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Dopo la partecipazione allo SPIEF di San Pietroburgo, il nostro Partito è stato invitato mercoledì 10 giugno presso Villa Abamelek, residenza dell’Ambasciatore della Federazione Russa in Italia, in occasione del concerto dell’Ensemble Nikolaj Osipov e dei giovani solisti dell’Orchestra Accademica Nazionale degli strumenti popolari russi, organizzato per celebrare la Giornata della Russia.
A rappresentare il Partito Comunista è stata la compagna Daniela Mosca, già presente nei giorni precedenti a San Pietroburgo per i lavori dello SPIEF, importante appuntamento internazionale dedicato ai temi dello sviluppo economico, della cooperazione e del dialogo tra i popoli.
Si tratta di un significativo riconoscimento del lavoro internazionale che il Partito Comunista sta portando avanti e, al tempo stesso, di un’ulteriore occasione per rafforzare relazioni, confronto e cooperazione tra nazioni e popoli.
In un contesto internazionale segnato da tensioni e conflitti, continuiamo a sostenere con determinazione la necessità della pace, del dialogo e della collaborazione reciproca, contrapponendoci alle politiche di riarmo e all’escalation militare promosse da Unione Europea e NATO.
Riteniamo che le risorse pubbliche debbano essere destinate al rafforzamento della sanità, della scuola, della ricerca, del lavoro e del welfare, e non a una nuova corsa agli armamenti che rischia di compromettere il futuro dei popoli europei.
Continueremo a portare avanti, in Italia e a livello internazionale, il nostro impegno per un mondo multipolare fondato sul rispetto reciproco, sulla cooperazione tra i popoli e sulla pace.
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La catena di eventi che si snoda a partire dalla guerra tra Russia e Ucraina, passando attraverso i tragici fatti del 7 ottobre 2023 con l’attacco di Hamas ad Israele, per arrivare allo scontro tra gli Stati Uniti e l’Iran, nato dal contenzioso sul programma atomico e sfociato nel blocco del corridoio energetico dello stretto di Hormuz, ha evidenziato la fragilità dei tradizionali modelli di previsione strategica.
Questo perché le analisi delle sempre più frequenti crisi sistemiche globali, si sono sempre concentrate maggiormente solo su variabili quantitative, quali i flussi logistici, i budget militari o le asimmetrie tecnologiche, trascurando, invece, le visioni qualitative della complessità ed il conseguente fondamentale assunto, ovvero “more is different”, il “tutto è maggiore della somma delle singole parti”.
Dunque, possiamo dire che l’attuale instabile scenario mondiale sta riportando al centro del dibattito due fattori da troppo tempo sottovalutati, quali la:
leadership e la sua capacità di governare l’incertezza;
cultura d’intelligence, intesa non solo come mero oggetto di sicurezza, ma come imprescindibile disciplina della conoscenza strategica.
Per comprendere l’importanza di questi due elementi gestionali delle crisi, è necessario abbandonare la visione, per così dire, lineare della politica internazionale ed analizzare i teatri geopolitici attraverso la lente della teoria dei sistemi complessi.
Oltre la linearità, l’orlo del caos e i sistemi adattativi complessi
Questo approccio, si rende necessario perché una crisi geopolitica odierna, in una società contemporanea fluida, veloce, poliedrica, non è un problema complicato risolvibile scomponendone i singoli aspetti in forme sempre più elementari, magari grazie ad un algoritmo sequenziale, ma è, a tutti gli effetti, l’affrontare la realtà di un sistema adattativo complesso, costituito da una miriade di reti instabili di attori statuali e non, in continua interazione ed auto-organizzazione tra loro, dove le azioni di un singolo elemento generano effetti non lineari ed imprevedibili ex-ante, sull’intero scacchiere planetario.
In questo contesto dominato dall’incertezza e dall’imprevedibilità, il modello classico di leadership verticale e d’intelligence burocratico è destinato a sicuro fallimento.
Il futuro di una governance strategica lungimirante, quindi, deve collocarsi in una zona intermedia che potremmo definire con un concetto caro agli scienziati dei sistemi complessi, come “orlo del caos”, per evitare che troppo ordine e rigidità decisionale conducano alla paralisi del sistema, così come l’assenza di direzione porti alla disintegrazione del contesto.
Infatti, in questa cornice di perenne instabilità, il leader geopolitico moderno non è colui che pretende di prevedere e pianificare l’imprevedibile, ma colui che accetta la complessità e sviluppa una spiccata capacità di lettura dei segnali deboli, per navigarla in tempo reale.
Così parimenti, l’operato generato dalla cultura d’intelligence deve assumere un ruolo cardine, diventando lo strumento primario per decodificare le guerre asimmetriche, le manovre finanziarie occulte che accompagnano e presagiscono i conflitti globali, per garantire la resilienza dello Stato e degli asset strategici nazionali, dotando sia il decisore politico che quello privato di moderni sistemi di anticipazione del futuro.
Geostatisti, ridondanza e lungimiranza progettuale
Quindi, per entrare ancora di più nel dettaglio delle considerazioni finora esposte, occorre sottolineare che la prima dote di una leadership performante nell’ambito delle perigliose acque della scena internazionale, consiste nella capacità di saper promuovere la ridondanza e la flessibilità strategica, con una visione del futuro progettuale di lungo periodo, superando così l’esasperazione dell’efficienza immediata e del consenso a breve termine, che tanto indebolisce le democrazie occidentali.
Spetta ai cosiddetti “geostatisti”, così come definiti dall’economista Paolo Savona, ossia di persone capaci di vedere lontano, al di là dell’oggi e delle loro nazioni e di saper costruire assetti internazionali che prevengano le crisi economiche e propizino lo sviluppo dell’intero Pianeta.
Le scelte di un buon geostatista, infatti, devono essere ispirate ad una sana realpolitik, ma l’itinerario della sua azione deve essere altrettanto chiaro sulla traccia della ragione dei molti, come pretende la democrazia e non dei pochi, come inevitabilmente accade negli autoritarismi.
Dunque, esattamente come i grandi attori industriali hanno dovuto reintrodurre margini di sicurezza per proteggere la propria catena del valore dalle turbolenze geopolitiche, un’avveduta leadership politica deve saper costruire strutture istituzionali resilienti, capaci di assorbire shock imprevisti, senza collassare.
Logiche oloniche e reti decisionali molecolari
In secondo luogo, deve tenere a mente la necessità di muoversi secondo logiche oloniche, alla stregua di un sistema organizzato in grado di prendere decisioni ed attuarle, interagendo con gli altri elementi del sistema su base negoziale, dal momento che le crisi odierne – energetiche, cibernetiche, asimmetriche, militari, informative – si sviluppano in modo molecolare.
Il concetto di olone, infatti, definisce un’entità che è simultaneamente un tutto autonomo nel proprio ambito operativo e la frazione inscindibile di un disegno superiore ed in un sistema adattativo complesso, al quale paragoniamo una crisi internazionale globale, l’approccio olonico permette di superare la rigidità delle gerarchie tradizionali senza cadere nell’anarchia decisionale, coniugando il ‘massimo dell’autonomia locale con la massima coerenza strategica globale.
Per affrontare con successo le turbolenze globali, un leader saggio non deve accentrare ogni singola decisione all’interno di una rigida burocrazia piramidale, ma deve, invece, saper coordinare tutta una serie di nodi autonomi e specializzati – diplomazia, forze armate, intelligence, attori economici – in maniera tale da preservare l’agilità operativa economica e tattica, facendo agire tutte le componenti in modo sinergico, verso un obiettivo comune.
Parimenti la cultura d’intelligence deve essere in grado di garantire la resilienza dello Stato dotando il decisore politico di moderni sistemi di anticipazione del futuro, in quanto nel mare pericoloso del complesso quadro geopolitico internazionale, anticipare non significa meramente profetizzare linearmente un singolo scenario, bensì mappare tutte le gamme dei futuri possibili, attraverso l’analisi dei segnali deboli e lo sviluppo di modelli predittivi dinamici.
L’avvento dell’Intelligenza Artificiale e la centralità del fattore umano
Attualmente a questo fine, dunque, ci troviamo di fronte all’avvento dell’intelligenza artificiale che offre ai decisori strumenti informativi senza precedenti, capaci di elaborare miliardi di dati al secondo, offrendo una mole infinita d’informazioni, estendendo i conflitti in dimensioni sempre più vaste e multifattoriali.
In questo ambito quindi, sia la leadership che la cultura d’intelligence devono attribuire la centralità assoluta del loro agire al fattore umano, fungendo entrambe da “sensore di confine”, mappando le interconnessioni e decodificando le minacce, in modo tale da attribuire la sintesi finale e le scelte morali agli esseri umani reali.
Infatti, nessun algoritmo o IA può sostituire l’intuizione geopolitica, il giudizio etico e la sensibilità interpretativa che scaturiscono da una leadership e da apparati d’intelligence in cui l’elemento umano è ancora prevalente, poiché se le macchine eccellono nel calcolare le probabilità all’interno di schemi predefiniti, solo gli uomini possiedono la plasticità cognitiva necessaria per decidere “sull’orlo del caos”, per trasformare l’informazione in visione e la visione in azione sovrana, convertendo così il disordine globale in un’opportunità di resilienza e stabilità per l’intero sistema delle relazioni internazionali.
In conclusione è bene rammentare, ad ognuno di noi, che non si può comprimere il futuro o semplificarlo in illusioni di previsione, si possono solo costruire scenari affinché esso non ci trovi impreparati e, come la storia insegna, raggiungere lo sviluppo non significa garantirsi un futuro radioso, perché bisogna saperselo mantenere.
Cresce l’attenzione internazionale attorno alla partecipazione del Partito Comunista allo SPIEF 2026 di San Pietroburgo.
La nostra compagna Daniela Mosca è stata infatti intervistata da Russia Today, in un’importante occasione per dare visibilità alla presenza del nostro Partito e per illustrare le nostre proposte sui temi della pace, della cooperazione tra i popoli e dello sviluppo economico.
In un contesto internazionale segnato da tensioni e conflitti, continuiamo a sostenere la necessità di un mondo multipolare fondato sul dialogo, sul rispetto reciproco tra le nazioni e sulla collaborazione economica come strumento di progresso e stabilità.
Portiamo allo SPIEF il contributo del Partito Comunista, convinti che pace, sovranità e sviluppo siano condizioni indispensabili per costruire un futuro migliore per tutti i popoli.
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Con la partecipazione al III Forum Antifascista di Mosca, il nostro Partito non ha fatto mancare il proprio sostegno ai popoli del Donbass.
Il nostro Vicesegretario Generale ha infatti incontrato Boris Alekseevich Litvinov, Primo Segretario del Comitato Regionale di Donetsk del Partito Comunista della Federazione Russa, leader del gruppo parlamentare del KPRF nel Consiglio Popolare della Repubblica.
L’incontro è stata l’occasione per dimostrare tutta la nostra solidarietà internazionalista e sviluppare progetti di collaborazione futuri.
Nella foto è presente Renate Koppe responsabile Internazionale del Partito Comunista Tedesco – DKP, nostro partito fratello.
Continua il lavoro internazionale del Partito Comunista.
In questi giorni la compagna Daniela Mosca è presente allo SPIEF 2026 di San Pietroburgo, uno dei più importanti forum economici internazionali.
Proprio nella giornata di oggi, la nostra compagna ha avuto modo di incontrare Marija Zacharova, Direttrice del Dipartimento Informazione e Stampa del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa.
Nel corso dell’incontro, Daniela Mosca ha presentato le proposte del Partito Comunista sui temi dello sviluppo economico in un mondo multipolare, della cooperazione tra i popoli e della costruzione di un ordine internazionale fondato sulla pace, sul rispetto reciproco e sulla sovranità delle nazioni.
Il confronto internazionale e il dialogo tra i popoli restano strumenti fondamentali per costruire un futuro di pace, sviluppo condiviso e cooperazione tra gli Stati.
Lo SPIEF 2026 prosegue intanto regolarmente, nonostante il tentativo del governo di Kiev di ostacolare lo svolgimento del Forum, confermando ancora una volta la volontà di dialogo e confronto internazionale dei Paesi partecipanti.
L’ipocrita accusa del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti emessa il 20 maggio contro Raùl Castro Ruz, generale dell’esercito e personalità tra le più rappresentative della Rivoluzione cubana, non ha soltanto i tratti dell’arroganza impunita di chi si sente forte e al di sopra del diritto, ma forse vuole anche essere un tentativo di dare un tocco di legittimità al criminale embargo che dura da decenni e alle ancor più vergognose misure coercitive che in questi ultimi mesi hanno colpito la popolazione inerme (240 da gennaio). La popolazione è stata soffocata da un feroce blocco energetico imposto dalla potenza egemone, il cui unico risultato sembra essere stato quello di aver fatto precipitare la quasi totalità delle masse lavoratrici ad un livello di quasi sussistenza, incalzate dalla pressante urgenza di reperire beni di prima necessità e dalla minaccia costante di un’aggressione armata.
Una lettura unilaterale, assai poco conforme al contesto in cui si svolsero i fatti, un’incriminazione priva di alcun valore legale (anche a prenderlo per vero) e di una giurisdizione in cui poterla applicare, vorrebbe far giustizia in merito a un episodio che nel 1996 portò all’abbattimento di due velivoli facenti capo a Brothers to the Rescue, organizzazione che opera con metodi violenti e ha sede a Miami. L’abbattimento avvenne dopo ripetuti sconfinamenti e violazioni dello spazio aereo cubano, infrazioni più volte segnalate dalle autorità dell’isola agli enti governativi statunitensi e da questi ripetutamente ignorati; sintomo, quantomeno, di una certa complicità se non di una vera e propria pianificazione e sovvenzione; una condotta, tra l’altro, che si inscrive nella lunga traiettoria costellata di attentati, sabotaggi e tentativi di aggressione che il governo degli Stati Uniti ha messo in opera da che nel gennaio del 1959 il socialismo di stato è stato imposto quale religione ufficiale. Un ultimo – per ora – atto di quella mai sopita, controversa e irrisolta questione che tiene occupati i due paesi da quasi settant’anni, ma che pure visto dalla prospettiva meramente giuridica del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e della Convenzione di Chicago sull’Aviazione Civile Internazionale, rientrerebbe in un’azione di legittima difesa del proprio spazio aereo contro quelli che potrebbero essere interpretati come atti di “terrorismo”, che la suddetta organizzazione avrebbe messo in pratica tra il 1994 e il 1996, in barba alla stessa legislazione statunitense. Oltretutto, questa accusa arriva dopo che le forze armate Usa per mesi hanno spadroneggiato nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico, arrivando ad uccidere quasi duecento persone e a sequestrare il presidente del Venezuela, a corollario di una dottrina che, sostenuta da un imponente apparato bellico, cerca di applicare attraverso l’imposizione unilaterale delle sanzioni, quella pressione politica ed economica i cui scopi mirano a ridefinire gli assetti geopolitici della regione. Giustificata con le parole del procuratore generale “se uccidete degli americani, vi perseguiremo. Non importa chi siate. Non importa quale carica ricopriate”, frasi che riecheggiano da tempi storici che ritenevamo oramai tramontati ma che purtroppo oggi si ripropongono con logica spietata anche ad altre latitudini (vedi Medioriente). Questa montatura extragiudiziale che agisce su un piano politico vorrebbe essere la giustificazione delle recenti imposizioni coercitive che, operando a livello economico, producono i loro effetti devastanti direttamente sui corpi delle persone. Evidentemente questa Legge dei Poteri Economici d’Emergenza Internazionale (IEEPA), che amplia sanzioni già esistenti (tra l’altro in violazione degli articoli 1, 2 e 55 della Carta delle Nazioni Unite e della risoluzione del 1992 sulla rimozione del blocco), rientra in quella nuova fase di riassetto degli equilibri della regione che Washington sembra voglia ridefinire attraverso un protagonismo deciso e un utilizzo cinico di quelle che si mostrano come le raffinate tecniche della nuova guerra ibrida: sanzioni, dazi, strangolamento finanziario, incriminazione a livello internazionale, propaganda mediatica e uso extragiudiziale della propria giustizia. Nel frattempo però, si fa ricorso anche ai vecchi metodi con la portaerei Nimitz che scorrazza indisturbata nelle acque delle Antille, in attesa di sviluppi.
Al ritorno dal suo viaggio in Vaticano, tra le cui motivazioni non espresse figurava verosimilmente la ricerca di un’intesa col mondo cattolico, ben radicato sull’isola, il segretario di stato Marco Rubio, di origini cubane, soltanto poche ore prima dell’annuncio delle sanzioni se ne usciva con un video diretto alla popolazione oramai allo stremo: “Cuba non è governata da nessuna rivoluzione, ma da GAESA, uno stato dentro lo stato, i cui benefici sono appannaggio di una piccola élite”. Questo Gruppo di Amministrazione Imprenditoriale a cui si fa riferimento, bollato come organismo cancerogeno che parassita l’economia nazionale, incolpato dei continui black out, della scarsità di combustibile, cibo e medicine, è un consorzio imprenditoriale creato negli anni ’90 con lo scopo di captare la valuta estera, che in quei frangenti cominciava ad affluire in seguito all’apertura al turismo voluta da Fidel Castro e all’introduzione della doppia moneta (pesos e dollari). Ideato dall’allora ministro della difesa Raùl Castro, tale holding ha finito per inglobare tutta una serie di attività commerciali e finanziarie che vanno dagli hotel ai centri di immersione, dai porti sportivi alle agenzie di viaggio; dal 2010 assorbe Cimex, impresa statale dei supermercati, e centinaia di stazioni di servizio, e infine diventa proprietaria della Banca Finanziaria Internazionale, una delle più grandi del paese, arrivando a controllare il 40-70% dell’economia nazionale attraverso un impero stimato, nel 2025, in 18 miliardi di dollari. Il 7 maggio l’amministrazione Trump ha inasprito ulteriormente le sanzioni contro GAESA e la sua direttrice ufficiale Ania Guillermina Lastres Morera, adducendo il pretesto della sicurezza nazionale. Mentre il 22 l’ ICE arrestava la sorella a Miami sotto identica motivazione, cercando così di colpire l’esercito cubano nelle sue finanze. Quanto queste misure possano incidere realmente sulla tenuta di questo conglomerato imprenditoriale resta tuttavia un mistero, data l’estrema opacità da cui è sempre stato avvolto.
Il blocco energetico ha ridotto quasi a zero un turismo già in caduta libera, mentre le rimesse dall’estero, che nel 2019 erano stimate in 3,7 miliardi di dollari, la cifra più alta mai registrata, nel 2024 si aggiravano intorno all’ 1,1 milioni, con un crollo del 43% rispetto all’anno precedente. In parallelo, Washington si dice pronta ad offrire cento milioni di dollari in aiuti umanitari, mentre Rubio esorta la popolazione affinché si decida per un cambio di regime: “Una nuova Cuba, dove qualsiasi cubano, e non solo GAESA, possa aprire una banca o un’impresa edile”. Stessa ricetta, questa volta cucinata in salsa caraibica.
Cuba vive un periodo di decadenza che, sebbene si possa far risalire al perìodo especial degli anni ’90, vede oggi una recrudescenza senza eguali che investe la gran parte della popolazione e che è sfociata in una crisi alimentare spaventosa e in un altrettanto deplorevole crisi energetica; due aspetti di uno scenario dove il reperimento dei beni di prima necessità e i ricorrenti black out segnano le modalità e i ritmi della quotidianità. Quello che si dice del capitalismo, ovvero essere la gestione pianificata della scarsità, può a buon diritto essere applicato su scala locale anche a Cuba e al suo regime, che ha saputo far tesoro in questi decenni di tecniche di governo assai raffinate, ma che oggi vede progressivamente venir meno la sua autorevolezza grazie a un risveglio, seppur timido, delle coscienze, che si traduce in certe forme di comunitarismo o di solidarietà popolare che scandiscono l’agire quotidiano; nel mentre si va affievolendo l’immagine di padre benefattore che il castrismo ha saputo dispensare lungo tutto l’arco della sua esistenza. Di contro, però, bisognerebbe considerare anche l’altro lato della medaglia, ossia il fatto che la competizione per la sopravvivenza e le diverse manifestazioni di egoismo che l’accompagnano sono andate anch’esse aumentando. Di pari passo si è inoltre avuto un incremento dell’azione repressiva dello stato e un’estensione del raggio operativo della polizia politica, che ha portato a un aumento esponenziale delle carcerazioni e all’emersione di un vero e proprio problema carcerario, con migliaia di prigionieri politici da gestire e le complesse conseguenze sociali che questo comporta, con la sensibilizzazione di interi settori sociali contro la gestione autoritaria della cosa pubblica che interdice la benché minima possibilità di una qualche riforma, seppur blanda. Lo stato ha risposto con una serie di misure a carattere sociale per sopperire alle mancanze degli strati più disagiati della popolazione insieme ad una campagna propagandistica in grande stile nel tentativo di poter recuperare quell’aura di benevolenza che l’ha sempre caratterizzato. Ma di fatto, quello che maggiormente definisce la gestione della sovranità continua ad essere, benché in forme più dissimulate, l’amministrazione centralizzata della paura, che può contare, oltre che su un apparato repressivo tra i più efficienti, anche sulla disaffezione generalizzata e su una pressoché totale ignoranza o disconoscimento di forme elementari di organizzazione e reazione nei confronti del dispositivo dispotico imperante; un dispositivo che può fare affidamento, oltre che sull’accaparramento delle risorse economiche e finanziarie, su un progressivo spopolamento che interessa le fasce più giovani, le quali trovano nell’emigrazione la possibilità di sottrarsi ad una condizione fattasi insostenibile ma che ha portato ad un decremento demografico e a un parallelo consolidamento del conservatorismo politico. Le deboli proteste che pur saltuariamente affiorano si limitano a qualche cacerolazo urlato a gran voce ma privo di una struttura organizzativa, espressione di una disperazione ormai endemica avvolta da fatalismo e rassegnazione, comunque ben lontane da quelle grandi manifestazioni di massa che si ebbero quattro anni fa, quando sembrava che qualcosa si stesse realmente muovendo. Le proteste antigovernative dell’11 luglio 2022 partite da San Antonio de Los Baños, poco fuori l’Avana, e da Palma Soriano, nella provincia orientale di Santiago, poi dilagate nei centri principali nel giro di ventiquattro ore, che videro riversarsi nelle strade migliaia di cittadini dei settori maggiormente precarizzati della società cubana, un evento di cui non si ricordano precedenti (se non forse il cosiddetto Maleconazo, del 1994), e che hanno portato all’arresto di 1848 persone, sono state anch’esse l’espressione di una resistenza al dominio dello stato e alle varie forme di autoritarismo imperanti che intere classi, gruppi e individui hanno cercato di opporre, nella loro complessità e anche a dispetto del tentativo di cooptazione da parte di forze esterne o straniere, con il fine di rivendicare scampoli di libertà e migliori condizioni di esistenza. È stata una spinta che è giunta dalle fasce più marginalizzate della classe proletaria, quella dei lavoratori precari, a giornata, dei disoccupati e delle moltitudini contadine che abitano le periferie delle grandi città, arrivate sull’onda di una forte migrazione interna ma sprovviste della consapevolezza di essere classe, che però non può essere caratterizzata come movimento operaio in senso stretto, mancando di organizzazione, di forme sindacali o corporative classiche, o finanche di organismi territoriali vincolati al lavoro. Rispecchiano piuttosto la disperazione dei gruppi meno abbienti, influenzati dagli effetti delle politiche governative degli ultimi decenni che hanno portato ad una estrema atomizzazione del tessuto sociale, e dalla suggestione di un modello consumistico che arriva dall’emigrazione, soprattutto statunitense. Non si può quindi parlare di forze politiche a rigor di termini, tutt’al più di forze sociali non organizzate che si scontrano con forze di polizia, queste sì estremamente organizzate, che nella loro opera meticolosa sono riuscite a disarticolare ogni forma di dissenso e di opposizione politica nel paese, lasciando una situazione anche peggiore ed eludendo la questione e le motivazioni che ne hanno decretato l’esplosione. Il vuoto che oggi viene avvertito, l’impossibilità sperimentata di poter operare un cambio politico dall’interno, sono con buona probabilità all’origine della grande popolarità di cui attualmente gode, ovviamente in alcuni settori, Marco Rubio, insieme all’ambasciatore Mike Hammer, e spiegano in parte il senso di impotenza sociale che avvolge l’isola. Secondo un recente sondaggio effettuato da El Toque, organo indipendente locale, sembrerebbe che la maggior parte dei cubani (56% di chi vive sull’isola e il 67% di quelli della diaspora) veda di buon occhio un intervento armato statunitense, o comunque come il male minore di fronte alla fame che avanza. L’amministrazione Trump ha avuto diverse interlocuzioni negli ultimi mesi con il presidente Dìaz-Canel e il suo consiglio dei ministri, e contatti diretti con Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote del vecchio dirigente e il più zelante delle sue guardie del corpo, figlio dell’ex direttore di GAESA insignito del grado di generale da Raùl Castro per meriti nella gestione dell’azienda; il “granchio”, così soprannominato per via di una deformazione alla mano, si sarebbe incontrato più volte in Messico con il segretario di stato nordamericano. Se ciò fosse confermato, se ne potrebbe dedurre che gli USA hanno scelto di trattare con gli apparati militari, almeno con i settori maggiormente orientati agli affari, piuttosto che con quelli politici, che dopo decenni di criminalizzazione del dissenso si ritrovano ora a dover negoziare con l’unico interlocutore disponibile, ossia il potere corporativo yanqui. Nonostante la frattura che attraversa le forze armate, divise tra una fazione composta da generali anziani legati alla dirigenza politica e i quadri inferiori maggiormente esposti agli effetti della crisi (chiamati con spregio fagioli e riso, in riferimento alla loro dieta), la Casa Bianca sembra disposta ad un accomodamento, concedendo a Castro il privilegio di garantire una transizione tranquilla mentre alla cupola militare di disarticolare il vecchio sistema politico facendosi garanti del nuovo ordine; una soluzione molto auspicata dalla superpotenza, che di certo non vuole casini a 144 km dalle sue coste. In questo senso è da vedere anche la visita del direttore della CIA, John Ratcliffe, avvenuta a metà maggio, che ha alimentato le voci in merito ad una eventuale tutela di Raùl, che resterebbe a margine di qualsiasi rappresaglia, e ad un possibile cambio di regime per interposta persona, come avvenuto in Venezuela. Questa soluzione soddisferebbe Trump e il suo entourage più pragmatico, che grazie ad un tocco cosmetico favorirebbe l’ingresso mascherato del capitale nordamericano, ma assai meno l’ala più oltranzista, capitanata da Rubio, che pone tra i suoi desiderata una trasformazione radicale della società. Le parole di Marcell Felipe, direttore del Museo della Diaspora Cubana di Miami, “non abbiamo lottato per 67 anni, con prigionieri e morti, per guadagnare il diritto di investire sotto le regole di un regime comunista”, sono condivise da almeno tre deputati di origine cubana del congresso a stelle e strisce. L’ansia e il timore di molti, a Cuba e nell’esilio, è quello che sia arrivato il momento, per via di una serie di fattori: le elezioni di medio termine, la presenza a breve dei mondiali di calcio, Trump nelle vesti di colui che ha portato la democrazia, la nuova configurazione degli assetti geopolitici nell’emisfero occidentale; ma soprattutto perché il popolo cubano non ce la fa più: i bambini non vanno più a scuola, molti non hanno di che sfamarsi, diversi gli ospedali incapacitati ad operare, gli altri si fermeranno a breve; le medicine scarseggiano mentre le malattie cominciano a mietere le prime vittime, uomini e donne disperano di una situazione sentita come surreale. Sul palcoscenico della storia di questo nuovo millennio, l’eterna commedia dello scontro di poteri si rappresenta sullo sfondo della tragedia che affama e asservisce moltitudini di proletari, oppressi e assoggettati, ma non ancora piegati, a logiche a loro estranee, i cui effetti devastanti avvertono sulla propria pelle.
IL LIMITE IGNOTO La propaganda sui numeri: : oltre 600mila morti tra russi e ucraini. (Sabato Angieri, da il manifesto)
La guerra in Ucraina si è trasformata da tempo in un tritacarne, ma per avere un’idea di quanto sia costata in termini di vite umane non ci si può affidare ai dati dei belligeranti. Se considerassimo affidabili i dati ucraini sulle perdite russe, tra morti e feriti inabili al combattimento, saremmo ben oltre il milione e 300mila uomini. Quasi specularmente il ministero della Difesa di Mosca quantifica in 1,5 milioni gli ucraini morti o feriti gravi. Tuttavia, pur non avendo cifre ufficiali, esistono report basati su elenchi di nomi verificati che portano le vittime militari complessive a oltre 600mila uomini.
PER PIÙ DI TRE ANNI i media occidentali hanno aperto le notizie del giorno sull’Ucraina citando le cifre fornite dal ministero della Difesa di Kiev sui caduti russi e azzardando le teorie più apocalittiche sulle sorti dei reparti di Mosca. Le quali, in parte, traggono spunto da un assunto impresso su tutti i manuali di teoria militare: chi attacca subisce perdite molto più alte di chi difende, in un rapporto di circa 3 a 1. Siccome la guerra dei russi è stata tutta offensiva, è scontato e quasi certamente vero che gli uomini di Vladimir Putin alla fine avranno un bilancio complessivo molto più alto della controparte.
QUESTA SETTIMANA Anne Keast-Butler, direttrice della Gchq, l’agenzia di intelligence britannica che si occupa di cyberattacchi ha dichiarato che «quasi 500mila soldati russi sono morti dall’inizio della guerra», ma si tratta di stime su dati classificati. Non come quelli che compongono il report che Mediazona (uno dei principali media dell’opposizione del Cremlino) ha compilato e aggiorna costantemente in collaborazione con Meduza (altro media d’opposizione russo) e la versione russa della Bbc. Al 22 maggio 2026 è stata trovata conferma di 221.206 soldati russi caduti in Ucraina dall’inizio dell’invasione. Di questi 7.147 sono ufficiali. Il dato, considerato il più affidabile al momento, è costruito basandosi sugli annunci delle famiglie sui social network, sui funerali, le comunicazioni funebri, gli elenchi ufficiali (laddove disponibili o in qualche modo scoperti) dell’amministrazione civile e militare. Si legge nella premessa: «abbiamo elaborato una stima basata sulla mortalità maschile in eccesso, utilizzando i dati del Registro nazionale delle successioni. Questo metodo statistico, messo a punto in collaborazione con Meduza, contribuisce a ovviare ai limiti derivanti dal fare affidamento esclusivamente sui decessi riportati dai media» e porta la cifra complessiva stimata a 352mila caduti. Non si tengono in considerazione i feriti, che secondo tutti i rapporti internazionali ammontano a diverse centinaia di migliaia.
IL RAPPORTO consegna uno schema evidente dell’evoluzione del conflitto: «nei primi sei mesi di guerra, quando i combattimenti erano condotti dall’esercito regolare, la fascia d’età compresa tra i 21 e i 23 anni registrava il maggior numero di vittime». Successivamente, con il reclutamento forzato dei carcerati, l’afflusso costante di volontari e l’arrivo dei richiamati delle classi precedenti, si arriva a più di 120mila morti confermati tra i 30 e i 45 anni. Questi numeri ci dicono che la guerra è cambiata: dall’ “operazione militare speciale” dei professionisti delle armi, alla carne da cannone reclutata nelle regioni più lontane e mandata a fare numero. Infatti i morti complessivi sono saliti progressivamente settimana dopo settimana, fino a quintuplicare – in media – nel 2025 rispetto al 2022.
ANCHE LA PROVENIENZA dei defunti è emblematica: le regioni che hanno dato più uomini sono le più remote (e in molti casi povere) con in testa la Baschiria (9473) e il Tatarstan (8408). Tuttavia, dell’intera parte occidentale della Federazione, la regione di Mosca è quella che ha pagato il tributo di sangue più alto (5799, ma su 13 milioni di residenti).
VOLODYMYR ZELENSKY hs fornito per la prima volta delle cifre sui caduti ucraini all’inizio di quest’anno: 55mila. Qualsiasi fonte che non sia il governo di Kiev sostiene che tale cifra non sia aderente alla realtà. Secondo il progetto Ua losses, che sta compilando un report simile a quello di Mediazona ma con meno mezzi e collaborazioni, ad oggi siamo ad almeno 91.559 morti confermati, 95.165 dispersi e 4.454 prigionieri. Stupisce – e questa è una specificità ucraina – che in molti casi le autorità militari preferiscano utilizzare l’etichetta “disperso” invece che dichiarare il decesso di un soldato. Tale pratica, come abbiamo più volte raccontato, porta all’esasperazione le famiglie. Meno specifici i dati del centro studi Usa Csis: tra i 100 e i 140mila caduti e quasi 500mila feriti. Mentre la Bbc parla di 200mila caduti.
I DATI SUI CIVILI, al contrario, sono quasi univoci. Gli ucraini uccisi dai bombardamenti russi sono almeno 16mila e 48mila i feriti (dati Onu). Mentre per quelli russi non si hanno stime esatte anche perché al momento i numeri sono esigui e limitati alla seconda metà del 2025 e al ’26, ovvero da quando i droni ucraini hanno iniziato a colpire regolarmente le regioni a ridosso della frontiera.
Ripubblichiamo in traduzione italiana l’editoriale de 27 maggio scorso di POSLE da Inprecor. Posle è un sito web di attivisti russi in esilio
Qualche giorno fa, il Ministero della Giustizia russo ha definito «agente straniero» il sito web dei nostri compagni di Posle a causa della sua chiara posizione contro la guerra. Il regime utilizza questa qualifica per perseguitare i propri oppositori, sia all’interno che all’esterno del Paese. Essere etichettati in questo modo significa che sarà molto più difficile per noi portare avanti il nostro lavoro. Ecco perché qualsiasi sostegno al sito — che sia condividendo i nostri contenuti o facendo una donazione — è estremamente importante per noi in questo momento!
Editoriale sugli eventi recenti in Russia
All’inizio di maggio, il regime di Putin sembrava trovarsi di fronte a una vera e propria tempesta: una situazione di stallo sul campo di battaglia, una stagnazione economica e una risposta palesemente insufficiente da parte dello Stato di fronte a catastrofi che andavano dalle inondazioni nel Daghestan a un’epidemia di afta epizootica in Siberia. Allo stesso tempo, il Cremlino ha intensificato i blocchi di Internet e rafforzato le misure adottate dai servizi di sicurezza per stringere la morsa sulle reti sociali.
Ma ciò che colpisce ancora di più sono le osservazioni insolitamente critiche formulate da personalità pubbliche solitamente vicine al Cremlino, in particolare la videoblogger Viktoria Bonya e il rapper Guf — un possibile segno della crescente frustrazione all’interno di alcuni segmenti dell’élite e della società russa che, fino ad allora, erano rimasti politicamente disimpegnati. Allo stesso tempo, i media occidentali sono stati inondati di notizie sul crollo della popolarità di Putin e persino di speculazioni su un possibile complotto contro di lui. Lo stesso Putin ha risposto assicurando più volte che le restrizioni su Internet erano «temporanee» e che la guerra «stava volgendo al termine».
Il Cremlino in crisi?
Tutto ciò indica una vera e propria crisi per il regime russo? In effetti, il primo semestre del 2026 è stato caratterizzato da un’inflazione in aumento e da un sensibile calo del tenore di vita. Al momento, gli effetti di ciò che alcuni economisti hanno definito «keynesismo di guerra» — una crescita alimentata da massicci investimenti pubblici — sembrano essersi in gran parte esauriti. Nei primi due anni di guerra, la percentuale di russi con un reddito superiore a 1.000 dollari al mese è raddoppiata, passando dal 5% al 10%. Ma il Ministero dello Sviluppo Economico prevede ora una crescita dei salari di appena il 2% per il 2026, inferiore all’obiettivo ufficiale di inflazione del governo, fissato al 5%. Di conseguenza, i redditi delle famiglie stanno diminuendo in termini reali.
Allo stesso tempo, il deficit di bilancio federale ha continuato ad aumentare, raggiungendo il 2,5% — un livello già ben superiore al tetto dell’1,6% previsto dal governo per l’anno. Mentre il Cremlino continua a spendere miliardi di rubli per lo sforzo bellico, non ha praticamente altre opzioni per colmare il deficit se non aumentare le tasse e ridurre la spesa sociale.
L’aggravarsi della crisi economica sta minando il mito della «stabilità di Putin», ma non porterà necessariamente a manifestazioni di massa. Come negli anni ’90, durante le cosiddette riforme di mercato, quando la maggior parte dei russi faticava ad arrivare a fine mese, la riduzione del tenore di vita rischia di alimentare un’apatia e un disimpegno politico ancora maggiori.
Tuttavia, a differenza dell’era Eltsin, la causa delle attuali difficoltà è chiara a tutti: la guerra di aggressione in corso in Ucraina. Gli attacchi dei droni ucraini, che si sono particolarmente intensificati negli ultimi mesi, rendono impossibile ignorare la realtà di questa guerra, né il fatto che la Russia non la stia chiaramente vincendo. Il divario tra la percezione che il Cremlino ha degli eventi e quella dei russi comuni si sta rapidamente allargando.
Recentemente, il portavoce del Cremlino, Peskov, ha dichiarato che il ritiro dell’esercito ucraino dalla regione di Donetsk non è un argomento di eventuali negoziati con Kiev, ma una condizione preliminare per qualsiasi trattativa.
In altre parole, una volta che l’Ucraina avrà ceduto volontariamente una parte del proprio territorio, verranno probabilmente avanzate altre richieste. È chiaro che il Cremlino non è interessato a un cessate il fuoco e prevede una grande offensiva nel Donbass quest’estate e in autunno. L’obiettivo di questa offensiva non è solo militare ma anche politico: si tratta di convincere Trump che la Russia continua a dominare sul campo di battaglia e che gli Stati Uniti devono quindi aumentare la pressione su Kiev, costringendola ad accettare le condizioni del Cremlino.
Il piano di Putin mette chiaramente in luce un conflitto tra le sue ambizioni personali e gli interessi del popolo russo. Le perdite dell’esercito russo sul fronte hanno raggiunto il livello più alto quest’anno: ad esempio, solo nella seconda metà di aprile sono stati uccisi circa 4.500 soldati (in totale, almeno 350.000 russi sono morti nei cinque anni di guerra). Anche il numero delle vittime civili è in aumento a causa degli attacchi missilistici ucraini contro le infrastrutture militari ed energetiche (sebbene ciò sia del tutto incomparabile alle perdite causate dai bombardamenti russi sulle città ucraine).
L’intensificarsi della repressione e i tentativi del governo di limitare la circolazione delle informazioni sono una risposta al crescente malcontento. Mentre in precedenza il regime godeva di grande legittimità presso la popolazione in quanto garante della stabilità della vita quotidiana, ora si basa sempre più sulla paura della polizia e dei servizi segreti. In questo senso, Putin potrebbe orientarsi verso il modello iraniano, dove un regime che non gode del sostegno della maggioranza mantiene il potere con la violenza.
Putin abbandonato dalle classi dominanti?
Per quanto riguarda lo stato d’animo dell’élite politica ed economica, questa è ovviamente scontenta del protrarsi senza fine della guerra, del rallentamento economico, delle restrizioni su Internet e del crescente potere dei servizi di sicurezza. Tuttavia, contrariamente alle voci diffuse da vari media occidentali, non c’è alcun complotto in atto contro Putin.
Ciò si spiega per diversi motivi. In primo luogo, il timore della repressione all’interno dell’élite la rende divisa e diffidente. Va ricordato che nell’ultimo anno il numero di arresti di funzionari è aumentato notevolmente: sono stati arrestati decine di dipendenti del Ministero della Difesa (tra cui diversi ex vice del ministro Sergej Šoigu), nonché rappresentanti di altri dipartimenti. Nel 2024, il ministro dei Trasporti Roman Starovoit si è suicidato a causa della minaccia di un arresto, mentre il viceministro delle Risorse naturali Denis Butsaev è fuggito negli Stati Uniti. Diversi importanti uomini d’affari sospettati di slealtà politica hanno perso i propri beni e la libertà (è quanto è accaduto, ad esempio, a Vadim Moshkovich, proprietario di una delle più grandi aziende agricole del Paese). In secondo luogo, l’agenda e le prospettive di una simile cospirazione sono incerte nelle circostanze attuali, poiché questa élite non ha una visione comune chiara di un orientamento alternativo della politica estera né delle condizioni per porre fine alla guerra.
Infine, la scomparsa di Putin potrebbe scatenare conflitti su larga scala all’interno dell’élite russa per il controllo dei beni. Avendo distrutto tutte le istituzioni politiche del Paese nel corso dei suoi 25 anni al potere, Putin è diventato egli stesso l’unico fattore che mantiene un relativo equilibrio di interessi all’interno della classe dirigente. Ed è per questo che l’élite teme la sua partenza più della continuazione delle sue avventure militari distruttive.
Extraordinary meeting of the International Trade Committee and joint meeting with the Internal Market Committee and the Industry Committee. Both on Tuesday 2 June Committee on International Trade
Resistenza, neoliberismo e la battaglia del dopoguerra, quattro anni dopo
Quattro anni dopo l’inizio dell’invasione russa su vasta scala, ferrovieri, minatori e lavoratori del settore energetico ucraini mantengono il paese in funzione sotto i bombardamenti, mentre uno stato oligarchico si rifiuta di imporre ai ricchi il pagamento delle spese per la difesa. Questo articolo documenta il prezzo pagato dalla classe lavoratrice, la rete di volontariato femminile che si fa carico di ciò che lo stato non riesce a fare, le massicce mobilitazioni cittadine contro la corruzione e la posta in gioco di una ricostruzione che viene concepita nelle conferenze dei donatori.
Quella che Mosca aveva previsto sarebbe stata una guerra di poche settimane è entrata nel suo quinto anno. Stiamo entrando nella fase finale. La seconda amministrazione Trump ha eliminato gli aiuti militari, ad eccezione della condivisione di informazioni di intelligence, e con l’intensificarsi dell’aggressione statunitense in Medio Oriente, gli altri paesi della NATO non sono in grado di acquistare le sofisticate armi americane necessarie per difendere l’Ucraina dagli attacchi missilistici. Un accordo tra Stati Uniti e Russia estremamente sfavorevole è ora l’esito più probabile del conflitto.
Il prezzo della guerra
Nell’Ucraina libera, la guerra sta diventando sempre più pericolosa per i civili. Il 2025 è stato l’anno più letale accertato della guerra (2.514 morti, 12.142 feriti, tra i civili) e solo nei primi quattro mesi del 2026 si sono registrati 815 morti e 4.174 feriti tra i civil (1).
Sei milioni di ucraini vivono sotto l’occupazione russa. Ci sono circa cinque milioni di rifugiati ucraini nell’Europa occidentale, diversi milioni in più in Russia e 3,7 milioni di sfollati interni. Dei 300.000 abitanti di Kherson prima della guerra, ne rimangono solo circa 65.000, più di due terzi dei quali sono pensionati (2). Ogni inverno, la Russia prende di mira sistematicamente la rete elettrica. Ospedali, scuole, biblioteche, musei, chiese, terminali per cereali, sistemi di approvvigionamento idrico e reti di teleriscaldamento sono stati colpiti deliberatamente.
La guerra di manovra del 2022, in cui le forze ucraine hanno difeso Kiev e liberato Kharkiv e Kherson, si è conclusa nel 2023 con una situazione di stallo tra linee fortificate. La controffensiva ucraina dell’estate del 2023 si è conclusa proprio lì. Dal 2024 in poi, l’avanzata russa è proseguita inesorabilmente. Entro il 2025, la guerra con i droni era diventata la realtà tattica dominante, con i droni responsabili di circa il 70% delle perdite da entrambe le parti. I vantaggi russi in termini di bombe plananti, guerra elettronica e numero di uomini sono stati parzialmente compensati dai vantaggi ucraini nella produzione di droni e nell’improvvisazione asimmetrica e, fino alla pausa dell’era Trump, dalla superiorità degli armamenti di precisione occidentali.
I droni FPV (3), che costano 300 euro, distruggono regolarmente attrezzature russe del valore di milioni, e la maggior parte dell’innovazione non avviene in Occidente o nelle aziende private di armi degli oligarchi di Kiev, ma in officine, garage e cucine finanziati da famiglie, volontari e piccole reti di donatori, tra cui il collettivo anarchico Solidarity Collectives. Armin Papperger, CEO di Rheinmetall, ha definito sprezzantemente questa industria artigianale su The Atlantic alla fine di marzo 2026, parlando di “casalinghe ucraine” con “stampanti 3D in cucina” che giocano “con i Lego” invece di produrre vera innovazione. La replica di Zelensky – che una qualsiasi di queste casalinghe potrebbe essere CEO di Rheinmetall – ha riconosciuto il ruolo della società civile ma perpetua l’illusione che una guerra importante possa essere combattuta senza il coordinamento statale o il finanziamento pubblico per la produzione di armi.
Il prezzo pagato dai lavoratori e dalle lavoratrici
La resilienza ha un nucleo poco appariscente: i lavoratori che mantengono il paese in funzione sotto i bombardamenti. Le reti di resilienza energetica sono operative da quattro inverni, così come i lavoratori comunali addetti all’acqua, al teleriscaldamento e ai servizi igienico-sanitari. I ferrovieri di Ukrzaliznytsia hanno mantenuto i servizi passeggeri e merci nonostante gli attacchi sistematici alle infrastrutture ferroviarie, pagando un prezzo terribile: entro ottobre 2025, circa 949 ferrovieri erano stati uccisi.
I lavoratori del settore energetico vengono regolarmente uccisi e feriti mentre ripristinano le infrastrutture di rete sotto il fuoco continuo. Il 1° febbraio 2026, un attacco di droni russi Shahed contro un autobus che trasportava minatori tra un turno e l’altro nella regione di Dnipropetrovsk ha ucciso dodici persone e ne ha ferite almeno sedici. Mykhailo Volynets, presidente della Confederazione dei sindacati liberi dell’Ucraina (KVPU) e dell’Unione indipendente dei minatori (NPGU), ha descritto gli scioperi come uno schema deliberato: “I minatori non possono lavorare in sicurezza… Centinaia di migliaia di persone sono costrette a vivere e lavorare in un costante stato di stress e ansia”. IndustriALL riporta 2.968 lavoratori ucraini feriti dagli attacchi russi mentre svolgevano le loro mansioni, di cui 857 sono stati uccisi; solo nel 2025, 1.101 sono stati feriti e 220 uccisi, la cifra annuale più alta dall’invasione.
Le basi patrimoniali oligarchiche sono rimaste in gran parte intatte. Il paese paga salari e pensioni tramite aiuti finanziari occidentali, non tramite entrate fiscali. Il governo neoliberista conservatore di Volodymyr Zelensky in tempo di guerra ha continuato l’orientamento neoliberista prebellico (4). Vitaliy Dudin, avvocato del lavoro ed ex presidente dell’organizzazione socialista e democratica Sotsialnyi Rukh (Movimento Sociale), insiste: “Operai, contadini, lavoratori e le classi lavoratrici stanno pagando un prezzo sproporzionato in questo conflitto. Le leggi recenti hanno ridotto le tutele sociali e reso più facile licenziare le persone, anche in tempo di guerra. Mentre l’esistenza dell’Ucraina dipende dalla resilienza e dallo sforzo collettivo dei suoi cittadini, il governo sta lavorando per indebolire le fondamenta stesse di questa solidarietà” (5). Un paese che lotta per la sua sopravvivenza viene schiacciato perché lo stato si rifiuta di chiedere ai ricchi di pagare per la difesa.
Il crollo del sostegno militare occidentale
Il sostegno occidentale è sempre stato fortemente condizionato. Il rifiuto del 2022 di fornire armi pesanti (“offensive”) ha lasciato il posto, nel 2023 e nel 2024, alle consegne di sistemi missilistici HIMARS, NASAMS, batterie di missili Patriot e intercettori, tra cui Leopard, Abrams e missili F-16. La seconda amministrazione Trump ha interrotto questa traiettoria a partire da gennaio 2025: una sospensione iniziale dell’assistenza militare e della condivisione di informazioni di intelligence è stata parzialmente revocata sotto la pressione europea, ma il volume degli aiuti militari statunitensi non è tornato ai livelli precedenti. In particolare, le sofisticate munizioni per la difesa aerea, come gli intercettori Patriot PAC-3 e i missili a lungo raggio di classe ATACMS, dipendono dalle linee di produzione statunitensi ora riorientate verso il Medio Oriente. I governi europei hanno concordato l’acquisto di armi statunitensi per l’Ucraina, ma il volume effettivamente consegnato rimane ben al di sotto dei livelli del 2024.
Il vertice tra Trump e Putin ad Ancorage nell’agosto del 2025 ha prodotto un quadro di 28 punti, redatto dalla Russia e presentato dall’inviato di Trump Steve Witkoff, che delineava la spartizione dell’Ucraina come base per una soluzione; la controproposta europea di 24 punti è stata ritirata nel giro di pochi giorni. Il riarmo europeo è stato presentato come “sostegno all’Ucraina”, ma la maggior parte della nuova spesa è destinata alle scorte nazionali, non all’Ucraina.
La società resiste
Lo stato non ha chiesto ai ricchi di pagare né ha protetto coloro che mantengono il paese in funzione. Ha abdicato alle proprie responsabilità e la società civile ne ha sopportato il peso maggiore. La mobilitazione di massa della società civile ucraina nella primavera del 2022 ha cambiato forma negli ultimi quattro anni, ma non è crollata. Le reti di volontariato, la raccolta fondi per droni e veicoli per il fronte e i servizi di emergenza, e il sostegno alle famiglie sfollate rimangono stabili. La cultura della solidarietà dei prytulok (i rifugiati), il crowdfunding per i soldati al fronte e le tradizionali reti di sostegno sociale basate sulla fiducia sono persistite. La stanchezza è sempre più evidente: riduzione del numero di donatori, campagne di raccolta fondi più lunghe e burnout dei volontari.
L’infrastruttura di volontariato che ha tenuto unito il paese è a sua volta fortemente femminilizzata. Daria Saburova, basandosi sul lavoro sul campo svolto con le reti di volontari della classe operaia a Kryvyi Rih per il suo libro del 2024, “Donne lavoratrici della resistenza”, sostiene che “l’impoverimento della classe operaia” in Ucraina “ha, soprattutto, un volto femminile”. Le donne sono concentrate nei lavori meno retribuiti del settore pubblico – insegnamento, infermieristica, assistenza all’infanzia, servizi sociali – e sono proprio questi i settori che subiscono i danni infrastrutturali più gravi e i tagli di bilancio più drastici. Gran parte del lavoro svolto in prima linea – cucinare, lavare, tessere reti mimetiche, raccogliere fondi, prendersi cura degli sfollati e dei feriti – è lavoro non retribuito svolto dalle donne. Con gli uomini mobilitati, le donne si sono anche assunte la responsabilità del sostegno familiare, della cura degli anziani, dei bambini e dei feriti, e una quota sproporzionata di lavoro di sopravvivenza. Ciò che segue – Veteranka, Be Like We Are, Zla Mavka, le reti di volontarie non retribuite – opera all’interno di questo contesto materiale e ne viene plasmato.
Circa l’8% delle forze armate è composto da donne. Veteranka, la prima organizzazione ucraina di veterane, è stata una delle forze femministe liberal-progressiste più costanti del paese, crescendo da una ventina di attiviste iniziali nel 2018 a oltre 1.700 alla fine del 2024. Poiché il ministero della Difesa non ha distribuito le uniformi estive per le donne fino a febbraio 2024, e quelle invernali sono rimaste introvabili, il laboratorio di sartoria di Veteranka ha prodotto circa 700 set di uniformi gratuiti adattati alla corporatura femminile: ancora una volta, il lavoro non retribuito delle donne ha colmato il vuoto lasciato da uno stato restio a provvedere. Tra febbraio 2022 e la metà del 2025, l’organizzazione ha raccolto oltre 90 milioni di UAH (2,1 milioni di euro), fornendo veicoli, droni, munizioni e attrezzature al fronte. La presidente di Veteranka, Kateryna Pryimak, dichiara chiaramente la posta in gioco politica: “Oggi, i militari sono il gruppo sociale con meno diritti e le donne nelle forze armate affrontano le maggiori restrizioni”. La petizione di Veteranka per il disegno di legge 13037, approvato dalla Verkhovna Rada con 276 voti il 25 febbraio 2026, simbolicamente in occasione della Giornata della donna ucraina, impone ai comandanti di indagare sui casi di discriminazione e violenza nelle forze armate, richiede tolleranza zero per le molestie e definisce formalmente le molestie sessuali come un reato disciplinare (6).
La politica volontaria antiautoritaria è stata l’impegno di sinistra più visibile in prima linea e dietro le linee. Solidarity Collectives è la rete più grande. Si descrive come “un gruppo di anarchici ucraini che si sono uniti all’inizio dell’invasione russa, per sostenere i nostri compagni che combattono in prima linea e per aiutare coloro che sono stati colpiti dall’invasione russa”. In pratica, ciò ha significato giubbotti antiproiettile, elmetti, termocamere, droni e veicoli per i combattenti antiautoritari e di sinistra all’interno delle forze armate e della difesa territoriale; convogli umanitari a Butcha, Bilohorodka e Kramatorsk; e la produzione di droni FPV.
Resistenza sotto occupazione
La resistenza civile è stata più esposta e meno visibile a livello internazionale nei territori occupati. Un’intensa russificazione si sta diffondendo nelle regioni occupate dal 2014 e in quelle conquistate nel 2022, con pressioni per acquisire la cittadinanza russa, programmi scolastici che rafforzano l’“educazione patriottica” russa per bambini anche di soli tre anni e attività competitive militarizzate sotto la supervisione dell’esercito russo. Persino parlare ucraino può portare all’arresto, alla tortura e alla condanna.
Più di 20.000 bambini ucraini sono stati deportati e russificati, di cui solo 2.133 erano tornati entro maggio 2026. Il 12 marzo 2026, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sull’Ucraina ha concluso che “la deportazione e il trasferimento forzato di bambini ucraini da parte delle autorità russe, così come le sparizioni forzate, costituiscono crimini contro l’umanità” (7).
L’espropriazione delle proprietà trasforma la geografia dei territori occupati in una “Nuova Russia”. Più di 38.000 abitazioni sono state registrate come “abbandonate” dalle autorità russe e numerosi coloni provenienti dalla Federazione Russa si stanno trasferendo nella zona.
I tatari di Crimea, prime vittime dell’occupazione del 2014, continuano a subire persecuzioni sistematiche: la messa al bando del Mejlis, la coscrizione obbligatoria di uomini tatari di Crimea da parte dei russi, la persecuzione con false accuse di estremismo islamico e la soppressione della lingua tatara di Crimea. Mustafa Dzhemilev, leader storico dei tatari di Crimea, ex prigioniero politico sovietico e deputato ucraino, avverte che qualsiasi accordo che accetti l’occupazione russa della Crimea sarebbe un disastro per il suo popolo: “Abbiamo combattuto per mezzo secolo per poter tornare nella nostra patria; ora siamo costretti a fuggire di nuovo”.
La resistenza civile sotto occupazione ha assunto anche la forma della rete di disobbedienza civile del Nastro Giallo, di operazioni partigiane e del rifiuto di accettare la cittadinanza russa nonostante il costo crescente. La rete femminile Zla Mavka (Mavka arrabbiate, dal nome di uno spirito femminile della foresta nel folklore ucraino), fondata nella Melitopol occupata all’inizio del 2023, distribuisce volantini in ucraino, vandalizza la propaganda russa e coordina il dissenso non violento in Crimea, Zaporizhzhia e altre regioni occupate; le sue attiviste sfruttano quello che le fondatrici descrivono come il presupposto degli occupanti che le donne non possano essere sabotatrici, trasformando l’invisibilità di genere in un vantaggio operativo.
I diritti dei lavoratori sotto occupazione sono stati sistematicamente soppressi. Come riportato nel gennaio 2026 da Vasyl Andreyev della FPU e Luca Cirigliano della Unione Sindacale Svizzera, entrambi membri del Consiglio direttivo dell’OIL, i lavoratori ucraini nei territori occupati sono “costretti ad accettare la legge russa sul lavoro, a registrarsi nuovamente presso le autorità occupanti o a ottenere passaporti russi, pena la detenzione o il licenziamento”; i beni sindacali sono stati sequestrati e consegnati a strutture sostenute dal Cremlino.
Il linguaggio come casus belli e come pratica
La giustificazione russa della guerra si basa sull’affermazione di difendere i russofoni in Ucraina. Hanna Perekhoda, storica e attivista di Sotsialnyi Rukh, originaria del Donetsk, insiste: “Prima dell’invasione russa del 2014, in Ucraina non esistevano praticamente problemi di questo tipo. Questa era la retorica russa volta ad alimentare i conflitti interni, usando la popolazione russofona come strumento per i propri obiettivi politici di soggiogare l’Ucraina”. Hanna osserva che l’effetto reale della guerra è stato l’opposto di quanto previsto da Mosca: “La guerra e le atrocità commesse dai russi hanno portato molti ucraini a parlare solo ucraino”. La maggior parte delle unità militari (incluse le unità ultranazionaliste ispirate al movimento Azov) operano in russo, a riprova del loro reclutamento nell’Ucraina centrale e orientale, le regioni in cui il russo è più diffuso.
La guerra ha indubbiamente rafforzato alcune correnti nazionaliste ucraine reazionarie, con una costante pressione per eliminare il russo dalla vita pubblica, la denigrazione degli ucraini di lingua russa e leggi restrittive sull’uso del russo (e di altre lingue minoritarie) nella comunicazione ufficiale, nel settore pubblico e nell’istruzione. La legge del giugno 2022 sulla trasmissione di musica ucraina, entrata in vigore nell’ottobre 2022, vieta le esibizioni e le trasmissioni musicali di cittadini russi nati dopo il 1991, con un’esenzione, inserita in una “lista bianca”, per coloro che hanno condannato pubblicamente l’invasione e dichiarato il loro sostegno alla sovranità ucraina.
Il conflitto linguistico russo-ucraino è una conseguenza, non una causa, dell’aggressione russa, come dimostra la distruzione inflitta dalla Russia alle comunità russofone di Mariupol e Kharkiv.
Anticorruzione: una mobilitazione inedita
Le più grandi mobilitazioni civiche dall’inizio della guerra su larga scala si sono svolte nell’estate del 2025. Le proteste anticorruzione, scatenate dal disegno di legge 12414 che ha eliminato l’indipendenza operativa delle agenzie anticorruzione, si sono tenute in 22 città, con 13.000-16.000 persone a Kiev. La generazione Z e i veterani militari hanno costituito la spina dorsale del movimento. Un post su Facebook del veterano Dmytro Koziatynskyi ha esplicitamente ripreso l’appello di Mustafa Nayem del 2013 che portò le prime folle a Maidan (la rivoluzione di Euromaidan del 2013-14). Vitaliy Dudin vi ha intravisto un particolare momento politico: “Queste mobilitazioni sono caotiche per natura. Le persone non hanno avuto esperienza di manifestazioni di massa per più di tre anni. I partiti politici non hanno alcuna influenza su questo movimento. Non ancora, comunque.”
Il suo compagno di Sotsialnyi Rukh, Denys Pilash, ha osservato che, per tacito accordo, nessuno alle manifestazioni ha mostrato la propria affiliazione politica. Dudin ha colto l’occasione: “Lì possiamo farci nuovi amici. In queste manifestazioni vediamo quanto sia profonda la richiesta di giustizia sociale”.
Il governo ha fatto parzialmene marcia indietro. Nel novembre 2025, le agenzie anticorruzione hanno smascherato un sistema di tangenti da 100 milioni di dollari (circa 90 milioni di euro) presso la società nazionale di energia nucleare Energoatom, coinvolgendo il collaboratore di lunga data di Zelensky, Timur Mindich, e Andriy Yermak, capo di gabinetto del presidente, che si è dimesso il 28 novembre 2025, dopo una perquisizione nella sua casa (8). Secondo Semen Kryvonos, capo dell’Ufficio nazionale anticorruzione (NABU), “Senza le proteste [di luglio], il caso Energoatom non sarebbe mai esistito. Sarebbe stato insabbiato, questo è certo.”
Diritti LGBT in tempo di guerra
Oltre 600 militari e veterani LGBT+ si sono ora organizzati apertamente attraverso l’associazione LGBT Military for Equal Rights, prestando servizio in almeno 59 unità, esponendo sull’uniforme il distintivo dell’unicorno – adottato nel 2014 come risposta sarcastica alle affermazioni russe secondo cui “non ci sono gay nell’esercito” – e cucito sulla bandiera nazionale. Il loro servizio visibile ha avuto conseguenze politiche. In un paese in cui l’omosessualità è stata criminalizzata fino al 1991 e dove l’opinione pubblica è rimasta in gran parte ostile alla vigilia dell’invasione su vasta scala, il curriculum di combattimento dei soldati apertamente LGBT, e il netto contrasto che crea con uno stato russo che classifica la stessa identità LGBT come “estremismo”, ha fatto di più per la legittimità politica dei diritti LGBT ucraini di decenni di precedenti campagne di sensibilizzazione.
I sondaggi mostrano ora un sostanziale cambiamento nell’opinione pubblica ucraina verso il riconoscimento e la tutela legale. Alcune riforme liberali sono state realizzate nonostante le difficoltà. Il 25 febbraio 2026, la Corte Suprema dell’Ucraina ha riconosciuto una coppia dello stesso sesso come famiglia, “affermando che tale riconoscimento può basarsi su circostanze comprovate della loro convivenza piuttosto che su decisioni politiche o sull’esistenza di leggi formali sulle unioni”.
L’estrema destra
I partiti di estrema destra Svoboda e Pravyi Sektor (Settore Destro) hanno ottenuto punteggi a una sola cifra prima del 2022 e non hanno avuto rappresentanza parlamentare dal 2014. L’estrema destra è più visibile altrove: nella politica municipale di Leopoli e in alcune parti dell’Ucraina centrale e occidentale, nelle mobilitazioni di piazza attorno alla memoria storica, alla lingua e alle minoranze, e negli attacchi fisici contro la sinistra ucraina. Secondo Ihor Vasylets del sindacato studentesco Pryama Diia, “Ci sono stati pestaggi a Kiev e in diverse altre occasioni, ed è un problema piuttosto serio che ci impedisce di lavorare attivamente nelle strade e all’università”.
Operai, soldati, la sinistra
Tra le forze politiche organizzate in Ucraina, la sinistra anticapitalista è piccola, ma con una voce distintiva e un impegno pratico. Sotsialnyi Rukh (Movimento Sociale, co-fondatore dell’Alleanza dei Verdi di Sinistra dell’Europa centrale e orientale-CEEGLA e organizzazione osservatrice nella Quarta Internazionale) è la più grande organizzazione anticapitalista. I suoi membri sono raddoppiati durante la guerra, ma rimangono poche centinaia. Si descrive come un’organizzazione che “in tempi difficili per l’Ucraina, difende sistematicamente gli interessi dei lavoratori, dei veterani e degli sfollati interni (IDP), sostenendo al contempo il personale militare”. Il suo programma (tassazione progressiva, cancellazione del debito, espropriazione degli oligarchi, ricostruzione pubblica e diritti dei lavoratori) inquadra la risposta della sinistra radicale all’economia politica in tempo di guerra.
Il sindacato studentesco Pryama Diia (Azione Diretta), rifondato nel febbraio 2023 e strettamente allineato con Sotsialnyi Rukh, ha costruito una rete di sindacati di studenti universitari strutturata a livello nazionale. Le sue campagne sono concrete. All’Accademia Nazionale di Arti e Architettura, durante l’inverno 2024-25, i residenti dei dormitori universitari, alle prese con bollette eccessive e temperature inferiori a 16°C, hanno presentato reclami collettivi e poi organizzato picchetti; entro luglio 2025, avevano ottenuto 2.200 UAH (circa 50 EUR) per residente a titolo di rimborso per i costi dei servizi, rimborsi economici e una posizione a tempo pieno di responsabile del dormitorio.
Contemporaneamente, un reclamo collettivo ha costretto l’accademia a rimuovere un modello accusato di molestie da diverse studentesse. Il 24 ottobre 2025, una conferenza studentesca di Pryama Diia sullo stesso tema è stata interrotta da 8-10 giovani di estrema destra che hanno bloccato le porte, denunciato il sindacato per la diffusione di “ideologia LGBT, femminismo e anarchismo”, estratto un coltello e aggredito una guardia di sicurezza (9).
Le organizzazioni femministe Bilkis, FemSolution e Feminist Workshop si occupano di lavoro femminile, violenza di genere, donne nell’esercito e diritti queer (10).
Il 20 marzo 2022, il Consiglio di sicurezza e difesa nazionale ha messo al bando undici partiti di opposizione, la maggior parte dei quali apertamente filo-russi e legati agli oligarchi, nonché alcuni partiti marginali di sinistra e di estrema destra (11). Diversi leader di partito sono fuggiti a Mosca. La sinistra radicale ucraina, che non aveva alcuna affinità politica con le organizzazioni messe al bando, ha condannato il provvedimento definendolo ingiustificato e un pericoloso precedente.
Lavorare sotto il fuoco di entrambe le parti
Gli operatori sanitari, concentrati in uno dei settori femminilizzati che Saburova identifica come quello maggiormente colpito dalla guerra, hanno dato vita alla più sviluppata auto-organizzazione dei lavoratori di qualsiasi altro settore in tempo di guerra. Il movimento Be Like We Are (precedentemente Be Like Nina), fondato da alcune infermiere in risposta alle conseguenze della riforma sanitaria del 2017 e alla perdita di circa il 14% della forza lavoro sanitaria ucraina dal 2022, ha costruito strutture sindacali indipendenti a livello ospedaliero, ha sostenuto colleghe e colleghi in cause legali contro dirigenti abusivi e ha svolto attività di solidarietà internazionale con le infermiere in sciopero a New York e presso l’ospedale pediatrico Garrahan di Buenos Aires. La presidente di Be Like We Are, Oksana Slobodyana, avverte: «Se non si protegge l’assistenza sanitaria, se non si preservano le risorse umane, nessuna ristrutturazione, nessuna innovazione, nessun miglioramento servirà a qualcosa. Di fatto, non ci sarà uno stato senza medicina, senza istruzione e senza un esercito».
Le principali confederazioni sindacali, KVPU e FPU, sono state oggetto di continui attacchi legali. Il progetto di legge 5054, che avrebbe esentato i dirigenti di società a capitale straniero dalla legislazione sul lavoro ucraina, introdotto serrate a livello aziendale, reso i contratti a tempo determinato la norma e indebolito le tutele contro il licenziamento ingiusto, è stato respinto dalla Verkhovna Rada l’8 gennaio 2025, a seguito dell’opposizione guidata dal presidente della KVPU Mykhailo Volynets e dell’intervento internazionale di IndustriALL Global e IndustriALL Europe (12). Un progetto di legge parallelo, il 5344d, avrebbe privato le persone con disabilità, i veterani di guerra e gli atleti paralimpici dei loro diritti, in violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità.
I sindacati operano in condizioni che la sinistra occidentale non affrontava da decenni. La legge marziale ha limitato scioperi, manifestazioni e libertà di stampa dal febbraio 2022. La contrattazione collettiva è stata sospesa in molti settori.
La Federazione Ucraina dei Lavoratori (FPU) è stata bersaglio di una campagna statale per espropriarne i beni: il 5 giugno 2025, l’Agenzia Statale per la Gestione dei Beni (ARMA) ha fatto irruzione nella Casa dei Sindacati di Maidan e ha ordinato al personale dell’FPU di andarsene; il 13 maggio 2026, una sentenza del Tribunale distrettuale di Pechersk ha permesso all’FPU di rientrare sotto una nuova guida. La sinistra socialista Ucraina ha insistito affinché l’attacco statale ai beni dell’FPU fosse contrastato, pur criticando sistematicamente l’atteggiamento conciliante della dirigenza dell’FPU in merito al Codice del Lavoro e ad altre questioni.
Alla Conferenza sulla Ricostruzione dell’Ucraina a Roma, il 10 e 11 luglio 2025, il ministero dell’Economia guidato da Yulia Svyrydenko e l’FPU hanno firmato un memorandum tripartito sulla riforma del Codice del Lavoro. La più dinamica Federazione Ucraina Indipendente dei Lavoratori (KVPU) non ha firmato.
Soldati sotto pressione
I soldati sono sovraccarichi di lavoro e non ricevono sufficienti riposi. L’abbassamento dell’età di leva a 25 anni nel 2024 non ha risolto la carenza di personale. I nuovi volontari sono sempre meno; la diserzione è in aumento (13). Molti sono uomini che hanno prestato servizio continuativamente per diversi anni, osservando gli ucraini più ricchi acquistare esenzioni mediche per 3.000 dollari (circa 2.600 euro) o evitare legalmente la leva mantenendo l’iscrizione all’università. Più di un milione di dipendenti pubblici sono in possesso di esenzioni dalla mobilitazione.
La piattaforma “Army+” del novembre 2024, che consente ai soldati di richiedere trasferimenti di unità per via elettronica, e un’amnistia parziale in cui circa 9.000 disertori sono tornati volontariamente, trattano i sintomi anziché le cause. Come ho scritto l’anno scorso, i difensori dei diritti umani ucraini combattono “non solo l’imperialismo russo, ma anche i fallimenti del proprio stato in termini di mobilitazione, protezione sociale e responsabilità”.
Anche i soldati stanno opponendo resistenza collettivamente. Nel settembre 2025, 24 soldati del battaglione di riparazione della 125ª Brigata Meccanizzata Pesante Indipendente – per lo più specialisti nella riparazione di droni di età superiore ai 50 anni che gestiscono officine autogestite con stampanti 3D finanziate dalle loro famiglie – hanno annunciato che avrebbero abbandonato collettivamente il campo piuttosto che obbedire agli ordini di trasferimento in posizioni d’assalto. L’ordine è stato revocato entro 48 ore. Due mesi prima, il 48º Battaglione d’Assalto Indipendente, composto per il 90% da volontari e comprendente molti tatari di Crimea che combattono per riconquistare le loro terre occupate, aveva diffuso un video pubblico di protesta contro il licenziamento del loro comandante fondatore, Lenur Islyamov, a Pokrovsk: “Cambiare il comandante in un momento critico è una minaccia diretta alla capacità di combattimento dell’unità”. “Finora, la gerarchia militare ha gestito la maggior parte di questi incidenti attraverso la negoziazione e il trasferimento dei soldati e degli ufficiali coinvolti, piuttosto che con le misure disciplinari previste in tempo di guerra. Ciò riflette la dipendenza del regime dal sostegno pubblico e la consapevolezza della propria fragilità.”
L’azione della sinistra
La risoluzione della conferenza di Sotsialnyi Rukh dell’ottobre 2024 chiedeva di “porre fine all’incertezza sulla durata del servizio militare, poiché si tratta di una questione di equità fondamentale”, difendendo i diritti dei coscritti e dei militari “a un trattamento dignitoso, alla smobilitazione dopo un periodo di servizio definito e alla riabilitazione”. Il suo programma in dieci punti del marzo 2025 collega la mobilitazione militare a quella economica: periodi di servizio fissi, ripristino delle tutele salariali per i lavoratori mobilitati, indennizzo dignitoso per i feriti e il trasferimento parallelo dell’onere economico della guerra dagli uomini della classe operaia al capitale oligarchico.
La “riserva economica” – una proposta del 2024 che permetteva alle aziende di esentare i propri dipendenti pagando 20.000 UAH (circa 440 EUR) al mese per lavoratore – avrebbe formalizzato l’evasione di classe che già opera informalmente. La superiorità tecnologica combinata con un trattamento dignitoso del personale, sostiene Sotsialnyi Rukh, è la strada per una difesa sostenibile.
La sinistra ucraina, i movimenti femministi e sociali sono stati in parte ricostruiti grazie al loro ruolo attivo nella guerra. Il redattore di CommonsTaras Bilous, un soldato in servizio nelle forze armate ucraine dall’inizio dell’aggressione russa, spiega:: “Nei primi giorni dell’invasione, ho capito che il futuro del movimento di sinistra in Ucraina dipendeva dalla nostra partecipazione attiva alla guerra. … Se non fossimo andati a combattere, tutto sarebbe crollato. La sinistra avrebbe cessato di esistere come qualsiasi tipo di entità in Ucraina.”
Il peso istituzionale e l’infrastruttura di reclutamento della sinistra anticapitalista non possono essere paragonati a quelli delle unità militari di estrema destra, molto più grandi e consolidate, che hanno un’identità esplicita di estrema destra (14).
Pace, ricostruzione, solidarietà
L’opinione pubblica ucraina si è evoluta negli ultimi quattro anni. La maggior parte degli ucraini ora accetterebbe un cessate il fuoco sull’attuale linea di contatto. La maggior parte non accetterebbe la cessione formale del territorio e della sovranità russa su Crimea, Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson (15).
Oleksandr Kyselov, membro di Sotsialnyi Rukh, ha posto il problema: le forze ucraine sono esauste e il sostegno occidentale è sempre più condizionato, ma le condizioni che emergono da Washington equivalgono a una resa mascherata da compromesso. Secondo Kyselov, “le proposte di pace dell’amministrazione Trump in Ucraina sembrano un affare immobiliare, in cui gli Stati Uniti ricevono un pagamento per la cessione di terre ucraine”. Le condizioni per il ritorno sicuro dei rifugiati dipendono da garanzie di sicurezza che ancora non esistono. Le garanzie credibili che gli ucraini chiedono – un impegno da parte dei paesi occidentali a fornire forniture di armi, un sostegno finanziario e diplomatico simile in caso di un secondo attacco da parte della Federazione Russa – sono proprio ciò che l’Occidente guidato da Trump non è disposto a fornire. La “pace” mediata da Washington è un cessate il fuoco forzato alle condizioni russe senza le garanzie che lo renderebbero sostenibile.
Che tipo di paese sarà l’Ucraina quando le armi taceranno?
La ricostruzione non è una questione rimandata alla pace. È un tema che viene concepito ora, come dimostrano una serie di conferenze dei donatori – Lugano 2022, Londra 2023, Berlino 2024, Roma 2025 – e le condizioni di riforma legate al Fondo UE per l’Ucraina, ai prestiti del FMI, al prestito per la politica di sviluppo della Banca Mondiale e alla Centrale per le riforme. L’economia politica su cui convergono questi strumenti è coerente: privatizzazione dei servizi pubblici, austerità fiscale, deregolamentazione del lavoro e attrazione di investimenti esteri come motore della crescita postbellica.
Secondo Yuliya Yurchenko, rappresentante della KVPU nel Regno Unito e membro di Sotsialnyi Rukh, “il progetto sul tavolo per l’Ucraina, con il suo schiacciante debito pubblico, il suo approccio di austerità alla spesa pubblica, la sua forte dipendenza dalle rimesse (10% del PIL nel 2021), i suoi bassi salari e le deboli tutele del lavoro, difficilmente potrebbe essere considerato in grado di produrre qualcosa di paragonabile” alla costruzione/ricostruzione dello stato sociale europeo del dopoguerra. Lo spostamento di massa, il collasso demografico, la distruzione di alloggi e infrastrutture, l’eccessivo indebitamento, la continuità oligarchica e le condizioni proposte per l’adesione all’UE stanno aggravando questi problemi.
Da questa prospettiva, l’Ucraina del dopoguerra sarà una dipendenza permanente: una periferia deregolamentata alla mercé del capitale internazionale. La pressione americana per l’accesso alle risorse minerarie sotto l’amministrazione Trump 2.0 struttura apertamente la spartizione e la ricostruzione dell’Ucraina come un’opportunità di mercato. Sotsialnyi Rukh ha delineato chiaramente la scelta: nella sua dichiarazione del marzo 2025, ha affermato che “il governo ucraino ha un’opportunità unica per dimostrare, nella pratica, cosa è disposto a sacrificare: il paese o gli oligarchi”; il suo programma prevede una tassazione progressiva fino al 90% del reddito, l’espropriazione dei beni oligarchici, la cancellazione del debito e la ricostruzione pubblica. “Lo smantellamento del capitalismo oligarchico è diventato più fattibile che mai nel contesto di una guerra su vasta scala ed è percepito dalla società come giustificato”.
Il programma di riarmo menzionato in precedenza è in gran parte un trasferimento di risorse ai produttori di armi occidentali piuttosto che alla difesa ucraina. La questione del finanziamento rimane aperta. “Ci sono tre opzioni”, sostiene Hanna Perekhoda. “In primo luogo, possiamo tagliare i finanziamenti ai sistemi sociali nazionali: questo è pericoloso e sbagliato. L’insicurezza sociale rafforza i populisti e i fascisti antidemocratici. In secondo luogo, si potrebbero aumentare le tasse per i super-ricchi e le aziende. Questo, tuttavia, richiede coordinamento per prevenire la fuga di capitali. L’annuncio di Trump di visti d’oro per i super-ricchi significa che si sta già preparando a uno scenario del genere. Ma c’è una terza soluzione. Circa 300 miliardi di euro di beni russi sono stati congelati. Potrebbero essere confiscati e utilizzati per finanziare la difesa dell’Ucraina, nonché la sicurezza europea. La Russia sarebbe quindi chiamata a rispondere dei suoi crimini di guerra e l’onere della difesa non ricadrebbe solo sui cittadini europei.”
Nel febbraio 2026, Bilous ha scritto che Washington aveva abbandonato l’Ucraina come strumento di pressione anziché utilizzarla: “Trump ha abbandonato una posizione negoziale dopo l’altra, ha rinunciato alla sua richiesta di un cessate il fuoco incondizionato e ha dato a Putin ciò che voleva: il riconoscimento e la fine dell’isolamento internazionale”. La sua domanda alla sinistra radicale occidentale era diretta ed è rimasta in gran parte senza risposta: “Ma chi a sinistra dice che la Russia debba essere costretta a rispettare il cessate il fuoco?”. L’avvertimento di Bilous è che un cattivo cessate il fuoco, in particolare uno che richiederebbe all’Ucraina di cedere territori non occupati nel Donbass, destabilizzerebbe la società ucraina e rafforzerebbe l’estrema destra. Una cattiva pace sarebbe anche il momento in cui le contraddizioni del tempo di guerra analizzate sopra — tra una classe operaia che si fa carico del peso della difesa e un’oligarchia che non ne sopporta alcuno, tra l’auto-organizzazione dei lavoratori dal basso e la riforma guidata dai donatori dall’alto — diventerebbero il contenuto politico dell’Ucraina del dopoguerra.
Il contributo della sinistra ucraina allo sforzo bellico – sindacati e associazioni studentesche, gruppi femministi, Sotsialnyi Rukh, Pryama Diia, Be Like We Are e i Collettivi di Solidarietà – ha costruito il vocabolario politico e la credibilità necessari per il difficile lavoro che si svolgerà in Ucraina dopo la fine dei combattimenti. È responsabilità della sinistra occidentale ascoltare e fornire sostegno politico e materiale.
Solidarietà significa schierarsi al fianco dei lavoratori ucraini, delle donne, dei soldati, dei rifugiati e delle persone nei territori occupati contro gli imperialismi che hanno plasmato questa guerra e contro una “pace” che consegnerebbe permanentemente l’Ucraina all’occupazione, alla dipendenza o a entrambe.
*redattore del sito Europa Solidaire Sans Frontières (ESSF) ed ex coordinatore della Rete europea di solidarietà con l’Ucraina (RESU/ENSU). Articolo pubblicato il 21 maggio 2026 sul sito europe-solidaire.org
Le Nazioni Unite hanno documentato oltre 15.000 morti e più di 41.000 feriti tra i civili dal febbraio 2022; questa stima prudente esclude Mariupol e la maggior parte dei territori occupati, dove la verifica indipendente è stata impossibile. Missione di monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite in Ucraina, “I danni ai civili e le violazioni dei diritti si intensificano in Ucraina quattro anni dopo l’invasione”, 16 febbraio 2026.
KVPU e FPU, appello congiunto alla CES, 16 novembre 2025, nel Bollettino sindacale ENSU-RESU n. 17, novembre 2025.
I droni FPV (First-Person View) consentono all’operatore di pilotare il velivolo utilizzando un flusso video in diretta da una telecamera montata sul drone, e vengono utilizzati in Ucraina come in Russia per colpire veicoli, fortificazioni e fanteria a basso costo.
Zelensky è stato eletto nell’aprile 2019 con un programma centrista, anticorruzione e liberale (“Servitore del Popolo”) che poneva l’accento sulla riconciliazione con la popolazione russofona, sulla fine della guerra nel Donbass e sul decentramento. La traiettoria del suo governo durante la guerra ha proseguito la deriva neoliberista prebellica, accelerata dalle condizionalità del FMI e dalle priorità dei donatori occidentali.
Citato in Francesca Barca, “Ucraina: guerra, disuguaglianza, neoliberismo: le sfide che la sinistra ucraina si trova ad affrontare”, Europe Solidaire Sans Frontières, febbraio 2025. Disponibile – in inglese – all’indirizzo: https://www.europe-solidaire.org/spip.php?article74022
Pryimak ha ricevuto il Premio franco-tedesco per i diritti umani per il suo impegno a favore dei diritti delle soldatesse. Per quanto riguarda il progetto di legge 13037 e la Marcia delle donne dell’8 marzo 2026 a Kiev, si veda “08M26, Ucraina, un’iniziativa in tempo di guerra”.
Nel marzo 2023, la Corte penale internazionale aveva emesso mandati di arresto nei confronti di Vladimir Putin e della commissaria russa per i diritti dei minori, Maria Lvova-Belova, in relazione alla deportazione illegale di bambini ucraini.
L’11 maggio 2026, la NABU e la SAPO hanno formalmente notificato a Yermak l’accusa di riciclaggio di denaro nel caso Dynastia/Kozyn, sostenendo che circa 460 milioni di UAH (circa 9 milioni di euro) fossero stati riciclati attraverso un progetto residenziale di lusso nella periferia di Kiev con fondi provenienti dallo schema Energoatom; il 14 maggio 2026, la Corte anticorruzione superiore (HACC) ha posto Yermak in custodia cautelare per 60 giorni con una cauzione fissata a 140 milioni di UAH (circa 2,7 milioni di euro), mentre altri sei indagati, tra cui l’ex vice primo ministro Oleksii Chernyshov e Mindich, hanno ricevuto nuove notifiche di indagine.
Pryama Diia esiste e interviene nell’Accademia Nazionale di Arti e Architettura (NAOMA), nell’Accademia Kyiv-Mohyla, nell’Università Nazionale Taras Shevchenko, nell’Università Ivan Franko di Leopoli e nell’Accademia Ucraina di Design. Nel 2025 Pryama Diia è entrata a far parte della Rete Internazionale dei Sindacati per la Solidarietà e le Lotte.
Bilkis è stata fondata a Kharkiv nel 2019 e si è trasferita a Leopoli dopo il febbraio 2022; si descrive come intersezionale, anticapitalista e orizzontale. FemSolution è stata fondata nel 2016 presso l’Accademia Kyiv-Mohyla come iniziativa studentesca queer femminista. Feminist Workshop ha sede a Leopoli.
Gli undici partiti erano: Piattaforma di Opposizione Per la Vita (la maggiore opposizione con 44 seggi parlamentari), Partito Shariy, Nashi, Blocco di Opposizione, Opposizione di Sinistra, Unione delle Forze di Sinistra, Derjava, Partito Socialista Progressista, Partito Socialista, Socialisti e Blocco Volodymyr Saldo.
Judith Kirton-Darling e Atle Høie, segretari generali di IndustriALL Europe e Global Union, hanno scritto al presidente della Rada Stefantchouk il 29 gennaio 2025, avvertendo che il progetto di legge avrebbe “compromesso gravemente le tutele legali dei lavoratori in materia di licenziamento ingiusto, consenso al lavoro straordinario, diritto alla sicurezza sociale e alle pensioni, diritti delle donne e dei giovani lavoratori e condizioni di lavoro dignitose”.
Dal 2022 sono stati registrati oltre 310.000 casi di diserzione e assenza ingiustificata, più della metà dei quali solo nel 2025. Si veda Oleksandr Kyselov, “L’Ucraina di fronte a una scelta insopportabile”.
Alcune decine di combattenti antiautoritari e di sinistra prestano servizio nelle stesse formazioni delle forze di difesa territoriale. Elementi del movimento di estrema destra Azov dominano la 12ª brigata delle forze speciali della Guardia Nazionale; la 3ª brigata d’assalto separata, comandata da Andriy Biletsky, e l’unità Kraken, riuniscono migliaia di soldati motivati ed esperti in unità con un orientamento di estrema destra esplicito.
Un sondaggio condotto dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev (KIIS) nel 2023 ha rilevato che l’82% degli ucraini si opponeva a qualsiasi concessione territoriale. Nell’agosto 2025, un sondaggio del Rating Group ha rilevato che il 59% era favorevole a porre fine ai combattimenti e a cercare un compromesso; il 20% voleva continuare a combattere fino alla riconquista del Donbass e della Crimea, e il 13% fino alla linea del 23 febbraio 2022. Il 75% ha dichiarato allo stesso istituto di sondaggi che qualsiasi cessate il fuoco dovrebbe essere accompagnato da garanzie di sicurezza internazionali.
The Chair of the International Trade committee will hold a press conference after tonight's negotiations between Members and Council on the work on the deal around EU-US trade relations Committee on International Trade
Il Primo Maggio saremo presenti a Piombino e a Carrara. Per un mondo libero dalle guerre, dallo sfruttamento e dall’oppressione. Per la Rivoluzione Sociale, per l’Anarchia!
(O meglio: ecco come una storia strampalata senza prove, senza testimoni e senza coerenza viene spacciata per verità)
[ATTENZIONE! Questo post contiene immagini particolarmente brutali e violente in linea con gli argomenti trattati]
1.00 PREMESSA – LA STORIA DELLA STORIA DI QUESTA STORIA
Pomeriggio.
Interno giorno.
Fuori piove.
Sto amichevolmente battibeccando per chat con “E”.
Argomento: seconda guerra mondiale; i partigiani.
Nodo del battibecco: “E” sostiene che i partigiani abbiano compiuto crimini peggiori e più numerosi di quelli compiuti dai fascisti.
Io no.
Con “E” capita a volte di scontrarmi su certi argomenti. La conclusione é quasi sempre la stessa: ognuno resta sulle sue posizioni, ci si beve una birra (ahimé non stavolta: i dialoghi via chat sono desolatamente analcolici) e con una sterzata di centottanta gradi si sposta il dialogo su argomenti maggiormente condivisi, che é un bel modo per dire che poi si parla di figa.
Ma una cosa che ha detto mi ha incuriosito e me la son segnata.
“Planina Bala – Se la trovi leggiti la storia di Planina Bala”
Un nome di cui non so nulla.
Alla sera cerco sul web e scopro su numerose pagine online che ne parlano. Planina Bala non é, come pensavo, il nome di una donna. É il nome di un luogo. Un luogo sui monti presso Tarvisio: malga Bala (Planina Bala in sloveno). Una malga legata ad una storia.
Storia che per sommi capi viene narrata così: “Nel 1944, nei monti presso Tarvisio, una banda di partigiani slavi spinti da odio anti italiano rapisce 12 carabinieri. Dopo due giorni di “via crucis” sui monti li portano a Malga Bala e li torturano fino alla morte in modalità da film horror.”
V’é pure “la storia di questa storia”, poiché il ricordo della vicenda non sarebbe emerso che pochi anni fa, sepolto da un fortissimo senso di omertà e paura diffuso tra la gente del posto.
In effetti mi s’accende la curiosità, anche se forse in modo diverso da come credeva “E”.
Innanzitutto mi colpisce la descrizione minuziosa e particolareggiata delle violenze granguignolesche (ganci di metallo infilzati nei talloni, petti squarciati, occhi maciullati, cuori frantumati, foto dei figli dei torturati inserite a forza dentro fori nei loro petti, gole bruciate da soda caustica, genitali tagliati e infilati in bocca, corpi massacrati a picconate). Di fronte a dettagli tanto approfonditi mi vien logico supporre che l’unica fonte plausibile per descrizioni tanto dettagliate possa essere qualcuno che vi ha preso parte. Ma penso pure che sia strano che una storia tanto impattante possa esser stata taciuta per diversi anni.
La terza cosa che mi viene in mente é “ma ha senso?”. Nel bel mezzo del conflitto, con truppe nazifasciste ovunque, scendere a valle con lo scopo di sequestrare dei carabinieri per poi massacrarli con modalità tanto crudeli in un luogo isolato ma fingendo per anni che non sia mai accaduto? La quarta cosa che mi viene in mente é che “confine orientale” e “1944” mal si conciliano con “carabinieri” (ci arrivo tra un po).
Conoscendo già diversi episodi “della seconda” ed avendo una certa idea di come funzionassero determinate cose durante il conflitto, questo episodio mi suona proprio male.
INDICE
1.00 PREMESSA – LA STORIA DELLA STORIA DI QUESTA STORIA
INSERTO STORICO – parte 1 – RIFLESSIONE A CALDO: SHOCK & AWE
INSERTO STORICO – parte 2 – PARTRIGIANI E POPOLAZIONE
INSERTO STORICO – parte 3 – STATO FANTOCCIO TEDESCO
INSERTO STORICO – parte 4 – LEGITTIMITÀ E SCELTE
INSERTO STORICO – parte 5 – RESISTENZA, (POST?)FASCISTI ED ALLEATI
INSERTO STORICO – parte 6 – ITALIA PAESE VITTIMISTA E INVASORE
INSERTO STORICO – parte 7 – IL CONFINE ORIENTALE
INSERTO STORICO – parte 8 – RAPIMENTI PARTIGIANI
INSERTO STORICO – parte 9 – CRIMINI PARTIGIANI E LEGGENDE NERE
1.01 RICERCHE
1.02 UNA VERITÀ OPPRESSA??? MO DAVÈRO?
1.03 LA FONTE UNICA!!!
1.04 DUNQUE:
2.00 PLANINA BALA, DI ANTONIO RUSSO
2.01 STRUTTURA DEL TESTO
2.02 L’INTRODUZIONE STORICA DEL LIBRO
INSERTO STORICO – parte 10 – LE BRIGATE OSOPPO
2.03 STILE
2.04 LA (MALA)ESPOSIZIONE DELLE FONTI
2.05 SELEZIONE
2.06 INTERVISTE, FARI E PANINI
2.07 ATTEGGIAMENTO PREVENUTO
2.08 LE TANTE CONTRADDIZIONI DEL LIBRO
2.09 CONCESSIONI A CARO PREZZO
2.10 AMORE E ODIO
2.11 INFORMAZIONI SUSSURRATE
2.12 FALLACIE LOGICHE
3.00 IL MONDO DI “PLANINA BALA”
3.01 FRANZA O SPAGNA PURCHE’ SE MAGNA
3.02 OMERTA’ A PUFFLANDIA
3.03 PARTIGIANI VS. BRAVA GGGENTE
3.04 I DODICI ANGELI PATRIOTTICI
3.05 I SATANICI DEMONI DELLE MONTAGNE
3.06 JOSKO (Franc Ursic)
3.07 SRECKO (Silvio Gianfrante)
3.08 HROVAT (Lojs Hrovat)
3.09 SOCIAN (Ivan Likar)
3.10 I CUGINI STRONZI DI GERMANIA
3.11 IL CONTAGIOSO VIRUS PARTIGIANO
3.11.01 QUELLI CHE RESISTONO AL VIRUS
3.11.02 QUELLI SU CUI SI SORVOLA
3.11.03 IL REMITTENTE
3.12 LA GUARDIA NAZIONALE REPUBBL…… EHMMM…. CARABINIER….
INSERTO STORICO – parte 11 – LE DIVISE DELLA GNR
3.13 LETTURA RELIGIOSA DEGLI EVENTI
3.14 IL PARALLELO CON LA PASSIONE DEL CRISTO
3.15 LE MOTIVAZIONI DEI PARTIGIANI…PER IL PUBBLICO
3.16 VERSIONE UNIC…..OOOOPS!!!
4.00 LE TORTURE
5.00 GLI EVENTI SUCCESSIVI
5.01 LE RICERCHE NON-RICERCHE
5.02 LE DUE VERSIONI DELLA SCOPERTA
5.03 IL RECUPERO DELLE SALME
5.04 L’INCENDIO DELLA MALGA
5.05 PROPAGANDA
5.06 C.S.I. TARVISIO
5.07 LE CHIACCHERE DEL PAESE
5.08 TESTIMONI IN FAMIGLIA
5.09 IL SILENZIO PARTIGIANO
5.10 LA NON-REAZIONE DEI NAZIFASCISTI
5.11 LO STUPORE DEI PARTIGIANI
5.12 POSTUMI PARTIGIANI
5.13 PRIMO DOPOGUERRA E DIMENTICATOIO
6.00 POTREBBE ANCHE ESSERE ANDATA COSI’
7.00 LE (S)TORTURE
7.01 I TESTIMONI DELL’UCCISIONE
7.02 MA COSA DIAV………. (PARARSI IL CULO)
7.03 CRONOLOGIA EVENTI SECONDO RUSSO
7.04 IL SUPERTESTE MISTERIOSO
7.05 L’AMBIGUO BEPI FLAJS
7.06 SPOSTAMENTI DI DATA
7.07 MYZA KOMAC E GLI ANONIMI
7.08 LE DICHIARAZIONI DI HROVAT
7.09 LE DICHIARAZIONI DI SRECKO
8.00 LA “VERITA'” DI RUSSO
INSERTO STORICO – parte 1 – RIFLESSIONE A CALDO: SHOCK & AWE
Mattanze tanto brutali ed eclatanti, quando non avvengono per scoppi d’ira improvvisi, s’inseriscono nella logica militare dello “Shock & awe” (colpisci e domina) ed avvengono essenzialmente per lanciare un messaggio che trasmetta terrore negli abitanti di una zona ove la forza che esercita tale violenza vuol rimarcare la propria posizione di predominio.
Tomino 27 novembre 1942. Fascisti italiani posano con la testa del partigiano sloveno Jernej Arko (nome di battaglia Črt) (fonte)
Un esempio diretto arriva proprio dal fascismo: le violenze più efferate perpetrate dal fascismo si verificarono inizialmente contro le popolazioni occupate in Jugoslavia, Libia ed Etiopia; solo dopo l’8 settembre 1943, con la drastica caduta di consenso e supporto da parte della popolazione, tali violenze si riscontrano anche a danno di quegli italiani che, osteggiando il fascismo, venivano da questo considerati nemici.
7 luglio 1942 “Prendiamo un cerino e milioni vanno in fiamme…” Capitano Modica (fonte)
Se questa logica funziona per una struttura organizzata come un’esercito occupante o una potente rete criminale che agisce in un territorio in cui può muoversi agevolmente, la cosa cambia quando si tratta di piccoli gruppi armati non ancora ben organizzati (siamo nei primi mesi di attività della resistenza) obbligati a nascondersi e spostarsi continuamente tra le montagne, in ribellione con la forza dominante e la cui esistenza dipende completamente dal supporto umano e logistico di una buona fetta della popolazione locale. Nel caso in cui delitti e barbarie vengano compiute da una forza ribelle é praticamente scontato che queste verrebbero sfruttate dalla propaganda della potenza dominante come atto d’accusa contro gli stessi ribelli.
In queste condizioni terrorizzare la gente del posto con atti di barbarie ingiustificata significherebbe farsi bollare per mostri ed intimorire anche chi si fidava o si sarebbe potuto fidare. Significherebbe denunce, segnalazioni anonime, delazioni e tradimenti. Significherebbe iniziare una spirale di violenze che porterà a dover minacciare prima o poi tutti quelli che prima ti aiutavano spontaneamente. E’una delle spirali che portano spesso molti gruppi criminali a dissolversi. Significherebbe rinunciare alla collaborazione, airifornimenti, alla raccolta di informazioni da parte dei paesani ed a mille diversi tipi di aiuto materiale: non é conveniente per una forza militarmente ed economicamente minoritaria essere in lotta sia con la forza dominante che con la popolazione locale.
Teste di combattenti torturati poste su un tavolo (fonte)
Anche in anni recenti non sono certo mancati esempi di esecuzioni brutali da parte di gruppi armati ed é facile notare come le barbarie dell’ISIS o il caso delle teste mozzate in Guatemala siano difatti entrambi casi di azioni effettuate da strutture ben radicate in un territorio che controllano e sono sempre azioni caratterizzate da estrema spettacolarità ed intento comunicativo che vengono eseguite per affermare il proprio dominio sul territorio. Uccisioni tanto brutali non avvengono laddove chi le effettua non é supportato da una grossa fetta della popolazione o non ha alle spalle una struttura tanto grossa da garantirsi l’impunità.
Queste brutali dimostrazione di forza trovano dunque un loro senso solamente se vengono esibite trasformando gli stessi corpi martoriati in un messaggio.
Stesso discorso vale anche per il valore simbolico-comunicativo di diversi omicidi di mafia italiana (uno su tutti: la decapitazione del criminologo-psichiatra Aldo Semerari, la cui testa venne posta in una bacinella tra i propri piedi). Anche andando un indietro negli anni si osserva come le stesse esecuzioni pubbliche (crocifissione romana) e l’esibizione prolungata dei corpi degli impiccati (qui gli esempi si sprecano) fungesse sempre da monito comunicativo.
Perciò questo caso suona doppiamente strano: pianificare ed eseguire un massacro tanto violento e brutale ha senso solo come messaggio intimidatorio il cui effetto certo sarebbe quello di impaurire la popolazione (prima stranezza, data la condizione dei partigiani di dipendenza dalla popolazione), inoltre viene svolto in un luogo tanto isolato e difficilmente raggiungibile da rendere possibile un rivenimento anche estremamente tardivo dei corpi-messaggio.
Ustascia (fascisti croati anti serbi) decapitano un prigioniero del campo di Jasenovac
INSERTO STORICO – parte 2 – PARTRIGIANI E POPOLAZIONE
Tagliando con l’accetta, perché un gruppo combattente in opposizione alla forza dominante ottenga la collaborazione della popolazione ci possono essere tre sole vie: 1) ottenerne la fiducia 2) pagarla 3) intimorirla. Una stessa forza combattente può arrivare ad utilizzare tutti e tre i metodi, anche se con modalità, intensità, obiettivi, tempistiche e soggetti differenti.
Ma come già osservato, se i partigiani avessero basato la loro strategia sulla terza opzione, ossia terrorizzare le intere popolazioni locali, sarebbero durati ben poco. Questa opzione difatti non porta mai ad una collaborazione vera ed é controproducente se non é seguita da una rapida presa del potere e la creazione di una rete di collaborazione e propaganda.
Se invece i partigiani avessero creato la loro intera rete di supporto principalmente pagando si dovrebbe spiegare e documentare in che modo, come e da dove, senza appoggio di industriali o banchieri, i partigiani avrebbero fatto comparire magicamente dal nulla riserve di denaro almeno pari a quelle della stessa RSI. Al tempo stesso se i partigiani fossero stati supportati da TUTTA la popolazione probabilmente la guerra sarebbe terminata con molti mesi d’anticipo. La realtà é che furono principalmente supportati da un’ampia fetta della popolazione, le intimidazioni erano circoscritte a fascisti e filofascisti ed i pochi casi di corruzione hanno riguardato personaggi senza remore che agivano per mero interesse, come nel caso di funzionari fascisti o milizie confinarie disposti a chiudere un occhio per denaro. L’intimidazione dunque può essere attuata solo a patto che sia limitata e non sfoci mai nel terrore (che é attuabile solo dalla forza dominante) e deve sempre essere controbilanciata da forme di rapporto fiduciario-collaborativo più forte dell’intimidazione stessa.
La realtà, dunque, é molto più complessa ed intrecciata di come spesso si tenta di ridipingere: i gruppi partigiani certamente erano appoggiati da una buona fetta della popolazione, mentre un’altra parte era fascista o afascista. In tale situazione, visto soprattutto la situazione di svantaggio numerico in cui molti gruppi resistenziali si trovavano in quei primi mesi, l’interesse era sia quello di mantenere i rapporti di fiducia della popolazione simpatizzante che non inimicarsi quella dei numerosi afascisti indecisi: terrorizzare la propria rete di supporto già attiva e quella potenziale non avrebbe avuto alcun senso.
Bisogna anche star attenti a non cadere nella facile semplificazione “monoblocco partigiano contro monoblocco fascista”: quando si parla genericamente di partigiani s’intendono gruppi diversissimi per formazione (Brigate Garibaldi, GAP, SAP, Giellisti, ecc.) ed indirizzo politico (cattolici, liberali, democristiani, monarchici, comunisti, anticomunisti, socialisti, cattocomunisti, azionisti, anarchici, repubblicani) che convivevano a volte molto forzatamente tra loro (qui le cose si complicano ancora: una stessa formazione poteva essere composta ad esempio da cattolici e comunisti; formazioni miste si sono divise e fuse tra loro; parti di una formazione potevano confluire in formazioni diverse, ecc.) ed infine collaboratori più o meno attivi, simpatizzanti, staffette, informatori, doppiogiochisti ecc. Molti partigiani erano ex militari che in gioventù furono balilla e credettero nell’illusione fascista; alcuni di essi furono per lungo tempo critici, altri capirono solo all’ultimo cosa fosse veramente il fascismo.
Pure parlare genericamente di “fascisti” può rivelarsi una semplificazione: anche qui c’erano gruppi separati a volte pure in lotta fra loro (squadristi e fascisti della prim’ora, i volontari della RSI convinti, quelli aderenti a gruppi “speciali” come la X^ Mas fedeli a Borghese, i fasciatissimi della Muti, le Brigate nere, la GNR. Inoltre c’erano le SS italiane fedeli a Hitler, le forze dell’ordine rimaste fedeli a Mussolini, gli amministratori e gli imprenditori che avevano fatto affari col fascismo ed una larga fetta di popolazione che plaudeva il fascismo pur senza partecipare attivamente alla scena politica), c’erano forme ideologiche che pur condividendo un “egual sentire” di fondo potevano essere diversissime fra loro (monarchici, repubblicani, cattolici, anticlericali, filogermanici, italocentrici, mussoliniani e non mussoliniani, afascisti). Ma cerano pure gli ex-IMI che preferirono aderire all’RSI solo perché l’alternativa era patire il freddo e la fame dei lager tedeschi (anche se la maggior parte, circa 650.000 preferì patire le pene della fame nei campi d’internamento e lavoro), così come militari allo sbando che temevano di essere “passati per le armi mediante fucilazione nella schiena” come recitato nel bando del maggio 1944 a firma Giorgio Almirante.
Erano fascisti dei criminali violenti che proprio grazie all’avallo del PNF poterono agire senza freno ed erano fascisti anche convintissimi devoti a Mussolini che non commisero personalmente mai alcun delitto, così come “fascisti” furono anche semplici simpatizzanti e persone in posizione più o meno importante che a causa del loro agire o non-agire avevano permesso il mantenimento del regime e/o l’esecuzione di crimini. C’era chi s’era arruolato nella RSI perché convinto e chi per paura di esser fucilato. C’era chi aveva disertato per andare tra le file dei partigiani e chi i partigiani li fucilava perché era imbevuto di vent’anni di propaganda. C’era chi poi s’é pentito delle scelte d’allora, chi se ne é sempre fatto un vanto e chi le ha rinnegate solo per convenienza.
“Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti (…). Uccidiamo famiglie intere, ogni notte, a furia di colpi o con le armi. Se cercano soltanto di muoversi tiriamo senza pietà e chi muore muore”
(Salvatore Seldi descrive alla famiglia l’occupazione dei territori orientali, 1 luglio 1942. Fonte: diecifebbraio)
É più criminale chi ha ucciso ingiustamente un uomo o chi, per non aver preso posizione, ha permesso che se ne condannassero ingiustamente a morte dieci? Non c’é da stupirsi se certe distinzioni che risultano difficili ancor’oggi vennero risolte in maniera sbrigativa durante il conflitto.
Questo per ribadire che quando si osserva in dettaglio una vicenda del periodo ci sono numerose sfumature di cui tener conto per evitare di cadere nella semplificazione. Vanno fatti dunque dei distinguo: se il fascismo e la resistenza in quanto fenomeni sono due realtà chiaramente distinte ognuna con specificità proprie, quando si volge lo sguardo sui singoli eventi ha più senso parlare di resistenzE e fascismI perché a seconda del piano su cui verte il discorso (che cambia drasticamente se le vicende vengono considerate sul piano più ampio dello scontro universale tra fenomeni generali o tra blocchi di potere e umanità o su altri piani intermedi) non sempre si possono mettere draconianamente sullo stesso piano un Rodolfo Graziani e un amministratore comunale che aderì al fascismo essenzialmente per garantirsi un posto di lavoro, così come dall’altro la dirigenza del CLN e un singolo partigiano che magari le distinzioni di cui sopra le risolveva troppo sbrigativamente a pistolettate. Se il fascismO come fenomeno é un fenomeno criminale, la mera adesione o vicinanza morale ad esso é invece un problema culturale. Ne deriva che quando il piano del discorso riguarda Fascismo e Resistenza come fenomeni generali questi andranno giudicati sul piano storico nel loro complesso, mentre nei singoli casi specifici é necessario fare i conti con i numerosissimi distinguo di cui sopra.
Dunque che rapporto intercorreva solitamente tra partigiani e popolazione? Il supporto alla resistenza fu indubbiamente fortissimo ma di certo non unanime né omogeneo: c’era chi appoggiava la resistenza ma non la sua componente comunista, c’era chi parteggiava per la resistenza aiutando materialmente i partigiani di ogni colore e chi tifava resistenza senza però fare alcunché di concreto, c’era chi forniva informazioni e chi portava comunicazioni, così come c’era un’ampia fetta di popolazione che invece tifava per il fascismo e vedeva in ogni azione partigiana una tragedia.
INSERTO STORICO – parte 3 – STATO FANTOCCIO TEDESCO
9 luglio 1943 sbarco in Sicilia degli angloamericani 25 luglio 1943 il Gran consiglio del Fascismo approva l’estromissione di Mussolini. Il Re lo fa imprigionare ed affida il governo a Badoglio. 8 settembre 1943 Badoglio, a capo del governo legittimo, annuncia pubblicamente l’armistizio con le forze anglo-americane. 12 settembre 1943 con un’operazione militare i tedeschi liberano Mussolini e lo trasferiscono in Germania. 18 settembre 1943 via radio, da Monaco di Baviera, Mussolini annuncia creazione di uno stato fascista nel nord Italia. 28 settembre 1943 nel nord dell’Italia viene istituito lo stato fantoccio dell’RSI sotto controllo nazista per proseguire il conflitto. settembre 1943 – marzo 1944 in questi mesi si sviluppa la prima fase della resistenza al nazifascismo, in molti casi spontaneista e non del tutto ben organizzata.
Di fatto dopo l’8 settembre il nord Italia é sotto occupazione tedesca: né più né meno che un territorio coloniale (o protettorato) che dal 28 settembre sarà comandato da un governatore di facciata (un Mussolini oramai del tutto burattino). Come se un Piemonte secessionista fosse posto forzatamente sotto amministrazione della Francia la quale decidesse di mettere a capo delle zone controllate un membro della famiglia Agnelli in lotta contro Roma.
[…] su 73 sospetti non trovar modo di dare neppure un esempio è un po’ troppo […] SI AMMAZZA TROPPO POCO !
(Nota del 4 agosto 1942 del Generale Robotti riguardante la situazione sui Balcani)
Quando si parla di ciò che avvenne in nord Italia dopo l’8 settembre 1943 é necessario che questo punto sia chiaro: il re ed il governo legittimo erano rifugiati in meridione ed i fedeli a Mussolini avevano di fatto appoggiato la scelta di trasformare il nord Italia in una colonia nazista.
Qualunque sia la propria opinione politica é indubbio che dall’unità d’Italia l’unico movimento di massa che abbia mai tentato di sostituirsi al governo in carica imponendosi con la forza bruta é stato il fascismo, così come é indubbio che pur di mantenere il proprio dominio, Mussolini preferì cedere alla Germania proprio quei territori per la cui conquista, costata 1.240.000 vittime lui stesso si era fortemente schierato decenni prima portando l’Italia nella Grande Guerra (Trentino Alto Adige, Friuli ed Istria).
La nascita dell’RSI e la decisione di proseguire il conflitto contro il governo legittimo fu una colpa imputabile esclusivamente ai nazifascisti: senza questa decisione la guerra sarebbe probabilmente terminata con diversi mesi d’anticipo. Sono pertanto ridicole le affermazioni di chi sostiene che il conflitto si protrasse a causa delle azioni dei partigiani, che combattevano una nazione occupante ed i fascisti, connazionali ridottisi a sgherri dei nazisti.
INSERTO STORICO – parte 4 – LEGITTIMITÀ E SCELTE
Tralasciando i casi di mero calcolo, di opportunistico interesse e di scelta forzata é indubbio che molti di coloro che aderirono alla RSI lo fecero con convinzione e per fedeltà a Mussolini, percependosi nel giusto. Non potendo/volendo riassumere in poche righe un discorso complessivo sulle rozze ed illusorie menzogne del fascismo (questo articolo é già abbastanza lungo così), qui ci si limiterà ad evidenziare come l’aderenza all’RSI fosse, di fatto, una ribellione ingiustificata nei confronti del governo legittimo. Se si é oppressi da un potere ingiusto é giusto ribellarsi ed in casi estremi, purtroppo, l’uso della violenza può esser l’unica strada percorribile. Ma non fu questo il caso dei repubblichini:
I repubblichini erano oppressi da un potere ingiusto?No: Mussolini era stato esautorato perché dopo aver trascinato l’Italia in una serie di avventure e collaborazioni belliche disastrose e inutilmente dispendiose (Guerra civile spagnola, l’avventura coloniale in Libia ed in Etiopia, invasione della Francia, invasione dei Balcani e della Grecia, richiesta di partecipare alla campagna di Russia inviando 230.000 soldati italiani sotto comando tedesco) e, aggiungiamo, NON esser nemmeno stato in grado di far arrivare i treni in orario (ossia: essendo stato incapace di portare davvero l’Italia ad un livello socio-economico-tecnologico paragonabile a quello delle altre nazioni centroeuropee, nonostante la propaganda sostenesse diversamente), alleandosi con la Germania e dichiarando guerra a Stati Uniti, Francia, Grecia, Albania, Jugoslavia e Gran Bretagna, aveva trascinato l’Italia in un baratro da cui non sarebbe mai potuta uscire indenne: porre fine a Mussolini ed al movimento da lui guidato era, ancor prima di ogni ideale e considerazione personale, ciò che era necessario per il bene della popolazione italiana. Chi proseguì nel supporto a Mussolini, di fatto, aveva scelto di proseguire su una strada già evidentemente mortale per l’intera penisola.
I repubblichini erano legalmente legittimati? Come visto sopra, no: il governo era rifugiato tra Brindisi e Salerno e l’RSI prendeva ordini dalla Germania.
I repubblichini temevano per la propria incolumità? Molti si: temevano di ricevere la stessa moneta che avevano dispendiato nei vent’anni precedenti. E’la paura che prova l’aguzzino circondato da coloro che in precedenza abusò.
La maggioranza degli italiani era più fedele a Mussolini che al re? Fino al 1939-40 si può facilmente affermare di si, ma considerando la rapidità con cui questa fiducia é crollata quando si son visti la guerra in casa appare evidente che fu una fedeltà che poggiava su basi debolissime. Interessante comunque la domanda in sé in quanto presuppone che la popolazione debba affidarsi a questo o quel potente di turno escludendo alla radice che un “capo” possa esser manifestazione temporanea della volontà popolare.
Sono stati il re e Badoglio a tradire gli italiani? Solo se per “tradimento” s’intende l’aver esautorato colui che aveva portato la nazione in ginocchio e tentato di evitare che sprofondasse ulteriormente.
I repubblichini rappresentavano la volontà della popolazione italiana? No: di fatto agivano per il puro interesse della Germania mediato attraverso la figura di Mussolini.
INSERTO STORICO – parte 5 – RESISTENZA, (POST?)FASCISTI ED ALLEATI
Per farla breve: gli Alleati anglofoni erano decisamente antinazisti ma nient’affatto antifascisti (anche se, a dirla tutta, soprattutto tra l’aristocrazia inglese, non mancavano nemmeno gli estimatori del nazismo). Le simpatie nei confronti del fascismo non mancavano dunque né in USA né in Gran Bretagna. Queste simpatie di lunga data e stabilitesi su più punti di contatto (dai circoli esoterici e teosofici passando per nazionalismo estremo ed antibolscevismo) e che si riscontrano nell’entusiastica relazione italo-statunitense negli anni venti e trenta s’incrinò formalmente con l’invasione italiana dell’Etiopia ma soprattutto a causa dell’avvicinamento al nazismo di Hitler. Nel delinearsi di un mondo diviso fra blocco comunista e blocco capitalista in occidente il fascismo era da molti considerato come uno strumento di difesa antibolscevica.
Non per niente gli Alleati diffidavano delle formazioni partigiane a causa della loro forte componente comunista: basta pensare che il CLNAI ottenne il riconoscimento da parte degli Alleati solo sul finire del 1944. Questa simpatia nei confronti del fascismo, unita poi alla situazione geopolitica post-Yalta, spiega anche perché non vi fu una “Norimberga italiana” e la conseguente continuità lineare nel dopoguerra tra fascismo e post-fascismo nelle istituzioni; spiega la tensione dei rapporti tra movimenti partigiani ed Alleati, la stretta collaborazione nel periodo post-bellico tra americani e (ex?)fascisti in funzione anticomunista (vedi: “strategia della tensione”). Spiega il clima di sospetto che generò tra i partigiani la richiesta da parte alleata di interrompere le azioni offensive durante l’inverno 1944-45, richiesta che ritennero servisse agli Alleati per guadagnare tempo e portare avanti trattative con i fascisti per una resa indolore che avrebbe potuto mantenere il fascismo al potere, magari dandogli giusto una ripulita d’immagine. Di cruciale importanza per comprendere le tensioni del periodo é il fatto che l’arresto di Mussolini nel luglio 1943 e la contemporanea soppressione del Gran consiglio del fascismo, pur portando formalmente alla caduta del fascismo, nella sostanza lasciava gran parte dei funzionari e dirigenti ancora al loro posto.
La vicinanza ideale tra fascisti ed Alleati contribuì ad alimentare la paura (poi rivelatosi in gran parte fondata) che la continuità tra fascismo e post-fascismo avrebbe permesso a numerosi criminali fascisti di restare impuniti nel dopoguerra. Lo si vedrà nel 1946: mentre in Germania, a Norimberga, gli alti ufficiali nazisti venivano processati da un tribunale internazionale, nell’Italia diventata Repubblica da pochissimi giorni, invece, l’amnistia Togliatti assicurava la libertà chiunque si fosse macchiato di reati comuni, reati politici, collaborazionismo con il nemico e reati annessi, compreso il concorso in omicidio (ma l’interpretazione dell’amnistia fu tanto larga da lasciare libero anche chi partecipò direttamente a stragi ed omicidi). La “stranezza” dell’amnistia Togliatti, che scatenò fin da subito feroci polemiche (Togliatti, che non coinvolse alcun collaboratore nel redarre il provvedimento, quando né informò il partito venne aspramente criticato dagli esponenti del PC), aveva però perfettamente senso se osservata all’interno del quadro internazionale stabilito durante la Conferenza di Yaltanel febbraio del 1945, ossia con l’assegnazione dell’Italia all’area di influenza statunitense (Togliatti dunque sottostò direttamente all’imposizione di Mosca che agiva in linea con quanto concordato a Yalta e l’interesse statunitense era quello di ridare stabilità al paese e far restare l’Italia nei ranghi assegnatigli mantenendosi buoni i fascisti che su tale punto ben concordavano ed arano lieti di collaborare). Pochissimi giorni dopo Churchill pronunciò il noto discorso della “cortina di ferro” che indicava l’area d’influenza sovietica come un blocco i cui confini correvano “da Stettino nel Baltico a Trieste”. É in questo momento che i sospetti di una possibile continuità postbellica del fascismo si fecero certezza.
Nei mesi a cavallo del termine del conflitto si riaccesero tutti i contrasti e le divisioni che fino a quel momento erano stati più o meno trattenuti dai diversi gruppi resistenziali e dai relativi partiti politici di riferimento: delusione per quei comunisti che avrebbero preferito vedere un’Italia sotto influenza sovietica, malsopportazione per chi rifiutava esser forzati a far parte di una “sfera d’influenza” imposta, paura per i monarchici che sentivano le sempre più forti pressioni di chi voleva un’Italia postbellica repubblicana, entusiasmo per i filoamericani, smarrimento per i fascisti in cerca di una riabilitazione d’immagine, giusto per citare i più macroscopici.
INSERTO STORICO – parte 6 – ITALIA PAESE VITTIMISTA E INVASORE
Va riconosciuto che nel corso della sua breve storia, dal risorgimento in poi l’Italia é stato più un paese invasore che un paese invaso:
1869 Inizia la presenza italiana in Eritrea.
1889 L’Italia ottiene il controllo della Somalia.
1895 L’Italia attacca l’Etiopia. Al termine del conflitto l’Italia otterrà ufficialmente l’Eritrea.
1900 L’Italia invia un contingente militare in Cina in supporto dei propri alleati contro la rivolta dei Boxer. Al termine degli scontri otterrà la concessione di Tientsin
1911 L’Italia attacca la Libia. Guerra Italo-Turca.
1912 Nel corso della Guerra Italo-Turca l’Italia occupa militarmente alcune isole dell’Egeo
1915 l’Italia attacca i suoi ex-alleati Austria–Ungheria e Germania.
1935 L’Italia invade l’Etiopia.
1936 L’Italia invia truppe in Spagna a sostegno del regime franchista.
1939 L’Italia occupa militarmente l’Albania.
1940 L’Italia invade i Balcani e la Grecia.
1940 L’Italia invade la Francia meridionale.
1940 L’Italia invade l’Egitto.
1941 L’Italia dichiara guerra agli USA
1941 L’Italia occupa militarmente il Montenegro.
1941 L’Italia invia oltre 250.000 uomini in Russia a sostegno della Germania
1942 L’Italia occupa la Corsica.
il progetto coloniale italiano nella sua ipotetica massima realizzazione
Quando é stata l’Italia essere attaccata si é sempre trattato della risposta di Paesi che l’Italia aveva precedentemente invaso o a cui aveva dichiarato guerra. Tranne in un’unica occasione: l’occupazione tedesca.
“Noi siamo da secoli calpesti, derisi
perché non siam popolo, perché siam divisi”
(Inno nazionale italiano)
Vittimismo e autocommiserazione
Ma nonostante l’evidenza storica renda palese l’aggressività coloniale italiana, nel sentir comune l’italiano si dipinge come colui che subisce solamente. Si tratta di una autonarrazione che ha radici lontane, si presta particolarmente bene alla sindrome d’autoassedio ed é ben codificata sia nella cultura nazional-popolare che nella sua narrazione pubblica ufficiale. La tipicità prettamente italiana di questa forma di autocommiserazione consiste in un diffuso atteggiamento alla “chiagni e fotti” applicato ad ogni tipo di situazione che si appoggia a sua volta sul falso mito autoconsolatorio degli “italiani brava gente” (non che altrove i paesi colonialisti siano messi meglio: tutti negano, sminuiscono e fingono di non conoscere i propri crimini. Noi semplicemente lo facciamo con maggior pathos).
INSERTO STORICO – parte 7 – IL CONFINE ORIENTALE
Per meglio capire la situazione dei confini orientali é necessario inquadrarne innanzitutto l’origine storica, che potrebbe essere riassunta nella frase: “quelle zone sono terra di mescolanze e confine da millenni”. Sono passati tutti di qui: veneti, ilari, carni (celti), longobardi, franchi, ungari, bizantini, avari, slavi, romani, unni, quadi (germani), visigoti, francesi, austriaci. Basta una rapida occhiata alla storia del Friuli e della Slovenia per capire il fortissimo legame storico che queste divisioni amministrative condividono.
I confini dell’area nel I* secolo d.C.
Le lingue parlate sul confine orientale nel 1900 erano italiano e sloveno (con qualche punta di tedesco all’attuale confine con l’Austria), con una distribuzione nient’affatto uniforme che cambiava addirittura di valle in valle. Le mappe linguistiche dell’epoca spesso tendevano a dipingere un’uniformità molto lontana dalla situazione reale. Giusto per dare un’idea di quella che é la mescolanza linguistica ed identitaria (che non sempre combaciano) e del modo in cui, a seconda del tipo di criterio usato e del periodo di riferimento, la situazione locale può apparir diversa può essere interessante osservare quattro mappe dell’Istria molto diverse e lontane fra loro, sia nel tempo che nel metodo usato:
Lingue e mescolanze culturali che dunque non é possibile far combaciare con confini netti e che anche negli ultimi secoli son proseguite ed han dovuto convivere con numerosi spostamenti di frontiera (mappe provenienti daQUI):
Dove “finisce” l’Italia? Dove “inizia” la Slovenia? E la Croazia? A differenza di altri luoghi dove i confini culturali sono meglio definiti (penso al Trentino-Sudtirol), sul confine orientale definire una linea di confine che rispecchi lingue, identità e culture della popolazione é sostanzialmente impossibile. Se a ciò aggiungiamo che ogni realtà nazionale ha su questi luoghi anche interessi economici e geopolitici la cosa poi si complica ancor di più.
Ciò che avviene in queste zone durante il secondo conflitto mondiale dunque non é che l’ultimo frutto di una lunga serie di sconvolgimenti che hanno interessato l’area di con fine, i più impattanti dei quali si verificarono dalla Grande Guerra in poi, ossia durante l’apoteosi dell’industria nazionalista novecentesca. Semplificando anche qui al massimo: il confine orientale, multietnico, strappato dall’Italia all’impero austroungarico durante la Grande Guerra, tra i due conflitti subisce un violento processo di fascistizzazione ed italianizzazione forzata: venne imposta la lingua italiana e si fecero arrivare un gran numero di parlanti italiano provenienti da altre regioni (solo nel triennio 1919-1922 la cifra si aggira intorno a 50.000 persone, cui corrispose l’allontanamento di 28-30.000 tra parlanti sloveno e tedesco). Nell’arco di pochissimo tempo territori che furono sempre luogo di mescolanza vengono artificialmente trasformati in una monocultura italiana a scapito della popolazione slava. Non c’é da stupirsi, dunque, se fu proprio in queste zone che il fascismo si consolidò tessendo i primi rapporti di collaborazione con l’esercito e stabilì uno dei suoi zoccoli duri più resistenti. Oltre all’imposizione della lingua e riattribuzione dei terreni vi furono un gran numero di incendi, violenze, e intimidazioni. Il fascismo, dunque, stava pigiando al massimo l’acceleratore su un processo iniziato anni prima con l’accensione dei focolai irredentisti e con la nascita del Regno d’Italia.
Tutto ciò porterà negli anni venti e trenta ad una forzata ridefinizione dei confini culturali a danno delle popolazioni slave. Naturalmente ciò alimentò tra queste un forte sentimento antifascista e rafforzò anche il nazionalismo serbo e croato, che negli anni fra i due conflitti si manifestò attraverso azioni clandestine, ad esempio con organizzazioni come laTIGR.
Dopo l’8 settembre 1943 il confine nord-orientale d’Italia passò sotto amministrazione tedesca e tale rimase anche dopo la nascita della RSI. Il Trentino e il Südtirol divennero la zona d’operazione OZAV (OperationsZone AlpenVorland) mentre il Friuli e l’Istria divennero la zona d’operazione OZAK (OperationsZone Adriatiche Küstenland) divenendo di fatto entrambi protettorati germanici.
“Mussolini (a proposito dei tedeschi ndr) ha detto: Bisogna accettare questo stato di cose perché ogni tentativo di reazione ci farebbe declassare dalla condizione di provincia confederata a quella ben peggiore di colonia. Anche se domani chiedessero Trieste nello spazio vitale germanico, bisognerebbe piegare la testa“
Anche la resistenza jugoslava non era un’entità compatta ed omogenea: si può facilmente parlare di due resistenze in quanto le due forze principali di resistenza, i Cetnici di Mihajlovic (serbi cattolici anticomunisti e nazionalisti che collaboravano con gli Alleati ma erano in lotta coi comunisti Titini) ed iTitini (comunisti che collaboravano anch’essi con gli Alleati pur essendo in lotta coi Cetnici) erano particolarmente distanti fra loro. Sia i Cetnici di Mihajlovic che i Titini furono riconosciuti come Alleati da USA e Gran Bretagna nonostante fossero in lotta tra di loro.
Inoltre v’erano diverse formazioni nazionaliste, pan-serbe e collaborazioniste come i cosiddetti “sloveni bianchi”, ossia Domobranci e Belogradisti (cattolici liberal-monarchici fortemente anticomunisti che collaboravano con i nazifascisti), ed i Cetnici guidati da Nedič (serbi cattolici anticomunisti e nazionalisti che collaboravano con i nazisti).
Insomma: come in Italia anche nei Balcani esisteva una realtà variegata di forze ed entità diverse in cui confluirono e e si stratificarono lotte di classe, etniche, politiche ed ideologiche.
Le due resistenze jugoslave premevano per sconfiggere i nazifascisti spostandosi sempre più ad ovest e ciò intimoriva non poco la popolazione italiana in quanto allarmata dal fatto che le mire pan-serbe avrebbero portato i territori da loro occupati sotto dominio slavo
Una peculiarità propria dei movimenti partigiani italiani delle zone orientali fu che una buona parte di essi aveva un orientamento molto più antislavo che antinazifascista. Ciò portò ad una netta divisione fra un movimento di resistenza “internazionalista” che includeva partigiani comunisti italiani e sloveni, ed un movimento partigiano “nazionalista” più interessato a fermare un’eventuale avanzata jugoslava che a combattere gli occupanti tedeschi e che non disdegnò contatti con repubblichini e nazisti in funzione antislava (quadro entro cui rientra anche l’eccidio di Porzûs). La specularità con la situazione delle due resistenze jugoslave é abbastanza palese.
Il fatto che sul confine orientale si sia verificata una collaborazione tanto peculiare tra nazifascisti e certi gruppi partigiani può essere facilmente compreso se si tiene conto che ciò avvenne tra persone provenienti da zone che da vent’anni erano immerse in un clima di propaganda antislava particolarmente feroce.
INSERTO STORICO – parte 8 – RAPIMENTI PARTIGIANI
Un rapimento di militi fascisti da parte di partigiani poteva avere i seguenti scopi: ottenimento informazioni / tentativo di farli entrare nelle proprie file (ma questo perlopiù solo nei primissimi tempi dopo l’8 settembre)/ scambio di prigionieri / fucilazione. Non esiste caso documentato di sevizie e torture paragonabile a quello che viene narrato riguardo ai fatti di Malga Bala. Gli unici casi vagamente simili sono quelli diffusi da pubblicazioni revisioniste pseudostoriche che non trovano alcun appoggio da parte della storiografia
INSERTO STORICO – parte 9 – CRIMINI PARTIGIANI E LEGGENDE NERE
Durante il conflitto e nelle settimane immediatamente successive, a contorno di numerose operazioni di resistenza legittime, si verificarono anche episodi orrendi tra cui rappresaglie ingiustificate, omicidi per questioni personali, furti “celati” dietro alla bandiera dell’antifascismo. Morirono anche persone colpevoli di poco o nulla.
Non si tratta né di misteri, né di episodi lasciati passare in sordina poiché portarono a inchieste, processi e condanne. Come ad esempio nell’eccidio svoltosi a Codevigo tra il 28 aprile ed il 15 maggio 1945 in cui soldati e partigiani ravennati uccisero di spontanea volontà almeno 136 fascisti, perlopiù loro compaesani, per vendicare fatti gravissimi di cui quegli stessi fascisti si erano macchiati in precedenza nelle zone d’origine. I fatti portarono a numerosi processi ma la difficoltà di valutare ogni singolo caso si concluse in un nulla di fatto.
Il fatto che in casi come quello di Codevigo non si sia giunti a definire una verità processuale ed attribuire delle responsabilità di colpa ha generato rabbia tra i parenti delle vittime ma a conflitto finito ciò é stato utilizzato politicamente per alimentare il mito dell’ ”intoccabilità dei partigiani”.
La realtà é che in questi casi non é facile definire colpe e responsabilità:
Il primo problema é che in diversi di questi episodi il confine tra azione lecita ed illecita é assai labile e difficile da stabilire, sia sul piano giuridico che umano [p.es. fucilare senza processo un membro del PNF che, abusando del proprio potere per anni ed anni ed esercitando violenze e soprusi continui, ha rovinato l’esistenza a intere famiglie meramente per tornaconto personale e che per questioni politiche potrebbe farla franca, dal punto di vista legale é indubbiamente un crimine ma un giudizio umano della vicenda potrebbe essere meno inclemente. Ventitré anni passati tra tribunali speciali, confini, pesanti detenzioni senza regolare processo, assalti squadristi, intimidazioni, abusi di potere, bastonate a morte, leggi razziali, collaborazione al genocidio nazista e casi di corruzione apertamente sfacciata possono essere motivo d’incazzatura, specie nel momento in cui diviene chiaro che tutto ciò resterà impunito. Allo stesso modo l’uccisione di un noto assassino e torturatore fascista, in quei frangenti, se avvenuta per mera scelta personale di un partigiano senza consultazione con i superiori di grado, fino a che punto é da considerarsi un crimine?]
Il secondo problema é che nel caos del periodo molti avvenimenti non si poterono documentare a dovere, impedendo il successivo raggiungimento di una verità processuale certa.
Vi é però anche un terzo problema ancor più importante dei due precedenti, ossia il fatto che molti di questi episodi, pur essendo sufficientemente documentati, sono stati soggetto di narrazioni e ri-narrazioni che esulano dalla realtà documentale ma si sono imposte in quanto utilizzate per la diffusione di leggende nere.
Leggende nere che nascono perlopiù con l’intento di dar contro ai rossi o per autogiustificazione ideologica o famigliare: numerosi sono i casi di persone che raccontano di un parente che ha “ingiustamente” subìto danni dai partigiani, spesso dimenticando che quel parente era un collaboratore del regime o qualcuno che perse dei vantaggi che gli vennero attribuiti per sottomissione al fascismo. Non mancano nemmeno casi di banali incidenti stradali o morti sul lavoro che, a distanza di anni, vengono attribuite ai partigiani e narrate come omicidi mascherati senza che vi sia alcunché per affermare ciò. Leggende nere che iniziarono a nascere proprio sul finire della guerra, mentre i fascisti e le loro famiglie erano intente a mostrarsi sotto una luce più adatta al nuovo corso post-fascista (quale occasione migliore per rispolverare il solito cliché vittimista del “si, ha fatto degli errori ma in fondo é stato una vittima”).
Leggende nere che alimentano la polarizzazione sull’argomento: chi si ritrova a dover controbattere leggende spesso tanto numerose quanto eclatantemente tendenziose e/o basate sul nulla corre il forte rischio di maturare, per reazione, un atteggiamento eccessivamente accondiscendente e giustificante nel confronto dei movimenti partigiani.
La diffusione di leggende nere, spesso alimentate (più o meno consapevolmente) nonostante la loro imprecisione e dubbiosità per tenere alta l’attenzione sull’argomento impedisce il superamento storico del periodo anteponendo al dato documentale una mitopoiesi tecnicizzata e di parte. Ciò avviene a causa di una tendenza fortemente radicata nella cultura di destra, che all’autogiustificazione nell’infierire con mezzi illeciti sull’avversario politico attraverso un processo di demonizzazione circolare abbina spesso un contraddittorio disinteresse nell’appurare la verità storica a causa di una mancata volontà di avanzamento storico, con conseguente perorazione di un eterno ritorno a quello stesso passato che cerca di celare rinarrandoselo in forma autogiustificante e/o autogratificante (quando invece c’é interesse per appurare la verità questo si scontra con la stessa mancanza di volontà di avanzamento storico facendo si che la verità storica accettata sia solo quella che più s’avvicina alla verità interiore).
Il risultato é che pur essendo storicamente noti e documentati sia episodi certi di crimini perpetrati da partigiani che diversi episodi incerti, la vulgata popolare alimentata da destra sta diffondendo un’immagine volutamente stravolta di tali eventi con l’intento (storicamente assurdo) di diffondere la falsa convinzione che questi crimini furono addirittura assai più numerosi e brutali di quelli compiuti dal nazifascismo assai noti e documentati. Esempi noti sono le bufale sulle “foibe” (vedi QUI, QUI e QUI e ancora QUI e poi QUI e anche QUI e QUI. Oppure basta anche solo leggere della mitica “foiba volante” per farsi una chiara idea della situazione), le bufale sull’ “esodo dei friulani”, le incongruenze sulla vicenda di Giuseppina Ghersi o la non-vicenda dell’invisibile film colossal “Foibe“. Tratta comune di queste leggende nere é spesso quello di aggrapparsi a vicende secondarie e poco documentate ove sia possibile una maggior “libertà di manovra” nella riscrittura.
Il meccanismo é sostanzialmente sempre lo stesso: si spara altissimo perché passi almeno il concetto base “tutti i partigiani erano mostri”. Senza alcun ritegno si ricorre a falsificazioni fotografiche racconti basati sul nulla, totale assenza di analisi critica, propaganda antislava ed anticomunista, attribuzioni false e decine di altri mezzi scorretti pur di propagandare una rilettura della storia che aggrada chi la diffonde ma cozza irrimediabilmente con la realtà documentata.
Dopo lo sdoganamento dell’MSI a metà anni novanta avvenuto con il primo cambio di nome in AN e con la vittoria della coalizione del Polo del Buon governo/Polo per le Libertà si é assistito ad un aumento esponenziale di operazioni di revisionismo storico attuate spesso per vie traverse ed accompagnate da forte battage mediatico caratterizzato dall’imposto frame della storia condivisa che pecca per due difetti: non risponde a criteri di storicità e non é affatto condivisa. La storia non é un compromesso tra “favole” narrate da forze politiche opposte: la storia é un processo conoscitivo di ricerca che si basa innanzitutto sulle certezze documentali degli eventi, la cui ricostruzione non può fingere non esistano.
Tratti comuni della narrazione di queste leggende nere sono la banalizzazione del contesto ad uno scontro “italiani vs. comunisti” in cui il nazifascismo fa semplicemente da sfondo; la riduzione dell’intera opera di resistenza ad “azioni comuniste”; l’attribuzione di violenze assolutamente gratuite ad opera di “partigiani comunisti”; banalizzazione delle cause attraverso lettura vittimistica: solitamente variazioni di “ucciso solo perché italiano” o “colpevole di non essere comunista”
Tratti comuni della ricerca su queste leggende é l’essere “avallata” da testimonianze dubbie, falsi fotografici, chiacchere di paese e interpretazioni forzate.
Il mio dubbio quindi é quello di trovarmi dinnanzi all’ennesimo episodio storico gonfiato o costruito per questioni di propaganda politica di cui già esistono numerosi esempi simili, come la già citata magica foiba volante, il ponte pirata del Bus de la Lum, la foiba della Maremma e la leggenda del cane nero mangia anime gettato nelle cavità carsiche.
Continuo a cercare.
1.02 UNA VERITÀ OPPRESSA??? MO DAVÈRO?
La scarna pagina di Wikipedia (eh già, Wikipedia: piaccia o non piaccia ci si passa tutti, anche se é necessario usarla con estrema cautela soprattutto a causa dell’argomento) sull’ “Eccidio di Malga Bala” mi fa sapere che: “Esistono due versioni antitetiche dell’evento: una la considera una strage perpetrata da una formazione di partigiani sloveni, l’altra ritiene che i militi siano rimasti uccisi durante uno scontro a fuoco tra un reparto tedesco e i partigiani che li avevano catturati.”
Cercando con le varie chiavi possibili “Malga Bala”, “Planina Bala”, “Dino Perpignano” (una delle vittime), “Eccidio Bretto” (il comune in cui sono stati catturate le dodici vittime) e così via, trovo una gran quantità di siti, blog, forum e commenti su questa storia. Pian piano ne consulto almeno una quarantina. Riportano TUTTE la versione strage. Decine e decine di pagine riportano la stessa versione, in cui si parla del “capo supremo” dei partigiani Franc Ursic -detto Jozko-, il vice brigadiere Perpignano che, catturato, ha permesso che la porta della caserma venisse aperta ecc. Tutte più o meno uguali.
Torno su Wikipedia. Purtroppo l’unico link sulla versione scontro a fuoco punta al sito dell’ ANPI di Pianoro che non contiene più il testo originario.
Il fatto di dover faticare per trovare un testo completo della versione scontro a fuoco fa sorgere già il secondo dubbio: se questa versione é così difficile da trovare perché tutti coloro che promuovono la versione strage sostengono che che “questa VERITA’” viene tenuta nascosta dall’intellighenzia di sinistra che diffonde una versione falsa della storia?
“Ora – aggiunge – è necessario riparare a queste smascherate storpiature con ogni mezzo ed il conferimento di una doverosa onorificenza a quei carabinieri trucidati rappresenta un passo in avanti verso la verità sulle molte ombre che nascondono le “cosiddette eroiche gesta dei partigiani”, in attesa che anche gli ultimi difensori e militanti dei partiti della sinistra radicale riconoscano, come altri hanno fatto dalla parte opposta, che l’ideologia che ha prodotto i Regimi comunisti è “un male assoluto””. (fonte)
Il tono nei siti consultati é grosso modo sempre questo e risulta alquanto straniante il fatto che si definisca verità negata proprio quella che é la versione in assoluto più nota e diffusa, a scapito di un’altra versione che viene citata solo per sommi capi e si fatica a trovare. Qui scatta un ulteriore campanello d’allarme: che sia un esempio di sindrome d’autoassedio?
Non sono gli italiani ad aver invaso l’Etiopia: sono le tribù anarchiche etiopi a minacciare gli italiani! ( qualcuno ha detto autoassedio da nemici esterni???)
A dirla tutta spesso questi post/articoli/commenti riportano spesso dati confusi (quanti erano i carabinieri: 12, 16, boh?) o sbagliano date (ottobre 1943? marzo 1944? vabbé, poco importa). In alcuni casi aggiungono pure particolari originali, perlopiù insistendo su macabri dettagli inerenti alle torture. In altri casi fanno accompagnare l’articolo/post da foto d’epoca di cadaveri orribilmente sfigurati che al primo reverse image search si scoprono essere relativi a eventi di tutt’altra natura: si va da corpi carbonizzati ad Hiroshima a cadaveri mutilati durante la guerra di Spagna.
Ciò che invece si trova quasi sempre é una descrizione degli eventi caricata con opinioni personali sui pensieri e lo stato d’animo dei carabinieri indifesi nelle mani dei partigiani slavi, la cui descrizione é limitata al descriverne la barbaricità.
(Qui però la “storia di questa storia” viene raccontata in modi meno espliciti che sui siti personali e nei commenti dei social: la veste mainstream e più ufficiale esige che determinate cose vengano solo accennate. Non tanto le truci descrizioni delle sevizie -quelle fan parte di questa storia e non vengono mai censurate, anzi-, quanto le accuse di omertà, occultamento e revisionismo verso i promulgatori dell’ “altra versione”, mai fatte esplicitamente ma sempre accennate in un “lasciato intendere” onnipresente)
Ci sono anche delle interrogazioni parlamentari come quella del senatore Berselli (AN) relative alla richiesta “di una medaglia d’oro al valore militare della memoria a ciascuno dei dodici carabinieri barbaramente trucidati, unicamente perché italiani, mentre operavano nell’esercizio dei loro compiti di istituto”, o l’interrogazione di Publio Fiori (AN) nel 1999, entrambe basate sui lavori di Russo e Pirina.
“Sulla vicenda, da tempo all’attenzione della Difesa, sono state svolte accurate indagini presso la competente Direzione generale per il personale militare ed il Comando generale dell’Arma dei carabinieri, allo scopo di pervenire ad elementi di certezza e chiarezza sul tragico evento. L’esame degli atti non ha consentito, tuttavia, di definire con la dovuta evidenza la circostanza, tenuto conto anche di alcuni elementi discordanti concernenti l’attribuzione delle responsabilita` del massacro. In tale quadro, in mancanza di elementi di certezza in grado di illuminare lo svolgimento dei fatti e di individuare le relative responsabilita`, non sussistono quei presupposti necessari di natura giuridica per l’avvio di alcuna iniziativa nel senso auspicato dal senatore interrogante”
“dodici giovani carabinieri catturati da pseudo-partigiani furono sorpresi nel sonno, avvelenati, torturati ed infine tagliati a pezzi; i carabinieri costituivano un presidio a difesa della centrale idroelettrica di Bretto (Gorizia); il 23 marzo 1944 gli pseudo partigiani slavi presero in ostaggio il vicebrigadiere Dino Perpignano, comandante del presidio che stava rientrando negli alloggiamenti, e sotto la minaccia delle armi lo costrinsero a pronunciare la parola d’ordine e, con facilita`, una volta entrati nel pre- sidio, catturarono tutti i carabinieri gia` in parte addormentati; dopo il saccheggio, i dodici militari furono deportati nella Valle Bausizza e rinchiusi in un fienile ove fu loro servito un pasto nel quale era stata inglobata soda caustica e sale nero. Affamati, inconsapevolmente mangiarono quello che gli era stato servito, ma poco dopo le urla e le implorazioni furono raccapriccianti e tremende; erano stati avvelenati e la loro agonia si potrasse fra atroci dolori e sofferenze varie per ore e ore; tremanti e consumati dalla febbre, Pasquale Ruggiero, Domenico Del Vecchio, Lino Bertogli, Antonio Farro, Adelmino Zilio, Fernando Ferretti, Ridolfo Calzi, Pietro Tognazzo, Michele Castellano, Primo Amenici, Attilio Franzon, quasi tutti ventenni (e mai impiegati nei servizi di pubblica sicurezza o di ordine pubblico, tranne quello a guardia della centrale, cui erano stati sempre preposti) furono costretti a marciare fra inenarrabili sofferenze ed insopportabili sacrifici fino a Malga Bala, ove li attendeva una fine orribile; il vicebrigadiere Dino Perpignano fu preso e spogliato: gli venne conficcato un legno ad uncino nel nervo posteriore del calcagno ed issato a testa in giu`, legato ad una trave; poi furono tutti incaprettati; a quel punto i macellai, pseudo-parti- giani comunisti slavi, cominciarono a colpire tutti con picconi; a qualcuno vennero asportati i genitali e conficcati in bocca, a qualche altro fu aperto a picconate il cuore o frantumati gli occhi; all’Amenici venne conficcata nel cuore la fotografia dei suoi cinque figli mentre il Perpignano fu finito a pedate in faccia ed in testa; la «mattanza» terminava con i corpi dei malcapitati legati col fil di ferro e trascinati, a mo’ di bestie, sotto un grosso masso ed abbandonati, povere vittime innocenti, in aperta campagna, prede di animali randagi; ora le misere spoglie di questi poveri carabinieri martiri/eroi riposano, dimenticati dagli uomini, dalla storia e soprattutto dalle istituzioni, in una torre medievale di Tarvisio”
Siti ministeriali e delle forze dell’ordine? Nomi di strade? Articoli su quotidiani nazionali? Presenza massiccia nei primi risultati di Google? Interrogazioni parlamentari? Mi sembra un po tanto per essere una storia “nascosta”…
É del tutto evidente che delle due versioni quella maggiormente riconosciuta e condivisa é proprio quella della “strage perpetrata da una formazione di partigiani sloveni”, mentre l’ “altra versione” praticamente non viene mai citata se non qua e là e giusto per smentirla: il fatto stesso che esista un’altra versione viene contestualizzato nella “storia di questa storia” come dimostrazione della volontà di occultamento operata dalla sinistra. Un po come sostenere che l’esistenza di una micragnosa società di terrapiattisti é la dimostrazione che la sfericità della terra é una verità scientifica messa a rischio.
1.03 LA FONTE UNICA!!!
C’é però una cosa che condividono tutti, ma proprio tutti gli articoli, post, commenti ed interrogazioni parlamentari che sostengono la versione strage: si basano tutti sul lavoro di un’unica persona. Antonio Russo. In particolare ci si basa su due suoi libri: “Alle porte dell’Inferno” (1993), sull’occupazione tedesca nell’Alto Friuli, e “Planina Bala” che tratta l’episodio in dettaglio ed é stato pubblicato inizialmente nel 2002.
Antonio Russo viene definito uno storico “sui generis” che “si ferma poco negli archivi, consulta poco le tradizionali fonti documentarie”, uno che “preferisce interrogare i testimoni, ricavare la verità scavando nella memoria della gente” (Da “Planina Bala”, di Antonio Russo, Centro Culturale d’Informazione Sociale Voce della Montagna, Ed.2005, pag.12).
Il primo a citare e diffondere il lavoro di Russo é stato lo pseudostorico revisionista Marco Pirina, la cui ben nota scarsa attendibilità, il forte coinvolgimento nell’estrema destra (che lo porterà pure ad essere inquisito per il tentato Golpe Borghese), la documentata falsificazione delle liste di “infoibati” e la condanna per aver diffamato alcuni partigiani in un suo libro, potrebbero bastare a spiegare la diffusione in certi ambienti di alcune delle incongruenze riscontrate negli articoli/post/commenti consultati.
Oltre al lavoro di Russo riassunto in “Planina Bala”…… il vuoto! Niente!
L’unica fonte di riferimento per la versione “strage” é sostanzialmente il libro “Planina Bala” che riassume anche i lavori precedenti di Russo sul caso “malga Bala”. Non vi sono altri testi di riferimento antecedenti alle prime ricerche di Russo che si rivela, dunque, la persona di riferimento della storia di questa storia.
Il libro “Planina Bala” dovrò procurarmelo.
Nel frattempo cerco ancora qualcosa di serio sulla versione “scontro a fuoco”. Fortunatamente nell’Internet Archive trovo una copia del testo originario del sito dell’Anpi di Pianoro datato 2007. Vista la rarità di testi su questa “altra versione” ritengo opportuno riportarlo per intero:
Nell’ambito dei vari “crimini” attribuiti ai partigiani c’è anche la vicenda dell’eccidio di 12 carabinieri a Malga Bala, avvenuto nel marzo del 1944. I carabinieri, comandati dal vice brigadiere Dino Perpignano, erano di stanza al presidio di difesa della centrale idroelettrica di Bretto. Lo pseudostorico Marco Pirina, riprendendo quanto scritto da Antonio Russo in una sua pubblicazione del 1993 (“Alle porte dell’inferno”), così descrive la vicenda. “Il 23 marzo era l’anniversario della fondazione dei fasci di combattimento, una festa odiata dai partigiani operanti nella zona di Plezzo (festa amata invece dai partigiani di altre zone? n.d.r.). Si decise di colpire gli italiani. Per l’occasione si radunarono Fran Ursig “Josko”, il capo supremo della Brg. Partigiana dell’alto Isonzo, Ivan Likar “Socian”, Silvio Giafrate, Fran Della Bianca, Anton Mlecuz (riportiamo i nomi con la grafia errata così come appaiono, n.d.r.) ed altri, in totale 21 uomini. Questi studiarono un piano approfittando delle abitudini del Comandante Perpignano e quando questi ed il Franzan (un altro carabiniere del presidio, n.d.r.) tornavano assieme ad una ragazza li circondarono e li fecero prigionieri. In gruppo si avvicinarono con il Perpignano alla caserma, si fecero aprire (…) catturarono tutti i carabinieri (…) saccheggiata la caserma e costretti i carabinieri a caricarsi vettovaglie e vari sacchi di ogni ben di Dio, dopo aver sistemato due cariche sotto le turbine, si avviarono verso il monte (…)”. Il giorno dopo “si decise la loro eliminazione, ma questa secondo tutti doveva essere particolarmente crudele” e qui Pirina (sempre citando Russo) si lancia nella descrizione della preparazione di un “pastone miscelato con soda caustica e sale nero”, sul quale “i carabinieri si avventarono” e “dopo aver mangiato” le “urla e le implorazioni furono tremende”. Come se ciò non bastasse, all’alba del giorno dopo, “furono fatti marciare per ore sino alla Malga Bala, dove furono di nuovo rinchiusi” ed a questo punto partono le descrizioni delle sevizie con cui i “partigiani” avrebbero ucciso i carabinieri: a Perpignano “venne conficcato un legno ad uncino nel nervo posteriore dietro il calcagno ed issato a testa in giù legato ad una trave, poi furono accapprettati tutti gli altri e a quel punto i partigiani cominciarono a colpire tutti con i picconi. A qualcuno vennero asportati i genitali e conficcati in bocca, a qualcuno aperto a picconate il cuore o frantumati gli occhi (…) alla fine legati i corpi dei malcapitati con del fil di ferro li trascinavano sotto un grosso masso tra la neve (…)”.
Come al solito, quando ci troviamo di fronte a certe descrizioni così particolareggiate di efferate torture, il primo interrogativo che ci poniamo è questo: chi sarebbe il testimone che assistette a tutto questo in modo da poterlo raccontare? Se leggiamo il testo di Russo che Pirina ha riassunto, troviamo anche riportati un paio di articoli dell’epoca: ad esempio Il “Gazzettino” di Padova così scriveva il 7 aprile 1944.
“Macabra scoperta in una grotta di dodici vittime del dovere (…) in questi giorni dei camerati in armi, in una grotta fra Cave del Predil e Bretto di Mezzo hanno fatto una triste e macabra scoperta. In detta caverna infatti essi hanno rinvenuto, accatastati l’uno sull’altro, i cadaveri di dodici militi della polizia repubblicana, morti nell’adempimento del loro dovere. Le vittime sono state identificate per quelle del vicebrigadiere Nino (sic) Perpignano e dei militi (segue l’elenco dei nomi, n.d.r.). Ai poveri scomparsi sono state tributate imponenti esequie”.
Dunque al momento della scoperta dei corpi di Perpignano e dei suoi uomini, la stampa non parlò di sevizie cui essi sarebbero stati sottoposti. È vero che Russo cita anche un altro articolo (senza specificare da dove l’abbia tratto) che parla di “vittime denudate poi uccise bestialmente a colpi di piccone”, ma il resto dei particolari descritti da Russo e ripresi da Pirina non compaiono. Russo accenna al fatto che “tanti” gli avrebbero “confessato tra le lacrime” che era giunto il momento “di far sapere a tutti la verità su Bala”, ma il nome di questi “testimoni” non viene fatto. Chi dunque sapeva tutti questi particolari sulla fine dei carabinieri, e quando li avrebbe resi noti?
Un altro particolare interessante è che il Gazzettino parla di “militi della polizia repubblicana”, non di Carabinieri. In effetti, leggendo attentamente il testo di Russo (brani che Pirina non riporta, detto per inciso), si apprende che “il responsabile della produzione mineraria, Otto Hempel, ingegnere militarizzato tedesco (…) verso la metà di gennaio di quel ’44 chiede e ottiene dal comando generale SS di Camporosso l’autorizzazione a istituire un raggruppamento di carabinieri a difesa stabile della centrale idroelettrica di Bretto di Sotto”. Bisogna spiegare che la centrale idroelettrica di Bretto serviva soprattutto per far funzionare la miniera di Cave del Predil, dalla quale si estraeva piombo, elemento fondamentale per l’approvvigionamento dell’esercito germanico.
Prosegue Russo “viene così deciso di chiudere per sempre la caserma dei carabinieri di Bretto di Mezzo (…) e viene istituito il distaccamento di 16 militari più un sottufficiale (…)” che “il 28 gennaio 1944 prendono servizio presso la nuova casermetta, secondo le direttive del comando tedesco”. Quindi il gruppo di carabinieri agli ordini di Perpignano stava, sostanzialmente, agli ordini dei nazisti a fare la guardia ad un obiettivo militare strategico. Detto questo si può comprendere come l’attacco dei partigiani alla centrale di Bretto non sia stato determinato dall’”odio” per la ricorrenza dei fasci di combattimento, come pretendono Russo e Pirina, quanto per compiere un’importante azione di sabotaggio contro l’occupatore nazista.
A questo punto prendiamo in mano un altro testo, quello di Franc Crnugelj (“Na zahodnih mejah 1944” [“sul confine occidentale 1944” ndr], curiosamente pubblicato anch’esso nel 1993, come il libro di Russo, non tradotto in italiano), che spiega cosa accadde a Cave del Predil il 23 marzo del 1944.
Il gruppo coordinato da Jožko (Franc Ursic, che non era “capo supremo”, qualifica che non esisteva nell’esercito di liberazione popolare, ma comandante di distaccamento), dopo avere sorvegliato per alcuni giorni i movimenti di Perpignano, lo catturarono in una casa dove si era recato a mangiare, lo portarono fino alla centrale, dove, effettivamente, si servirono di lui per farsi aprire con la parola d’ordine, sabotarono la centrale elettrica, prelevarono armi e munizioni e si diedero alla ritirata verso i monti, portando con sé i prigionieri.
Ma nel frattempo i nazisti non erano stati certo a non fare nulla, come pretenderebbe invece Russo (che ha il coraggio di scrivere che “i partigiani, conoscendo bene le abitudini dei tedeschi i quali non amavano muoversi di notte, non si preoccupavano minimamente”): avvisati telefonicamente, si diedero all’inseguimento degli attentatori: quando i tedeschi furono in vista, i carabinieri prigionieri cercarono di darsi alla fuga ed a quel punto iniziarono le sparatorie: i nazisti contro i partigiani, i partigiani contro i prigionieri in fuga e contro i nazisti. Così scrive Crnugelj “i tedeschi spararono contro la colonna partigiana, nella quale si trovavano anche i prigionieri”.
A parere nostro, questa versione dei fatti è molto più credibile di quella diffusa da Russo e Pirina, innanzitutto perché bisogna considerare che l’esercito partigiano non faceva la guerra perché i suoi uomini si divertivano a martirizzare i nemici, ma perché volevano sconfiggere il nazifascismo. Era quindi loro interesse compiere atti di sabotaggio contro il nemico (come l’attentato alla centrale idroelettrica per bloccare la produzione della miniera di Cave del Predil), ed una volta compiuta l’azione, non è minimamente credibile che essi si siano trattenuti per due giorni nei paraggi a rischio di farsi catturare dai nazisti, solo per dare sfogo a degli istinti sadici e torturare fino alla morte i dodici prigionieri. In zona di combattimento, nessuna formazione guerrigliera con un minimo di buon senso e di istinto di sopravvivenza si trattiene con dei prigionieri a portata di mano del nemico: credere una cosa del genere vuol dire non avere la più pallida idea di cosa significhi combattere la guerra di guerriglia, cioè colpire il nemico con azioni rapide e repentine e ritirarsi prima possibile in zona sicura.
Abbiamo quindi due versioni dei fatti, una (a parer nostro, logicamente) credibile ed una no. Di fronte a queste contraddizioni, chiediamo pubblicamente ai ricercatori storici, ma anche alla stessa Arma dei Carabinieri, che nel proprio sito avalla la versione dei fatti di Russo, di voler analizzare la vicenda a fondo prima di decidere che la versione di Russo è quella veritiera, e di voler quindi sospendere, nel ricordo dei dodici caduti, ogni riferimento a circostanze non dimostrate storicamente che rischiano di conseguenza a dare luogo a strumentalizzazioni di parte. “
[Nota 1: L’autore del testo che riporta l’ANPI era Franc Crnugelj, ex partigiano sloveno, poi generale, che in vita pubblicò testi sulla storia del movimento di liberazione jugoslavo
Nota 2: Ho poi scoperto che quest’articolo é perfettamente raggiungibile QUI]
1.04 DUNQUE:
Ci sono due versioni, una redatta da un appassionato italiano e l’altra da un ex partigiano sloveno. La prima riporta una versione dei fatti eclatante, la seconda invece descrive i fatti come un’azione di sabotaggio tra le molte.
La versione strage gode di ampia diffusione in Italia.
Tuttavia chi diffonde la versione strage in Italia lo fa avvolgendola di un senso di “realtà assediata” anche se di assedio culturale non ve n’é nemmeno una minima traccia.
Per contro la versione scontro a fuoco ha scarsissima diffusione in Italia e nonostante il testo di riferimento di quest’altra versione non sia mai stato pubblicato al di fuori della Slovenia viene pure tacciata d’essere una versione che “i comunisti o pseudo tali” imporrebbero per nascondere la verità dei fatti. In Slovenia l’interesse per l’episodio é sostanzialmente nullo, se non tra alcuni storici.
Da quanto mi risulta a supporto della versione strage c’é soltanto il lavoro di un unico appassionato (Antonio Russo) cha successivamente ricevuto l’appoggio di un personaggio noto per le posizioni revisioniste e la falsificazione dei dati (Marco Pirina).
La tesi strage, inoltre, appare totalmente priva di senso ed a forte sospetto “fuffa”.
L’evento del 1944 non ha ricevuto grande interesse fino agli anni ’90-2000, ossia agli anni del boom di testi revisionisti di destra della storia del secondo conflitto mondiale.
La versione strage é stata accolta, rilanciata e promossa anche in eventi ufficiali da enti e figure politicamente ascrivibili a destra.
Ok, la curiosità é definitivamente accesa, ma non é mio modo di fare il bollare per falso un qualcosa solo perché la probabilità che sia fuffa é particolarmente alta. Ritengo opportuno verificare se questa storia, per quanto suoni strana, possa essere fondata su basi certe.
2.00 PLANINA BALA, DI ANTONIO RUSSO
Dunque. Ho potuto leggere Planina Bala di Antonio Russo, ossia il testo di riferimento della versione strage. Nello specifico la seconda edizione, quella del 2005. C’é anche un’edizione del 2011 “rinnovata e ampliata” che, da quanto scritto sul sito dell’autore, si differenzia principalmente per i nuovi interventi di due recuperanti.
Come già detto questo libro é l’unica vera fonte completa cui fa riferimento chi sostiene la versione strage.
La lettura del testo ha PESANTEMENTE confermato i miei dubbi iniziali a causa di diversi fattori: principalmente numerose criticità relative all’uso delle fonti, problemi di logica interna ed evidenti forzature interpretative.
I brani di Antonio Russo provenienti dal libro “Planina Bala” sono quelli in ARANCIONE
Le affermazioni dirette (i “virgolettati”) delle persone intervistate da Russo e riportate in “Planina Bala” sono invece in ROSSO
METTIAMO LE COSE IN CHIARO: ritengo che qualsiasi persona dotata di media intelligenza leggendo questo libro comprenderebbe immediatamente che in questo testo c’é qualcosa che non va. Anzi, che ci sono moltissime cose che non vanno: background vittimista, semplificazioni ridicole, forzature palesi, imprecisioni furbette e “giochini” con l’uso delle testimonianze, affermazioni contraddittorie, totale assenza di imparzialità attenuata da esortazioni al divino, richiami al mito degli “italiani brava gente” e la smetto qui solo per non dilungarmi.
Poiché la versione strage promossa dal libro ha un così ampio seguito ne consegue che chi la promuove non può aver letto il libro, perché se ciò non fosse, ossia se davvero tutti coloro che credono nella versione strage hanno letto “Planina Bala” se ne dovrebbe desumere qualcosa che mi rifiuto di credere, ossia che tutti coloro che diffondono tale versione sarebbero caratterizzati da un’intelletto inferiore alla media. Ritengo quindi più probabile che nella maggior parte dei casi si tratti dunque di persone che credono alla versione strage solo per averla letta da fonti secondarie e che coloro che han letto “Planina Bala” ne diffondono le teorie o per malafede o perché si trattò di una lettura assai superficiale e distratta.
A chi ritiene vera la versione strage posso solo consigliare di leggersi “Planina Bala” per rendersi conto da soli di quanto questa versione sia assolutamente raffazzonata e ridicola. Per chi é in malafede o non riesce a rendersi conto del fatto che questo libro é un’accozzaglia di tanta roba che non sta in piedi, purtroppo non é possibile fare alcunché. Quindi il testo che segue potrà forse essere d’utilità solamente al lettore distratto: colui che ha sfogliato “Planina Bala” in modo superficiale o che ha letto dei fatti di malga Bala in qualche post credendo che la citazione di “Planina Bala” di Antonio Russo fosse il riferimento ad un testo valido ed ineccepibile.
Tutti coloro che han letto il libro e si son perfettamente resi conto di cosa avevano in mano possono invece andare direttamente al capitolo 6.
Prima di affrontare gli eventi narrati ed analizzarne le fonti é però necessario spendere alcune parole sul libro stesso a causa di diverse sue caratteristiche che incidono profondamente sul valore delle ricostruzioni proposte al suo interno e sulla bontà del lavoro effettuato dal suo autore.
Innanzitutto é possibile osservare come nel testo alcuni concetti, termini e posizioni mal (o non) documentati vengono ripetuti o lasciati intendere con frequenza particolarmente elevata come a volerne rimarcare la validità semplicemente per mezzo della ripetizione. É altresì possibile osservare un particolare utilizzo di spezzoni di interviste il cui senso viene orientato attraverso interpretazioni decisamente pregiudiziali non giustificate dai dati che l’autore propone.
Queste caratteristiche sono decisamente gravi in quanto non si sta parlando di un comune testo di commento ad avvenimenti storici noti (in cui sarebbe del tutto lecito che l’autore esprimesse opinioni personali sugli eventi), ma di un testo che vorrebbe esporre una ricerca storica (la cui validità, come vedremo, é altamente discutibile) su un episodio di storia locale (anche se la portata é diventata oramai nazionale) scarsamente documentato e che lo fa muovendo gravissime accuse storiche, umane e politiche basandosi su una selezione di elementi debolissimi basati perlopiù su testimonianze orali consolidate (ma solo in maniera apparente) dall’utilizzo di numerose ma inconsistenti pezze d’appoggio ed interpretazioni personali altrettanto deboli.
Se si muovono accuse gravissime basandosi su di un unico lavoro di ricerca é giusto pretendere che questo sia supportato da prove e testimonianze assolutamente certe e che la ricerca non sia soggetta a vizi di forma.
Poiché si sta trattando un episodio storico poco noto e scarsamente documentato ci si ritrova in una situazione antipatica perché per analizzare la validità del testo, invece di procedere in modo lineare, ossia esponendo in fila i dati certi e poi proporre la lettura più sensata e confrontarla col libro (come nei lavori di debunk effettuati su altro genere di argomenti da Crono911 e Complottilunari), bisognerà procedere nel modo più farraginoso, ossia esponendo una ad una le contraddizioni, gli errori e le forzature del testo facendo emergere le illogicità delle conclusioni e la parzialità delle testimonianze.
E’un procedimento lungo che obbliga a continui spostamenti nel testo (ma come si fa ad affermare questa cosa a pag.XXX se invece a pag.YYY si dice esattamente il contrario?), ripetizioni e de-framing abbastanza noiosi. Per un attimo mi vien voglia di rinunciare.
Alla fine però mi convinco che affrontare questo lavoro ha senso per due ragioni: la prima é che a dirla tutta ciò mi diverte é che le incongruenze che ho riscontrato nel testo sono a dir poco COLOSSALI e non mi capacito che nonostante ciò questa versione venga diffusa da enti ed istituzioni pubbliche che la spacciano come una verità storica documentata e certa. La seconda é che, considerando che siamo circondati da un grande numero di queste riletture storiche politicizzate, forzate, tendenziose e spesso più note e condivise delle realtà storiche documentate, mi illudo che forse, evidenziando i meccanismi con cui é stata costruita UNA di queste, a qualcuno possa accendersi il “radar anti-fuffa” qualora ritrovasse gli stessi meccanismi anche altrove. Mi tiro su le maniche e comincio.
Per meglio esporre le caratteristiche del libro e del mondo che traspare dalle pagine di “Planina Bala” ritengo necessario fornire giusto qualche informazione base sui luoghi in cui si svolge la vicenda, giusto per darsi un’immagine spaziale:
(fonte: Google Earth)
Il grosso degli avvenimenti si svolge lungo la strada che partendo a nord, da Tarvisio, scende passando per Cave del Predil (sede di una importante miniera) e poi, nei pressi del lago di Predil cambia valle e superando la Batteria Sella passa da Bretto (ove si trovava la centrale della miniera di Cave) e per poi arrivare a Plezzo. Ma l’evento principale si svolge in una valle secondaria, la Bausiza, il cui imbocco é nei pressi di Forte Kluze, tra Bretto e Plezzo. In fondo alla val Bausizza partono alcuni sentieri che conducono alle valli vicine (tra cui la Val Trenta). Qui, a 1180 metri d’altitudine troviamo malga Bala [GPS 46°23’07.94″N 13°38’49.25″E], una semplice costruzione in pietra che i contadini della Bausiza usavano per portarvi il bestiame d’estate, soprattutto pecore. A nord di Tarvisio si parla tedesco mentre ad est si parla slavo. A sud e ad ovest si parla friulano. Un po ovunque s’incontrano rare isole linguistiche tedesche. Dall’immagine qui sopra é evidente l’ampiezza delle zone isolate in cui i partigiani avevano possibilità di muoversi.
2.01 STRUTTURA DEL TESTO
Il testo é strutturato in modo tale da fornire una fotografia della vicenda narrata partendo dal quadro nazionale all’epoca dei fatti per poi scendere velocemente nel dettaglio della realtà locale descrivendo per sommi capi alcuni eventi antecedenti a quello in questione, fornendo una descrizione del territorio arricchita da leggende del posto e aneddoti locali fino ad arrivare a singoli eventi della vita quotidiana dei carabinieri (p.es. la descrizione della vita in caserma e della cena a base di gatto, vedi pag.63-67), una descrizione di ciò che avvenne dopo il ritrovamento dei corpi e diverse opinioni personali di testimoni indiretti.
I primi capitoli inquadrano a grandi linee l’argomento trattato e forniscono una descrizione generale degli eventi nazionali ed internazionali che si limita a riassumere gli eventi quel tanto che basta per fornire un quadro d’insieme al lettore, fornendo tuttavia già qui un’interpretazione non proprio bilanciata (vedi sotto).
Dopo un’introduzione in cui l’autore descrive l’esperienza personale della ricerca segue una narrazione cronologica degli eventi in cui vengono inseriti aneddoti locali e spezzoni d’interviste e brani in cui si ritorna all’esperienza diretta dell’autore. Le interviste dunque non vengono riportate per intero ma ne vengono inseriti alcuni spezzoni, perlopiù singole frasi, che vanno ad inserirsi nella narrazione fatta dall’autore. Il testo quindi, pur procedendo principalmente sulla cronologia degli eventi del 1944, offre in parallelo uno spaccato del lavoro di ricerca dell’autore.
2.02 L’INTRODUZIONE STORICA DEL LIBRO
L’introduzione storica con cui si apre dal libro é interessante in quanto permette di capire la griglia concettuale in cui l’autore si muove ed da quale angolatura osservi l’evento che narra.
A pag.35 Russo commenta la caduta del fascismo del 25 luglio 1943 con“finalmente”, specificando che questa sia stata causata dal’“opposizione al Fascismo” e soprattutto dalle “sorti non affatto positive della guerra vera e propria”. L’autore prosegue scrivendo che la caduta di Mussolini aveva portato la guerra“nelle famiglie, casa per casa, contrada per contrada, contrariamente a quando il Fascismo imperava incontrastato”aggiungendo che l’esultanza delle folle all’annuncio della caduta dimostrava“quanto poco seguito avesse ormai sul suolo italiano il regime di Mussolini”.
EHMMM… Innanzitutto bisogna ricordare che Mussolini non fu destituito da oppositori del fascismo ma crollò su sé stesso e fu esautorato dal re. Le sorti della guerra non erano “non affatto positive” ma TRAGICHE e DRAMMATICHE. Poi iniziano le osservazioni interessanti: l’autore comunica che quando c’era LVI le cose andavano meglio poi però il popolo non lo ha amato più più perché aveva fatto male i calcoli riguardo alla guerra ma alla fine é stato esautorato da traditori/oppositori (Il re, Badoglio ecc.). L’introduzione storica rientra appieno nel ben noto mantra giustificazionista fascista riassumibile in “era figo ma poi ha fatto delle cazzate un po troppo grosse”.
Prosegue scrivendo che i tedeschi, che avevano subodorato in anticipo l’esautorazione di Mussolini“avevano cominciato a far affluire in Italia, col consenso dello stesso governo Badoglio, numerose truppe ben equipaggiate e armate di tutto punto”e che con l’armistizio dell’8 settembre“l’Italia praticamente ricominciava la guerra, in casa propria” sotto dominio tedesco”.
EHMMM… Dunque Russo dice che: I cattivi tedeschi erano scaltri e Badoglio una merda lasciando quasi intuire che la prosecuzione della guerra e l’arrivo dei nazisti in Italia furono causa sua.
Il“Re d’Italia e il capo del governo Badoglio con tutto il loro numeroso seguito e le loro famiglie avevano vigliaccamente gettato la spugna e, senza pensare a nient’altro che a salvare la propria pelle, si erano dati alla fuga […]”
EHMMM… Dunque Russo dice che: “Il Re e Badoglio avrebbero dovuto continuare imperterriti la guerra portando l’Italia ad una distruzione ancor più totale: secondo Russo il re e Bagoglio non proseguendo il conflitto hanno vigliaccamente tradito e umiliato la nazione”.
“[…] l’ex alleato tedesco, che s’era subito affrettato a gridare platealmente al tradimento invocando e minacciando vendetta ad alta voce”
EHMMM… Dunque Russo dice che: “Il “tradimento” del Re e Badoglio ha generato un casino ma ci siam pure dovuti sorbire l’umiliante manfrina dei tedeschi! Solo noi abbiamo diritto di dare dei “traditori” ai nostri “traditori””!
Prosegue raccontando di come lo stesso 8 settembre a Tarvisio 300 soldati della Guardia di frontiera, “per difendere l’onore del tricolore” “seppero opporsi con le armi alla tracotanza dei tedeschi che si erano affrettati a chiedere la loro resa” in una violenta battaglia che durò tutta la notte ma infine, sconfitti, ricevettero perlomeno l’onore delle armi dai tedeschi. Immediatamente dopo Russo fa notare che quella“fu il primo vero atto di resistenza in Italia”(grassetto mio), cui seguirono“tantissimi altri splendidi ed eroici atti contro i feroci oppressori”
EHMMM… Dunque Russo dice che: “I tedeschi erano tracotanti ma forti e giusti”. Ma questi 300 spartani si batterono per onor del tricolore o perché erano abbastanza svegli da capire cosa sarebbe loro successo (dopo l’8 settembre i nazisti deportarono circa un milione di soldati italiani che non accettarono di sottomettersi alla Germania/RSI)? É interessante osservare come Russo ammanti di positività la resistenza AI TEDESCHI mentre in tutto il resto del testo ammanterà di negatività la resistenza AGLI ITALIANI CHE HAN CEDUTO IL NORDITALIA AI TEDESCHI.
La liberazione di Mussolini e l’istituzione dell’RSI peggiorò la situazione ma“l’unico(governo ndr) ufficiale era nuovamente quello di Mussolini, voluto e imposto dai tedeschi”.
EHMMM… Quindi Russo considera l’RSI un male, ma un -male necessario- perché perlomeno forniva un minimo di stabilità. Interessante osservare come secondo Russo il Governo Badoglio avallato dal Re e in rapporti con gli americani non fosse degno di esser definito “ufficiale” al contrario di quello di Mussolini, nonostante fosse un mero burattino dei nazisti.
Il“rinato Fascismo”fu un nuovo risveglio soprattutto per fanatici. Fu un periodo di caos ed i nazisti fecero molti soprusi disumani a danno degli italiani. Un ferroviere del posto si oppose ai nazisti e dopo esser stato torturato é morto gridando “Viva l’Italia”.
EHMMM… Anche qui l’RSI viene criticato ma si addossano le colpe solo ai tedeschi ed ai “fanatici”. Poi si cita un caso-esempio di resistente patriottico.
Ma poi, “[…] com’era già accaduto nella vicina terra slava, nacque e si sviluppò la Resistenza all’oppressore con i “volontari della libertà”, meglio conosciuti come “partigiani”, che in Italia subito si divisero in due gruppi ben delineati: da una parte gli”osovani”, di ispirazione democratica, dall’altra i “garibaldini”, di ispirazione comunista”
EHMMM… Qui c’é il primo accenno di quel fenomeno noto come “virus partigiano” (vedi sotto) ossia germi provenienti dall’esterno (“la vicina terra slava”) che contagiano “noi”. Interessante poi la definizione dei due gruppi resistenziali: se effettivamente le Brigate Garibaldi erano legate al partito comunista, definire “democratiche” le Brigate Osoppo é estremamente limitativo e fuorviante.
INSERTO STORICO – parte 10 – LE BRIGATE OSOPPO
Le Brigate Osoppo nascono dal coordinamento di gruppi laici, liberali, socialisti e cattolici caratterizzati da una forte anticomunismo e soprattutto un profondissimo sentimento antislavo. Poiché i partigiani comunisti italiani collaborarono attivamente con i partigiani comunisti slavi si possono facilmente intuire le difficoltà di rapporto che intercorsero tra le Garibaldi e le Osoppo. Pur di contrastare un’eventuale espansione slava in Friuli (paura giustificata cui é interessante osservare la presenza di “proiezione junghiana”: vedi sotto) le Osoppo giunsero ad instaurare rapporti addirittura con i fascisti della X MAS. Le Osoppo, dunque, erano degli strani partigiani che nell’intento di combattere il comunismo fecero da ponte per tutta una serie di personaggi che negli anni a seguire proseguiranno la lotta antislava tra le fila della “O” e successivamente della Gladio e che, attraverso un processo di pacificazione nazionale sperimentato proprio nel “modello friulano” saranno collegati alle stragi della strategia della tensione:
“È un fronte unico che si costituisce in funzione anticomunista, in modo inavvertito dall’opinione pubblica che scambia il Movimento sociale italiano, fondato ufficialmente il 26 dicembre 1946, come espressione dei reduci della Rsi quando, viceversa, lo è dei servizi segreti italiani, americani, del Vaticano, Democrazia cristiana e Confindustria.A dare un contributo determinante alla sua formazione ci saranno, non a caso, gli uomini della divisione di fanteria di Marina “Decima” del principe Junio Valerio Borghese che, in Friuli e nella Venezia Giulia, sono stati all’avanguardia nella ricerca dei rapporti con i partigiani della “Osoppo” in nome dell’italianità.” (fonte: “il modello friulano”, Vincenzo Vinciguerra)
“Nelle pagine della storia italiana si racconta l’uccisione di un gruppo di partigiani della “Osoppo”, a Porzus, nel mese di febbraio del 1945, da parte di una squadra di partigiani garibaldini al comando di Mario Toffanin, “Giacca”.Si tace però che ad Ovaro, il 20 ottobre 1944, il capo del locale Cln, Rinaldo Cioni, conocordò con il commissario germanico, Franz Gnadlinger, l’eliminazione fisica del partigiani comunisti ritenuti più pericolosi, proseguendo “il lavoro intrapreso nel dicembre scorso”. (fonte:“il seme amaro”, Vincenzo Vinciguerra)
“Intanto nella valle del Koritnica ripresero vigore i partigiani di ispirazione comunista aggregati nel nome di Tito che intensificarono le loro azioni di vendetta e di morte”
EHMMM… La prima affermazione specifica sui partigiani “d’ispirazione comunista” (ergo: contagiati dall’esterno” – vedi “virus partigiano” sotto) mette le cose subito in chiaro: a differenza degli altri partigiani (quelli della Osoppo) che “davano battaglia a chi voleva continuare a tenere l’Italia e il suo territorio nella schiavitù e nella prepotenza dell’oppressore”, i comunisti invece no: loro compiono solo azioni di vendetta e morte e vogliono cedere pezzi d’Italia agli slavi.
Chi “era rimasto con l’Italia” aderendo all’RSI era nel mirino dei comunisti.
EHMMM… Dunque Russo sostiene che il protettorato tedesco dell’RSI era “Italia” (al contrario del meridione che con Badoglio e gli americani non era, sempre secondo Russo, “ufficiale”)
“Le truppe tedesche in alcune zone venivano accolte dalla popolazione locale con sollievo in quanto queste davano una certa sicurezza e una garanzia contro le incursioni dei partigiani”
EHMMM… Siamo in un luogo dove v’é strettissimo contatto tra popolazioni di lingue italiane, slave e germaniche. Nello specifico, l’area del tarvisiano fu pure tra quelle che vennero ottenute dal Regno d’Italia con la Grande Guerra, quindi proprio in una delle zone in cui il fascismo portò avanti la fortissima opera di italianizzazione forzata e propaganda antislava. Inoltre siamo in una zona alpina dalla religiosità fortemente radicata che é pure su una zona di passaggio obbligato in cui v’é pure una miniera d’importanza strategica e dove passavano le dorsali delle linee telefoniche che collegavano Roma-Vienna-Berlino. Non stupisce dunque che la zona fosse ampiamente militarizzata, fascistizzata e che quindi, data la grande vicinanza alla cultura germanica vi fossero località più filotedesche che filopartigiane. In particolare, dal testo traspare che Cave del Predil e Tarvisio fossero i due paesi più militarizzati ed in cui erano maggiormente presenti persone di simpatie fasciste, mentre le due Bretto sembra ospitassero diverse famiglie di partigiani (Bretto di Sotto era il paese di Socian che verrà incendiato dai nazisti per rappresaglia, Bretto di Sopra quello dove i nazisti rinvennero tra “la maggioranza di quelle famiglie” (pag.235) scorte di cibo destinati probabilmente ai partigiani )
Per concludere vien narrato di come nel primo dopoguerra vi fu sì, nella zona, italianizzazione forzata, che però non funzionò nella valle della Coritenza e dell’Isonzo, ma essendoci la miniera di Cave che dava lavoro alla comunità Russo non si spiega perché invece tra quelle genti“si stava acuendo giorno dopo giorno un odio impressionante, violento e vendicativo contro gli italiani, a causa soprattutto del sistema fascista italiano che aveva trasformato quella occupazione in una vera e propria oppres-sione politica e militare”
EHMMM… Come a dire: se un bel giorno i thailandesi s’impossessassero con la forza delle valli italiane imponendo a tutti di usare la loro lingua ed i loro costumi MA dessero lavoro a tutti nella loro fabbrica di salsa di soia (che prima faceva conserve di pomodoro), chi non si sottomettesse sarebbe uno stronzo.
2.03 STILE
Il rapporto che intercorre tra “300” ed i reali eventi della battaglia delle Termopili é forse quanto di più simile al rapporto che intercorre tra “Planina Bala” e gli eventi su cui é basato.
Sulla base della struttura e premessa storica appena descritti s’innesta un testo che ibrida elementi e stili diversi amalgamati da una descrizione degli eventi in cui l’autore s’immerge spesso nelle vicende narrate facendosi interprete di sensazioni e pensieri sia propri che di alcuni personaggi, addirittura fino al punto di arrivare a descrivere le sensazioni di orrore provate dagli uccellini del bosco (pag.127) contagiati dal “virus partigiano” (vedi sotto) utilizzando una prosa particolarmente coinvolta che conferisce al racconto aspetti romanzesco-cinematografici anche di un certo lirismo.
Se questa scelta premia in termine di scorrevolezza e coinvolgimento del lettore si rivela però problematica nel momento in cui il testo deve venir utilizzato come fonte di ricerca storica in quanto pone costantemente il lettore dinnanzi ad affermazioni e dettagli anche molto minuziosi di cui però non é ben chiaro quale sia la fonte da cui Russo le abbia attinte né se un determinato passaggio sia frutto di una testimonianza o dell’elaborazione personale dell’autore. Elaborazione peraltro molto evidente nei passaggi descrittivi:
“Nessun rumore, nessun alito di vento. Quei tanti carpini ancora scheletrici, quei faggi, quei noccioli, quei frassini ossuti e immobili! Solo ogni tanto il bramire frettoloso di un cervo, stridulo, quasi cupo, rompeva quel silenzio profondo, con la neve gelata che riluceva sinistra.” pag.122
La vaghezza riguardo a numerosissimi riferimenti, abbinata all’estrema minuziosità del dettaglio su aspetti più che secondari é una costante che si ripete in tutto il testo. Per esempio, quando vien riportato che “Al giovane Boris non era sembrato vero poter dare una mano al suo osannato ispiratore” (pag.97) é impossibile dedurre dal testo se lo stato di eccitazione interiore di Boris sia stato testimoniato da qualcuno o se si tratta dell’opinione dell’autore. Non si é dunque di fronte ad una corretta narrazione storica che risente dell’influenza dell’autore nella lettura degli eventi, bensì di un testo in cui eventi, opinioni e stile dell’autore sono legati a doppio filo in ogni aspetto. Questi tratti dello stile del testo rendono purtroppo impossibile osservare il tipo di lavoro eseguito da Russo senza esporne la prosa, in quanto se il “COSA AFFERMA” é spesso vittima di incongruenze (vedi sotto) é proprio nel “COME LO AFFERMA” che risiedono i meccanismi di tali incongruenze. Ciò implica purtroppo l’impossibilità di rendere noti gli errori di metodo e le incongruenze logiche del libro senza riportare i brani e passaggi che li contengono. Impossibile, ad esempio, comprendere la stranezza di una certa informazione fornita in due righe se non si han ben presenti i toni delle lunghe sviolinate che accompagnano informazioni di natura opposta, così come sarebbe impossibile far emergere la comunicazione implicita e sottintesa senza esporre quella esplicita.
2.04 LA (MALA)ESPOSIZIONE DELLE FONTI
Riguardo alle fonti del libro va fatta una prima chiara distinzione: il testo presenta testimonianze dirette, materiale fotografico d’epoca ed attuale, alcuni documenti dell’epoca, lettere e altro materiale, ma solo una parte di questo materiale é relativo ai fatti veri e propri poiché a causa della struttura del libro parte delle fonti riguarda la descrizione degli ambienti, della vita quotidiana nel 1943-44, aneddoti il cui scopo é fornire un’idea del periodo e del clima sociale, e testimonianze interessanti ma di secondaria importanza (per esempio: le testimonianze numericamente maggiori sono quelle relative alla vista dei cadaveri portati in esposizione dai nazifascisti nelle piazze dei paesi; testimonianze interessanti in quanto perfettamente concordi sullo stato dei corpi, ma che nulla dicono riguardo al modo in cui i corpi siano stati ridotti in quello stato). Sono presenti anche una poesia, foto dei famigliari delle vittime, foto delle autorità militari che presenziano alle onorificenze, ecc.
Le interviste, come già detto, non vengono trascritte nella loro interezza né riportate in calce bensì, nella prosecuzione del racconto, Russo inserisce frasi e spezzoni da esse estrapolate citando il nome dell’intervistato (non sempre a dir il vero) e lasciando spesso intendere che la narrazione che ne segue sia un’elaborazione delle dichiarazioni di quella stessa persona. Per esempio a pag.145 Russo riporta in virgolettato lo sfogo dell’anonimo figlio di un testimone anonimo che dichiara di aver dovuto mantenere per anni il segreto su quanto raccontatigli dal padre, ma al termine dello sfogo tali fatti tenuti segretinon vengono nemmeno narrati: dopo un paio di righe di commento di Russo sullo stato d’animo dell’anonimo figlio del testimone si riassume il tutto nella frase “Scene di odio e di vendetta atroce […]”, frase molto simile a quelle utilizzate immediatamente prima d’introdurre il figlio del testimone, ottenendo dunque un effetto panino (vedi sotto), cui segue una descrizione delle torture avvenute DENTRO la baita nonostante il virgolettato riporta chiaramente che il testimone anonimo si trovasse “nascosto dietro un grosso albero a poche decine di metri da quello scempio”, da che se ne desume che queste dettagliatissime “Scene di odio e di vendetta atroce […]” descritte successivamente a questa frase non possono esser state descritte a Russo dal teste citato.
“Il giovane comandante Perpignano (nella stanzetta principale di malga Bala ndr) intanto era costretto a seguire ogni cosa con gli occhi sbarrati, travolto dal dolore e dalla rabbia, da un terrore spasmodico e violento: perfino delle formiche affamate, attratte dal sangue, avevano cominciato a salirgli tra i capelli” (pag.146)
Può un uomo nascosto dietro a un albero a decine di metri da una malga vedere delle formiche che si arrampicano sulla testa di un uomo che sta all’interno alla malga?
2.05 SELEZIONE
Riguardo alle testimonianze dirette é necessario segnalare un ulteriore dettaglio che fa sorgere notevoli perplessità: é possibile osservare come gli stessi stralci d’intervista a Silvio Gianfrate (Srecko) vengano riportati due volte (pag.19 e pag.192) ma le due versioni differiscono fra loro con variazioni non giustificabili da semplici errori di trascrizione e che lasciano supporre un’intervento correttivo e/o selettivo dell’autore nel riportare le parole dell’intervistato. Nello specifico: nella versione di pag.19 Srecko dichiara che i sequestrati furono uccisi a malga Bala mentre nella versione di pag.192 il riferimento a malga Bala é completamente assente.
Altrettanto interessante é il modo in cui vengono presentati alcuni stralci dell’intervista al partigiano Hrovat. Per esempio: all’inizio del libro, a pag.16, vengono riportate in questo modo una domanda di Russo e la risposta di Hrovat:
[Russo ndr] “Ma perché i 12 carabinieri furono così barbaramente trucidati?” Una delle mie tante domande.
[Hrovat ndr]“E chi dice queste cose? .. lo… io non ero lassù… A colpi di piccone poi… No, no, mai fatto una cosa del genere noi partigiani! Coi picconi poi!… Su, su, dove prendevamo i picconi, i coltelli o le scimitarre? .. Sì e no avevamo qualche temperino… dodici carabinieri poi… Erano sì e no cinque, sei: pum pum, sono stati sparati e tutto è finito lì! Ma perché cercate queste cose ora? Non avete altro da fare in Italia voi giornalisti? Sono passati 50 anni… su mo’, a cosa serve riaprire certe ferite? .. Socian era il comandante militare, io il commissario politico” .
Interessante anche l’uso dei punti di sospensione che dovrebbero indicare una pausa di silenzio tra le singole frasi ma in realtà qui sembrano indicare che le singole frasi siano stata estrapolate da discorsi più ampio (magari in risposta a domande diverse), ossia presenterebbe ellissi che andrebbero invece indicate dai puntini di sospensione fra parentesi quadre ( […] ). Si osservi come con “Una delle mie tante domande” Russo censuri ulteriormente l’intervista impedendo al lettore di capire a che domande stia rispondendo Hrovat! Editata così l’intervista sembra suggerire che tra tante domande, a QUESTA, Hrovat abbia risposto letteralmente così e per chi legge l’impressione é che Hrovat, interpellato in maniera generica sui fatti, sbotti istericamente parlando in maniera impacciata all’intervistatore di colpi di piccone, temperini ecc. Ma confrontando la “risposta” di pag.16 con quella di pag.193 sorge il dubbio che la prima sia in realtà un collage di singole frasi (cherry-picking) provenienti evidentemente dalle risposte date a più domande diverse, estratte dall’intervista nella sua interezza e combinate assieme. Difatti a pag.193 la domanda posta da Russo é diversa ed é proprio Russo a introdurre nel discorso i corpi martoriati coi picconi:
[Russo ndr] “Ma perché infierire sui carabinieri in quel modo, coi picconi…!”
[Hrovat ndr] “Noi non si aveva picconi!… Nessun piccone è stato usato…! Quelle cose non si fanno. I partigiani non facevano quelle cose, non lo hanno fatto perché non lo sapevano fare!”
Negli stralci d’intervista presentati da pag.193 difatti troviamo frasi molto simili a quelle presentate a pag.16, anche qui presentate in successione separata da puntini di sospensione e mancanti delle domande di Russo:
“Ben 12 carabinieri, tenuti in vita per quasi due giorni? .. Su, mo’: dove prendevamo da mangiare per loro per tanto tempo?… Ma perché questo vostro interessamento a questa storia: è passato tanto tempo! Che inte- resse avete a rivangare questa vicenda?”
“Noi partigiani abbiamo sempre rispettato i carabinieri. Chi era coi fasci- sti no, non poteva essere da noi rispettato, ma i carabinieri cosa c’entra- vano? lo non ero su in malga… Ma è passato tanto tempo, come si fa a ricordare?.. E poi… 5 o 6 carabinieri uccisi.. .. 12!?.. No, non erano 12… Voi mi rivelate cose nuove che io non ho mai sentito… Sono cose del tutto nuove per me! … Questa cosa è stata opera di altri, non dei partigia- ni! E’ passato tanto tempo! Come pretendete che uno ricordi ancora que- sti particolari?.. 12 morti e tutti carabinieri?.. E’ assurdo, 5 o 6, non 12 e poi uccisi in quel modo! Mi fate venire i brividi!… Ammazzati poi a colpi di piccone! … No, no, mai fatta noi una cosa del genere. Dov’erano i partigiani non succedevano queste cose. Questa per noi era un’azione militare, non politica e questa è stata un’azione militare!”
In altre azioni i prigionieri venivano liberati o mandati a casa o sparati nell’azione, in questa no, come mai? .. Sono stati gli italiani a ridurre in quello stato i carabinieri o anche i tedeschi e poi hanno dato la colpa a noi. lo non credo sia successo questo che voi dite, noi si sparava ai prigionieri. Non abbiamo mai trucidato nessuno noi… Non avevamo mica coltelli, accette, picconi o scimitarre!… Su, mo’! Noi avevamo mitra, qualche temperino, mica picconi! … Ma dopo cinquant’anni voi cercate ancora queste cose? A chi interessano più?.. Cosa serve andare a riaprire queste ferite…. No, non mi va giù questa storia: nessuno li ha trucidati,glielo garantisco io. La mia parola… boh, dai, almeno al 60%, d’accordo? Con Socian ho sempre baruffato; però come commissario politico .. vincevo sempre io che ero più furbo!” “Ripeto che i carabinieri non erano nostri nemici, i fascisti sì, erano nemici!” “Ma voi giornalisti italiani non avete altro a cui pensare?… Dopo tanti anni tirate fuori ancora questa storia?” “Potevate aspettare ancora qualche anno, no?”
Sorge lecitamente il sospetto che Russo e Rinaldi, i quali non nascondono di aver provato enorme fastidio e sofferenza (pag.16) durante l’intervista a Hrovat a causa della loro antipatia naturale (pag.16) nei suoi confronti, abbiano esercitato particolare insistenza sull’ex-partigiano perché le sue risposte confermassero le storie su picconate e torture e che questi abbia reagito in malomodo (reazione che il testo lascia intendere essere segno di nervosismo da colpevolezza ma che può benissimo essere spiegata come la reazione di una persona irritata dal fatto di esser sfrontatamente accusato di essere un mostro). Non essendo note le domande a cui gli intervistati rispondono é non é possibile capire con esattezza l’andamento dell’intervista ma il tono stizzito di diversi stralci fanno supporre che l’intervistatore abbia pressato l’intervistato dando per scontato che si trattasse del membro di una compagnia di mostri.
Difatti pag.193 Russo scrive: “Ma perché trucidare i carabinieri in quel modo? A ogni mia domanda specifica, come questa, Silvo Gianfrate perdeva il controllo e alzava la voce, con gli occhi improvvisamente violenti”.“Ogni” e “Domanda specifica COME QUESTA” indicano chiaramente che le domande furono diverse e di tono simile a quella indicata, ossia una domanda in cui si da per certo che la brigata di Hrovat fosse composta da assassini spietati.
Ed a pag.194 Russo commenta così le risposte di Hrovat:
“Ci aveva quasi derisi il Hrovat, tentando di mettere tutto in ridicolo e in dubbio, facendo di tutto per confonderci le poche idee precise che in quel momento avevamo, le poche certezze che a ogni sua risposta vacillavano e di punto in bianco io mi ritrovavo a brancolare nel buio e nei misteri più fitti. Sarebbe stato un abile politico il signor Hrovat, almeno in Italia!”
Giusto per fare un esempio altrettanto violento: tu, si , proprio tu che stai leggendo, come reagiresti dinanzi a qualcuno che continua a farti domande specifiche sul modo in cui avresti violentato e fatto a pezzi un bambino dando per scontato che tu sia un mostro che commette atti del genere? Sorridendo pacatamente e offrendo una nuova tazza di the o perdendo il controllo, alzando la voce e fulminando con gli occhi questa persona insistente?
A pag.206 viene affermato che le interviste sono state registrate. Sarebbe interessante ascoltarle per intero per capire esattamente il tono con cui avvennero, che domande vennero poste, l’ordine delle risposte e se vi fu pressione sull’intervistato.
2.06 INTERVISTE, FARI E PANINI
Il modo in cui vengono utilizzati gli spezzoni d’interviste si attiene spesso a due modalità comunicative che qui chiamerò “metodo del faro” e “metodo del panino”.
Il primo consiste nel piazzare all’interno della descrizione degli eventi fatta da Russo un virgolettato che conferisce un falso senso di validità alla narrazione in cui é inserita nonostante gli elementi forniti nel virgolettato siano solitamente meno importanti della narrazione stessa. Un esempio lo si ha a pag.121,122 dove la narrazione del pasto avvelenato con soda caustica, varechina e pepe contiene al suo interno quest’unica frase-faro estrapolata da un’intervista:
“Noi abbiamo fatto da mangiare sia per i partigiani che per i carabinieri” – Ci confermerà in seguito la signora Mafalda, moglie di Lojs Gajger.
Se proprio ci si fosse dovuti limitare ad usare un unico spezzone d’intervista non avrebbe avuto più senso estrapolare la frase in cui vien data testimonianza dell’avvelenamento? O quello sui dolori provati dagli avvelenati? E invece niente: l’unica testimonianza scelta riguardo a questo episodio é la testimonianza della moglie di Gajger in cui dice semplicemente che hanno preparato da mangiare sia per gli uni che per gli altri. Quest’unica frase che non dice assolutamente nulla riguardo al punto nodale dell’episodio, inserita nella narrazione della cena genera nel lettore l’illusione che il racconto in cui é immersa sia la trascrizione delle dichiarazioni della signora Mafalda; cosa che Russo però non afferma affatto.
Esempi simili sono sparsi in tutto il libro ma il più impressionante é certamente quello delle torture. Da pag.137 a pag. 146 vengono descritte le torture eseguite sui dodici. La descrizione delle stesse é molto dettagliata:
Gli venne subito conficcato un legno a uncino, appositamente preparato poco prima, (“come quello che si usava una volta per tenere la padella del latte”) , tra il nervo posteriore dietro il calcagno e l’osso del piede: i due arti anzi furono accavalcati l’uno sull’altro in una morsa di sangue. Fu issato a testa in giù, con la parte terminale dell’uncino legata a una trave di sostegno del tetto della cucina (pag.144)
Tuttavia la narrazione delle torture presenta diversi stralci-faro di interviste che non dicono assolutamente nulla riguardo alle sevizie:
“Era una malga dove tutti d’estate portavano le proprie bestie, soprattutto pecore”. Così Bepi Flajs […] (pag.138)
“Quella volta non tutti potevano permettersi attrezzi in ferro e quindi si usavano pezzi di legno duro, in particolare pino e faggio: da questi pezzi duri si ricavavano accette e soprattutto picconi”. Così Bepi Flajs […] (pag.142)
“come quello che si usava una volta per tenere la padella del latte”(pag.144, non si sa chi sia la fonte di questa frase)
“Finalmente – mi ha confidato con le lacrime agli occhi il figlio di un pastore, il quale, nascosto dietro un grosso albero a poche decine di metri da quello scempio, aveva seguito tutto pietrificato e impotente – finalmente posso liberarmi di questo peso che mi opprime il cuore da tanti, tanti anni! Per quasi cinquant’anni ho dovuto nascondere questa verità, ma era tempo che tutto venisse alla luce! Mi sento finalmente libero, quasi leggero!”
Anche qui, poche frasi che non dicono molto fungono da illusorio faro-verità all’interno di una narrazione di cui non se ne conoscono le fonti: chi ha fornito a Russo certi macabri dettagli?
[…] con filo spinato, con le braccia dietro la schiena, coi polsi delle mani stretti ai piedi! Filo spinato che veniva poi agganciato ai genitali di quei poveri disperati i quali, muovendosi e dimenandosi nel dolore, automaticamente si sventravano (pag.145)
Un carabiniere riuscì a buttarsi per terra implorando con la foto di sua madre in mano e gridando di salvarlo per amor suo, ma quella foto gli fu strappata e conficcata in bocca. Primo Amenici, il papà di quei cinque bambini tutti in tenera età, finito giorni prima a Bretto in sostituzione di un altro carabiniere in licenza, riuscì a tirare fuori dalla giacca, prima che questa gli venisse strappata da dosso, la foto coi suoi cinque bambini e a mostrarla ai suoi assassini. Ma una picconata volante gli sventrò il cuore e quella foto gli fu conficcata nel petto, là dove fino a qualche attimo prima quel cuore aveva vibrato per quei suoi piccoli abbandonati per sempre (pag.145)
Da dove ha appreso Russo queste dettagliatissime descrizioni degli eventi non é dato saperlo, ma il testo si premura d’informarci dettagliatamente riguardo a dettagli di minor conto come il fatto che fu Flajs a raccontare che a malga Bala i contadini ci portavano le pecore d’estate e che non tutti (gli abitanti della Bausiza) avevano attrezzi di ferro. Questa moltiplicazione di frasi-faro provenienti da diversi testi genera nel lettore un “effetto panino” ossia illude il lettore che la somma di diverse testimonianze dia validità alle affermazioni prive di fonte in cui sono inserite.
2.07 ATTEGGIAMENTO PREVENUTO
Una conferma dell’atteggiamento forzatamente pregiudiziale dell’autore lo si può trovare per esempio a pag.196. Dopo che per tutto il testo Socian é stato descritto con affermazioni ed aggettivi come: il piccolo grande terribile dio della Coritenza / un padreterno privo di scrupoli o tentennamenti / colui che capeggia il nugolo di partigiani / un uomo di cui tutti avevano terrore / che porta avanti sconsiderate azioni / Era il diavolo personificato, esperto come nessun altro, padrone assoluto dei sentieri e delle strade, di giorno e soprattutto di notte /, quando Hrovat nell’intervista dichiara che la responsabilità (politica? militare?) dell’azione era di Socian, Russo commenta stizzito:
“porta il discorso su Socian che era morto da qualche mese dando a lui ogni responsabilità, tanto nessuno mai avrebbe più potuto avvicinarlo”
Ciò é assai interessante in quanto evidenzia un atteggiamento di negativizzazione forzata in cui gli archetipi necessitanti di continua riaffermazione: (1) il defunto Socian era il capo dei mostri e (2) tutti i partigiani sono mostri portano alla negativizzazione dell’affermazione di Hrovat che, pur venendo accettata in quanto confermante il primo archetipo, deve essere ammantata di negatività per riconfermare il secondo archetipotutti i partigiani sono mostri. Ecco che, anche se Hrovat fornisce a Russo un’informazione in linea con la sua narrazione degli eventi, l’autore aggiunge a quella stessa informazione una sbavatura di perfidia perché l’affermazione si conformi alla struttura pregiudiziale. Vi si può leggere anche un’elemento di proiezione junghiana in quanto accusare persone che non possono difendersi é esattamente ciò che fa Russo!
2.08 LE TANTE CONTRADDIZIONI DEL LIBRO
Nel testo sono relativamente frequenti anche affermazioni contraddittorie che vengono apparentemente attenuate dal fatto che gli elementi che si contraddicono sono spesso presentati in maniera discorsivamente separata oppure perché su determinati elementi vien posta particolare attenzione mentre gli elementi che li contraddicono vengono appena segnalati senza spenderci sopra nemmeno un commento. Alcuni esempi:
STUPORE PREANNUNCIATO? Si afferma che il sabotaggio alla centrale della miniera fosse inaspettato (pag.70) nonostante si affermi che l’attività principale dei partigiani fosse quella di effettuare sabotaggi soprattutto con lo scopo di interrompere la produzione della miniera e che i militi poi sequestrati fossero stati ingaggiati appositamente per difenderla. ( a questo proposito si veda un elenco dei sabotaggi effettuati da Socian alla miniera nel sottocapitolo 5.11)
VELOCI MA LENTI? Non si tiene nemmeno conto dell’illogicità secondo cui i partigiani riuscirono a fuggire velocemente da Bretto pur con un vantaggio di tempo ristretto (pag.150) attraverso un sentiero particolarmente impervio e rallentati dai dodici prigionieri e da un carico d’armi e vettovaglie (pag.101,102) e poi siano intimoriti dal fatto di poter esser raggiunti dai nazifascisti mentre si trovano in una malga isolata nel bel mezzo dei territori di cui erano signori incontrastati raggiungibile solo attraverso un sentiero impervio in cui nessun tedesco o italiano avrebbe mai pensato di avventurarsi (pag.139) anche perché non erano affatto pratici di quei territori come i partigiani (pag.155)
FURBI MA SCEMI? Con un certo contorsionismo Russo riesce a far passare l’impossibilità di eseguire fucilazioni ed a criticare i partigiani sostenendo a pag.186 che “fossero stati un pochino furbi” avrebbero potuto crivellare i corpi (per celare le torture). Quindi, ricapitolando: Russo sostiene che i partigiani NON potessero sparare perché il rumore avrebbe attirato immediatamente i nazifascisti ma al tempo stesso che i nazisti si muovevano in maniera impacciata (pag.186), che i partigiani spararono con un revolver ad un milite in fuga (pag.146) ma furono così“poco furbi”da non aver crivellato tutti i corpi.
PREOCCUPAZIONI NON PREOCCUPANTI? A pag.186 si sostiene che non fosse possibile eseguire fucilazioni sui monti perché l’eco (pag.139) avrebbe attirato l’attenzione dei nazifascisti ma, dopo aver segnalato a pag. 120 che malga Bala si trovava in una posizione “dove tedeschi e italiani non potevano assolutamente avvicinarsi senza essere precedentemente avvistati da lontano”, a pag.139 che “Nessun tedesco, nessun italiano avrebbe mai pensato di avventurarsi per quei ghiaioni scivolosi, col rischio di perdersi o di venir sorpreso dai nemici facilmente in agguato” perché “non conoscevano neanche l’esistenza” (pag.139) ed a pag. 127 che i tedeschi non sarebbero mai andati neanche fino a Logje“mai e poi mai sia i tedeschi che gli italiani, specie di notte, si sarebbero avventurati in perlustrazioni molto pericolose in quella zona aspra e isolata”, tanto che possono permettersi di far urlare tutta la notte i sequestrati con grida che squarciavano il silenzio e quindi nessuna preoccupazione da parte dei partigiani, a pag.146 si parla di un colpo di revolver sparato alla spalla di un milite della GNR che tentava di fuggire e non si capisce perché, una volta sparato un colpo non se ne fossero potuti sparare altri.
FREQUENTATISSIMO LUOGO ISOLATO? Da un lato sostiene che la scelta cadde su malga Bala in quanto isolata e difficile da raggiungere ma dall’altro sostiene che furono numerosi i pastori che non ebbero alcuna difficoltà a salire non visti per assistere di nascosto alle uccisioni (pag.147), tra cui l’anonimo padre di un amico di Toni Rinaldi che, a quanto sostiene, addirittura seguì quasi passo passo, di nascosto, la “via crucis” dei militi della GNR, la mattanza e la disposizione dei cadaveri (pag.18,109,139,142)
INCONTRASTATI TONTOLONI DEL TERRITORIO? Non solo malga Bala é isolata ma frequentatissima ma i partigiani, incontrastati signori di quei territori che si muovono con circospezione per controllare l’eventuale presenza di nazisti (pag.109) non si accorgono minimamente di essere circondati da diversi contadini che li hanno seguiti!
FIDATO COLLABORATORE POCO COLLABORATIVO? Gli incontrastati signori del territorio non si accorgono della presenza dei contadini ma (forse – vedi sotto) se ne accorge Gajger, “amico fidato” e “protettore devoto” dei partigiani (pag.14) che in qualche modo é conscio della presenza di Bepi Flajs (pag.147) tanto da andarlo a chiamare una volta spariti i fidati compagni partigiani (anche se il passaggio é poco chiaro e sembrerebbe che Bepi Flajs fosse tornato a Logje – vedi sotto).
SEGRETO PUBBLICO? Sostiene che la messinscena delle fucilazioni venne fatta nella certezza che nessuno avrebbe mai potuto sostenere il contrario (pag.197) ma che tutta la comunità viene a sapere fin da subito e nei minimi particolari cosa avvenne (pag.149).
PICCONATE COL TRUCCO? Il testo da un lato riporta le parole di Bepi Flajs secondo cui i partigiani dovevano far credere che i militi della GNR fossero stati semplicemente fucilati (pag.197) ma dall’altro che il massacro doveva essere volutamente violento e impressionante perché gli italiani ricordassero per sempre quella data (pag.121) e non si spiega in che modo un evento possa essere al contempo tenuto segreto e ricordato in eterno. Come si faccia poi a torturare delle persone con dei picconi ma in modo tale da far credere che siano stati fucilati non é dato sapere.
2.09 CONCESSIONI A CARO PREZZO
Il testo potrebbe non manifestare immediatamente il proprio manicheismo a causa di affermazioni critiche nei confronti del nazifascismo. Affermazioni che tuttavia s’innestano su una struttura fortemente di parte (lo si é ben visto osservando l’introduzione storica che apriva il testo) e che vengono fatte pagare a caro prezzo poiché a fronte di un numero estremamente esiguo di fredde critiche ad elementi specifici della storia nazifascista non vien fatta corrispondere una critica altrettanto blanda e limitata delle posizioni dei partigiani, bensì un rifiuto cieco e totale di ogni cosa li riguardi anche solo indirettamente. Alcuni esempi dei concetti espressi nel testo in cui sono ravvisabili concessioni esplicite ed i concetti-pegno impliciti che ne conseguono:
L’introduzione storica é sostanzialmente un “Mussolini ha sbagliato ad allearsi coi tedeschi MA, meglio LVI ed i nazi che Badoglio ed i comunisti”
L’odio antiitaliano dei partigiani nacque dai soprusi che subirono dagli italiani MA i partigiani erano comunisti e quindi in fondo se l’erano cercata.
I tedeschi erano terribili e cattivi MA erano obbligati a comportarsi così. E comunque meglio i tedeschi dei comunisti.
E così via: questo é sostanzialmente il livello delle concessioni fatte ed il modo in cui viene proposto é sempre lo stesso: la critica é esplicita (concessione) ma il concetto che ne vien fatto conseguire (prezzo) é implicito. Più avanti si vedrà meglio cosa vien messo sui piatti della bilancia dei prezzi.
2.10 AMORE E ODIO
Di eccezionale interesse é osservare il modo in cui Russo tratta i personaggi della vicenda e le persone interessate. Esempi specifici li si potrà osservare nel terzo capitolo di questo articolo, ma basti tenere a mente questo: se una persona sta simpatica e/o fornisce affermazioni utili a Russo, questa riceverà una descrizione amorevole e positiva. Al contrario: odio puro o silenzio assoluto. Qualche esempio veloce-veloce giusto per assaggio? Basterebbe già osservare come Socian vien descritto: così cattivo da poter far paura quasi a Satana in persona! Oppure il fatto che di numerosi testimoni indiretti ci vengono forniti i dati biografici ma ciò non avviene per il partigiano Hrovat che non le manda a dire a Russo quando insiste perché “confessi” ! Ma, come anticipato, questa differenza di trattamento verrà illustrata meglio nel prossimo capitolo.
2.11 INFORMAZIONI SUSSURRATE
Se alcune informazioni vengono urlate, commentate e ripetute ve ne sono tuttavia alcune che il testo riporta ma senza alcuna enfasi: vengono “buttate lì” per poi essere immediatamente dimenticate come non esistessero. Se osservate attentamente però é facile notare che hanno tutte una cosa in comune: sono tutte informazioni che potrebbero intaccare e/o smentire le affermazioni di Russo. Sorge quindi un dubbio, ossia: perché mai le avrebbe fornite? I casi sono diversi ma riassumibili a questi gruppi:
Informazioni che Russo era obbligato a riportare, come ad esempio i numerosi tentativi di sabotaggio dei partigiani in cui non viene fatto male a nessun paesano.
Informazioni utili ma a rischio, come la testimonianza del Venturini, che dichiara di esser stato per un po partigiano con la Garibaldi: informazione utile perché fa apparire il teste come una “fonte interna” ai partigiani ma pericolosa perché esce dallo schema “partigiano=demone senza contatti con la brava gente”
Gli esempi sono numerosi e già presenti negli altri sottocapitoli e pertanto eviterò di riproporli anche qui.
2.12 FALLACIE LOGICHE
Le contraddizioni del testo, unite all’atteggiamento pregiudiziale si manifestano attraverso diversi tipi di fallacia logica (maggiori dettagli QUI) e trucchi narrativi. Essendo presenti nell’interezza del testo, elencarli é impresa scarsamente utile in quanto, una volta compresi i meccanismi di queste fallacie, le stesse emergono automaticamente già dalle osservazioni di questo articolo. Per questo motivo mi limiterò ad elencare le tipologie di fallacia chiedendo a chi legge di tenerle a mente durante la prosecuzione della lettura
Straw men / uomo di paglia, ossia rapasentare in maniera infedele un avversario con lo scopo di abbatterlo e infangarlo.
Dissimulazione, ossia presentare dati in modo ambiguo.
Argumentum ad nauseam, ossia ripetere in continuazione determinate affermazioni con l’intento di far percepire all’uditore/lettore queste affermazioni come accettate.
Condanna delle alternative, ossia forzare le interpretazioni affinché convergano su una sola delle ipotesi possibili.
Affermazione del conseguente, ossia dare per scontata una connessione logica che scontata non é, attraverso una relazione causa-effetto semplificata.
Premesse contraddittorie, ossia proporre un ragionamento coerente basato però su premesse che si contraddicono fra loro.
Rimettere l’onere della prova, ossia fornire tesi e informazioni date per vere senza fornirne dimostrazione e fonti.
Eccezione che conferma la regola, ossia appellarsi all’eccezionalità ed unicità di un caso ma al tempo stesso trattandolo come un evento comune.
False premesse, ossia dare per vere delle premesse che non sono tali snaturando alla base ogni ragionamento successivo (simile al “premesse contraddittorie”).
Aneddottica, ossia aggrapparsi essenzialmente su testimonianze aneddotiche anziché inserire quest’ultime in un quadro logico coerente.
Trattamento di favore, ossia favorire le posizioni di una delle classi coinvolte nella narrazione.
Obiezioni insignificanti, ovvero elevare dubbi, anche validi, che riguardano argomenti secondari come se fossero elementi nodali di una teoria/affermazione.
Falsa inversione, ossia l’applicazione errata di [ A=B per cui B=A ] perlopiù in casi di generalizzazione (vedi) basati su dati particolari [Luca é moro e stronzo per cui tutti i mori di nome Luca sono stronzi]
Cherry-picking, (conosciuto anche come “suppressing evidence”) ossia selezionare solo gli elementi che confermano l’ipotesi di partenza.
Card-Stacking, ossia una tecnica tipicamente usata in pubblicità e propaganda che consiste nel porre continue attenzioni solo sugli aspetti che si vogliono trasmettere sorvolando invece su quegli aspetti che potrebbero mettere in discussione la narrazione imbastita
Generalizzazione, ossia attribuire, per semplificazione, a tutti i membri di una certa classe una determinata caratteristica.
Limitazione imposta, ossia introdurre limitazioni arbitrarie come se valessero universalmente.
Entimemi e non-detto, ossia lasciare che i significati profondi del messaggio emergano tra le righe senza mai affermarli direttamente (il “prezzo” fatto pagare dalle “concessioni”)
Falsa precisione, ossia dare supporto alla propria tesi agganciandoci informazioni molto dettagliate che tuttavia esulano dalla logica della tesi stessa.
Di fari e panini si é già parlato in maniera dettagliata in quanto facilmente evidenziabile anche con pochi esempi. I restanti meccanismi sono tutti più o meno presenti nel testo: alcuni con prepotenza (p.es. falsa precisione, generalizzazione, aneddotica), altri meno (falsa inversione); alcuni sono presenti in casi specifici (p.es. la limitazione imposta secondo cui Maria non poteva avere accesso ad un telefono) ed altri sono riscontrabili solo analizzando il testo nella sua interezza (p.es. generalizzazione). Pertanto li si riscontrerà non sempre attraverso punti specifici e affermazioni nette, ma man mano che verranno esposte le caratteristiche del mondo dipinto nel libro. Il lettore, ripeto, é invitato a tenere bene a mente le fallacie logiche qui elencate perché queste si rivelino spontaneamente.
3.00 IL MONDO DI “PLANINA BALA”
É particolarmente evidente che il mondo che traspare dalle pagine di “Planina Bala” noné una rappresentazione fedele e realistica di un territorio delle alpi friulane nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale. Il mondo che traspare da “Planina Bala” é una rappresentazione ipersemplificata in cui una comunità omogenea e pacifica che sottostà per amor del quieto vivere al dominio del potente di turno (in questo caso i tedeschi) col quale ha un rapporto sia di timore che di rispetto. L’armonia della comunità però viene perturbata dalla presenza dei partigiani: esseri crudeli che scatenano il lato peggiore di tutti. Le varie caratteristiche del mondo, che ora verranno illustrate nello specifico, sono strettamente interconnesse fra loro (per questo si può parlar di “mondo”) e quindi i prossimi punti presenteranno necessariamente ripetizioni e rimandi circolari.
3.01 FRANZA O SPAGNA PURCHE’ SE MAGNA
La comunità del tarvisiano così come raccontata dal Russo é una comunità uniforme fatta di brava gente devota e rispettosa che sottostà al potere nazifascista per amore del quieto vivere. Uniformità spezzata solo dai partigiani, descritti come entità esterna, come cellula tumorale, come il lupo cattivo delle fiabe.
Il concetti di fondo é che nella comunità omogenea del tarvisiano non v’é lotta, non v’é tensione, non v’é divisione ma solo brava gente che s’adatta al potere dominante indifferentemente da quale sia. Nazisti, fascisti, romani, unni, longobardi, marziani: stessa cosa!
Poco importa ciò che vogliono i nuovi dominatori: imporre una dittatura? Culto della violenza? Sottomissione obbligata all’autorità? Abolire la libertà di stampa? Picchiare, uccidere o mandare al confino chi dissente? Trasformare le elezioni in una farsa? Imporre un regime corporativo totalmente sbilanciato a favore delle classi agiate? Militarismo estremo? Razzismo? Colonialismo? Sterminare brutalmente popolazioni non italiane? Deportare qualche migliaio di ebrei in Germania? VA TUTTO BENE! A patto che non si tocchi lo status quo basato sulla tradizione religiosa (a questo ci arriviamo tra un attimo)!
Poiché a questi continui richiami all’accettazione e sottomissione nei confronti del nazifascismo non segue alcuna apologia esplicita del fascismo stesso, il testo si potrebbe tranquillamente ascrivere alla pubblicistica afascista cattolica (sulla religiosità del testo vedi sotto) anticomunista proprio in quanto l’interesse principale é più rivolto a screditare i partigiani che ad elogiare il fascismo. Tuttavia, come vedremo, definire questo testo semplicemente afascista potrebbe essere limitativo.
Torniamo a noi: per riuscire a dipingere questa comunità omogenea ben disposta a sottomettersi all’autorità dominante per amor del quieto vivere, Russo é però obbligato a minimizzare ogni elemento che possa contrattare quest’immagine.
Difatti quando si trova costretto a citare persone del posto che collaborano coi partigiani evita di commentare (card-stacking inverso), come nel caso degli operai della miniera a pag.53 o l’arganista Krast di pag.214 che li aiuta a effettuare uno dei più imponenti sabotaggi alla miniera in cui lui stesso lavorava, o li descrive come vittime impaurite del terrore causato dal virus partigiano, come nel caso di Bepi Flajs e del contadino anonimo. Ma la forzatura é evidente, soprattutto nel caso delle persone su cui il “virus partigiano” agisce in modo ambiguo. Anche nel caso del Gajger questo meccanismo funziona male: Gajger é descritto ora come un fedele e fidato servitore dei partigiani, ora come un uomo che agisce solo per interesse, ora come un uomo che tenta di far buon viso a cattivo gioco. Il “virus partigiano” però, come già visto, in lui si manifesta in negativo solo a fatti compiuti, nella vecchiaia di Gajger che distrutto dagli eventi passati si autocostringe a vivere in un’abitazione cupa trafitto dai rimorsi, come colui che trovando la fede sceglie la via dell’insolazione eremitica.
Ma i richiami più forti restano quelli al mantenimento dello status quo: il primo pensiero del signor Berlot, che vive vicino della centrale elettrica attaccata dai partigiani, saputo che questa esploderà, é: “Così ora perdiamo anche quel poco di pane che abbiamo!”(pag.150). Il parroco Ivan Hlad raccomanda i paesani di non seguire i partigiani per non subire le ritorsioni tedesche. I carabinieri appena giunti per difendere la centrale elettrica dice siano subito presi in simpatia dalla popolazione. Il testo nel suo insieme sembra gridare “La guerra é altrove, qui non vi sono combattimenti: sono i partigiani a perturbare l’armonia”. Se i nazifascisti massacrano la popolazione per ritorsione contro i partigiani la responsabilità di ciò va data proprio a quest’ultimi: ai cattivi partigiani che hanno osato portare la guerra nella quiete delle pacifiche valli amministrate dai nazisti. Che tipo di comunità é allora quella descritta nel testo? É una comunità perbenista, qualunquista e piagnucolosa, fatta di “brava gente” innocente, poveri lavoratori che si lamentano del male che vien da un “fuori”. Una comunità omogenea unita dal vittimismo che deriva dal dipingersi come ultimi portatori di “sani valori” tradizionali originatisi in un tempo mitizzato in cui l’uomo era più vicino al “vero”.
Il piccolo mondo che fuoriesce dal testo di Russo é più in linea con una narrazione fiabesca che realista (piccola comunità unita ed omogenea, agitazione provocata da elemento perturbante con caratteristiche demoniache e aliene; narrazione semplificata concentrata sugli aspetti emotivi, ecc) atta a trasmettere una lezione morale (i nazisti erano cattivi, i fascisti, nonostante qualche eccesso, accettabili, mentre i comunisti erano e sono demoni che agiscono per il male). Essendo dunque in presenza di un’innesto fiabesco su temporalità storica si può pienamente parlare di mitologia. Nello specifico di una mitologia afascista di matrice cristiana (sulla religiosità del testo ci arriviamo, ci arriviamo…) ed anticomunista che non é interessata a giustificare l’agire dei fedeli di Mussolini ma lo accetta fintantoché questo non vada contro alla sfera religiosa cattolica. Dunque, se proprio bisogna cercare un modello di riferimento della comunità descritta da Russo non é nella storia, ma proprio nelle fiabe che lo si può trovare.
E quale fiaba o racconto per l’infanzia viene in mente quando si parla di una comunità omogenea di brave persone la cui tranquillità viene messa in repentaglio ripetutamente da un unico grande cattivo? A me vengono, vengono in mente… i Puffi!
Tutti diversi ma in fondo tutti uguali (la comunità nel suo insieme), concordi nel riconoscere come loro capo uno di loro (i “carabinieri” erano italiani come noi) cui viene attribuito il titolo di Grande in quanto anziano portatore dei valori tradizionali (la chiesa), che vivono in serena armonia (idem), ma questa tranquillità é continuamente messa a repentaglio da azioni scellerate (idem) portate avanti dal cattivo Gargamella (Socian) e la perfida Birba (i partigiani), che nella sua cattiveria é però anch’essa sottomessa a Gargamella (idem per partigiani con Socian).
Tutti buoni e innocenti. Al limite qualche concessione (c’è quello brontolone, quello vanesio, quello pigro), giusto per autoilludersi di saper rappresentare la molteplicità. Ma a dirla tutta, la comunità descritta in “Planina Bala” ha anche qualcosa in meno rispetto ai puffi: se nel momento del bisogno gli ometti blu sanno essere davvero comunità collaborando fra loro per sgominare il loro nemico, la comunità di “Planina Bala” si descrive come impaurita da tutto e da tutti ed anziché tirarsi su le maniche per combattere aspetta che un bullo si faccia notare più degli altri per poterlo insignire del ruolo di condottiero (i fascisti). É una comunità in cui la codardìa non si limita ad essere una caratteristica umana, ma viene esaltata a dovere morale la cui unica eccezione consiste appunto nel ruolo affidato al bullo, al quale é permesso esercitare violenza inaudita e illimitata, a patto che non tocchi lo status quo (solitamente bigotto e di matrice religiosa).
3.02 OMERTA’ A PUFFLANDIA
Russo insiste più volte nel ricordare che l’intera comunità venne subito a conoscenza dei fatti fin nei minimi particolari (pag.13,14,18,149) ma nessuno ebbe mai il coraggio di parlare. La cosa però suona piuttosto male: perché una comunità concorde nel condannare Socian e i partigiani per qualunque cosa succedesse in zona “anche quando lui non c’entrava niente” (pag.43), che non gli avrebbe nemmeno mai perdonato il fatto di aver “provocato” la rappresaglia tedesca di alcuni mesi prima e che ha nei confronti dei partigiani solo parole di disprezzo avrebbe paura anche a distanza d’anni di parlare di questi fatti?
Il testo lascia intendere che il motivo di tale paura fosse l’efferatezza dei partigiani, sebbene sempre il Russo ricordi che il massacro di una quarantina di partigiani nell’aprile 1943 (quello che sarebbe stato alla base della “vendetta”) avvenne proprio a causa del tradimento ad opera di un locale (pag.120) e che dunque c’era ben chi agiva e parlava contro i partigiani. Chi fu la persona del posto che tradì i quaranta partigiani? Subì forse vendette o ritorsioni da parte loro? Dal testo di Russo non é dato sapere. O meglio: il testo non cita nessun caso specifico di ritorsione partigiana nei confronti della popolazione locale se non accuse generiche (pag.42) che non si traducono mai in un nome, una data, un fatto accertato.
Al contrario vengono solo citate solo azioni di sabotaggio alla centrale, azioni contro gli occupanti tedeschi e per sommi capi anche alcune azioni dei partigiani private di contesto e motivazioni (pag.110). Buffo che l’autore non elenchi nessuna azione dei partigiani contro i civili, considerando l’impegno dell’autore nell’attribuire mostruosità ai partigiani, dato che il livello di approfondimento del testo arriva addirittura a descrivere i pensieri interiori dei militi della GNR negli attimi prima della morte (pag.141).
Il testo cita ad esempio il fatto che il parroco Ivan Hlad rimarcasse pubblicamente la propria posizione antipartigiana dinanzi alla comunità esortandola a non collaborare con loro (pag.51,52,252,265), cosa che lo porterà a nove anni di prigione “nelle mani degli uomini di Tito” (pag.252) eppure il testo specifica che “verrà liberato, ma sarà reso inoffensivo dalla ferrea repressione comunista” (non é chiaro cosa s’intenda con quel “reso inoffensivo”) e che nel dopoguerra potrà continuare ad esprimere la propria avversione verso i partigiani ad esempio portando le classi scolastiche in pellegrinaggio a malga Bala per celebrare una preghiera in ricordo dei militi della GNR (pag.18) e, si può aggiungere, consolidare nelle generazioni che seguirono la sua versione dei fatti.
In realtà quando il testo riporta azioni specifiche dei partigiani si tratta sempre di azioni di sabotaggio o agguati ai nazifascisti. Peraltro sempre descritte con un certo disprezzo e ponendo i nazifascisti come vittime inermi di partigiani vili e pericolosi (pag.52). Per questo motivo é interessante notare la totale assenza di commenti quando vien obbligatoriamente narrato di come durante l’attentato alla centrale elettrica i partigiani, trovandosi di fronte degli operai che vi lavoravano il crudele e spietato Socian… li avverte dell’imminente esplosione (pag.150) permettendogli di mettersi al riparo!
Ciò stride molto con l’impianto generale del testo e non sorprende dunque che gli operai della centrale riceveranno nel testo un trattamento ambiguo (vedi la parte in cui se ne parla relativamente al “virus partigiano”)
Secondo Russo i sentimenti dell’intera comunità nei confronti dei partigiani erano solamente di paura e terrore anche se per forza di cose una buona fetta della popolazione era per forza di cose filopartigiana (ma questa parte della comunità Russo non solo non la mostra ma ne sottace del tutto l’esistenza, tranne in brevi e rari sprazzi in cui non può evitarlo). Il fatto che Russo non sia in grado di documentare questo gran numero di abusi dei partigiani nei confronti dei civili si spiega se si tengono contemporaneamente in considerazione la già osservata illogicità di un eventuale atteggiamento negativo dei partigiani verso la popolazione e le caratteristiche pregiudiziali ed occultanti riscontrate finora nel testo di Russo che difatti si limita a vagheggiare ed alludere.
Russo dunque descrive una comunità compatta nel condannare i partigiani per qualunque cosa ma troppo impaurita anche solo per fare una segnalazione anonima ai nazifascisti nonostante, dice, fosse in buoni rapporti con le forze dell’ordine e con la dirigenza della miniera ed avesse rapidamente maturato rapporti di simpatia con i militi del GNF, nonostante il parroco esorti “privatamente e pubblicamente” (pag.51) la comunità a non appoggiare i partigiani (NB: perché mai avrebbe dovuto raccomandare la comunità in tal senso se questa era già solidamente compatta nel condannare Socian e soci, Russo non lo spiega) e sorvolando sull’importante tradimento del’43 da lui stesso riportato, dipinge invece una società che accetta di dover sottostare ai nazifascisti, dei quali ha si paura ma accetta tanto da non ritenerli nemmeno più di tanto colpevoli anche quando ammazzano civili, bruciano case e lasciano i cadaveri esposti per giorni per fare da monito.
Nonostante il quadro dipinto sia quello qui esposto, con nonchalanche a pag.176 segnala che qualcuno denunciò Maria Berlot accusandola di essere vicina ai partigiani (pag.176). “Stranamente”, nel testo i tradimenti e le segnalazioni dei partigiani vengono semplicemente riportati senza approfondire nonostante, visti i toni, ci si aspetterebbe un lungo panegirico sul coraggio di queste persone nel superare il tremendo ed intimo terrore nei confronti di una vendetta partigiana. Allo stesso modo viene riportato senza alcun commento uno stralcio di un’intervista ad un operaio delle miniere che testimonia di come all’interno della miniera chi accusava i partigiani del massacro lo doveva fare sottovoce “per paura gli uni degli altri” (pag.207) dichiarando anche qui che in realtà non TUTTA la comunità era antipartigiana. Russo però preferisce far passare l’intera ferra di comunità filopartigiana per “spie” e “traditori” infiltrati nella società della “brava gente”.
Sempre con la stessa assenza di commento o analisi, a pag.208 viene rivelato che almeno due-tre partigiani (di cui non viene fatto il nome) lavoravano in miniera assieme agli altri operai. Evidentemente Russo non é intenzionato a porre troppa attenzione su questi fatti che é tuttavia obbligato a segnalare.
Vien da chiedersi perché mai, all’epoca della pubblicazione del libro, un membro di una comunità così unita nel condannare la compagnia di Socian dovrebbe aver timore di qualche vecchio partigiano settanta-ottantenne e che senso possa avere per un contadino della Bausiza, valle che non conta più di venti case, di celarsi dietro all’anonimato. Quanti mai potranno essere i contadini della Bausiza per sperare di “scampare al terrore partigiano” semplicemente celando il nome? Anche perché, come Russo stesso dimostra a pag.235 e pag.239 il fatto che i dodici furono uccisi dai partigiani di Socian era un fatto noto alle forze dell’ordine anche a conflitto finito e non si vede perché una comunità compatta nel condannare Socian avrebbe avuto paura ad accusare Socian a dei carabinieri che già sapevano della colpevolezza di Socian.
Il fatto é che i partigiani vengono descritti, a seconda del tipo di emotività necessaria, ora come sparuti gruppi di elementi alieni alla comunità della brava gente ed ora come una potentissima rete tentacolare di stampo mafioso e questo non é che un tratto tipico della cultura di destra.
Perfetto concentrato di cultura di destra: autoassedio da bacilli corruttori esterni, culto dell’uomo della provvidenza, mito del martirio intenzionale, culto nobilitante della violenza e, non detto, elogio della sottomissione volontaria (fonte)
3.03 PARTIGIANI VS. BRAVA GGGENTE
Come visto il testo insiste molto nel ricordare che l’intera comunità fosse spaventata dai partigiani, ma quando tenta di documentare azioni dei partigiani verso la comunità i casi segnalati sono pochi ed estremamente lacunosi:
A pag.110 Myza Komac testimonia di aver visto “una donna, in cortile, mentre veniva uccisa dai partigiani” (pag.110) ma non viene riferito né chi fosse né quando ciò sarebbe avvenuto né di cosa fosse accusata (era forse una spia nazista?). Tuttavia il testo riporta anche l’opinione di Myza secondo cui “facilmente intendevano uccidere il marito di lei, non lei”. Come e perché sia giunta a tale conclusione non é dato sapere anche perché nemmeno il nome del marito viene rivelato.
A pag.42 si dice che Socian girasse casa per casa “col mitra spianato” ad obbligare gli uomini a seguirlo, specificando che “Chi osava opporsi o contrastarlo aveva finito di vivere in pace”. Non viene però segnalato neanche un caso di persona ammazzata per aver rifiutato di unirsi a Socian.
A pag.205 Francesco Mrakic testimonia: “Socian in quel periodo andava casa per casa, mitra spianato in mano, e costringeva tutti a seguirlo tra i partigiani. Chi rifiutava, finiva di vivere, nel vero senso della parola, perché diversi lui li faceva fuori seduta stante. Molti partigiani che io conosco sono stati costretti da lui a seguirlo solo per le troppe minacce ricevute. Anche con me ha usato lo stesso sistema”. Essendo ancora vivo si suppone che dunque Mrakic sia entrato a far parte della banda di Socian. Era dunque uno dei partecipanti della strage? Era un comunista? O un partigiano cattolico antislavo? Anche qui il testo non dice più nulla.
Un po poco per affermare che i partigiani facessero più paura dei nazifascisti le cui stragi pubbliche sono riportate anche dallo stesso Russo.
Eppure quando Russo deve elencare azioni partigiane le uniche di cui fornisce dati certi sono i sabotaggi (perlopiù alla centrale):
I partigiani compirono numerose azioni tra il 10 ed il 30 settembre 1943 (pag.51); il 10 ottobre 1943 fecero deragliare due treni della miniera (pag.51); pochi giorni dopo assaltano un furgone pieno di ufficiali tedeschi (pag.52); qualche settimana dopo falliscono nel tentativo di far scoppiare un altro trenino della miniera (pag.52); il 19 dicembre, con l’aiuto di alcuni operai, danneggiano parzialmente la centrale termoelettrica della miniera e quella idroelettrica di Plezzut (pag.52); gli scontri tra partigiani e tedeschi erano all’ordine del giorno, sia sulla strada che alla miniera (pag.54); un giorno riescono a far saltare le pompe del quindicesimo livello (pag.55); un’altra volta minarono il “frantoio” della miniera ma alcuni alpini ne impedirono lo scoppio (pag.55). E’proprio a causa di queste numerose azioni che il 4 gennaio 1944 l’ingegnere della miniera, che dava ordini ai soldati tedeschi
Ma nonostante ciò Russo afferma per ben due volte che l’assalto alla centrale elettrica di Bretto fu del tutto inaspettato (pag.77,100)
Interessante notare come proprio nel raccontare una di queste azioni, a pag.54, nel riportare un’azione gestita male dai partigiani é obbligato a rivelare anche che i partigiani sapevano essere magnanimi (lasciando libero l’ostaggio italiano), che anche un altro dei parroci locali era filotedesco, che i tedeschi torturavano i partigiani ed a nascondere la fine che fece il soldato tedesco rapito (forse per non rivelare che NON fu torturato?).
Le azioni partigiane che Russo meglio descrive sono elencate nel sottocapitolo 5.11 e, posso già anticiparlo: sono solo azioni di sabotaggio.
3.04 I DODICI ANGELI PATRIOTTICI
La differenza di trattamento dei vari personaggi di questa storia può esser riassunta da un solo aggettivo: cartoonesco. Il modo in cui ogni singolo personaggio viene introdotto, le osservazioni sulla sua persona, sul suo agire sono elementi particolarmente chiarificatori delle griglie concettuali entro cui l’autore si muove. La descrizione dei dodici é molto dettagliata ed é inserita in un rapporto perfettamente dicotomico con i partigiani. Per ogni carabiniere v’é una breve biografia, la descrizione della famiglia e degli affetti, dellle abitudini quotidiane e la vita di caserma. Sono tutti dipinti come dei bravi ragazzi, sani, onesti, timorosi di Dio e con la testa sulle spalle a cui é capitata una disgrazia terribile. Questi alcuni dei modi in cui vengono descritti:
disgraziate vittime predestinate / poveri, semplici uomini italiani con la divisa di carabiniere addosso / Erano italiani e carabinieri e volevano esserlo fino in fondo / patrioti / devoti / Avevano fatto il proprio dovere, fino all’ultimo / designati a morire per la Patria che non avrebbero potuto dimenticare né tradire / (per i carabinieri) era giusto morire con onore, nel nome dell’Italia che avevano sempre amato e difeso / L’importante era non aver paura, non mostrare loro, ai partigiani, di aver paura. Se dovevano morire, come ormai era chiaro, era giusto morire da eroi. Erano carabinieri, erano italiani e non potevano non morire che da carabinieri e da italiani, a testa alta, guardando in faccia i propri aggressori! / poveri, inermi e incolpevoli / 12 inermi e pacifici carabinieri / 12 figli
La vicinanza ai dodici si esprime anche indirettamente, ad esempio riportando le testimonianze e le foto dei loro parenti e le peripezie di questi per ottenere il trasferimento delle salme, aneddoti come quello della civetta che cantò il 24 marzo (pag.223) o della lana che la signora Koserog doveva usare per fare dei guanti ad uno di loro (pag.70,72,200,245). O con la testimonianza di Nino Mafezzini, che quel giorno sarebbe dovuto essere in caserma e quindi si salvò, o ancora riportando dettagli di contorno, come il nome del falegname che preparò le loro bare (pag.173) e numerose testimonianze di gente del posto che conobbe i militi o che ne vide i corpi martoriati.
L’intento, peraltro esplicito, del testo é quello di riabilitare la figura dei dodici in chiave eroico-nazionalista e martirologica:
“Certamente sono morti da eroi, certamente sono morti da martiri, immolati per la loro fede e il loro essere carabinieri e italiani” (pag.264)
Numerose le esortazioni al lettore a calarsi nei panni dei carabinieri, nel loro stato d’animo e nelle sensazioni da loro provate, fino al punto di descrivere i PENSIERI dei sequestrati. Ciò però avviene solamente per i carabinieri.
3.05 I SATANICI DEMONI DELLE MONTAGNE
Per i partigiani no.
Per i partigiani bastano giusto due dati biografici dei capi e innumerevoli richiami negativi. L’autore non tenta nemmeno di indagare sull’identità dei partigiani che avrebbero partecipato alla strage, se non molto timidamente verso la fine del testo citando solamente i nomi di alcuni partigiani sospettati di poter avuto far parte del gruppo: gli é sufficiente indicare chi fossero i capi che vengono descritti come esseri barbari e spregevolissimi. Nel testo di Russo i partigiani non sono persone: sono semi-umani rappresentati dagli aggettivi di disprezzo che gli vengono attribuiti. I partigiani di Russo non hanno amici né storia. I partigiani non hanno una vita: sono solo strumenti di una follia più grande di loro. I partigiani perturbano l’ordine del mondo con la loro stessa presenza. I partigiani non fanno parte della comunità, ma si nascondono all’interno di essa (pag.162). I partigiani non meritano neanche una foto (in realtà una vecchia foto di Socian é presente a pag.255, ma ai partigiani intervistati non viene riportata manco un’immaginina in formato francobollo e ciò da molto a cui pensare se invece a pag.175 troviamo la foto di un fienile della famiglia proprietaria del terreno in cui furono seppelliti i dodici e a pag.246 la foto della famiglia di un ex milite della GNR che partecipò al recupero dei corpi). Se i Carabinieri giunti in paese da poco si fanno subito benvolere e creano un legame con i locali (pag.95), i partigiani originari del posto invece sono malvisti da ogni paesano fino addirittura all’ex vicino di casa anch’egli ex-partigiano (pag.43) e vengono narrati come un corpo impazzito estraneo alla comunità ed alla socialità della “brava gente” del posto. Nel testo di Russo i partigiani non sono ex-soldati o padri di famiglia, non sono persone che hanno una religione o dei desideri: sono semplicemente “partigiani comunisti” e questo basta.
Nel testo di Russo partigiani sono ora tanti ora pochi, a volte appoggiati da molti ma più spesso da nessuno: questi indici di misura però non cambiano secondo criteri oggettivi ma vengono comunicati in negativo e/o per negazione su base emozionale. Per esempio: quando il testo si concentra sul disprezzo della comunità verso i partigiani questi sono solo la banda di Socian, ma quando il testo deve narrare la paura della comunità per i partigiani questi assumono la forma di una rete criminale dai mille tentacoli.
“Nonostante la presenza asfissiante dei tedeschi, i partigiani erano onnipresenti, ma invisibili come e più di prima” (pag.214)
Siamo qui di fronte ad una forma del noto paradigma dell’ “immigrato pigro-attivo” che é al contempo “troppo fannullone per voler lavorare” e “così attivo da rubarci il lavoro”. I partigiani sono descritti come “uomini di grande fedeltà e di sicura garanzia” per i loro capi ma al contempo si afferma che sono paesani diventati partigiani solo perché obbligati con la forza e le minacce da Socian: costretti con la forza a diventare belve sanguinarie.
Alcuni dei modi in cui sono descritti i partigiani senza nome (Socian e Ursic sono trattati a parte):
subalterni / sottomessi / quasi riverenti / diabolici / come cani da caccia, tenuti a digiuno e alla catena, cui viene concessa di colpo la libertà di azione e si scatenano violentemente e si avventano rumorosamente sulla preda / assetati di sangue e divorati dall’odio e dalla vendetta / feroci / carnefici / furiosi / violenti / ladri / comunisti fanatici e speranzosi oltre che eroi di pura razza (in senso di sberleffo ndr) / “ogni grido disperato di quei poveri malcapitati anzi era per (i partigiani) come un bacio di sollievo e di refrigerio appagante” (pag.127)
Queste descrizioni così estremizzate fan capire fino a che punto in questo testo le persone vengono letteralmente sostituite dai personaggi con cui vengono rappresentate.
Per quanto l’impegno di Russo nel demonizzare i partigiani sia totale, nell’arco dell’intero libro non é in grado di citare un solo caso in cui i partigiani abbiano malmenato/ferito/rapito/ucciso un solo civile ma, essendo obbligato ad elencare almeno alcune cose fatte dai partigiani elenca una serie di azioni di sabotaggio o guerriglia nei confronti dei nazifascisti tentando di porre l’accento negativo dove può, ad esempio quando a pag.52 dove un’imboscata mordi-e-fuggi dei partigiani ad una vettura di ufficiali nazifascisti viene commentata così:
Momenti di terrore indescrivibili coi partigiani che prontamente ed eroicamente guadagnavano la macchia e la popolazione che aveva ascoltato gli spari col cuore più che impazzito!
Quando invece deve descrivere episodi non negativizzabili li segnala freddamente, senza minimamente tentare un’accenno di commento:
Il gruppo di Silvo Gianfrate con un’azione a sorpresa riuscì a circondare ben quattro fortini in mano agli italiani: oltre 100 i prigionieri, lasciati però, subito dopo, liberi di fuggire e di mettersi in salvo. (pag.214)
A questo punto é interessante osservare l’uso dei tre aggettivi strettamente connessi tra loro: “partigiani”, “slavi” e “comunisti”.
Storia di 12 carabinieri barbaramente massacrati da partigiani sloveni comunisti il 25 marzo 1944 a Malga Bala perché italiani
Quando due di questi aggettivi compaiono assieme sono solitamente abbinati a termini negativi come “massacro” (pag.3), “odio e vendetta” “uccisione” (pag.7), “paura” e “minacce” (pag.233), “persecuzioni anche cruente” (pag.39), “uccisione di 12 inermi” (pag.13) “fanatici e speranzosi oltre che eroi di pura razza” (in senso di sberleffo ndr. pag.147), “diabolico piano” (pag.81), “Neanche alle bestie si fanno quelle cose” [NB: panino] (pag.205) “massacrati dagli odiati” (pag.219) “paura” “minacciare” (pag.233) “strage diabolica” (pag.247) “terrore” (pag.177) .
Ciò si ripete anche con negativizzazioni più sottili come quella a pag.74 in cui si parla della madre di uno dei “carabinieri” che era “lontano e tra i partigiani slavi”, ossia dando ai “partigiani slavi” la funzione del lupo cattivo della storia. Ciò avviene anche nelle attribuzioni negative specifiche per i capi partigiani, in particolare Socian.
3.06 JOSKO (Franc Ursic)
Interessante notare l’insistenza con cui Russo continui a chiamare Franc Ursic (Josko) con l’appellativo di “capo (o comandante) supremo” (7 volte), titolo attribuitogli solamente da Russo al posto della reale qualifica di comandante di distaccamento che nel testo viene usata solo una volta (dimostrando che Russo é perfettamente a conoscenza del grado reale di Ursic). Qualifica che Russo dichiara peraltro in maniera molto generica: “I capi del distaccamento però, e cioè Frane Ursic Josko, Silvo Gianfrate Srecko, Ivan Likar Socian e il commissario Lojs Hrovat, sembravano […]” (pag.109)
Fatto interessante perché evidenzia la volontà non trasmettere il dato storico reale, ma di caratterizzare il personaggio solamente attraverso lo status, peraltro dipinto come più elevato di quello reale. Il disinteresse umano e storico nei confronti di una determinata parte dei protagonisti della vicenda, confrontata con la vicinanza umana e spirituale ai carabinieri é particolarmente illuminante. E’altrettanto interessante osservare come se da un lato ad Ursic viene riservato un ruolo tanto importante, dall’altro é trattato come una figura assolutamente assente, che non decide né fa nulla. Ursic non parla né agisce né emana alcun carisma: é solamente una mera presenza.
3.07 SRECKO (Silvio Gianfrante)
Come già visto Srecko era ancora in vita all’epoca della ricerche di Russo e quindi lo ha potuto intervistare. Lo descrive come un uomo “gentile, alla mano, disponibile, da vero gentiluomo” che li accoglie nel suo “cortile di casa, alberato e fresco” e che solo quando Russo insisteva nel far domande “sul perché di quella strage, si faceva prendere dalla rabbia e dai fumi dell’ira” (pag.191). Durante l’intervista Srecko descrive minuziosamente alcuni episodi ma Russo lo incalza con domande sulle torture, sul veleno ed i picconi. Srecko s’innervosisce, perde il controllo, alza la voce e risponde che i dodici furono semplicemente fucilati. Russo conclude commentando che i partigiani ancora viventi mantenevano la linea di “insistere su particolari contrastanti” (pag.194) perché quella era la “parola d’ordine”. Il testo non tenta nemmeno di presentare la persona-Srecko, limitando a fornire la descrizione cortese dei suoi modi galanti, la sua reazione violenta alle domande di Russo e la posizione lapidaria dell’autore che sostanzialmente non gli vuol credere. Russo ci informa però che Srecko nacque il 1922 a Oltresonzia (pag.191)
3.08 HROVAT (Lojs Hrovat)
Come già descritto nel sottocapitolo sulla selezione delle fonti, Russo non nasconde affatto la sua antipatia a pelle per Hrovat. Russo lo descrive come un uomo “sicuro di sé”, di quelli che “tentano di girarti a loro piacimento, per allontanarti dal tuo problema reale” (pag.16). Ma quando Russo e Rinaldi iniziano ad insistere nel far domande che danno per scontata la colpevolezza dei partigiani, Hrovat non si limita a negare come Srecko e risponde per le rime. Ancor peggio che con Srecko, Hrovat non riceve alcun genere d’attenzione: il lettore viene informato che l’intervista avvenne il 19 giugno 1992 (pag.194) ma non viene spesa nemmeno mezza riga di biografia sull’uomo: né data né luogo di nascita.
3.09 SOCIAN (Ivan Likar)
Particolare attenzione viene riservata da Russo a Socian, il capo partigiano locale. Alcune delle frasi ed aggettivi a lui attribuiti sono:
energico / senza scrupoli / un padreterno, un piccolo dio / autoritario e deciso / focoso / scaltro / insopportabile / sanguinario / macellaio / La gente in genere non gli era favorevole / amava la guerra, per sua natura / Era considerato un dio dai suoi tanti ammiratori e sostenitori, il piccolo dio della Coritenza / In pochi anni si era creato una fama terribile in zona, tanto che al suo nome diverse donne si facevano velocemente il segno della croce invocando ripetutamente Dio / Andava casa per casa, da gente amica e sconosciuta, col mitra spianato […] per costringere gli uomini a darsi alla macchia con lui e gli altri partigiani / Chi osava opporsi o contrastarlo aveva finito di vivere in pace / guerriero nato, istintivo, specialista in mille trucchetti di guerra /
Russo insiste nel ricordare come Socian fosse malvisto dall’intera comunità, tanto che nel dopoguerra le madri apostroferanno i figli indisciplinati con lo spauracchio del partigiano urlando “Siete dei Socian!”, ma che all’epoca dei fatti tutti lo riverivano per paura. Così come per i partigiani in generale il testo non riporta nemmeno l’esistenza di una sola persona favorevole a Socian (tranne Boris che però é già descritto come vittima del “virus partigiano”), il che é strano se si considera che é lo stesso Russo a far notare per ben quattro volte che Socian viene celebrato come “eroe nazionale della Jugoslavia” (pag.14,19,215,257). Un eroe nazionale senza nemmeno un sostenitore? Non é che forse Russo ha dipinto l’intera comunità come omogenea alle posizioni di una sola parte evitando di mostrare la parte opposta della comunità rimuovendone le opinioni dal proprio quadro? In effetti vi é una certa linearità nel celare una parte (metà?) della comunità come se non esistesse se si vuol trattare i partigiani, che proprio da quella parte della comunità emergono, come un’entità aliena.
Non bastasse si aggiungono anche alcuni aneddoti melensi utili solo a negativizzare l’immagine di Socian, come l’aneddoto riportato a pag.215 che qui riporto per meglio far comprendere il livello: é il caso di quella che all’epoca era una bambina e che proverà “enorme delusione e una profonda amarezza” nei confronti di Socian in quanto gli promise di regalargli una bambola ma poi se ne dimenticò. (pag.215)
(Socian é ferito nel bosco ma viene accudito da una donna ed una bambina che vivono in una malga nei dintorni. E’ proprio la bambina che si occupa materialmente di portare il cibo al ferito ndr) “In questa occasione Likar riuscì ad accattivarsi la fiducia e l’affetto di quella ragazzina, a cui promise che, a guerra finita, le avrebbe fatto pervenire una bambola quale segno di ringraziamento. Ma poi non manterrà la promessa, anzi, incontrandola, non la riconoscerà neanche e la giovane di Fusine conserverà di lui, nel frattempo riverito eroe nazionale comunista sloveno, una enorme delusione e una profonda amarezza.”
Socian é un demone che si, é nato da queste parti ma non é un membro della comunità: é un mostro che deve solo essere combattuto.
Ma a pag.43 il Luciano Riccardo Aldegheri, vicino di casa dell’ormai defunto Socian, ricorda come a questi venisse data la colpa per qualsiasi cosa succedesse:
“Col tempo, nella zona del Coritenza e dell’Alto Isonzo s’era fatto un nome, come partigiano prima e come capo partigiano poi, tanto che a lui veniva attribuito qualsiasi tipo di azione, sia in bene che in male. Qualsiasi cosa succedeva insomma, la frase era unanime: “E’ stato Socian!” Era il parere di tutti, anche quando lui non c’entrava niente”.
Russo ricorda soprattutto come “l’intera comunità” se la prese con Socian per un caso in particolare, avvenuto nell’ottobre del 1943.
Nell’ottobre del 1943 “circa nove soldati tedeschi furono attaccati presso Passo del Predil vicino allo sbocco della galleria di Bretto. 3 (altre fonti parlano di 4) militari venero uccisi. Il giorno dopo i tedeschi circondarono Bretto, incendiarono tutto il paese e fucilarono tutti gli uomini radunati (il più giovane 16 anni)” (fonte: straginazifasciste)
Il ricordo dell’incendio e delle uccisioni da parte dei nazisti resteranno scolpite nella memoria della comunità locale (pag.43)
NB: Si dia per accettato che quando il testo parla di “comunità locale” intenda un’unica ed armoniosa comunità omogenea, la Pufflandia di Russo. Il rastrellamento venne ordinato da un certo Hempel, commissario tedesco del tarvisiano:
“A Bretto Superiore i soldati tedeschi operanti nella battuta, rinvenuti nelle abitazioni civili materiali di armamento e munizionamento nonché forti quantità di vestiario militare, incendiavano diverse case ed arrestavano alcune persone accusandole di collaborazionismo partigiano”(pag.240).
Anche militi italiani in servizio al passo Predil raggiunsero Bretto per seguire le operazioni.
Dalla testimonianza del carabiniere Brunero Caselli:“ […] i tedeschi rastrellarono tutti gli uomini, per lo più sloveni italianizzati dopo la guerra del 1915/18, e ne fucilarono 17. Quindi raggrupparono tutti i ragazzi che riuscirono a trovare, li misero davanti alla colonna che stavano formando e tutti insieme prendemmo la strada per il Passo. Con quello “scudo umano” i “titini” non osarono attaccare….” (pag.52)
I corpi vennero lasciati esposti per fare da esempio ai passanti finché, giorni dopo, il parroco Ival Hlad ottiene dalle SS il permesso di seppellirli (pag.53,62). Tuttavia, a detta di Russo, “l’intera comunità” non se la prende più di tanto con i nazifascisti per la strage da essi compiuta, e per l’incendio delle case bensì con Socian ed i suoi partigiani, colpevoli di aver provocato i tedeschi (pag.208)!
Qui la cosa si fa davvero eclatante:
I partigiani uccidono 3 o 4 tedeschi. I tedeschi per rappresaglia, anziché dar la caccia ai partigiani uccidono 16/17 civili ed incendiano l’intero paese (uccidendo un’altra persona rimasta in una delle case incendiate). E qual’é il commento di Russo a ciò? NESSUNO. Pagine e pagine a riportare sensazioni e voci di paese riguardo a Socian ma un’evento devastante come questo viene risolto sbrigativamente:
“Non è il caso di soffermarci oltre su questo”. (pag.12)
Ciò che traspare é un’impostazione del tutto accondiscendente verso la rappresaglia tedesca, come se fosse naturale ed accettato che ad un’azione di guerriglia i nazisti rispondessero ammazzando civili inermi. Possibile che delle persone intervistate dal Russo non ve ne fosse nemmeno una che abbia speso qualche parola contro i tedeschi? Possibile che TUTTI abbiano addossato la responsabilità della strage nazista ai partigiani? Quegli stessi partigiani che per il solo fatto di esistere dovevano essere supportati proprio da una parte della comunità che nel testo di Russo non appare mai? Il non detto che emerge da questo testo é strettamente connesso alla narrazione ipersemplificata della comunità dei Puffi: da un lato la brava gente che fa parte di una comunità armoniosa e pacifica (che é però disposta a sottostare “per amor della tranquillità” ai nazifascisti nonostante ne siano intimoriti) e dall’altro i partigiani: sparuti ed isolati bacilli esterni alla comunità che portano solo caos, distruzione, follia e morte in quanto aizzati dal demone-Socian. Qui siamo dinnanzi ad un topos ben noto della mitopoiesi fascista: quello del “tedesco che ci ammazza ma nel giusto”!
Bisogna spendere anche qui qualche parola…
Giusto per capirci: se domani un esercito alieno invadesse la Terra e dicesse ai terrestri “per ogni alieno che ucciderete noi ammazzeremo 300 umani” la soluzione sarebbe non combattere? Ecco, questo é sostanzialmente ciò che sostiene chi, in altri contesti, si fa bandiera di concetti quali onore, dovere, sacrificio, coraggio: l’elevazione della codardia a dovere morale.
Peccato che, come già visto, per far reggere la narrazione del “tedesco che ci ammazza ma nel giusto” Russo é costretto a nascondere l’esistenza di un’intera fetta della popolazione e mettere sbrigativamente in secondo piano episodi come l’uccisione brutale di una quarantina circa di partigiani, a passare l’improbabile tesi che nessuno in paese abbia attribuito la responsabilità della rappresaglia tedesca ai tedeschi stessi, ad usare ogni elemento negativo disponibile (per quanto parziale e strumentale) per demonizzare i partigiani ed agire in maniera specularmente opposta con i dodici sequestrati senza nessun interesse a fornire un quadro più realistico di una comunità divisa in vari gradi fra filocollaborazionisti e filopartigiani. Russo non lesina descrizioni sulla bontà d’animo del dirigente austriaco Krivitsch che tanto s’é fatto amare dalla gente del posto ma poi non osa commentare il fatto che proprio dei paesani lo uccisero nel maggio del 1945 (pag.50).
Nel testo i tedeschi sono una presenza malsopportata ma umana che manifesta violenza sui civili solo per colpa dei partigiani ed a causa della situazione in cui si trovano. I tedeschi sono descritti come un’entità ALTRA (per cui é possibile criticarne le brutalità) ma non ALIENA quanto i partigiani comunisti. Se i partigiani vengono da un’altro pianeta e non sono nemmeno classificabili come umani, i tedeschi sono lo stronzissimo cugino d’oltralpe che fondamentalmente non sarebbe diverso da noi ma, per l’appunto, é stronzissimo e ci stiamo un po sui coglioni a vicenda ma é sempre meglio degli alieni comunisti.
Ecco che i tedeschi possono essere anch’essi antiitaliani (pag.39) e dei criminali che compiono atrocità inenarrabili come gli esperimenti coi gas sui prigionieri del campo di sterminio della Risiera di San Sabba (pag.191,253), ma al tempo stesso il testo gli riconosce la dignità di chi concede l’onore delle armi (pag.36) ed é possibile che i dirigenti tedeschi delle cave si facciano ben volere dalla gente del posto (pag.50). Concessioni “umane” impossibili da trovare nei confronti dei partigiani.
Se [quegli stronzi dei nostri cugini] provano a comandarci li riempiamo di botte, ma se nei paraggi girano [alieni schifosi], con [quegli stronzi dei nostri cugini] ci tocca, ahinoi, far comunella.
Sostituire [quegli stronzi dei nostri cugini] con [i nazisti] e [alieni schifosi] con [partigiani slavi comunisti] ed ecco che il rapporto dell’autore con i tedeschi é bello che spiegato
Detto in altri termini: vittimismo e chiagni e fotti, ossia lamentarsi delle brutalità dei nazisti ma al tempo stesso tenerseli buoni. Tenerseli tanto buoni da… non chiamarli nemmeno “nazisti”!
Innanzitutto vengono raramente definiti tali: ai termini “nazis*” che compare solo 4 volte nel testo, “nazifascis*” (1 volta), “SS” (10 volte), RSI (20 volte), “fascis*” (56 volte) é invece preferito un più neutrale “tedesc*” (oltre 200 volte) e “italian*” (oltre 200 volte).
Una nota va fatta sull’uso di “fascis*”: nelle sue varie designazioni il termine “fascismo”, nel testo, viene usato per indicare il movimento politico mentre “fascist*” é perlopiù usato come aggettivo per caratterizzare entità reali e astratte (era fascista / occupazione fascista) ma quando il testo parla di persone, il termine fascist* viene utilizzato con estrema parsimonia (solo 13 volte, a pag.31,37,39,77,78,97,113,159,196,183,210). Stesso discorso su RSI ed SS.
Invece il fascismo, inteso come “entità ideologica”, é presentato come un qualcosa di limitato a Salò. Il testo é come se dicesse “nelle nostre valli il Fascismo con la “F” maiuscola non c’é; qui c’é solo brava gente che vuol -stare tranquilla- assogettandosi all’occupazione nazifascista per amor del quieto vivere”.
Russo insiste molto nel ricordare quanto l’”odio nei confronti degli italiani” da parte dei partigiani slavi sia nato a causa di anni di persecuzioni fasciste (deportazioni, prigionia, scomparsa e/o morte di parenti) e non indaga tale affermazione più a fondo, come se ciò bastasse a giustificare una mattanza in stile “Hostel”. Ma non é l’unico caso di concessione: quando deve narrare di come
“gli alpini italiani si erano serviti del tradimento e dell’inganno ad opera di un locale e non avevano avuto alcuna pietà per i caduti, ben 38, legati con filo di ferro e trascinati a valle come tronchi di legna, orrendamente deturpati e sfigurati” (pag.120)
Russo non riporta alcuna traccia di odio o ferocia da parte degli alpini. Nessun viaggio interiore nella psiche, nessun incitamento ad immedesimarsi. Eppure la brutalità degli alpini nei confronti dei partigiani é evidente. Il trattamento riservato da Russo alle ben documentate stragi compiute dai nazifascisti consiste nel sorvolare sbrigativamente trattandole come errori, eccessi di giusta brutalità, normale sacrificio di guerra, mentre al contrario il trattamento riservato alla figura dei partigiani é quello della mostrificazione orrorifica e spirituale.
L’errore di fondo che permea tutto il lavoro dell’autore consiste nell’usare le dichiarazioni su specifici eccessi nazifascisti come concessioni (vedi sopra) per poi ritenere che queste semplici concessioni bastino a garantire una presunta equità di trattamento delle due parti coinvolte (partigiani e nazifascisti): in realtà queste concessioni, perlopiù blande, superficiali o limitate a casi particolari, vengono utilizzate come moneta da spendere nella demonizzazione totale dei partigiani.
“E il piatto di quella infuocata bilancia non poté non pendere in maniera drastica e impressionante contro i prigionieri, rei di essere carabinieri e italiani, vittime designate sull’altare dell’odio e della vendetta nazionalistica estrema: bisognava sacrificare loro, come da programma, perché loro, più di ogni altro appartenente alle forze militari e di occupazione, rappresentavano l’Italia e il governo italiano: nessuna pietà quindi per quei carabinieri italiani, nessuno sconto, anzi l’esecuzione doveva essere terribile e tremenda e doveva servire da monito a tutti gli altri”. (pag.121 – grassetti miei)
Non una mezza riga con questi toni é riscontrabile nelle descrizioni compiute dai nazifascisti. Ammettere anche solo parzialmente alcuni errori dei nazifascisti per dare l’impressione di equità é un “costo narrativo” che l’autore fa ripagare con una mostrificazione della figura del partigiano tanto profonda da volerne descrivere addirittura l’anima.
Secondo quanto riportato da pag.150 da una testimonianza riguardo a ciò che avvenne successivamente al sabotaggio della centrale e della casermetta veniamo a sapere che vennero chiamati i paracadutisti tedeschi a presidiare la centrale, ma essendo la caserma distrutta presero possesso dell’adiacente stalla di proprietà di Francesco Kemper e nel far ciò ne ammazzarono tutte le pecore per cibarsene. Kemper dovette sottostare all’imposizione facendo buon viso a cattivo gioco.
FERMI TUTTI!!!! Qui il Russo riporta un evidente abuso dei nazisti e ne descrive la malsopportazione del Kemper senza nessuna demonizzazione, nessun aggettivo spregiativo, nessun richiamo a Dio o stragi di agnelli sacrificali: niente di minimamente paragonabile alla visione demoniaca delle azioni partigiane! I tedeschi sono però rei di compiere il sopruso “senza alcuna cortesia” e di non invitare il padrone di casa o i suoi colleghi a “partecipare al pasto” (!!!) mentre i partigiani, come già visto, trasmettono addirittura un “virus” che corrompe tutto ciò che li circonda.
Nel testo le denunce contro le atrocità naziste sono sempre molto generiche o riguardanti “altri” (slavi): quando violenze e soprusi dei tedeschi riguardano “noi” (gli italiani), viene tutto stemperato, ammorbidito. Da un aneddoto minore come i nazisti sgarbati che si mangiano le pecore altrui senza invitarlo al pasto si passa dunque ai nazisti cattivoni che incendiano un villaggio e ammazzano civili ma la colpa non é loro bensì dei partigiani brutti.
3.11 IL CONTAGIOSO VIRUS PARTIGIANO
I partigiani di Russo possiedono una caratteristica interessante: contagiano col loro male tutti coloro che hanno la sventura di starvi accanto. Chi viene “toccato” dall’aura partigiana s’imbruttisce, si corrode dentro, perde l’anima o é costretto a trascorrere un’esistenza fatta di incubi e tormenti. Nessuno scampa: in “Planina Bala” tutti coloro che vengono in contatto con i partigiani restano contagiati (a dire il vero ci sono alcune eccezioni e, come vedremo, sono INTERESSANTISSIME). A questo proposito é interessante osservare i singoli casi, sia di chi s’é preso il virus partigiano, di chi invece al virus ha resistito e soprattutto alcuni casi ambigui:
A pag.97 Russo evidenzia come Boris, appena tredicenne, sia già stato corrotto dalla figura del partigiano Socian: “Al giovane Boris non era sembrato vero poter dare una mano al suo osannato ispiratore” e si presti ad emularne la follia.
Lo stesso avviene con la giovane lavandaia Mirka che, pur descritta come ragazza “allegra e socievole un po’ con tutti, di facile amicizia e di amena compagnia” (non si capisce bene se ciò vada inteso alla lettera o sia un modo velato d’intendere che fosse una ragazza sessualmente molto disponibile), corrotta anch’essa da Socian, sviluppa un partecipato entusiasmo nel fare da esca per la trappola: “La Mirka non sembrava affatto in imbarazzo, anzi quella sera era più esilarante del solito, perfino più curata fisicamente e con un entusiasmo accattivante e trascinante” (pag.98).
Anche Maria (Myza?) e Mafalda, rispettivamente sorella e moglie del Lojs Kravanja-Gajger, manifestano la loro corruzione nel gioire dei doni materiali ricevuti dai partigiani in pagamento dei loro servigi. Gioia che viene espressa con la totale indifferenza al fatto che i partigiani lì presenti stessero decidendo della vita o della morte dei dodici sequestrati. La corruzione diviene ancor più esplicita quando con gentilezza ed ospitalità più cordiali e generose del solito (pag.119) le donne versano sale e soda caustica nel cibo per i carabinieri “nella ilarità generale” (pag.122). In epoca attuale Mafalda tenterà di “spegnere ogni entusiasmo” e scoraggiare ogni tentativo di ricerca e di approfondimento” del Russo (pag.15), il che é segno del perseverare nel tempo del virus.
Il fatto che l’anonimo “attivista” di Pluzna tradisca il gruppo di Socian poco dopo avergli servito da mangiare é chiaramente un segno della perfidia e corruzione che lo ha contagiato (pag.214)
Anche i sequestrati vengono corrotti dall’aura diabolica dei partigiani che alimenta divisioni e accuse reciproche e frantuma la coesione umana tra loro (pag.113), salvo ricompattarsi al mattino successivo con estremo pathos e lirismo patriott-ero(t)ico nell’affronto della morte (pag.130), ma nonostante ciò alla fine muoiono tutti.
Russo percepisce i segni del male anche direttamente quando incontra di persona Hrovat, verso il quale nutre immediatamente una antipatia naturale (pag.16)
Pure i partigiani stessi, vittime della loro stessa corruzione, sono in contrasto fra loro (pag.119) ma la loro mostruosità ha sempre il sopravvento, soprattutto a causa di Socian che non ha mai nessun tentennamento nel suo agire satanico.
I nazisti sono a loro volta contagiati dal virus partigiano: da quanto traspare dal testo i nazisti non fanno alcunché di male tranne quando perturbati dal virus partigiano. É a causa del virus partigiano che i nazisti sono costretti a bruciare il paese e fucilare 16/17 civili inermi (pag.43,52)
Anche gli uccelli del bosco, percependo (uno “strano sentore”) la corruzione partigiana ammutoliscono all’alba che precede il massacro (pag.127)
Non ultimo il sole nel cielo, che a poche ore del massacro “sembrava faticare quella mattina a farsi strada, quasi voglioso di nascondersi, quasi voglioso di non vedere o di scomparire” (pag.143) “Perfino il sole s’era nascosto tra le nubi, quasi a voler celare al Creatore della vita quella macabra carneficina” (pag.145).
Gli anonimi contadini che secondo quanto riporta Russo assistettero di nascosto agli eventi di cui non vengono forniti né i nomi né le testimonianze, se non dei generici hanno visto, erano lì si presume ne siano terrorizzati proprio in quanto anche a distanza di anni non rivelano i propri nomi per paura. In almeno un caso questo profondo turbamento viene trasmesso dal padre al figlio semplicemente narrandogli quanto visto (pag.145), turbamento tanto profondo da farlo scoppiare in lacrime nel momento in cui racconta a Russo la “verità” ripetutagli dal padre all’inverosimile. Ma l’essersi tolto questo peso dal cuore che dovette nascondere “per quasi cinquant’anni”, oltre a generare un tremore provocato dalla commozione lo fa sentire “finalmente libero, quasi leggero” come un peccatore che si redime nel sacramento della confessione. Vi sono però delle persone sulle quali il virus partigiano non funziona molto bene.
3.11.01 QUELLI CHE RESISTONO AL VIRUS
Ossia persone venute a contatto con i partigiani ma che non sono state toccate dal virus.
MYZA KOMAC“una persona gentile e alla mano oltre che delicata e -gran lavoratrice-“ che ne stava lì “in solitudine, in compagnia del silenzio, della natura verdeggiante e delle sue poche caprette” (pag.17,110) e quando testimonia a Russo con fare “dolce” di aver visto i partigiani camminare sui monti con i sequestrati appresso lo fa con “gli occhi lucidi” (pag.18,110). Una donna che viveva una vita fatta di “campagna, le bestie in casa, i bambini piccoli, d’estate le bestie in Bala”, “che sarebbe potuta scorrere tranquilla se non fosse stato per la guerra e per la presenza continua e minacciosa dei partigiani”. Una donna con cui i partigiani ce l’avevano perché non si era unita a loro ed aveva convinto il marito a fare lo stesso.
VITTORIA FOCHESATO “nonnina gentile, alla mano, vivace e con una memoria di ferro, come si sul dire, molto schietta e di poche parole”
Nipote di uno dei contadini anonimi della Bausiza che assistettero agli eventi inveisce contro Socian, dice che non é vero che siano stati i tedeschi, che tutti sanno come siano andate le cose per davvero, che Gajger all’inizio si vantava di aver partecipato ai fatti ma poi ha cominciato a smettere per paura di ritorsioni. Aggiunge che a guerra finita alcuni di quei partigiani (i nomi non vengono fatti) sarebbe partito per il Belgio NELLA SPERANZA DI DIMENTICARE (ma come faccia ad affermare che la motivazione fu quella e non una motivazione economica come nella maggior parte dei casi d’emigrazione di quegli anni non é dato sapere). Interessante notare che ci venga fornito il nome della nipote ma non del contadino: eppure se ci fosse paura della “vendetta dei partigiani” l’aver nominato la nipote permetterebbe molto facilmente agli ultrasettuagenari ex combattenti del posto capire chi sia lo zio della Signora Fochesato.
MARIA SULIN“vecchietta arzilla e gentilissima, piena di vita e senza mezzi termini”
Impiegata comunale che il 10 ottobre 1943 si trovava sul camion dei tedeschi che venne assaltato dai partigiani (e che faceva sul camion pieno di nazisti? era forse una loro collaboratrice?). Dice di essere informata sui fatti perché ha lavorato molti anni in comune e che Socian “andava casa per casa, mitra spianato in mano, e costringeva tutti a seguirlo tra i partigiani. Chi rifiutava, finiva di vivere, nel vero senso della parola” e che anche con lei “ha usato lo stesso sistema” (quindi le cose sono due: o la signora Sulin é stata partigiana oppure é un fantasma che parla. Hmmm…)
ADA PELLIZZARI “una gentile, sensibile, amorevole signora”
Testimonia che suo fratello Osvaldo Pellizzari, su cui si vocifera facesse parte del gruppo di partigiani di Socian, combatté invece con le forze di Mussolini contro in Francia e Grecia-Albania, dove rimase prigioniero fino a dopo la fine del conflitto.
Aggiunge che nella sua famiglia c’era un partigiano: Vladimir Cernuta (ma non é chiaro se facesse parte del gruppo di Socian e se si, da quando). Infine ricorda la scena orribile dei cadaveri dei militi della GNR esposti.
MARY (sorella di Ursic e moglie di Socian)“una vecchietta gentile, rispettosa, affabile, disponibile”. Racconta di come Ursic venne tradito dai compagni
Cos’hanno in comune queste persone? Sono tutte donne, antipartigiane e che forniscono informazioni utili a supportare la versione dei fatti sostenuta da Russo o perlomeno la sua descrizione del mondo. Interessante osservare come tutte queste donne che forniscono materiale utile vengano descritte con estrema positività da Russo.
3.11.02 QUELLI SU CUI SI SORVOLA
Ossia persone venute a contatto con i partigiani su cui Russo non fa alcun commento che possa indicare se abbiano preso il virus partigiano o ne siano rimaste indenni.
IL PADRE DELL’AMICO DI RINALDI di cui non viene data testimonianza di drammi personali, anche se a dirla tutta non viene nemmeno data testimonianza di cosa avrebbe visto (pag.18), di chi fosse e che ne fu di lui (si presume però sia un contadino della Bausiza). Anzi: a guardar bene dice solo di aver seguito i partigiani ed aver “visto tutto” senza fornire alcun dettaglio. Boh? Forse però potrebbe essere inserito nell’elenco delle vittime del virus perché a quanto pare il figlio, semplicemente sentendo il racconto degli eventi appare sconvolto (pag.145) e quindi possiamo figurarci che anche il padre potesse esserlo altrettanto.
GIOVANNI VUERICH, un operaio delle miniere e compagno di lavoro di Tona Flajs, marito di Myza Komac. Dice che all’inizio tutti dicessero fossero stati i tedeschi a massacrare coi picconi i carabinieri, tra cui due-tre suoi compagni di lavoro che avevano fatto parte di quel gruppo di partigiani.
VIGJ VENTURINI, alpino del Reggimento tagliamento che aveva partecipato al recupero dei cadaveri a malga Bala prosegue la guerra “un po’ con altri gruppi di alpini, un po’ dandosi alla macchia, un po’ coi partigiani della Garibaldi” (pag.250), ossia brigate legate al partito comunista.
FERDINANDO KRAVANJA. Classe 1927. Ex partigiano sloveno compagno di Socian (ma solo verso il termine del conflitto: non all’epoca dei fatti, anche se a Tarvisio si vocifera diversamente) dice che “Socian, non solo con la storia dei carabinieri, ma anche e soprattutto con quella, ha fatto molto male alla causa slovena!”. La dichiarazione può apparire interessante in quanto chi parla é un ex partigiano, tuttavia bisogna tener conto che si tratta sempre dell’opinione di qualcuno che non ha assistito ai fatti (all’epoca aveva diciassette anni e non sappiamo cosa facesse) che potrebbe benissimo essersi convinto della bontà della versione propagandata dai nazifascisti. Aggiunge inoltre che tra i partigiani di Socian vi era anche tal Cirillo Kaska di Cave (oramai deceduto) ma che anche questi vi entrò solo verso la fine del conflitto.
LUCIANO RICCARDO ALDEGHERI Ex partigiano che si unì al gruppo di Socian ma solo ad ottobre del 1944. Parla molto male di Socian mostrando di non averlo in simpatia e lo descrive come un focoso e spavaldo sanguinario. Al tempo stesso fa notare che “qualsiasi cosa succedeva, la frase era unanime: “E’ stato Socian!” Era il parere di tutti, anche quando lui non c’entrava niente” (pag.43). Pure lui attribuisce a Socian la responsabilità della rappresaglia dei nazisti nel 1943 e dice che la popolazione ed i partigiani stessi non gli erano favorevoli. Dice che tutta la comunità sapeva esattamente cosa fosse successo in malga Bala (pag.149) e che l’azione di malga Bala “certamente era sfuggita di mano agli stessi promotori”.
QUALCUNO DEI SUBALTERNI A pag.120 Russo parla di uno o più partigiani del gruppo di Socian che, mesi dopo i fatti, diranno che forse sarebbe stato preferibile liberare gli ostaggi. Chi sono questi subalterni? Con chi parlarono? Anche questo non é dato sapere…
GLI OPERAI DELLA CENTRALE E LA MOGLIE DI UNO DI ESSI che, tuttavia subiranno all’epoca sospetti ed un’accusa di collaborazionismo, così come un atteggiamento un po incerto da parte di Russo, che si mette nei loro panni quando tentano di salvare la centrale (pag.150) ma poi mette in dubbio la possibilità che la Maria Berlot, moglie di uno di questi, possa aver telefonato alla Direzione della miniera (pag.155) nonostante questo dettaglio sia riportato in una lettera di un colonnello della GNR motivando i suoi dubbi “in quanto quella volta il telefono, specie a Bretto di Sotto, doveva essere un qualcosa di estremamente raro e prezioso e non a disposizione della moglie del sorvegliante della centrale”. La donna infine verrà arrestata perché sospettata di collaborare coi partigiani per essere temporaneamente liberata grazie alle pressioni di un “carabiniere” della GNF ed essere successivamente riarrestata. Altro elemento di dubbio sollevato da Russo a pag.177 é che il 24 marzo (il giorno dopo l’assalto alla centrale) la donna si recò in Bausiza per acquistare “un po’ di burro, formaggio e soprattutto latte”, ed in quell’occasione s’accorge del passaggio di partigiani e sequestrati. Tornata a casa racconta quanto visti ai famigliari, la voce circola e viene arrestata (ma se la fonte di queste informazioni non é Maria Berlot stessa bisogna dedurre che sia uno dei parenti che la tradirono?).
Dinnanzi al caso di una persona che Russo non sa bene se inquadrare come collaboratrice dei partigiani o vittima sfortunata del virus partigiano assistiamo ad una totale assenza di commenti: nessuna invocazione mistica né demonizzazione.
BEPI FLAJS ha invece l’onore di essere il caso più interessante tra quelli qui elencati. Nel testo é l’unica persona citata con nome ed entrata in contatto coi partigiani su cui il virus partigiano sembra non aver avuto effetto se non per una generale “paura” nei loro confronti. A differenza di coloro che hanno sconfitto il virus partigiano, Bepi Flajs non mostra alcun segno di redenzione. In effetti, pur essendo il testimone più importante dell’intero libro (vedi sotto) é strano non osservare nemmeno una riga che ci parli della sua persona. O meglio: viene semplicemente descritto come una persona vicinissima a Gajger e Mafalda e che ha dovuto sempre fare buon viso a cattivo gioco coi partigiani in quanto ne era impaurito (pag.147); viene inoltre descritto come un uomo che agisce secondo le disposizioni del Gajger (pag.147). Ma pur avendo queste informazioni base sul ruolo di Bepi Flajs non sappiamo nulla della PERSONA Bepi Flajs. Strano: abbiamo qualche dato biografico e breve descrizione di persone che riportano informazioni di seconda mano ma non ci vien detto nulla della fonte principale del libro? Molto strano.
Cos’hanno in comune queste persone e cosa li distingue da quelle che sono rimaste con certezza indenni dal virus partigiano? Sono tutte persone la cui testimonianza é interessante ma potrebbe far stridere la narrazione portata avanti dal libro:
Vuerich testimonia che alcuni partigiani erano operai della miniera e che vi lavorassero anche nei giorni a ridosso dell’uccisione dei dodici. Poiché dalla sua testimonianza sembra che ciò non fosse un gran segreto tra gli operai (e ciò contraddirebbe non poco l’immagine di “comunità unita” che emerge dal testo), Russo non si sofferma su questa testimonianza e passa avanti preferendo non commentare.
F.Kravanja é un ex partigiano e per questo motivo le uniche cornici in cui lo schema di Russo potrebbe inserirlo sono quelli dell’uomo bestiale (come Hrovat) o dell’uomo condannato a vivere in un incubo (come Gajger). Ma F.Kravanja fa un’affermazione che é al contempo utilizzabile ma pericolosa per l’impianto della tesi sostenuta: F.Kranavja critica Socian ma senza avere elementi di testimonianza diretta. Si é dunque di fronte ad una mera opinione personale che potrebbe sembrar avere un qualche valore in più rispetto alle altre in quanto proveniente da un partigiano. Ciò inoltre potrebbe alimentare qualche ragionamento sui tipi di rapporti che intercorrevano tra i vari gruppi partigiani, sulle diverse posizioni e vedute, smontando l’idea di un “unicum” bolscevico. L’autore dunque preferisce evitare ogni approfondimento lasciando solo i commenti negativi su Socian, facendo intendere che anche qui si sia di fronte ad un caso di virus partigiano che porta i bolscevichi a litigare non solo col mondo ma anche tra di loro senza (mai specificarne il) motivo. A differenza dell’affermazione negativizzata di Hrovat vista al punto 2.05 qui non é possibile effettuare un’operazione simile perché anziché avere due affermazioni di cui una completamente accoglibile ed una neutra, qui ci si trova dinnanzi ad un’unica affermazione che per essere accolta va maneggiata con cura.
Aldegheri fornisce una descrizione di Socian perfettamente in linea con l’immagine che ne dà Russo. Ma anche Aldegheri é un’ex partigiano e ciò, come nel caso di Kravanja si rivela al tempo stesso un’arma a doppio taglio: da un lato appare come una fonte “interna” ma dall’altro potrebbe disgregare l’immagine del “fronte unico partigiano” (domanda: premesso che a quanto ne so Socian poteva benissimo essere un impetuoso e passionale figlio di buona donna antipatico a tutti senza che ciò ne faccia un mostro, non é che Aldegheri fosse un partigiano cattolico che ce l’aveva con Socian, magari perché era comunista o per antipatia “a pelle” come quella di Russo con Hrovat? Purtroppo il testo, che a pag. 174 pubblica la foto del fienile della famiglia proprietaria del terreno su cui sorse il cimitero in cui furono sepolti i dodici, non riserva la stessa meticolosità informativa e ricchezza di dettaglio sulle fonti “interne”)
Il fatto che l’alpino Venturini ad un certo punto decida di entrare in una brigata partigiana non riceve alcun tipo di commento, forse perché obbligherebbe a reinquadrare la resistenza da un “unicum bolscevico” ad una formazione temporanea e variegata.
Del trattamento ambiguo con cui vengono narrati gli operai della centrale si é già detto mentre invece di Bepi Flajs si vedrà in maniera dettagliata più avanti.
3.11.03 IL REMITTENTE
Russo percepisce nuovamente di persona il male quando incontra Lojs Kravanja-Gajger, il postino dei partigiani: che va ad intervistare “in una stanza più che angusta dove da anni s’era condannato a vivere travolto dagli incubi, mi era sembrato di essere a contatto diretto col diavolo in persona: risento ancora oggi la pelle ritirarsi e raggrinzirsi gelata, al ricordo!” (pag.14).
La vita travolta dagli incubi a cui Gajger (sempre descritto come fedele servitore dei partigiani) “s’era condannato”, é il contrappasso necessario affinché espii i propri peccati. A differenza dei partigiani intervistati da Russo che non mostrano alcun segno di pentimento, delle donne che accompagna con parole di cortesia e delle persone su cui evita di esprimere pareri, dal testo traspare che Gajger ora é almeno interiormente conscio del male con cui ha vissuto e ciò é indice di un possibile ravvedimento e salvazione. Il fatto che Gajger viva travolto dagli incubi é quindi segno di uno struggimento derivante dalla presa di coscienza di esser stato nell’errore ed é grazie a questa frattura che s’intravede la possibilità di una rinascita ed avvicinamento al vero; dunque, la sua testimonianza-confessione, per atto di fede, acquisisce credibilità. Vengono anche segnalati alcuni tratti del Gajger pre-remissione, ossia “duro e scontroso, chiuso, solitario” (pag.112) che, se non sono ancora segni del virus sono indici di un qualcosa che non va e che dimostrano la “natura” incline a contrarre il virus del Gajger.
3.12 LA GUARDIA NAZIONALE REPUBBL…… EHMMM…. CARABINIER….
Abbiamo già osservato come il testo preferisca parlare di “tedeschi e italiani” anziché di “nazisti e fascisti” e della mole di aggettivi negativi destinati ai partigiani cui non viene mai riconosciuto alcunché di umano, ma il caso più eclatante é il modo in cui vengono nominati i 12 sequestrati!
INSERTO STORICO – parte 11 – LE DIVISE DELLA GNR
I membri dell’arma dei carabinieri che aderirono alla RSI vennero fatti confluire nella Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), forza armata istituita l’8 dicembre 1943 per sostituire ed inglobare i Reali Carabinieri, la MVSN e la Polizia dell’Africa Italiana. I compiti della GNR erano teoricamente quelli propri dei carabinieri anche se in realtà prese parte soprattutto alla repressione contro i partigiani (fonte). La GNR fu una tra le varie formazioni armate repubblichine, definita anche “la quarta forza armata della repubblica” (fonte: Frederick W. Deakin, “Storia della Repubblica di Salò” Torino, Einaudi, 1963; pag.874,875) che agivano con un certo grado di autonomia sia decisionale che di bilancio in un mix di collaborazione e rivalità reciproca. Fu una delle prime milizie istituite dalla RSI e una delle più consistenti per numero di uomini ed armamento per un totale di circa 140-150.000 uomini al momento della sua istituzione.
Il 24 dicembre 1943 la RSI rese noto il decreto istitutivo della GNR che “segnava la cessazione ufficiale dell’Arma dei carabinieri su tutto il territorio della Rsi” (fonte: Giorgio Pisanò, “Gli ultimi in grigioverde. Storia delle forze armate della Repubblica sociale italiana” Milano, Fpe, 1967; pag.1701). Dopo quella data, dunque, nei territori occupati dalla RSI non esiste più il corpo dei carabinieri.
Teoricamente i carabinieri confluiti nella GNR avrebbero dovuto indossare l’uniforma grigioverde da paracadutista mod.42 ma in realtà la fornitura delle nuove divise fu disomogenea e non sempre completa e quindi la stragrande maggioranza dei militi mantenne l’uniforme mod.33 propria dei carabinieri cambiandone però fregi, distintivi e mostrine (fonte QUI e QUI). Non rare le situazioni in cui, per esempio, una divisa nuova veniva abbinata ad un berretto vecchio o il contrario). Il mantenimento delle unità di provenienza, delle caserme e dell’uniforme spiega come all’epoca restasse nell’uso comune il termine “carabinieri” per indicare militi della GNR provenienti dall’arma dei carabinieri.
Caratteristica della GNR che preoccupava non poco Mussolini fu il fatto che “la maggior parte delle classi tra i 20 e i 40 anni era internata in Germania, e benché la nuova Guardia nazionale repubblicana a parole riuscisse a raccogliere, insieme con i suoi vecchi quadri circa 140-150.000 uomini, si trattava per lo più di ragazzi tra i 15 e i 17 anni senza disciplina e senza addestramento militare” (fonte). Non é il caso dei militi a controllo della centrale di Bretto, le cui età al momento dei fatti andavano dai 20 ai 44 anni.
Dunque: nonostante i 12 militi di guardia alla centrale fossero militi della GNR e venissero indicati come “militi della polizia repubblicana” anche nell’articolo del Gazzettino di Padova pubblicato da Russo (che dichiara di aver trovato documenti sugli eventi di malga Bala proprio “Nell’archivio dell’Ufficio Storico del Comando generale della Guardia Nazionale Repubblicana di Brescia” (pag.153), nel testo i dodici militi di guardia alla centrale elettrica vengono chiamati “carabinieri” oltre 400 volte mentre la loro appartenenza alla GNR viene indicata solo 3 (tre) volte (p.es quando a pag.186 scrive “carabinieri rei di essere italiani e schierati con la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini” o la segnalazione a pag.245 che i “carabinieri” della compagnia di Tolmezzo indossavano “tutti e sempre” la “divisa d’appartenenza alla Repubblica Sociale Italiana”).
Perdipiù a pag.176 Russo parla pure di “diverse corrispondenze” tra il “Gruppo dei carabinieri di Udine” e il “Comando Generale della Guardia Nazionale Repubblicana di Brescia” creando nel lettore impreparato l’illusione che nell’RSI carabinieri e GNR fossero due entità distinte.
Anche nel notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 28 marzo 1944 si parla dei dodici militi come “distaccamento G.N.R. ivi di vigilanza” (pagina 31 del notiziario, reperibile QUI)
Il fatto che nel testo l’autore si rivolga ai dodici sequestrati usando oltre 400 (quattrocento) volte il termine “carabinieri” attribuendogli sfuggevolmente solo per tre volte l’appellativo di “guardie repubblicane” rende evidente che si tratti di un tentativo di sfumare la loro aderenza al fascismo concentrandosi su una connotazione più neutra e politicamente spendibile (“dodici carabinieri uccisi” é più spendibile di “dodici repubblichini fascisti della GNR uccisi”). A pag.149 Russo dichiara che tutti i dodici militi furono “aderenti involontari” della RSI senza però aver mai specificato in nessuna parte del testo le posizioni personali dei dodici militi nei confronti dell’RSI e del fascismo e dunque senza giustificare in base a cosa sostenga fossero “involontari”.
Il fatto che lo stesso meccanismo avviene anche utilizzando prepotentemente “italiani” e “tedeschi” al posto di “nazisti” e “fascisti” con l’intento di dipingere una comunità omogenea conferma ulteriormente la volontà di Russo di non fare vera ricerca storica ma di propagandare in una forma “vendibile” la (debole) versione dei fatti che appoggia.
3.13 LETTURA RELIGIOSA DEGLI EVENTI
Come già accennato, la narrazione dei fatti risponde a canoni di mitologia afascista di matrice cristiana. Se l’afascismo si evince dalla premessa storica e dal modo in cui vengono trattati e descritti partigiani e nazifascisti, la cristianità si evince sia dai commenti personali dell’autore che da una lettura degli eventi in chiave martirologica.
Giusto per dare un senso della misura dei richiami alla fede religiosa, il conteggio dei termini usati con tale attinenza religiosa é:
Dio (20 volte), martir* (19 volte) sacrific* (12 volte), infern* (9 volte) diabol* (8 volte), “piccolo dio della Coritenza” [inteso come dispregiativo nei confronti di Socian] (8 volte), tradizion* (7 volte), via Crucis (4 volte), Gesù (4 volte), diavolo (3 volte), Signore (3 volte), Padre (3 volte), Padrone della vita (2 volte), Maria (2 volte), cieli (2 volte), moral* (2 volte), Giudice eterno (1 volta), “furia satanica” (1 volta), Madonna (1 volta), Padreterno (1 volta), sacro (1 volta), spiritualità (1 volta), sovrannaturale (1 volta), Creatore (1 volta)
Si tratta di circa un richiamo ogni due pagine e mezzo: decisamente eccessivo per un testo che si propone di esporre un lavoro di ricerca storico (che dovrebbe limitare il più possibile le interpretazioni personali).
“Certo, solo l’uomo con la sua intelligenza e la sua potenza è capace di gesti così raccapriccianti, di azioni così infamanti e crudeli! Come sarà il loro atteggiamento quando, gioco forza, saranno costretti come tutti gli altri esseri viventi a presentarsi a loro volta in giudizio, davanti al Padrone della vita?” (pag.123)
Ad una lettura attenta non sfuggono nemmeno segnali meno espliciti di religiosità cristiana, come il fatto che a pag.130, narrando della salita dei dodici verso malga Bala (descritta come una “via crucis”), l’autore inserisce alcuni dettagli: la presenza si un maestoso faggio “a tre, enorme, divaricato, quasi impressionante per la sua mole e la sua maestosità” e di uccellini “Ogni tanto vispi pettirossi e gruppetti di cardellini irrequieti saltellavano impazienti mostrando un mondo ormai perso per sempre”. Maestosi alberi trinitari e irrequieti uccellini di un “mondo ormai perso per sempre” non sono elementi casuali: vengono presentati come segni ultraterreni carichi di significava mistica e salvifica.
Gesù invece ha detto: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siete tutti figli di uno stesso Padre, il quale fa sorgere il sole sopra i mal- vagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Amatevi dunque tra voi, come lo vi ho amato! E perdonatevi tra di voi, così come chiedete perdono per voi al Padre vostro che è nei cieli!” (pag.265)
La lettura religiosa si lega a doppio filo ad un nazionalismo di fondo che viene evocato sempre attraverso un generico senso d’appartenenza all’essere italiani che si manifesta perlopiù in negativo; in opposizione ai partigiani che non possono far altro che odiare l’Italia:
“Carabinieri rei di essere italiani”, “uccisi perché italiani” ed altre formule simili si ripetono, in maniera esplicita o meno, almeno una ventina di volte.
“Erano carabinieri, erano italiani e non potevano non morire che da carabinieri e da italiani, a testa alta, guardando in faccia i propri aggressori!” (pag.142)
“erano stati designati a morire per la Patria che non avrebbero potuto dimenticare né tradire” (pag.130)
La Patria che emerge dalle parole del Russo é esattamente la “Patria” nel senso primo del termine, ossia terra dei padri, terra del Padre: un concetto di “tradizione” applicato su un territorio e che l’omonima entità-amministrativa che la occupa deve rappresentare. La Patria (nel senso di Nazione-Italia) é dunque un’entità che come un velo deve ricoprire la Patria (nel senso di terra dei padri) con una tale precisione da non esser più distinguibili l’una dall’altra, come una Gerusalemme celeste che combacia perfettamente alla Gerusalemme terrena. E non é la Gerusalemme celeste a doversi adattare a quella terrena bensì il contrario: una volta stabiliti i confini della patria celeste quella terrena deve adattarvisi per rappresentarla materialmente. Italianizzandosi, fascistizzandosi…
3.14 IL PARALLELO CON LA PASSIONE DEL CRISTO
Commenti e richiami religiosi non si limitano ad essere mere note a margine della narrazione ma arrivano a fungere da colonna interpretativa degli eventi, al punto tale che diviene lecito chiedersi fino a che punto determinati dettagli ed episodi abbiano ricevuto (volontariamente o involontariamente) un’attribuzione di peso maggiore o minore affinché meglio rispondessero allo scheletro interpretativo su cui l’autore s’è poggiato. Nello specifico é possibile osservare lo strettissimo parallelismo tra la narrazione del testo con quella della passione di Gesù:
Perpignano che viene obbligato a farsi aprire la caserma come un Giuda obbligato. Il raggiungimento della malga come via Crucis. La vista dell’albero a tre fusti come simbolo trinitario e della danza degli uccellini che mostrano “un mondo perso per sempre” come preannuncio del destino. L’offerta di acqua zuccherata come la spugna intrisa d’acqua e aceto. Il peso dei beni fatti trasportare dai dodici come peso della croce. L’indecisione di alcuni partigiani come parallelo dei processi di Caifa e Pilato (il primo dei quali avviene nel bel mezzo della notte, come la notte tra il 24 ed il 25 passata dai dodici in attesa della fine). Socian che impone la sua volontà sui partigiani come i sacerdoti giudaici che spronarono la folla. Lo sberleffo e le risate delle donne della Bausiza che han ricevuto in dono quanto prelevato dalla caserma come i soldati che si dividono le vesti strappate del Cristo. L’ilarità che continua durante la somministrazione del cibo avvelenato come parallelo dei centurioni che si fanno gioco di Gesù ponendogli la corona di spine (con la variante contro-eucaristica dell’avvelenamento in sostituzione del pane e vino eucaristici durante l’ultima cena dei dodici). L’accettazione eroica del proprio martirio (stavolta non in nome del Padre-Dio bensì in nome del Padre-Nazione: patriottismo). Le torture come flagellazione e messa in croce. Gli sputi dei partigiani come gli sputi dei centurioni. I colpi di piccone e di scarponi chiodati come i chiodi della crocifissione. I contadini che seguono la processione ed osservano impotenti come le donne che assistono da lontano alla crocifissione sul Golgotha dietro ai soldati romani. Il silenzio degli uccelli del bosco ed il sole celato come segnali divini. La sistemazione dei corpi sotto una roccia come deposizione di Gesù. Bepi Flajs che sta dalla parte sbagliata ma (testimoniando i fatti) si converte come Longino; stessa cosa per il ventunesimo partigiano che fugge, come fosse un centurione convertito. Il filo spinato attorno ai corpi come ulteriore parallelo alla corona di spine. I partigiani che prima si vantano del fatto ma poi negano tutto come il triplice rinnegamento di Pietro.
Al termine del massacro, prima che intervenga Gajger a sistemare i corpi, Russo scrive testualmente (grassetti miei):
Erano tutti in silenzio, l’euforia era di colpo svanita e un grosso velo aveva cominciato ad opprimerli in maniera ossessiva: unico loro scopo era ora di allontanarsi in fretta da quell’altare su cui avevano compiuto quel tanto sospirato sacrificio.
E tutto ciò avviene a pochissimi giorni dalla Pasqua (che quell’anno cadeva il 9 aprile)!
Ecco che si esplicita quella che é la motivazione profonda della mattanza così come la trasmette il testo di Russo, ecco che si spiega perché il testo insiste tanto sulla brutalità degli eventi ma vagheggi fumosamente sulle motivazioni che le avrebbero provocate: il significato profondo che ne vuol dare non é né di una strategia di guerriglia (come già visto: non poteva esserlo) né di un evento meramente operativo (troppo brutale e gratuito per esserlo), né di una reazione d’impeto (troppo programmato per esserlo) bensì di un sacrificio rituale, un sacrificio umano!
Ecco che il simbolismo evocato da Russo ed attribuito alle decisioni dei partigiani, che scelgono specificamente i dodici militi non perché casualmente a guardia di un obiettivo strategico, ma perché rappresentanti dei valori che devono esorcizzare ritualmente (l’italianità). Ecco perché opera il ribaltamento dell’azione da sabotaggio con conseguente sequestro a sequestro con sabotaggio di contorno.
Un sacrificio di italiani per rimarcare la propria natura slava e dunque “altra”. E nel testo che tipo di alterità differenzia gli slavi, dai tedeschi e dagli italiani? L’essere comunisti!
Come nelle peggiori fantasie degli inquisitori rinascimentali che condannavano ad orribili dolori (con la tortura) e morti ritualizzate (in piazza) “streghe” colpevoli di provocare dolori (con la magia) e morti ritualizzate (nei sabba), é impossibile non accorgersi del doppio tipo di correlazione cui si é di fronte! Innanzitutto il parallelismo storico:
BENE – MALE
Fede – Stregoneria
Fede – Comunismo
NOI – LORO
Ed in secondo luogo l’esatto ripetersi di quei meccanismi di proiezione (sempre in senso junghiano) che se tra medioevo e rinascimento han fatto si che il potere dominante (la chiesa) potesse dipingersi un nemico che altro non era se non una versione speculare di sé stesso (messe nere come opposto speculare della messa religiosa, crocifissi rovesciati, bacio mistico col demonio ma sull’ano anziché sulla bocca, contro-rituali ecc…), oggi si ripetono tali e quali seppur adattati al nuovo contesto. Il partigiano, dunque, in quanto comunista (ossia lontano da Dio e dunque affine a Satana) e slavo (“altro”) diviene una figura aliena, la rappresentazione totale del male, l’ ALTRO per antonomasia su cui riversare ogni genere di nefandezza e orrore “anche quando [lui] non c’entra(va) niente”: é l’orwelliano Goldstein di 1984 su cui va proiettato tutto l’odio che si porta dentro, é il Babau, il lupo cattivo delle fiabe, Gargamella. I partigiani sono il caos che perturba l’armonia del mondo. Ecco che i partigiani divengono i “satanici demoni delle montagne”; ecco che diffondono il “virus partigiano”; ecco che così come le streghe son colpevoli semplicemente del fatto d’esser streghe, anche i partigiani son colpevoli del solo esser partigiani (la metonimia partigiano = comunista avviene banalmente per generalizzazione); ecco che per dicotomia bisogna rappresentare i dodici come degli esempi di perfezione. Ecco che Russo elogia i partigiani della Osoppo che combattevano contro gli invasori ma accusa i partigiani di Socian che combattono contro i tedeschi usurpatori: tutto parte dal fatto che partendo da una lettura del mondo fondata su materiali mitologici della cultura di destra e cattolica, il “comunista” é l’attante perfetto su cui riversare (proiettare) tutti i propri mali interiori e poco importa se questi attacchi seguono un filo logico.
Prima ancora di una lotta di ideologie, prima ancora di una lotta di classe, questa é una lotta fra modelli di pensiero opposti e inconciliabili.
Ecco emergere la palese contraddizione per cui agli occhi di chi affonda le proprie radici in un mix di cultura di destra il peggior male attribuibile ad un comunista (ateo che rinnega Dio) é ritenere compia atti di violenza ritualizzata fine solo a sé stessa (gesto inutile) e dunque di senso simbolico, ma sempre inteso (anche se non sempre consciamente) in chiave religioso-spirituale. Un sacrificio ateo per un non-Dio, un contro-Dio, Satana. Il comunismo come (cripto) satanismo. E poiché i partigiani, essendo per generalizzazione tutti comunisti, si giunge a:
Partigiano = Satanista
Questa é la chiave con cui il testo interpreta e dà senso alla narrazione della versione strage. La versione conflitto a fuoco viene quindi rifiutata a priori in quanto non leggibile in chiave martirologica poiché non é possibile attribuirle un senso spirituale in quanto NON basata su un gesto inutile.
Per concludere assume significanza anche il valore numerico delle persone coinvolte negli eventi qui trattati: i militi della GNR erano 12 come gli apostoli mentre il numero di 18 partigiani accettato da Russo (pag.147), per lo svolgimento del massacro sale a 21 (pag.127), perfetto contraltare speculare del numero evangelico (12-21). I partigiani come opposto ideale dei militi della GNR.
3.15 LE MOTIVAZIONI DEI PARTIGIANI…PER IL PUBBLICO
Seppur il testo trasmetta prepotentemente l’idea secondo cui l’uccisione dei dodici aveva come scopo la messa in atto di un sacrificio rituale motivato dalla vendetta, questa non viene mai esposta in maniera esplicita in quanto idea indicibile. Questa indicibilità si spiega perfettamente se si tengono conto da un lato le origini di tale idea: non origini fattuali (non esistono prove o casi simili) bensì dalla proiezione (in senso junghiano) di idee senza parole (in senso jesiano) manifestate attraverso una chiave interpretativa cristiana e dall’altro l’atteggiamento dell’autore che, esattamente come cela i militi della GNR sotto l’etichetta di “carabinieri” ed i nazifascisti sotto le generiche identità linguistiche di “tedeschi” ed “italiani”, lima gli aspetti meno vendibili della sua versione affinché risultino accettabili dal pubblico cui si rivolge.
Per questo motivo il testo non riporta:
Dodici fascisti repubblichini militanti nella GNR uccisi da comunisti slavi in un omicidio rituale
ma scrive:
Dodici carabinieri torturati brutalmente dai partigiani perché italiani
e quel che comunica é:
Dodici giusti martiri torturati e uccisi da demoni comunisti alieni e semi-umani in un atto sacrificale esorcizzante simbolicamente il proprio odio contro la legge di Dio
Il testo dunque deve al tempo stesso comunicare questo senso pur scrivendo apertamente altro (a proposito di proiezione junghiana: qui il parallelo con la tesi di Russo secondo cui le torture che dovevano essere al tempo stesso un messaggio forte ma celato può dar moltissimo a cui pensare) e quindi vengono proposte alcune motivazioni terrene che vengono buttate nel testo senza soffermarsi troppo a commentare (e non é certo un caso se certe informazioni vengono fornite quasi con distrazione, senza soffermarcisi sopra)
pag.120 Russo indica nella distruzione della centrale lo scopo principale dell’azione, ma poche righe dopo specifica che Socian insistette perché i suoi uomini non desistessero dal compito prefissato di torturare senza pietà i militi della GNR per vendicare le persecuzioni subite dalle proprie famiglie ed il massacro di una quarantina di partigiani (“martiri” che “gridavano ancora vendetta”) avvenuto il 26 aprile 1943.
Quindi, andiamo con ordine: Russo sostiene che lo scopo principale era sabotare la centrale (pag.120), ma anche vendicare il popolo slavo (pag.77) del massacro di decine di partigiani avvenuto il 26 aprile precedente (pag.120) e vendicare pure i partigiani stessi dei soprusi inflitti dai fascisti a loro (pag.214) ed alle loro famiglie (pag.120) perché i partigiani erano divorati da odio (pag.29) anti italiano, ma anche impossessarsi delle armi della caserma (pag.102). Socian dunque convinse i suoi a rapire una dozzina di “carabinieri” militi della GNR scelti perché simbolo dell’Italia (pag.97) nella data, anch’essa simbolo, del 23 di marzo (solennità civile fascista) affinché gli italiani la ricordassero per sempre (pag.121), per torturarli però due giorni dopo in un luogo inaccessibile ove nessun nazifascista si sarebbe mai recato (pag.139) col forte rischio che la scoperta dei cadaveri avvenisse settimane o mesi dopo.
Eppure nel testo, fin dalla copertina, si ripete numerose volte che i 12 militi della GNR vennero uccisi “solo perché italiani” e nonostante a pag.120 lo scopo principale dell’azione sia indicata nella distruzione della centrale, nell’arco di tutto il testo il mantra che viene continuamente ripetuto é quello dell’ “uccisi solo perché italiani”.
Russo non spiega perché la data scelta non fosse il 26 aprile, come parrebbe logico nel caso di una vendetta per un fatto avvenuto il 26 aprile, né perché un’assassinio pianificato per tingere d’orrore la data simbolica del 23 marzo sarebbe stato eseguito il 25 marzo. L’unica giustificazione che se ne evince é che i dodici militi della GNR servissero per trasportare in montagna armi e beni rubati dalla caserma ma appare alquanto bislacca la combinazione di obiettivi simbolico-comunicativi (la strage) ed obiettivi meramente operativo-logistici (sabotaggio e trasporto armi) non tanto in un’unica operazione tattico-simbolica quanto in un pastiche di quelle che appaiono come due diverse operazioni malcombinate (A e B) con quattro diversi obiettivi: l’idea di sabotare centrale elettrica e relativa casermetta (A.1) sequestrandone gli occupanti (A.2) e utilizzarli per il trasporto dei beni (A.3) é già di per sé operazione complessa e aggiungere a tale schema l’esecuzione di un sacrificio rituale (B.4) da svolgersi due giorni dopo la data-simbolo cozza non poco all’interno del quadro (in realtà, come vedremo, c’é un motivo per cui Russo sposta l’uccisione al 25 marzo, ma non ha nulla a che vedere con strategie militari o simbolismi).
Non viene nemmeno spiegato in base a quale ragionamento solo i militi della GNR / Carabinieri sarebbero assurti al grado di “unici veri rappresentanti dell’Italia e soprattutto della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini” quando, di fatto, ogni forza armata fascista era di per sé un rappresentante del fascismo e dell’Italia (pag.149).
Lo stesso Russo ammette che l’attività principale dei partigiani della zona consisteva nel portare avanti continui e ripetuti sabotaggi atti ad interrompere o rallentare le attività della miniera (che alimentava l’industria bellica tedesca e di conseguenza il conflitto) e che quindi l’episodio qui trattato sarebbe un caso unico ed assolutamente eccezionale. L’unico caso in cui Socian ed i suoi uomini, anziché mirare ad un obiettivo puramente strategico avessero deciso di compiere una mattanza simbolica rituale.
Russo tenta di dare credito a questa evidente stranezza nelle pagine 186,187 e 188 sostenendo che i partigiani “si erano “fatti prendere la mano” e che quell’azione “risultò oltraggiosa perfino del nome del partigiano e si trasformò in onta vergognosa per il comunismo nascente di Tito”, onde per cui subiranno un processo interno “per aver deturpato l’immagine del partigiano comunista slavo” che porterà a degradare “più di qualcuno” di essi e “lo stesso Socian vedrà interrotto e per qualche tempo compromesso il proprio prestigio e il proprio potere. Lo stesso Franc Ursic, come stiamo per vedere, verrà isolato, abbandonato e tradito dai suoi stessi uomini, solo perché si era fatto sfuggire di mano l’azione della Bala”. Da dove abbia appreso le informazioni su questi processi non é dato sapere ed in ogni caso ciò cozza decisamente con l’idea di una vendetta rituale pianificata per settimane! Ma come? Pianificano per settimane con il “capo supremo” un’uccisione eccezionalmente brutale per rovinare in eterno la memoria del 23 marzo ma proprio il fatto che le uccisioni furono brutali é ora segno del fatto che si fossero fatti prendere la mano?
Brutalità che non doveva essere brutale? Un’azione spettacolare che deve fungere da messaggio ma nascosto? Fatti del 25 marzo che dovrebbero rovinare la memoria del 23 marzo?
Più volte nel testo Russo insiste sul fatto che la popolazione locale venne a sapere fin da subito cosa avvenne in malga “fin nei minimi particolari” (pag.183) lasciando intendere che la comunità condivideva la versione dei fatti ora riportata nel testo di Russo senza indagare troppo a fondo il fatto che spesso la comunità accusasse Socian “anche quando lui non c’entrava niente” (pag.43). Nel testo vengono riportate anche alcuni interventi di persone che avevano saputo dei fatti per via indiretta e di cui non se ne capisce l’utilità se non il fare da pezza d’appoggio alla strampalata ipotesi di Russo.
Ma improvvisamente a pag.185 si riporta che in realtà non circolasse una, bensì almeno QUATTRO versioni dei fatti molto diverse da quella di Russo!
Versioni che Russo sostiene furono propagandate (ma da chi ed in che modo non lo specifica) nonostante “tutti gli abitanti del territorio sapevano ormai per filo e per segno ogni particolare sulla strage della Bala” anche se non osavano parlare a causa della paura (“anzi il terrore”) dei partigiani. Paura sulla cui assenza di motivazioni già si é detto.
VERSIONE UNO:“La versione più divulgata e accreditata” diceva che i dodici furono uccisi dai tedeschi per farne cadere la responsabilità sui partigiani per aumentare la tensione e inasprire le azioni contro gli slavi. (La versione più diffusa tra la popolazione locale scagiona del tutto i partigiani ed accusa i tedeschi!) [versione citata anche a pag.196,197,205,208,247]
VERSIONE DUE: Diceva che i dodici fossero stati uccisi da altri fascisti italiani per farne cadere la responsabilità sui partigiani, aumentare la tensione e inasprire le azioni contro gli slavi. (Anche la seconda versione che circolava scagiona completamente i partigiani ma stavolta incolpa gli italiani) [versione citata anche a pag.196,197]
VERSIONE TRE: Diceva che i dodici furono uccisi dai partigiani in una normale imboscata e poi i tedeschi, scoperti i corpi, li deturparono dentro la malga (da qui il sangue sulle pareti) per farne cadere la responsabilità sui partigiani per aumentare la tensione e inasprire le azioni contro gli slavi. (La terza versione é sostanzialmente quella proposta anche da Franc Crnugelj ed inserisce le uccisioni in un contesto di guerra ma scagiona i partigiani dalle mostruosità addebitandole ai tedeschi per motivi di propaganda) [versione citata anche a pag.197]
VERSIONE QUATTRO: Diceva che i dodici fossero stati uccisi dai Domobranzi (slavi filonazisti) (Anche la quarta versione scagiona i partigiani accusando un gruppo filonazista slavo) `versione citata anche a pag.193,197,264]
La semplice esistenza di queste versioni la dice molto lunga sulla qualità delle informazioni giunte in paese. Russo sostiene che i contadini che assistettero alla mattanza raccontarono alla comunità del massacro compiuto dai partigiani, tanto che “Tutti sapevano fin nei minimi particolari” (pag.14,18,149,183,205,206,207,208,), ma se ciò corrispondesse a realtà non si spiegherebbe la nascita, in una comunità compatta e omogenea nell’accusare sempre i partigiani (pag.43) ed informata di un terribile crimine commesso da quegli stessi partigiani, di versioni favorevoli…. ai partigiani!
L’esistenza di queste versioni la dice pure lunga sulla considerazione di partigiani, fascisti e nazisti all’interno della comunità: solo nazisti e fascisti vengono ritenuti capaci di portare a termine un tale crimine. Molto interessante se si considera che la comunità descritta da Russo era unanime e compatta nel condannare i partigiani.
E Russo come commenta queste versioni? Russo le scarta in toto ritenendole irrealistiche, preferendo la versione ottenuta combinando le proprie fonti (che tra un attimo vedremo). In particolare, sempre a pag.185 asserisce che “è puerile pensare che si possano scongelare corpi, straziarli a crudo con picconi e altro e riportarli poi nella medesima posizione. Mai visto un corpo congelato spruzzare sangue e lasciare tracce così evidenti e macabre come quelle rinvenute da persone ben identificate all’interno della malga.”
Osservazione strana in quanto lo stesso Russo a pag.161 riporta la testimonianza di Nino Mafezzini (“carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme) secondo cui i corpi, a diversi giorni di distanzaerano ancora in grado di sporcare di sangue chi li maneggiava: “[…] siamo tornati a valle, sfiniti e imbrattati di sangue umano, quello dei miei compagni, acqua e neve”. Trattandosi inoltre dello stesso teste che a pag.159 descrive i corpi con le parole “erano come sassi, pezzi congelati e deformi” é lecito chiedersi quanto di queste parole vada inteso come mera descrizione figurativa e quanto vada preso alla lettera, specie relativamente al grado di congelamento dei corpi, anche perché secondo la testimonianza di Nino Mafezzini sembrerebbe che non abbia nevicato granché tra il momento dell’uccisione ed il recupero dei cadaveri dato che i segni di trascinamento dei corpi erano ancora visibili sulla neve stessa (pag.158).
Interessante anche notare il fatto che in questo caso venga rimarcato da Russo che le tracce all’interno della malga sono stare rinvenute da “persone ben identificate”, in quanto, effettivamente, le uniche testimonianze di prima mano chiare e certe che Russo ha a disposizione riguardo a ciò che avvenne nella malga non sono quelle di chi partecipò all’uccisione dei dodici ma di chi partecipò… al recupero e identificazione delle salme (Russo non dà alcuna considerazione ala testimonianza del partigiano Srecko ritenendola menzognera)!
4.00 LE TORTURE
A questo punto bisognerebbe entrare nel vivo della vicenda, ossia analizzare il lavoro eseguito da Russo per giungere alla sua ipotesi su cosa accadde ai dodici dopo che furono sequestrati il 23 marzo 1944. Tuttavia, per meglio poter effettuare questo lavoro, é indispensabile tenere a mente anche ciò che avvenne nei giorni successivi e quindi il capitolo inerente al momento-clou della vicenda é spostato al capitolo 7.
5.00 GLI EVENTI SUCCESSIVI
La storia narrata in “Planina Bala” é profondamente debitrice della “storia di questa storia”, ossia delle convinzioni sull’episodio sedimentatesi negli anni tra la popolazione locale. Prima fra tutte la “segretezza” e la vergogna con cui tale episodio veniva raccontato.
5.01 LE RICERCHE NON-RICERCHE
Riguardo alle ricerche dei dodici il testo fornisce indicazioni diverse che, osservate una ad una, danno l’impressione di una totale mancanza di coordinamento e collaborazione tra le forze su cui però spicca l’azione dei tedeschi:
Le ricerche cominciarono il 24 marzo 1944 (pag.152)
I nazifascisti erano più preoccupati della centrale che della sorte dei dodici (pag.154, 231,)
Le operazioni di ricerca venivano seguite e controllate dai tedeschi, i quali, in gran numero, ispezionavano case e fienili alla ricerca di partigiani (pag.162)
I “tedeschi” effettuarono rastrellamenti nella zona (pag.236)
Le ricerche coinvolsero anche: Guardia Nazionale Repubblicana, Alpini del Reggimento “Tagliamento”, Milizia Confinaria.
Italiani e tedeschi “[…] mai come in quei giorni avevano ispezionato il territorio (pag.156)
I militi italiani, pur intensificando le perlustrazioni, anche dopo diversi giorni non trovarono nulla (pag.153)
I partigiani avrebbero ucciso i dodici senza usare armi da fuoco perché i nazifascisti erano alle loro calcagna e non volevano attirarli col rumore.
Gli alpini del “Tagliamento” intensificano le perlustrazioni ma senza alcun risultato.
I “carabinieri” di Tarvisio della compagnia “Tolmezzo” non partecipano alle ricerche né avevano un’idea chiara di cosa sia successo (pag.219)
La fonte più interessante presentata da Russo riguardo alla situazione post-sabotaggio che ci viene presentata é una lettera inviata il 25 marzo 1944 dal ten.col.Angelo Viticci, comandante del Gruppo di Udine della Legione “Carabinieri” al Comando generale di Trieste di cui vengono riportati alcuni stralci inframmezzati da una trascrizione di Russo del testo (testo che si apre con un riferimento ad una precedente segnalazione della tenenza di Tarvisio numero 4/22 del 23 marzo 1944). La divisione fra testo citato e trascrizione non é chiarissima ma presumendo che gli stralci non virgolettati siano quelli trascritti se ne desume:
“verso le ore 21 del 23 corrente certa Bertolotti Maria ecc. ecc., moglie di Giacomo Koserog, sorvegliante della centrale elettrica di Bretto Inferiore, a mezzo telefono informava la Direzione della Miniera che circa mezz’ora prima i partigiani avevano fatto saltare detta centrale dove doveva trovarsi il marito, del quale non aveva notizie, aggiungendo che nulla sapeva dei carabinieri addetti alla sorveglianza della centrale stessa”.
[IL SEGUENTE PASSO E’ DI RUSSO] Alle ore 23 il sottotenente Squadrelli avvertiva la tenenza di Tarvisio dell’accaduto precissando di aver già informato il comando tedesco, il quale la stessa sera aveva inviato un reparto del Presidio tedesco di Plezzo.
“Nelle prime ore di ieri unitamente al predetto ufficiale, all’ingegner Hempel e a personale della miniera stessa, il comandante la tenenza si è recato per le indagini del caso, a Bretto”
[IL SEGUENTE PASSO E’ DI RUSSO] dove poco dopo è giunto il comandante della compagnia di Tolmezzo, Santo Arbitrio. In occasione di quella ispezione, venne constatato che gli ordigni esplosivi avevano danneggiato una turbina, il fabbricato della centrale e altri accessori elettrici dei quadri, mentre
“la vicina casermetta ove alloggiava il distaccamento dell’Arma”
[IL SEGUENTE PASSO E’ DI RUSSO] era andato completamente distrutta. Segue l’elenco dei carabinieri in servizio,
“della sorte dei quali non è stato possibile raccogliere alcuna notizia”.
[IL SEGUENTE PASSO E’ DI RUSSO] Dall’interrogatorio degli operai Andrea Cuder e Giacomo Koserog il gruppo in visita riuscì a sapere che il pomeriggio precedente il vice brigadiere e due carabinieri, uno dei quali -con biancheria sporca che recava alla lavandaia-, si erano allontanati dalla caserma e che verso le 18 erano stati visti in un bar di Bretto.
“Non è stato assolutamente possibile stabilire come i partigiani siano riusciti ad agire indisturbati né quale sia stato il comportamento dei carabinieri dato che nessuno ha udito colpi d’arma da fuoco da lasciar supporre un conflitto”.
“Gli operai Cuder Andrea, Koserog Giacomo e Komac Giovanni hanno dichiarato di non aver riconosciuto nessuno dei banditi che parteciparono all’azione criminosa e che si presume si trovino accantonati in zona prossima a quella compresa tra la chiusa di Plezzo e Plezzo.”
“Sono in corso i lavori della centrale la quale a quanto si presume potrà essere messa in efficienza fra una decina di giorni”.
Russo fa notare che la lettera é incentrata più sui danni alla centrale che alla sorte dei dodici.
Io faccio notare che le parti non riportate in originale hanno tutte in comune il contenere i riferimenti di grado e compagnia delle persone e degli enti citati, ossia, in originale, potrebbero essere rivelatori della loro appartenenza alla Guardia Nazionale Repubblicana. Faccio pure notare che il sottotenente Quadrelli, saputo del sabotaggio della centrale avverte PRIMA il comando tedesco e solo dopo la tenenza di Tarvisio, il che offre un’immagine molto chiara della gerarchia tra diversi corpi coinvolti.
In sostanza il quadro sembra questo: partirono immediatamente operazioni di ricerca gestite dai “tedeschi” che, in gran numero, controllavano seguivano l’intera operazione di ricerca ispezionando e mettendo a soqquadro case e fienili (pag.162) mentre le diverse milizie italiane, che erano sottoposte agli ordini tedeschi (pag.152), sembra non furono ben informate dei fatti: parrebbe che alla tenenza di Tarvisio della GNR non abbiano avuto un’idea precisa di cosa fosse accaduto ai loro colleghi di Bretto (pag.219) se non ad alcuni giorni di distanza (pag.200) né sapessero bene l’una cosa stesse facendo l’altra (un banale esempio di come funzionassero le relazioni quotidiane tra i diversi corpi é l’aneddoto a pag.200,201) nonostante gli operai della centrale avessero chiaramente indicato il responsabile in Socian (che era noto alle autorità, tanto che ne possedevano anche una foto segnaletica) nessuno della comunità locale che (secondo l’autore) seppe fin da subito e nei minimi particolari cosa avvenne (pag.149) in quei giorni e in quelle settimane si preoccupò di assicurare alla giustizia il tanto temuto e famigerato Socian e far piena luce sugli avvenimenti comunicando ciò che sapeva.
FERMI TUTTI!!! In precedenza Russo afferma che diversi contadini furono in grado di seguire di nascosto partigiani e “carabinieri” fino alla malga senza farsi notare nonostante quei territori fossero territorio incontrastato dei partigiani comunisti (pag.99) e che i partigiani vennero già visti al mattino successivo da diversi contadini e bambini ed ora dice che i nazifascisti brancolarono nel buio per giorni.
Anche qui c’è qualcosa che non torna: Russo sostiene che la popolazione avesse in simpatia i “carabinieri” militi della GNR, che fosse impaurita dagli odiati partigiani (che, come già visto: sono pochi e isolati quando li si odia ma tanti ed appoggiati da una rete tentacolare quando se ne ha paura), che il parroco di Bretto invitasse pubblicamente i concittadini a non parteggiare per i partigiani e che succede? Quando i tanto odiati partigiani rapiscono i tanto amati militi della GNR non v’é una sola persona che fornisce manco una dritta anonima ai nazifascisti, né i nazifascisti tentano di ottenere informazioni da uno dei contadini? Nessuno interrogò mai i contadini della Bausiza? Si parla di ispezioni in case e fienili ma il contrasto tra: [odio per i partigiani+simpatia per i dodici+immediata e precisa conoscenza degli avvenimenti] e [mancata collaborazione con milizie in cerca dei dodici] stride non poco.
“I tarvisiani in quei giorni di Pasqua di quel 1944 non si dimenticarono dei loro carabinieri barbaramente massacrati dagli odiati partigiani slavi e più di qualcuno si portò fino al nuovo cimitero oltre Tarvisio basso, sulla strada per Cave, per una preghiera e un mazzo di fiori” (pag.219)
Per giustificare ciò Russo si appella al terrore della popolazione sia nei confronti di quei partigiani di cui non é stato in grado di documentare nemmeno un solo atto certo di inciviltà verso la comunità locale, sia dei nazisti che quando compiono una strage ed incendiano l’intero paese comunque non ne sono fino in fondo responsabili.
Il perché non avvenga alcun tipo di operazione di rappresaglia contro i partigiani non viene affrontato da Russo nonostante la stranezza della cosa!
Ma come? Cinque mesi prima, per l’uccisione di tre-quattro dei loro, i nazisti compiono una strage ed incendiano un’intero paese ed invece adesso, con dodici militi torturati a morte dopo averli rapiti beffando l’intero apparato di sicurezza non fanno nulla di nulla, ma proprio assolutissimamente nulla e Russo non s’interroga sulla stranezza di ciò?
Ciò che viene rimarcato anche da Russo é il fatto che i nazifascisti fossero più interessati a ripristinare e mettere sotto controllo la centrale che a cercare i dodici (pag.153), ma questo di certo non può giustificare una totale assenza di intervento vista la gravità dell’affronto subito.
Russo sembra sostenere che non vi fu alcuna reazione perché essendo concentrati sul ripristino della centrale, i nazifascisti non avessero interesse a colpire i responsabili di quell’affronto, ma al tempo stesso rimarca come, dal momento della scoperta, per settimane la propaganda utilizzò i corpi martoriati dei dodici militi della GNR proprio per colpire i partigiani dipingendoli come dei mostri. Quei corpi deturpati furono per i nazifascisti un’arma eccezionale da scagliare contro i partigiani.
Dunque quando parliamo di nazifascisti parliamo di pasticcioni disorganizzati e dal pugno di seta? O, forse, stiamo parlando di qualcuno che non é stato in grado di catturare/uccidere i partigiani e, per non tirar troppo la corda nei confronti della popolazione locale che già aveva subito una pesante ritorsione in autunno, decise di agire diversamente ed usare questi cadaveri per fare propaganda antipartigiana tra la gente del posto e che quindi maggiore era lo scempio dei cadaveri e maggiormente sarebbero risultati un’arma potente?
5.02 LE DUE VERSIONI DELLA SCOPERTA
Dopo alcuni giorni (non viene specificato quanti, ma si può presumere ciò sia avvenuto il 30 marzo – vedi pag.162) una pattuglia di tre soldati tedeschi giunse in Bausizia e chiese informazioni agli abitanti della zona su quale sentiero intraprendere per andare da lì fino alla val Trenta (p.155). Chiesero informazioni a Myza Komac, Tona Suler ed il padre Josef. Tutti li sconsigliarono a causa della neve in quota. (NB: si presume che l’unica testimonianza di ciò sia Myza Komac in quanto non vien mai indicato che i Suler siano stati intervistati. Manca invece ogni riferimento temporale sull’evento)
Da qui in poi il racconto prosegue come in altri punti senza citare alcuna fonte ma proponendo due versioni:
VERSIONE UNO: I tre proseguono lo stesso ma sbagliano strada . Dopo diverse ore di marcia vedono malga Bala e vi si avvicinano per chiedere informazioni (NB: avrebbero sbagliato addirittura valle senza accorgersene proseguendo “per diverse ore” stando a nord del Pihavec anziché al sud e ciò implicherebbe una conoscenza della zona praticamente nulla). Qui, “con enorme meraviglia” trovano i cadaveri che spuntano “dalla neve come tronchi accatastati” (pag.156) e ridiscendono a valle per segnalare la cosa. Ma Russo osserva che secondo “Qualcuno degli osservatori postumi ritiene che questo episodio può anche non essere vero, in quanto sembra confezionato ad arte” (grassetto mio) e propone una seconda versione:
VERSIONE DUE: La scoperta dei corpi sarebbe avvenuta su soffiata di qualcuno della Bausiza o per tradimento di un partigiano.
A sostegno della prima versione dunque v’é probabilmente la sola testimonianza di Myza Komac la quale può solo aver riferito di aver dato indicazioni a tre tedeschi senza però sapere, poi, cosa questi abbiano fatto, che strada abbiano percorso o che emozioni abbiano provato alla vista dei corpi. Non si tratta dunque di una prova ma della testimonianza di una donna che un certo giorno diede un’indicazione a dei soldati e poi non vide quel che accadde.
Ma che trattamento offre Russo alla seconda versione dopo aver citato quella da lui ritenuta veritiera solo una testimonianza che dice assai poco? La scarta perché…non ci sono prove! Per dare maggior conferma a questa decisione rimarca che la gente del posto era terrorizzata degli italiani e dei tedeschi che “mai come in quei giorni avevano ispezionato il territorio” (pag.156) ma al tempo stesso riporta che secondo Gajger i tedeschi furono probabilmente informati da “qualche partigiano scappato dal gruppo” (pag.156), ipotesi che Russo scarta sostenendo che se così fosse i corpi si sarebbero ritrovati immediatamente dopo lo scioglimento del gruppo ad azione terminata anziché a diversi giorni di distanza e che questo partigiano sarebbe stato arrestato (ma non considera che l’informazione potrebbe essere stata data alcuni giorni dopo, né che potrebbe esser stata fatta pervenire ai nazisti per vie traverse, né che eventuali spie fra i partigiani avrebbero potuto esser comode anche in futuro, né che l’informazione potrebbe esser stata fornita in maniera generica come “una malga dopo la piana della Bausiza, nella valletta che porta in val Trenta”) ed aggiunge che “Quei tedeschi non stavano affatto cercando i carabinieri; andavano per conto proprio diretti in val Trenta” (pag.157) senza spiegare in base a cosa possa affermare ciò (NB: bisogna anche osservare che in quei giorni in cui si stava battendo il territorio come non mai per cercare i dodici scomparsi, raggiungere la val Trenta passando a piedi sui ripidi sentieri innevati della Bausiza quando la si poteva molto più agevolmente raggiungere con gli automezzi passando da Sonzia e Trenta a rigor di logica sembra più essere un’operazione di ispezione del territorio che una scampagnata “per conto proprio”).
In ogni caso ciò su cui entrambe le versioni concordano é che i cadaveri vennero trovati dai tedeschi.
5.03 IL RECUPERO DELLE SALME
L’ex alpino Vigj Venturini testimonia che:
“Poi una mattina siamo stati chiamati e avviati a piedi dapprima verso il Passo Predil e poi verso la Bausiza: l’ordine era di seguire i carabinieri, i militi della Milizia e i tedeschi al recupero di 12 carabinieri scomparsi da una settimana e rintracciati in alta montagna.“(pag.159)
Una volta giunti sul posto “Nella malga era sangue dappertutto, per terra, sulle pareti, sulle travi soffitto […] C’erano alcuni picconi sporchi di sangue, pale, pezzi di legno…” (pag.160 grassetti miei)
“Nel proseguire, i tedeschi ci precedevano e sembrava che sapessero già tutto. Da qui il pensiero, mio e degli altri, che a uccidere i carabinieri fossero stati proprio loro!“(pag.158)
Mentre l’ex carabiniere e milite della GNR Gino Milanese di stanza ad Udine riporta di esser stato inviato in treno alla tenenza della GNR di Tarvisio dopo che ad Udine giunse la comunicazione del recupero delle salme da parte dei tedeschi.
Quattro salme vengono recuperate il 31 marzo. A causa delle condizioni meteo le altre otto vengono recuperate il 2 aprile (pag.162). I corpi vengono radunati in una fortezza.
Angelo De Guglielmi, “carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme testimonia che quando giunse a malga Bala i tedeschi già erano lì (pag.201).
Gino Milanese, “carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme testimonia che dei vari militi lì presenti solo i più temerari compirono le operazioni di primo recupero dalla catasta di corpi. Lui personalmente svenne.
Vigj Venturini, “carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme testimonia che i tedeschi precedevano i militi italiani (pag.158) e che le operazioni si svolsero in fretta nel timore di esser colti anch’essi da un attacco partigiano e che, messi i corpi in teli fatti a barelle, ognuno sorretto da due-tre uomini li han portati giù per la discesa gelata scivolandovi spesso. A valle caricarono ogni corpo su un mulo e così si avviarono verso la fortezza (pag.159).
Nino Mafezzini, “carabiniere” della GNR che partecipò al recupero delle salme testimonia che le barelle vennero improvvisate con teli militari e rami d’albero, dopodiché, una volta portati in fondo al sentiero, ne caricarono due per mulo (pag.161). Inoltre ricorda che i militi che parteciparono al recupero tornarono a valle sfiniti ed imbrattati di sangue, acqua e neve (pag.162)
Cesare Maria Squadrelli, sottotenente del Reggimento Alpini Tagliamento. Testimonia che uno solo dei corpi aveva una ferita da arma da fuoco, probabilmente ad una spalla. (pag.167)
Mafezzini e De Guglielmi, devono spostare le salme, ma prima debbono tentare di identificare i corpi.
“Erano talmente mal ridotti che era praticamente difficile distinguerli uno dall’altro: erano come sassi, pezzi congelati e deformi: una visione terribile e indimenticabile!” (Nino Mafezzini, pag.159)
5.04 L’INCENDIO DELLA MALGA
A pag. 136 Nella didascalia di una foto attuale dei ruderi della malga, Russo scrive che
“l’incuria, il tempo e mani ignote hanno fatto sì che di “quella” malga rimanessero solo desolazione e lamiere contorte”
A pag.162 Russo scrive che al termine del recupero delle salme qualcuno incendiò la malga sperando di distruggere i segni della violenza.
A pag.257 Russo scrive che la malga fu data alle fiamme dai militi italiani mei primi giorni d’aprile 1944 quando portarono giù i corpi (e che la malga fu successivamente ricostruita)
Si può presumere l’incendio della malga avvenne al termine del recupero delle ultime salme, ossia il 2 aprile ma é lecito domandarsi fino a che punto un atto del genere possa esser motivato, come sostiene Russo, dal voler esorcizzare un orrore e se ciò non possa esser invece inteso anche come metodo per cancellare delle prove.
5.05 PROPAGANDA
Per i nazifascisti quelle dodici salme massacrate sono uno strumento di propaganda antipartigiana potentissimo e difatti le usano per tirare acqua al loro mulino (pag.173)
Il 2 aprile 1944 anche le ultime salme vengono radunate nella fortezza, dopodiché (presumibilmente il 3 aprile) vengono caricate su un camion della miniera che su ordine del capitano Max Vogrin viene mandato a fare uno shock-tour per mostrare i cadaveri alla popolazione “per un richiamo e un monito ufficiale alla popolazione locale tra cui si nascondevano da sempre i partigiani” (pag.162).
Il tour comincia a Plezzo dopodiché il camion si reca a Bretto di Sotto per lo stesso motivo. Successivamente il camion sostò brevemente davanti alla chiesa per poi proseguire verso l’officina meccanica dell’autista del camion (Attilio Cumini), con una pompa dell’acqua ripulì alla meglio le salme. Svolta questa operazione il camion proseguì in direzione di Tarvisio per scaricare i cadaveri nel campo scelto per la sepoltura (che avrebbe “inaugurato” il nuovo cimitero) ma ad operazione già iniziata giunse dai tedeschi l’ordine di portare le salme in piazza anche a Tarvisio e a Cave. Il testo riporta le testimonianze con nome e cognome di numerose persone che all’epoca assistettero al macabro spettacolo (vedi sotto).
I tedeschi appesero sugli alberi della piazza e davanti al municipio manifesti antipartigiani con foto dei macabri dettagli dei corpi martoriati, che furono osservati da numerose persone incuriosite (pag.219), non solo nel tarvisiano, ma in tutto il Friuli (pag.175) e tutti i giornali pubblicarono a ripetizione articoli con foto e particolari agghiaccianti (pag.175).
(i tedeschi stavano) “[…] tirando l’acqua al proprio mulino, cercando di convincere i dubbiosi sulla bontà e sulla necessità di continuare nella loro alleanza per far quadrato comune contro la crudeltà dei partigiani, alleati degli anglo-americani” (pag.173)
“Dalle foto e dalla osservazione diretta dei cadaveri, tutti si erano convinti, pur senza prove dirette, che i carabinieri erano stati barbaramente massacrati coi picconi, pale e spranghe” (pag.219 – grassetto mio)
Il 4 aprile 1944 viene tenuta una cerimonia funebre che si protrasse quasi fino a sera cui partecipano paesani e militi nazifascisti. I nazisti perseverarono nell’utilizzo mediatico dei corpi martoriati per convincere la popolazione dell’inaffidabilità degli slavi e favorire una maggior collaborazione della popolazione (pag.175). Russo riporta tre dei testi che circolarono allora:
Articolo giornalistico dell’aprile 1944” di cui non é specificata né la testata né la data né la firma:
L’opera dei “Liberatori” nella vera luce Metodi comunisti per la conquista del mondo. Questi terrificanti documenti fotografici non richiedono commenti. Sono sufficienti pochi particolari su questa spaventosa strage. Sono i resti mortali di dodici carabinieri, vittime del bestiale odio assassino di una banda di banditi bolscevichi. Le vittime sono state martirizzate il 23 marzo u.s. nelle vicinanze di Cave del Predil. Le vittime denudate sono state poi uccise bestialmente a colpi di piccone. Ecco i sistemi degli alleati dei “liberatori”! Caduta la pelle d’agnello con la quale il lupo bolscevico cerca di ammantarsi, ci appare con quali mezzi e sistemi, che giungono fino all’assassinio consumato nel modo più bestiale, s’intendano realizzare le grandi promesse del comunismo: lavoro, pane e pace. Tutti coloro che si ostinano ancora a credere in un comunismo migliore di quello che finora ha macchiato il mondo di sangue, hanno qui un ulteriore esempio da meditare: questo è il vero comunismo, questi sono i sistemi del bolscevismo bestiale, questi gli alleati di coloro che si dichiarano liberatori del mondo, questi i metodi dei senza Dio. E chi non vuoI sentire e non vuoI capire insulta con la sua incredulità e la sua incoscienza la memoria di migliaia e migliaia di martirizzati dal mostro rosso, mai sazio di sangue. L’altra mattina sono state tributate a Tarvisio, solenni e commoventi onoranze alle salme dei dodici militi, caduti nell’adempi- mento del loro dovere. I dodici feretri erano scortati da reparti armati italiani e tedeschi; corone di fiori freschi avevano inviato il Comando Militare di Tarvisio e quello di Udine, il Comune di Tarvisio, vari Comandi della C.N.E., compreso quello del Gruppo di Udine, diversi enti e civili. Dopo impartita l’assoluzione in Chiesa, le salme sono state accompagnate al cimitero ed ivi pietosamente tumulate, nel mentre una triplice salve di fuciliera – sparata da un reparto tedesco – salutava i caduti rendendo onore alla loro memoria.
Articolo del Gazzettino di Padova del 7 Aprile 1944
Volantino fascista pubblicato in varie zone del Friuli (pag.181):
“FRIULANI”: Con cinismo diabolico, con atrocità che può scaturire soltanto da cervelli asiatici, i prezzolati dei bolscevichi e del “liberatori” hanno commesso ai confini della nostra Provincia, il 23 marzo u.s. un’al- tra afferrata strage, martirizzando e massacrando dodici carabinieri. Questi martiri del dovere, colpevoli solo di compierlo con dedizione al servizio della Patria, vennero trascinati sulla montagna, denudati, torturati nel modo più atroce ed infine uccisi a colpi di piccone. Crivellate di ferite orribili (a taluni vennero perfino strappati gli occhi), le povere vittime con le gambe legate con fili di ferro, vennero trascinate lontano dal luogo del delitto, gettate in un burrone e coperte di neve. Lavoro, pane, pace è la bella menzogna promessa dai cosiddetti “liberatori”. Ma gli atti di bestiale violenza testimoniano che anch’essi sono pari ai bolscevichi nel sadismo e nella crudeltà. Questi fatti esecrandi non aprono gli occhi anche a voi che finora avete creduto ciecamente alle parole malate dei bolscevichi? Per voi che in buona, ma anche spesso in mala fede, sperate ostinatamente in un comunismo migliore di quello che finora, travestito da agnello, ha macchiato il mondo di sangue, sia questo un monito che apra gli occhi e illumini le coscienze. Questo è il vero bolscevismo, questi sono gli alleati degli angloamericani, che dopo aver invaso parte della Patria, dopo averla inumanamente devastata, consegnano ancora i nostri bambini alla Russia comunista, perché colà, secondo l’educazione bolscevica, se ne facciano altrettanti bestiali rinnegatori di Dio, quali essi sono. Questi sono i metodi con i quali i comunisti si sono prefissi di conquistare il mondo. Vorremmo noi italiani assistere alla rovina completa, non solo materiale ma anche morale e spirituale della nostra Patria, paese di antica civiltà della storia gloriosa, senza opporci con tutte le nostre forze a tale tremenda eventualità, in modo da far sì che, in tante immeritate disgrazie che ci hanno colpito, almeno le nostre più sacre tradizioni culturali, religiose e dello spirito siano salve?
E’del tutto evidente che la versione diffusa dai quotidiani e dal volantino di propaganda é ESATTAMENTE quella adottata da Russo.
5.06 C.S.I. TARVISIO
Da quanto riporta il testo non sembra vi fu un’analisi dei corpi e delle mutilazioni, tuttavia:
“Dalle foto e dalla osservazione diretta dei cadaveri, tutti si erano convinti, pur senza prove dirette, che i carabinieri erano stati barbaramente massacrati coi picconi, pale e spranghe” (pag.219 – grassetto mio)
Le numerose testimonianze degli italiani che parteciparono al recupero delle salme o assistettero allo shock-tour dei cadaveri sono sostanzialmente concordi nella descrizione dei particolari più impressionanti delle mutilazioni subite, anche se in alcuni casi non é chiaro se i testi citati da Russo raccontino ciò che hanno visto di persona o ciò che veniva raccontato in paese. Al solito vien dato ampio spazio alle emozioni si orrore e sgomento provato da questi testimoni che all’epoca erano perlopiù bambini.
semidenudati (pag.167)
quasi tutti nudi (pag.167)
qualcuno aveva come stracci addosso (pag.167)
nudi, con addosso alcuni stracci (pag.199)
le salme erano livide (pag.168)
diversi buchi sulla fronte, sul petto, sul collo (pag.167, 173)
un chiaro colpo d’arma da fuoco sulla spalla di uno dei cadaveri (pag.167)
si vedevano i segni dei chiodi degli scarponi (pag.168)
segni dei chiodi delle scarpe ben evidenti in faccia (pag 199)
qualcuno aveva la bocca come cucita con fil di ferro (pag.168)
qualcuno aveva filo spinato attorcigliato attorno ai piedi (pag.167)
qualcuno aveva filo spinato attorcigliato attorno al collo stretto sulla bocca (pag.167)
qualcuno aveva il fil di ferro che stringeva la bocca (pag.199)
qualcuno era senza occhi
qualcuno forse non aveva più gli occhi (pag.168)
i testicoli in bocca (pag.199)
i genitali “congelati” in fronte (pag.199)
genitali strappati (pag.173)
qualcuno aveva il petto squarciato (pag 199)
qualcuno aveva le braccia distorte (pag. 199)
Maggiormente interessanti sono le testimonianze dei recuperanti riguardo i corpi:
NINO MAFEZZINI: Mucchio informe di corpi straziati e seminudi sotto un grande sasso / solo un segno d’arma da fuoco su uno dei corpi / corpi accatastati gli uni sugli altri, di cui quello maggiormente deturpato era in cima, il quale presentava ancora fil di ferro ai piedi / talmente malridotti da risultar difficile distinguere l’uno dall’altro / sangue indurito un po ovunque. Vien da chiedersi in una situazione tale come sia possibile comprendere semplicemente a vista se i corpi presentassero ANCHE ferite d’arma da fuoco.
VIGJ VENTURINI: Corpi accatastati sotto un grande sasso / corpi congelati / pochi stracci inzuppati di sangue addosso / evidenti segni di picconate in tutto il corpo e sul viso / cuore fracassato / occhi sventrati / testicoli strappati / fili di ferro alle caviglie e sulla bocca / maciullati e irriconoscibili / alcuni avevano gambe distorte, facilmente spezzate, contorte e poi congelate / corpi violacei con grosse chiazze giallastre
E le testimonianze dei recuperanti sulle condizioni della malga:
NINO MAFEZZINI: pareti e soffitto del casolare macchiati di sangue / sul soffitto materia cerebrale / sul pavimento un solo piccone senza manico vicino a pezzi di legno macchiati di sangue / segni di trascinamento dalla malga al sasso sulla neve (pag.158)
VIGJ VENTURINI: sangue dappertutto nella malga, sia su pareti che soffitto e travi / alcuni picconi sporchi di sangue, pale e pezzi di legno /
Anche qui sorge qualche perplessità: com’è possibile sperare di poter comprendere a vista se su corpi violacei e giallastri induriti dal freddo, segnati da diverse mutilazioni, amputazioni, segni di scarpate, colpi di piccone, filo spinato, graffi da trascinamento, sangue rappreso (e, a questo punto di decomposizione si può supporre anche la fuoriuscita di liquidi corporali dagli orifizi) ci fossero anche fori di proiettile?
INSERTO MEDICO: Nel momento della morte iniziano i un processi chimici di decomposizione che dopo un iniziale rilassamento del corpo portano invece all’irrigidimento muscolare noto come rigor mortis. Lo stato di rigidità si esaurisce dopo un certo lasso di tempo a causa dell’accelerato decadimento cellulare. Vari fattori influiscono sulla durata dei tali processi, in primo luogo la temperatura: sead una temperatura di 20-25°C la rigidezza dura circa 24-36 ore, a basse temperature il processo può invecedurare diversi giornifino addirittura a fermarsi e bloccare la decomposizione in caso di congelamento e/o assenza d’aria.
Durante il processo di decomposizione uno dei segni più visibili é il cambiamento di colore dell’epidermide, che passa da un iniziale biancore al verde, dopodiché al giallo, fino a giungere al rosso-violaceo ed infine al nero. Come già detto, a seconda delle condizioni e della temperatura cui si trova il corpo, anche queste variazioni di colore possono verificarsi con tempistiche e durate molto diverse. Invece nel caso di cadaveri lasciati immediatamente congelare si passa direttamente da un iniziale bianco bluaceo ad un grigio-giallognolo.
Il colore dei cadaveri dei dodici, descritti dal Venturini come“violacei con grosse chiazze giallastre” (pag.160) indicherebbe (é una mia speculazione) che il decesso risalisse effettivamente a diversi giorni prima e che la temperatura esterna, almeno fino a quel momento era abbastanza bassa da rallentare il processo di decomposizione ma non abbastanza da interromperlo (ossia: faceva freddo ma non tanto da congelare i corpi), forse perché i corpi restarono all’interno della malga o forse perché le giornate immediatamente dopo l’uccisione non furono eccessivamente fredde ed i corpi furono esposti al sole. In effetti l’inverno 1943/1944 risultò forse quello più mite del decennio ’40 tanto che a febbraio si registrò un insolito aumento delle temperature (fonte: utenti di MeteoNetwork), ma bisogna fare queste valutazioni con cautela in quanto la posizione di malga Bala (a quota superiore ai 1100 metri e dunque soggetta a possibili fenomeni d’inversione termica e sita nel bel mezzo di una valle chiusa in cui i depositi nevosi possono divenire molto voluminosi) non permette di determinare le condizioni meteo del luogo semplicemente da una media delle zone circostanti.
I cadaveri erano dunque “congelati” da diversi giorni, in stato di rigor mortis rallentato dal freddo o si erano “congelati” dopo il 30 marzo, ossia dopo il primo ritrovamento dei corpi? Russo c’informa di “bufere improvvise e violente” tra il 31 marzo ed il 1 aprile (pag.162) che rallentarono le operazioni di recupero ma non segnala nessun caso in cui il maltempo rallentò le ricerche a tappeto nei giorni precedenti. E’ forse lecito chiedersi se i cadaveri non furono invece lasciati all’interno della malga, dove il processo di decomposizione risentiva meno delle temperature esterne, oppure esposti sotto il sole di una fine marzo relativamente mite per poi essere trascinati sotto la roccia grande il 30-31 marzo e congelare durante la bufera immediatamente successiva?
INSERTO BALISTICO Non sapendo che armi avesse a disposizione il gruppo che sequestrò i dodici si può solo fare qualche congettura generica: solitamente i partigiani non avevano una grande disponibilità d’armi e perlopiù utilizzavano quelle che riuscivano a rubare ai fascisti. Il fucile più diffuso era il Carcano Mod. 91, che utilizzava diversi calibri e munizioni, su cui spiccava il modello 91/38 (Mod.91 Cal. 6,5) che montava le6,5 x 52mm Mannlicher-Carcano, mentre le pistole più comuni era le semiautomaticheBeretta M34 e M35che utilizzavano proiettili 7,65mm Browning.
Le ferite provocate con questi tipi d’armamento possono essere molto diverse, a seconda che si spari un colpo a distanza con fucile,
Ma i casi più comuni sono simili a questo colpi da distanza intermedia (inferiore a 50 cm) che imprimono sulla pelle il tatuaggio della polvere da sparo:
(Fonte: Di Maio, Gunshot Wounds 2nd edition)
Questo tipo di ferite però a volte può essere confuso con altri tipi di lesioni come ad esempio microemmorraggie sottocutanee o morsi d’insetto:
(Fonte: Di Maio, Gunshot Wounds 2nd edition)
Perché faccio questo appunto su microemmorraggie ed insetti? Beh, a causa di una nota che Russo fa a pag.146 quando narra di Perpignano che, mentre é appeso al testa un giù ad una trave dentro la malga:
“[…] perfino delle formiche affamate, attratte sangue, avevano cominciato a salirgli tra i capelli. I loro morsi saranno poi accertati sulla pelle del povero martire giorni e giorni dopo quell’efferato avvenimento!”
Questa nota merita già un’immediato approfondimento anticipando qualcosa dal capitolo sulle torture: innanzitutto vien da chiedersi che razza di formiche girino in inverno sulle montagne innevate del tarvisiano con un’aggressività tale da farle attaccare un uomo ancora vivo perché attratte dal suo sangue. Ma anche ammesso che una colonia di temibili formiche vampiro del Madagascar si fosse stabilita in Bausiza, da dove ottiene quest’informazione il Russo? Non certo dal Gajger o da Bepi Flajs, né da Hrovat o da Srecko che di formiche non ne parlano affatto. Nemmeno i numerosi intervistati che assistettero allo shock-tour ne parlano (vedi sotto)! Forse non erano formiche ma mosche (a marzo)? O altri insetti insolitamente invernali? A pag.146 si afferma che i corpi vennero esaminati dal medico Francesco Ferrante di Tarvisio e che fu lui a stabilire che solo un “carabiniere” presentava una ferita d’arma da fuoco alla spalla, il che lascia intendere che forse fu sempre lui a stabilire che quei segni fossero morsi di formica:
“I loro morsi saranno poi accertati sulla pelle del povero martire giorni e giorni dopo quell’efferato avvenimento!” (pag.146)
Fu Ferrante a stabilire che si trattassero di morsi di formica? E chi é questo signor Ferrante? Era un fedele servitore dei nazisti? O un buon uomo obbligato a sottostare alle loro imposizioni? Un medico imparziale ed esperto in ferite d’arma da fuoco? Un medico di base che perlopiù curava piccoli malanni? Russo ha in mano la relazione del Ferrante? Come sa che fu questo Ferrante a compiere le osservazioni ed a quali conclusioni giunse? Nulla di tutto ciò é dato sapere: queste domande, nel testo, non vengono nemmeno affrontate! Però da pag.71 a pag.74 Russo ci tiene ad informarci approfonditamente riguardo ad una cena dei “carabinieri” a base di coniglio che però, forse, era gatto.
Quei “morsi di formica” erano forse punture d’insetto avvenute post-mortem o tatuaggi d’arma da fuoco? Non possiamo saperlo, ma certo l’aver evocato un poco probabile assalto di formiche appare sospetto, specie perché fatto in un testo che nega un tipo d’uccisione (con armi da fuoco) caratterizzato proprio dal poter lasciare segni confondibili con morsi d’insetto.
Ricapitolando: lo stato dei corpi ci viene riferito da ex militi della GNR all’epoca di circa vent’anni e che, a quanto ne sappiamo, privi di reale esperienza di guerra e contatto con cadaveri o ferite da arma da fuoco. Altre testimonianze sui corpi giungono da coloro che assistettero, perlopiù giovanissimi, allo shock-tour e dalle osservazioni (non riportate direttamente) fatto da un medico di cui non vien detto nulla. Ma se i cadaveri furono davvero esaminati che bisogno ha Russo di specificare a pag.219 che “[…] tutti si erano convinti, pur senza prove dirette, che i carabinieri erano stati barbaramente massacrati coi picconi, pale e spranghe”?
In ogni caso con dei corpi tanto malmessi sembra abbastanza facile che militi inesperti e civili si siano limitati a notare gli aspetti più vistosi delle ferite interpretandole grossolanamente poiché privi d’esperienza a riguardo.
5.07 LE CHIACCHERE DEL PAESE
Forse il capitolo più divertente del libro é quello relativo alla raccolta di testimonianze sparse di testimoni indiretti. É una raccolta di chiacchere di paese, note di colore, informazioni secondarie e, raramente qualche notizia potenzialmente utile su cui però Russo non si sofferma. In molti casi si tratta semplicemente di testimonianze di chi vide i corpi recuperati e portati dai tedeschi nei vari paesi affinché la popolazione locale si convincesse della brutalità dei partigiani; testimonianze che Russo riporta come a voler confermare la propria versione dei fatti procedendo per accumulo di conferme indirette senza mai tener conto di quanto da lui stesso scritto a pag.219, ossia che “tutti si erano convinti, pur senza prove dirette, che i carabinieri erano stati barbaramente massacrati coi picconi, pale e spranghe”. Le dichiarazioni sono perlopiù accomunate dal fatto che gli intervistati parlano dei partigiani come belve selvatiche, della paura di parlare di questi fatti e v’è a volte una descrizione amichevole che Russo fa delle donne che confermano la sua tesi:
LEOPOLD KOMAC
Operaio (?) della miniera di Cave. Dice che tutti sapevano, che conosceva tutti quei carabinieri e che in miniera la gente non parlava “per paura gli uni degli altri” (quindi non tutti in miniera erano antipartigiani) e che erano tutti impauriti dai partigiani.
GIOVANNI VUERICH
Operaio delle miniere compagno di lavoro di Tona Flajs, marito di Myza Komac. Dice che all’inizio tutti dicessero fossero stati i tedeschi a massacrare coi picconi i carabinieri, tra cui due-tre suoi compagni di lavoro che avevano fatto parte di quel gruppo di partigiani.
VITTORIA FOCHESATO “nonnina gentile, alla mano, vivace e con una memoria di ferro, come si sul dire, molto schietta e di poche parole”
Nipote di uno dei contadini anonimi della Bausiza che assistettero agli eventi inveisce contro Socian, dice che non é vero che siano stati i tedeschi, che tutti sanno come siano andate le cose per davvero, che Gajger all’inizio si vantava di aver partecipato ai fatti ma poi ha cominciato a smettere per paura di ritorsioni. Aggiunge che a guerra finita alcuni di quei partigiani (i nomi non vengono fatti) sarebbe partito per il Belgio NELLA SPERANZA DI DIMENTICARE (ma come faccia ad affermare che la motivazione non fu la stessa motivazione economica che negli stessi anni spinse migliaia di italiani ad andarsene in Belgio non é dato sapere). Interessante notare che ci venga fornito il nome della nipote ma non del contadino: eppure se ci fosse paura della “vendetta dei partigiani” l’aver nominato la nipote permetterebbe molto facilmente agli ultrasettuagenari ex combattenti del posto capire chi sia lo zio della Signora Fochesato.
FRANCESCO MRAKIC
Operaio della miniera di Cave dice che tutti sapevano delle atrocità partigiane e se ne vergognavano. Dalla sua testimonianza ci sembra di capire che sia stato “obbligato da Socian” ad entrare nella sua brigata partigiana, ma il testo non fornisce alcun dettaglio.
BEPI CUDER
Operaio della miniera di Cave inveisce contro Socian che ha iniziato a disprezzare dopo i fatti del 23 marzo e che suo nipote, Karlo Cuder faceva parte di quel gruppo
ANDREA CERNUTA
(Non viene specificato nulla di questo testimone se non che é di Bretto). Dice che tutti sapevano
SIGNORA CUMINI
Moglie di un figlio dell’autista Attilio Cumini che trasportò le salme col camioncino. Dice che tutti sapevano.
ANGELA NOVAK “dalla voce dolce e delicata”
In diverse famiglie, tra cui la sua, si diceva “Siete dei Socian” ai figli indisciplinati
SIGNORA MUSINA E MARITO TONA MARKA
Dopo i fatti del 23 marzo tutti avevano paura di subire un’altra ritorsione nazifascista.
PARROCO SLAVKO CERNIGOJ
Dice che Socian si credeva un piccolo dio.
ADA PELLIZZARI “una gentile, sensibile, amorevole signora”
Testimonia che suo fratello Osvaldo Pellizzari, su cui si vocifera facesse parte del gruppo di partigiani di Socian, combatté invece con le forze di Mussolini contro in Francia e Grecia-Albania, dove rimase prigioniero fino a dopo la fine del conflitto.
Aggiunge che nella sua famiglia c’era un partigiano: Vladimir Cernuta (ma non é chiaro se facesse parte del gruppo di Socian e se si, da quando). Infine ricorda la scena orribile dei cadaveri dei militi della GNR esposti.
ANGELA (ANNA) POHAR KLAVORA ED IL MARITO TONA VALAS
Dicono che tutti sapevano e testimoniano lo stato dei corpi mostrati nello shock-tour e dice che Perpignano frequentava la signora Ida Manganella (che siano la “Iva” figlia di “Anna” parente di Myza Komac di cui Russo parla a pag.17?)
ANNA STRUKELJI “una signora dolce e sofferta che dalla distruzione di Bretto, il suo paese di origine, cioè da quell’l1 ottobre 1943, non ha più avuto -un giorno di sole nella sua vita-”
Operaia della miniera dice che non si faceva che piangere per i danni causati dai partigiani. Che ha visto i cadaveri deturpati portati in esposizione dai nazifascisti
NINO MANGANELLA
Nipote di uno degli operai della centrale. Pensa che tutta la storia fu una bravata mele organizzata che portò vergogna ai partigiani sloveni.
SIGNOR SULIGOI
Studioso di Plezzo. Commenta gli avvenimenti dicendo che a suo avviso questa vicenda fu una “papera” (sic) e che il movimento ufficiale dei partigiani (Ma di che “movimento” parli non é chiaro: il NOV i POJ? Cosa intende con quell’ -ufficiale-?)
DON RUPNIK
Parroco di Caporetto dice che qualcuno gli dichiarò che i militi della GNR avevano “avuto quello che si meritavano” ma molta più gente invece era indignata della vicenda.
SANDI SOSIC
Dice che Socian agiva a nord di Plezzo e Srecko a sud ma si riunivano solo per le azioni più importanti, mentre il capo brigata era Ursic
FLORIANO SOSIC E L’AMICO DINO ZANGRANDI
Dicono che Socian era terribile, che i partigiani non ce l’avevano con l’Italia ma contro i fascisti, che in malga Bala non poterono sparare per non essere sentiti dai fascisti (ma a pag.146 Russo non parlava di un colpo di revolver?). Ah, dicono anche che tutti sapevano.
FERDINANDO KRAVANJA
Classe 1927. Ex partigiano sloveno compagno di Socian (ma solo verso il termine del conflitto: non all’epoca dei fatti, anche se a Tarvisio si vocifera diversamente) dice che “Socian, non solo con la storia dei carabinieri, ma anche e soprattutto con quella, ha fatto molto male alla causa slovena!”. La dichiarazione può apparire interessante in quanto chi parla é un ex partigiano, tuttavia bisogna tener conto che si tratta sempre dell’opinione di qualcuno che non ha assistito ai fatti (all’epoca aveva diciassette anni e non sappiamo cosa facesse) che potrebbe benissimo essersi convinto della bontà della versione propagandata dai nazifascisti. Aggiunge inoltre che tra i partigiani di Socian vi era anche tal Cirillo Kaska di Cave (oramai deceduto) ma che anche questi vi entrò solo verso la fine del conflitto.
ANGELA (DELLA MEA?) E LA MADRE AMELIA DELLA MEA Dicono che si aveva paura dei partigiani e testimoniano lo stato dei corpi visti allo shock-tour
MARIA SULIN “vecchietta arzilla e gentilissima, piena di vita e senza mezzi termini”
Impiegata comunale che il 10 ottobre 1943 si trovava sul camion dei tedeschi che venne assaltato dai partigiani (e che faceva sul camion pieno di nazisti? era forse una loro collaboratrice?). Dice di essere informata sui fatti perché ha lavorato molti anni in comune. (???)
L’elenco di testimoni più corposo e completo del libro (hanno tutti un nome e di molti vien specificato pure dove risiedono) é quello di coloro che testimoniano chiacchere del paese, opinioni personali e poco altro, tutti accusanti i partigiani nonostante “la versione più divulgata e accreditata sosteneva che i carabinieri rinvenuti congelati e orribilmente deturpati in malga Bala fossero stati uccisi dai tedeschi” (p.185). Il sospetto che questo lungo e corposo elenco sia stato inserito nel testo solo per controbilanciare la magrezza delle prove (aneddotica e card-stacking) a favore della versione sostenuta può farsi facilmente certezza.
5.08 TESTIMONI IN FAMIGLIA
Oltre a molti testimoni che partecipano alle interviste con un coniuge/amico/parente con cui condividono le opinioni siamo forse di fronte ad una possibile rete di testimoni vicinissimi fra loro:
Myza Komac Flajs della Bausiza é sposata a Toni Flajs e ha una nipote di Cave chiamata Iva cui é imparentata per via della madre di Iva, Anna. Myza é forse pure parente del testimone Leopold Komac.
Toni Flajs, che si suppone viva in Bausiza con la moglie Myza Komac Flajs, non é forse parente di Bepi Flajs, anch’egli della Bausiza (località di neanche 20 case)? Che siano fratelli o primi cugini?
La signora Iva (pag.17) é forse Iva Manganella moglie del testimone Nino Manganella
Anna (pag.17), figlia di Iva, potrebbe essere Anna Strukelj o, meno probabilmente Anna Pohar Klavora
Ferdinando Kravanja é forse parente di Lojs Kravanja (Gajger)?
Di certo Lojs Kravanja (Gajger) é sposato con Mafalda, di Uccea ed ha una sorella di nome Myza (pag.148).
Komac Giovanni é parente di Myza Komac Flajs?
E’abbastanza comune che in comunità non particolarmente ampie s’incontrano nomi simili e persone strettamente imparentate, per cui ciò NON dovrebbe costituire un elemento a sfavore delle testimonianze. Ciò che invece fa sorgere dei dubbi é il fatto che in un testo in cui é già evidente lo spostamento dell’attenzione (tipo i militi della GNR che vengono chiamati sempre “carabinieri” ed i nazisti ridotti banalmente in “tedeschi”), si citino alcune persone solo per nome oppure persone dallo stesso cognome oppure col nome da nubile e poi da sposata e che abitano praticamente una a ridosso dell’altra evitando ogni chiarimento su chi siano e che relazione intercorra (o non intercorra) fra loro. Tutti questi nomi che ritornano meriterebbero un minimo di chiarimento, soprattutto a causa delle numerose altre incongruenze del libro. Tanta imprecisione grossolana fa sorgere il sospetto che si voglia celare la vicinanza dei vari testimoni per farli apparire maggiormente slegati ed indipendenti gli uni dagli altri.
Se così fosse avremmo ben nove testimoni (in particolare il trio Gajger, Bepi Flajs e Myza Komac) imparentati e/o perlomeno vicinissimi tra loro. Chi sono le “Ida e Anna” di pag. 17? Ferdinando Kravanja é forse il fratello di Lojs Kravanja? Gajger e Bepi Flajs sono cugini o amici per la pelle fin da giovani? Che questa Myza sia Myza Kravanja sposata in prime nozze Komac ed in seconde nozze Flajs? Dubbi che sorgono a causa dell’ambiguità del testo.
5.09 IL SILENZIO PARTIGIANO
Nel discendere da malga Bala, uno dei 21 partigiani, con la scusa di un bisogno corporale fugge (pag.183). Non sappiamo da dove sia giunta quest’informazione, né chi fosse quest’uomo, né che posizioni umane e politiche avesse né dove sia andato né perché (potrebbe essere colui che informò i nazisti? E’un’ipotesi che nel libro non viene nemmeno presa in considerazione) ma sappiamo che a Russo questa semplice informazione basta per considerarla dimostrazione di dissidi interni su quanto avvenne in malga.
I partigiani dunque si disperdono in più gruppetti e tornano autonomi (pag.183)
Russo scrive che l’azione di malga Bala, a differenza di altre non viene “osannata, pubblicizzata, ampliata e glorificata” come le precedenti ma venne fatta cadere velocemente nel dimenticatoio (pag.183) nonostante l’azione fu volutamente violenta e impressionante proprio perché gli italiani ricordassero per sempre quella data (pag.121). E su questa stranezza ho già detto.
5.10 LA NON-REAZIONE DEI NAZIFASCISTI
Socian era ricercato ma “solo sulla carta” poiché “nessuno effettivamente faceva qualcosa per sorprenderlo o arrestarlo, né i carabinieri, né i militi della Milizia, né i finanzieri e neppure gli alpini del Tagliamento; tanto meno i soldati tedeschi […]”. Non v’é nessuna azione, nessuna rappresaglia contro la popolazione, niente di niente. La stessa popolazione si aspettava una “vendetta tedesca” (pag.187) con una rappresaglia come quella di Bretto dell’ottobre precedente (che seguì l’uccisione di tre soli nazisti), ma ciò non accade. L’azione che i nazifascisti effettivamente compirono contro i partigiani fu fare propaganda antipartigiana con le foto dei corpi dei dodici. Nei giorni in cui vennero effettuate le ricerche l’unica cosa che fecero i “tedeschi” fu mettere a soqquadro case e fienili (pag.162), ma non effettuarono alcuna esecuzione “d’esempio”. Perché?
L’ipotesi più probabile a mio avviso é che avendo già tirato molto la corda con la strage di ottobre e consci che un’ulteriore azione del genere avrebbe minato eccessivamente i rapporti con la comunità locale, i nazisti preferirono stavolta volgere la paura della popolazione non verso sé stessi bensì verso quei partigiani che godevano dell’appoggio locale (se la popolazione fosse stata davvero compatta nel condannare i partigiani non sarebbe stato necessario spingere con così tanta forza la propaganda). Ne deriva che i corpi massacrati, nelle mani dei nazisti furono un potentissimo strumento mediatico. Non solo: maggiori erano le mutilazioni e maggiore era la loro forza mediatica.
5.11 LO STUPORE DEI PARTIGIANI
5.12 POSTUMI PARTIGIANI
Russo scrive che dopo l’azione di malga Bala i partigiani si resero conto di averla fatta grossa con quell’esecuzione che “doveva essere terribile e tremenda” per “servire da monito a tutti gli altri” (pag.121) e fu “preparat(a) minuziosamente” (pag.104) per far “morire in maniera atroce” dei carabinieri “a nome di tutti gli italiani”, ma al tempo stesso scrive pure che il fatto che fosse tanto violenta é indice che qualcosa era stato “fatto sfuggire di mano” (pag.187).
L’esecuzione volutamente atroce preparata minuziosamente risultò, dice, oltraggiosa per l’immagine del partigiano comunista sloveno e per il nascente comunismo di Tito (pag.187). Per questo i partigiani di Socian subirono un sommario processo in cui alcuni vennero degradati e Socian “vedrà interrotto e per qualche tempo compromesso il proprio prestigio e il proprio potere” “ma dopo riuscì a riabilitarsi quasi del tutto” (pag.187).
Anche qui ripeto quanto sia strana l’ipotesi di Russo di un piano studiato a tavolino per essere un monito esemplare MA al tempo stesso che “sfuggì di mano”.
Dopodiché Russo elenca alcuni eventi ed azioni che riguardarono i partigiani del gruppo di Socian nelle settimane e mesi successivi, commentando che le azioni si intensificarono anche per far dimenticare gli eventi della Bala:
Due partigiani vennero uccisi nel bar “Golobar”
Russo scrive che seminarono “terrore e morte” nel territorio che va da Saga a Caporetto, dalla resina alla Raccolana, da Plezzo a Lepena, da Sonzia a Oltresonzia fino alla val Natisene, ma non specifica nemmeno un caso in cui dei civili furono uccisi o fatti terrorizzare.
Compirono diversi tentativi di sabotaggio alla linea telefonica che passa da Plezzo e collega Roma a Vienna e Berlino
Compirono un violento attacco al forte della chiusa provocando numerosi morti e feriti.
I nazisti, inseguendo i partigiani, grazie al tradimento di un “attivista” di Pluzna, uccisero Svonko assieme a due ragazze adolescenti che appartenevano al gruppo di Socian
Silvio Gianfrante riuscì a circondare quattro fortini in mano agli italiani, facendo oltre cento prigionieri che però liberò subito (pag.214 qui nessun commento da parte di Russo)
Socian attentò più volte alla miniera
Grazie alla collaborazione dell’operaio Krast, i partigiani di Socian raggiunsero il 15° livello sotterraneo della miniera, catturarono il guardiano Pietro Favaretto “costringendolo al silenzio” (non é chiaro se intenda dire che fu semplicemente minacciato o é un’eufemismo per intendere che fu ucciso) e dopo aver sistemato delle cariche si diedero alla fuga. Le esplosioni fecero scuotere l’intero abitato di Cave ed allagarono tutti i livelli inferiori della miniera, che restarono impraticabili per oltre un anno.
Socian, assieme ad altri 32 partigiani (ossia in 33, come gli anni di Cristo) tentarono un’operazione in Austria che però andò male (Russo commenta che “quei tedeschi erano più preparati di quelli operanti tra Plezzo e Cave” e che i partigiani dovettero fuggire precipitevolissimevolmente)
Nonostante il testo riporti costantemente che i partigiani terrorizzassero la popolazione con continue azioni violente contro la comunità, le uniche azioni che il testo documenta sono operazioni di sabotaggio e guerriglia
Infine Russo sostiene che Ursic fu “isolato, abbandonato e tradito dai suoi stessi uomini solo perché si era fatto sfuggire di mano l’azione della Bala” (pag.187). Pure in questo caso si tratta di un’affermazione che non ha né fonte né spiegazione al di fuori dei pensieri di Russo.
5.13 PRIMO DOPOGUERRA E DIMENTICATOIO
INSERTO STORICO Al termine del conflitto l’Italia si ritrovava divisa e distrutta, lo scenario internazionale era cambiato drasticamente dall’inizio della guerra e gli sforzi per rimettere in sesto le infrastrutture convivevano con tensioni politiche, economiche e sociali ancora altissime. Si iniziò a discutere seriamente del nuovo assetto istituzionale (monarchia o repubblica), i diversi gruppi partigiani continuavano ad esistere nei rispettivi partiti di riferimento. Il confine orientale si ritrovava in una situazione ambigua, contesa fra Italia e Jugoslavia in una lotta di confine che, per interessi strategici, si estendeva fino a Stati Uniti e Russia.
Nel settembre 1943, con la caduta del fascismo, nelle zone del confine orientale che venivano liberate si assistette al periodo delle “foibe istriane“: una serie di linciaggi ed esecuzioni anche molto violenti che si verificarono nell’arco di venti giorni a causa di un momentaneo vuoto di potere causato dall’Armistizio di Cassibile in cui la rabbia della popolazione locale nei confronti degli occupanti fascisti esplose in maniera tanto caotica da esser difficilmente contenuta dal controllo partigiano che riuscì a stento
“[…] a imporre parvenze di processi e disciplina a quella che fu più che altro l’esplosione della rabbia popolare covata in un ventennio di violenze, portate poi al parossismo con l’invasione della Jugoslavia. Questa situazione si tradusse in veri e propri linciaggi, condotti in taluni casi da criminali comuni infiltrati, alcuni dei quali furono poi identificati e condannati a morte dalla stessa giustizia partigiana” (fonte)
Gli episodi di vendetta anche nazionalistica portarono all’uccisione di 200-500 (max 700) tra fascisti e collaborazionisti jugoslavi, cui seguì uno strascico di condanne a morte di alcuni dei colpevoli da parte della giustizia partigiana ed una prima ondata di fughe verso l’Italia di fascisti che temevano di finire in mano degli jugoslavi. A questa prima ondata di fughe, che dopo aver raggiunto l’apice nel 1944 si protrasse fino al termine del conflitto, seguirono altre ondate questa volta composte perlopiù da civili: si trattò in alcuni casi di sfollamenti dovuti ai bombardamenti angloamericani, emigrazioni volontarie dovute dal non voler vivere in terre ora governate da comunisti o dall’aver perso il possesso di beni e terreni ricevuti dal governo fascista che dopo averle strappate alla popolazione slava li aveva ridistribuiti a famiglie italiane e che ora ritornavano in mani jugoslave.
Al termine del conflitto, esattamente come avvenne in diverse parti d’Europa, seguì un periodo di rivalse anche omicide su coloro che in qualche maniera collaborarono coi regimi nazifascisti. Nuovamente la rabbia popolare si riversò in maniera disordinata colpendo il nazifascista “che la farebbe franca”, la spia vera o presunta, il funzionario che permise il mantenimento del regime, l’amante di un soldato tedesco, l’insegnante ed il postino. In tutto ciò s’inserirono ovviamente anche questioni personali che non avevano a che fare direttamente con il conflitto.
Giustizia sommaria, umiliazioni pubbliche, soprusi, percosse, e stupri a danno di donne tedesche si verificheranno un po in tutte le zone colpite da occupazione.
Nel primo dopoguerra verranno istituiti rifugi per gli esuli istriani in diverse città d’Italia ove però l’arrivo di questi profughi fu spesso motivo di tensione in quanto erano unanimemente considerati fascisti o filofascisti (si ricordano a proposito le proteste dei ferrovieri di Bologna e dei portuali di Venezia ed Ancona).
Ci si chiedeva, in quei mesi, come comportarsi con ex fascisti, collaborazionisti e rappresentanti del fascismo che magari non s’erano macchiati direttamente di crimini, ma col cui agire o non-agire avevano permesso il mantenimento del regime. I fascisti, nel frattempo, cercavano di reintegrarsi nella società, sottacendo o rinnegando il proprio passato in cerca di una sorta di nuova verginità, celando, sminuendo e mascherando le proprie responsabilità.
E’ in questo clima che la vicenda di malga Bala viene fatta cadere nel dimenticatoio. Russo lamenta di come le informazioni del periodo sui fatti di malga Bala siano grossolane ed imprecise. Un caso su tutti é un testo presentato a pag.235 datato 5 ottobre 1945 dal vicebrigadiere di Cave Adolfo Ballerino in cui la strage ed incendio di Bretto dell’ottobre 1943 vengono segnalati come avvenuti “In un giorno imprecisato del mese di marzo 1944 e precisamente qualche giorno prima da quello in cui avvenne l’uccisione dei carabinieri”, che i (tre-quattro) tedeschi la cui uccisione scatenò la rappresaglia nazista erano “un numero imprecisato”, il commissario Hempel viene trascritto “Empel”, l’incendio del paese e strage di civili sono ridotti ad un sibillino “rastrellamento con la conseguenza della distruzione immediata della frazione” e che:
“Risulta che pochi giorni dopo della costituzione del Distaccamento, a causa delle rappresaglie compiute da parte dei tedeschi alle famiglie di Bretto, un gruppo di partigiani slavi si presentava al Distaccamento dei Carabinieri col proposito dì chiedere informazioni circa gli atti di rappresaglia compiuti ai danni della popolazione di Bretto Superiore. A tale dichiarazione, i carabinieri, i quali come sempre e dovunque collaborarono con i partigiani, permettevano l’accesso al Distaccamento senza pensare che potevano essere prelevati, condotti altrove per le torture che subirono”
“Non risulta che i carabinieri del Distaccamento sopra accennato abbian preso parte a fatti d’armi o che abbiano partecipato a rastrellamenti“
“E’ da escludere che i carabinieri del Distaccamento di Bretto vennero trucidati dai tedeschi, […]”
(pag.235 – grassetti miei)
Russo commenta amaramente che questi testi siano segno di disinteresse e scarso approfondimento
“E’ difficile per noi oggi decifrare questo linguaggio e cercare di capire le ragioni di tali affermazioni. Possiamo solo tentare di capire il più possibile, ricordandoci che in quel periodo sia a Cave che a Tarvisio si viveva con la paura che alcuni partigiani slavi comunisti potessero varcare il Passo del Predil e minacciare da vicino la popolazione e le autorità competenti. Diversamente non si spiegano certe affermazioni” (pag.232)
Russo spiega il tutto con il terrore dei partigiani. Eppure é assolutamente lampante ciò che il testo rivela di sé: il suo succo é “noi carabinieri siamo buoni, collaboravamo addirittura con i partigiani; i tedeschi hanno fatto solo dei rastrellamenti (la distruzione del paese era un fatto troppo evidente per non esser citato seppur tanto lievemente ndr) ma noi non abbiamo mai collaborato con loro né abbiamo mai sparato un colpo contro nessuno. Ah! i tedeschi non sono neanche responsabili di quel brutto fatto dei dodici uccisi”. L’uso di date generiche o sbagliate potrebbe al tempo stesso essere un errore o una scelta volontaria per complicare il lavoro di chi volesse fare qualche ricerca dettagliata. E se ci fosse qualche dubbio basta far notare che il testo venne redatto ad ottobre del 1945, quando lo status degli ex repubblichini era ancora da definirsi e questi (tra cui i carabinieri) tentavano di ripulire le proprie posizioni.
INSERTO STORICO Sarà solo nel giugno del 1946, con l’amnistia Togliatti che repubblichini e collaboratori potranno sentirsi certi dell’impunità, ma questo nell’ottobre del 1945, all’epoca della redazione dei documenti riportati da Russo, non si poteva ancora sapere. Solo diversi decenni dopo, con la scoperta dell’armadio della vergogna, si avrà la prova certa di ciò che avvenne in maniera sistematica in quei mesi ed anni, ossia l’occultamento volontario da parte di funzionari italiani della documentazione relativa a crimini di guerra atroci permettendo così a centinaia di criminali ed assassini di restare in circolazione impuniti. E se ciò fu possibile per stragi e crimini di guerra e non v’è da stupirsi che lo stesso occultamento avvenne anche su casi meno noti o minori. Ciò che accadde in quegli anni fu un gioco di temporeggiamenti, tensioni, carte bollate, equilibrismi e muri di gomma: l’Italia non si mosse per fare chiarezza sui crimini dei nazifascisti per evitare che al tempo stesso Jugoslavia, Libi, Etiopia ecc. chiedessero a loro volta conto all’Italia dei crimini fascisti ed in questo fu, se non aiutata, perlomeno non ostacolata a livello internazionale dai paesi interessati più al fatto che l’Italia si riprendesse in fretta per contrastare il blocco sovietico, che non alla risoluzione dei crimini che aveva effettuato. In effetti tali richieste arrivarono dalla Jugoslavia quasi immediatamente e la risposta italiana fu quella di temporeggiare, così come con le richieste della Grecia, così come vennero fatte lentamente affossare le richieste etiopi mentre quelle Libiche si risolveranno formalmente solo nel 2008.
Un altro documento, presentato a pag.239 e datato 6 ottobre 1945, segue grosso modo le stesse linee: dice che la zona fosse continuamente assediata dai partigiani, sposta la strage di Bretto da ottobre 1943 a febbraio 1944, parla dell’incendio ma dice solo che vennero arrestate alcune persone, che il colonnello Hemel, per disperazione, istituì il distaccamento della centrale, ma che la mera presenza di questo nucleo fisso di carabinieri “determinava nei patrioti jugoslavi un accresciuto sentimento d’odio verso i nostri militari e la falsa convinzione che i medesimi erano stati colà dislocati per ostacolare l’attività partigiana. Con tale premessa riesce ben comprensibile il bestiale proposito e la carneficina che i partigiani slavi compirono sui dodici carabinieri. Otto giorni dopo il massacro, con un secondo rastrellamento nazifascista, le dodici salme potevano venir rintracciate e recuperate. L’opinione pubblica in merito è unanime nel riconoscere che l’eccidio fu commesso dai partigiani jugoslavi” (pag.240). Dopodiché continua parlando di “LIKER” e di JANKO” parlandone come se si trattasse di due persone diverse.
Se nel primo testo quel’ “Empel” potrebbe suggerire una redazione sotto dettatura ad un dattilografo italiano non germanofono, qui la separazione di Socian in due persone distinte, potrebbe indicare che il testo venne redatto da persone nient’affatto immerse nella realtà locale (non é da escludere anche in questi casi la possibilità che si tratti di errori voluti). Anche qui si sminuisce la brutalità tedesca (evitando perlomeno il ridicolo tentativo di camuffamento dell’incendio visto nella lettera precedente) ma c’é una fortissima componente di odio antislavo. Se nel testo precedente gli slavi erano accusati dei fatti di malga Bala per esclusione (non motivata) dei tedeschi, qui li si accusa esplicitamente ma appoggiandosi al fatto che ciò sia opinione pubblica condivisa. Nonostante il linguaggio più diretto ed una maggiore componente antislava, anche questo testo si premura di far passare i militi della GNR come neutri spettatori di fatti qui descritti.
L’autore rimarca che nel dopoguerra i fatti di malga Bala furono presto dimenticati e che anche tra i militi dell’arma quell’evento rimase nella memoria solamente come una macchia di cui vergognarsi in quanto la convinzione diffusa era che Perpignano si fece fregare (pag.237). Col passare degli anni, poi, le nuove generazioni ne avrebbero saputo sempre meno.
In realtà, leggendo il testo di Russo vedo emergere una motivazione di questo silenzio radicalmente diversa. Come Russo stesso afferma a pag.185 e pag.219 la popolazione era convinta che il massacro fosse stato opera dei tedeschi e che fosse avvenuto con picconi e spranghe ma al tempo stesso la distruzione della centrale elettrica (che ai tedeschi non poteva far certo piacere) dimostrava chiaramente l’intervento partigiano. I militi italiani, invece, erano stati sì coinvolti nel recupero delle salme, ma sempre sotto controllo nazista (vedi sottocapitolo 5.01). La mia impressione dunque é che fin dai primi momenti fu chiaro a tutti che la vicenda dei cadaveri martoriati venne trattata in modo “sporco” dai nazisti ma sia i filofascisti che gli stessi militi repubblichini furono costretti a far buon viso a cattivo gioco. Per questo ritengo che se vi fu questo silenzio sulla vicenda non si trattò di silenzio omertoso dovuto a paura, né silenzio per “vergogna” del comportamento di Perpignano, bensì silenzio riguardo a qualcosa di cui proprio chi non parlava aveva di che vergognarsi, ossia l’aver apertamente sostenuto una versione dei fatti che sapevano falsa.
Se posso permettere un paragone azzardato direi che siamo di fronte a quello stesso meccanismo per cui le centinaia di migliaia di persone che all’epoca dei fatti difesero a spada tratta un certo presidente del consiglio che abusò del proprio potere per proteggere una prostituta minorenne con la quale aveva avuto dei rapporti durante dei festini orgiastici, a distanza di anni parlano di quei fatti a bassissima voce, mormorando fra i denti varie versioni del “Si, in effetti ha sbagliato MA…” cui seguono altrettanto fantasiose varianti del “quando c’era LUI” (LUI, non LVI, che non son proprio la stessa cosa anche se vengon entrambi da quello stesso polverone lì)
6.00 POTREBBE ANCHE ESSERE ANDATA COSI’
A differenza di quanto fa il libro “Planina Bala” ritengo che quanto ora affermerò si tratta di una MIA PERSONALISSIMA IPOTESI NON AVVALORATA DA ALCUNA PROVA OGGETTIVA E SENZA ALCUNA PRETESA DI STORICITÀ’ e che si, qualcuno potrebbe ritenere anche falsata dalle mie impostazioni di fondo che tuttavia non nascondo avendole esplicitate negli inserti storici di questo post.
Basandomi proprio sulle informazioni provenienti da “Planina Bala” (una volta ripulite, ovviamente) ritengo che uno scenario più plausibile sia il seguente:
SABOTAGGIO) I partigiani compiono il sabotaggio alla centrale, forse con la collaborazione di alcuni operai. Sono presenti Ursic, Socian e Srecko. Dopodiché riescono ad introdursi nella casermetta e sequestrano i dodici militi della GNF giunti da pochissimo nel territorio (tutta la menata sulla parola d’ordine é ridicola e trascurabile, nonostante Russo ci insista perché il suo intento é “riabilitare” Perpignano portandolo allo stato di sacra vittima).
MOTIVAZIONE) Il motivo del rapimento é lo stesso di tutti i rapimenti partigiani: scambio di prigionieri (magari compagni di Ursic rinchiusi chissà dove, il che potrebbe fornire un motivo per giustificarne meglio la presenza) e/o offerta della possibilità di passare dalla parte della resistenza. I dodici militi difatti erano arrivati da pochissimo e non stupisce possano aver dato l’idea di essere potenziali avversari del fascismo.
FUGA) Fuggono attraverso il percorso effettivamente indicato e giungono in Bausiza e probabilmente facendo effettivamente trasportare ai sequestrati parte delle scorte della casermetta (ma non una quantità eccessiva: dovevano fuggire di notte ed in fretta su un sentiero molto impervio). Alcuni abitanti della zona vedono la carovana passare ed interagiscono con loro.
NOTTE ?)Da qui in poi il racconto che fornisce Russo é assai inquinato e gli elementi certi che fornisce sono troppo pochi e incerti per farsi un’idea esatta di cosa accade, ma considerando che la storiella della soda caustica é certamente una fregnaccia (che dodici persone assumano contemporaneamente e non forzatamente un piatto di -boh, zuppa?- condito di varechina e soda caustica senza accorgersene dall’odore appare alquanto improbabile), che la dichiarazione di Mafalda riguardo al fatto che fecero da mangiare sia per i partigiani che per i sequestrati non ha nessun indice temporale, che la presenza di Ursic non era certo indispensabile e che (come vedremo) considerare come data delle uccisioni il 25 marzo anziché il 24 é probabilmente una forzatura forse di vero c’é che prima di salire in Bala fecero una sosta a mangiare nascosti nei fienili di Gajger in Logje.
UCCISIONI) Notte da Gajger o meno ci ritroviamo infine a malga Bala dove si possono immaginare quattro scenari:
a1) Scenario ostaggi. Se il sequestro fu inteso per uno scambio di prigionieri si può supporre qualcosa andò storto (p.es: quando Ursic giunge potrebbe aver comunicato che i compagni da liberare erano già stati uccisi) e si decise di fucilare i prigionieri in quanto non più utili come ostaggi ed indisposti a passare da parte dei partigiani.
a2) Scenario scelta. I dodici militi posti dinnanzi alla scelta dello schieramento scelgono l’RSI ed i partigiani li fucilano.
b1) Scenario scontro a fuoco 1: i tedeschi sono alle calcagna dei partigiani e questi decidono di fucilare i militi sequestrati
b2) Scenario scontro a fuoco 2: i tedeschi raggiungono i partigiani ed i dodici militi sequestrati si trovano fra il fuoco incrociato di partigiani e tedeschi (Versione Crnugelj)
Purtroppo Russo non riporta alcunché delle motivazioni espresse dai partigiani che non siano quella da lui proposta, ma a pag.196 v’é questo botta-e-risposta tra Russo e Hrovat che, pur prendendolo con estrema cautela (s’é ben visto quanto siano tagliuzzate le interviste di Russo), se confermata potrebbe far pendere verso gli scenari “a1” e “a2” (che a mio parere sembrano le più plausibili)
Chi ha ammazzato i carabinieri? “Noi!” In “quel” modo? “No, noi li abbiamo sparati!”
In ogni caso, una volta morti i dodici, i partigiani se ne vanno da malga Bala.
GAJGER E FLAJS) Gajger, rimasto sempre a Logje, saputo che i sequestrati erano stati uccisi il 24 marzo, il giorno dopo va a malga Bala per recuperare i beni e le divise dei militi uccisi (di iniziativa propria o su richiesta dei partigiani). Nel caso delle versioni scontro a fuoco ciò potrebbe aver avuto come scopo anche il dare una minima sistemazione ai corpi. Si fa aiutare da Bepi Flajs cui chiede di salire con lui per aiutarlo. Giunti in malga Gajger vede numerosi bossoli a terra (pag.186) [interessante notare come Russo ne parli, dicendo che –Solo Lojs Gajger ci ha dichiarato di aver trovato davanti la porta della malga “un mucchio enorme di bossoli”, segno evidente che i carabinieri erano stati sparati-. Se Gajger fosse stato sul posto durante le uccisioni avrebbe semplicemente visto i bossoli, ma quel trovato fa intendere che si trattò di una scoperta, il che pone la presenza in malga di Gajger solamente dopo i fatti e non durante]
RICERCHE) Nei giorni seguenti si effettuano ricerche ed i tedeschi trovano i corpi il 30 o 31 marzo (nel caso degli scenari scontro a fuoco 1 e 2 se ne dovrebbe dedurre che i militi della GNR passarono diversi giorni assieme ai partigiani oppure che lo scontro avvenne il 24 marzo e la “scoperta” avvenne al 30 o 31 marzo perché vi fu maltempo anche in quei giorni e/o che i nazisti temporeggiarono per decidere che fare con i corpi. Entrambi i casi mi sembrano tuttavia meno probabili dell’escuzione -ammessa da Hrovat- dei dodici seguita a giorni di ricerche infruttuose)
RECUPERO) Sta di fatto che i corpi vengono ritrovati dai nazisti i quali decidono di sfruttarli a loro favore per fare propaganda antipartigiana, in quanto la popolazione già subì un duro colpo ad ottobre e che dopo tale “bastonata” ora conveniva usare un mix di “paura e carote” per non tirar troppo la corda. Pertanto i nazisti decidono di infierire sui corpi per renderli degli atti d’accusa contro la resistenza. Dopodiché trascinano i corpi fuori dalla malga nel modo in cui sapevano farlo: ossia con modi non dissimili da quelli usati dagli alpini sul Golobar. Col filo spinato. Fatto ciò avvertono le milizie italiane che si occupano materialmente al recupero ma sempre sotto l’occhio vigile dei nazisti.
PAESE) In paese tutti capiscono cosa sia successo davvero (“La versione più divulgata e accreditata” era proprio quella che accusava i tedeschi), anche coloro che stanno dalla parte del nazifascismo e della Germania che dunque si trovano a dover difendere e propugnare una versione dei fatti che sanno ben essere falsa.
DOPOGUERRA) Dopo la caduta del nazifascismo i militi delle forze dell’ordine tentano di confondere le carte per allontanare da sé ogni responsabilità di quei fatti. A livello documentale dunque si crea una gran confusione. L’evento però vien presto lasciato dimenticare. Resta dunque un ricordo vago di una vicenda “sporca” che gli ex-fascisti non rivangano perché consci di aver partecipato ad una menzogna scomoda (cui in pochi credettero) e gli ex-partigiani non rivangano perché il fango della propaganda é ancora rimasto attaccato a quei fatti.
RICORDO) Solo diversi decenni dopo, una volta caduto il muro di Berlino, quando la memoria dei fatti si era ridotta al lumicino le mutate condizioni politiche hanno permesso lo sdoganamento degli (ex? neo) fascisti e l’inizio di quel periodo di revisionismo storico iniziato appunto negli anni ’90 ed in cui siamo, purtroppo, ancora immersi e che ha incluso la storia di malga Bala.
E’ impressionante osservare come la versione dei fatti appena proposta (che nonostante i buchi appare decisamente più plausibile e coerente di quella proposta da Russo) possa nascere proprio usando informazioni tratte da “Planina Bala” e questo non certo a causa di completezza del testo (anzi), ma poiché la debolezza delle tesi che il libro afferma obbligano l’autore a cercare di farle sembrar plausibili e lineari consolidandole anche sia con conferme d’opinione che con brandelli di informazioni valide, le quali tuttavia contraddicono proprio ciò che l’autore vorrebbe sorreggessero! Un po come cercare di far sembrare solido un edificio di gelatina aggiungendovi con delicatezza dei vistosi blocchi di metallo in alcuni punti strategici, ma basta un leggero tremore perché questi blocchi inizino a far sentire il proprio peso e distruggere l’edificio dall’interno.
7.00 LE (S)TORTURE
E finalmente arriviamo al clou della vicenda secondo l’interpretazione di Russo. Dunque, cercando di salvare il salvabile si potrebbe a questo punto tentare lo sforzo di mettere una pietra sopra sopra a tutto quanto visto finora nell’idea che si tratti di eccessi, contraddizioni e personalismi di Russo, perdonabili in quanto il nocciolo della vicenda é comunque adamantino. L’impresa é ardua ma tentiamola comunque e concentriamoci quindi sul nocciolo dei noccioli della versione strage, ossia cosa sia avvenuto tra il 23 marzo 1944 ed il 25 marzo 1944 dopo il sabotaggio alla centrale, secondo la versione di Russo. Il racconto di tali eventi, nel libro, va da pag.101 a pag 148. Come per il resto del libro, anche qui la narrazione é inframmezzata da commenti, opinioni personali, aneddoti sulle interviste, frasi estratte dalle interviste, alcune foto della malga attuale ecc. Anche qui non é sempre facile capire chi siano le fonti delle singole informazioni né se una determinata informazione provenga appunto da una fonte o se sia frutto della fantasia descrittiva dell’autore (e le descrizioni degli uccellini saltellanti a pag.131 e la descrizione dei sentimenti del “carabiniere” Franzan a pag.141 sono lì a dimostrare che l’intervento personale nella narrazione é certamente presente).
7.01 I TESTIMONI DELL’UCCISIONE
PARTIGIANI PRESENTI ALLE UCCISIONI
– Silvo Gianfrate (Srecko)
PARTIGIANI NON PRESENTI ALLA STRAGE
– Lojs Hrovat
La posizione dei partigiani é chiara: confermano le uccisioni per fucilazione ma non le torture e manifestano la convinzione che i cadaveri siano stati sfigurati successivamente per fare propaganda antipartigiana.
TESTIMONI CON NOME DELLA PRESENZA DEI PARTIGIANI IN BAUSIZA – Myza Komac
– Qualcuno di quel territorio della Slovenia
Myza Komac testimonia la presenza dei partigiani e dei dodici sequestrati in Bausiza (pag.17,110).
TESTIMONI ANONIMI DELLE UCCISIONI
– L’anonimo figlio di un pastore, amico di Toni Rinaldi (pag.18) che racconta a Russo “quanto suo padre gli aveva ripetuto all’inveroverosimile” tra le lacrime, ma nel testo non vien riportato solo lo sfogo di pianto ma non si fa accenno ad un solo fatto testimoniato: si parla solo di “scene di follia” (pag.145,264)
– “Qualcuno di quel territorio della Slovenia” che ricorda delle “urla agghiaccianti” ma non é dato a sapere dove né quando né chi fosse né dove si trovasse esattamente né perché (pag.127). Potrebbe benissimo essere il figlio del pastore di cui sopra
Questo/i testimone/i anonimo/i in realtà, come vedremo, testimonia/no ben poco. I testimoni anonimi vanno sempre presi in considerazione con estrema cautela in quanto, proprio a causa del non rivelare chi sono, non offrono alcuna garanzia d’affidabilità all’infuori del grado di precisione e coerenza delle loro dichiarazioni che necessiteranno dunque di riscontri maggiori di quelli richiesti ai testimoni identificabili per poter essere credute. In questo caso però siamo di fronte a testimonianze indirette di (un) anonimo/i che si limita(no) a confermare informazioni prive di riscontro fornite (forse) da altri. Un esempio di questa inutilità delle testimonianze anonime lo si può notare a pag.18 in cui l’amico di Rinaldi, parlando del padre dell’amico anonimo racconta che: “[…] aveva seguito quasi passo dopo passo la terribile via crucis dei carabinieri, ben nascosto dietro gli alberi, fin a quando Bepi Flajs di Trenta aveva tentato di coprire i corpi dei carabinieri massacrati con la neve!” in quanto, oltre ad essere testimonianza indiretta ed anonima, sostanzialmente non dice nulla sulle uccisioni, lasciando solo INTUIRE di essere di fronte ad una testimonianza completa di tutti gli eventi che tuttavia non spende nemmeno una sillaba riguardo le uccisioni stesse. (Interessante però osservare come a queste poche righe che ben poco dicono segua un commento entusiastico di Russo a ‘mo di “Eureka!”, cosa che si ripete più volte qualora l’autore narra dell’ottenimento di informazioni corroboranti la sua tesi)
“TESTIMONI” CON NOME DELLE UCCISIONI
– Lojs Kravanja (Gajger), mediata attraverso la moglie Mafalda
– Bepi Flajs
Lo ripeto per chiarezza: la versione strage si fonda su un lavoro di Antonio Russo che presenta notevoli scorrettezze di forma e metodo ed é basato essenzialmente sulle sole dichiarazioni dei due amici Gajger e Flajs.
7.02 MA COSA DIAV………. (PARARSI IL CULO)
Ma prima di apprestarci ad osservare le dichiarazioni di Gajger e Bepi Flajs non si può non riportare queste dichiarazioni che Russo fa a pag.263, praticamente a fine libro:
“E ricordiamoci che nessuno di noi può sapere realmente se alla fin fine essi siano stati totalmente passivi nelle mani dei partigiani per tutte quelle ore di attesa e di duri trasferimenti. Chi ci dice che essi non abbiano tentato la fuga o la ribellione? Chi ci dice che essi non abbiano tentato la rivolta o la difesa o una controffensiva? Chi ci dice che essi non abbiano tenuto testa ai loro carnefici e che non abbiano affrontato la morte gridando il loro profondo affetto per l’Italia, la Bandiera e la divisa del Carabiniere? Chi ci dice che essi non siano morti dimostrando grande fierezza del proprio essere e sentirsi figli dell’Italia che certamente amavano?”
EEEEEEEEHHHHHH????? Ma come? Ma ci sono dei testimoni che forniscono un quadro preciso degli avvenimenti O NO? In tutto il testo viene proposta la versione strage come se si trattasse di una certezza appurata con affermazioni come quella a pag.237 “[…] noi oggi possiamo affermare senza ombra di smentita né di errore che […]” ed a fine libro ci vien rivelato che non possiamo sapere i fatti centrali della vicenda! Se c’erano testimoni che hanno assistito alla mattanza, questi dovrebbero poter rispondere a tali quesiti! O NO? Il fatto stesso che Russo ponga ora queste domande significa che lo stesso autore del libro, nonostante la sicumera con cui ha esposto la sua versione dei fatti, qui si cautela dimostrando la non attendibilità delle sue stesse fonti, lasciando intendere che quanto ha scritto anche riguardo dettagli fondamentali non é basato su informazioni certe.
7.03 CRONOLOGIA EVENTI SECONDO RUSSO
Proviamo ad elencare una ad una le singole informazioni riguardanti gli eventi del 24 e 25 marzo 1944 tentando di capire quale possa essere la fonte da cui Russo le ha attinte, dato che nel testo le fonti vengono semplicemente “lasciate intendere”
24 marzo
A mezzogiorno la comitiva trova riparo in un fienile abbandonato sotto alcuni speroni rocciosi dell’Izgora, sul versante della Bausiza (pag.110) [FONTE: SCONOSCIUTA]
Durante la sosta, che fu breve, tutti, inclusi i prigionieri, bevvero acqua tiepida zuccherata (pag.110) [FONTE: SCONOSCIUTA]
Riprendono il cammino. Alcuni partigiani in avanscoperta ed altri in fondo alla comitiva (pag.110) [FONTE: SCONOSCIUTA]
Un pastore che sta facendo pascolare le pecore vede la comitiva e dice ai partigiani “Ragazzi ricordatevi che sono sempre nostri amici” ma i partigiani non lo ascoltarono. Erano 18 partigiani e 12 sequestrati (pag.110) [FONTE: SCONOSCIUTA / PASTORE: NON IDENTIFICATO FORSE IL PASTORE ANONIMO PADRE DELL’AMICO DI RINALDI?]
NB: Bepi Flajs certamente non é presente agli eventi successivi e quindi può aver solo saputo quanto riferito da Gajger e sua moglie Mafalda che sono, dunque, gli unici due testimoni possibili delle prossime dichiarazioni.
La comitiva giunge a casa di Gajger (pag.113) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Probabilmente in questo momento i partigiani donano o danno in deposito alla famiglia Gajger i beni presi dalla caserma (pag.119) [FONTE: SCONOSCIUTA]
I sequestrati vengono chiusi nel fienile e gli vien portata ancora acqua zuccherata (pag.113) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
I partigiani chiamano più volte Perpignano “traditore fascista” (pag.113) [FONTE: SCONOSCIUTA]
Nel primo pomeriggio giunge ai “diretti guardiani dei prigionieri” l’ordine di riprendere la marcia verso l’altopiano di Logje (pag.113) [FONTE: SCONOSCIUTA]
Alcuni partigiani restano a casa di Gajger per attendere Ursic (pag.113) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Mezz’ora dopo la comitiva é a Logje (pag.114)[FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
I sequestrati vengono rinchiusi in una delle stalle di Gajger (pag.114) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Poco dopo i sequestrati vengono spostati in una stalla ove era più difficile scappare. Alcuni partigiani, armati, fanno la guardia (pag.114)[FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Alcuni partigiani si riuniscono “in uno stavolo” di Gajger davanti a un caminetto acceso (pag.119), mentre altri stanno più a valle in avanscoperta [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Arriva Ursic assieme a due suoi compagni ed ai partigiani che erano rimasti a casa di Gajger ad aspettarlo (pag.119) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
I familiari di Gajger (sua madre, la sorella Maria e la moglie Mafalda) preparano da mangiare per tutti (pag.119) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Dopo aver mangiato i partigiani discutono sulla sorte dei prigionieri (pag.119) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
I capi partigiani (Ursic, Srecko, Socian e Hrovat) vogliono uccidere i sequestrati e alla fine hanno la meglio sugli altri partigiani, anonimi e contrari (pag.119) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Confermata la decisione i partigiani si stringono le mani e brindano [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Le donne di casa Gajger apparecchiano la cena e mettono sul pentolone la cena per gli altri partigiani e per i sequestrati. [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
“Nei recipienti destinati ai prigionieri, nella ilarità generale, alla fine furono gettati diversi pugni di sale nero, tipo solfato di magnesio meglio conosciuto come sale inglese, di quello che si dà agli animali quale purgante. Prima di chiudere i recipienti, qualcuno vi versò dentro anche il contenuto di una bottiglia di soda caustica e di varechina, con atteggiamento trionfale di grande vittoria e di enorme soddisfazione, nella compiacenza euforica generale!” (pag.122) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
Alcuni partigiani s’incaricarono di portare il cibo ai sequestrati, altri partigiani andarono a dormire e diversi di loro ridiscesero la via della Bausiza assieme a Mafalda, Maria e alla mamma di Gajger. (pag.122) [FONTE: FORSE MAFALDA GAJGER]
I partigiani che s’erano incaricati di dar da mangiare ai sequestrati gli servono il cibo avvelenato e poi si allontanano dalla stalla ridendo (pag.122) [FONTE: SCONOSCIUTA]
I sequestrati si contorcono dal dolore ed urlano. Qualcuno del posto li sente. (pag.127) [FONTE: SCONOSCIUTA, FORSE FIGLIO DEL PASTORE O BEPI FLAJS]
25 marzo
Dalla Bausiza tornano a Logje i partigiani che avevano dormito nei fienili di Gajger (pag.128) [FONTE: FORSE GAJGER]
La comitiva s’incammina verso malga Bala (pag. 128) [FONTE: FORSE GAJGER O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO]
La comitiva, dopo due ore di cammino arriva a malga Bala (pag.131) [FONTE: FORSE GAJGER O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO]
NB: da quanto sostiene Russo, dietro alla comitiva di partigiani e sequestrati ci sono Bepi Flajs, l’anonimo pastore padre dell’amico di Toni Rinaldi ed “altri pastori” che, stando nascosti dietro agli alberi a decine di metri di distanza non possono vedere ciò che accade dentro alla malga. Pertanto l’unico testimone degli eventi interni alla malga può essere solo Gajger.
Appena giunti i sequestrati vengono costretti ad entrare dentro alla malga nella sua stanzetta piccola a destra (pag.139) [FONTE: GAJGER?]
Nella stanzetta i sequestrati si buttano a terra col fiatone (pag.141) [FONTE: GAJGER?]
Alcuni partigiani dentro la malga bevono un goccio di grappa (pag.141) [FONTE: GAJGER?]
Alcuni partigiani, dopo aver bevuto la grappa, escono a fare da guardia all’esterno (pag.141) [FONTE: GAJGER?]
Qualcuno prepara un uncino (pag.144) [FONTE: GAJGER?]
Dopo un breve conciliabolo Ursic da il “via” con un cenno del capo (pag.143) [FONTE: GAJGER?]
La porta della stanzetta viene aperta rumorosamente. Perpignano viene brutalmente afferrato e trascinato nella stanzetta principale, la cucina, dove viene spogliato lasciandogli solo maglia e mutandoni. (pag.144) [FONTE: GAJGER?]
I beni preziosi di Perpignano, come orologio ed anelli, vengono dati a Gajger (pag.144) [FONTE: SCONOSCIUTA]
Perpignano viene costretto a terra e gli viene conficcato un uncinata tallone e piede (pag.144) [FONTE: GAJGER?]
Perpignano viene issato a testa in giù su una trave per mezzo dell’uncino (pag.144) [FONTE: GAJGER?]
Perpignano grida di dolore. I partigiani lo scherniscono e gli danno calci in testa (pag.144) [FONTE: GAJGER?]
Gli altri undici sequestrati vengono tirati fuori dalla stanzetta (uno alla volta?). (pag.144) [FONTE: GAJGER?]
Uno alla volta vengono spogliati e derubati (pag.144) [FONTE: GAJGER?]
Durante quest’operazione Primo Amenci riesce a tenere con sé la foto dei suoi cinque bambini (pag.144) [FONTE: GAJGER?]
Gli undici vengono incaprettati con le braccia dietro la schiena usando filo spinato che viene agganciato ai genitali (pag.145) [FONTE: GAJGER?]
I partigiani prendono i picconi dalle pareti ed uccidono a picconate gli undici sequestrati (pag.145) [FONTE: GAJGER?]
A qualcuno dei sequestrati vengono asportati i genitali ed infilati in bocca (pag.145) [FONTE: GAJGER?]
A qualcuno dei sequestrati viene “frantumato il cuore” a picconate (pag.145) [FONTE: GAJGER?]
A qualcuno dei sequestrati vengono “centrati e sbriciolati gli occhi” (pag.145) [FONTE: GAJGER?]
Un carabiniere riesce a buttarsi a terra implorando con la foto della madre in mano ma la foto gli viene strappata di mano e conficcata in bocca (pag.145) [FONTE: GAJGER?]
Primo ammencii mostra ai partigiani la foto dei suoi cinque figli ma una picconata volante gliela conficca proprio nel cuore (pag.145) [FONTE: GAJGER?]
Delle formiche affamate, attratte dal sangue, si arrampicano tra i capelli di Perpignano ed iniziano a mordere (pag.146) [FONTE: GAJGER?]
A Perpignano vengono dati in continuazione calci in faccia, sulla nuca, sulla fronte (pag.146) [FONTE: GAJGER?]
Uno dei sequestrati riesce a sfuggire ed uscire dietro alla malga ma viene fermato da un colpo di revolver alla spalla (pag.146) [FONTE: FORSE GAJGER, O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO]
Man mano che i sequestrati morivano i partigiani li trascinavano i corpi all’aperto per circa 30 metri fino al grande sasso accatastandoli uno accanto all’altro (pag.146) [FONTE: FORSE GAJGER, O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO]
A mezzogiorno era tutto finito (pag.147) [BEPI FLAJS]
I partigiani si ripuliscono alla meglio con la neve con la neve e scendono verso la Bausiza (pag.147) [FONTE: FORSE GAJGER, O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO]
Gajger deve ricoprire i corpi (pag.147) [FONTE:GAJGER?]
Gajger va a cercare Bepi Flajs (che nel frattempo, SEMBREREBBE, fosse tornato a casa sua a Logje) e lo convince a “[…] tornare su in malga per coprire i morti. Ma era neve ghiacciata e quindi non abbiamo potuto far nulla”. (pag.147) [FONTE:BEPI FLAJS]
Nevica forte e la neve é gelata. Bepi Flajs e Gajger ricoprono i corpi alla meglio con delle foglie (pag.147) [FONTE: FORSE GAJGER, O BEPI FLAJS O IL PASTORE ANONIMO]
Le dichiarazioni in cui si deve SUPPORRE la fonte la fanno da padrone
Gajger é costantemente con i partigiani da quando arrivano in Bausiza fino a quando se ne vanno e, poiché Russo non ottiene un’ammissione dagli stessi ed i pastori che avrebbero seguito la carovana rimasero all’esterno della malga senza poter osservare cosa succedeva all’interno, ne deriva che SOLO GAJGER può essere il testimone di ciò che sia successo nella malga, mentre la moglie Mafalda può sapere cosa accadde la sera prima e Bepi Flajs solo ciò che accadde dopo.
Come vedremo, chi POTREBBE aver fatto tali dichiarazioni in realtà non le fa ed al contrario alcune cose pare vengano dette da chi, invece, NON poteva sapere.
7.04 IL SUPERTESTE MISTERIOSO
Dunque, il “superteste” di Russo sarebbe Lojs Kravanja detto Gajger: il “postino” dei partigiani che dopo aver contratto il virus partigiano ha passato il resto della sua vita “travolto dagli incubi” (pag.14). Chi é dunque il superaste, l’UNICA persona che avrebbe visto tutto e che avrebbe testimoniato a Russo?
Il testo lo descrive come un pastore di carattere duro e scontroso, chiuso e solitario nato nel 1920. Viveva in Bausiza con la moglie Mafalda di Uccea, con suo padre, la madre, una sorella di nome Maria (pag.112,113) in una casa isolata, oltre tutte le altre. Ha anche una sorella di nome Myza (pag.148). Possedeva diversi fienili e numerosi animali da cortile, oltre a pecore e capre che d’estate portava a malga Bala con il resto dei pastori della Bausiza.
Gajger viene definito “il postino dei partigiani” (pag.14), “un aiutante, un amico dei partigiani” (pag.193), “il grande amico dei partigiani della valle del Coritenza e dell’alto Isonzo, onnipresente e servizievole nei loro riguardi” (pag.144), “amico fidato” e “protettore silenzioso e devoto”. Uno che conosceva bene ogni parte del territorio (pag.193) e che in cambio dei suoi servigi riceveva doni da parte dei partigiani (pag.14,119). A pag.193 il partigiano Srecko, intervistato da Russo lo descrive così: “Gajger era un aiutante, un amico dei partigiani; era proprietario di diversi fienili in Bausiza e conosceva bene ogni parte del territorio”. Russo lo descrive come “il portaordini che collaborava senza chiedere, eseguiva senza domandarsi mai perché” (pag.112). Nel libro non c’é una sola foro né di Gajger né di sua moglie Mafalda.
I RAPPORTI DI GAJGER COI PARTIGIANI: Gajger fin dall’inizio della guerra offre ospitalità ai partigiani ai quali fa comodo averlo come punto di riferimento per nascondersi e rifornirsi (pag.112). In particolare il suo compito era quello di fare da contatto tra i diversi gruppi partigiani.Gajger si occupava di dare da mangiare ai partigiani nascosti nei suoi fienili ed avvertirli della presenza di pattuglie nazifasciste. Gajger ha un rapporto di fiducia ed amicizia con Socian e fa di tutto per “restare nelle sue grazie”.
Gajger però non sa nemmeno comprendere l’italiano e quindi l’intervista di Russo avviene per tramite della moglie di Gajger, Mafalda. Essendo anch’essa un teste (per quanto riguarderebbe la sera del 24 marzo) le dichiarazioni di entrambi vengono fatte materialmente da Mafalda.
Gli unici virgolettati di Gajger e Mafalda che il testo riporta sono quesi:
“Nessuno potrà mai dirvi più di noi; – ci aveva assicurato la moglie del Gajger, Mafalda – nessuno sa niente… Lassù i partigiani hanno ucciso i carabinieri per vendetta, nient’altro! Tutto qua… Nessuno sa niente. I partigiani erano in tanti, come si fa a conoscere e a ricordare i loro nomi?… Era una cosa normale, sa, di guerra! Vede, si era in guerra e tutti sanno cos’è una guerra!” (pag.15)
“Mio marito è nato nel 1920; quella volta, al tempo della guerra, si viveva in Bausiza. Lui era contadino, aveva le pecore e d’estate si andava tutti in Bala; durante la guerra, al tempo dei partigiani, era lui che portava la posta, i messaggi tra un gruppo di partigiani e l’altro. Lui faceva da mangiare per loro e portava da mangiare a loro quando questi erano nascosti nei vari suoi fienili per sfuggire ai rastrellamenti dei tedeschi e degli italiani. Anche dopo l’attacco ai tedeschi alle porte di Bretto di Sopra, i partigiani giunsero subito da noi e si nascosero a Logje, nei fienili di Lojs… Lojs faceva la spia per i partigiani, li precedeva e li avvertiva della presenza di eventuali pattuglie tedesche o italiane… Noi quella volta si aveva più paura degli italiani che dei tedeschi!” (pag.113)
“Noi abbiamo fatto da mangiare sia per i partigiani che per i carabinieri.” (pag.122)
“Siamo tutti figli di Dio cosa vuole. .. però gli italiani avevano ammazzato i nostri partigiani sul Golobar, trascinandoli per terra come tronchi d’albero…!” (pag.263)
Altre dichiarazioni che il testo attribuisce direttamente a Gajger o a Mafalda sono:
Solo Lojs Gajger ci ha dichiarato di aver trovato davanti la porta della malga “un mucchio enorme di bossoli”, segno evidente che i carabinieri erano stati sparati (pag.186)
Lo stesso Gajger ci ha dichiarato che facilmente a dare l’allarme era stato proprio qualche partigiano scappato dal gruppo, recatosi subito dai tede- schi a dare la notizia (pag.156)
La malga non aveva un proprietario vero e proprio; era di tipo sociale, -ci spiegherà anche la signora Mafalda, moglie di Gajger- a disposizione cioè dei pastori della zona che lì d’estate si ritrovavano e ne facevano un punto di riferimento e di produzione casearia. (pag.112)
E… BASTA. TUTTO QUI. QUESTE SONO TUTTE LE INFORMAZIONI CHE PROVENGONO CON CERTEZZA DAL “SUPERTESTE” LOJS KRAVANJA DETTO GAJGER E DA SUA MOGLIE MAFALDA!
Ma come? L’unico testimone che sarebbe stato dentro alla malga ad assistere a quegli orrori non ha nemmeno una sola mezza frase su tali avvenimenti? Niente di niente? Russo avrebbe per le mani un testimone diretto degli avvenimenti disposto a “confessare” e non é in grado di fornire una sua sola frase, non dico di colpevolezza, ma almeno di testimonianza? Nemmeno UNA (One, ein, ena, një, bar, eden, un, um, UNA???????). Un banale “Ero lì mentre facevano questo e quello”?
Il gancio nel tallone di Perpignano, le picconate, il pasto alla soda caustica, le foto piantate nel cuore, le formiche attratte dal sangue, il fatto stesso che Perpignano fosse appeso a testa in giù dentro alla malga DA DOVE SAREBBERO SALTATI FUORI SE NON LE HA TESTIMONIATE GAJGER?
Dovremmo forse credere che pur avendo per le mani un superteste del genere, Russo preferisce sprecare pagine a raccontarci di una cena a base di gatto (pag.63-67) e non pubblica nemmeno una frase chiara ed univoca di Gajger su cosa avrebbe visto/fatto? Perché Gajger avrebbe dovuto assistere alle uccisioni? Che motivo avrebbe avuto per salire in malga su con loro? Lui avrebbe partecipato o guardato e basta? Hmmm… Inquieta il fatto che in questo libro più un teste é importante e meno se ne parla…
7.05 L’AMBIGUO BEPI FLAJS
In effetti Russo quando parla di Gajger lo fa perlopiù attraverso un’altra persona. Lo fa attraverso Bepi Flajs. Sono numerosi difatti i casi in cui Russo riporta azioni di gajger testimoniate però da Bepi Flajs
Riporto nuovamente la descrizione fatta in 3.11.02: Bepi Flajs ha l’onore di essere il caso più interessante tra quelli su cui Russo sorvola nel descrivere gli effetti del “virus partigiano”. Nel testo é l’unica persona citata con nome e cognome ed entrata in contatto coi partigiani su cui il virus partigiano sembra non aver avuto effetto se non per una generale “paura” nei loro confronti che però é forse più indice di una persona si intimorita ma non affatto vittima del virus: di una persona che é anzi contraria a Socian. A differenza di coloro che hanno sconfitto il virus partigiano, Bepi Flajs non mostra alcun segno di redenzione. Fa parte ciò di quelle pochissime persone entrate in contatto coi partigiani che Russo non descrive né come persone immuni al virus, né come persone che che se lo sono preso. Bepi Flajs non mostra nemmeno i segni di tormento di Gajger e non riceve alcuna delle parole d’apprezzamento che Russo riserva alle donne che gli forniscono materiale utile a supportare la sua tesi. No: Bepi Flajs non mostra proprio un bel niente se non una forma di timore nei confronti dei partigiani. A ben vedere però ci si rende conto che l’unico incontro di Bepi Flajs con i partigiani sarebbe avvenuto mentre, nascosto lontano nella boscaglia, avrebbe osservato non visto cosa accadeva a malga Bala. Bepi Flajs non é un collaboratore dei partigiani: é un vicino di casa di Gajger (con cui forse é in qualche modo imparentato) che ha solo informazioni di seconda mano e per “sentito dire”. Eppure é evidente che il racconto dell’uccisione dei dodici sostenuto da Russo regge solamente grazie alle testimonianze di Bepi Flajs, “condite” con il supporto dell’anonimo amico di Rinaldi, figlio di un anonimo pastore della Bausiza (pag.144) del quale son riportate le lacrime ma non i dettagli della testimonianza.
Pur essendo il testimone più importante dell’intero libro é strano osservare che su Bepi Flajs non v’é nemmeno una riga che ci parli della sua persona. O meglio: viene semplicemente descritto come qualcuno vicinissimo a Gajger e Mafalda (abitano a poche decine di metri di distanza) (pag.114) e che ha dovuto sempre fare buon viso a cattivo gioco coi partigiani in quanto ne era impaurito (pag.147); viene inoltre descritto come un uomo che agisce secondo le disposizioni del Gajger (pag.147). Ma pur avendo queste informazioni base sul ruolo di Bepi Flajs non sappiamo nulla della PERSONA Bepi Flajs. Non c’é nemmeno una sua foto (ma c’é la foto della sua casetta a pag.117). Strano: abbiamo qualche dato biografico e breve descrizione di persone che riportano informazioni di seconda mano ma non della fonte principale della tesi? Molto strano. Bepi Flajs apparentemente non ha genitori né moglie né fratelli né sorelle né cugini né amici (se non Gajger con cui ha un rapporto che nel testo appare di sudditanza). Bepi Flajs non ha età. Sappiamo che fa il pastore (pag.139,142,127,161,197), che possiede una casetta (pag.117) ed alcuni casolari (pag.114) che si trovano all’entrata di Logje (pag.127) e che anni dopo i fatti si trasferì a Trenta (pag.257). All’opposto sappiamo dell’episodio (avvenuto a chilometri e chilometri di distanza dal tarvisiano) della civetta malaugurate vista da Natalia Ferro, sorella minore di uno dei militi uccisi, mentre zappava la terra, la quale aveva, al momento dell’intervista, 71 anni.
I virgolettati che riportano dichiarazioni dirette di Bepi Flajs sono almeno il triplo di quelle provenienti dal Superteste Gajger:
“I partigiani hanno infierito sui carabinieri certi che nessuno un giorno avrebbe potuto dire il contrario; dovevano far credere che erano stati fucilati!” (pag.18,186,197) [OPINIONE PERSONALE]
“La prima notte i prigionieri e i partigiani l’hanno passata in bosco nonostante il freddo; la seconda sono stati a Logje in una stalla di Gajger… L’assemblea dei partigiani sul da farsi s’è tenuta a Logje. In attesa dell’arrivo del capo supremo, Ursic, hanno voluto guadagnar tempo; poi è arrivato Ursic…. I partigiani erano in contrasto tra loro, ma alla è prevalsa la proposta di uccidere i carabinieri”. (pag.120) [INFORMAZIONI CHE BEPI FLAJS NON PUO’AVERE PER ESPERIENZA DIRETTA PERCHE’ NON ERA PRESENTE A NESSUNO DI QUESTI ACCADIMENTI]
“Quei partigiani erano tutti dei nostri, Janko di Bretto era uno dei capi se non il capo in quell’azione: lo sapevano e lo dicevano tutti a Bretto.” (pag.127) [INFORMAZIONE NOTA]
“Lojs era presente. Lui sa più di me!” (pag.19) [AMMISSIONE DEL FATTO CHE BEPI FLAJS NON ERA PRESENTE]
“Il capo del gruppo era Socian; in Bausiza sono venuti attraverso un sentiero di guerra, in montagna” (pag.102) [INFORMAZIONE NOTA + INFORMAZIONE CHE BEPI FLAJS NON PUO’AVERE PER ESPERIENZA DIRETTA PERCHE’ NON ERA PRESENTE ALLA FUGA]
“Lojs è venuto a cercarmi e mi ha convinto a tornare su in malga per coprire i morti. Ma era neve ghiacciata e quindi non abbiamo potuto far nulla” (pag.147) [“CERCARMI” E “TORNARE SU IN MALGA” INDICANO CHE BEPI FLAJS NON ERA IN BALA QUANDO CIO’ AVVENNE]
“Io ho visto Gajger portarsi giù i vestiti e tutto il resto: doveva fare il deposito a casa sua in modo che dopo ogni partigiano avrebbe potuto prendersi qualcosa” (pag.148) [TALE DICHIARAZIONE PUO’ BENISSIMO ESSERE IN LINEA CON ALTRI SCENARI: IL RECUPERO DEGLI ABITI NON IMPLICA COMPRESENZA ALLE UCCISIONI]
“(Lois Gajger) s’era sempre dichiarato contento perché era stata fatta giustizia (con l’uccisione dei carabinieri)“ e “si nascondeva per la paura” (pag.257) [IN MANCANZA DI DICHIARAZIONE PIU’ PRECISA QUESTE VAN RITENUTE OPINIONI PERSONALI]
“I partigiani erano 21, mentre i carabinieri 12” (pag.127) [INFORMAZIONE DIRETTA O DI SECONDA MANO ACQUISIBILE ANCHE SOLO VEDENDOLI PASSARE DA LOGJE]
“I partigiani, prima dell’arrivo di Josko e di alcuni suoi uomini, erano 18, tutti del territorio tra Caporetto e Bretto.” (pag.147) [INFORMAZIONE DIRETTA O DI SECONDA MANO ACQUISIBILE ANCHE SOLO VEDENDOLI PASSARE DA LOGJE]
“Lojs Kravanja non era un partigiano, però quel giorno era con loro e quindi ha visto tutto” (pag.147) [INFORMAZIONE DIRETTA O DI SECONDA MANO?]
“I carabinieri sono stati uccisi tutti prima di mezzogiorno!” (pag.147) [INFORMAZIONE DIRETTA O DI SECONDA MANO?]
“C’erano altri pastori nascosti che hanno visto come me!” (pag.147) [CHE AVREBBERO VISTO COSA: LE UCCISIONI O IL PASSAGGIO DELLA CAROVANA?]
“Era una malga dove tutti d’estate portavano le proprie bestie, soprattutto pecore” (pag.119) [INFORMAZIONE DI SERVIZIO]
“Quella volta non tutti potevano permettersi attrezzi in ferro e quindi si usavano pezzi di legno duro, in particolare pino e faggio: da questi pezzi duri si ricavavano accette e soprattutto picconi”. (pag.142) [INFORMAZIONE GENERICA]
(a proposito del recupero dei cadaveri da parte dei nazifascisti) “prima in barella, poi coi muli, li hanno portati in giù!” (pag.161) [INFORMAZIONE NOTA]
Il pasto alla soda caustica? Il fatto che fu Socian a prendere le redini del gruppo per farlo scegliere? Le torture? Il colpo di revolver? Il filo spinato? Le amputazioni? Le formiche? ANCHE QUI, NIENTE! Il “pezzo forte” sferrato da Russo é un’opinione personale di Bepi Flajs che viene ripetuta tre volte nel testo (quella riferita a pag.18,186,197) come se si trattasse di chissà che, ma é e resta l’opinione di una persona che non dialogava con i partigiani.
A pag.147 c’é un’interessante dichiarazione di Myza Flajs, moglie di Toni Flajs, riguardo a Bepi Flajs:
“Bepi Flajs aveva agito secondo le disposizioni di Gajger”
“Bepi all’inizio aveva creduto che quei corpi fossero sassi gelati”.
E come farebbe a sapere queste cose la signora Flajs? Anche qui si tratta comunque di dichiarazioni in linea con lo scenario del recupero postumo dei beni e non testimonia certo della presenza dei due uomini in Bala durante le uccisioni. Russo poi aggiunge sempre a pag.147 un virgolettato con l’elenco dei beni dei dodici, ma non dichiara chi ne sia la fonte “orologi, anelli, catenine, tutto quanto avevano addosso i carabinieri! “ e prosegue dicendo che i beni vennero nascosti dal Gajger sotto un grosso sasso a poca distanza dalla sua dimora e che ritornò a casa poco dopo mezzogiorno del 25 marzo 1944.
7.06 SPOSTAMENTI DI DATA
A pag.157 lo stesso Russo dichiara che durante le ricerche i nazifascisti passarono anche a casa di Bepi Flajs per chiedere informazioni sul come raggiungere malga Bala e che… sia Bepi Flajs che Gajger tornarono alla malga per “controllare la situazione”. Ma come? Controllare cosa: che dei cadaveri (della cui morte Gajger sarebbe stato felice – pag.257) non si siano mossi? O non siano stati divorati dalle formiche-vampiro? E’tuttavia un’ammissione che Bepi Flajs e Gajger “tornarono su in malga” nei “giorni successivi” per “controllare” i morti. Non é dunque questo che dichiara Bepi Flajs a pag.147 con quella frase che descrive il recupero degli abiti avvenuto, secondo Russo, immediatamente dopo le uccisioni? E’dunque per adattare la vicenda alle dichiarazioni di Bepi Flajs che l’autore sposta le uccisioni al 25 marzo?
Tale spostamento difatti non avrebbe molto senso: Russo lo motiva col bisogno di attendere l’arrivo di Ursic e ciò avrebbe senso solo se il contesto fosse quello del gran sacerdote che deve presenziare al sacrificio rituale, il che appare ovviamente assurdo ed inverosimile, anche perché nel racconto Ursic non ha assolutamente nessun ruolo decisionale (quello é affidato a Socian) se non la mera presenza. Russo inoltre aggiunge a pag.120 il dibattito e ripensamento su un’operazione che era stata pensata per settimane (pag.77), di cui parla solo Bepi Flajs che tuttavia non era nemmeno presente.
Molto più probabilmente la dichiarazione del Bepi Flajs sul recupero degli abiti avvenuto il 25 marzo 1944 ha obbligato a ritenere che pure le uccisioni avvennero lo stesso giorno, in modo da far combaciare la presenza di Bepi Flajs sul luogo del delitto anche al momento del delitto.
7.07 MYZA KOMAC E GLI ANONIMI
A questo punto si dovrebbe osservare in dettaglio quanto affermano Myza Komac ed i testimoni anonimi ma oramai il meccanismo é evidente: frasi estrapolate dalle interviste ed inserite qua e là in modo che sembrino sostenere una tesi illogica che non é basata su nulla di oggettivo. Se nemmeno il superteste Gajger ed il vero teste-chiave di Russo, Bepi Flajs, non hanno dichiarazioni utili a sostenere la tesi del libro, star ad osservare anche quelle di Myza Komac (che non salì in Bala) o dei testimoni anonimi (la cui attendibilità é inferiore a quella che riserverei al Polpo Paul) e dunque, in un insolito atto di pietà nei confronti di chi legge, mi limiterò a riassumere stringatamente:
Myza Komac, della bausiza, sposata con Toni Flajs, testimonia soltanto di aver visto i partigiani passare per Logje (pag.17) e che aveva paura di loro (pag.110). Per il resto Russo ci informa che lei finse di non conoscere i sentieri dinnanzi ai nazisti che ispezionavano il territorio (pag.156)
Il misterioso “Qualcuno di quel territorio della Slovenia”, tra “sgomenti e brividi” racconterà di urla agghiaccianti e l’altrettanto misterioso figlio anonimo del pastore anonimo che avrebbe visto tutto stando nascosto a decine di metri FUORI dalla malga avrebbe raccontato “con le lacrime agli occhi” ciò che a sua volta gli raccontò il padre, ma il testo non riporta alcuna dichiarazione né dell’uno né dell’altro, tanto che é facile ritenere si tratti sempre della stessa persona:
“Finalmente – mi ha confidato con le lacrime agli occhi il figlio di un pastore, il quale, nascosto dietro un grosso albero a poche decine di metri da quello scempio, aveva seguito tutto pietrificato e impotente – final- mente posso liberarmi di questo peso che mi opprime il cuore da tanti, tanti anni! Per quasi cinquant’anni ho dovuto nascondere questa verità, ma era tempo che tutto venisse alla luce! Mi sento finalmente libero, quasi leggero!”
E tremava dalla commozione e dall’orrore quel povero contadino nel contarmi per l’ennesima volta quanto suo padre gli aveva ripetuto all’inverosimile, perché quei fatti non fossero mai dimenticati! (pag.145,146)
Ma, diciamocela tutta, pianti, commozione e lacrime… per una vicenda di mezzo secolo prima che ti é stata solamente raccontata ed in cui non é coinvolto nessuno che conoscessi? Sembra più di star di fronte alla testimonianza di qualcuno che venne traumatizzato da piccolo da un padre che, per spaventarlo, gli ha “ripetuto all’inverosimile” una storia di torture raccapriccianti, più che davanti ad una banale testimonianza secondaria.
7.08 LE DICHIARAZIONI DI HROVAT
L’antipatia dichiarata di Russo per i partigiani, come già visto, é evidente nel racconto delle interviste in cui l’autore non si esime dal commentare negativamente le loro reazioni alle sue insistenze nel tentare di fargli confermare la sua versione dei fatti. Per esempio non manca di riportare una frase di titubanza dell’anziano Hrovat, non abituato né ad attenzioni giornalistiche né parlare al registratore:
“Alla vista del registratore ecco pronta la sua battuta, dopo averci rivelato che si sentiva di colpo importante come mai nella sua vita:“… E se faccio qualche errore?. Posso poi riparare?” (pag.16)
Frase che viene utilizzata a ‘mo di “faro” per introdurre ed avvalorare il commento negativo alla persona di Hrovat che, pur rispondendo alle domande di Russo e Rinaldi, non avvalora la tesi dei due:
E invece di rispondere alle domande, le contorceva a proprio comodo, modificando la voce di volta in volta, come un grande attore, alzando o abbassando di molto il tono, da sillaba a sillaba, facendo finta di scarabocchiare un foglio per prendersi meglio gli appunti su cui informarsi, tracciandoci uno schizzo del territorio, fissando ripetutamente il monte Sleme, lì a due passi, verso la Bausiza, per la sua forma anatomica quasi maschile: atteggiamenti che al mio amico Toni più che a me davano enormemente fastidio e il Toni dovette sudare e soffrire quel giorno più del dovuto nel tenersi la bocca cucita, ricacciando indietro l’antipatia naturale che il signor Hrovat era riuscito a crearsi in noi in poche battute. Girando alla larga, molto alla larga, nelle mie domande, il tempo passava, ma da lui, dal signor Hrovat, non si riusciva a tirar fuori niente di nuovo, tranne cose che già conoscevo sulla vita dei partigiani di Plezzo e in particolare dei carabinieri, della loro cattura, del percorso fino a Planina Bala, a malga Bala. (pag.16)
“Aveva tentato tutto Hrovat per deviare le nostre domande e la nostra attenzione sui carabinieri della BaIa e mai come quel giorno avevo ultimato una intervista con l’amaro in bocca e una delusione cocente e palpabile.Ci aveva quasi derisi il Hrovat, tentando di mettere tutto in ridicolo e in dubbio, facendo di tutto per confonderci le poche idee precise che in quel momento avevamo, le poche certezze che a ogni sua risposta vacil- lavano e di punto in bianco io mi ritrovavo a brancolare nel buio e nei misteri più fitti. Sarebbe stato un abile politico il signor Hrovat, almeno in Italia!” (pag.194)
Nel nostro lungo incontro, Hrovat alza perfino la voce, la camuffa, la sopraeleva per riabbassarla poi di colpo, ci guarda fisso negli occhi per poi deviare il discorso, ribalta le domande cercando di trasformare se stesso in intervistatore e noi in intervistati, finendo però sempre nel riba. dirci che per questa inchiesta bisognava aspettare ancora qualche anno e che proprio non era il caso di riaprire vecchie ferite ormai dimenticate per sempre.Un grande attore, un vero fenomeno! Ricordo che l’amico Toni di Cave si spazientiva spesso e si faceva pren· dere dalla rabbia, dal momento che si sentiva preso in giro. E io, contra· riamente al mio solito, ero costretto a trattenermi nella speranza che alla fine da quell’incontro, tanto atteso e tanto temuto, riuscissi ad ottenere qualche lume, qualche spiraglio di verità. (pag.196)
Russo non considera nemmeno per un momento l’ipotesi che forse Hrovat stia raccontandogli la verità e che la versione strage sia falsa, dando per scontato che se Hrovat non la conferma significa che mente. I più lunghi e dettagliati commenti che l’autore fa su un teste sono fatti con l’intendo di distruggerne e denigrarne l’attendibilità e ciò non in base a contraddizioni o dimostrate menzogne di Hrovat, bensì solamente perché ciò che Hrovat dice smentisce la versione strage che Russo ha fatto propria. Lo stesso Russo che a pag.145 accoglie senza batter ciglio la non-dichiarazione dell’anonimo figlio di un anonimo pastore!
Sempre a pag.16 viene inserito un collage di frasi che, come già visto in 2.05 hanno l’effetto di dare un’impressione di Hrovat molto diverso da quello che ne uscirebbe dall’intervista completa (di cui uno stralcio minimo é presente a pag.193). E’ in questa situazione che si dovrebbe tentare di separare le affermazioni dirette di Hrovat ma, come già mostrato in 2.05 la cosa non é sempre possibile in quanto non é sempre chiaro a che domande corrispondano le dichiarazioni né se una serie di frasi che presentano puntini di sospensione ( … ) siano sempre collage o dichiarazioni in cui l’intervistato effettivamente faceva dei momenti pausa fra una frase e l’altra. Pertanto riporto le singole frasi cercando di mantenerne l’ordine con cui sono state proposte da Russo lasciando a chi legge la libertà di intenderle come frasi separate o unite tra loro.
A pag 16 vengono riportati questi stralci di risposte a “tante domande”. Solo una di queste domande é “Ma perché i 12 carabinieri furono così barbaramente trucidati?”
E chi dice queste cose?
Io… io non ero lassù
A colpi di piccone poi
No, no, mai fatto una cosa del genere noi partigiani! Coi picconi poi!
Su, su, dove prendevamo i picconi, i coltelli o le scimitarre?
Sì e no avevamo qualche temperino
dodici carabinieri poi
Erano sì e no cinque, sei: pum pum, sono stati sparati e tutto è finito lì!
Socian era il comandante militare, io il commissario politico
“Ma chi era il più alto in carica?”
Il secondo… in campo militare Socian; chi comandava veramente era il commissario politico ed ero io il commissario politico!
Socian era terribile, alla tedesca, di poche parole. I preti e le donne che erano coi preti lo odiavano
Io con lui ho sempre baruffato, ma come commissario ero più furbo e quindi vincevo sempre io!
In conclusione cosa volete da me?
Chi ha ammazzato i carabinieri!
“Noi!”
In che modo?
Noi li abbiamo sparati! (pag.17,197)
“Socian era un comandante di grande altezza, di grande livello. E’ stato lui a ordinare questa azione: del resto lui era nativo di Bretto e quindi conosceva ogni angolo di quel territorio!” (pag.78)
“Di notte non c’erano mai tedeschi in giro!” (pag.99)
“E’ stato preso il sentiero che c’è dopo la Pustina, prima della fortezza, a sinistra, prima della roccia: lì c’è un sentiero di guerra ben conosciuto e frequentato dai cacciatori” (pag.102)
“La distruzione di Strmec (Bretto di Sopra) non c’entra niente con la storia dei carabinieri né la battaglia e la strage sul monte Golobar hanno alcun riferimento con quello della Bala” (pag.194)
“lo non ero con quei partigiani. A capo era Franc Ursic, di Caporetto; poi nel comando venivano Socian e Srecko, cioè Gianfrate” (pag.194)
“lo ero il commissario politico!” (pag.195)
Tra il commissario politico e il comandante militare, chi era il più alto in carica?
“In campo militare Socian… Chi comandava veramente era il commissario politico e io ero il commissario politico dell’armata partigiana! “ (pag.195)
“Quest’azione l’aveva ordinata Socian, che era di Bretto e quindi conosceva ogni angolo del territorio” (pag.195)
“Nessun paltigiano aveva lo scopo di ammazzare i carabinieri: i nostri nemici erano Hitler coi tedeschi e Mussolini: cosa c’entravano i carabinieri?” (pag.195)
“La centrale di Bretto di Sotto dava energia alla miniera di Cave che era in mano ai tedeschi: lì si facevano fucili e armamenti militari, dal momento che si produceva piombo e zinco, elementi che servivano per costruire cannoni, fucili e bombe. Il nostro dovere era di eliminare, di distruggere la centrale perché non desse più energia elettrica. Era questo un nostro dovere di partigiani!” (pag.195)
(parlando dell’assalto alla casermetta) “La responsabilità era del vice brigadiere che ha rivelato la parola d’ordine” (pag.195)
“Ben 12 carabinieri, tenuti in vita per quasi due giorni? (pag.195)
Su, mo’: dove prendevamo da mangiare per loro per tanto tempo? (pag.195)
“Noi partigiani abbiamo sempre rispettato i carabinieri. Chi era coi fascisti no, non poteva essere da noi rispettato, ma i carabinieri cosa c’entravano? (pag.195)
Io non ero su in malga (pag.195)
Ma è passato tanto tempo, come si fa a ricordare? (pag.195)
E poi… 5 o 6 carabinieri uccisi.. .. 12!?.. No, non erano 12 (pag.195)
Voi mi rivelate cose nuove che io non ho mai sentito… Sono cose del tutto nuove per me (pag.195)
Questa cosa è stata opera di altri, non dei partigiani! (pag.195)
E’ passato tanto tempo! Come pretendete che uno ricordi ancora questi particolari? (pag.195)
12 morti e tutti carabinieri? (pag.195)
E’ assurdo, 5 o 6, non 12 e poi uccisi in quel modo! (pag.195)
Mi fate venire i brividi! (pag.195)
Ammazzati poi a colpi di piccone! (pag.195)
No, no, mai fatta noi una cosa del genere. Dov’erano i partigiani non succedevano queste cose. Questa per noi era un’azione militare, non politica e questa è stata un’azione militare! (pag.195)
In altre azioni i prigionieri venivano liberati o mandati a casa o sparati nell’azione, in questa no, come mai? (pag.196)
Sono stati gli italiani a ridurre in quello stato i carabinieri o anche i tedeschi e poi hanno dato la colpa a noi. Io non credo sia successo questo che voi dite, noi si sparava ai prigionieri. Non abbiamo mai trucidato nessuno noi (pag.196)
Non avevamo mica coltelli, accette, picconi o scimitarre! (pag.196)
Su, mo’! Noi avevamo mitra, qualche temperino, mica picconi! (pag.196)
Ma dopo cinquant’anni voi cercate ancora queste cose? A chi interessano più? (pag.196)
Cosa serve andare a riaprire queste ferite (pag.196)
No, non mi va giù questa storia: nessuno li ha trucidati, glielo garantisco io (pag.196)
La mia parola… boh, dai, almeno al 60%, d’accordo? (pag.196)
Con Socian ho sempre baruffato; però come commissario politico vincevo sempre io che ero più furbo!” (pag.196)
Ripeto che i carabinieri non erano nostri nemici, i fascisti sì, erano nemici!” (pag.196)
Ma voi giornalisti italiani non avete altro a cui pensare? (pag.196)
Dopo tanti anni tirate fuori ancora questa storia?” (pag.196)
“Potevate aspettare ancora qualche anno, no?” (pag.196)
“Ma non potevate aspettare altri cinquant’anni per le vostre ricerche? .. Se andate da Srecko, a Nova Corica, lui non vi riceverà neanche, lui non parla con nessuno… ma se per caso vi andate, non dite di aver parlato con me” (pag.17)
Hrovat dunque conferma di aver esser stato partigiano e che Socian (con cui baruffava) di grado inferiore, era sottoposto ad Ursic. Ma dice anche di non aver partecipato a quell’operazione che ricorda ma non nei dettagli (non essendo stato presente non può fornirli) e quando Russo gli illustra la modalità in cui sarebbero avvenute le uccisioni Hrovat non gli crede (“Io non credo sia successo questo che voi dite”) e, ritenendo la cosa assurda si pone a garante dell’operato dei suoi ex collaboratori garantendo che cose del genere non possono esser successe, ipotizzando un più probabile intervento dei nazifascisti. Dubita pure del fatto che si siano fatte passare due notti prima di uccidere i dodici e testimonia che il loro interesse primario era sabotare in ogni modo la centrale. Testimonia pure del fatto che l’azione del 23 marzo 1944 non era collegata a fatti precedenti. A contorno di ciò é evidente il fastidio di Hrovat dinnanzi alle insistenze di Russo sulla versione strage.
7.09 LE DICHIARAZIONI DI SRECKO
Silvio Gianfranco (Srecko) é nato nel 1922 e da dopo la guerra abita a Nova Gorica (pag.191). Viene intervistato da Russo giorni dopo l’intervista a Hrovat (pag.19) ed ammette tranquillamente di aver partecipato all’uccisione dei dodici. Russo descrive inizialmente Gianfrate con parole di simpatia “gentile, alla mano, disponibile, da vero gentiluomo” e “ci intrattiene nel suo cortile di casa, alberato e fresco, e ci racconta volentieri tutto sulla nascita del movimento partigiano dell’Alto Isonzo […]“ (pag.191) ma é stizzito dal fatto che quando Gianfrate viene accusato da Russo di aver torturato i dodici come un macellaio da film dell’orrore “si faceva prendere dalla rabbia e dai fumi dell’ira” (pag.191). L’intervista tocca anche gli avvenimenti del Golobar in cui 38 partigiani vennero uccisi, legati col filo spinato e trascinati a valle. Su questo dettaglio Russo commenta “Più o meno come i partigiani hanno poi fatto coi carabinieri… !” (senza considerare un più probabile -era una prassi diffusa tra i nazifascisti di quella zona-). Al commento vien fatta seguire l’affermazione di Srecko “No, no, nessun collegamento tra Golobar e carabinieri della Bala…!”. Anche negli spezzoni d’intervista di Srecko notiamo virgolettati che si ripetono ma senza combaciare e senza presentare sempre tutte le informazioni della versione alternativa, il che porta seriamente a dubitare che i virgolettati che compaiono una sola volta siano una trasposizione fedele e completa delle affermazioni dell’intervistato.
“La distruzione di Strmec (Bretto di Sopra) non c’entra niente con la storia dei carabinieri né la battaglia e la strage sul monte Golobar hanno alcun riferimento con quello della Bala”. (pag.194)
“Sì, facevo parte dei partigiani che hanno ucciso i carabinieri in malga Bala. Anch’io sono stato alla centrale di Bretto a prelevare i carabinieri. Il comandante supremo era Ursic, poi venivamo Socian e io. Socian e Svonko, il Della Bianca, sono andati sulla strada ad aspettare il brigadiere dei carabinieri; tutti gli altri eravamo nascosti in attesa; poi siamo scesi a circondare la caserma… “ (pag.19) [PRIMA VERSIONE]
“Sì, anch’io facevo parte dei partigiani che hanno ucciso i carabinieri: sono stato alla centrale a prelevarli. Quella volta il comandante era Franc Ursic, poi venivo io e Socian. lo ero l’aiutante del comandante. Socian e Svonko, il Della Bianca, erano andati sulla strada ad aspettare il brigadiere; tutti gli altri eravamo nascosti, in attesa. Poi siamo scesi a circondare la caserma. Alcuni di noi hanno minato la centrale, mentre gli altri prendevamo i carabinieri!” (pag.192) [SECONDA VERSIONE]
“L’assalto è avvenuto appena scuro, di sera: abbiamo prelevato le armi e abbiamo deviato sulla montagna dopo la “Pustina”, una vecchia trattoria” (pag.192)
“Ma perché proprio i carabinieri?” (pag.192)
“I carabinieri erano i servi dei tedeschi, loro avevano rovinato tante nostre famiglie; essi erano lo Stato Italiano, in quanto non avevano avuto il coraggio di mettersi contro lo Stato dopo 1’8 settembre. I partigiani erano più che arrabbiati contro di loro, perché ognuno in casa propria aveva avuto i suoi morti e i suoi drammi, con persecuzioni ed esilio. E l’odio era cresciuto contro di loro!” (pag.192) [LA GRANDE RIVELAZIONE DI QUESTO ESTRATTO E’ CHE PARTIGIANI E FASCISTI NON VANNO TANTO D’ACCORDO]
“I nostri papà e le nostre mamme erano stati perseguitati e internati dai carabinieri fedeli allo Stato Fascista, perché i loro figli erano partigiani. Anche mio papà e mia mamma erano stati perseguitati, anche mio fratello. Non erano i tedeschi il nostro obiettivo, ma i carabinieri che erano rimasti fedeli a Mussolini e alla Repubblica Sociale dopo 1’8 settembre del 1943” (pag.19) [PRIMA VERSIONE – LA TESTIMONIANZA INDICA CHE I NAZIFASCISTI FOSSERO PERFETTAMENTE A CONOSCENZA DELL’IDENTITA’ DEI PARTIGIANI]
“Tanti nostri papà e tante nostre mamme sono stati perseguitati e internati dai carabinieri fedeli allo stato fascista, chi a Padova, chi a Savona, chi a Rimini, chi in Sicilia o in Calabria, solo perché avevano figli tra i partigiani. Anche mio papà e mia mamma sono stati perseguitati… anche mio fratello” (pag.192) [SECONDA VERSIONE]
“Il nostro obiettivo non erano i tedeschi, bensì i carabinieri carabinieri che erano rimasti fedeli a Mussolini dopo 1’8 settembre 1943 e che avevano rovinato tante nostre famiglie!” (pag.263) [TERZA VERSIONE – IL FATTO CHE L’OBIETTIVO DEI PARTIGIANI FOSSERO DEGLI ITALIANI E NON DEI TEDESCHI APPARE OVVIO: ERANO GLI ITALIANI A GUARDIA DELLA CENTRALE, COME E’OVVIO CHE SI TRATTASSE DI PERSONE RIMASTE FEDELI A MUSSOLINI: I NAZISTI NON METTEVANO CERTO A GUARDIA DI OBIETTIVI SENSIBILI PERSONE CHE NON ERANO FEDELI A MUSSOLINI]
“Il comandante della nostra brigata era Franc Ursic. Per la storia dei carabinieri aveva deciso lui e per questo era intervenuto proprio lui: una cosa troppo importante” (pag.193) [ATTRIBUISCE LA DECISIONE A URSIC ANZICHE’ A SOCIAN E NE TESTIMONIA LA PRESENZA DURANTE L’AZIONE]
“Non era solo di Socian la responsabilità di quel fatto ma del comandante in capo che era l’unico vero responsabile; nessuno poteva opporsi al comandante che è responsabile di ogni azione dei suoi uomini che devono solo ubbidire. Se lei ha fatto il militare, sa che è così!” (pag.78) [ATTRIBUISCE LA RESPONSABILITA’ A URSIC]
“La guerra…! Brutta cosa la guerra! Chi non l’ha fatta non la può capire!” (pag.193)
“Gajger era un aiutante, un amico dei partigiani; era proprietario di diversi fienili in Bausiza e conosceva bene ogni parte del territorio” (pag.193)
Ma perché infierire sui carabinieri in quel modo, coi picconi…! (pag.193)
“Noi non si aveva picconi!… Nessun piccone è stato usato…! Quelle cose non si fanno. I partigiani non facevano quelle cose, non lo hanno fatto perché non lo sapevano fare!” (pag.193) [NEGA LE TORTURE]
“E poi il veleno!… Ma che veleno e veleno… Non si fanno quelle cose!” [NEGA LE TORTURE]
E continua a scuotere la testa Srecko, guardando altrove, cercando di deviare il discorso. (pag.193)
“Socian li ha portati fuori uno alla volta dalla stanzetta e poi li ha uccisi con la pistola! … No, non si fanno quelle cose!” (pag.193) [DICHIARA CHE LE UCCISIONI AVVENNERO SEMPLICEMENTE CON ARMA DA FUOCO]
Gli mostro alcune foto della malga e riconosce ogni particolare (pag.193)
“Solo due o tre mesi dopo abbiamo saputo che i carabinieri erano stati trovati in quel modo; sarà stata la propaganda contro di noi, forse i Domobranzi, forse i tedeschi pur di infangare il nome dei partigiani!” (pag.193)
Ma perché i carabinieri furono portati fin lassù? Perché non spararli prima? (pag.193)
“Non lo so! So solo che i tedeschi hanno fatto una grande propaganda contro di noi, hanno approfittato di quella situazione”. (pag.193) [PASSAGGIO INTERESSANTE: LA DOMANDA E’PERFETTAMENTE LECITA MA LA RISPOSTA “NON LO SO” E’ TROPPO SBRIGATIVA. TUTTAVIA, VISTI I PRECEDENTI NON SI PUO’ESSER CERTI CHE QUESTE SIANO LE ESATTE PAROLE E L’ESATTO SENSO DELLE AFFERMAZIONI (LA DOMANDA POTREBBE ESSER STATA “MA PERCHE’ PROPRIO A MALGA BALA?” E LA RISPOSTA “NON LO SO, NON C’ERA UN MOTIVO PARTICOLARE PER SCEGLIERE QUELLA MALGA”)
“E’ stata una brutta cosa questa, molto brutta!” (pag.193)
“Per questo fatto e per altri diversi tra i partigiani alcuni sono stati degradati. La responsabilità di quel fatto non era solo di Socian, ma del comandante in capo che era l’unico vero responsabile; nessuno poteva opporsi agli ordini del capo, nessuno; i partigiani dovevano solo ubbidire: chi ha fatto il militare può capirmi” (pag.193) [RIMARCA LA GERARCHIA E PARLA DI PROVVEDIMENTI INTERNI MA NON SE NE CHIARISCE IL MOTIVO: DA COME VIENE POSTA PARE FURONO DEGRADATI PER AVER ESEGUITO GLI ORDINI. NON E’ PIU’PROBABILE CHE VENNERO DEGRADATI PER NON AVER SEPOLTO I CORPI ED AVER DATO MODO AI NAZIFASCISTI DI UTILIZZARLI PER PROPAGANDA ANTIPARTIGIANA?]
“ (i partigiani erano) tutti del territorio di Plezzo, avevano sparato ai carabinieri e che la propaganda e solo la propaganda aveva creato attorno alla storia dei carabinieri tutti quei particolari macabri”. (pag.193)
“Non parlo più di queste cose e non capisco perché insistete tanto, dopo tanti anni!” (pag.193) [SRECKO SI SPAZIENTISCE DELLE INSISTENZE DI RUSSO]
“Anche Lojs Hrovat di Plezzo era con noi: era lui il commissario politico!” (pag.19) [PRIMA VERSIONE – VEDI SOTTO]
“Rivolgetevi a Lojs Hrovat, lui era con noi: era lui il commissario politico!” (pag.193) [SECONDA VERSIONE – ANCHE QUI BISOGNA PORRE UNA CERTA ATTENZIONE: “ERA CON NOI” E’ INTESO COME “ERA A MALGA BALA” O “FACEVA PARTE DELLA NOSTRA BRIGATA”? POICHE’ RUSSO SEMBRA INSISTERE MOLTO SULLE MOTIVAZIONI, SRECKO LO RIMANDA A HROVAT CHE ERA IL CAPO POLITICO E STAVA GERARCHICAMENTE PIU’IN ALTO]
Anche Srecko é irritato dalle domande di Russo ma questi non controbatte con la stessa forza di Hrovat e fornisce diverse dichiarazioni che Russo può utilizzare. Per questo motivo viene ricompensato con una descrizione tutto sommato umana della sua persona (gli vien pur concesso il lusso di avere un luogo e data di nascita, wow!) che però vengono “autobilanciati” dalle mancate conferme alla versione strage che vengono fatte passare per reticenze. Seguendo l’evidente meccanismo “se fornisci elementi utili a confermare la tesi dell’autore sei bravo ma se taci o smentisci sei un bugiardo” Russo può permettersi di spendersi in parole positive per poi negativizzare le mancate conferme.
Parola d’ordine tra quei partigiani ancora viventi era logicamente il continuare a insistere su particolari contrastanti, sostenendo che i carabinieri erano stati fucilati. Cosa del tutto irreale e non avvenuta, fatti alla mano! Nessuna spiegazione plausibile sul massacro, sul perché di quella terribile strage dopo due giorni di peregrinazioni da un casolare all’altro fino a raggiungere la zona impervia e isolata della malga Bala, neanche cinquant’anni dopo quando finalmente l’omertà era stata rotta e numerose testimonianze avevano chiarito il tutto e messo i partigiani con le spalle al muro, a cominciare dai comandanti, due dei quali già morti al momento delle nostre inchieste. (pag.194 – grassetto mio)
Russo basa la sua teoria sul “silenzio partigiano” semplicemente in base al fatto che… i due partigiani con cui ha parlato non confermano la sua versione! Appare inquietantemente ridicolo il fatto che Russo affermi che la morte per fucilazione dei dodici sarebbe “irreale” rispetto ad un sacrificio umano rituale-simbolico effettuato con violenza inenarrabile di cui non é stato in grado di fornire nemmeno un solo elemento a favore.
La realtà era ed è che l’odio, profondo e radicato, aveva avuto il sopravvento su ogni raziocinio umano! (pag.194)
La REALTA’ secondo Russo é quella che lui ritiene tale e che “dimostra” combinando assieme chiacchere di paese, propaganda nazifascista, mezze frasi, spezzoni di intervista selezionati, opinioni personali di persone che non hanno avuto minimamente a che fare con gli eventi in questione, imprecisioni che forse nascondono una qualche volontarietà e “testimoni” che non dichiarano nulla di ciò che lui sostiene, in un poutpourrì contraddittorio da cui traspaiono con evidenza una lettura nazionalistico-mistico-religiosa degli avvenimenti e della realtà nel suo insieme.
Particolarmente inquietante il fatto che Russo commenti queste “dichiarazioni” incomplete, diversamente interpretabili e scontate con parole di gioia, parlandone come di una verità rivelata:
“Come si fa a non ringraziare il buon Dio con più calore ed estrema sincerità nel vedere finalmente ogni componente del puzzle regolarmente al suo posto?” (pag.19)
Russo dunque non ringrazia Dio per avergli fornito una versione completa e coerente della vicenda, ma di avergli fornito materiale utilizzabile per sostenere una versione che a suo avviso DOVEVA essere confermata
8.00 LA “VERITA” DI RUSSO
Il concetto di “verità storica” che traspare da “Planina Bala” é decisamente peculiare e distante da quello diffuso in ambito storico. In “Planina Bala” non v’é nessuna analisi di testi o delle affermazioni degli intervistati, nessun tentativo di distinguere tra storia e memoria, nessun tentativo di inserire gli eventi nella loro complessità storica, nessun tentativo di osservare i fatti in maniera equidistante dai personaggi coinvolti, nessun tentativo di ripulire le affermazioni raccolte dal loro bagaglio emotivo. Questo giusto per citare alcuni dei problemi di fondo senza rivangare nuovamente le problematicità del testo elencate finora. Una ricerca storica corretta mira a proporre una tesi logica basandosi su dati certi:
raccolta dati → ipotesi → verifica → dimostrazione → tesi
Russo invece agisce in modo assai diverso, ossia non parte dalla raccolta dati, bensì da un’idea di verità immutabile precostituita ed attorno ad essa rielabora e riadatta sia i dati che le ipotesi affinché questi avvalorino la verità data ed inamovibile:
Ecco che i dati che non collimano vengono scartati (le parti d’intervista mancanti e le domande non poste), ecco che certe frasi vengono “vendute” in un certo modo ma che forse all’origine avevano un senso diverso, ecco che la complessità viene ridotta fino a renderla una sorta di fiaba horror in cui le persone sono banalizzate in buoni contro cattivi, brava gente contro demoni. Ecco che anche la testimonianza di chi riferisce solo chiacchere di paese diventa “materiale utile”. Ecco che dalla rielaborazione narrativa di testimonianze ed ipotesi omogeneizzate in un’unica marmellata monosapore emergono le strutture culturali e pregiudiziali dell’autore che la tengono assieme dandole l’illusione di solidità.
Riportando alla mente quanto osservato all’inizio di questo articolo appare decisamente inquietante il fatto che la posticcia narrazione dei fatti portata avanti da questo libro venga venduta come verità storica ma la cosa, purtroppo, non stupisce affatto poiché non é certo un mistero come e perché ciò sia avvenuto: se all’inizio di questa catena c’é stato il lavoro di persone a cui non interessa la realtà e proprio per questo son portate a percepirsi come costantemente in stato d’assedio, mentre alla fine della stessa vi son persone ben disposte ad accogliere queste appaganti falsità per i medesimi motivi, nel mezzo v’é chi, in malafede, sfrutta quelle stesse falsità perché é proprio mantenendole vive che prosperano.
Il concetto di fondo però é sempre, sempre lo stesso:
Quelli come me vivon nel giusto
Nessuna differenza fra “io” e “noi”
Il diverso é sbagliato
Il diverso sarà bruciato
(2017/09/30) Segnalo questo pezzo di Laura Matelda Puppini sui fatti di Malga Bala molto ben documentato ed ottimamente esposto. Il succo é ben riassunto in questi passaggi relativi alla vicenda storica:
[…] ho solo capito, fin qui, che vi fu una azione partigiana contro la centrale di Bretto inferiore, inserita in una serie di azioni partigiane, che i carabinieri che presidiavano la stessa non si aspettavano; che essi vennero catturati dai partigiani che li portarono via prima di far saltare la loro casermetta, ma se avessero voluto ucciderli non si sarebbero comportati così, e quindi che vennero uccisi forse dai partigiani, perché tentarono magari la fuga. Santo Arbitrio disse che avevano lottato. I loro corpi vennero ritrovati una decina di giorni dopo in una grotta, non in una malga, e furono sepolti con tutti gli onori del caso. Avevano subito sevizie? Non lo so, non è chiaro, men che meno di che tipo. Attenzione che gravi lesioni non significa che le stesse siano state procurate da torture, perché anche altri fattori possono lesionare corpi rimasti all’aperto in montagna dieci giorni: il freddo, le intemperie, animali presenti, oltre che la decomposizione naturale.
ed alla ricostruzione effettuata da Antonio Russo:
A me lo confesso, dopo aver letto “Planina Bala”, volume che non consiglio ad alcuno, Antonio Russo fa paura, per il suo modo di procedere.
(2018/03/29) Segnalo questo articolo di Claudia Cernigoi che aggiunge alcuni nuovi elementi allo sviluppo della narrazione sui fatti di Malga Bala.
In particolare pone l’attenzione sull’operato di Arrigo Varano, “un carabiniere in congedo di Brescia, che ha tempestato il Comando generale dell’Arma con interrogazioni parlamentari presentate da rappresentanti post-fascisti” e sugli Atti del convegno del 2010 dell’UNMS di Brescia su Malga Bala, in cui si riporta che le milizie tedesche tributarono onore ai militi della GNR «con una triplice salva di fucileria sparata da un reparto tedesco».
L’articolo inoltre analizza alcuni documenti originali della GNR contenuti negli atti in cui viene riportato che:
I partigiani agirono senza colpo ferire, probabilmente cogliendo Perpignano di sorpresa mentre rientrava dall’osteria e facendosi aprire da questi la caserma; che gli operai dissero di non riconoscere nessuno di quelli che vengono supposto essere circa una 20 partigiani; che questi trattarono bene gli operai; che prelevarono una mitragliatrice, due fucili, due moschetti e le armi in dotazione ai militi lasciando sul posto viveri e munizioni; che la turbina della centrale era danneggiata.
Un secondo documento parla di battute di ricerca avvenute il 31 marzo ed il 2 aprile 1944 da parte di militi della 2^ centuria GNR confinaria di Tarvisio, dell’ 8° Reggimento alpini e milizie naziste, e del rinvenimento il 2 Aprile 1944 in una grotta sita in località Dolinza (“tra Monte Bellez, Crste del Cavallo e Monte Plesivizza <?> a 130 Km. a Nord-Est di Udine”) dei cadaveri di tutti i 12 militari che componevano il distretto di Bretto. Per poi continuare con la descrizione dei corpi seviziati da armi bianche e da fuoco: «Tutti, indistintamente, i corpi dei militari erano coperti con le sole mutande e la camicia e presentavano ferite multiple di arma bianca e da fuoco, nonché tracce evidenti di sevizie» . Conclude cdicendo che i corpi son stati trasportati a Tarvisio e comunicando che col comando tedesco é stato disposto che il funerale sarà tenuto martedì 4 alle 11,30
Un terzo documento invece dice che già il giorno 31 in Val Bausizza vennero ritrovati 7 cadaveri dei carabinieri di Brutto da “un reparto di carabinieri e uno di Alpenjaeger”. Stavolta si aggiunge il dettaglio di piedi legati col fil di ferro e si specifica che solo ad una seconda spedizione il 2 Aprile composta da “Confinari, alpini e carabinieri” vennero trovati tutti i corpi “nella stessa località dei primi”. Lo stesso documento riporta pure:
“Con l’occasione informo che la sera del 27 Marzo, una emittente nemica in lingua italiana ha trasmesso che, nella Val Trenta (alle sorgenti dell’Isonzo) un plotone di carabinieri con due sottufficiali abbandonavano le armi e si consegnava ai partigiani delle bande di Tito.
La radio nemica avrà voluto facilmente alludere ai carabinieri di Brutto, esagerando e travisando, secondo il suo costume, la notizia a scopo propagandistico”
Con lo stesso materiale dunque é possibile ipotizzare che: i 12 militi, posti di fronte ad un aut-aut potrebbero essersi effettivamente consegnati ai partigiani (magari lasciandoli temporaneamente disarmati finché non fosse certo non stessero facendo il doppio gioco?) ma il 31 marzo, colti di sorpresa dal reparto di alpini e Kaiserjager, questi hanno avuto la peggio, catturati dai nazisti e torturati perché traditori. Oppure uccisi in scontro a fuoco ed i cadaveri seviziati per spregio o appositamente per essere usati come arma propagandistica contro i partigiani. O ancora: la trasmissione radio poteva effettivamente essere una esagerazione propagandistica, i 12 militi, tenuti ostaggi, vista la presenza di alpini e Kaiserjager potrebbero aver tentato la fuga ed essersi trovati tra il fuoco incrociato.
“Prendiamo ora in considerazione quanto scrive Franc Črnugelj nel suo “Na zahodnih mejah 1944” (pubblicato nel 1993, come il libro di Russo), non tradotto in italiano. Alcuni partigiani coordinati da Franc Ursič Jožko, comandante di distaccamento, dopo avere catturato Perpignano, si servirono di lui per introdursi nella centrale elettrica: la sabotarono, prelevarono armi e munizioni ed iniziarono la ritirata verso i monti, portando con sé i prigionieri. Nel frattempo però i nazisti si erano dati all’inseguimento degli attentatori; ad un certo punto i prigionieri cercarono di darsi alla fuga e ne scaturì uno scontro a fuoco: «i tedeschi spararono contro la colonna partigiana, nella quale si trovavano anche i prigionieri», scrive Črnugelj”
Ma poi arriva la parte più buffa. Cernigoi commenta il fatto che sul ACTA n°94 (ANNO XXXI – N. 3, SETTEMBRE NOVEMBRE 2017), preso atto che il database Onorcaduti riporta che dei 12 militi, 2 siano morti in località sconosciuta e 10 a Dolinza (come riportato nel primo dei documenti qui citati)
2 Dino Perpignano, ma per entrambi luogo Decesso: DOLINZA
Ignorando che Dolinza sia una minuscola località della Bavsica (a volte anche traslitterata Dolince, Dolinzi, Dolica, Dolinka), i redattori di ACTA la confondono con la quasi omonima Dolinza Alm in Austria, sita a 65Km da alla Bavsica. Ma qui arriva la parte interessante: i redattori di ACTA giustificano la stranezza ipotizzando che
«i tedeschi avrebbero tentato estreme cure sanitarie oltreconfine, nell’austriaca e pacifica Dolinza Alm, prima del seppellimento con onori il 4 aprile 1944 a Treviso»
E qui non si può che tornate ai “cugini stronzi di Germania”, che saranno pure stronzi, ma son sempre cugini e dunque fondamentalmente buoni. Tanto buoni da tentare disperatamente di resuscitare dei cadaveri orrendamente maciullati.
Per concludere non si può che osservare il motivo di tanta sicurezza dei redattori di ACTA:
“E’ innegabile che i tedeschi siano stati i primi e forse gli unici ad intervenire sul luogo della strage e a loro resta attribuito, salvo propagandistiche versioni, il ritrovamento dei seviziati.”
Che possiamo tradurre: “E’innegabile che i tedeschi siano stati i primi e forse gli unici ad intervenire sul luogo della strage, dopodiché DOPODICHE’ NON SAPPIAMO COSA ABBIANO FATTO”
C’é una casa ad Abzimu, una piccola località ad ovest di Aleppo verso Idlib. E’ la casa del capo del consiglio rivoluzionario locale. Questa casa é il luogo di riferimento di tre italiani giunti ad Aleppo da poche ore: Daniele Raineri, un giornalista de Il Foglio, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, due cooperanti volontarie fondatrici del progetto Horryaty.
-il post é stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale-
DANIELE RAINERI
Daniele é un reporter spesso presente in zone a rischio . Non é la prima volta che entra in Siria da quando sono iniziati i conflitti ed é stato proprio lui a portare le ragazze alla casa del capo del consiglio rivoluzionario. Daniele parla l’arabo ed é in contatto col Free Syrian Army, la principale forza della coalizione anti-Assad che nei suoi articoli appoggia apertamente (tanto che in alcune occasioni ha pubblicato notizie anti-Assad poi rivelatesi infondate).
GRETA RAMELLI E VANESSA MARZULLO
Greta e Vanessa sono due attiviste del volontariato internazionale con qualche esperienza sul campo: Greta studia scienze infermieristiche; é volontaria presso l’”Organizzazione Internazionale di soccorso“ (Croce Rossao Mezzaluna Rossa che dir si voglia); nel 2011 ha passato quattro mesi in Zambia come volontaria tra i malati di AIDS e nel 2012 ha assistito per tre settimane la popolazione degli slum di Calcutta. Vanessa studia mediazione linguistica e culturale, mastica un po l’arabo ed é pure lei volontaria presso l’Organizzazione Internazionale di soccorso.
(L’ASSISTENZA UMANITARIA IN SIRIA)
Prima che scoppiassero i conflitti era presente sul territorio una piccola ma valida rete caritatevole ed alcune organizzazioni dedite allo sviluppo sostenibile che dall’inizio della guerra fatica non poco a restare in piedi. Attualmente sono diverse le organizzazioni umanitarie presenti nelle aree di conflitto e nei Paesi adiacenti (Qui un elencodelle associazioni partnerUNHCR presenti) con volontari di diverse nazionalità non di rado under 25 che danno un aiuto fondamentale nel mantenere salda la comunità siriana. Molte delle ONG italiane presenti aderiscono alla Piattaforma delle Ong Italiane in Medio Oriente e Mediterraneo, il cui proposito é aiutare e migliorare il coordinamento tra diverse associazioni. La Croce Rossa Italiana, in missione dal 2012, ad aprile 2013 aveva ancora chiesto“[…] alla Comunità Internazionale di accendere i riflettori sul mancato rispetto del ruolo dei soccorritori. Dall’inizio del conflitto sono 17 i volontari della Mezzaluna Rossa Siriana uccisi mentre prestavano opera di soccorso. Una violazione inammissibile”.”
Ci si scontra pure con la burocrazia: le organizzazioni umanitarie hanno il permesso teorico del governo siriano di muoversi liberamente, ma per ogni singolo spostamento bisogna richiedere e riuscire ad ottenere permessi (vedi PDF). Permessi che vanno richiesti con giorni d’anticipo fornendo i dati dei viaggiatori, dei mezzi che utilizzeranno. La richiesta viene fatta passare prima dal SARC , poi dal ministero degli affari esteri, poi ritorna al SARC che preparerà i lasciapassare per i checkpoint (vedi PDF). Questo se tutto fila liscio: le richieste burocratiche a volte diventano particolarmente fantasiose. Le difficoltà implicite nel conflitto e gli inghippi burocratici fanno si che nonostante l’impegno di molti siano numerose le aree che non vengono raggiunte dall’assistenza.
IL PRIMO VIAGGIO IN SIRIA, I CONTATTI ED HORRYATY
Per Greta e Vanessa quello del 2014 in cui sono state rapite non é il primo viaggio in Siria. Nel 2012 il loro interesse ed impegno s’era concentrato sul dramma della guerra civile siriana ed avevano maturato l’intenzione di partecipare attivamente agli aiuti sul campo. Si eran messe in contatto con la comunità dei siriani residenti in Italia (link 1link 2link 3) e con l’IPSIA, l’ ONG delle ACLI che si occupa di cooperazione e volontariato all’estero. Prestano aiuto volontario quasi ogni giorno in uno dei primi centri di accoglienza per profughi sirianiin Via Novara a Milano, che raggiungono ogni giorno dai loro paesi in provincia di Bergamo ed é probabile che sia stato proprio qui, ascoltando le testimonianze dei profughi che assistono, che hanno maturato la convinzione di schierarsi contro Assad.
Proprio assieme ad un membro dell’IPSIA, Roberto Andervill, nel marzo 2014 avevano raggiunto per la prima volta la Siria in una Missione di sopralluogo passando attraverso il confine turco (822km di pianura, ma la maggior parte dei volontari,giornalisti e combattenti passa attraverso una fascia ben delimitatalunga poche decine di km).
Non ci vuole molto: aereo per Istanbul, si raggiunge il confine siriano con una macchina a noleggio, in treno o con un secondo volo (da Istanbul a Gaziantep c’é quasi un volo ogni ora, per dire). Arrivati sul posto ci si fa aiutare da qualche contatto conosciuto in precedenza che ti aiuta a passare illegalmente il confine con la Siria (o si trova qualcuno disponibile sul posto che lo fa per poche lire).
Robertosvolge missioni all’estero fin dal 1998(Gaza, Kosovo) e da qualche tempo anche lui era interessato alla Siria. Accompagnati da guardie siriane avevano raggiunto le zone rurali di Idlib dove, “sempre accompagnati e scortati da personale locale, con un alto grado di sicurezza” hanno avuto modo di valutare direttamente la situazione instaurando un primo rapporto con la popolazione locale, stringendo contatti sul posto e rilevando le problematiche presenti in due centri di primo soccorso (personale inadatto e materiali carenti).
Al rientro in Italia Greta, Vanessa e Roberto avevano creato il progetto di assistenza sanitaria Horryaty il cui scopo era portare primo soccorso al Free Syrian Army distribuendo kit di salvataggio destinati ai combattenti anti-Assad e farmaci ai pazienti affetti da malattie croniche. Horriaty non é una ONG o una Onlus ma una semplice associazione di fatto tra tre persone che organizzavano manifestazioni e raccolte fondi.
Scopo del secondo viaggio era organizzare e spedire dalla Turchia alla Siria un container con quei beni di prima necessità e medicinali difficilmente reperibili cui durante il primo viaggio avevano osservato la mancanza nei centri di primo soccorso. Prendono tutti i contatti necessari, scoprono dove e come procurarsi il materiale necessario. Trattano sui prezzi. Chiedono alle aziende di donare qualcosa. Alla fine riescono a riempire e far arrivare in Siria un container con beni di prima necessità come cibo, medicinali comuni, quasi una tonnellata di latte in polvere e i sudati medicinali rari.
(LE COALIZIONI IN LOTTA)
Nel caos siriano é possibile vedere almeno quattro coalizione opposte tra loro ognuna delle quali lotta contro le altre ed é formata da diverse forze e formazioni armate:
REPUBBLICA ARABA DI SIRIA (GOVERNO ASSAD / ALAWITI / SCIITI / NAZIONALISTI / SOCIALISMO ARABO) Composta da: Esercito siriano (laico), Shabiha (volontari alawiti), Forza Nazionale di difesa (laico, multireligioso), Brigate Ba’ath (paramilitari alawiti e sciiti), Jaysh al-Sha’bi (paramilitari alawiti e sciiti), Brigata al’Abbas (paramilitari sciiti), Pasdaran iraniani (sciiti), Khazali (paramilitari sciiti), Hezbollah (nazionalisti sciiti), Resistenza Siriana (marxisti nazionalisti), Jaysh al-Muwahhideen (drusi), FPLP (nazionalisti marxisti palestinesi), Guardia Nazionalista Araba (milizia volontaria nazionalista pan-arabista), altri gruppi filogovernativi. Le forze governative sono supportate da Russia, Iran, Corea del Nord, Iraq. Indirettamente anche da Cina, Venezuela, Bielorussia, Algeria.
COALIZIONE NAZIONALE SIRIANA (RIBELLI / SUNNITI / JIHADISTI) Composta da: Free Syrian Army (laici), fronte al-Nusra (jihadisti sunniti affiliati ad al-Quaeda), Fronte Islamico (jihadisti sunniti finanziati dall’Arabia Saudita), Esercito dei Mujaheddeen (coalizione di diversi gruppi ribelli sunniti, jihadisti e no). La coalizione é supportata da USA, Turchia, Arabia Saudita e Quatar. Indirettamente anche da Regno Unito e Francia.
L’ISIS Lo Stato Islamico (jihadisti sunniti) ha fatto parte della Coalizione Nazionale Siriana fino al 3 gennaio 2014, dopodiché ne é uscito per proseguire un piano di conquista tutto suo.
IL COMITATO SUPREMO CURDO Formato da YPG (esercito curdo di tendenza socialista), Pashmerga (volontari curdi iracheni), PKK (rivoluzionari socialisti / irredentisti curdi), altre formazioni.
(GLI OBIETTIVI DELLE COALIZIONI)
Senza addentrarci troppo nei perché e nei percome di questo conflitto si può solo riassumere in maniera un po sbrigativa che:
I ribelli vogliono abbattere il governo Assad ma non si sa bene con cosa lo sostituirebbero (si teme purtroppo una sorta di ’79 iraniano di stampo sunnita e jihadista)
Le forze governative vogliono riappropriarsi del territorio e mantenere al potere la minoranza allawita-sciita.
I curdi difendono i loro territori storici (pur mirando sempre ad uno stato curdo che unisca il proprio popolo diviso tra Turchia, Siria ed Iraq) .
L’ISIS mira alla formazione di un nuovo califfato indipendente ed autosufficiente che comprende (per il momento) ampie aree di Siria ed Iraq.
(IL FREE SYRIAN ARMY)
Il Free Syrian Army, la forza armata che Greta, Daniele e Vanessa sostengono, é formata dai disertori dell’esercito governativo. Dispone di circa 100.000 uominied é il principale membro della Coalizione nazionale siriana (anti-Assad). Appoggia il Consiglio nazionale siriano in esilio. Viene supportata da USA, Francia, Turchia, Regno Unito, Qatar ed Arabia Saudita. La Lega Araba, così come l’Italiariconosceil Consiglio Nazionale Siriano in esilio anziché Assad e quindi si può quasi dire che di conseguenza si riconosce nelle posizioni del F.S.A. Anche se il Free Syrian Army é una formazione laica, si trova in coalizione con formazioni jihadiste e sono già stati osservati all’interno del Free Syrian Army personalità filo-jihadiste (qualcuno parla di “infiltrati”). I rapporti tra i diversi membri della coalizione sono a dir poco tesi, nonostante facciano fronte comune.
(VOLONTARIATO NON NEUTRALE)
Daniele, Greta e Vanessa, quindi, non sono andati in Siria a portare semplice aiuto umanitario a tutti ma si sono schierati con i ribelli, contro Assad e contro l’ISIS. Il fatto di non essere neutrali né imparziali é una chiara scelta politica cui é possibile muovere diverse critiche ma per fare un esempio opposto Emergency porta le sue cure sia agli aggrediti che agli aggressori ed é a sua volta criticato per il fatto di “aiutare il nemico“. Che si sia schierati o si sia neutrali, insomma, piovono comunque addosso critiche.
IL TERZO VIAGGIO E IL RAPIMENTO
Partite a fine luglio, anche stavolta accompagnate da Daniele. Impiegano i primi giorni a passare il confine turco e raggiungere Aleppo. Prima ancora di mettersi in viaggio, attraverso i loro contatti siriani residenti in Italia ed ai contatti sul territorio conosciuti nel primo viaggio, avevano già programmato di partecipare ad un corso per civili e militari sui componenti del kit di primo soccorso e il loro utilizzo.
31 Luglio. E’la quarta notte dall’arrivo in Siria. Greta e Vanessa sono arrivate oggi ad Aleppo e sono ospitate nella casa del capo del consiglio rivoluzionario locale. Daniele no: passerà la notte in un’altra casa distante 25 chilometri a sud, appartenente ad un ex soldato delle forze speciali di Assad.
Le ragazze sono in casa da poche ore, quando arrivano due macchine con alcuni uomini a volto coperto che le prelevano, le bendano e le portano via. Gli uomini parlano poco. In inglese.
Alle cinque del mattino, nella casa in cui sta Daniele, qualcuno batte dei colpi alla porta. Sono due siriani: “Hanno sequestrato le due italiane. Stanno cercando anche te”. Chi ha rapito Greta e Vanessa ha chiesto informazioni su Daniele. I ribelli organizzano una macchina ed una scorta per Daniele e lo portano di corsa verso il confine turco. Un’ora dopo aver passato il confine chiama la Farnesina per informare dell’accaduto, che gli impone riserbo totale.
LA NOTIZIA
La notizia del rapimento giunge in Italia, ma il silenzio imposto dalla Farnesina ed il mancato legame delle due ragazze alle principali ONG ed Onlus riduce le uniche informazioni immediatamente disponibili alla sola pagina Facebook del progetto Horriaty.
Diverse testate riportano la notizia nei seguenti termini:
1) TAG: #ragazzine #rapite #Siria #volontarie #impreparate
2) FOTO: alcune foto pubblicate sulla pagina Facebook di Horryaty in cui le due ragazze si abbracciano allegramente o sorridono con la bandiera siriana in mano
E’ su questa notizia che si raccoglie l’ *indignazione di tre giorni* del momento, e su cui confluisce il solito circo di voci grosse e indignate
LA PRIGIONIA
Nel frattempo Greta e Vanessa restano in mano dei loro rapitori. Cambiano cinque o sei volte il luogo di prigionia, pur restando sempre nel nord della Siria. Gli spostamenti avvengono in macchina con le ragazze incappucciate. I carcerieri non sono mai gli stessi. Sono sia uomini che donne. Si presentano a volto coperto non rivelando né la propria identità né la fazione d’appartenenza. Greta e Vanessa non subiscono alcuna violenza fisica; quasi non vengono toccate (“solo una volta ci hanno afferrato per un braccio… Dovevamo stare in silenzio…”) Non vengono mai minacciate di morte. Non sentono notizie su altri sequestrati. Ricevono poco cibo e soffrono la fame. Pur non sapendo chi siano i rapitori capiscono che non si tratta dell’ISIS ma non escludono si tratti di al-Quaeda. Uno dei carcerieri farfugliava qualcosa in inglese. Nell’ultimo periodo di prigionia hanno avuto l’impressione che i carcerieri avessero qualche simpatia o vicinanza con al-Nusra
Il 31 dicembre 2014 compare su Youtube un video in cui si vedono Greta e Vanessa abbigliate con chador dinnanzi a un muro bianco. Vanessa regge un foglio con la data “17/12/14 Wednesday” mentre Greta legge un breve messaggio in inglese in cui fa appello allo Stato italiano.
LA LIBERAZIONE
Il 16 gennaio 2015 viene diffusa la notizia della liberazione di Greta e Vanessa. Da un account Twitter ritenuto vicino ai ribelli siriani giunge la notizia che sarebbe stato pagato un riscatto di 12 milioni di dollari.
LE REAZIONI DELL’OPINIONE PUBBLICA
La notizia del pagamento del riscatto rimbalza sui social network e riaccende l’ *indignazione di tre giorni* del momento. La chiacchera sul riscatto é ancor più accesa di quella avvenuta al momento del rapimento ed ha polarizzato le solite posizioni:
– a destra vigono la massima disinformazione ed i peggiori rigurgiti di infamie ed offese impronunciabile verso le due ragazze. L’episodio viene amplificato esfruttato politicamentecome mezzo per attaccare il governo in carica alimentando l’indignazione della SMIF (vedi sotto)
– a sinistra é in atto una difesa a spada tratta delle due ragazze, dipinte come eroiche eroine che si lanciano sprezzantemente in gesti nobiltà (minimizzando sullo scarso supporto organizzativo delle due)
La parte più impressionante del flame generato dalla notizia della liberazione dietro riscatto é al solito la valanga di insulti, bufale, insinuazioni e dichiarazione inique provenienti non solo dalla Solita Massa di Indivanati Forcaioli (SMIF), ma pure da noti esponenti politici (ad esempio Salvini e Gasparri) e giornali (in particolare Libero, Il Giornale e Il Fatto Quotidiano) che hanno pubblicato testi assolutamente vergognosi lanciandosi in rozze e grottesche insinuazioni sulle due ragazze.
Lecito porsi dubbi sull’intenzionalità dell’affondo quando proviene essenzialmente da chi ha tutto l’interesse nello sfruttare qualunque argomento per colpire il governo in carica (guarda caso in questa descrizione rientrano proprio Salvini, Gasparri, Libero, il Giornale e Il Fatto Quotidiano) ma qui non ho granché voglia di perdere tempo a discutere degli interessi di costoro.
Faccio solo un breve appunto a titolo d’esempio su questo articolo in cui Maurizio Belpietro, con la scusa di parlare di #GretaeVanessa: 1) Sfotte il ministro degli esteri, 2) Semina dubbi su TUTTE le ONG, 3) Semina insicurezza “deducendo” da un articolo de Il Fatto Quotidiano che se i Carabinieri intercettano dei siriani residenti in Italia ci deve per forza essere una rete di supporto finanziario ai jihadista (che però chiama genericamente “combattenti islamici” dimenticandosi che molti combattenti islamici combattono proprio contro i jihadisti), 4) Dà per appurato che i rapitori fossero di Al-Nusra (“una banda vicina ad Al Qaeda” – forse é anche vero, ma Belpietro non ha elementi per dichiararlo con certezza), 5) Attacca le ragazze perché aiutavano i combattenti (il che é interessante se detto da Belpietro che ha sempre attaccato Emergency per il fatto di non essere schierato e curare chiunque), 6) Sminuisce la rete di contatti di Greta e Vanessa chiamandoli semplicemente “amici” come se parlasse di scolaretti, 7) Parla esplicitamente di tagliagole senza avere elementi per sapere se i rapitori fossero milizie dell’ISIS o meno, come se desse per scontato il binomio siriano=tagliagole, 8) Semina dubbi sulle capacità dei Carabinieri (senza specificare cosa, secondo lui, avrebbero dovuto fare), 9) Semina insicurezza dando per scontato che siano stati i contatti italiani ad “agevolare” (sic.) il sequestro della “fiorente industria dei rapimenti” (ma senza avere elementi per affermarlo), 10) Semina odio religioso dando per scontato che qualunque miliziano, se mussulmano, é un boia. Per finire attacca nuovamente il governo attraverso la figura del ministro Gentiloni, dipingendo una situazione di insicurezza nazionale “(la gente che aiuta i combattenti l’abbiamo in casa)” ed incapacità economica (i soldi dei contribuenti).
Peccato che l’articolo sia un concentrato di idee pregiudiziali non dimostrate e insinuazioni, il cui unico risultato a lungo termine é diffondere insicurezza e rabbia verso il governo, infischiandosene del fatto che i jihadisti italiani sono pochi, e del fatto che il governo Berlusconi (tanto amato da Belpietro) pagò diversi riscatti durante la guerra in Iraq.
Lungo e penoso elencare tutte le schifezze lette e sentite in questi giorni. Devo però far notare che nel documentarmi per questo post ho faticato non poco nel reperire alcune informazioni dovendo navigare tra decine di articoli e pagine letteralmente sommersi di insulti, infamie, frecciatine e ipotesi non documentate spacciate per fatti conclamati. Sembra di tornare indietro di secoli, quando “giornalai” francesi pubblicavano osceni libercoli che davano sfogo alla rabbia popolare attribuendo alla nobiltà (in particolare modo Maria Antonietta) ogni genere di sconcezza.
DIETRO LE QUINTE
Ben poco é dato sapere su quel che riguarda i “dietro le quinte” del rapimento. Come sempre in questi casi. Forse sapremo tutto tra qualche anno. Forse non lo sapremo mai. Forse sappiamo già tutto quel che c’é da sapere ma non riusciamo a distinguerlo dai depistaggi (voluti) e dalle minchiate sparate da giornalisti/blogger/commentatori/sedicenti esperti/signori nessuno. Personalmente ritengo plausibile che il governo italiano abbia pagato 12 milioni di dollari di riscatto ma bisogna comunque tener conto del fatto che non c’é alcuna conferma né del pagamento, né della cifra, né della natura dei sequestratori. Giacomo Stucchi, presidente del Copasir afferma semplicemente che la liberazione ha richiesto “una contropartita” senza specificare di che natura. Ci sono conferme e ritrattazioni sull’ importo di 12 milioni che per qualcuno sarebbe esagerato e per altri no. A queste condizioni ogni affermazione é pura speculazione.
ALCUNE CONSIDERAZIONI
Erano troppo giovani?
– La giovane età é un non-argomento: sono maggiorenni e libere di prendere le proprie decisioni.
– Gran parte dei volontari presenti in Syria ha meno di 25 anni, esattamente come i foreign fighters
– Se così fosse, perché nessuno dice alcunché sui volontari di età avanzata?
-Ci sono trenta/quarantenni cui non affiderei alcun compito di responsabilità mentre ci sono sedici-diciassettenni con le gambe in spalla decisamente più affidabili.
– Vogliamo elencare le centinaia di migliaia di diciottenni brufolosi che si arruolano negli eserciti di mezzo mondo, giusto per fare un esempio?
– A vent’anni, se puoi essere abbastanza sveglio per sparare a un nemico puoi esserlo anche per fare l’infermiera.
– Greta e Vanessa erano abbastanza mature? Chi le ha conosciute dice di si mentre chi, come me, non le conosce, non ha elementi per discuterne (no: un pugno di foto tratte da Facebook e illazioni di giornali schierati e di propaganda come Libero, il Giornale e Il Fatto Quotidiano non sono elementi utili).
Erano inadatte?
– Avevano abbastanza esperienza per partecipare ad un’azione umanitaria, ma non sufficiente esperienza di zone di guerra
– Non avevano supporto logistico dall’Italia
– Non disponevano di un’assicurazione
– Non si sa quanto fossero affidabili i loro contatti locali.
– Le “inesperte” Greta e Vanessa si trovavano con l’esperto Daniele però che é scampato al rapimento per puro caso. Se avessero rapito pure lui le ragazze sarebbero state comunque etichettate come “inesperte”?
Se la sono andata a cercare?
– Sapevano a cosa andavano incontro.
– Che abbiano avuto coraggio, imprudenza, impeto giovanile o stupidità é solo un fatto loro.
– Se il meccanismo de “se la sono andata a cercare” fosse valido bisognerebbe accusare di “irresponsabile stupidità” anche i vigili del fuoco volontari che si lanciano tra le fiamme per salvare gente imprigionata, tutti coloro che non abbassano la testa di fronte ai soprusi delle mafie e i giornalisti che indagano su argomenti rischiosi.
– “Se la sono andata a cercare” lo dicono i codardi, quelli che non ci mettono mai la faccia e non sanno comprendere lo spirito di sacrificio e l’impegno per valori più alti e umani.
Aiutavano i Jihadisti
– NO: superavano il Free Syrian Army che é laico ma che si trova a dover far fronte comune proprio con i jihadisti. Hanno supportato cioè l’unica forza laica tra quelle che si ribellano ad Assad (con l’eccezione dei curdi che però vivono una situazione a parte)
RISCATTO SI O NO
Eh! Bel dilemma! Umanamente sono contento che siano salve e non m’importa della cifra. Strategicamente non però non si può negare che il pagamento del riscatto sia un tremendo autogol in quanto servirà a finanziare gruppi armati jihadisti e/o criminali generici.
La stagione dei sequestri in Italia é finita anche grazie al blocco dei beni dei sequestrati (anche se non tutti sono d’accordo a riguardo) impedendo di fatto il pagamento del riscatto. Ma se i grandi sequestri italiani sono avvenuti sempre e solo a causa di gruppi criminali interessati un rapido finanziamento, la situazione mediorientale é più complessa.
Il problema dei sequestri in questi contesti é che, anche se la maggior parte avviene per motivi economici, qui possono avvenire anche per motivi politico/ideologici/propagandistici.
A livello mondiale vi sono due approcci al problema: americani e inglesi sono per la linea dura, mentre tutti gli altri, pur non ammettendolo apertamente, pagano sottobanco. APPROCCIO “SI PAGA”
Se sei di un Paese che paga per liberare i suoi cittadini é più probabile che tu venga rapito per motivi economici in quanto vieni visto come una sorta di salvadanaio ambulante. Il rapimento in questo caso é semplicemente una questione di finanziamento mascherata da atto politico. Il problema é che ogni pagamento di riscatto trascina con sé polemiche infinite: i servizi segreti pagano con fondi neri o attraverso manovre atte a “nascondere” il trasferimento di denaro. I governi negano il pagamento e tergiversano sull’argomento della trattativa. La piazza brontola perché le proprie tasse “vanno al nemico”. L’opposizione userà la notizia del pagamento per attaccare il governo. Anche quando un sequestro si risolve tragicamente l’opposizione userà ciò per attaccare il governo.
Il governo può trovarsi in ogni momento nella situazione di dover pagare cifre milionarie per un qualunque signor X che voleva documentare la guerra al fronte e si sia ritrovato in soggiorno forzato in qualche scantinato jihadista.
Anche se il tuo governo paga per i riscatti non é che passare mesi in mano di fondamentalisti islamici sia proprio una vacanza e quindi se sei cittadino di un Paese che paga i riscatti e vuoi recarti in aree a rischio ti devi arrangiare a pararti il culo e sperare che ti vada bene: potresti essere decapitato per propaganda o esser rilasciato per denaro. APPROCCIO “NON SI PAGA”
La storia recente c’insegna che in aree di guerra si rapiscono comunque cittadini inglesi ed americani. Si rapiscono per seminare insicurezza, per propaganda (le decapitazioni), per disperdere le energie che il nemico spenderà nelle ricerche, come arma di ricatto e negoziazione, come merce di scambio e perché spesso alla fine qualcuno che paga c’é sempre (le assicurazioni). Visto che il tuo Paese ha deciso che la strategia vale più della tua esistenza, se sei cittadino di un Paese che non paga i riscatti e vuoi recarti in aree a rischio ti devi arrangiare a pararti il culo e sperare che ti vada bene: potresti esser decapitato per propaganda o usato come merce di scambio.
L’approccio migliore al problema non é tanto discutere in maniera generica o ideologica sul pagare/non pagare perché l’approccio cambia a seconda dei sequestratori e delle loro reali intenzioni. Al momento tutti pagano perché non é umanamente né politicamente accettabile la perdita di una persona in questa maniera. Per quanto duro possa risultare ritengo tuttavia che se applicato in maniera più ampia, l’approccio “non pagare” potrebbe dare alcuni frutti, ma perché ciò avvenga servirebbe (1) una totale coordinazione tra le diverse nazioni (se per ogni Paese che non paga ce ne fosse uno che paga i sequestri non si fermerebbero) e (2) la pubblicazione di quanto osservato dalle forze d’intelligence riguardo la natura dei sequestri già passati ed al successivo utilizzo dei fondi per permettere ad analisti ed opinione pubblica di avere un’idea più chiara di cosa avviene dietro le quinte. Se la prima parte della proposta é difficile (già adesso l’ONU non riconosce il pagamento di riscatti ai terroristi ma aggirare tale regola é facile e nessuno reclama), la seconda é quasi impossibile poiché nessun governo vuole ammettere di aver “calato le braghe”. Non va nemmeno dimenticato che qualunque informazione proveniente dalle intelligence, per sua stessa natura, va analizzata con sospetto. Tuttavia ritengo che solo un approccio più trasparente sulla questione potrebbe permettere un discorso sensato.
Ciò non toglie che i sequestri politici/propagandistici/dimostrativi continuerebbero nonostante tutto.
In questo momento frasi come “il mio Paese non paga” / “il mio Paese paga solo con medicinali e pacchi di cibo” / “il mio Paese ha sborsato millemila miliardi per salvare una persona” hanno il solo valore di chiacchiera che copre il vero lavoro dei servizi.
In sostanza: se si riuscissero a soddisfare i due punti proposti (COOPERAZIONE INTERNAZIONALE e TRASPARENZA), ben venga il “non pagare” anche se ciò non eliminerà tutti i sequestri e le uccisioni. Finché ciò non si realizza la scelta migliore é pagare, pagare e pagare.
“SE NON HANNO PANE, CHE MANGINO BRIOCHES!”
Il lato più preoccupante della vicenda é la conferma di come la discussione pubblica sia ormai sostituita da banali impulsi d’indignazione che impediscono ogni seria riflessione ed analisi su qualunque argomento (vedi il caso Marò: nonostante l’eccezionale lavoro di documentazione di Marco Miavaldi, la SMIF e la propaganda li hanno trasformati immeritatamente in eroi e addirittura vittime).
Pubblico questo post a pochi giorni dalla liberazione delle due ragazze. Il trend #GretaeVanessa si é affievolito. Tra qualche giorno succederà qualcos’altro e la SMIF metterà in atto una nuova tre giorni d’indignazione dimenticandosi pian piano delle due ragazze rapite.
Quel che so per certo é che in questo marasma la “storia” che rimarrà nella memoria della #ggente non sarà quella ricostruita dai fatti documentati ma la versione gretta fatta di bufale, di insulti e di risentimento verso le due ragazze. La storia che resterà attaccata é quella di “due ragazzine svampite che han voluto giocare le crocerossine e si son fatte abbindolare da jihadisti conosciuti su Facebook e ai cortei con cui poi han pure fatto sesso durante la prigionia mentre s’ingozzavano di cibo“.
Impossibile non notare come questo ritratto sia un perfetto condensato di stereotipi ben radicati ed abusati nato da un primo nucleo (femmine che non fanno cose da femmine, femmine che s’interessano di cose da maschi, femmine che dovrebbero pensare a frivolezze perché a quell’età DEVONO essere frivole, ragazzine che non sanno cosa stanno facendo, ragazzine che non capiscono il mondo) il quale, con la molla dell’ indignazione economica (“ci sono costate 12 milioni”) é stato poi ampliato con la pura denigrazione (sono dalla parte dei jihadisti, trasportavano materiale bellico, facevano sesso con i loro rapitori, sono ingrassate durante la prigionia).
Un perfetto concentrato di stereotipi ha sostituito la realtà
Mi é tornato in mente Nerone, che ancora pochi giorni fa qualcuno mi ha descritto semplicemente come “quello dell’incendio”. [Di tutti gli eventi della sua esistenza, l’unico che viene ricordato dalla #ggente é quello che gli attribuisce la colpa dell’incendio di Roma del 64. Non importa sapere che vi furono diversi incendi sia prima che dopo di lui. Non importa sapere che Nerone partecipò in prima persona ai soccorsi organizzandoli efficacemente. Non importa sapere che la storiografia dell’epoca é stata espressa da molti detrattori di Nerone. Non importa sapere che Nerone sfruttò l’incendio per accusare i cristiani e secoli dopo i cristiani insistettero sulla versione opposta. Non importa sapere che gli storici lo assolvono completamente. L’immagine del tiranno pazzo che da fuoco alla sua stessa città e che suona la lira tra le fiamme é talmente forte da sostituire la realtà.]
Poi mi é tornata in mente nuovamente Maria Antonietta: i suoi detrattori le versarono addosso talmente tanto marciume ingiusto che le é rimasto addosso. Tanto che ancora oggi la #ggente é convinta che pronunciò davvero quella stupida frase. Non importa quanto gli si faccia notare chevenne pronunciata ben quattordici anni prima che Maria Antonietta nascesse: Maria Antonietta che suggerisce stizzita alla gente in protesta di ripiegare sulle brioches é un’immagine talmente efficace da sostituire la realtà.
Forse tra qualche tempo bisognerà fare delle scelte prendendo decisioni importanti. Come sempre in questi casi si valuterà attingendo alla propria esperienza e conoscenza del mondo. Quanto saranno valide le decisioni di chi ha una conoscenza del mondo falsata da racconti che hanno sostituito la realtà?
CONTRO LA GUERRARITIRO DELLE MISSIONI MILITARI ITALIANE ALL’ESTEROCHIUSURA DELLE BASI USA IN ITALIA L’attacco degli USA e di Israele all’Iran del 28 febbraio scorso ha aperto ad una nuova fase di guerra estesa dal Golfo Perisco al Mediterraneo. La propaganda ha parlato di bombardamenti per liberare la popolazione dell’Iran dal regime che governa il paese, […]
Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?
Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta. Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana. Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.
Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran. La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…
Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro. L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga. In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.
L’attacco USA-UK contro lo Yemen mostra ancora una volta come gli Stati Uniti siano irrimediabilmente prigionieri di sé stessi, o meglio ancora dell’immagine di sé che hanno sempre proiettato sul mondo. C’è, in questa mossa assolutamente sciocca, l’ennesimo riverbero della presunzione d’essere il gendarme del mondo, l’ente superiore cui spetta il compito di mantenere il fantomatico “ordine internazionale basato sulle regole” – che poi null’altro è se non un inesistente fantoccio, una copertura che Washington adatta di volta in volta a giustificazione del proprio agire nel proprio esclusivo interesse. Che queste presunte regole ordinatrici del mondo non siano altro che l’interesse egemonico statunitense, ed in senso più ampio dell’occidente, è cosa chiarissima alla stragrande maggioranza del pianeta, e non certo da oggi, ma una serie di cambiamenti geopolitici intervenuti negli ultimi tempi – uno su tutti, la guerra in Ucraina – hanno mostrato che questo ordine a stelle & strisce è sfidabile, non è più qualcosa cui sia necessario sottomettersi, sia pure obtorto collo.
Questi cambiamenti hanno reso più visibile ciò che si sapeva, a partire dal fatto – appunto – che questo presunto “ordine internazionale basato sulle regole” non solo è una mera invenzione americana, un contenitore vuoto cui di volta in volta gli USA danno il significato che vogliono, ma che è anzi in netto contrasto con l’unico ordine internazionale cui si possa fare legittimamente riferimento, ovvero quello delineato nei trattati internazionali e nella Carta della Nazioni Unite – pur con tutti i suoi limiti. E infatti l’attacco anglo-americano avviene non solo senza alcun mandato dell’ONU, ma in patente violazione delle sue regole. Ma la illeicità dell’azione militare è, per certi versi, l’aspetto meno rilevante, giacché – come si diceva all’inizio – si tratta di una mossa sciocca, del tutto priva di alcuna efficacia; anzi, capace di sortire esattamente l’effetto opposto a quello dichiarato. Se, infatti, il blocco imposto dagli Houti sullo stretto di Bab al-Mandeeb, pur relativo esclusivamente alle navi dirette in Israele o ad esso connesse, ha comunque determinato un massiccio spostamento delle rotte commerciali, indipendentemente dalla destinazione, è del tutto evidente che determinare addirittura uno stato di guerra significa amplificare al massimo la minaccia, e spingere ancor di più il traffico marittimo a scegliere rotte alternative.
Del resto, la micro-coalizione messa in piedi da Washington sa perfettamente che, a meno di avventurarsi in una folle invasione terrestre dello Yemen, non è assolutamente in grado di sconfiggere gli Houti, ma solo di infiammare ancor più la regione. E questa impossibilità non deriva semplicemente dal fatto che dietro vi sia la potenza dell’Iran, né tantomeno dalla consapevolezza che gli Houti dispongono di un potentissimo arsenale missilistico, ma dalla semplice constatazione storica: dal 2015, lo Yemen è stato in guerra con i 6 paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, guidati dall’Arabia Saudita, supportati da Marocco, Giordania, Sudan e Pakistan – oltre ovviamente che dagli USA. E questa potente coalizione non è riuscita a piegare il governo yemenita degli Ansarullah, sostenuto da Teheran, ma è quasi arrivata ad esserne sconfitta. Solo la mediazione cinese, che ha posto fine allo storico scontro tra Iran ed Arabia, ha portato poi al cessate il fuoco. Dunque Washington e Londra sanno benissimo che qualche salva di missili non servirà assolutamente a piegare gli Houti.
Oltretutto, anche a prescindere dal rischio di allargare il conflitto, con contraccolpi potenzialmente devastanti per l’occidente, la piccola squadra navale anglo-americana deve confrontarsi con un problema pratico, ovvero la sua inadeguatezza a sostenere uno scontro prolungato – che è poi il gigantesco problema dell’intero NATOstan. Tutta la struttura dello strumento militare occidentale, infatti, è tarata non soltanto sulle guerre asimmetriche, ma sulla possibilità di risolverle rapidamente, grazie alla potenza soverchiante di un first strike. Quando questa possibilità non sussiste, il sistema entra in crisi. Innanzi tutto, per restare allo specifico quadrante di guerra, sia la marina statunitense che quella britannica sono abbastanza vecchie, e scontano soprattutto un grandissimo deficit, quello della mancanza di un numero adeguato di navi rifornimento. Anche se gli USA dispongono di numerose basi nell’area medio-orientale, rifornire di munizioni la squadra navale è una operazione complicata; proiettili d’artiglieria e missili dovrebbero essere imbarcati su elicotteri in grado di atterrare su una portaerei, e poi da questa trasferiti alle altre navi. O, semplicemente, ad un certo punto la squadra dovrebbe allontanarsi per rifornirsi in un porto amico. Tenendo presente che che gli yemeniti potrebbero lanciare ondate di attacchi usando droni da 5.000 $, per abbattere i quali le navi dovrebbero usare missili da 1.000.000 di dollari…
Per quale ragione, quindi, USA e UK hanno portato a termine un attacco pieno di controindicazioni? Non favorirà la ripresa del traffico marittimo, semmai il contrario. Non fermerà l’azione yemenita in sostegno della Palestina. Esporrà le basi statunitensi in M.O., e la stessa flotta, ad un incremento degli attacchi da parte della Resistenza islamica. Renderà più evidente la strafottenza americana verso le Nazioni Unite e le regole del diritto internazionale. Alimenterà una possibile escalation del conflitto, col rischio che diventi regionale se non addirittura più vasto. Sminuirà l’azione dei medesimi Stati Uniti per evitare l’espandersi del conflitto, mostrandone la doppiezza politica (col povero Blinken costretto a sostenere l’inverosimile tesi che bombardare lo Yemen non è una escalation ma il suo contrario…). La risposta alla domanda è tristemente facile quanto ovvia: coazione a ripetere. Gli USA sono consapevoli di aver perso il loro principale strumento di dominio, la capacità di deterrenza (che si riassume nel poter utilizzare lo strumento bellico soprattutto come minaccia), e cercano disperatamente di ripristinarlo, ripetendo uno schema d’azione consolidato, indifferenti al fatto che i cambiamenti geopolitici l’hanno reso obsoleto ed inefficace.
La coazione a ripetere, il tentativo di ottenere una vittoria rifacendo all’infinito le stesse mosse, non è che un sintomo dell’incapacità dell’impero americano di affrontare i cambiamenti intervenuti nel quadro geopolitico globale. La sua inadeguatezza a comprenderlo ed affrontarlo è causa ed effetto del suo rifiuto di accettare il mutamento. Così come una leadership spaventosamente approssimativa è, allo stesso tempo, il prodotto del declino imperiale e la causa che accelera il declino stesso. Tutto ciò lo rende sempre più inevitabile, ma al tempo stesso moltiplica il rischio che alla fine prevalga la ricerca di un risolutivo Armageddon.
Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.
Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.
Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.
Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.
Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.
Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari. Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.
Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.
Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.
Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale. Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.
La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale. A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.
Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet. Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto. La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria. Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.
Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi. Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo. Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi. Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.
Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata. E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere. Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici). La battuta d’arresto era inevitabile.
Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza. Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.
Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi. Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione. La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile. Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.
Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.
La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.
A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina. Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato. Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.
Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso… L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona. Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.
La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne. Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.
La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico. Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.
A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire. Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere. Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.
Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente. A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.
L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.
Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera. Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.
Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda. Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.
Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva. Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose. Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima. Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.
Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene. Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto. Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.
Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche. L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.
L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza. Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.
L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord. Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.
Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico. Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.
Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.
1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana. 2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News
TRA LE ELEZIONI PRESIDENZIALI TURCHE DEL 14 MAGGIO E QUELLE DI TAIWAN DEL PROSSIMO GENNAIO SI GIOCA CON TORTUOSE ALLEANZE NELLE URNE IL DESTINO DELLA PACE.
Il primo e l’ultimo scoglio da superare senza finire in un allargamento del conflitto, riguardano entrambi il proibire l’accesso ai mari aperti per Russia ( il Mediterraneo) e Cina ( il Pacifico).
L’Asia, potenza terrestre bicefala, ha bisogno di impadronirsi di porti e rotte marittime non soffocate dalle potenze marinare – USA e alleati- mentre queste spendono risorse , intessono reti, ricorrono alla pirateria, per evitare che la Cina , la fabbrica del pianeta, e la Russia, miniera del mondo, riescano a bypassarli sui liberi mercati e ne rendano inutili gli sforzi ultradecennali per mantenere l’ intermediazione progettuale, commerciale , finanziaria, valutaria e di difesa che li ha arricchiti per tutto lo scorso secolo, caratterizzato dalla disponibilità di lavoro asindacalizzato e materie prime a basso costo che l’Asia fornisce grazie a istituzioni robustamente condotte su sudditi rassegnati.
Il sistema si é retto sulla bipartizione del lavoro: occidente che possiede, finanzia e commercializza in nome del principio della libertà di commercio e oriente che produce e accetta crescite economiche al rallentatore.
Da qualche anno, lo abbiamo raccontato negli articoli pubblicati sul blog questa settimana ( su Cina e Giappone) i paesi asiatici, in questo secolo, hanno imparato la lezione dalla violenza subita per abbracciare il libero commercio , sono diventati da imitatori, innovatori, hanno abbandonato ogni ideologia e sono diventati formidabili concorrenti commerciali dei paesi occidentali che credevano intoccabili le loro posizioni privilegiate.
Si é verificato in grande, insomma, quel che é avvenuto da noi in Italia, nella grande distribuzione: la Cirio o la Barilla hanno aperto nuovi mercati di prodotti e i supermercati, gestendone la clientela, conoscendo i produttori e la logistica, la politica dei prezzi, hanno creato prodotti identici a costo inferiore, senza affrontare le spese di ricerca, personale comunicazione e riducendo i costi di intermediazione grazie alla conoscenza del paese e la distribuzione dei clienti.
ALL’INTERVENTO A MUSO DURO DEL NUOVO MINISTRO DEGLI ESTERI QUIN GANG , IL GOVERNO USA ABBASSA I TONI E CERCA DI RAFFREDDARE LA POLEMICA. SI RIVELA LA TIGRE DI CARTA PROFETIZZATA DA MAO.
Il tono minaccioso e la lista delle posizioni criticabili della Cina rispetto alla guerra Ucraina ( mancata condanna della Russia all’ONU, rafforzamento della collaborazione economica russo-cinese, possibilità di invio di armi e munizioni ai russi) si sono dissolte come neve al sole.
Il tono irritante del dipartimento di stato e i solenni avvertimenti a non toccare Taiwan anche. Lo sceriffo si é reso conto di avere a che fare con un osso duro ed é diventato più conciliante. Niente più oscure minacce di ritorsioni: qua la mano !
Nel link sottostante troverete il testo che Biden finse di snobbare, inducendo molti alla imitazione, e che adesso dovrà imparare a memoria. E’ il decalogo cinese per essere coerenti col concetto di pace.
In effetti, la storia degli Stati Uniti é caratterizzata dalla violenza e dall’espansione il suo budget assomma al 40% di quello di tutti i paesi del mondo messi insieme ed hanno 800 basi militari sparse in paesi esteri, senza contare le flotte. Difficile dire che lo fanno per la pace.
Aver fatto notare queste verità che sono sotto gli occhi di tutti, la Cina si é vista sbeffeggiare dal presidente Joe Biden che ha snobbato il documento, implacabile ma pacato. Poco dopo il nuovo ministro degli Esteri cinese, ha cambiato il tono ed ha dichiarato che se gli USA continueranno con questi comportamenti miranti a soggiogare, prima psicologicamente, poi economicamente, la Cina, ” lo scontro sarebbe inevitabile”. Una notizia d’agenzia ha fatto circolare la cifra dei coscritti possibili: 20 milioni.
Gli USA – che sono già stati impressionati dal richiamo alle armi di trecentomila uomini fatto dalla Russia e memori della definizione di “unwise” data da Henri Kissinger all’atteggiamento bullesco di affrontare due crisi in contemporanea – hanno cambiato tono e smesso di cercare di stanare la Cina. Ancor oggi non sono riusciti a capire fino a che punto il celeste impero sia coinvolto con l’impero del male. Il timone punta a neutrale.
XI JINPING ha infatti confermato che non c’é stata nessuna cessione di armi ai duellanti, non ha dedicato una sola riga all’Europa e si é concentrato sui temi anticinesi degli USA: Taiwan, TIK TOK vessata quotidianamente, Huawei, le strumentali campagne per i diritti umani a favore degli Uiguri ( una delle sedici etnie presenti in Cina); la costruzione di una catena strategica attorno alla Cina ( AUKUS) , mirante a mortificarla nel suo mare, l’appoggio dato alla Filippine per il contenzioso per le isole Spratly, il riarmo accelerato giapponese. Tutte questioni sollevate ( o risollevate) dagli USA nell’ultimo anno miranti a indebolire XI.
La superiorità intellettuale cinese ha fatto fronte a tutte questi ostacoli affrontati senza ai usare toni aggressivi.
In questo secondo link troverete un estratto di un documento americano che tratta a un dipresso degli stessi temi del cinese, ma lo fa concentrandosi sulla Russia, al punto che affronta la situazione globale senza mai nominare Cina e India, nel tentativo di affrontare un avversario alla volta. Forse pensano che i cinesi siano tanto sciocchi da non averci pensato.
L’ultimo link é al più completo documento Rand sulla Russia: Extending Russia ci ho messo un pò a capire che intendevano l’espansione delle spese russe a causa di guerre e rivolte ( indicate analiticamente) fino al punto da provocarne il crollo. Ed é qui che risalta il concetto di competitive advantage, ossia ottenere un vantaggio competitivo provocando una proxy war ( guerra per procura). Non si sono resi conto che , a partire da oggi, molti, sentendo parlare di competition la prenderanno per un sinonimo di guerra. Dovranno spolverare il vocabolario.