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L’analisi dell’avversario: il Grosseto dell’ex tecnico Paolo Indiani

Il Livorno si prepara a tornare in campo in serie C: il 16 ottobre gli amaranto ospiteranno il Grosseto al Picchi nel match valido per la decima giornata di campionato, con il fischio d’inizio in programma alle ore 20.30. Il Picchi si appresta a riabbracciare la squadra dell’ex tecnico del Livorno, Paolo Indiani. Un Grosseto che nella scorsa stagione ha conquistato la promozioni in serie C con diverse giornate di anticipo, chiudendo il campionato al primo posto con 72 punti.
STORIA CALCISTICA IN BREVE – La società sportiva nasce ufficialmente nel 1912 sulle ceneri della precedente Unione Ginnico Sportiva Grossetana, e disputò il suo primo campionato federale nel 1921. Dal 2017 la suddetta ragione sociale è diventata Unione Sportiva Grosseto 1912. La squadra del Grosseto non colleziona grandi successi, militando prevalentemente in serie C e in serie minori. Ma negli anni 2000 il Grosseto vanta quale maggior successo sei partecipazioni consecutive al campionato di serie B. Il 13 maggio 2007 il Grosseto conquistata, per la prima volta, la serie B grazie all’allenatore Antonello Cuccureddu che chiude al primo posto nel girone A del campionato di C1 2006-07. Dopo la chiusura del campionato, il Grosseto si è aggiudica anche la Supercoppa di Lega Professionisti di serie C1 contro il Ravenna. Sicuramente il calciatore più ricordato è Carlo Zecchini, storico e indimenticabile attaccante della squadra biancorossa, con 273 presenze negli anni ’60. A lui è stato dedicato lo stadio Olimpico Comunale del Grosseto. Tra gli allenatori vanno citati Giovanni Galeone, Massimiliano Allegri ed Antonello Cuccureddu.
IL PATRON DEI BIANCOROSSI – Fondata nel 1992 a Grosseto dall’imprenditore toscano Giovanni Lamioni, Lamioni Holding nasce con la creazione di Atlante, azienda specializzata nel settore delle costruzioni e del restauro. Dagli anni 2010 ha intrapreso un percorso di crescita esponenziale, puntando con determinazione sulla diversificazione sia geografica che settoriale. Lamioni Holding è presente in Arabia Saudita, Albania, Gran Bretagna e Stati Uniti. Principal partner di ACF Fiorentina, il gruppo è proprietario di US Grosseto 1912, la città dove ha sede il cuore amministrativo e dirigenziale della holding.
IL TECNICO DEI BIANCOROSSI –  L’ex allenatore del Livorno Paolo Indiani è nato a Certaldo il 20 luglio 1954. Vanta una lunga carriera tra serie C e D. Toscano, sacchiano e vincente, festeggia ben 48 anni in panchina, infatti all’età di 24 anni lascia il calcio giocato. Diploma in ragioneria, laurea in promozioni. Nell’ultima stagione ha guidato il Grosseto con il quale ha ottenuto l’ennesima promozione in serie C, vincendo il dodicesimo campionato in carriera. La sua lunga carriera di allenatore inizia nel 1983 sulla panchina del Certaldo in Eccellenza. Dopo una stagione in Toscana, l’approdo sulla panchina del Poggibonsi sempre in Eccellenza, per poi accasarsi nel luglio 1986 al Castelfiorentino, dove raggiunge la promozione in serie D, mentre nelle stagioni successive la sua carriera si arricchisce con le esperienze a Fogliano e Sangiovannese. Nel 1989, ritorna al Certaldo che segna per lui la tappa fondamentale della carriera, tanto che già alla prima stagione in terra toscana ottiene la promozione in serie D. Dopo sei campionati, dal 1995 al 1997 guida l’Impruneta in serie D e dal 1997 al 1999 si trasferisce alla Rondinella, dove conquista la promozione in serie C2. Chiusa la sua parentesi in Toscana, Paolo Indiani si siede sulla panchina del Sangemignano nella stagione 1999-00. Nella stagione 2000-01 la sua esperienza con il Poggibonsi, culmina con la promozione in serie C2. Nell’annata 2002-03, viene scelto come guida tecnica del Grosseto in serie C2. Nel 2003 arriva la chiamata della Massese in D, dove conquista due promozioni consecutive. Quindi è stato il mister di Lucchese e Sangiovannese e, nel campionato 2007-08, del Crotone. Nel novembre 2008, a stagione già iniziata, è chiamato sulla panchina del Foligno, nel campionato di serie C1. A ottobre 2010 gli è affidata la panchina della Lucchese. Nel 2011-12 allena la Pistoiese in serie D. Nella stagione successiva, a conferma del suo talento quando si tratta di promozioni, si trasferisce al Pontedera e con la squadra granata è riuscito a ottenere l’ennesima promozione in serie C1. Dopo cinque campionati viene nuovamente chiamato ad allenare la Pistoiese. In seguito firma un contratto con il Gavorrano per la stagione 2019-20. Il 6 luglio si trasferisce alla guida del San Donato Tavarnelle, dove ottiene un’altra promozione in serie C. Da giugno 2022 guida l’Arezzo, con cui vince il campionato di serie D. La stagione 2024-25 è un grande successo, il Livorno guidato da mister Paolo Indiani vola e vince il campionato con larghissimo anticipo conquistando il ritorno tra i professionisti, ciliegina sulla torta la vittoria dello Scudetto di serie D, massimo trofeo del calcio dilettantistico italiano. Quindi approda alla guida del Grosseto e dopo un altra straordinaria cavalcata riporta i biancorossi tra i professionisti. Dopodichè firma un contratto fino al 2028.
LA STAGIONE DEI MAREMMANI – Ecco le principali statistiche sui maremmani di patron Lamioni. L’età media della squadra è di 22 anni. Con nove partite giocate, il Grosseto, ha raccolto cinque vittorie, tre pareggi e una sconfitte: 17 gol fatti, 9 subiti. In trasferta in quattro partite giocate ha conquistato tre vittorie e un pareggio, 9 reti fatte e 3 subite. L’ultima sconfitta esterna risale al 19 aprile 2026, quando il Prato sconfisse il Grosseto con un punteggio di 1-0. Nelle ultime tre partite ha conquistato due vittorie (entrambe in trasferta) e una sconfitta (in casa contro la Sambenedettese). Dopo le prime nove giornate di campionato, il Grosseto ha realizzato 17 reti, attestandosi al vertice della classifica dei migliori attacco del girone a pari merito con lo Spezia. Anche nel rendimento esterno, la squadra maremmana vanta numeri importanti, confermandosi tra le rivelazioni del torneo. Infatti, in trasferta, il Grosseto ha ottenuto 10 punti in quattro partite (solo lo Spezia ha fatto meglio con 13 punti), inoltre, sempre fuori dalle mura amiche vanta il miglio attacco con 9 gol come lo Spezia e la miglior difesa con solo tre reti subite, insieme a Ravenna e Spezia. Il giocatore più presente è il difensore Federico Ampollini con 900 minuti giocati. Sempre in campo dalla prima giornata. Il giocatore più esperto è l’attaccante Ferdinando Mastroianni, nato il 21 marzo 1992. Il miglior assist man della squadra con quattro assist è l’ex amaranto Lorenzo Sabattini.
L’EX RESPONSABILE MARKETING – Maurizio Laudicino ha lavorato nel Livorno nelle vesti di responsabile del marketing. L’esperto di marketing è stato in passato nell’organigramma amaranto, avendo lavorato durante la presidenza di Aldo Spinelli. Maurizio rimase a Livorno per due anni dal 2017 al 2019. La sua professione è stata dedicata al marketing, ai locali da ballo e allo sport. Sicuramente un personaggio di rilievo, manager che conta una serie di interessanti successi imprenditoriali e sempre molto apprezzato negli ambienti del marketing e non solo. Dopo il percorso alla direzione della Capannina di Franceschi a Forte dei Marmi, le stagioni a capo dell’ufficio marketing del Pistoia Basket in serie A1 e A2. Il 6 giugno 2024 decide di ritornare a Livorno e di accettare la sfida e la proposta del presidente Joel Esciua. Laudicino oltre ad essere stato responsabile del marketing, si è occupato anche del reperimento di sponsor per il club amaranto. Al termine dell’ultima stagione, dopo due anni lascia nuovamente il Livorno, e accetta la proposta del Grosseto. Bentornato Maurizio!
GLI EX DELLA GARA –  Oltre al tecnico Paolo Indiani e al responsabile Marketing Maurizio Laudicino sono ben cinque gli ex della gara, di cui uno nelle file del Livorno e quattro in quelle del Grosseto. Si tratta del centrocampista Andrea Bacciardi e poi dei difensori Duccio Brenna, Lorenzo Gonnelli e dei centrocampisti Filippo Bellini e Lorenzo Sabattini. Bacciardi è arrivato in biancorosso nel 2025. In una stagione le presenze in campionato sono state 29, un gol e due assist. Per Brenna invece due stagioni con gli amaranto. Dal 2023 al 2025 disputò 59 partite di campionato in Serie D, riuscendo a centrare la promozione in C (2024-25) e lo Scudetto di Serie D. Gonnelli ha giocato sei stagioni con la maglia amaranto, vincendo un campionato di Serie C 2017-18. L’attuale difensore biancorosso, vestì la maglia amaranto dal 2014 al 2021, con due gol, altrettanti assist a referto in 100 partite in campionato. Il centrocampista Bellini, come il difensore Brenna ha giocato nel Livorno dal 2023 al 2025. Colleziona 62 presenze, 5 gol e sette assist, ottenendo la promozione in Serie A e lo Scudetto di Serie D. Infine Lorenzo Sabattini ha giocato nel Livorno, nella stagione 2023-24, collezionando complessivamente tra campionato e playoff 19 partite (più due gol ed altrettanti assist).
PRECEDENTI IN CAMPIONATO – Sono complessivamente trentadue i precedenti in campionato: 8 in serie B, 18 in C e 6 in D. Il bilancio è di 13 vittorie del Livorno, 14 pareggi e 7 vittorie dei maremmani. I labronici prevalgono anche nelle reti, avendone segnate 49 rispetto alle 28 dei maremmani. Dal loro primo incontro nel lontano campionato 1961-62 fino all’ultima volta due anni fa, Livorno e Grosseto si sono confrontati in sedici occasioni in terra labronica. Questi incontri, hanno visto prevalere gli amaranto, con dieci vittorie del Livorno, sei pareggi e nessuna sconfitta. I gol segnati sono: 35 dal Livorno e 12 dal Grosseto. Il primo successo del Livorno è arrivato il 28 ottobre 1962 con gli amaranto che vincono 2-1 in casa, con le reti di Panattoni, Virgili e Castellazzi. L’ultimo vittoria al Picchi tra le due compagini risale al settembre del 2024 quando il Livorno si è aggiudicato l’intera posta, grazie ad una goleada. Nella ripresa nel giro di venti minuti gli amaranto ribaltano il vantaggio maremmano firmato Mobilio-Marzierli con i centri di Parente, Rossetti (doppietta per entrambi) e il sigillo di Capparella. Il primo pareggio all’Ardenza nel campionato 1961-62 (esattamente il 13 maggio 1962), terminato in parità 1-1 (gol di Magrini e Corsellini). L’ultimo pari risale al 17 settembre 2023: finì 1-1 nel match del Picchi. Il Livorno pareggia con il Grosseto in extremis. Ronchi in pieno recupero agguanta i maremmani passati in vantaggio dopo 8 minuti con Sabelli.
PROBABILE FORMAZIONE – I biancorossi arrivano al match rinunciando a Gaddini, Gerardini e l’ex amaranto Bellini. Inoltre il mister toscano Indiani dovrà fare i conti con la situazione di Brenna da valutare fino all’ultimo. In caso di forfait è pronto Pitti. Sulla trequarti ci sono due ballottaggi tra Andreoli-Damiani e Fiorini-Fantacci. Il Grosseto dovrebbe schierarsi con il 4-2-3-1. Marcu in porta, protetto da Ciraudo, Ampollini, Pitti e Montini. In mezzo al campo Andreoli e Fiorani, con Fiorini, Sabattini e Fabri a supporto dell’unica punta Gori.
INDIANI BILANCIO CONTRO LUCARELLI E IL LIVORNO – Quello di venerdì sarà il quinto atto tra i due mister (Lucarelli-Indiani), fin qui infatti sono stati quattro i precedenti con il computo dei risultati che sorride all’allenatore dei biancorossi con una vittoria e tre pareggi. L’unica vittoria di Indiani ai danni di Lucarelli risale al 23 gennaio 2016 in campionato tra Tuttocuoio e Pontedera: i granata allenati da Indiani vinsero 2-0 contro il Tuttocuoio di Lucarelli. Nelle prime tre sfide Lucarelli allenatore del Viareggio pareggiò la prima nel 2014 contro il Pontedera d’Indiani per 0-0, la seconda, sempre nel 2014, finì 1-1 tra la Pistoiese di Lucarelli e il Pontedera d’Indiani. L’ultima sfida al Mannucci non si andò oltre lo 0-0 tra Pontedera e Tuttocuoio. Infine il tecnico dei maremmani ha incrociato il Livorno per ben sette volte: due volte ha vinto Indiani, una volta il Livorno (Livorno-Pistoiese 2-0, stagione 2017-18) e quattro pareggi.
di Carlo Pannocchia
in foto: Paolo Indiani
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Narrazioni mutanti del XXI secolo

di Paolo Lago

Alberto Casadei, Narrazioni mutanti. Sulla letteratura italiana del XXI secolo, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 263, euro 24,00.

Sono svariate le definizioni utilizzate negli ultimi anni dalla critica letteraria per inquadrare molti romanzi contemporanei che formalmente si presentano come ibridi, multiformi, ipertrofici, ambiziosamente onnicomprensivi: opera mondo, romanzo massimalista, romanzo globale, romanzo-saggio, metaromanzo sterniano, metaromanzo menippeo, romanzo-reportage, romanzo dell’Antropocene e via di seguito. Alberto Casadei, nel suo recente saggio uscito per Mimesis, parla in modo suggestivo di “narrazioni mutanti” per sondare, tramite la sua rigorosa lente critica, alcune narrazioni italiane contemporanee che, indubbiamente, si presentano come forme ibride, cioè aperte non solo a una pluralità di stili e di registri ma anche a svariati generi assai diversi fra loro. L’ibridazione formale riflette anche una importante ibridazione contenutistica che lo studioso inquadra soprattutto nella categoria del weird. Se, generalmente, si è sempre ascritto il weird al territorio del “fantastico-soprannaturale”, è soprattutto grazie all’analisi di Mark Fisher che lo si può riconoscere anche in opere che indagano aspetti del tutto realistici, al di fuori di una ristretta categoria di genere. È in questo solco che si inscrive la ricerca di Casadei: indagare il weird fuori dalla ristrettezza etichettatoria dei generi per poterlo ritrovare in narrazioni di impianto realistico. È così che si può parlare, come fa lo studioso, di “realismo weird e sincretico”.

Leggendo le pagine del saggio emerge, a mio avviso, un altro aspetto importante della narrativa contemporanea: quello, cioè, di apparire “ibrida” e “mutante” anche perché si pone, rispetto a trenta o quarant’anni fa, in una relazione assai più stretta con l’universo audiovisivo. La contemporanea pervasività di quest’ultimo fa sì che la narrativa odierna tragga spunto in maniera significativa da film e serie TV in cui si ritrova questo stesso “realismo weird e sincretico” di cui parla lo studioso. Casadei cita i film di Yorgos Lanthimos, Twin Peaks di David Lynch o una serie come Black Mirror “che rappresentano, nella loro eterogeneità, un campionario di «stranezze» classificabili secondo una scalarità” (p. 10). Certo, gli autori contemporanei non traggono ispirazione soltanto dal cinema e dalle serie TV degli ultimi anni ma anche da opere ormai considerate dei ‘classici’ del cinema come i film di Tarkovskij, di Herzog, di Fassbinder, quelli comico-surreali dei Monty Python o quelli pulp di Tarantino. Discutendo di romanzi italiani contemporanei lo studioso fa spesso riferimento a questa e ad altra cinematografia; i confini fra cinema e letteratura perciò oggi sono più labili che in passato: film e serie TV possono essere fonti di ispirazione per chi scrive nello stesso identico modo in cui può esserlo un romanzo, più o meno ‘classico’ che sia. Quindi, è diventato assai più frequente incontrare nella struttura narrativa di un romanzo un ‘montaggio’ di tipo cinematografico o dei personaggi e situazioni che rimandano inestricabilmente all’universo audiovisivo. Le narrazioni sono “mutanti” anche per questo: perché tendono sempre di più a possedere caratteristiche di tipo cinematografico senza per forza appartenere al classico genere della sceneggiatura.

Prima di addentrarsi nell’analisi di alcuni romanzi (iper)contemporanei, Casadei traccia una cronistoria dello spaccato letterario e sociale italiano degli ultimi anni chiedendosi, dapprima, se esiste un “Grande romanzo italiano contemporaneo”. A partire dal dopoguerra fino a oggi gli esempi sono svariati. Si può pensare a Il Gattopardo (postumo, 1958) di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, un grande romanzo che offre personaggi e frasi memorabili ma anche al Partigiano Johnny (postumo, 1968) di Beppe Fenoglio che fonde cronaca e modalità epiche. Altrimenti si può pensare a un efficace affresco dell’Italia del boom economico come Fratelli d’Italia (da leggersi nella prima versione del 1963) di Alberto Arbasino, a diversi romanzi di Paolo Volponi o a La Storia (1974) di Elsa Morante ma anche all’opera mondo (seguendo una definizione offerta da Franco Moretti) Horcinus Orca (1975) di Stefano D’Arrigo. Eppure – osserva Casadei – l’esempio più significativo di Grande romanzo italiano di quegli anni si può trovare in Petrolio di Pier Paolo Pasolini, pubblicato postumo nel 1992, in un momento estremamente diverso da quei primi anni Settanta in cui era stato concepito e scritto. In esso, l’incompiutezza programmatica si fonde a quella accidentale, dovuta al tragico assassinio dell’autore, e delinea un metaromanzo di matrice menippea che aspira ad affrescare, anche per mezzo dell’allegoria, la realtà sociopolitica degli anni Settanta, un “Satyricon moderno”, secondo la stessa definizione di Pasolini, che si riallaccia in modo diretto al grande affresco dell’età neroniana delineato da Petronio. Vista poi la sempre maggiore importanza del cinema e dei film nella società non solo italiana del dopoguerra, si può pensare che alcune significative opere cinematografiche possano svolgere la funzione di un “Grande romanzo italiano” nella rappresentazione del paese e della contemporaneità. Lo studioso ricorda allora giustamente capolavori come La dolce vita (1959) di Federico Fellini o Il sorpasso (1962) di Dino Risi fino a prendere in considerazione, negli ultimi anni, il cinema di Bernardo Bertolucci, Nanni Moretti, Gianni Amelio, Marco Bellocchio, Marco Tullio Giordana e Paolo Sorrentino.

L’analisi di Casadei abbraccia anche lo spaccato sociale italiano sondando il terreno che dovrebbe preparare i lettori, vale a dire la scuola. Bisognerebbe “procedere a una drastica selezione dei contenuti formativi essenziali per saper leggere consapevolmente qualunque tipo di testo, esaltando le capacità di confronto” (p. 65) in un universo in cui si abbia piena consapevolezza della multietnicità, vista come una “condizione irreversibile”; ma ciò comporterebbe un “cambiamento di mentalità, che deriva dalla piena comprensione dei diritti e dei doveri, personali e collettivi” (p. 66), un cambiamento dal quale siamo oggi purtroppo assai lontani in questo paese, visti anche i recenti provvedimenti del governo in merito a scuola e immigrati. In un momento in cui i booktoker, cioè gli influencer nel settore dei libri, sono assai più seguiti di qualsiasi sito letterario tradizionale, i giovani “nativi digitali” sono sempre meno propensi a leggere ciò che gli viene proposto da “voci autoritative di vecchio stampo” (fra cui la scuola) e sempre più pronti a crearsi un proprio canone personale. Neppure i modelli plasmati dai premi letterari sono più di tanto autorevoli in una contemporaneità dominata da una “cultura crossmediale costante” che viene rafforzata dai social; ormai, il circuito editoria-critica /ricezione-scuola, che poteva valere fino agli anni Settanta, è entrato definitivamente in crisi.

Prima di passare alla seconda parte del suo lavoro, in cui centrale appare l’analisi del weird, lo studioso passa in rassegna alcune forme narrative ibride contemporanee distinguendo tra “forme semplici” e “forme stratificate”. Le prime sono tutte le elaborazioni artistiche che non ibridano componenti eterogenee ma si mantengono entro lo stesso ambito stilistico-compositivo (ad esempio una canzone, composta di testo e musica). In ambito letterario sono forme che coinvolgono generi e sottogeneri consolidati e quindi facilmente replicabili, anche dall’IA, e non problematizzano l’etica dei personaggi ponendo in maniera netta valori e disvalori (un certo tipo di fantasy, il romance, il poliziesco). Le “forme stratificate” possono essere costituite da integrazioni di forme semplici (ad esempio il video per una canzone) o da forme che si ibridano al loro interno in modo tale da non poter più essere incluse con facilità in schemi pre-esistenti. Da un punto di vista letterario si tratta di testi intrinsecamente ibridati perché nascono dalla complessa percezione del mondo mediatizzato: possono essere senz’altro “opere mondo”, cioè testi narrativi di amplissimo sviluppo che propongono una prospettiva weird in un sistema dalle connotazioni realistiche. Un peculiare caso di ibridazione nella narrativa contemporanea è offerto dalle opere di Walter Siti, romanzi-saggi o saggi ibridi che tratteggiano la società occidentale come una categoria sociologica della condizione umana, votata alla sua autodistruzione entro l’orizzonte capitalistico.

Sono diverse le narrazioni italiane contemporanee che tratteggiano situazioni assimilabili alla categoria weird inserita in un contesto realistico. Ad esempio, Le ripetizioni (2021) di Giulio Mozzi, un testo in cui, come in diverse altre sue opere, incontriamo una caratteristica tipica del realismo weird, cioè la sconnessione: le frasi e i periodi di Mozzi sono perfetti ma l’accostamento delle parti, in molti testi, risulta forzato e anche ingiustificato; come nota lo studioso, Mozzi è adesso “lo scrittore forse più radicale nel proporre testi «eterogenei» e insieme nell’invitare il lettore a confrontare le storie fittizie con le sue personali «ipotesi di realtà»” (p. 168). In Il tempo materiale (2008) di Giorgio Vasta si può riscontrare una “realtà anamorfica”, con diversi livelli di lettura, nella quale si dipana la storia dell’undicenne Nimbo e dei suoi amici sullo sfondo della Palermo del 1978, un anno significativo e potente nella formazione di molti giovani, l’anno, tra l’altro, del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro. Non si tratta di un romanzo sul terrorismo e neppure di un romanzo sul 1978; quest’ultimo costituisce la base metaforica della narrazione incentrata sulle avventure di Nimbo e compagni che immaginano piccoli attentati e il rapimento di un loro compagno di classe. D’altronde, anche Wu Ming, con Ufo 78 (2022), realizza un affresco sullo sfondo di quel particolare anno, un periodo, durante il sequestro Moro, caratterizzato da una militarizzazione e da una chiusura ossessiva della società in preda al delirio della sicurezza, tanto da spingere le persone a crearsi una sorta di realtà alternativa nel cielo affollato di Ufo, un “desiderio di altrove” per fuggire dalla prigione della realtà. Un altro romanzo analizzato dall’autore, La mischia (2020) di Valentina Maini, un racconto che riguarda eventi accaduti intorno al 2007 a due gemelli figli di genitori baschi appartenenti all’ETA, appare come assemblaggio-montaggio di sequenze che non aspira a un ordine; l’ibridazione serve a creare una concezione del reale non solo fluida ma al di fuori di qualsiasi paradigma interpretativo e la narrazione deve apparire come incomprensibile. Il focus dello studioso si sposta poi non su un romanzo in particolare ma sull’intera produzione narrativa di Laura Pugno in cui si elaborano i collegamenti fra percezione conscia e lavorio subliminale in quanto il fantastico-weird, in questa autrice, riguarda in primo piano l’ambito del subliminale. Viene altresì presa in considerazione, in un excursus, l’intera produzione narrativa di Giuseppe Genna, anche se una particolare analisi viene dedicata a History (2017). L’opera di Genna offre una “rappresentazione disgregata e a volte allucinata della realtà quotidiana” (p. 210) e mira a comprendere lembi di storia recente italiana in una dimensione onnicomprensiva da “opera mondo” in cui la stessa Storia umana appare attraversata da una violenza inarrestabile.

Quali sono, allora, le “opere mondo 2.0”? Come si può estendere alla contemporaneità letteraria il concetto forgiato da Franco Moretti nel 1994 (l’ultimo testo che prende in esame è Cent’anni di solitudine del 1967)? Molti romanzi di Don DeLillo, David Foster Wallace, Roberto Bolaño, Mircea Cărtărescu possono senz’altro rientrare in questa categoria: infatti, le “opere mondo attuali sono quelle che mantengono un forte legame con la grande tradizione letteraria, ormai mondiale e non solo occidentale, ma operano per proporre una visione della realtà il più possibile sincretica, che spesso si fonda sulle acquisizioni più avanzate delle scienze […], sull’erudizione a volte illimitata, sulla ricerca degli assurdi più attraenti e inquietanti, ecc.” (p. 220). Franz Kafka e Laurence Sterne appaiono come due paradigmi importanti per le attuali opere mondo: se Solenoide (2015) di Mircea Cărtărescu, un romanzo di oltre novecento pagine, può essere considerato come un’“opera mondo kafkiana” in quanto acquisisce da Kafka e da Borges degli elementi che consentono l’oltrepassamento di una realtà decodificata attraverso l’horror, Digressione (2025) di Gian Marco Griffi appare un’ “opera mondo sterniana”, dal momento che la “digressione” stessa, nel Tristram Shandy, è uno dei modi fondamentali del racconto. Le stranezze, le incongruenze, le digressioni, le visioni di cui sono infarcite queste narrazioni non provocano una fuoriuscita metafisica dalla realtà ma una sua disgregazione in quanto unicità irreversibile. In esse, il conscio e l’inconscio, il plausibile e l’improbabile si trasformano in territori equivalenti e financo i rapporti biologico-naturali divengono weird e innaturale è perfino la stessa natura. Sono forse allora queste narrazioni, analizzate con precisione dal saggio di Casadei, a rappresentare al meglio la realtà contemporanea, che sempre più spesso ci appare irreale e frammentata all’interno di comunicazioni mediatiche in cui le atrocità più terribili sfilano di fronte ai nostri occhi come se niente fosse. L’orrore e il weird, in fin dei conti, si annidano in una quotidianità preda di una comunicazione digitale in cui – parafrasando Calvino – non si riesce più a distinguere che cosa è inferno e che cosa non lo è.

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Oltre la legge del padre

O gni scrittore ha la sua scena primaria. Quella di Ingeborg Bachmann fu l’ingresso delle truppe naziste a Klagenfurt nel marzo 1938, immortalata prima nel racconto Giovinezza in una città austriaca, in cui lamentava un Paese che “sta per vendersi, per vendere anche il cielo che viene tirato da tutte le parti fino a che non si squarcia mostrando una voragine nera”, e ripercorsa poi nelle conversazioni di In cerca di frasi vere (1989), dove in “quell’immane brutalità, quel vociare, quel cantare e marciare” rilevò “il sorgere della [sua] prima angoscia mortale”. Un contributo decisivo e sui generis a questa mitizzazione si ha nella biografia atipica che lo scrittore tedesco Uwe Johnson, amico stretto di Bachmann, tratteggia in Un viaggio a Klagenfurt (1974), resoconto frammentario e discontinuo sulla memoria collettiva di una città ancora collusa con i fantasmi del nazismo, un testo dove la lettura del trauma collettivo passa per l’esperienza e la memoria private, scritto nel tentativo di elaborare il lutto per l’amica prematuramente scomparsa. Va precisato che la presenza di Bachmann nel capoluogo carinziano in quel giorno fatale fu successivamente smentita dalla critica, ma la scelta di collocare l’esperienza fondativa della paura, del tradimento e della rimozione in un’immagine mnemonica dove la memoria privata e quella collettiva coincidono divenne centrale non solo per la biografia, ma anche e soprattutto per l’esegesi delle Todesarten, il ciclo incompiuto in cui la violenza storica dei totalitarismi si riflette nei traumi invisibili e nell’annientamento psicologico delle protagoniste all’interno della sfera privata.

Il primo testo del ciclo, il romanzo Malina (1971), rappresentò sin dalla pubblicazione un punto di rottura e una sfida per l’interpretazione: parte delle prime recensioni derubricarono il suo contenuto a “storia di una nevrosi” o “autobiografia isterica”, ma con il tempo acquisì lo status di culto per la sua capacità di farsi osservatorio letterario di una serie di dinamiche sociali passate sotto silenzio nell’Austria degli anni Settanta, esperite nelle loro conseguenze estreme da un io narrante contraddittorio e sfuggente, colto nella sua frammentazione. Così, il rapporto tormentato tra la narratrice e l’amato Ivan, che si consuma sotto lo sguardo indagatore dell’enigmatico coinquilino ungherese Malina, scompare presto dietro l’intenzione dell’autrice di rappresentare criticamente e in prima persona la società e le sue storture, ricorrendo a una voce narrante sempre più ambigua e disgregata, che ricalca contraddizioni e dilemmi della società stessa.

Il parossismo del male individuale e collettivo giunge nel nucleo perturbante del romanzo, il capitolo Il terzo uomo, conosciuto anche come Traumkapitel, sequenza di sogni e visioni al cui centro si staglia la figura di un padre onnipotente e autoritario che annienta fisicamente e simbolicamente la figlia-narratrice. Le implicazioni sociali più ampie di questa rappresentazione sono state messe in luce da studiose come Helgard Mahrdt, che attingendo alla Scuola di Francoforte ha esteso ai testi in prosa di Bachmann il principio che, sulla scia di Habermas, vede la violenza e l’oppressione come momenti strutturali della sfera pubblica e di quella privata, evidenziando similitudini e continuità nella rappresentazione delle invisibili linee di demarcazione che escludono le donne dalla prima. La scelta stessa dei luoghi rappresentati ricalca i confini invisibili che scandiscono la sfera pubblica e le conseguenze psichiche dell’esclusione: uno su tutti, l’esempio dei Männerstammtisch ritratti nel racconto Tra pazzi e assassini, le tavolate di aggregazione maschile che fungevano da pinnacoli dell’omosocialità viennese durante il secondo dopoguerra.

In Malina il rapporto tormentato tra la narratrice e l’amato Ivan scompare dietro l’intenzione dell’autrice di rappresentare criticamente e in prima persona la società e le sue storture, ricorrendo a una voce narrante sempre più ambigua e disgregata, che ricalca contraddizioni e dilemmi della società stessa.
Uno dei passaggi di Malina più frequentemente citati è infatti “La società è il più grande teatro del delitto”. L’obiettivo di Bachmann, attraverso l’introduzione di un narratore ibrido caratterizzato da un’identificazione parziale e a tratti sovrapposta con l’amico e coinquilino Malina, è quello di trasmettere in tutta la sua gravità “il peso di una cultura che esige una tale scissione interiore sia dai suoi autori che dai suoi cittadini, una cultura in cui la riconciliazione tra emozione e intelletto non è più possibile”. In tal modo, e in tutti i testi delle Todesarten, l’emergere nella sfera privata dell’esperienza della guerra, del nazismo e dello sterminio di massa rimossi dalla narrazione pubblica “mette radicalmente in discussione il postulato centrale della sfera pubblica borghese, la capacità di organizzare la società secondo regole e leggi razionali e vincolanti”. E benché in una cospicua fetta di critica la causa della malattia femminile venga spesso rinvenuta nella dominanza maschile, la letteratura secondaria su Bachmann ha il pregio di mantenersi vigile sul potenziale patogeno che la società ha sull’individuo e sulle conseguenze psichiche della sua esclusione dalla sfera pubblica. Manca tuttavia di porre il rimosso al centro della discussione sociopolitica, e di osservare come gli elementi che hanno interessato la critica possono facilmente essere riuniti in una lettura più ampia. I testi delle Todesarten rivelano come i disturbi delle protagoniste femminili, ascritti spesso a semplice isteria, siano un prodotto sociale in duplice senso, poiché Bachmann non si limita a riscontrare l’origine della patologia nelle strutture sociali e nei rapporti di potere, ma spinge la prosa e l’introspezione fino alla riprova del carattere sociale codificato della descrizione e della classificazione della malattia.

Analogamente al pensiero di alcuni filosofi come Lacan e Althusser, nelle Todesarten il soggetto è il prodotto di un discorso, una struttura simbolica che nondimeno definisce e codifica un determinato legame sociale, al punto che in Bachmann, rileva Michèle Pommé, dietro i numerosi parallelismi con gli scritti di Freud emerge un concetto distinto di malattia, che identifica la sofferenza isterica come una sofferenza causata da strutture di potere predeterminate. Bachmann attribuisce infatti la malattia non alle donne ma alle strutture sociali, scegliendo invece di rappresentare l’intreccio di storia individuale e umana fondato sui sintomi psicosomatici delle sue protagoniste: in tal modo, il corpo isterico funge da simbolo collettivo del ricordo, da sintomo di una società malata e corrotta, che quando correttamente esaminato riflette sull’esclusione sociale guardando non alla patologia in sé, bensì a una possibile teoria del significato e pratica di decifrazione.

L’esclusione dell’io narrante dal discorso sociale non concerne però il solo sapere medico. La riflessione sugli effetti di corruzione del discorso interessa anche le relazioni affettive, investite dello stesso carattere patologico della diagnosi medica, di quella malattia, scrive Sandra Frieden, caratterizzata dalla disponibilità della donna ad adattarsi ai desideri dell’uomo, che si aspetta un simile accomodamento – in altre parole, dallo sforzo destinato a fallire di adeguarsi ai codici di condotta socialmente accettati e alle prescrizioni maschili, ma che nel tentativo stesso di restaurare la promessa di totalità afferma un principio di verità sul reale del mondo che l’ha escluso.

Bachmann non si limita a riscontrare l’origine della patologia nelle strutture sociali e nei rapporti di potere, ma spinge la prosa e l’introspezione fino alla riprova del carattere sociale codificato della descrizione e della classificazione della malattia.
L’io narrante di Bachmann, quindi, altro non è che il tentativo di istituire un soggetto che getti le proprie fondamenta fuori dal discorso dominante, fino a ricusare il discorso stesso: l’identificazione della narratrice senza nome di Malina come sintomo e scarto della società riconosce nell’infimo punto di esclusione la falsità della posizione universale (e neutrale) che la costituisce, proprio come il sintomo, in psicoanalisi, sovverte l’Universale di cui esso stesso è l’esempio. In Il soggetto scabroso (1999), Slavoj Žižek rileva come ogni critica politica autentica muova da questo nucleo impossibile, dalla rivendicazione e dall’identificazione con “il punto di eccezione intrinseco, l’‘infimo’ dell’ordine positivo concreto”, e sovverta l’egemonia dal suo punto di esclusione: “In una società strutturata gerarchicamente, la misura della vera universalità va rintracciata nel modo in cui le parti entrano in rapporto con quelle che si trovano ‘sul fondo’, escluse da tutte le altre”.

Non a caso, una cospicua parte delle Todesarten tratta la molteplicità delle politiche di esclusione messe in atto dalla società austriaca. Se è vero che i personaggi sono vittime di un principio di oppressione di cui il padre è il rappresentante, bisognerebbe elaborare allo stesso modo un’interpretazione attenta al contesto e al significato della rivendicazione della vittima in letteratura e nell’arena politica. Fra i tentativi in tal senso spicca lo studio Nicht Ich (1990) di Christina von Braun, che vede nel sintomo isterico l’espressione individuale di una sofferenza collettiva e il tentativo di combattere la causa di tale sofferenza, e che riscontra nel Traumkapitel e nelle lamentazioni di un io narrante che non riesce a esprimersi con una logica diversa da quella del sintomo su avvenimenti, concetti e persone per cui nell’ordine sociale, nel registro simbolico fondato dal linguaggio, sono da leggersi come il punto di incontro tra il destino del singolo e la “grande Storia”, ovvero come ripercussioni degli sviluppi storici sulla psiche individuale.

Il ciclo delle Todesarten è animato dalla consapevolezza di Bachmann che il fascismo è, come il discorso del padrone, una forma di organizzazione e regolazione del desiderio, del potere e delle posizioni da cui i soggetti parlano o vengono interpellati. Bachmann rompe allora le convenzioni della prassi autoriale, affranca l’Ich dal ruolo di vittima o complice in cui era stata costretta dall’ordine paterno e le consente di superare quella follia causata dalla speranza nel “buon padre” che per contrasto, nella perdita del padre, causa la perdita della realtà per la figlia.

Se, come dichiarato dall’autrice nel 1973, il fascismo “non comincia con le prime bombe che vengono lanciate” ma inizia nei rapporti tra le persone, al punto di essere “l’elemento primo fra uomo e donna”, la scelta di palesare la violenza insita nel dominio di genere è complementare alla sperimentazione formale atta a superare questo dualismo nella voce narrante. L’identità ibrida della voce autoriale, scissa tra l’emotività dell’io e l’identificazione intellettuale con Malina, ricostruisce l’ordine paterno e rende visibili al lettore le sue disfunzioni e le sue crepe. La questione dell’autorialità si risolve con il frapporre un velo tra la donna e l’autrice, nell’anteporre la trasparenza del meccanismo sociale alla rivendicazione soggettiva: pertanto, le descrizioni dei turbamenti isterici della narratrice e la denuncia degli orrori del nazismo e del discorso paterno smascherano la violenza del discorso del padre, del padrone e della patria proprio perché rappresentati come sogno, e diventa così possibile leggere il Traumkapitel come una presa di commiato dal supporto ideologico che fino ad allora dava consistenza alla realtà.

La realizzazione che l’uomo del sogno non è suo padre ma il suo assassino innesca la perdita di realtà in grado di attraversare il fantasma sociale intessuto intorno alla nazione e alla figura paterna. Qui ci viene incontro la psicoanalisi, secondo cui il fantasma ideologico ha la funzione di supportare il senso di realtà del soggetto, ma se viene meno l’immagine fantasmatica, nota Žižek, il soggetto subisce una disgregazione, una perdita di realtà, e inizia a percepire l’esistente come un irreale universo da incubo senza alcuna stabile fondazione ontologica. La sequenza onirica di Bachmann, che mette in scena la storia di una distruzione soggettiva nella sua rilevanza collettiva, fa sì che il soggetto porti a compimento il superamento del padre liberandosi dalla dipendenza del ruolo di figlia, ma in quella rappresentazione grottesca e orrorifica dello sterminio di massa, del cimitero delle figlie e dell’omicidio stesso, a essere raffigurato “non è ‘puro fantasma’, ma ciò che rimane della realtà dopo che essa è stata privata del suo supporto fantasmatico”.

Il ciclo delle Todesarten è animato dalla consapevolezza di Bachmann che il fascismo è, come il discorso del padrone, una forma di organizzazione e regolazione del desiderio, del potere e delle posizioni da cui i soggetti parlano o vengono interpellati.
E giacché il fantasma, in Lacan, per essere operativo deve rimanere implicito, il Traumkapitel rende l’invisibile continuità tra pubblico e privato, tra un presente di sopraffazione di genere e un passato recente ancora non elaborato, il nucleo a cui il fantasma ideologico deve sopperire. Se anche nel precursore Tra pazzi e assassini la situazione narrativa è complicata dal fatto che “oggigiorno, le persone non possono più essere facilmente classificate come ‘l’una’ o ‘l’altra’ come era possibile durante il regime nazista”, il problema centrale della dialettica tra carnefici e vittime di Bachmann non diventa più il tratto unario che demarca la differenza tra le categorie.

La lettura della scena primaria delle truppe a Klagenfurt suggerita dallo storico austriaco Gerhard Botz propone un’interpretazione dell’avvenimento su due piani, che ricalcano i livelli testuali della narrazione in Malina e il processo di interpellanza e riconoscimento che cattura un soggetto in un’ideologia, ovvero “la rivolta pseudorivoluzionaria dei nazionalsocialisti austriaci (dall’interno) e l’invasione militare delle truppe tedesche (dall’esterno)”. E sebbene sia Johnson che una frangia della critica abbiano attirato delle obiezioni per una versione dei fatti viziata da uno “sguardo tedesco”, per definizione estraneo e deviante dalla realtà dei fatti austriaca, ad animare l’interesse di Botz è non soltanto l’irruzione dello straniero “dall’esterno”, ma anche il suo rispecchiamento “dall’interno”, dall’irruzione dell’“altra parte” nella loro stessa Carinzia, in Austria, a fornire un esempio di quella duplicità e di quel misconoscimento feticistico che hanno caratterizzato la disposizione d’animo austriaca nei confronti della propria narrazione nazionale nel secondo dopoguerra.

Teorizzato per la prima volta da Octave Mannoni nella distinzione tra foi (fede) e croyance (credenza), il concetto di misconoscimento feticistico traccia un discrimine nella compartecipazione o nel distacco rispetto alla sostanza di quanto creduto, oltre che all’investimento libidico risultante dalla propria scelta. È un godimento scaturito dall’interazione tra conoscenza e fissazione su un’illusione alimentata dal desiderio, di chi dispone di una maggiore conoscenza grazie a cui è possibile prendere le distanze dall’illusione in questione, pur manifestando nei suoi confronti una certa devozione. Ebbene, Botz rileva la medesima duplicità nell’Austria del secondo dopoguerra: traslando il punto d’impossibilità nella scissione tra le tesi ugualmente autoassolutorie dell’Opfernation (nazione-vittima), che vedeva l’Austria dell’Anschluss come prima vittima del nazismo, e l’enfasi sulla resistenza al regime totalitario, egli nota come la nazione avesse “iniziato a risolvere uno dei suoi due problemi fondamentali alla base della sua fondazione – la ricostruzione dell’identità statale-nazionale e la democratizzazione sociale – a costo di non affrontare realmente l’altro”.

La principale differenza con la letteratura del primo dopoguerra, con i campioni dell’Austria felix del Mito asburgico (1963) di Magris, è l’accettazione della mancanza strutturale dell’Altro (sul concetto di “Altro barrato” si veda M. Recalcati, Jacques Lacan La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto, 2016, pp. 372-74), che gli scrittori e i cittadini dell’Impero assumevano nondimeno con la giusta leggerezza, consapevoli che non esisteva alcuna narrazione con cui identificarsi, mentre i contemporanei di Bachmann credono nella nazione attraverso l’Altro, per procura, e delegando l’impegno che l’elaborazione del proprio portato collettivo comporta, in un perfetto esempio di interpassività. Il concetto, teorizzato inizialmente dal filosofo austriaco Robert Pfaller per spiegare l’inversione di tendenza dall’interattività alla delega nelle arti performative e multimediali, fu ripreso in accezione politica da Žižek per definire “il paradosso di chi crede o gode attraverso l’altro”, un atteggiamento che divide il soggetto tra una falsa pretesa di attività e la verità della posizione passiva incarnata nell’oggetto del disconoscimento.

Il concetto di interpassività, teorizzato inizialmente dal filosofo austriaco Robert Pfaller per spiegare l’inversione di tendenza dall’interattività alla delega nelle arti performative e multimediali, fu ripreso in accezione politica da Žižek per definire “il paradosso di chi crede o gode attraverso l’altro”.
Anche il mito può prendere la forma dell’illusione dell’altro, poiché grazie al mito i membri di una cultura possono prendere le distanze dal contenuto culturale della loro credenza. Esisterebbe, teorizza Pfaller, anche una sorta di “interpassività” del mito, di un’illusione collettiva che serve da collante sociale in un’ideologia condivisa come quella fascista. Seguendo questo ragionamento, si può affermare che la tesi dell’Opfernation facilitò un agile ripristino delle precedenti strutture di potere sotto il segno dell’assoluzione collettiva, distogliendo tuttavia la nazione “dal venire a patti con il passato, includendo autori e vittime in una comunità di vittime austriaca ingannevole”. Se allora, come afferma la psicoanalisi (S. Žižek, “Lacan’s Four Discourses: A Political Reading”, in Desire of the Analysts, 2008) quando un gruppo genera un pazzo trasferisce su di lui – o, nel caso di Bachmann, su di lei – l’obbligo di sopportare passivamente la sofferenza che spetta a tutti loro, i turbamenti dell’io narrante di Malina appaiono non più soltanto come prodotto esplicito del potere impersonale e crudele di un individuo (o due, se al padre si accosta la figura di Ivan), come sembrerebbe a una prima lettura, ma come la conseguenza implicita di un disconoscimento sociale di cui lei sola deve portare i segni.

Le strategie adottate da Bachmann nelle Todesarten e, in misura minore ma più diretta, in Tra pazzi e assassini, servono ad aprire gli occhi sulla coscienza “scissa” di molti austriaci: nelle parole di Botz

il rapporto degli austriaci nel loro complesso con il proprio passato nazista è ancora frammentato in un duplice senso. Da un lato, la denazificazione giudiziaria e amministrativa, almeno per alcuni anni, aveva determinato una netta rottura di continuità; per questo motivo, a partire dagli anni ’70 non si registravano praticamente più dichiarazioni aperte a favore del nazionalsocialismo né fenomeni neonazisti degni di nota. Allo stesso tempo, però, nella grande massa della popolazione continuavano a persistere, con poche modifiche o del tutto intatti, elementi della visione del mondo nazista e di quella mentalità «paranazista», senza la quale il nazionalsocialismo non avrebbe avuto un impatto così ampio ed efficiente in tempi di crisi, soprattutto nella tradizione popolare dei tavoli da birreria e delle associazioni di reduci.
Così, l’elemento fantasmatico culturalmente specifico in Malina, la compresenza onirica di nazismo, violenza familiare e memoria traumatica, inscena questo fantasma sociale in un incubo le cui alternative sono morire per mano del padre, credendo al mito nazionale e riconoscendosi nel ruolo di figlia-vittima, o riscuotersi da esso, ma privi delle coordinate di realtà, in balia della più totale incertezza ontologica. Riconoscersi, in quanto soggetto, come il destinatario della chiamata ideologica permette all’individuo, uomo o donna che sia (un esempio su tutti è Antoinette Altenwyl, citata di frequente come esempio del “buon ordine austriaco”) di strutturarsi all’interno di un fantasma condiviso, sia esso quello della nazione o quello, ben più insidioso, della solidarietà nella colpa.

Dai Männerstammtisch di Tra pazzi e assassini alla cristallizzazione dell’autorità nella figura impersonale del Padre-Assassino in Malina, la ripartizione di Bachmann tra la facciata rispettabile della società e il suo rovescio osceno dimostra che, come avrebbe spiegato Žižek qualche anno più tardi, a tenere insieme una comunità non è tanto “l’identificazione con la Legge che regola i ritmi quotidiani ‘normali’ della comunità, quanto piuttosto l’identificazione con una forma specifica di trasgressione della Legge. La comunità nazista si basava sulla stessa solidarietà nel senso di colpa derivante dalla partecipazione a una trasgressione comune: essa emarginava coloro che non erano pronti ad assumersi il lato oscuro dell’idilliaca Volksgemeinschaft, i pogrom notturni, le percosse agli oppositori politici – in breve, tutto ciò che ‘tutti sapevano, ma di cui non volevano parlare ad alta voce’”.

La figura del padre-prevaricatore in Malina può leggersi come una riproposizione delle proiezioni paterne che dopo il 1945 si sostituirono a Hitler nella psiche collettiva, rendendo la seconda parte del romanzo un allucinatorio “tentativo collettivo di rimozione dei tedeschi e degli austriaci nel dopoguerra”.
La solidarietà del gruppo dominante, della nazione, è rafforzata dal misconoscimento comune dei soggetti, dal momento che le regole non scritte che fanno da supporto al potere lo sostengono soltanto finché restano nell’ombra, finché mantengono una distanza rispetto alla trama simbolica visibile che ne costituisce il fondamento. Se l’esperienza del nazismo e dell’Olocausto è resa esplicita, come accade nella rappresentazione di Bachmann e, in seconda battuta, nella ricostruzione di Johnson, nella sua mappa della rimozione nella toponomastica e nella memoria collettiva di Klagenfurt, viene messa a nudo la Unfähigkeit zu trauern, l’incapacità di elaborare un lavoro del lutto e, per estensione, scrive Luigi Reitani nella sua postfazione a Un viaggio a Klagenfurt, “di investire energie nella politica dopo il tramonto del sogno criminale nel terzo Reich”.

La figura del padre-prevaricatore in Malina, allora, può leggersi come una riproposizione delle proiezioni paterne che dopo il 1945 si sostituirono a Hitler nella psiche collettiva, rendendo la seconda parte del romanzo un allucinatorio “tentativo collettivo di rimozione dei tedeschi e degli austriaci nel dopoguerra”, osserva la germanista Monika Albrecht. Il bisogno di assoggettarsi al padre e il tentativo (fallito) di conformarsi, sono gli impulsi opposti che attraversano l’io narrante nell’istante esatto dell’interpellanza: riconoscersi o meno come destinatario della chiamata ideologica permette al soggetto di strutturarsi all’interno di un sistema ideologico condiviso, sia esso quello della nazione o quello, ben più insidioso, della solidarietà nella colpa. La messa in scena del Traumkapitel non segna soltanto la rottura con la legge paterna; costituisce in primo luogo una cesura con l’organizzazione della realtà che permette alla legge e al suo supplemento osceno di prosperare.

Bachmann, però, si è spinta oltre l’accusa all’ideologia dominante e alle sue falle. Se di Malina si interpretano infatti la connivenza e l’accettazione della violenza patriarcale o delle autorità, di cui è complice anche l’amante Ivan, come un riconoscersi nel già citato buon ordine austriaco, è necessario chiedersi quale sia il significato della posizione dell’io narrante, su cui ricade la violenza dell’istituzione. La chiave è nel fallimento, nell’impossibilità di conformarsi a quanto richiesto dal fantasma ideologico, poiché esiste sempre un’esorbitanza, un eccesso del singolo rispetto alla costituzione, un eccesso che incarna la “discontinuità nel reale”. Il soggetto di Bachmann, e in un senso più ampio Bachmann stessa, incarna nella poetica ciò che sfugge all’inclusione nel sistema simbolico, sia esso quello della nazione o del linguaggio comune.

La sua produzione letteraria resiste all’interpellanza, aspira a “trovare frasi vere”, aggira la scelta forzata tra l’alienazione fondamentale, la definizione della propria esistenza attraverso i termini dell’Altro, e con la messa in scena del Traumkapitel squarcia le condizioni di realtà e separa il soggetto dal suo fantasma, scuote le fondamenta per consentire una ristrutturazione a monte del nostro universo simbolico in cui inscrivere un nuovo agire. Al di là dell’indiscusso merito poetico, nelle Todesarten Bachmann dimostra la propria lungimiranza nell’avventarsi contro la costituzione discorsiva del mito, di illustrare il coinvolgimento (inter)passivo degli individui del dopoguerra, privati della propria identità dalla narrazione collettiva, e presenta l’urgenza, nella morte simbolica dell’io, scomparso in una crepa nel muro e nella realtà, di passare per una destituzione soggettiva, l’esperienza radicale di chi si assume la responsabilità del proprio fantasma fondamentale, in un inesausto lavorio di cesellatura su quella scena primaria che dà forma al sogno, o meglio, alla possibilità di sottrarsi all’incubo.

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Le grandi aziende si sono stufate dell’open-source oppure sono semplicemente finiti i soldi?

#Gentoo cerca nuovi sponsor, #DigitalOcean chiude il suo programma di #crediti #opensource, #Google ridimensiona il bug bounty e #Microsoft interrompe il sostegno ai #maintainer. Sono casi isolati o il segnale di un cambiamento più profondo? Tra tagli, spending review e sostenibilità dei progetti, una domanda resta aperta: le grandi aziende si sono stufate dell’open-source oppure sono semplicemente finiti i soldi?
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L’esperimento spagnolo. Le tante luci di un’epopea proletaria

La Rivoluzione Spagnola è stato l’esperimento più avanzato nel superamento della società basata sulla proprietà privata e sul dominio del governo. Questa rivoluzione è stata soffocata dalle truppe nazionaliste guidate dal generale Francisco Franco il 1° marzo del 1939. I nazionalisti erano sostenuti da una coalizione internazionale di governi imperialisti guidata dal Regno Unito e dalla Francia, che ha appoggiato l’intervento militare della Germania e soprattutto dell’Italia.

Questa coalizione internazionale si è tradotta in un’interpretazione storica che ha condannato senza appello l’esperienza rivoluzionaria spagnola. Una condanna su cui concordano, sia pure con motivazioni diverse, gli storici reazionari, quelli liberali e quelli marxisti delle varie scuole.

L’esperimento rivoluzionario spagnolo, fin da quando era in corso, attirò su di sé le critiche delle componenti interclassiste, antiorganizzatrici e individualiste del movimento anarchico, critiche che spesso hanno messo in secondo piano il valore di quella esperienza.

Scopo di questo articolo è mettere in evidenza le conquiste del proletariato spagnolo, al di là degli errori e delle carenze che non inficiano i risultati raggiunti, e l’utilità degli insegnamenti provenienti dai settantasei anni di lotte che precedettero il 19 luglio 1936 per il proletariato di tutti i paesi, in marcia verso la rivoluzione sociale.

Mi limiterò ad alcune considerazioni. La prima, e la più importante, è che il modello organizzativo del proletariato spagnolo, basato su un’organizzazione politica anarchica e su un’organizzazione di massa autonoma da ogni partito e tendenzialmente unitaria, tanto che al suo interno convivevano diverse tendenze oltre a quella anarchica, ha sconfitto per tre volte il fascismo. La prima volta quando pose fine alla pratica del pistolerismo, cioè all’assassinio sistematico degli attivisti sindacali e dei militanti anarchici da parte di gangster assoldati dai capitalisti. Sotto i colpi dei pistoleros cadde anche Salvador Seguì, segretario della CNT (Confederación Nacional del Trabajo): Fu allora che esponenti del movimento anarchico e sindacale decisero di rispondere eliminando il capo della reazione antiproletaria, il cardinale Juan Soldevilla y Romero, arcivescovo di Saragozza. Un atto che seppe fermare la pratica del pistolerismo.

La seconda volta quando nel 1929 il dittatore Miguel Primo de Rivera fu costretto alle dimissioni e l’anno dopo cadde la monarchia. La terza volta quando il colpo di Stato dei generali contro la repubblica e il governo di fronte popolare, iniziato il 17 luglio 1936, fu sconfitto in gran parte della Spagna dalla pronta reazione popolare ispirata dalla Federacion Anarquista Iberica. Nel dibattito storico è stata spesso sottovalutata questa reazione: è stato sostenuto che, dal punto di vista militare, il colpo di stato sia stato sconfitto dallo schierarsi di alcune unità delle forze armate con il governo legittimo. Ritengo che proprio questo conferma l’importanza della reazione popolare, che ha creato il clima politico in cui i militari fedeli alla repubblica hanno potuto schierarsi con il movimento proletario.

Questa riflessione è tanto più importante se si pensa che negli stessi anni il fascismo si andava affermando, dopo l’Italia, in altri stati europei dove era presente un movimento operaio organizzato egemonizzato dalle componenti autoritarie come i partiti socialdemocratici e stalinisti. Le consecutive sconfitte del movimento operaio tedesco (1914 entrata in guerra della Germania, 1919 sconfitta della rivoluzione dei consigli, 1933 nomina di Adolf Hitler cancelliere del Reich) dimostrano l’incapacità dell’organizzazione autoritaria e burocratica di resistere alla reazione.

Un luogo comune, condiviso anche in ambito anarchico, è che lo stalinismo abbia sconfitto la rivoluzione libertaria in Spagna, provocandone la fine. In realtà lo stalinismo ha subito in Spagna una sconfitta da cui si sarebbe ripreso solo con la guerra mondiale.

Negli ultimi mesi del 1936 l’Unione Sovietica inviò ingenti aiuti alla Repubblica spagnola; questo ebbe dei contraccolpi nella situazione interna aumentando il peso del Partito Comunista, che assorbì le scarse forze socialiste in Catalogna dando vita al Partito Socialista Unificato della Catalogna, al tempo stesso estese la sua influenza sulla gioventù socialista, che si unì a quella comunista. Il partito comunista divenne il punto di riferimento della borghesia e di quanti volevano porre fine alle collettivizzazioni e alle esperienze autogestionarie nelle campagne e nelle fabbriche. Uno dei cavalli di battaglia degli stalinisti, frutto del loro schematismo marxista oltre che della politica interclassista di Stalin, era la situazione in Aragona, descritta come una regione terrorizzata dalla dittatura anarchica. Non si riusciva a capire come una regione abitata soprattutto da contadini piccoli proprietari e dove la penetrazione dell’anarchismo era minima avesse potuto dar vita ad una miriade di collettività agricole, se non con la violenza delle milizie confederali provenienti da Barcellona. Nel maggio del 1937 si svolsero quindi una serie di attacchi sia a Barcellona che in Aragona, che danno l’impressione di un piano preordinato volto a tener bloccato a Barcellona il grosso delle forze rivoluzionarie, mentre le forze dell’esercito regolare, guidate dallo stalinista Lister, provvedevano a sciogliere il consiglio di difesa dell’Aragona e a distruggere le collettività. I contadini, liberati dal “comunismo di guerra” imposto dagli anarchici, avrebbero cessato di approvvigionare la ribelle Barcellona, che sarebbe stata costretta ad allinearsi alla disciplina moscovita. Il successo militare del piano, accompagnato dall’imprigionamento e dall’assassinio di tanti militanti rivoluzionari, fra cui Camillo Berneri e Francesco Barbieri, si tradusse in una sconfitta politica: una volta tornate al fronte le truppe di Lister, le collettività si formarono di nuovo, tanto che Barcellona continuò ad essere rifornita dall’Aragona. Questo segnò la sorte della Repubblica, perché le potenze imperialiste si convinsero che solo le truppe nazionaliste, con la loro ferocia, avrebbero posto fine all’esperimento rivoluzionario, e che lo stalinismo non era in grado di controllare il movimento operaio occidentale, e preferirono allearsi con i governi fascisti, arrivando a regalare loro la Cecoslovacchia, in cambio del sostegno militare a Franco.

È bene ricordare, infine, che le uniche vittorie militari della Repubblica sono state ottenute grazie all’azione del movimento anarchico e delle milizie confederali: la sconfitta del colpo di stato, nei giorni immediatamente seguenti il 17 luglio, la liberazione dell’Aragona grazie alle milizie confederali, la liberazione di Teruel, nel dicembre del 1937, compiuta dalle divisioni dell’Esercito popolare eredi delle milizie confederali. La leggenda secondo cui l’indisciplina degli anarchici avrebbe provocato la sconfitta della Repubblica è quindi priva di fondamento. È stata piuttosto l’insipienza dei militari di professione, assieme ai tradimenti degli stalinisti, a provocare il crollo del sostegno alla Repubblica.

L’esperimento spagnolo è quindi un punto di riferimento del movimento di emancipazione in tutto il mondo. Questo è vero, oltre che dal punto di vista storico, anche dal punto di vista concreto: basti pensare agli esuli spagnoli nel Nord Africa che collaborarono con la lotta di liberazione algerina dal dominio francese, o all’esperienza di Cuba. I fratelli Castro, esuli in Messico dopo il fallito assalto alla Caserma Moncada a Santiago di Cuba, si rifugiarono in Messico dove strinsero rapporti con le organizzazioni degli esuli spagnoli, da cui ebbero aiuti in materiali ed uomini, per organizzare la successiva spedizione del “Granma”, che diede il via alla liberazione di Cuba dalla dittatura di Batista.

Come si dice che la Comune di Parigi rappresenta la forma finalmente scoperta dell’organizzazione sociale che sostituirà la società basata sul dominio politico ed economico, così si può dire che l’esperimento spagnolo ci indica la strategia che, attraverso la sconfitta del fascismo, porta alla rivoluzione sociale. Una strategia basata sull’organizzazione autonoma delle classi sfruttate; autonoma dalle influenze borghesi ma anche dai partiti che la vogliono usare per andare al governo. E all’interno di questa l’organizzazione rivoluzionaria anarchica che opera per diffondere l’ideale dell’avvenire nei settori più combattivi del proletariato.

Tiziano Antonelli

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Istigazione alla cura. La medicina sotto l’attacco razzista del governo

Con questo articolo le Collettive Brigate Basaglia mostrano la totale solidarietà a colleghi, colleghe e altre persone indagate per aver fatto quello che dovrebbe essere il gesto più semplice e naturale della medicina: guardare una persona prima ancora del suo documento, ascoltare una sofferenza prima ancora della sua posizione amministrativa, riconoscere un essere umano prima ancora di una categoria giuridica. Già, proprio così: la Procura di Ravenna ha indagato di recente oltre 20 professionisti sanitari in tutta Italia (circa 23-24 medici) con l’accusa di aver emesso falsi certificati di non idoneità per impedire il trattenimento di migranti irregolari nei CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio).

Forse mancava solo questo. Dopo il reato di solidarietà, dopo il reato di soccorso in mare, o a chi attraversa un confine senza il permesso o senza un conto in banca abbastanza consistente, arriva finalmente il nuovo grande pericolo per l’ordine pubblico italiano: l’istigazione alla cura!
Perché se il personale medico osa fare quello per cui dovrebbe esistere la medicina — guardare una persona, ascoltare la sua sofferenza, valutare la sua vulnerabilità — allora forse, qualcosa nella macchina istituzionale “democratica” si è inceppato..
Ma forse la questione più profonda non riguarda soltanto i CPR, il personale medico o un singolo procedimento giudiziario. La questione riguarda un problema ancora più grande, l’esistenza stessa di strutture amministrative o detentive costruite attorno all’assurda idea che alcuni esseri umani possano trovarsi fuori posto (soprattutto se poveri).
Ma fuori posto rispetto a cosa? Rispetto a una linea tracciata su una mappa da quattro burocrati. Rispetto a un confine deciso nella storia. Rispetto a un documento che stabilisce chi può muoversi liberamente (soprattutto se pieno di soldi) e chi invece deve dimostrare continuamente di avere il diritto di stare da qualche parte. La guerra ai migranti poveri agita dai governi ad ogni latitudine è realtà anche per la “democrazia europea”, non un errore di percorso!

Il problema non è soltanto il modo disumano con cui questi lager, definiti strutture “amministrative”, vengono gestiti e su cui abbiamo già detto abbastanza. Il problema è proprio il principio stesso secondo cui un essere umano possa diventare irregolare, invisibile, sospeso, semplicemente perché nato dall’altra parte di una frontiera, o perché “povero”, o perché non bianco abbastanza, o non cristiano abbastanza.
Prima ancora dei CPR esiste questa maledetta dottrina: quella secondo cui il mondo sia diviso in territori appartenenti a Stati-nazione e che dentro questi territori alcune persone siano considerate legittime e altre temporaneamente tollerate, controllabili, espellibili.
È proprio dentro questa logica disumana che nasce la contraddizione più profonda, dove la medicina viene chiamata a certificare non la salute, ma la capacità di una persona di sopportare una condizione che può danneggiare la salute. Infatti, come viene affermato ampiamente anche dalla rete “Mai più lager- NO ai CPR”, di cui fanno parte alcuni dei medici accusati, è riconosciuta ormai la patogenicità, ovvero la capacità di questi centri di detenzione, di creare malattie e danni. La sola permanenza in un CPR, a causa delle condizioni profondamente dannose documentate e testimoniate, può portare infatti a gravi compromissioni della salute. Ciò è tristemente ironico, se si pensa che per definizione legislativa, in questi centri “lo straniero deve essere trattenuto con modalità tali da assicurare la necessaria assistenza ed il pieno rispetto della sua dignità”.

Ormai non è più sufficiente che una persona venga privata della libertà dentro un CPR. Non è più sufficiente che il suo corpo venga inserito dentro un dispositivo amministrativo costruito per rendere possibile l’espulsione. Ora quel corpo deve anche essere dichiarato compatibile con quella condizione assurda e disumana, la repressione chiama dunque la medicina ad essere collaborazionista di tutto ciò.
E qui emerge il paradosso. La medicina dovrebbe porsi una semplicissima domanda clinica: di cosa ha bisogno questa persona per stare meglio?
E invece non basta! In questi contesti la stessa medicina è chiamata anche a porsi ulteriori domande, domande di natura politica: questa persona può essere ficcata dentro l’ingranaggio disumano che lo Stato centrale ha deciso per lei senza che crei troppi problemi?; la possiamo rendere invisibile e farla morire dentro la democrazia istituzionale della fortezza Europa senza che alzi troppa polvere, e anzi, raccattando pure qualche voto sul suo corpo?

La recente vicenda, che vede altri clinici indagati su tutta Italia (che si aggiungono a quelli di Ravenna di inizio anno) per aver certificato la non idoneità di alcune persone migranti destinate ai CPR, non riguarda soltanto un procedimento giudiziario. Riguarda bensì una questione molto più ampia: quale ruolo viene assegnato alla medicina dentro una società che si definisce democratica?
Il medico deve essere un garante della persona oppure un ingranaggio amministrativo incaricato di rendere funzionale un sistema di detenzione?
Dati ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno più volte evidenziato come la detenzione amministrativa delle persone migranti rappresenti un fattore di rischio per la salute mentale e fisica, soprattutto quando si combina con isolamento, incertezza sul futuro, esperienze traumatiche precedenti e condizioni ambientali difficili.
La medicina non può essere chiamata soltanto a verificare se un corpo sia abbastanza resistente da sopportare una condizione patologica. Altrimenti il medico non cura più il danno: certifica la capacità del corpo di subirlo.
Ed è proprio qui che il problema diventa politico. Perché se un luogo è fonte di sofferenza, la risposta sanitaria non dovrebbe essere aumentare la capacità delle persone di resistere dentro quel luogo. La risposta sanitaria dovrebbe interrogarsi sull’esistenza stessa di quel luogo.
I CPR non sono ospedali. Non sono strutture terapeutiche. Sono luoghi di privazione della libertà. La loro particolarità è proprio questa: una persona può essere privata della libertà senza aver commesso un reato penale, ma perché si trova in una condizione amministrativa considerata irregolare. Eppure, il corpo umano non distingue tra una cella chiamata carcere e una stanza chiusa chiamata centro di permanenza. Il corpo conosce soltanto l’esperienza concreta, cioè il maledetto isolamento da tutti e da tutto, la perdita di controllo sulla propria vita, l’impossibilità di scegliere, la paura dell’espulsione, la sospensione del futuro.
Negli anni sono emersi numerosi episodi di autolesionismo, tentativi suicidari e suicidi compiuti all’interno dei CPR. Il caso di Ousmane Sylla, morto suicida nel CPR di Ponte Galeria nel 2024, è diventato uno dei simboli delle criticità legate alla salute mentale nei centri. Non è un dettaglio marginale.

In medicina detentiva, il gesto autolesivo non è semplicemente un comportamento individuale, ma spesso rappresenta un chiaro segnale comunicativo di un contesto che sta producendo sofferenza. Quando molte, tantissime persone, dentro lo stesso ambiente manifestano disperazione, la questione non ha alibi, e non può essere ancora e soltanto sul “come controllare queste persone”. La questione dovrebbe essere: che cosa sta facendo questo ambiente alle persone che vi vengono inserite?
Un altro elemento inquietante riguarda il fiume di psicofarmaci dentro i CPR. Diverse relazioni e osservazioni indipendenti hanno segnalato nei CPR un utilizzo significativo di farmaci sedativi e psicofarmaci. Naturalmente, ogni trattamento farmacologico dovrebbe essere valutato caso per caso e può rendersi effettivamente necessario, se in presenza di specifiche condizioni cliniche.
Ma esiste una questione più generale: quando una persona soffre perché è inserita in un ambiente che produce angoscia, paura e perdita di controllo, la risposta è sedare la persona, oppure modificare tutto l’ambiente che genera quella sofferenza?
La storia della psichiatria ci ha insegnato proprio questo: per decenni abbiamo chiamato “malattia individuale” ciò che spesso era anche e soprattutto prodotto di istituzioni, rapporti sociali e condizioni di vita disumane e opprimenti.
Basaglia lo aveva mostrato con chiarezza. Il problema non era soltanto la sofferenza mentale, ma il modo in cui una società decideva di organizzare la risposta a quella sofferenza.
La questione dei medici dei CPR è quindi una questione deontologica, prima ancora che giudiziaria. Il medico non è chiamato a certificare che un sistema funzioni, è chiamato a valutare una persona. La differenza sembra piccola, ma cambia tutto. Quando la logica amministrativa diventa dominante, il rischio è che la salute venga trasformata in un semplice requisito tecnico: un timbro necessario affinché una procedura burocratica possa continuare.

Ma la medicina non dovrebbe essere una pratica di adattamento dei corpi alle maledette esigenze delle istituzioni. La medicina dovrebbe ricordare alle istituzioni che esistono limiti che nessuna procedura amministrativa può cancellare. La medicina non è mai stata neutrale, lo sappiamo. Nel corso della Storia è diventata più volte strumento di classificazione, esclusione, controllo e violenza, soprattutto verso categorie oppresse socialmente, come donne e persone razzializzate. Al contrario, ci sono stati momenti in cui invece ha scelto la parte della persona contro l’apparato.
Medici che durante il fascismo falsificarono documenti per salvare vite. Medici che denunciarono la violenza dei manicomi. Operatori sanitari che durante il G8 di Genova curarono persone colpite durante le proteste, a prescindere da qualsiasi altra valutazione, proprio perché nella deontologia medica è da sempre presente il diritto alla cura della persona, chiunque essa sia.
Forse un giorno il problema non sarà ricordato come “il caso dei medici che ostacolavano i CPR”. Forse verrà ricordato come il momento in cui una società ha dovuto scegliere se la medicina dovesse servire i corpi, oppure i dispositivi europei “democratici e attenti ai diritti umani” costruiti per governare i corpi.
Ed è qui che sta il paradosso. In un sistema in cui la sofferenza viene amministrata e somministrati, chi prova a curarla rischia di diventare il problema. E allora sì, forse arriverà davvero il giorno in cui dovremo difenderci dal nuovo reato di istigazione alla cura. Anzi, è già arrivato.
La colpa? Aver continuato a vedere esseri umani dove altri vedevano pratiche da smaltire. Ma la nostra sopportazione finisce qui!

Siamo stanc* di assistere all’ennesimo abuso di logiche autoritarie dentro strutture che si definiscono democratiche, ma che continuano a permettere e a promuovere forme di violenza, controllo e oppressione sulle persone più vulnerabili.
E allora la cura, da sola, non basta! Curare non può significare soltanto intervenire sul dolore quando il dolore è già stato prodotto. Curare significa anche riconoscere insieme ciò che quel dolore lo genera, nominarlo, contrastarlo, costruire legami capaci di impedire che venga continuamente riprodotto. Per questo la cura deve diventare azione collettiva.
Oggi non basta più al personale medico dire “e mi no firmo” come disse Basaglia in occasione del suo primo giorno come direttore del manicomio di Gorizia nel 1961. La responsabilità non può essere lasciata al singolo medico/a che si trova davanti a un certificato da firmare. Se il problema è strutturale, anche la risposta deve esserlo.
Chiediamo a tutte le cliniche e a tutti i clinici, alle attiviste e agli attivisti e a chiunque continui a credere nella dignità umana, di rompere queste gabbie burocratiche nel modo che ritiene più giusto.
Mettiamo bombe di cura dappertutto. Bombe che non esplodono, ma che aprono crepe nei muri dell’indifferenza. Bombe fatte di solidarietà, presenza, mutuo aiuto, disobbedienza professionale e responsabilità condivisa. Bombe che bruciano simbolicamente i documenti inutili, quelle categorie e quelle procedure che non proteggono le persone, ma servono soltanto a separarle, classificarle, renderle espellibili e meno umane. Bombe che facciano saltare in aria simbolicamente quelle catene burocratiche che servono soltanto a creare confini artificiali tra gli esseri umani.
Non dobbiamo distruggere nulla, se non l’idea, propinata dalle istituzioni, che una persona possa essere considerata meno umana di qualcun’altra.
Ciò che dovrebbe esplodere è l’amore che abbiamo dentro di noi, che ci permetta di riconoscere nell’altra persona non un problema amministrativo, ma una vita, un cuore che ama, e che invece si sta spegnendo dentro una cella a due passi da casa nostra.

La cura non è soltanto ciò che accade tra un professionista e una persona. La cura accade anche quando una comunità decide che nessuno debba essere lasciato solo davanti al potere oppressivo. Accade quando un medico rifiuta di firmare ciò che ritiene ingiusto e altri medici gli stanno accanto. Accade quando un’attivista denuncia un abuso e altre persone fanno in modo che quella denuncia non venga soffocata. Accade quando trasformiamo la solidarietà da sentimento privato a pratica organizzata.
Non dobbiamo far esplodere nulla, se non il silenzio opprimente, la rinuncia devastante che ci circonda e ci uccide da dentro.
Quello che deve esplodere è la capacità collettiva di prenderci cura gli uni degli altri. Perché, quando la cura diventa collettiva, smette di essere soltanto assistenza e diventa resistenza e quando quest’ultima pulsa, vibrante di un diffuso sentimento di libertà, diventa rivoluzione!
Non lasciamo che queste parole finiscano solo su questa carta!
Scriviamo lettere ai nostri ordini professionali, se questo è lo strumento che abbiamo a disposizione. Scriviamo su milioni di altri fogli, scriviamo sul corpo, sui muri, sulle strade, sulle porte e sui portoni! Facciamo sentire la nostra voce, gridiamo, ma gridiamo forte! Facciamo uscire il dolore, facciamo uscire l’umanità repressa dalla burocrazia delle istituzioni totalitarie. Organizziamoci nei luoghi di lavoro. Costruiamo reti tra professionisti e amici. Rendiamo pubbliche le contraddizioni. Sosteniamo chi si espone. Non lasciamo solu chi rifiuta di trasformare la propria professione in un ingranaggio amministrativo. Ma facciamolo con il cuore e con la calma rabbia! Non siamo sole! Solidarietà.

Brigate Basaglia

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65 anni dopo la Marcia di Aldo Capitini la nuova Mozione del popolo della pace: un’altra difesa ora è davvero possibile

Il 24 settembre del 1961 un’inedita esperienza di nonviolenza popolare si svolse tra Perugia ed Assisi: la Marcia della pace per la fratellanza tra i popoli. Una marcia alla quale Aldo Capitini pensava da anni che passò alla fase organizzativa in quella drammatica estate, mentre a Berlino veniva innalzato il muro che avrebbe diviso per [...]

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CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA

Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?

Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta.
Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana.
Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.

Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran.
La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…

Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro.
L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga.
In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.

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