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Le Big Tech sono meno regolamentate di una tazzina di caffè

Viviamo in un’epoca di infinite promesse tecnologiche. Giorno dopo giorno, le persone più intelligenti si inventano nuove idee che sperano saranno d’aiuto per vivere una vita migliore alle persone in tutto il mondo. C’è un flusso costante di nuove scoperte, di servizi intelligenti o prodotti ingegnosi, ognuno dei quali può essere il punto di svolta che cattura la nostra immaginazione. Amo Internet e continuo a essere stupita da come le nuove invenzioni, spinte dal desiderio di risolvere problemi, spingano il progresso in avanti: quando l’IA rende la cura dei tumori più precisa, puntuale, mirata; quando la tecnologia migliora l’efficacia dei processi agrari risparmiando acqua o usando meno pesticidi; o quando gli standard di crittografia per la tutela della privacy diventano la norma grazie alle app di messaggistica popolare come Signal. Internet ha sbloccato la conoscenza e le connessioni tra persone riducono le distanze ed espandono gli orizzonti.

Ma la dimensione umana, lo spirito comunitario della tecnologia e di Internet aperta si riducono. Queste rimarchevoli innovazioni sono invece sfruttate da una crescente fame di ricavo e profitti delle imprese. Poiché le aziende sono continuamente alla ricerca della crescita, la maggior parte delle persone online sono trattate come consumatori anziché come cittadini. E per le aziende che hanno già trasformato le loro valutazioni dall’ordine dei miliardi a quello delle migliaia di miliardi di dollari, può sembrare di essersi prese tutto il mondo online. In molti Paesi, Internet è già sinonimo di giganteschi social media e di piattaforme come Instagram, WeChat, Weibo e YouTube.

Il golpe della tecnologia che trasferisce il potere dalle istituzioni democratiche pubbliche alle aziende deve terminare. Negli strati digitali della nostra vita vediamo la privatizzazione di tutto, tutto a spese della responsabilità e della governance democratiche. Il rischio di una tirannia da parte della governance della tecnologia delle imprese è reale. I produttori di software promettono di rendere sicure le reti vitali che sono state violate con conseguenze minime. I giganti della tecnologia presentano offerte in maniera anonima per usare spazi pubblici e risorse per scopi privati. Sorprendentemente, le aziende con capacità di intelligence maggiori di quelle degli Stati sono meno regolamentate di una tazza di caffè.

Spesso sento obiezioni da parte dei tecnologi che suonano pressappoco così: se i nostri prodotti e servizi sono benevoli e risolvono alcuni dei problemi più radicati al mondo, perché dobbiamo essere regolamentati? Anche supponendo che ciò sia vero – e il dubbio è lecito – il controllo pubblico continuo di qualsiasi settore importante è un fondamento dello Stato di diritto. L’occhio vigile delle autorità di controllo garantisce che il piano di gioco sia livellato e tutti i giocatori corretti. Invece, oggi i governi democratici sono spinti ai margini, o, piuttosto, gli hanno permesso di farsi estromettere.

Questa è una tragedia per i cittadini; in sostanza, se qualcosa va male, sono loro a pagare il conto. Quando decine di milioni di posti di lavoro sono messe a rischio dall’IA, gli azionisti delle imprese ne trarranno vantaggio, mentre il prezzo della disoccupazione o della riqualificazione ricadrà sulle spalle della società. Nel momento in cui queste esternalità negative emergeranno, la borsa del pubblico sarà presto vuota. Analogamente, quando i diritti delle persone non sono tutelati mentre si usa la tecnologia, il sistema giuridico li trascura.

La discriminazione basata su categorie sensibili come età, genere, etnia, orientamento sessuale e religione è vietata nella maggior parte delle giurisdizioni democratiche, ma vengono commercializzati i nuovi sistemi di riconoscimento facciale che sono noti per la continua discriminazione. Le domande relative fino a che punto le applicazioni dell’IA rispettano le leggi antidiscriminazione non hanno ricevuto risposte soddisfacenti.

Il golpe della tecnologia sta riscrivendo il contratto sociale tra lo Stato democratico e i suoi cittadini. La digitalizzazione era un ambito della policy, ma si è rapidamente tramutata in un livello che riguarda tutto. La tecnologia ormai fa parte della politica dell’istruzione, di quella della sanità e della sicurezza nazionale. Essa cambia il modo con cui accediamo alle notizie e se quello che vediamo con i nostri occhi può essere o meno creduto. Essa influenza la sicurezza dei nostri risparmi personali e quelli dell’intera nazione. L’impatto di questa transizione di responsabilità dal pubblico al privato è di vasta portata. Esso significa che lo Stato non è più in grado da solo di produrre una politica monetaria, garantire il diritto alla privacy o di garantire la sicurezza nazionale.

Tratto da “Il colpo di stato delle Big Tech”, di Marietje Schaake, ed. FrancoAngeli, pp. 303, 36,00€

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