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L’attacco israeliano contro la giornalista libanese Amal Khalil, minuto per minuto

Il 22 aprile 2026, nel sud del Libano, un attacco israeliano ha ucciso la giornalista del quotidiano Al Akhbar Amal Khalil e ferito gravemente l’operatrice di ripresa Zeinab Faraj.

Per Amnesty International è stato un crimine di guerra: a confermarlo è stata la ricostruzione dell’accaduto, basata sulle testimonianze dell’unica sopravvissuta e delle prime persone intervenute sul posto, su materiale audiovisivo e sulle comunicazioni tra i vari soggetti coinvolti nei mancati soccorsi.

Le due giornaliste hanno cercato riparo dopo che un attacco aereo israeliano contro l’automobile che le precedeva aveva ucciso due uomini. Nelle due ore successive, mentre alcuni droni sorvolavano la zona a distanza ravvicinata, altri due attacchi aerei hanno colpito prima la loro automobile, parcheggiata nelle vicinanze, e poi l’edificio in cui si erano rifugiate.

Dopo che il primo attacco aveva eliminato l’obiettivo dichiarato dalle forze armate israeliane e mentre due droni stavano sorvolando la zona a bassa quota, queste ultime sapevano, o avrebbero dovuto sapere, che due civili si erano rifugiate in quell’edificio.

L’attacco è avvenuto nel villaggio di al-Tiri, situato a circa sette chilometri dal confine israeliano, nel distretto di Bint Jbeil, nel sud del Libano. Il villaggio rientrava nella zona di “difesa avanzata”, il sei per cento del territorio libanese. Le forze armate israeliane presenti in questa zona avevano vietato il ritorno (il che non le esonerava dal rispetto degli obblighi del diritto internazionale umanitario) alle persone residenti e compiuto vaste distruzioni.

Amal Khalil e Zeinab Faraj stavano seguendo un veicolo a bordo del quale si trovavano Ali Nabil Bazzi, mukhtar di Bint Jbeil, un ruolo assimilabile a quello di un sindaco locale, e il suo amico Mohammed Hourani, residente sfollato, che volevano a loro volta verificare direttamente se le forze israeliane si fossero davvero ritirate da al-Tiri.

Intorno alle 14.25, subito dopo l’ingresso nel villaggio, le forze israeliane hanno centrato il veicolo con a bordo Ali Nabil Bazzi e Mohammed Hourani.

Zeinab Faraj ha raccontato ad Amnesty International che, al momento dell’attacco, lei e Amal Khalil si trovavano dietro, a bordo dell’automobile di Amal. Ha riferito di aver visto il veicolo davanti a loro esplodere, proiettando i due uomini fuori dall’abitacolo e prendendo fuoco.

Alle 14.36 Amal Khalil ha telefonato al soccorritore della Protezione civile libanese Moussa Chaalan per segnalare l’attacco. Questi ha subito contattato i colleghi della Protezione civile, la Croce rossa libanese e l’esercito libanese. La Croce rossa libanese ha così ricevuto la prima richiesta di un’ambulanza alle 14.38.

Mentre era in procinto di dirigersi sul posto, Moussa Chaalan ha ricevuto l’ordine di fermarsi a un posto di blocco dell’esercito libanese all’ingresso di al-Tiri. Infatti, l’autorizzazione ad accedere ai villaggi situati nella cosiddetta zona di “difesa avanzata” veniva coordinata dal Comitato tecnico militare per il Libano, comunemente indicato come Meccanismo di attuazione e monitoraggio del cessate il fuoco.

Mentre i droni israeliani continuavano a sorvolare la zona, le due giornaliste sono scese dall’automobile e hanno cercato riparo accanto a un muretto, vicino a un edificio abbandonato del villaggio, poi sotto la tettoia di lamiera danneggiata di un negozio situato al piano terra dell’edificio.

Alle 15.31 Moussa Chaalan, ancora fermo al posto di blocco, ha telefonato ad Amal Khalil esortandola a risalire in automobile e ad allontanarsi dalla zona. Non aveva infatti ancora ricevuto dal Meccanismo di monitoraggio l’autorizzazione a entrare nel villaggio e, di conseguenza, non disponeva di alcuna garanzia che l’esercito israeliano non avrebbe effettuato altri attacchi.

Intorno alle 15.40 un secondo attacco ha colpito l’automobile delle giornaliste, ferma nei pressi del luogo in cui si erano rifugiate.

Alle 15.48 Amal Khalil ha richiamato Moussa Chaalan per comunicargli di essere rimasta ferita: “Non riesco a fare nulla. Moussa, vieni a prendermi”.

Entrambe le donne sono rimaste ferite nell’esplosione. Una portiera dell’automobile è stata scagliata verso di loro e Zeinab Faraj l’ha usata per proteggere sé e la collega dalle fiamme. Ha raccontato: “Vetri e detriti sono volati verso di noi. Ho avuto la sensazione che mi fosse scoppiato un orecchio. Lei [Amal Khalil] perdeva molto sangue dal naso e dalla testa e aveva ferite da schegge al braccio e alla coscia; non riusciva a muovere la gamba”.

Con l’intensificarsi dell’incendio, le due donne sono riuscite a strisciare all’interno dell’edificio, passando attraverso una saracinesca danneggiata, e si sono nascoste in una piccola stanza. Una volta all’interno, Amal Khalil ha continuato a telefonare per chiedere soccorso. Zeinab Faraj ha riferito ad Amnesty International che tutte le persone contattate avevano detto di non poter raggiungere il luogo in cui si trovavano perché erano “in attesa dell’autorizzazione” del Meccanismo di monitoraggio, in pratica il consenso delle forze armate israeliane a sospendere il fuoco per consentire l’ingresso delle squadre di soccorso.

Moussa Chaalan ha raccontato ad Amnesty International: “Ho detto all’ufficiale dell’esercito al posto di blocco che sarei entrato, nonostante il rischio. Ma mi ha convinto a non farlo dicendomi: ‘E se venissi colpito prima di riuscire a raggiungerla? È meglio aspettare l’autorizzazione, per il suo bene e per il tuo’”.

Alla fine, Amal Khalil si è molto indebolita. Zeinab Faraj ha raccontato: “L’ho vista via via senza forze […] e poi ha perso conoscenza”.

L’ultima telefonata di Amal Khalil è stata alla sorella, alle 16.22.

Intorno alle 16.25 un terzo attacco ha colpito l’edificio in cui le giornaliste si erano rifugiate, provocandone il crollo e seppellendo entrambe sotto le macerie.

Poco dopo le 17 è stata concessa l’autorizzazione a entrare nella zona, ma soltanto alla Croce rossa libanese. I soccorritori hanno estratto Zeinab Faraj, che aveva riportato una frattura cranica, gravi ferite alla gamba destra e a un occhio e lo schiacciamento di una mano. Non sono invece riusciti a raggiungere Amal Khalil, che risultava ancora dispersa sotto le macerie.

Poco prima delle 18, le persone volontarie della Croce rossa libanese arrivate sul posto hanno riferito di essere state costrette a ritirarsi a causa della minaccia di ulteriori attacchi, portando via Zeinab Faraj e i corpi dei due uomini uccisi nel primo attacco.

Dopo un’ulteriore serie di telefonate da parte di organismi internazionali e delle autorità libanesi, compresi l’ufficio del presidente e quello del primo ministro, alle 19.20 è stata nuovamente concessa l’autorizzazione. Ciò ha consentito ai soccorritori della Croce rossa, a un’ambulanza e a un piccolo bulldozer di tornare sul luogo dell’attacco. Per rimuovere le macerie dei tre piani crollati erano tuttavia necessari mezzi più pesanti. Le operazioni di recupero, effettuate con un escavatore, sono iniziate intorno alle 21.

Moussa Chaalan ha raccontato che Amal Khalil è stata trovata sepolta sotto una colonna e un muro: “Era completamente schiacciata […] L’ho estratta con le mie mani”.

Nel certificato di morte, il medico legale ha indicato come ora del decesso le 19 e come causa “un arresto cardiaco dovuto a un trauma cranico e a una grave emorragia”.

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“Genocidio ecologico”: Israele dichiara guerra alle foreste del Libano

Sebbene le operazioni militari attive di Israele nel Libano meridionale siano cessate a metà giugno, la situazione nel sud rimane tutt’altro che tranquilla dopo la conclusione di un accordo quadro di cessate il fuoco.

di Leonid Tsukanov

15 agosto 2026

Gli abitanti del luogo ritengono che i disastri siano opera dell’esercito israeliano, che si sta creando una “zona sicura”. Queste convinzioni sono condivise da vigili del fuoco, ambientalisti e organizzazioni per i diritti umani, i quali accusano gli israeliani sia di aver commesso un genocidio ambientale contro il loro vicino arabo, sia di aver tentato di minare la motivazione della popolazione in esilio a tornare alle proprie case.

Tuttavia, giocare con il fuoco in questo modo rischia di ritorcersi contro Israele a lungo termine.

Non è più una coincidenza

Dalla metà dell’estate, gli incendi nel Libano meridionale si sono ripresentati con una regolarità invidiabile, divorando ogni volta aree sempre più vaste . Inoltre, i nuovi focolai si verificano in genere in zone remote con terreni impervi, il che ne rende difficile lo spegnimento rapido.

Di conseguenza, gli agenti atmosferici devastano vaste aree, danneggiando gli ecosistemi locali per le generazioni a venire.

Secondo gli analisti di Lighthouse Reports, dalla metà di giugno 2026, oltre il 20% dei terreni agricoli e delle foreste del Libano meridionale è stato distrutto o gravemente danneggiato dagli incendi. Ciò include boschi secolari di querce e pini da frutto, che fungono da barriera naturale, sia sanitaria che ecologica, per gli insediamenti abitativi.

Gli attivisti locali citano cifre ancora più deprimenti. In particolare, secondo le stime di Hussein Fakih , capo del Servizio di Protezione Civile di Nabatieh , le cui unità hanno partecipato allo spegnimento dei più grandi incendi a luglio e agosto, la furia degli elementi in alcune zone vicine alla linea del fronte ha lasciato circa il 40% del territorio devastato dalle fiamme.

Sia gli agricoltori che i vigili del fuoco sono convinti che i disastri siano principalmente causati dall’uomo. Ciò è dovuto in parte al fatto che, nonostante modelli climatici relativamente simili, i disastri naturali hanno colpito a malapena altre parti del paese, mentre il sud “brucia frequentemente e intensamente”.

La parte libanese accusa Israele dell’incidente, sostenendo che il suo esercito lancia regolarmente munizioni incendiarie contro le foreste locali. Solo nel mese di agosto, gli osservatori hanno documentato almeno tre casi di droni israeliani che hanno sganciato munizioni incendiarie su aree boschive nel sud del Paese. Inoltre, l’artiglieria israeliana ha periodicamente bombardato le foreste con proiettili al fosforo bianco.

Sono stati inoltre registrati numerosi casi di soldati israeliani che hanno lanciato razzi luminosi durante le ore diurne per appiccare a distanza incendi a erba secca e piccoli cespugli nella “zona grigia”.

E sebbene tali incidenti vengano ripetutamente liquidati come “accidentali”, la parte israeliana ostacola apertamente i vigili del fuoco nell’operato dei soccorsi. Ad esempio, l’11 agosto, le squadre locali della protezione civile intervenute in seguito all’impatto di un razzo di segnalazione sono state colpite da un drone israeliano.

Alberi morti

Tra gli abitanti del sud, l’attuale ondata di conflitti è stata opportunamente soprannominata la “guerra agli oliveti”. Oltre alle foreste, anche gli oliveti, un tesoro nazionale, vengono distrutti in massa dagli incendi.

Secondo le ultime stime, la superficie totale dei terreni di questa categoria distrutti e danneggiati dagli incendi supera già i mille ettari (circa il 5% della superficie totale degli oliveti nel sud).

Considerato che l’ulivo è una pianta perenne e che la distruzione anche di un solo oliveto maturo priva gli agricoltori locali di una fonte di reddito per diversi anni a venire, la distruzione dei loro oliveti lascia anche una parte significativa degli abitanti dei villaggi di confine senza la motivazione a tornare nei loro insediamenti abbandonati.

In questo modo, Israele incontrerà meno resistenza quando in seguito “recupererà” i territori abbandonati e li trasformerà in una “cintura di sicurezza” permanente lungo i confini.

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) respingono, come prevedibile, le accuse, definendole “falsa propaganda” e “macchinazioni di Hezbollah”. Allo stesso tempo, gli alti ufficiali militari libanesi non nascondono il fatto di non considerare le aree economiche meridionali territorio inviolabile.

Secondo una direttiva emessa dallo Stato Maggiore israeliano alla fine di maggio 2026, all’esercito è stato concesso il diritto di disboscare foreste e terreni agricoli vicino al confine qualora questi vengano utilizzati dal nemico per spostamenti clandestini, sorveglianza e installazione di infrastrutture.

In altre parole, Israele può facilmente giustificare qualsiasi rivendicazione da parte libanese come necessità operativa.

Un gioco pericoloso

D’altro canto, questo gioco letterale con il fuoco nasconde un pericolo anche per chi lo organizza. Controllare gli elementi non è sempre possibile.

Ad esempio, il 12 agosto, uno degli incendi, causato dal lancio di munizioni incendiarie israeliane, si è improvvisamente propagato nel territorio dello Stato ebraico, nella zona del torrente Snir, e si è esteso a tal punto che è stato necessario inviare sei aerei antincendio dello squadrone specializzato Elad per spegnerlo.

Per i coloni locali, che conducono una vita prevalentemente agricola, il fuoco non è meno pericoloso che per gli abitanti del Libano meridionale. Pertanto, reagiscono negativamente a qualsiasi tentativo da parte delle autorità di cimentarsi nella guerra ibrida, temendo che prima o poi il fuoco raggiunga le loro case.

Con Israele che si appresta ad affrontare difficili elezioni parlamentari, in cui è in gioco la carriera politica dell’attuale Primo Ministro Benjamin Netanyahu , il diffuso malcontento tra gli abitanti del nord, già risentiti nei confronti del governo per i numerosi errori commessi nella regione di confine, potrebbe complicare la campagna elettorale per i partiti di governo.

Hezbollah lo sa bene. Pertanto, non ha fretta di unirsi alla guerra contro gli agrumeti e di appiccare incendi vicino agli insediamenti israeliani, sperando evidentemente di giocare questa carta vincente più vicino a ottobre, al fine di convertire al massimo il malcontento dei coloni del nord in voti di protesta.

Fonte: Regnum.ru

Traduzione: Sergei Leonov

 
 
 

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L’occupazione israeliana continua ad attaccare e bombardare il Libano meridionale.

Fin da stamattina, l’occupazione israeliana ha attaccato diverse zone del Libano meridionale con colpi di artiglieria, esplosioni, attività di droni e raffiche di mitragliatrice.

Venerdì mattina, le forze di occupazione israeliane hanno condotto una serie di attacchi contro diverse aree del Libano meridionale , utilizzando artiglieria, esplosivi e raffiche di mitragliatrice.

L’artiglieria di occupazione israeliana ha preso di mira la periferia di Kfar Chouba, mentre a Bani Hayyan sono scoppiati incendi a causa dei continui bombardamenti israeliani sulla città.

🔴Israel is systematically destroying South Lebanon.

This is an illegal demolition of civilian homes today in Bani Hayyan.

Destroying civilian homes and infrastructure is an act of genocide. pic.twitter.com/FScYtsHvnO

— courtneybonneauimages (@cbonneauimages) August 13, 2026

Un drone israeliano ha sganciato materiale esplosivo su Ali al-Taher. Nel frattempo, l’esercito di occupazione israeliano ha aperto il fuoco con mitragliatrici in direzione di Zawtar al-Sharqiyah.

L’esercito di occupazione israeliano ha inoltre effettuato un’esplosione a Kounine, un’altra a Markaba e un’ulteriore esplosione nella zona tra Majdal Zoun e Mansouri. L’occupazione ha anche lanciato un raid aereo sulla stessa area, alla periferia di Mansouri.

Gli attacchi israeliani continuano nel Libano meridionale.

Durante la notte, le forze di occupazione israeliane hanno condotto nuovi attacchi nel Libano meridionale , tra cui bombardamenti di artiglieria ed esplosioni, mentre il regime israeliano continua la sua campagna distruttiva nella regione nonostante l’accordo quadro e i negoziati diretti tra Beirut e Tel Aviv.

Il corrispondente di Al Mayadeen ha riferito nella notte tra giovedì e venerdì che l’artiglieria dell’occupazione israeliana ha preso di mira Wadi Zibqin e le vicinanze delle alture di Ali al-Taher, nel Libano meridionale.

Un drone israeliano ha inoltre sganciato materiale esplosivo sulla zona di al-Mashaa a Mansouri, nel distretto di Tiro, nel Libano meridionale.

Nella serata di giovedì, le forze di occupazione israeliane hanno effettuato un’esplosione nella città di Hadatha, seguita da un’altra esplosione nella città meridionale di Taybeh.

Gli ultimi attacchi giungono mentre “Israele” continua a prendere di mira città e villaggi del Libano meridionale con bombardamenti di artiglieria, attacchi di droni, demolizioni e la distruzione di case e altre infrastrutture.

L’inchiesta documenta la distruzione sistematica

Gli ultimi attacchi si verificano in un contesto in cui cresce la documentazione sull’entità della distruzione inflitta al Libano meridionale .

Un’inchiesta visiva del Financial Times, condotta in collaborazione con Lighthouse Reports, ha documentato la distruzione sistematica perpetrata dalle forze israeliane nel Libano meridionale, che ha colpito decine di migliaia di case, scuole, terreni agricoli e foreste.

Le analisi satellitari di aree quali Khiam, Taybeh, Bint Jbeil e Hadatha hanno mostrato che interi comuni erano stati quasi completamente distrutti. L’indagine ha inoltre documentato prove di demolizioni effettuate con macchinari pesanti ed escavatori.

La distruzione ha colpito gravemente anche le infrastrutture essenziali. Secondo le indagini, sono stati distrutti almeno 2.500 chilometri di infrastrutture idriche, tra cui tubature e pozzi, e sono stati presi di mira anche i pannelli solari che alimentano gli impianti idrici.

Tutti i ponti sul fiume Litani sono stati distrutti, e solo due sono stati parzialmente riparati.

Fonte: Al Mayadeen

Traduzione: Fadi Haddad

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Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

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LA CATABASI IMPERIALE

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

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