riportare le cose al loro posto” effettuando una scrematura logica atta a ridimensionare l’autorità malriposta, ossia lo strumento principale della “diffusione mainstream” della fuffa.

Che cosa ne sa di nutrizione un impresario delle pompe funebri? Cosa ne sa di politica estera uno scrittore di romanzi d’amore? Cosa ne sa di medicina una cantante pop? Il fatto d’essere famosi non rende queste persone degli esperti di cose che non sanno. Su questioni mediche bisogna chiedere a medici e su questioni ingegneristiche bisogna chiedere ad ingegneri. Chi ha vinto un Nobel sulle nanoparticelle potrebbe avere difficoltà a comprendere il funzionamento di un motore che un quattordicenne appassionato di scooter saprebbe smontare e rimontare ad occhi chiusi: fama e competenza sono due cose distinte.

Spesso la mancanza di competenza é messa in secondo piano dall’immagine che la persona trasmette di sé. Ad una persona di successo, magari anche attraente, che ha saputo emozionare/divertire attraverso la sua arte e che sa parlare bene, vien naturale attribuire un’autorità che in realtà non si merita. Non importa quanto uno sia bello, figo, ricco, affascinante e se quel che dice suona bene:  le stronzate, anche se ben infiocchettate, restano stronzate.

Spesso la mancanza di competenze é ben mascherata: noto é il caso del Dr.Oz, medico chirurgo statunitense, scrittore e e conduttore di trasmissioni televisive in cui dispensa consigli medici su cui non ha competenze specifiche (alimentazione, ortopedia ecc), promuove l’omeopatia ed altre pratiche poco ortodosse (ad esempio promuove le guarigioni miracolose attraverso la preghiera ai defunti). Il fatto che sia un medico chirurgo basta perché il pubblico ritenga validi tutti i suoi consigli medici: sembrare competenti ed essere competenti sono due cose distinte.

Non solo le personalità dello showbiz ma anche i “contenitori” vengono spesso percepiti come dei testimonial cui viene attribuita autorità eccessiva: una notizia riportata dal sito/giornalista di fiducia non é automaticamente vera perché proveniente da questo sito/giornalista, ma é necessario che venga fornita in maniera corretta dando a chi legge/vede/ascolta tutti gli strumenti per analizzarla e verificarla. Se il giornalista X ha sempre dimostrato un alto tasso di affidabilità e correttezza non é detto che non prenderà mai una cantonata. Allo stesso tempo un’informazione diffusa da un’importante portale generalista non va dato per scontato che sia vera: va verificata.

Purtroppo sono molti gli esempi in negativo di informazione mainstream che diffonde notizie ed informazioni sbagliate/inesatte/false/inventate/malinterpretate. Giusto per fare alcuni esempi eclatanti il caso dei Bambini di Satana, descritti come una setta di violenti stupratori nonostante sia risultato evidente che erano dei tizi magari un po strambi, ma innocenti; oppure il caso delle supposte violenze negli asili di Brescia ed a Rignano Flaminio, rivelatisi dei casi di panico morale (in Italia spesso tradotta in “psicosi collettiva”privi di fondamento; o l’eco dei grandi media riguardo al Metodo di Bella che generò un fermento popolare tanto rumoroso che nel 2003 riuscì a far legiferare il Parlamento affinché ripetesse la sperimentazione del “Metodo” nonostante già dal 1999 si sapeva che non funzionava (impossibile qui non notare i parallelismi con la crociata anti Olio di Palma nel governo francese e le pressioni sul parlamento italiano sul cosiddetto “Metodo Stamina”). In particolare il parallelismo perfetto tra il caso del Metodo Di Bella ed il caso del metodo Stamina evidenzia come il battage mediatico riesca a condizionare l’opinione pubblica agendo sull’emotività anziché sulla corretta informazione: la terapia-truffa “Metodo Stamina” era quasi sconosciuta al grande pubblico finché la trasmissione Le Iene non vi dedicò una serie di servizi in cui parlando del caso di una bimba di nome Sofia viene sostanzialmente fatta una mega-promozione del “Metodo” portato avanti da un medico descritto come il classico genio inascoltato che si scontra con l’assurda burocrazia statale. La trasmissione, dopo aver portato Stamina alla ribalta con il linguaggio unidirezionale che la caratterizza é stata bacchettata da più parti per aver diffuso un’informazione parziale, incorretta, omissiva, basata sull’emotività, unidirezionale e non scientifica. Solo dopo diverse settimane Le Ienerigireranno la frittata con una supercazzola ma senza ammettere realmente i propri sbagli.

Anche in altre occasioni Le Iene hanno accarezzato teorie pseudoscientifiche come il caso della dieta vegan che impedirebbe lo sviluppo di cancro, teoria risalente al “The China study”, testo sbufalato da decenni. L’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) spiega in maniera chiara come una dieta vegetariana ridurrebbe le possibilità di ammalarsi di cancro del 12% e per alcuni tipi di cancro addirittura del 45%; allo stesso tempo una dieta priva di carne ma che includa pesce aiuterebbe a ridurre la possibilità di contrarre il cancro del 18%. La ricerca comunque fa notare che altri elementi non presi in considerazione potrebbero aver influito in questi risultati: “chi sceglie la dieta vegetariana o decide di eliminare la carne a favore del pesce appartiene di solito a categorie sociali medio-alte, piuttosto colte e molto attente all’igiene e alla salute. È possibile, quindi, che i buoni risultati generali non siano da attribuire esclusivamente alla dieta vegetariana, bensì a stili di vita più salubri in generale, in particolare per quanto riguarda il fumo e l’esercizio fisico”

(A proposito di testimonial ed autorità malriposta: per tutta la vita Steve Jobs ha preferito curarsi  con metodi alternativi e seguendo curiose diete perlopiù di stampo vegano e fruttariano ma alla fine il cancro se l’é portato via a 56 anni).

Se la gente non affida il compito di “spiegargli come vanno le cose” a ricercatori e reporter, ma ad attori che si spacciano per giornalisti (si, si, sulla carta sono giornalisti, ma c’é bella differenza tra questo e questo) o a pupazzi che parlano in genovese, interessati più a fare infotainment a tesiche a spiegare come vanno le cose, non ci si deve stupire se poi va a finire che c’é gente che si fa la “doccia interna mattutina” con acqua e limone o con la propria urina .

(3) ALCALINIZZARE IL CORPO?

Banner-Sorteamus-Ene-13-4Veniamo al terzo e ultimo dei grandi cavalli di battaglia della terapia del limone, ossia l’alcalinizzazione dell’organismo (NB: “Alcalino” é sinonimo di “Basico” ed entrambi sono il contrario di “Acido”).

Se l’aspetto “disintossicante” della cura del limone non ha convinto e nemmeno la sua supposta capacità di “drenare l’intestino”, forse é l'”alcalinizzazione dell’organismo” che acchiapperà la mente del cliente finale.
Le supposte “proprietà alcalinizzanti” del limone non sono una novità giunta dal nulla ma un’eredità delle teorie sulla cosiddetta dieta alcalina.
Qui bisogna spendere due parole su questioni fisiologiche abbastanza tecniche. Brevemente: una delle caratteristiche dei liquidi é il loro livello di acidità. Ciò interessa anche l’uomo in quanto il suo organismo é per gran parte composto di liquidi ed i cibi che assume in quanto anch’essi composti perlopiù da liquidi (si, anche i biscotti secchi). Il livello di acidità si misura in pH con una scala che va da 0 (acido) a 14 (basico/alcalino).
Un valore pH7 é detto neutro in quanto acidità e basicità sono in perfetto equilibrio.
Nell’organismo umano il livello di pH varia a seconda della parte del corpo presa in esame: da un minimo di pH1-pH2 (acidi gastrici), pH4,2 (cute delicata), pH5,6 (cute), pH7,35-pH7,45 (sangue arterioso), pH8 (pancreas). Solitamente quando si parla di pH umano si indica quello del sangue arterioso (quando si parla d’alimentazione), oppure quello della pelle (quando si parla di cosmesi e prodotti igienici).
Anche gli alimenti della dieta umana hanno pH molto differenti (ad esempio i  limoni con pH2.4 o i funghi con pH5.8).
L’organismo umano neve mantenere dei livelli di pH ben precisi e svolge autonomamente tutta una serie di processi atti amantenere l’equilibrio acido-base  principalmente attraverso i reni e la respirazione. Questi processi (detti anche sistemi-tampone perché tamponano certi squilibri riequilibrando l’intero organismo) in un individuo sano funzionano senza autonomamente. Tuttalpiù negli anni posso funzionare con meno efficacia e quindi é necessario provvedere attivamente attraverso un’alimentazione bilanciata.
Detto questo: la maggior parte dei cibi presenti nella dieta umana hanno quasi esclusivamente un pH inferiore a 7 e sono dunque acidi Esistono rare eccezioni come ad esempio le uova, alcuni tipi di formaggi ed alcuni prodotti da forno, ma basta rendersi conto che questi cibi alcalini, una volta ingeriti, vengono a contatto con gli acidissimi succhi gastrici perché la loro alcalinità venga neutralizzata. In realtà spesso vengono definiti “cibi alcalini” quelli che in realtà sono solamente cibi poco acidi.
IN SOSTANZA: IL NOSTRO ORGANISMO PENSA GIA’ A REGOLARE DA SE’ QUESTI LIVELLI
Se il nostro corpo non provvedesse già da se a regolare il pH basterebbe mangiare un pomodoro per rendere acido il plasma sanguigno e morire! Se esistesse un vero alimento alcalino che restasse tale anche dopo il passaggio nello stomaco e fosse in grado di alcalinizzare il sangue, dunque, sarebbe un veleno!
Per quale motivo dunque nel campo della spiritualità salutista viene spesso diffusa l’idea secondo cui bisognerebbe alcalinizzare maggiormente l’organismo?
Anche qui ci si aggrappa ad una vecchia storia che viene solitamente diffusa in questi termini: “Uno scienziato premio nobel tedesco negli anni ’30 ha scoperto che per curare il cancro basta mangiare cibi alcalini, ma le multinazionali lo tengono segreto per vendere i loro farmaci“.
In realtà lo scienziato tedesco Otto Warburg (che vinse il Nobel nel 1931 per studi sugli enzimi respiratori) postulò una teoria sull’origine e prevenzione del Cancro basata su quello che viene definito “Effetto Warburg” ossia la caratteristica, scientificamente dimostrata, delle cellule tumorali di utilizzare la scissione degli zuccheri (glicolisi) e la derivante fermentazione lattica per produrre velocemente molta energia senza consumare molecole d’ossigeno, a differenza delle cellule sane.
La scoperta di Warburg viene diffusa in maniera alterata da alcuni personaggi che ruotano attorno alla spiritualità salutista, tra cui il falso medico Robert O. Young (ha ottenuto una “laurea” online da un’università non riconosciuta in seguito chiusa per truffa) e l’ex medico radiato da decenni Tullio Simoncini (quello che giura di poter curare il cancro col bicarbonato ed é sospettato di aver causato la morte di un ragazzo), aggiungendovi le loro particolari teorie che vivono sull’equazione “organismo alcalino = nemico dei tumori”. Equazione corretta, se non fosse che tale alcalinizzare un’organismo colpito da tumore ucciderebbe sia il tumore che l’organismo ospitante!
La dieta alcalina é pura fuffa pseudoscientifica diffusa da personaggi provenienti dallo spiritualismo salutista che si fanno scudo con ricerche serie di cui però stravolgono il senso..
Chi é invaghito di qualche teoria proveniente dallo spiritualismo salutista, ricorda tuttavia che esistono tuttavia diversi studi che dimostrano come la dieta alcalina aiuti l’organismo, così come vi é una correlazione dimostrata tra l’assunzione di Vitamina C e la decrescita di alcuni tumori, dimenticandosi però di notare che: (1) Non vi sono riscontri scientifici di alcun tipo di effetto preventivo/curativo dell’assunzione orale di Vitamina C e sviluppo tumorale (2) la quantità di Vitamina C che secondo alcuni studi sembrerebbe necessaria a provocare una decrescita del tumore é comunque talmente elevata da non poter essere assunta tramite apparato gastrico-digerente (l’organismo la espelle), ma solo per via endovenosa; (3) la quasi totalità degli studi favorevoli alla “dieta alcalina” analizzano solamente i livelli di pH degli alimenti presi in esame dimenticandosi di tutte le altre proprietà (ad esempio tralasciando il fatto che frutta e verdura siano ricche di potassio e magnesio e lasciando suggerire che eventuali miglioramenti delle prestazioni muscolari del soggetto siano da ricercarsi nell’alcalinità del cibo e non, come già scientificamente appurato, proprio dalla presenza di magnesio e potassio)

MA E’ UN LIMONE BIO…

dinocampus_egressionLa differenza tra i “cibi bio” ed i cibi “non bio” sta essenzialmente nel tipo di fertilizzanti ed antiparassitari utilizzati. Perché un cibo possa esser definito “Bio” questi dev’essere coltivato utilizzando solamente con fertilizzanti ed antiparassitari “naturali”, applicando una distinzione non sempre chiara con quelli che vengono definiti “innaturali” (basta ricordare che il “naturale” verderame non é meno tossico del Rotenone) ed é interessante notare come attraverso analisi scientifica non si riesca sempre a distinguere se certi prodotti siano stati coltivati in maniera “Bio” o no, come nel caso del riso, oppure come i limiti di pesticida residuo sui prodotti bio non sono inferiori a quelli previsti per i prodotti non-bio e come sia abbastanza facile vendere per biologico prodotti che non lo sono. Nei casi in cui vi sia un’incombente pericolo il coltivatore “Bio” può utilizzare fitofarmaci non-bio e quando le autorità nazionali impongono la “lotta obbligatoria” a determinati parassiti sono obbligati ad usare fitofarmaci solitamente non ammessi nei protocolli “Bio”. L’etichetta “Bio” insomma offre poche garanzie su come un certo prodotto sia stato coltivato e sul fatto che sia effettivamente più sano del suo omologo “non-bio”.

La presenza di nanoparticelle, qualora fosse scientificamente dimostrata la sua correlazione con la presenza di disturbi fisiologici, essendo presente in maniera equivalente sia nei prodotti “Bio” che in quelli “non-bio”, potrebbe rappresentare uno smacco notevole all’intero marketing dei prodotti biologici (ma bisognerà attendere che vi siano dimostrazioni scientifiche prima di darlo per certo).

 (far) VEDERE SOL CIO’ CHE SI VUOL VE(n)DERE

biotruffaIl marketing “Bio” inoltre gioca spesso sul concetto di essere cibo “disintossicante” o perlomeno “non tossico” senza quasi mai citare questi termini e spesso facendosi forte di dati scientifici oggettivi.
Un esempio: di recente é stata promossa su diversi siti di spiritualità salutista la notiziadi una ricerca che viene riportata in questi termini: una famiglia svedese per alcuni giorni ha mangiato solo cibo Bio ed al termine del periodo d’osservazione “le schifezze” presenti nel loro organismo erano spariti o calati in maniera drammatica.
In breve: la notizia é vera; l’esperimentosi é svolto realmente; é stato commissionato da una catena di negozi Bio; é stato eseguito da un ente misto pubblico-privato; l’esperimento é stato seguito e filmato da una troupe professionale che ne ha realizzato un video (in inglese); la relazione originale dell’esperimento é disponibile online (in inglese); i pesticidi analizzati sono effettivamente diminuiti nel periodo in cui la famiglia ha mangiato solo bio.
Insomma, sembrerebbe tutto ok. A ben vedere però le cose non son proprio come sembrano: innanzitutto appare chiaro che il fine ultimo di tutta l’operazione sia il video e non lo studio in sé (che, va ricordato, é stata commissionata da una catena di distribuzione di prodotti bio). A far arricciare qualche naso ci pensa il terzo capitolo dello studio: “Methodology“.
Lo studio ha coinvolto solo 5 persone (non basterebbero nemmeno per uno studio statistico a base regionale); che hanno assunto “cibo convenzionale” per una settimana dopodiché solo “cibo organico” per due settimane (non gli stessi prodotti “non bio” e poi “bio” quindi: diete diverse); nelle due settimane “bio”sono stati sostituiti i prodotti per la pulizia e l’igiene personale(non si sa bene con quali prodotti) ed non hanno potuto indossare indumenti nuovi o usare tovagliato e stoffe appena acquistate (Quindi lo studio non riguardava solo l’alimentazione); al padre, consumatore di tabacco da fiuto, é stato imposto di usare tabacco bio; In maniera un po contraddittoria, dopo aver detto che alla famiglia é stato imposto l’uso di detergenti bio, viene detto che “La famiglia usava già in precedenza prodotti bio per l’igiene personale” (?); Le sostanze ricercate erano quelle la cui presenza in campioni d’urina umana erano già state segnalate da due studi del 2009 e 2011 (vedi capitolo 3.2 “Analysis”)
Ma soprattutto… L’ANALISI HA PRESO IN CONSIDERAZIONE SOLAMENTE LA PRESENZA O MENO DI PESTICIDI CONVENZIONALI TRALASCIANDO QUELLI PRESENTI NEGLI ALIMENTI BIOLOGICI. Ergo: per quanto ne sappiamo, la povera famigliola svedese al termine dell’esperimento poteva essere ad un passo dall’intossicazione di zolfo, rame e piretrine (ossia pesticidi “naturali” usati nelle coltivazioni “Bio”).
L’analisi ha considerato solamente i residui in urina di queste 12 sostanze:
urineanalysisMentre non ha preso in considerazione nessuna delle sostanze usate in agricoltura biologica
Facile così: se dopo una settimana a cibo contaminato di PESTICIDA X si passa al cibo contaminato col PESTICIDA Y é incorretto affermare che “Wow, mangiando questi cibi non c’é più traccia di PESTICIDA X” senza nemmeno citare la presenza del PESTICIDA Y. (NB: qui l’elenco FederBio dei prodotti fitosanitari impiegabili in agricoltura biologica)
Anche qui la solita nota esplicativa per chi capisce sol quel che vuol capire: con questo non si afferma che il cibo marchiato “Bio” sia uguale al cibo “non-bio” ma che QUESTO modo di promuoverlo é quantomeno discutibile poiché vive ed alimenta l’emotività su argomenti che richiederebbero approcci più pragmatici.
NB: gli antiparassitari “Bio” sono soprattutto a base di Rame, ossia un metallo TOSSICO che si DEPOSITA NEL TERRENOfino ad INQUINARE LE FALDE ACQUIFERE, causa l’AUMENTO DEI BATTERI RESISTENTI AGLI ANTIBIOTICI, il cui utilizzo sta stravolgendo l’ecosistema europeo.
Non é tutto oro ciò che ha il marchio “Bio”

NEL DUBBIO…

dubiousLa malainformazione medica e salutista ha successo per una serie ben nota di motivi-chiave:

  • Non siamo degli esperti di medicina/salute/alimentazione
  • Chi diffonde malainformazione é molto più rumoroso degli esperti
  • La malainformazione medica fa leva sulla nostra emotività, sui nostri preconcetti e sul sentire comune
  • La malainformazione fa leva sui dubbi e sulle paure che essa stessa alimenta
  • Non siamo abituati a fare indagini sulle notizie che ci raggiungono
  • Per natura, nel dubbio, tendiamo a preferire soluzioni precauzionali che troviamo comprensibili ed emozionalmente appaganti
L’ultimo punto é quello più immediatamente riscontrabile: in quante occasione abbiamo sentito, o ci siam detti “Non so se é vero, ma nel dubbio…“. Si tratta di un automatismo precauzionale di natura protettiva (razionalità istintiva) che ha una grandissima utilità per la nostra sicurezza ma é un meccanismo imperfetto che tende a farci dubitare ed a vedere rischi e pericoli anche laddove non ce ne sono. Ciò scatena altri automatismi istintivi che ci portano a cercare soluzioni/risposte non attraverso uno sforzo di analisi logica ma preferendo soluzioni/risposte (anche notevolmente complesse) caratterizzate dall’essere emozionalmente più appaganti.
Soluzioni/risposte che trovano mille forme tutte scientificamente incorrette ma emozionalmente appaganti: ecco che ci si ritrova chi beve la propria urina o la placenta umana, chi danza nudo sotto la luna per assorbirne l’energia, chi mangia solo cibi di certi colori, chi si rifiuta di mangiare determinate cose (ma qui non parliamo dei tabù culturali: quella é un’altra storia) ecc.

MA I MEDICI CHE DICONO?

detox-cleanses_0Riassumendo brevemente: a patto che non si soffra di gastrite e non si abusi del consumo di limone, non vi sono gravi controindicazioni (in caso d’abuso potrebbe danneggiare il cavo orale e lo smalto dei denti), ma in sostanza “curarsi con il limone”:

  • Non serve a disintossicare
  • Non serve a drenare l’intestino
  • Può portare a disturbi come esofagite, reflusso gastro-esofageo, gastriti
  • Non è indicata nei pazienti affetti da gastrite
  • Non ha reali proprietà alcalinizzanti.
  • Può danneggiare lo smalto dei denti

Rimane comunque una buona fonte di vitamina C, anche se non la migliore: le arance ne contengono di più e ancora maggiore è la quantità contenuta nei peperoni. È meglio non prenderla a digiuno e, comunque, conviene riempire lo stomaco con qualcosa di solido.

 RICERCA SCIENTIFICA

Come già detto recenti studi dimostrerebbero alcune proprietà antitumorali della Vitamina C per alcuni tipi di cancro.
Senza neanche entrare nel merito di tali studi e fingendo che vi sia una conferma scientifica delle proprietà di PREVENZIONE di DETERMINATI TIPI DI CANCRO degli AGRUMI, nulla toglie che promuovere adesso l’assunzione al MATTINO ed a DIGIUNO di ACQUA TIEPIDA e LIMONE (non pompelmo, arancia, mandarino, clementina, pomelo, bergamotto, combatta, limetta o fortunello: LIMONE) come se fosse una sorta di panacea di ogni male non risponde propriamente a metodo scientifico.

 CONCLUSIONI:

ACQUALIMONE1) L’autrice del libro che ha lanciato il trend del “Curarsi col limone” ha una formazione esoterico/spirituale inserita nell’ambito del naturalismo spiritualista-salutista

2) L’editore é noto per pubblicare panzane colossali ed aver già promosso e cavalcato mode simili
3) Il Limone é un frutto usato ed abusato tra le più recenti cure alternative prive di riscontro medico-scientifico
4) Gli effetti promessi dalla “terapia-panacea” coprono in maniera superficiale l’intero spettro dei disturbi fisiologici, tanto che risulterebbe miracoloso qualora fosse vero
5) Gli effetti vengono promessi con un attento uso di termini generici ed indefiniti, tecnica atta a “smarcarsi” ma lasciando all’utente finale la libertà di “riempire” coi propri pensieri/speranze il non detto.
6) Il nocciolo dei benefici promessi dalla terapia-panacea si fonda sul concetto scientificamente inesatto di “disintossicare” l’organismo da fantomatiche “tossine invisibili” e/o sull’idea che “dreni l’intestino” e/o abbia proprietà alcalinizzanti ma in tutti e tre  i casi non v’é evidenza scientifica
7) L’assunzione di acqua tiepida ed acido citrico al digiuno appena alzati, non presentando particolari vantaggi né controindicazioni, generalmente non viene né promosso né osteggiato da parte di medici

 CHICCA FINALE 1

Giusto per far capire il livello di affidabilità di Macro Edizioni faccio notare che tra le “terapie miracolose” proposte sul loro catalogo online  troviamo anche l’assunzione di argento colloidale:
L’uso di argento colloidale é un vecchio rimedio medico oramai abbandonato perché sostituito da farmaci più efficienti e perché l’uso eccessivo causa Argiria, ma che trova ancora grandi estimatori nell’ambiente medico-spirituale legato a principi alchemici (l’assunzione di metalli liquidi che rinforzerebbero lo spirito indebolito ecc, ecc, ecc). Che cos’é l’Argiria? E’ un’alterazione cutanea permanente causata dall’assunzione eccessiva di argento che ti trasforma così:
1843983-img-paul-karason-tatka-smoulaNon é un trucco e non c’é inganno: l’americano Paul Karason, per risolvere dolori alla schiena, assunse per 10 anni argento colloidale ed é diventato BLU (lo chiamavano “Papa Smurf – Grande Puffo).
Per maggiori informazioni basta cercare Argiria o Paul Karason su Google (ci sono diverse interviste e reportage di telegiornali)

 CHICCA FINALE 2

C’é una simpatico poster creato da Sci-Ence.org in cui sono elencati le “bandierine rosse” della fuffa. Se un prodotto/metodo/cura viene presentato attraverso anche uno solo di queste “bandierine rosse” deve scattare un campanello d’allarme.
Nel caso della cura del limone le bandierine rosse sono ben sette e mezzo:
Testimonials (ci sono aneddoti di amici che “l’han provata e stanno meglio” ma nessun dato scientifico)
Helps your Body (la terapia promette “aiuti” generici di benessere)
Buy My Book (i “segreti” della terapia del limone si trovano nei libri commerciali e non in ricerche scientifiche studiate ed analizzate né da osservazioni empiriche riconosciute)
Miracle Cure-All (“hai problemi d’irritazione cutanea, digestione, fiacchezza? Il Limone aiuta sempre!”)
“Doctor” (chi promuove questa “terapia” non é un medico ma perlopiù persone provenienti da circoli spirituali/esoterici che si vendono come “naturopati”)
Natural (“un comunissimo limone ed un bicchier d’acqua sono certo più efficaci di aspirine e medicinali chimici”)
“Toxins” (le fantomatiche tossine immaginarie)
“Ancient Wisdom” Non si son trovate dichiarazioni chiare in proposito, ma il fatto che “bere un bicchier d’acqua e limone al mattino” possa esser visto/venduto come un caro, vecchio rimedio della nonna, avvalora in parte l’idea di una “conoscenza empirica antica”. Inoltre la Oberhammer si dice allieva di una Maestra di una antica via spirituale femminile. Insomma, questo é un punto toccato ma non del tutto centrato, ma poco importa: che sia fuffa é già chiaro.
2012-01-09-redflags2

  •  

Erodiamo le cornici culturali

Antique frame collection

 

Se di fronte a centinaia di persone sostenessi che il Sole gira attorno alla Terra verrei deriso e preso per pazzo e tutti mi urlerebbero contro che in realtà é la Terra a girare attorno al Sole.

Se chiedessi però loro di dimostrare quanto sostengono, ovvero che é la Terra a girare attorno al Sole, ben pochi saprebbero come fare. Come si dimostra che la Terra gira attorno al Sole? 

L’esperienza pratica (notte/giorno, firmamento che ruota, assenza di venti dovuti ad una eventuale rotazione, ecc.) non offre nessun indizio del fatto che sia la Terra a ruotare attorno al Sole anziché il contrario.

Eppure se affermassi il contrario avrei contro centinaia di persone che pur non sapendo dimostrare la bontà delle loro affermazioni le difenderebbero a spada tratta, arrivando pure a schernirmi violentemente.

Si comporterebbero così perché nella loro comunità vien considerato un dato di fatto che la Terra ruoti attorno al Sole. Perché gli é stato insegnato a scuola. Perché questo é quello che sostengono tutte le persone che gli stanno intorno. Perché gli scienziati concordano su ciò. Perché qualcuno ha lanciato nello spazio strumenti che lo dimostrano. Perché qualcuno ci ha scritto dei libri.

Io avrei dalla mia parte l’inconfutabilità dell’esperienza diretta di chiunque (vediamo il sole che al mattino é a Est ed alla sera é ad Ovest ma non sentiamo alcun giramento, non ci sono spostamenti d’aria derivanti da un’eventuale rotazione del pianeta e tutti i filmati che mostrano la terra ruotare attorno al sole sono animazioni o collage). Loro mi indicherebbero libri, testi, fotografie, filmati e mille altre testimonianze indirette che so già essere di parte, inattendibili e faziose.

Perché loro sbagliano. Sono solo degli arroganti radicali che credono a tutto quello che gli vien raccontato sui libri. Mascherano con la loro paventata cultura un distacco dalle cose reali che invece quelli come me mantengono orgogliosamente. Sono dei poveri boccaloni bastiancontrari che mirano solo a distruggere la cultura e le tradizioni che fanno parte di noi. Lo sanno tutti che il Sole gira intorno alla Terra!

TWITTER. ANNO 1700 D.C.

A: “Lo sanno tutti che il Sole gira intorno alla Terra ma certi stupidi snob han la testa per aria e non vedono la realtà”

B: “Guarda che la scienza dimostra che é la Terra a girare intorno al Sole: l’hai letto il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo?”

A: “Pfft! E tu credi alle stronzate scritte da quell’eretico condannato dalla Chiesa?”

B: “Condannato o meno, la teoria che propone, basata sul De revolutionibus orbium coelestium di Copernico, trova sempre più consenso tra i maggiori uomini di scienza come ad esempio Isacco Newton

A: “Vedi? Vedi? Mi citi sempre e solo questi pomposi dottori con la puzza sotto il naso che pretendono di avere la verità in mano! Che arroganza! Son tutti voli mentali di questa gente che vive più nei libri che nella realtà! Sono solo teorie senza dimostrazione pratica [NB: in effetti solo nel 1851, tramite l’esperimento del Pendolo di Foucault, si poté dimostrare la rotazione della Terra, dando una prima dimostrazione pratica della correttezza del sistema eliocentrico]

B: “Vero: al momento una dimostrazione pratica ancora non c’é ma i modelli matematici danno tutti ragione a Galileo”

A: “Guarda che anche il grande Tolomeo diceva che la terra é immobile e sta al centro dell’Universo! E nessuno lo ha mai potuto contraddire!”

B: “In realtà già gli antichi greci Eraclide Pontico e Aristarco di Samo nel IV° e III° secolo AC teorizzarono che la Terra ruotasse attorno al Sole, così come Cleomede e successivamente Seleuco di Seleucia . Anche alcuni astronomi dalle terre d’India e diversi studiosi mussulmani nei secoli passati hanno mosso ragionevoli dubbi sul fatto che la Terra sia immobile e al centro dell’universo”

A: “Ma ragioni quando parli? Greci, Indiani, Mussulmani: tutta gente mai sentita e che é contraria a prescindere! Sei il solito arrogantello con la puzza sotto il naso! Ti senti “moralmente superiore” solo perché hai sempre il naso tra i libri ma sei troppo cieco per vedere la realtà! Ciao, ciao: ti blocco e W LA TERRA CHE STA FERMA E IL SOLE CHE GLI RUOTA ATTORNO!!!11!!11!1!!!!!11!!!11!!!!!

 

 

https://s3.amazonaws.com/files.creativemarket.com/images/screenshots/products/6/63/63979/broken_mirror-o.jpg?1389349735

 

DESCRIZIONI DELLA REALTÀ

C’é chi non controlla le fonti, poi c’é chi non mette mai in dubbio quelle cui si affida di solito ed anche chi non vuol mettere mai in dubbio le proprie convinzioni.

Poi però c’é anche chi conosce bene un qualche argomento ma viene schiacciato da chi ne sa molto meno, che solitamente sono la maggioranza delle persone.

Allo stesso tempo é indubbio che nessuno può essere ferrato su qualunque argomento e che prima o poi capiterà sempre di doversi affidare a qualcuno che ne sa più di te.

Saper ammettere le proprie ignoranze é importante tanto quanto saper testare e mettere in dubbio le proprie convinzioni per verificarne l’efficacia.

Non avendo metri di giudizio adeguati per qualunque argomento, l’unica cosa che si può fare quando ci si muove in campi sconosciuti é affidarsi a diverse fonti competenti e riconosciute, criticando e analizzando continuamente la coerenza e l’affidabilità attraverso logica e confronto con altre fonti che a loro volta riceveranno lo stesso trattamento.

Nessuno possiede verità assolute ma idee di realtà (o di parti specifiche di essa) che possono essere più o meno valide.

 

qAbNTEz

USCIRE DALLA CORNICE

Il primo, primissimo passo consiste sempre nell’abbattere le “cornici culturali” entro cui si sono relegati interi mondi.

Sono infinite le etichette applicate sbrigativamente o a sproposito, il cui utilizzo limita fortemente dialogo e ragionamento sia di chi le usa che di chi le subisce.

Snob, fascista, comunista, radical chic, populista, zecca, finocchio, terrone, compagno, onore, rispetto, superiorità morale, potere alle masse, obbedienza ai superiori, l’arroganza della sinistra, l’ipocrisia della destra, il numero é potenza, Italia agli italiani, siamo il 99%, basta invasione, non ne possiamo più.

Quello che può nascere come un semplice aggettivo, una descrizione, uno slogan  o una battuta,  si trasforma facilmente in una gabbia di significato dalla quale é difficilissimo uscire poiché, proprio in quanto struttura chiusa, non vuole essere aperta e modificabile.

Tutti usiamo queste “cornici” (frame) ed é giusto che sia così: sono lo strumento che ci permette di prendere decisioni in tempi rapidi, senza fermarsi a ragionarci per ore.

L’utilizzo dei frame però ha una brutta controindicazione: tende a disabituarci a ragionare sul modo in cui ragioniamo (metapensiero), ossia tende a non farci pensare a quanto l’oggetto su cui stiamo ragionando venga definito dalla cornice che gli abbiamo applicato.

Cantante algerino? Scrittore danese? Attore greco? Cuoco portoghese? Politico inglese? Architetto russo? Regista tedesco? Showman francese?

Musicista algerino
Scrittore danese
Militare israeliano
Politico inglese
Marinaio portoghese
Regista tedesco
Giornalista francese

Solo quando si comprendono i limiti di un frame si può osservare il soggetto con occhio non velato.

É tuttavia una situazione da gatto che si mangia la coda: rimuovere il frame fa osservare il soggetto per quel che é, ma é proprio osservarlo per quel che é che permette di rimuovere il frame.

 

 

 

 

 

 

  •  

Paninaro. Denudado.

PN

Qualche giorno fa sullo spagnolo Jot Down Magazine é stato pubblicato l’articolo Paninaro: una revolución consumista. che tratta ovviamente dell’omonimo “movimento” italiano anni’80.  Articolo perfetto nel raccontarne storia ed estetica, ma forse un po timido nel mettere a nudo il nocciolo della questione. Impossibile trattenersi dal riempire tale vuoto:

– l’articolo é stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale-
[Sorry, I don’t speak Spanish] 
Italy here! Just some observations
1) ALL the (ex?) paninari will say that they didn’t have any social/political/ethical idea just because “we were young and only interested about fun and fashion”
2) ALL the (ex?) paninari grown up developing right-wing sympathy
3) The paninari were openly racist against people from southern Italy (calling them “terroni”: southern douchebag), against every kind of left-ish movement (calling them “china”: chinese communist) and people with un-fashioned clothing and lower economic opportunities (calling them “truzzi”: roughs). If you can read italian language you will easily recognize these features in all the paninari-comicbooks [one example here: http://docmanhattan.blogspot.it/2011/03/ledonismo-violento-dei-fumetti-del.html ] where usually a cool, rich and stylish north-italian guy, subdues and humiliates some south-italian Carabiniere or a bunch of un-fashioned socialists (both portrayed as idiotic losers and cheaters) and ends up conquering a beautiful easy girl.
4) The paninaro style came up in couple of posh High-Schools in Milano, but the media seized it immediately, shaping it trough commercial advertising
5) It’s quite impossible to separate the “paninaro” movement/style/fashion from the commercial brands with which is linked. If you remove Moncler, El Charro, Timberland, Burghy and so on, what remains are only class discrimination and racism. The fact that many (ex?) paninaro still refuse to admit it is because of hypocrisy or because they are still unaware of their true nature.
breaders

Manca però un sesto punto che parli del cosiddetto “disimpegno” dei paninari. Gli anni ’80 vengono raccontati come un decennio che cercò di scrollarsi di dosso le brutture degli anni di piombo con una “botta di vita” ma é particolarmente evidente come questo “scrollarsi di dosso” (ed i paninari sono un’ottima rappresentazione di QUESTO aspetto di quegli anni) non fu affatto un superamento delle tensioni sociali, economiche ed ideologiche che caratterizzarono il decennio precedente, bensì un generale “volgersi da un’altra parte”.

Ubriacarsi per dimenticare / Ballare per non pensare Se vi fu una condanna del decennio precedente fu meramente una condanna “estetica” e non etica: si condannarono genericamente gli eccessi ma senza affrontare le questioni di base.

Bandiera bianca: ognuno resti nella propria trincea e tiriamo fuori il vino!

QUEGLI anni ’80, gli anni ’80 dei paninari, son stati anni mascherati da day-after party: ai primi accenni di doposbornia dal decennio precedente si é semplicemente voluti passati ad un diverso tipo di ubriacatura che ha mascherato i sintomi esteriori negativi pur continuando ad alimentare ciò che li aveva causati.

RACCONTARSELA che un cambio di stile sia segno di un cambio di natura é il tratto tipico di chi non vuole fare i conti con la storia e vuole/deve celare agli altri (e magari pure a sé stesso) proprio quella natura che non affronta apertamente.

Non disimpegno, quindi, ma ipocrisia e conformismo, (mal)celati attraverso l’originalità di una codificazione estetica che ironicamente si rivela cartina al tornasole dei tratti essenziali (elitismo, classismo, razzismo, snobismo) da cui se ne comprende facilmente l’etica sottostante.

vlcsnap-2010-12-16-21h53m45s2201

 

 

  •  

Piccolo vademecum per riconoscere le fonti inattendibili

http://image.motortrend.com

E’inutile avere notizie corrette, informazioni oneste ed imparziali, fonti non schierate e trasparenza delle istituzioni.

E’inutile per colpa TUA.

E’inutile perché TU, per primo, non ti osservi, non ti metti in discussione e non ti accorgi di essere sbilanciato, di parte, male informato e privo di strumenti adatti a valutare la validità di ciò che leggi.

Il risultato é che anche mettendoti sotto gli occhi dati e informazioni corrette ed imparziali, TU premierai sempre e solo quelle fonti che s’allineano al tuo modo di vedere le cose, che spesso ha più a che fare col tuo inconscio, coi tuoi pregiudizi e con la tua ignoranza che non con i fatti veri e propri.

Certo, hai dei “margini d’accettazione” entro cui sei in grado di accogliere idee che non t’appartengono, ma non ti rendi assolutamente conto di quanto questi tuoi margini siano stretti e superficiali. Il solo fatto di averli, questi margini, t’illude d’essere una persona molto più aperta di quanto tu non sia realmente.

Vivere immersi nelle proprie convinzioni non é diverso dal viaggiare in automobile: il tuo “sapere” é lo strumento/mezzo che ti sei costruito per muoverti più velocemente, raggiungere mete e scansare pericoli. Ma ti fidi a viaggiare su un qualcosa che non hai mai messo VERAMENTE alla prova? Sei la cavia di te stesso e se non sottoponi mai le tue convinzioni a dei test di revisione non potrai mai sapere quanto siano valide e sicure.

Qui si parla di test VERI, capaci di mettere in discussione la validità delle fondamenta di quanto credi. Non illuderti d’averlo già fatto: un vero crash-test può arrivare a spezzare il telaio di una macchina, mentre tu, probabilmente ti sei limitato a distruggere la carrozzeria.

Magari ti accorgi di aver viaggiato tutta la vita su un mezzo capace di superare solo certi ostacoli o che va benissimo solo sulle strade che percorri abitualmente ma s’impantana su percorsi leggermente diversi! Al contrario potresti scoprire che questo mezzo é molto più performante di quanto tu immaginassi perché non l’avevi mai sfruttato fino in fondo. Non lo saprai mai a meno che non sia TU a sottoporre le tue stesse convinzione a stress-test sempre più stringenti.

Ciò significa, tra l’altro, che é inutile attaccare le tue fonti d’informazione quando sei TU il primo ad aver paura di ridiscutere le tue convinzioni.

Casomai, qualora proprio-proprio vi fosse qualche brandello di dubbio nelle tue convinzioni, o ti fossi deciso ad una sana opera di “collaudo e revisione” partendo da ciò che leggi, ecco qui, come spunto iniziale un piccolo Vademecum dei principali tratti comuni delle fonti inattendibili: ossia quei segnali che, qualora rilevati, devono far scattare dei campanelli d’allarme

pied-piper-art

ALLARMISMO EMOTIVO CICLICO

Compito di una fonte d’informazione é soprattutto dar notizia di quel che non funziona. Ciò che caratterizza la fonte inattendibile é il ricorso continuato ad allarmi dalla forte connotazione emotiva che vengono “spinti” per un determinato lasso di tempo per poi passare ad allarmi più “freschi” in un continuum ciclico infinito.

BANALIZZAZIONE

Una notizia può essere comunicata in maniera riassunta, ridotta all’essenziale, asciugata dei dettagli e rimanere tuttavia ancora corretta. La fonte inattendibile però compie questo lavoro di “asciugatura” in maniera incorretta, tralasciando (volutamente/inconsciamente) aspetti importanti, semplificando troppo e banalizzando la notizia stessa.

MANCANZA DI FONTI / FONTI INATTENDIBILI

Una fonte inattendibile solitamente non indica le proprie fonti o si basa su fonti inattendibili. L’argomento é già stato trattato in un’altro post, ma può esser riassunto così: “Se mi dai un’informazione ma non mi dimostri che é vera e non mi dici come l’hai avuta io devo dubitare”

ESIBIZIONE D’INDIPENDENZA/LIBERTA’

E’ironico notare come le fonti più schierate, di parte e chiuse al dialogo siano spesso quelle che mettono più enfasi nell’esibirsi “liberi pensatori, menti aperte, indipendenti, non schierati”. Che sia il nome della fonte, il suo slogan o la sua bio su Twitter, la forzosa esibizione di queste caratteristiche, ironicamente, é quasi sempre garanzia del suo contrario. Esiste anche la variante “rivelo i segreti” ossia l’insistenza sul fatto che le notizie trasmesse siano state “tenute nascoste” o “censurate” (poco importa che siano su Youtube da anni o che vengano vendute regolarmente in edicola)

SIMPATIA AVVALORANTE

Una fonte, perché sia seguita, deve avere maturato un certo grado di affidabilità. Caratteristica delle fonti inattendibili é spesso quella di essere avvalorate più dalla simpatia popolare che dall’effettivo valore delle informazioni/analisi che dispensa. Capita cioè che un personaggio dello showbiz che magari si limita a esprimere opinioni condivisibili ma banali e poco profonde, goda spesso di un’aura di credibilità superiore a quella di chi propone analisi e descrizioni degli eventi molto più attente e valide, ma meno frizzanti.

SBERLEFFO FORZOSO

La fonte inattendibile spesso attua la sua opera di BANALIZZAZIONE attraverso l’utilizzo sistematico dello sberleffo. Spesso utilizzato in maniera sottile (a alcuni casi non lo si nota ad una prima lettura) l’informazione dello sberleffo non si limita ad essere metafora parziale della realtà (compito della satira) ma pretende d’essere una rappresentazione esatta, anche se buffa, della realtà stessa! Con abile raggiro, ironicamente, a volte lo fa proprio dipingendosi da satira!

SCHIERAMENTO MANICHEO

Va da sé che una fonte visibilmente schierata abbia un’attendibilità parziale e vada sempre presa con le pinze. Attraverso BANALIZZAZIONE e SBERLEFFO FORZOSO la fonte inattendibile ricondurrà sempre allo schema amico/nemico > buono/cattivo > bene/male > bianco/nero. La fonte attendibile, al contrario, non rifiuta di mostrare i diversi “gradi di grigio” della realtà anche nei casi in cui ciò andasse contro il proprio schieramento (una fonte può mantenere un buon grado di attendibilità pur essendo apertamente schierata, se vuole).

DEMONIZZAZIONE DEL NEMICO

Una fonte inattendibile sfrutta ogni occasione per demonizzare il proprio nemico ricorrendo perlopiù a SBERLEFFO FORZOSO ed alla diffusione di notizie pure in MANCANZA DI FONTI. La demonizzazione si differenzia dalla critica in primo luogo per i toni, ma soprattutto per il fatto che la critica é uno scontro di idee, mentre la demonizzazione é semplice tirar fango.

AGGRESSIVITA’ LINGUISTICA

Chi non ha argomenti a favore delle proprie affermazioni aggredisce. In presenza di articoli urlati, titoli allarmistici ed esplosioni d’indignazione sappiamo di trovarci dinnanzi ad una probabilissima fonte inattendibile (a meno che non si tratti di un articolo MOLTO ben documentato e lo scandalo in questione sia proporzionato al tono usato). In questi casi una doccia fredda fa sempre bene.

 

Ci sarebbero poi altri punti come la coerenza interna, la messa in dubbio e la capacità autocritica della fonte, o l’attendibilità pregressa, ma non possono far parte di questo breve vademecum perché la capacità di vederli ed analizzarli vien dopo l’aver imparato a riconoscere e soppesare i punti già elencati: solo smettendo di giustificare le proprie fonti in base alle proprie convinzioni personali e iniziando un lavoro di critica alle stesse, si potrà capire quanto queste risultino valide o meno.

 

Critical-Thinking-Skills-Tuition-and-Courses-London

  •  

Le fonti! Le fonti! Perché nessuno controlla mai le fonti?

cn_image_1.size.wikipediawarning

Oggi TUTTO é “notizia”. Un articolo di giornale, un post su un blog, un tweet, una foto su Instagram, una mail virale, un filmato su Youtube, una clip televisiva: sono tutti strumenti che trasmettono continuamente ROBA.

Video buffi, meme, haiku, barzellette, opinioni personali, battute acide o brillanti, storie personali, bufale, esperienze di vita, balle colossali. Tutto viene trattato più o meno allo stesso modo.

Senza grande distinzione tra una uno scandalo internazionale ed una soubrette fotografata senza mutande, a fare le spese di questo livellamento é soprattutto l’informazione popolare (ossia quell’ammasso di ROBA che la gente ha assorbito e che ritiene essere informazione valida) , non solo perché tratta allo stesso modo lo scandalo e la soubrette, ma perché sempre meno capace di distinguere cosa, di tutta questa ROBA sia una notizia e cosa no.

Il comun denominatore di tutto ciò é l’entertainment: l’interesse verso una notizia é dato dalla sua maggior o minor capacità di suscitare emozioni e raccontare una storia interessante, anziché dall’importanza dei fatti descritti.

Colpa del mercato, della tecnologia, dei lettori e dei giornalisti. Il risultato é che nell’ “era dell’informazione” la maggioranza della popolazione non sa distinguere notizie, gossip e propaganda elettorale.

Spesso, poi, chi anche riesce ancora a comprenderne la differenza non é in grado di affermare se la notizia che legge ha valore o meno.

Bisogna innanzitutto capire cosa sia una notizia, quanto sia utile e quanto sia attendibile.

  • Una notizia può dirsi tale solamente se contiene informazioni attendibili.
  • L’utilità di una notizia dipende dal contesto e dal suo grado di valore per la comunità in cui viene diffusa.
  • L’attendibilità di una notizia dipende dalla propria coerenza e dalla verificabilità ed attendibilità delle sue fonti.

La distinzione tra notizie attendibile ed inattendibile é di certo la più importante perché é una distinzione che funge da grimaldello nel dedurne successivamente il grado di verità, neutralità ed utilità.

bd3_006693

A) VERIFICABILITA’ DELLE FONTI

Chi diffonde una notizia deve garantire la verificabilità delle fonti, ossia deve mettere il lettore  in condizione di poter accedere il più direttamente possibile la fonte originaria delle informazioni su cui la notizia é basata.

Maggiore é la distanza tra il lettore e le fonti originarie dell’informazione (utilizzo di fonti secondarie o terziarie), minore é la sua verificabilità.

Una fonte verificabile non é automaticamente veritiera: il fatto che una fonte sia verificabile la rende aperta al controllo sulla sua veridicità.

Una fonte non verificabile é automaticamente non attendibile. Ciò non significa che sia falsa ma che il lettore non é messo in condizione di controllare SE sia vera.

Qualora la fonte fosse particolarmente nota, diffusa e conosciuta, l’indicazione esplicita della fonte diventa superflua (Se la notizia riguardasse ad esempio un evento importante avvenuto il giorno stesso e disponibile su diverse piattaforme, siti e trasmissioni tv é lecito ritenere che chi legga sappia benissimo di cosa si stia parlando e come accedervi. Se invece la notizia riguardasse un particolare decreto legge da poco approvato, citarne il  testo e linkare la versione integrale sarebbe doveroso)

 

sleazy-salesman

B) ATTENDIBILITA’ DELLE FONTI

Le fonti di una notizia sono considerate più o meno attendibili a seconda del loro grado di autorevolezzaneutralità, molteplicità, diversificazione e coerenza.

Più le fonti rispondono a queste voci, maggiore sarà la loro attendibilità.

Il rapporto di queste voci e la fonte ha diversi gradi d’importanza a seconda del contesto e del soggetto in esame. Da ciò ne deriva che a seconda del contesto e del soggetto in esame, una fonte potrebbe essere ritenuta attendibile anche se rispondesse debolmente a queste voci, così come potrebbe esser ritenuta non attendibile per il fatto di non rispondere anche ad una sola di queste voci.

 

AUTOREVOLEZZA

L’autorevolezza di una fonte é sempre e solo relativa al soggetto in esame. Nessuna fonte insomma può esser ritenuta autorevole di per sé. (Un eccellente chirurgo non é necessariamente un esperto di dietologia, così come un bravo cantante non é automaticamente un esperto di politica).

Vi sono ovviamente diversi gradi di autorevolezza in relazione al soggetto in esame attribuibile alla fonte in base al grado di competenza riconosciuta e dimostrata.

L’acquisizione della competenza é relativa agli studi ed all’esperienza sul soggetto in questione.

Il riconoscimento della competenza può manifestarsi con titoli di studio, accettazione in peer review (anche in alcuni casi al di fuori dell’ambito scientifico, qualora all’interno di una comunità relativa al soggetto in questione vi fosse ampia convergenza sulla valutazione della competenza della fonte)

La competenza della fonte può anche esser dimostrata, qualora fosse comprovata da prove scientificamente inconfutabili.

Maggiore é la robustezza con cui la competenza della fonte viene dimostrata e riconosciuta, maggiore sarà il suo grado di autorevolezza. Il fatto che la fonte abbia acquisito competenza  anche molto alta sul soggetto in esame, non gli dà autorevolezza se questa non é stata riconosciuta e/o dimostrata.

Ciò non esclude che vi siano fonti che abbiano altissima competenza in grado di fornire informazioni migliori, ma se queste fonti non han mai dimostrato e fatto riconoscere la propria competenza non gli si può attribuire autorevolezza.

 

NEUTRALITA’

Una fonte neutrale é una fonte equilibrata nei confronti del soggetto in esame. (Un inventore che parla della propria invenzione non é una fonte neutrale, così come un politico schierato pro o contro all’immigrazione non é una fonte neutrale quando diffonde dati sull’immigrazione)

Più la fonte é distaccata ed in grado di fornire una descrizione bilanciata dei fatti, maggiore sarà il suo grado di neutralità.

Per descrizione bilanciata dei fatti s’intende una descrizione dei fatti non macchiata da opinioni esterne alla stessa e che mantiene equidistanza dai diversi attori che riguardano la notizia stessa senza favorirne alcuno.

Per fonte distaccata s’intende una fonte che non abbia alcuna forma di vantaggio nella diffusione della notizia in questione.

 

MOLTEPLICITA’

Più sono le fonti che confermano le informazioni relative alla notizia, maggiore sarà l’attendibilità della notizia. Il valore della molteplicità é strettamente connesso alla sua diversificazione.

 

DIVERSIFICAZIONE

Le fonti diversificate sono fonti non neutrali tra di loro, ossia fonti che prese singolarmente hanno caratteri di autorevolezza e neutralità ma che per alcuni motivi dipendenti dal contesto non possono esser considerate relativamente neutrali. (Un’informazione confermata da 10 studiosi provenienti dalla stessa scuola di pensiero é meno diversificata di un’informazione avallata da 4 studiosi provenienti da 4 diverse scuole di pensiero in contrasto fra loro) 

Il tipo di diversificazione dipende dal contesto. (Intervistare 100 persone diversissime fra loro, ma tutte provenienti da Milano e sostenitrici del partito X, é una diversificazione minore che intervistare 100 adulti maschi di cinquant’anni da tutt’Italia che votano partiti diversi tra loro, se l’argomento é la politica del Paese)

 

COERENZA

Per coerenza s’intende una collaborazione congrua e non contraddittoria delle diverse informazioni relative ad una data notizia, sia tra di loro che con l’esperienza comune dell’autore e delle fonti.

Maggiore é la coerenza tra le fonti, maggiore é l’attendibilità delle informazioni stesse. (Se le informazioni provenienti da diverse fonti sono incoerenti tra loro non si avrà una notizia attendibile).

 

open-file-drawer

UNA NOTIZIA ATTENDIBILE E’ UNA NOTIZIA CHE PERMETTE LA PROPRIA SMENTITA

Una notizia basata su fonti attendibili che indica apertamente é una notizia che fornisce al lettore gli elementi per poterla verificare e volendo anche smentire. In caso contrario, una notizia basata su [non si sa bene che informazioni] che [non si sa da dove provengono] é qualcosa di indistinguibile da una teoria personale o una bufala poiché la sua verifica richiede lo stesso tipo di impegno.

Non significa che per questo sia vera: significa che é stata diffusa in modo corretto, dando la possibilità a chi legge di informarsi il meglio possibile e di correggere e smentire eventuali falsità.

Non significa nemmeno che sia neutrale: l’autore della notizia, pur basandosi su fonti autorevoli e neutrali, potrebbe aver esposto il tutto in una forma non neutrale.

Non significa nemmeno che sia utile: una notizia vera e neutrale redatta come si deve e basata su fonti attendibili e verificabili che riguardasse il nuovo taglio di capelli del cantante del momento, per quanto seguito, forse interesserà i suoi fan e il mondo della moda, ma non il notiziario nazionale.

 

ALCUNI ESEMPI

Se l’informazione da trasmettere é “c’é una coda sulla A2”, tre persone diverse che si trovano in quella coda e intervistate telefonicamente posso esser ritenute fonti abbastanza attendibili per valutare la situazione in quanto, nonostante non siano responsabili del traffico e siano coinvolti emotivamente nel fatto, relativamente al soggetto in esame il loro grado di attendibilità é più che sufficiente, poiché valutare se c’é o non c’é una coda non richiede grandi livelli di attendibilità.

Al contrario, se l’informazione da verificare é un crimine di guerra avvenuto in zone remote e con pochi testimoni, il grado di attendibilità richiesto sarà altissimo.

In casi in cui mille di persone diversissime e non toccate direttamente dal soggetto in esame, tra cui anche alcuni specialisti sul soggetto in esame, diffondessero diverse informazioni coerenti relative ad una determinata notizia, il fatto che tutte queste fonti siano legate da una comune appartenenza culturale-politico-religiosa non neutrale nei confronti del soggetto in esame, minerebbe alla base l’attendibilità di tutti i mille

traffic-source

 

  •  

2+2=5 (La muraglia cinese che divide la Louisiana dall’Arizona)

2+2=5

Due più due fa cinque. Bisogna accettarlo: E’COSI’ PERCHE’ LO DICONO TUTTI.

Non importa essersi informati, aver seguito centinaia di lezioni, imparato a memoria le tabelline, ottenuto una laurea in matematica: se ti trovi di fronte due o più persone che sostengono che 2+2=5 tu, che sostieni faccia 4, sei un povero sfigato bastiancontrario in minoranza che “non capisce”.

O peggio: se anziché limitarti a sostenere che “due più due fa quattro e non cinque” hai l’ardire di indicare prove materiali a tuo favore (schemi delle tabelline, testi di matematica ecc), con ogni probabilità verrai tacciato d’esser [ noioso / pesante / arrogante / antipatico / stressante / fondamentalista / troppo rigido ].

ATTENZIONE: qui non si parla di divergenze d’opinioni ma di pura e semplice negazione di fatti.

OPINIONI VS. DESCRIZIONI DELLA REALTA’

Se Gianni sostiene che “il Gran Canyon é più bello della muraglia cinese” e Pinotto che “la muraglia cinese é più bella del Gran Canyon” si tratta di una divergenza d’opinioni, ossia considerazioni personali non misurabili e prive di valore oggettivo.

Se Gianni invece sostenesse che “la muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona” non ci troveremmo più di fronte ad un’opinione personale ma ad una descrizione della realtà che pertanto può esser misurata in gradi di veridicità a seconda della sua maggior o minor capacità di rappresentare coerentemente la realtà conosciuta.

f=fact5

A GIANNI NON INTERESSA LA REALTA’

Se Gianni sostenesse che “la muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona“, per dimostrare che la muraglia cinese sta in Cina potresti mostrare fotografie, guide di viaggio, atlanti, documentari, testimonianze di amici cinesi, libri di storia. Ma tutto ciò potrebbe essere inutile.

Non per colpa dei tuoi atlanti o delle tue fotografie. Non per colpa del tuo amico cinese o delle tue guide di viaggio. Ma per colpa di Gianni stesso. Si perché fondamentalmente A GIANNI NON INTERESSA LA REALTA’. Non cerca riscontri oggettivi alle proprie credenze. Non mette in discussione le proprie convinzioni.

STOCKHOLM SYNDROME

Gianni é talmente abituato a stare nella sua prigione di convinzioni (anche se non é detto ci si trovi poi così comodo) che  la difenderà a spada tratta, percependo come un attacco qualunque cosa potesse anche solo potenzialmente intaccarla. Perché Gianni ha paura ad uscire da quella prigione che conosce benissimo ed in cui sa come muoversi. Ecco che quindi Gianni bollerà tutte le prove in grado di distruggere la sua convinzioni  come “roba noiosa da leggere, poco interessante, di parte e magari anche falsa”.

brooks1

Brooks, dopo aver passato l’intera vita in carcere, alla notizia della sua scarcerazione tenta di uccidere un altro detenuto per prolungare la sua stessa prigionia (Le ali della libertà)

UN CRIMINE

Se la stupidità é una condizione sfortunata e pericolosa e l’ignoranza é una condizione risolvibile, la negazione della conoscenza é certamente un crimine.

Negando di affrontare l’evidenza, quindi, Gianni commette un crimine di cui é il solo responsabile.

tumblr_l8437wRXbY1qc63sno1_500

COLPA DI GIANNI E DI CHI LO NUTRE

Pur non discolpando Gianni é comunque innegabile che la sua negazione della realtà derivi ANCHE all’humus culturale in cui é immerso. Perché vi sono anche molti altri “Gianni” a cui fa comodo che Gianni stesso resti com’é e fanno di tutto per alimentarlo e stimolarlo con cibi adatti a mantenerlo così.

Come un alcolizzato che fin da giovane é stato spinto a preferire i liquori in base al maggior tasso alcolico e non in base ad un gusto addestrato da corsi da sommelier, a Gianni é sempre e solo stato insegnato a descrivere/descriversi grossolanamente la realtà; più con la pancia che attraverso analisi logica e riscontri oggettivi.

A ciò hanno contribuito l’ambiente in cui é cresciuto, la famiglia in cui ha vissuto, gli amici che si é scelto, gli insegnanti che più l’hanno coinvolto, le cose che ha letto e sentito.

Se Gianni non ha una propensione personale a documentarsi e l’ambiente in cui é cresciuto lo ha abituato a leggere poco e/o a leggere male sarà sicuramente molto più a suo agio nella fruizione di testi che rispondono con semplicità alla sua pancia. Si troverà più a suo agio coi brevi servizi di Striscia la Notizia e con gli schiamazzi populisti che con la lettura di OpenData come dati Istat ed Eurostat o con testi troppo articolati e complessi.

Se poi Gianni si trova in un ambiente particolarmente avverso ai valori di precisione, merito, ricerca, dialogo ed analisi come l’Italia attuale (NB: non che all’estero sia tutto meglio, ma qui gli italici modelli di riferimento stan facendo danni a livelli diversissimi e in tutti i campi) una certa colpa va addossata pure all’humus di cultura popolare italiana.

giornali

HUMUS CULTURAL-POPOLARE ITALIANO

Nell’Italia che legge poco e principalmente i libri acquistabili al supermercato, con almeno un terzo della popolazione dichiarata analfabeta funzionale, in cui l’istruzione scolastica fornisce una preparazione scarsa (rapporto OCSE 2014), con una copertura internet arretrata e conseguente alto analfabetismo digitale, in cui la gente legge più riviste settimanali che quotidiani, e s’informa principalmente attraverso Tv e Social Network, appare chiaro quante difficoltà può trovare il nostro Gianni.

Viste le premesse non stupisce il fatto che il dialogo nazionale vada avanti a colpi di emergenze emotive. Con la spinta degli introiti da grandi numeri e la scusante esteriore della simpatia si é lasciato sempre più spazio ad un tipo di comunicazione eccessiva, semplicistica ed inaccurata.

PROPAGANDA AUTORIGENERANTE

Ogni giorno escono a ritmi frenetici migliaia di articoli, post, commenti, tweet e servizi formanti un flusso mastodontico che investe la persona, la quale ormai si percepisce sempre meno figura che deve cercare le informazioni utili, e più utente raggiunto dalle notizie.

La mole di notizie che investono la persona la obbligano ad impiegare il suo tempo in un’operazione di rapidissima e frenetica scrematura quantitativa dei dati. Per ogni articolo letto per intero sono stati scartati decine e decine di titoli e foto che tuttavia, passando davanti agli occhi della persona vengono letti ed assorbiti.

A causa del gran numero e la rapidità con cui questi brandelli d’informazione passano sotto gli occhi di tutti, DI FATTO l’immaginario popolare viene plasmato più facilmente da immagini come questa che da argomenti che illustrano la realtà scientifica dei fatti (ossia che i migranti che giungono in Italia sono più sani degli italiani stessi):

ebola-falso-facebook

(bufala priva di fondamento)


Allarmi di questo tipo vengono lanciati continuamente sui social network per esser visualizzati, rigirati, riportati, riscritti, copiati, rilanciati e, qualora ottenessero un certo successo, fatti proprio da blogger, giornalisti e politici che, per ottenere visibilità/visualizzazioni/consenso rilanceranno con maggior forza.

Il nostro Gianni, dopo aver esser stato raggiunto qualche decina o centinaia di volte da notizie simili avrà sicuramente assorbito il meme “gli immigrati portano l’ebola” e non andrà ad informarsi oltre: se ha già pregiudizi verso gli immigrati avrà già fatto sua quest’idea. Poco importa che sia tutta una balla e la realtà sia esattamente l’opposto (ossia che gli immigrati, più che portare malattie si ammalano quando arrivano in Italia).

Oltre alle bufale vere e proprie circolano allo stesso modo mezze verità, letture parziali dei fatti, esagerazioni gargantuesche ed ipersemplificazioni in un deleterio mix in cui un servizio al telegiornale può parlare di uno scambio di tweet tra un politico ed una soubrette a proposito di un’allarme-bufala lanciato da un blog che ha citato una frase falsa attribuita alla moglie del direttore del telegiornale, scatenando schiere di tifosi da smartphone che si lanciano in battaglie a suon di tweet, post e like a favore o contro la notizia. L’informazione diventa intrattenimento-spettacolo e le diverse opinioni vengono irregimentate in tifo da stadio. La natura stessa dei social network tende a premiare proprio quest’ultimo aspetto, livellando i dialoghi al minimo comun denominatore (tu tiri pietra – io lancio sasso) rendendolo DI FATTO il modo moderno di “dialogare”.

TUTTO QUESTO SENZA MAI VERIFICARE LA VERIDICITÀ’ DELLE AFFERMAZIONI LETTE E SOSTENUTE

La mancata distinzione tra informazione ed intrattenimento crea di fatto una forma di propaganda autorigenerante in cui sono le stesse persone suggestionate ad alimentare unilateralmente ciò che li ha suggestionati riproponendolo e rinnovandolo, distruggendo la distinzione fatta ad inizio di questo articolo, tra opinione e descrizione della realtà.

Ecco come negli ultimi anni il chiacchiericcio del momento é stato preso in ostaggio dai diversi Frame (sempre nuovi perché lo storytelling deve sempre essere fresco e affascinante):

“pericolo lavavetri”, “imprenditori suicidi”, “boom stupri”, “mandiamo a casa la casta”, “Berlusconi innocente”, “Toghe rosse”, “scandalo auto blu”, “Corona incarcerato per una foto”, “i clandestini ci stanno invadendo”, “questo governo non é stato votato”, “ridateci i nostri marò”, “L’Europa ci comanda” oltre a decine e decine di “rivelazioni” mai fatte, “ricerche” irreperibili. Il tutto utilizzando perlopiù un linguaggio urlato a volte cartoonesco,  ma sempre attento più alla forma accattivante che all’attendibilità del contenuto.

Il risultato é l’aver impantanato ogni dialogo nazionale in uno sciocco chiacchiericcio monopolizzato da meme che sostituiscono la realtà dei fatti e che all’orecchio di chi si é preso la briga di documentarsi suonano assurde come  “La muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona” o “due più due fa cinque”. Ma guai a negarle! Se ci provassi verresti subito tacciato di essere via via noioso / poco interessante / di parte / arrogante / radical chic / il solito sessantottino / uno dei centri sociali / fascista / anarchico / marziano.

Non c’é che adattarsi. Prendere una pastiglia omeopatica, farsi fare un massaggio shiatsu, chattare su Facebook a proposito di quel post letto di sfuggita e mi ha indignato tanto per poi andare in centro (stando ovviamente lontano tutti i negri per non prender malattie) a comprare quel nuovo prodotto “bio” che tutti dicono faccia benissimo. Ma prima dovrò prelevare dei contanti alla mia banca che sarà certo in mano a degli ebrei.

cry

  •  

bitume - diritti sociali e digitali - podcast

Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

logo-bitume

Mercoledì 5 luglio 2023, dallo studio radio di ZAM

Diritti sociali e digitali

  • Twitter e la rivoluzione francese

  • Immaginazione teoretica

  • API, social media, scraping e la possibilità di informarsi anonimamente

durata: 50 minuti

  •  

Primi passi con Riot/Matrix

Una semplice guida passo-passo che spiega come creare un account Matrix ed accederci con Riot.im

In altri post abbiamo già osservato cos’é Matrix, cosa lo rende radicalmente diverso da qualsiasi altra piattaforma chat e della sua possibilità di poter funzionare anche se il server fosse guasto, scollegato da internet o distrutto in mille pezzi da una bomba. e che chi sa smanettarci un pò su, può comunicare da Matrix con altre piattaforme, come Telegram e Whatsapp.

Per chi non avesse letto gli altri post, qui basterà ricordate solo una cosa: Matrix é il nome della piattaforma, Riot é l’applicazione che ci accede e matrix.org é il più noto fornitore della piattaform.

Per fare un paragone:

Matrix – La piattaforma; come dire l’email

matrix.org – Uno dei server della piattaforma Matrix; come dire email.it o gmail.com

Riot – é come dire Outlook Express o Thunderbird o Apple Mail.

Il paragone con l’email spiega bene le diverse soluzioni possibili con Matrix: così come puoi decidere il server mail che preferisci e registrarti a tua scelta su Hotmail, Libero o Protonmail sapendo che in ogni caso potrai scambiare mail con persone registrate anche su altri server, su Matrix ti registri al server che preferisci e da lì chatti con persone che possono anche essere registrate su server diversi dal tuo, essendo tutti utilizzatori della piattaforma “email”.

Una volta che ci si é registrati al server email che si é scelto, ad esempio Gmail, si può decidere se accederci dal browser su gmail.com, o scaricando l’app chiamata Gmail o impostando Outlook Express. Allo stesso modo, con Matrix, una volta scelto il server, ci si può accedere da browser o usando l’app Riot o un’altra delle diverse Applicazioni disponibili (ce ne sono diverse, ma questo tutorial tratterà solo la più comune, Riot)

 

CREARE L’ACCOUNT

1) Da computer fisso, andare su https://riot.im/app/  (A dire il vero l’account si può creare benissimo direttamente da smartphone, ma per qualche oscuro motivo a me inspiegabile, ho riscontrato che molte persone si perdono in questo passaggio e quindi opto per indicare la soluzione che va meglio per tutti)

 


NOTA IMPORTANTE: Per usare Matrix, come già spiegato, basta registrarsi ad uno qualsiasi dei suoi server pubblici. Questo tutorial ed i link che contiene, si riferiscono al server matrix.org, attualmente il più usato. Tuttavia é possibile che matrix.org limiti le registrazioni. In questo caso basterà scegliere un altro server.

Un elenco incompleto di server pubblici utilizzabili é disponibile su hello-matrix.net

Due di questi server che possono essere vivamente consigliati, sono i seguenti:

Opencloud (Lussemburgo) https://riot.opencloud.lu/#/welcome (NB: il server é in Lussemburgo ma gli admin sono italiani, il che può aiutare in caso doveste chiedere informazioni o aiuto)

TeCHNiCS (Germania) https://chat.tchncs.de/#/welcome


 

 

2) Apparirà questa schermata. Clicca su [CREATE ACCOUNT]

 

3) Scegliere uno [USERNAME] ed una [PASSWORD]. Scegli una password seria! Mi raccomando che contenga lettere, numeri, simboli, maiuscole e minuscole! E segnatela da qualche parte! Non é obbligatorio ma é meglio inserire anche il proprio indirizzo [EMAIL].

 

4) A questo punto va risolto il  Captcha [NON SONO UN ROBOT]

5) Accettare [TERMINI E CONDIZIONI]

 

6) FATTA: L’ACCOUNT É STATO CREATO! La sua forma, senza gli spazi, é questa:

                                             

@ nomeutente : matrix . org

 

7) In questo momento stai usando la versione web di Riot, ma volendo puoi scaricare la sua Applicazione per PC Windows, Mac, o Linux da qui https://about.riot.im/downloads/ Puoi anche scaricare l’App Riot.im per Android da Google Play e da F-Droid o per iOS dall’ App Store.

 

8) Riot in versione web (o Applicazione) da per computer fisso permette di fare molte più cose della versione per smartphone. In questa guida iniziale però viene spiegato solo il funzionamento da smartphone.

 

9) L’App di Android e quella di iOS hanno delle leggere differenze fra loro, perciò le schermate ed i menù di Riot sul tuo telefono potrebbero non essere del tutto uguali a quelle descritte qui.

 

10) Scarica l’App sullo smartphone

 

11) Dal momento che hai creato il tuo account aspetta almeno 2 o 3 minuti e poi puoi accedere all’App con il nome utente e password che hai creato.

 

12) Se hai dato il tuo indirizzo mail ti sarà arrivata una email di verifica. Se non la vedi controlla nell’antispam.

 

USARE RIOT

A questo punto ci si può loggare da smartphone. Banalmente, basta inserire il nome utente e la password. Non serve mettere il nome utente completo di formattazione (invece che scrivere @:mionomeutente:nomeserver.org basterà scrivere mionomeutente)

Se si é scelto un server diverso da matrix.org, questo va indicato nella schermata di Login

L’app per smartphone Riot.im, di default intende che tu abbia un account su matrix.org. Se così non fosse bisognerà selezionare “Custom server” ed inserire il suo dominio. (Se il l’account é su Opencloud bisognerà scrivere https://riot.opencloud.lu)

 

 

Una volta loggato nell’App ti ritroverai una schermata come questa:

Schermata iniziale al primo utilizzo

 

Non appare granché perché devi ancora aggiungere i tuoi contatti. A questo punto, se non l’hai ancora fatto, sarebbe bene leggere il post Cos’é Matrix per comprendere i concetti base di come funzionano le cose da queste parti. É facile, ma se finora hai usato solo App tipo Whatsapp, Facebook, Telegram e Viber, che sono iper-semplificate ed estremamente simili fra loro, molto probabilmente hai bisogno di ripassarti due-tre concetti su sicurezza e comunicazione digitale che le App che hai usato finora tendono a eliminare.

 

OGNI CHAT É UNA STANZA

La cosa principale da ricordare é che su Riot si comunica a STANZE. Hai presente un gruppo Whatsapp? Beh, qui su Riot un “gruppo” é chiamato stanza e funziona più o meno allo stesso modo. Ma su Riot anche la comunicazione tra te ed un’altra persona deve avvenire in una stanza!

Se Andrea chatta con Sabrina non é semplicemente una comunicazione diretta tra Andrea e Sabrina ma é una comunicazione che avviene in una stanza che ha come membri… solo Andrea e Sabrina!

Riot permette di dividere le stanze in quattro tipi: FAVOURITES, PEOPLE, ROOMS e LOW PRIORITY. Questa cosa all’inizio può confondere: si tratta sempre di stanze! Non importa se tu classifichi una stanza “people” o “room”: resta sempre e solo una stanza! Io, per esempio, trovo comodo classificare “people” le stanze con solo me ed un’altra persona, “room” quelle con 3 o più persone, “favourite” le preferite e “low priority” quelle con persone o gruppi con cui non mi sento spesso.

Quando premi il pulsante [+] ti vengono fornite tre opzioni. [START CHAT] e [CREATE ROOM] sono fondamentalmente la stessa cosa! Solamente, funzionano in modo un pò diverso: “Start chat” é più veloce, selezioni subito le persone con cui chattare ed appena l’hai fatto inizi la conversazione in una stanza senza nome. “Create room” invece ti chiede prima di impostare la stanza, dargli un nome, selezionare diverse opzioni e solo quando hai fatto tutto puoi invitare chi vuoi nella stanza.

Altra grossa differenza: con “Start chat” tu e le altre persone nella discussione siete tutte parimenti amministratrici della stanza di discussione. Con “Create room” tu amministri e gli altri utenti no.

La terza opzione, [JOIN ROOM] serve ad entrare in stanze create da altri. Ma questa opzione non viene trattata in questa guida

 

PRIMO IMPATTO

Come quando si indossa un nuovo paio di scarpe o si guida una nuova moto, all’inizio bisognerà prendere confidenza con certe funzioni basilari: quello che su un altra App sai fare a occhi chiusi, qui devi un po’ re-impararlo: é normale! Fai qualche prova, gira qua e là tra i menù, esplora. E non farti problemi a sperimentare: che vuoi che succeda di così grave? 😉

Impara a disabilitare le notifiche, trova le impostazioni generali e quelle di ogni singola stanza, creare stanze, unirti a stanze già esistenti ed abbandonarle…

 

ACCOUNT E RUBRICA

Se hai già letto il post Cos’é Matrix sai che l’intero sistema Riot/Matrix é estremamente attento a privacy e sicurezza. Qui tutto é pensato perché non vengano diffuse informazioni su di te. Per questo quando hai creato il tuo account Matrix non era obbligatorio mettere la tua email o il numero di cellulare: qui nessuno ti obbliga a collegare il tuo account alla tua identità reale. Nelle istruzioni sulla creazione dell’account ho suggerito di inserire comunque un indirizzo email perché nel caso perdessi la tua password, con un’email puoi ancora riuscire ad entrare in Riot mentre senza, ahimé, non avresti alcun modo di recuperarla.

Se entri nelle preferenze di Riot però vedrai che ci sono i campi per inserire i tuoi dati personali: il nome visualizzato, il numero di telefono ed appunto, una o due email. Puoi scegliere tu se metterli o meno: se li inserisci, chi conosce il tuo vero nome, email o numero di telefono, riuscirà a trovarti facilmente qui su Riot; se invece non li inserisci, qui su Riot verrai contattato solo da chi conosce il tuo account esatto.

Logo “Impostazioni”

 

Sempre nelle impostazioni ti verrà chiesto se vuoi che Riot possa accedere alla Rubrica del tuo telefono per vedere se ci sono, appunto, indirizzi email o numeri di telefono di qualcuno che li ha abbinati al suo account Riot.

 

LISTA CONTATTI DI RIOT

Su Riot, se hai notato, non hai una tua lista dei contatti Matrix. Questa é la seconda cosa che risulta un pò spiazzante per chi viene da Whatsapp ed altre App simili ma che ti appare chiara se hai letto il post Cos’é Matrix. Si tratta difatti di una scelta voluta per un fatto di sicurezza: Riot non vuole memorizzare i dati dei tuoi contatti. Al contrario, quando ti iscrivi a WhatsApp, tu fai sapere a Facebook tutti i numeri di telefono ed indirizzi email che hai memorizzato sul tuo telefono.

Il concetto base é che i tuoi contatti devono stare solo sulla tua Rubrica del telefono mentre le chat devono stare solo sull’app di chat (in questo caso Riot)

 

Ti chiederai “Ma allora, quell’impostazione per permettere a Riot di accedere ai miei contatti?”. Beh, qui é una questione di fiducia: ti fidi a dare accesso a Matrix.org alla tua Rubrica e leggere tutti i numeri di telefono, le email ed i nomi collegati? Anche qui, hai la possibilità di scegliere.

Se scegli di NON permettere a Riot di accedere alla Rubrica, i tuoi contatti potranno essere recuperati solo all’interno delle stanze in cui avete dialogato.

Se scegli di permettere a Riot di accedere alla Rubrica, l’App mostrerà al suo interno i tuoi contatti, ma identificherà solo quelli già iscritti a Riot e che hanno fornito l’email o il numero di telefono che hai sulla tua Rubrica.

Questo sistema ha una mancanza: se un utente che ha un account Matrix, NON ha fornito il suo numero di telefono o email, Riot non lo “conoscerà”. Se qualcuno ti da il suo indirizzo Matrix, il modo migliore per archiviarlo é dunque segnarselo manualmente in Rubrica! Così facendo, quando cercherai il suo nome da Riot, vedrai il suo numero di telefono, l’email… e l’account Matrix!

LE RUBRICHE DEL TELEFONO

Bisogna spendere due parole sulle Rubriche del telefono e sul loro modo di gestire i contatti. Banalmente: esiste una sorta di “standard” che però nessuno rispetta veramente e dunque i “Contatti” su iOS sono gestiti in modo diverso che su Android e lo stesso vale per PC, Mac, LInux.

Questo vuol dire che ogni telefono ha un modo un pò suo di gestire la cosa.

Per esempio, su iOS, l’indirizzo Matrix va inserito tra le email e non tra i contatti social.

Detto altrimenti: potresti dover fare un paio di tentativi per capire qual’é il modo migliore per segnarti gli indirizzi Matrix in Rubrica.

 

LE FUNZIONI AVANZATE DI RIOT/MATRIX

Questo articolo serve giusto per spiegare i primissimi passi con Riot/Matrix. Le funzioni speciali, la differenza tra l’App per smartphone e quella per computer fisso, la crittografia end-to-end sono invece ciò che rende Matrix speciale e possono essere affrontate solo dopo aver compiuto questi primi passi. Una cosa però é chiara: per poter capire le funzioni avanzate é indispensabile aver letto Cos’é Matrix ed aver appreso i concetti fondamentali su cui si regge.

 

Riot su Desktop

  •  

Specchio riflesso! La paranoia nazifascista nel “fascismo degli altri”

Uno dei tratti più curiosi del neo-nazifascismo é l’uso bipolare che militanti neri e simpatizzanti più o meno consci hanno nei confronti dei termini nazismo e fascismo.

Da un lato troviamo un utilizzo in positivo in cui al termine fascismo si attribuiscono solo “cose buone”. Addirittura i militanti di movimenti neofascisti non solo definiscono sé stessi fascisti ma ne fanno apertamente un vanto, un motivo d’orgoglio.

Tuttavia in certi frangenti quegli stessi militanti che si definiscono orgogliosamente fascisti, per quanto possa sembrare sorprendente  non si fanno problemi ad usare il termine fascista come aggettivo negativo con cui etichettare altri.

Quest’uso in negativo dell’aggettivo fascista da parte degli stessi fascisti avviene quando un dato evento contiene due elementi precisi: (1) una parte in gioco più o meno di sinistra e (2) una manifestazione di forza di questa parte in gioco che i fascisti hanno dovuto subire o perlomeno fronteggiare; nei fatti o anche solo simbolicamente.

Se un evento possiede queste due caratteristiche per i fascisti la strategia più conveniente é narrarlo in chiave vittimistica semplificando cartoonescamente la narrazione in uno scontro buoni contro cattivi.

– Il governo impone una decisione avversa ai fascisti?
Entra in gioco la modalità vittimista e si accusa il governo di agire come una dittatura fascista.

– Ci sono colluttazioni durante una manifestazione antifascista?
Si sfrutta la modalità vittimista e si accusa gli antifascisti di essere violenti fascisti.

La profondità d’analisi di chi parla di “fascismo degli antifascisti” é ben rappresentata qui

In questo processo la sinistra viene narrata perlopiù come una sorta di ammasso diviolenti aggrappati ad una idee aliene, traballanti ed incoerenti basate su ipocrisia di facciata secondo le qualié necessario fingersi buoni e tolleranti per poi agire subdolamente nell’ombra o quando l’occasione é più propizia.
Questa descrizione, che sembra una via di mezzo tra la figura del vampiro e quella del lupo cattivo di Cappuccetto rosso, é estremamente interessante in quanto rivela molte più cose sulla forma mentis fascista che non delle persone di sinistra così descritte (ci arriviamo tra qualche riga). A questo punto, dopo aver mostrificato la parte avversa, i fascisti possono anche non mostrarsi affatto, perché per effetto contrario, attribuendosi un ruolo opposto a quello dei mostri appena descritti, la narrazione li attribuirà automaticamente alla parte altrettanto semplificata dei buoni e giusti.

Ma perché nel tentativo di screditare e mostrificare la parte avversa i fascisti usano proprio il termine fascismo giocando sul filo del rasoio di un cortocircuito di senso così stridente?

Questo alternarsi ambiguo é necessario da un lato a ringalluzzire le proprie fila e dall’altra ad inserirsi all’interno del discorso democratico che almeno formalmente rifiuta il nazifascismo.

Insomma: com’é possibile che qualcuno al mattino si professi orgogliosamente fascista ma alla sera pur di farsi strada nell’arena mediatica non si fa scrupoli a dire di non essere ciò che é e per rafforzare tale debole posizione, spinge sull’acceleratore arrivando addirittura a dire che i fascisti sono altri?

Fascismo bellobellissimo…

…fascismo brutto e cattivo

JECKYLL & HYDE

Il giochino é semplice e vive sulla artificiosa scissione in due dei significati della parola “fascismo”: quando connotato positivamente diventa sinonimo di qualità che militanti e simpatizzanti considerano apprezzabili e ben spendibili all’esterno: benessere, ordine, sicurezza ecc.
Quando invece la stessa parola vien connotata in negativo, i significati che le vengono caricati addosso sono quelli che i militanti sanno essere malviste nel discorso pubblico: imposizione, dittatura, uso della violenza ecc.

Il meccanismo, insomma, non é troppo diverso da quello di certe espressioni alle quali, a seconda di circostanze e modalità, può essere attribuito un significato offensivo o un significato di vicinanza e simpatia. Ad esempio i romaneschi “te possino” e “fijo de’ na mignotta”.

In questo caso però il meccanismo stride troppo per non riportare alla mente la storiella del bue che dà del cornuto all’asino. Stride perché viene operata una rimozione artificiosa, come se gli aspetti negativi del fascismo fossero separabili dal fascismo stesso per proiettarli al di fuori di sé come in uno stato di dissociazione mentale e tenersi solo le “cose buone” (su cui c’é comunque molto da dire).

“The Brood” (Cronenberg 1979)

Il fascismo é un fenomeno complesso e multisfacettato, inscindibile dai propri elementi fondativi  e visioni del mondo. Scinderlo in due come se una parte potesse esistere senza l’altra é un’operazione artificiosa, come fingere che una combustione possa avvenire solo col comburente in assenza di combustibile.

In sostanza quando i fascisti danno dei “fascisti” alle parti avverse, non stan facendo altro che mentire con forza accusando l’altro (alieno) solo per dipingersi addosso un’immagine falsa (ipocrisia di facciata) di bravi ragazzi (fingersi buoni e tolleranti). Il dover ricorrere alla menzogna per sdognare le proprie idee evidenzia la poca forza delle stesse (idee traballanti) ed il fatto che tale menzogna avvenga proiettando fuori da sé quelle che sono caratteristiche fondanti del proprio pensiero é profondamente rivelatore della forma mentis fascista (incoerente).

A questo punto serve solo aggiungere la mappa delle aggressioni nazifasciste degli ultimi anni che come é ben noto vengono sempresminuite il più possibile tenendo lontani non solo i nomi delle formazioni neofasciste cui i protagonisti delle aggressioni appartengono, ma pure evitando di definire tali aggressioni col termine corretto: fasciste. Detto questo si recupera anche l’immagine dei violenti che agiscono vampirescamente nell’ombra o quando l’occasione é più propizia ed ecco che l’immagine semplificata del vampirolupo cattivo con cui i fascisti dipingono la sinistra riacquista in toto la sua natura di proiezione di sé.

Il signore dei ratti. “Nosferatu” (Herzog 1979)

IL FASCISMO CHE ORA C’E’, ORA NON C’E’ PIU’, ORA ERA IERI

Il meccanismo convive con un altro, molto simile ma più semplice, ovvero il giochino di usare il termine “fascismo” riferendosi ora al fascismo storico, quello guidato da Mussolini e terminato nel 1945, ed ora al fascismo in quanto fenomeno, nel senso ben descritto da Umberto Eco ne “Il fascismo eterno”.

Questo secondo meccanismo gioca sul fatto che se da un lato il fascismo storico é cosa del passato, una realtà terminata con la seconda guerra, dall’altra il fascismo in quanto fenomeno é un qualcosa di talmente informe e nebuloso da poterne negare l’esistenza.

Anche qui l’assurdità di chi al mattino sostiene di essere fascista ed alla sera si ostina a dire che il fascismo non c’é più viene mantenuta per dare un colpo al cerchio ed uno alla botte. Mentendo.

  •  

I FATTI DI MALGA BALA: fiabe, sacrifici umani e demoni interiori di chi non distingue mito e storia

(O meglio: ecco come una storia strampalata senza prove, senza testimoni e senza coerenza viene spacciata per verità)

S4E2_AWNP_Nutty

[ATTENZIONE! Questo post contiene immagini particolarmente brutali e violente in linea con gli argomenti trattati]

1.00 PREMESSA – LA STORIA DELLA STORIA DI QUESTA STORIA

Pomeriggio.
Interno giorno.
Fuori piove.
Sto amichevolmente battibeccando per chat con “E”.
Argomento: seconda guerra mondiale; i partigiani.
Nodo del battibecco: “E” sostiene che i partigiani abbiano compiuto crimini peggiori e più numerosi di quelli compiuti dai fascisti.
Io no.
Con “E” capita a volte di scontrarmi su certi argomenti. La conclusione é quasi sempre la stessa: ognuno resta sulle sue posizioni, ci si beve una birra (ahimé non stavolta: i dialoghi via chat sono desolatamente analcolici) e con una sterzata di centottanta gradi si sposta il dialogo su argomenti maggiormente condivisi, che é un bel modo per dire che poi si parla di figa.

Ma una cosa che ha detto mi ha incuriosito e me la son segnata.
Planina Bala – Se la trovi leggiti la storia di Planina Bala
Un nome di cui non so nulla.

Alla sera cerco sul web e scopro su numerose pagine online che ne parlano. Planina Bala non é, come pensavo, il nome di una donna. É il nome di un luogo.  Un luogo sui monti presso Tarvisio: malga Bala (Planina Bala in sloveno). Una malga legata ad una storia.

Storia che per sommi capi viene narrata così: “Nel 1944, nei monti presso Tarvisio, una banda di partigiani slavi spinti da odio anti italiano rapisce 12 carabinieri. Dopo due giorni di “via crucis” sui monti li portano a Malga Bala  e li torturano fino alla morte in modalità da film horror.”

V’é pure “la storia di questa storia”, poiché il ricordo della vicenda non sarebbe emerso che pochi anni fa, sepolto da un fortissimo senso di omertà e paura diffuso tra la gente del posto.

In effetti mi s’accende la curiosità, anche se forse in modo diverso da come credeva “E”.

Innanzitutto mi colpisce la descrizione minuziosa e particolareggiata delle violenze granguignolesche (ganci di metallo infilzati nei talloni, petti squarciati, occhi maciullati, cuori frantumati, foto dei figli dei torturati inserite a forza dentro fori nei loro petti, gole bruciate da soda caustica, genitali tagliati e infilati in bocca, corpi massacrati a picconate). Di fronte a dettagli tanto approfonditi mi vien logico supporre che l’unica fonte plausibile per descrizioni tanto dettagliate possa essere qualcuno che vi ha preso parte. Ma penso pure che sia strano che una storia tanto impattante  possa esser stata taciuta per diversi anni.

La terza cosa che mi viene in mente é “ma ha senso?”. Nel bel mezzo del conflitto, con truppe nazifasciste ovunque, scendere a valle con lo scopo di sequestrare dei carabinieri per poi massacrarli con modalità tanto crudeli in un luogo isolato ma fingendo per anni che non sia mai accaduto? La quarta cosa che mi viene in mente é che “confine orientale” e “1944” mal si conciliano con “carabinieri” (ci arrivo tra un po).

Conoscendo già diversi episodi “della seconda” ed avendo una certa idea di come funzionassero determinate cose durante il conflitto, questo episodio mi suona proprio male.

 


INDICE

  • 1.00 PREMESSA – LA STORIA DELLA STORIA DI QUESTA STORIA
  •          INSERTO STORICO – parte 1 – RIFLESSIONE A CALDO: SHOCK & AWE
  •          INSERTO STORICO – parte 2 – PARTRIGIANI E POPOLAZIONE
  •          INSERTO STORICO – parte 3 – STATO FANTOCCIO TEDESCO
  •          INSERTO STORICO – parte 4 – LEGITTIMITÀ E SCELTE
  •          INSERTO STORICO – parte 5 – RESISTENZA, (POST?)FASCISTI ED ALLEATI
  •          INSERTO STORICO – parte 6 – ITALIA PAESE VITTIMISTA E INVASORE
  •          INSERTO STORICO – parte 7 – IL CONFINE ORIENTALE
  •          INSERTO STORICO – parte 8 – RAPIMENTI PARTIGIANI
  •          INSERTO STORICO – parte 9 – CRIMINI PARTIGIANI E LEGGENDE NERE
  • 1.01 RICERCHE
  • 1.02 UNA VERITÀ OPPRESSA??? MO DAVÈRO?
  • 1.03 LA FONTE UNICA!!!
  • 1.04 DUNQUE:
  • 2.00 PLANINA BALA, DI ANTONIO RUSSO
  • 2.01 STRUTTURA DEL TESTO
  • 2.02 L’INTRODUZIONE STORICA DEL LIBRO
  •           INSERTO STORICO – parte 10 –  LE BRIGATE OSOPPO
  • 2.03 STILE
  • 2.04 LA (MALA)ESPOSIZIONE DELLE FONTI
  • 2.05 SELEZIONE
  • 2.06 INTERVISTE, FARI E PANINI
  • 2.07 ATTEGGIAMENTO PREVENUTO
  • 2.08 LE TANTE CONTRADDIZIONI DEL LIBRO
  • 2.09 CONCESSIONI A CARO PREZZO
  • 2.10 AMORE E ODIO
  • 2.11 INFORMAZIONI SUSSURRATE
  • 2.12 FALLACIE LOGICHE
  • 3.00 IL MONDO DI “PLANINA BALA”
  • 3.01 FRANZA O  SPAGNA PURCHE’ SE MAGNA
  • 3.02 OMERTA’ A PUFFLANDIA
  • 3.03 PARTIGIANI VS. BRAVA GGGENTE
  • 3.04 I DODICI ANGELI PATRIOTTICI
  • 3.05 I SATANICI DEMONI DELLE MONTAGNE
  • 3.06 JOSKO (Franc Ursic)
  • 3.07 SRECKO (Silvio Gianfrante)
  • 3.08 HROVAT (Lojs Hrovat)
  • 3.09 SOCIAN (Ivan Likar)
  • 3.10 I CUGINI STRONZI DI GERMANIA
  • 3.11 IL CONTAGIOSO VIRUS PARTIGIANO
  •         3.11.01 QUELLI CHE RESISTONO AL VIRUS
  •         3.11.02 QUELLI SU CUI SI SORVOLA
  •         3.11.03 IL REMITTENTE
  • 3.12 LA GUARDIA NAZIONALE REPUBBL…… EHMMM…. CARABINIER….
  •          INSERTO STORICO – parte 11 – LE DIVISE DELLA GNR
  • 3.13 LETTURA RELIGIOSA DEGLI EVENTI
  • 3.14 IL PARALLELO CON LA PASSIONE DEL CRISTO
  • 3.15 LE MOTIVAZIONI DEI PARTIGIANI…PER IL PUBBLICO
  • 3.16 VERSIONE UNIC…..OOOOPS!!!
  • 4.00 LE TORTURE
  • 5.00 GLI EVENTI SUCCESSIVI
  • 5.01 LE RICERCHE NON-RICERCHE
  • 5.02 LE DUE VERSIONI DELLA SCOPERTA
  • 5.03 IL RECUPERO DELLE SALME
  • 5.04 L’INCENDIO DELLA MALGA
  • 5.05 PROPAGANDA
  • 5.06 C.S.I. TARVISIO
  • 5.07 LE CHIACCHERE DEL PAESE
  • 5.08 TESTIMONI IN FAMIGLIA
  • 5.09 IL SILENZIO PARTIGIANO
  • 5.10 LA NON-REAZIONE DEI NAZIFASCISTI
  • 5.11 LO STUPORE DEI PARTIGIANI
  • 5.12 POSTUMI PARTIGIANI
  • 5.13 PRIMO DOPOGUERRA E DIMENTICATOIO
  • 6.00 POTREBBE ANCHE ESSERE ANDATA COSI’
  • 7.00 LE (S)TORTURE 
  • 7.01 I TESTIMONI DELL’UCCISIONE
  • 7.02 MA COSA DIAV………. (PARARSI IL CULO)
  • 7.03 CRONOLOGIA EVENTI SECONDO RUSSO
  • 7.04 IL SUPERTESTE MISTERIOSO
  • 7.05 L’AMBIGUO BEPI FLAJS
  • 7.06 SPOSTAMENTI DI DATA
  • 7.07 MYZA KOMAC E GLI ANONIMI
  • 7.08 LE DICHIARAZIONI DI HROVAT
  • 7.09 LE DICHIARAZIONI DI SRECKO
  • 8.00 LA “VERITA'” DI RUSSO

INSERTO STORICO – parte 1 – RIFLESSIONE A CALDO: SHOCK & AWE

Mattanze tanto brutali ed eclatanti, quando non avvengono per scoppi d’ira improvvisi, s’inseriscono nella logica militare dello “Shock & awe” (colpisci e domina) ed avvengono essenzialmente per lanciare un messaggio che trasmetta terrore negli abitanti di una zona ove la forza che esercita tale violenza vuol rimarcare la propria posizione di predominio.

Tomino 27 novembre 1942. Fascisti italiani posano con la testa del partigiano sloveno Jernej Arko (nome di battaglia Črt) (fonte)

Un esempio diretto arriva proprio dal fascismo: le violenze più efferate perpetrate dal fascismo si verificarono inizialmente contro le popolazioni occupate in Jugoslavia, Libia ed Etiopia; solo dopo l’8 settembre 1943, con la drastica caduta di consenso e supporto da parte della popolazione, tali violenze si riscontrano anche a danno di quegli italiani che, osteggiando il fascismo, venivano da questo considerati nemici.

29-6-1.jpg

7 luglio 1942 “Prendiamo un cerino e milioni vanno in fiamme…” Capitano Modica (fonte)

Se questa logica funziona per una struttura organizzata come un’esercito occupante o una potente rete criminale che agisce in un territorio in cui può muoversi agevolmente, la cosa cambia quando si tratta di piccoli gruppi armati non ancora ben organizzati (siamo nei primi mesi di attività della resistenza) obbligati a nascondersi e spostarsi continuamente tra le montagne, in ribellione con la forza dominante e la cui esistenza dipende completamente dal supporto umano e logistico di una buona fetta della popolazione locale. Nel caso in cui delitti e barbarie vengano compiute da una forza ribelle é praticamente scontato che queste verrebbero sfruttate dalla propaganda della potenza dominante come atto d’accusa contro gli stessi ribelli. 

Cetnici infieriscono su un partigiano

Cetnici infieriscono su un partigiano (fonte)

In queste condizioni terrorizzare la gente del posto con atti di barbarie ingiustificata significherebbe farsi bollare per mostri ed intimorire anche chi si fidava o si sarebbe potuto fidare. Significherebbe denunce, segnalazioni anonime, delazioni e tradimenti. Significherebbe iniziare una spirale di violenze che porterà a dover minacciare prima o poi tutti quelli che prima ti aiutavano spontaneamente. E’una delle spirali che portano spesso molti gruppi criminali a dissolversi. Significherebbe rinunciare alla collaborazione, ai rifornimenti, alla raccolta di informazioni da parte dei paesani ed a mille diversi tipi di aiuto materiale: non é conveniente per una forza militarmente ed economicamente minoritaria essere in lotta sia con la forza dominante che con la popolazione locale.

29-18-1024x637.jpg

Teste di combattenti torturati poste su un tavolo (fonte)

Anche in anni recenti non sono certo mancati esempi di esecuzioni brutali da parte di gruppi armati ed é facile notare come le barbarie dell’ISIS o il caso delle teste mozzate in Guatemala siano difatti entrambi casi di azioni effettuate da strutture ben radicate in un territorio che controllano e sono sempre azioni caratterizzate da estrema spettacolarità ed intento comunicativo che vengono eseguite per affermare il proprio dominio sul territorio. Uccisioni tanto brutali non avvengono laddove chi le effettua non é  supportato da una grossa fetta della popolazione o non ha alle spalle una struttura tanto grossa da garantirsi l’impunità.

Queste brutali dimostrazione di forza trovano dunque un loro senso solamente se vengono esibite trasformando gli stessi corpi martoriati in un messaggio.

Stesso discorso vale anche per il valore simbolico-comunicativo di diversi omicidi di mafia italiana (uno su tutti: la decapitazione del criminologo-psichiatra Aldo Semerari, la cui testa venne posta in una bacinella tra i propri piedi). Anche andando un indietro negli anni si osserva come le stesse esecuzioni pubbliche (crocifissione romana) e l’esibizione prolungata dei corpi degli impiccati (qui gli esempi si sprecano) fungesse sempre da monito comunicativo.

Perciò questo caso suona doppiamente strano: pianificare ed eseguire un massacro tanto violento e brutale ha senso solo come messaggio intimidatorio il cui effetto certo sarebbe quello di impaurire la popolazione (prima stranezza, data la condizione dei partigiani di dipendenza dalla popolazione), inoltre viene svolto in un luogo tanto isolato e difficilmente raggiungibile da rendere possibile un rivenimento anche estremamente tardivo dei corpi-messaggio.

Ustaša soldiers killing civilians

Ustascia (fascisti croati anti serbi) decapitano un prigioniero del campo di Jasenovac

INSERTO STORICO – parte 2 – PARTRIGIANI E POPOLAZIONE

Staffette-partigiane-sulla-Corna-Blacca-1944-copia.jpg

Tagliando con l’accetta, perché un gruppo combattente in opposizione alla forza dominante ottenga la collaborazione della popolazione ci possono essere tre sole vie: 1) ottenerne la fiducia 2) pagarla 3) intimorirla. Una stessa forza combattente può arrivare ad utilizzare tutti e tre i metodi, anche se con modalità, intensità, obiettivi, tempistiche e soggetti differenti.

Ma come già osservato, se i partigiani avessero basato la loro strategia sulla terza opzione, ossia terrorizzare le intere popolazioni locali, sarebbero durati ben poco. Questa opzione difatti non porta mai ad una collaborazione vera ed é controproducente se non é seguita da una rapida presa del potere e la creazione di una rete di collaborazione e propaganda.

Se invece i partigiani avessero creato la loro intera rete di supporto principalmente pagando si dovrebbe spiegare e documentare in che modo, come e da dove, senza appoggio di industriali o banchieri, i partigiani avrebbero fatto comparire magicamente dal nulla riserve di denaro almeno pari a quelle della stessa RSI. Al tempo stesso se i partigiani fossero stati supportati da TUTTA la popolazione probabilmente la guerra sarebbe terminata con molti mesi d’anticipo. La realtà é che furono principalmente supportati da un’ampia fetta della popolazione, le intimidazioni erano circoscritte a fascisti e filofascisti ed i pochi casi di corruzione hanno riguardato personaggi senza remore che agivano per mero interesse, come nel caso di funzionari fascisti o milizie confinarie disposti a chiudere un occhio per denaro. L’intimidazione dunque può essere attuata solo a patto che sia limitata e non sfoci mai nel terrore (che é attuabile solo dalla forza dominante) e deve sempre essere controbilanciata da forme di rapporto fiduciario-collaborativo più forte dell’intimidazione stessa.

La realtà, dunque, é molto più complessa ed intrecciata di come spesso si tenta di ridipingere: i gruppi partigiani certamente erano appoggiati da una buona fetta della popolazione, mentre un’altra parte era fascista o afascista. In tale situazione, visto soprattutto la situazione di svantaggio numerico in cui molti gruppi resistenziali si trovavano in quei primi mesi, l’interesse era sia quello di mantenere i rapporti di fiducia della popolazione simpatizzante che non inimicarsi quella dei numerosi afascisti indecisi: terrorizzare la propria rete di supporto già attiva e quella potenziale non avrebbe avuto alcun senso.

Bisogna anche star attenti a non cadere nella facile semplificazione “monoblocco partigiano contro monoblocco fascista”: quando si parla genericamente di partigiani s’intendono gruppi diversissimi per formazione (Brigate Garibaldi, GAP, SAP, Giellisti, ecc.) ed indirizzo politico (cattolici, liberali, democristiani, monarchici, comunisti, anticomunisti, socialisti, cattocomunisti, azionisti, anarchici, repubblicani) che convivevano a volte molto forzatamente tra loro (qui le cose si complicano ancora: una stessa formazione poteva essere composta ad esempio da cattolici e comunisti; formazioni miste si sono divise e fuse tra loro; parti di una formazione potevano confluire in formazioni diverse, ecc.) ed infine collaboratori più o meno attivi, simpatizzanti, staffette, informatori, doppiogiochisti ecc. Molti partigiani erano ex militari che in gioventù furono balilla e credettero nell’illusione fascista; alcuni di essi furono per lungo tempo critici, altri capirono solo all’ultimo cosa fosse veramente il fascismo.

29-11-1024x717-1.jpg

Soldati italiani compiono un’esecuzione forzata di civili sloveni (maggiori informazioni QUI)

Pure parlare genericamente di “fascisti” può rivelarsi una semplificazione: anche qui c’erano gruppi separati a volte pure in lotta fra loro (squadristi e fascisti della prim’ora, i volontari della RSI convinti, quelli aderenti a gruppi “speciali” come la X^ Mas fedeli a Borghese, i fasciatissimi della Muti, le Brigate nere, la GNR. Inoltre c’erano le SS italiane fedeli a Hitler, le forze dell’ordine rimaste fedeli a Mussolini, gli amministratori e gli imprenditori che avevano fatto affari col fascismo ed una larga fetta di popolazione che plaudeva il fascismo pur senza partecipare attivamente alla scena politica), c’erano forme ideologiche che pur condividendo un “egual sentire” di fondo potevano essere diversissime fra loro (monarchici, repubblicani, cattolici, anticlericali, filogermanici, italocentrici, mussoliniani e non mussoliniani, afascisti). Ma cerano pure gli ex-IMI che preferirono aderire all’RSI solo perché l’alternativa era patire il freddo e la fame dei lager tedeschi (anche se la maggior parte, circa 650.000 preferì patire le pene della fame nei campi d’internamento e lavoro), così come militari allo sbando che temevano di essere “passati per le armi mediante fucilazione nella schiena” come recitato nel bando del maggio 1944 a firma Giorgio Almirante.

Schermata 2016-07-04 alle 13.01.19

Erano fascisti dei criminali violenti che proprio grazie all’avallo del PNF poterono agire senza freno  ed erano fascisti anche convintissimi devoti a Mussolini che non commisero personalmente mai alcun delitto, così come “fascisti” furono anche semplici simpatizzanti e persone in posizione più o meno importante che a causa del loro agire o non-agire avevano permesso il mantenimento del regime e/o l’esecuzione di crimini. C’era chi s’era arruolato nella RSI perché convinto e chi per paura di esser fucilato. C’era chi aveva disertato per andare tra le file dei partigiani e chi i partigiani li fucilava perché era imbevuto di vent’anni di propaganda. C’era chi poi s’é pentito delle scelte d’allora, chi se ne é sempre fatto un vanto e chi le ha rinnegate solo per convenienza. 

“Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti (…). Uccidiamo famiglie intere, ogni notte, a furia di colpi o con le armi. Se cercano soltanto di muoversi tiriamo senza pietà e chi muore muore”

(Salvatore Seldi descrive alla famiglia l’occupazione dei territori orientali, 1 luglio 1942. Fonte: diecifebbraio)

É più criminale chi ha ucciso ingiustamente un uomo o chi, per non aver preso posizione, ha permesso che se ne condannassero ingiustamente a morte dieci? Non c’é da stupirsi se certe distinzioni che risultano difficili ancor’oggi vennero risolte in maniera sbrigativa durante il conflitto.

Questo per ribadire che quando si osserva in dettaglio una vicenda del periodo ci sono numerose sfumature di cui tener conto per evitare di cadere nella semplificazione. Vanno fatti dunque dei distinguo: se il fascismo e la resistenza in quanto fenomeni sono due realtà chiaramente distinte  ognuna con specificità proprie, quando si volge lo sguardo sui singoli eventi ha più senso parlare di resistenzE e fascismI perché a seconda del piano su cui verte il discorso (che cambia drasticamente se le vicende vengono considerate sul piano più ampio dello scontro universale tra fenomeni generali o tra blocchi di potere e umanità o su altri piani intermedi) non sempre si possono mettere draconianamente sullo stesso piano un Rodolfo Graziani e un amministratore comunale che aderì al fascismo essenzialmente per garantirsi un posto di lavoro, così come dall’altro la dirigenza del CLN e un singolo partigiano che magari le distinzioni di cui sopra le risolveva troppo sbrigativamente a pistolettate. Se il fascismO come fenomeno é un fenomeno criminale, la mera adesione o vicinanza morale ad esso é invece un problema culturale. Ne deriva che quando il piano del discorso riguarda Fascismo e Resistenza come fenomeni generali questi andranno giudicati sul piano storico nel loro complesso, mentre nei singoli casi specifici é necessario fare i conti con i numerosissimi distinguo di cui sopra.

Dunque che rapporto intercorreva solitamente tra partigiani e popolazione? Il supporto alla resistenza fu indubbiamente fortissimo ma di certo non unanime né omogeneo: c’era chi appoggiava la resistenza ma non la sua componente comunista, c’era chi parteggiava per la resistenza aiutando materialmente i partigiani di ogni colore e chi tifava resistenza senza però fare alcunché di concreto, c’era chi forniva informazioni e chi portava comunicazioni, così come c’era un’ampia fetta di popolazione che invece tifava per il fascismo e vedeva in ogni azione partigiana una tragedia.

INSERTO STORICO – parte 3 – STATO FANTOCCIO TEDESCO

ss_poster_italia_1.jpg

9 luglio 1943 sbarco in Sicilia degli angloamericani
25 luglio 1943 il Gran consiglio del Fascismo approva l’estromissione di Mussolini. Il Re lo fa imprigionare ed affida il governo a Badoglio.
8 settembre 1943 Badoglio, a capo del governo legittimo, annuncia pubblicamente l’armistizio con le forze anglo-americane.
12 settembre 1943 con un’operazione militare i tedeschi liberano Mussolini e lo trasferiscono in Germania.
18 settembre 1943 via radio, da Monaco di Baviera, Mussolini annuncia creazione di uno stato fascista nel nord Italia.
28 settembre 1943 nel nord dell’Italia viene istituito lo stato fantoccio dell’RSI sotto controllo nazista per proseguire il conflitto.
settembre 1943 – marzo 1944 in questi mesi si sviluppa la prima fase della resistenza al nazifascismo, in molti casi spontaneista e non del tutto ben organizzata.

Di fatto dopo l’8 settembre il nord Italia é sotto occupazione tedesca: né più né meno che un territorio coloniale (o protettorato) che dal 28 settembre sarà comandato da un governatore di facciata (un Mussolini oramai del tutto burattino). Come se un Piemonte secessionista fosse posto forzatamente sotto amministrazione della Francia la quale decidesse di mettere a capo delle zone controllate un membro della famiglia Agnelli in lotta contro Roma.

[…] su 73 sospetti non trovar modo di dare neppure un esempio è un po’ troppo […]
SI AMMAZZA TROPPO POCO !

(Nota del 4 agosto 1942 del Generale Robotti riguardante la situazione sui Balcani)

Quando si parla di ciò che avvenne in nord Italia dopo l’8 settembre 1943 é necessario che questo punto sia chiaro: il re ed il governo legittimo erano rifugiati in meridione ed i fedeli a Mussolini avevano di fatto appoggiato la scelta di trasformare il nord Italia in una colonia nazista.

Qualunque sia la propria opinione politica é indubbio che dall’unità d’Italia l’unico movimento di massa che abbia mai tentato di sostituirsi al governo in carica imponendosi con la forza bruta é stato il fascismo, così come é indubbio che pur di mantenere il proprio dominio, Mussolini preferì cedere alla Germania proprio quei territori per la cui conquista, costata 1.240.000 vittime lui stesso si era fortemente schierato decenni prima portando l’Italia nella Grande Guerra (Trentino Alto Adige, Friuli ed Istria).

La nascita dell’RSI e la decisione di proseguire il conflitto contro il governo legittimo fu una colpa imputabile esclusivamente ai nazifascisti: senza questa decisione la guerra sarebbe probabilmente terminata con diversi mesi d’anticipo. Sono pertanto ridicole le affermazioni di chi sostiene che il conflitto si protrasse a causa delle azioni dei partigiani, che combattevano una nazione occupante ed i fascisti, connazionali ridottisi a sgherri dei nazisti.

INSERTO STORICO – parte 4 – LEGITTIMITÀ E SCELTE

image_thumb76

Tralasciando i casi di mero calcolo, di opportunistico interesse e di scelta forzata é indubbio che molti di coloro che aderirono alla RSI lo fecero con convinzione e per fedeltà a Mussolini, percependosi nel giusto. Non potendo/volendo riassumere in poche righe un discorso complessivo sulle rozze ed illusorie menzogne del fascismo (questo articolo é già abbastanza lungo così), qui ci si limiterà ad evidenziare come l’aderenza all’RSI fosse, di fatto, una ribellione ingiustificata nei confronti del governo legittimo. Se si é oppressi da un potere ingiusto é giusto ribellarsi ed in casi estremi, purtroppo, l’uso della violenza può esser l’unica strada percorribile. Ma non fu questo il caso dei repubblichini:

I repubblichini erano oppressi da un potere ingiusto? No: Mussolini era stato esautorato perché dopo aver trascinato l’Italia in una serie di avventure e collaborazioni belliche disastrose e inutilmente dispendiose (Guerra civile spagnola, l’avventura coloniale in Libia ed in Etiopia, invasione della Francia, invasione dei Balcani e della Grecia, richiesta di partecipare alla campagna di Russia inviando 230.000 soldati italiani sotto comando tedesco) e, aggiungiamo, NON esser nemmeno stato in grado di far arrivare i treni in orario  (ossia: essendo stato incapace di portare davvero l’Italia ad un livello socio-economico-tecnologico paragonabile a quello delle altre nazioni centroeuropee, nonostante la propaganda sostenesse diversamente), alleandosi con la Germania e dichiarando guerra a Stati Uniti, Francia, Grecia, Albania, Jugoslavia e Gran Bretagna, aveva trascinato l’Italia in un baratro da cui non sarebbe mai potuta uscire indenne: porre fine a Mussolini ed al movimento da lui guidato era, ancor prima di ogni ideale e considerazione personale, ciò che era necessario per il bene della popolazione italiana. Chi proseguì nel supporto a Mussolini, di fatto, aveva scelto di proseguire su una strada già evidentemente mortale per l’intera penisola.

I repubblichini erano legalmente legittimati? Come visto sopra, no: il governo era rifugiato tra Brindisi e Salerno e l’RSI prendeva ordini dalla Germania.

I repubblichini temevano per la propria incolumità? Molti si: temevano di ricevere la stessa moneta che avevano dispendiato nei vent’anni precedenti. E’la paura che prova l’aguzzino circondato da coloro che in precedenza abusò.

La maggioranza degli italiani era più fedele a Mussolini che al re? Fino al 1939-40 si può facilmente affermare di si, ma considerando la rapidità con cui questa fiducia é crollata quando si son visti la guerra in casa appare evidente che fu una fedeltà che poggiava su basi debolissime. Interessante comunque la domanda in sé in quanto presuppone che la popolazione debba affidarsi a questo o quel potente di turno escludendo alla radice che un “capo” possa esser manifestazione temporanea della volontà popolare.

Sono stati il re e Badoglio a tradire gli italiani? Solo se per “tradimento” s’intende l’aver esautorato colui che aveva portato la nazione in ginocchio e tentato di evitare che sprofondasse ulteriormente.

I repubblichini rappresentavano la volontà della popolazione italiana? No: di fatto agivano per il puro interesse della Germania mediato attraverso la figura di Mussolini.

INSERTO STORICO – parte 5 – RESISTENZA, (POST?)FASCISTI ED ALLEATI

morte-licio-gelli-trame-complotti-memoria-111-body-image-1450271622

Dal PNF alla P2 con l’aiuto degli USA

Per farla breve: gli Alleati anglofoni erano decisamente antinazisti ma nient’affatto antifascisti (anche se, a dirla tutta, soprattutto tra l’aristocrazia inglese, non mancavano nemmeno gli estimatori del nazismo). Le simpatie nei confronti del fascismo non mancavano dunque né in USA né in Gran Bretagna. Queste simpatie di lunga data e stabilitesi su più punti di contatto (dai circoli esoterici e teosofici passando per nazionalismo estremo ed antibolscevismo) e che si riscontrano nell’entusiastica relazione italo-statunitense negli anni venti e trenta s’incrinò formalmente con l’invasione italiana dell’Etiopia ma soprattutto a causa dell’avvicinamento al nazismo di Hitler. Nel delinearsi di un mondo diviso fra blocco comunista e blocco capitalista in occidente il fascismo era da molti considerato come uno strumento di difesa antibolscevica.

Non per niente gli Alleati diffidavano delle formazioni partigiane a causa della loro forte componente comunista: basta pensare che il CLNAI ottenne il riconoscimento da parte degli Alleati solo sul finire del 1944. Questa simpatia nei confronti del fascismo, unita poi alla situazione geopolitica post-Yalta, spiega anche perché non vi fu una “Norimberga italiana” e la conseguente continuità lineare nel dopoguerra tra fascismo e post-fascismo nelle istituzioni; spiega la tensione dei rapporti tra movimenti partigiani ed Alleati, la stretta collaborazione nel periodo post-bellico tra americani e (ex?)fascisti in funzione anticomunista (vedi: “strategia della tensione”). Spiega il clima di sospetto che generò tra i partigiani la richiesta da parte alleata di interrompere le azioni offensive durante l’inverno 1944-45, richiesta che ritennero servisse agli Alleati per guadagnare tempo e portare avanti trattative con i fascisti per una resa indolore che avrebbe potuto mantenere il fascismo al potere, magari dandogli giusto una ripulita d’immagine. Di cruciale importanza per comprendere le tensioni del periodo é il fatto che l’arresto di Mussolini nel luglio 1943 e la contemporanea soppressione del Gran consiglio del fascismo, pur portando formalmente alla caduta del fascismo, nella sostanza lasciava gran parte dei funzionari e dirigenti ancora al loro posto.

La vicinanza ideale tra fascisti ed Alleati contribuì ad alimentare la paura (poi rivelatosi in gran parte fondata) che la continuità tra fascismo e post-fascismo avrebbe permesso a numerosi criminali fascisti di restare impuniti nel dopoguerra. Lo si vedrà nel 1946: mentre in Germania, a Norimberga, gli alti ufficiali nazisti venivano processati da un tribunale internazionale, nell’Italia diventata Repubblica da pochissimi giorni, invece, l’amnistia Togliatti assicurava la libertà chiunque si fosse macchiato di reati comuni, reati politici, collaborazionismo con il nemico e reati annessi, compreso il concorso in omicidio (ma l’interpretazione dell’amnistia fu tanto larga da lasciare libero anche chi partecipò direttamente a stragi ed omicidi). La “stranezza” dell’amnistia Togliatti, che scatenò fin da subito feroci polemiche (Togliatti, che non coinvolse alcun collaboratore nel redarre il provvedimento, quando né informò il partito venne aspramente criticato dagli esponenti del PC), aveva però perfettamente senso se osservata all’interno del quadro internazionale stabilito durante la Conferenza di Yalta nel febbraio del 1945, ossia con l’assegnazione dell’Italia all’area di influenza statunitense (Togliatti dunque sottostò direttamente all’imposizione di Mosca che agiva in linea con quanto concordato a Yalta e l’interesse statunitense era quello di ridare stabilità al paese e far restare l’Italia nei ranghi assegnatigli mantenendosi buoni i fascisti che su tale punto ben concordavano ed arano lieti di collaborare). Pochissimi giorni dopo Churchill pronunciò il noto discorso della “cortina di ferro” che indicava l’area d’influenza sovietica come un blocco i cui confini correvano “da Stettino nel Baltico a Trieste”. É in questo momento che i sospetti di una possibile continuità postbellica del fascismo si fecero certezza.

Iron_Curtain_map.svg

In BLU

i paesi NATO, in

ROSSO

i paesi del patto di Varsavia, in

GRIGIO

i paesi neutrali ed in

VERDE

i paesi non allineati (fonte)

Nei mesi a cavallo del termine del conflitto si riaccesero tutti i contrasti e le divisioni che fino a quel momento erano stati più o meno trattenuti dai diversi gruppi resistenziali e dai relativi partiti politici di riferimento: delusione per quei comunisti che avrebbero preferito vedere un’Italia sotto influenza sovietica, malsopportazione per chi rifiutava esser forzati a far parte di una “sfera d’influenza” imposta, paura per i monarchici che sentivano le sempre più forti pressioni di chi voleva un’Italia postbellica repubblicana, entusiasmo per i filoamericani, smarrimento per i fascisti in cerca di una riabilitazione d’immagine, giusto per citare i più macroscopici.

INSERTO STORICO – parte 6 – ITALIA PAESE VITTIMISTA E INVASORE

Esecuzione-italiana.jpg

Va riconosciuto che nel corso della sua breve storia, dal risorgimento in poi l’Italia é stato più un paese invasore che un paese invaso: 

  • 1869 Inizia la presenza italiana in Eritrea.
  • 1889 L’Italia ottiene il controllo della Somalia.
  • 1895 L’Italia attacca l’Etiopia. Al termine del conflitto l’Italia otterrà ufficialmente l’Eritrea
  • 1900 L’Italia invia un contingente militare in Cina in supporto dei propri alleati contro la rivolta dei Boxer. Al termine degli scontri otterrà la concessione di Tientsin
  • 1911 L’Italia attacca la Libia. Guerra Italo-Turca.
  • 1912 Nel corso della Guerra Italo-Turca l’Italia occupa militarmente alcune isole dell’Egeo
  • 1915 l’Italia attacca i suoi ex-alleati AustriaUngheria e Germania.
  • 1935 L’Italia invade l’Etiopia.
  • 1936 L’Italia invia truppe in Spagna a sostegno del regime franchista.
  • 1939 L’Italia occupa militarmente l’Albania.
  • 1940 L’Italia invade i Balcani e la Grecia.
  • 1940 L’Italia invade la Francia meridionale.
  • 1940 L’Italia invade l’Egitto.
  • 1941 L’Italia dichiara guerra agli USA
  • 1941 L’Italia occupa militarmente il Montenegro.
  • 1941 L’Italia invia oltre 250.000 uomini in Russia a sostegno della Germania 
  • 1942 L’Italia occupa la Corsica.

 

Italian_Fascist_Empire.png

il progetto coloniale italiano nella sua ipotetica massima realizzazione

Quando é stata l’Italia essere attaccata si é sempre trattato della risposta di Paesi che l’Italia aveva precedentemente invaso o a cui aveva dichiarato guerra. Tranne in un’unica occasione: l’occupazione tedesca.

“Noi siamo da secoli calpesti, derisi
perché non siam popolo, perché siam divisi”

(Inno nazionale italiano)

colpevole

Vittimismo e autocommiserazione

Ma nonostante l’evidenza storica renda palese l’aggressività coloniale italiana, nel sentir comune l’italiano si dipinge come colui che subisce solamente. Si tratta di una autonarrazione che ha radici lontane, si presta particolarmente bene alla sindrome d’autoassedio ed é ben codificata sia nella cultura nazional-popolare che nella sua narrazione pubblica ufficiale. La tipicità prettamente italiana di questa forma di autocommiserazione consiste in un diffuso atteggiamento alla “chiagni e fotti” applicato ad ogni tipo di situazione che si appoggia a sua volta sul falso mito autoconsolatorio degli “italiani brava gente” (non che altrove i paesi colonialisti siano messi meglio: tutti negano, sminuiscono e fingono di non conoscere i propri crimini. Noi semplicemente lo facciamo con maggior pathos).

 INSERTO STORICO – parte 7 – IL CONFINE ORIENTALE

Per meglio capire la situazione dei confini orientali é necessario inquadrarne innanzitutto l’origine storica, che potrebbe essere riassunta nella frase: “quelle zone sono terra di mescolanze e confine da millenni”. Sono passati tutti di qui: veneti, ilari, carni (celti), longobardi, franchi, ungari, bizantini, avari, slavi, romani, unni, quadi (germani), visigoti, francesi, austriaci. Basta una rapida occhiata alla storia del Friuli e della Slovenia per capire il fortissimo legame storico che queste divisioni amministrative condividono.

Slovenia-map_0001-0300

I confini dell’area nel I* secolo d.C.

Le lingue parlate sul confine orientale nel 1900 erano italiano e sloveno (con qualche punta di tedesco all’attuale confine con l’Austria), con una distribuzione nient’affatto uniforme che cambiava addirittura di valle in valle. Le mappe linguistiche dell’epoca spesso tendevano a dipingere un’uniformità molto lontana dalla situazione reale. Giusto per dare un’idea di quella che é la mescolanza linguistica ed identitaria (che non sempre combaciano) e del modo in cui, a seconda del tipo di criterio usato e del periodo di riferimento, la situazione locale può apparir diversa può essere interessante osservare quattro mappe dell’Istria molto diverse e lontane fra loro, sia nel tempo che nel metodo usato:  

Istria_(ethnic)

Istria-Ethnic-2001

20140702165825!Istria_italiani_2001

image001-550

Lingue e mescolanze culturali che dunque non é possibile far combaciare con confini netti e che anche negli ultimi secoli son proseguite ed han dovuto convivere con numerosi spostamenti di frontiera (mappe provenienti da QUI):

Schermata 2016-07-04 alle 16.45.36

Schermata 2016-07-04 alle 16.45.50

Schermata 2016-07-04 alle 16.46.12

Dove “finisce” l’Italia? Dove “inizia” la Slovenia? E la Croazia? A differenza di altri luoghi dove i confini culturali sono meglio definiti (penso al Trentino-Sudtirol), sul confine orientale definire una linea di confine che rispecchi lingue, identità e culture della popolazione é sostanzialmente impossibile. Se a ciò aggiungiamo che ogni realtà nazionale ha su questi luoghi anche interessi economici e geopolitici la cosa poi si complica ancor di più.

Italian_social_republic_map

Ciò che avviene in queste zone durante il secondo conflitto mondiale dunque non é che l’ultimo frutto di una lunga serie di sconvolgimenti che hanno interessato l’area di con fine, i più impattanti dei quali si verificarono dalla Grande Guerra in poi, ossia durante l’apoteosi dell’industria nazionalista novecentesca. Semplificando anche qui al massimo: il confine orientale, multietnico, strappato dall’Italia all’impero austroungarico durante la Grande Guerra, tra i due conflitti subisce un violento processo di fascistizzazione ed italianizzazione forzata: venne imposta la lingua italiana e si fecero arrivare un gran numero di parlanti italiano provenienti da altre regioni (solo nel triennio 1919-1922 la cifra si aggira intorno a 50.000 persone, cui corrispose l’allontanamento di 28-30.000 tra parlanti sloveno e tedesco). Nell’arco di pochissimo tempo territori che furono sempre luogo di mescolanza vengono artificialmente trasformati in una monocultura italiana a scapito della popolazione slava. Non c’é da stupirsi, dunque, se fu proprio in queste zone che il fascismo si consolidò tessendo i primi rapporti di collaborazione con l’esercito e stabilì uno dei suoi zoccoli duri più resistenti. Oltre all’imposizione della lingua e riattribuzione dei terreni vi furono un gran numero di incendi, violenze, e intimidazioni.  Il fascismo, dunque, stava pigiando al massimo l’acceleratore su un processo iniziato anni prima con l’accensione dei focolai irredentisti e con la nascita del Regno d’Italia.

Tutto ciò porterà negli anni venti e trenta ad una forzata ridefinizione dei confini culturali a danno delle popolazioni slave. Naturalmente ciò alimentò tra queste un forte sentimento antifascista e rafforzò anche il nazionalismo serbo e croato, che negli anni fra i due conflitti si manifestò attraverso azioni clandestine, ad esempio con organizzazioni come la TIGR.

Dopo l’8 settembre 1943 il confine nord-orientale d’Italia passò sotto amministrazione tedesca e tale rimase anche dopo la nascita della RSI. Il Trentino e il Südtirol divennero la zona d’operazione OZAV (OperationsZone AlpenVorland) mentre il Friuli e l’Istria divennero la zona d’operazione OZAK (OperationsZone Adriatiche Küstenland) divenendo di fatto entrambi protettorati germanici.

Grossdeutsches_Reich_NS_Administration_1944 

“Mussolini (a proposito dei tedeschi ndr) ha detto: Bisogna accettare questo stato di cose perché ogni tentativo di reazione ci farebbe declassare dalla condizione di provincia confederata a quella ben peggiore di colonia. Anche se domani chiedessero Trieste nello spazio vitale germanico, bisognerebbe piegare la testa

(dal Diario di Galeazzo Ciano del 13 ottobre 1941)

Anche la resistenza jugoslava non era un’entità compatta ed omogenea: si può facilmente parlare di due resistenze in quanto le due forze principali di resistenza, i Cetnici di Mihajlovic (serbi cattolici anticomunisti e nazionalisti che collaboravano con gli Alleati ma erano in lotta coi comunisti Titini) ed i Titini (comunisti che collaboravano anch’essi con gli Alleati pur essendo in lotta coi Cetnici) erano particolarmente distanti fra loro. Sia i Cetnici di Mihajlovic che i Titini furono riconosciuti come Alleati da USA e Gran Bretagna nonostante fossero in lotta tra di loro.

Inoltre v’erano diverse formazioni nazionaliste, pan-serbe e collaborazioniste come i cosiddetti “sloveni bianchi”, ossia Domobranci e Belogradisti (cattolici liberal-monarchici fortemente anticomunisti che collaboravano con i nazifascisti), ed i Cetnici guidati da Nedič (serbi cattolici anticomunisti e nazionalisti che collaboravano con i nazisti).

Insomma: come in Italia anche nei Balcani esisteva una realtà variegata di forze ed entità diverse in cui confluirono e e si stratificarono lotte di classe, etniche, politiche ed ideologiche.

Le due resistenze jugoslave premevano per sconfiggere i nazifascisti spostandosi sempre più ad ovest e ciò intimoriva non poco la popolazione italiana in quanto allarmata dal fatto che le mire pan-serbe avrebbero portato i territori da loro occupati sotto dominio slavo

Fascist_italianization

Una peculiarità propria dei movimenti partigiani italiani delle zone orientali fu che una buona parte di essi aveva un orientamento molto più antislavo che antinazifascista. Ciò portò ad una netta divisione fra un movimento di resistenza “internazionalista” che includeva partigiani comunisti italiani e sloveni, ed un movimento partigiano “nazionalista” più interessato a fermare un’eventuale avanzata jugoslava che a combattere gli occupanti tedeschi e che non disdegnò contatti con repubblichini e nazisti in funzione antislava (quadro entro cui rientra anche l’eccidio di Porzûs). La specularità con la situazione delle due resistenze jugoslave é abbastanza palese.

Il fatto che sul confine orientale si sia verificata una collaborazione tanto peculiare tra nazifascisti e certi gruppi partigiani può essere facilmente compreso se si tiene conto che ciò avvenne tra persone provenienti da zone che da vent’anni erano immerse in un clima di propaganda antislava particolarmente feroce.

INSERTO STORICO – parte 8 – RAPIMENTI PARTIGIANI

Un rapimento di militi fascisti da parte di partigiani poteva avere i seguenti scopi: ottenimento informazioni / tentativo di farli entrare nelle proprie file (ma questo perlopiù solo nei primissimi tempi dopo l’8 settembre)/ scambio di prigionieri / fucilazione. Non esiste caso documentato di sevizie e torture paragonabile a quello che viene narrato riguardo ai fatti di Malga Bala. Gli unici casi vagamente simili sono quelli diffusi da pubblicazioni revisioniste pseudostoriche che non trovano alcun appoggio da parte della storiografia

INSERTO STORICO – parte 9 – CRIMINI PARTIGIANI E LEGGENDE NERE

1280px-Don_berto_ferrari_con_partigiani

Durante il conflitto e nelle settimane immediatamente successive, a contorno di numerose operazioni di resistenza legittime, si verificarono anche episodi orrendi tra cui rappresaglie ingiustificate, omicidi per questioni personali, furti “celati” dietro alla bandiera dell’antifascismo. Morirono anche persone colpevoli di poco o nulla.

Non si tratta né di misteri, né di episodi lasciati passare in sordina poiché portarono a inchieste, processi e condanneCome ad esempio nell’eccidio svoltosi a Codevigo tra il 28 aprile ed il 15 maggio 1945 in cui soldati e partigiani ravennati uccisero di spontanea volontà almeno 136 fascisti, perlopiù loro compaesani, per vendicare fatti gravissimi di cui quegli stessi fascisti si erano macchiati in precedenza nelle zone d’origine. I fatti portarono a numerosi processi ma la difficoltà di valutare ogni singolo caso si concluse in un nulla di fatto.

Il fatto che in casi come quello di Codevigo non si sia giunti a definire una verità processuale ed attribuire delle responsabilità di colpa ha generato rabbia tra i parenti delle vittime ma a conflitto finito ciò é stato utilizzato politicamente per alimentare il mito dell’ ”intoccabilità dei partigiani”.

La realtà é che in questi casi non é facile definire colpe e responsabilità:

Il primo problema é che in diversi di questi episodi il confine tra azione lecita ed illecita é assai labile e difficile da stabilire, sia sul piano giuridico che umano [p.es. fucilare senza processo un membro del PNF che, abusando del proprio potere per anni ed anni ed esercitando violenze e soprusi continui, ha rovinato l’esistenza a intere famiglie meramente per tornaconto personale e che per questioni politiche potrebbe farla franca, dal punto di vista legale é indubbiamente un crimine ma un giudizio umano della vicenda potrebbe essere meno inclemente. Ventitré anni passati tra tribunali speciali, confini, pesanti detenzioni senza regolare processo, assalti squadristi, intimidazioni, abusi di potere, bastonate a morte, leggi razziali, collaborazione al genocidio nazista e casi di corruzione apertamente sfacciata possono essere motivo d’incazzatura, specie nel momento in cui diviene chiaro che tutto ciò resterà impunito. Allo stesso modo l’uccisione di un noto assassino e torturatore fascista, in quei frangenti, se avvenuta per mera scelta personale di un partigiano senza consultazione con i superiori di grado, fino a che punto é da considerarsi un crimine?]

Il secondo problema é che nel caos del periodo molti avvenimenti non si poterono documentare a dovere, impedendo il successivo raggiungimento di una verità processuale certa.

Vi é però anche un terzo problema ancor più importante dei due precedenti, ossia il fatto che molti di questi episodi, pur essendo sufficientemente documentati, sono stati soggetto di narrazioni e ri-narrazioni che esulano dalla realtà documentale ma si sono imposte in quanto utilizzate per la diffusione di leggende nere.

Leggende nere che nascono perlopiù con l’intento di dar contro ai rossi o per autogiustificazione ideologica o famigliare: numerosi sono i casi di persone che raccontano di un parente che ha “ingiustamente” subìto danni dai partigiani, spesso dimenticando che quel parente era un collaboratore del regime o qualcuno che perse dei vantaggi che gli vennero attribuiti per sottomissione al fascismo. Non mancano nemmeno casi di banali incidenti stradali o morti sul lavoro che, a distanza di anni, vengono attribuite ai partigiani e narrate come omicidi mascherati senza che vi sia alcunché per affermare ciò. Leggende nere che iniziarono a nascere proprio sul finire della guerra, mentre i fascisti e le loro famiglie erano intente a mostrarsi sotto una luce più adatta al nuovo corso post-fascista (quale occasione migliore per rispolverare il solito cliché vittimista del “si, ha fatto degli errori ma in fondo é stato una vittima”).

Leggende nere che provocano una frattura notevole tra ciò che é storicamente noto e documentato ed un’interpretazione dei fatti che antepone “letture” personali politicizzate o autogiustificanti perlopiù basate sul nulla.

Leggende nere che alimentano la polarizzazione sull’argomento: chi si ritrova a dover controbattere leggende spesso tanto numerose quanto eclatantemente tendenziose e/o basate sul nulla corre il forte rischio di maturare, per reazione, un atteggiamento eccessivamente accondiscendente e giustificante nel confronto dei movimenti partigiani.

La diffusione di leggende nere, spesso alimentate (più o meno consapevolmente) nonostante la loro imprecisione e dubbiosità per tenere alta l’attenzione sull’argomento impedisce il superamento storico del periodo anteponendo al dato documentale una mitopoiesi tecnicizzata e di parte. Ciò avviene a causa di una tendenza fortemente radicata nella cultura di destra, che all’autogiustificazione nell’infierire con mezzi illeciti sull’avversario politico attraverso un processo di demonizzazione circolare abbina spesso un contraddittorio disinteresse nell’appurare la verità storica a causa di una mancata volontà di avanzamento storico, con conseguente perorazione di un eterno ritorno a quello stesso passato che cerca di celare rinarrandoselo in forma autogiustificante e/o autogratificante (quando invece c’é interesse per appurare la verità questo si scontra con la stessa mancanza di volontà di avanzamento storico facendo si che la verità storica accettata sia solo quella che più s’avvicina alla verità interiore).

Il risultato é che pur essendo storicamente noti e documentati sia episodi certi di crimini perpetrati da partigiani che diversi episodi incerti, la vulgata popolare alimentata da destra sta diffondendo un’immagine volutamente stravolta di tali eventi con l’intento (storicamente assurdo) di diffondere la falsa convinzione che questi crimini furono addirittura assai più numerosi e brutali di quelli compiuti dal nazifascismo assai noti e documentati. Esempi noti sono le bufale sulle “foibe” (vedi QUI,  QUI e QUI e ancora QUI e poi QUI e anche QUI e QUI. Oppure basta anche solo leggere della mitica “foiba volante” per farsi una chiara idea della situazione), le bufale sull’ “esodo dei friulani”, le incongruenze sulla vicenda di Giuseppina Ghersi o la non-vicenda dell’invisibile film colossal “Foibe“. Tratta comune di queste leggende nere é spesso quello di aggrapparsi a vicende secondarie e poco documentate ove sia possibile una maggior “libertà di manovra” nella riscrittura.

Il meccanismo é sostanzialmente sempre lo stesso: si spara altissimo perché passi almeno il concetto base “tutti i partigiani erano mostri”. Senza alcun ritegno si ricorre a falsificazioni fotografiche  racconti basati sul nulla, totale assenza di analisi critica, propaganda antislava ed anticomunista,  attribuzioni false  e decine di altri mezzi scorretti  pur di propagandare una rilettura della storia che aggrada chi la diffonde ma cozza irrimediabilmente con la realtà documentata.

Dopo lo sdoganamento dell’MSI a metà anni novanta avvenuto con il primo cambio di nome in AN e con la vittoria della coalizione del Polo del Buon governo/Polo per le Libertà si é assistito ad un aumento esponenziale di operazioni di revisionismo storico attuate spesso per vie traverse ed accompagnate da forte battage mediatico caratterizzato dall’imposto frame della storia condivisa che pecca per due difetti: non risponde a criteri di storicità e non é affatto condivisa. La storia non é un compromesso tra “favole” narrate da forze politiche opposte: la storia é un processo conoscitivo di ricerca che si basa innanzitutto sulle certezze documentali degli eventi, la cui ricostruzione non può fingere non esistano.

Si va da operazioni di marketing come l’assegnazione di medaglie a militi dell’RSI fatti passare per “vittime” o “eroi”  nonostante si siano macchiati di crimini gravissimi  allo sdoganamento di calcoli assolutamente fantascientifici di “infoibati” e l’istituzione del “giorno del ricordo” che conferisce un tono di ufficialità a loschissimi personaggi che si muovono tra negazionismo e pseudostoria.

Un caso particolarmente eclatante é quello di Wikipedia in cui da anni é osservabile un’operazione di riscrittura della storia da parte di utenti legati all’estrema destra che attraverso letture parziali e fonti inattendibili impongono una versione politicamente di comodo di diversi eventi che alterano a scapito della realtà documentata. Questo grazie alle debolezze del sistema-Wiki, alimentata da consenso “storico” spesso ottenuto attraverso canali social come Facebook.

Tratti comuni della narrazione di queste leggende nere sono la banalizzazione del contesto ad uno scontro “italiani vs. comunisti” in cui il nazifascismo fa semplicemente da sfondo; la riduzione dell’intera opera di resistenza ad “azioni comuniste”; l’attribuzione di violenze assolutamente gratuite ad opera di “partigiani comunisti”;  banalizzazione delle cause attraverso lettura vittimistica: solitamente variazioni di “ucciso solo perché italiano” o “colpevole di non essere comunista”

Tratti comuni della ricerca su queste leggende é l’essere “avallata” da testimonianze dubbie, falsi fotografici, chiacchere di paese e interpretazioni forzate.

1.01 RICERCHE

Il mio dubbio quindi é quello di trovarmi dinnanzi all’ennesimo episodio storico gonfiato  o costruito per questioni di propaganda politica di cui già esistono numerosi esempi simili, come la già citata magica foiba volante, il ponte pirata del Bus de la Lum, la foiba della Maremma e la leggenda del cane nero mangia anime gettato nelle cavità carsiche.

Continuo a cercare.

1.02 UNA VERITÀ OPPRESSA??? MO DAVÈRO?

Schermata 2016-06-26 alle 20.29.20

La scarna pagina di Wikipedia (eh già, Wikipedia: piaccia o non piaccia ci si passa tutti, anche se é necessario usarla con estrema cautela soprattutto a causa dell’argomento) sull’ “Eccidio di Malga Bala” mi fa sapere che: “Esistono due versioni antitetiche dell’evento: una la considera una strage perpetrata da una formazione di partigiani sloveni, l’altra ritiene che i militi siano rimasti uccisi durante uno scontro a fuoco tra un reparto tedesco e i partigiani che li avevano catturati.”

Cercando con le varie chiavi possibili “Malga Bala”, “Planina Bala”, “Dino Perpignano” (una delle vittime), “Eccidio Bretto” (il comune in cui sono stati catturate le dodici vittime) e così via, trovo una gran quantità di siti, blog, forum e commenti su questa storia. Pian piano ne consulto almeno una quarantina. Riportano TUTTE la versione strage. Decine e decine di pagine riportano la stessa versione, in cui si parla del “capo supremo” dei partigiani Franc Ursic -detto Jozko-, il vice brigadiere Perpignano che, catturato, ha permesso che la porta della caserma venisse aperta ecc. Tutte più o meno uguali.

Torno su Wikipedia. Purtroppo l’unico link sulla versione scontro a fuoco punta al sito dell’ ANPI di Pianoro che non contiene più il testo originario.

Il fatto di dover faticare per trovare un testo completo della versione scontro a fuoco fa sorgere già il secondo dubbio: se questa versione é così difficile da trovare perché tutti coloro che promuovono la versione strage sostengono che che “questa VERITA’” viene tenuta nascosta dall’intellighenzia di sinistra che diffonde una versione falsa della storia?

“Ora – aggiunge – è necessario riparare a queste smascherate storpiature con ogni mezzo ed il conferimento di una doverosa onorificenza a quei carabinieri trucidati rappresenta un passo in avanti verso la verità sulle molte ombre che nascondono le “cosiddette eroiche gesta dei partigiani”, in attesa che anche gli ultimi difensori e militanti dei partiti della sinistra radicale riconoscano, come altri hanno fatto dalla parte opposta, che l’ideologia che ha prodotto i Regimi comunisti è “un male assoluto””. (fonte)

Il tono nei siti consultati é grosso modo sempre questo e risulta alquanto straniante il fatto che si definisca verità negata proprio quella che é la versione in assoluto più nota e diffusa, a scapito di un’altra versione che viene citata solo per sommi capi e si fatica a trovare. Qui scatta un ulteriore campanello d’allarme: che sia un esempio di sindrome d’autoassedio?

tribuabissine.jpg

Non sono gli italiani ad aver invaso l’Etiopia: sono le tribù anarchiche etiopi a minacciare gli italiani! ( qualcuno ha detto autoassedio da nemici esterni???)

A dirla tutta spesso questi post/articoli/commenti riportano spesso dati confusi (quanti erano i carabinieri: 12, 16, boh?) o sbagliano date (ottobre 1943? marzo 1944? vabbé, poco importa). In alcuni casi aggiungono pure particolari originali, perlopiù insistendo su macabri dettagli inerenti alle torture. In altri casi fanno accompagnare l’articolo/post da foto d’epoca di cadaveri orribilmente sfigurati che al primo reverse image search si scoprono essere relativi a eventi di tutt’altra natura: si va da corpi carbonizzati ad Hiroshima a cadaveri mutilati durante la guerra di Spagna.

Ciò che invece si trova quasi sempre é una descrizione degli eventi caricata con opinioni personali sui pensieri e lo stato d’animo dei carabinieri indifesi nelle mani dei partigiani slavi, la cui descrizione é limitata al descriverne la barbaricità.

Schermata 2016-06-26 alle 19.18.05

Scopro anche che la versione strage é riportata su alcune pagine ufficiali dei Carabinieri, sul sito del Ministero della difesa, sul sito della Regione Veneto, su articoli di quotidiani locali (Il Gazzettino di Udine, Messaggero Veneto), nazionali (Libero), e di regioni anche distanti dalle zone interessate (SavonaNews) e su numerosi siti d’informazione. Leggo anche che ogni anno a Tarvisio a fine marzo si celebrano solenni commemorazioni religiose in memoria dei 12 uccisi alla quale hanno anche partecipato, oltre ai familiari delle vittime, autorita` militari, civili, politiche e religiose, unitamente ai rappresentanti delle associazioni combattenti. Nel 2005 vi partecipò pure l’allora ministro Giovanardi. Leggo anche che nel 2009 sono stati consegnati dei riconoscimenti ai familiari dei carabinieri uccisi, che nel municipio IX di Roma é stato inaugurato “Largo Eccidio di Malga Bala” e v’é pure una “via Malga Bala” a Brescia.

(Qui però la “storia di questa storia” viene raccontata in modi meno espliciti che sui siti personali e nei commenti dei social: la veste mainstream e più ufficiale esige che determinate cose vengano solo accennate. Non tanto le truci descrizioni delle sevizie -quelle fan parte di questa storia e non vengono mai censurate, anzi-, quanto le accuse di omertà, occultamento e revisionismo verso i promulgatori dell’ “altra versione”, mai fatte esplicitamente ma sempre accennate in un “lasciato intendere” onnipresente)

Ci sono anche delle interrogazioni parlamentari come quella del senatore Berselli (AN) relative alla richiesta “di una medaglia d’oro al valore militare della memoria a ciascuno dei dodici carabinieri barbaramente trucidati, unicamente perché italiani, mentre operavano nell’esercizio dei loro compiti di istituto”, o l’interrogazione di Publio Fiori (AN) nel 1999, entrambe basate sui lavori di Russo e Pirina.

A proposito di una di esse, il 25 luglio 2007 il sottosegretario di Stato per la difesa Casula riferisce che:

“Sulla vicenda, da tempo all’attenzione della Difesa, sono state svolte accurate indagini presso la competente Direzione generale per il personale militare ed il Comando generale dell’Arma dei carabinieri, allo scopo di pervenire ad elementi di certezza e chiarezza sul tragico evento. L’esame degli atti non ha consentito, tuttavia, di definire con la dovuta evidenza la circostanza, tenuto conto anche di alcuni elementi discordanti concernenti l’attribuzione delle responsabilita` del massacro. In tale quadro, in mancanza di elementi di certezza in grado di illuminare lo svolgimento dei fatti e di individuare le relative responsabilita`, non sussistono quei presupposti necessari di natura giuridica per l’avvio di alcuna iniziativa nel senso auspicato dal senatore interrogante”

Nell’interrogazione del 6 maggio 2008, invece il senatore Berselli (AN), così riassume gli eventi:

“dodici giovani carabinieri catturati da pseudo-partigiani furono sorpresi nel sonno, avvelenati, torturati ed infine tagliati a pezzi; i carabinieri costituivano un presidio a difesa della centrale idroelettrica di Bretto (Gorizia); il 23 marzo 1944 gli pseudo partigiani slavi presero in ostaggio il vicebrigadiere Dino Perpignano, comandante del presidio che stava rientrando negli alloggiamenti, e sotto la minaccia delle armi lo costrinsero a pronunciare la parola d’ordine e, con facilita`, una volta entrati nel pre- sidio, catturarono tutti i carabinieri gia` in parte addormentati; dopo il saccheggio, i dodici militari furono deportati nella Valle Bausizza e rinchiusi in un fienile ove fu loro servito un pasto nel quale era stata inglobata soda caustica e sale nero. Affamati, inconsapevolmente mangiarono quello che gli era stato servito, ma poco dopo le urla e le implorazioni furono raccapriccianti e tremende; erano stati avvelenati e la loro agonia si potrasse fra atroci dolori e sofferenze varie per ore e ore; tremanti e consumati dalla febbre, Pasquale Ruggiero, Domenico Del Vecchio, Lino Bertogli, Antonio Farro, Adelmino Zilio, Fernando Ferretti, Ridolfo Calzi, Pietro Tognazzo, Michele Castellano, Primo Amenici, Attilio Franzon, quasi tutti ventenni (e mai impiegati nei servizi di pubblica sicurezza o di ordine pubblico, tranne quello a guardia della centrale, cui erano stati sempre preposti) furono costretti a marciare fra inenarrabili sofferenze ed insopportabili sacrifici fino a Malga Bala, ove li attendeva una fine orribile; il vicebrigadiere Dino Perpignano fu preso e spogliato: gli venne conficcato un legno ad uncino nel nervo posteriore del calcagno ed issato a testa in giu`, legato ad una trave; poi furono tutti incaprettati; a quel punto i macellai, pseudo-parti- giani comunisti slavi, cominciarono a colpire tutti con picconi; a qualcuno vennero asportati i genitali e conficcati in bocca, a qualche altro fu aperto a picconate il cuore o frantumati gli occhi; all’Amenici venne conficcata nel cuore la fotografia dei suoi cinque figli mentre il Perpignano fu finito a pedate in faccia ed in testa; la «mattanza» terminava con i corpi dei malcapitati legati col fil di ferro e trascinati, a mo’ di bestie, sotto un grosso masso ed abbandonati, povere vittime innocenti, in aperta campagna, prede di animali randagi; ora le misere spoglie di questi poveri carabinieri martiri/eroi riposano, dimenticati dagli uomini, dalla storia e soprattutto dalle istituzioni, in una torre medievale di Tarvisio”

Siti ministeriali e delle forze dell’ordine? Nomi di strade? Articoli su quotidiani nazionali? Presenza massiccia nei primi risultati di Google? Interrogazioni parlamentari? Mi sembra un po tanto per essere una storia “nascosta”…

É del tutto evidente che delle due versioni quella maggiormente riconosciuta e condivisa é proprio quella della “strage perpetrata da una formazione di partigiani sloveni”, mentre l’ “altra versione” praticamente non viene mai citata se non qua e là e giusto per smentirla: il fatto stesso che esista un’altra versione viene contestualizzato nella “storia di questa storia” come dimostrazione della volontà di occultamento operata dalla sinistra. Un po come sostenere che l’esistenza di una micragnosa società di terrapiattisti é la dimostrazione che la sfericità della terra é una verità scientifica messa a rischio.

1.03 LA FONTE UNICA!!!

Schermata 2016-06-25 alle 16.37.59.png

C’é però una cosa che condividono tutti, ma proprio tutti gli articoli, post, commenti ed interrogazioni parlamentari che sostengono la versione strage: si basano tutti sul lavoro di un’unica persona. Antonio Russo. In particolare ci si basa su due suoi libri: “Alle porte dell’Inferno” (1993), sull’occupazione tedesca nell’Alto Friuli, e “Planina Bala” che tratta l’episodio in dettaglio ed é stato pubblicato inizialmente nel 2002.

Antonio Russo viene definito uno storico “sui generis” che “si ferma poco negli archivi, consulta poco le tradizionali fonti documentarie”, uno che “preferisce interrogare i testimoni, ricavare la verità scavando nella memoria della gente” (Da “Planina Bala”, di Antonio Russo, Centro Culturale d’Informazione Sociale Voce della Montagna, Ed.2005, pag.12).

Il primo a citare e diffondere il lavoro di Russo é stato lo pseudostorico revisionista Marco Pirina, la cui ben nota scarsa attendibilità, il forte coinvolgimento nell’estrema destra (che lo porterà pure ad essere inquisito per  il tentato Golpe Borghese),  la documentata falsificazione delle liste di “infoibati” e la condanna per aver diffamato alcuni partigiani in un suo libro, potrebbero bastare a spiegare la diffusione in certi ambienti di alcune delle incongruenze riscontrate negli articoli/post/commenti consultati.

Oltre al lavoro di Russo riassunto in “Planina Bala”…… il vuoto! Niente!

L’unica fonte di riferimento per la versione “strage” é sostanzialmente il libro “Planina Bala” che riassume anche i lavori precedenti di Russo sul caso “malga Bala”. Non vi sono altri testi di riferimento antecedenti alle prime ricerche di Russo che si rivela, dunque, la persona di riferimento della storia di questa storia.

Il libro “Planina Bala” dovrò procurarmelo.

Nel frattempo cerco ancora qualcosa di serio sulla versione “scontro a fuoco”. Fortunatamente nell’Internet Archive trovo una copia del testo originario del sito dell’Anpi di Pianoro datato 2007. Vista la rarità di testi su questa “altra versione” ritengo opportuno riportarlo per intero:

Nell’ambito dei vari “crimini” attribuiti ai partigiani c’è anche la vicenda dell’eccidio di 12 carabinieri a Malga Bala, avvenuto nel marzo del 1944. I carabinieri, comandati dal vice brigadiere Dino Perpignano, erano di stanza al presidio di difesa della centrale idroelettrica di Bretto. Lo pseudostorico Marco Pirina, riprendendo quanto scritto da Antonio Russo in una sua pubblicazione del 1993 (“Alle porte dell’inferno”), così descrive la vicenda. “Il 23 marzo era l’anniversario della fondazione dei fasci di combattimento, una festa odiata dai partigiani operanti nella zona di Plezzo (festa amata invece dai partigiani di altre zone? n.d.r.). Si decise di colpire gli italiani. Per l’occasione si radunarono Fran Ursig “Josko”, il capo supremo della Brg. Partigiana dell’alto Isonzo, Ivan Likar “Socian”, Silvio Giafrate, Fran Della Bianca, Anton Mlecuz (riportiamo i nomi con la grafia errata così come appaiono, n.d.r.) ed altri, in totale 21 uomini. Questi studiarono un piano approfittando delle abitudini del Comandante Perpignano e quando questi ed il Franzan (un altro carabiniere del presidio, n.d.r.) tornavano assieme ad una ragazza li circondarono e li fecero prigionieri. In gruppo si avvicinarono con il Perpignano alla caserma, si fecero aprire (…) catturarono tutti i carabinieri (…) saccheggiata la caserma e costretti i carabinieri a caricarsi vettovaglie e vari sacchi di ogni ben di Dio, dopo aver sistemato due cariche sotto le turbine, si avviarono verso il monte (…)”. Il giorno dopo “si decise la loro eliminazione, ma questa secondo tutti doveva essere particolarmente crudele” e qui Pirina (sempre citando Russo) si lancia nella descrizione della preparazione di un “pastone miscelato con soda caustica e sale nero”, sul quale “i carabinieri si avventarono” e “dopo aver mangiato” le “urla e le implorazioni furono tremende”. Come se ciò non bastasse, all’alba del giorno dopo, “furono fatti marciare per ore sino alla Malga Bala, dove furono di nuovo rinchiusi” ed a questo punto partono le descrizioni delle sevizie con cui i “partigiani” avrebbero ucciso i carabinieri: a Perpignano “venne conficcato un legno ad uncino nel nervo posteriore dietro il calcagno ed issato a testa in giù legato ad una trave, poi furono accapprettati tutti gli altri e a quel punto i partigiani cominciarono a colpire tutti con i picconi. A qualcuno vennero asportati i genitali e conficcati in bocca, a qualcuno aperto a picconate il cuore o frantumati gli occhi (…) alla fine legati i corpi dei malcapitati con del fil di ferro li trascinavano sotto un grosso masso tra la neve (…)”.

Come al solito, quando ci troviamo di fronte a certe descrizioni così particolareggiate di efferate torture, il primo interrogativo che ci poniamo è questo: chi sarebbe il testimone che assistette a tutto questo in modo da poterlo raccontare? Se leggiamo il testo di Russo che Pirina ha riassunto, troviamo anche riportati un paio di articoli dell’epoca: ad esempio Il “Gazzettino” di Padova così scriveva il 7 aprile 1944.

“Macabra scoperta in una grotta di dodici vittime del dovere (…) in questi giorni dei camerati in armi, in una grotta fra Cave del Predil e Bretto di Mezzo hanno fatto una triste e macabra scoperta. In detta caverna infatti essi hanno rinvenuto, accatastati l’uno sull’altro, i cadaveri di dodici militi della polizia repubblicana, morti nell’adempimento del loro dovere. Le vittime sono state identificate per quelle del vicebrigadiere Nino (sic) Perpignano e dei militi (segue l’elenco dei nomi, n.d.r.). Ai poveri scomparsi sono state tributate imponenti esequie”.

Dunque al momento della scoperta dei corpi di Perpignano e dei suoi uomini, la stampa non parlò di sevizie cui essi sarebbero stati sottoposti. È vero che Russo cita anche un altro articolo (senza specificare da dove l’abbia tratto) che parla di “vittime denudate poi uccise bestialmente a colpi di piccone”, ma il resto dei particolari descritti da Russo e ripresi da Pirina non compaiono. Russo accenna al fatto che “tanti” gli avrebbero “confessato tra le lacrime” che era giunto il momento “di far sapere a tutti la verità su Bala”, ma il nome di questi “testimoni” non viene fatto. Chi dunque sapeva tutti questi particolari sulla fine dei carabinieri, e quando li avrebbe resi noti?

Un altro particolare interessante è che il Gazzettino parla di “militi della polizia repubblicana”, non di Carabinieri. In effetti, leggendo attentamente il testo di Russo (brani che Pirina non riporta, detto per inciso), si apprende che “il responsabile della produzione mineraria, Otto Hempel, ingegnere militarizzato tedesco (…) verso la metà di gennaio di quel ’44 chiede e ottiene dal comando generale SS di Camporosso l’autorizzazione a istituire un raggruppamento di carabinieri a difesa stabile della centrale idroelettrica di Bretto di Sotto”. Bisogna spiegare che la centrale idroelettrica di Bretto serviva soprattutto per far funzionare la miniera di Cave del Predil, dalla quale si estraeva piombo, elemento fondamentale per l’approvvigionamento dell’esercito germanico.

Prosegue Russo “viene così deciso di chiudere per sempre la caserma dei carabinieri di Bretto di Mezzo (…) e viene istituito il distaccamento di 16 militari più un sottufficiale (…)” che “il 28 gennaio 1944 prendono servizio presso la nuova casermetta, secondo le direttive del comando tedesco”. Quindi il gruppo di carabinieri agli ordini di Perpignano stava, sostanzialmente, agli ordini dei nazisti a fare la guardia ad un obiettivo militare strategico. Detto questo si può comprendere come l’attacco dei partigiani alla centrale di Bretto non sia stato determinato dall’”odio” per la ricorrenza dei fasci di combattimento, come pretendono Russo e Pirina, quanto per compiere un’importante azione di sabotaggio contro l’occupatore nazista.

A questo punto prendiamo in mano un altro testo, quello di Franc Crnugelj (“Na zahodnih mejah 1944” [“sul confine occidentale 1944” ndr], curiosamente pubblicato anch’esso nel 1993, come il libro di Russo, non tradotto in italiano), che spiega cosa accadde a Cave del Predil il 23 marzo del 1944.

Il gruppo coordinato da Jožko (Franc Ursic, che non era “capo supremo”, qualifica che non esisteva nell’esercito di liberazione popolare, ma comandante di distaccamento), dopo avere sorvegliato per alcuni giorni i movimenti di Perpignano, lo catturarono in una casa dove si era recato a mangiare, lo portarono fino alla centrale, dove, effettivamente, si servirono di lui per farsi aprire con la parola d’ordine, sabotarono la centrale elettrica, prelevarono armi e munizioni e si diedero alla ritirata verso i monti, portando con sé i prigionieri.

Ma nel frattempo i nazisti non erano stati certo a non fare nulla, come pretenderebbe invece Russo (che ha il coraggio di scrivere che “i partigiani, conoscendo bene le abitudini dei tedeschi i quali non amavano muoversi di notte, non si preoccupavano minimamente”): avvisati telefonicamente, si diedero all’inseguimento degli attentatori: quando i tedeschi furono in vista, i carabinieri prigionieri cercarono di darsi alla fuga ed a quel punto iniziarono le sparatorie: i nazisti contro i partigiani, i partigiani contro i prigionieri in fuga e contro i nazisti. Così scrive Crnugelj “i tedeschi spararono contro la colonna partigiana, nella quale si trovavano anche i prigionieri”.

A parere nostro, questa versione dei fatti è molto più credibile di quella diffusa da Russo e Pirina, innanzitutto perché bisogna considerare che l’esercito partigiano non faceva la guerra perché i suoi uomini si divertivano a martirizzare i nemici, ma perché volevano sconfiggere il nazifascismo. Era quindi loro interesse compiere atti di sabotaggio contro il nemico (come l’attentato alla centrale idroelettrica per bloccare la produzione della miniera di Cave del Predil), ed una volta compiuta l’azione, non è minimamente credibile che essi si siano trattenuti per due giorni nei paraggi a rischio di farsi catturare dai nazisti, solo per dare sfogo a degli istinti sadici e torturare fino alla morte i dodici prigionieri. In zona di combattimento, nessuna formazione guerrigliera con un minimo di buon senso e di istinto di sopravvivenza si trattiene con dei prigionieri a portata di mano del nemico: credere una cosa del genere vuol dire non avere la più pallida idea di cosa significhi combattere la guerra di guerriglia, cioè colpire il nemico con azioni rapide e repentine e ritirarsi prima possibile in zona sicura.

Abbiamo quindi due versioni dei fatti, una (a parer nostro, logicamente) credibile ed una no. Di fronte a queste contraddizioni, chiediamo pubblicamente ai ricercatori storici, ma anche alla stessa Arma dei Carabinieri, che nel proprio sito avalla la versione dei fatti di Russo, di voler analizzare la vicenda a fondo prima di decidere che la versione di Russo è quella veritiera, e di voler quindi sospendere, nel ricordo dei dodici caduti, ogni riferimento a circostanze non dimostrate storicamente che rischiano di conseguenza a dare luogo a strumentalizzazioni di parte. “

[Nota 1: L’autore del testo che riporta l’ANPI era Franc Crnugelj, ex partigiano sloveno, poi generale, che in vita pubblicò testi sulla storia del movimento di liberazione jugoslavo

Nota 2: Ho poi scoperto che quest’articolo é perfettamente raggiungibile QUI]

1.04 DUNQUE:

Schermata 2016-06-25 alle 16.44.03.png

  • Ci sono due versioni, una redatta da un appassionato italiano e l’altra da un ex partigiano sloveno. La prima riporta una versione dei fatti eclatante, la seconda invece descrive i fatti come un’azione di sabotaggio tra le molte.
  • La versione strage gode di ampia diffusione in Italia.
  • Tuttavia chi diffonde la versione strage in Italia lo fa avvolgendola di un senso di “realtà assediata” anche se di assedio culturale non ve n’é nemmeno una minima traccia.
  • Per contro la versione scontro a fuoco ha scarsissima diffusione in Italia e nonostante il testo di riferimento di quest’altra versione non sia mai stato pubblicato al di fuori della Slovenia viene pure tacciata d’essere una versione che “i comunisti o pseudo tali” imporrebbero per nascondere la verità dei fatti. In Slovenia l’interesse per l’episodio é sostanzialmente nullo, se non tra alcuni storici.
  • Da quanto mi risulta a supporto della versione strage c’é soltanto il lavoro di un unico appassionato (Antonio Russo) cha successivamente ricevuto l’appoggio di un personaggio noto per le posizioni revisioniste e la falsificazione dei dati (Marco Pirina).
  • La tesi strage, inoltre, appare totalmente priva di senso ed a forte sospetto “fuffa”.
  • L’evento del 1944 non ha ricevuto grande interesse fino agli anni ’90-2000, ossia agli anni del boom di testi revisionisti di destra della storia del secondo conflitto mondiale.
  • La versione strage é stata accolta, rilanciata e promossa anche in eventi ufficiali da enti e figure politicamente ascrivibili a destra.

Ok, la curiosità é definitivamente accesa, ma non é mio modo di fare il bollare per falso un qualcosa solo perché la probabilità che sia fuffa é particolarmente alta. Ritengo opportuno verificare se questa storia, per quanto suoni strana, possa essere fondata su basi certe.


 2.00 PLANINA BALA, DI ANTONIO RUSSO

cop.aspx.jpeg

 

Dunque. Ho potuto leggere Planina Bala di Antonio Russo, ossia il testo di riferimento della versione strage. Nello specifico la seconda edizione, quella del 2005. C’é anche un’edizione del 2011 “rinnovata e ampliata” che, da quanto scritto sul sito dell’autore, si differenzia principalmente per i nuovi interventi di due recuperanti.

Come già detto questo libro é l’unica vera fonte completa cui fa riferimento chi sostiene la versione strage.

La lettura del testo ha PESANTEMENTE confermato i miei dubbi iniziali a causa di diversi fattori: principalmente numerose criticità relative all’uso delle fonti, problemi di logica interna ed evidenti forzature interpretative.


I brani di Antonio Russo provenienti dal libro “Planina Bala” sono quelli in ARANCIONE

Le affermazioni dirette (i “virgolettati”) delle persone intervistate da Russo e riportate in “Planina Bala” sono invece in ROSSO


METTIAMO LE COSE IN CHIARO: ritengo che qualsiasi persona dotata di media intelligenza leggendo questo libro comprenderebbe immediatamente che in questo testo c’é qualcosa che non va. Anzi, che ci sono moltissime cose che non vanno: background vittimista, semplificazioni ridicole, forzature palesi, imprecisioni furbette e “giochini” con l’uso delle testimonianze, affermazioni contraddittorie, totale assenza di imparzialità attenuata da esortazioni al divino, richiami al mito degli “italiani brava gente” e la smetto qui solo per non dilungarmi. 

Poiché la versione strage promossa dal libro ha un così ampio seguito ne consegue che chi la promuove non può aver letto il libro, perché se ciò non fosse, ossia se davvero tutti coloro che credono nella versione strage hanno letto “Planina Bala” se ne dovrebbe desumere qualcosa che mi rifiuto di credere, ossia che tutti coloro che diffondono tale versione sarebbero caratterizzati da un’intelletto inferiore alla media. Ritengo quindi più probabile che nella maggior parte dei casi si tratti dunque di persone che credono alla versione strage solo per averla letta da fonti secondarie e che coloro che han letto “Planina Bala” ne diffondono le teorie o per malafede o perché si trattò di una lettura assai superficiale e distratta.

A chi ritiene vera la versione strage posso solo consigliare di leggersi “Planina Bala” per rendersi conto da soli di quanto questa versione sia assolutamente raffazzonata e ridicola. Per chi é in malafede o non riesce a rendersi conto del fatto che questo libro é un’accozzaglia di tanta roba che non sta in piedi, purtroppo non é possibile fare alcunché. Quindi il testo che segue potrà forse essere d’utilità solamente al lettore distratto: colui che ha sfogliato “Planina Bala” in modo superficiale o che ha letto dei fatti di malga Bala in qualche post credendo che la citazione di “Planina Bala” di Antonio Russo fosse il riferimento ad un testo valido ed ineccepibile.

Tutti coloro che han letto il libro e si son perfettamente resi conto di cosa avevano in mano possono invece andare direttamente al capitolo 6.


Prima di affrontare gli eventi narrati ed analizzarne le fonti é però necessario spendere alcune parole sul libro stesso a causa di diverse sue caratteristiche che incidono profondamente sul valore delle ricostruzioni proposte al suo interno e sulla bontà del lavoro effettuato dal suo autore.

Innanzitutto é possibile osservare come nel testo alcuni concetti, termini e posizioni mal (o non) documentati vengono ripetuti o lasciati intendere con frequenza particolarmente elevata come a volerne rimarcare la validità semplicemente per mezzo della ripetizione. É altresì possibile osservare un particolare utilizzo di spezzoni di interviste il cui senso viene orientato attraverso interpretazioni decisamente pregiudiziali non giustificate dai dati che l’autore propone.

Queste caratteristiche sono decisamente gravi in quanto non si sta parlando di un comune testo di commento ad avvenimenti storici noti (in cui sarebbe del tutto lecito che l’autore esprimesse opinioni personali sugli eventi), ma di un testo che vorrebbe esporre una ricerca storica (la cui validità, come vedremo, é altamente discutibile) su un episodio di storia locale (anche se la portata é diventata oramai nazionale) scarsamente documentato e che lo fa muovendo gravissime accuse storiche, umane e politiche basandosi su una selezione di elementi debolissimi basati perlopiù su testimonianze orali consolidate (ma solo in maniera apparente) dall’utilizzo di numerose ma inconsistenti pezze d’appoggio ed interpretazioni personali altrettanto deboli.

Se si muovono accuse gravissime basandosi su di un unico lavoro di ricerca é giusto pretendere che questo sia supportato da prove e testimonianze assolutamente certe e che la ricerca non sia soggetta a vizi di forma.

Poiché si sta trattando un episodio storico poco noto e scarsamente documentato ci si ritrova in una situazione antipatica perché per analizzare la validità del testo, invece di procedere in modo lineare, ossia esponendo in fila i dati certi e poi proporre la lettura più sensata e confrontarla col libro (come nei lavori di debunk effettuati su altro genere di argomenti da Crono911 e Complottilunari), bisognerà procedere nel modo più farraginoso, ossia esponendo una ad una le contraddizioni, gli errori e le forzature del testo facendo emergere le illogicità delle conclusioni e la parzialità delle testimonianze.

E’un procedimento lungo che obbliga a continui spostamenti nel testo (ma come si fa ad affermare questa cosa a pag.XXX se invece a pag.YYY si dice esattamente il contrario?), ripetizioni e de-framing abbastanza noiosi. Per un attimo mi vien voglia di rinunciare.

Alla fine però mi convinco che affrontare questo lavoro ha senso per due ragioni: la prima é che a dirla tutta ciò mi diverte é che le incongruenze che ho riscontrato nel testo sono a dir poco COLOSSALI e non mi capacito che nonostante ciò questa versione venga diffusa da enti ed istituzioni pubbliche che la spacciano come una verità storica documentata e certa. La seconda é che, considerando che siamo circondati da un grande numero di queste riletture storiche politicizzate, forzate, tendenziose e spesso più note e condivise delle realtà storiche documentate, mi illudo che forse, evidenziando i meccanismi con cui é stata costruita UNA di queste, a qualcuno possa accendersi il “radar anti-fuffa” qualora ritrovasse gli stessi meccanismi anche altrove. Mi tiro su le maniche e comincio.

Per meglio esporre le caratteristiche del libro e del mondo che traspare dalle pagine di “Planina Bala” ritengo necessario fornire giusto qualche informazione base sui luoghi in cui si svolge la vicenda, giusto per darsi un’immagine spaziale:

Schermata 2016-07-05 alle 09.21.01

(fonte: Google Earth)

Il grosso degli avvenimenti si svolge lungo la strada che partendo a nord, da Tarvisio, scende passando per Cave del Predil (sede di una importante miniera) e poi, nei pressi del lago di Predil cambia valle e superando la Batteria Sella passa da Bretto (ove si trovava la centrale della miniera di Cave) e per poi arrivare a Plezzo. Ma l’evento principale si svolge in una valle secondaria, la Bausiza, il cui imbocco é nei pressi di Forte Kluze, tra Bretto e Plezzo. In fondo alla val Bausizza partono alcuni sentieri che conducono alle valli vicine (tra cui la Val Trenta). Qui, a 1180 metri d’altitudine troviamo malga Bala [GPS 46°23’07.94″N 13°38’49.25″E], una semplice costruzione in pietra che i contadini della Bausiza usavano per portarvi il bestiame d’estate, soprattutto pecore. A nord di Tarvisio si parla tedesco mentre ad est si parla slavo. A sud e ad ovest si parla friulano. Un po ovunque s’incontrano rare isole linguistiche tedesche. Dall’immagine qui sopra é evidente l’ampiezza delle zone isolate in cui i partigiani avevano possibilità di muoversi.

2.01 STRUTTURA DEL TESTO

the-structure-of-the-bubbles.jpg

Il testo é strutturato in modo tale da fornire una fotografia della vicenda narrata partendo dal quadro nazionale all’epoca dei fatti per poi scendere velocemente nel dettaglio della realtà locale descrivendo per sommi capi alcuni eventi antecedenti a quello in questione, fornendo una descrizione del territorio arricchita da leggende del posto e aneddoti locali fino ad arrivare a singoli eventi della vita quotidiana dei carabinieri (p.es. la descrizione della vita in caserma e della cena a base di gatto, vedi pag.63-67), una descrizione di ciò che avvenne dopo il ritrovamento dei corpi e diverse opinioni personali di testimoni indiretti.

I primi capitoli inquadrano a grandi linee l’argomento trattato e forniscono una descrizione generale degli eventi nazionali ed internazionali che si limita a riassumere gli eventi quel tanto che basta per fornire un quadro d’insieme al lettore, fornendo tuttavia già qui un’interpretazione non proprio bilanciata (vedi sotto).

Dopo un’introduzione in cui l’autore descrive l’esperienza personale della ricerca segue una narrazione cronologica degli eventi in cui vengono inseriti aneddoti locali e spezzoni d’interviste e brani in cui si ritorna all’esperienza diretta dell’autore. Le interviste dunque non vengono riportate per intero ma ne vengono inseriti alcuni spezzoni, perlopiù singole frasi, che vanno ad inserirsi nella narrazione fatta dall’autore. Il testo quindi, pur procedendo principalmente sulla cronologia degli eventi del 1944, offre in parallelo uno spaccato del lavoro di ricerca dell’autore.

2.02 L’INTRODUZIONE STORICA DEL LIBRO

nazi-ufo-flying-saucer

L’introduzione storica con cui si apre dal libro é interessante in quanto permette di capire la griglia concettuale in cui l’autore si muove ed da quale angolatura osservi l’evento che narra.

A pag.35 Russo commenta la caduta del fascismo del 25 luglio 1943 con “finalmente”, specificando che questa sia stata causata dal’“opposizione al Fascismo” e soprattutto dalle “sorti non affatto positive della guerra vera e propria”. L’autore prosegue scrivendo che la caduta di Mussolini aveva portato la guerra “nelle famiglie, casa per casa, contrada per contrada, contrariamente a quando il Fascismo imperava incontrastato” aggiungendo che l’esultanza delle folle all’annuncio della caduta dimostrava “quanto poco seguito avesse ormai sul suolo italiano il regime di Mussolini”.

EHMMM… Innanzitutto bisogna ricordare che Mussolini non fu destituito da oppositori del fascismo ma crollò su sé stesso e fu esautorato dal re. Le sorti della guerra non erano “non affatto positive” ma TRAGICHE e DRAMMATICHE. Poi iniziano le osservazioni interessanti: l’autore comunica che quando c’era LVI le cose andavano meglio poi però il popolo non lo ha amato più più perché aveva fatto male i calcoli riguardo alla guerra ma alla fine é stato esautorato da traditori/oppositori (Il re, Badoglio ecc.). L’introduzione storica rientra appieno nel ben noto mantra giustificazionista fascista riassumibile in “era figo ma poi ha fatto delle cazzate un po troppo grosse”

Prosegue scrivendo che i tedeschi, che avevano subodorato in anticipo l’esautorazione di Mussolini “avevano cominciato a far affluire in Italia, col consenso dello stesso governo Badoglio, numerose truppe ben equipaggiate e armate di tutto punto” e che con l’armistizio dell’8 settembre “l’Italia praticamente ricominciava la guerra, in casa propria” sotto dominio tedesco”.

EHMMM… Dunque Russo dice che: I cattivi tedeschi erano scaltri e Badoglio una merda lasciando quasi intuire che la prosecuzione della guerra e l’arrivo dei nazisti in Italia furono causa sua.

Il “Re d’Italia e il capo del governo Badoglio con tutto il loro numeroso seguito e le loro famiglie avevano vigliaccamente gettato la spugna e, senza pensare a nient’altro che a salvare la propria pelle, si erano dati alla fuga […]”

EHMMM… Dunque Russo dice che: “Il Re e Badoglio avrebbero dovuto continuare imperterriti la guerra portando l’Italia ad una distruzione ancor più totale: secondo Russo il re e Bagoglio non proseguendo il conflitto hanno vigliaccamente tradito e umiliato la nazione”.

“[…] l’ex alleato tedesco, che s’era subito affrettato a gridare platealmente al tradimento invocando e minacciando vendetta ad alta voce”

EHMMM… Dunque Russo dice che: “Il “tradimento” del Re e Badoglio ha generato un casino ma ci siam pure dovuti sorbire l’umiliante manfrina dei tedeschi! Solo noi abbiamo diritto di dare dei “traditori” ai nostri “traditori””!

Prosegue raccontando di come lo stesso 8 settembre a Tarvisio 300 soldati della Guardia di frontiera, “per difendere l’onore del tricolore” “seppero opporsi con le armi alla tracotanza dei tedeschi che si erano affrettati a chiedere la loro resa” in una violenta battaglia che durò tutta la notte ma infine, sconfitti, ricevettero perlomeno l’onore delle armi dai tedeschi. Immediatamente dopo Russo fa notare che quella “fu il primo vero atto di resistenza in Italia” (grassetto mio), cui seguirono “tantissimi altri splendidi ed eroici atti contro i feroci oppressori”

EHMMM… Dunque Russo dice che: “I tedeschi erano tracotanti ma forti e giusti”. Ma questi 300 spartani si batterono per onor del tricolore o perché erano abbastanza svegli da capire cosa sarebbe loro successo (dopo l’8 settembre i nazisti deportarono circa un milione di soldati italiani che non accettarono di sottomettersi alla Germania/RSI)? É interessante osservare come Russo ammanti di positività la resistenza AI TEDESCHI mentre in tutto il resto del testo ammanterà di negatività la resistenza AGLI ITALIANI CHE HAN CEDUTO IL NORDITALIA AI TEDESCHI.

La liberazione di Mussolini e l’istituzione dell’RSI peggiorò la situazione ma l’unico (governo ndr) ufficiale era nuovamente quello di Mussolini, voluto e imposto dai tedeschi”

EHMMM… Quindi Russo considera l’RSI un male, ma un -male necessario- perché perlomeno forniva un minimo di stabilità. Interessante osservare come secondo Russo il Governo Badoglio avallato dal Re e in rapporti con gli americani non fosse degno di esser definito “ufficiale” al contrario di quello di Mussolini, nonostante fosse un mero burattino dei nazisti.

Il “rinato Fascismo” fu un nuovo risveglio soprattutto per fanatici. Fu un periodo di caos ed i nazisti fecero molti soprusi disumani a danno degli italiani. Un ferroviere del posto si oppose ai nazisti e dopo esser stato torturato é morto gridando “Viva l’Italia”.

EHMMM… Anche qui l’RSI viene criticato ma si addossano le colpe solo ai tedeschi ed ai “fanatici”. Poi si cita un caso-esempio di resistente patriottico.

Ma poi, “[…] com’era già accaduto nella vicina terra slava, nacque e si sviluppò la Resistenza all’oppressore con i “volontari della libertà”, meglio conosciuti come “partigiani”, che in Italia subito si divisero in due gruppi ben delineati: da una parte gli”osovani”, di ispirazione democratica, dall’altra i “garibaldini”, di ispirazione comunista”

EHMMM… Qui c’é il primo accenno di quel fenomeno noto come “virus partigiano” (vedi sotto) ossia germi provenienti dall’esterno (“la vicina terra slava”) che contagiano “noi”. Interessante poi la definizione dei due gruppi resistenziali: se effettivamente le Brigate Garibaldi erano legate al partito comunista, definire “democratiche” le Brigate Osoppo é estremamente limitativo e fuorviante. 

INSERTO STORICO – parte 10 –  LE BRIGATE OSOPPO

Le Brigate Osoppo nascono dal coordinamento di gruppi laici, liberali, socialisti e cattolici caratterizzati da una forte anticomunismo e soprattutto un profondissimo sentimento antislavo. Poiché i partigiani comunisti italiani collaborarono attivamente con i partigiani comunisti slavi si possono facilmente intuire le difficoltà di rapporto che intercorsero tra le Garibaldi e le Osoppo. Pur di contrastare un’eventuale espansione slava in Friuli (paura giustificata cui é interessante osservare la presenza di “proiezione junghiana”: vedi sotto) le Osoppo giunsero ad instaurare rapporti addirittura con i fascisti della X MAS. Le Osoppo, dunque, erano degli strani partigiani che nell’intento di combattere il comunismo fecero da ponte per tutta una serie di personaggi che negli anni a seguire proseguiranno la lotta antislava tra le fila della “O” e successivamente della Gladio e che, attraverso un processo di pacificazione nazionale sperimentato proprio nel “modello friulano” saranno collegati alle stragi della strategia della tensione:

“È un fronte unico che si costituisce in funzione anticomunista, in modo inavvertito dall’opinione pubblica che scambia il Movimento sociale italiano, fondato ufficialmente il 26 dicembre 1946, come espressione dei reduci della Rsi quando, viceversa, lo è dei servizi segreti italiani, americani, del Vaticano, Democrazia cristiana e Confindustria. A dare un contributo determinante alla sua formazione ci saranno, non a caso, gli uomini della divisione di fanteria di Marina “Decima” del principe Junio Valerio Borghese che, in Friuli e nella Venezia Giulia, sono stati all’avanguardia nella ricerca dei rapporti con i partigiani della “Osoppo” in nome dell’italianità.” (fonte: “il modello friulano”, Vincenzo Vinciguerra) 

“Nelle pagine della storia italiana si racconta l’uccisione di un gruppo di partigiani della “Osoppo”, a Porzus, nel mese di febbraio del 1945, da parte di una squadra di partigiani garibaldini al comando di Mario Toffanin, “Giacca”. Si tace però che ad Ovaro, il 20 ottobre 1944, il capo del locale Cln, Rinaldo Cioni, conocordò con il commissario germanico, Franz Gnadlinger, l’eliminazione fisica del partigiani comunisti ritenuti più pericolosi, proseguendo “il lavoro intrapreso nel dicembre scorso”. (fonte: “il seme amaro”, Vincenzo Vinciguerra)

“Intanto nella valle del Koritnica ripresero vigore i partigiani di ispirazione comunista aggregati nel nome di Tito che intensificarono le loro azioni di vendetta e di morte”

EHMMM… La prima affermazione specifica sui partigiani “d’ispirazione comunista” (ergo: contagiati dall’esterno” – vedi “virus partigiano” sotto) mette le cose subito in chiaro: a differenza degli altri partigiani (quelli della Osoppo) che “davano battaglia a chi voleva continuare a tenere l’Italia e il suo territorio nella schiavitù e nella prepotenza dell’oppressore”, i comunisti invece no: loro compiono solo azioni di vendetta e morte e vogliono cedere pezzi d’Italia agli slavi.

Chi “era rimasto con l’Italia” aderendo all’RSI era nel mirino dei comunisti.

EHMMM… Dunque Russo sostiene che il protettorato tedesco dell’RSI era “Italia” (al contrario del meridione che con Badoglio e gli americani non era, sempre secondo Russo, “ufficiale”)

“Le truppe tedesche in alcune zone venivano accolte dalla popolazione locale con sollievo in quanto queste davano una certa sicurezza e una garanzia contro le incursioni dei partigiani”

EHMMM… Siamo in un luogo dove v’é strettissimo contatto tra popolazioni di lingue italiane, slave e germaniche. Nello specifico, l’area del tarvisiano fu pure tra quelle che vennero ottenute dal Regno d’Italia con la Grande Guerra, quindi proprio in una delle zone in cui il fascismo portò avanti la fortissima opera di italianizzazione forzata e propaganda antislava. Inoltre siamo in una zona alpina dalla religiosità fortemente radicata che é pure su una zona di passaggio obbligato in cui v’é pure una miniera d’importanza strategica e dove passavano le dorsali delle linee telefoniche che collegavano Roma-Vienna-Berlino. Non stupisce dunque che la zona fosse ampiamente militarizzata, fascistizzata e che quindi, data la grande vicinanza alla cultura germanica  vi fossero località più filotedesche che filopartigiane. In particolare, dal testo traspare che Cave del Predil e Tarvisio fossero i due paesi più militarizzati ed in cui erano maggiormente presenti persone di simpatie fasciste, mentre le due Bretto sembra ospitassero diverse famiglie di partigiani (Bretto di Sotto era il paese di Socian che verrà incendiato dai nazisti per rappresaglia, Bretto di Sopra quello dove i nazisti rinvennero tra la maggioranza di quelle famiglie” (pag.235) scorte di cibo destinati probabilmente ai partigiani )

Per concludere vien narrato di come nel primo dopoguerra vi fu sì, nella zona, italianizzazione forzata, che però non funzionò nella valle della Coritenza e dell’Isonzo, ma essendoci la miniera di Cave che dava lavoro alla comunità Russo non si spiega perché invece tra quelle genti “si stava acuendo giorno dopo giorno un odio impressionante, violento e vendicativo contro gli italiani, a causa soprattutto del sistema fascista italiano che aveva trasformato quella occupazione in una vera e propria oppres-sione politica e militare”

EHMMM… Come a dire: se un bel giorno i thailandesi s’impossessassero con la forza delle valli italiane imponendo a tutti di usare la loro lingua ed i loro costumi MA dessero lavoro a tutti nella loro fabbrica di salsa di soia (che prima faceva conserve di pomodoro), chi non si sottomettesse sarebbe uno stronzo.

2.03 STILE

film_review_300_rise_of_an_empire-1.jpg

Il rapporto che intercorre tra “300” ed i reali eventi della battaglia delle Termopili é forse quanto di più simile al rapporto che intercorre tra “Planina Bala” e gli eventi su cui é basato.

Sulla base della struttura e premessa storica appena descritti s’innesta un testo che ibrida elementi e stili diversi amalgamati da una descrizione degli eventi in cui l’autore s’immerge spesso nelle vicende narrate facendosi interprete di sensazioni e pensieri sia propri che di alcuni personaggi, addirittura fino al punto di arrivare a descrivere le sensazioni di orrore provate dagli uccellini del bosco (pag.127) contagiati dal “virus partigiano” (vedi sotto) utilizzando una prosa particolarmente coinvolta che conferisce al racconto aspetti romanzesco-cinematografici anche di un certo lirismo.

Se questa scelta premia in termine di scorrevolezza e coinvolgimento del lettore si rivela però problematica nel momento in cui il testo deve venir utilizzato come fonte di ricerca storica in quanto pone costantemente il lettore dinnanzi ad affermazioni e dettagli anche molto minuziosi di cui però non é ben chiaro quale sia la fonte da cui Russo le abbia attinte né se un determinato passaggio sia frutto di una testimonianza o dell’elaborazione personale dell’autore. Elaborazione peraltro molto evidente nei passaggi descrittivi:

“Nessun rumore, nessun alito di vento. Quei tanti carpini ancora scheletrici, quei faggi, quei noccioli, quei frassini ossuti e immobili! Solo ogni tanto il bramire frettoloso di un cervo, stridulo, quasi cupo, rompeva quel silenzio profondo, con la neve gelata che riluceva sinistra.” pag.122

La vaghezza riguardo a numerosissimi riferimenti, abbinata all’estrema minuziosità del dettaglio su aspetti più che secondari é una costante che si ripete in tutto il testo. Per esempio, quando vien riportato che “Al giovane Boris non era sembrato vero poter dare una mano al suo osannato ispiratore” (pag.97) é impossibile dedurre dal testo se lo stato di eccitazione interiore di Boris sia stato testimoniato da qualcuno o se si tratta dell’opinione dell’autore. Non si é dunque di fronte ad una corretta narrazione storica che risente dell’influenza dell’autore nella lettura degli eventi, bensì di un testo in cui eventi, opinioni e stile dell’autore sono legati a doppio filo in ogni aspetto. Questi tratti dello stile del testo rendono purtroppo impossibile osservare il tipo di lavoro eseguito da Russo senza esporne la prosa, in quanto se il “COSA AFFERMA” é spesso vittima di incongruenze (vedi sotto) é proprio nel “COME LO AFFERMA” che risiedono i meccanismi di tali incongruenze. Ciò implica purtroppo l’impossibilità di rendere noti gli errori di metodo e le incongruenze logiche del libro senza riportare i brani e passaggi che li contengono. Impossibile, ad esempio, comprendere la stranezza di una certa informazione fornita in due righe se non si han ben presenti i toni delle lunghe sviolinate che accompagnano informazioni di natura opposta, così come sarebbe impossibile  far emergere la comunicazione implicita e sottintesa senza esporre quella esplicita.

2.04 LA (MALA)ESPOSIZIONE DELLE FONTI

room-of-books.png

Riguardo alle fonti del libro va fatta una prima chiara distinzione: il testo presenta testimonianze dirette, materiale fotografico d’epoca ed attuale, alcuni documenti dell’epoca, lettere e altro materiale, ma solo una parte di questo materiale é relativo ai fatti veri e propri poiché a causa della struttura del libro parte delle fonti riguarda la descrizione degli ambienti, della vita quotidiana nel 1943-44, aneddoti il cui scopo é fornire un’idea del periodo e del clima sociale, e testimonianze interessanti ma di secondaria importanza (per esempio: le testimonianze numericamente maggiori sono quelle relative alla vista dei cadaveri portati in esposizione dai nazifascisti nelle piazze dei paesi; testimonianze interessanti in quanto perfettamente concordi sullo stato dei corpi, ma che nulla dicono riguardo al modo in cui i corpi siano stati ridotti in quello stato). Sono presenti anche una poesia, foto dei famigliari delle vittime, foto delle autorità militari che presenziano alle onorificenze, ecc.

Le interviste, come già detto, non vengono trascritte nella loro interezza né riportate in calce bensì, nella prosecuzione del racconto, Russo inserisce frasi e spezzoni da esse estrapolate citando il nome dell’intervistato (non sempre a dir il vero) e lasciando spesso intendere che la narrazione che ne segue sia un’elaborazione delle dichiarazioni di quella stessa persona. Per esempio a pag.145 Russo riporta in virgolettato lo sfogo dell’anonimo figlio di un testimone anonimo che dichiara di aver dovuto mantenere per anni il segreto su quanto raccontatigli dal padre, ma al termine dello sfogo tali fatti tenuti segreti non vengono nemmeno narrati: dopo un paio di righe di commento di Russo sullo stato d’animo dell’anonimo figlio del testimone si riassume il tutto nella frase “Scene di odio e di vendetta atroce […]”, frase molto simile a quelle utilizzate immediatamente prima d’introdurre il figlio del testimone, ottenendo dunque un effetto panino (vedi sotto), cui segue una descrizione delle torture avvenute DENTRO la baita nonostante il virgolettato riporta chiaramente che il testimone anonimo si trovasse “nascosto dietro un grosso albero a poche decine di metri da quello scempio”, da che se ne desume che queste dettagliatissime “Scene di odio e di vendetta atroce […]”  descritte successivamente a questa frase non possono esser state descritte a Russo dal teste citato.

“Il giovane comandante Perpignano (nella stanzetta principale di malga Bala ndr) intanto era costretto a seguire ogni cosa con gli occhi sbarrati, travolto dal dolore e dalla rabbia, da un terrore spasmodico e violento: perfino delle formiche affamate, attratte dal sangue, avevano cominciato a salirgli tra i capelli” (pag.146)

Può un uomo nascosto dietro a un albero a decine di metri da una malga vedere delle formiche che si arrampicano sulla testa di un uomo che sta all’interno alla malga?

2.05 SELEZIONE

Schermata 2016-06-25 alle 11.44.13.png

Riguardo alle testimonianze dirette é necessario segnalare un ulteriore dettaglio che fa sorgere notevoli perplessità: é possibile osservare come gli stessi stralci d’intervista a Silvio Gianfrate (Srecko) vengano riportati due volte (pag.19 e pag.192) ma le due versioni differiscono fra loro con variazioni non giustificabili da semplici errori di trascrizione e che lasciano supporre un’intervento correttivo e/o selettivo dell’autore nel riportare le parole dell’intervistato. Nello specifico: nella versione di pag.19 Srecko dichiara che i sequestrati furono uccisi a malga Bala mentre nella versione di pag.192 il riferimento a malga Bala é completamente assente.

Altrettanto interessante é il modo in cui vengono presentati alcuni stralci dell’intervista al partigiano Hrovat. Per esempio: all’inizio del libro, a pag.16, vengono riportate in questo modo una domanda di Russo e la risposta di Hrovat:

[Russo ndr] “Ma perché i 12 carabinieri furono così barbaramente trucidati?”
Una delle mie tante domande.
[Hrovat ndr] “E chi dice queste cose? .. lo… io non ero lassù… A colpi di piccone poi… No, no, mai fatto una cosa del genere noi partigiani! Coi picconi poi!… Su, su, dove prendevamo i picconi, i coltelli o le scimitarre? .. Sì e no avevamo qualche temperino… dodici carabinieri poi… Erano sì e no cinque, sei: pum pum, sono stati sparati e tutto è finito lì! Ma perché cercate queste cose ora? Non avete altro da fare in Italia voi giornalisti? Sono passati 50 anni… su mo’, a cosa serve riaprire certe ferite? .. Socian era il comandante militare, io il commissario politico” .

Interessante anche l’uso dei punti di sospensione che dovrebbero indicare una pausa di silenzio tra le singole frasi ma in realtà qui sembrano indicare che le singole frasi siano stata estrapolate da discorsi più ampio (magari in risposta a domande diverse), ossia presenterebbe ellissi che andrebbero invece indicate dai puntini di sospensione fra parentesi quadre ( […] ). Si osservi come con “Una delle mie tante domande” Russo censuri ulteriormente l’intervista impedendo al lettore di capire a che domande stia rispondendo Hrovat! Editata così l’intervista sembra suggerire che tra tante domande, a QUESTA, Hrovat abbia risposto letteralmente così e per chi legge l’impressione é che Hrovat, interpellato in maniera generica sui fatti, sbotti istericamente parlando in maniera impacciata all’intervistatore di colpi di piccone, temperini ecc. Ma confrontando la “risposta” di pag.16 con quella di pag.193 sorge il dubbio che la prima sia in realtà un collage di singole frasi (cherry-picking) provenienti evidentemente dalle risposte date a più domande diverse, estratte dall’intervista nella sua interezza e combinate assieme. Difatti a pag.193 la domanda posta da Russo é diversa ed é proprio Russo a introdurre nel discorso i corpi martoriati coi picconi:

[Russo ndr] “Ma perché infierire sui carabinieri in quel modo, coi picconi…!”
[Hrovat ndr] “Noi non si aveva picconi!… Nessun piccone è stato usato…! Quelle cose non si fanno. I partigiani non facevano quelle cose, non lo hanno fatto perché non lo sapevano fare!”

Negli stralci d’intervista presentati da pag.193 difatti troviamo frasi molto simili a quelle presentate a pag.16, anche qui presentate in successione separata da puntini di sospensione e mancanti delle domande di Russo:

“Ben 12 carabinieri, tenuti in vita per quasi due giorni? .. Su, mo’: dove prendevamo da mangiare per loro per tanto tempo?… Ma perché questo vostro interessamento a questa storia: è passato tanto tempo! Che inte- resse avete a rivangare questa vicenda?”

“Noi partigiani abbiamo sempre rispettato i carabinieri. Chi era coi fasci- sti no, non poteva essere da noi rispettato, ma i carabinieri cosa c’entra- vano? lo non ero su in malga… Ma è passato tanto tempo, come si fa a ricordare?.. E poi… 5 o 6 carabinieri uccisi.. .. 12!?.. No, non erano 12… Voi mi rivelate cose nuove che io non ho mai sentito… Sono cose del tutto nuove per me! … Questa cosa è stata opera di altri, non dei partigia- ni! E’ passato tanto tempo! Come pretendete che uno ricordi ancora que- sti particolari?.. 12 morti e tutti carabinieri?.. E’ assurdo, 5 o 6, non 12 e poi uccisi in quel modo! Mi fate venire i brividi!… Ammazzati poi a colpi di piccone! … No, no, mai fatta noi una cosa del genere. Dov’erano i partigiani non succedevano queste cose. Questa per noi era un’azione militare, non politica e questa è stata un’azione militare!”

In altre azioni i prigionieri venivano liberati o mandati a casa o sparati nell’azione, in questa no, come mai? .. Sono stati gli italiani a ridurre in quello stato i carabinieri o anche i tedeschi e poi hanno dato la colpa a noi. lo non credo sia successo questo che voi dite, noi si sparava ai prigionieri. Non abbiamo mai trucidato nessuno noi… Non avevamo mica coltelli, accette, picconi o scimitarre!… Su, mo’! Noi avevamo mitra, qualche temperino, mica picconi! … Ma dopo cinquant’anni voi cercate ancora queste cose? A chi interessano più?.. Cosa serve andare a riaprire queste ferite…. No, non mi va giù questa storia: nessuno li ha trucidati, glielo garantisco io. La mia parola… boh, dai, almeno al 60%, d’accordo? Con Socian ho sempre baruffato; però come commissario politico .. vincevo sempre io che ero più furbo!”
“Ripeto che i carabinieri non erano nostri nemici, i fascisti sì, erano nemici!”
“Ma voi giornalisti italiani non avete altro a cui pensare?… Dopo tanti anni tirate fuori ancora questa storia?”
“Potevate aspettare ancora qualche anno, no?”

Sorge lecitamente il sospetto che Russo e Rinaldi, i quali non nascondono di aver provato enorme fastidio e sofferenza (pag.16) durante l’intervista a Hrovat a causa della loro antipatia naturale (pag.16) nei suoi confronti, abbiano esercitato particolare insistenza sull’ex-partigiano perché le sue risposte confermassero le storie su picconate e torture e che questi abbia reagito in malomodo (reazione che il testo lascia intendere essere segno di nervosismo da colpevolezza ma che può benissimo essere spiegata come la reazione di una persona irritata dal fatto di esser sfrontatamente accusato di essere un mostro). Non essendo note le domande a cui gli intervistati rispondono é non é possibile capire con esattezza l’andamento dell’intervista ma il tono stizzito di diversi stralci fanno supporre che l’intervistatore abbia pressato l’intervistato dando per scontato che si trattasse del membro di una compagnia di mostri.

Difatti pag.193 Russo scrive: “Ma perché trucidare i carabinieri in quel modo? A ogni mia domanda specifica, come questa, Silvo Gianfrate perdeva il controllo e alzava la voce, con gli occhi improvvisamente violenti”. “Ogni” e “Domanda specifica COME QUESTA” indicano chiaramente che le domande furono diverse e di tono simile a quella indicata, ossia una domanda in cui si da per certo che la brigata di Hrovat fosse composta da assassini spietati. 

Ed a pag.194 Russo commenta così le risposte di Hrovat:

“Ci aveva quasi derisi il Hrovat, tentando di mettere tutto in ridicolo e in dubbio, facendo di tutto per confonderci le poche idee precise che in quel momento avevamo, le poche certezze che a ogni sua risposta vacillavano e di punto in bianco io mi ritrovavo a brancolare nel buio e nei misteri più fitti. Sarebbe stato un abile politico il signor Hrovat, almeno in Italia!”

Giusto per fare un esempio altrettanto violento: tu, si , proprio tu che stai leggendo, come reagiresti dinanzi a qualcuno che continua a farti domande specifiche sul modo in cui avresti violentato e fatto a pezzi un bambino dando per scontato che tu sia un mostro che commette atti del genere?  Sorridendo pacatamente e offrendo una nuova tazza di the o perdendo il controllo, alzando la voce e fulminando con gli occhi questa persona insistente?

A pag.206 viene affermato che le interviste sono state registrate. Sarebbe interessante ascoltarle per intero per capire esattamente il tono con cui avvennero, che domande vennero poste, l’ordine delle risposte e se vi fu pressione sull’intervistato.

2.06 INTERVISTE, FARI E PANINI

Schermata 2016-06-25 alle 10.44.07.png

Il modo in cui vengono utilizzati gli spezzoni d’interviste si attiene spesso a due modalità comunicative che qui chiamerò “metodo del faro” e “metodo del panino”.

Il primo consiste nel piazzare all’interno della descrizione degli eventi fatta da Russo un virgolettato che conferisce un falso senso di validità alla narrazione in cui é inserita nonostante gli elementi forniti nel virgolettato siano solitamente meno importanti della narrazione stessa. Un esempio lo si ha a pag.121,122 dove la narrazione del pasto avvelenato con soda caustica, varechina e pepe contiene al suo interno quest’unica frase-faro estrapolata da un’intervista:

“Noi abbiamo fatto da mangiare sia per i partigiani che per i carabinieri” – Ci confermerà in seguito la signora Mafalda, moglie di Lojs Gajger.

Se proprio ci si fosse dovuti limitare ad usare un unico spezzone d’intervista non avrebbe avuto più senso estrapolare la frase in cui vien data testimonianza dell’avvelenamento? O quello sui dolori provati dagli avvelenati? E invece niente: l’unica testimonianza scelta riguardo a questo episodio é la testimonianza della moglie di Gajger in cui dice semplicemente che hanno preparato da mangiare sia per gli uni che per gli altri. Quest’unica frase che non dice assolutamente nulla riguardo al punto nodale dell’episodio, inserita nella narrazione della cena genera nel lettore l’illusione che il racconto in cui é immersa sia la trascrizione delle dichiarazioni della signora Mafalda; cosa che Russo però non afferma affatto.

Esempi simili sono sparsi in tutto il libro ma il più impressionante é certamente quello delle torture. Da pag.137 a pag. 146 vengono descritte le torture eseguite sui dodici. La descrizione delle stesse é molto dettagliata:

Gli venne subito conficcato un legno a uncino, appositamente preparato poco prima, (“come quello che si usava una volta per tenere la padella del latte”) , tra il nervo posteriore dietro il calcagno e l’osso del piede: i due arti anzi furono accavalcati l’uno sull’altro in una morsa di sangue. Fu issato a testa in giù, con la parte terminale dell’uncino legata a una trave di sostegno del tetto della cucina (pag.144)

Tuttavia la narrazione delle torture presenta diversi stralci-faro di interviste che non dicono assolutamente nulla riguardo alle sevizie:

Era una malga dove tutti d’estate portavano le proprie bestie, soprattutto pecore”. Così Bepi Flajs […] (pag.138)

“Quella volta non tutti potevano permettersi attrezzi in ferro e quindi si usavano pezzi di legno duro, in particolare pino e faggio: da questi pezzi duri si ricavavano accette e soprattutto picconi”. Così Bepi Flajs […] (pag.142)

“come quello che si usava una volta per tenere la padella del latte” (pag.144, non si sa chi sia la fonte di questa frase)

“Finalmente – mi ha confidato con le lacrime agli occhi il figlio di un pastore, il quale, nascosto dietro un grosso albero a poche decine di metri da quello scempio, aveva seguito tutto pietrificato e impotente – finalmente posso liberarmi di questo peso che mi opprime il cuore da tanti, tanti anni! Per quasi cinquant’anni ho dovuto nascondere questa verità, ma era tempo che tutto venisse alla luce! Mi sento finalmente libero, quasi leggero!”

Anche qui, poche frasi che non dicono molto fungono da illusorio faro-verità all’interno di una narrazione di cui non se ne conoscono le fonti: chi ha fornito a Russo certi macabri dettagli?

[…] con filo spinato, con le braccia dietro la schiena, coi polsi delle mani stretti ai piedi! Filo spinato che veniva poi agganciato ai genitali di quei poveri disperati i quali, muovendosi e dimenandosi nel dolore, automaticamente si sventravano (pag.145)

Un carabiniere riuscì a buttarsi per terra implorando con la foto di sua madre in mano e gridando di salvarlo per amor suo, ma quella foto gli fu strappata e conficcata in bocca. Primo Amenici, il papà di quei cinque bambini tutti in tenera età, finito giorni prima a Bretto in sostituzione di un altro carabiniere in licenza, riuscì a tirare fuori dalla giacca, prima che questa gli venisse strappata da dosso, la foto coi suoi cinque bambini e a mostrarla ai suoi assassini. Ma una picconata volante gli sventrò il cuore e quella foto gli fu conficcata nel petto, là dove fino a qualche attimo prima quel cuore aveva vibrato per quei suoi piccoli abbandonati per sempre (pag.145)

Da dove ha appreso Russo queste dettagliatissime descrizioni degli eventi non é dato saperlo, ma il testo si premura d’informarci dettagliatamente riguardo a dettagli di minor conto come il fatto che fu Flajs a raccontare  che a malga Bala i contadini ci portavano le pecore d’estate e che non tutti (gli abitanti della Bausiza) avevano attrezzi di ferro. Questa moltiplicazione di frasi-faro provenienti da diversi testi genera nel lettore un “effetto panino” ossia illude il lettore che la somma di diverse testimonianze dia validità alle affermazioni prive di fonte in cui sono inserite.

2.07 ATTEGGIAMENTO PREVENUTO

article-2530947-1A56ED0F00000578-873_634x424.jpg

Una conferma dell’atteggiamento forzatamente pregiudiziale dell’autore lo si può trovare per esempio a pag.196. Dopo che per tutto il testo Socian é stato descritto con affermazioni ed aggettivi come: il piccolo grande terribile dio della Coritenza / un padreterno privo di scrupoli o tentennamenti / colui che capeggia il nugolo di partigiani / un uomo di cui tutti avevano terrore / che porta avanti sconsiderate azioni / Era il diavolo personificato, esperto come nessun altro, padrone assoluto dei sentieri e delle strade, di giorno e soprattutto di notte /, quando Hrovat nell’intervista dichiara che la responsabilità (politica? militare?) dell’azione era di Socian, Russo commenta stizzito:

“porta il discorso su Socian che era morto da qualche mese dando a lui ogni responsabilità, tanto nessuno mai avrebbe più potuto avvicinarlo”

Ciò é assai interessante in quanto evidenzia un atteggiamento di negativizzazione forzata in cui gli archetipi necessitanti di continua riaffermazione: (1) il defunto Socian era il capo dei mostri e (2) tutti i partigiani sono mostri portano alla negativizzazione dell’affermazione di Hrovat che, pur venendo accettata in quanto confermante il primo archetipo, deve essere ammantata di negatività per riconfermare il secondo archetipo tutti i partigiani sono mostri. Ecco che, anche se Hrovat fornisce a Russo un’informazione in linea con la sua narrazione degli eventi, l’autore aggiunge a quella stessa informazione una sbavatura di perfidia perché l’affermazione si conformi alla struttura pregiudiziale. Vi si può leggere anche un’elemento di proiezione junghiana in quanto accusare persone che non possono difendersi é esattamente ciò che fa Russo!

2.08 LE TANTE CONTRADDIZIONI DEL LIBRO

Schermata 2016-06-28 alle 09.42.40

Nel testo sono relativamente frequenti anche affermazioni contraddittorie che vengono apparentemente attenuate dal fatto che gli elementi che si contraddicono sono spesso presentati in maniera discorsivamente separata oppure perché su determinati elementi vien posta particolare attenzione mentre gli elementi che li contraddicono vengono appena segnalati senza spenderci sopra nemmeno un commento. Alcuni esempi:

STUPORE PREANNUNCIATO? Si afferma che il sabotaggio alla centrale della miniera fosse inaspettato (pag.70) nonostante si affermi che l’attività principale dei partigiani fosse quella di effettuare sabotaggi soprattutto con lo scopo di interrompere la produzione della miniera e che i militi poi sequestrati fossero stati ingaggiati appositamente per difenderla. ( a questo proposito si veda un elenco dei sabotaggi effettuati da Socian alla miniera nel sottocapitolo 5.11)

VELOCI MA LENTI? Non si tiene nemmeno conto dell’illogicità secondo cui i partigiani riuscirono a fuggire velocemente da Bretto pur con un vantaggio di tempo ristretto (pag.150) attraverso un sentiero particolarmente impervio e rallentati dai dodici prigionieri e da un carico d’armi e vettovaglie (pag.101,102) e poi siano intimoriti dal fatto di poter esser raggiunti dai nazifascisti mentre si trovano in una malga isolata nel bel mezzo dei territori di cui erano signori incontrastati raggiungibile solo attraverso un sentiero impervio in cui nessun tedesco o italiano avrebbe mai pensato di avventurarsi (pag.139) anche perché non erano affatto pratici di quei territori come i partigiani (pag.155)

FURBI MA SCEMI? Con un certo contorsionismo Russo riesce a far passare l’impossibilità di eseguire fucilazioni ed a criticare i partigiani sostenendo a pag.186 che “fossero stati un pochino furbi” avrebbero potuto crivellare i corpi (per celare le torture). Quindi, ricapitolando: Russo sostiene che i partigiani NON potessero sparare perché il rumore avrebbe attirato immediatamente i nazifascisti ma al tempo stesso che i nazisti si muovevano in maniera impacciata (pag.186), che i partigiani spararono con un revolver ad un milite in fuga (pag.146) ma furono così “poco furbi” da non aver crivellato tutti i corpi.

PREOCCUPAZIONI NON PREOCCUPANTI? A pag.186 si sostiene che non fosse possibile eseguire fucilazioni sui monti perché l’eco (pag.139) avrebbe attirato l’attenzione dei nazifascisti ma, dopo aver segnalato a pag. 120 che malga Bala si trovava in una posizione “dove tedeschi e italiani non potevano assolutamente avvicinarsi senza essere precedentemente avvistati da lontano”,  a pag.139 che “Nessun tedesco, nessun italiano avrebbe mai pensato di avventurarsi per quei ghiaioni scivolosi, col rischio di perdersi o di venir sorpreso dai nemici facilmente in agguato” perché “non conoscevano neanche l’esistenza” (pag.139) ed a pag. 127 che i tedeschi non sarebbero mai andati neanche fino a Logje “mai e poi mai sia i tedeschi che gli italiani, specie di notte, si sarebbero avventurati in perlustrazioni molto pericolose in quella zona aspra e isolata”, tanto che possono permettersi di far urlare tutta la notte i sequestrati con grida che squarciavano il silenzio e quindi nessuna preoccupazione da parte dei partigiani, a pag.146 si parla di un colpo di revolver sparato alla spalla di un milite della GNR che tentava di fuggire e non si capisce perché, una volta sparato un colpo non se ne fossero potuti sparare altri.

FREQUENTATISSIMO LUOGO ISOLATO? Da un lato sostiene che la scelta cadde su malga Bala in quanto isolata e difficile da raggiungere ma dall’altro sostiene che furono numerosi i pastori che non ebbero alcuna difficoltà a salire non visti per assistere di nascosto alle uccisioni (pag.147), tra cui l’anonimo padre di un amico di Toni Rinaldi che, a quanto sostiene, addirittura seguì quasi passo passo, di nascosto, la “via crucis” dei militi della GNR, la mattanza e la disposizione dei cadaveri (pag.18,109,139,142)

INCONTRASTATI TONTOLONI DEL TERRITORIO? Non solo malga Bala é isolata ma frequentatissima ma i partigiani, incontrastati signori di quei territori che si muovono con circospezione per controllare l’eventuale presenza di nazisti (pag.109) non si accorgono minimamente di essere circondati da diversi contadini che li hanno seguiti!

FIDATO COLLABORATORE POCO COLLABORATIVO? Gli incontrastati signori del territorio non si accorgono della presenza dei contadini ma (forse – vedi sotto) se ne accorge Gajger, “amico fidato” e “protettore devoto” dei partigiani (pag.14) che in qualche modo é conscio della presenza di Bepi Flajs (pag.147) tanto da andarlo a chiamare una volta spariti i fidati compagni partigiani (anche se il passaggio é poco chiaro e sembrerebbe che Bepi Flajs fosse tornato a Logje – vedi sotto).

SEGRETO PUBBLICO? Sostiene che la messinscena delle fucilazioni venne fatta nella certezza che nessuno avrebbe mai potuto sostenere il contrario (pag.197) ma che tutta la comunità viene a sapere fin da subito e nei minimi particolari cosa avvenne (pag.149).

PICCONATE COL TRUCCO? Il testo da un lato riporta le parole di Bepi Flajs secondo cui i partigiani dovevano far credere che i militi della GNR fossero stati semplicemente fucilati (pag.197) ma dall’altro che il massacro doveva essere volutamente violento e impressionante perché gli italiani ricordassero per sempre quella data (pag.121) e non si spiega in che modo un evento possa essere al contempo tenuto segreto e ricordato in eterno. Come si faccia poi a torturare delle persone con dei picconi ma in modo tale da far credere che siano stati fucilati non é dato sapere.

 

2.09 CONCESSIONI A CARO PREZZO

Schermata 2016-06-29 alle 16.32.20

Il testo potrebbe non manifestare immediatamente il proprio manicheismo a causa di affermazioni critiche nei confronti del nazifascismo. Affermazioni che tuttavia s’innestano su una struttura fortemente di parte (lo si é ben visto osservando l’introduzione storica che apriva il testo) e che vengono fatte pagare a caro prezzo poiché a fronte di un numero estremamente esiguo di fredde critiche ad elementi specifici della storia nazifascista non vien fatta corrispondere una critica altrettanto blanda e limitata delle posizioni dei partigiani, bensì un rifiuto cieco e totale di ogni cosa li riguardi anche solo indirettamente. Alcuni esempi dei concetti espressi nel testo in cui sono ravvisabili concessioni esplicite ed i concetti-pegno impliciti che ne conseguono:

L’introduzione storica é sostanzialmente un “Mussolini ha sbagliato ad allearsi coi tedeschi MA, meglio LVI ed i nazi che Badoglio ed i comunisti”

L’odio antiitaliano dei partigiani nacque dai soprusi che subirono dagli italiani MA i partigiani erano comunisti e quindi in fondo se l’erano cercata.

I tedeschi erano terribili e cattivi MA erano obbligati a comportarsi così. E comunque meglio i tedeschi dei comunisti.

E così via: questo é sostanzialmente il livello delle concessioni fatte ed il modo in cui viene proposto é sempre lo stesso: la critica é esplicita (concessione) ma il concetto che ne vien fatto conseguire (prezzo) é implicito. Più avanti si vedrà meglio cosa vien messo sui piatti della bilancia dei prezzi.

 

2.10 AMORE E ODIO

Love-Hate

Di eccezionale interesse é osservare il modo in cui Russo tratta i personaggi della vicenda e le persone interessate. Esempi specifici li si potrà osservare nel terzo capitolo di questo articolo, ma basti tenere a mente questo: se una persona sta simpatica e/o fornisce affermazioni utili a Russo, questa riceverà una descrizione amorevole e positiva. Al contrario: odio puro o silenzio assoluto. Qualche esempio veloce-veloce giusto per assaggio? Basterebbe già osservare come Socian vien descritto: così cattivo da poter far paura quasi a Satana in persona! Oppure il fatto che di numerosi testimoni indiretti ci vengono forniti i dati biografici ma ciò non avviene per il partigiano Hrovat che non le manda a dire a Russo quando insiste perché “confessi” ! Ma, come anticipato, questa differenza di trattamento verrà illustrata meglio nel prossimo capitolo.

2.11 INFORMAZIONI SUSSURRATE

pict_silence

Se alcune informazioni vengono urlate, commentate e ripetute ve ne sono tuttavia alcune che il testo riporta ma senza alcuna enfasi: vengono “buttate lì” per poi essere immediatamente dimenticate come non esistessero. Se osservate attentamente però é facile notare che hanno tutte una cosa in comune: sono tutte informazioni che potrebbero intaccare e/o smentire le affermazioni di Russo. Sorge quindi un dubbio, ossia: perché mai le avrebbe fornite? I casi sono diversi ma riassumibili a questi gruppi:

Informazioni che Russo era obbligato a riportare, come ad esempio i numerosi tentativi di sabotaggio dei partigiani in cui non viene fatto male a nessun paesano.

Informazioni utili ma a rischio, come la testimonianza del Venturini, che dichiara di esser stato per un po partigiano con la Garibaldi: informazione utile perché fa apparire il teste come una “fonte interna” ai partigiani ma pericolosa perché esce dallo schema “partigiano=demone senza contatti con la brava gente”

Gli esempi sono numerosi e già presenti negli altri sottocapitoli e pertanto eviterò di riproporli anche qui.

 

2.12 FALLACIE LOGICHE

maxresdefault.jpg

Le contraddizioni del testo, unite all’atteggiamento pregiudiziale si manifestano attraverso diversi tipi di fallacia logica (maggiori dettagli QUI) e trucchi narrativi. Essendo presenti nell’interezza del testo, elencarli é impresa scarsamente utile in quanto, una volta compresi i meccanismi di queste fallacie, le stesse emergono automaticamente già dalle osservazioni di questo articolo. Per questo motivo mi limiterò ad elencare le tipologie di fallacia chiedendo a chi legge di tenerle a mente durante la prosecuzione della lettura

  • Straw men / uomo di paglia, ossia rapasentare in maniera infedele un avversario con lo scopo di abbatterlo e infangarlo.
  • Dissimulazione, ossia presentare dati in modo ambiguo.
  • Argumentum ad nauseam, ossia ripetere in continuazione determinate affermazioni con l’intento di far percepire all’uditore/lettore queste affermazioni come accettate.
  • Condanna delle alternative, ossia forzare le interpretazioni affinché convergano su una sola delle ipotesi possibili.
  • Affermazione del conseguente, ossia dare per scontata una connessione logica che scontata non é, attraverso una relazione causa-effetto semplificata.
  • Premesse contraddittorie, ossia proporre un ragionamento coerente basato però su premesse che si contraddicono fra loro.
  • Rimettere l’onere della prova, ossia fornire tesi e informazioni date per vere senza fornirne dimostrazione e fonti.
  • Eccezione che conferma la regola, ossia appellarsi all’eccezionalità ed unicità di un caso ma al tempo stesso trattandolo come un evento comune.
  • False premesse, ossia dare per vere delle premesse che non sono tali snaturando alla base ogni ragionamento successivo (simile al “premesse contraddittorie”).
  • Aneddottica, ossia aggrapparsi essenzialmente su  testimonianze aneddotiche anziché inserire quest’ultime in un quadro logico coerente.
  • Trattamento di favore, ossia favorire le posizioni di una delle classi coinvolte nella narrazione.
  • Obiezioni insignificanti, ovvero elevare dubbi, anche validi, che riguardano argomenti secondari come se fossero elementi nodali di una teoria/affermazione.
  • Falsa inversione, ossia l’applicazione errata di [ A=B per cui B=A ] perlopiù in casi di generalizzazione (vedi) basati su dati particolari [Luca é moro e stronzo per cui tutti i mori di nome Luca sono stronzi]
  • Cherry-picking, (conosciuto anche come “suppressing evidence”)  ossia selezionare solo gli elementi che confermano l’ipotesi di partenza.
  • Card-Stacking, ossia una tecnica tipicamente usata in pubblicità e propaganda che consiste nel porre continue attenzioni solo sugli aspetti che si vogliono trasmettere sorvolando invece su quegli aspetti che potrebbero mettere in discussione la narrazione imbastita
  • Generalizzazione, ossia attribuire, per semplificazione, a tutti i membri di una certa classe una determinata caratteristica.
  • Limitazione imposta, ossia introdurre limitazioni arbitrarie come se valessero universalmente.
  • Entimemi e non-detto, ossia lasciare che i significati profondi del messaggio emergano tra le righe senza mai affermarli direttamente (il “prezzo” fatto pagare dalle “concessioni”)
  • Falsa precisione, ossia dare supporto alla propria tesi agganciandoci informazioni molto dettagliate che tuttavia esulano dalla logica della tesi stessa.

Di fari e panini si é già parlato in maniera dettagliata in quanto facilmente evidenziabile anche con pochi esempi. I restanti meccanismi sono tutti più o meno presenti nel testo: alcuni con prepotenza (p.es. falsa precisione, generalizzazione, aneddotica), altri meno (falsa inversione); alcuni sono presenti in casi specifici (p.es. la limitazione imposta secondo cui Maria non poteva avere accesso ad un telefono) ed altri sono riscontrabili solo analizzando il testo nella sua interezza (p.es. generalizzazione). Pertanto li si riscontrerà non sempre attraverso punti specifici e affermazioni nette, ma man mano che verranno esposte le caratteristiche del mondo dipinto nel libro. Il lettore, ripeto, é invitato a tenere bene a mente le fallacie logiche qui elencate perché queste si rivelino spontaneamente.


3.00 IL MONDO DI “PLANINA BALA”

Blue_Plague_Song_Dance

É particolarmente evidente che il mondo che traspare dalle pagine di “Planina Bala” non é una rappresentazione fedele e realistica di un territorio delle alpi friulane nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale. Il mondo che traspare da “Planina Bala” é una rappresentazione ipersemplificata in cui una comunità omogenea e pacifica che sottostà per amor del quieto vivere al dominio del potente di turno (in questo caso i tedeschi) col quale ha un rapporto sia di timore che di rispetto. L’armonia della comunità però viene perturbata dalla presenza dei partigiani: esseri crudeli che scatenano il lato peggiore di tutti. Le varie caratteristiche del mondo, che ora verranno illustrate nello specifico, sono strettamente interconnesse fra loro (per questo si può parlar di “mondo”) e quindi i prossimi punti presenteranno necessariamente ripetizioni e rimandi circolari.

3.01 FRANZA O  SPAGNA PURCHE’ SE MAGNA

mars

La comunità del tarvisiano così come raccontata dal Russo é una comunità uniforme fatta di brava gente devota e rispettosa che sottostà al potere nazifascista per amore del quieto vivere. Uniformità spezzata solo dai partigiani, descritti come entità esterna, come cellula tumorale, come il lupo cattivo delle fiabe.

Il concetti di fondo é che nella comunità omogenea del tarvisiano non v’é lotta, non v’é tensione, non v’é divisione ma solo brava gente che s’adatta al potere dominante indifferentemente da quale sia. Nazisti, fascisti, romani, unni, longobardi, marziani: stessa cosa!

Poco importa ciò che vogliono i nuovi dominatori: imporre una dittatura? Culto della violenza? Sottomissione obbligata all’autorità? Abolire la libertà di stampa? Picchiare, uccidere o mandare al confino chi dissente? Trasformare le elezioni in una farsa? Imporre un regime corporativo totalmente sbilanciato a favore delle classi agiate? Militarismo estremo? Razzismo? Colonialismo? Sterminare brutalmente popolazioni non italiane? Deportare qualche migliaio di ebrei in Germania? VA TUTTO BENE! A patto che non si tocchi lo status quo basato sulla tradizione religiosa (a questo ci arriviamo tra un attimo)!

Poiché a questi continui richiami all’accettazione e sottomissione nei confronti del nazifascismo non segue alcuna apologia esplicita del fascismo stesso, il testo si potrebbe tranquillamente ascrivere alla pubblicistica afascista cattolica (sulla religiosità del testo vedi sotto) anticomunista proprio in quanto l’interesse principale é più rivolto a screditare i partigiani che ad elogiare il fascismo. Tuttavia, come vedremo, definire questo testo semplicemente afascista potrebbe essere limitativo.

marchese-del-grillo

Torniamo a noi: per riuscire a dipingere questa comunità omogenea ben disposta a sottomettersi all’autorità dominante per amor del quieto vivere, Russo é però obbligato a minimizzare ogni elemento che possa contrattare quest’immagine.

Difatti quando si trova costretto a citare persone del posto che collaborano coi partigiani evita di commentare (card-stacking inverso), come nel caso degli operai della miniera a pag.53 o l’arganista Krast di pag.214 che li aiuta a effettuare uno dei più imponenti sabotaggi alla miniera in cui lui stesso lavorava, o li descrive come vittime impaurite del terrore causato dal virus partigiano, come nel caso di Bepi Flajs e del contadino anonimo. Ma la forzatura é evidente, soprattutto nel caso delle persone su cui il “virus partigiano” agisce in modo ambiguo. Anche nel caso del Gajger questo meccanismo funziona male: Gajger é descritto ora come un fedele e fidato servitore dei partigiani, ora come un uomo che agisce solo per interesse, ora come un uomo che tenta di far buon viso a cattivo gioco. Il “virus partigiano” però, come già visto, in lui si manifesta in negativo solo a fatti compiuti, nella vecchiaia di Gajger che distrutto dagli eventi passati si autocostringe a vivere in un’abitazione cupa trafitto dai rimorsi, come colui che trovando la fede sceglie la via dell’insolazione eremitica.

Ma i richiami più forti restano quelli al mantenimento dello status quo: il primo pensiero del signor Berlot, che vive vicino della centrale elettrica attaccata dai partigiani, saputo che questa esploderà, é: “Così ora perdiamo anche quel poco di pane che abbiamo!” (pag.150). Il parroco Ivan Hlad raccomanda i paesani di non seguire i partigiani per non subire le ritorsioni tedesche. I carabinieri appena giunti per difendere la centrale elettrica dice siano subito presi in simpatia dalla popolazione. Il testo nel suo insieme sembra gridare “La guerra é altrove, qui non vi sono combattimenti: sono i partigiani a perturbare l’armonia”. Se i nazifascisti massacrano la popolazione per ritorsione contro i partigiani la responsabilità di ciò va data proprio a quest’ultimi: ai cattivi partigiani che hanno osato portare la guerra nella quiete delle pacifiche valli amministrate dai nazisti. Che tipo di comunità é allora quella descritta nel testo? É una comunità perbenista, qualunquista e piagnucolosa, fatta di “brava gente” innocente, poveri lavoratori che si lamentano del male che vien da un “fuori”. Una comunità omogenea unita dal vittimismo che deriva dal dipingersi come ultimi portatori di “sani valori” tradizionali originatisi in un tempo mitizzato in cui l’uomo era più vicino al “vero”.

Il piccolo mondo che fuoriesce dal testo di Russo é più in linea con una narrazione fiabesca che realista (piccola comunità unita ed omogenea, agitazione provocata da elemento perturbante con caratteristiche demoniache e aliene; narrazione semplificata concentrata sugli aspetti emotivi, ecc) atta a trasmettere una lezione morale (i nazisti erano cattivi, i fascisti, nonostante qualche eccesso, accettabili, mentre i comunisti erano e sono demoni che agiscono per il male). Essendo dunque in presenza di un’innesto fiabesco su temporalità storica si può pienamente parlare di mitologia. Nello specifico di una mitologia afascista di matrice cristiana (sulla religiosità del testo ci arriviamo, ci arriviamo…) ed anticomunista che non é interessata a giustificare l’agire dei fedeli di Mussolini ma lo accetta fintantoché questo non vada contro alla sfera religiosa cattolica. Dunque, se proprio bisogna cercare un modello di riferimento della comunità descritta da Russo non é nella storia, ma proprio nelle fiabe che lo si può trovare.

E quale fiaba o racconto per l’infanzia viene in mente quando si parla di una comunità omogenea di brave persone la cui tranquillità viene messa in repentaglio ripetutamente da un unico grande cattivo? A me vengono, vengono in mente… i Puffi!

Tutti diversi ma in fondo tutti uguali (la comunità nel suo insieme), concordi nel riconoscere come loro capo uno di loro (i “carabinieri” erano italiani come noi) cui viene attribuito il titolo di Grande in quanto anziano portatore dei valori tradizionali (la chiesa), che vivono in serena armonia (idem), ma questa tranquillità é continuamente messa a repentaglio da azioni scellerate (idem) portate avanti dal cattivo Gargamella (Socian) e la perfida Birba (i partigiani), che nella sua cattiveria é però anch’essa sottomessa a Gargamella (idem per partigiani con Socian).

Tutti buoni e innocenti. Al limite qualche concessione (c’è quello brontolone, quello vanesio, quello pigro), giusto per autoilludersi di saper rappresentare la molteplicità. Ma a dirla tutta, la comunità descritta in “Planina Bala” ha anche qualcosa in meno rispetto ai puffi: se nel momento del bisogno gli ometti blu sanno essere davvero comunità collaborando fra loro per sgominare il loro nemico, la comunità di “Planina Bala” si descrive come impaurita da tutto e da tutti ed anziché tirarsi su le maniche per combattere aspetta che un bullo si faccia notare più degli altri per poterlo insignire del ruolo di condottiero (i fascisti). É una comunità in cui la codardìa non si limita ad essere una caratteristica umana, ma viene esaltata a dovere morale la cui unica eccezione consiste appunto nel ruolo affidato al bullo, al quale é permesso esercitare violenza inaudita e illimitata, a patto che non tocchi lo status quo (solitamente bigotto e di matrice religiosa).

3.02 OMERTA’ A PUFFLANDIA

Schermata 2016-06-25 alle 10.15.00.png

Russo insiste più volte nel ricordare che l’intera comunità venne subito a conoscenza dei fatti fin nei minimi particolari (pag.13,14,18,149) ma nessuno ebbe mai il coraggio di parlare. La cosa però suona piuttosto male: perché una comunità concorde nel condannare Socian e i partigiani per qualunque cosa succedesse in zona “anche quando lui non c’entrava niente” (pag.43), che non gli avrebbe nemmeno mai perdonato il fatto di aver “provocato” la rappresaglia tedesca di alcuni mesi prima e che ha nei confronti dei partigiani solo parole di disprezzo avrebbe paura anche a distanza d’anni di parlare di questi fatti?

Il testo lascia intendere che il motivo di tale paura fosse l’efferatezza dei partigiani, sebbene sempre il Russo ricordi che il massacro di una quarantina di partigiani nell’aprile 1943 (quello che sarebbe stato alla base della “vendetta”) avvenne proprio a causa del tradimento ad opera di un locale (pag.120) e che dunque c’era ben chi agiva e parlava contro i partigiani. Chi fu la persona del posto che tradì i quaranta partigiani? Subì forse vendette o ritorsioni da parte loro? Dal testo di Russo non é dato sapere. O meglio: il testo non cita nessun caso specifico di ritorsione partigiana nei confronti della popolazione locale se non accuse generiche (pag.42) che non si traducono mai in un nome, una data, un fatto accertato.

Al contrario vengono solo citate solo azioni di sabotaggio alla centrale, azioni contro gli occupanti tedeschi e per sommi capi anche alcune azioni dei partigiani private di contesto e motivazioni (pag.110). Buffo che l’autore non elenchi nessuna azione dei partigiani contro i civili, considerando l’impegno dell’autore nell’attribuire mostruosità ai partigiani, dato che il livello di approfondimento del testo arriva addirittura a descrivere i pensieri interiori dei militi della GNR negli attimi prima della morte (pag.141).

Il testo cita ad esempio il fatto che il parroco Ivan Hlad rimarcasse pubblicamente la propria posizione antipartigiana dinanzi alla comunità esortandola a non collaborare con loro (pag.51,52,252,265), cosa che lo porterà a nove anni di prigione “nelle mani degli uomini di Tito” (pag.252) eppure il testo specifica che “verrà liberato, ma sarà reso inoffensivo dalla ferrea repressione comunista” (non é chiaro cosa s’intenda con quel “reso inoffensivo”) e che nel dopoguerra potrà continuare ad esprimere la propria avversione verso i partigiani ad esempio portando le classi scolastiche in pellegrinaggio a malga Bala per celebrare una preghiera in ricordo dei militi della GNR (pag.18) e, si può aggiungere, consolidare nelle generazioni che seguirono la sua versione dei fatti.

In realtà quando il testo riporta azioni specifiche dei partigiani si tratta sempre di azioni di sabotaggio o agguati ai nazifascisti. Peraltro sempre descritte con un certo disprezzo e ponendo i nazifascisti come vittime inermi di partigiani vili e pericolosi (pag.52). Per questo motivo é interessante notare la totale assenza di commenti quando vien obbligatoriamente narrato di come durante l’attentato alla centrale elettrica i partigiani, trovandosi di fronte degli operai che vi lavoravano il crudele e spietato Socian… li avverte dell’imminente esplosione (pag.150) permettendogli di mettersi al riparo!

Ciò stride molto con l’impianto generale del testo e non sorprende dunque che gli operai della centrale riceveranno nel testo un trattamento ambiguo (vedi la parte in cui se ne parla relativamente al “virus partigiano”)

Secondo Russo i sentimenti dell’intera comunità nei confronti dei partigiani erano solamente di paura e terrore anche se per forza di cose una buona fetta della popolazione era per forza di cose filopartigiana (ma questa parte della comunità Russo non solo non la mostra ma ne sottace del tutto l’esistenza, tranne in brevi e rari sprazzi in cui non può evitarlo). Il fatto che Russo non sia in grado di documentare questo gran numero di abusi dei partigiani nei confronti dei civili si spiega se si tengono contemporaneamente in considerazione la già osservata illogicità di un eventuale atteggiamento negativo dei partigiani verso la popolazione e le caratteristiche pregiudiziali ed occultanti riscontrate finora nel testo di Russo che difatti si limita a vagheggiare ed alludere.

Russo dunque descrive una comunità compatta nel condannare i partigiani per qualunque cosa ma troppo impaurita anche solo per fare una segnalazione anonima ai nazifascisti nonostante, dice, fosse in buoni rapporti con le forze dell’ordine e con la dirigenza della miniera ed avesse rapidamente maturato rapporti di simpatia con i militi del GNF, nonostante il parroco esorti “privatamente e pubblicamente” (pag.51) la comunità a non appoggiare i partigiani (NB: perché mai avrebbe dovuto raccomandare la comunità in tal senso se questa era già solidamente compatta nel condannare Socian e soci, Russo non lo spiega) e sorvolando sull’importante tradimento del’43 da lui stesso riportato, dipinge invece una società che accetta di dover sottostare ai nazifascisti, dei quali ha si paura ma accetta tanto da non ritenerli nemmeno più di tanto colpevoli anche quando ammazzano civili, bruciano case e lasciano i cadaveri esposti per giorni per fare da monito.

Nonostante il quadro dipinto sia quello qui esposto, con nonchalanche a pag.176 segnala che qualcuno denunciò Maria Berlot accusandola di essere vicina ai partigiani (pag.176). “Stranamente”, nel testo i tradimenti e le segnalazioni dei partigiani vengono semplicemente riportati senza approfondire nonostante, visti i toni, ci si aspetterebbe un lungo panegirico sul coraggio di queste persone nel superare il tremendo ed intimo terrore nei confronti di una vendetta partigiana. Allo stesso modo viene riportato senza alcun commento uno stralcio di un’intervista ad un operaio delle miniere che testimonia di come all’interno della miniera chi accusava i partigiani del massacro lo doveva fare sottovoce “per paura gli uni degli altri” (pag.207) dichiarando anche qui che in realtà non TUTTA la comunità era antipartigiana. Russo però preferisce far passare l’intera ferra di comunità filopartigiana per “spie” e “traditori” infiltrati nella società della “brava gente”.

Sempre con la stessa assenza di commento o analisi, a pag.208 viene rivelato che almeno due-tre partigiani (di cui non viene fatto il nome) lavoravano in miniera assieme agli altri operai. Evidentemente Russo non é intenzionato a porre troppa attenzione su questi fatti che é tuttavia obbligato a segnalare.

Vien da chiedersi perché mai, all’epoca della pubblicazione del libro, un membro di una comunità così unita nel condannare la compagnia di Socian dovrebbe aver timore di qualche vecchio partigiano settanta-ottantenne e che senso possa avere per un contadino della Bausiza, valle che non conta più di venti case, di celarsi dietro all’anonimato. Quanti mai potranno essere i contadini della Bausiza per sperare di “scampare al terrore partigiano” semplicemente celando il nome? Anche perché, come Russo stesso dimostra a pag.235 e pag.239 il fatto che i dodici furono uccisi dai partigiani di Socian era un fatto noto alle forze dell’ordine anche a conflitto finito e non si vede perché una comunità compatta nel condannare Socian avrebbe avuto paura ad accusare Socian a dei carabinieri che già sapevano della colpevolezza di Socian.

Il fatto é che i partigiani vengono descritti, a seconda del tipo di emotività necessaria, ora come sparuti gruppi di elementi alieni alla comunità della brava gente ed ora come una potentissima rete tentacolare di stampo mafioso e questo non é che un tratto tipico della cultura di destra.

Due elementi di cultura di destra: autoassedio da bacilli corruttori e culto dell'uomo della provvidenza

Perfetto concentrato di cultura di destra: autoassedio da bacilli corruttori esterni, culto dell’uomo della provvidenza, mito del martirio intenzionale, culto nobilitante della violenza e, non detto, elogio della sottomissione volontaria (fonte)

3.03 PARTIGIANI VS. BRAVA GGGENTE

Gargamella_con_i_Puffi-1280x922.jpg

Come visto il testo insiste molto nel ricordare che l’intera comunità fosse spaventata dai partigiani, ma quando tenta di documentare azioni dei partigiani verso la comunità i casi segnalati sono pochi ed estremamente lacunosi:

A pag.110 Myza Komac testimonia di aver visto “una donna, in cortile, mentre veniva uccisa dai partigiani” (pag.110) ma non viene riferito né chi fosse né quando ciò sarebbe avvenuto né di cosa fosse accusata (era forse una spia nazista?). Tuttavia il testo riporta anche l’opinione di Myza secondo cui “facilmente intendevano uccidere il marito di lei, non lei”. Come e perché sia giunta a tale conclusione non é dato sapere anche perché nemmeno il nome del marito viene rivelato.

A pag.42 si dice che Socian girasse casa per casa “col mitra spianato” ad obbligare gli uomini a seguirlo, specificando che “Chi osava opporsi o contrastarlo aveva finito di vivere in pace”. Non viene però segnalato neanche un caso di persona ammazzata per aver rifiutato di unirsi a Socian.

A pag.205 Francesco Mrakic testimonia: “Socian in quel periodo andava casa per casa, mitra spianato in mano, e costringeva tutti a seguirlo tra i partigiani. Chi rifiutava, finiva di vivere, nel vero senso della parola, perché diversi lui li faceva fuori seduta stante. Molti partigiani che io conosco sono stati costretti da lui a seguirlo solo per le troppe minacce ricevute. Anche con me ha usato lo stesso sistema”. Essendo ancora vivo si suppone che dunque Mrakic sia entrato a far parte della banda di Socian. Era dunque uno dei partecipanti della strage? Era un comunista? O un partigiano cattolico antislavo? Anche qui il testo non dice più nulla.

Un po poco per affermare che i partigiani facessero più paura dei nazifascisti le cui stragi pubbliche sono riportate anche dallo stesso Russo.

Eppure quando Russo deve elencare azioni partigiane le uniche di cui fornisce dati certi sono i sabotaggi (perlopiù alla centrale):

I partigiani compirono numerose azioni tra il 10 ed il 30 settembre 1943 (pag.51); il 10 ottobre 1943 fecero deragliare due treni della miniera (pag.51); pochi giorni dopo assaltano un furgone pieno di ufficiali tedeschi (pag.52); qualche settimana dopo falliscono nel tentativo di far scoppiare un altro trenino della miniera (pag.52); il 19 dicembre, con l’aiuto di alcuni operai, danneggiano parzialmente la centrale termoelettrica della miniera e quella idroelettrica di Plezzut (pag.52); gli scontri tra partigiani e tedeschi erano all’ordine del giorno, sia sulla strada che alla miniera (pag.54); un giorno riescono a far saltare le pompe del quindicesimo livello (pag.55); un’altra volta minarono il “frantoio” della miniera ma alcuni alpini ne impedirono lo scoppio (pag.55). E’proprio a causa di queste numerose azioni che il 4 gennaio 1944 l’ingegnere della miniera, che dava ordini ai soldati tedeschi

Ma nonostante ciò Russo afferma per ben due volte che l’assalto alla centrale elettrica di Bretto fu del tutto inaspettato (pag.77,100)

Interessante notare come proprio nel raccontare una di queste azioni, a pag.54, nel riportare un’azione gestita male dai partigiani é obbligato a rivelare anche che i partigiani sapevano essere magnanimi (lasciando libero l’ostaggio italiano), che anche un altro dei parroci locali era filotedesco, che i tedeschi torturavano i partigiani ed a nascondere la fine che fece il soldato tedesco rapito (forse per non rivelare che NON fu torturato?).

Le azioni partigiane che Russo meglio descrive sono elencate nel sottocapitolo 5.11 e, posso già anticiparlo: sono solo azioni di sabotaggio.

3.04 I DODICI ANGELI PATRIOTTICI

sowers_of_thunder_by_warriormonk1118-d305o6n.jpg

La differenza di trattamento dei vari personaggi di questa storia può esser riassunta da un solo aggettivo: cartoonesco. Il modo in cui ogni singolo personaggio viene introdotto, le osservazioni sulla sua persona, sul suo agire sono elementi particolarmente chiarificatori delle griglie concettuali entro cui l’autore si muove. La descrizione dei dodici é molto dettagliata ed é inserita in un rapporto perfettamente dicotomico con i partigiani.  Per ogni carabiniere v’é una breve biografia, la descrizione della famiglia e degli affetti, dellle abitudini quotidiane e la vita di caserma. Sono tutti dipinti come dei bravi ragazzi, sani, onesti, timorosi di Dio e con la testa sulle spalle a cui é capitata una disgrazia terribile. Questi alcuni dei modi in cui vengono descritti:

disgraziate vittime predestinate / poveri, semplici uomini italiani con la divisa di carabiniere addosso / Erano italiani e carabinieri e volevano esserlo fino in fondo / patrioti / devoti / Avevano fatto il proprio dovere, fino all’ultimo / designati a morire per la Patria che non avrebbero potuto dimenticare né tradire / (per i carabinieri) era giusto morire con onore, nel nome dell’Italia che avevano sempre amato e difeso / L’importante era non aver paura, non mostrare loro, ai partigiani, di aver paura. Se dovevano morire, come ormai era chiaro, era giusto morire da eroi. Erano carabinieri, erano italiani e non potevano non morire che da carabinieri e da italiani, a testa alta, guardando in faccia i propri aggressori! / poveri, inermi e incolpevoli / 12 inermi e pacifici carabinieri / 12 figli

La vicinanza ai dodici si esprime anche indirettamente, ad esempio riportando le testimonianze e le foto dei loro parenti e le peripezie di questi per ottenere il trasferimento delle salme, aneddoti come quello della civetta che cantò il 24 marzo (pag.223) o della lana che la signora Koserog doveva usare per fare dei guanti ad uno di loro (pag.70,72,200,245). O con la testimonianza di Nino Mafezzini, che quel giorno sarebbe dovuto essere  in caserma e quindi si salvò, o ancora riportando dettagli di contorno, come il nome del falegname che preparò le loro bare (pag.173) e numerose testimonianze di gente del posto che conobbe i militi o che ne vide i corpi martoriati.

L’intento, peraltro esplicito, del testo é quello di riabilitare la figura dei dodici in chiave eroico-nazionalista e martirologica:

“Certamente sono morti da eroi, certamente sono morti da martiri, immolati per la loro fede e il loro essere carabinieri e italiani” (pag.264)

Numerose le esortazioni al lettore a calarsi nei panni dei carabinieri, nel loro stato d’animo e nelle sensazioni da loro provate, fino al punto di descrivere i PENSIERI dei sequestrati. Ciò però avviene solamente per i carabinieri.

3.05 I SATANICI DEMONI DELLE MONTAGNE

Schermata 2016-06-25 alle 08.56.40.png

Per i partigiani no.
Per i partigiani bastano giusto due dati biografici dei capi e innumerevoli richiami negativi. L’autore non tenta nemmeno di indagare sull’identità dei partigiani che avrebbero partecipato alla strage, se non molto timidamente verso la fine del testo citando solamente i nomi di alcuni partigiani sospettati di poter avuto far parte del gruppo: gli é sufficiente indicare chi fossero i capi che vengono descritti come  esseri barbari e spregevolissimi. Nel testo di Russo i partigiani non sono persone: sono  semi-umani rappresentati dagli aggettivi di disprezzo che gli vengono attribuiti. I partigiani di Russo non hanno amici né storia. I partigiani non hanno una vita: sono solo strumenti di una follia più grande di loro. I partigiani perturbano l’ordine del mondo con la loro stessa presenza. I partigiani non fanno parte della comunità, ma si nascondono all’interno di essa (pag.162). I partigiani non meritano neanche una foto (in realtà una vecchia foto di Socian é presente a pag.255, ma ai partigiani intervistati non viene riportata manco un’immaginina in formato francobollo e ciò da molto a cui pensare se invece a pag.175 troviamo la foto di un fienile della famiglia proprietaria del terreno in cui furono seppelliti i dodici e a pag.246 la foto della famiglia di un ex milite della GNR che partecipò al recupero dei corpi). Se i Carabinieri giunti in paese da poco si fanno subito benvolere e creano un legame con i locali (pag.95), i partigiani originari del posto invece sono malvisti da ogni paesano fino addirittura all’ex vicino di casa anch’egli ex-partigiano (pag.43) e vengono narrati come un corpo impazzito estraneo alla comunità ed alla socialità della “brava gente” del posto. Nel testo di Russo i partigiani non sono ex-soldati o padri di famiglia, non sono persone che hanno una religione o dei desideri: sono semplicemente “partigiani comunisti” e questo basta.

Nel testo di Russo partigiani sono ora tanti ora pochi, a volte appoggiati da molti ma più spesso da nessuno: questi indici di misura però non cambiano secondo criteri oggettivi ma vengono comunicati in negativo e/o per negazione su base emozionale. Per esempio: quando il testo si concentra sul disprezzo della comunità verso i partigiani questi sono solo la banda di Socian, ma quando il testo deve narrare la paura della comunità per i partigiani questi assumono la forma di una rete criminale dai mille tentacoli.

Nonostante la presenza asfissiante dei tedeschi, i partigiani erano onnipresenti, ma invisibili come e più di prima” (pag.214)

Siamo qui di fronte ad una forma del noto paradigma dell’ “immigrato pigro-attivo” che é al contempo “troppo fannullone per voler lavorare” e “così attivo da rubarci il lavoro”. I partigiani sono descritti come “uomini di grande fedeltà e di sicura garanzia” per i loro capi ma al contempo si afferma che sono paesani diventati partigiani solo perché obbligati con la forza e le minacce da Socian: costretti con la forza a diventare belve sanguinarie.

Alcuni dei modi in cui sono descritti i partigiani senza nome (Socian e Ursic sono trattati a parte):

subalterni / sottomessi / quasi riverenti / diabolici / come cani da caccia, tenuti a digiuno e alla catena, cui viene concessa di colpo la libertà di azione e si scatenano violentemente e si avventano rumorosamente sulla preda / assetati di sangue e divorati dall’odio e dalla vendetta / feroci / carnefici / furiosi / violenti / ladri / comunisti fanatici e speranzosi oltre che eroi di pura razza (in senso di sberleffo ndr) / “ogni grido disperato di quei poveri malcapitati anzi era per (i partigiani) come un bacio di sollievo e di refrigerio appagante” (pag.127)

Queste descrizioni così estremizzate fan capire fino a che punto in questo testo le persone vengono letteralmente sostituite dai personaggi con cui vengono rappresentate.

Per quanto l’impegno di Russo nel demonizzare i partigiani sia totale, nell’arco dell’intero libro non é in grado di citare un solo caso in cui i partigiani abbiano malmenato/ferito/rapito/ucciso un solo civile ma, essendo obbligato ad elencare almeno alcune cose fatte dai partigiani elenca una serie di azioni di sabotaggio o guerriglia nei confronti dei nazifascisti tentando di porre l’accento negativo dove può, ad esempio quando a pag.52 dove un’imboscata mordi-e-fuggi dei partigiani ad una vettura di ufficiali nazifascisti viene commentata così:

Momenti di terrore indescrivibili coi partigiani che prontamente ed eroicamente guadagnavano la macchia e la popolazione che aveva ascoltato gli spari col cuore più che impazzito!

Quando invece deve descrivere episodi non negativizzabili li segnala freddamente, senza minimamente tentare un’accenno di commento:

Il gruppo di Silvo Gianfrate con un’azione a sorpresa riuscì a circondare ben quattro fortini in mano agli italiani: oltre 100 i prigionieri, lasciati però, subito dopo, liberi di fuggire e di mettersi in salvo. (pag.214)

A questo punto é interessante osservare l’uso dei tre aggettivi strettamente connessi tra loro:  “partigiani”, “slavi” e “comunisti”.

Storia di 12 carabinieri barbaramente massacrati
da partigiani sloveni comunisti il 25 marzo 1944
a Malga Bala
perché italiani

Quando due di questi aggettivi compaiono assieme sono solitamente abbinati a termini negativi come “massacro” (pag.3), “odio e vendetta” “uccisione” (pag.7), “paura” e “minacce” (pag.233), “persecuzioni anche cruente” (pag.39), “uccisione di 12 inermi” (pag.13) “fanatici e speranzosi oltre che eroi di pura razza” (in senso di sberleffo ndr. pag.147), “diabolico piano” (pag.81), “Neanche alle bestie si fanno quelle cose” [NB: panino] (pag.205) “massacrati dagli odiati” (pag.219) “paura” “minacciare” (pag.233) “strage diabolica” (pag.247) “terrore” (pag.177) .

Ciò si ripete anche con negativizzazioni più sottili come quella a pag.74 in cui si parla della madre di uno dei “carabinieri” che era “lontano e tra i partigiani slavi”, ossia dando ai “partigiani slavi” la funzione del lupo cattivo della storia. Ciò avviene anche nelle attribuzioni negative specifiche per i capi partigiani, in particolare Socian.

3.06 JOSKO (Franc Ursic)

Schermata 2016-06-25 alle 10.33.28.png

Interessante notare l’insistenza con cui Russo continui a chiamare Franc Ursic (Josko) con l’appellativo di “capo (o comandante) supremo” (7 volte), titolo attribuitogli solamente da Russo al posto della reale qualifica di comandante di distaccamento che nel testo viene usata solo una volta (dimostrando che Russo é perfettamente a conoscenza del grado reale di Ursic). Qualifica che Russo dichiara peraltro in maniera molto generica: I capi del distaccamento però, e cioè Frane Ursic Josko, Silvo Gianfrate Srecko, Ivan Likar Socian e il commissario Lojs Hrovat, sembravano […]” (pag.109)
Fatto interessante perché evidenzia la volontà non trasmettere il dato storico reale, ma di caratterizzare il personaggio solamente attraverso lo status, peraltro dipinto come più elevato di quello reale. Il disinteresse umano e storico nei confronti di una determinata parte dei protagonisti della vicenda, confrontata con la vicinanza umana e spirituale ai carabinieri é particolarmente illuminante. E’altrettanto interessante osservare come se da un lato ad Ursic viene riservato un ruolo tanto importante, dall’altro é trattato come una figura assolutamente assente, che non decide né fa nulla. Ursic non parla né agisce né emana alcun carisma: é solamente una mera presenza.

3.07 SRECKO (Silvio Gianfrante)

Come già visto Srecko era ancora in vita all’epoca della ricerche di Russo e quindi lo ha potuto intervistare. Lo descrive come un uomo “gentile, alla mano, disponibile, da vero gentiluomo” che li accoglie nel suo “cortile di casa, alberato e fresco” e che solo quando Russo insisteva nel far domande “sul perché di quella strage, si faceva prendere dalla rabbia e dai fumi dell’ira” (pag.191). Durante l’intervista Srecko descrive minuziosamente alcuni episodi ma Russo lo incalza con domande sulle torture, sul veleno ed i picconi. Srecko s’innervosisce, perde il controllo, alza la voce e risponde che i dodici furono semplicemente fucilati. Russo conclude commentando che i partigiani ancora viventi mantenevano la linea di “insistere su particolari contrastanti” (pag.194) perché quella era la “parola d’ordine”. Il testo non tenta nemmeno di presentare la persona-Srecko, limitando a fornire la descrizione cortese dei suoi modi galanti, la sua reazione violenta alle domande di Russo e la posizione lapidaria dell’autore che sostanzialmente non gli vuol credere. Russo ci informa però che Srecko nacque il 1922 a Oltresonzia (pag.191)

3.08 HROVAT (Lojs Hrovat)

Come già descritto nel sottocapitolo sulla selezione delle fonti, Russo non nasconde affatto la sua antipatia a pelle per Hrovat. Russo lo descrive come un uomo “sicuro di sé”, di quelli che “tentano di girarti a loro piacimento, per allontanarti dal tuo problema reale” (pag.16). Ma quando Russo e Rinaldi iniziano ad insistere nel far domande che danno per scontata la colpevolezza dei partigiani, Hrovat non si limita a negare come Srecko e risponde per le rime. Ancor peggio che con Srecko, Hrovat non riceve alcun genere d’attenzione: il lettore viene informato che l’intervista avvenne il 19 giugno 1992 (pag.194) ma non viene spesa nemmeno mezza riga di biografia sull’uomo: né data né luogo di nascita.

3.09 SOCIAN (Ivan Likar)

Schermata 2016-06-30 alle 07.21.27

Particolare attenzione viene riservata da Russo a Socian, il capo partigiano locale. Alcune delle frasi ed aggettivi a lui attribuiti sono:

energico / senza scrupoli / un padreterno, un piccolo dio / autoritario e deciso / focoso / scaltro / insopportabile / sanguinario / macellaio / La gente in genere non gli era favorevole / amava la guerra, per sua natura / Era considerato un dio dai suoi tanti ammiratori e sostenitori, il piccolo dio della Coritenza / In pochi anni si era creato una fama terribile in zona, tanto che al suo nome diverse donne si facevano velocemente il segno della croce invocando ripetutamente Dio / Andava casa per casa, da gente amica e sconosciuta, col mitra spianato […] per costringere gli uomini a darsi alla macchia con lui e gli altri partigiani / Chi osava opporsi o contrastarlo aveva finito di vivere in pace / guerriero nato, istintivo, specialista in mille trucchetti di guerra /

Russo insiste nel ricordare come Socian fosse malvisto dall’intera comunità, tanto che nel dopoguerra le madri apostroferanno i figli indisciplinati con lo spauracchio del partigiano urlando “Siete dei Socian!”, ma che all’epoca dei fatti tutti lo riverivano per paura. Così come per i partigiani in generale il testo non riporta nemmeno l’esistenza di una sola persona favorevole a Socian (tranne Boris che però é già descritto come vittima del “virus partigiano”), il che é strano se si considera che é lo stesso Russo a far notare per ben quattro volte che Socian viene celebrato come “eroe nazionale della Jugoslavia” (pag.14,19,215,257). Un eroe nazionale senza nemmeno un sostenitore? Non é che forse Russo ha dipinto l’intera comunità come omogenea alle posizioni di una sola parte evitando di mostrare la parte opposta della comunità rimuovendone le opinioni dal proprio quadro? In effetti vi é una certa linearità nel celare una parte (metà?) della comunità come se non esistesse se si vuol trattare i partigiani, che proprio da quella parte della comunità emergono, come un’entità aliena.

Non bastasse si aggiungono anche alcuni aneddoti melensi utili solo a negativizzare l’immagine di Socian, come l’aneddoto riportato a pag.215 che qui riporto per meglio far comprendere il livello: é il caso di quella che all’epoca era una bambina e che proverà “enorme delusione e una profonda amarezza” nei confronti di Socian in quanto gli promise di regalargli una bambola ma poi se ne dimenticò. (pag.215)

(Socian é ferito nel bosco ma viene accudito da una donna ed una bambina che vivono in una malga nei dintorni. E’ proprio la bambina che si occupa materialmente di portare il cibo al ferito ndr) “In questa occasione Likar riuscì ad accattivarsi la fiducia e l’affetto di quella ragazzina, a cui promise che, a guerra finita, le avrebbe fatto pervenire una bambola quale segno di ringraziamento. Ma poi non manterrà la promessa, anzi, incontrandola, non la riconoscerà neanche e la giovane di Fusine conserverà di lui, nel frattempo riverito eroe nazionale comunista sloveno, una enorme delusione e una profonda amarezza.”

Socian é un demone che si, é nato da queste parti ma non é un membro della comunità: é un mostro che deve solo essere combattuto.

Ma a pag.43 il Luciano Riccardo Aldegheri, vicino di casa dell’ormai defunto Socian, ricorda come a questi venisse data la colpa per qualsiasi cosa succedesse:

“Col tempo, nella zona del Coritenza e dell’Alto Isonzo s’era fatto un nome, come partigiano prima e come capo partigiano poi, tanto che a lui veniva attribuito qualsiasi tipo di azione, sia in bene che in male. Qualsiasi cosa succedeva insomma, la frase era unanime: E’ stato Socian!” Era il parere di tutti, anche quando lui non c’entrava niente”.

Russo ricorda soprattutto come “l’intera comunità” se la prese con Socian per un caso in particolare, avvenuto nell’ottobre del 1943.

3.10 I CUGINI STRONZI DI GERMANIA

funny-dark-21564.jpg

(fonte: qui)

Nell’ottobre del 1943 “circa nove soldati tedeschi furono attaccati presso Passo del Predil vicino allo sbocco della galleria di Bretto. 3 (altre fonti parlano di 4) militari venero uccisi. Il giorno dopo i tedeschi circondarono Bretto, incendiarono tutto il paese e fucilarono tutti gli uomini radunati (il più giovane 16 anni)” (fonte:  straginazifasciste)

Il ricordo dell’incendio e delle uccisioni da parte dei nazisti resteranno scolpite nella memoria della comunità locale (pag.43)

NB: Si dia per accettato che quando il testo parla di “comunità locale” intenda un’unica ed armoniosa comunità omogenea, la Pufflandia di Russo. Il rastrellamento venne ordinato da un certo Hempel, commissario tedesco del tarvisiano:

“A Bretto Superiore i soldati tedeschi operanti nella battuta, rinvenuti nelle abitazioni civili materiali di armamento e munizionamento nonché forti quantità di vestiario militare, incendiavano diverse case ed arrestavano alcune persone accusandole di collaborazionismo partigiano” (pag.240).

Anche militi italiani in servizio al passo Predil raggiunsero Bretto per seguire le operazioni.

Dalla testimonianza del carabiniere Brunero Caselli: “ […] i tedeschi rastrellarono tutti gli uomini, per lo più sloveni italianizzati dopo la guerra del 1915/18, e ne fucilarono 17. Quindi raggrupparono tutti i ragazzi che riuscirono a trovare, li misero davanti alla colonna che stavano formando e tutti insieme prendemmo la strada per il Passo. Con quello “scudo umano” i “titini” non osarono attaccare….” (pag.52)

I corpi vennero lasciati esposti per fare da esempio ai passanti finché, giorni dopo, il parroco Ival Hlad ottiene dalle SS il permesso di seppellirli (pag.53,62). Tuttavia, a detta di Russo, “l’intera comunità” non se la prende più di tanto con i nazifascisti per la strage da essi compiuta, e per l’incendio delle case bensì con Socian ed i suoi partigiani, colpevoli di aver provocato i tedeschi (pag.208)!

Qui la cosa si fa davvero eclatante:
I partigiani uccidono 3 o 4 tedeschi. I tedeschi per rappresaglia, anziché dar la caccia ai partigiani uccidono 16/17 civili ed incendiano l’intero paese (uccidendo un’altra persona rimasta in una delle case incendiate). E qual’é il commento di Russo a ciò? NESSUNO. Pagine e pagine a riportare sensazioni e voci di paese riguardo a Socian ma un’evento devastante come questo viene risolto sbrigativamente:

“Non è il caso di soffermarci oltre su questo”. (pag.12)

Ciò che traspare é un’impostazione del tutto accondiscendente verso la rappresaglia tedesca, come se fosse naturale ed accettato che ad un’azione di guerriglia i nazisti rispondessero ammazzando civili inermi. Possibile che delle persone intervistate dal Russo non ve ne fosse nemmeno una che abbia speso qualche parola contro i tedeschi? Possibile che TUTTI abbiano addossato la responsabilità della strage nazista ai partigiani? Quegli stessi partigiani che per il solo fatto di esistere dovevano essere supportati proprio da una parte della comunità che nel testo di Russo non appare mai? Il non detto che emerge da questo testo é strettamente connesso alla narrazione ipersemplificata della comunità dei Puffi: da un lato la brava gente che fa parte di una comunità armoniosa e pacifica (che é però disposta a sottostare “per amor della tranquillità” ai nazifascisti nonostante ne siano intimoriti) e dall’altro i partigiani: sparuti ed isolati bacilli esterni alla comunità che portano solo caos, distruzione, follia e morte in quanto aizzati dal demone-Socian. Qui siamo dinnanzi ad un topos ben noto della mitopoiesi fascista: quello del “tedesco che ci ammazza ma nel giusto”!

Bisogna spendere anche qui qualche parola…
Giusto per capirci: se domani un esercito alieno invadesse la Terra e dicesse ai terrestri “per ogni alieno che ucciderete noi ammazzeremo 300 umani” la soluzione sarebbe non combattere? Ecco, questo é sostanzialmente ciò che sostiene chi, in altri contesti, si fa bandiera di concetti quali onore, dovere, sacrificio, coraggio: l’elevazione della codardia a dovere morale.

Peccato che, come già visto, per far reggere la narrazione del “tedesco che ci ammazza ma nel giusto” Russo é costretto a nascondere l’esistenza di un’intera fetta della popolazione e mettere sbrigativamente in secondo piano episodi come l’uccisione brutale di una quarantina circa di partigiani, a passare l’improbabile tesi che nessuno in paese abbia attribuito la responsabilità della rappresaglia tedesca ai tedeschi stessi, ad usare ogni elemento negativo disponibile (per quanto parziale e strumentale)  per demonizzare i partigiani ed agire in maniera specularmente opposta con i dodici sequestrati senza nessun interesse a fornire un quadro più realistico di una comunità divisa in vari gradi fra filocollaborazionisti e filopartigiani. Russo non lesina descrizioni sulla bontà d’animo del dirigente austriaco Krivitsch che tanto s’é fatto amare dalla gente del posto ma poi non osa commentare il fatto che proprio dei paesani lo uccisero nel maggio del 1945 (pag.50).

Nel testo i tedeschi sono una presenza malsopportata ma umana che manifesta violenza sui civili solo per colpa dei partigiani ed a causa della situazione in cui si trovano. I tedeschi sono descritti come un’entità ALTRA (per cui é possibile criticarne le brutalità) ma non ALIENA quanto i partigiani comunisti. Se i partigiani vengono da un’altro pianeta e non sono nemmeno  classificabili come umani, i tedeschi sono lo stronzissimo cugino d’oltralpe che fondamentalmente non sarebbe diverso da noi ma, per l’appunto, é stronzissimo e ci stiamo un po sui coglioni a vicenda ma é sempre meglio degli alieni comunisti.

Ecco che i tedeschi possono essere anch’essi antiitaliani (pag.39) e dei criminali che compiono atrocità inenarrabili come gli esperimenti coi gas sui prigionieri del campo di sterminio della Risiera di San Sabba (pag.191,253), ma al tempo stesso il testo gli riconosce la dignità di chi concede l’onore delle armi (pag.36) ed é possibile che i dirigenti tedeschi delle cave si facciano ben volere dalla gente del posto (pag.50). Concessioni “umane” impossibili da trovare nei confronti dei partigiani.

Se [quegli stronzi dei nostri cugini] provano a comandarci li riempiamo di botte, ma se nei paraggi girano [alieni schifosi], con [quegli stronzi dei nostri cugini] ci tocca, ahinoi, far comunella.

Sostituire [quegli stronzi dei nostri cugini] con [i nazisti] e [alieni schifosi] con [partigiani slavi comunisti] ed ecco che il rapporto dell’autore con i tedeschi é bello che spiegato

Detto in altri termini: vittimismo e chiagni e fotti, ossia lamentarsi delle brutalità dei nazisti ma al tempo stesso tenerseli buoni. Tenerseli tanto buoni da… non chiamarli nemmeno “nazisti”!

Innanzitutto vengono raramente definiti tali: ai termini “nazis*” che compare solo 4 volte nel testo, “nazifascis*” (1 volta), “SS” (10 volte), RSI (20 volte), “fascis*” (56 volte) é invece preferito un più neutrale “tedesc*” (oltre 200 volte) e “italian*” (oltre 200 volte).

Una nota va fatta sull’uso di “fascis*”: nelle sue varie designazioni il termine “fascismo”, nel testo, viene usato per indicare il movimento politico mentre “fascist*” é perlopiù usato come aggettivo per caratterizzare entità reali e astratte (era fascista / occupazione fascista) ma quando il testo parla di persone, il termine fascist* viene utilizzato con estrema parsimonia (solo 13 volte, a pag.31,37,39,77,78,97,113,159,196,183,210). Stesso discorso su RSI ed SS.

Invece il fascismo, inteso come “entità ideologica”, é presentato come un qualcosa di limitato a Salò. Il testo é come se dicesse “nelle nostre valli il Fascismo con la “F” maiuscola non c’é; qui c’é solo brava gente che vuol -stare tranquilla- assogettandosi all’occupazione nazifascista per amor del quieto vivere”.

Russo insiste molto nel ricordare quanto l’”odio nei confronti degli italiani” da parte dei partigiani slavi sia nato a causa di anni di persecuzioni fasciste (deportazioni, prigionia, scomparsa e/o morte di parenti) e non indaga tale affermazione più a fondo, come se ciò bastasse a giustificare una mattanza in stile “Hostel”. Ma non é l’unico caso di concessione: quando deve narrare di come

“gli alpini italiani si erano serviti del tradimento e dell’inganno ad opera di un locale e non avevano avuto alcuna pietà per i caduti, ben 38, legati con filo di ferro e trascinati a valle come tronchi di legna, orrendamente deturpati e sfigurati (pag.120)

Russo non riporta alcuna traccia di odio o ferocia da parte degli alpini. Nessun viaggio interiore nella psiche, nessun incitamento ad immedesimarsi. Eppure la brutalità degli alpini nei confronti dei partigiani é evidente. Il trattamento riservato da Russo alle ben documentate stragi compiute dai nazifascisti consiste nel sorvolare sbrigativamente trattandole come errori, eccessi di giusta brutalità, normale sacrificio di guerra, mentre al contrario il trattamento riservato alla figura dei partigiani é quello della mostrificazione orrorifica e spirituale.

L’errore di fondo che permea tutto il lavoro dell’autore consiste nell’usare le dichiarazioni su specifici eccessi nazifascisti come concessioni (vedi sopra) per poi ritenere che queste semplici concessioni bastino a garantire una presunta equità di trattamento delle due parti coinvolte (partigiani e nazifascisti): in realtà queste concessioni, perlopiù blande, superficiali o limitate a casi particolari, vengono utilizzate come moneta da spendere nella demonizzazione totale dei partigiani.

“E il piatto di quella infuocata bilancia non poté non pendere in maniera drastica e impressionante contro i prigionieri, rei di essere carabinieri e italiani, vittime designate sull’altare dell’odio e della vendetta nazionalistica estrema: bisognava sacrificare loro, come da programma, perché loro, più di ogni altro appartenente alle forze militari e di occupazione, rappresentavano l’Italia e il governo italiano: nessuna pietà quindi per quei carabinieri italiani, nessuno sconto, anzi l’esecuzione doveva essere terribile e tremenda e doveva servire da monito a tutti gli altri”. (pag.121 – grassetti miei)

Non una mezza riga con questi toni é riscontrabile nelle descrizioni compiute dai nazifascisti. Ammettere anche solo parzialmente alcuni errori dei nazifascisti per dare l’impressione di equità é un “costo narrativo” che l’autore fa ripagare con una mostrificazione della figura del partigiano tanto profonda da volerne descrivere  addirittura l’anima.

Secondo quanto riportato da pag.150 da una testimonianza riguardo a ciò che avvenne successivamente al sabotaggio della centrale e della casermetta veniamo a sapere che vennero chiamati i paracadutisti tedeschi a presidiare la centrale, ma essendo la caserma distrutta presero possesso dell’adiacente stalla di proprietà di Francesco Kemper e nel far ciò ne ammazzarono tutte le pecore per cibarsene. Kemper dovette sottostare all’imposizione facendo buon viso a cattivo gioco.

FERMI TUTTI!!!! Qui il Russo riporta un evidente abuso dei nazisti e ne descrive la malsopportazione del Kemper senza nessuna demonizzazione, nessun aggettivo spregiativo, nessun richiamo a Dio o stragi di agnelli sacrificali: niente di minimamente paragonabile alla visione demoniaca delle azioni partigiane! I tedeschi sono però rei di compiere il sopruso “senza alcuna cortesia” e di non invitare il padrone di casa o i suoi colleghi a “partecipare al pasto” (!!!) mentre i partigiani, come già visto, trasmettono addirittura un “virus” che corrompe tutto ciò che li circonda.

Nel testo le denunce contro le atrocità naziste sono sempre molto generiche o riguardanti “altri” (slavi): quando violenze e soprusi dei tedeschi riguardano “noi” (gli italiani), viene tutto stemperato, ammorbidito. Da un aneddoto minore come i nazisti sgarbati che si mangiano le pecore altrui senza invitarlo al pasto si passa dunque ai nazisti cattivoni che incendiano un villaggio e ammazzano civili ma la colpa non é loro bensì dei partigiani brutti.

3.11 IL CONTAGIOSO VIRUS PARTIGIANO

Schermata 2016-06-25 alle 10.09.33.png

I partigiani di Russo possiedono una caratteristica interessante: contagiano col loro male tutti coloro che hanno la sventura di starvi accanto. Chi viene “toccato” dall’aura partigiana s’imbruttisce, si corrode dentro, perde l’anima o é costretto a trascorrere un’esistenza fatta di incubi e tormenti. Nessuno scampa: in “Planina Bala” tutti coloro che vengono in contatto con i partigiani restano contagiati (a dire il vero ci sono alcune eccezioni e, come vedremo, sono INTERESSANTISSIME). A questo proposito é interessante osservare i singoli casi, sia di chi s’é preso il virus partigiano, di chi invece al virus ha resistito e soprattutto alcuni casi ambigui:

A pag.97 Russo evidenzia come Boris, appena tredicenne, sia già stato corrotto dalla figura del partigiano Socian: “Al giovane Boris non era sembrato vero poter dare una mano al suo osannato ispiratore”  e si presti ad emularne la follia.

Lo stesso avviene con la giovane lavandaia Mirka che, pur descritta come ragazza “allegra e socievole un po’ con tutti, di facile amicizia e di amena compagnia” (non si capisce bene se ciò vada inteso alla lettera o sia un modo velato d’intendere che fosse una ragazza sessualmente molto disponibile), corrotta anch’essa da Socian, sviluppa un partecipato entusiasmo nel fare da esca per la trappola: “La Mirka non sembrava affatto in imbarazzo, anzi quella sera era più esilarante del solito, perfino più curata fisicamente e con un entusiasmo accattivante e trascinante” (pag.98).

Anche Maria (Myza?) e Mafalda, rispettivamente sorella e moglie del Lojs Kravanja-Gajger, manifestano la loro corruzione nel gioire dei doni materiali ricevuti dai partigiani in pagamento dei loro servigi. Gioia che viene espressa con la totale indifferenza al fatto che i partigiani lì presenti stessero decidendo della vita o della morte dei dodici sequestrati. La corruzione diviene ancor più esplicita quando con gentilezza ed ospitalità più cordiali e generose del solito (pag.119) le donne versano sale e soda caustica nel cibo per i carabinieri “nella ilarità generale” (pag.122). In epoca attuale Mafalda tenterà di “spegnere ogni entusiasmo” e scoraggiare ogni tentativo di ricerca e di approfondimento” del Russo (pag.15), il che é segno del perseverare nel tempo del virus.

Il fatto che l’anonimo “attivista” di Pluzna tradisca il gruppo di Socian poco dopo avergli servito da mangiare é chiaramente un segno della perfidia e corruzione che lo ha contagiato (pag.214)

Anche i sequestrati vengono corrotti dall’aura diabolica dei partigiani che alimenta divisioni e accuse reciproche e frantuma la coesione umana tra loro (pag.113), salvo ricompattarsi al mattino successivo con estremo pathos e lirismo patriott-ero(t)ico nell’affronto della morte (pag.130), ma nonostante ciò alla fine muoiono tutti.

Russo percepisce i segni del male anche direttamente quando incontra di persona Hrovat, verso il quale nutre immediatamente una antipatia naturale (pag.16)

Pure i partigiani stessi, vittime della loro stessa corruzione, sono in contrasto fra loro (pag.119) ma la loro mostruosità ha sempre il sopravvento, soprattutto a causa di Socian che non ha mai nessun tentennamento nel suo agire satanico.

I nazisti sono a loro volta contagiati dal virus partigiano: da quanto traspare dal testo i nazisti non fanno alcunché di male tranne quando perturbati dal virus partigiano. É a causa del virus partigiano che i nazisti sono costretti a bruciare il paese e fucilare 16/17 civili inermi (pag.43,52)

Anche gli uccelli del bosco, percependo (uno “strano sentore”) la corruzione partigiana ammutoliscono all’alba che precede il massacro (pag.127)

Non ultimo il sole nel cielo, che a poche ore del massacro “sembrava faticare quella mattina a farsi strada, quasi voglioso di nascondersi, quasi voglioso di non vedere o di scomparire” (pag.143) “Perfino il sole s’era nascosto tra le nubi, quasi a voler celare al Creatore della vita quella macabra carneficina” (pag.145).

Gli anonimi contadini che secondo quanto riporta Russo assistettero di nascosto agli eventi di cui non vengono forniti né i nomi né le testimonianze, se non dei generici hanno visto, erano lì si presume ne siano terrorizzati proprio in quanto anche a distanza di anni non rivelano i propri nomi per paura. In almeno un caso questo profondo turbamento viene trasmesso dal padre al figlio semplicemente narrandogli quanto visto (pag.145), turbamento tanto profondo da farlo scoppiare in lacrime nel momento in cui racconta a Russo la “verità” ripetutagli dal padre all’inverosimile. Ma l’essersi tolto questo peso dal cuore che dovette nascondere “per quasi cinquant’anni”, oltre a generare un tremore provocato dalla commozione lo fa sentire “finalmente libero, quasi leggero” come un peccatore che si redime nel sacramento della confessione. Vi sono però delle persone sulle quali il virus partigiano non funziona molto bene.

3.11.01 QUELLI CHE RESISTONO AL VIRUS

Ossia persone venute a contatto con i partigiani ma che non sono state toccate dal virus.

o-OLDER-WOMAN-SMILING-facebook.jpg

MYZA KOMAC “una persona gentile e alla mano oltre che delicata e -gran lavoratrice-“ che ne stava lì “in solitudine, in compagnia del silenzio, della natura verdeggiante e delle sue poche caprette” (pag.17,110) e quando testimonia a Russo con fare “dolce” di aver visto i partigiani camminare sui monti con i sequestrati appresso lo fa con “gli occhi lucidi” (pag.18,110). Una donna che viveva una vita fatta di “campagna, le bestie in casa, i bambini piccoli, d’estate le bestie in Bala”, “che sarebbe potuta scorrere tranquilla se non fosse stato per la guerra e per la presenza continua e minacciosa dei partigiani”. Una donna con cui i partigiani ce l’avevano perché non si era unita a loro ed aveva convinto il marito a fare lo stesso.

VITTORIA FOCHESATO “nonnina gentile, alla mano, vivace e con una memoria di ferro, come si sul dire, molto schietta e di poche parole”
Nipote di uno dei contadini anonimi della Bausiza che assistettero agli eventi inveisce contro Socian, dice che non é vero che siano stati i tedeschi, che tutti sanno come siano andate le cose per davvero, che Gajger all’inizio si vantava di aver partecipato ai fatti ma poi ha cominciato a smettere per paura di ritorsioni. Aggiunge che a guerra finita alcuni di quei partigiani (i nomi non vengono fatti) sarebbe partito per il Belgio NELLA SPERANZA DI DIMENTICARE (ma come faccia ad affermare che la motivazione fu quella e non una motivazione economica come nella maggior parte dei casi d’emigrazione di quegli anni non é dato sapere). Interessante notare che ci venga fornito il nome della nipote ma non del contadino: eppure se ci fosse paura della “vendetta dei partigiani” l’aver nominato la nipote permetterebbe molto facilmente agli ultrasettuagenari ex combattenti del posto capire chi sia lo zio della Signora Fochesato.

MARIA SULIN “vecchietta arzilla e gentilissima, piena di vita e senza mezzi termini”
Impiegata comunale che il 10 ottobre 1943 si trovava sul camion dei tedeschi che venne assaltato dai partigiani (e che faceva sul camion pieno di nazisti? era forse una loro collaboratrice?). Dice di essere informata sui fatti perché ha lavorato molti anni in comune e che Socian “andava casa per casa, mitra spianato in mano, e costringeva tutti a seguirlo tra i partigiani. Chi rifiutava, finiva di vivere, nel vero senso della parola” e che anche con lei “ha usato lo stesso sistema” (quindi le cose sono due: o la signora Sulin é stata partigiana oppure é un fantasma che parla. Hmmm…)

ADA PELLIZZARI “una gentile, sensibile, amorevole signora”
Testimonia che suo fratello Osvaldo Pellizzari, su cui si vocifera facesse parte del gruppo di partigiani di Socian, combatté invece con le forze di Mussolini contro in Francia e Grecia-Albania, dove rimase prigioniero fino a dopo la fine del conflitto.
Aggiunge che nella sua famiglia c’era un partigiano: Vladimir Cernuta (ma non é chiaro se facesse parte del gruppo di Socian e se si, da quando). Infine ricorda la scena orribile dei cadaveri dei militi della GNR esposti.

MARY (sorella di Ursic e moglie di Socian) “una vecchietta gentile, rispettosa, affabile, disponibile”. Racconta di come Ursic venne tradito dai compagni

Cos’hanno in comune queste persone? Sono tutte donne, antipartigiane e che forniscono informazioni utili a supportare la versione dei fatti sostenuta da Russo o perlomeno la sua descrizione del mondo. Interessante osservare come tutte queste donne che forniscono materiale utile vengano descritte con estrema positività da Russo.

 3.11.02 QUELLI SU CUI SI SORVOLA

faceless-man

Ossia persone venute a contatto con i partigiani su cui Russo non fa alcun commento che possa indicare se abbiano preso il virus partigiano o ne siano rimaste indenni.

IL PADRE DELL’AMICO DI RINALDI di cui non viene data testimonianza di drammi personali, anche se a dirla tutta non viene nemmeno data testimonianza di cosa avrebbe visto (pag.18), di chi fosse e che ne fu di lui (si presume però sia un contadino della Bausiza). Anzi: a guardar bene dice solo di aver seguito i partigiani ed aver “visto tutto” senza fornire alcun dettaglio. Boh? Forse però potrebbe essere inserito nell’elenco delle vittime del virus perché a quanto pare il figlio, semplicemente sentendo il racconto degli eventi appare sconvolto (pag.145) e quindi possiamo figurarci che anche il padre potesse esserlo altrettanto.

GIOVANNI VUERICH, un operaio delle miniere e compagno di lavoro di Tona Flajs, marito di Myza Komac. Dice che all’inizio tutti dicessero fossero stati i tedeschi a massacrare coi picconi i carabinieri, tra cui due-tre suoi compagni di lavoro che avevano fatto parte di quel gruppo di partigiani.

VIGJ VENTURINI, alpino del Reggimento tagliamento che aveva partecipato al recupero dei cadaveri a malga Bala prosegue la guerra “un po’ con altri gruppi di alpini, un po’ dandosi alla macchia, un po’ coi partigiani della Garibaldi” (pag.250), ossia brigate legate al partito comunista.

FERDINANDO KRAVANJA. Classe 1927. Ex partigiano sloveno compagno di Socian (ma solo verso il termine del conflitto: non all’epoca dei fatti, anche se a Tarvisio si vocifera diversamente) dice che “Socian, non solo con la storia dei carabinieri, ma anche e soprattutto con quella, ha fatto molto male alla causa slovena!”. La dichiarazione può apparire interessante in quanto chi parla é un ex partigiano, tuttavia bisogna tener conto che si tratta sempre dell’opinione di qualcuno che non ha assistito ai fatti (all’epoca aveva diciassette anni e non sappiamo cosa facesse) che potrebbe benissimo essersi convinto della bontà della versione propagandata dai nazifascisti. Aggiunge inoltre che tra i partigiani di Socian vi era anche tal Cirillo Kaska di Cave (oramai deceduto) ma che anche questi vi entrò solo verso la fine del conflitto.

LUCIANO RICCARDO ALDEGHERI Ex partigiano che si unì al gruppo di Socian ma solo ad ottobre del 1944. Parla molto male di Socian mostrando di non averlo in simpatia e lo descrive come un focoso e spavaldo sanguinario. Al tempo stesso fa notare che “qualsiasi cosa succedeva, la frase era unanime: “E’ stato Socian!” Era il parere di tutti, anche quando lui non c’entrava niente” (pag.43). Pure lui attribuisce a Socian la responsabilità della rappresaglia dei nazisti nel 1943 e dice che la popolazione ed i partigiani stessi non gli erano favorevoli. Dice che tutta la comunità sapeva esattamente cosa fosse successo in malga Bala (pag.149) e che l’azione di malga Bala “certamente era sfuggita di mano agli stessi promotori”.

QUALCUNO DEI SUBALTERNI A pag.120 Russo parla di uno o più partigiani del gruppo di Socian che, mesi dopo i fatti, diranno che forse sarebbe stato preferibile liberare gli ostaggi. Chi sono questi subalterni? Con chi parlarono? Anche questo non é dato sapere…

GLI OPERAI DELLA CENTRALE E LA MOGLIE DI UNO DI ESSI che, tuttavia subiranno all’epoca sospetti ed un’accusa di collaborazionismo, così come un atteggiamento un po incerto da parte di Russo, che si mette nei loro panni quando tentano di salvare la centrale (pag.150) ma poi mette in dubbio la possibilità che la Maria Berlot, moglie di uno di questi, possa aver telefonato alla Direzione della miniera (pag.155) nonostante questo dettaglio sia riportato in una lettera di un colonnello della GNR motivando i suoi dubbi “in quanto quella volta il telefono, specie a Bretto di Sotto, doveva essere un qualcosa di estremamente raro e prezioso e non a disposizione della moglie del sorvegliante della centrale”. La donna infine verrà arrestata perché sospettata di collaborare coi partigiani per essere temporaneamente liberata grazie alle pressioni di un “carabiniere” della GNF ed essere successivamente riarrestata. Altro elemento di dubbio sollevato da Russo a pag.177 é che il 24 marzo (il giorno dopo l’assalto alla centrale) la donna si recò in Bausiza per acquistare “un po’ di burro, formaggio e soprattutto latte”, ed in quell’occasione s’accorge del passaggio di partigiani e sequestrati. Tornata a casa racconta quanto visti ai famigliari, la voce circola e viene arrestata (ma se la fonte di queste informazioni non é Maria Berlot stessa bisogna dedurre che sia uno dei parenti che la tradirono?).
Dinnanzi al caso di una persona che Russo non sa bene se inquadrare come collaboratrice dei partigiani o vittima sfortunata del virus partigiano assistiamo ad una totale assenza di commenti: nessuna invocazione mistica né demonizzazione.

BEPI FLAJS ha invece l’onore di essere il caso più interessante tra quelli qui elencati. Nel testo é l’unica persona citata con nome ed entrata in contatto coi partigiani su cui il virus partigiano sembra non aver avuto effetto se non per una generale “paura” nei loro confronti. A differenza di coloro che hanno sconfitto il virus partigiano, Bepi Flajs non mostra alcun segno di redenzione. In effetti, pur essendo il testimone più importante dell’intero libro (vedi sotto) é strano non osservare nemmeno una riga che ci parli della sua persona. O meglio: viene semplicemente descritto come una persona vicinissima a Gajger e Mafalda e che ha dovuto sempre fare buon viso a cattivo gioco coi partigiani in quanto ne era impaurito (pag.147); viene inoltre descritto come un uomo che agisce secondo le disposizioni del Gajger (pag.147). Ma pur avendo queste informazioni base sul ruolo di Bepi Flajs non sappiamo nulla della PERSONA Bepi Flajs. Strano: abbiamo qualche dato biografico e breve descrizione di persone che riportano informazioni di seconda mano ma non ci vien detto nulla della fonte principale del libro? Molto strano.

Cos’hanno in comune queste persone e cosa li distingue da quelle che sono rimaste con certezza indenni dal virus partigiano? Sono tutte persone la cui testimonianza é interessante ma potrebbe far stridere la narrazione portata avanti dal libro:

Vuerich testimonia che alcuni partigiani erano operai della miniera e che vi lavorassero anche nei giorni a ridosso dell’uccisione dei dodici. Poiché dalla sua testimonianza sembra che ciò non fosse un gran segreto tra gli operai (e ciò contraddirebbe non poco l’immagine di “comunità unita” che emerge dal testo), Russo non si sofferma su questa testimonianza e passa avanti preferendo non commentare.

F.Kravanja é un ex partigiano e per questo motivo le uniche cornici in cui lo schema di Russo potrebbe inserirlo sono quelli dell’uomo bestiale (come Hrovat) o dell’uomo condannato a vivere in un incubo (come Gajger). Ma F.Kravanja fa un’affermazione che é al contempo utilizzabile ma pericolosa per l’impianto della tesi sostenuta: F.Kranavja critica Socian ma senza avere elementi di testimonianza diretta. Si é dunque di fronte ad una mera opinione personale che potrebbe sembrar avere un qualche valore in più rispetto alle altre in quanto proveniente da un partigiano. Ciò inoltre potrebbe alimentare qualche ragionamento sui tipi di rapporti che intercorrevano tra i vari gruppi partigiani, sulle diverse posizioni e vedute, smontando l’idea di un “unicum” bolscevico. L’autore dunque preferisce evitare ogni approfondimento lasciando solo i commenti negativi su Socian, facendo intendere che anche qui si sia di fronte ad un caso di virus partigiano che porta i bolscevichi a litigare non solo col mondo ma anche tra di loro senza (mai specificarne il) motivo. A differenza dell’affermazione negativizzata di Hrovat vista al punto 2.05 qui non é possibile effettuare un’operazione simile perché anziché avere due affermazioni di cui una completamente accoglibile ed una neutra, qui ci si trova dinnanzi ad un’unica affermazione che per essere accolta va maneggiata con cura.

Aldegheri fornisce una descrizione di Socian perfettamente in linea con l’immagine che ne dà Russo. Ma anche Aldegheri é un’ex partigiano e ciò, come nel caso di Kravanja si rivela al tempo stesso un’arma a doppio taglio: da un lato appare come una fonte “interna” ma dall’altro potrebbe disgregare l’immagine del “fronte unico partigiano” (domanda: premesso che a quanto ne so Socian poteva benissimo essere un impetuoso e passionale figlio di buona donna antipatico a tutti senza che ciò ne faccia un mostro, non é che Aldegheri fosse un partigiano cattolico che ce l’aveva con Socian, magari perché era comunista o per antipatia “a pelle” come quella di Russo con Hrovat? Purtroppo il testo, che a pag. 174 pubblica la foto del fienile della famiglia proprietaria del terreno su cui sorse il cimitero in cui furono sepolti i dodici, non riserva la stessa meticolosità informativa e ricchezza di dettaglio sulle fonti  “interne”)

Il fatto che l’alpino Venturini ad un certo punto decida di entrare in una brigata partigiana non riceve alcun tipo di commento, forse perché obbligherebbe a reinquadrare la resistenza da un “unicum bolscevico” ad una formazione temporanea e variegata.

Del trattamento ambiguo con cui vengono narrati gli operai della centrale si é già detto mentre invece di Bepi Flajs si vedrà in maniera dettagliata più avanti.

3.11.03 IL REMITTENTE

Schermata 2016-06-30 alle 07.37.41

Russo percepisce nuovamente di persona il male quando incontra Lojs Kravanja-Gajger, il postino dei partigiani: che va ad intervistare “in una stanza più che angusta dove da anni s’era condannato a vivere travolto dagli incubi, mi era sembrato di essere a contatto diretto col diavolo in persona: risento ancora oggi la pelle ritirarsi e raggrinzirsi gelata, al ricordo!” (pag.14).
La vita travolta dagli incubi a cui Gajger (sempre descritto come fedele servitore dei partigiani) “s’era condannato”, é il contrappasso necessario affinché espii i propri peccati. A differenza dei partigiani intervistati da Russo che non mostrano alcun segno di pentimento, delle donne che accompagna con parole di cortesia e delle persone su cui evita di esprimere pareri, dal testo traspare che Gajger ora é almeno interiormente conscio del male con cui ha vissuto e ciò é indice di un possibile ravvedimento e salvazione. Il fatto che Gajger viva travolto dagli incubi é quindi segno di uno struggimento derivante dalla presa di coscienza di esser stato nell’errore ed é grazie a questa frattura che s’intravede la possibilità di una rinascita ed avvicinamento al vero; dunque, la sua testimonianza-confessione, per atto di fede, acquisisce credibilità. Vengono anche segnalati alcuni tratti del Gajger pre-remissione, ossia “duro e scontroso, chiuso, solitario” (pag.112) che, se non sono ancora segni del virus sono indici di un qualcosa che non va e che dimostrano la “natura” incline a contrarre il virus del Gajger.

3.12 LA GUARDIA NAZIONALE REPUBBL…… EHMMM…. CARABINIER….

GNR3.jpg

Abbiamo già osservato come il testo preferisca parlare di “tedeschi e italiani” anziché di “nazisti e fascisti” e della mole di aggettivi negativi destinati ai partigiani cui non viene mai riconosciuto alcunché di umano, ma il caso più eclatante é il modo in cui vengono nominati i 12 sequestrati!

INSERTO STORICO – parte 11 –  LE DIVISE DELLA GNR

I membri dell’arma dei carabinieri che aderirono alla RSI vennero fatti confluire nella Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), forza armata istituita l’8 dicembre 1943 per sostituire ed inglobare i Reali Carabinieri, la MVSN e la Polizia dell’Africa Italiana. I compiti della GNR erano teoricamente quelli propri dei carabinieri anche se in realtà prese parte soprattutto alla repressione contro i partigiani (fonte). La GNR fu una tra le varie formazioni armate repubblichine, definita anche “la quarta forza armata della repubblica” (fonte: Frederick W. Deakin, “Storia della Repubblica di Salò” Torino, Einaudi, 1963; pag.874,875) che agivano con un certo grado di autonomia sia decisionale che di bilancio in un mix di collaborazione e rivalità reciproca. Fu una delle prime milizie istituite dalla RSI e una delle più consistenti per numero di uomini ed armamento per un totale di circa 140-150.000 uomini al momento della sua istituzione.

Il 24 dicembre 1943 la RSI rese noto il decreto istitutivo della GNR che “segnava la cessazione ufficiale dell’Arma dei carabinieri su tutto il territorio della Rsi” (fonte: Giorgio Pisanò, “Gli ultimi in grigioverde. Storia delle forze armate della Repubblica sociale italiana” Milano, Fpe, 1967; pag.1701). Dopo quella data, dunque, nei territori occupati dalla RSI non esiste più il corpo dei carabinieri.

Teoricamente i carabinieri confluiti nella GNR avrebbero dovuto indossare l’uniforma grigioverde da paracadutista mod.42 ma in realtà la fornitura delle nuove divise fu disomogenea e non sempre completa e quindi la stragrande maggioranza dei militi mantenne l’uniforme mod.33 propria dei carabinieri cambiandone però fregi, distintivi e mostrine (fonte QUI e QUI). Non rare le situazioni in cui, per esempio, una divisa nuova veniva abbinata ad un berretto vecchio o il contrario). Il mantenimento delle unità di provenienza, delle caserme e dell’uniforme spiega come all’epoca restasse nell’uso comune il termine “carabinieri” per indicare militi della GNR provenienti dall’arma dei carabinieri.

Caratteristica della GNR che preoccupava non poco Mussolini fu il fatto che “la maggior parte delle classi tra i 20 e i 40 anni era internata in Germania, e benché la nuova Guardia nazionale repubblicana a parole riuscisse a raccogliere, insieme con i suoi vecchi quadri circa 140-150.000 uomini, si trattava per lo più di ragazzi tra i 15 e i 17 anni senza disciplina e senza addestramento militare” (fonte). Non é il caso dei militi a controllo della centrale di Bretto, le cui età al momento dei fatti andavano dai 20 ai 44 anni.

Dunque: nonostante i 12 militi di guardia alla centrale fossero militi della GNR e venissero indicati come “militi della polizia repubblicana” anche nell’articolo del Gazzettino di Padova pubblicato da Russo (che dichiara di aver trovato documenti sugli eventi di malga Bala proprio “Nell’archivio dell’Ufficio Storico del Comando generale della Guardia Nazionale Repubblicana di Brescia” (pag.153), nel testo i dodici militi di guardia alla centrale elettrica vengono chiamati “carabinieri” oltre 400 volte mentre la loro appartenenza alla GNR viene indicata solo 3 (tre) volte (p.es quando a pag.186 scrive “carabinieri rei di essere italiani e schierati con la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini” o la segnalazione a pag.245 che i “carabinieri” della compagnia di Tolmezzo indossavano “tutti e sempre” la “divisa d’appartenenza alla Repubblica Sociale Italiana”).

Perdipiù a pag.176 Russo parla pure di “diverse corrispondenze” tra il “Gruppo dei carabinieri di Udine” e il “Comando Generale della Guardia Nazionale Repubblicana di Brescia” creando nel lettore impreparato l’illusione che nell’RSI carabinieri e GNR fossero due entità distinte.

Anche nel notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 28 marzo 1944 si parla dei dodici militi come “distaccamento G.N.R. ivi di vigilanza” (pagina 31 del notiziario, reperibile QUI)

Schermata 2016-06-16 alle 15.52.28.png

Il fatto che nel testo l’autore si rivolga ai dodici sequestrati usando oltre 400 (quattrocento) volte il termine “carabinieri” attribuendogli sfuggevolmente solo per tre volte l’appellativo di “guardie repubblicane”  rende evidente che si tratti di un tentativo di sfumare la loro aderenza al fascismo concentrandosi su una connotazione più neutra e politicamente spendibile (“dodici carabinieri uccisi” é più spendibile di “dodici repubblichini fascisti della GNR uccisi”). A pag.149 Russo dichiara che tutti i dodici militi furono “aderenti involontari” della RSI senza però aver mai specificato in nessuna parte del testo le posizioni personali dei dodici militi nei confronti dell’RSI e del fascismo e dunque senza giustificare in base a cosa sostenga fossero “involontari”.

Il fatto che lo stesso meccanismo avviene anche utilizzando prepotentemente “italiani” e “tedeschi” al posto di “nazisti” e “fascisti” con l’intento di dipingere una comunità omogenea conferma ulteriormente la volontà di Russo di non fare vera ricerca storica ma di propagandare in una forma “vendibile” la (debole) versione dei fatti che appoggia.

3.13 LETTURA RELIGIOSA DEGLI EVENTI

christian.jpg

Come già accennato, la narrazione dei fatti risponde a canoni di mitologia afascista di matrice cristiana. Se l’afascismo si evince dalla premessa storica e dal modo in cui vengono trattati e descritti partigiani e nazifascisti, la cristianità si evince sia dai commenti personali dell’autore che da una lettura degli eventi in chiave martirologica.

Giusto per dare un senso della misura dei richiami alla fede religiosa, il conteggio dei termini usati con tale attinenza religiosa é:

Dio (20 volte), martir* (19 volte) sacrific* (12 volte), infern* (9 volte) diabol* (8 volte), “piccolo dio della Coritenza” [inteso come dispregiativo nei confronti di Socian] (8 volte), tradizion* (7 volte), via Crucis (4 volte), Gesù (4 volte), diavolo (3 volte), Signore (3 volte), Padre (3 volte), Padrone della vita (2 volte), Maria (2 volte), cieli (2 volte), moral* (2 volte), Giudice eterno (1 volta), “furia satanica” (1 volta), Madonna (1 volta), Padreterno (1 volta), sacro (1 volta), spiritualità (1 volta), sovrannaturale (1 volta), Creatore (1 volta)

Si tratta di circa un richiamo ogni due pagine e mezzo: decisamente eccessivo per un testo che si propone di esporre un lavoro di ricerca storico (che dovrebbe limitare il più possibile le interpretazioni personali).

“Certo, solo l’uomo con la sua intelligenza e la sua potenza è capace di gesti così raccapriccianti, di azioni così infamanti e crudeli! Come sarà il loro atteggiamento quando, gioco forza, saranno costretti come tutti gli altri esseri viventi a presentarsi a loro volta in giudizio, davanti al Padrone della vita?” (pag.123)

Ad una lettura attenta non sfuggono nemmeno segnali meno espliciti di religiosità cristiana, come il fatto che a pag.130, narrando della salita dei dodici verso malga Bala (descritta come una “via crucis”), l’autore inserisce alcuni dettagli: la presenza si un maestoso faggio “a tre, enorme, divaricato, quasi impressionante per la sua mole e la sua maestosità” e di uccellini “Ogni tanto vispi pettirossi e gruppetti di cardellini irrequieti saltellavano impazienti mostrando un mondo ormai perso per sempre”. Maestosi alberi trinitari e irrequieti uccellini di un “mondo ormai perso per sempre” non sono elementi casuali: vengono presentati come segni ultraterreni carichi di significava mistica e salvifica.

Gesù invece ha detto: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siete tutti figli di uno stesso Padre, il quale fa sorgere il sole sopra i mal- vagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Amatevi dunque tra voi, come lo vi ho amato! E perdonatevi tra di voi, così come chiedete perdono per voi al Padre vostro che è nei cieli!” (pag.265)

La lettura religiosa si lega a doppio filo ad un nazionalismo di fondo che viene evocato sempre attraverso un generico senso d’appartenenza all’essere italiani che si manifesta perlopiù in negativo; in opposizione ai partigiani che non possono far altro che odiare l’Italia:

“Carabinieri rei di essere italiani”, “uccisi perché italiani” ed altre formule simili si ripetono, in maniera esplicita o meno, almeno una ventina di volte.

“Erano carabinieri, erano italiani e non potevano non morire che da carabinieri e da italiani, a testa alta, guardando in faccia i propri aggressori!” (pag.142)

“erano stati designati a morire per la Patria che non avrebbero potuto dimenticare né tradire” (pag.130)

La Patria che emerge dalle parole del Russo é esattamente la “Patria” nel senso primo del termine, ossia terra dei padri, terra del Padre: un concetto di “tradizione” applicato su un territorio e che l’omonima entità-amministrativa che la occupa deve rappresentare. La Patria (nel senso di Nazione-Italia) é dunque un’entità che come un velo deve ricoprire la Patria (nel senso di terra dei padri) con una tale precisione da non esser più distinguibili l’una dall’altra, come una Gerusalemme celeste che combacia perfettamente alla Gerusalemme terrena. E non é la Gerusalemme celeste a doversi adattare a quella terrena bensì il contrario: una volta stabiliti i confini della patria celeste quella terrena deve adattarvisi per rappresentarla materialmente. Italianizzandosi, fascistizzandosi…

 

3.14 IL PARALLELO CON LA PASSIONE DEL CRISTO

Schermata 2016-06-28 alle 16.47.02.png

Commenti e richiami religiosi non si limitano ad essere mere note a margine della narrazione ma arrivano a fungere da colonna interpretativa degli eventi, al punto tale che diviene lecito chiedersi fino a che punto determinati dettagli ed episodi abbiano ricevuto (volontariamente o involontariamente) un’attribuzione di peso maggiore o minore affinché meglio rispondessero allo scheletro interpretativo su cui l’autore s’è poggiato. Nello specifico é possibile osservare lo strettissimo parallelismo tra la narrazione del testo con quella della passione di Gesù:

Perpignano che viene obbligato a farsi aprire la caserma come un Giuda obbligato. Il raggiungimento della malga come via Crucis. La vista dell’albero a tre fusti come simbolo trinitario e della danza degli uccellini che mostrano “un mondo perso per sempre” come preannuncio del destino L’offerta di acqua zuccherata come la spugna intrisa d’acqua e aceto. Il peso dei beni fatti trasportare dai dodici come peso della croce. L’indecisione di alcuni partigiani come parallelo dei processi di Caifa e Pilato (il primo dei quali avviene nel bel mezzo della notte, come la notte tra il 24 ed il 25 passata dai dodici in attesa della fine). Socian che impone la sua volontà sui partigiani come i sacerdoti giudaici che spronarono la folla. Lo sberleffo e le risate delle donne della Bausiza che han ricevuto in dono quanto prelevato dalla caserma come i soldati che si dividono le vesti strappate del Cristo. L’ilarità che continua durante la somministrazione del cibo avvelenato come parallelo dei centurioni che si fanno gioco di Gesù ponendogli la corona di spine (con la variante contro-eucaristica dell’avvelenamento in sostituzione del pane e vino eucaristici durante l’ultima cena dei dodici). L’accettazione eroica del proprio martirio (stavolta non in nome del Padre-Dio bensì in nome del Padre-Nazione: patriottismo). Le torture come flagellazione e messa in croce. Gli sputi dei partigiani come gli sputi dei centurioni. I colpi di piccone e di scarponi chiodati come i chiodi della crocifissione. I contadini che seguono la processione ed osservano impotenti come le donne che assistono da lontano alla crocifissione sul Golgotha dietro ai soldati romani. Il silenzio degli uccelli del bosco ed il sole celato come segnali divini. La sistemazione dei corpi sotto una roccia come deposizione di Gesù. Bepi Flajs che sta dalla parte sbagliata ma (testimoniando i fatti) si converte come Longino;  stessa cosa per il ventunesimo partigiano che fugge, come fosse un centurione convertito. Il filo spinato attorno ai corpi come ulteriore parallelo alla corona di spine. I partigiani che prima si vantano del fatto ma poi negano tutto come il triplice rinnegamento di Pietro.

Al termine del massacro, prima che intervenga Gajger a sistemare i corpi, Russo scrive testualmente (grassetti miei):

Erano tutti in silenzio, l’euforia era di colpo svanita e un grosso velo aveva cominciato ad opprimerli in maniera ossessiva: unico loro scopo era ora di allontanarsi in fretta da quell’altare su cui avevano compiuto quel tanto sospirato sacrificio.

E tutto ciò avviene a pochissimi giorni dalla Pasqua (che quell’anno cadeva il 9 aprile)!

Ecco che si esplicita quella che é la motivazione profonda della mattanza così come la trasmette il testo di Russo, ecco che si spiega perché il testo insiste tanto sulla brutalità degli eventi ma vagheggi fumosamente sulle motivazioni che le avrebbero provocate: il significato profondo che ne vuol dare non é né di una strategia di guerriglia (come già visto: non poteva esserlo) né di un evento meramente operativo (troppo brutale e gratuito per esserlo), né di una reazione d’impeto (troppo programmato per esserlo) bensì di un sacrificio rituale, un sacrificio umano!

Ecco che il simbolismo evocato da Russo ed attribuito alle decisioni dei partigiani, che scelgono specificamente i dodici militi non perché casualmente a guardia di un obiettivo strategico, ma perché rappresentanti dei valori che devono esorcizzare ritualmente (l’italianità). Ecco perché opera il ribaltamento dell’azione da sabotaggio con conseguente sequestro a sequestro con sabotaggio di contorno.

Un sacrificio di italiani per rimarcare la propria natura slava e dunque “altra”. E nel testo che tipo di alterità differenzia gli slavi,  dai tedeschi e dagli italiani? L’essere comunisti!

Come nelle peggiori fantasie degli inquisitori rinascimentali che condannavano ad orribili dolori (con la tortura) e morti ritualizzate (in piazza) “streghe” colpevoli di provocare dolori (con la magia) e morti ritualizzate (nei sabba), é impossibile non accorgersi del doppio tipo di correlazione cui si é di fronte! Innanzitutto il parallelismo storico:

BENE – MALE

Fede – Stregoneria

Fede – Comunismo

NOI – LORO

Ed in secondo luogo l’esatto ripetersi di quei meccanismi di proiezione (sempre in senso junghiano) che se tra medioevo e rinascimento han fatto si che il potere dominante (la chiesa) potesse dipingersi un nemico che altro non era se non una versione speculare di sé stesso (messe nere come opposto speculare della messa religiosa, crocifissi rovesciati, bacio mistico col demonio ma sull’ano anziché sulla bocca, contro-rituali ecc…), oggi si ripetono tali e quali seppur adattati al nuovo contesto. Il partigiano, dunque, in quanto comunista (ossia lontano da Dio e dunque affine a Satana) e slavo (“altro”) diviene una figura aliena, la rappresentazione totale del male, l’ ALTRO per antonomasia su cui riversare ogni genere di nefandezza e orrore anche quando [lui] non c’entra(va) niente”: é l’orwelliano Goldstein di 1984 su cui va proiettato tutto l’odio che si porta dentro, é il Babau, il lupo cattivo delle fiabe, Gargamella. I partigiani sono il caos che perturba l’armonia del mondo. Ecco che i partigiani divengono i “satanici demoni delle montagne”; ecco che diffondono il “virus partigiano”; ecco che così come le streghe son colpevoli semplicemente del fatto d’esser streghe, anche i partigiani son colpevoli del solo esser partigiani (la metonimia partigiano = comunista avviene banalmente per generalizzazione); ecco che per dicotomia bisogna rappresentare i dodici come degli esempi di perfezione. Ecco che Russo elogia i partigiani della Osoppo che combattevano contro gli invasori ma accusa i partigiani di Socian che combattono contro i tedeschi usurpatori:  tutto parte dal fatto che partendo da una lettura del mondo fondata su materiali mitologici della cultura di destra e cattolica, il “comunista” é l’attante perfetto su cui riversare (proiettare) tutti i propri mali interiori e poco importa se questi attacchi seguono un filo logico.

Prima ancora di una lotta di ideologie, prima ancora di una lotta di classe, questa é una lotta fra modelli di pensiero opposti e inconciliabili.

Ecco emergere la palese contraddizione per cui agli occhi di chi affonda le proprie radici in un mix di cultura di destra il peggior male attribuibile ad un comunista (ateo che rinnega Dio) é ritenere compia atti di violenza ritualizzata fine solo a sé stessa (gesto inutile) e dunque di senso simbolico, ma sempre inteso (anche se non sempre consciamente) in chiave religioso-spirituale. Un sacrificio ateo per un non-Dio, un contro-Dio, Satana. Il comunismo come (cripto) satanismo. E poiché i partigiani,  essendo per generalizzazione tutti comunisti, si giunge a:

Partigiano = Satanista   

Questa é la chiave con cui il testo interpreta e dà senso alla narrazione della versione strage. La versione conflitto a fuoco viene quindi rifiutata a priori in quanto non leggibile in chiave martirologica poiché non é possibile attribuirle un senso spirituale in quanto NON basata su un gesto inutile.

Per concludere assume significanza anche il valore numerico delle persone coinvolte negli eventi qui trattati: i militi della GNR erano 12 come gli apostoli mentre il numero di 18 partigiani accettato da Russo (pag.147), per lo svolgimento del massacro sale a 21 (pag.127), perfetto contraltare speculare del numero evangelico (12-21). I partigiani come opposto ideale dei militi della GNR.

3.15 LE MOTIVAZIONI DEI PARTIGIANI…PER IL PUBBLICO

Schermata 2016-06-25 alle 10.23.32.png

Seppur il testo trasmetta prepotentemente l’idea secondo cui l’uccisione dei dodici aveva come scopo la messa in atto di un sacrificio rituale motivato dalla vendetta, questa non viene mai esposta in maniera esplicita in quanto idea indicibile. Questa indicibilità si spiega perfettamente se si tengono conto da un lato le origini di tale idea: non origini fattuali (non esistono prove o casi simili) bensì dalla proiezione (in senso junghiano) di idee senza parole (in senso jesiano) manifestate attraverso una chiave interpretativa cristiana e dall’altro l’atteggiamento dell’autore che, esattamente come cela i militi della GNR sotto l’etichetta di “carabinieri” ed i nazifascisti sotto le generiche identità linguistiche di “tedeschi” ed “italiani”, lima gli aspetti meno vendibili della sua versione affinché risultino accettabili dal pubblico cui si rivolge.

Per questo motivo il testo non riporta:

Dodici fascisti repubblichini militanti nella GNR uccisi da comunisti slavi in un omicidio rituale

ma scrive:

Dodici carabinieri torturati brutalmente dai partigiani perché italiani

e quel che comunica é:

Dodici giusti martiri torturati e uccisi da demoni comunisti alieni e semi-umani in un atto sacrificale esorcizzante simbolicamente il proprio odio contro la legge di Dio

Il testo dunque deve al tempo stesso comunicare questo senso pur scrivendo apertamente altro (a proposito di proiezione junghiana: qui il parallelo con la tesi di Russo secondo cui le torture che dovevano essere al tempo stesso un messaggio forte ma celato può dar moltissimo a cui pensare) e quindi vengono proposte alcune motivazioni terrene che vengono buttate nel testo senza soffermarsi troppo a commentare (e non é certo un caso se certe informazioni vengono fornite quasi con distrazione, senza soffermarcisi sopra)

pag.120 Russo indica nella distruzione della centrale lo scopo principale dell’azione, ma poche righe dopo specifica che Socian insistette perché i suoi uomini non desistessero dal compito prefissato di torturare senza pietà i militi della GNR per vendicare le persecuzioni subite dalle proprie famiglie ed il massacro di una quarantina di partigiani (“martiri” che “gridavano ancora vendetta”) avvenuto il 26 aprile 1943.

Quindi, andiamo con ordine: Russo sostiene che lo scopo principale era sabotare la centrale (pag.120), ma anche vendicare il popolo slavo (pag.77) del massacro di decine di partigiani avvenuto il 26 aprile precedente (pag.120) e vendicare pure i partigiani stessi dei soprusi inflitti dai fascisti a loro (pag.214) ed alle loro famiglie (pag.120) perché i partigiani erano divorati da odio (pag.29) anti italiano, ma anche impossessarsi delle armi della caserma (pag.102). Socian dunque convinse i suoi a rapire una dozzina di “carabinieri” militi della GNR scelti perché simbolo dell’Italia (pag.97) nella data, anch’essa simbolo, del 23 di marzo (solennità civile fascista) affinché gli italiani la ricordassero per sempre (pag.121), per torturarli però due giorni dopo in un luogo inaccessibile ove nessun nazifascista si sarebbe mai recato (pag.139) col forte rischio che la scoperta dei cadaveri avvenisse settimane o mesi dopo.

Eppure nel testo, fin dalla copertina, si ripete numerose volte che i 12 militi della GNR vennero uccisi “solo perché italiani” e nonostante a pag.120 lo scopo principale dell’azione sia indicata nella distruzione della centrale, nell’arco di tutto il testo il mantra che viene continuamente ripetuto é quello dell’ “uccisi solo perché italiani”.

Russo non spiega perché la data scelta non fosse il 26 aprile, come parrebbe logico nel caso di una vendetta per un fatto avvenuto il 26 aprile, né perché un’assassinio pianificato per tingere d’orrore la data simbolica del 23 marzo sarebbe stato eseguito il 25 marzo. L’unica giustificazione che se ne evince é che i dodici militi della GNR servissero per trasportare in montagna armi e beni rubati dalla caserma ma appare alquanto bislacca la combinazione di obiettivi simbolico-comunicativi (la strage) ed obiettivi meramente operativo-logistici (sabotaggio e trasporto armi) non tanto in un’unica operazione tattico-simbolica quanto in un pastiche di quelle che appaiono come due diverse operazioni malcombinate (A e B) con quattro diversi obiettivi: l’idea di sabotare centrale elettrica e relativa casermetta (A.1) sequestrandone gli occupanti (A.2) e utilizzarli per il trasporto dei beni (A.3) é già di per sé operazione complessa e aggiungere a tale schema l’esecuzione di un sacrificio rituale (B.4) da svolgersi due giorni dopo la data-simbolo cozza non poco all’interno del quadro (in realtà, come vedremo, c’é un motivo per cui Russo sposta l’uccisione al 25 marzo, ma non ha nulla a che vedere con strategie militari o simbolismi).

Non viene nemmeno spiegato in base a quale ragionamento solo i militi della GNR / Carabinieri sarebbero assurti al grado di “unici veri rappresentanti dell’Italia e soprattutto della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini” quando, di fatto, ogni forza armata fascista era di per sé un rappresentante del fascismo e dell’Italia (pag.149).

Lo stesso Russo ammette che l’attività principale dei partigiani della zona consisteva nel portare avanti continui e ripetuti sabotaggi atti ad interrompere o rallentare le attività della miniera (che alimentava l’industria bellica tedesca e di conseguenza il conflitto) e che quindi l’episodio qui trattato sarebbe un caso unico ed assolutamente eccezionale. L’unico caso in cui Socian ed i suoi uomini, anziché mirare ad un obiettivo puramente strategico avessero deciso di compiere una mattanza simbolica rituale.

Russo tenta di dare credito a questa evidente stranezza nelle pagine 186,187 e 188 sostenendo che i partigiani “si erano “fatti prendere la mano” e che quell’azione “risultò oltraggiosa perfino del nome del partigiano e si trasformò in onta vergognosa per il comunismo nascente di Tito”, onde per cui subiranno un processo interno “per aver deturpato l’immagine del partigiano comunista slavo” che porterà a degradare “più di qualcuno” di essi e “lo stesso Socian vedrà interrotto e per qualche tempo compromesso il proprio prestigio e il proprio potere. Lo stesso Franc Ursic, come stiamo per vedere, verrà isolato, abbandonato e tradito dai suoi stessi uomini, solo perché si era fatto sfuggire di mano l’azione della Bala”. Da dove abbia appreso le informazioni su questi processi non é dato sapere ed in ogni caso ciò cozza decisamente con l’idea di una vendetta rituale pianificata per settimane! Ma come? Pianificano per settimane con il “capo supremo” un’uccisione eccezionalmente brutale per rovinare in eterno la memoria del 23 marzo ma proprio il fatto che le uccisioni furono brutali é ora segno del fatto che si fossero fatti prendere la mano?

Brutalità che non doveva essere brutale? Un’azione spettacolare che deve fungere da messaggio ma nascosto? Fatti del 25 marzo che dovrebbero rovinare la memoria del 23 marzo?

3.16 VERSIONE UNIC…..OOOOPS!!!

Più volte nel testo Russo insiste sul fatto che la popolazione locale venne a sapere fin da subito cosa avvenne in malga “fin nei minimi particolari” (pag.183) lasciando intendere che la comunità condivideva la versione dei fatti ora riportata nel testo di Russo senza indagare troppo a fondo il fatto che spesso la comunità accusasse Socian “anche quando lui non c’entrava niente” (pag.43). Nel testo vengono riportate anche alcuni interventi di persone che avevano saputo dei fatti per via indiretta e di cui non se ne capisce l’utilità se non il fare da pezza d’appoggio alla strampalata ipotesi di Russo.

Ma improvvisamente a pag.185 si riporta che in realtà non circolasse una, bensì almeno QUATTRO versioni dei fatti molto diverse da quella di Russo!

Versioni che Russo sostiene furono propagandate (ma da chi ed in che modo non lo specifica) nonostante “tutti gli abitanti del territorio sapevano ormai per filo e per segno ogni particolare sulla strage della Bala” anche se non osavano parlare a causa della paura (“anzi il terrore”) dei partigiani. Paura sulla cui assenza di motivazioni già si é detto.

VERSIONE UNO: La versione più divulgata e accreditata” diceva che i dodici furono uccisi dai tedeschi per farne cadere la responsabilità sui partigiani per aumentare la tensione e inasprire le azioni contro gli slavi.
(La versione più diffusa tra la popolazione locale scagiona del tutto i partigiani ed accusa i tedeschi!) [versione citata anche a pag.196,197,205,208,247]

VERSIONE DUE: Diceva che i dodici fossero stati uccisi da altri fascisti italiani per farne cadere la responsabilità sui partigiani, aumentare la tensione e inasprire le azioni contro gli slavi.
(Anche la seconda versione che circolava scagiona completamente i partigiani ma stavolta incolpa gli italiani) [versione citata anche a pag.196,197]

VERSIONE TRE: Diceva che i dodici furono uccisi dai partigiani in una normale imboscata e poi i tedeschi, scoperti i corpi, li deturparono dentro la malga (da qui il sangue sulle pareti) per farne cadere la responsabilità sui partigiani per aumentare la tensione e inasprire le azioni contro gli slavi. 
(La terza versione é sostanzialmente quella proposta anche da Franc Crnugelj ed inserisce le uccisioni in un contesto di guerra ma scagiona i partigiani dalle mostruosità addebitandole ai tedeschi per motivi di propaganda) [versione citata anche a pag.197]

VERSIONE QUATTRO: Diceva che i dodici fossero stati uccisi dai Domobranzi (slavi filonazisti)
(Anche la quarta versione scagiona i partigiani accusando un gruppo filonazista slavo) `versione citata anche a pag.193,197,264] 

La semplice esistenza di queste versioni la dice molto lunga sulla qualità delle informazioni giunte in paese. Russo sostiene che i contadini che assistettero alla mattanza raccontarono alla comunità del massacro compiuto dai partigiani, tanto che “Tutti sapevano fin nei minimi particolari” (pag.14,18,149,183,205,206,207,208,), ma se ciò corrispondesse a realtà non si spiegherebbe la nascita, in una comunità compatta e omogenea nell’accusare sempre i partigiani (pag.43) ed informata di un terribile crimine commesso da quegli stessi partigiani, di versioni favorevoli…. ai partigiani!

L’esistenza di queste versioni la dice pure lunga sulla considerazione di partigiani, fascisti e nazisti all’interno della comunità: solo nazisti e fascisti vengono ritenuti capaci di portare a termine un tale crimine. Molto interessante se si considera che la comunità descritta da Russo era unanime e compatta nel condannare i partigiani.

E Russo come commenta queste versioni? Russo le scarta in toto ritenendole irrealistiche, preferendo la versione ottenuta combinando le proprie fonti (che tra un attimo vedremo). In particolare, sempre a pag.185 asserisce che “è puerile pensare che si possano scongelare corpi, straziarli a crudo con picconi e altro e riportarli poi nella medesima posizione. Mai visto un corpo congelato spruzzare sangue e lasciare tracce così evidenti e macabre come quelle rinvenute da persone ben identificate all’interno della malga.”
Osservazione strana in quanto lo stesso Russo a pag.161 riporta la testimonianza di Nino Mafezzini (“carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme) secondo cui i corpi, a diversi giorni di distanza erano ancora in grado di sporcare di sangue chi li maneggiava: “[…] siamo tornati a valle, sfiniti e imbrattati di sangue umano, quello dei miei compagni, acqua e neve”. Trattandosi inoltre dello stesso teste che a pag.159 descrive i corpi con le parole “erano come sassi, pezzi congelati e deformi” é lecito chiedersi quanto di queste parole vada inteso come mera descrizione figurativa e quanto vada preso alla lettera, specie relativamente al grado di congelamento dei corpi, anche perché secondo la testimonianza di Nino Mafezzini sembrerebbe che non abbia nevicato granché tra il momento dell’uccisione ed il recupero dei cadaveri dato che i segni di trascinamento dei corpi erano ancora visibili sulla neve stessa (pag.158).

Interessante anche notare il fatto che in questo caso venga rimarcato da Russo che le tracce all’interno della malga sono stare rinvenute da “persone ben identificate”, in quanto, effettivamente, le uniche testimonianze di prima mano chiare e certe che Russo ha a disposizione riguardo a ciò che avvenne nella malga non sono quelle di chi partecipò all’uccisione dei dodici ma di chi partecipò… al recupero e identificazione delle salme (Russo non dà alcuna considerazione ala testimonianza del partigiano Srecko ritenendola menzognera)!

 


4.00 LE TORTURE

A questo punto bisognerebbe entrare nel vivo della vicenda, ossia analizzare il lavoro eseguito da Russo per giungere alla sua ipotesi su cosa accadde ai dodici dopo che furono sequestrati il 23 marzo 1944. Tuttavia, per meglio poter effettuare questo lavoro, é indispensabile tenere a mente anche ciò che avvenne nei giorni successivi e quindi  il capitolo inerente al momento-clou della vicenda é spostato al capitolo 7.


5.00 GLI EVENTI SUCCESSIVI

La storia narrata in “Planina Bala” é profondamente debitrice della “storia di questa storia”, ossia delle convinzioni sull’episodio sedimentatesi negli anni tra la popolazione locale. Prima fra tutte la “segretezza” e la vergogna con cui tale episodio veniva raccontato.

 

5.01 LE RICERCHE NON-RICERCHE

Schermata 2016-06-27 alle 10.31.13

Riguardo alle ricerche dei dodici il testo fornisce indicazioni diverse che, osservate una ad una, danno l’impressione di una totale mancanza di coordinamento e collaborazione tra le forze su cui però spicca l’azione dei tedeschi:

  • Le ricerche cominciarono il 24 marzo 1944 (pag.152)
  • I nazifascisti erano più preoccupati della centrale che della sorte dei dodici (pag.154, 231,)
  • Le operazioni di ricerca venivano seguite e controllate dai tedeschi, i quali, in gran numero, ispezionavano case e fienili alla ricerca di partigiani (pag.162)
  • I “tedeschi” effettuarono rastrellamenti nella zona (pag.236)
  • Le ricerche coinvolsero anche: Guardia Nazionale Repubblicana, Alpini del Reggimento “Tagliamento”, Milizia Confinaria.
  • Italiani e tedeschi “[…] mai come in quei giorni avevano ispezionato il territorio (pag.156)
  • I militi italiani, pur intensificando le perlustrazioni, anche dopo diversi giorni non trovarono nulla (pag.153)
  • I partigiani avrebbero ucciso i dodici senza usare armi da fuoco perché i nazifascisti erano alle loro calcagna e non volevano attirarli col rumore.
  • Gli alpini del “Tagliamento” intensificano le perlustrazioni ma senza alcun risultato.
  • I “carabinieri” di Tarvisio della compagnia “Tolmezzo” non partecipano alle ricerche né avevano un’idea chiara di cosa sia successo (pag.219)

La fonte più interessante presentata da Russo riguardo alla situazione post-sabotaggio che ci viene presentata é una lettera inviata il 25 marzo 1944 dal ten.col.Angelo Viticci, comandante del Gruppo di Udine della Legione “Carabinieri” al Comando generale di Trieste di cui vengono riportati alcuni stralci inframmezzati da una trascrizione di Russo del testo (testo che si apre con un riferimento ad una precedente segnalazione della tenenza di Tarvisio numero 4/22 del 23 marzo 1944). La divisione fra testo citato e trascrizione non é chiarissima ma presumendo che gli stralci non virgolettati siano quelli trascritti se ne desume:

“verso le ore 21 del 23 corrente certa Bertolotti Maria ecc. ecc., moglie di Giacomo Koserog, sorvegliante della centrale elettrica di Bretto Inferiore, a mezzo telefono informava la Direzione della Miniera che circa mezz’ora prima i partigiani avevano fatto saltare detta centrale dove doveva trovarsi il marito, del quale non aveva notizie, aggiungendo che nulla sapeva dei carabinieri addetti alla sorveglianza della centrale stessa”.

[IL SEGUENTE PASSO E’ DI RUSSO] Alle ore 23 il sottotenente Squadrelli avvertiva la tenenza di Tarvisio dell’accaduto precissando di aver già informato il comando tedesco, il quale la stessa sera aveva inviato un reparto del Presidio tedesco di Plezzo.

“Nelle prime ore di ieri unitamente al predetto ufficiale, all’ingegner Hempel e a personale della miniera stessa, il comandante la tenenza si è recato per le indagini del caso, a Bretto”

[IL SEGUENTE PASSO E’ DI RUSSO] dove poco dopo è giunto il comandante della compagnia di Tolmezzo, Santo Arbitrio. In occasione di quella ispezione, venne constatato che gli ordigni esplosivi avevano danneggiato una turbina, il fabbricato della centrale e altri accessori elettrici dei quadri, mentre

“la vicina casermetta ove alloggiava il distaccamento dell’Arma”

[IL SEGUENTE PASSO E’ DI RUSSO] era andato completamente distrutta. Segue l’elenco dei carabinieri in servizio,

“della sorte dei quali non è stato possibile raccogliere alcuna notizia”.

[IL SEGUENTE PASSO E’ DI RUSSO]  Dall’interrogatorio degli operai Andrea Cuder e Giacomo Koserog il gruppo in visita riuscì a sapere che il pomeriggio precedente il vice brigadiere e due carabinieri, uno dei quali -con biancheria sporca che recava alla lavandaia-, si erano allontanati dalla caserma e che verso le 18 erano stati visti in un bar di Bretto.

“Non è stato assolutamente possibile stabilire come i partigiani siano riusciti ad agire indisturbati né quale sia stato il comportamento dei carabinieri dato che nessuno ha udito colpi d’arma da fuoco da lasciar supporre un conflitto”.

“Gli operai Cuder Andrea, Koserog Giacomo e Komac Giovanni hanno dichiarato di non aver riconosciuto nessuno dei banditi che parteciparono all’azione criminosa e che si presume si trovino accantonati in zona prossima a quella compresa tra la chiusa di Plezzo e Plezzo.”

“Sono in corso i lavori della centrale la quale a quanto si presume potrà essere messa in efficienza fra una decina di giorni”.

Russo fa notare che la lettera é incentrata più sui danni alla centrale che alla sorte dei dodici.

Io faccio notare che le parti non riportate in originale hanno tutte in comune il contenere i riferimenti di grado e compagnia delle persone e degli enti citati, ossia, in originale, potrebbero essere rivelatori della loro appartenenza alla Guardia Nazionale Repubblicana. Faccio pure notare che il sottotenente Quadrelli, saputo del sabotaggio della centrale avverte PRIMA il comando tedesco e solo dopo la tenenza di Tarvisio, il che offre un’immagine molto chiara della gerarchia tra diversi corpi coinvolti.

In sostanza il quadro sembra questo: partirono immediatamente operazioni di ricerca gestite dai “tedeschi” che, in gran numero, controllavano seguivano l’intera operazione di ricerca ispezionando e mettendo a soqquadro case e fienili (pag.162) mentre le diverse milizie italiane, che erano sottoposte agli ordini tedeschi (pag.152), sembra non furono ben informate dei fatti: parrebbe che alla tenenza di Tarvisio della GNR non abbiano avuto un’idea precisa di cosa fosse accaduto ai loro colleghi di Bretto (pag.219) se non ad alcuni giorni di distanza (pag.200) né sapessero bene l’una cosa stesse facendo l’altra (un banale esempio di come funzionassero le relazioni quotidiane tra i diversi corpi é l’aneddoto a pag.200,201) nonostante gli operai della centrale avessero chiaramente indicato il responsabile in Socian (che era noto alle autorità, tanto che ne possedevano anche una foto segnaletica) nessuno della comunità locale che (secondo l’autore) seppe fin da subito e nei minimi particolari cosa avvenne (pag.149) in quei giorni e in quelle settimane si preoccupò di assicurare alla giustizia il tanto temuto e famigerato Socian e far piena luce sugli avvenimenti comunicando ciò che sapeva.

TAVOLA_03

FERMI TUTTI!!! In precedenza Russo afferma che diversi contadini furono in grado di seguire di nascosto partigiani e “carabinieri” fino alla malga senza farsi notare nonostante quei territori fossero territorio incontrastato dei partigiani comunisti (pag.99) e che i partigiani vennero già visti al mattino successivo da diversi contadini e bambini ed ora dice che i nazifascisti brancolarono nel buio per giorni.

Anche qui c’è qualcosa che non torna: Russo sostiene che la popolazione avesse in simpatia i “carabinieri” militi della GNR, che fosse impaurita dagli odiati partigiani (che, come già visto: sono pochi e isolati quando li si odia ma tanti ed appoggiati da una rete tentacolare quando se ne ha paura), che il parroco di Bretto invitasse pubblicamente i concittadini a non parteggiare per i partigiani e che succede? Quando i tanto odiati partigiani rapiscono i tanto amati militi della GNR non v’é una sola persona che fornisce manco una dritta anonima ai nazifascisti, né i nazifascisti tentano di ottenere informazioni da uno dei contadini? Nessuno interrogò mai i contadini della Bausiza? Si parla di ispezioni in case e fienili ma il contrasto tra: [odio per i partigiani+simpatia per i dodici+immediata e precisa conoscenza degli avvenimenti] e [mancata collaborazione con milizie in cerca dei dodici] stride non poco.

“I tarvisiani in quei giorni di Pasqua di quel 1944 non si dimenticarono dei loro carabinieri barbaramente massacrati dagli odiati partigiani slavi e più di qualcuno si portò fino al nuovo cimitero oltre Tarvisio basso, sulla strada per Cave, per una preghiera e un mazzo di fiori” (pag.219)

Per giustificare ciò Russo si appella al terrore della popolazione sia nei confronti di quei partigiani di cui non é stato in grado di documentare nemmeno un solo atto certo di inciviltà verso la comunità locale, sia dei nazisti che quando compiono una strage ed incendiano l’intero paese comunque non ne sono fino in fondo responsabili.

Il perché non avvenga alcun tipo di operazione di rappresaglia contro i partigiani non viene affrontato da Russo nonostante la stranezza della cosa!
Ma come? Cinque mesi prima, per l’uccisione di tre-quattro dei loro, i nazisti compiono una strage ed incendiano un’intero paese ed invece adesso, con dodici militi torturati a morte dopo averli rapiti beffando l’intero apparato di sicurezza non fanno nulla di nulla, ma proprio assolutissimamente nulla e Russo non s’interroga sulla stranezza di ciò?

Ciò che viene rimarcato anche da Russo é il fatto che i nazifascisti fossero più interessati a ripristinare e mettere sotto controllo la centrale che a cercare i dodici (pag.153), ma questo di certo non può giustificare una totale assenza di intervento vista la gravità dell’affronto subito.

Russo sembra sostenere che non vi fu alcuna reazione perché essendo concentrati sul ripristino della centrale, i nazifascisti non avessero interesse a colpire i responsabili di quell’affronto, ma al tempo stesso rimarca come, dal momento della scoperta, per settimane la propaganda utilizzò i corpi martoriati dei dodici militi della GNR proprio per colpire i partigiani dipingendoli come dei mostri. Quei corpi deturpati furono per i nazifascisti un’arma eccezionale da scagliare contro i partigiani.

Dunque quando parliamo di nazifascisti parliamo di pasticcioni disorganizzati e dal pugno di seta? O, forse, stiamo parlando di qualcuno che non é stato in grado di catturare/uccidere i partigiani e, per non tirar troppo la corda nei confronti della popolazione locale che già aveva subito una pesante ritorsione in autunno, decise di agire diversamente ed usare questi cadaveri per fare propaganda antipartigiana tra la gente del posto e che quindi maggiore era lo scempio dei cadaveri e maggiormente sarebbero risultati un’arma potente?

 

5.02 LE DUE VERSIONI DELLA SCOPERTA

Schermata 2016-06-30 alle 14.37.07

Dopo alcuni giorni (non viene specificato quanti, ma si può presumere ciò sia avvenuto il 30 marzo – vedi pag.162) una pattuglia di tre soldati tedeschi giunse in Bausizia e chiese informazioni agli abitanti della zona su quale sentiero intraprendere per andare da lì fino alla val Trenta (p.155). Chiesero informazioni a Myza Komac, Tona Suler ed il padre Josef. Tutti li sconsigliarono a causa della neve in quota. (NB: si presume che l’unica testimonianza di ciò sia Myza Komac in quanto non vien mai indicato che i Suler siano stati intervistati. Manca invece ogni riferimento temporale sull’evento)

Da qui in poi il racconto prosegue come in altri punti senza citare alcuna fonte ma proponendo due versioni:

VERSIONE UNO: I tre proseguono lo stesso ma sbagliano strada . Dopo diverse ore di marcia vedono malga Bala e vi si avvicinano per chiedere informazioni (NB: avrebbero sbagliato addirittura valle senza accorgersene proseguendo “per diverse ore” stando a nord del Pihavec anziché al sud e ciò implicherebbe una conoscenza della zona praticamente nulla). Qui, “con enorme meraviglia” trovano i cadaveri che spuntano “dalla neve come tronchi accatastati” (pag.156) e ridiscendono a valle per segnalare la cosa. Ma Russo osserva che secondo “Qualcuno degli osservatori postumi ritiene che questo episodio può anche non essere vero, in quanto sembra confezionato ad arte (grassetto mio) e propone una seconda versione:

VERSIONE DUE: La scoperta dei corpi sarebbe avvenuta su soffiata di qualcuno della Bausiza o per tradimento di un partigiano.

A sostegno della prima versione dunque v’é probabilmente la sola testimonianza di Myza Komac la quale può solo aver riferito di aver dato indicazioni a tre tedeschi senza però sapere, poi, cosa questi abbiano fatto, che strada abbiano percorso o che emozioni abbiano provato alla vista dei corpi. Non si tratta dunque di una prova ma della testimonianza di una donna che un certo giorno diede un’indicazione a dei soldati e poi non vide quel che accadde.

Ma che trattamento offre Russo alla seconda versione dopo aver citato quella da lui ritenuta veritiera solo una testimonianza che dice assai poco? La scarta perché…non ci sono prove! Per dare maggior conferma a questa decisione rimarca che la gente del posto era terrorizzata degli italiani e dei tedeschi che “mai come in quei giorni avevano ispezionato il territorio” (pag.156) ma al tempo stesso riporta che secondo Gajger i tedeschi furono probabilmente informati da “qualche partigiano scappato dal gruppo” (pag.156), ipotesi che Russo scarta sostenendo che se così fosse i corpi si sarebbero ritrovati immediatamente dopo lo scioglimento del gruppo ad azione terminata anziché a diversi giorni di distanza e che questo partigiano sarebbe stato arrestato (ma non considera che l’informazione potrebbe essere stata data alcuni giorni dopo, né che potrebbe esser stata fatta pervenire ai nazisti per vie traverse, né che eventuali spie fra i partigiani avrebbero potuto esser comode anche in futuro, né che l’informazione potrebbe esser stata fornita in maniera generica come “una malga dopo la piana della Bausiza, nella valletta che porta in val Trenta”) ed aggiunge che “Quei tedeschi non stavano affatto cercando i carabinieri; andavano per conto proprio diretti in val Trenta” (pag.157) senza spiegare in base a cosa possa affermare ciò (NB: bisogna anche osservare che in quei giorni in cui si stava battendo il territorio come non mai per cercare i dodici scomparsi, raggiungere la val Trenta passando a piedi sui ripidi sentieri innevati della Bausiza quando la si poteva molto più agevolmente raggiungere con gli automezzi passando da Sonzia e Trenta a rigor di logica sembra più essere un’operazione di ispezione del territorio che una scampagnata “per conto proprio”).

In ogni caso ciò su cui entrambe le versioni concordano é che i cadaveri vennero trovati dai tedeschi.

5.03 IL RECUPERO DELLE SALME

image

L’ex alpino Vigj Venturini testimonia che:

“Poi una mattina siamo stati chiamati e avviati a piedi dapprima verso il Passo Predil e poi verso la Bausiza: l’ordine era di seguire i carabinieri, i militi della Milizia e i tedeschi al recupero di 12 carabinieri scomparsi da una settimana e rintracciati in alta montagna. (pag.159)

Una volta giunti sul postoNella malga era sangue dappertutto, per terra, sulle pareti, sulle travi soffitto […] C’erano alcuni picconi sporchi di sangue, pale, pezzi di legno…” (pag.160 grassetti miei)

Nel proseguire, i tedeschi ci precedevano e sembrava che sapessero già tutto. Da qui il pensiero, mio e degli altri, che a uccidere i carabinieri fossero stati proprio loro! (pag.158)

Mentre l’ex carabiniere e milite della GNR Gino Milanese di stanza ad Udine riporta di esser stato inviato in treno alla tenenza della GNR di Tarvisio dopo che ad Udine giunse la comunicazione del recupero delle salme da parte dei tedeschi.

Quattro salme vengono recuperate il 31 marzo. A causa delle condizioni meteo le altre otto vengono recuperate il 2 aprile (pag.162). I corpi vengono radunati in una fortezza.

Angelo De Guglielmi, “carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme testimonia che quando giunse a malga Bala i tedeschi già erano lì (pag.201).

Gino Milanese, “carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme testimonia che dei vari militi lì presenti solo i più temerari compirono le operazioni di primo recupero dalla catasta di corpi. Lui personalmente svenne.

Vigj Venturini, “carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme testimonia che i tedeschi precedevano i militi italiani (pag.158) e che le operazioni si svolsero in fretta nel timore di esser colti anch’essi da un attacco partigiano e che, messi i corpi in teli fatti a barelle, ognuno sorretto da due-tre uomini  li han portati giù per la discesa gelata scivolandovi spesso. A valle caricarono ogni corpo su un mulo e così si avviarono verso la fortezza (pag.159).

Nino Mafezzini, “carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme testimonia che le barelle vennero improvvisate con teli militari e rami d’albero, dopodiché, una volta portati in fondo al sentiero, ne caricarono due per mulo (pag.161). Inoltre ricorda che i militi che parteciparono al recupero tornarono a valle sfiniti ed imbrattati di sangue, acqua e neve (pag.162)

Cesare Maria Squadrelli, sottotenente del Reggimento Alpini Tagliamento. Testimonia che uno solo dei corpi aveva una ferita da arma da fuoco, probabilmente ad una spalla. (pag.167)

Mafezzini e De Guglielmi, devono spostare le salme, ma prima debbono tentare di identificare i corpi.

“Erano talmente mal ridotti che era praticamente difficile distinguerli uno dall’altro: erano come sassi, pezzi congelati e deformi: una visione terribile e indimenticabile!” (Nino Mafezzini, pag.159)

5.04 L’INCENDIO DELLA MALGA

disaster-girl

A pag. 136 Nella didascalia di una foto attuale dei ruderi della malga, Russo scrive che

“l’incuria, il tempo e mani ignote hanno fatto sì che di “quella” malga rimanessero solo desolazione e lamiere contorte”

A pag.162 Russo scrive che al termine del recupero delle salme qualcuno incendiò la malga sperando di distruggere i segni della violenza.

A pag.257 Russo scrive che la malga fu data alle fiamme dai militi italiani mei primi giorni d’aprile 1944 quando portarono giù i corpi (e che la malga fu successivamente ricostruita)

Si può presumere l’incendio della malga avvenne al termine del recupero delle ultime salme, ossia il 2 aprile ma é lecito domandarsi fino a che punto un atto del genere possa esser motivato, come sostiene Russo, dal voler esorcizzare un orrore e se ciò non possa esser invece inteso anche come metodo per cancellare delle prove.

 

5.05 PROPAGANDA

Antonio_La_Trippa-650x274

Per i nazifascisti quelle dodici salme massacrate sono uno strumento di propaganda antipartigiana potentissimo e difatti le usano per tirare acqua al loro mulino (pag.173)

Il 2 aprile 1944 anche le ultime salme vengono radunate nella fortezza, dopodiché (presumibilmente il 3 aprile)  vengono caricate su un camion della miniera che su ordine del capitano Max Vogrin viene mandato a fare uno shock-tour per mostrare i cadaveri alla popolazione “per un richiamo e un monito ufficiale alla popolazione locale tra cui si nascondevano da sempre i partigiani” (pag.162).

Il tour comincia a Plezzo dopodiché il camion si reca a Bretto di Sotto per lo stesso motivo. Successivamente il camion sostò brevemente davanti alla chiesa per poi proseguire verso l’officina meccanica dell’autista del camion (Attilio Cumini), con una pompa dell’acqua ripulì alla meglio le salme. Svolta questa operazione il camion proseguì in direzione di Tarvisio per scaricare i cadaveri nel campo scelto per la sepoltura (che avrebbe “inaugurato” il nuovo cimitero) ma ad operazione già iniziata giunse dai tedeschi l’ordine di portare le salme in piazza anche  a Tarvisio e a Cave. Il testo riporta le testimonianze con nome e cognome di numerose persone che all’epoca assistettero al macabro spettacolo (vedi sotto).

I tedeschi appesero sugli alberi della piazza e davanti al municipio manifesti antipartigiani con foto dei macabri dettagli dei corpi martoriati, che furono osservati da numerose persone incuriosite (pag.219), non solo nel tarvisiano, ma in tutto il Friuli (pag.175) e tutti i giornali pubblicarono a ripetizione articoli con foto e particolari agghiaccianti (pag.175).

(i tedeschi stavano) “[…] tirando l’acqua al proprio mulino, cercando di convincere i dubbiosi sulla bontà e sulla necessità di continuare nella loro alleanza per far quadrato comune contro la crudeltà dei partigiani, alleati degli anglo-americani” (pag.173)

“Dalle foto e dalla osservazione diretta dei cadaveri, tutti si erano convinti, pur senza prove dirette, che i carabinieri erano stati barbaramente massacrati coi picconi, pale e spranghe” (pag.219 – grassetto mio)

Il 4 aprile 1944 viene tenuta una cerimonia funebre che si protrasse quasi fino a sera cui partecipano paesani e militi nazifascisti. I nazisti perseverarono nell’utilizzo mediatico dei corpi martoriati per convincere la popolazione dell’inaffidabilità degli slavi e favorire una maggior collaborazione della popolazione (pag.175). Russo riporta tre dei testi che circolarono allora:

Articolo giornalistico dell’aprile 1944” di cui non é specificata né la testata né la data né la firma:

L’opera dei “Liberatori” nella vera luce
Metodi comunisti per la conquista del mondo. Questi terrificanti documenti fotografici non richiedono commenti. Sono sufficienti pochi particolari su questa spaventosa strage. Sono i resti mortali di dodici carabinieri, vittime del bestiale odio assassino di una banda di banditi bolscevichi. Le vittime sono state martirizzate il 23 marzo u.s. nelle vicinanze di Cave del Predil. Le vittime denudate sono state poi uccise bestialmente a colpi di piccone.
Ecco i sistemi degli alleati dei “liberatori”!
Caduta la pelle d’agnello con la quale il lupo bolscevico cerca di ammantarsi, ci appare con quali mezzi e sistemi, che giungono fino all’assassinio consumato nel modo più bestiale, s’intendano realizzare le grandi promesse del comunismo: lavoro, pane e pace. Tutti coloro che si ostinano ancora a credere in un comunismo migliore di quello che finora ha macchiato il mondo di sangue, hanno qui un ulteriore esempio da meditare: questo è il vero comunismo, questi sono i sistemi del bolscevismo bestiale, questi gli alleati di coloro che si dichiarano liberatori del mondo, questi i metodi dei senza Dio.
E chi non vuoI sentire e non vuoI capire insulta con la sua incredulità e la sua incoscienza la memoria di migliaia e migliaia di martirizzati dal mostro rosso, mai sazio di sangue.
L’altra mattina sono state tributate a Tarvisio, solenni e commoventi onoranze alle salme dei dodici militi, caduti nell’adempi- mento del loro dovere. I dodici feretri erano scortati da reparti armati italiani e tedeschi; corone di fiori freschi avevano inviato il Comando Militare di Tarvisio e quello di Udine, il Comune di Tarvisio, vari Comandi della C.N.E., compreso quello del Gruppo di Udine, diversi enti e civili.
Dopo impartita l’assoluzione in Chiesa, le salme sono state accompagnate al cimitero ed ivi pietosamente tumulate, nel mentre una triplice salve di fuciliera – sparata da un reparto tedesco – salutava i caduti rendendo onore alla loro memoria.

Articolo del Gazzettino di Padova del 7 Aprile 1944

Schermata 2016-06-17 alle 17.17.23.png

Volantino fascista pubblicato in varie zone del Friuli (pag.181):

“FRIULANI”:
Con cinismo diabolico, con atrocità che può scaturire soltanto da cervelli asiatici, i prezzolati dei bolscevichi e del “liberatori” hanno commesso ai confini della nostra Provincia, il 23 marzo u.s. un’al- tra afferrata strage, martirizzando e massacrando dodici carabinieri. Questi martiri del dovere, colpevoli solo di compierlo con dedizione al servizio della Patria, vennero trascinati sulla montagna, denudati, torturati nel modo più atroce ed infine uccisi a colpi di piccone. Crivellate di ferite orribili (a taluni vennero perfino strappati gli occhi), le povere vittime con le gambe legate con fili di ferro, vennero trascinate lontano dal luogo del delitto, gettate in un burrone e coperte di neve. Lavoro, pane, pace è la bella menzogna promessa dai cosiddetti “liberatori”. Ma gli atti di bestiale violenza testimoniano che anch’essi sono pari ai bolscevichi nel sadismo e nella crudeltà. Questi fatti esecrandi non aprono gli occhi anche a voi che finora avete creduto ciecamente alle parole malate dei bolscevichi? Per voi che in buona, ma anche spesso in mala fede, sperate ostinatamente in un comunismo migliore di quello che finora, travestito da agnello, ha macchiato il mondo di sangue, sia questo un monito che apra gli occhi e illumini le coscienze.
Questo è il vero bolscevismo, questi sono gli alleati degli angloamericani, che dopo aver invaso parte della Patria, dopo averla inumanamente devastata, consegnano ancora i nostri bambini alla Russia comunista, perché colà, secondo l’educazione bolscevica, se ne facciano altrettanti bestiali rinnegatori di Dio, quali essi sono. Questi sono i metodi con i quali i comunisti si sono prefissi di conquistare il mondo.
Vorremmo noi italiani assistere alla rovina completa, non solo materiale ma anche morale e spirituale della nostra Patria, paese di antica civiltà della storia gloriosa, senza opporci con tutte le nostre forze a tale tremenda eventualità, in modo da far sì che, in tante immeritate disgrazie che ci hanno colpito, almeno le nostre più sacre tradizioni culturali, religiose e dello spirito siano salve?

E’del tutto evidente che la versione diffusa dai quotidiani e dal volantino di propaganda é ESATTAMENTE quella adottata da Russo.

5.06 C.S.I. TARVISIO

Schermata 2016-07-02 alle 11.15.42

Da quanto riporta il testo non sembra vi fu un’analisi dei corpi e delle mutilazioni, tuttavia:

“Dalle foto e dalla osservazione diretta dei cadaveri, tutti si erano convinti, pur senza prove dirette, che i carabinieri erano stati barbaramente massacrati coi picconi, pale e spranghe” (pag.219 – grassetto mio)

 

Le numerose testimonianze degli italiani che parteciparono al recupero delle salme o assistettero allo shock-tour dei cadaveri sono sostanzialmente concordi nella descrizione dei particolari più impressionanti delle mutilazioni subite, anche se in alcuni casi non é chiaro se i testi citati da Russo raccontino ciò che hanno visto di persona o ciò che veniva raccontato in paese. Al solito vien dato ampio spazio alle emozioni si orrore e sgomento provato da questi testimoni che all’epoca erano perlopiù bambini.

  • semidenudati (pag.167)
  • quasi tutti nudi (pag.167)
  • qualcuno aveva come stracci addosso (pag.167)
  • nudi, con addosso alcuni stracci (pag.199)
  • le salme erano livide (pag.168)
  • diversi buchi sulla fronte, sul petto, sul collo (pag.167, 173)
  • un chiaro colpo d’arma da fuoco sulla spalla di uno dei cadaveri (pag.167)
  • si vedevano i segni dei chiodi degli scarponi (pag.168)
  • segni dei chiodi delle scarpe ben evidenti in faccia (pag 199)
  • qualcuno aveva la bocca come cucita con fil di ferro (pag.168)
  • qualcuno aveva filo spinato attorcigliato attorno ai piedi (pag.167)
  • qualcuno aveva filo spinato attorcigliato attorno al collo stretto sulla bocca (pag.167)
  • qualcuno aveva il fil di ferro che stringeva la bocca (pag.199)
  • qualcuno era senza occhi
  • qualcuno forse non aveva più gli occhi (pag.168)
  • i testicoli in bocca (pag.199)
  • i genitali “congelati” in fronte (pag.199)
  • genitali strappati (pag.173)
  • qualcuno aveva il petto squarciato (pag 199)
  • qualcuno aveva le braccia distorte (pag. 199)

Maggiormente interessanti sono le testimonianze dei recuperanti riguardo i corpi:

NINO MAFEZZINI: Mucchio informe di corpi straziati e seminudi sotto un grande sasso / solo un segno d’arma da fuoco su uno dei corpi / corpi accatastati gli uni sugli altri, di cui quello maggiormente deturpato era in cima, il quale presentava ancora fil di ferro ai piedi / talmente malridotti da risultar difficile distinguere l’uno dall’altro / sangue indurito un po ovunque. Vien da chiedersi in una situazione tale come sia possibile comprendere semplicemente a vista se i corpi presentassero ANCHE ferite d’arma da fuoco.

VIGJ VENTURINI: Corpi accatastati sotto un grande sasso / corpi congelati / pochi stracci inzuppati di sangue addosso / evidenti segni di picconate in tutto il corpo e sul viso / cuore fracassato / occhi sventrati / testicoli strappati / fili di ferro alle caviglie e sulla bocca / maciullati e irriconoscibili / alcuni avevano gambe distorte, facilmente spezzate, contorte e poi congelate / corpi violacei con grosse chiazze giallastre

E le testimonianze dei recuperanti sulle condizioni della malga:

NINO MAFEZZINI: pareti e soffitto del casolare macchiati di sangue / sul soffitto materia cerebrale / sul pavimento un solo piccone senza manico vicino a pezzi di legno macchiati di sangue / segni di trascinamento dalla malga al sasso sulla neve (pag.158)

VIGJ VENTURINI: sangue dappertutto nella malga, sia su pareti che soffitto e travi / alcuni picconi sporchi di sangue, pale e pezzi di legno /

Anche qui sorge qualche perplessità: com’è possibile sperare di poter comprendere a vista se su corpi violacei e giallastri induriti dal freddo, segnati da diverse mutilazioni, amputazioni, segni di scarpate, colpi di piccone, filo spinato, graffi da trascinamento, sangue rappreso (e, a questo punto di decomposizione si può supporre anche la fuoriuscita di liquidi corporali dagli orifizi) ci fossero anche fori di proiettile?

INSERTO MEDICO: Nel momento della morte iniziano i un processi chimici di decomposizione che dopo un iniziale rilassamento del corpo portano invece all’irrigidimento muscolare noto come rigor mortis. Lo stato di rigidità si esaurisce dopo un certo lasso di tempo a causa dell’accelerato decadimento cellulare. Vari fattori influiscono sulla durata dei tali processi, in primo luogo la temperatura: se ad una temperatura di 20-25°C la rigidezza dura circa 24-36 ore, a basse temperature il processo può invece durare diversi giorni fino addirittura a fermarsi e bloccare la decomposizione in caso di congelamento e/o assenza d’aria.

Durante il processo di decomposizione uno dei segni più visibili é il cambiamento di colore dell’epidermide, che passa da un iniziale biancore al verde, dopodiché al giallo, fino a giungere al rosso-violaceo ed infine al nero. Come già detto, a seconda delle condizioni e della temperatura cui si trova il corpo, anche queste variazioni di colore possono verificarsi con tempistiche e durate molto diverse. Invece nel caso di cadaveri lasciati immediatamente congelare si passa direttamente da un iniziale bianco bluaceo ad un grigio-giallognolo.

Il colore dei cadaveri dei dodici, descritti dal Venturini come “violacei con grosse chiazze giallastre”  (pag.160) indicherebbe (é una mia speculazione) che il decesso risalisse effettivamente a diversi giorni prima e che la temperatura esterna, almeno fino a quel momento era abbastanza bassa da rallentare il processo di decomposizione ma non abbastanza da interromperlo (ossia: faceva freddo ma non tanto da congelare i corpi), forse perché i corpi restarono all’interno della malga o forse perché le giornate immediatamente dopo l’uccisione non furono eccessivamente fredde ed i corpi furono esposti al sole. In effetti l’inverno 1943/1944 risultò forse quello più mite del decennio ’40 tanto che a febbraio si registrò un insolito aumento delle temperature (fonte: utenti di MeteoNetwork), ma bisogna fare queste valutazioni con cautela in quanto la posizione di malga Bala (a quota superiore ai 1100 metri e dunque soggetta a possibili fenomeni d’inversione termica e sita nel bel mezzo di una valle chiusa in cui i depositi nevosi possono divenire molto voluminosi) non permette di determinare le condizioni meteo del luogo semplicemente da una media delle zone circostanti.

I cadaveri erano dunque “congelati” da diversi giorni, in stato di rigor mortis rallentato dal freddo o si erano “congelati” dopo il 30 marzo, ossia dopo il primo ritrovamento dei corpi? Russo c’informa di “bufere improvvise e violente” tra il 31 marzo ed il 1 aprile (pag.162) che rallentarono le operazioni di recupero ma non segnala nessun caso in cui il maltempo rallentò le ricerche a tappeto nei giorni precedenti. E’ forse lecito chiedersi se i cadaveri non furono invece lasciati all’interno della malga, dove il processo di decomposizione risentiva meno delle temperature esterne, oppure esposti sotto il sole di una fine marzo relativamente mite per poi essere trascinati sotto la roccia grande il 30-31 marzo e congelare durante la bufera immediatamente successiva?

INSERTO BALISTICO Non sapendo che armi avesse a disposizione il gruppo che sequestrò i dodici si può solo fare qualche congettura generica: solitamente i partigiani non avevano una grande disponibilità d’armi e perlopiù utilizzavano quelle che riuscivano a rubare ai fascisti. Il fucile più diffuso era il Carcano Mod. 91, che utilizzava diversi calibri e munizioni, su cui spiccava il modello 91/38 (Mod.91 Cal. 6,5) che montava le 6,5 x 52mm Mannlicher-Carcano, mentre le pistole più comuni era le semiautomatiche Beretta M34 e M35 che utilizzavano proiettili 7,65mm Browning

Le ferite provocate con questi tipi d’armamento possono essere molto diverse, a seconda che si spari un colpo a distanza con fucile,

o un colpo a semi-bruciapelo con pistola,

Schermata 2016-07-03 alle 11.01.32

(Fonte: Di Maio, Gunshot Wounds 2nd edition)

o un colpo a distanza maggiore di 50cm perfettamente centrato,

Ma i casi più comuni sono simili a questo colpi da distanza intermedia (inferiore a 50 cm) che imprimono sulla pelle il tatuaggio della polvere da sparo:

Schermata 2016-07-03 alle 14.50.06

(Fonte: Di Maio, Gunshot Wounds 2nd edition)

Questo tipo di ferite però a volte può essere confuso con altri tipi di lesioni come ad esempio microemmorraggie sottocutanee o morsi d’insetto:

Schermata 2016-07-03 alle 14.35.58

(Fonte: Di Maio, Gunshot Wounds 2nd edition)

Perché faccio questo appunto su microemmorraggie ed insetti? Beh, a causa di una nota che Russo fa a pag.146 quando narra di Perpignano che, mentre é appeso al testa un giù ad una trave dentro la malga:

“[…] perfino delle formiche affamate, attratte sangue, avevano cominciato a salirgli tra i capelli. I loro morsi saranno poi accertati sulla pelle del povero martire giorni e giorni dopo quell’efferato avvenimento!”

ant_main_albert_tamayo

Questa nota merita già un’immediato approfondimento anticipando qualcosa dal capitolo sulle torture: innanzitutto vien da chiedersi che razza di formiche girino in inverno sulle montagne innevate del tarvisiano con un’aggressività tale da farle attaccare un uomo ancora vivo perché attratte dal suo sangue. Ma anche ammesso che una colonia di temibili formiche vampiro del Madagascar si fosse stabilita in Bausiza, da dove ottiene quest’informazione il Russo? Non certo dal Gajger o da Bepi Flajs, né da Hrovat o da Srecko che di formiche non ne parlano affatto. Nemmeno i numerosi intervistati che assistettero allo shock-tour ne parlano (vedi sotto)! Forse non erano formiche ma mosche (a marzo)? O altri insetti insolitamente invernali?  A pag.146 si afferma che i corpi vennero esaminati dal medico Francesco Ferrante di Tarvisio e che fu lui a stabilire che solo un “carabiniere” presentava una ferita d’arma da fuoco alla spalla, il che lascia intendere che forse fu sempre lui a stabilire che quei segni fossero morsi di formica:

“I loro morsi saranno poi accertati sulla pelle del povero martire giorni e giorni dopo quell’efferato avvenimento!” (pag.146)

Fu Ferrante a stabilire che si trattassero di morsi di formica? E chi é questo signor Ferrante? Era un fedele servitore dei nazisti? O un buon uomo obbligato a sottostare alle loro imposizioni? Un medico imparziale ed esperto in ferite d’arma da fuoco? Un medico di base che perlopiù curava piccoli malanni? Russo ha in mano la relazione del Ferrante? Come sa che fu questo Ferrante a compiere le osservazioni ed a quali conclusioni giunse? Nulla di tutto ciò é dato sapere: queste domande, nel testo, non vengono nemmeno affrontate! Però da pag.71 a pag.74 Russo ci tiene ad informarci approfonditamente riguardo ad una cena dei “carabinieri” a base di coniglio che però, forse, era gatto.

Quei “morsi di formica” erano forse punture d’insetto avvenute post-mortem o tatuaggi d’arma da fuoco? Non possiamo saperlo, ma certo l’aver evocato un poco probabile assalto di formiche appare sospetto, specie perché fatto in un testo che nega un tipo d’uccisione (con armi da fuoco) caratterizzato proprio dal poter lasciare segni confondibili con morsi d’insetto.

Ricapitolando: lo stato dei corpi ci viene riferito da ex militi della GNR all’epoca di circa vent’anni e che, a quanto ne sappiamo, privi di reale esperienza di guerra e contatto con cadaveri o ferite da arma da fuoco. Altre testimonianze sui corpi giungono da coloro che assistettero, perlopiù giovanissimi, allo shock-tour e dalle osservazioni (non riportate direttamente) fatto da un medico di cui non vien detto nulla. Ma se i cadaveri furono davvero esaminati che bisogno ha Russo di specificare a pag.219 che “[…] tutti si erano convinti, pur senza prove dirette, che i carabinieri erano stati barbaramente massacrati coi picconi, pale e spranghe”?

In ogni caso con dei corpi tanto malmessi sembra abbastanza facile che militi inesperti e civili si siano limitati a notare gli aspetti più vistosi delle ferite interpretandole grossolanamente poiché privi d’esperienza a riguardo.

 

5.07 LE CHIACCHERE DEL PAESE

o-WOMEN-TALKING-SHOCKED-facebook.jpg

Forse il capitolo più divertente del libro é quello relativo alla raccolta di testimonianze sparse di testimoni indiretti. É una raccolta di chiacchere di paese, note di colore, informazioni secondarie e, raramente qualche notizia potenzialmente utile su cui però Russo non si sofferma. In molti casi si tratta semplicemente di testimonianze di chi vide i corpi recuperati e  portati dai tedeschi nei vari paesi affinché la popolazione locale si convincesse della brutalità dei partigiani; testimonianze che Russo riporta come a voler confermare la propria versione dei fatti procedendo per accumulo di conferme indirette senza mai tener conto di quanto da lui stesso scritto a pag.219, ossia che tutti si erano convinti, pur senza prove dirette, che i carabinieri erano stati barbaramente massacrati coi picconi, pale e spranghe”. Le dichiarazioni sono perlopiù accomunate dal fatto che gli intervistati parlano dei partigiani come belve selvatiche, della paura di parlare di questi fatti e v’è a volte una descrizione amichevole che Russo fa delle donne che confermano la sua tesi:

LEOPOLD KOMAC
Operaio (?) della miniera di Cave. Dice che tutti sapevano, che conosceva tutti quei carabinieri e che in miniera la gente non parlava “per paura gli uni degli altri” (quindi non tutti in miniera erano antipartigiani) e che erano tutti impauriti dai partigiani.

GIOVANNI VUERICH
Operaio delle miniere compagno di lavoro di Tona Flajs, marito di Myza Komac. Dice che all’inizio tutti dicessero fossero stati i tedeschi a massacrare coi picconi i carabinieri, tra cui due-tre suoi compagni di lavoro che avevano fatto parte di quel gruppo di partigiani.

VITTORIA FOCHESATO
“nonnina gentile, alla mano, vivace e con una memoria di ferro, come si sul dire, molto schietta e di poche parole”
Nipote di uno dei contadini anonimi della Bausiza che assistettero agli eventi inveisce contro Socian, dice che non é vero che siano stati i tedeschi, che tutti sanno come siano andate le cose per davvero, che Gajger all’inizio si vantava di aver partecipato ai fatti ma poi ha cominciato a smettere per paura di ritorsioni. Aggiunge che a guerra finita alcuni di quei partigiani (i nomi non vengono fatti) sarebbe partito per il Belgio NELLA SPERANZA DI DIMENTICARE (ma come faccia ad affermare che la motivazione non fu la stessa motivazione economica che negli stessi anni spinse migliaia di italiani ad andarsene in Belgio non é dato sapere). Interessante notare che ci venga fornito il nome della nipote ma non del contadino: eppure se ci fosse paura della “vendetta dei partigiani” l’aver nominato la nipote permetterebbe molto facilmente agli ultrasettuagenari ex combattenti del posto capire chi sia lo zio della Signora Fochesato.

FRANCESCO MRAKIC
Operaio della miniera di Cave dice che tutti sapevano delle atrocità partigiane e se ne vergognavano. Dalla sua testimonianza ci sembra di capire che sia stato “obbligato da Socian” ad entrare nella sua brigata partigiana, ma il testo non fornisce alcun dettaglio.

BEPI CUDER
Operaio della miniera di Cave inveisce contro Socian che ha iniziato a disprezzare dopo i fatti del 23 marzo e che suo nipote, Karlo Cuder faceva parte di quel gruppo

ANDREA CERNUTA
(Non viene specificato nulla di questo testimone se non che é di Bretto). Dice che tutti sapevano

SIGNORA CUMINI
Moglie di un figlio dell’autista Attilio Cumini che trasportò le salme col camioncino. Dice che tutti sapevano.

ANGELA NOVAK
“dalla voce dolce e delicata”
In diverse famiglie, tra cui la sua, si diceva “Siete dei Socian” ai figli indisciplinati

SIGNORA MUSINA E MARITO TONA MARKA
Dopo i fatti del 23 marzo tutti avevano paura di subire un’altra ritorsione nazifascista.

PARROCO SLAVKO CERNIGOJ
Dice che Socian si credeva un piccolo dio.

ADA PELLIZZARI
“una gentile, sensibile, amorevole signora”
Testimonia che suo fratello Osvaldo Pellizzari, su cui si vocifera facesse parte del gruppo di partigiani di Socian, combatté invece con le forze di Mussolini contro in Francia e Grecia-Albania, dove rimase prigioniero fino a dopo la fine del conflitto.
Aggiunge che nella sua famiglia c’era un partigiano: Vladimir Cernuta (ma non é chiaro se facesse parte del gruppo di Socian e se si, da quando). Infine ricorda la scena orribile dei cadaveri dei militi della GNR esposti.

ANGELA (ANNA) POHAR KLAVORA ED IL MARITO TONA VALAS
Dicono che tutti sapevano e testimoniano lo stato dei corpi mostrati nello shock-tour e dice che Perpignano frequentava la signora Ida Manganella (che siano la “Iva” figlia di “Anna” parente di Myza Komac di cui Russo parla a pag.17?)

ANNA STRUKELJI
“una signora dolce e sofferta che dalla distruzione di Bretto, il suo paese di origine, cioè da quell’l1 ottobre 1943, non ha più avuto -un giorno di sole nella sua vita-”
Operaia della miniera dice che non si faceva che piangere per i danni causati dai partigiani. Che ha visto i cadaveri deturpati portati in esposizione dai nazifascisti

NINO MANGANELLA
Nipote di uno degli operai della centrale. Pensa che tutta la storia fu una bravata mele organizzata che portò vergogna ai partigiani sloveni.

SIGNOR SULIGOI
Studioso di Plezzo. Commenta gli avvenimenti dicendo che a suo avviso questa vicenda fu una “papera” (sic) e che il movimento ufficiale dei partigiani (Ma di che “movimento” parli non é chiaro: il NOV i POJ? Cosa intende con quell’ -ufficiale-?)

DON RUPNIK
Parroco di Caporetto dice che qualcuno gli dichiarò che i militi della GNR avevano “avuto quello che si meritavano” ma molta più gente invece era indignata della vicenda.

SANDI SOSIC
Dice che Socian agiva a nord di Plezzo e Srecko a sud ma si riunivano solo per le azioni più importanti, mentre il capo brigata era Ursic

FLORIANO SOSIC E L’AMICO DINO ZANGRANDI
Dicono che Socian era terribile, che i partigiani non ce l’avevano con l’Italia ma contro i fascisti, che in malga Bala non poterono sparare per non essere sentiti dai fascisti (ma a pag.146 Russo non parlava di un colpo di revolver?). Ah, dicono anche che tutti sapevano.

4025e1451601428o2605.jpg

FERDINANDO KRAVANJA
Classe 1927. Ex partigiano sloveno compagno di Socian (ma solo verso il termine del conflitto: non all’epoca dei fatti, anche se a Tarvisio si vocifera diversamente) dice che “Socian, non solo con la storia dei carabinieri, ma anche e soprattutto con quella, ha fatto molto male alla causa slovena!”. La dichiarazione può apparire interessante in quanto chi parla é un ex partigiano, tuttavia bisogna tener conto che si tratta sempre dell’opinione di qualcuno che non ha assistito ai fatti (all’epoca aveva diciassette anni e non sappiamo cosa facesse) che potrebbe benissimo essersi convinto della bontà della versione propagandata dai nazifascisti. Aggiunge inoltre che tra i partigiani di Socian vi era anche tal Cirillo Kaska di Cave (oramai deceduto) ma che anche questi vi entrò solo verso la fine del conflitto.

ANGELA (DELLA MEA?) E LA MADRE AMELIA DELLA MEA
Dicono che si aveva paura dei partigiani e testimoniano lo stato dei corpi visti allo shock-tour

MARIA SULIN
“vecchietta arzilla e gentilissima, piena di vita e senza mezzi termini”
Impiegata comunale che il 10 ottobre 1943 si trovava sul camion dei tedeschi che venne assaltato dai partigiani (e che faceva sul camion pieno di nazisti? era forse una loro collaboratrice?). Dice di essere informata sui fatti perché ha lavorato molti anni in comune. (???)

L’elenco di testimoni più corposo e completo del libro (hanno tutti un nome e di molti vien specificato pure dove risiedono) é quello di coloro che testimoniano chiacchere del paese, opinioni personali e poco altro, tutti accusanti i partigiani nonostante “la versione più divulgata e accreditata sosteneva che i carabinieri rinvenuti congelati e orribilmente deturpati in malga Bala fossero stati uccisi dai tedeschi” (p.185). Il sospetto che questo lungo e corposo elenco sia stato inserito nel testo solo per controbilanciare la magrezza delle prove (aneddotica e card-stacking) a favore della versione sostenuta può farsi facilmente certezza.

5.08 TESTIMONI IN FAMIGLIA

Oltre a molti testimoni che partecipano alle interviste con un coniuge/amico/parente con cui condividono le opinioni siamo forse di fronte ad una possibile rete di testimoni vicinissimi fra loro:

Myza Komac Flajs della Bausiza é sposata a Toni Flajs e ha una nipote di Cave chiamata Iva cui é imparentata per via della madre di Iva, Anna. Myza é forse pure parente del testimone Leopold Komac.

Toni Flajs, che si suppone viva in Bausiza con la moglie Myza Komac Flajs, non é forse parente di Bepi Flajs, anch’egli della Bausiza (località di neanche 20 case)? Che siano fratelli o primi cugini?

La signora Iva (pag.17) é forse Iva Manganella moglie del testimone Nino Manganella

Anna (pag.17), figlia di Iva, potrebbe essere Anna Strukelj o, meno probabilmente Anna Pohar Klavora

Ferdinando Kravanja é forse parente di Lojs Kravanja (Gajger)?

Di certo Lojs Kravanja (Gajger) é sposato con Mafalda, di Uccea ed ha una sorella di nome Myza (pag.148).

Komac Giovanni é parente di Myza Komac Flajs?

E’abbastanza comune che in comunità non particolarmente ampie s’incontrano nomi simili e persone strettamente imparentate, per cui ciò NON dovrebbe costituire un elemento a sfavore delle testimonianze. Ciò che invece fa sorgere dei dubbi é il fatto che in un testo in cui é già evidente lo spostamento dell’attenzione (tipo i militi della GNR che vengono chiamati sempre “carabinieri” ed i nazisti ridotti banalmente in “tedeschi”), si citino alcune persone solo per nome oppure persone dallo stesso cognome oppure col nome da nubile e poi da sposata e che abitano praticamente una a ridosso dell’altra evitando ogni chiarimento su chi siano e che relazione intercorra (o non intercorra) fra loro. Tutti questi nomi che ritornano meriterebbero un minimo di chiarimento, soprattutto a causa delle numerose altre incongruenze del libro. Tanta imprecisione grossolana fa sorgere il sospetto che si voglia celare la vicinanza dei vari testimoni per farli apparire maggiormente slegati ed indipendenti gli uni dagli altri.

Se così fosse avremmo ben nove testimoni (in particolare il trio Gajger, Bepi Flajs e Myza Komac) imparentati e/o perlomeno vicinissimi tra loro. Chi sono le “Ida e Anna” di pag. 17? Ferdinando Kravanja é forse il fratello di Lojs Kravanja? Gajger e Bepi Flajs sono cugini o amici per la pelle fin da giovani? Che questa Myza sia Myza Kravanja sposata in prime nozze Komac ed in seconde nozze Flajs? Dubbi che sorgono a causa dell’ambiguità del testo.

5.09 IL SILENZIO PARTIGIANO

Nel discendere da malga Bala, uno dei 21 partigiani, con la scusa di un bisogno corporale fugge (pag.183). Non sappiamo da dove sia giunta quest’informazione, né chi fosse quest’uomo, né che posizioni umane e politiche avesse né dove sia andato né perché (potrebbe essere colui che informò i nazisti? E’un’ipotesi che nel libro non viene nemmeno presa in considerazione) ma sappiamo che a Russo questa semplice informazione basta per considerarla dimostrazione di dissidi interni su quanto avvenne in malga.

I partigiani dunque si disperdono in più gruppetti e tornano autonomi (pag.183)

Russo scrive che l’azione di malga Bala, a differenza di altre non viene “osannata, pubblicizzata, ampliata e glorificata” come le precedenti ma venne fatta cadere velocemente nel dimenticatoio (pag.183) nonostante l’azione fu volutamente violenta e impressionante proprio perché gli italiani ricordassero per sempre quella data (pag.121). E su questa stranezza ho già detto.

5.10 LA NON-REAZIONE DEI NAZIFASCISTI

Socian era ricercato ma “solo sulla carta” poiché “nessuno effettivamente faceva qualcosa per sorprenderlo o arrestarlo, né i carabinieri, né i militi della Milizia, né i finanzieri e neppure gli alpini del Tagliamento; tanto meno i soldati tedeschi […]”. Non v’é nessuna azione, nessuna rappresaglia contro la popolazione, niente di niente. La stessa popolazione si aspettava una “vendetta tedesca” (pag.187) con una rappresaglia come quella di Bretto dell’ottobre precedente (che seguì l’uccisione di tre soli nazisti), ma ciò non accade. L’azione che i nazifascisti effettivamente compirono contro i partigiani fu fare propaganda antipartigiana con le foto dei corpi dei dodici. Nei giorni in cui vennero effettuate le ricerche l’unica cosa che fecero i “tedeschi” fu mettere a soqquadro case e fienili (pag.162), ma non effettuarono alcuna esecuzione “d’esempio”. Perché?

L’ipotesi più probabile a mio avviso é che avendo già tirato molto la corda con la strage di ottobre e consci che un’ulteriore azione del genere avrebbe minato eccessivamente i rapporti con la comunità locale, i nazisti preferirono stavolta volgere la paura della popolazione non verso sé stessi bensì verso quei partigiani che godevano dell’appoggio locale (se la popolazione fosse stata davvero compatta nel condannare i partigiani non sarebbe stato necessario spingere con così tanta forza la propaganda). Ne deriva che i corpi massacrati, nelle mani dei nazisti furono un potentissimo strumento mediatico. Non solo: maggiori erano le mutilazioni e maggiore era la loro forza mediatica.

5.11 LO STUPORE DEI PARTIGIANI

5.12 POSTUMI PARTIGIANI

Russo scrive che dopo l’azione di malga Bala i partigiani si resero conto di averla fatta grossa con quell’esecuzione che “doveva essere terribile e tremenda” per “servire da monito a tutti gli altri” (pag.121) e fu “preparat(a) minuziosamente” (pag.104) per far “morire in maniera atroce” dei carabinieri “a nome di tutti gli italiani”, ma al tempo stesso scrive pure che il fatto che fosse tanto violenta é indice che qualcosa era stato “fatto sfuggire di mano” (pag.187).

L’esecuzione volutamente atroce preparata minuziosamente risultò, dice, oltraggiosa per l’immagine del partigiano comunista sloveno e per il nascente comunismo di Tito (pag.187).  Per questo i partigiani di Socian subirono un sommario processo in cui alcuni vennero degradati e Socian “vedrà interrotto e per qualche tempo compromesso il proprio prestigio e il proprio potere” “ma dopo riuscì a riabilitarsi quasi del tutto” (pag.187).

Anche qui ripeto quanto sia strana l’ipotesi di Russo di un piano studiato a tavolino per essere un monito esemplare MA al tempo stesso che “sfuggì di mano”.

Dopodiché Russo elenca alcuni eventi ed azioni che riguardarono i partigiani del gruppo di Socian nelle settimane e mesi successivi, commentando che le azioni si intensificarono anche per far dimenticare gli eventi della Bala:

  • Due partigiani vennero uccisi nel bar “Golobar”
  • Russo scrive che seminarono “terrore e morte” nel territorio che va da Saga a Caporetto, dalla resina alla Raccolana, da Plezzo a Lepena, da Sonzia a Oltresonzia fino alla val Natisene, ma non specifica nemmeno un caso in cui dei civili furono uccisi o fatti terrorizzare.
  • Compirono diversi tentativi di sabotaggio alla linea telefonica che passa da Plezzo e collega Roma a Vienna e Berlino
  • Compirono un violento attacco al forte della chiusa provocando numerosi morti e feriti.
  • I nazisti, inseguendo i partigiani, grazie al tradimento di un “attivista” di Pluzna, uccisero Svonko assieme a due ragazze adolescenti che appartenevano al gruppo di Socian
  • Silvio Gianfrante riuscì a circondare quattro fortini in mano agli italiani, facendo oltre cento prigionieri che però liberò subito (pag.214 qui nessun commento da parte di Russo)
  • Socian attentò più volte alla miniera
  • Grazie alla collaborazione dell’operaio Krast, i partigiani di Socian raggiunsero il 15° livello sotterraneo della miniera, catturarono il guardiano Pietro Favaretto “costringendolo al silenzio” (non é chiaro se intenda dire che fu semplicemente minacciato o é un’eufemismo per intendere che fu ucciso) e dopo aver sistemato delle cariche si diedero alla fuga. Le esplosioni fecero scuotere l’intero abitato di Cave ed allagarono tutti i livelli inferiori della miniera, che restarono impraticabili per oltre un anno.
  • Socian, assieme ad altri 32 partigiani (ossia in 33, come gli anni di Cristo) tentarono un’operazione in Austria che però andò male (Russo commenta che “quei tedeschi erano più preparati di quelli operanti tra Plezzo e Cave” e che i partigiani dovettero fuggire precipitevolissimevolmente)

Nonostante il testo riporti costantemente che i partigiani terrorizzassero la popolazione con continue azioni violente contro la comunità, le uniche azioni che il testo documenta sono operazioni di sabotaggio e guerriglia

Infine Russo sostiene che Ursic fu “isolato, abbandonato e tradito dai suoi stessi uomini solo perché si era fatto sfuggire di mano l’azione della Bala” (pag.187). Pure in questo caso si tratta di un’affermazione che non ha né fonte né spiegazione al di fuori dei pensieri di Russo.

5.13 PRIMO DOPOGUERRA E DIMENTICATOIO

INSERTO STORICO Al termine del conflitto l’Italia si ritrovava divisa e distrutta, lo scenario internazionale era cambiato drasticamente dall’inizio della guerra e gli sforzi per rimettere in sesto le infrastrutture convivevano con tensioni politiche, economiche e sociali ancora altissime. Si iniziò a discutere seriamente del nuovo assetto istituzionale (monarchia o repubblica), i diversi gruppi partigiani continuavano ad esistere nei rispettivi partiti di riferimento. Il confine orientale si ritrovava in una situazione ambigua, contesa fra Italia e Jugoslavia in una lotta di confine che, per interessi strategici, si estendeva fino a Stati Uniti e Russia.

Nel settembre 1943, con la caduta del fascismo, nelle zone del confine orientale che venivano liberate si assistette al periodo delle “foibe istriane“: una serie di linciaggi ed esecuzioni anche molto violenti che si verificarono nell’arco di venti giorni a causa di un momentaneo vuoto di potere causato dall’Armistizio di Cassibile in cui la rabbia della popolazione locale nei confronti degli occupanti fascisti esplose in maniera tanto caotica da esser difficilmente contenuta dal controllo partigiano che riuscì a stento

“[…] a imporre parvenze di processi e disciplina a quella che fu più che altro l’esplosione della rabbia popolare covata in un ventennio di violenze, portate poi al parossismo con l’invasione della Jugoslavia. Questa situazione si tradusse in veri e propri linciaggi, condotti in taluni casi da criminali comuni infiltrati, alcuni dei quali furono poi identificati e condannati a morte dalla stessa giustizia partigiana” (fonte)

Gli episodi di vendetta anche nazionalistica portarono all’uccisione di 200-500 (max 700) tra fascisti e collaborazionisti jugoslavi, cui seguì uno strascico di condanne a morte di alcuni dei colpevoli da parte della giustizia partigiana ed una prima ondata di fughe verso l’Italia di fascisti che temevano di finire in mano degli jugoslavi. A questa prima ondata di fughe, che dopo aver raggiunto l’apice nel 1944 si protrasse fino al termine del conflitto, seguirono altre ondate questa volta composte perlopiù da civili: si trattò in alcuni casi di sfollamenti dovuti ai bombardamenti angloamericani, emigrazioni volontarie dovute dal non voler vivere in terre ora governate da comunisti o dall’aver perso il possesso di beni e terreni ricevuti dal governo fascista che dopo averle strappate alla popolazione slava li aveva ridistribuiti a famiglie italiane e che ora ritornavano in mani jugoslave. 

Al termine del conflitto, esattamente come avvenne in diverse parti d’Europa, seguì un periodo di rivalse anche omicide su coloro che in qualche maniera collaborarono coi regimi nazifascisti. Nuovamente la rabbia popolare si riversò in maniera disordinata colpendo il nazifascista “che la farebbe franca”, la spia vera o presunta, il funzionario che permise il mantenimento del regime,  l’amante di un soldato tedesco, l’insegnante ed il postino. In tutto ciò s’inserirono ovviamente anche questioni personali che non avevano a che fare direttamente con il conflitto.

 

Schermata 2016-07-22 alle 10.17.16

Giustizia sommaria, umiliazioni pubblichesoprusi, percosse, e stupri a danno di donne tedesche si verificheranno un po in tutte le zone colpite da occupazione.

article-2606992-1D28FD5F00000578-786_634x439

fr-colab01s

Nel primo dopoguerra verranno istituiti rifugi per gli esuli istriani in diverse città d’Italia ove però l’arrivo di questi profughi fu spesso motivo di tensione in quanto erano unanimemente considerati fascisti o filofascisti (si ricordano a proposito le proteste dei ferrovieri di Bologna e dei portuali di Venezia ed Ancona).

Ci si chiedeva, in quei mesi, come comportarsi con ex fascisti, collaborazionisti e rappresentanti del fascismo che magari non s’erano macchiati direttamente di crimini, ma col cui agire o non-agire avevano permesso il mantenimento del regime. I fascisti, nel frattempo, cercavano di reintegrarsi nella società, sottacendo o rinnegando il proprio passato in cerca di una sorta di nuova verginità, celando, sminuendo e mascherando le proprie responsabilità.

E’ in questo clima che la vicenda di malga Bala viene fatta cadere nel dimenticatoio. Russo lamenta di come le informazioni del periodo sui fatti di malga Bala siano grossolane ed imprecise. Un caso su tutti é un testo presentato a pag.235 datato 5 ottobre 1945 dal vicebrigadiere di Cave Adolfo Ballerino in cui la strage ed incendio di Bretto dell’ottobre 1943 vengono segnalati come avvenuti  “In un giorno imprecisato del mese di marzo 1944 e precisamente qualche giorno prima da quello in cui avvenne l’uccisione dei carabinieri”, che i (tre-quattro) tedeschi la cui uccisione scatenò la rappresaglia nazista erano “un numero imprecisato”, il commissario Hempel viene trascritto “Empel”, l’incendio del paese e strage di civili sono ridotti ad un sibillino “rastrellamento con la conseguenza della distruzione immediata della frazione” e che:

“Risulta che pochi giorni dopo della costituzione del Distaccamento, a causa delle rappresaglie compiute da parte dei tedeschi alle famiglie di Bretto, un gruppo di partigiani slavi si presentava al Distaccamento dei Carabinieri col proposito dì chiedere informazioni circa gli atti di rappresaglia compiuti ai danni della popolazione di Bretto Superiore. A tale dichiarazione, i carabinieri, i quali come sempre e dovunque collaborarono con i partigiani, permettevano l’accesso al Distaccamento senza pensare che potevano essere prelevati, condotti altrove per le torture che subirono”

Non risulta che i carabinieri del Distaccamento sopra accennato abbian preso parte a fatti d’armi o che abbiano partecipato a rastrellamenti

E’ da escludere che i carabinieri del Distaccamento di Bretto vennero trucidati dai tedeschi, […]”

(pag.235 – grassetti miei)

Russo commenta amaramente che questi testi siano segno di disinteresse e scarso approfondimento

“E’ difficile per noi oggi decifrare questo linguaggio e cercare di capire le ragioni di tali affermazioni. Possiamo solo tentare di capire il più possibile, ricordandoci che in quel periodo sia a Cave che a Tarvisio si viveva con la paura che alcuni partigiani slavi comunisti potessero varcare il Passo del Predil e minacciare da vicino la popolazione e le autorità competenti. Diversamente non si spiegano certe affermazioni” (pag.232)

Russo spiega il tutto con il terrore dei partigiani. Eppure é assolutamente lampante ciò che il testo rivela di sé: il suo succo é noi carabinieri siamo buoni, collaboravamo addirittura con i partigiani; i tedeschi hanno fatto solo dei rastrellamenti (la distruzione del paese era un fatto troppo evidente per non esser citato seppur tanto lievemente ndr) ma noi non abbiamo mai collaborato con loro né abbiamo mai sparato un colpo contro nessuno. Ah! i tedeschi non sono neanche responsabili di quel brutto fatto dei dodici uccisi”. L’uso di date generiche o sbagliate potrebbe al tempo stesso essere un errore o una scelta volontaria per complicare il lavoro di chi volesse fare qualche ricerca dettagliata. E se ci fosse qualche dubbio basta far notare che il testo venne redatto ad ottobre del 1945, quando lo status degli ex repubblichini era ancora da definirsi e questi (tra cui i carabinieri) tentavano di ripulire le proprie posizioni.

INSERTO STORICO Sarà solo nel giugno del 1946, con l’amnistia Togliatti che repubblichini e collaboratori potranno sentirsi certi dell’impunità, ma questo nell’ottobre del 1945, all’epoca della redazione dei documenti riportati da Russo, non si poteva ancora sapere. Solo diversi decenni dopo, con la scoperta dell’armadio della vergogna, si avrà la prova certa di ciò che avvenne in maniera sistematica in quei mesi ed anni, ossia l’occultamento volontario da parte di funzionari italiani della documentazione relativa a crimini di guerra atroci permettendo così a centinaia di criminali ed assassini di restare in circolazione impuniti. E se ciò fu possibile per stragi e crimini di guerra e non v’è da stupirsi che lo stesso occultamento avvenne anche su casi meno noti o minori. Ciò che accadde in quegli anni fu un gioco di temporeggiamenti, tensioni, carte bollate, equilibrismi e muri di gomma: l’Italia non si mosse per fare chiarezza sui crimini dei nazifascisti per evitare che al tempo stesso Jugoslavia, Libi, Etiopia ecc. chiedessero a loro volta conto all’Italia dei crimini fascisti ed in questo fu, se non aiutata, perlomeno non ostacolata a livello internazionale dai paesi interessati più al fatto che l’Italia si riprendesse in fretta per contrastare il blocco sovietico, che non alla risoluzione dei crimini che aveva effettuato. In effetti tali richieste arrivarono dalla Jugoslavia quasi immediatamente e la risposta italiana fu quella di temporeggiare, così come con le richieste della Grecia, così come vennero fatte lentamente affossare le richieste etiopi mentre quelle Libiche si risolveranno formalmente solo nel 2008

Un altro documento, presentato a pag.239 e datato 6 ottobre 1945, segue grosso modo le stesse linee: dice che la zona fosse continuamente assediata dai partigiani, sposta la strage di Bretto da ottobre 1943 a febbraio 1944, parla dell’incendio ma dice solo che vennero arrestate alcune persone, che il colonnello Hemel, per disperazione, istituì il distaccamento della centrale, ma che la mera presenza di questo nucleo fisso di carabinieri “determinava nei patrioti jugoslavi un accresciuto sentimento d’odio verso i nostri militari e la falsa convinzione che i medesimi erano stati colà dislocati per ostacolare l’attività partigianaCon tale premessa riesce ben comprensibile il bestiale proposito e la carneficina che i partigiani slavi compirono sui dodici carabinieri. Otto giorni dopo il massacro, con un secondo rastrellamento nazifascista, le dodici salme potevano venir rintracciate e recuperate. L’opinione pubblica in merito è unanime nel riconoscere che l’eccidio fu commesso dai partigiani jugoslavi” (pag.240). Dopodiché continua parlando di “LIKER” e di JANKO” parlandone come se si trattasse di due persone diverse.

Se nel primo testo quel’ “Empel” potrebbe suggerire una redazione sotto dettatura ad un dattilografo italiano non germanofono, qui la separazione di Socian in due persone distinte, potrebbe indicare che il testo venne redatto da persone nient’affatto immerse nella realtà locale (non é da escludere anche in questi casi la possibilità che si tratti di errori voluti). Anche qui si sminuisce la brutalità tedesca (evitando perlomeno il ridicolo tentativo di camuffamento dell’incendio visto nella lettera precedente) ma c’é una fortissima componente di odio antislavo. Se nel testo precedente gli slavi erano accusati dei fatti di malga Bala per esclusione (non motivata) dei tedeschi, qui li si accusa esplicitamente ma appoggiandosi al fatto che ciò sia opinione pubblica condivisa. Nonostante il linguaggio più diretto ed una  maggiore componente antislava, anche questo testo si premura di far passare i militi della GNR come neutri spettatori di fatti qui descritti.

L’autore rimarca che nel dopoguerra i fatti di malga Bala furono presto dimenticati e che anche tra i militi dell’arma quell’evento rimase nella memoria solamente come una macchia di cui vergognarsi in quanto la convinzione diffusa era che Perpignano si fece fregare (pag.237). Col passare degli anni, poi, le nuove generazioni ne avrebbero saputo sempre meno.

In realtà, leggendo il testo di Russo vedo emergere una motivazione di questo silenzio radicalmente diversa. Come Russo stesso afferma a pag.185 e pag.219 la popolazione era convinta che il massacro fosse stato opera dei tedeschi e che fosse avvenuto con picconi e spranghe ma al tempo stesso la distruzione della centrale elettrica (che ai tedeschi non poteva far certo piacere) dimostrava chiaramente l’intervento partigiano. I militi italiani, invece, erano stati sì coinvolti nel recupero delle salme, ma sempre sotto controllo nazista (vedi sottocapitolo 5.01). La mia impressione dunque é che fin dai primi momenti fu chiaro a tutti che la vicenda dei cadaveri martoriati venne trattata in modo “sporco” dai nazisti ma sia i filofascisti che gli stessi militi repubblichini furono costretti a far buon viso a cattivo gioco. Per questo ritengo che se vi fu questo silenzio sulla vicenda non si trattò di silenzio omertoso dovuto a paura, né silenzio per “vergogna” del comportamento di Perpignano, bensì silenzio riguardo a qualcosa di cui proprio chi non parlava aveva di che vergognarsi, ossia l’aver apertamente sostenuto una versione dei fatti che sapevano falsa.

Se posso permettere un paragone azzardato direi che siamo di fronte a quello stesso meccanismo per cui le centinaia di migliaia di persone che all’epoca dei fatti difesero a spada tratta un certo presidente del consiglio che abusò del proprio potere per proteggere una prostituta minorenne con la quale aveva avuto dei rapporti durante dei festini orgiastici, a distanza di anni parlano di quei fatti a bassissima voce, mormorando fra i denti varie versioni del “Si, in effetti ha sbagliato MA…” cui seguono altrettanto fantasiose varianti del “quando c’era LUI” (LUI, non LVI, che non son proprio la stessa cosa anche se vengon entrambi da quello stesso polverone lì)


 6.00 POTREBBE ANCHE ESSERE ANDATA COSI’

IMHO

A differenza di quanto fa il libro “Planina Bala” ritengo che quanto ora affermerò si tratta di una MIA PERSONALISSIMA IPOTESI NON AVVALORATA DA ALCUNA PROVA OGGETTIVA E SENZA ALCUNA PRETESA DI STORICITÀ’ e che si, qualcuno potrebbe ritenere anche falsata dalle mie impostazioni di fondo che tuttavia non nascondo avendole esplicitate negli inserti storici di questo post.

Basandomi proprio sulle informazioni provenienti da “Planina Bala” (una volta ripulite, ovviamente) ritengo che uno scenario più plausibile sia il seguente:

SABOTAGGIO) I partigiani compiono il sabotaggio alla centrale, forse con la collaborazione di alcuni operai. Sono presenti Ursic, Socian e Srecko. Dopodiché riescono ad introdursi nella casermetta e sequestrano i dodici militi della GNF giunti da pochissimo nel territorio (tutta la menata sulla parola d’ordine é ridicola e trascurabile, nonostante Russo ci insista perché il suo intento é “riabilitare” Perpignano portandolo allo stato di sacra vittima).

MOTIVAZIONE) Il motivo del rapimento é lo stesso di tutti i rapimenti partigiani: scambio di prigionieri (magari compagni di Ursic rinchiusi chissà dove, il che potrebbe fornire un motivo per giustificarne meglio la presenza) e/o offerta della possibilità di passare dalla parte della resistenza. I dodici militi difatti erano arrivati da pochissimo e non stupisce possano aver dato l’idea di essere potenziali avversari del fascismo.

FUGA) Fuggono attraverso il percorso effettivamente indicato e giungono in Bausiza e probabilmente facendo effettivamente trasportare ai sequestrati parte delle scorte della casermetta (ma non una quantità eccessiva: dovevano fuggire di notte ed in fretta su un sentiero molto impervio). Alcuni abitanti della zona vedono la carovana passare ed interagiscono con loro.

NOTTE ?) Da qui in poi il racconto che fornisce Russo é assai inquinato e gli elementi certi che fornisce sono troppo pochi e incerti per farsi un’idea esatta di cosa accade, ma considerando che la storiella della soda caustica é certamente una fregnaccia (che dodici persone assumano contemporaneamente e non forzatamente un piatto di -boh, zuppa?- condito di varechina e soda caustica senza accorgersene dall’odore appare alquanto improbabile), che la dichiarazione di Mafalda riguardo al fatto che fecero da mangiare sia per i partigiani che per i sequestrati non ha nessun indice temporale, che la presenza di Ursic non era certo indispensabile e che (come vedremo) considerare come data delle uccisioni il 25 marzo anziché il 24 é probabilmente una forzatura  forse di vero c’é che prima di salire in Bala fecero una sosta a mangiare nascosti nei fienili di Gajger in Logje.

UCCISIONI) Notte da Gajger o meno ci ritroviamo infine a malga Bala dove si possono immaginare quattro scenari:

a1) Scenario ostaggi. Se il sequestro fu inteso per uno scambio di prigionieri si può supporre qualcosa andò storto (p.es: quando Ursic giunge potrebbe aver comunicato che i compagni da liberare erano già stati uccisi) e si decise di fucilare i prigionieri in quanto non più utili come ostaggi ed indisposti a passare da parte dei partigiani.

a2) Scenario scelta. I dodici militi posti dinnanzi alla scelta dello schieramento scelgono l’RSI ed i partigiani li fucilano.

b1) Scenario scontro a fuoco 1: i tedeschi sono alle calcagna dei partigiani e questi decidono di fucilare i militi sequestrati

b2) Scenario scontro a fuoco 2: i tedeschi raggiungono i partigiani ed i dodici militi sequestrati si trovano fra il fuoco incrociato di partigiani e tedeschi (Versione Crnugelj)

Purtroppo Russo non riporta alcunché delle motivazioni espresse dai partigiani che non siano quella da lui proposta, ma a pag.196 v’é questo botta-e-risposta tra Russo e Hrovat che, pur prendendolo con estrema cautela (s’é ben visto quanto siano tagliuzzate le interviste di Russo), se confermata potrebbe far pendere verso gli scenari “a1” e “a2” (che a mio parere sembrano le più plausibili)

Chi ha ammazzato i carabinieri?
“Noi!”
In “quel” modo?
“No, noi li abbiamo sparati!”

In ogni caso, una volta morti i dodici,  i partigiani se ne vanno da malga Bala.

GAJGER E FLAJS) Gajger, rimasto sempre a Logje, saputo che i sequestrati erano stati uccisi il 24 marzo, il giorno dopo va a malga Bala per recuperare i beni e le divise dei militi uccisi (di iniziativa propria o su richiesta dei partigiani). Nel caso delle versioni scontro a fuoco ciò potrebbe aver avuto come scopo anche il dare una minima sistemazione ai corpi. Si fa aiutare da Bepi Flajs cui chiede di salire con lui per aiutarlo. Giunti in malga Gajger vede numerosi bossoli a terra (pag.186) [interessante notare come Russo ne parli, dicendo che –Solo Lojs Gajger ci ha dichiarato di aver trovato davanti la porta della malga “un mucchio enorme di bossoli”, segno evidente che i carabinieri erano stati sparati-. Se Gajger fosse stato sul posto durante le uccisioni avrebbe semplicemente visto i bossoli, ma quel trovato fa intendere che si trattò di una scoperta, il che pone la presenza in malga di Gajger solamente dopo i fatti e non durante]

RICERCHE) Nei giorni seguenti si effettuano ricerche ed i tedeschi trovano i corpi il 30 o 31 marzo (nel caso degli scenari scontro a fuoco 1 e 2 se ne dovrebbe dedurre che i militi della GNR passarono diversi giorni assieme ai partigiani oppure che  lo scontro avvenne il 24 marzo e la “scoperta” avvenne al 30 o 31 marzo perché vi fu maltempo anche in quei giorni e/o che i nazisti temporeggiarono per decidere che fare con i corpi. Entrambi i casi mi sembrano tuttavia meno probabili dell’escuzione -ammessa da Hrovat- dei dodici seguita a giorni di ricerche infruttuose)

RECUPERO) Sta di fatto che i corpi vengono ritrovati dai nazisti i quali decidono di sfruttarli a loro favore per fare propaganda antipartigiana, in quanto la popolazione già subì un duro colpo ad ottobre e che dopo tale “bastonata” ora conveniva usare un mix di “paura e carote” per non tirar troppo la corda. Pertanto i nazisti decidono di infierire sui corpi per renderli degli atti d’accusa contro la resistenza. Dopodiché trascinano i corpi fuori dalla malga nel modo in cui sapevano farlo: ossia con modi non dissimili da quelli usati dagli alpini sul Golobar. Col filo spinato. Fatto ciò avvertono le milizie italiane che si occupano materialmente al recupero ma sempre sotto l’occhio vigile dei nazisti.

PAESE) In paese tutti capiscono cosa sia successo davvero (La versione più divulgata e accreditata” era proprio quella che accusava i tedeschi), anche coloro che stanno dalla parte del nazifascismo e della Germania che dunque si trovano a dover difendere e propugnare una versione dei fatti che sanno ben essere falsa.

DOPOGUERRA) Dopo la caduta del nazifascismo i militi delle forze dell’ordine tentano di confondere le carte per allontanare da sé ogni responsabilità di quei fatti. A livello documentale dunque si crea una gran confusione. L’evento però vien presto lasciato dimenticare. Resta dunque un ricordo vago di una vicenda “sporca” che gli ex-fascisti non rivangano perché consci di aver partecipato ad una menzogna scomoda (cui in pochi credettero) e gli ex-partigiani non rivangano perché il fango della propaganda é ancora rimasto attaccato a quei fatti.

RICORDO) Solo diversi decenni dopo, una volta caduto il muro di Berlino, quando la memoria dei fatti si era ridotta al lumicino le mutate condizioni politiche hanno permesso lo sdoganamento degli (ex? neo) fascisti e l’inizio di quel periodo di revisionismo storico iniziato appunto negli anni ’90 ed in cui siamo, purtroppo,  ancora immersi e che ha incluso la storia di malga Bala.

E’ impressionante osservare come la versione dei fatti appena proposta (che nonostante i buchi appare decisamente più plausibile e coerente di quella proposta da Russo)  possa nascere proprio usando informazioni tratte da “Planina Bala” e questo non certo a causa di completezza del testo (anzi), ma poiché la debolezza delle tesi che il libro afferma obbligano l’autore a cercare di farle sembrar plausibili e lineari consolidandole anche sia con conferme d’opinione che con brandelli di informazioni valide, le quali tuttavia contraddicono proprio ciò che l’autore vorrebbe sorreggessero! Un po come cercare di far sembrare solido un edificio di gelatina aggiungendovi con delicatezza dei vistosi blocchi di metallo in alcuni punti strategici, ma basta un leggero tremore perché questi blocchi inizino a far sentire il proprio peso e distruggere l’edificio dall’interno. 

 

 


7.00 LE (S)TORTURE

maxresdefault

E finalmente arriviamo al clou della vicenda secondo l’interpretazione di Russo. Dunque, cercando di salvare il salvabile si potrebbe a questo punto tentare lo sforzo di mettere una pietra sopra sopra a tutto quanto visto finora nell’idea che si tratti di eccessi, contraddizioni e personalismi di Russo, perdonabili in quanto il nocciolo della vicenda é comunque adamantino. L’impresa é ardua ma tentiamola comunque e concentriamoci quindi sul nocciolo dei noccioli della versione strage, ossia cosa sia avvenuto tra il 23 marzo 1944 ed il 25 marzo 1944 dopo il sabotaggio alla centrale, secondo la versione di Russo. Il racconto di tali eventi, nel libro, va da pag.101 a pag 148. Come per il resto del libro, anche qui la narrazione é inframmezzata da commenti, opinioni personali, aneddoti sulle interviste, frasi estratte dalle interviste, alcune foto della malga attuale ecc. Anche qui non é sempre facile capire chi siano le fonti delle singole informazioni né se una determinata informazione provenga appunto da una fonte o se sia frutto della fantasia descrittiva dell’autore (e le descrizioni degli uccellini saltellanti a pag.131 e la descrizione dei sentimenti del “carabiniere” Franzan a pag.141 sono lì a dimostrare che l’intervento personale nella narrazione é certamente presente).

7.01 I TESTIMONI DELL’UCCISIONE

PARTIGIANI PRESENTI ALLE UCCISIONI

Silvo Gianfrate (Srecko)

PARTIGIANI NON PRESENTI ALLA STRAGE

Lojs Hrovat

La posizione dei partigiani é chiara: confermano le uccisioni per fucilazione ma non le torture e manifestano la convinzione che i cadaveri siano stati sfigurati successivamente per fare propaganda antipartigiana.

 

TESTIMONI CON NOME DELLA PRESENZA DEI PARTIGIANI IN BAUSIZA
– Myza Komac

– Qualcuno di quel territorio della Slovenia

Myza Komac testimonia la presenza dei partigiani e dei dodici sequestrati in Bausiza (pag.17,110). 

TESTIMONI ANONIMI DELLE UCCISIONI

L’anonimo figlio di un pastore, amico di Toni Rinaldi (pag.18) che racconta a Russo “quanto suo padre gli aveva ripetuto all’inveroverosimile” tra le lacrime, ma nel testo non vien riportato solo lo sfogo di pianto ma non si fa accenno ad un solo fatto testimoniato: si parla solo di “scene di follia” (pag.145,264)

“Qualcuno di quel territorio della Slovenia” che ricorda delle “urla agghiaccianti” ma non é dato a sapere dove né quando né chi fosse né dove si trovasse esattamente né perché (pag.127). Potrebbe benissimo essere il figlio del pastore di cui sopra

Questo/i testimone/i anonimo/i in realtà, come vedremo, testimonia/no ben poco. I testimoni anonimi vanno sempre presi in considerazione con estrema cautela in quanto, proprio a causa del non rivelare chi sono, non offrono alcuna garanzia d’affidabilità all’infuori del grado di precisione e coerenza delle loro dichiarazioni che necessiteranno dunque di riscontri maggiori di quelli richiesti ai testimoni identificabili per poter essere credute. In questo caso però siamo di fronte a testimonianze indirette di (un) anonimo/i che si limita(no) a confermare informazioni prive di riscontro fornite (forse) da altri. Un esempio di questa inutilità delle testimonianze anonime lo si può notare a pag.18 in cui l’amico di Rinaldi, parlando del padre dell’amico anonimo racconta che: “[…] aveva seguito quasi passo dopo passo la terribile via crucis dei carabinieri, ben nascosto dietro gli alberi, fin a quando Bepi Flajs di Trenta aveva tentato di coprire i corpi dei carabinieri massacrati con la neve!” in quanto, oltre ad essere testimonianza indiretta ed anonima, sostanzialmente non dice nulla sulle uccisioni, lasciando solo INTUIRE di essere di fronte ad una testimonianza completa di tutti gli eventi che tuttavia non spende nemmeno una sillaba riguardo le uccisioni stesse. (Interessante però osservare come a queste poche righe che ben poco dicono segua un commento entusiastico di Russo a ‘mo di “Eureka!”, cosa che si ripete più volte qualora l’autore narra dell’ottenimento di informazioni corroboranti la sua tesi)

“TESTIMONI” CON NOME DELLE UCCISIONI

Lojs Kravanja (Gajger), mediata attraverso la moglie Mafalda

Bepi Flajs

Lo ripeto per chiarezza: la versione strage si fonda su un lavoro di Antonio Russo che presenta notevoli scorrettezze di forma e metodo ed é basato essenzialmente sulle sole dichiarazioni dei due amici Gajger e Flajs.

 

7.02 MA COSA DIAV………. (PARARSI IL CULO)

Ma prima di apprestarci ad osservare le dichiarazioni di Gajger e Bepi Flajs non si può non riportare queste dichiarazioni che Russo fa a pag.263, praticamente a fine libro:

“E ricordiamoci che nessuno di noi può sapere realmente se alla fin fine essi siano stati totalmente passivi nelle mani dei partigiani per tutte quelle ore di attesa e di duri trasferimenti. Chi ci dice che essi non abbiano tentato la fuga o la ribellione? Chi ci dice che essi non abbiano tentato la rivolta o la difesa o una controffensiva? Chi ci dice che essi non abbiano tenuto testa ai loro carnefici e che non abbiano affrontato la morte gridando il loro profondo affetto per l’Italia, la Bandiera e la divisa del Carabiniere? Chi ci dice che essi non siano morti dimostrando grande fierezza del proprio essere e sentirsi figli dell’Italia che certamente amavano?”

EEEEEEEEHHHHHH????? Ma come? Ma ci sono dei testimoni che forniscono un quadro preciso degli avvenimenti O NO? In tutto il testo viene proposta la versione strage come se si trattasse di una certezza appurata con affermazioni come quella a pag.237 “[…] noi oggi possiamo affermare senza ombra di smentita né di errore che […]” ed a fine libro ci vien rivelato che non possiamo sapere i fatti centrali della vicenda! Se c’erano testimoni che hanno assistito alla mattanza, questi dovrebbero poter rispondere a tali quesiti! O NO? Il fatto stesso che Russo ponga ora queste domande significa che lo stesso autore del libro, nonostante la sicumera con cui ha esposto la sua versione dei fatti, qui si cautela dimostrando la non attendibilità delle sue stesse fonti, lasciando intendere che quanto ha scritto anche riguardo dettagli fondamentali non é basato su informazioni certe.

 

7.03 CRONOLOGIA EVENTI SECONDO RUSSO

Proviamo ad elencare una ad una le singole informazioni riguardanti gli eventi del 24 e 25 marzo 1944 tentando di capire quale possa essere la fonte da cui Russo le ha attinte, dato che nel testo le fonti vengono semplicemente “lasciate intendere”

24 marzo

A mezzogiorno la comitiva trova riparo in un fienile abbandonato  sotto alcuni speroni rocciosi dell’Izgora, sul versante della Bausiza (pag.110) [FONTE: SCONOSCIUTA]

Durante la sosta, che fu breve, tutti, inclusi i prigionieri, bevvero acqua tiepida zuccherata (pag.110) [FONTE: SCONOSCIUTA]

Riprendono il cammino. Alcuni partigiani in avanscoperta ed altri in fondo alla comitiva (pag.110)  [FONTE: SCONOSCIUTA]

Un pastore che sta facendo pascolare le pecore vede la comitiva e dice ai partigiani “Ragazzi ricordatevi che sono sempre nostri amici” ma i partigiani non lo ascoltarono. Erano 18 partigiani e 12 sequestrati (pag.110)  [FONTE: SCONOSCIUTA / PASTORE: NON IDENTIFICATO FORSE IL PASTORE ANONIMO PADRE DELL’AMICO DI RINALDI?]

NB: Bepi Flajs certamente non é presente agli eventi successivi e quindi può aver solo saputo quanto riferito da Gajger e sua moglie Mafalda che sono, dunque, gli unici due testimoni possibili delle prossime dichiarazioni. 

La comitiva giunge a casa di Gajger (pag.113) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Probabilmente in questo momento i partigiani donano o danno in deposito alla famiglia Gajger i beni presi dalla caserma (pag.119) [FONTE: SCONOSCIUTA]

I sequestrati vengono chiusi nel fienile e gli vien portata ancora acqua zuccherata (pag.113) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

I partigiani chiamano più volte Perpignano “traditore fascista” (pag.113)  [FONTE: SCONOSCIUTA]

Nel primo pomeriggio giunge ai “diretti guardiani dei prigionieri” l’ordine di riprendere la marcia verso l’altopiano di Logje (pag.113)  [FONTE: SCONOSCIUTA]

Alcuni partigiani restano a casa di Gajger per attendere Ursic (pag.113) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Mezz’ora dopo la comitiva é a Logje (pag.114)  [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

I sequestrati vengono rinchiusi in una delle stalle di Gajger (pag.114)  [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Poco dopo i sequestrati vengono spostati in una stalla ove era più difficile scappare. Alcuni partigiani, armati, fanno la guardia (pag.114)  [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Alcuni partigiani si riuniscono “in uno stavolo” di Gajger davanti a un caminetto acceso (pag.119), mentre altri stanno più a valle in avanscoperta [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Arriva Ursic assieme a due suoi compagni ed ai partigiani che erano rimasti a casa di Gajger ad aspettarlo (pag.119) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

I familiari di Gajger (sua madre, la sorella Maria e la moglie Mafalda) preparano da mangiare per tutti (pag.119) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Dopo aver mangiato i partigiani discutono sulla sorte dei prigionieri (pag.119) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

I capi partigiani (Ursic, Srecko, Socian e Hrovat) vogliono uccidere i sequestrati e alla fine hanno la meglio sugli altri partigiani, anonimi e contrari (pag.119) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Confermata la decisione i partigiani si stringono le mani e brindano [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Le donne di casa Gajger apparecchiano la cena e mettono sul pentolone la cena per gli altri partigiani e per i sequestrati. [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

“Nei recipienti destinati ai prigionieri, nella ilarità generale, alla fine furono gettati diversi pugni di sale nero, tipo solfato di magnesio meglio conosciuto come sale inglese, di quello che si dà agli animali quale purgante. Prima di chiudere i recipienti, qualcuno vi versò dentro anche il contenuto di una bottiglia di soda caustica e di varechina, con atteggiamento trionfale di grande vittoria e di enorme soddisfazione, nella compiacenza euforica generale!” (pag.122) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

Alcuni partigiani s’incaricarono di portare il cibo ai sequestrati, altri partigiani andarono a dormire e diversi di loro ridiscesero la via della Bausiza assieme a Mafalda, Maria e alla mamma di Gajger. (pag.122) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]

I partigiani che s’erano incaricati di dar da mangiare ai sequestrati gli servono il cibo avvelenato e poi si allontanano dalla stalla ridendo (pag.122)  [FONTE: SCONOSCIUTA]

I sequestrati si contorcono dal dolore ed urlano. Qualcuno del posto li sente. (pag.127)   [FONTE: SCONOSCIUTA, FORSE FIGLIO DEL PASTORE O BEPI FLAJS]

25 marzo

Dalla Bausiza tornano a Logje i partigiani che avevano dormito nei fienili di Gajger (pag.128)  [FONTE: FORSE GAJGER]

La comitiva s’incammina verso malga Bala (pag. 128)  [FONTE: FORSE GAJGER O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO]

La comitiva, dopo due ore di cammino arriva a malga Bala (pag.131)  [FONTE: FORSE GAJGER O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO]

NB: da quanto sostiene Russo, dietro alla comitiva di partigiani e sequestrati ci sono Bepi Flajs, l’anonimo pastore padre dell’amico di Toni Rinaldi ed “altri pastori” che, stando nascosti dietro agli alberi a decine di metri di distanza non possono vedere ciò che accade dentro alla malga. Pertanto l’unico testimone degli eventi interni alla malga può essere solo Gajger.

Appena giunti i sequestrati vengono costretti ad entrare dentro alla malga nella sua stanzetta piccola a destra (pag.139)  [FONTE: GAJGER?]

Nella stanzetta i sequestrati si buttano a terra col fiatone (pag.141) [FONTE: GAJGER?]

Alcuni partigiani dentro la malga bevono un goccio di grappa (pag.141) [FONTE: GAJGER?]

Alcuni partigiani, dopo aver bevuto la grappa, escono a fare da guardia all’esterno (pag.141) [FONTE: GAJGER?]

Qualcuno prepara un uncino (pag.144) [FONTE: GAJGER?] 

Dopo un breve conciliabolo Ursic da il “via” con un cenno del capo (pag.143) [FONTE: GAJGER?]

La porta della stanzetta viene aperta rumorosamente. Perpignano viene brutalmente afferrato e trascinato nella stanzetta principale, la cucina, dove viene spogliato lasciandogli solo maglia e mutandoni. (pag.144) [FONTE: GAJGER?]

I beni preziosi di Perpignano, come orologio ed anelli, vengono dati a Gajger (pag.144) [FONTE: SCONOSCIUTA]

Perpignano viene costretto a terra e gli viene conficcato un uncinata tallone e piede (pag.144)  [FONTE: GAJGER?] 

Perpignano viene issato a testa in giù su una trave per mezzo dell’uncino (pag.144) [FONTE: GAJGER?] 

Perpignano grida di dolore. I partigiani lo scherniscono e gli danno calci in testa (pag.144) [FONTE: GAJGER?] 

Gli altri undici sequestrati vengono tirati fuori dalla stanzetta (uno alla volta?).  (pag.144) [FONTE: GAJGER?] 

Uno alla volta vengono spogliati e derubati (pag.144) [FONTE: GAJGER?] 

Durante quest’operazione Primo Amenci riesce a tenere con sé la foto dei suoi cinque bambini (pag.144) [FONTE: GAJGER?] 

Gli undici vengono incaprettati  con le braccia dietro la schiena usando filo spinato che viene agganciato ai genitali (pag.145) [FONTE: GAJGER?] 

I partigiani prendono i picconi dalle pareti ed uccidono a picconate gli undici sequestrati  (pag.145) [FONTE: GAJGER?] 

A qualcuno dei sequestrati vengono asportati i genitali ed infilati in bocca (pag.145) [FONTE: GAJGER?] 

A qualcuno dei sequestrati viene “frantumato il cuore” a picconate (pag.145) [FONTE: GAJGER?] 

A qualcuno dei sequestrati vengono “centrati e sbriciolati gli occhi” (pag.145) [FONTE: GAJGER?]

Un carabiniere riesce a buttarsi a terra implorando con la foto della madre in mano ma la foto gli viene strappata di mano e conficcata in bocca (pag.145) [FONTE: GAJGER?]

Primo ammencii mostra ai partigiani la foto dei suoi cinque figli ma una picconata volante gliela conficca proprio nel cuore  (pag.145) [FONTE: GAJGER?] 

Delle formiche affamate, attratte dal sangue, si arrampicano tra i capelli di Perpignano ed iniziano a mordere  (pag.146) [FONTE: GAJGER?] 

A Perpignano vengono dati in continuazione calci in faccia, sulla nuca, sulla fronte  (pag.146) [FONTE: GAJGER?] 

Uno dei sequestrati riesce a sfuggire ed uscire dietro alla malga ma viene fermato da un colpo di revolver alla spalla  (pag.146) [FONTE: FORSE GAJGER, O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO] 

Man mano che i sequestrati morivano i partigiani li trascinavano i corpi all’aperto per circa 30 metri fino al grande sasso accatastandoli uno accanto all’altro (pag.146) [FONTE: FORSE GAJGER, O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO] 

A mezzogiorno era tutto finito (pag.147) [BEPI FLAJS]

I partigiani si ripuliscono alla meglio con la neve con la neve e scendono verso la Bausiza  (pag.147) [FONTE: FORSE GAJGER, O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO] 

Gajger deve ricoprire i corpi  (pag.147) [FONTE:GAJGER?] 

Gajger va a cercare Bepi Flajs (che nel frattempo, SEMBREREBBE, fosse tornato a casa sua a Logje) e lo convince a “[…]  tornare su in malga per coprire i morti. Ma era neve ghiacciata e quindi non abbiamo potuto far nulla”. (pag.147) [FONTE:BEPI FLAJS] 

Nevica forte e la neve é gelata. Bepi Flajs e Gajger ricoprono i corpi alla meglio con delle foglie (pag.147) [FONTE: FORSE GAJGER, O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO] 

  1. Le dichiarazioni in cui si deve SUPPORRE la fonte la fanno da padrone
  2. Gajger é costantemente con i partigiani da quando arrivano in Bausiza fino a quando se ne vanno e, poiché Russo non ottiene un’ammissione dagli stessi ed i pastori che avrebbero seguito la carovana rimasero all’esterno della malga senza poter osservare cosa succedeva all’interno, ne deriva che SOLO GAJGER può essere il testimone di ciò che sia successo nella malga, mentre la moglie Mafalda può sapere cosa accadde la sera prima e Bepi Flajs solo ciò che accadde dopo.
  3. Come vedremo, chi POTREBBE aver fatto tali dichiarazioni in realtà non le fa ed al contrario alcune cose pare vengano dette da chi, invece, NON poteva sapere.

 

7.04 IL SUPERTESTE MISTERIOSO

Anonymous-Mystery-Man

Dunque, il “superteste” di Russo sarebbe Lojs Kravanja detto Gajger: il “postino” dei partigiani che dopo aver contratto il virus partigiano ha passato il resto della sua vita “travolto dagli incubi” (pag.14). Chi é dunque il superaste, l’UNICA persona che avrebbe visto tutto e che avrebbe testimoniato a Russo?

Il testo lo descrive come un pastore di carattere duro e scontroso, chiuso e solitario nato nel 1920. Viveva in Bausiza con la moglie Mafalda di Uccea, con suo padre, la madre, una sorella di nome Maria (pag.112,113) in una casa isolata, oltre tutte le altre. Ha anche una sorella di nome Myza (pag.148). Possedeva diversi fienili e numerosi animali da cortile, oltre a pecore e capre che d’estate portava a malga Bala con il resto dei pastori della Bausiza.

Gajger viene definito “il postino dei partigiani” (pag.14), “un aiutante, un amico dei partigiani” (pag.193), “il grande amico dei partigiani della valle del Coritenza e dell’alto Isonzo, onnipresente e servizievole nei loro riguardi” (pag.144), “amico fidato” e “protettore silenzioso e devoto”. Uno che conosceva bene ogni parte del territorio (pag.193) e che in cambio dei suoi servigi riceveva doni da parte dei partigiani (pag.14,119). A pag.193 il partigiano Srecko, intervistato da Russo lo descrive così: “Gajger era un aiutante, un amico dei partigiani; era proprietario di diversi fienili in Bausiza e conosceva bene ogni parte del territorio”. Russo lo descrive come “il portaordini che collaborava senza chiedere, eseguiva senza domandarsi mai perché” (pag.112). Nel libro non c’é una sola foro né di Gajger né di sua moglie Mafalda.

I RAPPORTI DI GAJGER COI PARTIGIANI: Gajger fin dall’inizio della guerra offre ospitalità ai partigiani ai quali fa comodo averlo come punto di riferimento per nascondersi e rifornirsi (pag.112). In particolare il suo compito era quello di fare da contatto tra i diversi gruppi partigiani.Gajger si occupava di dare da mangiare ai partigiani nascosti nei suoi fienili ed avvertirli della presenza di pattuglie nazifasciste. Gajger ha un rapporto di fiducia ed amicizia con Socian e fa di tutto per “restare nelle sue grazie”.

Gajger però non sa nemmeno comprendere l’italiano e quindi l’intervista di Russo avviene per tramite della moglie di Gajger, Mafalda. Essendo anch’essa un teste (per quanto riguarderebbe la sera del 24 marzo) le dichiarazioni di entrambi vengono fatte materialmente da Mafalda.

Gli unici virgolettati di Gajger e Mafalda che il testo riporta sono quesi:

“Nessuno potrà mai dirvi più di noi; – ci aveva assicurato la moglie del Gajger, Mafalda – nessuno sa niente… Lassù i partigiani hanno ucciso i carabinieri per vendetta, nient’altro! Tutto qua… Nessuno sa niente. I partigiani erano in tanti, come si fa a conoscere e a ricordare i loro nomi?… Era una cosa normale, sa, di guerra! Vede, si era in guerra e tutti sanno cos’è una guerra!” (pag.15)

“Mio marito è nato nel 1920; quella volta, al tempo della guerra, si viveva in Bausiza. Lui era contadino, aveva le pecore e d’estate si andava tutti in Bala; durante la guerra, al tempo dei partigiani, era lui che portava la posta, i messaggi tra un gruppo di partigiani e l’altro. Lui faceva da mangiare per loro e portava da mangiare a loro quando questi erano nascosti nei vari suoi fienili per sfuggire ai rastrellamenti dei tedeschi e degli italiani. Anche dopo l’attacco ai tedeschi alle porte di Bretto di Sopra, i partigiani giunsero subito da noi e si nascosero a Logje, nei fienili di Lojs… Lojs faceva la spia per i partigiani, li precedeva e li avvertiva della presenza di eventuali pattuglie tedesche o italiane… Noi quella volta si aveva più paura degli italiani che dei tedeschi!” (pag.113)

“Noi abbiamo fatto da mangiare sia per i partigiani che per i carabinieri.” (pag.122)

“Siamo tutti figli di Dio cosa vuole. .. però gli italiani avevano ammazzato i nostri partigiani sul Golobar, trascinandoli per terra come tronchi d’albero…!” (pag.263)

Altre dichiarazioni che il testo attribuisce direttamente a Gajger o a Mafalda sono:

Solo Lojs Gajger ci ha dichiarato di aver trovato davanti la porta della malga “un mucchio enorme di bossoli”, segno evidente che i carabinieri erano stati sparati (pag.186)

Lo stesso Gajger ci ha dichiarato che facilmente a dare l’allarme era stato proprio qualche partigiano scappato dal gruppo, recatosi subito dai tede- schi a dare la notizia (pag.156)

La malga non aveva un proprietario vero e proprio; era di tipo sociale,  -ci spiegherà anche la signora Mafalda, moglie di Gajger- a disposizione cioè dei pastori della zona che lì d’estate si ritrovavano e ne facevano un punto di riferimento e di produzione casearia. (pag.112)

E… BASTA. TUTTO QUI. QUESTE SONO TUTTE LE INFORMAZIONI CHE PROVENGONO CON CERTEZZA DAL “SUPERTESTE” LOJS KRAVANJA DETTO GAJGER E DA SUA MOGLIE MAFALDA!

Ma come? L’unico testimone che sarebbe stato dentro alla malga ad assistere a quegli orrori non ha nemmeno una sola mezza frase su tali avvenimenti? Niente di niente? Russo avrebbe per le mani un testimone diretto degli avvenimenti disposto a “confessare” e non é in grado di fornire una sua sola frase, non dico di colpevolezza, ma almeno di testimonianza? Nemmeno UNA (One, ein, ena, një, bar, eden, un, um, UNA???????). Un banale “Ero lì mentre facevano questo e quello”? 

Il gancio nel tallone di Perpignano, le picconate, il pasto alla soda caustica, le foto piantate nel cuore, le formiche attratte dal sangue, il fatto stesso che Perpignano fosse appeso a testa in giù dentro alla malga DA DOVE SAREBBERO SALTATI FUORI SE NON LE HA TESTIMONIATE GAJGER? 

Dovremmo forse credere che pur avendo per le mani un superteste del genere, Russo preferisce sprecare pagine a raccontarci di una cena a base di gatto (pag.63-67) e non pubblica nemmeno una frase chiara ed univoca di Gajger su cosa avrebbe visto/fatto? Perché Gajger avrebbe dovuto assistere alle uccisioni? Che motivo avrebbe avuto per salire in malga su con loro? Lui avrebbe partecipato o guardato e basta? Hmmm… Inquieta il fatto che in questo libro più un teste é importante e meno se ne parla…

 

7.05 L’AMBIGUO BEPI FLAJS

4676_ea6979872125d5acbac6068f186a0359

In effetti Russo quando parla di Gajger lo fa perlopiù attraverso un’altra persona. Lo fa attraverso Bepi Flajs. Sono numerosi difatti i casi in cui Russo riporta azioni di gajger testimoniate però da Bepi Flajs

Riporto nuovamente la descrizione fatta in 3.11.02: Bepi Flajs ha l’onore di essere il caso più interessante tra quelli su cui Russo sorvola nel descrivere gli effetti del “virus partigiano”. Nel testo é l’unica persona citata con nome e cognome ed entrata in contatto coi partigiani su cui il virus partigiano sembra non aver avuto effetto se non per una generale “paura” nei loro confronti che però é forse più indice di una persona si intimorita ma non affatto vittima del virus: di una persona che é anzi contraria a Socian. A differenza di coloro che hanno sconfitto il virus partigiano, Bepi Flajs non mostra alcun segno di redenzione. Fa parte ciò di quelle pochissime persone entrate in contatto coi partigiani che Russo non descrive né come persone immuni al virus, né come persone che che se lo sono preso. Bepi Flajs non mostra nemmeno i segni di tormento di Gajger e non riceve alcuna delle parole d’apprezzamento che Russo riserva alle donne che gli forniscono materiale utile a supportare la sua tesi. No: Bepi Flajs non mostra proprio un bel niente se non una forma di timore nei confronti dei partigiani. A ben vedere però ci si rende conto che l’unico incontro di Bepi Flajs con i partigiani sarebbe avvenuto mentre, nascosto lontano nella boscaglia, avrebbe osservato non visto cosa accadeva a malga Bala. Bepi Flajs non é un collaboratore dei partigiani: é un vicino di casa di Gajger (con cui forse é in qualche modo imparentato) che ha solo informazioni di seconda mano e per “sentito dire”. Eppure é evidente che il racconto dell’uccisione dei dodici sostenuto da Russo regge solamente grazie alle testimonianze di Bepi Flajs, “condite” con il supporto dell’anonimo amico di Rinaldi, figlio di un anonimo pastore della Bausiza (pag.144) del quale son riportate le lacrime ma non i dettagli della testimonianza.

Pur essendo il testimone più importante dell’intero libro é strano osservare che su Bepi Flajs non v’é nemmeno una riga che ci parli della sua persona. O meglio: viene semplicemente descritto come qualcuno vicinissimo a Gajger e Mafalda (abitano a poche decine di metri di distanza) (pag.114) e che ha dovuto sempre fare buon viso a cattivo gioco coi partigiani in quanto ne era impaurito (pag.147); viene inoltre descritto come un uomo che agisce secondo le disposizioni del Gajger (pag.147). Ma pur avendo queste informazioni base sul ruolo di Bepi Flajs non sappiamo nulla della PERSONA Bepi Flajs. Non c’é nemmeno una sua foto (ma c’é la foto della sua casetta a pag.117). Strano: abbiamo qualche dato biografico e breve descrizione di persone che riportano informazioni di seconda mano ma non della fonte principale della tesi? Molto strano. Bepi Flajs apparentemente non ha genitori né moglie né fratelli né sorelle né cugini né amici (se non Gajger con cui ha un rapporto che nel testo appare di sudditanza). Bepi Flajs non ha età. Sappiamo che fa il pastore (pag.139,142,127,161,197), che possiede una casetta (pag.117) ed alcuni casolari (pag.114) che si trovano all’entrata di Logje (pag.127) e che anni dopo i fatti si trasferì a Trenta (pag.257). All’opposto sappiamo dell’episodio (avvenuto a chilometri e chilometri di distanza dal tarvisiano) della civetta malaugurate vista da Natalia Ferro, sorella minore  di uno dei militi uccisi, mentre zappava la terra, la quale aveva, al momento dell’intervista, 71 anni.

I virgolettati che riportano dichiarazioni dirette di Bepi Flajs sono almeno il triplo di quelle provenienti dal Superteste Gajger:

“I partigiani hanno infierito sui carabinieri certi che nessuno un giorno avrebbe potuto dire il contrario; dovevano far credere che erano stati fucilati!” (pag.18,186,197) [OPINIONE PERSONALE]

“La prima notte i prigionieri e i partigiani l’hanno passata in bosco nonostante il freddo; la seconda sono stati a Logje in una stalla di Gajger… L’assemblea dei partigiani sul da farsi s’è tenuta a Logje. In attesa dell’arrivo del capo supremo, Ursic, hanno voluto guadagnar tempo; poi è arrivato Ursic…. I partigiani erano in contrasto tra loro, ma alla è prevalsa la proposta di uccidere i carabinieri”. (pag.120) [INFORMAZIONI CHE BEPI FLAJS NON PUO’AVERE PER ESPERIENZA DIRETTA PERCHE’ NON ERA PRESENTE A NESSUNO DI QUESTI ACCADIMENTI]

“Quei partigiani erano tutti dei nostri, Janko di Bretto era uno dei capi se non il capo in quell’azione: lo sapevano e lo dicevano tutti a Bretto.” (pag.127) [INFORMAZIONE NOTA]

“Lojs era presente. Lui sa più di me!” (pag.19) [AMMISSIONE DEL FATTO CHE BEPI FLAJS NON ERA PRESENTE]

“Il capo del gruppo era Socian; in Bausiza sono venuti attraverso un sentiero di guerra, in montagna” (pag.102)  [INFORMAZIONE NOTA + INFORMAZIONE CHE BEPI FLAJS NON PUO’AVERE PER ESPERIENZA DIRETTA PERCHE’ NON ERA PRESENTE ALLA FUGA]

“Lojs è venuto a cercarmi e mi ha convinto a tornare su in malga per coprire i morti. Ma era neve ghiacciata e quindi non abbiamo potuto far nulla” (pag.147) [“CERCARMI” E “TORNARE SU IN MALGA” INDICANO CHE BEPI FLAJS NON ERA IN BALA QUANDO CIO’ AVVENNE]

Io ho visto Gajger portarsi giù i vestiti e tutto il resto: doveva fare il deposito a casa sua in modo che dopo ogni partigiano avrebbe potuto prendersi qualcosa” (pag.148) [TALE DICHIARAZIONE PUO’ BENISSIMO ESSERE IN LINEA CON ALTRI SCENARI: IL RECUPERO DEGLI ABITI NON IMPLICA COMPRESENZA ALLE UCCISIONI] 

(Lois Gajger) s’era sempre dichiarato contento perché era stata fatta giustizia (con l’uccisione dei carabinieri) e “si nascondeva per la paura” (pag.257) [IN MANCANZA DI DICHIARAZIONE PIU’ PRECISA QUESTE VAN RITENUTE OPINIONI PERSONALI]

“I partigiani erano 21, mentre i carabinieri 12” (pag.127) [INFORMAZIONE DIRETTA O DI SECONDA MANO ACQUISIBILE ANCHE SOLO VEDENDOLI PASSARE DA LOGJE]

“I partigiani, prima dell’arrivo di Josko e di alcuni suoi uomini, erano 18, tutti del territorio tra Caporetto e Bretto.” (pag.147) [INFORMAZIONE DIRETTA O DI SECONDA MANO ACQUISIBILE ANCHE SOLO VEDENDOLI PASSARE DA LOGJE]

“Lojs Kravanja non era un partigiano, però quel giorno era con loro e quindi ha visto tutto” (pag.147) [INFORMAZIONE DIRETTA O DI SECONDA MANO?]

“I carabinieri sono stati uccisi tutti prima di mezzogiorno!” (pag.147) [INFORMAZIONE DIRETTA O DI SECONDA MANO?]

 “C’erano altri pastori nascosti che hanno visto come me!” (pag.147) [CHE AVREBBERO VISTO COSA: LE UCCISIONI O IL PASSAGGIO DELLA CAROVANA?]

“Era una malga dove tutti d’estate portavano le proprie bestie, soprattutto pecore” (pag.119) [INFORMAZIONE DI SERVIZIO]

“Quella volta non tutti potevano permettersi attrezzi in ferro e quindi si usavano pezzi di legno duro, in particolare pino e faggio: da questi pezzi duri si ricavavano accette e soprattutto picconi”. (pag.142) [INFORMAZIONE GENERICA]

(a proposito del recupero dei cadaveri da parte dei nazifascisti) “prima in barella, poi coi muli, li hanno portati in giù!” (pag.161) [INFORMAZIONE NOTA]

Il pasto alla soda caustica? Il fatto che fu Socian a prendere le redini del gruppo per farlo scegliere? Le torture? Il colpo di revolver? Il filo spinato? Le amputazioni? Le formiche?  ANCHE QUI, NIENTE! Il “pezzo forte” sferrato da Russo é un’opinione personale di Bepi Flajs che viene ripetuta tre volte nel testo (quella riferita a pag.18,186,197) come se si trattasse di chissà che, ma é e resta l’opinione di una persona che non dialogava con i partigiani.

A pag.147 c’é un’interessante dichiarazione di Myza Flajs, moglie di Toni Flajs, riguardo a Bepi Flajs:

“Bepi Flajs aveva agito secondo le disposizioni di Gajger”

“Bepi all’inizio aveva creduto che quei corpi fossero sassi gelati”.

E come farebbe a sapere queste cose la signora Flajs? Anche qui si tratta comunque di dichiarazioni in linea con lo scenario del recupero postumo dei beni e non testimonia certo della presenza dei due uomini in Bala durante le uccisioni. Russo poi aggiunge sempre a pag.147 un virgolettato con l’elenco dei beni dei dodici, ma non dichiara chi ne sia la fonte “orologi, anelli, catenine, tutto quanto avevano addosso i carabinieri! “ e prosegue dicendo che i beni vennero nascosti dal Gajger sotto un grosso sasso a poca distanza dalla sua dimora e che ritornò a casa poco dopo mezzogiorno del 25 marzo 1944.

 

7.06 SPOSTAMENTI DI DATA

Schermata 2016-07-11 alle 16.54.58

A pag.157 lo stesso Russo dichiara che durante le ricerche i nazifascisti passarono anche a casa di Bepi Flajs per chiedere informazioni sul come raggiungere malga Bala e che… sia Bepi Flajs che Gajger tornarono alla malga per “controllare la situazione”. Ma come? Controllare cosa: che dei cadaveri (della cui morte Gajger sarebbe stato felice – pag.257) non si siano mossi? O non siano stati divorati dalle formiche-vampiro? E’tuttavia un’ammissione che Bepi Flajs e Gajger “tornarono su in malga” nei “giorni successivi” per “controllare” i morti. Non é dunque questo che dichiara Bepi Flajs a pag.147 con quella frase che descrive il recupero degli abiti avvenuto, secondo Russo, immediatamente dopo le uccisioni? E’dunque per adattare la vicenda alle dichiarazioni di Bepi Flajs che l’autore sposta le uccisioni al 25 marzo?

Tale spostamento difatti non avrebbe molto senso: Russo lo motiva col bisogno di attendere l’arrivo di Ursic e ciò avrebbe senso solo se il contesto fosse quello del gran sacerdote che deve presenziare al sacrificio rituale, il che appare ovviamente assurdo ed inverosimile, anche perché nel racconto Ursic non ha assolutamente nessun ruolo decisionale (quello é affidato a Socian) se non la mera presenza. Russo inoltre aggiunge a pag.120 il dibattito e ripensamento su un’operazione che era stata pensata per settimane (pag.77), di cui parla solo Bepi Flajs che tuttavia non era nemmeno presente.

Molto più probabilmente la dichiarazione del Bepi Flajs sul recupero degli abiti avvenuto il 25 marzo 1944 ha obbligato a ritenere che pure le uccisioni avvennero lo stesso giorno, in modo da far combaciare la presenza di Bepi Flajs sul luogo del delitto anche al momento del delitto.

7.07 MYZA KOMAC E GLI ANONIMI

A questo punto si dovrebbe osservare in dettaglio quanto affermano Myza Komac ed i testimoni anonimi ma oramai il meccanismo é evidente: frasi estrapolate dalle interviste ed inserite qua e là in modo che sembrino sostenere una tesi illogica che non é basata su nulla di oggettivo. Se nemmeno il superteste Gajger ed il vero teste-chiave di Russo, Bepi Flajs, non hanno dichiarazioni utili a sostenere la tesi del libro, star ad osservare anche quelle di Myza Komac (che non salì in Bala) o dei testimoni anonimi (la cui attendibilità é inferiore a quella che riserverei al Polpo Paul) e dunque, in un insolito atto di pietà nei confronti di chi legge, mi limiterò a riassumere stringatamente:

Myza Komac, della bausiza, sposata con Toni Flajs, testimonia soltanto di aver visto i partigiani passare per Logje (pag.17) e che aveva paura di loro (pag.110). Per il resto Russo ci informa che lei finse di non conoscere i sentieri dinnanzi ai nazisti che ispezionavano il territorio (pag.156)

Il misterioso “Qualcuno di quel territorio della Slovenia”, tra “sgomenti e brividi” racconterà di urla agghiaccianti e l’altrettanto misterioso figlio anonimo del pastore anonimo che avrebbe visto tutto stando nascosto a decine di metri FUORI dalla malga avrebbe raccontato “con le lacrime agli occhi” ciò che a sua volta gli raccontò il padre, ma il testo non riporta alcuna dichiarazione né dell’uno né dell’altro, tanto che é facile ritenere si tratti sempre della stessa persona:

“Finalmente – mi ha confidato con le lacrime agli occhi il figlio di un pastore, il quale, nascosto dietro un grosso albero a poche decine di metri da quello scempio, aveva seguito tutto pietrificato e impotente – final- mente posso liberarmi di questo peso che mi opprime il cuore da tanti, tanti anni! Per quasi cinquant’anni ho dovuto nascondere questa verità, ma era tempo che tutto venisse alla luce! Mi sento finalmente libero, quasi leggero!”

E tremava dalla commozione e dall’orrore quel povero contadino nel contarmi per l’ennesima volta quanto suo padre gli aveva ripetuto all’inverosimile, perché quei fatti non fossero mai dimenticati! (pag.145,146)

Ma, diciamocela tutta, pianti, commozione e lacrime… per una vicenda di mezzo secolo prima che ti é stata solamente raccontata ed in cui non é coinvolto nessuno che conoscessi? Sembra più di star di fronte alla testimonianza di qualcuno che venne traumatizzato da piccolo da un padre che, per spaventarlo, gli ha “ripetuto all’inverosimile” una storia di torture raccapriccianti, più che davanti ad una banale testimonianza secondaria.

 

7.08 LE DICHIARAZIONI DI HROVAT

L’antipatia dichiarata di Russo per i partigiani, come già visto, é evidente nel racconto delle interviste in cui l’autore non si esime dal commentare negativamente le loro reazioni alle sue insistenze nel tentare di fargli confermare la sua versione dei fatti. Per esempio non manca di riportare una frase di titubanza dell’anziano Hrovat, non abituato né ad attenzioni giornalistiche né parlare al registratore:

“Alla vista del registratore ecco pronta la sua battuta, dopo averci rivelato che si sentiva di colpo importante come mai nella sua vita: “… E se faccio qualche errore?. Posso poi riparare?” (pag.16)

Frase che viene utilizzata a ‘mo di “faro” per introdurre ed avvalorare il commento negativo alla persona di Hrovat che, pur rispondendo alle domande di Russo e Rinaldi, non avvalora la tesi dei due:

E invece di rispondere alle domande, le contorceva a proprio comodo, modificando la voce di volta in volta, come un grande attore, alzando o abbassando di molto il tono, da sillaba a sillaba, facendo finta di scarabocchiare un foglio per prendersi meglio gli appunti su cui informarsi, tracciandoci uno schizzo del territorio, fissando ripetutamente il monte Sleme, lì a due passi, verso la Bausiza, per la sua forma anatomica quasi maschile: atteggiamenti che al mio amico Toni più che a me davano enormemente fastidio e il Toni dovette sudare e soffrire quel giorno più del dovuto nel tenersi la bocca cucita, ricacciando indietro l’antipatia naturale che il signor Hrovat era riuscito a crearsi in noi in poche battute. Girando alla larga, molto alla larga, nelle mie domande, il tempo passava, ma da lui, dal signor Hrovat, non si riusciva a tirar fuori niente di nuovo, tranne cose che già conoscevo sulla vita dei partigiani di Plezzo e in particolare dei carabinieri, della loro cattura, del percorso fino a Planina Bala, a malga Bala. (pag.16)

“Aveva tentato tutto Hrovat per deviare le nostre domande e la nostra attenzione sui carabinieri della BaIa e mai come quel giorno avevo ultimato una intervista con l’amaro in bocca e una delusione cocente e palpabile. Ci aveva quasi derisi il Hrovat, tentando di mettere tutto in ridicolo e in dubbio, facendo di tutto per confonderci le poche idee precise che in quel momento avevamo, le poche certezze che a ogni sua risposta vacil- lavano e di punto in bianco io mi ritrovavo a brancolare nel buio e nei misteri più fitti. Sarebbe stato un abile politico il signor Hrovat, almeno in Italia!” (pag.194)

Nel nostro lungo incontro, Hrovat alza perfino la voce, la camuffa, la sopraeleva per riabbassarla poi di colpo, ci guarda fisso negli occhi per poi deviare il discorso, ribalta le domande cercando di trasformare se stesso in intervistatore e noi in intervistati, finendo però sempre nel riba. dirci che per questa inchiesta bisognava aspettare ancora qualche anno e che proprio non era il caso di riaprire vecchie ferite ormai dimenticate per sempre. Un grande attore, un vero fenomeno! Ricordo che l’amico Toni di Cave si spazientiva spesso e si faceva pren· dere dalla rabbia, dal momento che si sentiva preso in giro. E io, contra· riamente al mio solito, ero costretto a trattenermi nella speranza che alla fine da quell’incontro, tanto atteso e tanto temuto, riuscissi ad ottenere qualche lume, qualche spiraglio di verità. (pag.196)

Russo non considera nemmeno per un momento l’ipotesi che forse Hrovat stia raccontandogli la verità e che la versione strage sia falsa, dando per scontato che se Hrovat non la conferma significa che mente. I più lunghi e dettagliati commenti che l’autore fa su un teste sono fatti con l’intendo di distruggerne e denigrarne l’attendibilità e ciò non in base a contraddizioni o dimostrate menzogne di Hrovat, bensì solamente perché ciò che Hrovat dice smentisce la versione strage che Russo ha fatto propria. Lo stesso Russo che a pag.145 accoglie senza batter ciglio la non-dichiarazione dell’anonimo figlio di un anonimo pastore!

Sempre a pag.16 viene inserito un collage di frasi che, come già visto in 2.05 hanno l’effetto di dare un’impressione di Hrovat molto diverso da quello che ne uscirebbe dall’intervista completa (di cui uno stralcio minimo é presente a pag.193). E’ in questa situazione che si dovrebbe tentare di separare le affermazioni dirette di Hrovat ma, come già mostrato in 2.05 la cosa non é sempre possibile in quanto non é sempre chiaro a che domande corrispondano le dichiarazioni né se una serie di frasi che presentano puntini di sospensione ( … ) siano sempre collage o dichiarazioni in cui l’intervistato effettivamente faceva dei momenti pausa fra una frase e l’altra. Pertanto riporto le singole frasi cercando di mantenerne l’ordine con cui sono state proposte da Russo lasciando a chi legge la libertà di intenderle come frasi separate o unite tra loro.

A pag 16 vengono riportati questi stralci di risposte a “tante domande”. Solo una di queste domande é “Ma perché i 12 carabinieri furono così barbaramente trucidati?”

E chi dice queste cose?

Io… io non ero lassù

A colpi di piccone poi

No, no, mai fatto una cosa del genere noi partigiani! Coi picconi poi!

Su, su, dove prendevamo i picconi, i coltelli o le scimitarre?

Sì e no avevamo qualche temperino

dodici carabinieri poi

Erano sì e no cinque, sei: pum pum, sono stati sparati e tutto è finito lì!

Socian era il comandante militare, io il commissario politico

 “Ma chi era il più alto in carica?”

Il secondo… in campo militare Socian; chi comandava veramente era il commissario politico ed ero io il commissario politico!

Socian era terribile, alla tedesca, di poche parole. I preti e le donne che erano coi preti lo odiavano

Io con lui ho sempre baruffato, ma come commissario ero più furbo e quindi vincevo sempre io!

In conclusione cosa volete da me?

Chi ha ammazzato i carabinieri!

“Noi!”

In che modo?

Noi li abbiamo sparati! (pag.17,197)

“Socian era un comandante di grande altezza, di grande livello. E’ stato lui a ordinare questa azione: del resto lui era nativo di Bretto e quindi conosceva ogni angolo di quel territorio!” (pag.78)

“Di notte non c’erano mai tedeschi in giro!” (pag.99)

“E’ stato preso il sentiero che c’è dopo la Pustina, prima della fortezza, a sinistra, prima della roccia: lì c’è un sentiero di guerra ben conosciuto e frequentato dai cacciatori” (pag.102)

“La distruzione di Strmec (Bretto di Sopra) non c’entra niente con la storia dei carabinieri né la battaglia e la strage sul monte Golobar hanno alcun riferimento con quello della Bala” (pag.194)

“lo non ero con quei partigiani. A capo era Franc Ursic, di Caporetto; poi nel comando venivano Socian e Srecko, cioè Gianfrate” (pag.194)

 “lo ero il commissario politico!” (pag.195)

 Tra il commissario politico e il comandante militare, chi era il più alto in carica?

“In campo militare Socian… Chi comandava veramente era il commissario politico e io ero il commissario politico dell’armata partigiana! “ (pag.195)

“Quest’azione l’aveva ordinata Socian, che era di Bretto e quindi conosceva ogni angolo del territorio” (pag.195)

“Nessun paltigiano aveva lo scopo di ammazzare i carabinieri: i nostri nemici erano Hitler coi tedeschi e Mussolini: cosa c’entravano i carabinieri?” (pag.195)

“La centrale di Bretto di Sotto dava energia alla miniera di Cave che era in mano ai tedeschi: lì si facevano fucili e armamenti militari, dal momento che si produceva piombo e zinco, elementi che servivano per costruire cannoni, fucili e bombe. Il nostro dovere era di eliminare, di distruggere la centrale perché non desse più energia elettrica. Era questo un nostro dovere di partigiani!” (pag.195)

 (parlando dell’assalto alla casermetta) “La responsabilità era del vice brigadiere che ha rivelato la parola d’ordine” (pag.195)

“Ben 12 carabinieri, tenuti in vita per quasi due giorni? (pag.195)

Su, mo’: dove prendevamo da mangiare per loro per tanto tempo? (pag.195)

“Noi partigiani abbiamo sempre rispettato i carabinieri. Chi era coi fascisti no, non poteva essere da noi rispettato, ma i carabinieri cosa c’entravano? (pag.195)

Io non ero su in malga (pag.195)

Ma è passato tanto tempo, come si fa a ricordare? (pag.195)

E poi… 5 o 6 carabinieri uccisi.. .. 12!?.. No, non erano 12 (pag.195)

Voi mi rivelate cose nuove che io non ho mai sentito… Sono cose del tutto nuove per me (pag.195)

Questa cosa è stata opera di altri, non dei partigiani! (pag.195)

E’ passato tanto tempo! Come pretendete che uno ricordi ancora questi particolari? (pag.195)

12 morti e tutti carabinieri? (pag.195)

E’ assurdo, 5 o 6, non 12 e poi uccisi in quel modo! (pag.195)

Mi fate venire i brividi! (pag.195)

Ammazzati poi a colpi di piccone! (pag.195)

No, no, mai fatta noi una cosa del genere. Dov’erano i partigiani non succedevano queste cose. Questa per noi era un’azione militare, non politica e questa è stata un’azione militare! (pag.195)

In altre azioni i prigionieri venivano liberati o mandati a casa o sparati nell’azione, in questa no, come mai? (pag.196)

Sono stati gli italiani a ridurre in quello stato i carabinieri o anche i tedeschi e poi hanno dato la colpa a noi. Io non credo sia successo questo che voi dite, noi si sparava ai prigionieri. Non abbiamo mai trucidato nessuno noi (pag.196)

Non avevamo mica coltelli, accette, picconi o scimitarre! (pag.196)

Su, mo’! Noi avevamo mitra, qualche temperino, mica picconi! (pag.196)

Ma dopo cinquant’anni voi cercate ancora queste cose? A chi interessano più? (pag.196)

Cosa serve andare a riaprire queste ferite (pag.196)

No, non mi va giù questa storia: nessuno li ha trucidati, glielo garantisco io (pag.196)

La mia parola… boh, dai, almeno al 60%, d’accordo? (pag.196)

Con Socian ho sempre baruffato; però come commissario politico vincevo sempre io che ero più furbo!” (pag.196)

Ripeto che i carabinieri non erano nostri nemici, i fascisti sì, erano nemici!” (pag.196)

Ma voi giornalisti italiani non avete altro a cui pensare? (pag.196)

Dopo tanti anni tirate fuori ancora questa storia?” (pag.196)

“Potevate aspettare ancora qualche anno, no?” (pag.196)

“Ma non potevate aspettare altri cinquant’anni per le vostre ricerche? .. Se andate da Srecko, a Nova Corica, lui non vi riceverà neanche, lui non parla con nessuno… ma se per caso vi andate, non dite di aver parlato con me” (pag.17)

 

Hrovat dunque conferma di aver esser stato partigiano e che Socian (con cui baruffava) di grado inferiore, era sottoposto ad Ursic. Ma dice anche di non aver partecipato a quell’operazione che ricorda ma non nei dettagli (non essendo stato presente non può fornirli) e quando Russo gli illustra la modalità in cui sarebbero avvenute le uccisioni Hrovat non gli crede (“Io non credo sia successo questo che voi dite”) e, ritenendo la cosa assurda si pone a garante dell’operato dei suoi ex collaboratori garantendo che cose del genere non possono esser successe, ipotizzando un più probabile intervento dei nazifascisti. Dubita pure del fatto che si siano fatte passare due notti prima di uccidere i dodici e testimonia che il loro interesse primario era sabotare in ogni modo la centrale. Testimonia pure del fatto che l’azione del 23 marzo 1944 non era collegata a fatti precedenti. A contorno di ciò é evidente il fastidio di Hrovat dinnanzi alle insistenze di Russo sulla versione strage.

 

7.09 LE DICHIARAZIONI DI SRECKO

Silvio Gianfranco (Srecko) é nato nel 1922 e da dopo la guerra abita a Nova Gorica (pag.191). Viene intervistato da Russo giorni dopo l’intervista a Hrovat (pag.19) ed ammette tranquillamente di aver partecipato all’uccisione dei dodici. Russo descrive inizialmente Gianfrate con parole di simpatia “gentile, alla mano, disponibile, da vero gentiluomo” e “ci intrattiene nel suo cortile di casa, alberato e fresco, e ci racconta volentieri tutto sulla nascita del movimento partigiano dell’Alto Isonzo […] (pag.191) ma é stizzito dal fatto che quando Gianfrate viene accusato da Russo di aver torturato i dodici come un macellaio da film dell’orrore “si faceva prendere dalla rabbia e dai fumi dell’ira” (pag.191). L’intervista tocca anche gli avvenimenti del Golobar in cui 38 partigiani vennero uccisi, legati col filo spinato e trascinati a valle. Su questo dettaglio Russo commenta “Più o meno come i partigiani hanno poi fatto coi carabinieri… !” (senza considerare un più probabile -era una prassi diffusa tra i nazifascisti di quella zona-). Al commento vien fatta seguire l’affermazione di Srecko “No, no, nessun collegamento tra Golobar e carabinieri della Bala…!”. Anche negli spezzoni d’intervista di Srecko notiamo virgolettati che si ripetono ma senza combaciare e senza presentare sempre tutte le informazioni della versione alternativa, il che porta seriamente a dubitare che i virgolettati che compaiono una sola volta siano una trasposizione fedele e completa delle affermazioni dell’intervistato.

“La distruzione di Strmec (Bretto di Sopra) non c’entra niente con la storia dei carabinieri né la battaglia e la strage sul monte Golobar hanno alcun riferimento con quello della Bala”. (pag.194)

“Sì, facevo parte dei partigiani che hanno ucciso i carabinieri in malga Bala. Anch’io sono stato alla centrale di Bretto a prelevare i carabinieri. Il comandante supremo era Ursic, poi venivamo Socian e io. Socian e Svonko, il Della Bianca, sono andati sulla strada ad aspettare il brigadiere dei carabinieri; tutti gli altri eravamo nascosti in attesa; poi siamo scesi a circondare la caserma… “ (pag.19) [PRIMA VERSIONE]

“Sì, anch’io facevo parte dei partigiani che hanno ucciso i carabinieri: sono stato alla centrale a prelevarli. Quella volta il comandante era Franc Ursic, poi venivo io e Socian. lo ero l’aiutante del comandante. Socian e Svonko, il Della Bianca, erano andati sulla strada ad aspettare il brigadiere; tutti gli altri eravamo nascosti, in attesa. Poi siamo scesi a circondare la caserma. Alcuni di noi hanno minato la centrale, mentre gli altri prendevamo i carabinieri!” (pag.192) [SECONDA VERSIONE]

“L’assalto è avvenuto appena scuro, di sera: abbiamo prelevato le armi e abbiamo deviato sulla montagna dopo la “Pustina”, una vecchia trattoria” (pag.192)

“Ma perché proprio i carabinieri?” (pag.192)

“I carabinieri erano i servi dei tedeschi, loro avevano rovinato tante nostre famiglie; essi erano lo Stato Italiano, in quanto non avevano avuto il coraggio di mettersi contro lo Stato dopo 1’8 settembre. I partigiani erano più che arrabbiati contro di loro, perché ognuno in casa propria aveva avuto i suoi morti e i suoi drammi, con persecuzioni ed esilio. E l’odio era cresciuto contro di loro!” (pag.192) [LA GRANDE RIVELAZIONE DI QUESTO ESTRATTO E’ CHE PARTIGIANI E FASCISTI NON VANNO TANTO D’ACCORDO] 

“I nostri papà e le nostre mamme erano stati perseguitati e internati dai carabinieri fedeli allo Stato Fascista, perché i loro figli erano partigiani. Anche mio papà e mia mamma erano stati perseguitati, anche mio fratello. Non erano i tedeschi il nostro obiettivo, ma i carabinieri che erano rimasti fedeli a Mussolini e alla Repubblica Sociale dopo 1’8 settembre del 1943” (pag.19) [PRIMA VERSIONE – LA TESTIMONIANZA INDICA CHE I NAZIFASCISTI FOSSERO PERFETTAMENTE A CONOSCENZA DELL’IDENTITA’ DEI PARTIGIANI]

“Tanti nostri papà e tante nostre mamme sono stati perseguitati e internati dai carabinieri fedeli allo stato fascista, chi a Padova, chi a Savona, chi a Rimini, chi in Sicilia o in Calabria, solo perché avevano figli tra i partigiani. Anche mio papà e mia mamma sono stati perseguitati… anche mio fratello” (pag.192) [SECONDA VERSIONE]

“Il nostro obiettivo non erano i tedeschi, bensì i carabinieri carabinieri che erano rimasti fedeli a Mussolini dopo 1’8 settembre 1943 e che avevano rovinato tante nostre famiglie!” (pag.263) [TERZA VERSIONE – IL FATTO CHE L’OBIETTIVO DEI PARTIGIANI FOSSERO DEGLI ITALIANI E NON DEI TEDESCHI APPARE OVVIO: ERANO GLI ITALIANI A GUARDIA DELLA CENTRALE, COME E’OVVIO CHE SI TRATTASSE DI PERSONE RIMASTE FEDELI A MUSSOLINI: I NAZISTI NON METTEVANO CERTO A GUARDIA DI OBIETTIVI SENSIBILI PERSONE CHE NON ERANO FEDELI A MUSSOLINI]

“Il comandante della nostra brigata era Franc Ursic. Per la storia dei carabinieri aveva deciso lui e per questo era intervenuto proprio lui: una cosa troppo importante” (pag.193) [ATTRIBUISCE LA DECISIONE A URSIC ANZICHE’ A SOCIAN E NE TESTIMONIA LA PRESENZA DURANTE L’AZIONE]

“Non era solo di Socian la responsabilità di quel fatto ma del comandante in capo che era l’unico vero responsabile; nessuno poteva opporsi al comandante che è responsabile di ogni azione dei suoi uomini che devono solo ubbidire. Se lei ha fatto il militare, sa che è così!” (pag.78) [ATTRIBUISCE LA RESPONSABILITA’ A URSIC]

“La guerra…! Brutta cosa la guerra! Chi non l’ha fatta non la può capire!” (pag.193)

“Gajger era un aiutante, un amico dei partigiani; era proprietario di diversi fienili in Bausiza e conosceva bene ogni parte del territorio” (pag.193)

Ma perché infierire sui carabinieri in quel modo, coi picconi…! (pag.193)

“Noi non si aveva picconi!… Nessun piccone è stato usato…! Quelle cose non si fanno. I partigiani non facevano quelle cose, non lo hanno fatto perché non lo sapevano fare!” (pag.193) [NEGA LE TORTURE]

“E poi il veleno!… Ma che veleno e veleno… Non si fanno quelle cose!” [NEGA LE TORTURE]

E continua a scuotere la testa Srecko, guardando altrove, cercando di deviare il discorso. (pag.193)

“Socian li ha portati fuori uno alla volta dalla stanzetta e poi li ha uccisi con la pistola! … No, non si fanno quelle cose!” (pag.193) [DICHIARA CHE LE UCCISIONI AVVENNERO SEMPLICEMENTE CON ARMA DA FUOCO]

Gli mostro alcune foto della malga e riconosce ogni particolare (pag.193)

“Solo due o tre mesi dopo abbiamo saputo che i carabinieri erano stati trovati in quel modo; sarà stata la propaganda contro di noi, forse i Domobranzi, forse i tedeschi pur di infangare il nome dei partigiani!” (pag.193)

Ma perché i carabinieri furono portati fin lassù? Perché non spararli prima? (pag.193)

“Non lo so! So solo che i tedeschi hanno fatto una grande propaganda contro di noi, hanno approfittato di quella situazione”. (pag.193) [PASSAGGIO INTERESSANTE: LA DOMANDA E’PERFETTAMENTE LECITA MA LA RISPOSTA “NON LO SO” E’ TROPPO SBRIGATIVA. TUTTAVIA, VISTI I PRECEDENTI NON SI PUO’ESSER CERTI CHE QUESTE SIANO LE ESATTE PAROLE E L’ESATTO SENSO DELLE AFFERMAZIONI (LA DOMANDA POTREBBE ESSER STATA “MA PERCHE’ PROPRIO A MALGA BALA?” E LA RISPOSTA “NON LO SO, NON C’ERA UN MOTIVO PARTICOLARE PER SCEGLIERE QUELLA MALGA”)

“E’ stata una brutta cosa questa, molto brutta!” (pag.193)

“Per questo fatto e per altri diversi tra i partigiani alcuni sono stati degradati. La responsabilità di quel fatto non era solo di Socian, ma del comandante in capo che era l’unico vero responsabile; nessuno poteva opporsi agli ordini del capo, nessuno; i partigiani dovevano solo ubbidire: chi ha fatto il militare può capirmi” (pag.193) [RIMARCA LA GERARCHIA E PARLA DI PROVVEDIMENTI INTERNI MA NON SE NE CHIARISCE IL MOTIVO: DA COME VIENE POSTA PARE FURONO DEGRADATI PER AVER ESEGUITO GLI ORDINI. NON E’ PIU’PROBABILE CHE VENNERO DEGRADATI PER NON AVER SEPOLTO I CORPI ED AVER DATO MODO AI NAZIFASCISTI DI UTILIZZARLI PER PROPAGANDA ANTIPARTIGIANA?]

(i partigiani erano) tutti del territorio di Plezzo, avevano sparato ai carabinieri e che la propaganda e solo la propaganda aveva creato attorno alla storia dei carabinieri tutti quei particolari macabri”. (pag.193)

“Non parlo più di queste cose e non capisco perché insistete tanto, dopo tanti anni!” (pag.193) [SRECKO SI SPAZIENTISCE DELLE INSISTENZE DI RUSSO]

“Anche Lojs Hrovat di Plezzo era con noi: era lui il commissario politico!” (pag.19) [PRIMA VERSIONE – VEDI SOTTO]

“Rivolgetevi a Lojs Hrovat, lui era con noi: era lui il commissario politico!” (pag.193) [SECONDA VERSIONE – ANCHE QUI BISOGNA PORRE UNA CERTA ATTENZIONE: “ERA CON NOI” E’ INTESO COME “ERA A MALGA BALA” O “FACEVA PARTE DELLA NOSTRA BRIGATA”? POICHE’ RUSSO SEMBRA INSISTERE MOLTO SULLE MOTIVAZIONI, SRECKO LO RIMANDA A HROVAT CHE ERA IL CAPO POLITICO E STAVA GERARCHICAMENTE PIU’IN ALTO]

Anche Srecko é irritato dalle domande di Russo ma questi non controbatte con la stessa forza di Hrovat e fornisce diverse dichiarazioni che Russo può utilizzare. Per questo motivo viene ricompensato con una descrizione tutto sommato umana della sua persona (gli vien pur concesso il lusso di avere un luogo e data di nascita, wow!) che però vengono “autobilanciati” dalle mancate conferme alla versione strage che vengono fatte passare per reticenze. Seguendo l’evidente meccanismo “se fornisci elementi utili a confermare la tesi dell’autore sei bravo ma se taci o smentisci sei un bugiardo” Russo può permettersi di spendersi in parole positive per poi negativizzare le mancate conferme.

Parola d’ordine tra quei partigiani ancora viventi era logicamente il continuare a insistere su particolari contrastanti, sostenendo che i carabinieri erano stati fucilati. Cosa del tutto irreale e non avvenuta, fatti alla mano! Nessuna spiegazione plausibile sul massacro, sul perché di quella terribile strage dopo due giorni di peregrinazioni da un casolare all’altro fino a raggiungere la zona impervia e isolata della malga Bala, neanche cinquant’anni dopo quando finalmente l’omertà era stata rotta e numerose testimonianze avevano chiarito il tutto e messo i partigiani con le spalle al muro, a cominciare dai comandanti, due dei quali già morti al momento delle nostre inchieste. (pag.194 – grassetto mio)

Russo basa la sua teoria sul “silenzio partigiano” semplicemente in base al fatto che… i due partigiani con cui ha parlato non confermano la sua versione!  Appare inquietantemente ridicolo il fatto che Russo affermi che la morte per fucilazione dei dodici sarebbe “irreale” rispetto ad un sacrificio umano rituale-simbolico effettuato con violenza inenarrabile di cui non é stato in grado di fornire nemmeno un solo elemento a favore.

La realtà era ed è che l’odio, profondo e radicato, aveva avuto il sopravvento su ogni raziocinio umano! (pag.194)

La REALTA’ secondo Russo é quella che lui ritiene tale e che “dimostra” combinando assieme chiacchere di paese, propaganda nazifascista, mezze frasi, spezzoni di intervista selezionati, opinioni personali di persone che non hanno avuto minimamente a che fare con gli eventi in questione, imprecisioni che forse nascondono una qualche volontarietà e “testimoni” che non dichiarano nulla di ciò che lui sostiene, in un poutpourrì contraddittorio da cui traspaiono con evidenza una lettura nazionalistico-mistico-religiosa degli avvenimenti e della realtà nel suo insieme.

Particolarmente inquietante il fatto che Russo commenti queste “dichiarazioni” incomplete, diversamente interpretabili e scontate con parole di gioia, parlandone come di una verità rivelata:

“Come si fa a non ringraziare il buon Dio con più calore ed estrema sincerità nel vedere finalmente ogni componente del puzzle regolarmente al suo posto?” (pag.19)

Russo dunque non ringrazia Dio per avergli fornito una versione completa e coerente della vicenda, ma di avergli fornito materiale utilizzabile per sostenere una versione che a suo avviso DOVEVA essere confermata

 


8.00 LA “VERITA” DI RUSSO

Il concetto di “verità storica” che traspare da “Planina Bala” é decisamente peculiare e distante da quello diffuso in ambito storico. In “Planina Bala” non v’é nessuna analisi di testi o delle affermazioni degli intervistati, nessun tentativo di distinguere tra storia e memoria, nessun tentativo di inserire gli eventi nella loro complessità storica, nessun tentativo di osservare i fatti in maniera equidistante dai personaggi coinvolti, nessun tentativo di ripulire le affermazioni raccolte dal loro bagaglio emotivo. Questo giusto per citare alcuni dei problemi di fondo senza rivangare nuovamente le problematicità del testo elencate finora.  Una ricerca storica corretta mira a proporre una tesi logica basandosi su dati certi:

raccolta dati  →  ipotesi  →  verifica  →  dimostrazione  →  tesi

Russo invece agisce in modo assai diverso, ossia non parte dalla raccolta dati, bensì da un’idea di verità immutabile precostituita ed attorno ad essa rielabora e riadatta sia i dati che le ipotesi affinché questi avvalorino la verità data ed inamovibile:

Schermata 2016-07-15 alle 16.18.57

Ecco che i dati che non collimano vengono scartati (le parti d’intervista mancanti e le domande non poste), ecco che certe frasi vengono “vendute” in un certo modo ma che forse all’origine avevano un senso diverso, ecco che la complessità viene ridotta fino a renderla una sorta di fiaba horror in cui le persone sono banalizzate in buoni contro cattivi, brava gente contro demoni. Ecco che anche la testimonianza di chi riferisce solo chiacchere di paese diventa “materiale utile”. Ecco che dalla rielaborazione narrativa di testimonianze ed ipotesi omogeneizzate in un’unica marmellata monosapore emergono le strutture culturali e pregiudiziali dell’autore che la tengono assieme dandole l’illusione di solidità.

Riportando alla mente quanto osservato all’inizio di questo articolo appare decisamente inquietante il fatto che la posticcia narrazione dei fatti portata avanti da questo libro venga venduta come verità storica ma la cosa, purtroppo, non stupisce affatto poiché non é certo un mistero come e perché ciò sia avvenuto: se all’inizio di questa catena c’é stato il lavoro di persone a cui non interessa la realtà e proprio per questo son portate a percepirsi come costantemente in stato d’assedio, mentre alla fine della stessa vi son persone ben disposte ad accogliere queste appaganti falsità per i medesimi motivi, nel mezzo v’é chi, in malafede, sfrutta quelle stesse falsità perché é proprio mantenendole vive che prosperano.

Il concetto di fondo però é sempre, sempre lo stesso:

Quelli come me vivon nel giusto

Nessuna differenza fra “io” e “noi”

Il diverso é sbagliato

Il diverso sarà bruciato

 

(2017/09/30) Segnalo questo pezzo di Laura Matelda Puppini sui fatti di Malga Bala molto ben documentato ed ottimamente esposto.  Il succo é ben riassunto in questi passaggi relativi alla vicenda storica:

[…] ho solo capito, fin qui, che vi fu una azione partigiana contro la centrale di Bretto inferiore, inserita in una serie di azioni partigiane, che i carabinieri che presidiavano la stessa non si aspettavano; che essi vennero catturati dai partigiani che li portarono via prima di far saltare la loro casermetta, ma se avessero voluto ucciderli non si sarebbero comportati così, e quindi che vennero uccisi forse dai partigiani, perché tentarono magari la fuga. Santo Arbitrio disse che avevano lottato. I loro corpi vennero ritrovati una decina di giorni dopo in una grotta, non in una malga, e furono sepolti con tutti gli onori del caso. Avevano subito sevizie? Non lo so, non è chiaro, men che meno di che tipo. Attenzione che gravi lesioni non significa che le stesse siano state procurate da torture, perché anche altri fattori possono lesionare corpi rimasti all’aperto in montagna dieci giorni: il freddo, le intemperie, animali presenti, oltre che la decomposizione naturale.

ed alla ricostruzione effettuata da Antonio Russo:

A me lo confesso, dopo aver letto “Planina Bala”, volume che non consiglio ad alcuno, Antonio Russo fa paura, per il suo modo di procedere.

 

(2018/03/29) Segnalo questo articolo di Claudia Cernigoi che aggiunge alcuni nuovi elementi allo sviluppo della narrazione sui fatti di Malga Bala.

In particolare pone l’attenzione sull’operato di Arrigo Varano, “un carabiniere in congedo di Brescia, che ha tempestato il Comando generale dell’Arma con interrogazioni parlamentari presentate da rappresentanti post-fascisti” e sugli Atti del convegno del 2010 dell’UNMS di Brescia su Malga Bala, in cui  si riporta che le milizie tedesche tributarono onore ai militi della GNR  «con una triplice salva di fucileria sparata da un reparto tedesco».

L’articolo inoltre analizza alcuni documenti originali della GNR contenuti negli atti in cui viene riportato che:

I partigiani agirono senza colpo ferire, probabilmente cogliendo Perpignano di sorpresa mentre rientrava dall’osteria e facendosi aprire da questi la caserma; che gli operai dissero di non riconoscere nessuno di quelli che vengono supposto essere circa una 20 partigiani; che questi trattarono bene gli operai; che prelevarono una mitragliatrice, due fucili, due moschetti e le armi in dotazione ai militi lasciando sul posto viveri e munizioni; che la turbina della centrale era danneggiata.

 

Un secondo documento parla di battute di ricerca avvenute il 31 marzo ed il 2 aprile 1944 da parte di militi della 2^ centuria GNR confinaria di Tarvisio, dell’ 8° Reggimento alpini e milizie naziste, e del rinvenimento il 2 Aprile 1944 in una grotta sita in località Dolinza (“tra Monte Bellez, Crste del Cavallo e Monte Plesivizza <?> a 130 Km. a Nord-Est di Udine”) dei cadaveri di tutti i 12 militari che componevano il distretto di Bretto. Per poi continuare con la descrizione dei corpi seviziati da armi bianche e da fuoco: «Tutti, indistintamente, i corpi dei militari erano coperti con le sole mutande e la camicia e presentavano ferite multiple di arma bianca e da fuoco, nonché tracce evidenti di sevizie» . Conclude cdicendo che i corpi son stati trasportati a Tarvisio e comunicando che col comando tedesco é stato disposto che il funerale sarà tenuto martedì 4 alle 11,30

Schermata 2018-03-29 alle 14.36.16.png

 

Un terzo documento invece dice che già il giorno 31 in Val Bausizza vennero ritrovati 7 cadaveri dei carabinieri di Brutto da “un reparto di carabinieri e uno di Alpenjaeger”. Stavolta si aggiunge il dettaglio di piedi legati col fil di ferro e si specifica che solo ad una seconda spedizione il 2 Aprile composta da “Confinari, alpini e carabinieri” vennero trovati tutti i corpi “nella stessa località dei primi”. Lo stesso documento  riporta pure:

“Con l’occasione informo che la sera del 27 Marzo, una emittente nemica in lingua italiana ha trasmesso che, nella Val Trenta (alle sorgenti dell’Isonzo) un plotone di carabinieri con due sottufficiali abbandonavano le armi e si consegnava ai partigiani delle bande di Tito.

La radio nemica avrà voluto facilmente alludere ai carabinieri di Brutto, esagerando e travisando, secondo il suo costume, la notizia a scopo propagandistico”

Schermata 2018-03-29 alle 14.50.01.png

 

Con lo stesso materiale dunque é possibile ipotizzare che: i 12 militi, posti di fronte ad un aut-aut potrebbero essersi effettivamente consegnati ai partigiani (magari lasciandoli temporaneamente disarmati finché non fosse certo non stessero facendo il doppio gioco?) ma il 31 marzo, colti di sorpresa dal reparto di alpini e Kaiserjager, questi hanno avuto la peggio, catturati dai nazisti e torturati perché traditori. Oppure uccisi in scontro a fuoco ed i cadaveri seviziati per spregio o appositamente per essere usati come arma propagandistica contro i partigiani. O ancora: la trasmissione radio poteva effettivamente essere una esagerazione propagandistica, i 12 militi, tenuti ostaggi, vista la presenza di alpini e Kaiserjager potrebbero aver tentato la fuga ed essersi trovati tra il fuoco incrociato.

La prima ipotesi é quella più vicina a ciò che viene appunto testimoniato da Franc Črnugelj:

“Prendiamo ora in considerazione quanto scrive Franc Črnugelj nel suo “Na zahodnih mejah 1944” (pubblicato nel 1993, come il libro di Russo), non tradotto in italiano. Alcuni partigiani coordinati da Franc Ursič Jožko, comandante di distaccamento, dopo avere catturato Perpignano, si servirono di lui per introdursi nella centrale elettrica: la sabotarono, prelevarono armi e munizioni ed iniziarono la ritirata verso i monti, portando con sé i prigionieri. Nel frattempo però i nazisti si erano dati all’inseguimento degli attentatori; ad un certo punto i prigionieri cercarono di darsi alla fuga e ne scaturì uno scontro a fuoco: «i tedeschi spararono contro la colonna partigiana, nella quale si trovavano anche i prigionieri», scrive Črnugelj”

 

Ma poi arriva la parte più buffa. Cernigoi commenta il fatto che sul ACTA n°94 (ANNO XXXI – N. 3, SETTEMBRE ­ NOVEMBRE 2017), preso atto che il database Onorcaduti riporta che dei 12 militi, 2 siano morti in località sconosciuta e 10 a Dolinza (come riportato nel primo dei documenti qui citati)

Schermata 2018-03-29 alle 15.20.45.png

2 Dino Perpignano, ma per entrambi luogo Decesso: DOLINZA

Ignorando che Dolinza sia una minuscola località della Bavsica (a volte anche traslitterata Dolince, Dolinzi, Dolica, Dolinka), i redattori di ACTA la confondono con la quasi omonima Dolinza Alm in Austria, sita a 65Km da alla Bavsica. Ma qui arriva la parte interessante: i redattori di ACTA giustificano la stranezza ipotizzando che

«i tedeschi avrebbero tentato estreme cure sanitarie oltreconfine, nell’austriaca e pacifica Dolinza Alm, prima del seppellimento con onori il 4 aprile 1944 a Treviso»

E qui non si può che tornate ai “cugini stronzi di Germania”, che saranno pure stronzi, ma son sempre cugini e dunque fondamentalmente buoni. Tanto buoni da tentare disperatamente di resuscitare dei cadaveri orrendamente maciullati.

Per concludere non si può che osservare il motivo di tanta sicurezza dei redattori di ACTA:

“E’ innegabile che i tedeschi siano stati i primi e forse gli unici ad intervenire sul luogo della strage e a loro resta attribuito, salvo propagandistiche versioni, il ritrovamento dei seviziati.”

Che possiamo tradurre: “E’innegabile che i tedeschi siano stati i primi e forse gli unici ad intervenire sul luogo della strage, dopodiché DOPODICHE’ NON SAPPIAMO COSA ABBIANO FATTO

 

 

 

 

  •  

Colonia curva nord

 

roma-feyenoord-1-1000x600

 

Nella notte tra il 31 dicembre 2015 e l’ 1 gennaio 2016 a Colonia, in Germania, sono avvenuti fatti gravissimi. Fatti che nonostante fossero già di per sé estremamente gravi sono stati fin da subito cristallizzati e presi in ostaggio dal frame dello scontro fra civiltà rendendo estremamente difficile leggere gli eventi semplicemente per quel che son stati privandoli dei colori attribuitigli da teorie preconcette capaci solo di provocare reazioni isteriche.

Per meglio tentar di comprendere cosa sia avvenuto quella notte a Colonia é però utile farsi prima un’idea generale del luogo e contesto in cui sono avvenuti.

Ma prima ancora della lettura, un assaggio di “superiorità morale dei giovani occidentali”, giusto per far sbollire un po gli animi ricordando che la realtà non é fatta di monolitici bianchi e neri ma di una serie infinita di colori e sfumature che si fondono e si separano continuamente.

 

https://www.youtube.com/watch?v=WndSJTO5BvY

[il post é stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale]

Questo post é organizzato in cinque sezioni:

  1. Premesse sulla città, l’ambiente, il momento ed il clima precedenti alla notte in questione
  2. Descrizione cronologica degli eventi
  3. Descrizione cronologica del modo in cui gli eventi sono stati comunicati dai media
  4. Considerazioni finali
  5. Conclusioni

1.0 COLONIA

1.1 LA CITTA’

Colonia, con il suo milione d’abitanti che quasi raddoppiano considerando l’agglomerato urbano che immediatamente la circonda, é la più grande città della Renania Settentrionale-Westfalia. E’ la quarta città della Germania per dimensioni. Si trova più o meno a metà strada tra Düsseldorf e Bonn, da cui dista rispettivamente 34Km e 24Km circa, con le quali forma la “regione metropolitana Colonia-Bonn“. Colonia, quindi, pur essendo formalmente una città da un milione di abitanti, che diventano quasi due con l’hinterland, é in realtà il centro vitale di una “città estesa” di oltre tre milioni di abitanti.

Sviluppata sui due lati del fiume Reno, il centro città vero e proprio é l’Innenstadt, nel cui cuore si trova la città vecchia divisa in Altstadt-Sud ed in Altstadt-Nord. Quest’ultima rappresenta il centro del centro: é nell’Altstadt-Nord che sorgeva la città romana su cui si é sviluppata la città moderna, che si trovano il Duomo, l’Alter Markt (il mercato vecchio), le principali aree pedonali e la stazione centrale dei treni.

Colonia

L’Innestadt di Colonia, a forma di mezzaluna, al cui interno troviamo l’Altstadt-Nord (in verde) e l’Altstadt-Sud (in rosso)

1.2 COLONIA, LA GERMANIA E L’IMMIGRAZIONE DAL DOPOGUERRA AL 2001

Come in tutta la Germania, durante il boom economico tedesco degli anni ’60 e primi ’70, Colonia ha visto una fortissima immigrazione di lavoratori chiamati soprattutto dalla Turchia ed in misura minore anche dall’Italia e altri paesi mediterranei. La regione della RenaniaSettentrionale-Westfalia é la più ricca della Germania ed in assoluto una delle regioni più ricche d’Europa. Qui l’industria pesante del carbone e dell’acciaio ha contribuito al miracolo economico tedesco nel secondo dopoguerra e non stupisce che quindi sia stata quella col maggior tasso d’immigrazione. Non stupisce nemmeno che la maggior parte degli immigrati sia giunta proprio dalla Turchia, dato il secolare rapporto tra Turchia e Germania. Giusto per dare un’idea di misura: ad oggi nella regione del Nord Reno-Westphalia vive 1/3 dei tedeschi d’origine turca.

 

Per i primi trent’anni si può parlare di convivenza più che di vera e propria integrazione: inizialmente i lavoratori giungevano come Gastarbeiter (lavoratore-ospite) con un contratto triennale non estendibile Ma già alla fine degli anni ’60 questo limite venne meno soprattutto per il volere delle aziende cui un turnover triennale stava stretto. Negli anni a cavallo tra i ’60 ed i ’70 si vedono arrivare numerosi mogli e figli degli operai per ricongiungimento famigliare. La popolazione tedesca, non essendo etnicamente molto diversificata, accoglie questi lavoratori temporanei con un certo scetticismo.

Nel 1973 a Colonia nasce il centro di cultura islamica.

I nuovi arrivi provocano qualche brusio di risentimento razziale in tutto il paese. Dopo il colpo di stato in Turchia del 1980 si assiste ad una nuova ondata migratoria, stavolta di richiedenti asilo. La tensione razziale sale ed il discorso pubblico vede favorevolmente azioni di contenimento degli arrivi e di aiuti economici a chi decidesse di tornare ai luoghi d’origine ma tali progetti si risolsero in un nulla di fatto: si stava giungendo alla seconda generazione ed i nati in Germania non erano intenzionati a lasciare la Germania per il paese d’origine dei genitori che non avevano mai visto.

Dal 1984 a Colonia ha sede l’unione turco-islamica degli affari religiosi, una delle più grandi organizzazioni religiose tedesche. Dal 1986 sempre a Colonia ha sede il concilio islamico per la Germania e dal 1989, sempre a Colonia, ha sede la comunità alevitica tedesca.

Gli anni ’80 vedono rinvigorirsi numerosi focolai neonazisti che organizzano manifestazioni ed atti violenti a sfondo razziale, inclusi incendi ed omicidi che hanno un picco tra il 1990 e ’92, immediatamente dopo il crollo del muro di Berlino, e proseguono durante tutto il decennio della riunificazione delle due Germanie fino ai primissimi anni del 2000.

Dal 1994 proprio a Colonia ha sede il consiglio generale dei mussulmani in Germania. La città si conferma un punto di riferimento per le diverse comunità islamiche tedesche.

Tuttavia é proprio durante gli anni ’90 che si vede maturare un netto e costante distanziamento dell’opinione pubblica da queste manifestazioni estremiste.

 

1.3 QUALCHE NUMERO

Dati del 2011, anno dell’ultimo censimento, relativi alla sola città di Colonia riportano che su poco più di un milione di abitanti, 147.603 é cittadino tedesco ma ha un “background migratorio”, 117.343 sono cittadini provenienti da paesi extraeuropei (metà di questi dalla sola Turchia) e 55.502 sono cittadini provenienti da altri paesi europei

[Purtroppo non abbiamo trovato dati relativi all’agglomerato urbano che circonda immediatamente la città, pur sapendo che é abitato da circa 800.000 persone o dell’intera regione. Partendo però dal presupposto che solitamente chi arriva in Germania dal di fuori dell’Europa ha un tenore economico mediamente basso, così come i turchi-tedeschi, si può supporre che la percentuale di cittadini extraeuropei nell’hinterland di Colonia sia maggiore di quello rilevato al centro] 

A marzo 2015 risultavano esserci circa 5500 rifugiati a Colonia, numero oggi sicuramente maggiorato dal drammatico aumento migratorio degli ultimi mesi, considerando che nel solo settembre 2015 sono giunti in Germania tra i 270.000 ed i 280.000 rifugiati: più del totale di arrivi dell’intero 2014. Ci si aspetta circa un milione di nuovi rifugiati durante il 2016.

 

1.4 COLONIA, LA GERMANIA E L’IMMIGRAZIONE DAL 2001 AD OGGI

Tentando di fare una fotografia della situazione dei turchi-tedeschi tra il 2001 ed il 2010 si potrebbe riassumere così: convivenza sufficiente, integrazione non sufficienteProprio la più ampia delle minoranze presenti sul territorio tedesco é quella che presenta il tasso d’integrazione tra i più bassi.

Anche in Germania, dopo il 2001, il sentimento anti immigrati é stato catalizzato dall’anti-islamismo conseguentemente ai fatti dell’ 11 settembre.

Giunti alla terza generazione, nella scena pubblica sono oramai presenti numerosi artisti e sportivi di origine turca, tuttavia il tasso di abbandono scolastico é molto più alto tra i turco-tedeschi e conseguentemente lo status economico che questi raggiungono é mediamente inferiore rispetto alla media nazionale. Per i turco-tedeschi l’accesso al credito é mediamente più difficoltoso ed hanno più probabilità di ottenerlo da banche turche che da banche tedesche.

Come quasi sempre nei casi d’integrazione culturale, anche qui é facile osservare sia una certa resistenza sommessa da parte della popolazione tedesca ad un’integrazione effettivamente compiuta che un rafforzamento del sentimento identitario dei turco-tedeschi, il che non giova a favore di un maggiore avvicinamento culturale.

Negli ultimi quattro-cinque anni vi é stato un rapidissimo sviluppo di questi equilibri: la Germania é uno dei paesi europei in cui si é stabilito un numero elevatissimo di migranti e rifugiati e sia per la quantità che per la rapidità con cui ciò é avvenuto era quasi inevitabile non nascesse del malcontento, soprattutto laddove esisteva già un qualche tipo di disagio (per esempio nell’area dell’ex-DDR, economicamente più arretrata rispetto all’ovest). Come negli anni ’60, la ricchissima area di Colonia é stata ovviamente una delle mete preferite dai migranti.

Appena fuori dall’Innenstadt é stata da poco realizzata una grande moschea dal design futuristico commissionata da un’organizzazione di turchi-tedeschi.

DITIB-Zentralmoschee_Köln_-_April_2015-7489

fonte: Wikipedia

Nel 2007, all’annuncio della costruzione, hanno protestato associazioni di estrema destra provenienti anche da Austria e Belgio, ma si é trattato di episodi marginali relativi a poche centinaia di persone di chiaro indirizzo neonazista.

news-graphics-2007-_638863a

(2007) 150 membri di Pro-Köln marciano protestando contro la costruzione della moschea Fonti: Telegraph e Spiegel

Anche a Colonia si registrano episodi di razzismo quotidiano del tutto esplicito; in alcuni locali notturni a Colonia i buttafuori impediscono l’ingresso a chi non é di pelle bianca.

Nel 2014 a Dresda (ex DDR) viene fondata Pegida, un movimento politico a puro carattere anti-islamico che conquisterà un certo rapido successo: a gennaio 2015 capeggerà una marcia di 25.000 persone in una manifestazione contro gli attacchi di Parigi ed a giugno otterrà quasi il 10% dei voti alle elezioni municipali di Dresda. Il caso di Pegida, per quanto contenuto, suona però come campanello d’allarme in quanto manifestazione di un sentimento anti-immigrati ed anti-islamico molto più diffuso, trasversale, esplicito e socialmente accettato rispetto a solo pochissimi anni prima.

Il 26 Ottobre 2014 a Colonia migliaia di hooligans anti-islam (HoGeSa) ubriachi manifestano violentemente provocando forti scontri con passanti e polizia. La manifestazione aveva destato scalpore e tensione fin dal suo annuncio. Da un’altra parte della città é organizzata una contro-dimostrazione cui partecipano circa 10.000 persone. Ci sono scontri nell’area intorno alla stazione (link 1, link 2). in quanto tra gli 800 ed i 1000 contro-dimostranti di sinistra tentano di impedire agli hooligan di HoGeSa di uscire dalla stazione. Cannoni ad acqua, spray urticanti, arresti da entrambe le parti.

A metà dicembre 15.000 persone rispondono ai fatti di fine ottobre manifestando contro il razzismo.

In quegli stessi giorni Pegida indice una manifestazione a Colonia per il 5 gennaio successivo. L’arcidiocesi della città reagisce spegnendo le luci della Cattedrale.

Ai primi di settembre 2015 un’eccezionale ondata migratoria proveniente principalmente dalla Siria al suo quarto anno di guerra, migliaia di tedeschi s’attivano e manifestano a favore dell’accoglienza ai rifugiati. Anche a Colonia e Bonn associazioni si organizzano per portare un primo conforto ed appoggio ai rifugiati che giungono coi treni.

Fonte: Fanzeit

Fonte: Fanzeit

Più di recente, il 17 ottobre 2015, il giorno prima del voto alle elezioni comunali la candidata sindaco Henriette Reker (58) é stata pugnalata gravemente al collo da un disoccupato quarantaquattrenne noto per le posizioni vicine all’estrema destra neonazista negli anni ’90 che disapprovava le posizioni liberali della Reker a favore dei rifugiati. 24 ore più tardi il voto eleggerà la Reker a nuovo sindaco, che ne riceverà l’annuncio dall’ospedale.

La Germania insomma ha maturato oltre mezzo secolo di rapporti intensi con comunità di immigrati, soprattutto di religione islamica provenienti dalla Turchia. Tra alti e bassi ha tutto sommato intrapreso una strada che punta attivamente all’integrazione culturale ma oltre a scontrarsi con la resistenza che s’incontra spesso in questo tipo di situazioni, l’attuale crisi dei rifugiati e gli attentati terroristici su territorio europeo, stanno alimentando sempre più sentimenti xenofobi e reazionari che non mancano di manifestarsi in maniera violenta. In Germania la polarizzazione su immigrazione ed islam é decisamente maggiore, più organizzata e manifesta rispetto alla situazione italiana.

 

1.5 CRIMINALITA’ A COLONIA

La quarta città per grandezza della Germania é la seconda per tasso di criminalità. Dal 2003 il crimine più diffuso é il borseggio, perlopiù da parte di persone provenienti dal’ Africa del Nord che mirano al furto di smartphone. Negli ultimi tre anni vi sono stati 11.000 casi di furti e violenze in città. I giorni di carnevale registrano un’impennata dei borseggi. Il secondo crimine per frequenza sono i furti per cui la polizia accusa soprattutto bande dell’est Europa che non vivono in città. I borseggi in particolare sono d’interesse per quanto riguarda i fatti presi in esame in questo post. Un gran numero di questi avviene nei dintorni della stazione dei treniCome avvisa il sito di publica utilità della polizia tedesca i casi più frequenti riguardano situazioni di ressa (tipo i mercatini di Natale) e sono effettuati soprattutto da stranieri che mirano tendenzialmente ai portafogli posti nelle tasche posteriori, che contano sull’annebbiamento della vittima che abbia alzato un po il gomito durante una giornata di festa. Altro metodo ben conosciuto dalla polizia tedesca é distrarre la vittima spintonandola mentre un complice la deruba, ma soprattutto é noto che questo tipo di furti avviene più con azioni fulminee e “fisiche” e non con silenziosa destrezza e sono compiuti perlopiù da persone provenienti dal’ Europa dell’est e dall’Africa del Nord.  Un’altra variante é quella di distrarre la persona toccandola. Un’ulteriore variante meno usata é quella di circondare la vittima in gruppo impedendole ogni tipo di movimento per poi dividersi rapidamente dopo averla derubata. La polizia della Renania Settentrionale-Westfalia diffonde manuali come questo per prevenire i numerosi casi di taccheggio. La zona della stazione é luogo di spaccio di gruppi di nordafricani che non di rado si danno pure al taccheggio.

 

1.6 L’AREA DELLA STAZIONE-DUOMO

Schermata 2016-01-12 alle 21.54.10

Altstadt-Nord. In Rosso é indicata la piazza tra Stazione e Duomo. In giallo la piazza del chiostro e più a sud la Roncalliplatz. La linea verde sul tetto del Duomo indica 100 metri.

 

La Bahnhofsvorplatz é una piazza pedonale di forma triangolare che, come dice il nome, sorge dinnanzi alla stazione centrale dei treni di Colonia che ne occupa il lato est. Sul lato ovest ci sono un paio di palazzi e l’angolo di una chiesa mentre a sud c’é il maestoso Duomo la cui base é cinque-sei metri più in alto rispetto alla piazza della stazione. Tra la piazza e il Duomo c’é la Trankgasse, una strada percorsa da automobili che però si oltrepassa facilmente con un sovrapassaggio che funge da scalinata del Duomo. Proseguendo verso il centro, proprio attorno al Duomo s’incontrano altre due piazze pedonali: la piazza del chiostro ad ovest e la Roncalliplatz a sud.

La stazione di Colonia é molto grande. Ci passano giornalmente 280.000 persone. Tra i negozi e ristoranti al suo interno si trova sempre tantissima gente.

L’area attorno al Duomo e della stazione é comunemente nota come un luogo di taccheggio e spaccio di Marijuana in cui  stazionano regolarmente bande di spacciatori-taccheggiatori prevalentemente di origine nordafricana. Non é un mistero: chiunque abiti a Cologna lo sa ed é pure indicato nelle guide per i turisti. Lo scorso luglio una retata della polizia ha identificato una rete di 40 persone che operavano in quelle piazze.

L’intera area é dunque un’importante zona di passaggio: impossibile andare in centro a Colonia senza passare dalla zona della stazione. Da qui si passa per attraversare l’Hohenzollernbrucke: uno dei tre ponti che collegano il centro all’altra sponda del Reno su cui le coppiette attaccano i lucchetti.

Schermata 2016-01-13 alle 17.23.44

 

1.7 CAPODANNO A COLONIA

Nella notte di San Silvestro migliaia di persone si recano a Colonia per ammirare i fuochi d’artificio. Il capodanno di Colonia é “IL” capodanno del Reno Settentrionale-Westfalia ed attira anche numerosi turisti stranieri. Famiglie con bambini, compagnie di amici e coppiette in giro dappertutto. Come ad ogni capodanno ci si ritroverà con gli amici, si brinderà assieme con birra e spumante, si faran scoppiare i petardi e così via.

Un tipico capodanno tra amici per le strade di Colonia é più o meno come in questo video del 31 dicembre 2014:

E lo spettacolo di fuochi che ci si aspetta attorno alla mezzanotte é questo:

Come in ogni capodanno, o meglio, come in ogni grande evento di piazza, esattamente come avviene in tantissime città del mondo, si verificano numerosi casi di borseggio e molestie, ci saranno compagnie di ragazzi ubriachi, incidenti coi petardi e pure qualche rissa. (Nell’ultima edizione dell’Oktoberfest sono stati denunciati 40 casi di molestie, nessuna delle quali a carico di “nordafricani o immigrati”)

 

1.8 I LUOGHI DEL CAPODANNO

3473719_1_Silvester_in_Koeln_47800127

I luoghi principali in cui si svolge il capodanno nel centro di Colonia sono grossomodo le aree pedonali dell’Altstadt-Nord che vanno dalla stazione dei treni e l’adiacente duomo alla piazza alberata dell’Heumarkt ed il lungarno. Alla mezzanotte molte persone si spostano sul lungoreno e sui ponti per ammirare lo spettacolo dei fuochi d’artificio.

 

2.0 CAPODANNO 2015/2016

  • Nei giorni precedenti erano state diffuse notizie riguardanti possibili attacchi terroristici nelle maggiori città europee per capodanno.
  • La polizia locale di Colonia chiese rinforzi per la notte di Capodanno ma il ministero li aveva negati.
  • I fatti qui elencati sono stati ricostruiti in base alle testimonianze e dichiarazioni giunte nei giorni successivi.
  • L’elenco delle aggressioni é particolarmente corposo. Qui ne sono state selezionate solamente alcune per fornire un’immagine il più completa possibile degli orari di inizio/fine e delle diverse modalità d’esecuzione.

19:00 Una ragazza viene circondata da 5 persone ed afferrata mentre cammina

19:30 Parcheggio della stazione. Una ragazza si trova all’interno della propria macchina ferma. Un uomo le bussa sul finestrino e le indica di guardare le ruote. La ragazza esce dal veicolo e vi gira intorno osservando le ruote. Rientrata nell’abitacolo scopre che la sua borsetta é scomparsa.

Schermata 2016-01-12 alle 16.04.00

eventi tra le 19 e le 21 (dati aggiornati all’ 11/01/16)

20:30 Nella Banhofsvorplatz (la piazza antistante la stazione dei treni, indicata in rosso nell’immagine sopra) inizia a formarsi una folla composta da diverse centinaia di persone, perlopiù di origine nordafricana.

21:00 Nella piazza sono presenti circa 400/500 persone, quasi esclusivamente giovani uomini nordafricani e mediorientali tra i 15 e 35 anni. Alcuni stanno in piedi divisi per gruppetti nella piazza a far esplodere petardi.  Altri stanno sulle gradinate del Duomo a guardare la scena. Per terra ci sono bottiglie di birra. Sono molto rumorosi. Si sentono continui fischi dei mazzetti in volo e ogni volta che uno di questi esplode si sentono fischi e “Oooooh”.  Una persona viene derubata all’interno della stazione. Decine di cellulari riprendono quel che succede. Alcuni gruppetti lanciano pericolosamente i petardi addosso ad altri gruppetti in un “gioco” decisamente irresponsabile. Alcune delle persone che escono dalla stazione preferiscono aggirare in fretta il centro della piazza piuttosto che passare in mezzo alle esplosioni. Qualcuno si ferma a vedere che succede. C’é un caso di accoltellamento per cui arrivano la polizia ed un’ambulanza ed altre risse.

21:30 Polizia locale, polizia federale e rappresentanti del comune tengono un briefing sulla situazione alla piazza della stazione. Si propone di far intervenire la polizia antisommossa per le 22:00

Schermata 2016-01-12 alle 16.10.00

eventi tra le 21 e le 22 (dati aggiornati all’ 11/1/16)

22:00 La folla davanti alla stazione si é fatta più aggressiva. Chi passa di lì ne é intimorito. Molti di loro sono ubriachi ed “inconsapevoli di dove si trovassero“. Probabilmente molti han consumato anche droghe. Le bottiglie di birra vuote vengono frantumate per terra. Ci sono diverse chiazze di vomito. Lo scoppio continuo di petardi rende il tutto ancor più caotico. Ad ogni passo si calpestano vetri rotti. Due uomini bloccano delle donne vicino alla cattedrale e queste, urlando, tentano di reagire. Ci sono diverse risse nella stazione e la polizia tenta di contenerle ma sono troppe e c’é una difficoltà oggettiva nel focalizzarsi su ogni singola rissa. Si sente una ragazza urlare, piangere e scappare da un uomo che le urla contro puntandole il dito per poi inseguirla assieme ad altri. C’é un secondo briefing tra le polizie ed il Comune. L’intervento della polizia antisommossa é rimandato alle 22:30. Ubriachi lanciano petardi addosso ad altra gente. Iniziano le prime aggressioni: branchi da 2 fino a 20 persone individuano delle vittime, quasi esclusivamente giovani ragazze, le circondano e continuando a camminare al passo delle vittime vi si stringono addosso impedendone la fuga. A questo punto diverse mani iniziano a toccare aggressivamente la vittima da più parti: mani sul sedere, mani sul seno, tra le gambe. Mani che afferrano le braccia e che tirano la giacca. In alcuni casi mani che s’infilano dentro ai pantaloni. Intanto il branco rivolge frasi oscene alle vittime, le chiama “Bitch” o “Schlampfe” (Troia) e gli dice “Ficki, Ficki” (Scopiamo, scopiamo). Una macchina della polizia sosta davanti al Duomo e viene bombardata di petardi.

22:15 Una donna viene assalita e toccata mentre esce dalla stazione. Contemporaneamente c’é un tentativo di rubare la borsa del marito.

22:25 In piazza giungono dieci poliziotti antisommossa.

22:30 Due ragazze vengono assalite all’ingresso della stazione. Gli assalitori le toccano dappertutto, compresi i genitali. (Si tratta dell’episodio più grave e che porterà a due denunce per stupro). Una ragazza passa nel bel mezzo di una folla. Successivamente si accorge di esser stata derubata. Un petardo esplode sulla spalla di una ragazza ustionandola. Un’altra ragazza giunta da Bonn testimonia che scesa dal treno vede in stazione quasi esclusivamente maschi nordafricani. Ubriachi. La folla é tanto densa da potersi a malapena muovere e diverse mani la toccano sul sedere. “non avevano la sensazione di star facendo qualcosa che é vietato

22:40 Un ragazzo e due ragazze alla stazione. Mentre queste vengono circondate e toccate lui viene derubato.

22:50 Tutte le squadre antisommossa sono ora nel piazzale. Sei tratta di 142 poliziotti. All’interno della stazione invece ci sono 70 poliziotti federali i quali determinano che all’interno della stazione c’é un grande numero di uomini e ragazzi.

Schermata 2016-01-12 alle 16.11.13

eventi tra le 22 e le 23 (dati aggiornati all’ 11/1/16)

23:00 Le persone radunate nella Banhofsvorplatz adesso sono circa un migliaio. Secondo alcuni 1.500. Più rumore, più petardi. Più caos. C’é una situazione caotica con gente “completamente disinibita” che urla, fumo di petardi esplosi ovunque. Gran parte delle persone é ubriaca o intossicata. Nessuno si cura più di tanto della presenza della polizia. Si stanno verificando ancora aggressioni all’interno della folla ma la polizia antisommossa non se ne accorge. Passa un’ambulanza e viene bersagliata di petardi. In un angolo della piazza alcuni stanno litigando. Altre risse. Per la maggior parte sono ragazzi e giovani uomini nordafricani o mediorientali. Non é più una situazione tranquilla: raggiungere la stazione dei treni é ora oggettivamente pericoloso per i passanti e le persone in piazza si stanno facendo aggressive. Alcuni ragazzi si sono messi a far scoppiare petardi nel bel mezzo dell’adiacente sottopasso impedendo l’eventuale passaggio delle automobili. Nel frattempo sono giunte diverse macchine e camionette della polizia. Un’altra ragazza testimonia di esser stata toccata nelle parti intime più o meno a quest’ora nel piazzale della stazione.

https://www.youtube.com/watch?v=FrNUwzUTVSI

23:15 Due ragazze vengono circondate e toccate dalla folla. Cade la borsetta. Vengono derubate di cellulare, contanti e gioielleria. La polizia decide di sgomberare la scalinata del Duomo.

23:30 La polizia decide d’intervenire prima che accada qualcosa di grave ed inizia lo sgombero della piazza. Con qualche difficoltà circondano la zona ed iniziano a disperdere le persone presenti allontanandole dalla zona della stazione. La polizia di Colonia informa della situazione la LZPD, l’organo di coordinamento delle polizie del Länder. La LZPD chiede se siano necessari rinforzi ma la polizia di Colonia dichiara di non ritenerlo necessario.

23:35 La polizia inizia a sgomberare la scalinata del Duomo.

23:40 Una ragazza si trova nella folla. Viene toccata e derubata.

principali eventi denunciati tra le 23 e le 24

principali eventi tra le 23 e le 24 (dati aggiornati all’ 11/1/16)

00:00 Mezzanotte: festeggiamento del nuovo anno.

00:05 Ragazza viene toccata sul sedere da stranieri. In seguito si accorge che le é stato rubato il cellulare.

00:15 La scalinata del Duomo é ora sgombra.

00:20 Vittima testimonia di esser stata “toccata dappertutto”

00:27 Il grosso dei festeggiamenti é finito e da questo momento in poi molte persone dovranno recarsi alla stazione per tornare a casa. La polizia decide di riaprire l’accesso alla piazza e alla scalinata. Sempre la polizia dichiarerà successivamente che da questo momento la situazione in piazza si era “calmata notevolmente

00:30 Madre e figlia vengono assalite. Uno degli assalitori tenta di baciare la ragazza mentre un’altro le tira fuori il portafoglio dalla borsa. Una ragazza viene circondata da 5 uomini che tentano di toccarla sotto alla gonna mentre un’altro le strappa via la borsetta. Tra la mezzanotte e adesso la polizia ha controllato tra le 30 e le 50 persone. Una squadra viene spostata in un’altra zona della città. Alcune donne dichiarano agli agenti di non esser state aiutate dai poliziotti presenti in stazione. C’é il primo arresto per borseggio.

00:45 La polizia dichiarerà successivamente che a quest’ora era stata disperso il grosso della folla presente in piazza. Tuttavia vi sono diverse testimonianze che affermano il contrario. Ad esempio la testimonianza di una ragazza, il fidanzato e due amiche che trovatisi nel piazzale a quest’ora vengono circondati da diversi uomini che iniziano a toccarli dappertutto, anche in zone intime. Dopodiché, ancora in stato di shock, han raggiunto dei poliziotti all’interno della stazione che immediatamente sono scattati nel tentativo di catturare gli aggressori. Aggressioni simili avvengono sia all’interno che al di fuori del piazzale della stazione.

00:50 La polizia dichiarerà in seguito che solo a quest’ora viene informata per la prima volta che ci son state molestie sessuali. Vicino al duomo c’é un tentativo di stupro.

00:57 Gruppo di cinque femmine ed un maschio vengono circondati da 30-50 persone. Le femmine vengono molestate ed il maschio derubato.

Schermata 2016-01-12 alle 16.13.49

eventi tra le 00 e le 01 (dati aggiornati all’ 11/1/16)

01:00  Amir, un 37enne iraniano residente da 17 anni in Germania, testimonia che a quell’ora é entrato alla stazione con la fidanzata e i suoi genitori per tornare tutti a casa. Un poliziotto cerca di impedirgli l’accesso finché lui non gli dice “Siamo una famiglia e vogliamo tornare a casa”. Entrati nella stazione vedono vomito dappertutto. Giorni dopo testimonierà: “Ho avuto paura” – “E’qualcosa che non avevo mai visto in Germania”. Durante la serata, davanti alla stazione dei treni la polizia ha identificato 70 delle persone presenti. La polizia si apposta all’ingresso della stazione per permettere alle persone di raggiungere i binari in sicurezza. Tre ragazze vengono circondate e toccate dappertutto da un gruppo di nordafricani. C’é un tentativo di rubare una borsetta. Viene rubato un cellulare.

01:20 La polizia deve ancora contenere delle aggressioni tentando d’impedire l’assembramento di persone “che apparentemente si raggruppavano per commettere crimini o celarli

01:30 Una ragazza viene separata dal suo ragazzo, toccata dappertutto e derubata della borsetta ed il suo contenuto.

01:40 Ai binari una ragazza viene toccata sotto gli abiti nell’area genitale.

Schermata 2016-01-12 alle 16.16.39

principali eventi tra le 01 e le 02 (dati aggiornati all’ 11/1/16)

 

02:00 Attorno alla stazione c’é ancora gente. Ci sono diverse risse. Ubriachi che lanciano le bottiglie rischiando di colpire passanti. Un gruppo di uomini infastidisce delle ragazzine nella metropolitana ma un signore tedesco interviene e queste riescono ad allontanarsi.

02:30 Ragazzo e ragazza vengono molestati mentre camminano dall’Heumarkt al Duomo

03:15 Ragazzo e ragazza vengono circondati. L’uomo viene derubato.

04:00 La polizia dichiarerà che a quest’ora la situazione si é ulteriormente calmata.

04:15 Ragazza viene toccata dappertutto.

04:30 Una ragazza esce da un bar e viene derubata del cellulare.

Schermata 2016-01-12 alle 16.18.46

eventi tra le 02 e le 05 (dati aggiornati all’ 11/1/16)

05:00 Viene mandata via una delle squadre di poliziotti dalla stazione

05:05 Vengono rilasciate le prime persone che erano state arrestate e trattenute in cella.

06:40 Ragazzo in bici nei pressi della stazione. Dalla giacca gli vengono rubati cellulare, documenti e carte di credito.

Schermata 2016-01-12 alle 16.19.43

eventi dalle 05 alle 12 (dati aggiornati all’ 11/1/16)

Dopo le 5 la situazione é ritornata quella di una giornata normale.

 

3.0 I GIORNI SUCCESSIVI

[fra parentesi quadre ed in rosso alcune considerazioni che si é preferito inserire qui anziché nella quarta sezione] 

Venerdì 1 Gennaio 2016 POLIZIA NEGA, I SOCIAL NETWORK S’INFERVORANO

Alle 08.57 viene rilasciata una relazione della polizia segnala che “la celebrazione del capodanno é stata perlopiù pacifica” e che all’indomani dei festeggiamenti il clima é “ritranquillo”. Si segnalano 20 casi di danneggiamento (l’anno precedente furono 25), 78 colluttazioni, 80 interventi della polizia, 80 casi di festeggiamenti eccessivamente rumorosi e il fatto che poco prima di mezzanotte si é dovuta sgomberare l’area del Duomo per evitare la formazione di una ressa pericolosa causata da circa 1000 persone intente a far esplodere fuochi pirotecnici.

Sul gruppo Facebook “Nett-Werk Köln” vengono pubblicati dei post sugli assalti ma gli amministratori del gruppo li cancellano in quanto contrarie alle regole contro l’incitamento

Il Köllner Express pubblica un articolo intitolato: “Notte di San Silvestro: giovani donne molestate sessualmente” in cui riporta la testimonianza di una giovane donna (28) che dichiara che nei pressi della stazione alle 00:45 lei, il fidanzato e due amiche sono stati circondati da diversi uomini che hanno iniziato a toccarli dappertutto, anche in zone intime. Dopodiché, ancora in stato di shock, han raggiunto dei poliziotti all’interno della stazione che immediatamente sono scattati nel tentativo di catturare gli aggressori.

 

Sabato 2 Gennaio 2016 PRIME AMMISSIONI DELLA POLIZIA

La polizia dichiara che una trentina di uomini “di aspetto nordafricano” ha agito assalendo diverse vittime circondandole in gruppi per immobilizzarle e distrarle mentre le derubavano di portafogli e cellulare e che in alcuni casi sono andati oltre toccando le parti intime delle vittime dei furti.

 

NOTA RIGUARDANTE I DIVERSI CORPI DI POLIZIA TEDESCA

Nel piazzale della stazione di Colonia a capodanno intervenivano due diversi corpi di polizia:

Bundespolizei (polizia federale tedesca, dipendente dal ministero degli interni. Ha il controllo della ferrovia e della stazione dei treni fino ad una distanza di 30 metri da essa, il che include tutta la piazza antistante.)

Kölner Polizei (o Landespolizei Köln, polizia locale di Colonia, dipendente dal proprio Länder di appartenenza. Ha il controllo del territorio)

Inoltre alcune dichiarazioni verranno rilasciate dal leader locale del GdP, ossia il principale sindacato di polizia.

Ciò ha provocato a volte una qualche confusione sui media riguardo le dichiarazioni dei diversi “capi della polizia”.

 

Domenica 3 Gennaio 2006 A COLONIA NON SI PARLA D’ALTRO

A Colonia non si parla d’altro soprattutto sui social network a causa della scarsa copertura mediatica che già qualcuno indica come voluta.

Il “Köllner Express” pubblica un nuovo articolo in cui riporre più un dettaglio la testimonianza del primo articolo. La giovane donna, che dichiara di essere nativa di Colonia, si chiama Katia L (28) e specifica che l’assalto é avvenuto nei pressi della vecchia sala d’attesa aggiungendo “Quando uscimmo dalla stazione fummo molto sorpresi dal gruppo che incontrammo fuori” – “erano solamente uomini stranieri” („Als wir aus der Bahnhofshalle kamen, waren wir sehr verwundert über die Gruppe, die uns da empfing“ – „Es handelte sich ausschließlich um junge ausländische Männer”), che “sarò stata toccata 100 volte in 200 metri” mentre gli uomini le dicevano “Schlampen” (troie) e “Ficki, Ficki” (scopare, scopare) e che “per fortuna indossava giacca e pantaloni perché una gonna le sarebbe stata sicuramente strappata”. Una delle due amiche racconta che il gruppo era di 40 o forse 100 uomini e che collant e mutande le son state quasi completamente tolte. Tornate alla stazione hanno avvertito subito la polizia ma non son state in grado di dire chi le avesse toccate né dove. Katia L. aggiunge “spero che li catturino o non scenderò in piazza al Carnevale”. L’articolo termina informando che la polizia ha iniziato un’attività di verifica dei fatti e che 35 donne hanno già fatto denuncia ma la cifra é destinata ad aumentare. In totale sono state fatte 60 denunce, il 25% delle quali includeva molestie sessuali.

 

Lunedì-Martedì 4 -5
Gennaio 2006 LA NOTIZIA FA IL GIRO DEL MONDO

Il capo della polizia di Colonia, Wolfgang Albers, dichiara che il numero di denunce é arrivato a 60. Parla di “una dimensione completamente nuova di crimine“. La sindaco Reker annuncia una riunione apposita.

Sull’Huffington Post tedesco si fa notare come i fatti di Colonia incredibilmente non abbiano avuto eco sui media nazionali nonostante la gravità e che le uniche fonti sono, oltre a brevi dichiarazioni su WDR, il “Köllner Express” e “Focus Online“, entrambi di noto indirizzo conservatore e non proprio adatti a fungere da fonte primaria. Si parla di disinformazione, censura ed eccessiva prudenza. Poco dopo la pubblicazione dell’articolo, però, la notizia riceverà una copertura internazionale.

Il ministro della giustizia tedesco Maas parla di attacchi “vili e odiosi”. La cancelliera Merkel chiede una risposta severa della legge. La sindaco di Colonia dichiara misure restrittive per i prossimi eventi pubblici. La polizia dichiara che le denunce sono salite a 90, alcune delle quali per molestia, alcune per furto e alcune per furto con molestia. In un caso v’é una denuncia per stupro. La sindaco Reker dichiara che non v’é alcuna prova che vi fossero rifugiati tra gli assalitori e diffonde alcuni “consigli utili” per evitare in futuro situazioni simili che scatenano ilarità e critiche. Quello che appare subito chiaro é che non ci sono dei veri sospetti e non é chiaro il loro numero ma “Non si é trattato di mille assalitori, come ripete la stampa, ma di persone che si sono mescolate nella folla.

La notizia viene riportata dai media internazionali che sostanzialmente riprendono quanto scritto sul “Köllner Express” e “Focus Online“. Ciò che passa é sostanzialmente “Nella notte di Capodanno a Colonia mille arabi o nordafricani ubriachi ed aggressivi hanno assalito dalle 60 alle 90 donne”, così come lo riporta la BBC, il DailyMail,

In Italia la notizia giunge così:

 

Schermata 2016-01-10 alle 00.28.57

 

Schermata 2016-01-10 alle 00.31.52

 

Schermata 2016-01-10 alle 00.33.59

 

Schermata 2016-01-10 alle 00.19.56

 

Schermata 2016-01-10 alle 00.35.09

 

Schermata 2016-01-10 alle 00.23.19

 

 

[Da una parte i quotidiani di estrema destra parlano di “stupri di massa”, dall’altra alcune incomprensioni diffuse sui termini “molestie”, “attacchi” e “gruppi” e il patatrac é fatto! Da questo momento in Italia si parla di “mille rifugiati mussulmani ubriachi che si sono organizzati in massa per stuprare in branco le nostre donne”]

 

Mercoledì 6 Gennaio 2006 SALE L’HYPE

Salta fuori un foglio in cui sono riportate sia in arabo che in tedesco frasi come: “Voglio scopare con te”, “belle tette” e “ti ammazzo”.

Una donna di lingua araba informa la polizia che alcuni rifugiati di Duisburg le avrebbero rivelato di esser stati a Colonia per il capodanno. Alcuni cellulari rubati sarebbero stati rinvenuti presso abitazioni di rifugiati o nelle loro vicinanze, ma la polizia non conferma.

Duecento donne manifestano contro il sessismo davanti al Duomo di Colonia.

[In GERMANIA dapprima si é parlato del ritardo con cui la notizia é giunta ai notiziari nazionali accusando la polizia di aver voluto mantenere in silenzio i fatti, poi ci si é concentrati sul fatto che molti media hanno dato scarso risalto alla nazionalità/origine degli assalitori indicandoli come “probabilmente nordafricani” o “indicativamente di aspetto arabo”; poi si é proseguito con le accuse di incompetenza verso la polizia e allo stesso tempo si son toccate appieno le politiche di accoglienza del governo in carica, passando per il senso di sicurezza generale.  

In ITALIA invece il livello del discorso é ben esemplificato qui: C_4_articolo_2152734_upiImagepp

Si é parlato di “stupri organizzati”, “rete internazionale degli stupri di massa”, “attacco organizzato” equiparando i fatti di Colonia ad un atto terroristico.

Come sempre in questi casi sui social network ottengono maggio risalto le voci più estremiste e informazioni vere si legano a bufale di facile presa. Foto risalenti ad altre notizie, falsi palesi, dettagli ingigantiti, voci date per buone ed un video delle aggressioni che poi si scopre esser risalente ai fatti del Cairo del 2012 (NB pur non riferendosi ai fatti di Colonia il video é utile in quanto le modalità delle aggressioni di Colonia é praticamente identica a quella mostrata nel video in questione) . Il tutto ovviamente per dipingere i fatti in modo ancor più drammatico di quanto non siano già. 

Ciò che molto velocemente é stato messo in secondo piano sia in Germania che in Italia é la possibile discussione sul trattamento delle donne nei luoghi pubblici. Già a questa data i “fatti di Colonia” sono diventati merce di propaganda politica incentrata sulla tesi dello scontro di civiltà e cioé immigrazione, Islam, Europa, accordi di Schengen ecc. Le vittime dei fatti sono già diventate un mero numero da spendere e l’interesse vige più sulla nazionalità/origine degli aggressori che su ciò che han passato le vittime (Quanti erano rifugiati? Quante molestie? Quante donne? Quanti disoccupati? Quanti?)

Il fatto é decisamente interessante soprattutto se paragonato ad un recente episodio che presenta alcuni particolari analoghi:

https://www.youtube.com/watch?v=4vznKyl_4A8

Roma, 18-19 febbraio 2015, un migliaio di ultras olandesi del Feyenoord perlopiù ubriachi, tengono in ostaggio diverse zone del centro con risse, danneggiamenti, vandalizzazioni, scontri con la polizia. Vengono danneggiati 15 autobus e la fontana del Bernini in quelle che vengono descritte da più parti “scene di guerriglia“. In quel caso oltre a qualche ovvia critica sull’operato della polizia é interessante osservare in che modo sono stati descritti gli ultras del Feyenoord sulla stampa più critica:

“orda sbronza”, “teppaglia” che forse han dovuto sfogare la loro frustrazione di vivere in una città brutta (Libero

“teppisti” che hanno compiuto “barbarie” (Libero)

“teppisti” (Libero)

“tifosi ubriachi” (Il Giornale)

“tifosi-vandali”, “nuovi lanzichenecchi” (Il Giornale)

“barbari”, “hooligan” (Il Fatto Quotidiano)

“bestie completamente ubriache”, “energumeno”, “esaltati” “soliti imbecilli” (Il Fatto Quotidiano

Qui la tesi dello scontro di civiltà non é scattato. Perché? Non si inneggiato contro la “razza olandese” né contro la “cultura nordica”, né contro la “violenza repressa dei protestanti”: i tifosi ubriachi sono contestati semplicemente per il fatto di essere dei tifosi ubriachi. La loro origine viene considerata solo come appiglio su cui costruire delle immagini colorite (barbari, vandali, lanzichenecchi) ma non é mai elemento centrale della critica. Gli ultras olandesi sono condannati in quanto ultras e non in quanto olandesi. Mai, mai, mai é stata proposta una lettura razziale-culturale di ciò che gli olandesi hanno fatto a Roma. Mai si é accennato alla loro fede protestante. Al contrario, per i fatti di Colonia, i teppisti nordafricani e mediorientali vengono condannati in quanto nordafricani e mediorientali secondo l’equazione “nordafricani e mediorientali = teppisti”. ].

 

Giovedì 7 Gennaio 2006 NOTIZIE A CATENA

Sull’Huffington Post tedesco si prende atto che moltissima stampa ha abusato dei termini “1000 uomini”, “rifugiati” in quanto a questa data nessun elemento indica che effettivamente vi fossero mille persone implicate, né che vi fossero coinvolti rifugiati ma che oramai la vulgata dell’evento é “mille rifugiati hanno molestato donne tedesche” [se avesse letto i giornali italiani molto probabilmente l’autore avrebbe sostituito “molestato” con “stuprato”] .

[Le dichiarazioni della polizia hanno fatto si che si smorzassero le voci sui “mille stupri”. Nel frattempo alla notizia di Colonia si sommano anche le segnalazioni di molestie avvenute in altre città europee da Amburgo a Zurigo passando per Helsinki. Da questo momento ogni molestia, furto, violenza o rissa di un seppur minimo interesse verrà collegata ai fatti di Colonia e troverà spazio sulla stampa: si andrà da un gruppo di 500 uomini che han tentato di forzare l’ingresso in una discoteca a Bielefeld (la polizia di Bielefeld però rimarcherà che i fatti di Colonia non c’entrano niente con quanto avvenuto a Bielefeld e che le voci in rete hanno ingigantito e snaturato) ai  6 (sei) casi di molestie avvenuti la stessa notte a Zurigo. Ciò non deve stupire in quanto risponde perfettamente ad una nota tendenza dei news-media, ossia la creazione di notizie-catena ottenute relazionando forzatamente fatti scollegati per cavalcare l’onda dell’interesse per la notizia iniziale col risultato di amplificare agli occhi del pubblico la portata dei fatti. Un esempio illuminante é il caso delle “morìa di uccelli del 2011.]

Il Consiglio centrale dei mussulmani tedeschi, con sede a Colonia, riceve centinaia di email e 50 telefonate telefonate minatorie. Sono costretti a staccare i telefoni.

 

Venerdì 8 Gennaio 2006 LICENZIATO IL CAPO DELLA POLIZIA LOCALE

Il capo della polizia di Colonia viene mandato in pensionamento anticipato. La polizia federale dichiara di aver identificato 31 persone sospettate di aver preso parte alle aggressioni, tra cui 18 richiedenti asilo ma la polizia specifica che non sono sospettati di molestie sessuali ma di furto. Fra gli identificati vi sono 9 algerini, 8 marocchini, 4 siriani, 5 iraniani, 1 iracheno, 1 serbo, 1 statunitense e 2 tedeschi (secondo alcune fonti tre) . Sono perlopiù persone già note alla polizia di Colonia e non sono tra i profughi arrivati di recente. Vengono inoltre arrestate due persone: un sedicenne di origine marocchina ed un ventitreenne di origine tunisina. Le denunce sono salite a 200. Tra telecamere a circuito chiuso e telefoni cellulari sono state raccolte 350 ore di filmati divisi in circa 250 files.

 

Sabato 9 Gennaio 2016 SCONTRI TRA MANIFESTANTI

A Colonia il partito anti-Islam Pegida organizza una manifestazione anti-rifugiati cui partecipano circa 1700 persone mentre nel piazzale della stazione dei treni si é tenuta una contro-manifestazione. Mentre quest’ultima si é svolta pacificamente quella di Pegida é sfociata in scontri. Discorsi di grande violenza verbale, che hanno acceso ancor più gli animi: “Angela Merkel peggior cancelliere dopo Hitler”, “Islam cancro e Pegida la sua cura”, “Profughi invasori che violentano donne e bambini”, alcune delle frasi più roboanti pronunciate dagli oratori.

https://www.youtube.com/watch?v=tkNTKaNEP5U

La polizia di Colonia dichiara che 100 detective stanno investigando su 379 denunce, di cui circa il 40% include molestie sessuali e che le indagini sono focalizzate su persone originarie del nordafrica, perlopiù “richiedenti asilo e persone che vivono in Germania illegalmente”

Sulla rete nazionale tedesca i fatti di Capodanno vengono definiti un “campanello d’allarme” che illumina sulle difficoltà che incontra la Germania nell’integrare i nuovi arrivati, ma si dichiara altresì che “non bisogna cedere alle paure” per “non perdere ciò che abbiamo raggiunto”.

Una nuova manifestazione contro il sessismo sulle scalinate del Duomo.

La cancelliera Merkel presenta la proposta “che i profughi possano perdere il diritto d’asilo in caso di reati, anche per quelli in cui è prevista la condizionale

 

Domenica 10 Gennaio 2016 PROSEGUONO LE INDAGINI. AUMENTANO LE DENUNCE

La polizia locale di Colonia dichiara di star indagando su 19  sospetti: 10 richiedenti asilo e 9 presunti clandestini, fra cui alcuni “rifugiati arrivati in Germania negli ultimi mesi“. Quattro di essi sono già in stato di fermo accusati di furto. Nessuno di essi é residente a Colonia. Il direttore generale dell’anticrimine del Reno Settentrionale-Westfalia fa inoltre sapere che “dalle indagini sulla notte di San Silvestro finora non risulta che gli attacchi alle donne a Colonia siano stati “organizzati o guidati” e utilizza il termine “Tarraush gamea, utilizzato nei paesi arabi (ma anche in India e Bangladesh) per indicare le molestie sessuali di gruppo in luoghi pubblici

Le denunce sono salite a 516. La percentuale di denunce che include anche o solo molestie sessuali resta del 40% circa.

Di questi episodi, 107 includono il furto.

Si sono verificate aggressioni ai danni di persone dall’aspetto nordafricano e mediorientale. La polizia indaga per verificare se vi sia collegamento con un gruppo di hooligan, rocker e buttafuori che avrebbe lanciato su Facebook una “caccia all’uomo nel centro storico di Colonia”.

[Nel frattempo l’hype sulla notizia é ancora alto e dopo le prime reazioni indignate adesso i media iniziano a diffondere le proprie letture dell’accaduto, a volte andando al nocciolo della questione e a volte raggiungendo picchi dell’orrido (ma alcuni se ne accorgono)]

 

Lunedì 11 Gennaio 2016 LA LISTA DELLE DENUNCE

Il presidente della polizia federale tedesca Heiko Maas dichiara a proposito delle aggressioni: «deve esserci dietro una qualche forma di organizzazione. Nessuno può venirmi a raccontare che non sia stato preparato o concordato […] Normalmente una cosa del genere viene organizzata sui social network […] non si tratta di criminalità organizzata […] » e che dietro agli assalti «[…] non ci sia nessun tipo di gruppo strutturato». La polizia indaga tra decine di sms, chat ed email. Si continua a parlare di “regia unica” anche sulla stampa ma non c’é alcuna evidenza di ciò e la polizia locale invece smentisce. [1. Heiko Maas parla chiaramente di una sua ferma convinzione non ancora confermata da prove. Molta stampa però trasmette incorrettamente l’informazione “gli attacchi erano organizzati” dandola già per certa. 2.Il sospetto che traspare da diverse dichiarazioni é quello della “grande rete internazionale dei mussulmani organizzati per attaccare l’occidente” e dice molte più cose su chi la sostiene che delle persone sospettate]

Per il momento si indaga su 19 sospetti di cui 10 profughi.

Bild Zeitung pubblica la relazione del Ministero in cui sono elencate una ad una le descrizioni degli assalti denunciati

A Lipsia (ex DDR) Pegida sfila in un corteo anti-immigrati. Ci sono scontri, danneggiamenti ed arresti. La notizia trova eco internazionale poiché viene incatenata ai fatti di Colonia.

Rolf Jaeger, ministro del Land del Reno Settentrionale-Westfalia, dichiara“I testimoni e i rapporti della polizia locale, così come i resoconti della polizia federale, puntano sul fatto che i reati sono stati commessi quasi esclusivamente da persone dell’ambiente dei migranti“, punta il dito contro la polizia locale, affermando che questa non avesse chiesto rinforzi citando anche la nota stampa rilasciata il primo gennaio in cui si dichiarava la situazione “tranquilla” e dichiara che secondo le indagini non risulta che gli attacchi siano stati “organizzati” o “guidati”

Martedì 12 Gennaio 2016 L’ATTENZIONE INIZIA A CALARE

Il procuratore Ulrich Bremer dichiara che le denunce sono salite a 563, che la percentuale di queste che include molestie sessuali é ora del 50% e che i sospettati identificati dalla polizia sono 23. Rolf Jaeger, ministro del Land del Reno Settentrionale-Westfalia, ha rilasciato nella notte un report in cui dichiara quanto che la polizia sapesse della situazione. Vengono resi noti i tempi, gli orari dei briefing, il numero di poliziotti presenti, l’osservazione che le forze fossero in realtà insufficienti e che ciò abbia lasciato ampi margini di manovra agli aggressori, il fatto che la polizia di Colonia non sentì necessario avere rinforzi dal LZPD. Si rende noto che tra le ore 20:00 del 31 dicembre e le ore 07:00 del 1 gennaio sono giunte 1267 chiamate d’emergenza che hanno portato ad eseguire 873 controlli, di cui 53 nell’area della stazione, 12 dei quali riguardavano molestie, furti e/o percosse. Si parla di errori di valutazione, incapacità di adattamento e disorganizzazione (sovraccarico di lavoro per le forze ordinarie.

[Da questo momento i “fatti di Colonia” non trovano più spazio sulle prime pagine internazionali]

4.0 Alcune considerazioni:

4.1 RADUNO SPONTANEO?

Possibile che mille, millecinquecento persone si siano radunate nello stesso luogo senza alcun coordinamento? Finora nulla ha fatto emergere la presenza di un coordinamento generale. Vi sono però diversi elementi che possono spiegare come ciò sia stato possibile:

Nell’area della stazione stazionano sempre piccoli gruppi di nordafricani dediti allo spaccio ed al taccheggio. Altri gruppi di nordafricani sono giunti a Colonia passando proprio dalla stazione. Il punto di ritrovo della piazza é la scalinata del Duomo. E’sulla scalinata che ci si da appuntamento e ci si trova. La scalinata però é involontariamente al tempo stesso anche una perfetta platea: basta che una persona nel piazzale inizi ad attirare l’attenzione che la gente sulla scalinata si trasformi volente o nolente in pubblico e quella sera c’era gente in piazza che tirava razzi e petardi. Non serve molto perché gruppi di persone sulla scalinata inizino ad incitare quelli che tirano i petardi e perché altri gruppi giunti successivamente si fermino lì nel piazzale sommandosi alla folla preesistente. Non va nemmeno dimenticato che molti tedeschi già vedendo i primi assembramenti di nordafricani han preferito non mescolarsi, facendo sì che tale folla mantenesse la propria omogeneità iniziale (giovani maschi di origine tendenzialmente nordafricana).

Che alcuni di questi gruppi si siano dati appuntamento alla stazione non sembra affatto strano, così come non sembra nemmeno strano se alcuni gruppi di assalitori si siano coordinati sul momento via chat (stupisce che nel 2015 vi siano giovani che interloquiscono via chat e social network?)

 

4.2 LA POLIZIA HA NEGATO L’EVIDENZA?

Ci sono ancora indagini e discussioni in corso é già chiaro che i corpi di polizia di Colonia abbiano gestito malissimo la situazione in piazza sottostimandone il rischio potenziale ed agendo tardivamente con mezzi limitati. Purtroppo capire esattamente perché sia successo richiederebbe approfondimenti sulla situazione, sugli equilibri interni e funzionamento dei corpi di polizia della città che francamente esula dall’interesse di questo post ed a meno che non saltino fuori rivelazioni stravolgenti basterà sapere che c’é stata disorganizzazione da parte della polizia ed all’indomani s’é tentato di sorvolare sull’accaduto.

 

4.3 ERANO TUTTI NORDAFRICANI?

Tutte le testimonianze concordano nel descrivere la folla in piazza ed in stazione come composta quasi unicamente di nordafricani o mediorientali. Le persone sospettate di aver assalito le ragazze provengono da Algeria, Marocco, Siria, Iran, Iraq, Serbia, Stati Uniti e Germania. Si può dunque già affermare che per la stragrande maggioranza si: si parla di persone la cui origine é ascrivibile al nordafrica ed al medio oriente. Magari salterà fuori che tra gli assalitori c’erano pure dei russi, brasiliani o italiani e ci sarà chi pungolerà sul paese di origine dei genitori di questi russi, brasiliani e italiani ma sono questioni di lana caprina in quanto l’origine delle persone coinvolte non é fondamentale nelle dinamiche di quanto accaduto

 

 

4.4 LA VIOLENZA SULLE DONNE E’ UN PROBLEMA DEL MONDO MUSSULMANO?

E’ un problema che coinvolge ANCHE il mondo mussulmano: le aree di provenienza delle persone coinvolte sono caratterizzate da società fortemente maschiliste e patriarcali in cui sono comunemente diffusi stereotipi sessisti sulle donne occidentali. Ciò non toglie che allo stesso tempo anche in Germania (e in Europa e nel cosiddetto “mondo occidentale”) sia ancora fortemente radicata una cultura maschilista e patriarcale. Le differenze tra “mondo occidentale” e “mondo islamico” sul rapporto con il genere femminile, quando ci sono, son soprattutto differenze esteriori relative al grado di accettazione sociale di tale impostazione. Il rapporto disequilibrato fra i generi non é dunque un problema spiccatamente mussulmano: se da una parte v’é una manifestazione più esplicita di una visione maschilista, dall’altra, nel “mondo occidentale”, si finge che tale visione non sia diffusa illudendosi che i pur numerosi segnali contrari siano solo casi isolati o eccezioni.

 

4.5 DUNQUE, RIASSUMENDO…

  • Mille, millecinquecento tra ragazzi e giovani uomini accomunati perlopiù dal fatto di essere tutti maschi venire quasi esclusivamente dal nordafrica o dal medio oriente si sono radunati nel piazzale della stazione.
  • Le persone presenti in piazza sono accomunate dal fatto di appartenere a gruppi sociali perlopiù scarsamente integrati tra la popolazione tedesca.
  • Anche se alcuni gruppi si erano accordati sull’incontrarsi alla Banhofsvoorplatz, non c’é alcun meta-coordinamento di tutta la folla.
  • Il piazzale della stazione é un luogo pubblico di grandissimo passaggio: chi giunge a Colonia dal circondario spesso vi giunge in treno e passa obbligatoriamente dalla stazione.
  • Il piazzale della stazione di Colonia é notoriamente luogo di spaccio e borseggio. Gruppi di spacciatori e borseggiatori perlopiù di origine nordafricana vi s’aggirano costantemente ed é lecito ritenere fossero presenti anche durante gli eventi in questione
  • Borseggi e furti sono il crimine principale a Colonia.
  • Durante tutti i grandi eventi di piazza s’assiste ad un notevole aumento de borseggi e molestie, seppur in numero decisamente inferiore rispetto ai fatti di Colonia.
  • Uno dei metodi noti dei borseggiatori consiste nell’accerchiare la vittima per impedirne ogni reazione. Un secondo metodo consiste nell’urtarla mentre una seconda persona la deruba. Un terzo prevede di distrarla strattonandola.
  • Le persone presenti in piazza hanno iniziato a “festeggiare” il capodanno in maniera vandalica e l’atmosfera si é scaldata sempre più nell’arco di alcune ore.
  • La folla non é giunta tutta assieme ma si é formata nell’arco di diverse ore.
  • C’é stato un forte abuso di alcolici da parte delle persone in piazza ed é lecito ritenere anche l’utilizzo di altre sostanze stupefacenti. Di fatto buona parte delle persone presenti era evidentemente intossicata.
  • Fino alle 21:30-22:00 la situazione può dirsi tutto sommato normale (si verificano alcuni episodi di borseggio quantitativamente in linea con quanti ne avvengono in una giornata normale) ma é già chiaro che la folla stava aumentando sia in quantità che in aggressività.
  • Gli assalti in piazza iniziano ad intensificarsi tra le 22 e le 23, aumentano man mano che si avvicina la mezzanotte allargandosi in alcuni casi anche in aree non nelle immediate vicinanze della stazione per poi diminuire nuovamente. Tra le 2 e le 5 si verificano ancora degli episodi sparsi e solo dopo le 5 si ritorna ad una situazione di piena normalità registrando solo alcuni episodi di taccheggio.
  • Le aggressioni si sono sempre verificate in gruppo con modalità atte ad immobilizzare la vittima impedendone ogni reazione.
  • Con l’approcciarsi della mezzanotte e l’aumentare delle persone in piazza, non solo le aggressioni, ma anche i “festeggiamenti” delle persone il piazza si son fatti più aggressivi, eccessivamente violenti e pericolosi per il prossimo.
  • La polizia teneva sotto osservazione la situazione in piazza fin dalle 21:00 ma ha iniziato ad intervenire attivamente in piazza alle 22:30.
  • Per le 00:45 termina l’azione di dispersione della polizia e la piazza viene sostanzialmente svuotata.
  • Le azioni di polizia sono state insufficienti, tardive e malgestite.
  • Le vittime sono state nella stragrande maggioranza dei casi giovani donne. Le vittime di sesso maschile sono state assalite solo se erano da sole oppure se accompagnavano una o più giovani donne.
  • Ci sono state molestie sessuali nel 50% dei casi denunciati.
  • Alcuni casi di molestie possono non comprendere il furto semplicemente perché questo non é andato a buon fine.
  • 2 sono le denunce per stupro riguardanti un’unico episodio la cui dinamica é in linea con quella degli altri casi.
  • La polizia ha inizialmente dichiarato di non aver avuto nessuna percezione del fatto che si stessero verificando violenze tra la folla.
  • C’erano un sacco di telefoni che riprendevano ciò che accadeva.
  • Gli assalti sono avvenuti perlopiù nel piazzale dinnanzi alla stazione e nelle immediate vicinanze. Solo dopo le 00:30 s’iniziano a registrare un certo numero di aggressioni in altre aree del centro.
  • Gli assalti sono stati effettuati da gruppi di persone (composti da minimo 2, massimo 50 membri. Mediamente 20) che accerchiavano compatti le vittime oppure si sono verificate mentre la vittima si trovava all’interno di una folla.
  • Gli assalti sono stati perlopiù molto rapidi, tanto da non dare il tempo alle vittime di reagire, né di identificare gli assalitori, anche se in qualche caso c’é stata insistenza sulle vittime per lunghi tragitti.
  • Considerando che in città, come nel resto della Germania, v’è una fortissima polarizzazione sul tema degli immigrati con diverse associazioni coinvolte sull’argomento e vista la natura dei fatti di capodanno, non si può escludere a priori che alcune delle denunce, soprattutto quelle dell’ultimo minuto, possano esser state fatte ad arte per ingigantire mediatamente il caso o per frode assicurativa. Non vi sono elementi per affermarlo e quindi si tratta di un’ipotesi che andrebbe presa in considerazione solamente nel caso in cui si rilevassero incongruenze nelle denunce.

 

 

5.0 Conclusioni

L’impressione é che durante i fatti di Colonia si siano intersecati diversi fatti distinti che si sono legati tra loro:

 

A) CURVA. Il raduno spontaneo di numerosi giovani maschi intossicati d’origine nordafricana che, complici alcool, clima festoso, anonimato della massa ed esibizioni di machismo é rapidamente degenerato in un mix tra la peggior curva da stadio ed una sorta di spring break di soli maschi.

B) GHETTIZZAZIONE. Da un lato le diverse persone e gruppi di nordafricani e mediorientali han preferito stare tra di loro e dall’altro i tedeschi han fin da subito evitato di mescolarsi nella piazza. Per quanto possa esser stata una volontà bidirezionale, ciò ha portato sostanzialmente ad una sorta di ghettizzazione che ha permesso la formazione di un’assembramento omogeneo di giovani maschi.

A+B) Questi due elementi, uniti al fatto che ciò sta avvenendo in un luogo di grande passaggio ove inevitabilmente transitano diversi gruppi di persone, tra cui gruppi di nordafricani e mediorientali, porta a far ingrandire una folla che alimenta un clima da stadio. Molti sfruttano la confusione della folla per palpeggiare le ragazze.

C) TACCHEGGIATORI. Alcune decine di noti taccheggiatori mescolatisi alla folla hanno iniziato ad assalire giovani donne che dovevano obbligatoriamente passare dalla stazione con l’intento di derubarle.

A+B+C) A quanto già detto si aggiungono i taccheggiatori che non agiscono all’interno di una folla normale, ma in una folla infuocata. Questo provoca inevitabilmente effetti a catena con taccheggiatori che vengono imitati da altri maschi ubriachi interessati solo a palpeggiare le ragazze. Le molestie diventano così più aggressive ed esplicite.

D) MALGOVERNOLa polizia ha agito in maniera disorganizzata sottostimando le forze necessarie ed agendo tardivamente. Ciò ha permesso da un lato la formazione di un assembramento eccessivamente ampio ed al tempo stesso ha permesso in questi lo sviluppo di una sensazione d’onnipotenza, alimentandone l’aggressività.

A+B+C+D) Ghettizzazione ed auto-ghettizzazione, atmosfera aggressiva, folla, taccheggiatori all’opera, polizia inefficace e insufficiente, alcool, petardi che scoppiano di continuo, giovani maschi che seguono l’andazzo e colgono l’occasione per allungare le mani, sensazione di forza degli aggressori esaltata dall’ubriachezza e dall’inefficienza delle forze dell’ordine.

Servono altri elementi per spiegare le dinamiche per cui una folla di maschi ubriachi non integrati con un background fortemente maschilista e patriarcale degeneri nei comportamenti visti a Colonia?

Colpisce molto il fatto che l’ipotesi di “situazione degenerata” risulti tanto difficile da applicare a questo caso solamente perché i protagonisti sono considerati innanzitutto in base alla loro origine. Se i protagonisti di questo episodio fossero stati bianchissimi e biondissimi tedeschi figli, nipoti e pronipoti di tedeschi probabilmente ci si sarebbe limitati ad evocare “questa gioventù senza valori” che però é normale e che di solito va a far caciara a Ibiza, a Malta, a Barcellona…

Uno dei problemi evidenziati da molti é quello del rapporto con le donne nella società islamica.

 

https://i.guim.co.uk/img/static/sys-images/Guardian/About/General/2013/1/14/1358183043206/Street-harassment-is-a-hu-010.jpg?w=1200&q=85&auto=format&sharp=10&s=38e7e9de755888806acefe372434a22d

Cosa c’é di tanto difficile nel vedere che all’interno di situazioni così…

…posson prender vita i nostri mostri che fingiamo continuamente non esistano?

 

rape-scene

 

 

 

  •  

Siccità: acqua dalla nebbia

Se l’approvvigionamento di acqua dovesse diventare un problema, la raccolta di acqua piovana può essere una soluzione per sopperire al prosciugamento dei pozzi.

E se anche la pioggia dovesse diventare rara, la nebbia può diventare un’importante fonte alternativa.

In questo articolo vedremo come autocostruire una sistema in grado di ricavare l’acqua dalla nebbia con materiale di facile reperibilità ed economico.

La raccolta dell’acqua dalla nebbia è una tecnologia antica che risale a migliaia di anni fa. Nell’antichità si usavano tessuti, canali, strutture in pietra, piante. Oggi si impiegano reti plastiche in grado di catturate grandi quantità di acqua.

Serve la nebbia, e generalmente, le zone nebbiose si trovano in zone costiere o in prossimità di montagne.

Anche in condizioni di tempo normale però, durante la notte l’abbassamento della temperatura e l’umidità dell’acqua consentono comunque una certa condensazione dell’acqua. E’ la rugiada che troviamo al mattino sull’erba, in autunno e inverno ma anche durante le giornate di primavera ed estate.

Il consiglio è di provare. Costruite un sistema nel vostro terreno, anche di soli 1-2 metri quadrati, e registrate i dati durante l’arco dell’anno, parallelamente ai valori di temperatura e umidità.

Dopo un anno di funzionamento, avrete i dati necessari per caratterizzare l’efficienza e l’efficacia del vostro sistema.

Il sistema per un piccolo impianto di prova è semplice. Ecco i passaggi necessari per iniziare.

  1. Costruire la struttura di supporto: la rete di raccolta dell’acqua dalla nebbia viene installata su una struttura solida di supporto. La struttura può essere realizzata con legno, acciaio, alluminio o plastica. L’importante è tenere il tessuto ben disteso.
  2. Installare le reti: Un materiale economico impiegato con successo in diverse zone aride sono i tessuti ombreggianti in polietilene verdi come quello in foto. Le reti non devono essere troppo esposte al vento che può contribuire a disperdere l’acqua depositata.
  3. Installare i tubi di drenaggio: l’acqua intrappolata dalle reti, per gravità cade su un sistema di raccolta, come ad esempio un tubo semicircolare, collegato ad una cisterna di raccolta. I tubi di drenaggio sono generalmente realizzati in PVC o polietilene.
  4. Installare la cisterna di raccolta: la cisterna di raccolta è il contenitore che raccoglie l’acqua proveniente dai tubi di drenaggio. La cisterna può essere realizzata in cemento, acciaio o materiali plastici.
  5. Installare il sistema di distribuzione: l’acqua raccolta viene poi distribuita attraverso un sistema di tubi e pompe. Il sistema di distribuzione può essere utilizzato per fornire acqua potabile (se si rispettano alcune regole igieniche) o per irrigare i campi agricoli.

La raccolta dell’acqua dalla nebbia è una tecnologia semplice che può essere realizzata anche con materiali economici e facilmente reperibili. Può essere una soluzione efficace anche per produrre acqua potabile e per sopperire alla carenza delle risorse idriche classiche.

L'articolo Siccità: acqua dalla nebbia sembra essere il primo su SOPRAVVIVERE.NET.

  •  

bitume il virus podcast

Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

logo-bitume

Puntata di lunedì 07 dicembre 2020: il Virus.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e …

  •  

Comunicato Unit hacklab su attività durante la pandemonio

..e dopo aver pensato molto, riflettuto, studiato la storia delle pandemie ed esaminato i modelli trovati in natura.. abbiamo deciso che le attività IRL di Unit Hacklab rimarranno in stato dormiente fino a nuove notizie.
Sembra che Madre Natura ci stia chiedendo (a noi umane/i) di rallentare, riflettere, ri-fare …

  •  

Pandemia - Di tecno-assoluzionismo e di come la tecnologia non ci salverà

Pandemia. Di tecno-assoluzionismo e di come la tecnologia non ci salverà

In questi mesi abbiamo dovuto lavorare molto di più: sembra buffo, visto che eravamo a casa. Nel frattempo tante cose sono successe su internet e, con l'avvicinarsi di un "dopo" incerto, vorremmo dire la nostra sperando che queste riflessioni …

  •  

SIAMO AL BIVIO DI UNA ESCALATION MOLTO PERICOLOSA TRA DUE ELEZIONI : MAGGIO 23 E GENNAIO 24. UNO POTREBBE PERDERE LA TESTA.

TRA LE ELEZIONI PRESIDENZIALI TURCHE DEL 14 MAGGIO E QUELLE DI TAIWAN DEL PROSSIMO GENNAIO SI GIOCA CON TORTUOSE ALLEANZE NELLE URNE IL DESTINO DELLA PACE.

Il primo e l’ultimo scoglio da superare senza finire in un allargamento del conflitto, riguardano entrambi il proibire l’accesso ai mari aperti per Russia ( il Mediterraneo) e Cina ( il Pacifico).

L’Asia, potenza terrestre bicefala, ha bisogno di impadronirsi di porti e rotte marittime non soffocate dalle potenze marinare – USA e alleati- mentre queste spendono risorse , intessono reti, ricorrono alla pirateria, per evitare che la Cina , la fabbrica del pianeta, e la Russia, miniera del mondo, riescano a bypassarli sui liberi mercati e ne rendano inutili gli sforzi ultradecennali per mantenere l’ intermediazione progettuale, commerciale , finanziaria, valutaria e di difesa che li ha arricchiti per tutto lo scorso secolo, caratterizzato dalla disponibilità di lavoro asindacalizzato e materie prime a basso costo che l’Asia fornisce grazie a istituzioni robustamente condotte su sudditi rassegnati.

Il sistema si é retto sulla bipartizione del lavoro: occidente che possiede, finanzia e commercializza in nome del principio della libertà di commercio e oriente che produce e accetta crescite economiche al rallentatore.

Da qualche anno, lo abbiamo raccontato negli articoli pubblicati sul blog questa settimana ( su Cina e Giappone) i paesi asiatici, in questo secolo, hanno imparato la lezione dalla violenza subita per abbracciare il libero commercio , sono diventati da imitatori, innovatori, hanno abbandonato ogni ideologia e sono diventati formidabili concorrenti commerciali dei paesi occidentali che credevano intoccabili le loro posizioni privilegiate.

Si é verificato in grande, insomma, quel che é avvenuto da noi in Italia, nella grande distribuzione: la Cirio o la Barilla hanno aperto nuovi mercati di prodotti e i supermercati, gestendone la clientela, conoscendo i produttori e la logistica, la politica dei prezzi, hanno creato prodotti identici a costo inferiore, senza affrontare le spese di ricerca, personale comunicazione e riducendo i costi di intermediazione grazie alla conoscenza del paese e la distribuzione dei clienti.

  •  

ANCHE IL GIAPPONE FU CONVINTO AL LIBERO COMMERCIO CON LA FLOTTA E IL SUO SUPER SUCCESSO AL NUOVO GIOCO, SCHIACCIATO CON LE ATOMICHE.

CENTOSETTANTA ANNI FA, IL COMMODORO MATTEW PERRY DELLA MARINA USA CONVINSE MANU MILITARI IL GIAPPONE AD APRIRSI AI COMMERCI. DA ALLORA LO STOP AND GO CON CUI TENTANO DI RALLENTARNE LA CRESCITA.

Una decina di anni dopo che la flotta inglese piegò la Cina alle esigenze del «  libero commercio » , specie dell’oppio, la Marina da guerra USA, si presentò con quattro navi da guerra e – a nome del presidente Millard Fillmore– consegnò una lettera ultimatum: accettate il libero scambio o vi bombardiamo.

Il Giappone, come la Cina, surclassati dalla superiorità tecnologica anglosassone, si piegarono a firmare trattati di commercio «  ineguali » e iniziarono il loro processo di ammodernamento, specie delle FFAA.

Mezzo secolo dopo, la flotta giapponese sbaragliava quella Russa a Tsushima allarmando il mondo occidentale che tentò in un primo momento negoziati limitativi del nuovo arrivato e quaranta anni dopo li annichiliva con due bombe atomiche sganciate in quattro giorni.

Schiacciati i « paesi giovani » ( Germania, Giappone e Italia) e regolato il nuovo ordine mondiale per ottanta anni, gli USA hanno fatto appello proprio agli sconfitti della seconda guerra mondiale per attuare una politica di «  Containement » a carico di due dei vincitori della guerra passata che a loro volta brigano per un posto al sole: CIna e Russia.

Degli accadimenti occidentali e del riarmo tedesco e italiano, sappiamo l essenziale. Meno noto quel che sta avvenendo in Oriente, dove il Giappone – ottenuto il via libera dagli USA- ha stanziato 315 miliardi di dollari per il prossimo quinquennio raddoppiando gli stanziamenti della Difesa, per far fronte all « espansionismo cinese» assieme alla Corea del Sud e alle Filippine, ma é fuori dubbio che la decisione USA di riarmare il Giappone ( col triplo dei fondi stanziati dalla Germania) é la notizia più importante dell’emisfero ed ha suscitato più sospetti tra gli alleati ( Taiwan, Corea del Sud, Filippine, Indonesia, tutti vittime dei giapponesi nel conflitto scorso), che tra i cinesi.

Si tratta del secondo grande contrordine lanciato al Giappone. All’indomani della guerra, non si lesinarono sforzi per ottenere la conversione delle industrie belliche dalla produzione di carri armati a quella di automobili, e lavatrici. L’azzeramento dei bilanci della difesa produsse un effetto moltiplicatore sulle produzioni «  civili » e oggi Hiroshima e Nagasaki si presentano come due modernissime città rispetto a New York che mostra segni di obsolescenza in tutti i servizi pubblici ( dalla raccolta dei rifiuti e a traporti e illuminazione ) .

Gli anni ottanta videro già un Giappone capace di produrre a costi minori merci e servizi di maggior pregio coi quali invasero anche gli USA.

Il secondo «  contrordine » sta arrivando e – complice la periodica minaccia della Corea del Nord e dei suoi periodici test missilistici a lunga gittata, il Giappone ha fatto più volte proposta di riarmare e mirato a diventare una potenza nucleare.

Finora la resistenza americana in materia ha tenuto, ma l’annuncio del mega stanziamento giapponese e il nuovo ruolo della Cina nell’agone internazionale , le sue ambizioni geostrategiche, il riarmo navale lasciano ritenere che una escalation nell’area del Pacifico sia imminente e , con essa, l’autorizzazione ad esercitare l’opzione nucleare anche per i figli del Sol Levante.

315 miliardi di dollari sul quinquennio rappresentano il terzo stanziamento del mondo per armamenti , dopo gli USA e la Cina e già l’Australia h appena ottenuto di dotarsi di sommergibili a propulsione nucleare. Il primo ministro nipponico Fumio Mishida in un discorso alla base militare di Asaka ( a nord di Tokyo) ha parlato alle truppe di « progressi tecnologici impensabili » Fino a pochi anni fa.

Di certo, non pensava alle alabarde.

  •  

E’ LA VALMY ASIATICA. LA CINA SI FA PORTAVOCE DI DUE TERZI DEL MONDO: DALLA RUSSIA ALL’INDIA, DALL’AZERBAJAN ALLO YEMEN.

Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.

A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.

L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.

Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.

Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.

Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.

Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.

Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.

Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.

Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.

Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.

Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.

  •  

PICCOLI MA POTENTI I NUOVI ARCHI DELLA GEARHEAD ARCHERY

Stiamo parlando degli archi compound della Gearhead Archery, in particolare del T18 della Hunter series, piccolo ma preciso e potente come un arco tradizionale. Nuovo e molto tecnico, pesa solo 1,4 kg senza accessori ed è lungo 47 cm (18 pollici, da cui il nome). Piccolo ma potente perché è in grado di scagliare frecce fino a 325 fps con un’energia cinetica di 62 ft-lb.

T18 Hunter series

Con il riser costruito in alluminio 6061, quest’arco è ideale per la caccia. Senza fronzoli, compatto e leggero, è facilissimo da gestire anche nelle condizioni più difficili. Ottimo per l’appostamento sugli alberi e su terreni con vegetazione fitta, dove è necessario muoversi agilmente e in silenzio e dove archi di dimensioni maggiori limiterebbero le possibilità di movimento.

Utilissimo per il survival, è pienamente al suo posto in un kit da sopravvivenza.

 

 

Sono disponibili versioni con potenza di 40, 50, 60 e 70 libbre e allunghi di 24 , 25, 26 , 27, 28 e 29 pollici.

Altra caratteristica unica di quest’articolo è che, cambiando il grip, lo stesso arco può essere impugnato sia con la mano destra, sia con la sinistra.

Lo stesso arco è disponibile anche di dimensioni maggiori. Oltre al modello da 18 pollici infatti, sono disponibili anche il T20 e il T24 che consentono allunghi e velocità maggiori.

 

Per i più esigenti e gli amanti della personalizzazione, gli stessi archi sono disponibili anche nella serie PRO che, contrariamente alla Hunter, è tutta incentrata sulle opzioni.

Disponibili nelle versioni T18, T20 e T24, sono disponibili 5 scelte di grip e diversi colori e vengono venduti con uno zaino (anch’esso disponibile in diversi colori) in grado di contenere l’arco.

Gli archi della serie pro sono costruiti in alluminio 7075, poi anodizzato per aumentarne la resistenza. Rispetto all’alluminio 6061, la lega 7075 (alluminio e zinco) si caratterizza per essere più leggera, più resistente agli urti, agli sforzi, al peso e alla torsione.

E se vogliamo il top, questi archi sono disponibili anche in fibra di carbonio.

Di seguito sono riassunte le differenze e le caratteristiche della serie Hunter e Pro come inviateci dalla Gearhead Archery.

The Hunter Series is:

Bare bow – with the following

-Anodized finish

-Black in color

-Standard grip

-Grey/blk strings

 

The Pro Series is:

Bare bow- with the following

-Hard coat anodized finish choices

-Black

-Olive Drab

-Desert Tan

-Grip Option choices

-Carbon

-Standard Slider

-Flatback Slider

-Flatback Fixed

-Standard Fixed

-ST-1 Stabilizer

-Sound Dampening Kit

-Grey/blk string OR Brown/Blk stings

-Pack OR Camo dip

–  Pack colors choices

-Olive

-Black

-Desert Tan

– Camo Dip choices

-Brown Predator camo

-Snow predator camo

-Green predator camo

-Any other color up charge of $150

Il catalogo completo con tutti i dettagli e immagini è scaricabile alla pagina:

https://www.gearheadarchery.com/pages/product-catalog-and-manuals

Interessantissimo anche il T15 PRO, un ibrido fionda-arco che permette di ridurre ulteriormente le dimensioni e i costi.

Con soli 40 cm e un peso di 680 grammi, permette di scagliare frecce con un’energia cinetica di 27 ft-lb. È ideale per piccoli animali ma soprattutto per la pesca essendo possibile aggiungere uno specifico kit per legare e recuperare le frecce.

 

Costruito in alluminio 6061 anodizzato, anche in questo caso è possibile adattarlo per essere usato con la mano destra o sinistra. La potenza deriva dalla combinazione di arti compositi e tubi di gomma.

 

L'articolo PICCOLI MA POTENTI I NUOVI ARCHI DELLA GEARHEAD ARCHERY sembra essere il primo su SOPRAVVIVERE.NET.

  •  

NUDI E CRUDI: COSA POSSIAMO IMPARARE

Tra i molti programmi televisivi che trattano di sopravvivenza, Nudi e crudi è uno dei più interessanti ed estremi. Un uomo e una donna devono sopravvivere, completamente nudi, in un ambiente ostile per ventuno giorni e con la possibilità di usufruire di un unico utensile a scelta per ciascuno.

L’esperienza viene sicuramente raccontata in modo da soddisfare le esigenze televisive, ma possiamo ritenerla comunque realistica come dimostrano i fisici emaciati dei partecipanti al termine della prova e le frequenti defezioni.

Per partecipare al programma bisogna superare una selezione e i concorrenti scelti non sono novellini, bensì persone abituate a quel genere di avventura. Molti di loro sono istruttori di sopravvivenza, altri esperti cacciatori; tutti comunque possiedono una buona preparazione fisica e mentale. Sanno costruire trappole, accendere il fuoco, riconoscere le piante commestibili. Ci si aspetterebbe dunque di vedere queste persone vivere e prosperare, invece, a parte qualche raro caso spesso favorito da un ambiente clemente, la maggior parte di essi arranca fin dai primi giorni e a malapena arriva alla fine della prova. Pochi sopravvivrebbero veramente se la prova durasse più a lungo.

Possiamo approfittare delle esperienze di questi coraggiosi per trarne diverse lezioni e ammonimenti. La prima lezione è che sopravvivere nella natura con un coltello e poco più è seriamente difficile, molto più di quello che manuali e scuole possono far immaginare. L’immagine romantica del Robinson Crusoe che si costruisce il suo angolo di paradiso è probabilmente destinata a scontrarsi contro il muro della fame, del freddo, della spossatezza fisica e della disperazione.

La seconda lezione riguarda invece il tipo di preparazione che un appassionato di sopravvivenza deve affrontare. Perché anche questi esperti di sopravvivenza falliscono miseramente? Orgogliosi cacciatori che devono accontentarsi di piccoli animali, in genere uno sfortunato serpente, fuochi che non scaldano e lasciati a spegnere sotto la pioggia, rifugi scomodi e inadatti, tendini tranciati da un uso improprio del coltello, ossa fratturate, ferite che si infettano: che cosa non funziona?

Innanzitutto essere preparati per un ambiente non significa esserlo per un altro. Cacciare animali nei boschi intorno casa non è la stessa cosa che farlo nelle foreste tropicali e lo stesso vale per il procacciamento di altre risorse alimentari, acqua compresa. I popoli che vivono ancora in maniera che noi definiamo primitiva conoscono benissimo l’ambiente dove abitano, vi sono nati e cresciuti e possono usufruire di tecniche e metodi collaudati da generazioni. Utilizzano inoltre armi efficienti come archi, cerbottane e reti da pesca che assicurano loro il successo.

Dall’analisi di queste esperienze televisive, infatti, emerge che spesso gli errori sono più di natura strategica che tattica. Magari i partecipanti conoscono veramente le tecniche che hanno studiato, ma falliscono la sfida con un ambiente sconosciuto perché non sanno pianificare, definire le priorità, studiare il territorio, individuarne i veri pericoli, evitare sprechi inutili di energia; tutte scelte fondamentali tanto quanto saper accendere un fuoco o costruire un riparo.

L'articolo NUDI E CRUDI: COSA POSSIAMO IMPARARE sembra essere il primo su SOPRAVVIVERE.NET.

  •  

Giorno della Memoria 2022. Senza memoria non c’è futuro

Subito dopo la Seconda guerra mondiale c’era voglia di dimenticare, voltare pagina, chiudere con il passato, guardare avanti. I nazisti, fuggendo, avevano cercato di cancellare, bruciare le prove dei campi di sterminio, far sparire le tracce. Era meglio, per tutti, fare finta di non sapere. Se oggi abbiamo memoria di ciò che fu, è solo […]
  •  

Le nuove tecnologie in Inghilterra tra '700 e '800

Le nuove tecnologie in Inghilterra tra '700 e '800
di Angelo Rossi

da SAPERE numero 774, agosto-settembre 1974

Lo sviluppo economico-produttivo che va sotto il nome di rivoluzione industriale, momento del decollo economico della borghesia inglese fra '700 e '800, non è solo all'origine di una nuova tecnologia scientifica in cui si formarono concetti fondamentali della meccanica e della termodinamica. Esso stimolò anche la nascita di una nuova concezione e di una nuova organizzazione scientifica, che sostituì il newtonianismo inglese del '700 con una visione più dinamica della realtà naturale e un più organico rapporto scienza-tecnica.

  •  

1789: prassi e organizzazione della scienza

1789: prassi e organizzazione della scienza
di Angelo Baracca e Angelo Rossi

da SAPERE numero 775, ottobre 1974

La presa del potere da parte della borghesia francese, dopo la rivoluzione del 1789, comportò anche una radicale trasformazione nei contenuti, nei metodi e nell'organizzazione della scienza, resi funzionali al nuovo ordine sociale, come elementi integranti in esso profondamente radicati.

  •  

Differenze tra Deep Web e Dark Web: cosa dobbiamo sapere

Se ci riflettiamo un attimo troviamo una similitudine tra Internet e l’oceano: entrambi hanno uno strato superficiale maggiormente noto ed uno strato profondo ed oscuro, per la maggior parte inesplorato. In questo articolo daremo un’occhiata al Surface Web, al Deep Web ed al Dark Web e descriveremo brevemente le differenze tra loro. Cos’è il Surface… Leggi tutto »Differenze tra Deep Web e Dark Web: cosa dobbiamo sapere
  •  

Deep Web – Gli 11 migliori motori di ricerca per trovare quello che Google non può

Per la maggior parte degli utenti di Internet il mondo online inizia e finisce con Google.com. Tuttavia Google non è in grado di trovare proprio tutto sulla rete perché esiste un Web profondo (“deep“), invisibile (“invisible“) ed oscuro (“dark“) non accessibile da Google. Per questo motivo è necessario utilizzare motori di ricerca ad hoc, che… Leggi tutto »Deep Web – Gli 11 migliori motori di ricerca per trovare quello che Google non può
  •  

34 comandi utili che ogni utente di Windows dovrebbe conoscere

Un modo semplice e veloce per utilizzare la vasta gamma di strumenti di Windows è tramite i relativi comandi “Run”. Infatti conoscere il comando corrispondente ad uno strumento o ad una funzionalità rappresenta il modo più rapido per accedevi ed utilizzarla. Quello che segue è l’elenco dei nostri comandi “Run” preferiti che vi aiuteranno ad… Leggi tutto »34 comandi utili che ogni utente di Windows dovrebbe conoscere
  •  

Co-Watching: guardare post e video insieme ai vostri amici

L’allontanamento sociale, almeno durante l’epidemia di coronavirus in corso, è purtroppo la nuova normalità e le persone, confinate nelle loro abitazioni, cercano il modo di comunicare da casa con i loro amici e parenti. Instagram, visto il verticale incremento di questa esigenza, ha accelerato il rilascio della nuova funzionalità di Co-Watching che permette a voi… Leggi tutto »Co-Watching: guardare post e video insieme ai vostri amici
  •  

11 App per guardare film e video insieme agli amici online

È sempre bello ritrovarsi con gli amici o la famiglia e sdraiarsi sul divano per guardare un film o godersi l’ultima imperdibile serie TV. E quando è difficile o non è possibile riunire tutti nella stessa stanza… ecco una serie di servizi che ci permettono comunque di goderci i nostri contenuti preferiti online (ad esempio… Leggi tutto »11 App per guardare film e video insieme agli amici online
  •  

Come inviare informazioni sensibili su Internet in modo sicuro

L’invio di credenziali di accesso, di informazioni sugli account, di numeri di carta di credito o di altre informazioni sensibili via Internet, e-mail o un’applicazione di messaggistica spesso non sarebbe l’idea migliore, ma a volte può essere l’unico modo di procedere. In questi casi ci viene in aiuto la crittografia su cui si basano i… Leggi tutto »Come inviare informazioni sensibili su Internet in modo sicuro
  •  

Utilizzare la ricerca di Google in modo avanzato

La maggior parte delle persone si affida ogni giorno a Google per rispondere a domande e fare delle ricerche, ma non sempre trova quello che cerca. Il motore di ricerca di Google è estremamente potente e dispone di molti operatori di ricerca specializzati che è possibile utilizzare per limitare l’ambito di analisi o per eseguire… Leggi tutto »Utilizzare la ricerca di Google in modo avanzato
  •  

Come usare un dispositivo Android come WiFi extender

I ripetitori WiFi vengono utilizzati per amplificare il segnale di una rete esistente e trasmetterlo potenziato per estenderne l’area di copertura. Di solito per questo scopo è necessario acquistare un WiFi Repeater/Extender, ma se si dispone di uno smartphone Android è anche possibile utilizzare una app per trasformarlo in un ripetitore. Stiamo parlando di NetShare,… Leggi tutto »Come usare un dispositivo Android come WiFi extender
  •  

Come ti costruisco il golpe. Ultimo casus belli

Forse il ministro Pinotti (così come Gentiloni), pensa che i carabinieri giuri fedeltà ai ministri, o ai presidenti, dimenticando che la bandiera non ha nomi, ha solo colori, che sono quelli della nostra nazione. Dimenticano, ministri e presidenti vari, che non esistono tra i carabinieri giullari di corte pronti ad eseguire ordini su chi indagare e chi no. Perchè se un reato esiste, non si cerca l’amico dell’amico per insabbiare, ma si cerca il responsabile di un delitto come la nostra giurisprudenza insegna.
  •  

Che cos’è davvero OpenStreetMap

OSM non è semplicemente una mappa online libera e gratuita ma un ricchissimo database geografico attorno al quale ruota un’infinità di progetti, App e iniziative.

INDICE

UNA MAPPA E’SEMPRE UNA SELEZIONE DI DATI

OPENSTREETMAP

DATI GEOGRAFICI VS. MAPPE

NON C’E’ UNA “MAPPA OSM UFFICIALE”

UN GRANDE, RICCHISSIMO DATABASE GEOGRAFICO

UN ECOSISTEMA

LA GESTIONE DEL DATABASE

MAPPE OFFLINE E SICUREZZA

IL GPS DI PER SE’ NON CI “TRACCIA”

MANCANZE e “MEH”

VOGLIO CONTRIBUIRE!

LE APP BASATE SU OSM

 

 

UNA MAPPA E’SEMPRE UNA SELEZIONE DI DATI

Se si parla di mappe nella maggior parte dei casi si pensa alla mappa del navigatore, ad una cartina stradale oppure a un Atlante ma in realtà ci sono mappe di tipo diversissimo: carte nautiche, stradali, da escursionismo, turistiche, quelle che mostrano le caratteristiche fisiche di un territorio, quelle che ne mostrano i confini amministrativi e molte altre ancora. Tanta varietà dipende tal fatto che ognuna di queste mappe è concepita per un certo utilizzo specifico ed ha dunque interesse a evidenziare solo alcuni degli aspetti del territorio che prende in considerazione. Le mappe dei navigatori per automobili ad esempio non mostrano i sentieri su cui non è possibile andare in automobile mentre le mappe da escursionismo, al contrario, non riportano informazioni sui semafori. E’ giusto che sia così: una mappa che mostrasse tutti, ma proprio tutti gli elementi presenti su un dato territorio risulterebbe completamente inutile ed illeggibile: proviamo solo ad immaginare quanto sarebbe difficile pianificare un percorso tra Roma e Firenze su una mappa che indicasse ogni singolo semaforo, cartello stradale, idrante, cancello, sentiero, panchina, fontanella, cartellone pubblicitario, attraversamento pedonale, rivolo d’acqua, spartitraffico, tombino, numero civico, ringhiera, ecc…

 

Una mappa delle linee ferroviarie italiane.

 

Anche le mappe solitamente utilizzate dai principali navigatori per automobili, difatti, per quanto ci possano sembrare complete in realtà sono concepite per un utilizzo generalista e riportano solo una selezione di elementi. Difatti sono in grado di calcolare il percorso per raggiungere una città che sta a 200km di distanza ma nella maggior parte dei casi non sanno dirci se nei dintorni c’è una fontanella a cui abbeverarci. O ancora: sulle mappe digitali maggiormente utilizzate, zommando all’indietro per far stare l’intera penisola italiana nello schermo vedremmo comunque ben evidenziate le autostrade, ma a ben vedere se osservassimo davvero l’Italia da quell’altezza, ad esempio dall’ISS, le autostrade non si noterebbero affatto. Si tratta ovviamente di una rappresentazione grafica artificiosa, voluta perché quelle mappe sono state concepite per un uso stradale e dunque è stato scelto di enfatizzare quel dato. Le mappe digitali più note, essendo realizzate dalle big tech americane, sono principalmente interessate a fornire un servizio buono per un uso generico e con una caratterizzazione fortemente commerciale: Google Maps difatti ci può dire a che ora apre un centro commerciale di un’altra città ma non ci sa dire se nei dintorni c’è una panchina. Il carattere commerciale di un servizio di mappe online, dunque, è un elemento determinante nel tipo di informazioni che la mappa stessa riporterà.

 

Una mappa catastale contiene un sacco di informazioni utili, ma se vuoi recarti di persona sul lotto 582bis ti conviene usare una mappa stradale per orientarti

 

Che si tratti di mappe commerciali o meno tuttavia appare subito evidente un primo problema: per farsi un’immagine completa di un certo territorio è necessario utilizzare più tipi di mappe, ognuna delle quali ha una propria funzione specifica, una grafica distinta, utilizza simbologie diverse dalle altre, una diversa scala e presentare incompatibilità con le altre. Se si volesse fare un’escursione orientandosi con Google Maps per raggiungere in auto il punto di partenza ed un navigatore escursionistico Garmin per l’escursione a piedi, uno dei due potrebbe segnalare un parcheggio che l’altro non riporta o nomi di vie di campagna non corrispondenti.

 

L’Istituto Geografico Militare Italiano realizza mappe estremamente precise ma concepite per un tipo d’utilizzo che le rende inadatte ad esser usate come semplice stradario

 

Vi sono anche infinite esigenze particolari solitamente non considerate da chi realizza mappe commerciali: chi vola in deltaplano, ad esempio, spesso deve barcamenarsi tra mappe escursionistiche che indicano correttamente rilievi ed altitudini e mappe di diverso tipo ove invece è indicata la presenza di pali elettrici e cavi dell’alta tensione (dai quali i deltaplanisti voglion comprensibilmente stare alla larga). Riassumendo: se da un lato ricorriamo costantemente all’uso di mappe, dall’altro il panorama offerto dal ben vasto mondo della cartografia presenta diversi problemi:

  • Un’unica mappa completissima uguale per chiunque risulterebbe inutile ed illeggibile.
  • Ricorrere costantemente a mappe differenti può esser problematico ed a volte genera più interrogativi che risposte.
  • Le mappe commerciali, per loro stessa natura, non sono adatte ad esser impiegate per esigenze specifiche.

 

OPENSTREETMAP

Ecco dunque arrivare in nostro aiuto OpenStreetMap (abbreviato: OSM), che è qualcosa di estremamente più potente e completo di qualsiasi altra mappa digitale conosciuta. Prima di spiegare cosa la rende tanto unica vediamo velocemente quali sono le origini e la natura del progetto.

Nata nel 2004 da un’idea di Steve Coast, OSM cresce rapidamente per strutturarsi come una fondazione non a scopo di lucro con sede in Inghilterra e che ha come fine la creazione di un gigantesco database di dati geografici liberamente ed accessibili a chiunque gratuitamente. OSM difatti sposa in toto le filosofie del software libero e della libera circolazione delle informazioni (anche il software con cui OSM viene realizzato è a sua volta open source). Il progetto di OSM dunque consiste nel raccogliere ed elaborare costantemente un grandissimo numero di informazioni geografiche possibili facendole analizzare da una vastissima comunità di volontari ed armonizzarli in un unico database aperto. Tutti quegli elementi che, come detto prima, se mostrati tutti assieme renderebbero una mappa illeggibile (i singoli tombini, i tre gradini sul marciapiede, ecc), possono essere inseriti nel database OSM. Sotto molti aspetti il progetto OSM può esser definito come una sorta di “Wikipedia cartografica” anche se però vi sono delle differenze sostanziali: Wikipedia difatti è nota per esser spesso caratterizzata da problemi derivanti dal mito del “punto di vista neutrale” e dal fatto che le regole interne di Wikipedia sono spesso aggirate da gruppi che si organizzano appositamente per imporre le proprie posizioni politiche. OSM, al contrario, trattando dati geografici è molto meno soggetta a questo tipo di problematiche che tuttavia, anche se in forma più circoscritta, non mancano nemmeno qui (pensiamo ad esempio ai confini contesi tra nazioni in conflitto). In linea generale però le divergenze che possono verificarsi all’interno della comunità OSM sono più che altro di tipo tecnico e concettuale.

 

COME SI FINANZIA?
OSM viene finanziata da donazioni da parte dei membri e di diversi enti, università ed aziende che, come vedremo, sono perfettamente conscie dei vantaggi che derivano dal poter utilizzare liberamente un corpus di informazioni geografiche vastissimo e sempre più preciso. Vigili del fuoco, protezione civile, pronto soccorso, associazioni umanitarie, università ma anche aziende come Amazon e Facebook utilizzano i dati di OSM a proprio vantaggio e dunque hanno un forte interesse a collaborare alla sua realizzazione o finanziarla.

 

DA DOVE OTTIENE I DATI E COME LI GESTISCE?
Le fonti da cui OSM pesca i dati sono estremamente variegate: usa le mappe digitali fornite da diversi enti pubblici sparsi sul globo, mappe catastali, si fa consegnare i tracciati dei sentieri dai club alpinistici, raccoglie dati forniti volontariamente dagli utenti di alcune App, ottiene la concessione di dati satellitari e così via.

 

OSM raccoglie e unifica una moltitudine di dati di natura diversissima spesso provenienti da enti diversi: informazioni sui terreni, sui percorsi d’acqua, strade, segnaletica, numeri civici, informazioni commerciali ecc.

 

Tutti questi dati di natura e formato diversi vengono costantemente elaborati ed armonizzati nell’immenso database OSM da volontari che ne verificano la correttezza tramite strumenti software ed apportano manualmente correzioni e aggiunte. Si tratta, insomma, di un lavoro continuo e minuzioso estremamente complesso gestito con metodo e costante revisione: volontari esperti verificano la correttezza dei dati aggiunti dai meno esperti, ci sono forum di discussione, workshop periodici ecc.

 

DATI GEOGRAFICI VS. MAPPE

OSM come si è detto, non è banalmente una mappa bensì un database geografico. Che cosa vuol dire esattamente? Analogamente a quanto già esposto parlando dei Feed RSS e dei Frontend alternativi anche qui è necessario tener bene a mente la differenza tra un DATO e la sua RAPPRESENTAZIONE GRAFICA. Un dato è semplicemente un’informazione cruda, una stringa di testo nel database OSM in cui c’è scritto un valore. Per esempio “fontanella pubblica”. La sua rappresentazione grafica è il modo in cui questo dato viene mostrato sulla mappa. In questo caso l’icona di una fontanella che può essere grande, piccola, blu, rossa ecc. Ebbene, il concetto principale da tenere sempre a mente per capire cos’è OSM è che i dati e la loro rappresentazione grafica sono sempre separati. Che cosa comporta questo? Questa separazione permette di poter prendere esattamente gli stessi identici dati ma selezionarli e rappresentarli in modi diversi e, trattandosi di un database liberamente accessibile, ciò coinvolge innumerevoli siti ed App.

 

A sinistra i dati puri e a destra uno dei tanti possibili modi di rappresentarli

 

Facciamo l’esempio di due App o due siti di navigazione altamente specializzati: uno per vigili del fuoco ed uno per persone che si muovono in sedia a rotelle (come Wheelmap). Entrambe possono usufruire del database OSM ma la prima evidenzierà gli idranti, i sentieri, le altezze dei rilievi, le centraline elettriche, mentre la seconda evidenzierà marciapiedi, scalini, ostacoli e così via. Certi elementi presenti su una non verranno nemmeno mostrati nella seconda ed allo stesso modo certi elementi comuni possono esser rappresentati con diversa enfasi: dei gradini invalicabili per chi è in carrozzina potrebbero essere evidenziati con un grosso bollino rosso nella mappa pensata per gli spostamenti in sedia a rotelle ma senza particolare enfasi nella mappa per i vigili del fuoco che invece potrebbe segnalare con un colore diverso viottoli e stradine in cui non è possibile passare con i mezzi in dotazione. In sostanza, grazie al database OSM è possibile realizzare un numero infinito di mappe diversissime ed altamente personalizzate in base alle diverse esigenze ma i dati di tutte queste sarebbero sempre coerenti tra loro: non sarà mai possibile, consultando due mappe aggiornate e basate su OSM, che in una venga mostrata una nuova rotonda stradale appena creata e nell’altra no.

 

La stessa città vista nelle quattro visualizzazioni offerte da openstreetmap.org. Ognuna evidenzia i vari elementi in modo diverso e riporta informazioni assenti nelle altre

 

Le maggiori mappe digitali offrono al loro interno la possibilità di essere visualizzate in tre, quattro modalità diverse (anche su openstreetmap.org è possibile visualizzare la mappa in quattro modalità: standard, ciclabile, trasporti ed umanitaria) ma il database OSM permette di fare molto di più e realizzare un numero sconfinato di progetti impensabili per qualsiasi altra mappa esistente. Qualsiasi sito o App che utilizzi mappe commerciali come quelle di Google o di Apple mostrerà sempre e solo quella mappa lì, con quelle due-tre modalità grafiche che permette, coi suoi colori ed il logo sempre in evidenza.

Al contrario, poiché il database di OSM è scollegato dalla grafica usata, le mappe che ne utilizzano i dati hanno una grandissima varietà di aspetti ed è assai probabile che molte persone abbiano usato più volte mappe OSM senza nemmeno mai rendersene conto (in diversi casi si viene a sapere che la mappa è basata sul database OSM solo se si entra nelle preferenze).

 

Vorresti andare a piedi da Messina a Copenhagen? Waymarkedtrails usa i dati OSM per rendere maggiormente fruibili i percorsi che fanno per te! Nella mappa è mostrato solo l’indispensabile per orientarsi durante i tragitti.

 

Un ulteriore esempio per far comprender il meccanismo può esser questo: un’associazione interessata a promuovere escursioni di tipo storico può facilmente mettere sul proprio sito una mappa basata su OSM scegliendo di dargli un colore in scala di grigi, mostrare le linee isoipse (quelle che fan capire l’altitudine dei rilievi), far visualizzare i terreni ed i centri abitati rimuovendo le strade asfaltate, mostrare tutti gli edifici di carattere storico con un colore giallo ed i siti archeologici con un colore rosso. Sarebbe una mappa decisamente particolare che per esser realizzata da zero impiegherebbe un certo dispendio di energie ma OSM permette di realizzarla con relativa semplicità: basta selezionare il tipo di dati che interessano e poi decidere come mostrarli.

 

TheWeatherChannel usa mappe realizzate da MapBox basate sui dati OSM

 

Ma non finisce qui! Diversi enti ed aziende che realizzano autonomamente mappe proprie, spesso utilizzano parte dei dati di OSM. Le mappe di Apple, ad esempio, si avvalgono di molti dati OSM. Esri, e Mapbox, un importante fornitore di tecnologie cartografiche ed un’azienda che realizza mappe personalizzate, sono donatori OSM che ne utilizzano i dati ed anche per le proprie mappe.

 

NON C’E’ UNA “MAPPA OSM UFFICIALE”

Poiché solitamente v’è l’abitudine di considerare i dati e la loro rappresentazione come un tutt’uno, anche nel caso delle mappe vien spontaneo considerare il suo aspetto visivo come l’informazione in sè. Di conseguenza un errore comune in cui si può cadere è quello di ritenere che l’aspetto grafico delle mappe presenti su openstreetmap.org siano “LA mappa di OSM” Ma anche la mappa su openstreetmap.org, pur essendo realizzata da OSM stesso, non mostra tutte le informazioni geografiche del suo stesso database (come già detto, una mappa che mostrasse tutto-tutto-tutto sarebbe inguardabile) e pure i colori, le icone e i font che OSM ha scelto di mostrare su openstreetmap.org non sono un qualcosa di “fisso” (dati e rappresentazione sono due cose distinte).

Le diverse App Android che usano mappe basate sul database OSM. Molte di queste usano grafica, colori e icone proprie e diverse mostrano informazioni assenti nelle mappe visibili su openstreetmap.org

 

Su openstreetmap.org é stato deciso di rappresentare gli edifici con un colore grigio-marroncino, di rendere molto evidenti i binari ferroviari e le strade hanno colori diversi a seconda della tipologia. Ma se si osserva lo stesso territorio dall’App Maps.me, che utilizza a sua volta lo stesso database OSM, la grafica ed i colori son talmente diversi da farci credere che si tratti di tutta un’altra mappa: i binari ferroviari manco si vedono, le aree verdi sono molto marcate,le strade son tutte bianche ad eccezione delle Autostrade, gli edifici appaiono leggermente in 3D. I dati delle due mappe sono gli stessi ma Maps.me ha semplicemente scelto di usare quegli stessi dati in modo diverso, rappresentarli con un’altra grafica e usare informazioni che OSM ha scelto di non mostrare su openstreetmap.org (l’altezza degli edifici). Non c’è nulla di strano nel fatto che vi siano siti ed App che mostrano cose che sulla mappa openstreetmap.org non appaiono e può benissimo essere che si consideri migliore la mappa basata su OSM presente sul sito taldeitali perchè i quattro tipi di mappe visualizzabili su openstreetmap.org non sono “le mappe ufficiali di OSM” ma solo quattro delle migliaia di modi possibili di usare il database OSM. Siamo di fronte ad un concetto ben noto nel mondo del software libero a cui però il software commerciale ha disabituato: mastodon.social, l’Istanza Mastodon creata dall’inventore di Mastodon stesso, non è “l’Istanza ufficiale”; matrix.org non è l’istanza ufficiale di Matrix, non esiste una distribuzione Linux ufficiale e le quattro mappe di openstreetmao.org non sono le mappe ufficiali di OpenStreetMap.

 

 

UN GRANDE, RICCHISSIMO DATABASE GEOGRAFICO

A questo punto abbiamo diversi elementi per iniziare a comprendere meglio la ricchezza di OSM: ogni persona, ente o associazione che ha interesse ad avere delle mappe precise, tarate apposta per le proprie esigenze, coerenti con informazioni geografiche di diversa natura ed arricchite da osservazioni di migliaia di altri utenti può trarne vantaggio collaborando al database di OSM aggiungendovi i dati di proprio interesse. Il tutto viene integrato nel database OSM classificando i vari elementi per tipologia e secondo tutta una serie di criteri, andando così a formare diversi livelli gestibili autonomamente. E’ il principio seguito dai GIS (Geographic Information system), sigla con cui si identificano i principali servizi di mappatura digitale.

 

 

 

Manhattan su Google Maps

 

Manhattan sulla mappa standard di openstreetmaps.org. Appare immediatamente evidente la differenza in termini di ricchezza di informazioni e precisione

 

Qui Manhattan su Maps.me (App che usa i dati OSM). Maps.me è interessante perché sfrutta la qualità dei dati OSM ma la restituisce con la leggerezza visiva di Google Maps

 

All’interno del database si può segnalare veramente di tutto: le piazzole per i camper, i distributori pubblici di sacchetti per cani, sentieri non tracciati, WiFi pubblici, cancelli, inferriate, vicoli strettissimi che solitamente non vengono segnalati, i nomi locali delle campagne, tombini, capitelli, muretti diroccati, ruderi, sentieri abbandonati, gabinetti pubblici e mille altre cose ancora. Il tutto senza doversi preoccupare del fatto che tale informazione possa interessare solo a poche persone o che possa appesantire la mappa. Giusto per dare un’idea, qui e qui è possibile vedere alcune statistiche aggiornate sulla quantità di dati che contiene, qui e qui informazioni sull’hardware usato.

 

Una zona in Vietnam di cui OSM ne conosce solamente la rete stradale ed i fiumi principali.

 

Ci sono associazioni che inseriscono in OSM la posizione dei singoli alberi nei parchi pubblici, ciclisti che segnalano ogni singola fontanella o sbarra che impedisce il passaggio, c’è chi segnala i luoghi in cui si posizionano i banchetti di cibo da strada o i cantieri apparsi all’improvviso e così via. Il database di conseguenza accumula sempre più dati la cui ricchezza, va però notato, come per tutte le mappe online è distribuita a macchia di leopardo: se le zone più note, frequentate e di maggior interesse possono avere un grado di precisione elevatissimo ce ne sono altre che invece si limitano a mostrare giusto le strade e poco più.

 

UN ECOSISTEMA

Il database di OSM, essendo liberamente accessibile, è quindi il perno di tutto un ecosistema di App, siti e strumenti diversissimi che collaborano alla sua diffusione ed in alcuni casi anche al suo miglioramento: certe App, ad esempio, permettono a qualsiasi utente anche privo di esperienza di fornire segnalazioni minute come la presenza di un cantiere, o la rimozione di una panchina e così via. Una di queste, molto carina, che si chiama StreetComplete, gestisce questo processo con una forma di gamification sfruttata per una volta in modo positivo: una volta avviata mostra all’utente tutti gli elementi nelle sue vicinanze riguardo ai quali mancano alcuni dati, chiedendogli di completarli con semplici domande: come si chiama questo ristorante? Quanti piani ha questa casa? E così via… Ci sono anche siti ed App indipendenti che offrono servizi basati su mappe generate dal database OSM.

 

Mapillary offre un servizio simile a quello di GoogleStreetView. Nell’immagine si possono veder evidenziate in verde le strade già coperte

 

Una di queste, Mapillary, sta creando un database fotografico simile a quello di Google Street View ma prodotto dai singoli utenti che riprendono le strade coi propri smartphone. Queste fotografie non vanno a far parte del database OSM ma vengono tuttavia rilasciate con licenza Creative Commons CC-BY-SA, dando così la possibilità a chiunque di farne libero uso. I progetti autonomi sviluppati attorno ad OSM sono moltissimi: diverse mappe metereologiche e sulla pandemia Covid sono state fatte con le mappe OSM, le usano i dispositivi Garmin, pure le mappe di Apple son state realizzate attingendo al database OSM.

 

CentralineDalBasso riporta i dati sulla qualità dell’aria su mappe OSM

 

OSM è usato pure da numerose associazioni umanitarie per vari progetti e iniziative, tanto che esiste pure un team specializzato (HOT – Humanitarian OpenStreetMap Team) che coinvolge, da solo, oltre 170 mila partecipanti.

Healthsites usa il database OSM per tracciare una mappa di tutti gli ospedali, ambulatori e centri di cura.

LuftDaten / Centralinedalbasso usa i dati geografici OSM per mappare la qualità dell’aria

OpenSeaMap lo usa per mappare dati nautici

Flightaware mostra la posizione in tempo reale degli aerei in volo su mappe OSM

Missingmaps usa OSM per mappare le zone remote colpite da disastri non considerate dalle mappe commerciali

OpenRailwayMap raccoglie dati aggiornati sulle ferrovie

Mapscii usa il database OSM per realizzare mappe utilizzabili dai ciechi

Diverse mappe sui casi di Covid-19 come questa son state realizzate grazie ai dati OSM, co

Cycle.travel lo usa per tracciare percorsi ciclabili

Wandermap raccogle informazioni utili per escursionisti, così come WayMarketTracks

…i progetti sono tantissimi e questi sono solo una selezione fatta al volo!

 

Su https://osm-analytics.org/ vengono visualizzate le informazioni immesse dall’ Humanitarian OpenStreetMap Team. In questo caso gli edifici di due villaggi del Mali, del tutto assenti nelle mappe digitali commerciali

 

LA GESTIONE DEL DATABASE

Come facilmente intuibile il database OSM, ricevendo aggiornamenti ogni minuto, non sta mai fermo. Ciononostante se visualizzi la mappa di una App o un sito basato su OSM non accadono situazioni tipo “Ops! E’comparsa una panchina all’improvviso!” e questo, giustamente, per diverse ragioni. Quando viene inserito un nuovo dato il database ha bisogno di qualche tempo per elaborarlo e verificare che sia una modifica coerente e non una castroneria tipo “Una montagna di 400 metri comparsa all’improvviso davanti al Duomo di Milano”. Dopodichè vengono fatte delle verifiche da parte dei volontari che controllano la sensatezza della modifica ecc. A seconda del tipo di modifica e della zona interessata questo processo può esser più o meno lungo: se si inserisce un “cancello con sbarra” su un sentiero di campagna in una zona poco frequentata questo verrà elaborato molto velocemente, ma se si correggesse ad esempio il tracciato di una strada stadale di grande percorrenza presso una località importante, la verifica ed eventuale discussione sulla correttezza di questa modifica potrebbe durare anche qualche giorno. In ogni caso, una volta accolta la modifica, il primo luogo in cui questa potrebbe esser visibile è ovviamente la mappa di openstreetmap.org (sempre a patto che sia un tipo di dato che tale mappa mostra). Dopodichè vengono gli altri siti ed App. Questi però non pescano subito i dati dal database principale ma hanno metodi e tempi molto diversi fra loro. Alcuni difatti utilizzano dei propri server in cui copiano il database OSM a cadenza periodica (ad esempio settimanale, mensile, trimestrale o come più gli va).

 

OsmAnd permette di scaricare offline le mappe OSM più aggiornate. Molte App commerciali invece tendono ad essere più lente nel recepire gli ultimi aggiornamenti

 

Questo gli permette di essere operativi ed avere mappe funzionanti anche nel caso in cui il server di OSM avesse qualche problema. Quando effettuano questa copia sui propri server in realtà non copiano davvero tutto ma solo la porzione di dati che gli interessa. Per esempio, una App per ciclisti britannici copierà solo i dati relativi alla Gran Bretagna che effettivamente usa. Acquisirà dunque gli aggiornamenti sui negozi di biciclette e sulle nuove piste ciclabili ma snobberà quelli su idranti, centraline elettriche, uffici postali, autovelox ed altre cose che tanto, nell’App, non segnala. Allo stesso modo questi siti ed App spesso evitano di copiare le modifiche più recenti seguendo il principio che i dati troppo “freschi” son stati visualizzati e verificati meno rispetto a quelli presenti da più tempo. Il risultato è che se oggi viene inserita una certa modifica, le App che si appoggiano direttamente al server di OSM la riceveranno istantaneamente mentre per le App che effettuano copie periodiche dei dati sui propri server potrebbe volerci addirittura qualche mese. Anche qui è una questione di scelte personali: meglio avere i dati più aggiornati col rischio di qualche incorrettezza o meglio dati meno aggiornati ma più certi?

 

MAPPE OFFLINE E SICUREZZA

Quando si consultano le mappe digitali di Google ed Apple, le rispettive App dialogano costantemente col server per comunicare istantaneamente la tua posizione e fornendoti la versione più aggiornata delle loro mappe. Pur esistendo la possibilità di salvare sul telefono alcune porzioni di mappa questo meccanismo è inevitabile: non si può usare le App di mappe commerciali se non si comunica la propria posizione e senza dialogare costantemente col server. Alcune App basate su OSM (non tutte) hanno invece un approccio diverso: al loro interno hanno solo una mappa-base del pianeta e lasciano all’utente la possibilità di scaricare sullo smartphone la porzione di mondo di cui vogliono avere la mappa dettagliata.

 

Alcune App “conoscono” solo le porzioni di territorio che hai scaricato sullo smartphone

In alcuni casi questo processo è manuale e bisogna selezionare la mappa del paese, regione o città che interessa da una lista, mentre in altri casi quest’operazione è semi-automatica (se zoommi sull’Abruzzo parte il download della mappa dell’Abruzzo). In altri casi ancora v’è un sistema misto (le mappe visualizzate sono quelle del server a meno che non le scarichi). In alcune App, ad esempio, si può scaricare una mappa generale dell’Italia che contiene solamente le strade principali e poi scaricarsi la mappa dettagliata di singole regioni o città che interessano. Ad esempio è possibile salvarsi offline la mappa delle strade dell’intera Italia, la mappa dettagliata della Sicilia e quella dettagliata di Roma. Su queste App gli aggiornamenti delle mappe scaricate oggline funzionano allo stesso modo: semi-automatico per alcune, manuale per altre e misto per altre ancora. Poter scaricare le mappe sul proprio dispositivo porta co sè diversi vantaggi, i primi dei quali sono l’essere accessibili anche se non c’è campo e non consumare costantemente banda per ri-scaricare sempre e solo le stesse strade. Poichè lo spazio su smartphone è quello che è non si avrà mai l’intero database OSM salvato, ma le App basate su mappe offline solitamente sanno gestire la cosa a dovere e se per il tuo viaggio hai necessità di salvarti la mappa dell’intera Romania ma non hai più spazio è del tutto indolore liberarne un po cancellando quelle di territori che non ti serve consultare al momento. Tra i vantaggi delle mappe offline v’è anche il fatto che sono solitamente più scattanti e possono essere consultate, navigate, si possono fare ricerche su di essa senza trasmettere mai a nessuno la propria posizione o informazioni su cosa stai cercando (se cerchi “Ascoli” su Google Maps la richiesta viene inviata ai server di Google che innanzitutto registrano che hai “cercato Ascoli alle 17.34” e solo dopo di ciò inviano la posizione di Ascoli al tuo smartphone). Con questo tipo di App invece si possono pure registrare i propri tracciati GPS nella certezza che questi saranno presenti solo e soltanto sul proprio telefono.

La preferenza per soluzioni offline però porta con sè anche qualche piccolo inghippo. Il primo è che gli aggiornamenti delle mappe scaricabili offline non sono sempre automatiche o ben segnalate ed ovviamente è un qualcosa a cui bisogna prestare una certa attenzione.

Il secondo riguarda il tempo che l’App può impiegare a calcolare i percorsi. Se si chiede a Google Maps di calcolare il percorso da Milano a Napoli, fondamentalmente l’App manda la richiesta ai server di Google i quali innanzitutto registrano che hai “cercato il percorso da Milano a Napoli alle 18.42”, poi effettuano il calcolo e restituiscono all’App il percorso consigliato. Il tutto in pochissimi secondi. Al contrario se si usa una App indipendente che fa fare questo calcolo allo smartphone senza comunicare nulla al server, da un lato non si regalano i propri dati in giro ma dall’altro questo ci metterà molto più tempo (il processore di uno smartphone è niente rispetto a quello di un grosso server). Su certe App, ad esempio, calcolare un percorso di 400Km può impiegare anche tre minuti. Anche qui è una questione di scelte: preferire una App scattante ma che comunica le proprie ricerche ad un server cui dobbiamo fidarci o una più solida ma lenta? Bisogna però considerare che una App che sa fare questi calcoli in proprio sarà autonoma anche nel bel mezzo di una grotta in fondo a un burrone in una valle sperduta in cui non c’è campo.

Il terzo inghippo riguarda la funzione “cerca” delle App, ma lo vedremo meglio più avanti.

 

 

IL GPS DI PER SE’ NON CI “TRACCIA”

Una domanda comune a questo punto riguarda il sistema GPS a causa di una certa confusione su come funziona questo sistema e vale dunque la pena spendere due parole per spiegare mooooolto grossolanamente come funziona. Il sistema GPS si basa su una trentina di satelliti geostazionari che circondano l’intero globo da una distanza di circa ventimila chilometri dalla superficie terrestre. Per geostazionario si intende un satellite che “staziona”, ossia che sta sempre fisso sopra lo stesso punto della Terra: se un satellite GPS fosse stato posizionato, per esempio, esattamente sopra la verticale di casa tua, questo resterebbe sempre lì, di notte e di giorno. Questi satelliti si trovano ad un’altezza tale che da ogni punto del globo sia sempre possibile “vederne” almeno tre, per esempio, osservando il cielo dall’Italia potresti vedere quello sopra casa tua, uno che sta sopra la casa di un tizio di Mosca ed uno che sta sopra un cinema in Islanda. Questi satelliti trasmettono costantemente dei segnali radio contenenti alcuni dati, i più importanti dei quali sono la sua posizione e l’ora esatta, con una precisione al microsecondo.

 

Laura, Mario e Andrea all’opera

 

Quando ti perdi nel bel mezzo della campagna ed apri una App per capire cove cavolo sei, questa riceve i segnali radio trasmessi dai satelliti esattamente come la radiolina da quattro soldi che becca sempre Radio Maria. L’App, quindi, riceve una roba tipo questa:

SATELLITE LAURA
“Ciao! Sono Laura! La mia posizione esatta è XYZ e sono le ore 16:04:07…e 6 millisecondi

SATELLITE MARIO
“Ciao! Sono Mario! La mia posizione esatta è XYZ e sono le ore 16:04:07…e 23 millisecondi

SATELLITE ANDREA
“Ciao! Sono Andrea! La mia posizione esatta è XYZ e sono le ore 16:04:07…e 49 millisecondi

L’App riceve tutti questi segnali contemporaneamente ma… il suo orologio interno indica le 16:04:07… e 52 millisecondi! Questa differenze di orario dipendono dal fatto che il segnale inviato da satelliti tanto lontani ci mette un po ad arrivare allo stesso punto. Non serve molto per capire che più il satellite è lontano e più ci mette. A questo punto l’App calcola molto velocemente la differenza microscopica tra gli orari e capisce di essere molto vicino ad Andrea, un po meno vicino da Mario e molto lontano da Laura. Di conseguenza, conoscendo le loro posizioni esatte (che han trasmesso) e la velocità di trasmissione delle onde radio, riesce a calcolare le proprie coordinate e mostrarle sulla mappa. Si tratta di un processo chiamato triangolazione.

Per chi volesse saperne di più, online ci sono diverse mappe live come questa che mostrano la posizione in orbita di migliaia di satelliti artificiali di tutti i tipi. Su F-Droid è pure possibile scaricare GPStest, una curiosa App che elenca tutti i satelliti che il tuo smartphone sta rilevando in questo momento (e si, quello sopra casa tua lo becca SEMPRE).

Capito il meccanismo appare chiaro che un ricevitore GPS, in questo caso il tuo smartphone, per funzionare non ha bisogno di trasmettere niente a nessuno riguardo alla tua posizione! Quando si parla di localizzare qualcuno tramite il suo GPS non si intende certo che il suo smartphone comunichi la propria posizione ai satelliti (A Laura, Mario ed Andrea non gliene frega una cippa di dove tu sia) ma significa che lo smartphone sta inviando -via Internet- quelle coordinate che ha calcolato grazie ai segnali che ha ricevuto dai satelliti GPS. I navigatori da auto stand-alone tipo i TomTom o i Garmin da escursionismo difatti sono anch’essi ricevitori GPS eppure non si è mai sentito dire che si possa “rilevare la posizione” di un TomTom o di un Garmin. Questo può essere verificato facilmente anche provando ad utilizzare una App che funziona con mappe offline e verificare la propria posizione GPS con la modalità aereo attivata.

 

MANCANZE e “MEH”

A parte le valutazioni su pregi e difetti delle App che usano mappe e calcoli di percorso offline (che non sono dei difetti ma osservazioni su pro e contro di certe caratteristiche), al’ecosistema stesso di OSM è caratterizzato da alcune mancanze che fanno particolarmente sentire, soprattutto nel fare un paragone con gli strumenti commerciali.

 

I MODULI DI RICERCA
La prima mancanza che si riscontra quella di un ricerca interno efficiente. openstreetmap.org usa un certo software di ricerca e le App basate su OSM ne usano degli altri ma tuttavia il problema è abbastanza comune: è estremamente facile NON trovare quel che si cerca. In linea generale si può dire che più l’App è specializzata (per esempio una App dedicata solo agli spostamenti in automobili) e migliori sono i risultati, ma non è una regola che vale sempre. Giusto per fare due esempi, L’App Maps.me, pensata principalmente per viaggi turistici, ha un modulo di ricerca abbastanza intuitivo e veloce mentre al contrario, OsmAnd, che è una eccezionale App multifuzione opensource, ha un modulo di ricerca che necessita un po di pratica per esser appreso. In nessun caso però si arriva all’immediatezza del modulo di ricerca di Google Maps. Le capacità predittive di Google nel capire che se digiti “Parigi” è più probabile tu stia cercando la capitale francese che non una oscura “via Parigi” di una città vicina, da questo punto di vista è decisamente più efficiente rispetto alle altre soluzioni disponibili.

 

openstreetmap.org elabora in pochi secondi tragitti intercontinentali, ma se sbagli e scrivi Vladivostock col “ck” finale, è convinto tu voglia visitare uno stagno a qualche km. da Parigi

 

Le varie App rispondono a questa mancanza con diverse strategie: quelle specialistiche riescono a starci dentro perché gestiscono una quantità di informazioni minori e sono usate per scopi mirati; quelle più complesse, come OsmAnd, dovendo gestire una quantità di informazioni elevata utilizzano dei moduli di ricerca in cui l’utente deve compilare diversi passaggi. Per fare un esempio: su Google Maps, digitando anche malamente “via cavur roma”, il modulo di ricerca comprende comunque che si sta cercando Via Cavour a Roma e lo propone come prima soluzione. Per trovare la stessa via su OsmAnd è necessario:

  • saltare il modulo di ricerca base
  • selezionare “indirizzo”
  • selezionare “prima specifica la città”
  • digitando correttamente “Roma” le prime soluzioni proposte sono le località più vicine alla propria posizione che contengono “Roma” nel nome (Campagnano di Roma, Casa Roma, Chiarano Roma). La città di Roma, nel mio caso, è in quarta posizione
  • tornare indietro su “indirizzo”
  • digitare correttamente “via Cavour”

Dopo un po che ci si fa l’abitudine a fare tutti questi passaggi ci si mette un nonnulla ma resta il fatto che non c’è paragone con la semplicità del modulo di ricerca di Google.

In altre App e siti le ricerche funzionano benissimo a patto che nomi ed indirizzi siano indicati esattamente come vogliono loro (p.es. prima il nome della via, poi una virgola ed invine il nome della città. O il contrario). Insomma: effettuare le ricerche sulle proprie App non è proprio immediato ed è un campo che necessita certamente di miglioramenti.

A questa difficoltà va a sommarsi nuovamente la questione delle mappe offline: se sul tuo smartphone hai scaricato solo la mappa d’Italia e cerchi una via di Londra, l’App magari conoscerà Londra ma non troverà la via se prima non ne scarichi la mappa. Pare scontato, ma se si ha l’abitudine di usare le mappe di Google può non essere così immediato. Tutto ciò può risultare anche abbastanza antipatico perché se si dovesse ad esempio fare una ricerca sulla località chiamata Fauske senza sapere se sta in Svezia, Norvegia, Finlandia o Islanda non si potrebbe ottenere quest’informazione dall’App di mappe, ma bisognerebbe cercarsela sul web e solo dopo aver scoperto che sta in Norvegia si potrà tornare sull’App e scaricare la mappa corretta in modo che l’App stessa la possa trovare.

 

NIENTE TRAFFICO
La seconda mancanza riguarda le indicazioni del traffico live. Semplicemente non ci sono, ne su openstreetmap.org nè sulle App per OSM. Aggiungere questo tipo di dati non è tecnicamente difficile ma l’ostacolo principale è che le informazioni sul traffico perlopiù devono essere acquistate, non sono di libero accesso ed in alcuni casi vengono ottenute dalle big tech anche carpendo dati dalla posizione degli smartphone degli utenti. Insomma: non se ne fa niente.

 

3D
La terza ed ultima mancanza è quella di una mappa in rilievo paragonabile a quella di Google Earth. Il database OSM contiene i dati altimetrici di terreni e rilievi così come le altezze di numerosi edifici, ma solo alcune App proprietarie, al momento, li sfruttano in modo utile. Diversi sviluppatori stan portando avanti progetti collaterali ad OSM per renderne le mappe in 3D e l’argomento è “caldo” ma attualmente non v’è ancora nulla di utilizzabile da semplici utenti.

 

Uno dei tanti progetti intesi a dare tridimensionalità alle mappe OSM

 

“MEH”
Non proprio un punto debole ma piuttosto un “meh” da rilevare è che le informazioni sugli esercizi commerciali sono tendenzialmente più complete sulle mappe di Google. Non è solitamente un problema ma in alcuni casi può risultar antipatico dover uscire da OSM, fare una ricerca altrove e poi rientrare in OSM. Ovviamente non c’è nulla che impedisca di aggiornare i dati di tutte le attività commerciali su OSM ma poichè il mercato è Google-oriented è lì che i mercanti vanno a parare.

Un secondo, debolissimo “meh” è che in alcuni casi sarebbe apprezzabile veder convergere su openstreetmap.org alcune funzioni offerte dai progetti che gli ruotano attorno. Un esempio tra questi è Mapillary, il servizio simile a Street View. Se si naviga una mappa su openstreetmap.org e si volessero vedere le immagini a livello strada di una certa zona bisogna andare su mapillary.com, tornare nuovamente sulla stessa zona e lì si potrebbero vedere queste immagini. Questa convergenza tuttavia viene ottenuta da alcune App. Sulla già citata OsmAnd, per esempio, basta un comando per visualizzare le foto di Mapillary.

 

VOGLIO CONTRIBUIRE!

Se a questo punto, ci si sentisse dentro un irrefrenabile impulso di contribuire ad OSM mappando a più non posso è sufficiente iscriversi su openstreetmap.org ed iniziare a frequentarne i forum, leggere la wiki, prendere dimestichezza col suo funzionamento e chiedere consigli alla sua community.

 

Un editor di OSM

 

Questo articolo è giusto una panoramica su cos’è OpenStreetMap e sulle sue potenzialità ma per quanto riguarda il lavoro che c’è dietro è decisamente meglio chiedere direttamente a chi si occupa attivamente della sua gestione. L’unico consiglio che si può dare qui, semmai, è di farci un po un giro prima di modificare la mappa di Milano e indicare che è apparsa una montagna davanti al Duomo, ecco.

 

LE APP BASATE SU OSM

E per finire non si poteva che segnalare le App che usano mappe basate sul database OSM. Ce ne sono diverse decine tra cui scegliere ed alcune sono abbastanza particolari e molto specifiche. Essendoci quindi un po di tutto, prima di pigliare App a caso forse è meglio fare una prima breve riflessione sull’utilizzo che se ne vuol fare e delle situazioni in cui ci capita di aver bisogno di una mappa: spostamenti in auto? Viaggi all’estero? Escursionismo? Ciclismo? Deve poter registrare i tracciati GPS, esportarli ecc? Deve poter permettere di segnalare modifiche ad OSM? Che tipo di dati si preferisce visualizzare? Meglio una App che fa di tutto ma complessa o una che fa poche cose ma che sia chiara e semplice? Può valer la pena usare due App per due tipi di utilizzo distinti? In ogni caso, sia per Android che iOS le due App più note sono le già segnalate OsmAnd e Maps.me

 

OsmAnd è un vero e proprio coltellino svizzero: fa TUTTO! Navigatore vocale per auto, modalità escursionismo, registra i tracciati con le statistiche altimetriche, integra Mapillary, permette di visualizzate le mappe in innumerevoli modi e tantissime altre cose. Tanta ricchezza ovviamente significa alto grado di complessità e di conseguenza richiede un certo “addestramento” per esser usato al meglio, ma una volta fatto proprio diventa uno strumento insostituibile! E’disponibile anche su F-Droid.

Maps.me è pensata per viaggi turistici. E’molto leggera e le mappe che usa hanno una grafica leggera che ricorda quella di Google Maps ed è adatta a chi ha bisogno di un navigatore facile da usare e senza fronzoli. Su F-Droid è presente un suo fork (una “versione modificata”)  chiamata semplicemente Maps.

Navit è concepito puramente come navigatore automobilistico e può essere installato su diversi dispositivi.

OsmAnd e Navit sono software completamente liberi ed open source mentre Maps.me, pur essendo open source, è collegato ad una azienda che si occupa di viaggi. La versione su F-Droid chiamapa Maps invece è “pulita”.

Le altre App, come detto, sono diverse decine e ve n’è di tutti i tipi. Questi due link portano a pagine della wiki di OSM in cui vengono descritte una ad una  e confrontate fra loro (in inglese):

ELENCO delle App OSM per Android

ELENCO delle App OSM per iOS

Qui invece un link alle App OSM presenti su F.Droid

ELENCO delle App OSM su F-Droid

OsmAnd ed altre App permettono di fare piccole segnalazioni ad OSM, ad esempio per indicare che una certa strada è stata chiusa, ma se si volesse fare qualcosa di più anche da smartphone esiste Vespucci, una App pensata appositamente per i volontari di OSM. E’però consigliabile usarla solo se si ha già un minimo di esperienza nel modificare i dati OSM da desktop.

Chi volesse dare una mano ad aggiornare i dati OSM ma senza dover imparare a modificare le mappe ed aggiornarle può contrinuire usando StreetComplete! Si tratta di un’App carinissima che, una volta avviata, pone delle semplici domande riguardo alla zona in cui ti trovi e su cui OSM ha informazioni incomplete. E’ un modo molto intelligente ed utile di sfruttare alcuni elementi della gamification per realizzare un progetto da cui ne trae vantaggio il mondo intero!

Schermata di StreetComplete

  •  

#ItalianLockdown – effetti e cause della “giusta motivazione” in sostituzione delle prassi mediche

Lockdown: il mondo s’è fermato! Han premuto il tasto “Pausa”. Ma a ben vedere c’è lockdown e lockdown e non sono mica tutti uguali. Se osservato bene, il modo in cui ogni paese applica, gestisce e narra il modo in cui gestisce l’emergenza rivela molte più cose di quanto sembri a prima vista.

Pure quello che ci riguarda, il lockdown all’italiana, è una lente di ingrandimento che amplifica problemi, storture, rapporti di potere, arretratezze, bagaglio culturale, opinioni diffuse, tipicità, errori ricorrenti, tic narrativi e possibili errori futuri del Belpaese. Ecco perchè vale la pena osservarlo a trecentosessanta gradi.

INDICE

Non trovi il cerotto? Allora amputiamo!
Come osi?
C’era una volta un virus
Colpisci il capro! Colpiscilo! Ancora, ancora!
#ConfinatiInCasa a causa di un sistema emergenziale inadatto
Italian Lockdown
Chinese Lockdown
Stendere il virus con multa e manganello
Il virus circola, la polizia vuole #TuttiAlChiuso
Schizofrenia mediatica
Sicurezza sanitaria o giusta motivazione?
Italiani incontrollabili?
Gli untori solitari
Gli untori di massa
I Teleassembramenti
Oltre i teleassembramenti
Profezie autoavveranti
Aria, Asfalto, Asintomatici, Mascherine
The day after

 

Non trovi il cerotto? Allora amputiamo!

Siamo nel bel mezzo di una pandemia globale gestita con modalità assai diverse a seconda della nazione o regione coinvolta. Modalità in molti casi caratterizzate da approcci impacciati e contraddittori se non addirittura criminosi ma che nella maggioranza dei casi rivelano la debolezza sistemica di diversi paesi che si son trovati improvvisamente a dover subire gli effetti dei propri problemi strutturali. Problemi che, nel loro insieme, stan contribuendo a rendere quest’emergenza assai peggiore di quanto potrebbe essere se gestita in modo piò oculato e se certe cose fossero state già risolte.

A grandi linee questi elementi possono essere riassunti in:

– Mala gestione di chi inizialmente non ha saputo valutare o addirittura ha tentato di negare la gravità della situazione.

– Il mancato ascolto di chi, nei decenni passati, ha più volte avvertito del possibile pericolo di diffusione su scala globale di pandemie e della necessità di prepararsi all’evenienza. Mancato ascolto che non ha fatto sufficiente tesoro dell’esperienza maturata nel corso di episodi simili come ad esempio la diffusione di SARS e MERS, dell’aviaria, della febbre suina e di quella bovina, giusto per citare i più recenti. Ciò ha fatto sì che gran parte dei paesi industrializzati s’è dovuta rendere improvvisamente conto di non avere piani di contenimento sufficienti né procedure adeguate da seguire; di non avere né scorte di materiale indispensabile né sistemi autonomi per produrlo. Il tutto si è così tradotto in gestioni improvvisate ed emergenziali fatte spesso un tanto al chilo, come ad esempio le iniziali disposizioni di lockdown regionali in cui si son viste chiudere le scuole ma non i centri commerciali o le restrizioni all’uso di tamponi e mascherine emesse perché non c’e n’erano abbastanza.

– La mancata presa di coscienza della catena di correlazioni che unisce con un filo rosso la distruzione di interi ecosistemi, le condizioni igieniche spaventose dell’industria dell’allevamento e la diffusione di pandemie, così come il costante peggioramento della qualità dell’aria, da più parti indicato come molto probabilmente correlato all’incidenza del contagio.

– Una politica economico-finanziaria che in occidente ha indebolito la sanità pubblica, l’istruzione (medica e non) e l’istituzione di sistemi di prevenzione per emergenze aperiodiche mentre nei paesi più poveri ha impedito lo sviluppo di sistema sanitari adeguati. Le disuguaglianze derivanti dagli attuali sistemi di produzione ora verranno pagati a carissimo prezzo a livello planetario rivelando ancor di più la necessità di ridurre tali disuguaglianze: i paesi più poveri ora rischiano di diventare degli immensi focolai a scapito delle persone più deboli facendo tra l’altro anche saltare la produzione di quei beni su cui è fondato il sistema di produzione stesso.

– Comparti economici che hanno lavorato attivamente contro ogni forma di contenimento e prevenzione anteponendo il proprio interesse speculativo ad ogni altra cosa, al costo di negare l’epidemia. Il caso della mancata zonizzazione della Val Seriana per salvaguardare le sue industrie e manifatture ne è un esempio evidente.

– Media mainstream eccessivamente dipendenti da interessi economici che, senza soluzione di continuità, inseguono e cavalcano notizie che alimentano il panico ma al tempo stesso diffondono messaggi tranquillizzanti, aumentando a dismisura quella schizofrenia delle notizie che immancabilmente si ripete nelle situazioni. Panico e allarme che oggi trovano nei media mainstream commerciali un terreno perfetto per la loro diffusione.

– La scarsa coordinazione internazionale per problemi di ordine globale. Ciò che avviene con la pandemia del SARS-CoV-2 ripropone in scala accelerata ciò che avviene da decenni riguardo all’emergenza climatica, ossia la mancata applicazione del concetto che in un mondo globalizzato, i problemi e le cattive condotte di UN paese sono un problema drammatico per TUTTI i paesi. Mancata coordinazione che il mondo scientifico s’è immediatamente adoperato per superare mentre al contrario diversi governi si ostinano a rifiutare, chiudendosi a riccio e cogliendo l’occasione per imporre agende nazionaliste.

 

Documento del 22 dicembre 2010 in vui veniva valutata la gestione della pandemia del virus H1N1 nella regione Lombardia rilevando già in quella data numerosi problemi (LINK a file PDF)

 

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: paesi e regioni che eseguono test a tappeto, altri eseguono test mirati ed altri ancora che faticano a procurarsi il materiale per eseguire i tamponi; criteri di conteggio differenti che non possono essere paragonati tra loro sballando rilevazioni e statistiche; quotidiani e politici che hanno alternato allarmi eccessivi a pericolose e immotivate banalizzazioni; morti che vengono celate o fatte passare per non attinenti al coronavirus; regioni ricchissime ridotte al collasso da sistemi sanitari perlopiù privati o semi-privati che vengono aiutati da ONG e paesi decisamente più poveri ma che hanno sistemi sanitari pubblici; medici ed infermieri che cercano di fare quel che possono con quel poco che hanno (mancanza di personale, dispositivi di protezione, posti letto, ospedali da campo…) e che quindi si contagiano e muoiono; amministratori locali impanicati che per reazione strafanno optando per soluzioni militari eccessive coadiuvate da forze di polizia che applicano divieti privi di valenza medica, contraddittori e/o completamente assurdi. Big tech, Grande Distribuzione Organizzata e comparti della logistica e del delivery che sfruttano l’occasione per lucrare grazie alle proprie posizioni dominanti e che aumentano il proprio campo d’azione ed ingerenza su economia e politica (Google, Twitter ed Apple hanno già annunciato che inizieranno iniziative volte a facilitare il tracciamento degli utenti).

L’industria della sorveglianza che coglie la palla al balzo per far testare sui civili tecnologie di controllo con l’entusiastica partecipazione delle forze di polizia e movimenti politici destrorsi che premono affinché i governi implementino soluzioni di sorveglianza digitale nonostante si siano rivelate di dubbia utilità in quanto le prassi applicate nei paesi che meglio han saputo rispondere all’emergenza erano valide anche a prescindere dei tracciamenti digitali.

Come osi?

Capiamoci, una pandemia globale è un evento imponente e drammatico che per forza di cose genera allarme e problemi di diverso tipo portando immancabilmente a restrizioni, limitazioni e grossi problemi di varia natura indifferentemente dal tipo di sistema politico/economico/sanitario/organizzativo che ci si è dati.

Detto ciò bisogna però ribadire che il modo in cui un’emergenza viene gestita può fare una grandissima differenza: una gestione sensata e ben organizzata dell’emergenza è certamente più efficace di una gestione improvvisata ed eccessiva. Pur non esistendo formule magiche né sistemi perfetti che avrebbero certamente evitato tutto ciò con equanime consenso di medici, economisti, lavoratori, politici, movimenti per i diritti civili e quant’altro, osservare quello che in questo momento non sta funzionando a dovere è un passo indispensabile per poter fare meglio ed evitare di proseguire su strade che causano infiniti danni collaterali di ordine sociale, psicologico, economico e politico.

 

Un “criticone”

 

Non v’è alcuna alternativa: il miglioramento dell’esistente può iniziare solo da una critica dello stesso. L’importante è che questa critica sia ragionata ed aperta alla confutazione. Senza critica, insomma, si accetta che storture ed errori proseguano anche in futuro così come sono o, peggio, se ne avalla pure l’enfatizzazione.

Ciò che differenzia una sana critica da indignazione, sfogo e vuota polemica risiede nella qualità dell’analisi: una critica durissima ma sensata, logica, precisa e documentata è certamente un qualcosa di più utile e rispettoso di qualsiasi forma di supporto acritico e tolleranza di facciata. Criticare la gestione dell’emergenza comporta necessariamente anche la messa in discussione delle sue premesse, ossia di quegli elementi preesistenti che hanno impedito fin dall’inizio di mettere in campo una gestione migliore. Non solo: la critica non può esimersi nemmeno dall’evidenziare quegli elementi dell’attualità che preannunciano inquietanti sviluppi che si potrebbero manifestare in futuro.

 

 

C’era una volta un virus

C’è molto da dire sul modo in cui questa pandemia è stata narrata dai grandi media mainstream. Concentrandoci sull’Italia, dopo un iniziale spaesamento in cui abbiamo visto quotidiani, politici e associazioni industriali alternare confusamente urla di panico ed appelli alla normalità, nell’arco di qualche settimana la narrazione mainstream della pandemia s’è andata più o meno assestando su alcuni punti e formule fisse (ma non va dimenticato che le narrazioni non smettono mai davvero di evolvere).

 

Con un video pubblicato il 28 febbraio, la Confcommercio di Bergamo lanciava questo hashtag e la relativa campagna mediatica

 

Sulla costruzione di questa narrazione dominante sono necessarie numerosissime osservazioni perché al suo interno confluisce un po di tutto: dalle premesse sul sistema economico ai tic ricorrenti della narrazione nazionale italiana, dalle contraddizioni sistemiche ai format discorsivi sul decoro ecc.

 

Osservazioni su tutti questi aspetti non son certo mancate in queste settimane: articoli, discussioni online, podcast e trasmissioni radio estremamente puntuali capaci di cogliere ed esporre questi diversi elementi e le loro sfacettature, mettendone a nudo contraddizioni, storture e non-detti. Osservazioni che purtroppo non sorprende abbiano trovato poco o nessuno spazio sui media mainstream, troppo dipendenti da quegli stessi interessi economici e politici dominanti interessati a confermare lo status quo.

Ma se i media mainstream non danno troppo spazio a queste argomentazioni possiamo almeno farlo qui, segnalando giusto alcuni articoli consigliabili::

Apocalittici e messianici

Cent’anni di isolamento: come l'”emergenza nomadi” prosegue nell’emergenza coronavirus

Coronavirus: cosa sta succedendo?

Coronavirus: l’aereo

Criminalizzare chi fa jogging e passeggiate: le ordinanze dell’Emilia Romagna analizzate sotto la lente del giurista

Dalle denunce penali alle supermulte: le nuove sanzioni per chi cammina “senza motivo” analizzate da un giurista

Diario virale 1 – I giorni del coronavirus a Bulågna

Diario virale 2 – Bulågna brancola nel buio delle ordinanze

Diario virale 3 – Contro chi sminuisce l’emergenza

“E’colpa di quelli come te se c’è il contagio”. Abusi in divisa e strategia del capro espiatorio nei giorni del coronavirus

“Fate parlare gli esperti” Chi si deve occupare di una pandemia?

I benedetti dell’epidemia

I veri numeri del contagio a Brescia e in Lombardia

L’Africa rischia di perdere anni di progressi nella lotta contro la povertà

La lotta di classe dietro la pandemia

La viralità del decoro – controllo e autocontrollo sociale ai tempi del Covid-19 (prima puntata)

La viralità del decoro – controllo e autocontrollo sociale ai tempi del Covid-19 (seconda puntata)

L’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’occhio del ciclone

Per un socialismo del disastro

Proteggere i detenuti è fondamentale per arginare il virus

Quando e come finirà l’isolamento?

Serve un’amnistia per sfollare le carceri

Sul terrore a mezzo stampa – “il virus è nell’aria”, un titolo che farà molti danni

Solo la politica può evitare l’apocalissi

Sul terrore a mezzo stampa – le foto delle vie piene di untori

Un nuovo mondo per la collaborazione scientifica

Una società grande quanto un supermercato

Usare #stateacasa per diffamare e licenziare i lavoratori: cosa possiamo imparare, anche in Italia, sul caso Amazon/Smalls

L’unico elemento che al momento pare non esser stato trattato con troppo interesse, forse perché dato per acquisito dalla maggior parte dei commentatori, è l’impatto che ha avuto negli anni passati la diffusione nel discorso pubblico delle idee NoVax, che hanno preso in ostaggio delle giuste critiche sulle storture di un’industria farmaceutica in mano alle multinazionali, facendone però il tramite per timori antiscientifici privi di fondamento.

Timori cavalcati e sfruttati da politici poco lungimiranti giusto per questioni di bassa strategia e che han contribuito a diffonderli trasversalmente nel discorso pubblico influenzando di conseguenza l’intero mondo politico rendendolo così meno propenso ad tener in considerazione le richieste del mondo scientifico.

Il mondo è a colori: non in bianco e nero nè in scala di grigi

Va aggiunta un’ulteriore postilla che purtroppo non è così scontata, specie tra chi solitamente non è propenso all’analisi critica e metodica della realtà: la critica in sè non corrisponde necessariamente alla negazione dell’oggetto preso in considerazione. Purtroppo il livello discorsivo diffuso tende ad appiattire e banalizzare la critica dello status quo per rifiutarla in toto e non affrontarla.

Detto in soldoni: criticare il lockdown non equivale a dire “tana libera tutti: comportiamoci come se la pandemia non esistesse” allo stesso modo per cui essere contrari alla violenza non equivale necessariamente a rifiutarsi di tirare un cazzotto in faccia a qualcuno che minaccia di ucciderci.

La realtà è complessa, ambigua, contraddittoria e densa di sfumature. Rifiutae ciò e banalizzarla in un ritratto in bianco e nero (“o stai con le misure imposte dal governo o sei uno scellerato”), è il modo migliore per non vederla così com’è e, di conseguenza, non esser mai in grado di migliorare alcunchè.

Allo stesso modo è svilente e deviante l’uso del “ricatto della soluzione”, ossia il rifiuto della critica attuato imponendo a chi osserva un malfunzionamento di fornire allo stesso tempo anche soluzioni immediate. Insomma: non sono un meccanico ma se mi accorgo che i freni della macchina non funzionano e dico a gran voce, non ha molto senso zittirmi con “troppo facile criticare i freni se non sai ripararli!!11!!1!!1”.

Colpisci il capro! Colpiscilo! Ancora, ancora!

Nelle situazioni di panico e pericolo, la ricerca di un capro espiatorio è una ricorrenza tristemente consueta, tanto più quando il pericolo è generalizzato ed impalpabile. Il bisogno di scaricare la propria rabbia e frustrazione contro una figura definita e tangibile sulla quale poter appiccicare la colpa per eventi che in realtà hanno cause molto complesse e ramificate nasce da impulsi emotivi antichi e profondi che nel corso dei millenni si son manifestati nelle forme più varie.

Dopo gli attentati dell’11 settembre, ad esempio, l’impossibilità di correlare rabbia e timori tanto immensi contro uno sparuto numero di terroristi o verso le entità politiche che hanno sfruttato tali eventi per portar avanti la propria agenda imponendo una narrativa incentrata su patriottismo e militarismo, la reazione è stata quella demonizzare in modo generalizzato l’intero mondo arabo e/o islamico.

I media mainstream, che si attengono alle regole del mercato ed alle linee editoriali imposte dalla proprietà più che che all’analisi critica del mondo, non fanno altro che cavalcare questa generalizzazione gettando benzina sul fuoco ed alimentando queste reazioni insensate.

Insensate ma utili all’agenda politica degli editori e della proprietà dei grandi media, attentissima a “dare il La” alle discussioni da social decidendo gli argomenti di cui far parlare la popolazione e/o impostando la chiave con cui leggere gli eventi.

Ciò può esser osservato anche nel modo in cui i maggiori media italiani cavalcano, alimentano ed indirizzano il sentimento anti-migranti in funzione di interessi politici e non per reale interesse nei confronti di queste persone.

Tutto ciò genera un circuito chiuso in cui media, social network e politica si alimentano e confermano a vicenda senza lasciar spazio a critica alcuna, consolidando lo status quo.

Liberarsi dalla narrazione mainstream quindi è un’impresa assai impegnativa, sia per la difficoltà di affrontare analisi complesse ed imparare ad informarsi in modo preciso e metodico che per il fatto che la narrazione mainstream non è necessariamente fatta di notizie false ma si caratterizza soprattutto per la sproporzione data ad elementi del reale. In sostanza i grandi media, più che a raccontare menzogne tout court tendono ad alterare la realtà dando grandissimo peso ad alcuni fatti reali selezionati, “inquadrandoli” in un certo modo o, soprattutto, per semplificazione, ossia fornendo informazioni reali parziali e scontornate dal quadro generale, in modo da poterle usare in un quadro completamente diverso.

Per capirci basterà citare l’esempio dei dati sulla criminalità in Italia che pur essendo costantemente in calo da decenni vengono narrati dando enorme peso solo a quella parte di dati che, estrapolati dal loro contesto, possono essere enfatizzati per dipingere un quadro opposto alla realtà: il leggero aumento temporaneo di un certo tipo di reato, presentato dai quotidiani come “record di furti” impone con tre parole una falsificazione percettiva della realtà attraverso dati reali decontestualizzati. Smontare tale narrazione è sempre possibile ma richiede necessariamente un gran sbattimento per poter reinserire quel dato nel contesto originario e si scontrerà con un’opinione pubblica che quel dato già lo conosce e quindi ciò che andrà decostruito non è il dato in sé ma l’intero contesto in cui è inserito.

Il temibile e temerario babau giallo che ha tenuto in scacco il Veneto… semplicemente saltando un posto di blocco.

 

Poiché è dai margini che il centro diventa più evidente, nell’osservazione di vicende secondarie e marginali questi meccanismi risultano ancor più espliciti e facili da studiare e questo vale anche nella costruzione di capri espiatori. Notevole a questo proposito l’epopea di Igor il russo o l’assurda vicenda dell’Audi Gialla; episodi in cui, soprattutto a distanza di tempo, risultano particolarmente evidenti le forzature con cui i protagonisti di queste narrazioni son stati eletti a puri e semplici feticci su cui convogliare pulsioni, paure, paranoie, fantasie e pregiudizi inespressi.

In tutti questi casi il capro-feticcio diviene una figura a sé, separata ma sovrapposta al suo rappresentante reale: nel caso del post 11 settembre un americano di terza generazione di origine libanese e di religione cristiana poteva esser narrato come uno pseudo-jihadista saudita che simpatizza per i tagliateste e che segretamente anela a circondarsi di spose bambine e distruggere l’occidente; nel caso dei migranti l’ingegnere nigeriano di fede pentecostale figlio di famiglia borghese che fugge dall’impoverimento diviene un allevatore di capre troglodita ignorante che pratica il voodoo in una capanna di sterco e fango che viene qui a rubarci le donne e il lavoro pur essendo troppo scansafatiche per lavorare e inoltre… scandalo dello scandalo… è addirittura colpevolmente possessore di uno smartphone!

 

 

Il criminale serbo Norbert Fehler diviene Igor il russo, una sorta di supercattivo dei fumetti a metà tra James Bond e Rambo, imprendibile e capace di tenere in scacco oltre duemila carabinieri, avvistato ovunque ma introvabile come Bigfoot, cattivissimo ed abilissimo, geniale e scaltrissimo; un’automobile gialla che salta un posto di blocco diviene l’imprendibile Audi Gialla guidata da criminali dell’est e che scorrazza a tutta velocità per il Veneto per dimostrare con un gesto di spregio che le genti slave possono fare ciò che vogliono “a casa nostra”.

Tale meccanismo è particolarmente presente nella cultura di coloro cui son affidati compiti di controllo sulla popolazione in quanto definire un nemico tangibile permette di agire attivamente ed in forme materiali, visive e quindi spettacolari (l’inseguimento del corridore solitario sulla spiaggia o l’esibizione dei droni a scansione termica sono intrinsecamente degli atti teatrali). Anche qui non si tratta di un meccanismo necessariamente voluto: se in alcuni casi capro espiatorio e spettacolarità sono ricercati a tavolino, nella maggioranza dei casi sono un effetto complementare di un modo di vedere le cose altamente interiorizzato. A questo proposito basta citare alcuni commenti provenienti da gruppi Facebook di forze dell’ordine in cui per osservare l’insensata acredine immediatamente maturata dopo l’imposizione del lockdown per quelli che vanno in giro con il cane, visti come dei “furbetti” che usavano i propri animali da compagnia come passepartout per aggirare la legge e l’immediata nascita di leggende metropolitane su cani diventati magrissimi perché obbligati a camminare per ore.

#ConfinatiInCasa a causa di un sistema emergenziale inadatto

La diffusione del SARS-CoV-2 è un problema innanzitutto sanitario e dunque la prima cosa da tenere a mente per qualsiasi ragionamento sono proprio le indicazioni sanitarie su come effettuare il suo contenimento. Indicazioni che possono essere riassunte in:

  • Riduzione dei contatti fisici (distanziamento fisico / limitazione degli spostamenti / isolamento / uso di dispositivi di protezione)
  • Sanificazione (disinfezione ambienti / potenziamento delle prassi igieniche)
  • Monitoraggio (tamponi / verifica della catena di trasmissione)

Le modalità di applicazione di queste indicazioni possono variare molto e non sono esenti da discussioni tra medici e preoccupazioni di varia natura: il distanziamento fisico comporta la cessazione di numerose attività economiche indispensabili e non; l’isolamento applicato in forma preventiva è causa di numerosissimi problemi; i dispositivi di protezione sono utili solo se usati correttamente, altrimenti possono contribuire a diffondere il virus; la disinfezione degli ambienti richiede una certa preparazione; mancano materiali; la verifica della catena di trasmissione se fatta con mezzi informatici può avere dei risvolti catastrofici sulla privacy ecc.

Il tutto é ulteriormente complicato dal fatto che le problematiche pregresse (sistema sanitario indebolito da decenni di tagli e privatizzazioni, mancanza di personale medico, mancanza di un piano di contenimento già preventivato, dotazioni non sufficienti ecc.) han portato a compensare tali mancanze con un intervento meramente poliziesco tradottosi infine nel lockdown generale, nel #restiamoacasa, e nel teatrino dei decreti e delle autocertificazioni emesse in serie.

La riduzione dei contatti fisici attraverso limitazioni di mobilità ed assembramento è il metodo più drastico per contenere la diffusione del contagio (anche se diversi studi suggeriscono che i lockdown hanno efficacia diversa a seconda dei luoghi e delle modalità con cui viene effettuato e che, addirittura, in determinati casi si rivela controproducente) e può essere attuata in diversi modi, ossia limitando la mobilità tra aree diverse (a livello di nazione, regione, provincia, area, comune, quartiere) ed impedendo qualsiasi attività che preveda la compresenza ravvicinata di più persone. Ciò può essere effettuato in modo selettivo con la creazione di cordoni sanitari mirati (come isolare molto duramente una certa area ma applicare limitazioni meno stringenti in un’altra oppure presidiare i luoghi ad alto rischio concentrando gli sforzi sui potenziali focolai ed imporre solo norme di distanziamento nei luoghi a basso rischio). In generale il mondo medico suggerisce l’interruzione degli spostamenti a grande distanza, degli assembramenti di massa, mantenere un costante distanziamento fisico e buone prassi di disinfezione, ma non parla mai di confinamento totale e preventivo nelle abitazioni.

E’solo nel peggiore dei casi che questo viene applicato in maniera generalizzata, ossia il lockdown totale in cui viene bloccata ogni attività ed impedito ogni spostamento sul territorio.

Ricorrere al lockdown generale è una soluzione estrema sintomatica di una situazione oggettivamente fuori controllo oppure, più semplicemente, di una situazione non si è stati capaci di gestire. In altre parole è il risultato del fallimento delle misure preventive e di contenimento iniziale. Una grossa presa di coscienza della propria impreparazione, insomma.

Ma la gestione dell’emergenza come s’è detto varia notevolmente da paese in paese e le differenze di approccio derivano da fattori politici, sistemici, economici e territoriali di cui bisogna tenere ben conto quando si effettuano paragoni. Quando si parla del lockdown in Nuova Zelanda, per esempio, si parla di due isole grandi come l’Italia ma una popolazione di soli 5 milioni di abitanti. Nel caso di Cuba si parla di un’isola grande un terzo dell’Italia ma con un sesto dei suoi abitanti e che vanta non solo il miglior sistema sanitario dell’America latina ma pure il maggior numero di medici pro capite nel mondo. Hong Kong e Singapore sono sostanzialmente delle città-stato ad altissima densità abitativa. Insomma: è una banalità far notare che gestire la pandemia a Hong Kong è diverso che gestirla nelle campagne del Marlborough neozelandese ma a quanto pare questa banalità sembra sfuggire a gran parte dei media nostrani, che insistono soprattutto sulla questione dei test fatti a tapeto sull’intera popolazione in Corea del sud e sul tracciamento digitale delle persone, promuovendolo come inevitabile.

Se da un lato i nostri media insistono su test e tracciamento, dall’altro si son però rivelati assai imprecisi nel descrivere l’applicazione del lockdown negli altri paesi, per la gran parte molto meno restrittivi dell’Italia.

L’ostracismo dei comparti economici bergamaschi che hanno impedito il lockdown della Val Seriana e l’impreparazione generalizzata del governo italiano e delle amministrazioni locali che ha contribuito a posticipare oltre il dovuto l’applicazione di procedure emergenziali mirate, sono indubbiamente i principali responsabili del tracollo che ha portato all’imposizione di un lockdown durissimo che sulla penisola è stato applicato con un tono del tutto peculiare caratterizzato da una forma di militarizzazione che fatta eccezione per alcuni regimi dittatoriali trova forse dei paralleli solamente in Spagna.

Tutto chiuso e tutti al chiuso. L’ordine generale si è tradotto di fatto in un contenimento di massa che ha confinato l’intera popolazione agli arresti domiciliari nella speranza di riuscir a rallentare la diffusione del contagio affinché prosegua entro livelli gestibili dal sistema sanitario nazionale e questo nonostante il parere contrario di diversi medici che non mancano di far notare che la presenza prolungata in ambienti ristretti comporti molti più rischi che starsene all’aria aperta.

L’equazione è semplice: minore è la capacità del servizio sanitario nazionale di rispondere all’emergenza e maggiori sono le restrizioni imposte. Detta brutalmente: non avendo un sistema emergenziale efficace né un sistema sanitario tarato sulle reali esigenze della popolazione, adesso è la popolazione stessa a dover tarare le proprie vite per far in modo che sia il contagio ad adattarsi ai ritmi che questo sistema sanitario prosciugato da decenni di tagli può sostenere.

Italian Lockdown

Osservare l’ordine temporale con cui si è giunti al lockdown in Italia rivela molte cose: tra novembre e dicembre 2019 i medici cinesi iniziano a rilevare morti sospette e interrogarsi; il 31 dicembre viene avvertita l’OMS e la TV pubblica cinese avverte la popolazione della presenza di un virus ancora sconosciuto. Nei primi giorni di gennaio diversi paesi iniziano ad effettuare verifiche negli aeroporti sulle persone provenienti da Wuhan. A metà gennaio il virus viene identificato ed al contempo giunge la conferma della sua presenza anche al di fuori dalla Cina: a Taiwan, in Corea del sud e negli USA. Il 23 gennaio viene attuato il lockdown di Wuhan mentre i casi in Cina aumentano vertiginosamente. Nel giro di pochi giorni arrivano conferme della presenza del virus da sempre più paesi sparsi sul globo ed il 31 gennaio 2020 l’OMS dichiara che v’è il pericolo che si sviluppi una pandemia globale.

Nello stesso giorno vengono sospesi i voli dalla Cina all’Italia. A Roma due turisti cinesi risultano positivi al virus. In questo momento i grandi media italiani trattano la notizia perlopiù come un qualcosa di marginale che riguarda solo la Cina ed i suoi abitanti ed a livello politico/gestionale non vengono intraprese particolari procedure di contenimento al di là della verifica delle persone provenienti dalla Cina. Questo fino al 21 febbraio quando irrompe la notizia dei primi morti italiani per coronavirus a Codogno (Lombardia) e, a breve giro, a Vò Euganeo (Veneto). I media italiani a questo punto lanciano allarmi di panico. Nel giro di pochi giorni alcuni dei comuni coinvolti vengono dichiarati zona rossa (ma non tutti) e le regioni colpite iniziano ad emettere ordinanze atte a limitare assembramenti per attività ritenute non indispensabili (scuole, centri sportivi, sagre, manifestazioni), permettendo tuttavia gli assembramenti per attività lavorative, nei centri commerciali, mezzi di trasporto pubblico ecc. Le contraddizioni insite in queste ordinanze le rendono, di fatto, inutili.

 

 

Campagna a favore della diffusione del contagio del 26 febbraio 2020

 

Verso fine febbraio i comparti economici, spaventati dall’allarme mediatico e dal contraccolpo economico che stava causando, attraverso i propri responsabili media lanciano campagne tranquillizzatrici come #MilanoNonSiFerma e #BergamoIsRunning che, coinvolgendo diversi media, influencer, social e personaggi politici a loro affini, tentano di negare e minimizzare la realtà dei fatti attraverso una campagna stampa prontamente e acriticamente rilanciata sui social commerciali da una schiera di utili idioti. Al contempo pure alcuni quotidiani pubblicano articoli atti a minimizzare l’emergenza.

 

In questa immagine i titoli di sinistra vanno dal 22 al 25 febbraio mentre quello di destra è del 27

 

Il numero dei contagi tuttavia aumenta e con due decreti in rapidissima successione, tra l’8 ed il 9 marzo il governo italiano dichiara l’intero paese zona rossa impedendo alla popolazione di uscire dalla propria regione di residenza ma permettendo ancora l’apertura dei negozi ed il lavoro nelle fabbriche. A seguito dell’annuncio diverse migliaia di persone si è allontanano dalla città, perlopiù per tornare nelle proprie regioni di origine (o verso seconde case, con enorme fastidio della gente del posto). Le stime più alte parlano di trenta o quarantamila persone. Queste partenze improvvise vengono narrate dai media con discreto allarme generando diverse polemiche.

 

Consigli utili soprattutto a diffondere il contagio

 

L’11 marzo il governo impone una nuova stretta con la chiusura di tutti i negozi tranne supermarket, banche, farmacie, edicole e poche altre tipologie ed il divieto per la popolazione di lasciare il proprio comune. Le forze di polizia applicano le disposizioni dandogli una lettura particolarmente restrittiva impedendo, di fatto, ogni tipo di attività all’aperto anche se solitaria e svolta in sicurezza. L’autoisolamento in casa, già attuato preventivamente da milioni di persone s’inaspriva rendendo di fatto illegale uscire dalla propria abitazione.

 

Non controlli sanitari ma solo di polizia

 

Tra polemiche, gogne social verso chi “non si attiene alla legge” e concessioni minimali, si assesta una applicazione del lockdown in cui il diritto ad una circolazione limitata è concesso non in base a criteri di sicurezza sanitaria ma in base al principio della “giusta motivazione”: andare a far la spesa al supermercato più vicino o a lavorare in fabbrica è concesso, passeggiare no. Nel frattempo vengono preparati alcuni ospedali provvisori. Le fabbriche tuttavia restano attive, pur costituendo i maggiori focolai.

 

 

Solo il 21 marzo vengono chiuse anche le fabbriche, fatta eccezione per quelle ritenute “essenziali” (tra cui l’industria bellica). Nel corso delle settimane successive diverse aziende riescono comunque ad ottenere il permesso di tornare a produrre e Confindustria preme affinché venga concessa una riapertura di quasi tutte le attività. Già nella seconda settimana di aprile, nonostante non vi sia alcun segno di un calo dei contagi, numerose fabbriche iniziano a riaprire, il governatore del Veneto Zaia dichiara che di fatto il 60% delle aziende della regione sono attive ed in tutt’Italia le aziende riaprono autocertificandosi come essenziali, spesso con motivazioni del tutto inconsistenti. Due terzi degli italiani, in un modo o nell’altro, continua a lavorare.

Questa è a grandissime linee la cronologia dell’imposizione del lockdown nel Belpaese fino a questo momento, da cui risulta particolarmente evidente il ruolo di primo piano che ha giocato il comparto economico nel remare contro l’applicazione delle misure sanitarie di contenimento, l’indecisione della politica e la schizofrenia con cui i media han trattato il tutto.

Chinese Lockdown

A termine di paragone è interessante osservare le tempistiche del lockdown a Wuhan, in quanto, pur tenendo in considerazione le differenze sociali/ambientali/politiche/economiche, il lockdown di Wuhan si differenzia da tutti gli altri per via della sua eccezionalità (trattandosi dell’epicentro del contagio) ed il modo in cui è stato applicato evidenzia differenze d’approccio molto forti rispetto ai lockdown occidentali, tra cui quello italiano.

Il 23 gennaio viene annunciato il divieto di uscire dalla città di Wuhan e che il trasporto pubblico sarebbe stato interrotto entro poche ore, causando un esodo di massa nelle ore antecedenti alla sua interruzione (si calcola che solamente via treno furono circa 300.000 le persone che abbandonarono Wuhan). Vengono chiuse anche le autostrade. Il giorno dopo le stesse imposizioni sono state applicate in comuni limitrofi. Si iniziano subito ad applicare le misure di contenimento (che vedremo meglio dopo). Il 13 febbraio vengono chiuse tutte le fabbriche non essenziali. Il 20 febbraio vengono chiuse anche le scuole. A partire dal 13 marzo, a scaglioni si inizia a permettere nuovamente lo spostamento all’interno dei comuni ed a riaprire alcune fabbriche. L’8 aprile termina il lockdown di Wuhan ma proseguono le norme di distanziamento fisico e sicurezza.

 

Checkpoint all’ingresso di un blocco residenziale di Wuhan

 

Le tempistiche rivelano con chiarezza come l’approccio cinese sia stato fin da subito più deciso e netto mentre quello italiano (e di molti altri paesi occidentali), ma il tutto risulta ancor più interessante osservando le caratteristiche applicative del contenimento di Wuhan, da cui si possono evincere le enormi differenze strutturali e organizzative e rispetto all’Italia Innanzitutto va osservato che le chiusure sono state fatte principalmente per comunità: paesi, villaggi, aree urbane son stati chiusi al contatto esterno imponendo spesso un unico accesso controllato con checkpoint, con livelli di rigidità proporzionali al livello di contagi all’interno della comunità stessa. La spesa nei mercati era permessa a giorni alterni. Per realizzare queste compartimentazioni fra zone molte strade sono state bloccate.

 

All’interno delle comunità isolate ci si è organizzati per offrire servizi all’interno della comunità in forme sicure.

 

Circa quarantamila medici da ogni zona del paese sono giunti rapidamente a Wuhan e nelle città limitrofe per dare manforte al personale locale ed evitare il collasso della struttura sanitaria locale. Allo stesso tempo sono stati realizzati in tempi rapidissimi due nuovi ospedali specifici per i pazienti più gravi e dieci ospedali temporanei all’interno di centri fieristici e sportivi per curare i pazienti meno gravi. I medici delle singole comunità hanno fatto materialmente il giro di ogni singola abitazione per verificare la presenza di sospetti malati, le situazioni a rischio, stabilire se imporre la quarantena alle persone che vivevano assieme a chi era stato ricoverato, decidere se ci fossero casi da monitorare ed effettuare tamponi mirati.

 

Le persone che si sospettava potessero esser state contagiate sono state sistemate in alloggi isolati (ad esempio in camere d’albergo) e tenute sotto osservazione per almeno due settimane

 

Oltre a questo sono stati istituiti centinaia di ricoveri temporanei per separare le persone a rischio e far trascorrere due settimane o più in quarantena (spesso in isolamento) e osservazione a chi era stato dimesso o fosse stato a contatto con persone contagiate. Il governo ha fornito cibo e servizi base alle persone in quarantena tramite l’esercito.

Ciò che ha caratterizzato il lockdown di Wuhan è stato innanzitutto un livello di compartimentazione estremamente capillare e metodico grazie ad un’organizzazione basata sul principio delle comunità, sull’utilizzo delle reti locali e utilizzando l’esercito in funzione delle esigenze del personale medico: se all’interno di un complesso abitativo vi era un contagiato, l’intero complesso poteva esser messo sotto quarantena impedendo ai suoi inquilini di uscire ma se dopo un certo lasso di tempo (minimo due settimane) veniva rilevato che i soli contagiati erano quelli di un determinato appartamento, le limitazioni ai residenti degli altri appartamenti potevano esser rivedute. All’interno di comunità prive di contagi la restrizione di movimento era applicata solo al di fuori dell’area della comunità stessa (quartiere, villaggio) ma non vi era necessariamente il divieto di uscire al di fuori di essa.

Non va però dimenticato che la gestione ha presentato tratti anche assai feroci, con esercito ed amministrazioni che han agito con estrema durezza per far applicare la quarantena, spesso imponendola, ad esempio minacciando di staccare la corrente a chi non collaborava.

E’dunque necessario un esercizio di separazione: il lockdown effettuato a Wuhan è stato indubbiamente gestito in maniera militarista e totalitaria e in questo può solo esser rifiutato, ma (qui la separazione) va osservato che il tutto è stato fatto ponendo al centro di ogni ragionamento le esigenze mediche.

Niente distribuzioni di pseudo-mascherine nè aperture furbette di fabbriche o mancati lockdown a causa delle pressioni dell’industria locale.

Altro aspetto Interessante è che l’utilizzo di tecnologie di tracciamento pare esser stato decisamente molto meno utile e centrale rispetto a quanto vien riportato dai grandi media occidentali; piuttosto sembra esser stata usata soprattutto per intimidire la popolazione facendole percepire la presenza costante dello sguardo delle forze di controllo sui propri movimenti attraverdo app di tracciamento e micacciosissimi droni con altoparlante.

Stendere il virus con multa e manganello

In Italia il lockdown si è imposto come un divieto generalizzato di effettuare qualsiasi attività “non giustificata” all’aperto e nell’esperienza comune di ogni cittadino il rapporto con il governo non comprende medici che vengono a verificare la situazione casa per casa né membri dell’esercito agli ordini dei medici ma solamente forze dell’ordine che controllano che chi sia in giro abbia una “giusta motivazione”. Questo perchè qui s’è imposto il puro e semplice #RestiamoInCasa generalizzato (anche se, come altri han notato, #RestiamoDistanziati, #MinimoDueMetri o altre formule del genere sarebbero certamente state più oneste, utili e sane) per compensare l’incapacità di concepire una gestione più ragionata dell’emergenza.

La forma con cui sono state applicate le restrizioni in Italia è tra l’altro anche un segno tangibile della sproporzione tra spesa militare e spesa sanitaria del paese: non è un caso se militarizzare le strade sia risultato più semplice che attuare protocolli sanitari d’emergenza sul territorio perché notoriamente l’Italia investe più nell’esercito e nelle forze di polizia (vedi anche qui e qui) che sulla salute della popolazione. L’Italia è pure il paese europeo col maggior numero di effettivi nelle forze di polizia, dato che risulta ancor più impressionante se rapportato al numero di abitanti ed alla superficie del territorio.

Al contrario, se si osserva il rapporto tra PIL e spesa sanitaria si osserva subito che sono diversi i paesi che, in proporzione, investono più dell’Italia nel servizio sanitario, ad esempio, tra questi: Moldavia, Lesotho, Ruanda, Serbia, Kiribati, Palau, Uganda, Costa Rica, Haiti.

Anche riguardo all’istruzione la situazione è simile e si rileva che l’Italia è tra gli ultimi paesi in Europa per spesa nell’istruzione eanche a livello internazionale non siamo messi bene (superati ad esempio da Benin, Malawi, Afghanistan, Mongolia e Sierra Leone). Cuba, per esempio, investe oltre tre volte più dell’Italia nell’Istruzione. Non è un casoi se ci mandano i medici, ecco.

Non stupisce dunque che diversi gli indicatori riportino un drammatico calo delle capacità degli studenti italiani. Non è un caso, dunque, se scarseggiano medici ed infermieri ma le forze dell’ordine non mancano mai.

Giusto per fare un esempio sulle differenze di spesa, non è mancato chi ha fatto notare che i soldi impiegati per acquistare un solo F-35 sarebbero stati meglio investiti nella realizzazione di 1350 posti letto per cura intensiva.

 

Non importa solo quanto spendi, ma anche il come

Insomma, in un paese con grandi apparati militari e polizieschi ma apparati sanitari e scolastici sottodimensionati era tristemente prevedibile che la gestione di un’emergenza sanitaria in Italia sarebbe stata trattata soprattutto come un generico problema poliziesco.

Va osservato che questo forte sbilanciamento a favore degli apparati di controllo influisce su diversi piani e moltissimo anche a livello culturale: quando le amministrazioni locali hanno iniziato a capire che la questione del virus fosse un problema serio, queste, anche se in maniera spesso pasticciata, vi si sono approcciate pensandolo proprio in ottica poliziesca, partorendo difatti ordinanze e divieti che non avevano alcun senso dal punto di vista sanitario e che han toccato solo e soltanto quelle forme di assembramento tipicamente più soggette all’intervento poliziesco (manifestazioni, scioperi, eventi di piazza, scuole, centri sociali) senza toccare le forme di assembramento che riguardavano i luoghi destinati a produzione, commercio e tradizione (centri commerciali, fabbriche, chiese, case di riposo). Solo successivamente a queste disposizioni poliziesche hanno iniziato a fornire informazioni sanitarie basate più o meno su indicazioni mediche.

Anziché un problema sanitario gestito con l’ausilio della forze di polizia, il lockdown italiano é stato caratterizzato fin da subito come un problema di polizia motivato da questioni sanitarie. Una differenza non da poco.

 

 

Il virus circola, la polizia vuole #TuttiAlChiuso

Il risultato si è tradotto nell’affermazione di una serie di attività di controllo (di dubbia costituzionalità) sulla popolazione che non hanno alcuna giustificazione di tipo sanitario e che colpiscono persone intente in attività che in nessun modo potrebbero essere ritenute veicoli di contagio. Attività di controllo subito fatte proprie dal circuito mediatico-politico, felicissimo di potersi affrancare dalle proprie responsabilità e scaricare le colpe su anonimi signor nessuno. Ecco che, fin da subito, media e politica hanno alimentato una caccia all’untore dai tratti paradossali.

 

9 aprile 2020: sulla spiaggia di Pescara, un finanziare rincorre un temibile “untore” rossovestito in una spiaggia deserta. Nessun pericolo di contagio, è chiaro, ma é vietato… perchè è vietato (VIDEO)

Dall’imposizione del lockdown si son iniziate ad attaccare mediaticamente e sui social persone a passeggio da sole in luoghi isolati e senza la benché minima possibilità di contatto con altre; si sono inaugurate le cacce al runner anche con pestaggio e tramite droni a scansione termica; a coppie che vivono assieme è stato intimato di non tenersi mano nella mano; si son contestate le persone che han fatto spese poco sostanziose perché ciò comporta un ritorno frequente al supermercato (ma s’è pure contestato chi faceva spese troppo grosse perché toglieva il cibo di bocca d’altri); son state lanciate accuse di assembramento a tre-quattro persone che si recavano al lavoro a piedi stando a due metri di distanza l’una dall’altra.

 

Tamponi no, visite mediche no, controlli dei casi sospetti no, ma… controllo della popolazione coi droni si, quello sì  LINK

 

In questa caccia all’untore il circuito media-politica-social si è dimostrato particolarmente stretto, alimentandosi a vicenda nel mantenere al centro del discorso l’azione di controllo poliziesca: persone allarmate dai media han espresso allarmi sui social che sono stati amplificati dai media ed han indirizzato le decisioni politiche; l’interpretazione eccessivamente restrittiva da parte delle forze di polizia plaudita da utenti reazionari sancendone mediaticamente la validità

 

Il governatore della Toscana emette ordinanze non in base a dati reali nè in base a pareri medici ma per via di articoli di giornale (che in molti casi han solo preso ed amplificato delle gogne da social) LINK

 

Il circuito è tanto stretto da render difficile osservarlo separando nettamente i confini tra i suoi componenti: la denuncia di un tizio che ha acquistato delle bottiglie di vino (bene ritenuto non indispensabile e quindi privo di “giusta motivazione”) diviene subito notizia ricevendo risalto dalla gogna social, influendo sull’interpretazione delle restrizioni da parte delle forze di polizia che a quel punto si sentono autorizzate a riprendere i cittadini per cosa hanno acquistato.

Schizofrenia mediatica

Alcune giravolte mediatiche viste in queste settimane sono state non da poco. Non solo il passaggio repentino dal panico allo “stiamo calmi” di fine febbraio: fin dai primi giorni di lockdown son circolate un gran numero di foto che ritraevano città spettrali e deserte ma poi, per un certo numero di giorni, sui media son comparse strane immagini di strade affollatissime di gente tutta ammassata. Su queste immagini torneremo più avanti ma qui, ciò che importa, è osservare la contradditorietà delle informazioni passate dai media mainstream.

10 marzo 2020. Repubblica pubblica video di una Roma deserta e spettrale LINK

Altro esempio: all’inizio i media han insistito sulle foto di scaffali dei supermercati vuoti ma poi queste immagini son cessate di colpo, probabilmente per non generare situazioni di panico oppure perché era molto facile osservare che queste immagini erano state realizzate tutte all’orario di chiusura e solo in alcuni supermercati di grandi centri urbani in cui erano effettivamente state fatte delle spese molto consistenti, ma non si erano certo verificati assalti al supermercato nè risse (tranne in un unico caso, prontamente mediatizzato). Nell’esperienza comune chiunque ha sempre potuto osservare che i supermercati han continuato ad essere sempre riforniti (fatta forse eccezione per farina e lievito, cosa che ha generato una certa ilarità su un paese che si dedica alla panificazione).

 

21 marzo 2020: Repubblica pubblica un video di una Napoli spettrale e deserta molto simile alla Roma mostrata pochi giorni prima, solo che qui la telecamera si concentra sulle poche persone in strada per “dimostrare” che c’è troppa gente in giro LINK

Nei primi tempi, insomma, i grandi media ancora impreparati sul come trattare questa situazione, hanno fornito molte immagini e informazioni contraddittorie. Nell’arco di qualche settimana la narrazione è andata delineandosi, pur non rinunciando mai ad altalenare tra allarme e rassicurazione e riproponendo a volte alcune formule prima scartate: a inizio marzo gli appelli di Confindustria a far finta di niente son stati smorzati a favore delle direttive governative che hanno confermato ed inasprito le restrizioni poliziesche del lockdown su scala nazionale, per poi ripresentarsi pian piano in forme meno evidenti, puntando sul “buonsenso” e sul bisogno di “salvare l’economia”, insistendo sulla riapertura delle fabbriche.

Sicurezza sanitaria o giusta motivazione?

Dunque, ricapitolando: nelle prime ordinanze emesse dai governi locali i principi alla base delle restrizioni non erano di tipo sanitario ma erano grossolanamente tesi ad evitare gli assembramenti ritenuti non indispensabili. Sono state chiuse scuole ed istituti sportivi, vietate sagre, manifestazioni e scioperi. Al tempo stesso però sono state mantenuti aperte fabbriche e centri commerciali, non si è provveduto a trovare una soluzione al pericoloso sovraffollamento delle carceri (dando vita a proteste mai viste prima in questa proporzione) nè di altre situazioni a rischio come i campi rom ed in alcuni casi addirittura si è provveduto a ridurre il numero di corse dei mezzi pubblici impedendo alle persone obbligate ad andare al lavoro per la mancata chiusura delle fabbriche di poter mantenere le distanze di sicurezza.

Contenimento pandemia alla cinese: verifiche sanitarie

Lo stesso concetto di zonizzazione è stato inteso ed imposto fin da subito come una rigida chiusura generale effettuata senza tener conto delle singole realtà né della letteratura scientifica che evidenzia come una mobilità controllata da regioni con forte diffusione del contagio, se gestita da personale sanitario con quarantene mirate, osservazione da parte di personale medico e ponendo livelli di isolamento differenziati (come nel modello del lockdown di Wuhan), controintuitivamente permette di ridurre il carico sui sistemi sanitari della regione in difficoltà. Una forma di monitoraggio e contenimento, insomma, avrebbe contribuito ad alleggerire il sovraccarico sull’inefficiente sistema sanitario lombardo ora al collasso.

Contenimento pandemia all’italiana: controllo autocertificazioni

Una volta passati dalle regioni “zona rossa” al lockdown nazionale non si è fatto altro che inasprire i principi di natura poliziesca delle ordinanze regionali riassumendole nel principio della “giusta motivazione” limitando la mobilità all’interno del proprio comune*. E’la motivazione, dunque, ad aver valenza prioritaria nell’Italian Lockdown. La sicurezza sanitaria vien dopo.

[* Più o meno: poichè nei fatti chi si rifornisce in supermercato/negozio/edicola che non sia quello più vicino alla propria residenza viene contestato]

Avendola impostata solo in questi termini (giustificato/non giustificato ossia legale/illegale), la questione delle restrizioni viene immediatamente caratterizzata da un frame discorsivo deviante perchè impostato sulla legalità e non su principi scientifici, che porta, appunto, a giustificare la prosecuzione del lavoro in condizioni di totale insicurezza per attività ritenute “indispensabili”, giustificare il divieto di sciopero degli operai preoccupati per la propria salute e al tempo stesso ad additare come untore chi scende un attimo al parco per fumarsi una sigaretta in solitudine.

Porre l’accento sulla legalità non fa che spostare sia il piano discorsivo che quello attuativo dal problema reale ad una sua ridicola rappresentazione burocratico-legalitaria che criminalizza comportamenti che non sono di alcun rischio mentre ne giustifica altri, pericolosissimi.

E’evidente che in quest’emergenza i concetti di “legale” e “illegale” sono particolarmente disgiunti da quelli di giusto o sbagliato.

Agli osservatori più attenti non può sfuggire il fatto che tale tipo di meccanismo è sostanzialmente una versione estremamente amplificata di quello in atto nell’ideologia del decoro secondo il quale non si caccia il senzatetto steso sulla panchina perché stia facendo qualcosa di male ma semplicemente perché “non ci si può stendere sulle panchine”, in base alla presunzione ideologica che il senzatetto che veste male e si stende sulle panchine sia indecoroso e dunque pericoloso (un uomo in giacca e cravatta steso sulla panchina non genererebbe la stessa reazione), motivo per cui viene vietato a tutti di stendersi sulle panchine (anche all’uomo in giacca e cravatta).

 

Dunque una presunzione di pericolosità (contagiosità) stabilita non in base a criteri sanitari ma per legge. Un tizio che volesse sfuggire la monotonia del confinamento facendosi semplicemente un giro in bici con guanti e mascherina nelle campagne del proprio comune senza mai scendere dal proprio mezzo nè avvicinarsi a nessuno non corre alcun rischio di contagiarsi né di contagiare nessuno, ma se gira senza “giusta motivazione” per legge si presume preventivamente possa forse diventare un potenziale rischio.

La chiusura degli ambienti chiusi ad alta capienza, l’obbligo di mantenere le distanze, quello di indossare i dispositivi di protezione in determinate situazioni (spesa al supermercato), così come un certo grado di limitazione degli spostamenti nelle aree ad alto rischio, sono restrizioni giustificabili con la necessità di limitare la trasmissione del contagio entro livelli gestibili, ma è ben più difficile trovare giustificazione per restrizioni che contraddicono le stesse linee guida di sicurezza: che senso ha denunciare una persona che se ne cammina da sola, senza entrare in contatto con nessuno, quando le indicazioni dell’OMS dicono chiaramente che mantenendo la distanza minima di un metro con le altre persone le possibilità di contagio sono praticamente nulle? Altresì non ha alcuna motivazione medica l’imporre di mantenere tale distanza in pubblico a due persone che coabitano.

Estremizzando, se si uscisse di casa indossando una tuta hazmat disinfettata seguendo tutte le prassi anticontagio applicate nei laboratori di virologia per andare a fare due passi in un parco completamente deserto si rischierebbe una denuncia mentre, al contrario, se si uscisse senza alcuna accortezza per andare a lavorare al chiuso a strettissimo contatto con altre venti persone non ci sarebbe alcun problema perché è la motivazione che conta, non il rispetto delle misure di sicurezza.

Passeggiare è comunque vietato. Anche se in totale sicurezza.

Se prevenzione ci dev’essere, quella in atto in questa forma è prevenzione di cosa?

Non sfugge un altro parallelismo: quello con le paranoie antiterroristiche. Parallelismo che torna spesso nei commenti social e nell’atteggiamento di forze di polizia e certi amministratori che additano a “terroristi” i presunti untori. A quasi vent’anni dagli attentati dell’11 settembre le norme antiterrorismo e le operazioni come “strade sicure” più che produrre vere azioni antiterrorismo hanno soprattutto aumentato il livello d’insicurezza percepita, comportato diverse morti per suicidio tra i membri dell’esercito ed espulso numerose persone dall’Italia in via preventiva e con motivazioni non sempre solide.

 

 

Tuttavia sono pratiche ancora attive, normalizzate nel nostro quotidiano che ha assimilato il concetto di lotta al terrorismo permanente. Allo stesso modo, quante delle pratiche messe in moto nel lockdown rimarranno anche dopo la sua conclusione contraddistinguendo i prossimi vent’anni da come quelli della “prevenzione permanente”?

Poichè, come visto, le prassi in atto sono solo secondariamente basate sulla prevenzione del contagio, vien naturale chiedersi cosa si vorrà davvero prevenire nei prossimi anni. Soprattutto vien da chiedersi che scenari potrebbe elaborare una mente reazionaria dopo aver visto quanto è stato facile confinare l’intera popolazione mondiale nelle proprie celle.

Italiani incontrollabili?

Uno dei mantra con cui viene giustificata la durezza delle restrizioni dell’Italian Lockdown è “se lo facessero tutti…” Mantra solitamente riportato così, senza aggiungere altro dopo i puntini di sospensione, suggerendo la presenza di un nesso logico tra una causa nota e… non si sa bene cosa, lasciando che tale vuoto venga riempito dalla fantasia di chi ascolta.

“Non posso neanche passeggiare in sicurezza tenendomi a distanza da tutti rispettando appieno le prassi anticontagio?”

“Certo che no! Se lo facessero tutti…”

“In effetti: che potrebbe succedere se le persone che rispettano distanze di sicurezza e prassi anticontagio andassero tutte a passeggio?”

-silenzio-

Il punto è che questo quesito non va fatto. Non va nemmeno preso in considerazione. Vien dato per scontato a prescindere che non sia possibile applicarlo: l’idea stessa che la maggior parte delle persone possa rispettare delle prassi sociali sanitarie come tenersi ad un paio di metri di distanza, lavarsi le mani con frequenza ed imparare ad usare i dispositivi di sicurezza nel modo corretto viene rifiutato a prescindere.

 

Ordinatissime fila… di “indisciplinati”?

 

Presa di posizione che appare alquanto ridicola considerando che per esperienza comune in questi giorni nei supermercati e per strada si sta tutti distanziati, da ogni parte c’è gente che ti richiama e ti filma se anche solo sospetta tu sia in giro senza “giusta motivazione” o troppo vicino alla tua compagna, insomma: la realtà è che siamo tutti sufficientemente allarmati e che la stragrande maggioranza delle persone si attiene alle prassi di distanziamento fisico.

Anche osservando le realtà straniere appare evidente che gli italiani non risultano essere meno più o meno diligenti rispetto al resto del mondo. Piuttosto quel che si evince è che riguardo al virus “tutto il mondo è paese” ancor più del solito: in ogni parte del globo la gente si attiene spontaneamente a prassi anticontagio ed ovunque c’è solamente una frazione meno che infinitesimale di persone che non lo fanno; frazione che per via dei media sembra molti più sostanziosa di quanto sia in realtà.

Va però ricordato che molti atteggiamenti che in Italia non sono tollerati nella maggior parte dei paesi invece lo sono (come allenarsi, andare in giro in due, ecc.) col risultato che da noi potrebbero risultare più “furbetti” proprio a causa della presenza di norme più restrittive. E’un primo caso di profezia autoavverante: siccome si teme vi siano tanti “furbetti” si creano norme restrittive esagerate che per forza di cose tante persone non potranno rispettare e quindi le tante multe/denunce emesse “dimostreranno” che effettivamente c’è tanta gente incivile.

L’idea alla base dei principi polizieschi che caratterizzano l’applicazione del lockdown in Italia, é difatti proprio l’idea che la popolazione italiana sia composta perlopiù da scellerati menefreghisti inaffidabili da cui non ci si può aspettare alcuna collaborazione*.

[*ironico osservare che si tratta di un non-detto presente soprattutto in chi si riempie la bocca di motti patriottardi ed elogi allo spirito italico, che al tempo stesso sono gli stessi che invocano con più enfasi la diffusione delle armi in stile americano, pene corporali per i detenuti e l’instaurazione di regimi di polizia, a dimostrazione di quanto essi stessi siano coloro che meno si fidano di quei compatrioti che decantano]

 

Vittimista puccioso

 

Ciò non suona affatto nuovo, essendo una autorappresentazione radicatissima della mentalità nazionale e basata sui principi del vittimismo e del familismo amorale che, immancabilmente, portano a percepire l’altro essenzialmente come un potenziale approfittatore, un “furbo” incapace di curarsi del bene comune.

 

Il melodrammatico vittimismo del Canto degli italiani (“Noi siamo da secoli calpesti, derisi”) è un esempio abbastanza eclatante di quanto tale atteggiamento mentale sia tra i caratteri fondanti della mentalità del Belpaese

 

Rappresentazione dell’altro che ha come diretta conseguenza quella di giustificare la propria furbizia approfittatrice a favore dei propri interessi, intendendola come mezzo necessario di autodifesa dagli altri che si comporterebbero così -per primi-.

 

“Non sono un ladro ma devo rubare perché son tutti gli altri ad esser ladri”

 

Questa autorappresentazione giustificazionista è pure connessa al falso mito degli “italiani brava gente”, nato per celare nefandezze che in nessun modo potrebbero rientrare nell’idea vittimista degli italiani che possono fare del male solo per autodifesa.

Autorappresentazione dunque talmente radicata nella mentalità nazionale da esser presente ovunque e venir quindi cooptata anche dal circuito media-politica-social che le incoraggia ed alimenta, facendone però un uso mirato. Se in alcuni casi l’applicazione di questa mentalità viene giustificata, in altri, invece, viene condannata.

In queste settimane questa autorappresentazione è tornata nuovamente utile per distogliere le attenzioni dalle responsabilità politiche di chi ha gestito in maniera tanto pessima il contenimento del contagio.

Il topos dei “soliti furbetti” risulta particolarmente utile per non muovere accuse verso chi ha davvero grosse responsabilitò

 

Confindustria ed il mondo politico responsabile della malagestione dell’emergenza, dopo un primo momento di confusione, dall’imposizione del lockdown hanno iniziato ad indirizzare i propri canali mediatici sul tasto degli anonimi untori, spostando la colpevolizzazione su persone da etichettare come “furbetti”.

Gli untori solitari

Complice il teatrino delle ordinanze succedutesi in ordine rapidissimo e le indicazioni spesso assai vaghe che han lasciato libertà di interpretazione alle forze di polizia le quali spesso le han applicate in modo assai restrittivo, nel corso delle ultime settimane abbiam visto succedersi su media e social una vera e propria giostra di personaggi topici su cui scagliare l’accusa di esser untori: i runner, quelli che portano in giro i cani, quelli che non vanno a fare la spesa al supermercato più vicino, quelli che fanno spese da pochi euro solo per uscire, quelli senza mascherina, quelli che passeggiano per ore, quelli con la casa in montagna. Inutile far notare che nessuna delle figure qui elencate sia intrinsecamente un vettore di contagio ed altrettanto inutile far notare che i focolai sono principalmente fabbriche, ospedali, prigioni e case di riposo.

L’acquisto di tre bottiglie di vino porta a una denuncia. L’acquisto di farina per fare sculture di pasta invece? LINK

 

Il circo di bizzarri untori è stato rapidamente preso di mira dalla gogna social la quale al contempo non ha potuto fare a meno di cogliere l’ironica assurdità insita in questa rappresentazione secondo cui il Mario Rossi che attraversava mezza città per andare al lavoro era a posto mentre quello che si faceva una passeggiata per i fatti suoi era un untore, generando una caterva di battute e meme.

 

Alla periferia di una Faenza spettrale, giocare a tennis anche se tra coinquilini non è ammesso LINK

 

Gli untori di massa

La demonizzazione degli untori solitari è stata però utile a rafforzare l’accusa più generica e allargata che ci fosse “ancora troppa gente in giro”. Dall’applicazione del lockdown TG e giornali per un certo periodo hanno dipinto il paese come percorso da una sorta di festa in strada permanente con migliaia di persone accalcate che se ne fregavano delle disposizioni.

 

La popolazione si è adattata subito al rispetto delle distanze di sicurezza

C’era solo un piccolo problema: a tutti gli effetti, in giro, non si vedeva quasi nessuno. I giornali hanno pubblicizzato con grande enfasi le cifre ufficiali di controlli effettuati e denunce emesse descrivendoli come numeri abnormi, solo che, a ben vedere, quegli stessi numeri rivelavano una situazione molto diversa. A fine marzo difatti veniva sbandierata la strabiliante cifra di “novantaseimila denunciati” che, a ben vedere, rappresenta lo 0,15% della popolazione. Sostanzialmente si tratta di una percentuale fisiologica all’interno della quale solo una sotto-frazione ancor minore teneva comportamenti effettivamente a rischio contagio. Ben poca cosa, considerando che l’Italia conta sessanta milioni e mezzo di abitanti.

 

L’esperienza di chiunque è quella di città spettrali

Il fatto che media e social al tempo stesso mostrassero città vuote, file ordinate e queste notizie su masse di disobbedienti non ha fatto altro che alimentare ulteriormente il tasso di schizofrenia informativa e portare, immancabilmente, a far radicare nell’opinione pubblica l’ipotesi peggiore. Strade deserte ma al tempo stesso assembrate, gente ordinata e rispettosa ma al contempo “furbetta”: nel dubbio meglio pensar male.

Al netto di grandi media e social commerciali, la realtà osservata tra esperienza personale, testimonianze dirette di conoscenti sparsi sull’intero territorio e analisi dei dati su controlli e denunce emesse dipinge in realtà una popolazione preoccupata che si attiene stoicamente ai mantra sullo #StareACasa e sull’ #IndossareLaMascherina minimizzando ogni attività all’aperto e mettendo alla gogna chi, anche solo apparentemente, non fa altrettanto.

 

La caccia all’untore è stata imposta come elemento principale su cui far riversare rabbia e risentimento

 

Ma quindi, se sia le esperienze dirette che i dati ufficiali delle forze di polizia fotografano una situazione in cui praticamente non v’è nessuno in giro, da dove saltano fuori questi fantomatici assembramenti di untori, questa “troppa gente in giro” denunciata dai grandi media e dai social network?

Per capirlo è necessario ricordare che comunque una minima quantità di persone in giro c’è sempre: chi va a fare la spesa, a comprar le sigarette, giornali o quant’altro, chi va a lavorare e chi va portare a spasso il cane. Sono queste le persone accusate di fare assembramenti: persone che nella gran maggioranza dei casi sono in giro per “giusta motivazione”. In sostanza siamo noi stessi.

Quando la legge si fa dura, rabbia e frustrazione fanno il delatore

 

Le pochissime testimonianze dirette su “troppa gente in giro” provengono perlopiù da accuse via social di utenti che evidentemente prendono per oro colato gli allarmi lanciati sui canali mainstream ove la realtà è dipinta come si è visto. Questi utenti dunque vedono “assembramenti” in banali gruppetti di 3-4 persone che camminano distanziate tra loro, in famiglie che mangiano sul balcone, o migranti che vivono assieme seduti sull’uscio di casa. Tutte persone che questi utenti riprendono dalla finestra di casa postandone le foto sui social con commenti indignati. Il tutto senza nessuna attenzione alla privacy e generando anche situazioni drammatiche  e che ha portato forze di polizia e quotidiani a chiedere di smetterla di inviare segnalazioni inutili e dannose.

Le pratiche della delazione, dello sfogo indignato sui social e dell’attacco verso il vicinato, esattamente come il lockdown su base della “giusta motivazione”, solo apparentemente sono basate sul problema del contagio: attaccare il corridore solitario in realtà ha più a che fare con un meccanismo del tipo “se io non lo faccio non devi farlo nemmeno tu” giustificato su base legale.

 

Una delle tante foto postate sui social da “sceriffi da balcone” accompagnate da commenti velenosissimi su questo “assembramento” che in realtà mostra delle persone che camminano mantenendosi a regolare distanza fra loro

 

Sembra, insomma, di essere di fronte a quelle fotografie sfocate ritraenti macchie e riflessi in cui i rispettivi autori vedono invece la prova dell’esistenza degli UFO.  In questo caso la sfocatura non è nell’immagine ma solo nella testa di chi, anzichè osservare per davvero. vi vede solo quel che vuol vedere.

 

Altra foto postata da “sceriffi da balcone” e postata sui social. L’assembramento, anche qui, è solo nella testa di chi ha scattato la foto

 

Ennesimo “assembramento” denunciato sui social che in realtà mostra persone che camminano distanziate

Ma tra le numerose foto ne sono però apparse anche alcune in cui non vediamo poche persone che se ne stanno ben distanziate o in fila, bensì orde di gente ammassata in strette stradine. Si tratta di strane foto iniziate ad apparire tra fine marzo ed inizio aprile. Foto strane, perchè non mostrano assembramenti ma dei #Teleassembramenti.

I Teleassembramenti

Una grandissima parte delle persone non ha alcuna dimestichezza con le basi della fotografia, il che sotto certi aspetti è un po buffo, data l’estrema importanza e diffusione nella cultura e nelle società moderne di questa tecnologia con cui si ha a che fare da oltre un secolo e mezzo. Nel corso della nostra vita difatti vediamo milioni e milioni di immagini fotografiche e migliaia di ore tra film, Tv e riprese video eppure ignoriamo completamente le caratteristiche base dell’immagine fotografica (NB: non si parla necessariamente di tecnica ma banalmente della lettura dell’immagine fotografica). E’un po come se fossimo navigatori che non ne capiscono niente di barche, insomma.

Per imparare a leggere le immagini di teleassembramenti, quindi, è necessario riassumere brevemente un paio di principi base di fotografia, cominciando dalle caratteristiche delle immagini riprese con teleobiettivo.

Teleobiettivo

Gli obiettivi fotografici sono apparecchi che “vedono” in maniera diversa rispetto all’occhio umano e quindi ognuno di essi “altera” ciò che riprende in un proprio modo specifico.

Il teleobiettivo (o “obiettivo a focale lunga”) è un tipo di obiettivo usato per riprendere soggetti molto distanti. Più questi sono distanti e più il teleobiettivo li ingrandisce e ciò modifica fortemente la percezione delle distanze tra gli oggetti che stanno davanti da quelli che stanno dietro, appiattendole (iu termini tecnici si parla di “profondità di campo”). Lo stesso effetto può essere ottenuto anche con l’uso di zoom ottici.

Alcuni esempi di un soggetto ripreso con obiettivi differenti. Maggiore è la focale usata (espressa in mm) e più lo sfondo risulta vicino e piatto

 

Si noti come nella foto con la focale maggiore (200mm) gli oggetti sullo sfondo appaiano molto più grandi e vicini rispetto alle foto con focali inferiori

 

Le ipotesi sono due: o si tratta di immagini scattate con teleobiettivo o la luna in realtà è tanto vicina da poterla toccare

 

L’effetto finale è abbastanza noto agli appassionati di sport: è osservabile ad esempio nelle moviole di calcio quando si osserva che in alcune riprese con teleobiettivo due calciatori sembrano praticamente toccarsi mentre la stessa scena ripresa con un diverso obiettivo o da una differente angolazione rivela che invece stavano a diversi metri di distanza.

 

In un’immagine bidimensionale, osservare le linee prospettiche è indispensabile per comprendere la profondità di campo e tentar di capire le distanze reali

 

L’uso dell’angolazione difatti è il secondo principio da tenere a mente e di questo possiamo fare esperienza anche ad occhio nudo: se si mettono in fila degli oggetti ad una certa distanza l’uno dall’altro e si osservano di lato o dall’alto li si vedrebbe uno accanto all’altro capendo perfettamente la distanza a cui si trovano, ma se invece li si osservasse da una posizione più frontale, questi apparirebbero uno dietro l’altro e si avrebbe una certa difficoltà a capire le distanze.

Per meglio comprendere la cosa è possibile osservarne gli effetti in questa serie di foto realizzate da Naivespeaker:

 

FOTO 1: una fila di pupazzi posti a distanza regolare. Fotografati di lato e dall’alto le distanze appaiono chiare

 

FOTO 2: Sempre dall’alto ma da una diversa angolazione si può osservare che i pupazzi più lontani appaiono decisamente più ravvicinati tra loro rispetto a quelli più vicini Eppure sappiamo che le distanze sono uguali

 

FOTO 3: Un dettaglio zoommato della foto precedente. Mostra solo i pupazzi più lontani. Sembrano quasi toccarsi

 

 

 

FOTO 4: Con la giusta combinazione di angolazione ed obiettivo (o zoom) i pupazzi sembrano schiacciati l’uno sull’altro senza alcuna distanza tra loro. Una fila lunga due metri qui pare compressa in venti centimetri. Eccolo il teleassembramento

 

Un’immagine di “assembramento” girata sui social. La rassomiglianza con la foto precedente è particolarmente evidente)

 

Ricapitolando: riprese con focale lunga e tipo di angolatura dei soggetti ripresi contribuiscono ad alterare la percezione delle distanze, appiattendole.

Ebbene, gli “assembramenti” mostrati su giornali, social e TG che cos’hanno in comune tra loro? L’essere tutti ripresi con teleobiettivo o zoom ed usare angolazioni frontali. Dei #teleassembramenti appunto: assembramenti creati col teleobiettivo (Qui un video che mostra chiaramente come si “costruisce” un teleassembramento)

 

Uno dei tanti #teleassembramenti denunciati dai giornali. L’effetto “schiacciamento” è particolarmente evidente e tutte le persone presenti in una via di diverse decine, se non centinaia di metri, appaiono come fossero vicinissime

 

In pratica quelle che vengono riprese sono delle persone che si trovano in uno stesso luogo, preferibilmente stretto e lungo (come una via dritta o una fila di bancarelle del mercato) e che camminano stando ad uno, due, tre, dieci metri di distanza tra loro ma poiché vengono riprese da lontano con un teleobiettivo e con un’angolatura specifica, sembra che queste stiano a pochi centimetri di distanza gli uni dagli altri, ammassati come sardine.

 

Lo stesso effetto visto con i pupazzi in fila, qui si ripete tale e quale ma poichè in questi casi la gente non è disposta in file regolari, l’effetto finale è quello di un ammasso ancor più consistente. É come se avessimo più file affiancate che, fotografate come s’è detto, appaiono come un muro fatto di persone

 

Su La Repubblica viene mostrata questa foto per dimostrare l’affollamento nella zona del Quadrilatero a Bologna

 

La stessa via, ripresa dall’alto, mostra che in realtà le persone si distanziano spontaneamente tra loro

 

Sui social, la gente che risiede nelle zone fotografate ha immancabilmente fatto notare che qualcosa non andava in quelle immagini di teleassembramento, producendo documentazione fotografica alternativa che mostrava realtà ben più in linea con l’esperienza comune, ossia poca gente in giro sempre ben distanziata.

 

Un breve filmato che mostra persone sui Navigli di Milano è stato quello maggiormente citato sui social a dimostrazione che c’è #TroppaGenteInGiro. Anche qui, in realtà, un banalissimo schiacciamento da teleobiettivo

 

Sono stati mostrati anche alcuni teleassembramenti video, ad esempio a Napoli ed a Milano. Il filmato di Milano, in particolare, è stato quello che più di tutti ha contribuito a diffondere e consolidare l’idea che le strade italiane fossero cortissime e piene di gente che se ne fregava delle distanze di sicurezza.

 

Anche qui banale schiacciamento da teleobiettivo

 

Mercati e strade commerciali sono le ambientazioni preferite da chi realizza teleassembramenti fotografici perchè abbinano una certa quantità di gente in ambienti lunghi e stretti, perfetti per massimizzare l’effetto schiacciamento dei teleobiettivi.

 

Sia Repubblica che l’Huffington Post han pubblicato foto e video di una Napoli affollatissima, sempre con teleobiettivo in vie lunghe e strette

 

Le caratteristiche dei teleassembramenti si ripetono costantemente: una volta imparato a distinguere le immagini realizzate con teleobiettivo ed a “leggere” l’alterazione delle distanze queste appaiono immediatamente visibili e la continua ricorrenza a mercati e vie molto lunghe non fanno che riconfermare il tutto.

 

Verificare le effettive misure dei luoghi in cui sono stati ritratti teleassembramenti dimostra in modo definitivo l’inconsistenza degli stessi

 

 

Oltre i teleassembramenti

La stagione dei teleassembramenti é durata ben pochi giorni, giusto quel tanto perché il concetto che c’è #TroppaGenteInGiro si diffondesse e radicasse a sufficienza. Fin da subito difatti sono circolate controprove da parte di chi abita nei luoghi fotografati e polemiche locali, come nel caso del teleassembramento di Sestri in Liguria. Cittadinanza locale che non ci sta ad esser presa in giro ed amministrazioni comunali che non voglion esser tacciate di inefficienza han contribuito a far smorzare l’uso di teleassembramenti sui media commerciali ma ciononostante, una volta diffuso il concetto, nei giorni successivi è stato sufficiente pubblicare articoli in cui il teleassembramento veniva dichiarato ma non mostrato, anche se spesso ciò ha portato ad esiti abbastanza ridicoli: articoli e servizi TG che dovevano comunque mostrare delle immagini hanno denunciato la presenza di #TroppaGenteInGiro mostrando foto di strade deserte in cui l’unica presenza era quella della polizia o uno sparuto numero di persone.

 

 

Così tanta gente in gir… si vedono solo due poliziotti!

 

…ancora poliziotti

 

Troppa gente in giro: una giornalista e dei piccioni…

 

 

L’ennesimo cortocircuito si è poi verificato tra la prima e seconda settimana di aprile con la riapertura di diverse aziende che ha portato ad un aumento di persone in giro per “giusta motivazione” prontamente denunciata come un criminoso aumento di “furbetti” anche da quelle stesse persone che hanno invocato la riapertura delle attività produttive.

Una volta consolidato il refain, la macchina ha potuto proseguire per inerzia. Oggi è sufficiente una notizia su una singola persona che se ne stava in giro senza “giustificato motivo” per riavvivare la gogna social e riconfermare mediaticamente la presenza di #TroppaGenteInGiro

I pochissimi casi in cui effettivamente le distanze tra persone non son state rispettate ovviamente son state sommate al calderone, in una giostra ove questi pochissimi casi indiscutibili son serviti solo a confermare l’autenticità dei numerosissimi teleassembramenti posticci facendo credere che il fenomeno fosse enormemente più diffuso di quanto fosse in realtà.

Profezie autoavveranti

La paura degli assembramenti genera assembramenti… che diffondono l’indignazione contro gli assembramenti!

E’il caso dei blocchi stradali “antifurbetti” attuati dalle forze di polizia perchè convinte che troppa gente non stia rispettando la legge. In questi blocchi vengono controllate uno ad uno i veicoli su un determinato tratto stradale causando un blocco del traffico che, anche con poche auto in giro, ovviamente genera code (specie se ciò avviene nei pressi di grandi centri urbani).

In pratica è il blocco stesso a generare le code che, fotografate, vengono raccontate dai media come “esodo di furbetti”, diffondendo così ulteriormente la convinzione che vi siano masse abnormi di persone in strada e perdipiù senza “giusta motivazione”.

Fantastica serie di post de La Repubblica che dopo aver lanciato un allarme-fuffa viene costretto a rettifiche continue a causa delle numerose controprove e testimonianze dirette

 

Anche in questo caso, però si rileva che i numeri coinvolti riguardano una percentuale infinitesimale della popolazione urbana e, di questa, solo una frazione minima (grossomodo tra l’1,5% ed il 3% dei fermati) risulta essere priva di “giusta motivazione” (il che, ribadiamo, non vuol necessariamente dire contagioso)

Aria, Asfalto, Asintomatici, Mascherine

Runner e pisciatori di cani sono pur sempre dei personaggi-feticcio ben identificabili ed i teleassembramenti un qualcosa di distante dal percepito quotidiano. Ma, si sa, se si vuol scatenare una paura profonda, indiscutibile e capace di far dire a tutti spontaneamente #RestiamoAlChiuso bisogna ricorrere ad un orrore lovecraftiano, un orrore che ci circonda ovunque e che è intrinseco alla realtà stessa. Anche questa strada è stata battuta: non sono mancati difatti articoli che, pur contraddicendo tutto quel che vien riferito dall’OMS, han sostenuto che il virus potesse circolare per diverse ore nell’aria e resistere per giorni nell’asfalto o in altri materiali comuni. Il virus nell’aria e nei materiali comuni significherebbe sostanzialmente che tutto è contagioso! Tutto al di fuori di quella minima porzione che controlliamo direttamente, ossia la casa.

Moltiplicare e generalizzare le possibili fonti di contagio non fa che aumentare i livelli di paranoia e spostare ulteriormente l’attenzione dalle problematiche reali e sistemiche: l’inquinamento della val Padana (una delle zone più inquinate d’Europa), le polveri sottili e gli allevamenti intensivi, da più parti sospettati di essere correlati all’incidenza del contagio, spariscono dal discorso pubblico a favore di runner, materiali vari e contagio nell’aria. E dunque #RestiamoAlChiusoInCasa: il terrore è ovunque! Nell’aria, nei materiali di costruzione, magari anche nell’acqua, nei fili d’erba e nei canarini che cantano!

La paura per un qualcosa di impalpabile e presente ovunque, come già visto, porta irrimediabilmente alla creazione di capri espiatori e feticci e se questa paura riguarda l’intera materialità del mondo, la feticizzazione avviene… su ciò che ci difende da questa materialità! Ecco che fin da subito si è provveduto a pratiche come la disinfezione del manto stradale nonostante lo stesso ministero della salute dica che non vi sono prove scientifiche che possa servire a qualcosa (oltre ad inquinare il terreno), o l’insensata disinfezione delle zampe degli animali.

Se la paura per l’aria e per le superfici rischia di essere troppo totalizzante e sconnessa dalla realtà scientifica, è nella figura dell’asintomatico che invece si riscontra il mix perfetto attraverso il quale mantenere viva la paura.

La figura dell’asintomatico ripropone il topos cinematografico dell’appestato invisibile: “sembra come noi, parla come noi… ma è il male”. Come nel film La Cosa o ne L’invasione degli ultracorpi, il terrore verso un orrore invisibile che si nasconde nell’altro è totale. Chiunque rappresenta presumibilmente un pericolo potenziale ed è dunque per il semplice fatto che gli asintomatici esistano che si giustificano misure marziali. Come ogni arabo-islamico post 11 settembre è stato considerato una potenziale minaccia, oggi ogni persona che non mostra alcun segno di malattia vien considerata una potenziale minaccia.

L’idea di una pandemia globale è già molto radicata nell’immaginario collettivo (a sinistra The Walking Dead, a destra The Coronavirus)

E’interessante osservare che nel dopo 11 settembre il mondo del cinema e della letteratura fantastica ha esplorato con un certo interesse l’idea di pandemia globale. Da Contagion a 28 giorni dopo, The Walking Dead, il remake de L’alba dei morti viventi, Stake land e La terra dei morti viventi solo per citare alcuni tra i più noti, si osserva che il terreno maggiormente esplorato è quello dell’apocalisse zombi, ossia di un mondo post-pandemia completamente stravolto, in cui la paura invisibile del terrore globale e di massa è esorcizzata facendosi orrore manifesto: gli zombi sono riconoscibili a differenza degli ultracorpi e per quanto terribile, saper riconoscere con chiarezza il male è comunque un qualcosa di rassicurante. Tuttavia l’inquietudine permane su un altro livello e si sposta all’interno di una società allo sfascio in cui ognuno pensa solo a sé stesso. Il vero male, nelle opere di apocalisse zombi, è una società residuale che fa male a sè stessa. Pandemia e zombi, terrorismo e paura dell’altro, legati in modo indissolubile.

La figura dell’asintomatico, rappresenta dunque una paura ancora da esorcizzare, un qualcosa da cui proteggersi e che a sua volta deve proteggere gli altri da sé stesso, da segregare e tener lontano da noi attraverso…qualsiasi cosa. E così come la paura dell’asfalto contagioso è stata esorcizzata col feticcio della disinfezione del manto stradale, la paura dell’asintomatico viene adesso esorcizzata con la feticizzazione delle mascherine.

Gli operatori sanitari sono chiari in proposito: le mascherine sono utili se usate adeguatamente, in determinate condizioni e se abbinate a corrette prassi di igienizzazione delle mani. Se usate in maniera incorretta, al contrario, rischiano addirittura di diventare una fonte di contagio.

Quella che si sta imponendo invece è una narrazione feticistica della mascherina, descritta come una sorta di oggetto-talismano che secondo alcuni governatori locali bisognerebbe utilizzare addirittura sempre quando si sta all’aperto (nonostante il ministero della salute ribadisca chiaramente il contrario) e che viene distribuita senza sufficienti indicazioni su tutte le prassi da seguire per il suo utilizzo corretto.

Con una mossa ben poco avveduta, il governatore del Veneto ha distribuito mascherine del tutto inadatte al loro scopo. L’operazione riflette appieno l’idea di feticizzazione della mascherina-talismano LINK

Mascherina o no, probabilmente nei prossimi tempi osserveremo un assestamento della narrazione sulla figura degli asintomatici con tutto ciò che questo potrebbe comportare a livello di spettacolarizzazione politica, ossia l’uso obbligatorio delle mascherine nei luoghi pubblici, impossibilità di fare il tampone a tutti, la possibilità che i guariti contraggano di nuovo il virus ma senza presentare sintomi, ecc.

Già oggi diversi indicatori come i dubbi sull’effettività degli anticorpi lasciano intendere che le misure di prevenzione potrebbero dover essere applicate a lungo e ciò potrebbe dunque portare anche all’estensione del lockdown generalizzato. Al tempo stesso si assistono a diversi tira-e-molla dovuti al variare degli interessi in gioco: se all’inizio è stato osservato che il virus colpiva quasi esclusivamente persone molto anziane e/o già indebolite da altri fattori, successivamente l’ondata di panico mediatico ha enfatizzato il fatto che il virus colpisse persone di tutte le età. A metà aprile 2020, con le pressioni per la riapertura delle aziende, molti quotidiani hanno improvvisamente ridotto le informazioni su decessi tra persone giovani e di mezz’età.

Il punto anche qui è lo stesso: una cosa sono le misure di contenimento per evitare la diffusione del contagio, ma tutt’altra cosa è usare la paura nei confronti degli asintomatici per imporre forme di controllo di tutt’altra natura con la scusa della prevenzione. Forme di controllo che non rallenteranno la diffucìsione del virus con cui rischiamo di dover convivere per decenni.

The day after

Un contenimento anche molto rigido ma gestito globalmente in base a criteri medici e con un’attenzione particolare sulle prassi sanitarie anticontagio permetterebbe forse di giungere in tempi relativamente rapidi ad una situazione di normalità. Di certo, un contenimento incentrato su meri principi legalitari, peraltro disgiunti da criteri medico-scientifici, per forza di cose non potrà che prolungare la durata dell’emergenza.

Di certo, in ogni caso, quello che si prospetta è il passaggio ad un “dopo” che avverrà a scaglioni/ondate.

Ma di che razza di “dopo” stiamo parlando? Come ogni momento di crisi, anche la pandemia globale ha messo a nudo numerose debolezze sistemiche e contraddizioni globali ed in molti si augurano che ciò faccia aprire gli occhi a sufficienza perché nel “dopo” queste siano risolte e superate. Dal superamento del PIL come metro del benessere ai redditi di cittadinanza, dalla creazione e miglioramento di un sistema sanitario pubblico globale ad un senso di collaborazione internazionale più forte, passando per forme di produzione rispettose dell’ecosistema, sono numerose le richieste e speranze che circolano.

È però necessario fare tesoro delle esperienze passate e cogliere i segnali che giungono quotidianamente da più parti: anche al termine dello sconvolgimento della Grande Guerra, la prima guerra globale della storia, serpeggiavano speranze di un futuro senza più conflitti (concetto che in qualche modo potrebbe aver pure aiutato lo scoppio della seconda guerra mondiale). Forse si tratta, almeno in parte, di una risposta umana dinnanzi a crisi profonde.

Prospettare un futuro migliore e lavorare per esso è doveroso, ma guai a confondere l’ideale con l’illusorio.

Ciò si riflette anche nelle parole di Evgeny Morozov che ricorda che nonostante le prospettive migliorative siano tutte realizzabili e sensate, la resilienza del sistema attuale è talmente forte e pervasiva che il rischio è che molto probabilmente il “dopo” virus significherà essere catapultati solamente in una fase più avanzata del tardo capitalismo caratterizata da quello che definisce il “soluzionismo” ossia una sorta di T.I.N.A. thatcheriano alla massima potenza in cui le peggiori imposizioni verranno da governi totalmente demandati a logiche aziendali che faranno di tutto per dissuadere sviluppatori, hacker, attivisti e altri dall’usare le loro capacità e le risorse esistenti per sperimentare forme alternative di organizzazione sociale e che al tempo stesso vorranno incasssare una parte dei profitti che derivano dalla sorveglianza. Il tutto imponendo nella società l’idea che

“[…] si possa evitare di affrontare le cause di un problema, concentrandosi invece sull’“adeguare” i comportamenti individuali alla crudele, ma immutabile, realtà.

Oggi siamo tutti soluzionisti: il covid-19 sta allo stato soluzionista come l’11 settembre sta allo stato di sorveglianza. Tuttavia le minacce che (il soluzionismo) pone alla democrazia sono più sottili, e quindi più insidiose.”

[…] il mondo tecnologico in cui viviamo oggi è stato progettato per garantire che non possa emergere alcuna alternativa a un ordine globale basato sulle logiche di mercato.”

Il mondo del “dopo” virus rischia appunto di veder affermare una realtà in cui il pensiero dominante normalizzerà l’idea che ‘le cose stanno così, quella che propone il governo è l’unica soluzione e ti conviene accettarla perchè non ci sono alternative e se la critichi non sei dei nostri ma sei uno degli altri’. Una visione in cui

“[…] i corpi e le istituzioni intermedie scompaiono […] esistono (solo) cittadini-consumatori, aziende e governi. In mezzo non c’è molto altro: né sindacati, né associazioni di cittadini, né movimenti sociali, né istituzioni collettive tenute insieme da sentimenti di solidarietà.

Non è un caso, difatti, se le attuali piattaforme commerciali di comunicazione e socializzazione sono incentrate principalmente su intrattenimento e spettacolarità rivolte al singolo individuo anzichè su dibattito costruttivo, collaborazione e socializzazione e questo fa sì che all’interno di esse non sarà mai possibile costruire nulla di valido perchè

“Sarà, nel migliore dei casi, l’ennesimo parco giochi per soluzionisti. Nel peggiore, una società totalitaria fondata su controllo e sorveglianza diffusi”

Questo è il mondo che andava lentamente prospettandosi prima del Coronavirus ed è questo il mondo in cui probabilmente ci troveremo catapultati nel “dopo” emergenza.

 

  •