“Siamo sfruttati, invisibili,ricattabili. Con contratti precari e salari da fame. Contro di noi abusi, ricatti e molestie. Ci vogliono divisi e isolati, ma scioperiamo insieme perché siamo stanchi di un lavoro che non è riconosciuto, pagato 4 euro l’ora, dopo dieci anni di formazione e anche più”. A Largo di Torre Argentina, a Roma, a pochi passi dallo storico teatro, tra i più antichi della Capitale con i suoi quasi 300 anni di storia, a scendere in piazza sono stati i lavoratori e le lavoratrici della cultura, per un inedito sciopero generale di tutto il settore. Il primo, secondo gli organizzatori, nella storia del Paese, a cinquant’anni di distanza dall’ultima mobilitazione che coinvolse musei e biblioteche. Ma mobilitazioni e proteste sono state organizzate in tutta la penisola: da Milano a Torino, passando per Napoli, Genova, Cagliari e non solo, a fermarsi, oltre ai teatri, sono stati musei, biblioteche, archivi. A Venezia sono così rimasti chiusi alcuni padiglioni della Biennale, a Firenze l’Archivio di Stato e gli uffici amministrativi degli Uffizi; a Roma chiusi il Museo dei Fori Imperiali, call center turistico e punti informativi, con musei a postazioni ridotte.
“Il nostro contributo e la nostra professionalità sono sistematicamente sminuiti, a livello economico e giuridico, favorendo una generale condizione di precarietà, povertà e incertezza, mentre i profitti vanno nelle tasche di pochi“, hanno rivendicato nel corso dell’assemblea pubblica, alla quale hanno partecipato artisti, dipendenti del settore pubblico e privato, autonomi dello spettacolo e dell’editoria, archivisti, bibliotecari, ma anche archeologi e storici dell’arte, insieme ad associazioni e collettivi come “Mi riconosci?” e ‘Vogliamo tutt’altro‘, passando per la Fp Cgil, i sindacati di base e le Camere del lavoro autonomo e precario (Clap).
Diverse realtà che, dopo più di un anno di confronto, sono riuscite a stilare un programma di rivendicazioni condivise, in grado di andare oltre la frammentazione del settore, per cercare soluzioni e lotte comuni, di fronte alle condizioni inaccettabili di precarietà strutturale, ai ripetuti tagli governativi al finanziamento pubblico, ai processi ormai continui di esternalizzazione, alle carenze croniche nel personale.
“Siamo accomunate dalla precarietà, siamo stagiste, finte partite IVA, lavoratori con contratti brevi, lunghi e medi. A collaborazione, a prestazione occasionale, in nero, lavoriamo coi corpi, con le nostre parole e con i nostri saperi”, c’è chi ha rivendicato dalla piazza. “Dopo 20, 30 anni della stessa narrazione, che vuole i lavoratori separati, vogliamo invertire la rotta. E dire che i salari di questo settore fanno schifo. Serve un salario minimo, perché il paradosso molto spesso è che chi tiene aperti i musei, le biblioteche, i teatri non può permettersi di fruire di un museo o di vedere uno spettacolo a teatro, perché viene pagato troppo poco. Quindi serve un reddito universale, perché in questo settore spesso e volentieri c’è tantissimo lavoro che non viene pagato”, ha rivendicato Tiziano Trobia, coordinatore nazionale delle Clap. Perché, ha sottolineato un’attrice in piazza, “il lavoro non è solamente il momento in cui si va sul palco e si fanno le prove, ma è tutto quello che viene prima, la preparazione, la scrittura. E tutto poi quello che viene dopo, come la promozione”. Eppure, ha aggiunto, “questa parte del lavoro non ha un riconoscimento economico e questo vuol dire che viviamo in una precarietà economica enorme, che non ci permette di immaginare un futuro, farci delle famiglie o di avere un mutuo”.
Le forze israeliane hanno diffuso un avviso di evacuazione per diverse comunità a sud del Libano. In un messaggio in arabo hanno motivato l’operazione denunciando presunte “ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte di Hezbollah“. Il portavoce delle Idf ha quindi chiesto agli abitanti di una ventina di comunità di “spostarsi immediatamente nelle aree a nord del fiume Zharani”.
Secondo quanto riporta Haaretz, l’avviso è arrivato dopo che il canale libanese Al Mayadeen ha riportato che le forze israeliane hanno bombardato aree del sud del Libano. In precedenza le Idf hanno affermato di aver intercettato un “oggetto aereo sospetto” entrato dallo Libano nello spazio aereo di Israele, facendo suonare le sirene di allarme a Metula e Misgav Am, nel nord del Paese.
Roberto Della Seta ha applicato, con passione civile e coraggio intellettuale, uno dei motti più riusciti di Legambiente, di cui è stato presidente: “Pensare globalmente, agire localmente”. Una visione che ha attraversato il suo impegno politico e parlamentare e la sua attività di giornalista e scrittore. Tra le sue ultime pubblicazioni segnaliamo: Pacifismi. Storia plurale di un’idea controversa (Mimesis, 2025). Della Seta è anche una delle coscienze critiche dell’ebraismo italiano.
“Basta tifoserie: si può essere contro Hamas e contro i crimini di Netanyahu”. È l’appello lanciato in una intervista a L’Unità da Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele. Lei come risponde?
Concordo totalmente: si può, si deve essere contemporaneamente contro i crimini di Netanyahu e contro i crimini di Hamas. Ha ragione, Fiano, anche nel denunciare il clima da stadio che avvelena sempre più spesso il dibattito pubblico e che nel caso di Israele e Palestina non impazza soltanto sui social ma contagia anche commentatori autorevoli o sedicenti tali. Cito due esempi tra loro opposti: la “messa all’indice” di Erri De Luca e di Moni Ovadia da parte di quelle che Fiano chiama opposte tifoserie. Non condivido quasi nulla di quello che ha detto De Luca su Israele e Gaza, ma considerare le sue parole come sostegno o peggio “complicità” verso Netanyahu – così le hanno bollate in tanti nel mondo filopalestinese -, è ridicolo. Non sono d’accordo nemmeno con alcune opinioni di Moni Ovadia liquidatorie di tutta la storia del sionismo, ma vedere Ovadia come una specie di ebreo “odiatore di se stesso”, un antisemita suo malgrado – così lo descrivono in molti tra i filoisraeliani “doc” – è grottesco. Con Erri De Luca e con Moni Ovadia è del tutto legittimo polemizzare, ma rispettandone la storia e il prestigio intellettuale e soprattutto rifuggendo da qualunque tentazione di ostracismo giacobino. Ecco, io credo che una buona regola per dibattere di Israele e Palestina da “non-tifosi” sia mettere qualche paletto di verità: dichiararsi antisionisti e giudicare Israele come uno Stato ormai dominato da un’ideologia ultranazionalista, non significa essere antisemiti; invece, è antisemitismo in purezza collegare la condanna di Israele, anche la più radicale, con farneticazioni su “complotti ebraici” e sulle “lobby ebraiche” alla conquista del mondo. Purtroppo, entrambi questi criteri sono violati di continuo. Violati da chi ha proposto, votato e sostiene il disegno di legge in discussione alla Camera che definisce come antisemitismo, per esempio, anche il fatto di paragonare le azioni di Israele a quelle dei nazisti. Paragone che si ritrova esplicitato da noti antisemiti quali Albert Einstein e Hannah Arendt in una lettera pubblica che pubblicarono sul New York Times all’indomani della nascita di Israele in cui bollavano come fasciste i blitz delle bande paramilitari guidate da Menachem Begin, futuro primo ministro e padre politico di Netanyahu, per cacciare migliaia i palestinesi dai loro villaggi ormai “israelianizzati”. E violati, questi criteri, da chi per motivare la solidarietà con i palestinesi fa riemergere dalla fogna della storia europea rappresentazioni degli ebrei come una rete transnazionale di criminali.
Nell’intervista, Fiano rilancia come prospettiva su cui concentrare l’iniziativa di chi non è “tifoso” ma partecipe di un tragico conflitto senza fine, quella di due popoli, due Stati. Ma c’è ancora spazio per dare corpo a questa idea?
Credo che Fiano abbia bene presente la mappa attuale degli insediamenti di coloni ebrei in Cisgiordania, insediamenti – va ricordato – avvenuti anche quando governava la sinistra: come immagina questi “due Stati”? Mi viene in mente il regime razzista sudafricano, che aveva creato una decina di “bantustan”, piccole isole “nere” formalmente indipendenti ma in realtà micro-Stati vassalli del Sudafrica. Oggi “due popoli due Stati” è una formula vuota, senza futuro. Personalmente non mi piace nemmeno come idea: la penso come quella piccola minoranza di sionisti del Novecento – da Martin Buber a Judah Magnes – che sostenevano la prospettiva di un unico Stato binazionale. Non amo il concetto di “Stato etnico”, che sia degli ebrei come dei musulmani. Detto ciò capisco bene che la possibilità di vedere nascere “dal fiume al mare”, dal Giordano al Mediterraneo, uno Stato dove vivano insieme e con pari diritti ebrei israeliani e palestinesi, non è per oggi né per domani. Ma non ho dubbi che a questo si arriverà alla fine del tunnel, ancora lontana.
Dopo i video inneggianti al trattamento brutale riservato agli attivisti della Global Sumud Flotilla, l’Europa e l’Italia hanno scoperto la “mela marcia” che si annida nel governo Netanyahu: Itamar Ben-Gvir. Ma regge questa identificazione o c’è molto altro?
Ben-Gvir è un criminale politico, ma è solo la punta vistosa di un iceberg incomparabilmente più grande. La mela marcia è tutto il governo Netanyahu, la mela marcia è la maggioranza che lo sostiene, la mela marcia è chi tuttora tra gli israeliani si riconosce in questa destra nazionalista e razzista, la mela marcia è l’esercito che ha condotto lo sterminio di civili a Gaza, la mela marcia sono le forze di sicurezza israeliane che tollerano e spesso spalleggiano le aggressioni sistematiche dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania. Ben-Gvir nella mela marcia – chiedo scusa per la metafora brutale – è solo il verme più repellente.
Quanto alla “Global Flotilla”: è desolante la debolezza con cui governi europei a cominciare dal nostro hanno reagito all’atto di pirateria internazionale compiuto da Israele in acque internazionali contro loro cittadini che partecipavano a una missione umanitaria rigorosamente disarmata. È desolante, ed è una specie di manifesto del “doppio standard” che adotta l’Europa in tema di difesa della legalità internazionale e dei diritti umani: intransigente (giustamente) con il criminale Putin, più che conciliante con il criminale Netanyahu.
“Io, sionista di fronte alla catastrofe spirituale dell’ebraismo”. Così questo giornale ha titolato una impegnata intervista di Gad Lerner. Cosa è per lei il sionismo?
Condivido ogni virgola di Gad, anche se la mia storia è diversa dalla sua. Sono ebreo per metà, quella paterna, e mio padre Piero che era un dirigente del Partito comunista, fu negli anni ’60 uno dei primi ebrei italiani a schierarsi pubblicamente contro Israele. Mio padre si dichiarava orgogliosamente antisionista, io su questo la penso diversamente. Da storico, credo che il sionismo vada visto nella sua grande pluralità di ispirazioni: erano sionisti Buber, Magnes, Arendt, che sognavano uno Stato arabo-ebraico in Palestina, ed era sionista Vladimir Zabotinskij, nazionalista e ammiratore di Mussolini. Il sionismo è nato, come pensiero e movimento, per liberare gli ebrei d’Europa da secoli di persecuzioni, ha ricevuto una legittimazione formidabile dalla Shoah. Certo è nato con un’impronta eurocentrica, non si è mai troppo curato del “fatto” che in Palestina vivevano comunità arabe che inevitabilmente hanno vissuto l’emigrazione ebraica come colonialismo. Dalla nascita dello Stato d’Israele, il sionismo ha visto prevalere sempre più decisamente la sua radice peggiore, nazionalista e colonialista: non si può ridurre la sua degenerazione a Netanyahu, Netanyahu e la sua destra suprematista sono il sintomo e non la causa della malattia d’Israele. Poi guardo al sionismo non solo da storico: mia sorella ha sposato un ebreo israeliano che ha origini familiari polacco-ucraine. Ha idee molto di sinistra sul mondo, odia Netanyahu, ma non può dimenticare che se lui è venuto al mondo è perché suo padre negli anni ’30 del secolo scorso fuggì dall’Europa seguendo l’ideale sionista. Impossibile pretendere da mio cognato che si senta antisionista, quanto a me tendo a considerarmi asionista.
Anna Foa ha scritto un bellissimo libro dal titolo Il suicidio d’Israele. Questo suicidio si è già compiuto o c’è ancora qualche speranza?
Il suicidio di Israele come Stato ebraico credo sia compiuto, suicidio etico e reputazionale. Le prossime elezioni diranno del suo suicidio politico, in fase avanzata. Ovviamente mi auguro che Netanyahu perda le elezioni, e so benissimo che un governo guidato dalle attuali opposizioni rappresenterebbe un grande paso avanti. Ma sono sincero: credo i partiti anti-Netanyahu non siano all’altezza della sfida per dare un futuro di sicurezza e di prosperità a chi vive in Palestina. Dico a chi vive in Palestina, intendo prima di tutto ai palestinesi ma intendo anche ai milioni di ebrei israeliani. Faccio un esempio: giorni fa il leader dei Democratici, partito erede dei laburisti, Yair Golan, ha detto che per uno Stato palestinese “non è ancora il momento”. Credo che tutta la politica israeliana, anche la sua parte migliore, non abbia coscienza dell’abisso in cui è sprofondata nel mondo l’immagine d’Israele. E poi bisogna avere il coraggio di riconoscerlo: l’odierno Israele non è una democrazia, non lo è almeno da sessant’anni, da quando occupa illegalmente territori in cui vivono milioni di persone che non possono scegliere con il voto chi ne decide la vita e il futuro.
Il suicidio di cui sopra può riguardare anche la diaspora?
La diaspora, in particolare quella europea, dal 1948 si è identificata in Israele come “stato-guida” e oggi fatica a metterne in discussione l’agire. Eppure, lo stesso sionismo che proponeva la nascita di uno Stato ebraico in Palestina è nato in polemica con l’aspirazione di tanti ebrei europei a integrarsi nei contesti nazionali di cui bene o male erano parte da secoli. Poi tra ebraismo diasporico e Israele c’è un’altra grande differenza: il primo è costitutivamente cosmopolita, abituato a ibridarsi con altri da sé, portatore di un’idea plurale dell’identità, mentre in Israele si è progressivamente affermata un’idea esclusiva dell’identità ebraica.
Il Memorandum - secondo indiscrezioni - potrebbe essere firmato già domenica a Ginevra alla presenza di Vance e Ghalibaf, ma Teheran non esclude che il sigillo possa essere apposto "da remoto". Trump frena su condizioni fatte trapelare dall'Iran
Ancora vita in tenda per centinaia di migliaia di sfollati. Dopo oltre 500 giorni è apparso collegato dal carcere in cui è detenuto Husam Abu Safia, il pediatra di Gaza catturato dall'esercito israeliano .
Lo stop alla guerra in tutti i Paesi coinvolti non piace a Israele. Nonostante le bozze d’accordo tra Washington e Teheran prevedano l’interruzione delle ostilità anche in Libano, dove invece lo Stato ebraico sta portando avanti una campagna di occupazione militare del Sud, ben oltre i confini stabiliti dalle Nazioni Unite, da Tel Aviv fanno sapere che non c’è alcuna intenzione da parte del governo Netanyahu di interrompere le operazioni militari nel Paese dei Cedri. “Il nostro concetto di sicurezza è chiaro e preciso – ha dichiarato il ministro della difesa, Israel Katz – Stiamo combattendo contro minacce vicine e lontane e puntiamo a soluzioni definitive, non a compromessi o concessioni. Siamo determinati a continuare a perseguire una politica di sicurezza ferma che preservi i risultati raggiunti e non comprometta la nostra capacità di combattere l’asse del male sciita guidato dall’Iran e l’asse del male sunnita guidato dai Fratelli Musulmani”.
La domanda che sorge immediata è cosa può succedere nel caso in cui Israele continui gli attacchi nel Paese, dato che Hezbollah ha invece benedetto lo stop alle ostilità previsto dall’intesa. Se il Partito di Dio, attaccato da Tel Aviv, dovesse rispondere non è chiaro quali altre potenze entrerebbero in gioco. Gli Stati Uniti sembrano volersi sfilare dal pantano mediorientale, mentre l’Iran nei giorni scorsi ha ribadito di essere pronto a difendere il partito armato sciita, suo alleato nell’area, in caso di attacchi da parte di Israele. E questo esporrebbe lo Stato ebraico a uno scontro con Teheran senza il supporto dell’alleato americano.
Ma per Katz non sembrano esserci margini di discussione: “Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza – ha aggiunto – L’Idf continuerà a difendere i nostri confini e i nostri cittadini dal Monte Hermon, dalle montagne libanesi, dalla Samaria e dalla maggior parte del territorio di Gaza contro le minacce provenienti da forze e organizzazioni jihadiste, come insegnamento fondamentale tratto dagli eventi del 7 ottobre”. E critica la decisione di Donald Trump di scendere a patti con gli ayatollah: “Il presidente Usa sta attualmente portando avanti un accordo con l’Iran nell’ottica degli interessi americani, compreso l’interesse comune con Israele, ovvero impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Ci aspettiamo che sostenga questo principio e altri principi relativi ai missili e ai gruppi terroristici regionali – ha concluso in riferimento al fatto che nella bozza non viene citato lo smantellamento del programma missilistico iraniano e il disarmo delle milizie filo-Iran in Siria, Iraq e Libano – Israele deve garantire di avere anche la capacità di agire in modo indipendente in futuro per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e il premier Benjamin Netanyahu e io abbiamo ordinato all’esercito di prepararsi di conseguenza”.
Cisgiordania, lo “Stato” dei coloni. Il “regno” dell’illegalità legalizzata e di un sistema di apartheid che fa impallidire quello contro cui si battè Nelson Mandela in Sudafrica. Negli ultimi 3 anni nella Cisgiordania occupata il numero di civili palestinesi uccisi dall’esercito israeliano e dai coloni ha superato il totale dei 17 anni precedenti, tra cui tantissimi bambini. È la denuncia lanciata ieri da Oxfam, sulla base dell’analisi dei dati forniti dalle Nazioni Unite. Rimarca il report: “Tra il 2006 e il 2022 le vittime sono state 1.036, tra cui 225 bambini, mentre solo dal 2023 ne sono state registrate 1.244, con 268 bambini rimasti uccisi. Ciò significa che, negli ultimi 20 anni, 1 uccisione su 5 ha riguardato un bambino, circa il 22%. Di contro, nei primi 17 anni presi in esame, i coloni israeliani uccisi dai palestinesi sono stati 86, tra cui 12 bambini, mentre si contano 43 vittime, tra cui 10 bambini, tra il 2023 e il 2025″.
In Cisgiordania è chiara l’accelerazione del piano di annessione israeliano, con sfollamenti forzati di massa, un aumento delle restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi e un’escalation di violenza senza precedenti da parte dei coloni e dell’esercito. Solo nei primi tre mesi di quest’anno si sono verificati più di 540 attacchi da parte dei coloni, 33 palestinesi sono stati uccisi e più di 2.200 persone sono state sfollate. Sono state vandalizzate e distrutte più di 60 infrastrutture idriche e igienico-sanitarie, tra cui condutture, sistemi di irrigazione e serbatoi d’acqua, compromettendo l’accesso all’acqua per ben 32 comunità palestinesi. ‘Il massacro di civili a cui stiamo assistendo è doloroso e inquietante – afferma Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia – Mentre gli occhi del mondo erano giustamente puntati sul genocidio commesso da Israele a Gaza, dopo le atrocità commesse da Hamas e altri gruppi armati nel 2023, in tutta la Cisgiordania si verificava un’ondata di violenza senza precedenti, ora sfociata in un piano sistematico di pulizia etnica. Ad oggi continuano a moltiplicarsi i posti di blocco e la chiusura di intere aree generando una frammentazione del territorio che impedisce l’accesso a servizi essenziali per le comunità palestinesi. Ogni giorno i nostri operatori lavorano per soccorrere le famiglie palestinesi le cui vite sono state distrutte, ed è straziante vedere decine di bambini uccisi. Questo è il costo dell’impunità, della violenza e della crudeltà israeliana che sono sotto gli occhi di tutti, mentre i leader mondiali distolgono lo sguardo’.
Negli ultimi tre anni in tutta la Cisgiordania sono stati sfollati con la forza oltre 46 mila palestinesi, un numero record, se si pensa che nei 14 anni precedenti erano stati 13 mila. Al momento in tutta la Cisgiordania (compresa Gerusalemme est) sono state costruite oltre 925 barriere e nuove recinzioni che limitano, in modo permanente o ciclico, la circolazione di oltre 3 milioni di palestinesi, portando un danno enorme all’economia e alla capacità di sussistenza. Si tratta di un aumento del 43% rispetto ai 20 anni precedenti, quando se ne contavano mediamente 647 in tutta la regione. “Siamo abituati a dover fare i conti con i coloni, ma negli ultimi tre anni gli episodi di violenza sono aumentati, come non ci saremmo mai aspettati. – racconta Saed (nome di fantasia) 50 anni, costretto a lasciare il villaggio di Ein Samya dove viveva – Alla fine ce ne siamo dovuti andare da casa nostra presa con la forza da un colono che ora ha preso il controllo della comunità. Siamo arrivati a Gerico, ma anche qui i problemi non sono finiti. I coloni continuano a chiudere le strade, girano sempre armati molestando e terrorizzando i nostri bambini quando vanno a scuola, rubano il nostro bestiame e occupano i pochi spazi di pascolo a cui abbiamo ancora accesso”. Così Oxfam. Cisgiordania, così vivono 3 milioni di palestinesi.
Livorno, 12 giugno 2026 – Dopo la mozione di Camilla Barontini di Livorno Popolare per la targa commemorativa per i bimbi palestinesi vittime della Guerra a Gaza e quella precedente di Potere al Popolo sul boicottaggio dell’economia israeliana, il partito di opposizione di sinistra in consiglio interviene per moderare l’intervento dell’associazione Italia Israele e della comunità ebraica livornese che critica la decisione dell’amministrazione in quanto “discriminatoria” nei confronti di tutti gli altri bambini vittime della guerra. Per Potere al Popolo invece la targa commemorativa per i bimbi di Gaza non è “solamente” un intervento per definire il concetto “guerra = brutto” ma di un atto “dovuto” in ragione di un intervento statale da parte di Israele, mirato, ai danni della popolazione inerme, per il quale è “necessario” che le istituzioni prendano posizione. Ecco il comunicato: “Dopo decenni di apartheid e genocidio i sionisti ci accusano di doppi standard per la targa in memoria dei bambini di Gaza. L’Associazione Italia-Israele dice che “I bambini non dovrebbero mai essere utilizzati per alimentare narrazioni politiche o ideologiche” e noi gli diamo pure ragione, ma c’è da far notare un ingombrante però: la targa in questione non serve a ricordare genericamente che Guerra=Brutto, per quello abbiamo già il nostro ministro degli Esteri. No, quella targa serve a puntare il dito verso le atrocità commesse dall’esercito israeliano a Gaza, a dire chiaramente che, come si sente spesso, “c’è un aggredito e un aggressore”, c’è un’entità genocida e un popolo che subisce il genocidio. Ad oggi, almeno 20.000 bambini palestinesi sono stati uccisi a Gaza, altri 50.000 e forse più sono stati menomati e feriti dalla campagna militare di sterminio e assedio totale che continua tuttora da parte dei sionisti, queste sono cifre documentate da UNICEF, ONU, Save the Children e molte altre organizzazioni internazionali. La morte dei bambini in guerra è qualcosa di atroce, è un’ingiustizia che non può essere riparata, di chiunque siano figli o figlie. Su questo aspetto il dolore che proviamo non ha differenze di etnia, classe, sesso o nazionalità. Di nuovo: quella targa non serve a esprimere questo concetto però, serve a ricordare che i bambini di Gaza sono vittime di un crimine più atroce dell’infanticidio, sono vittime di una macchina statale che ha scientificamente raso al suolo le scuole, gli asili, gli ospedali e le case di quei bambini; serve a ricordare che i bambini di Gaza sono vittime della fame artificiale, provocata dalla chiusura delle frontiere, dalla sete derivante dai soldati israeliani che sparano sui camion cisterna e sulle folle che si accalcano per raccimolare gli scarsissimi beni alimentari che entrano. La targa per i bambini di Gaza, così come le mozioni per il boicottaggio, non nasce quindi in un vuoto atemporale distaccato dalla realtà: nasce mentre un genocidio è in corso, mentre i gazawi ancora vengono bombardati sommariamente, mentre intere famiglie vengono cancellate. Una risposta istituzionale a un’emergenza in corso non è “doppio standard morale” bensì dovere morale. Questo non significa dimenticare i fratellini Bibas o altre vittime innocenti. Significa riconoscere che quando uno sterminio di tali proporzioni è ancora in atto, nominarlo esplicitamente è un atto di responsabilità civile, non di discriminazione. L’associazione chiede inclusività, ma l’inclusività non può diventare lo strumento per diluire o silenziare la denuncia della realtà di ciò che sta accadendo oggi”.
Gwyneth Paltrow è stata ingaggiata come volto di un esclusivo progetto immobiliare nel centro di Israele. La scelta ha suscitato immediata indignazione sui social media, dove numerosi utenti hanno denunciato la stridente contraddizione tra l’immagine patinata della campagna pubblicitaria e le drammatiche condizioni di vita della popolazione civile a Gaza e in Libano, territori devastati dal conflitto in corso che vede contrapposti Israele e Iran. La notizia è stata riportata da diversi organi di stampa israeliani, tra cui il quotidiano Haaretz.
L’attrice premio Oscar è protagonista di uno spot pubblicitario diffuso questa settimana da Aviv Melisron, un gruppo immobiliare israeliano che promuove il progetto 51 Park a Herzliya, a nord di Tel Aviv. Il complesso residenziale di lusso prevede la costruzione di 646 appartamenti distribuiti su due edifici di 51 piani, situati tra due parchi comunali. Lo spot, girato a New York, ha iniziato ad essere trasmesso in Israele.
Nata da padre ebreo, Gwyneth Paltrow ha sempre manifestato apertamente il proprio sostegno a Israele. All’indomani del massacro del 7 ottobre 2023, l’attrice si è unita a decine di altre importanti personalità del mondo di Hollywood nella firma di una lettera aperta indirizzata all’allora presidente degli Stati Uniti Joe Biden, esortandolo a impegnarsi attivamente per ottenere la liberazione dei 251 ostaggi trattenuti nella Striscia di Gaza.
Livorno, 11 giugno 2026 – La consigliera di Livorno Popolare Camilla Barontini ha richiesto con una mozione l’intitolazione di una targa commemorativa per i bambini palestinesi vittime della guerra a Gaza. Per la comunità ebraica livornese si tratta di un atto “discriminatorio” che rischia di mettere in un unico “calderone” tutti gli altri bambini civili vittime della guerra. Ecco il comunicato dell’associazione Italia Israele di Livorno:
“Dinanzi al tragico coinvolgimento dell’infanzia nei teatri di guerra è particolarmente necessario evitare narrazioni unilaterali che trasformano una tragedia complessa in un racconto a senso unico. Non vi sono e non vi devono essere differenze tra bambini e bambini: ogni vita innocente spezzata merita lo stesso rispetto, la stessa pietà e la stessa memoria, indipendentemente dalla nazionalità o dalla parte coinvolta nel conflitto. La criticità della mozione sta proprio nel pensare di aver risolto la questione menzionando esplicitamente i soli bambini palestinesi e relegando invece tutti gli altri bambini vittime delle guerre in un indistinto calderone, di rango inferiore. In questo modo, la morte di innocenti rischia di essere strumentalizzata per sostenere una narrativa politica di parte, nella quale viene implicitamente individuato un unico responsabile della tragedia che ogni guerra rappresenta. La storia insegna, come nel caso Dreyfus, quanto l’opinione pubblica possa essere guidata da rappresentazioni parziali e simboliche, arrecando danno all’intera società e al convivere civile. Per questo la scelta di dedicare una targa pubblica esclusivamente ai bambini palestinesi vittime del conflitto, accennando solo indistintamente agli altri, in un luogo che dovrebbe unire e non dividere, rafforza una lettura selettiva del conflitto invece di promuovere una memoria condivisa e non contribuisce, pur nelle limitate possibilità di un ente locale, ad avvicinare le posizioni e a favorire il dialogo”.
“Zalone? Fa un’ottima pizza”. “Israele? Non può replicare crimini contro l’umanità”. “Netflix? Per vincere l’Oscar dovrà portare un film in sala”. Helen Mirren a ruota libera al 72esimo Taormina Film Festival. In un’intervista rilasciata al Corriere della Serala 80enne attrice inglese ospite del festival diretto da Tiziana Rocca non si è sottratta a domande e riflessioni scomode o politiche.
Prima di ritirare il premio alla carriera dedicato ad Anna Magnani, Mirren prende subito il toro per le corna commentando un video finito sul web nei giorni scorsi dove un tizio per strada la vede mentre passeggia e le grida “Pu….a Sionista”. “L’episodio risale allo scorso novembre, non so perché sia uscito solo ora, non so come sia finito su Internet. E ignoro chi sia l’uomo che mi ha insultato. Ma ho capito che era mentalmente instabile”, spiega l’attrice che in Israele ha vissuto per sei mesi al tempo della Guerra dei sei giorni (5-10 giugno 1967) e che ha interpretato in un film pure una sua storia leader, Golda Meir.
“Ho grandi amici in quel paese. Da giovane ho avuto due fidanzati ebrei. Sono nata nel 1945, se ripenso alla tragedia immane vissuta in Israele con l’Olocausto, dobbiamo riflettere su ciò che stanno vivendo ora. Questa guerra è distruttiva per la stessa Israele. Come può replicare crimini contro l’umanità?”. Mirren ricorda poi le contraddizioni socio-politiche degli Stati Uniti odierne. Sposata dal 1997 con il regista Taylor Hackford, ha sempre osservato quello strano coacervo antropologico che sono gli Stati Uniti: “Non so se sia mai esistito il sogno americano. Io so cosa vuol dire essere inglese, mi vengono in mente il cottage e la tazza di tè. Gli Stati Uniti…La California è del tutto diversa dall’Alaska o dalla Louisiana (…) sono troppe le contraddizioni in Usa, alcuni Stati vogliono rimettere in discussione il voto delle donne. Assurdo? Certo. Talvolta agiscono forze oscure sotto la superficie”.
L’interprete di The Queen – per il quale vinse un Oscar nel 2007 – ha voluto poi ricordare la sovrana inglese scomparsa di recente. “Elisabetta mi invitò a un tè per pochi intimi. Non mi disse nulla del film, forse era il suo modo per farmi capire che l’aveva visto. Parlò tutto il tempo del suo grande amore: i cavalli”. Mirren si dedica infine all’amico Checco Zalone (“La prima volta l’ho visto in un suo film mentre ero in aereo. Non capivo nulla ma mi faceva ridere per come gesticolava, come si muoveva. Non l’avevo sentito nominare prima d’allora. Sono stata a casa sua, fa un’ottima pizza”) e al futuro del cinema in sala lanciando una freccia avvelenata a Netflix: “Non so se tra 40 anni continueremo a piangere o ridere in sala. So però che se Netflix vuol vincere l’Oscar, deve portare un film in sala”.
La nuova mappa europea dei treninotturni, pubblicata a giugno da Back on Track, censisce 205 collegamenti regolari con carrozze letto e cuccette. Nel 2026 compaiono cinque nuove linee, tra cui la Parigi-Berlino rilanciata da European Sleeper dopo lo stop di ÖBB, e nuove tratte polacche verso Praga e Monaco. Ma l’elenco delle linee rimosse o ridotte è più lungo: spariscono o vengono accorciati collegamenti in Bulgaria, Romania, Croazia, Svezia e diverse tratte ÖBB Nightjet, comprese Parigi-Vienna, Monaco-La Spezia e Vienna-La Spezia. “La domanda c’è”, dice JuriMaier, presidente di Back on Track. Il collo di bottiglia, per l’associazione, non sono i passeggeri ma gli investimenti: senza nuove carrozze letto e cuccette, le linee restano annunci, prove stagionali o servizi troppo fragili per competere con l’aereo. Le carrozze letto sono poche, costose e difficili da sostituire. Molti convogli hanno decenni di servizio alle spalle e produrne di nuovi richiede anni. Il principale operatore europeo del settore, ÖBB, ha ridotto l’ordine di nuovi Nightjet da 33 a 24 convogli.
I tagli riguardano anche l’Italia. Nella mappa 2026 non compaiono più i Nightjet Monaco-La Spezia e Vienna-La Spezia, che passavano da Milano e Genova. Dal 9 settembre, invece, European Sleeper collegherà Milano Porta Garibaldi a Bruxelles tre volte alla settimana, con fermate a Como, Colonia, Aquisgrana e Liegi. I collegamenti internazionali continuano però a scontrarsi con uno dei principali ostacoli della ferroviaeuropea: ogni Paese ha regole, autorizzazioni e operatori diversi. Per questo la trazione dei convogli in Italia sarà affidata ad Arenaways. Da metà dicembre la linea sarà estesa anche ad Anversa, Breda ed Eindhoven. Restano poi gli IntercityNotte di Trenitalia, sostenuti dal contratto di servizio, che collegano il Nord e il Centro con Sicilia, Calabria, Puglia e Alto Adige. Sono tratte usate non solo da turisti, ma anche da lavoratori, studenti fuori sede, famiglie e persone che attraversano l’Italia per necessità.
La geografia dei treni notturni europei non è uniforme
A Est e nell’Europa centrale la lunga percorrenza notturna affonda radici più profonde. Ucraina, Romania, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Austria mantengono diversi collegamenti nazionali e internazionali: tra Budapest e Bucarest, per esempio, il treno resta un mezzo ordinario per coprire grandi distanze. Nonostante gli attacchi russi alla rete ferroviaria, l’Ucraina conserva oggi un’estesa rete interna di lunga percorrenza, essenziale anche per la sospensione del traffico aereo civile. Prima della guerra, una linea diretta collegava Mosca a Kiev in 12 ore. Fuori dalla mappa di Back on Track, la Russia conserva una rete vastissima: dalla Transiberiana alle tratte verso Caucaso e Mar Nero, i viaggi di una o più notti restano mobilità ordinaria.
A Ovest e nel Nord Europa il quadro è più discontinuo. Germania, Austria e RepubblicaCeca restano snodi importanti della rete continentale, ma molte tratte internazionali sono state ricostruite dopo anni di tagli dovuti alla concorrenza di alta velocità ferroviaria e voli low cost. In Scandinavia resistono collegamenti notturni sulle lunghe distanze interne, soprattutto in Svezia, Norvegia e Finlandia, mentre le linee internazionali verso Germania e Danimarca dipendono spesso da stagionalità, sussidi pubblici e disponibilità di convogli. È il caso del Berlino-Amburgo-Malmö-Stoccolma: la Svezia interromperà il sostegno pubblico alla tratta alla fine di agosto e la continuità del collegamento avverrà solo grazie al subentro dell’operatore privato RDCDeutschland.
Un altro ostacolo alla riaffermazione dei treni notturni è rappresentato dai pedaggiferroviari. Ogni compagnia paga ai gestori delle infrastrutture una tariffa per usare binari, stazioni e altre strutture della rete. Molti pedaggi sono calcolati in base ai chilometripercorsi: un treno da Madrid a Parigi, da Barcellona a Lisbona o da Bruxelles a Milano accumula costi lungo tutta la tratta e in ogni Paese attraversato. Così i collegamenti più lunghi, quelli più utili per sostituire una parte dei voli europei a corto e medio raggio, finiscono penalizzati proprio perché percorrono più chilometri. Il dibattito è particolarmente acceso in Spagna, dove il gestore Adif ha commissionato a Deloitte una revisione dei pedaggi anche in risposta alla pressione dei nuovi operatori. La proposta è distinguere tra servizi diurni e notturni, invece di applicare automaticamente una tariffa al chilometro. Nel 2009 Renfe operava una decina di linee notturne tra Trenhotel nazionali e internazionali. Oggi non ha più servizi notturni regolari. Se i treni notte verranno riconosciuti come segmento specifico, tratte come Madrid-Parigi o Barcellona-Francoforte potranno tornare realisticamente sul tavolo. Altrimenti, nell’Europa occidentale, resteranno soprattutto i collegamentidiurni. Anche il Portogallo ha perso i suoi treni notte: dal 2020 non circolano più il Lusitânia Madrid-Lisbona e il Sud Expresso Lisbona-Hendaye.
La crisi dei carburanti rende lo squilibrio più evidente. L’aereo resta esposto al costo del cherosene, ma continua a beneficiare di esenzioni fiscali che ne proteggono la competitività. I treni internazionali pagano invece tariffe per ogni tratto di rete attraversato. Il conto finisce per penalizzare il mezzo meno dipendente dai combustibili fossili e dalle oscillazioni del mercato energetico. Sul fronte dei sussidi, anche la Francia ha fatto un passo indietro: i collegamenti Parigi-Berlino e Parigi-Vienna sono stati fermati dopo la fine dei sostegnifrancesi. In Svizzera, il collegamento Basilea-Copenaghen-Malmö previsto per il 2026 è stato cancellato dopo il taglio dei fondifederali. A questo si aggiungono le difficoltà pratiche nella prenotazione. Due anni fa Ursula von der Leyen aveva promesso una biglietteria digitale unica. Il 13 maggio la Commissione ha presentato le proposte legislative su prenotazionimultimodali, biglietti ferroviari e tutele per i passeggeri con biglietto unico. Il punto, però, resta aperto: per chi compra oggi un viaggio internazionale con più operatori, il percorso è ancora spezzato tra piattaforme, condizioni e responsabilità diverse.
Piccoli segnali in controtendenza arrivano dalla Polonia, dove vengono attivate nuove tratte transfrontaliere, e da EuropeanSleeper, società ferroviaria belga-olandese a proprietà diffusa, nata nel 2021 grazie a campagne di crowdfunding e a centinaia di piccoli investitori, senza il sostegno dei grandi operatori ferroviari nazionali. Sono iniziative ancora isolate, ma indicano uno spazio di mercato che le compagnie tradizionali hanno lasciato scoperto. La crisi petrolifera potrebbe spingere l’Europa ad accelerare sulle alternative meno esposte a ricatti energetici e speculazioni. I treni notturni possono sostituire una parte dei voli sulle medie distanze, ma solo se vengono trattati come un servizioregolare, accessibile e affidabile per chi viaggia per lavoro, studio o famiglia. Per ora il sistema sembra andare in direzione contraria: l’aereo resta protetto da esenzionifiscali, il treno internazionale paga pedaggi al chilometro, i sussidi arrivano a singhiozzo. Manca la scelta politica di trattare i treni notturni come infrastrutture da sviluppare, anziché prodotti di nicchia lasciati alle logiche di mercato.
Il presidente Usa al Corriere: "Gli alleati europei possono essere d'aiuto dopo l'accordo". Bozza: Hormuz riaperto; allentamento sanzioni; cessate il fuoco, anche in Libano. Netanyahu: "L'Iran non avrà l'atomica"
Mercoledì sera, 10 giugno 2026 – Introduzione strategica: transizione alla fase di mutua distruzione esistenziale
di Talal Nahle
L’ora zero della grande guerra esistenziale: mobilitazione dei B-52 e ghigliottina “infrastrutturale” di fronte alla dottrina iraniana della determinazione.
Il Medio Oriente sta entrando nel suo periodo più pericoloso, che segna il passaggio dagli scontri tattici all’effettivo inizio di una guerra totale ed esistenziale contro l’Iran e il suo asse. In seguito al doppio colpo militare subito dall’alleanza occidentale e dall’entità sionista, ogni margine di manovra e di comunicazione indiretta è svanito. Ciò si è manifestato con l’ammissione ufficiale e pubblica da parte di Israele dell’attacco missilistico iraniano mirato e preciso contro la base aerea di Ramat David, unitamente a una serie di attacchi di Khaibar Shekan che hanno distrutto gli hangar degli F-35 in Giordania e martellato la Quinta Flotta.
Il crollo dei baluardi della deterrenza ha spinto il presidente statunitense Donald Trump e l’entità sionista ad attivare l’opzione della “massima distruzione”. Questa sera, il mondo è a poche ore da un attacco coordinato tra Stati Uniti e Israele contro infrastrutture energetiche e ponti in Iran. L’Iran sta rispondendo con un’allerta globale, sia balistica che aerea, volta a rompere definitivamente con lo stato di “né guerra né pace”, mentre il fronte meridionale libanese è in fiamme a causa dell’isterica sete di vendetta di Israele e del suo desiderio di isolare la regione con il fuoco.
1. Massiccia mobilitazione aerea da parte del CENTCOM e allerta israeliana senza precedenti
Il Comando Centrale degli Stati Uniti e l’esercito israeliano hanno assunto una posizione di totale impiego della forza per condurre un’operazione offensiva su vasta scala:
• Schieramento di bombardieri strategici a duplice capacità : i radar di navigazione hanno rilevato il passaggio di bombardieri strategici pesanti B-52 sul Mediterraneo, diretti verso la regione del Golfo Persico, al fine di formare una forza aerea distruttiva contro le retrovie.
• Riposizionamento e dispiegamento presso la base aerea Prince Sultan (PSAB): le immagini satellitari hanno rilevato eccezionali movimenti tattici difensivi e offensivi. Questi hanno comportato la distribuzione e il dispiegamento di aerei AWACS di allerta precoce E-3B Sentry, aerei di comando e ritrasmissione E-11 e aerei da pattugliamento marittimo P-8 dalle piste e dai piazzali principali alle vie di accesso della base saudita, in previsione di attacchi missilistici iraniani preventivi o di rappresaglia.
• La più grande mobilitazione israeliana (280.000 soldati e ufficiali): Subito dopo che l’entità sionista ha ammesso il fallimento del suo blackout mediatico e ha confermato che la base di Ramat David era stata colpita da missili di Teheran, il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha emesso un ordine eccezionale per avviare una mobilitazione di riserva che comprendeva 280.000 soldati e ufficiali, provenienti sia dal fronte interno che da reclute recentemente smobilitate, per preparare il fronte interno a uno scenario di guerra prolungata e totale.
• Trump brandisce la spada di Damocle sulle infrastrutture iraniane : Trump è apparso su Fox News e ABC per annunciare esplicitamente la sua imminente intenzione di dare l’ordine definitivo per nuovi attacchi mortali contro centrali elettriche e ponti strategici in Iran. Con una tattica di guerra psicologica, ha affermato che “l’esercito, la marina e l’aeronautica iraniani sono nel caos totale e stanno affrontando una sconfitta schiacciante” e ha promesso che l’Iran pagherà un prezzo salato stasera per il suo ritardo nella firma degli accordi con gli Stati Uniti. Nel frattempo, il CENTCOM ha annunciato la sospensione delle rotazioni di otto navi e il ridispiegamento di 134 imbarcazioni attraverso lo Stretto di Hormuz per rafforzare il blocco.
2. Il fronte di Teheran… Sbloccare la situazione di stallo del “né guerra né pace” e giungere alla fase finale dei negoziati con il Qatar.
Di fronte alla minaccia esistenziale di perdere le proprie risorse energetiche, i leader iraniani hanno tracciato delle linee rosse invalicabili:
• I categorici “no” di Pezeshkian e Ghalibaf : il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha dichiarato durante la cerimonia commemorativa in onore dell’Imam Khamenei che “l’Iran non cederà mai alle minacce e deve uscire immediatamente da questo stato di né guerra né pace “, considerando la minaccia di bombardare le infrastrutture come prova della disperazione e dell’impotenza del nemico. Allo stesso modo, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha affermato che la parola finale spetta alle forze armate, minacciando di trasformare il blocco navale in una sconfitta storica per Washington.
• La dottrina incendiaria di Araghchi per il Golfo : il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha lanciato un ultimo avvertimento di evacuazione al CENTCOM: “Se tenete alla vostra sicurezza, fareste meglio a lasciare la regione”.Ha ribadito il suo rifiuto dell’internazionalizzazione dello Stretto di Hormuz, considerandolo un corridoio sovrano condiviso tra Teheran e Muscat, e ha affermato che le flotte che attraversano migliaia di chilometri non hanno il diritto di violarne i confini legali.
• L’ultima disperata missione dei negoziatori qatariani : Reuters ha riferito che una delegazione di negoziatori qatariani è arrivata a Teheran questa mattina per un tentativo urgente, come ultima risorsa, di raggiungere un accordo finale e superare le divergenze tecniche dopo intense consultazioni con Washington. Questa iniziativa mira a guadagnare tempo prima della scadenza imposta da Trump per interrompere i negoziati e lanciare campagne di bombardamenti distruttivi.
3. Il fronte libanese… Divieto di utilizzo della fibra ottica, violazione della sovranità a Ramim e annientamento della 401ª Brigata.
Sul fronte meridionale, la crescente impotenza di Israele si è trasformata in una guerra di sterminio e distruzione indiscriminata dei villaggi di Jabal Amel e della sponda settentrionale del fiume Litani:
• Il rullo compressore di Majdal Zoun : gli aerei da guerra ei droni delle forze occupanti hanno intensificato i loro raid, prendendo di mira nove volte la città di Majdal Zoun. Questi attacchi hanno coinciso con pesanti bombardamenti su Tayr Debba, Al-Qlaiaa, Baraachit, Doueir, Deir Qanoun En Nahr, Al-Masaken Al-Chaabiyeh a Tiro, Homin Al-Fawqa, Arabsalim, Al-Ghassaniyah e Al-Ansariyah. L’operazione mirava ad attuare la nuova direttiva del Consiglio dei ministri, che concede l’autorizzazione sistematica a colpire la capitale Beirut e Dahieh non appena un missile attraversa il confine.
• Divieto di importazione di droni FPV : Il giornalista Hasan Al-Dorr ha rivelato una pericolosa misura di natura politica e di sicurezza, consistente in una direttiva urgente e rigorosa indirizzata all’aeroporto internazionale e ai porti di Beirut, che impone un divieto totale all’importazione di cavi in fibra ottica. Si tratta di un disperato tentativo da parte dei servizi segreti occidentali e israeliani di contrastare il vantaggio tecnico unico dei droni kamikaze di Hezbollah, resistenti alle interferenze, che hanno inflitto danni considerevoli ai veicoli dell’esercito.
Hezbollah pronti alla guerriglia
• Distruzione del Comando della 401ª Brigata a Dibel e imboscata a Yohmor : La Resistenza ha condotto le sue operazioni offensive con estrema intensità. I mujahidin (Dichiarazione n. 3) hanno effettuato un attacco eccezionale utilizzando uno sciame di droni kamikaze contro il quartier generale appena istituito del Comando della 401ª Brigata Corazzata sionista nella città di Dibel, infliggendo perdite accertate e mortali. Inoltre, i cecchini della Resistenza (Dichiarazioni 2 e 4) hanno distrutto assembramenti di veicoli e soldati nemici nella periferia sud-orientale della città di Yohmor Al-Shaqif utilizzando raffiche di razzi e proiettili di artiglieria sparati in rapida successione (incluso uno speciale missile pesante).
• Operazione Ababil ad Al-Qantara e Zawtar : i droni kamikaze dell’operazione Ababil (comunicazioni n. 6, 7 e 8) hanno distrutto un veicolo di trasporto militare israeliano e un veicolo di comunicazione all’avanguardia sulla collina di Al-Sal’a nella città di Al-Qantara. Inoltre, i droni hanno bombardato un accampamento di soldati situato nel letto del fiume alla periferia orientale di Zawtar e hanno colpito il quartier generale del comando ad Al-Bayyadah (comunicazione n. 9). Ciò porta il numero totale di carri armati Merkava distrutti a 303, senza contare i 48 ufficiali e soldati feriti negli ultimi cinque giorni, nonché i 30 morti e i 1.291 feriti dallo scorso marzo, secondo i dati forniti dall’esercito occupante.
• Il clamoroso fallimento strategico di Ramim : la stazione radio dell’esercito di occupazione (Doron Kadosh) ha fatto una rivelazione sconvolgente, svelando i dettagli di un incidente storico che ha violato le regole di ingaggio in vigore dal 2023. Un combattente della resistenza, vestito con l’uniforme completa dell’esercito di Hezbollah, è riuscito a superare la barriera di separazione e a penetrare in profondità in un’enclave militare nella catena montuosa di Ramim, dove ha ingaggiato unità d’élite a distanza ravvicinata. Questa rivelazione ha spinto il capo del consiglio di Metula, David Azoulay, ad ammettere la totale mancanza di sicurezza nel nord.
4. Il confronto israelo-turco e la minaccia regionale
La Turchia è entrata in una fase di confronto politico diretto:
• L’avvertimento strategico di Erdogan : il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato ufficialmente che gli attacchi israeliani contro la Siria e il Libano hanno raggiunto una soglia tale da costituire una minaccia diretta alla sicurezza nazionale turca, usando termini inequivocabili: “La sicurezza della Turchia inizia a Beirut e Damasco ” .
• La reazione isterica dei sionisti : il ministro israeliano Miki Zohar ha risposto prontamente in modo brusco e aggressivo: “Se il dittatore Erdogan osa metterci alla prova, subirà una sorte peggiore dell’Iran”, illustrando così il desiderio sionista di estendere il conflitto all’intera regione.
Conclusioni e previsioni strategiche generali
Questa sera, i centri di comando congiunti delle potenze dell’Asse, con tutti i loro lanciamissili e droni kamikaze, sono sull’orlo di una grande e diffusa esplosione. Le manovre di Trump – la minaccia di bombardare centrali elettriche e ponti in Iran questa sera per costringere Teheran ad accettare la versione imperfetta e incompleta dell’accordo di Washington – si scontrano con una chiara dottrina di determinazione iraniana che si rifiuta di capitolare sotto il fuoco.
Strategia operativa inevitabile e imminente
Se la delegazione del Qatar non riuscirà a ottenere l’approvazione di Trump su tutte le condizioni poste dall’Iran (revoca immediata delle sanzioni, sblocco di tutti i beni congelati e inclusione di un cessate il fuoco globale in Libano), e se l’aeronautica statunitense e i bombardieri B-52 dovessero tentare di colpire le infrastrutture iraniane, il mondo assisterà immediatamente, questa sera, a un inferno di violenza senza precedenti.
La risposta iraniana sarà rapida. Le piattaforme che hanno bombardato la base di Ramat David sono pronte per una formidabile operazione tattica, mirata in modo capillare alle infrastrutture petrolifere e del gas, nonché alle basi americane nel Golfo e in Giordania. Questi attacchi coincideranno con l’intervento di Hezbollah libanese, di Ansarullah yemenita e dell’Iraq, che schiereranno sciami di droni per trasformare le forze di occupazione e la flotta statunitense in cimiteri. Pertanto, l’ipotesi di Trump di una vittoria decisiva si tradurrà in una totale sconfitta strategica che porrà fine alla presenza militare occidentale e imporrà le condizioni dell’Asse con il sangue e il fuoco sul campo di battaglia.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Aula alla Camera per le Comunicazioni in vista della riunione del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno. Otto le risoluzioni presentate dopo le comunicazioni di Meloni
Prima di lasciare la guida del Paese, il governo Netanyahu vuole lasciare tutto in ordine secondo i piani prefissati. Soprattutto per quanto riguarda quei dossier che, con l’intensificarsi delle violenze seguite alla strage del 7 ottobre, sono i più invisi alla comunità internazionale. Così, nelle ultime settimane l’esecutivo, spinto dal ministro colono estremista delle Finanze, Bezalel Smotrich, ha approvato nuove leggi e stanziamenti con l’obiettivo di alimentare a suon di centinaia di milioni di euro lo sviluppo degli insediamenti illegali nei Territori Occupati.
Se la Grande Israele è l’obiettivo di questo governo e delle sue anime più estremiste e xenofobe, da adesso alla data del voto, che non andrà oltre il 27 ottobre, ogni iniziativa deve puntare a facilitare la loro espansione, alla faccia degli appelli che arrivano dall’Europa e delle sanzioni imposte da un gruppo, per ora limitato, di Paesi. L’ultima proposta ha il peso specifico maggiore: un’operazione di legalizzazione e finanziamento pubblico degli insediamenti illegali oltre i confini del 1967 riconosciuti dall’Onu, alcuni dei quali situati in enclave delle Aree A e B, cioè quelle ad esclusivo controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese o misto. Per raggiungere questo obiettivo, la settimana scorsa il Parlamento ha approvato d’urgenza lo stanziamento di 100 milioni di shekel, circa 29 milioni di euro, ma adesso è pronto a mettere il timbro su un ulteriore stanziamento da 1 miliardo di shekel, circa 290 milioni, per la creazione e lo sviluppo di avamposti “temporanei” ancor prima della loro completa legalizzazione.
Una corsa contro il tempo per cercare di gettare le fondamenta di un piano espansionistico e coloniale illegale secondo il diritto internazionale, osteggiato, almeno a parole, dalle cancellerie europee, ma che nei fatti, se avviato, Tel Aviv sa bene essere un punto di non ritorno, dato che restituire quei territori alla popolazione palestinese richiederebbe uno sfollamento di massa che nessun esecutivo israeliano vorrà mai intestarsi. Pur non essendo stato pubblicato l’elenco degli insediamenti interessati, il quotidiano TheMarker è riuscito a ricostruire tutte le località che ne beneficeranno. Sono in totale 69, ma la cosa che racconta della necessità del governo di bruciare le tappe è il fatto che molte di esse sono avamposti non ancora istituiti. Nello specifico, si legge, circa 30 località non dispongono del codice speciale assegnato dall’Ufficio Centrale di Statistica una volta approvata la loro istituzione. In totale, più di 50 hanno ricevuto l’ok appena sei mesi fa nelle riunioni di gabinetto del 2025. Per favorire l’insediamento delle nuove comunità, la bozza prevede anche lo stanziamento di milioni di shekel per i “facilitatori comunitari, allo scopo di accompagnare il gruppo iniziale di insediamento in ciascuno dei siti temporanei”.
La spinta all’espansione illegale non si limita a questo già importante stanziamento di fondi. Nelle settimane passate sono stati altri i provvedimenti presi dal governo Netanyahu per favorire la nascita di nuovi insediamenti. Come, ad esempio, la legge approvata dalla Knesset che estende le agevolazioni fiscali ad altri 58 insediamenti, inserendo nell’Ordinanza sull’Imposta sui Redditi nuovi criteri cuciti addosso alle colonie che si spingono oltre i due chilometri a est della Linea Verde. L’agevolazione consiste in uno sconto del 7% sull’imposta sul reddito, per un risparmio che può toccare i 10mila shekel (circa 2.900 euro) a persona all’anno. Costo totale dell’iniziativa: 130 milioni di shekel, circa 38 milioni di euro, all’anno.
Infine, a maggio sempre il ministro Smotrich era riuscito a far approvare lo stanziamento di un ulteriore miliardo di shekel per la costruzione e la pavimentazione delle strade di accesso ai nuovi insediamenti. In sostanza, il governo ha promesso la costruzione di nuove colonie, con annesse vie di comunicazione e garantendo anche sgravi fiscali come incentivo all’occupazione. Un buon modo per compiere un bel balzo in avanti nel processo di annessione totale della Cisgiordania e, soprattutto, un enorme favore a coloni e fanatici dell’occupazione in vista delle prossime elezioni.
Teheran chiude Hormuz "fino a nuovo ordine". Trump: se non firmano accordo colpiremo ancora. Pakistan: serve soluzione negoziata. Iran: dopo attacchi Usa il cessate il fuoco è privo di significato. Meloni: si rifletta su rapporti Ue-Israele
di Paolo Febbraro Una premessa necessaria. Fra il 1939 e il 1945, per sconfiggere i nazisti e i giapponesi, ovvero i due eserciti più ferocemente organizzati della Storia, fu necessario dispiegare una forza superiore che, nutrita di ideali di libertà, giustizia e uguaglianza di fronte alla legge, arrecò danni devastanti a Germania, Giappone e …
«Voglio dirlo chiaramente: voi, come israeliani, avete accesso e libertà di movimento in aree dove noi palestinesi non possiamo andare. Potete entrare nelle stazioni di polizia, muovervi liberamente in Cisgiordania e godete di protezioni legali che noi non abbiamo. Ed è proprio per questo che la vostra presenza è così importante. Abbiamo bisogno di voi sul campo, accanto alle famiglie, per accompagnare i bambini a scuola, sostenere le comunità. Immaginate cosa potrebbe accadere se arrivaste in migliaia, non come occupanti ma come ospiti, possibili futuri partner di una terra capace di abbracciare allo stesso modo palestinesi e israeliani». Ha esordito così, nel suo messaggio video, la nota attivista palestinese cristiana, Amira Musallam, durante il People’s Peace Summit che si è tenuto il 30 aprile scorso a Tel Aviv. Con una richiesta netta agli attivisti israeliani per creare una collaborazione più capillare in Cisgiordania e proteggere i residenti dalla violenza di coloni e forze armate. Aveva 12 anni, quando la sua casa a Betlemme fu parzialmente bombardata. La famiglia fuggì per quattro mesi, poi decise di tornare. Fu allora che un’organizzazione inglese, Women in Black, venne a vivere con loro per sei mesi per scoraggiare nuovi attacchi. Amira Musallam dirige l’organizzazione UCPIP (Unarmed Civilian Protection in Palestine) che coordina e forma volontari internazionali e israeliani per la presenza protettiva non armata in Cisgiordania. Dal settembre 2024 le è stato imposto un divieto di accesso in Israele, legato alla sua attività di resistenza nonviolenta contro i coloni.
Musallam, quest’anno lei ha partecipato al Peoples’ Peace Summit. Un passo importante.
L’anno scorso c’erano troppi concetti generici sulla pace ma questa volta è stato diverso perché è stato possibile parlare della co-resistenza. Abbiamo un problema con la realtà attuale che non ci permette di amarci a vicenda. Bisogna affrontare l’occupazione, le violenze dei coloni. E ci sono stati dei risultati concreti. Dopo il Summit, abbiamo visto arrivare da Israele centinaia di persone in Cisgiordania per mostrare solidarietà con il popolo palestinese.
L’ultima guerra a Gaza ha aumentato la consapevolezza?
Sì, non solo a livello locale, ma anche internazionale. Serve però più consapevolezza tra gli israeliani comuni, quelli che non fanno parte dei movimenti di pace. Molti non sanno quasi nulla di noi e ci immaginano in modo stereotipato. Dobbiamo rompere questi muri mentali.
Cosa mostra al mondo il trattamento riservato alla delegazione internazionale della Global Sumud Flotilla?
Prima di tutto bisogna capire che non è solo una questione dell’Idf – forze di difesa israeliane. Questo tipo di violenza è profondamente radicato nella società israeliana che viene educata a vedere il nostro popolo come una minaccia. I bambini crescono con l’idea che chiunque intorno a loro voglia ucciderli. Viene anche strumentalizzato il trauma dell’Olocausto per giustificare scelte politiche inaccettabili e violenza. In passato c’erano leader israeliani sionisti, certo, ma almeno parlavano di pace. Oggi si usano testi religiosi e concetti come la “terra promessa” in modo estremista. I gruppi più radicali, come i coloni più fanatici, portano avanti una visione che mira a cancellare la presenza palestinese.
Cosa succede ai cristiani in Palestina?
I cristiani sono stati colpiti come tutti gli altri. Nel 1948 molte famiglie cristiane furono espulse. Villaggi cristiani nel nord della Palestina furono distrutti. Non è mai stato vero che i cristiani siano stati protetti. A Betlemme, per esempio, la situazione è diventata insostenibile. Dopo gli accordi di Oslo, circa il 18-20% della nostra terra ci è stata sottratta, circondata da muri e insediamenti. Oggi i cristiani sono meno del 10% della popolazione della città. Tanti sono andati via. Non perché i musulmani li abbiano cacciati ma come conseguenza dell’occupazione e della mancanza di prospettive.
Le hanno vietato di entrare in Israele.
Sì. Ho anche la cittadinanza americana ma da settembre scorso ho un divieto imposto dalla polizia. Mi dicono che è un “problema tecnico”, ma nessuno lo risolve. Penso sia legato al mio lavoro sul campo, alla presenza protettiva.
Può raccontarmi della vostra organizzazione Unarmed Civilian Protection in Palestine?
La presenza protettiva non è una cosa nuova. Da bambina, quando la nostra casa fu bombardata, un’organizzazione londinese, Women in Black, venne a stare con noi per proteggerci. Più tardi ho lavorato con altri movimenti di pace. Due anni fa abbiamo fatto uno studio di fattibilità e abbiamo capito che in Palestina esistono già molte organizzazioni che fanno questo lavoro ma manca coordinamento e formazione. Così abbiamo creato un’iniziativa per fare rete, formare persone e mandarle sul campo. Inizialmente abbiamo lavorato con volontari internazionali esperti nella presenza protettiva ma poi anche con attivisti israeliani. Il loro ruolo è molto importante perché hanno più libertà di movimento e possono parlare ai loro stessi connazionali in modo più efficace. Facciamo training lunghi, sia online sia in presenza, e poi mandiamo le persone sul campo.
Quanti siete in totale?
Durante ogni ciclo ci sono circa 7-8 persone che operano per tre mesi. Lavoriamo nelle aree dove serve protezione, soprattutto nella Jordan Valley e in altri luoghi colpiti dalla violenza dei coloni.
Lei collabora con l’organizzazione israeliana B’Tselem.
Si, mi occupo di raccolte fondi per proposte, scrittura di proposte, sviluppo delle risorse. Quindi la maggior parte del mio lavoro è nel back office. Non faccio lavoro diretto come loro.
E con gli israeliani come funziona la collaborazione?
È fondamentale. Noi non abbiamo un problema con la convivenza in sé. Il problema è l’occupazione, l’ingiustizia, la mancanza di libertà di movimento e la violenza strutturale. Se il contesto fosse diverso, la convivenza sarebbe possibile. Ci sono già esempi di convivenza in città miste o in contesti condivisi, ma oggi la realtà non permette di vivere insieme.
Quindi l’ipotesi dei due Stati non è più realistica?
Geograficamente e politicamente è ormai quasi impossibile. Ci sono troppi insediamenti. La soluzione dovrebbe essere qualcosa come una federazione o una confederazione, dove ciascuno possa vivere liberamente senza muri, checkpoint o apartheid.
Pensa sia corretto parlare di coesistenza?
Non possiamo parlare di convivenza finché ci saranno sono checkpoint, muri, violenza, restrizioni e nessuna libertà di movimento. La convivenza esisteva già in passato e può esistere ancora ma solo se c’è giustizia. Se vogliamo un futuro diverso dobbiamo lavorare tutti alla co-resistenza ed è esattamente quello che facciamo attraverso la presenza protettiva. Resistiamo insieme. Non con le armi, ovviamente, ma difendendo la verità ed esponendoci insieme contro la violenza dei coloni sostenuta dallo Stato, mano nella mano. Gli israeliani hanno privilegi che noi non abbiamo: possono muoversi più facilmente, possono parlare la loro lingua, possono accedere a spazi dove noi palestinesi non possiamo entrare. Quando un israeliano denuncia quello che fa il suo governo, il suo messaggio ha un impatto molto forte. Per questo è così importante coinvolgerli.
Il People ‘s peace Summit con le sue migliaia di attivisti presenti è stato utile?
Sicuramente. Ho visto sincerità, più chiarezza rispetto all’edizione passata. C’erano anche iniziative simboliche forti, come l’esposizione con i nomi dei bambini uccisi a Gaza. Nel centro di Tel Aviv. Quel gesto ha avuto un significato enorme perché ha riconosciuto il nostro dolore. Ora voglio portare maggiore attenzione sulla presenza protettiva e sull’importanza del coinvolgimento degli israeliani. Molti di loro, quando mi sentono parlare, mi dicono: “Amira, sai che abbiamo paura. E io rispondo: no, non dovete avere paura. Dovete tutti fare qualcosa per il nostro futuro condiviso”. Perciò voglio attirare maggiore attenzione sulla presenza protettiva e chiedere alle persone di andare più sul campo. Ne parlerò anche alla Conferenza internazionale sulla pace di Parigi il 12 dove sono stata invitata.
Di Muhannad Ayyash, aljazeera.com Nelle ultime rivelazioni sulle brutali torture inflitte da Israele ai prigionieri palestinesi, che includono stupri e violenze sessuali, il mondo ha avuto un altro assaggio dell’orrenda realtà della vita palestinese sotto l’infinita occupazione colonialista israeliana. Chiunque abbia un briciolo di elementare decenza umana si sente inorridito, infuriato e sconvolto […]
Abbattere dieci edifici a Beirut per ogni drone che ferisce un soldato israeliano. È la richiesta che BezalelSmotrich, ministro delle Finanze di Tel Aviv, ha rivolto al capo del governo BenjaminNetanyahu come risposta alla morte, per mano di Hezbollah, della sergente RotemYanai. «È semplice», ha scritto su X. «Signor primo ministro, lascia che l’Idf vinca e protegga i nostri soldati».
Ma il Libano non ha bisogno di attendere la rappresaglia invocata da Smotrich. Dalla sera di martedì 26 maggio è in corso una vasta offensiva israeliana nel Sud del Paese, che nelle ultime ore sta coinvolgendo soprattutto Tiro, 200mila abitanti, uno dei centri maggiori dopo la capitale, e Sidone (circa 60mila). A ordinarla è stato lo stesso Netanyahu dopo gli attacchi con droni condotti da Hezbollah contro le truppe che occupano parte del Libano meridionale e contro i civili nel nord di Israele. L’attacco è stato preceduto da un ordine di evacuazione arrivato due ore prima dell’inizio dei bombardamenti, che sono quindi iniziati con le persone ancora in fuga. Online, sono diversi i video che mostrano gruppi di cittadini coperti di polvere radunati sotto gli edifici crollati. I morti – alla mattina di giovedì 28 maggio – sono almeno 12, che vanno ad aggiungersi ai 30 dei due giorni precedenti.
Inizialmente, l’ordine di evacuare sopra al fiume Zahrani, circa 40 chilometri a nord del confine con Israele, è stato rivolto ai cittadini di Tiro e a quelli dei villaggi limitrofi. In serata, però, l’esercito israeliano ha dichiarato delimitato come “zona di combattimento” tutta l’area che si trova tra la Linea Blu (il confine con Israele) e questa nuova linea di demarcazione interna: si tratta di circa il 18% del territorio libanese. Al momento, le truppe di terra non sono ancora arrivate in quest’area, ma un canale tv libanese ha affermato che un carro armato israeliano sarebbe stato visto circa 5 chilometri a nord del fiume Litani – quindi nell’area tra questo corso d’acqua e il fiume Zahrani -: se confermato, sarebbe il più a nord mai raggiunto da un veicolo di Tel Aviv dai tempi della prima guerra con il Libano, nel 1982. Il fiume Litani delimita a nord la zona cuscinetto stabilita da una risoluzione Onu in cui l’unica presenza militare consentita è quella libanese e quella dell’Unifil. Sebbene la risoluzione sia di fatto carta straccia vista la presenza sia di Hezbollah che dell’Idf, superare addirittura questa linea sarebbe un salto di livello all’interno del conflitto.
Sebbene Israele affermi di mirare alle postazioni di Hezbollah, sono diversi i civili coinvolti. Secondo l’agenzia di stampa statale libanese Nna, una famiglia di sei persone è stata centrata da un drone mentre percorreva l’autostrada di Adlun, nella zona di Nabi Sari all’interno del distretto di Zaharani, proprio per evacuare. Nell’area sarebbe morto anche un soldato dell’esercito libanese. A Sidone, invece, un missile ha colpito un palazzo nella zona di Qiaa: i soccorritori hanno recuperato tre corpi, mentre i feriti sono cinque. A Tiro, infine, un drone ha colpito una motocicletta, causando due morti.
Dall’inizio della settimana, sono almeno 550 (135 nelle ultime 24 ore) gli obiettivi di Hezbollah che Israele ha dichiarato di aver colpito, nonostante la proroga del cessate il fuoco firmata il 15 maggio. Dall’inizio di marzo, quando Israele ha lanciato l’offensiva contro Hezbollah in seguito all’attacco condotto assieme agli Stati Uniti contro l’Iran, i morti in Libano sono 3.269, con 9.840 feriti. Gli sfollati, invece, sono circa un milione, più o meno un quinto della popolazione.
In apertura: una donna controlla il suo appartamento a Sidone, giovedì 28 maggio. (AP Photo/Mohammed Zaatari/Lapresse)
CONTRO LA GUERRARITIRO DELLE MISSIONI MILITARI ITALIANE ALL’ESTEROCHIUSURA DELLE BASI USA IN ITALIA L’attacco degli USA e di Israele all’Iran del 28 febbraio scorso ha aperto ad una nuova fase di guerra estesa dal Golfo Perisco al Mediterraneo. La propaganda ha parlato di bombardamenti per liberare la popolazione dell’Iran dal regime che governa il paese, […]
Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?
Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta. Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana. Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.
Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran. La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…
Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro. L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga. In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.
Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.
Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.
Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.
Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.
Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.
Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari. Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.
Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.
Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.
Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale. Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.
Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.
La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.
A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina. Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato. Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.
Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso… L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona. Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.
La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne. Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.
La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico. Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.
A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire. Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere. Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.
Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente. A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.
L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.
Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera. Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.
Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda. Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.
Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva. Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose. Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima. Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.
Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene. Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto. Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.
Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche. L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.
L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza. Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.
L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord. Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.
Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico. Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.
Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.
1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana. 2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News
Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.
A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.
L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.
Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.
Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.
Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.
Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.
Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.
Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.
Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.
Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.
Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.