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“Noi sfruttati a 4 euro l’ora. Basta salari da fame, tagli e precarietà”: in piazza lo sciopero dei lavoratori della cultura

“Siamo sfruttati, invisibili, ricattabili. Con contratti precari e salari da fame. Contro di noi abusi, ricatti e molestie. Ci vogliono divisi e isolati, ma scioperiamo insieme perché siamo stanchi di un lavoro che non è riconosciuto, pagato 4 euro l’ora, dopo dieci anni di formazione e anche più”. A Largo di Torre Argentina, a Roma, a pochi passi dallo storico teatro, tra i più antichi della Capitale con i suoi quasi 300 anni di storia, a scendere in piazza sono stati i lavoratori e le lavoratrici della cultura, per un inedito sciopero generale di tutto il settore. Il primo, secondo gli organizzatori, nella storia del Paese, a cinquant’anni di distanza dall’ultima mobilitazione che coinvolse musei e biblioteche. Ma mobilitazioni e proteste sono state organizzate in tutta la penisola: da Milano a Torino, passando per Napoli, Genova, Cagliari e non solo, a fermarsi, oltre ai teatri, sono stati musei, biblioteche, archivi. A Venezia sono così rimasti chiusi alcuni padiglioni della Biennale, a Firenze l’Archivio di Stato e gli uffici amministrativi degli Uffizi; a Roma chiusi il Museo dei Fori Imperiali, call center turistico e punti informativi, con musei a postazioni ridotte.
“Il nostro contributo e la nostra professionalità sono sistematicamente sminuiti, a livello economico e giuridico, favorendo una generale condizione di precarietà, povertà e incertezza, mentre i profitti vanno nelle tasche di pochi“, hanno rivendicato nel corso dell’assemblea pubblica, alla quale hanno partecipato artisti, dipendenti del settore pubblico e privato, autonomi dello spettacolo e dell’editoria, archivisti, bibliotecari, ma anche archeologi e storici dell’arte, insieme ad associazioni e collettivi come “Mi riconosci?” e ‘Vogliamo tutt’altro‘, passando per la Fp Cgil, i sindacati di base e le Camere del lavoro autonomo e precario (Clap).
Diverse realtà che, dopo più di un anno di confronto, sono riuscite a stilare un programma di rivendicazioni condivise, in grado di andare oltre la frammentazione del settore, per cercare soluzioni e lotte comuni, di fronte alle condizioni inaccettabili di precarietà strutturale, ai ripetuti tagli governativi al finanziamento pubblico, ai processi ormai continui di esternalizzazione, alle carenze croniche nel personale.
“Siamo accomunate dalla precarietà, siamo stagiste, finte partite IVA, lavoratori con contratti brevi, lunghi e medi. A collaborazione, a prestazione occasionale, in nero, lavoriamo coi corpi, con le nostre parole e con i nostri saperi”, c’è chi ha rivendicato dalla piazza. “Dopo 20, 30 anni della stessa narrazione, che vuole i lavoratori separati, vogliamo invertire la rotta. E dire che i salari di questo settore fanno schifo. Serve un salario minimo, perché il paradosso molto spesso è che chi tiene aperti i musei, le biblioteche, i teatri non può permettersi di fruire di un museo o di vedere uno spettacolo a teatro, perché viene pagato troppo poco. Quindi serve un reddito universale, perché in questo settore spesso e volentieri c’è tantissimo lavoro che non viene pagato”, ha rivendicato Tiziano Trobia, coordinatore nazionale delle Clap. Perché, ha sottolineato un’attrice in piazza, “il lavoro non è solamente il momento in cui si va sul palco e si fanno le prove, ma è tutto quello che viene prima, la preparazione, la scrittura. E tutto poi quello che viene dopo, come la promozione”. Eppure, ha aggiunto, “questa parte del lavoro non ha un riconoscimento economico e questo vuol dire che viviamo in una precarietà economica enorme, che non ci permette di immaginare un futuro, farci delle famiglie o di avere un mutuo”.

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Il precariato giovanile, e l’inarrestabile fuga di cervelli

In questi giorni il Partito democratico ha lanciato una proposta per riconoscere un bonus mensile di duecento euro netti in busta paga a tutti i lavoratori under-35 assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con una retribuzione annua lorda inferiore a quarantacinquemila euro. L’obiettivo dichiarato è contrastare la fuga dei giovani all’estero, rafforzare il potere d’acquisto delle nuove generazioni e incentivare le assunzioni stabili.

L’intenzione è apprezzabile. Ma il perimetro dell’intervento rivela una contraddizione di fondo difficile da ignorare. Il mercato del lavoro giovanile è caratterizzato da una diffusa precarietà strutturale: contratti a termine, collaborazioni coordinate e continuative e false partite Iva la fanno da padrone. In questo scenario, i tanti giovani assunti a tempo determinato non avrebbero diritto al bonus. Stessa sorte per chi lavora in somministrazione o per i piccoli freelance. Paradossalmente, quindi, le categorie più esposte all’instabilità economica sarebbero escluse dall’intervento.

Per quanto riguarda le imprese, questo genere di interventi non genera degli incentivi forti per comportarsi in maniera virtuosa. I datori di lavoro che assumono giovani in maniera stabile continueranno a farlo beneficiando dell’agevolazione pubblica mentre le aziende che ricorrono a contratti precari non modificheranno le proprie policy in risposta a un sussidio che graverebbe (almeno in parte) sulla fiscalità generale.

Il tema della retention dei talenti va affrontato con urgenza. Per gestire la fuga dei giovani, però, bisogna guardare in faccia alla precarietà per progettare uno strumento più equo. È necessario accompagnare gli incentivi all’assunzione stabile con misure forti per contrastare gli abusi che generano precarietà. Rafforzare i controlli e il ruolo degli ispettori del lavoro, per esempio. Il bonus da duecento euro può essere un punto di partenza. Ma, nella sua formulazione attuale, rischia di diventare un beneficio soltanto per chi è già al sicuro, dimenticando chi è rimasto indietro.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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Il Palazzo Rosso

di Camillo Acquilino

Per tanti genovesi, e non solo per loro, il Palazzo Rosso è lo storico edificio situato nella Strada Nuova (odierna via Garibaldi), splendida dimora dei Brignole Sale un tempo, sede museale ai giorni nostri.

Per noi ragazzi di Genova PP invece il Palazzo Rosso è indubbiamente il grande edificio rivestito di lastre di travertino, rosso appunto, che si trova al limite nord ovest del piazzale della stazione. Il suo nome ufficiale è Fabbricato Servizi Accessori della stazione, ma se vi dovesse capitare di doverlo nominare a Genova PP chiamatelo anche voi Palazzo Rosso.

Ho dovuto iniziare a conoscere quel fabbricato partendo, con molta umiltà, dalle sue fondamenta. Era il settembre del 1982 quando, vincitore del bando di concorso esterno per Capo Tecnico in prova, sono stato assunto dalla Azienda Autonoma FS e inquadrato come responsabile dell’OCA.

OCA?? Officina Carica Accumulatori, mi hanno spiegato dopo aver accolto la mia promessa di fedeltà allo Stato e prima di accompagnarmi nell’inquietante percorso che mi ha portato in un piccolo ufficio situato nelle fondamenta del palazzo.

La mia inquietudine derivava da quei grandi locali interrati semibui, popolati da un gran numero di persone che da quel momento avrei dovuto guidare nel loro lavoro, ma che ora mi guardavano come si guarda un pivello da schernire. Improvvisamente mi sono imbattuto nella consapevolezza della mia assoluta ignoranza in ciò che mi chiedeva il nuovo lavoro, un’attività che si basava su di un vastissimo impianto normativo di impostazione statale, pieno zeppo di acronimi (concetto nuovo per me in quel momento) come OCA infatti.

Uscivo, per scelta, da una interessante esperienza di lavoro in un centro studi di tecnica navale dove, io giovane perito industriale con specializzazione in meccanica, mi ero prodigato per cinque anni a diventare un costruttore navale. Era un lavoro impegnativo e interessante dicevo, che però non mi ha mai concesso di vivere una reale indipendenza operativa, semmai mi ha quasi sempre fatto provare la sgradevole sensazione di avere costantemente il fiato sul collo di qualche superiore.

Quando invece sono arrivato nel primo ufficio che mi ha assegnato le FS, il superiore che aveva accolto la mia promessa formale di fedeltà allo Stato anticipandomi che, se avessi chiuso con successo il periodo di prova di un anno, avrei dovuto perfezionarla con un giuramento, ha ribadito che da quel momento io ero il responsabile di quella officina e dell’operato di chi ci lavorava e si è congedato.

Iniziava l’autunno del 1982 e si era conclusa forse l’ultima ondata di reclutamento in FS mediante concorso pubblico, processo di selezione organizzato per il 1980, ma che era stato rimandato a causa del disastroso terremoto che si era verificato in Irpinia.

Le maestranze dell’OCA occupavano forse il livello più basso della manovalanza in ferrovia. Gli addetti al rifornimento accumulatori alle vetture per viaggiatori lavoravano in coppia e dovevano trasbordare, in posizioni spesso scomode, delle batterie che pesavano 90 kg ciascuna. Molti di loro avevano vinto il concorso pubblico nelle regioni meridionali e vivevano a Genova, spesso in condizioni di precarietà, aspettando un agognato trasferimento in avvicinamento alla famiglia rimasta al sud. Non era un ambiente facile da gestire per un novellino come me. In quel mondo sotterraneo ero suggestionato anche da alcuni nomi propri che non avevo mai sentito nella vita “normale” come Elmo, Adelchi, Efisio….

In ufficio ero affiancato da uno “Scritturale” che mi introduceva nel mondo dei regolamenti. I nostri erano classificati con la sigla TV (Trazione e Veicoli). Esistevano poi quelli M del Movimento, IE degli Impianti Elettrici, L dei Lavori ….

L’officina era costituita da un grande salone dove erano installati i banchi di carica degli accumulatori IEA/IEAU  (Impianto Elettrico Autonomo / Impianto Elettrico Autonomo Unificato) da 140 Ah, da una cabina elettrica, dove erano ancora custoditi dei raddrizzatori trifase a vapore di mercurio e da due officine, una attrezzata per la riparazione degli accumulatori e l’altra per la riparazione dei carrelli da trasporto.

I raddrizzatori a vapori di mercurio non erano più in uso in quella officina, ma io li ho visti ancora operativi e sfiammeggianti nella consorella di Brignole. Uno di quegli oggetti è però diventato uno dei primi miei problemi da risolvere come neo assunto. Un famoso ex Dirigente delle FS, l’Ing. Finzi, mi aveva fatto ordinare di inviarne uno alla Scuola Impianti Elettrici Ferroviari (SIEF) di Rivarolo. Era destinato a una vetrina espositiva dove credo che si trovi ancora oggi. Si trattava di un oggetto pesante e fragilissimo ed era custodito in una vecchia struttura di supporto che assomigliava a un pollaio per le galline. Io dovevo valutare se quella struttura fosse sufficientemente robusta per garantire il trasporto sicuro di quell’ampolla, contenente una discreta quantità di mercurio, fino al SIEF.

L’OCA era collegata a un sottopassaggio di servizio munito dei montacarichi necessari a trasferire i carrelli con le batterie al piano dei marciapiedi della stazione. Questo sottopassaggio era utilizzato anche dagli addetti al servizio postale, dalla cooperativa portabagagli e dagli operatori del servizio di carico scarico dei vagoni bagagliaio. Inoltre costituiva una comoda via di accesso al Palazzo Rosso ed era preferita da molti che vi erano impiegati.  Sono testimone del fatto che in quel mondo sotterraneo si muovessero molte più persone addette ai lavori di quante oggi sono impiegate in tutta la stazione.

Il processo di carica degli accumulatori libera idrogeno e, in determinate concentrazioni può rendere esplosiva l’aria circostante. Per questo motivo la sala di carica aveva delle finestre a soffitto poste al livello del marciapiede della stazione. Così il fabbricato non aveva il piano terra, ma un piano ammezzato dove, fra gli altri, si trovava l’ufficio che avrei occupato con il mio primo avanzamento di carriera: CT PV GEPP (Capo Tecnico turnista del Posto Verifica di Genova Piazza Principe). Anche in questa nuova collocazione, nonostante fossero trascorsi un paio di anni dalla mia assunzione, mi trovavo nella condizione del pivello del gruppo con la differenza che il mondo dei verificatori di allora, anch’esso difficile da gestire, era tutto particolare e meriterebbe uno o più racconti per poterlo descrivere adeguatamente. Per curiosità aggiungo solo che i nostri vicini di piano vivevano in un’ala segregata del palazzo dove si diceva che già avessero l’aria condizionata. Un termine, che a me pare appartenere al modernariato, li classificava come “Elettrocontabili”, probabilmente si occupavano della perforazione delle schede di input degli elaboratori IBM. Fonti sedicenti informate riferivano cha avessero anche una cucina e che fossero capaci di prepararsi una mensa prelibata.

Con un altro passo in carriera sono arrivato al primo piano del Palazzo Rosso, nel sacro ufficio del Capo Impianto dove alcuni anni prima avevo prestato il giuramento di fedeltà allo Stato Italiano. Qui i nostri vicini di piano erano gli addetti al Collaudo del Materiale Rotabile, altro ambito lavorativo piuttosto defilato rispetto alle attività della circolazione dei treni.

Nell’ufficio del Capo Impianto, il Titolare come si dice nella lingua delle FS, ricoprivo il ruolo del suo assistente tecnico diretto. Ai tempi della mia assunzione quel posto era occupato da un custode storico dell’Impianto, tanto da meritarsi il soprannome di “U Frattun”. Quel signore allora mi incuteva un certo timore e anche un senso di tristezza dato che lo vedevo invecchiare in quell’ufficio come eterno secondo dei vari Titolari che nel frattempo si erano avvicendati.

Da quella mia nuova posizione non immaginavo quindi di poter assistere a un evento innovativo per le FS, ma per mia fortuna il Titolare al quale ero stato affiancato si poteva considerare giovane per quei tempi e giovanile era anche per l’apertura, quasi sportiva, con la quale si approcciava alle novità tecnologiche. Quell’uomo, che annovero fra i migliori insegnanti di mestiere che mi è capitato di incontrare, si chiama Pasquale. Egli, nel settore della verifica tecnica dei veicoli, era anche molto esperto delle modalità di assicurazione del carico sui carri.

L’evento a cui accennavo è stato l’arrivo dei Personal Computer nelle sedi periferiche delle FS. In un pomeriggio del 1991 ero solo in ufficio quando è arrivato un corriere per la consegna di alcuni scatoloni e mi ha detto che contenevano gli elementi di un computer Olivetti 286 (PC, monitor a tubo catodico, tastiera e stampante ad aghi per modulo continuo). Conoscendo l’inerzia del mondo FS e dando credito alle voci secondo le quali quella fornitura non mirava tanto a dare un aiuto al lavoro dei ferrovieri, quanto a costituire un appoggio di stato all’AD della Olivetti, azienda in quegli anni in grosse difficoltà, stavo già pensando di dover trovare un posto nel magazzino per quelle scatole, in attesa dell’attivazione di quella nuova macchina che chissà quando sarebbe avvenuta.  Proprio in quel momento è arrivato Pasquale il quale, dopo aver appreso del contenuto di quegli ingombranti imballaggi, con gioia mi ha detto: “Lo montiamo?” .

Windows non esisteva e si lavorava direttamente dal prompt del DOS. Contagiato dall’entusiasmo di Pasquale ho iniziato subito a “picchiarmi” con quel nuovo strumento di lavoro, ma devo riconoscere che il vero specialista in dBASE III e Clipper era lui.

Successivamente Pasquale è stato trasferito al quinto piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova. Lui era stato promosso Capo del Reparto Veicoli e io, che nel frattempo avevo lavorato  alla manutenzione delle carrozze per viaggiatori, l’ho raggiunto per tornare a essere il suo assistente. Proprio in virtù dell’utilizzo dei PC in quel periodo, in due riuscivamo a svolgere una mole di lavoro davvero eccezionale.

Il posto di Pasquale è poi passato a Maurizio, un altro mio grande maestro di mestiere. Maurizio non amava particolarmente i PC, ma era molto attento alla normativa che regolava il nostro settore ferroviario e alla conoscenza diretta delle particolarità tecniche delle carrozze viaggiatori e dei carri merci. Un suo “pallino” tecnico/normativo riguardava l’impianto del freno continuo automatico dei treni. Oltre alle capacità professionali era dotato di uno stile ammirevole; quando si doveva confrontare in controversie burrascose, riusciva a mantenere un profilo corretto e signorile. Con lui sento di aver completato la mia formazione professionale.

Per descrivere l’ambiente del 5° piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova che rappresentava il centro di coordinamento per la Liguria delle attività di manutenzione dei rotabili, di verifica dei veicoli e del personale di condotta (macchinisti), vi accenno a un personaggio ancora oggi molto noto per la sua competenza professionale, con il quale sono stato vicino di ufficio. Occupavamo due stanze contigue, molto ampie e che, dato che erano affacciate sul lato sud del fabbricato, beneficiavano di una bella visuale sul piazzale della stazione, sul Ponte dei Mille e sul bacino portuale fino alla Calata Sanità e la Lanterna.

Armando, questo è il suo nome, aveva istruito moltissimi dei macchinisti genovesi ed era considerato da tutti loro come una persona molto preparata, corretta e affidabile. Quando mi è capitato di incontrare dei colleghi fiorentini che si occupavano della stesura dei regolamenti nazionali per i macchinisti, immancabilmente mi sono sentito dire: “Noi si ragiona, si discute, si scrive e poi si manda il tutto ad Armando: se per lui va bene noi si è a posto”.

Però, come in tante realtà lavorative, esisteva un conflitto di fondo fra chi produceva (da noi sui binari o nelle officine) e chi invece dirigeva le operazioni dagli uffici di sede centrale. Allusioni reciproche collocavano lavativi e incapaci nel campo avversario, quando invece capacità e voglia di lavorare, come pure le situazioni opposte, erano ovviamente presenti e distribuite nei due campi.

Un giorno ho visto arrivare una baldanzosa comitiva dagli impianti operativi, forse convocata per un confronto di tipo sindacale. Uno di quelli che guidavano il gruppo ha scorto Armando che stava lavorando alla propria scrivania proprio accanto alla finestra, postazione che oramai occupava da diversi mesi. Fermandosi in modo plateale, tanto da essere visto e udito da tutto il suo seguito, quello ha salutato così: “Armandu, te l’han deta n’a scrivania cun n’a bella vista!” Prima di dare la risposta, Armando ha sollevato lo sguardo dal testo che stava studiando e, dopo essersi voltato verso la finestra, ha ammesso: “Ti se che ti è propriu raxiun. Nu gh’eiva mai fetu caxu”.

Un altro giorno sotto quella stessa finestra una locomotiva E656 sostava in testa a un treno pronto in partenza dal binario 18 quando è arrivato dal mare il fronte di un forte temporale. Lo scroscio d’acqua è stato così intenso che dal ginocchio del pantografo anteriore, che si trovava in posizione abbassata, si è innescato un arco elettrico verso il tetto della cabina. La scarica è durata diversi secondi e ha provocato la salita di una colonna di fumo verso il cielo, già nero di per se stesso, rendendo uno spettacolo tetro e infernale. In molti ci siamo affacciati dalle finestre nonostante l’imperversare della burrasca. La tregua è arrivata quando sono intervenuti i dispositivi di sicurezza del sistema di alimentazione della linea aerea che staccato l’alimentazione. Nel silenzio ritrovato si è inserito il vociare dei soliti commenti inutili. Solo Armando si era accorto che l’altro pantografo era ancora alzato toccando il filo di contatto e, prevedendo il prossimo tentativo automatico di re inserimento della remota cabina di alimentazione, ha iniziato a urlare verso il macchinista: “Tira giù! Tira giù!”.

L’alimentazione a 3.000 V è infatti ritornata provocando un secondo arco elettrico che ha costretto il macchinista a una fuga precipitosa. Si è poi saputo che lui in effetti aveva comandato l’abbassamento del pantografo, forse in seguito dell’incitazione di Armando, ma che l’operazione non si era compiuta perché lo strisciante si era saldato al filo di contatto.

Ho imparato molto nel percorso attraverso i vari piani del Palazzo Rosso, soprattutto quando ho incontrato persone come Pasquale, Maurizio e Armando. Se posso riassumere qui il loro insegnamento, mi sento di dire che a guardare sono tutti capaci, ma pochi sanno anche vedere.

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“Quasi 7 laureati su 10 dicono no ai lavori sottopagati”: la fotografia dell’ultimo Rapporto AlmaLaurea

Sette giovani su dieci non accettano più lavori sottopagati, aumenta il tasso di occupazione tra i neolaureati e quasi il 60% di loro è donna. È la fotografia del “XXVIII Rapporto AlmaLaurea su Laurea e Occupazione” presentato all’Università degli Studi della Basilicata: dallo studio, che ha coinvolto 700mila laureati di 81 università diverse, emerge un Paese in cui i laureandi sono diventati sempre più attenti alle proposte di lavoro. Per la direttrice di AlmaLaurea, Marina Timoteo, il rapporto segnala che “lo sguardo di laureate e laureati sul lavoro è uno sguardo attento e ha precise direzioni sul piano valoriale”.

Occupazione all’80%: più coerenza tra studio e lavoro

Il report registra un netto aumento del tasso di occupazione che ruota intorno all’80% tra i neolaureati. A cinque anni dal conseguimento del titolo la quota sale al 91,7%. Numeri ottimi, considerando anche che, alla vigilia della laurea, il 76,4% degli studenti e delle studentesse dichiara di non voler accettare lavori non coerenti con il proprio percorso (nel 2016 la quota era dell’87,2%). Cresce anche la percezione che ci sia una buona coerenza tra studio e lavoro, giudicata da due persone laureate su tre “molto efficace o efficace”. Rimane però sempre un 39,4% (tra chi ha una laurea di primo livello) e un 32,5% (di secondo livello) che a un anno dal titolo non considerano utili per il mondo del lavoro le competenze acquisite in università. Gli strumenti di accompagnamento offerti dagli atenei pesano su queste statistiche, anche perché dal report emerge che chi ha preso parte alle iniziative di orientamento al lavoro, tra cui i tirocini curricolari, ha mostrato una probabilità di occupazione più alta del 10,1% a un anno dalla laurea e un minore disallineamento rispetto a chi non ne ha usufruito.

No ai lavori sottopagati: rimane però gender gap e divario territoriale

Una netta differenza rispetto a dieci anni fa, che si riflette anche sulle retribuzioni ritenute adeguate. Sette persone su dieci di chi sta per laurearsi dichiara di non essere disposto ad accettare compensi netti mensili inferiori a 1.500 euro per un impiego a tempo pieno: nel 2016 era solo il 24,4%. Una presa di posizione che sembra ottenere anche buoni riscontri nella realtà. A un anno dalla laurea la media mensile netta è di circa 1500 euro, a cinque anni dal titolo si arriva a 1.903 euro per chi possiede una laurea di secondo livello (circa 100 euro in meno per il titolo di primo livello).

Dati positivi, al netto però di divari strutturali sempre presenti: il gender gap ad esempio fatica ad essere eliminato considerando che a parità di condizioni, gli uomini hanno mostrato il 13,7% di probabilità in più di essere occupati rispetto alle donne e una retribuzione superiore in media di 67 euro netti al mese, nonostante la quota rosa rappresenti il 59,6% delle persone laureate. “A fronte di carriere universitarie mediamente migliori delle donne, più regolari negli studi e con voti di laurea più alti – si legge nel rapporto – permane una loro minore valorizzazione nel mercato del lavoro”.

Sempre evidenti anche le differenze territoriali: chi risiede al Nord ha avuto il 34,8% di probabilità in più di lavorare rispetto a chi risiede al Sud. La stessa differenza permane anche nelle retribuzioni dal momento che chi lavora al Nord ha percepito in media 68 euro netti in più al mese rispetto a chi è occupato nel Mezzogiorno.

Statale di Milano, Torino e Bicocca tra gli atenei più virtuosi

Tra i poli più virtuosi rimane stabile l’Università Statale di Milano che si posiziona sopra la media per la maggior parte degli indicatori di qualità degli studi. Le retribuzioni sono superiori alla media nazionale e anche dal punto di vista occupazionale la Statale vanta tassi elevati, in aumento rispetto allo scorso anno (a cinque anni il tasso dei laureati di secondo livello è del 95,3%). Dati che “rafforzano il ruolo della Statale come ateneo attrattivo e competitivo a livello internazionale, capace di coniugare qualità della formazione e solidità degli sbocchi occupazionali” , commenta la rettrice Marina Brambilla secondo cui è “particolarmente significativo è il risultato sull’internazionalizzazione, soprattutto nei percorsi magistrali”.

Per quanto riguarda i laureati più richiesti è il Politecnico di Torino a distinguersi, con un esito occupazionale del 96,1% dei laureati magistrali a un anno dal titolo. A cinque anni dalla laurea la quota di occupati raggiunge addirittura il 98,8%. Non è però solo quantità ma anche qualità dei lavori a dare lustro al polo del capoluogo piemontese: oltre il 77% degli occupati può contare su un contratto a tempo indeterminato con una media di stipendio di 1.824 euro al mese, che sale a 2.250 euro a cinque anni dalla fine degli studi. Dal punto di vista dell’internazionalizzazione, il Politecnico di Torino registra i risultati migliori, triplicando la media nazionale: i laureati con cittadinanza straniera sono oggi il 18,1% del totale. Alla luce di questi numeri, non stupisce che l’83,5% dei laureati dichiara che sceglierebbe nuovamente l’Ateneo.

Record di velocità invece per l’università statale di Milano-Bicocca, dove gli studenti si laureano prima degli altri con il primo titolo di studio conseguito a 23,9 anni, a fronte di una media nazionale di 27,9 anni. Rapidità che va di pari passo con la qualità della formazione, perché stando ai numeri di Almalaurea, 9 su 10 lavorano a un anno dal titolo di studio. “Quasi 8 laureati su 10 alla Bicocca hanno avuto esperienze lavorative durante gli studi, contro circa 7 su 10 a livello nazionale. – sottolinea la pro-rettrice Sonia Migliorati – e questo, oltre a testimoniare l’attenzione dell’ateneo rispetto all’integrazione tra studio ed esperienze lavorative, può favorire l’occupabilità e l’acquisizione di competenze trasversali”.

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“Anche davanti al caporalato più schifoso bisogna correre a cercare l’impresa committente che ne beneficia”: così con le inchieste di Milano l’erario ha recuperato oltre un miliardo e 60mila lavoratori sono stati stabilizzati

Un miliardo e duecento milioni recuperati all’erario. Oltre duecento milioni all’Inps. E oltre 60mila lavoratori stabilizzati e regolarizzati. Sono i numeri che raccontano due anni e mezzo di lavoro del sostituto procuratore di Milano Paolo Storari e della sua squadra, protagonista delle inchieste più importanti sul caporalato degli ultimi anni. “E tutto questo senza (quasi) mai arrestare nessuno e senza intercettazioni, dunque con interventi ad altissimo impatto sulle imprese, ma a bassissimo impatto sulle persone” racconta Storari che insieme al comandante del Nucleo Carabinieri dell’Ispettorato del Lavoro di Milano Tiziano De Renzis è intervenuto a un convegno organizzato dall’associazione Giuristi Democratici di Torino collaborazione con il consiglio dell’ordine degli avvocati di Torino.

Introdotto dall’avvocata Giulia Druetta – una delle prime legali ad essersi occupata dei rider in Italia – il pm di Milano ha raccontato come è cambiato l’approccio al tema del caporalato da parte della Procura. “Di fronte alle cooperative spurie, una vecchia tecnica investigativa era quella di concentrare attenzione sulla cooperativa. Si arrestava qualcuno che si faceva qualche mese di custodia cautelare, poi usciva, patteggiava, lo Stato non prendeva nulla e la cooperativa precedente veniva sostituita da quella nuova. Era un po’ come pestare l’acqua con il mortaio” racconta Storari. Oggi invece “si è iniziato a capire che forse i beneficiari di questo sistema non erano solo le cooperative, ma anche i committenti. Il tema è diventato quello di come far responsabilizzare il committente”.

Una dinamica che si verifica in ambiti diversi: dai campi in agricoltura alle grandi case della moda, dalla logistica alle camere degli hotel. “Oggi di fronte a notizia di reato di caporalato, non devo correre ad arrestare il caporale, voglio dire anche, ma non tanto quello – precisa il pm – devo correre a capire quello che succede, a capire chi sta sopra e beneficia di questa attività. E incidere sull’organizzazione del lavoro. Perché altrimenti l’opificio o la cooperativa sarà sostituita immediatamente da un’altra cooperativa e nulla sarà cambiato”. Occorre agire sull’organizzazione del lavoro, dunque, cercando di capire come funziona la filiera. “Bisogna capire che il controllo gerarchizzato che c’era quarant’anni fa non esiste più” osserva il maggiore De Renzis. “Se noi troviamo un opificio che produce una borsa a 40 euro e poi quella stessa borsa la trovo in via Montenapoleone a settemila euro, e tra quella borsa e il negozio ci sono cinque, sei o sette intermediari c’è qualcosa che non funziona – aggiunge De Rensis – per massimizzare il profitto si allunga la produzione e i costi si scaricano sulla manovalanza dell’ultimo anello produttivo”. In una società “signorile di massa” come quella di oggi, “campiamo su una serie di disgraziati, è un dato di fatto ed è un problema di cui qualcuno si deve fare carico”. Non basta la Procura però, conclude Storari: “Bisogna cercare di creare, come è accaduto con l’antimafia, un’egemonia culturale su questo tema. Pensate, l’antimafia, ormai è un patrimonio di questo Paese, ma la lotta allo sfruttamento del lavoro non lo è ancora”.

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Uilm, Davide Sperti è il nuovo segretario generale: “Basta gestire le emergenze, serve politica industriale”

La Uilm ha un nuovo segretario generale dopo 16 anni. Il successore di Rocco Palombella, eletto nel 2010, è Davide Sperti: è stato eletto nel corso del congresso nazionale del sindacato metalmeccanico a Bari. Nato a Taranto nel 1983, Sperti ha iniziato la sua esperienza lavorativa nel 2007 nella fabbrica di Alenia Composite a Grottaglie. Il suo primo incarico come rappresentante dei lavoratori risale al 2014, quando divenne delegato sindacale della Uilm nello stabilimento dell’azienda specializzata nella produzione di componenti in fibra di carbonio per l’industria aerospaziale.

Chi è Davide Sperti, nuovo leader Uilm

Quattro anni più tardi inizia la scalata nella gerarchia della Uilm con l’elezione nella segreteria territoriale della Uilm Taranto per poi diventarne il segretario generale nel maggio 2022. Dallo scorso ottobre, l’incarico di segretario organizzativo della Uilm nazionale della quale da oggi è il nuovo leader. Per lui ci sarà un battesimo di fuoco: lunedì è già atteso da una giornata di tavoli nazionali con l’incontro tra sindacati e Stellantis, in programma alle 10.30, e il faccia a faccia al ministero dello Sviluppo economico sulla vertenza Electrolux, la multinazionale svedese intenzionata a licenziare 1.700 lavoratori negli stabilimenti italiani.

Da Stellantis a Electrolux: battesimo di fuoco

“Oggi raccolgo un’eredità importante e sono consapevole delle sfide che abbiamo di fronte – sono state le prime parole di Sperti – Viviamo un tempo segnato da profonde trasformazioni: la transizione ecologica, la rivoluzione digitale, l’intelligenza artificiale, le crisi industriali aperte e i cambiamenti geopolitici stanno ridisegnando il mondo del lavoro e dell’industria. Per quanto riguarda l’Italia e il nostro settore, penso innanzitutto all’ex Ilva, a Electrolux e a Stellantis, vertenze simbolo dalla cui soluzione dipende il futuro di intere filiere strategiche per il nostro Paese”.

“Basta gestire le emergenze, serve politica industriale”

La Uilm, garantisce, sarà “in prima linea per difendere il lavoro, pretendere investimenti, contrastare delocalizzazioni e chiusure e chiedere al governo e alle imprese scelte chiare per l’industria italiana”. Il neo-segretario avvisa: “Non possiamo più limitarci a gestire le emergenze: serve una politica industriale che abbia finalmente una visione e che compia scelte concrete. Serve più coraggio. Il futuro non si aspetta: si costruisce. E noi vogliamo costruirlo insieme alle lavoratrici e ai lavoratori, nelle fabbriche, nei territori e in tutti i luoghi in cui si decide il destino dell’industria italiana”. Quindi ha sottolineato che si batterà per la sicurezza sul lavoro: “Ci sono mille morti all’anno, tre al giorno. Se fossero per mafia, chiederemmo l’esercito nelle strade”.

L’addio di Palombella: “Vincoli alle multinazionali”

Con la sua elezione, finisce l’era di Palombella alla guida dei metalmeccanici della Uil. Anche lui tarantino, 70 anni e in carica dal 2010, ha attraversato da numero uno del sindacato tutta la stagione della crisi dell’Ilva, acciaieria nella quale – come aveva raccontato a Ilfattoquotidiano.it – aveva a lungo lavorato a partire dal 1973. Nel suo discorso durante l’assemblea – alla quale ha partecipato anche il presidente di Federmeccanica Simone Bettini – ha avvertito sui rischi dell’intelligenza artificiale e ha ammonito il governo sulle crisi aziendali: “Assistiamo a misure tampone, al rinvio di decisioni strutturali e alla chiarezza sul ruolo dello Stato per gestire transizioni epocali in filiere che solo a parole vengono definite strategiche. Per questo diciamo basta a passerelle politiche e basta aiuti a pioggia alle multinazionali senza vincoli occupazionali e sociali. Noi continueremo a lottare per difendere ogni singolo posto di lavoro e per un futuro industriale sostenibile”.

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Comunicare bene per ottenere credito, gli ultimi appuntamenti di giugno in due webinar di Innexta e Camera di commercio  

Comunicare bene per ottenere credito, gli ultimi appuntamenti di giugno in due webinar di Innexta e Camera di commercio  

Comunicare bene per ottenere credito, arriva il nuovo ciclo di webinar di “Finanzia la tua impresa”, promosso da Innexta e dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e dedicato ad aspiranti imprenditori, start up ed imprese del territorio su come comunicare con banche e investitori in modo chiaro, trasparente e convincente. Ogni incontro è progettato per fornire strumenti pratici, immediatamente applicabili alla realtà imprenditoriale.
Ci si può iscrivere agli appuntamenti.
17 giugno – Come realizzare una campagna di crowdfunding, dalla strategia alla promozione fino alla gestione del feedback: tutto quello che  serve per lanciare una raccolta fondi credibile e di successo. Iscrizioni entro il 12 giugno al link.
23 giugno – Focus Elevator’s Pitch: il tuo valore in 60 secondi. Una sessione pratica con simulazioni dal vivo per imparare a presentare in modo efficace e adattarsi a ogni genere di interlocutore. Iscrizioni entro il 18 giugno al link.

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Firenze, scendono in piazza i lavoratori della cultura: “Salari anche a 5 euro l’ora”

Firenze, scendono in piazza i lavoratori della cultura: “Salari anche a 5 euro l’ora”

Carenze di organico strutturali, a fronte dei tagli ai finanziamenti del governo, che portano a precarietà ed esternalizzazioni con assenza di tutele previdenziali e sociali, sottoremunerazione, contratti impropri o inesistenti. Questi i motivi per cui decine di lavoratori della cultura hanno partecipato oggi al presidio di Firenze, nel piazzale degli Uffizi, per il primo sciopero nazionale del settore, indetto da Fp-Cgil, Nidil-Cgil e Filcams-Cgil, a cui hanno aderito anche Cub, Usi, Adl Cobas, Cobas Lavoro Privato, Clap, Sial Cobas, e le associazioni del lavoro culturale ‘Mi Riconosci?’, Redacta e Acta.

“Siamo qui per iniziare un percorso che non non finisce oggi ma ci vedrà in piazza, speriamo uniti, quante più persone possibili per un nuovo corso che vada verso la legittimazione dei lavoratori impiegati in questo settore”, ha detto Valeria Giunta (Fp-Cgil), sottolineando che “non vogliamo più sentir parlare di partite Iva improprie, di lavoratori in subappalto che non hanno le giuste tutele”.

Gaia Ravalli (‘Mi Riconosci?’) ha osservato che “si parla veramente di salari bassissimi, anche 5-6 euro l’ora”, e che “siamo in una città”, ossia Firenze, “in cui c’è un problema fortissimo di turistificazione, di gentrificazione a discapito della cittadinanza, si perdono spazi per la cittadinanza. Noi come cittadine e cittadini paghiamo le conseguenze della turistificazione e al contempo come lavoratrici e lavoratori siamo sottoposti a un lavoro povero, precarizzato, frammentato”.

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Sicolo, CIA: “Fermiamo per sei mesi le importazioni di grano duro extracomunitario”

Sicolo, CIA: “Fermiamo per sei mesi le importazioni di grano duro extracomunitario”

Centinaia di agricoltori stamattina al flash mob di CIA Agricoltori Italiani sulla crisi cerealicola

Basta controlli a campione e discrezionali: TUTTE le navi con carichi di grano duro

devono essere controllate nei porti pugliesi e italiani. Nessuna esclusa!”

È l’ora di una nuova legge che istituisca la “pasta made in Italy 100% grano duro italiano”

 

Centinaia di agricoltori hanno partecipato stamattina al flash-mob di CIA Agricoltori Italiani per denunciare la situazione di grave crisi della cerealicoltura italiana. Al Varco della Vittoria del porto di Bari, dove arrivano tonnellate di grano importato da ogni parte del mondo, gli imprenditori agricoli hanno denunciato come siano proprio le massicce importazioni il principale fattore di deprezzamento del grano italiano, con gravi speculazioni.

“Chiediamo che già dai prossimi giorni siano bloccate le importazioni fino a dicembre 2026, visto l’approssimarsi della raccolta del grano duro, perché le scorte presenti nei magazzini dell’industria molitoria sono più che sufficienti”, ha dichiarato Gennaro Sicolo, vicepresidente nazionale e presidente regionale di CIA Agricoltori Italiani. “Ulteriori importazioni prima della prossima raccolta e nei 6 mesi successivi costituiscono esclusivamente un’azione predatoria nei confronti del grano duro italiano. Occorre anche una svolta immediata nei controlli dei porti. Non sono più accettabili i controlli attuali, a campione e spesso non randomizzati e discrezionali, totalmente insufficienti per garantire la sicurezza alimentare. Chiediamo un sistema di controlli strutturato, generalizzato e permanente di tutte le navi con carico di grano duro che veda il pieno coinvolgimento coordinato e contestuale di Carabinieri dei NAS, Guardia di Finanza, Sanità marittima, Osservatorio fitopatologico regionale”, ha aggiunto Sicolo. La Cia Puglia chiede al Ministro dell’Agricoltura, al Ministro della Sanità e all’Assessore regionale all’Agricoltura della Puglia che TUTTE le navi con carichi di grano duro siano controllate nei porti pugliesi e italiani. I controlli devono riguardare le eventuali violazioni delle norme doganali e il rispetto degli standard sanitari, ambientali e merceologici (presenza di micotossine, residui di pesticidi, eventuale radioattività, effettività della destinazione per l’alimentazione umana del grano duro importato) e della reciprocità sociale. “Negli ultimi anni abbiamo avuto una crescita abnorme: nel 2023 le importazioni sono aumentate di un +40% rispetto al 2022 e +30% rispetto al 2021. Un ulteriore crescita si è avuta nel 2024, 2025 2026, soprattutto da Paesi extra UE. Questo meccanismo crea un eccesso artificiale di offerta, indebolisce il potere contrattuale degli agricoltori e favorisce dinamiche speculative. Il risultato è una filiera squilibrata dove chi produce perde e chi trasforma ottiene enormi extraprofitti”. Particolare attenzione va fatta rispetto al facile utilizzo, spesso in modo fraudolento, della pratica del perfezionamento attivo (applicazione di una tassa doganale agevolata). È necessario che il Ministero dell’Agricoltura, unitamente alle organizzazioni professionali agricole, svolga il preventivo esame delle condizioni economiche per evitare di danneggiare gli interessi dei produttori italiani. Il prezzo del grano duro è passato da oltre 50 euro al quintale del 2023 agli attuali 19/25 euro, un prezzo addirittura inferiore a quello di 40 anni fa. Se consideriamo l’andamento produttivo degli ultimi 30 anni, registriamo in Italia una riduzione netta della superficie coltivata a grano duro che si aggira intorno al 40%, a causa esclusivamente dei prezzi vili pagati ai cerealicoltori dall’industria molitoria italiana.

Le stime dell’Ismea ci dicono che gli agricoltori sono costretti a vendere in perdita. Infatti a fronte di un costo medio di 1170 euro per ettaro, l’industria riconosce appena 500/600 euro per ettaro. Costringere gli agricoltori a vendere sotto costo è illegale!  Non è più rinviabile una nuova legge che istituisca la pasta Made in Italy con 100% grano duro italiano da filiera certificata e preveda anche l’obbligo dell’indicazione dei Paesi di origine del grano duro su ogni confezione di pasta”.

 

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Sciopero: la cultura non è il «petrolio d’Italia», ma il carburante dello sfruttamento

La cultura non è il “petrolio d’Italia”, ma è il carburante dello sfruttamento del lavoro di chi presta la propria opera per musei, palchi e cantieri, film di animazione per […]

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Una nuova ciclofficina per i fattorini a Casa Rider Firenze

Una nuova ciclofficina per i fattorini a  Casa Rider Firenze

Una ciclofficina rinnovata per i fattorini di Casa Rider a Firenze, lo spazio di ristoro, supporto e inclusione aperto a febbraio 2025 in via Palmieri. Questo pomeriggio l’inaugurazione, grazie al sostegno dell’Associazione benefica Matteo Patrizi.

“La ciclofficina  non è soltanto un luogo dove riparare una bicicletta, ma uno spazio di incontro, mutualismo e condivisione di competenze e servizi. Grazie al sostegno dell’Associazione benefica Matteo Patrizi possiamo rafforzare un servizio importante per i rider, che si somma agli altri già offerti da Casa Rider”, cioè riposo, servizi igienici, tutela sindacale, pratiche burocratiche anche per le questioni dell’immigrazione, consulenze legali, visite mediche, incontri con le scuole, su sicurezza sul lavoro e sul codice stradale, grazie ai vari soggetti che animano lo spazio.  Lo afferma la CGIL in un comunicato.

L’obiettivo insomma è quello offrire assistenza, manutenzione e formazione a chi utilizza quotidianamente la bicicletta come strumento di lavoro, rafforzando un servizio che è diventato un importante punto di riferimento per la comunità dei rider. Una ventina i ragazzi presenti all’inaugurazione. ”

Crediamo sia un servizio importante – dice Ruben Zappoli della Nidil Cgil che gestisce lo spazio in partenariato con altri enti del terzo settore – Chiaramente per questi lavoratori il rischio di impresa a carico loro, inclusa la manutenzione del mezzo. Quindi una risposta di questo tipo, di solidarietà tra lavoratori, darsi una mano, è fondamentale. Inoltre sono biciclette sempre più ‘complicate’ i pochi meccanici che fanno dei lavori sulle bici elettriche svolgono quasi un ruolo da monopolisti. La nostra richiesta è che siano le aziende a farsi carico della manutenzione di questi mezzi”.

Nel corso dell’iniziativa Fiab-Firenze Ciclabile ha proposto un momento formativo dedicato all’autoriparazione delle biciclette, con i rider che potuto apprendere alcune tecniche di manutenzione ordinaria e acquisire strumenti utili per una maggiore autonomia nella cura delle due ruote.

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Le imprese di Milano, Monza Brianza e Lodi rafforzano l’export grazie al digitale

Le imprese di Milano, Monza Brianza e Lodi rafforzano l’export grazie al digitale

 

Dopo le tappe di Ferrara e Cosenza, il roadshow DigIT Export Day 2026 arriva a Milano per chiudere un percorso di confronto dedicato al rapporto tra digitale, internazionalizzazione e competitività delle micro, piccole e medie imprese italiane. Un tema sempre più centrale in uno scenario globale segnato da tensioni geopolitiche, nuove dinamiche dei mercati internazionali e trasformazioni tecnologiche sempre più rapide, che impongono alle aziende non solo di essere presenti online, ma di utilizzare gli strumenti digitali in modo strategico, integrato e orientato ai risultati.

L’appuntamento nel capoluogo lombardo, organizzato da Promos Italia con il contributo di Camera di commercio Milano Monza Brianza Lodi, Punto Impresa Digitale e il supporto di ING Italia, ha rappresentato un’occasione di approfondimento e confronto sull’evoluzione dell’export digitale e sulle opportunità offerte dalle tecnologie per la crescita sui mercati esteri, con focus su e-commerce, commercio globale, intelligenza artificiale e dati territoriali aggiornati. In uno scenario globale sempre più condizionato da tensioni geopolitiche, nuove dinamiche dei mercati internazionali e trasformazioni tecnologiche sempre più rapide, il digitale rappresenta una leva strategica ed essenziale per rafforzare la competitività e l’export delle micro, piccole e medie imprese (MPMI) di Milano, Monza Brianza e Lodi. Per più di due aziende su cinque ha, infatti, un ruolo determinante nell’apertura di nuovi mercati, mentre quasi il 40% delle imprese utilizza l’analisi dei dati per supportare in misura significativa le proprie decisioni riguardanti l’export. Le tecnologie stimolano anche gli investimenti: una quota ancora contenuta ma strutturata (5%) di aziende nel 2025 ha destinato oltre 50mila euro nel digitale a supporto dell’export. Durante l’evento è stata presentata un’indagine di Promos Italia su come le imprese del territorio stanno utilizzando strumenti digitali e tecnologie innovative per affrontare le sfide e cogliere nuove opportunità nei mercati esteri. Da questa survey è emerso che, sul territorio delle province di Milano, Monza Brianza e Lodi, numerose aziende puntano sulla digitalizzazione per avanzare il proprio business all’estero, sebbene ci sia ancora spazio per miglioramenti. “I dati del territorio di Milano, Monza Brianza e Lodi confermano una forte consapevolezza del ruolo del digitale nei processi di internazionalizzazione: il 42% delle imprese lo considera determinante per aprire nuovi mercati e un ulteriore 40% ne riconosce il contributo – dichiara Giovanni Rossi, Direttore Generale di Promos Italia –. È un segnale importante, che racconta un sistema  imprenditoriale dinamico, già orientato all’estero, come dimostra anche il fatto che quasi tre quarti delle MPMI del territorio, il 73%, vendono o promuovono le proprie attività in modo strutturato oltre confine. Allo stesso tempo, però, emerge con chiarezza che la sfida non è più soltanto essere presenti online, ma riuscire a trasformare questa presenza in una strategia export pienamente integrata, capace di generare relazioni commerciali, contatti qualificati e nuove opportunità di business. In questo senso, è significativo che il 68% delle imprese utilizzi sito web ed e-commerce per lo sviluppo commerciale internazionale, che LinkedIn sia indicato dall’82% delle aziende come piattaforma social più utilizzata e che quasi il 40% faccia già un uso avanzato e strutturato dei dati a supporto dell’export. Promos Italia è al fianco delle imprese proprio in questa fase di evoluzione: le accompagniamo con percorsi di orientamento, consulenza, formazione e servizi digitali pensati per rafforzarne la promozione, la capacità di vendita e il posizionamento sui mercati esteri”. “Il DigIT Export Day rappresenta un esempio concreto di come territorio, digitale e internazionalizzazione possano integrarsi per sostenere la competitività delle nostre imprese – dichiara Alvise Biffi, Presidente di Assolombarda e Consigliere della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi –. In un contesto segnato da tensioni geopolitiche e incertezze che incidono sui costi energetici, sulle materie prime e sulla capacità delle imprese di programmare investimenti, la risposta è rafforzare l’apertura ai mercati e le partnership. In questo scenario, il digitale è uno straordinario moltiplicatore di internazionalizzazione: la prima fiera internazionale oggi, sempre più spesso, non è uno spazio espositivo ma uno schermo, un motore di ricerca, una piattaforma digitale. E al centro di questa trasformazione c’è una tecnologia, l’IA, che rappresenta una nuova infrastruttura della competitività. In questa direzione si inserisce forgIA, il progetto di Assolombarda nato per accompagnare le imprese di tutte le dimensioni nell’adozione consapevole e strategica dell’IA, trasformando l’innovazione tecnologica in un fattore concreto di crescita. Le nostre stime indicano che, grazie all’IA, un incremento del 10% della produttività delle micro e piccole imprese di Assolombarda potrebbe generare 2,4 miliardi di euro di valore aggiunto, pari a circa 0,8 punti di PIL del territorio. Parallelamente, l’impegno della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi si traduce in iniziative come Punto Impresa Digitale, CONneSSi e SPIDY, che accompagnano le aziende nei percorsi di trasformazione e innovazione, favorendo il dialogo con l’ecosistema delle startup e lo sviluppo di nuove competenze. L’Italia può contare su punti di forza straordinari – dalla manifattura d’eccellenza alle filiere altamente specializzate  – e la sfida è mettere questo patrimonio nelle condizioni di crescere nell’economia digitale globale. Perché innovazione e internazionalizzazione non sono percorsi paralleli, ma le due direttrici strategiche su cui costruire la competitività”. “Il sistema camerale promuove l’internazionalizzazione delle imprese anche utilizzando il digitale e le nuove tecnologie” ha sottolineato Giuseppe Tripoli, Segretario generale Unioncamere. “A disposizione delle imprese ci sono diversi strumenti: piattaforme digitali (come SEI e InBuyer) per entrare nei mercati internazionali e incontrare controparti estere; formazione, per far crescere l’expertise delle PMI; analisi dei mercati e delle opportunità presenti a livello internazionale”. “La digitalizzazione del business non è più una tendenza: è un motore di crescita degli imprenditori italiani, in Italia e in tutta Europa,” afferma Nadine Methner, Head of Business Banking di ING Italia. “Ogni due minuti nasce una nuova impresa in Italia. E con oltre 300.000 nuove imprese avviate ogni anno, non si tratta solo di dinamismo: è una continua reinvenzione dell’economia. La domanda è: il sistema bancario è in grado di stare al passo? Se si semplifica il banking, si accelera il business ed è per questo che abbiamo sviluppato ING Business Banking: per eliminare la complessità, aumentare la velocità e dare agli imprenditori il pieno controllo – dalle operazioni quotidiane alla cyber protection integrata. ING è pioniera del digital banking da oltre 25 anni. Il digital banking ha  migliorato la gestione del denaro e la qualità del Digital Business Banking determinerà quali imprese riusciranno a scalare – e quali resteranno indietro.” Secondo l’indagine, le attuali dinamiche geopolitiche hanno inciso in modo prevalentemente contenuto sull’adozione del digitale per l’export da parte delle MPMI di Milano, Monza Brianza e Lodi: il 56% delle imprese coinvolte segnala infatti un impatto limitato, mentre una quota minore rileva nelle dinamiche geopolitiche un’influenza significativa, con il 20% che le considera rilevanti e un ulteriore 11% molto rilevanti come leva per rafforzare l’utilizzo del digitale nei processi di export. In questo contesto, ad ogni modo, il digitale si conferma una leva strategica per lo sviluppo internazionale. Quasi il 40% delle aziende riconosce infatti al digitale un contributo, anche se parziale, nell’apertura di nuovi mercati di sbocco, mentre il 42% lo considera un fattore determinante. Le principali opportunità generate dal digitale si concentrano in Europa e Medio Oriente (indicati rispettivamente dal 65% e dal 60% delle imprese), seguiti da Nord America (55%), Sud America (35%) e Asia (30%). Guardando alla presenza sui mercati esteri, quasi tre quarti (il 73%) delle MPMI di Milano, Monza Brianza e Lodi vende o promuove le proprie attività in modo strutturato oltre confine. Questo orientamento internazionale è confermato anche dalla forte diffusione di strumenti digitali di base, con l’84% delle aziende che dispone di un sito web disponibile in più lingue oltre all’italiano. Tuttavia, non sempre questi strumenti risultano pienamente ottimizzati. Il 16% delle imprese dichiara, infatti, di avere un sito aggiornato con regolarità, ma non ancora adeguatamente ottimizzato.

Per quanto riguarda le attività di sviluppo commerciale e di relazione con clienti e prospect internazionali, i canali digitali proprietari, quali il sito web e l’e-commerce, sono lo strumento più utilizzato (68%), seguiti dagli eventi fisici e le occasioni di networking (66%) e i social media (55%). L’utilizzo dei social è ormai diffuso, solo l’8% delle MPMI dichiara di non farvi ricorso. Tra le piattaforme, LinkedIn si conferma la più utilizzata (82%), seguita da Instagram (60%) e Facebook (45%). Un dato particolarmente significativo, perché conferma l’evoluzione di LinkedIn da canale prevalentemente associato alla ricerca di lavoro e al networking professionale a vero e proprio strumento di sviluppo commerciale: una piattaforma utilizzata dalle imprese per individuare controparti, costruire relazioni qualificate, generare lead e rafforzare il proprio posizionamento nei mercati esteri. Forte è l’attenzione verso l’analisi dei dati a supporto dell’export: il 53% delle aziende si avvale di strumenti di data intelligence, seppur in modo ancora limitato, mentre quasi il 40% ne fa un utilizzo più avanzato e strutturato. Sul fronte degli investimenti, nel corso dell’ultimo anno la maggior parte delle MPMI (74%) ha destinato una somma compresa tra i 1.000 e i 50mila euro alle attività digitali legate all’export. Si distingue tuttavia una quota più contenuta ma significativa (5%) che ha scelto di investire oltre 50mila euro in strumenti digitali a supporto dell’internazionalizzazione. A portare contenuti e testimonianze sul palco sono stati rappresentanti del sistema camerale, esperti di scenari economici, professionisti dell’innovazione digitale e imprese che hanno già fatto del digitale una leva di crescita internazionale. Dopo i saluti istituzionali di Alvise Biffi, Presidente Assolombarda e Consigliere della Camera di commercio Milano Monza Brianza Lodi, Giovanni Rossi, Direttore Generale di Promos Italia, e Giuseppe Tripoli, Segretario Generale di Unioncamere, la giornata è entrata nel vivo con gli interventi dedicati all’evoluzione del commercio    internazionale, alla gestione strategica dei dati, al ruolo dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali e alle nuove traiettorie del digital marketing. Tra i relatori, Federico Fubini, editorialista e vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, Federico Della Bella, Partner P4I-Digital360 e docente del Politecnico di Milano, Nadine Methner, Head of Business Banking di ING Italia, Nicola Mattina, imprenditore e advisor su progetti di innovazione digitale, Lucia Cenetiempo, divulgatrice ed esperta di AI generativa, Greta Lomaestro, consulente di Digital Marketing & Online Communication, ed Enrico Casati, Co-Founder di Velasca, che ha portato la testimonianza di un modello di crescita internazionale costruito anche attraverso i canali digitali.

 

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Stati Uniti, il costo della vita, la IA e l’impatto sulla politica

Cosa c’entrano queste tre cose nel titolo? Prima di chiedervi di imbarcarvi nella lettura di un post che riprende quello sulle diseguaglianze della scorsa settimana, provo a spiegarlo in due righe: gli USA sono un paese dove troppe persone non arrivano a fine mese e dove l’impatto dell’IA rischia di peggiorare le cose – almeno nel breve/medio termine – per coloro a cui va meglio. La preoccupazione per il reddito e quella per il rischio di perdere il lavoro hanno un impatto sui comportamenti elettorali delle persone.

Territorio e povertà

Ricordate? Nei mesi scorsi è capitato che Zohran Mamdani vincesse le primarie e poi le elezioni a New York parlando di affordability (potersi permettere le cose). Dopo di lui fecero una campagna simile ma più moderata nelle proposte anche Abigail Spanberger e Mikie Sherril, le due donne divenute governatrici di Virginia e New Jersey.

Un sondaggio Gallup dell’aprile 2026 segnala come il 35% degli americani ritenga la sua situazione economica “only fair” e il 19% “poor”, si tratta di un dato più o meno simile a quello che si registra dalla pandemia di Covid in poi, segno che quella e l’inflazione hanno cristallizzato una situazione.

Secondo la Kaiser Foundation, che si occupa di Sanità, il 36% degli adulti dichiara che negli ultimi 12 mesi ha rinunciato o rimandato cure di cui aveva bisogno a causa dei costi. Il 43% non ha preso le medicine prescritte per la stessa ragione.

Opportunity Insights, un gruppo di ricercatori di Harvard, segnala come la mobilità sociale che caratterizza il sogno americano stia diventando una merce sempre più rara. Se il 59% delle persone nate nel 1965 guadagnavano più dei loro genitori alla stessa età, per i nati nel 1985 questa percentuale scende al 50%. I cali più marcati sono tra le famiglie della middle class.

Dal 2020 a oggi il prezzo sono cresciuti più o meno del 25%, i salari non hanno tenuto il passo. L’effetto della chiusura dello Stretto di Hormuz e della conseguente assenza di fertilizzanti (e l’aumento del loro costo) non si è ancora fatto sentire sui prezzi al consumo se non sulla benzina e in misura minore che altrove, forse vedremo qualcosa alla stagione del raccolto, oggi quel che c’è nei supermercati è stato piantato quando i fertilizzanti c’erano.

I prezzi al consumo USA, salvo poche merci di cattiva qualità sono davvero incredibilmente alti. Se per decenni l’attitudine al consumo a debito e i flussi di merci cinesi a basso prezzo hanno compensato e nascosto la perdita di potere d’acquisto di un mondo del lavoro che vedeva sempre meno operai sindacalizzati e ben pagati (Union job è sinonimo di buon lavoro in America), oggi non è più così.

Il risultato è che il consumo del 20% più ricco è circa il 60% del totale, mentre il restante 80% si accontenta del 40%

L’indice Gini, che misura la diseguaglianza della distribuzione e che ha cominciato a crescere a partire dal 1980 (quando Ronald Reagan ha vinto le elezioni), è ai massimi di sempre e la quota del PIL destinata ai salari è scesa al livello più basso mai registrato.

Brookings Institution lancia una serie sulla affordability con un lungo paper in cui si segnala che:

Nel 2024, il 45,5% delle famiglie statunitensi non guadagnava abbastanza per arrivare a fine mese, percentuali simili si registrano a partire dal 2014. Nel paper anche una mappa sulla percentuale di persone stato per stato che non arriva a fine mese che riproduco qui sotto. La parte interessante sta nel dettaglio delle contee. Se nello Stato di New York poco meno della metà non arriva a fine mese, a Manhattan questa percentuale sale al 57% mentre nel Bronx crolla al 24%. I divari interni agli Stati e quelli tra bianchi e minoranze sono anche enormi. Chiedimi perché Alexandria Ocasio Cortez viene eletta in quel seggio o perché Mamdani è diventato sindaco.

Passiamo alla AI

In Utah, Texas e altrove ci sono proteste di grandi dimensioni contro la costruzione di data centre necessari per la AI. Non sono un esperto, ma ho l’impressione che almeno una parte di essi non sarebbe necessaria se la AI non volesse essere una merce di consumo, i bot con cui in milioni o miliardi chattano per chiedere aiuto o per fidanzarsi, come avvenuto in casi estremi e tragici finiti in suicidio.

Qui sotto la mappa di datacenterwatch delle proteste, centri per 16 miliardi sono stati fermati o ne è stata rimandata la costruzione. Contro ci sono repubblicani e democratici e la ragione è di doppia natura: l’impatto sull’ecosistema locale (acqua, inquinamento) in cambio di nulla o possibilmente di un impatto non locale ma generalizzato sull’occupazione.

Torniamo alla AI e all’impatto sull’economia USA. È cosa nota che senza la corsa folle dei titoli tecnologici le borse e anche l’economia USA, l’economia andrebbe piuttosto piano (qui un post della Fed di St. Louis che stima quanto la AI contribuisca al Pil nel 2025).

In questo post si racconta come una serie di enormi gruppi che vendono merci di consumo basiche (cibo, detersivi, igiene personale), catene di ristoranti, di supermercati, di abbigliamento, vedano risultati negativi da qualche anno con un peggioramento dopo il 2023 e che lo stesso si può dire per quei gruppi che comprano e gestiscono edifici da affittare (se i giovani non trovano lavori ben pagati, non si affitta bene, i più adulti comprano). Questo calo delle vendite non è collegato alla AI, il problema è che il mercato del lavoro tecnologico USA impiega un po’ meno di sei milioni di persone e gli americani nella forza lavoro sono circa 170 milioni. La crescita della IA, insomma, non è percepita in termini occupazionali se non nella parte che riguarda la costruzione di data center, cioé blue collar jobs, lavoro manuale. I dati sul mercato del lavoro USA degli ultimi mesi ci dicono che anche quando la dinamica è positiva, i white collar jobs tendono a non aumentare, segno di una tendenza che è innegabilmente legata all’introduzione della IA – nessun terremoto per ora, ma forse ne vedremo tra non molto.

Veniamo alla politica. Da un lato ci sono le proteste e una preoccupazione generalizzata per l’impatto della AI sul lavoro, il controllo, la guerra, dall’altro ci sono i dati e le analisi in questo articolo di Brookings, con cui si conclude questo lungo post.  “62 delle 100 contee più esposte all’intelligenza artificiale (IA) a livello nazionale hanno votato per i democratici alle elezioni presidenziali del 2024. Queste contee rappresentano il 75% della popolazione delle 100 contee più esposte all’IA, e tra il 14% e il 19% dei lavoratori che vi risiedono svolge professioni in cui l’IA è teoricamente in grado di svolgere determinati compiti ed è già utilizzata per automatizzare il lavoro piuttosto che per potenziarlo (…) In parole povere, in media, le zone che votano democratico concentrano lavoratori impiegati in numerose professioni in cui questi ultimi hanno ragione di nutrire maggiori timori riguardo alla perdita del posto di lavoro causata dall’intelligenza artificiale rispetto ai lavoratori delle zone rosse. Pertanto, in vista delle elezioni di medio termine di novembre e oltre, le contee più blu degli Stati Uniti potrebbero diventare focolai di alcuni degli elettori più agitati dell’era dell’intelligenza artificiale.” In poche parole: i luoghi dove la IA viene prodotta e ha un impatto positivo sull’economia sono sia quelli dove oggi si crea occupazione ben pagata ma anche quelli che rischiano grosso domani. Questo più l’attitudine preoccupata dei più giovani per l’ambiente e altre questioni etiche legate alla IA produrranno qui e la degli spostamenti elettorali.

Da ricordare: negli anni 90-2000 l’economia USA andava benone, ma il lavoro nel manufatturiero calava in maniera costante. Questo ha prodotto città fantasma e contee decadenti e da anni parliamo del Midwest in crisi che vota a destra – il WTO e la globalizzazione sono viste come un prodotto dell’era Clinton. La deindustrializzazione e l’automazione delle fabbriche hanno avuto un enorme impatto sociale, economico e politico. I prossimi anni, forse anche le elezioni presidenziali del 2028, potrebbero essere quelle in cui è l’impatto socioeconomico dell’IA a essere il fattore determinante.

(il testo viene da American Diner, su Substack)

L'articolo Stati Uniti, il costo della vita, la IA e l’impatto sulla politica sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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Fabrizio Bernini è il nuovo presidente di Confindustria Toscana 

Fabrizio Bernini è il nuovo presidente di Confindustria Toscana. L’imprenditore aretino è stato eletto oggi, alla unanimità, dal consiglio di presidenza della federazione imprenditoriale regionale per il quadriennio 2026-2030.

Bernini succede a Maurizio Bigazzi, che il consiglio di presidenza e il nuovo presidente hanno caldamente “ringraziato per il lavoro svolto alla guida degli industriali toscani”.

“Il momento per le nostre imprese non è facile – spiega il neopresidente di Confindustria Toscana Fabrizio Bernini -. Accanto alla situazione economica complessa, con grandi incertezze, che tutti ben conosciamo, oggi abbiamo una esigenza in più: far presente chiaramente la situazione a tutte le istituzioni; le difficoltà economiche di imprese e famiglie devono stare saldamente in testa a tutte le agende politiche”.

“Ci aspettano anni difficili e importanti, nei quali bisogna continuare – come già fatto dal mio predecessore – a far presente le pressanti esigenze delle imprese: dal tema dell’energia a quello dell’innovazione, dalla formazione a quello più generale della reindustrializzazione del nostro territorio”, prosegue Bernini. “E non assolverò a questo compito in solitudine: avrò al mio fianco colleghi dotati di specifiche deleghe”.

Fabrizio Bernini, nasce nel 1957 a Bucine (Arezzo); prima perito elettronico in un grande gruppo internazionale e poi progettista programmatore di sistemi informativi per le imprese del territorio, nel 1985 fonda una piccola software house e ne guida personalmente lo sviluppo e la crescita fino alla trasformazione nella grande impresa multi divisionale Zucchetti Centro Sistemi SpA (ZCS), di cui oggi è presidente. Il gruppo ZCS conta 5 divisioni (software, healthcare, automation, robotics, e green innovation), 7 filiali, 19 aziende controllate/collegate, 800 addetti; un giro d’affari di 280 milioni di euro, un fatturato che si sta stabilizzando dopo anni di crescita esponenziali. Esporta in oltre 50 paesi ed è titolare di 130 brevetti relativi a 50 invenzioni.

Fabrizio Bernini ha ricevuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, tra i quali il Premio dei Premi per l’Innovazione nel 2010 e nel 2014. Nel 2017 viene nominato Cavaliere del Lavoro dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Oggi è presidente di Zucchetti Centro Sistemi SpA; presidente di Confindustria Toscana Servizi; presidente di Digital Innovation Hub Toscana; vice presidente di Banca del Valdarno Credito Cooperativo; vice presidente Gruppo Toscano – Consigliere Nazionale – Federazione Cavalieri del Lavoro. 

 

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Tragedia a Rosignano: muore sul lavoro un 33enne

Oggi, giovedì 4 giugno, a perdere la vita a soli 33 anni è un uomo, un lavoratore di origini straniere, precipitato nel vuoto all’interno dello stabilimento della ditta Omp in via degli Artigiani a Rosignano.
Ma c’è un dettaglio in questa vicenda che pesa più degli altri e che trasforma il dolore in rabbia: l’operaio indossava i dispositivi di sicurezza previsti.
Troppo spesso, di fronte agli incidenti sul lavoro, si cerca l’errore umano, la distrazione, la fatalità o la noncuranza delle regole da parte della vittima. Questa volta no. Il lavoratore, dipendente di una ditta esterna, era salito su quel solaio a 6-7 metri d’altezza e dalle prime informazioni sembrava protetto da tutto ciò che doveva tenerlo al sicuro.
Il cedimento improvviso del solaio ha squarciato il velo di una sicurezza apparente, trasformando un normale turno di manutenzione in una trappola mortale. La caduta, terminata tragicamente contro un macchinario in funzione, non ha lasciato scampo.

I tentativi disperati dei sanitari e dei Vigili del Fuoco di strapparlo alla morte si sono infranti contro la realtà di un decesso constatato sul posto. Ora scatteranno le indagini, si cercheranno le responsabilità legali e tecniche di quel solaio venuto giù.

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Livorno, Pierburg al centro delle preoccupazioni sindacali dopo la riorganizzazione del gruppo industriale

Livorno, 6 giugno 2026 – Cresce l’attenzione attorno al futuro dello stabilimento Pierburg di Livorno dopo la cessione della divisione Power Systems di Rheinmetall al gruppo AEQUITA.

La FIOM CGIL Livorno esprime preoccupazione per le possibili ricadute occupazionali e industriali dell’operazione, chiedendo chiarezza sugli impegni relativi al sito livornese.

Il sindacato sottolinea come, a fronte di accordi già definiti in altri Paesi europei a tutela dei lavoratori, non sarebbero ancora arrivate garanzie equivalenti per gli impianti italiani.

Viene inoltre criticato il metodo di gestione delle comunicazioni aziendali, ritenuto non in linea con le normali relazioni sindacali per la mancanza di un confronto preventivo con le rappresentanze dei lavoratori.

Lo stabilimento di Livorno, già in una fase delicata per il possibile utilizzo prolungato di ammortizzatori sociali, viene indicato come uno dei punti più sensibili della riorganizzazione in corso.

La FIOM CGIL ha chiesto la convocazione di un tavolo al Ministero competente per ottenere impegni chiari su investimenti, continuità produttiva e tutela occupazionale.

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Transizione verde: parola a chi lavora  

I lavoratori dell’automotive non chiedono di fermare la transizione ecologica. Chiedono invece formazione, investimenti, tutela del reddito e una politica industriale capace di governarla. È questo il messaggio che emerge dalla nuova puntata di “A qualcuno piace verde”, il podcast dell’Alleanza Clima Lavoro curato da Massimo Alberti, dedicata al punto di vista di chi vive ogni giorno il cambiamento nei luoghi di lavoro.

Da anni il dibattito pubblico sulla crisi dell’automotive europeo e italiano è accompagnato da una narrazione ricorrente: la transizione ecologica sarebbe la principale minaccia per il lavoro e per il futuro del settore. L’elettrificazione viene spesso descritta come una scelta imposta dall’alto, osteggiata da chi lavora e destinata a produrre chiusure di fabbriche e perdita di occupazione.

Ma è davvero così?

Per rispondere a questa domanda, la puntata parte dalle testimonianze raccolte a Bologna in occasione del convegno nazionale dell’Alleanza Clima Lavoro “Mobilità sostenibile al lavoro”, svoltosi il 14 e 15 maggio. Dalle voci di lavoratrici e lavoratori di aziende come Bonfiglioli, Caterpillar e Berco emergono preoccupazioni per il futuro occupazionale e per le trasformazioni in corso, ma anche la consapevolezza che il cambiamento tecnologico sia già una realtà e che ignorarlo significherebbe aggravare ulteriormente la crisi del settore.

Nella puntata queste testimonianze vengono messe a confronto con i risultati del rapporto “L’auto in transizione. Il punto di vista delle lavoratrici e dei lavoratori del settore in Italia”, realizzato dall’Alleanza Clima Lavoro su un campione rappresentativo di 501 addette e addetti dell’intera filiera automobilistica italiana: operai/e, impiegati/e, quadri e dirigenti, dalla componentistica alla produzione, fino alla vendita e al post-vendita.

Il rapporto restituisce un’immagine molto diversa da quella troppo spesso proposta nel confronto politico e mediatico. Il primo elemento che emerge è che la transizione non appartiene al futuro, ma è già realtà: secondo le persone intervistate, quattro aziende su cinque risultano oggi coinvolte, in forme diverse, nei processi di trasformazione industriale legati alla mobilità elettrica e sostenibile. Il tema, quindi, non è più se la transizione debba avvenire oppure no.

La vera questione riguarda il modo in cui questo cambiamento viene concretamente governato. Le lavoratrici e i lavoratori del comparto esprimono una forte richiesta di politiche pubbliche per accompagnare la trasformazione. Il 60% giudica inefficaci le misure messe in campo in Italia a sostegno del settore. E si registra una distanza crescente tra la velocità con cui cambiano tecnologie, mercati e processi produttivi e la capacità delle istituzioni di offrire strumenti adeguati per affrontare questa fase.

Un secondo tema centrale riguarda le competenze. Oltre il 90% delle persone coinvolte nel sondaggio riconosce che il settore sta attraversando trasformazioni che richiedono nuove professionalità. Eppure meno del 40% ritiene di possedere pienamente le competenze necessarie per affrontarle. Tecnologie elettriche, digitalizzazione, ricerca e sviluppo, intelligenza artificiale: sono queste le aree considerate più importanti per il futuro dell’automotive.

La formazione rappresenta quindi uno snodo decisivo. Tuttavia il quadro che emerge dall’indagine è tutt’altro che rassicurante. Meno del 60% dei lavoratori ha partecipato ad attività formative negli ultimi tre anni e circa uno su quattro segnala la totale assenza di opportunità di aggiornamento professionale. Una situazione che rischia di ampliare ulteriormente il divario tra esigenze produttive e competenze disponibili.

La ricerca mostra inoltre come la transizione si inserisca in un contesto segnato da forti difficoltà industriali e occupazionali. Cassa integrazione, contratti di solidarietà, delocalizzazioni, esternalizzazioni e uscite incentivate rappresentano esperienze diffuse tra le persone intervistate. Segno che molte criticità del settore precedono la diffusione dell’auto elettrica e affondano le loro radici in problemi e ritardi strutturali dell’industria italiana ed europea.

Il messaggio del sondaggio dell’Alleanza Clima Lavoro è chiaro. Le lavoratrici e i lavoratori dell’automotive italiano non chiedono di fermare il cambiamento: chiedono piuttosto di governarlo in modo adeguato. Due persone su tre ritengono infatti necessario guidare la transizione attraverso investimenti, formazione, sostegno al reddito nei periodi di riconversione e maggiore coinvolgimento dei lavoratori nei processi decisionali.

È questa la prospettiva della giusta transizione che l’Alleanza Clima Lavoro sostiene da sempre: coniugare decarbonizzazione, innovazione industriale, qualità del lavoro e tutela sociale. Perché la vera alternativa non è tra ambiente e occupazione, ma tra una transizione subita e una transizione governata.

In un dibattito pubblico spesso dominato dagli slogan, il sondaggio dell’Alleanza Clima Lavoro restituisce la parola a chi la transizione la vive ogni giorno nei luoghi di lavoro. E il messaggio che arriva dalle fabbriche è chiaro: il cambiamento non va fermato, va governato.

Ascolta la tredicesima puntata del podcast!

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Mobilità sostenibile e lavoro: una sfida politica

La transizione ecologica non è una questione esclusivamente ambientale. È il terreno su cui si giocano il futuro industriale europeo, la qualità del lavoro, la sicurezza energetica, la coesione sociale e la capacità stessa delle democrazie di affrontare la crisi climatica. È questo il messaggio chiave del convegno nazionale “Mobilità sostenibile al lavoro” dell’Alleanza Clima Lavoro, che lo scorso 14-15 maggio ha riunito a Bologna rappresentanti del sindacato e dell’associazionismo ambientalista, ricercatori, amministratori locali ed esponenti del sistema delle imprese (qui il video con la registrazione integrale del convegno).

Uno degli elementi emersi con maggiore forza nel corso della due giorni è che la crisi climatica e la crisi sociale non possono più essere affrontate separatamente. Occorre scongiurare, in particolare, un duplice rischio: da un lato frenare o bloccare la decarbonizzazione per difendere assetti produttivi insostenibili, dall’altro portare avanti la transizione senza prevedere adeguati meccanismi di protezione sociale, lasciando che siano le lavoratrici e i lavoratori a pagarne il prezzo.

Il tema della costruzione di un sistema integrato di mobilità collettiva in Italia è centrale in questo ragionamento, con un trasporto pubblico locale che soffre di cronica carenza di finanziamenti, investimenti inadeguati e profonde disparità territoriali. A tutto ciò si somma l’assenza di una strategia nazionale capace di integrare trasporto pubblico, politiche urbane, diritto alla casa, infrastrutture ferroviarie e riduzione delle emissioni. A causa dell’insufficienza di offerta e di risorse per il TPL, il Paese continua così a essere fortemente dipendente dalla mobilità privata.

Non a caso, circa due terzi degli spostamenti continuano ad avvenire con mezzi individuali, una quota tra le più elevate d’Europa. Le poche alternative all’uso dell’auto privata di cui si dispone nelle periferie urbane, nelle aree interne e tra le fasce popolari producono così una doppia disuguaglianza, economica e ambientale. Da qui la critica alle scelte governative che privilegiano grandi opere e infrastrutture ad alta velocità rispetto al trasporto quotidiano di prossimità, quello utilizzato ogni giorno da milioni di persone per lavorare, studiare, raggiungere i servizi.

Il dibattito ha messo in evidenza, inoltre, come la mobilità sostenibile non consista in una semplice sostituzione di auto tradizionali con auto elettriche, cosa che porterebbe a riprodurre gli attuali problemi di congestione urbana e capacità di accesso al mezzo privato. La vera alternativa è quella di una mobilità pubblica, condivisa e integrata, capace di ridurre le emissioni, abbattere il traffico e al contempo assicurare il diritto alla mobilità per tutte le persone.

Si tratta di una prospettiva che richiama inevitabilmente il tema della capacità produttiva del Paese e del ruolo che una politica industriale orientata alla transizione – ad esempio per la produzione di mezzi per il trasporto pubblico – può svolgere nel sostenere occupazione, innovazione e riconversione ecologica. Ed è proprio sul rapporto tra transizione ecologica, politica industriale e lavoro che si è concentrata una parte rilevante del confronto bolognese.

In altre parole, il Green Deal è davvero il responsabile della crisi industriale europea e italiana? Oppure le difficoltà del sistema produttivo hanno radici più profonde? La risposta emersa con chiarezza è che le difficoltà dell’industria continentale e nazionale non derivano dalla traiettoria di decarbonizzazione ed elettrificazione avviata con il Green Deal, ma da un lungo periodo di sotto-investimenti, ritardi tecnologici, insufficiente ricerca e sviluppo e assenza di una politica industriale capace di accompagnare la trasformazione.

Emblematico in tal senso è il caso dell’automotive. Mentre l’Europa discute oggi se rallentare o meno la transizione, altrove – basti pensare alla Cina – si utilizza proprio la decarbonizzazione come leva per rafforzare il proprio sistema industriale, sostenere l’innovazione e consolidare il controllo sulle filiere strategiche del futuro. Nel mezzo di una competizione internazionale e di una rivoluzione tecnologica che stanno ridisegnando mercati, catene del valore e assetti produttivi, l’Europa – e con essa l’Italia – rischia allora di perdere ulteriore terreno.

In questa prospettiva, la narrazione secondo cui le difficoltà del settore deriverebbero dagli obiettivi di riduzione delle emissioni e dal phase-out dei motori endotermici dal 2035 è stata ampiamente contestata. Il problema, anche e soprattutto per l’automotive, non è la transizione all’elettrico, ma il ritardo con cui l’industria europea e quella italiana l’hanno affrontata. Per anni gran parte dei costruttori ha puntato sulla rendita dell’endotermico, sulle auto di fascia alta e sulla compressione dei costi, sottovalutando la rapidità e la profondità della trasformazione globale.

Il risultato è una crescente dipendenza tecnologica e industriale dai Paesi che guidano la transizione, con interi segmenti della componentistica messi sotto pressione dalla riduzione dei volumi produttivi e dall’assenza di una strategia coerente di riconversione. In altre parole, il rischio per l’Europa non è la transizione in sé, ma una transizione subita anziché governata.

Senza investimenti pubblici, filiere integrate e una strategia comune, la riconversione rischia di tradursi in perdita di capacità produttiva, occupazione e sovranità tecnologica. Il punto, quindi, è costruire una politica industriale europea capace di integrare domanda pubblica, investimenti produttivi, energia rinnovabile, infrastrutture di ricarica, formazione e tutela occupazionale.

Da qui la richiesta, emersa più volte, di una “reindustrializzazione verde” governata pubblicamente e che metta al centro il lavoro: la transizione dell’automotive non è soltanto una sfida ambientale, ma un’opportunità per sostenere capacità produttiva, occupazione qualificata e autonomia industriale. In assenza di una regia pubblica forte, invece, il rischio è che i costi sociali vengano scaricati sui lavoratori e sui territori attraverso chiusure di stabilimenti e aumento delle disuguaglianze sociali.

Un altro tema fondamentale del convegno è stato quello dell’energia e del ritardo italiano sulle rinnovabili. La dipendenza del nostro sistema energetico dalle fonti fossili – che rappresentano ancora circa il 75% del mix energetico nazionale – è stata indicata come uno dei principali fattori di debolezza economica e geopolitica del Paese. Una critica molto netta ha riguardato anche le cosiddette “false soluzioni”, a partire dal nucleare, tornato al centro della discussione pubblica in Italia sulla scia della crisi energetica legata alle guerre in Ucraina e Medio Oriente.

Particolarmente rilevante è stata la discussione sull’efficienza energetica, che rappresenta un pilastro nella traiettoria di riduzione delle emissioni e una leva strategica per la stessa politica industriale europea. Le direttive comunitarie sull’efficienza, gli edifici e l’ecodesign hanno infatti portato a una cospicua riduzione dei consumi energetici, creando inoltre occupazione qualificata e riducendo, nei fatti, la dipendenza energetica del continente.

In questo quadro, il ritardo italiano nella loro attuazione è stato segnalato come uno dei più pesanti ostacoli alla transizione nel Paese. Molto forte anche la critica al nostro sistema fiscale, che continua a penalizzare l’elettrificazione attraverso una struttura di oneri e tassazione squilibrata a favore del gas, portando a una distorsione che rallenta la diffusione di pompe di calore, mobilità elettrica ed elettrificazione industriale proprio quando nell’Unione europea si prova a ridurre la dipendenza dalle fonti fossili.

Altro aspetto discusso nel corso della due giorni bolognese è stato il rapporto tra transizione tecnologica e qualità del lavoro. Sul tema dell’intelligenza artificiale e dell’automazione è emersa una lettura distante sia dagli entusiasmi tecnocratici sia dalle visioni catastrofiste che spesso dominano il dibattito pubblico: la questione non è stata posta in termini di semplice “sostituzione” del lavoro umano, ma di organizzazione del potere nei processi produttivi.

Le nuove tecnologie digitali, il management algoritmico e l’automazione possono infatti produrre effetti molto diversi. Possono ridurre fatica e rischi oppure aumentare controllo, intensificazione dei ritmi e precarizzazione. La qualità degli esiti dipende dai modelli organizzativi e dalle relazioni industriali, oltre che dalla governance delle tecnologie, per cui il tema democratico ritorna centrale: chi decide come vengono utilizzate le innovazioni tecnologiche? Con quali obiettivi? Per aumentare profitti o migliorare condizioni di vita e lavoro?

Dal convegno di Bologna è dunque emersa una consapevolezza condivisa: il conflitto attorno alla transizione ecologica è, prima di tutto, un conflitto politico. La trasformazione è già iniziata e la vera sfida riguarda chi ne orienterà la direzione, come verranno distribuiti costi e benefici e quali interessi prevarranno. Lasciare che siano esclusivamente le logiche di mercato a guidare questo processo significa rischiare di scaricarne gli effetti sui lavoratori, sui territori più vulnerabili e sulle fasce sociali più esposte.

Governare la transizione significa invece costruire politiche industriali, energetiche e sociali capaci di accompagnare il cambiamento e di renderlo sostenibile non soltanto sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. Da questo dipenderà la possibilità di tenere insieme lotta alla crisi climatica, qualità del lavoro e coesione sociale.

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Stipendi stellari dei ceo ma Elon Musk stavolta non c’entra

Due persone lavorano nella stessa organizzazione. Hanno compiti e responsabilità differenti, ma sono pur sempre al servizio di una causa comune. Tuttavia, una voragine retributiva le separa: la prima può guadagnare anche 300, 400, mille volte in più della seconda. Si tratta della forbice, in alcuni casi con ampiezze oggettivamente fuori scala, che descrive la diseguaglianza tra i compensi degli amministratori delegati e gli stipendi dei propri dipendenti. C’è da dire che valori così alti si ritrovano solo nelle grandi multinazionali, molto spesso americane. Nonostante lo scarto sia mediamente più basso al confronto con gli Stati Uniti, il tema è rilevante anche in Italia. Nel nostro Paese, però, fatto di piccole imprese e frenato da poca innovazione, bassa crescita e stipendi reali fermi ai primi anni ’90, il dibattito sembra meno presente.

Venti che separano

Secondo una recente analisi della Confederazione sindacale internazionale e dell’Oxfam, nel 2025 i compensi degli amministratori delegati delle più grandi società del mondo sono cresciuti dell’11%, mentre il salario reale del lavoratore medio globale è aumentato appena dello 0,5%. In altri termini, la retribuzione dei ceo è aumentata oltre venti volte più velocemente rispetto agli incrementi salariali dei dipendenti. La questione è calda soprattutto negli Usa, dove i compensi di chi sta al vertice delle grandi organizzazioni possono raggiungere valori realmente esagerati, tra paga base, bonus legati agli obiettivi e stock option. Si calcola che nel 2025 i dieci ceo più pagati del mondo hanno guadagnato complessivamente oltre un miliardo di dollari. Lo scorso anno il colosso finanziario Blackstone, la multinazionale tech Broadcom, la banca d’investimento Goldman Sachs e Microsoft hanno pagato i propri ceo oltre cento milioni ciascuno.

Giù la… Musk

Se è poco sensato citare Elon Musk, tra le altre cose cofondatore e amministratore delegato di Tesla, del quale si parla spesso per ipotetici compensi da centinaia di miliardi di euro (legati però a obiettivi estremamente ambiziosi), si può guardare alle grandi aziende tecnologiche. Sundar Pichai, ceo di Google e amministratore della holding Alphabet, potrebbe percepire fino a 692 milioni di dollari nei prossimi tre anni: non tanto con la paga base, pari a circa due milioni di dollari, ma in gran parte grazie ai risultati finanziari e alla capacità di raggiungere obiettivi. Il ceo di Apple, Tim Cook, che a breve lascerà il posto per passare alla carica di presidente esecutivo, nel 2025 ha avuto un compenso fisso di tre milioni di dollari, più altri 70 milioni tra azioni e bonus.

il ceo di Google, Sundar Pichai, foto di Jose Luis Magana per AP Photo/LaPresse

Il vero fallimento

«A ben vedere gli stipendi dei grandi manager non sono salari: si tratta in realtà di rendite autodefinite. Non esistono ragioni vere, né di mercato, né di efficienza, per pagare un amministratore delegato 10 o 50 milioni di euro. Spesso non sono neanche compensi legati alle performance», ragiona Luigino Bruni, economista e presidente della Scuola di Economia civile.

«Quando si raggiungono cifre del genere siamo di fronte a un fallimento del mercato e dell’etica. Senza contare che quelle somme esagerate rappresentano naturalmente una decurtazione dei profitti dell’azienda, una diminuzione dei compensi dei lavoratori o un costo aggiuntivo scaricato sui consumatori». Negli anni ’50 alla Olivetti lo stipendio più alto non poteva superare di circa dieci volte quello più basso. «Al tempo il problema si poneva per tenere unità una comunità. C’è una soglia oltre la quale la diseguaglianza diventa insopportabile e ci fa dubitare che esista qualcosa che ci tiene insieme: vale per la società in generale e anche per le imprese».

Italia meno

In Italia siamo molto lontani dai livelli americani, anche prendendo come esempio emblematico il compenso dell’ex amministratore delegato di Stellantis, Carlos Tavares. Per il 2023 il manager portoghese della holding nata dalla fusione di Fca e Groupe Psa era arrivato a percepire quasi 36,5 milioni di euro (tra paga base, bonus e buonuscita), mentre l’attuale ceo, l’italiano Antonio Filosa, nel 2025 ha avuto un compenso di circa 5,4 milioni. Guardando invece ai vertici delle partecipate pubbliche, l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, nel 2025 ha avuto un compenso fisso di 1,6 milioni di euro, a cui bisogna aggiungere la parte variabile e il controvalore delle azioni gratuite, per un totale percepito di quasi 8,9 milioni di euro. Di recente si è parlato per lui di un aumento che porterebbe il compenso potenziale fino a 15,4 milioni, criticato dal proxy advisor Iss. Nel caso dell’amministratore delegato di Enel, Flavio Cattaneo, il compenso fisso nel 2025 è stato di 1,5 milioni, arrivato però a 10,2 milioni sommando bonus variabili, azioni e benefit.

Manca la ratio

Per comprendere davvero l’entità di cifre così alte, più che il dato secco può aiutare mettere i compensi in rapporto agli stipendi dei lavoratori ordinari, attraverso il cosiddetto ceo pay ratio. Si definisce così il rapporto tra il compenso complessivo annuo del ceo e la retribuzione mediana, ossia il valore che divide in due metà numericamente identiche i dipendenti (calcolata escludendo la remunerazione del ceo). Se per esempio quel rapporto è di 5 a 1, significa che per ogni euro guadagnato dal lavoratore con retribuzione mediana al ceo spetta un compenso cinque volte superiore.

Secondo l’Economic policy institute, think tank non profit che analizza da anni le diseguaglianze salariali negli Stati uniti, nel 1965 gli amministratori delegati delle prime 350 aziende americane venivano pagati circa 21 volte in più rispetto al lavoratore tipico. Quel rapporto è cresciuto a 31 a 1 nel 1978 e a 60 a 1 nel 1989, prima di esplodere negli anni ’90 e soprattutto nei primi anni duemila, raggiungendo quota 380 a 1. La crisi finanziaria del 2008 ha alleggerito il fenomeno, che è poi tornato prepotentemente raggiungendo il massimo storico nel 2020, con un rapporto di oltre 400 a 1, prima di scendere ancora: nel 2024 è stato di circa 281 a 1. Anche in questo caso in Italia i rapporti sono molto più bassi. Nel 2025 il pay ratio in Enel è stato di 186 a 1, in Eni di 138 a 1 e in Stellantis di 82 a 1 (ma di 248 a 1, se si considera la media degli ultimi cinque anni).

Bastano quattro giorni

Dal 2017 negli Stati Uniti la Sec, l’equivalente americana della Consob, ha imposto alle società quotate l’obbligo di divulgare il rapporto tra la remunerazione del ceo e la retribuzione mediana all’interno dell’azienda. Qualcosa di simile è stato introdotto nel 2019 nel Regno Unito, per le società quotate con più di 250 dipendenti. Quell’anno si era molto parlato del “fat cat friday“, la giornata di venerdì 4 gennaio. Si era calcolato che entro quella data, cioè ad appena quattro giorni dall’inizio dell’anno, il ceo medio a capo delle prime cento società quotate al London stock exchange aveva già intascato l’equivalente della paga media annua di un lavoratore britannico a tempo pieno. Alla base di queste politiche c’è la convinzione che una maggiore trasparenza sulle disuguaglianze interne alle aziende possa ridurre le disparità retributive e prevenire reazioni negative nell’opinione pubblica. Il ragionamento è intuitivo: mettere nero su bianco la retribuzione di un ceo può influenzare direttamente il morale dei lavoratori, il loro coinvolgimento e la percezione di equità all’interno dell’azienda. Inoltre, non sono da sottovalutare le ricadute dirette anche sugli azionisti e in generale sulla percezione dell’organizzazione all’esterno.

Effetto trasparenza

Uno studio di due economisti italiani per l’istituto di ricerca internazionale Iza ha analizzato proprio l’effetto della trasparenza sulle retribuzioni dei vertici aziendali (in gran parte degli amministratori delegati) a capo delle società italiane quotate in borsa a partire dal 1998, anno dal quale è stato introdotto l’obbligo di renderle pubbliche e così i compensi sono diventati osservabili e sistematicamente divulgati. L’operazione trasparenza ha prodotto qualche effetto nelle aziende guidate da ceo con compensi elevati, ma solo per pochi: a beneficiarne è stato soprattutto chi aveva già un alto stipendio, mentre chi guadagnava poco non ha visto differenze significative in busta paga. «Abbiamo osservato che la conoscenza dell’ammontare esatto dei guadagni dell’amministratore delegato può essere una leva per i top manager, che in questo modo hanno la possibilità di negoziare compensi migliori. Ma nel caso del lavoratore mediano quella possibilità di negoziare di fatto non c’è», dice Vincenzo Pezone, professore associato di finanza presso il dipartimento di economia e management dell’università Luiss e autore dello studio con Agata Maida, dell’Università statale di Milano.

Sapere non basta

La trasparenza aiuta, quindi, ma forse meno del previsto. «Studi americani hanno dimostrato che la disponibilità su internet dei guadagni dei ceo, ossia la loro divulgazione pubblica e il dibattito innescato dai media, hanno effettivamente portato a una diminuzione dei compensi dei vertici aziendali. La trasparenza può quindi essere un fattore per ridurre la diseguaglianza, ma da sola non basta, soprattutto in Italia», aggiunge Pezone. «Una grossa differenza tra gli Usa e il nostro Paese è che negli ultimi trent’anni negli Stati Uniti una crescita dei salari c’è stata, mentre in Italia sono rimasti fermi.

È difficile parlare di ridistribuzione della ricchezza quando la ricchezza di fatto non si crea». Se negli Stati Uniti o in Inghilterra l’opinione pubblica si è indignata, sull’onda di una crescita che ha arricchito pochi e lasciato indietro tanti, in Italia il contesto è molto diverso. Secondo Pezone, «forse di questo tema in Italia se ne parla un po’ meno perché il dibattito è superato dalla bassa crescita. Inoltre, siamo anche un’anomalia, perché nel nostro Paese la figura del manager professionale, a parte nel caso delle banche, è poco presente. Molte imprese sono familiari e di conseguenza è più difficile creare scandalo e indignarsi per grossi stipendi percepiti da persone che molto spesso hanno fondato le società che dirigono».

Azionisti… in azione

La sostenibilità, in tutte le sue forme, è uno dei grandi temi del nostro tempo ed è entrata di prepotenza anche in relazione ai compensi milionari dei ceo. Da anni i guadagni degli amministratori delegati delle grandi aziende non sono legati soltanto a fattori finanziari e alla massimizzazione del valore per gli azionisti. Nel 2018 soltanto il 25% delle aziende considerava la performance Esg come fattore nella retribuzione variabile dei propri ceo, mentre già nel 2022 erano diventate circa il 90%. Ma secondo uno studio della Banca d’Italia, che ha analizzato le principali società quotate in Italia, Francia, Germania e Spagna tra il 2018 e il 2022, collegare cospicui bonus per gli amministratori delegati al raggiungimento di migliori valutazioni Esg non è sempre efficiente. Nell’analisi l’Italia è risultata tra i paesi con i ceo più efficaci a raggiungere obiettivi Esg: traguardi tuttavia spesso vaghi, poco impegnativi e a basso impatto sul modello di business, con un alto rischio di greenwashing. «Siamo immersi in questa grande retorica delle capitalismo dal volto umano e delle leadership condivise e inclusive», spiega ancora Bruni, «ma quando poi guardi agli stipendi e vedi uno scarto di mille volte diventa tutto fumo negli occhi. È un problema di qualità morale dell’intero capitalismo». Una possibile soluzione? «Nel nostro piccolo potremmo iniziare a non acquistare i prodotti delle grandi aziende che strapagano i top manager. Ma prima ancora dei consumatori, a indignarsi dovrebbero essere gli azionisti».

Nella foto di apertura, di Mauro Scrobogna per LaPresse, Flavio Cattaneo, amministratore delegato di Enel, durante l’edizione 2025 di Atreju, il Festival di Fratelli d’Italia: guadagna 1,52 milioni annui che diventano 10,2 annui (lordi), sommando bonus e componenti variabili.

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Pietro Segata, nuovo presidente di “Agci imprese sociali”: «Il benessere dei nostri lavoratori è una priorità»

“Scenario attuale ed evoluzioni in corso: il ruolo della cooperazione sociale”, questo il titolo del congresso del settore sociale di Agci– Associazione Generale Cooperative Italiane che si è tenuto a Roma, presso Palazzo Merulana e ha visto l’elezione del bolognese Pietro Segata, presidente di Società Dolce al vertice di Agci imprese sociali. Segata raccoglie il testimone da Giuseppina Colosimo. Oltre a Segata la presidenza è così costituita: Marco Olivieri (vicepresidente vicario), Massimo Ramerino (vicepresidente), Antonella Cappadona, Pierandrea Costa, Giuseppe D’Anna, Emanuele Monaci, Federico Pericoli e Rocco Rota. 

Il settore imprese sociali di Agci nasce nel 1998 e oggi raggruppa 1.112 cooperative del settore sociale, per un totale di circa 212.777 soci,  53.633 occupati e un fatturato pari a 1.459.016.025 euro.


Quali gli obiettivi di mandato del neo presidente? Segata a colloquio con VITA ne individua quattro. Il primo è dare «piena cittadinanza alle imprese sociali». Già oggi le imprese sociali costituite in forma non cooperativa possono aderire al network senza però effettivo diritto di voto (se non in forma consultiva): «Proporrò al presidente nazionale Massimo Mota una modifica al nostro statuto affinché si avvii un processo in base al quale anche le imprese sociali a partecipazione cooperativa (ovvero possedute per almeno dal 51% da coop sociali) o che inseriscano nella governance il coinvolgimento dei dipendenti nella gestione e negli utili dell’azienda (sul modello tedesco in base alla riforma proposta dalla Cisl) possano godere del pieno diritto di voto».

Secondo punto: «L’estensione del contratto nazionale delle cooperative sociali come riferimento base per tutte le imprese sociali, anche non cooperative».

Terzo obiettivo: favorire la nascita di cooperative o consorzi di cooperative sociali a indirizzo plurimo, ovvero soggetti che gestiscono contemporaneamente i servizi socio-sanitari/educativi (tipo A) e le attività produttive finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate (tipo B). «Un orizzonte», ragiona Segata, «che contribuirà a rafforzare la sostenibilità e la capacità innovativa delle nostre imprese».

Infine il capitolo sul lavoro di cura. Su questo Segata ha un’idea ben definita: «Rendere Agci imprese sociali, non solo un organo di rappresentanza delle imprese, ma anche dei lavoratori. Dagli educatori agli assistenti sociali, dobbiamo lavorare a fondo per rendere attrattive queste professioni». Come in concreto? «Stiamo discutendo del rinnovo del contratto nazionale, che, in linea con le indicazioni del Governo, in prima battuta recupererà tutta l’inflazione, dopo di che dobbiamo mettere in campo altri strumenti, lavorando sul welfare aziendale, sulla previdenza integrativa e sulle prestazioni mutualistiche di assistenza sanitaria. Non dobbiamo nasconderci dietro un dito: oggi troppe nostre persone sono già o rischiano di finire nel perimetro dei lavoratori poveri. Invertire la rotta è una priorità». 

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Segata è una delle voci che parlano nel numero di VITA magazine in distribuzione “Social worker, senza di loro perdiamo tutti”, all’interno del quale trovate il “Manifesto del lavoro sociale” che presenteremo il 4 giugno a Torino. 

Tornando a Roma, all’evento, moderato dalla giornalista Rai Simona Rolandi, ha inviato un videomessaggio Alessandra Locatelli, ministro per le Disabilità. Mentre hanno partecipato dal vivo Maria Teresa Bellucci, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali; Massimiliano Maselli, assessore all’Inclusione sociale della Regione Lazio; Claudia Pratelli, assessora alla Scuola, Formazione e Lavoro del Comune di Roma; Cristina Almici, deputata di Fdi; Silvio Lai, deputato del Pd; Maria Chiara Gadda, deputata di Italia Viva; Marco Lombardo, deputato di Azione; Gabriele Sepio, avvocato esperto di Terzo settore ed economia sociale; il direttore di VITA Stefano Arduini; il professor Stefano Zamagni; il presidente di Confcooperative Federsolidarietà Stefano Granata e Massimo Ascari, presidente di Legacoopsociali. A concludere  i lavori è stato il presidente di Agci nazionale Massimo Mota

La viceministro al Lavoro con delega al Terzo settore, Maria Teresa Bellucci con il presidente nazionale di Agci Massimo Moro

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IL RUOLO DELLA LOTTA DI CLASSE OPERAIA NEL CONTESTO NAZIONALE

Straordinaria giornata a Gallarate sabato 23 maggio nella sede del Sindacato Generale di Classe che ha convocato una Conferenza Operaia a cui hanno partecipato avanguardie di lotta da tutta Italia.

Ero presente con altri compagni del nostro Partito per ascoltare e approfondire il rapporto con la classe operaia.

Sono stati trattati diversi temi e relazioni su luoghi specifici, ma in ognuno di essi emergeva il nesso generale che lega le lotte di queste avanguardie.

Il tema del salario, il tema della sicurezza del lavoro e il tema della guerra imperialista.

Con mio grande piacere alla fine sono stato anche invitato a portare il saluto del Partito. Ho quindi fatto emergere qualcosa che è implicito nei discorsi fatti durante la giornata, ossia il ruolo nazionale che la classe operaia svolge nel nostro Paese, così come negli altri.

Perché la rivendicazione salariale non è un tema corporativo, ma coinvolge l’interesse di sviluppo e innovazione di una nazione?

Il padronato è sempre stato bravo a demonizzare le rivendicazioni salariali in nome del superiore interesse dell’azienda. È il vecchio apologo di Menenio Agrippa, in cui lo stomaco esalta la propria funzione indispensabile rispetto alle varie membra. In realtà, vediamo che l’abbassamento della conflittualità e la costante compressione dei salari nei decenni ha fatto fare enormi passi indietro all’intera economia nazionale, in quanto la competizione rispetto ai costi non viene sviluppata attraverso innovazione e ricerca, ma solo abbassando la qualità del prodotto. i padroni si lamentano della bassa produttività italiana, di cui però sono loro gli unici responsabili e non chi esegue i lavori. Essendosi impossessati in prima persona delle leve della politica e avendo ridotto questa a mera cinghia di trasmissione dei loro diktat, tutti i governi che si sono succeduti non hanno svolto alcuna funzione dirigente. Gravissima quindi anche la corresponsabilità che portano i sindacati concertativi, avendo avallato questa tendenza che ha portato alla situazione di sottosviluppo odierna.

Perché le privatizzazioni fanno male alla società?

I lavoratori dell’ATM di Milano rappresentano un baluardo di lotta anche contro il tentativo di privatizzare una delle più antiche e prestigiose aziende italiane. La loro lotta difende non solo il loro posto di lavoro, ma il servizio pubblico per tutti i cittadini. Si osservi come, dopo avere spolpato le aziende pubbliche, in tutto il mondo occidentale si sta facendo un passo indietro. Portiamo come esempio quello delle ferrovie inglesi, privatizzate dalla Thatcher e ora al collasso. Ma la situazione di sanità, trasporti, ecc. è ormai una evidenza incontestabile. Naturalmente, solo il controllo operaio all’interno dell’azienda pubblica può garantire che essa non venga piegata a interessi clientelari.

Perché la sicurezza nelle aziende non garantisce solo i lavoratori all’interno, ma tutti i cittadini all’esterno?

In Italia 3 morti al giorno sul lavoro. E la tendenza non diminuisce. Si vedono anche casi in cui a perire sono anche i piccoli padroncini che prendono appalti sotto costo, anche da commesse pubbliche, e poi tagliano i costi nell’unico modo che la parte debole può fare, la sicurezza, un tiro di dadi sperando che vada bene. Per le grandi aziende invece impunità più totale. Ma se si taglia sulla sicurezza, vuol dire che si è tagliato anche su tutto il resto della qualità del prodotto o del servizio. E quindi è tutto il sistema che è compromesso. Sicurezza per i lavoratori, significa qualità, qualità di ciò che si produce, che si crea, barriera contro chi inquina il lavoro offrendosi sottocosto.

Perché contro la guerra?

Perché, quando si smette di produrre auto e si passa a produrre carri armati, si distrugge ricchezza e l’intera nazione ne paga le conseguenze. Non è solo furto da parte dei padroni delle aziende produttrici di armi, è saccheggio con distruzione di ricchezza. Non lasciamoci ingannare dal “keynesismo militare”, esso ha funzionato nel centro della cittadella imperialista, quando lo ha pagato tutto il resto del mondo sottomesso.

Perché la classe operaia è l’unica che può dichiararsi classe “nazionale”?

Perché è l’unica che può incarnare l’interesse generale di una nazione. Perché i suoi interessi – il salario, lo sviluppo, la sicurezza, il benessere, la pace – sono gli interessi di tutti e non di una sempre più ristretta minoranza.

Il Partito Comunista si batte perché la classe operaia riprenda la propria coscienza del proprio ruolo storico, così come lo avuto nel recente passato, al di là delle sconfitte momentanee.

 

 

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