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L’inclusione è la strada da imparare a percorrere

È un progetto che ha l’obiettivo di promuovere la sicurezza stradale e l’accesso alla mobilità tra migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Si chiama Stradabile ed è un’iniziativa di Fondazione Unipolis (500mila euro il valore dell’investimento) a cui hanno aderito, tra gli altri, Unhcr, Unasca, Uisp – Sport per tutti e i consigli regionali Unipol. 

A Stradabile hanno preso parte più di 300 beneficiari (migranti, rifugiate e richiedenti asilo di nove città italiane), con oltre 100 voucher per coprire i costi per conseguire la patente B e, per alcuni di loro, la patente C. 

Quattro o due ruote per Stradabile

Attraverso corsi di sicurezza stradale, i partecipanti acquisiscono competenze utili alla mobilità quotidiana e al lavoro. Vengono affrontati temi come segnaletica, comportamenti corretti e uso dei veicoli. La formazione è accompagnata da momenti di confronto e consapevolezza culturale.
Ottenere la patente significa guadagnare indipendenza, dignità e nuove opportunità. Non solo quattro ruote. 
Del progetto Stradabile esiste anche una versione a pedali: Stradabile a pedali. Un percorso dedicato a 200 donne migranti che vogliono conquistare autonomia in città attraverso la bicicletta. Imparano a pedalare in sicurezza e a riconoscere la segnaletica. E non è finita. 

Sicurezza stradale e inclusione

Il progetto offre anche una piattaforma digitale pensata per persone straniere che vivono e si muovono in Italia. Non solo sicurezza stradale, ma anche consigli pratici per orientarsi: come usare i mezzi pubblici, cosa fare in caso di controlli, come spostarsi in modo sicuro in bici o in auto. I contenuti sono multilingue e interattivi, costruiti insieme ai partecipanti ai percorsi. Uno spazio semplice e accessibile, che aiuta a sentirsi più sicuri e indipendenti negli spostamenti quotidiani. «L’equità d’accesso e di opportunità è l’obiettivo primario degli interventi della fondazione: per questo abbiamo scelto di portarla al centro anche delle nostre iniziative sulla mobilità, un diritto e un fattore d’accesso per molti altri diritti», spiega Marisa Parmigiani, consigliera delegata di Fondazione Unipolis. 

Andrea De Bonis,  protection associate Unhcr, ha sottolineato l’importanza «di investire sulla mobilità per favorire l’integrazione delle persone rifugiate». E ricorda: «Abbiamo aderito subito con grande entusiasmo alla proposta di Fondazione Unipolis. Ci hanno entusiasmato», dice sempre De Bonis, «gli obiettivi del progetto sia in relazione a quello immediato e diretto, e cioè supportare 100 persone rifugiate nell’ottenimento della patente che è già un grande risultato, ma anche in relazione all’obiettivo, diciamo indiretto, di cercare di aprire attraverso il progetto un dibattito sull’importanza di investire sulla mobilità per favorire l’integrazione delle persone rifugiate». 

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

Stradabile è dunque un percorso che accompagna persone migranti a conquistare autonomia e sicurezza negli spostamenti quotidiani e unisce formazione, pratica e socialità, per diventare più sicuri, più autonomi, più integrati nella vita urbana e comunitaria. 
Il progetto è articolato in tre fasi. Si parte con corsi di educazione stradale: segnaletica, comportamenti corretti, regole per muoversi in bici o in auto. 
La sicurezza è la base per ogni passo successivo. Nella seconda fase i partecipanti imparano ad andare in bicicletta o ad avvicinarsi alla patente, acquisendo fiducia negli spostamenti e nuove competenze pratiche. 
Mentre nella terza, la mobilità diventa occasione di inclusione sociale e lavorativa: gite e attività di comunità, voucher per la patente, esperienze che rafforzano lingua, dignità e opportunità.

L’intervista Marisa Parmigiani

La mobilità? È un diritto fondante. Senza mobilità si limita l’accesso al lavoro, all’istruzione. Anche il diritto alla casa senza mobilità si restringe di molto. Il progetto Stradabile ideato da Fondazione Unipolis  si rivolge ai soggetti più fragili, ai richiedenti asilo, ai rifugiati e alle donne migranti in particolare, e si propone di offrire loro uno strumento per essere autonomi. Ne parliamo con Marisa Parmigiani (nella foto), consigliera delegata di Fondazione Unipolis.

Filantropi Marisa Parmigiani Fondazione Unipolis

Parmigiani, perché questo progetto? 

Siamo la fondazione di Unipol, leader della mobilità, e crediamo che potersi muovere sia un diritto fondante e come tale vada garantito.

In che cosa sposa al meglio la vostra visione filantropica attuale?

Stradabile abilita e costruisce sostenibilità nel tempo. Conseguire la patente o imparare ad andare in bicicletta e a manutenerla sono strumenti che una volta appresi non si perdono. Non è un intervento spot.

Cosa l’ha convinta delle organizzazioni partner?

In passato abbiamo già collaborato con Unhcr e trovato nell’organizzazione serietà, competenza e la capacità di coinvolgere persone che hanno molto bisogno, ma che spesso fanno fatica ad accedere all’informazione rispetto ai servizi e ai supporti che possono essere messi a loro disposizione. Con Unasca abbiamo avuto esperienze precedenti che ci hanno confermato la serietà del loro intervento e il loro approccio attento ai bisogni della persona. Non ultima, Uisp è stata una scelta attivata dalla loro presenza radicata sui territori e dalla loro capacità di coniugare attività ludico-sportiva e valori sociali.

C’è un momento dello svolgimento che l’ha colpita? 

È stato emozionante partecipare ad alcuni momenti di formazione sull’uso della bicicletta per donne migranti. Vederle fiere di essere in grado di essere autonome, dimostrare di essere protagoniste e che ce la stanno facendo è un aspetto molto importante del progetto. 

Il progetto ha qualche particolarità in termini di valutazione di impatto o di rendicontazione?

La differenza con altre iniziative è che, attraverso dei focus group, con questo progetto andiamo ad ascoltare la valutazione direttamente dai beneficiari.

Nell’immagine in apertura un momento della formazione di Stradabile a pedali – tutte le foto da Ufficio stampa

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In risposta alle scelte del governo sulla scuola con i volontari SCU la scuola di italiano per stranieri apre anche ai minori migranti

Mentre il dibattito politico si concentra sul numero di alunni stranieri nelle scuole e alle classi ghetto “Io, Noi ODV” e il centro territoriale romano del Movimento Nonviolento scelgono di rispondere alla questione fondamentale mettendo in gioco le proprie risorse: che cosa possiamo fare perché gli studenti stranieri possano davvero diventare parte della nostra comunità [...]

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Perché la legge Bossi-Fini è la fabbrica dei clandestini: produrre i nemici per scagliarcisi contro

Quando nel luglio del 2013 Papa Francesco scelse Lampedusa come primo viaggio del suo pontificato, non andò a parlare di immigrazione. Andò a parlare di indifferenza. Denunciò quella che definì la “globalizzazione dell’indifferenza”: uomini, donne e bambini che morivano nel Mediterraneo mentre l’Europa discuteva di quote, confini e procedure.

Tredici anni dopo anche Leone XIV sceglie Lampedusa. Non è soltanto una visita pastorale. È un messaggio politico, nel senso più alto del termine, è un invito all’Europa a tenere insieme regole e accoglienza. Ed è un messaggio che arriva nel momento in cui il vento soffia nella direzione opposta. Negli Stati Uniti Donald Trump ha trasformato l’immigrazione nel principale terreno di scontro politico, tra deportazioni di massa, muri e retate. In Europa avanzano governi e partiti che considerano ogni barcone una minaccia e ogni politica di integrazione una resa. Ovunque sembra prevalere la tentazione di sostituire il governo dei fenomeni con la loro rappresentazione: meno soluzioni, più slogan; meno regole efficaci, più propaganda. È dentro questo clima che Lampedusa torna a essere una coscienza. Ricorda che controllare i confini è un dovere degli Stati. Ma costruire deliberatamente irregolarità non è una politica. È un fallimento. E proprio qui emerge il paradosso italiano. Esiste una categoria di persone che la destra detesta più di ogni altra: i migranti irregolari. Ne parla ogni giorno. Li indica come il simbolo del degrado, dell’insicurezza, dell’illegalità. Promette di rimpatriarli, di espellerli, di fermarli, di mandarli in Albania.

Sono la materia prima di ogni campagna elettorale. Poi accade una cosa curiosa. La stessa destra difende con i denti la legge che quegli irregolari li produce. La Bossi-Fini è ormai un monumento politico. Dal 2002 non si tocca. È diventata una reliquia identitaria. Guai a dire che forse non funziona. Verresti immediatamente catalogato tra gli amici dell’immigrazione incontrollata. E invece basterebbe leggere i numeri. Meno di un ingresso su dieci previsto dai Decreti Flussi si trasforma davvero in un permesso di soggiorno e in un contratto di lavoro. Gli altri finiscono nel limbo. Invisibili. Ricattabili. Perfetti per il lavoro nero, il caporalato, l’economia sommersa. Una legge nata per combattere la clandestinità produce clandestini in serie. Un piccolo capolavoro. Naturalmente il governo Meloni sa benissimo che l’Italia ha bisogno di lavoratori stranieri. Lo dimostra ogni anno quando approva nuovi Decreti Flussi autorizzando centinaia di migliaia di ingressi. Ed è qui che il racconto diventa irresistibile. Perché oggi i più accesi sostenitori della “remigrazione” sono gli stessi che ieri hanno votato quei decreti. I deputati vannacciani, oggi in Futuro Nazionale, nel 2024 votarono il decreto che autorizzava oltre 450 mila lavoratori stranieri. Forse erano altri? Forse un’improvvisa epidemia di omonimia parlamentare. Oppure, più semplicemente, cambiano le parole d’ordine con la stessa rapidità con cui si cambia gruppo parlamentare. Prima servivano lavoratori. Adesso servono nemici.

La verità è molto meno epica. L’Italia invecchia. Nascono sempre meno bambini. Mancano muratori, infermieri, badanti, camerieri, operai agricoli. Lo ripetono gli imprenditori. Lo sanno i sindaci. Lo sa il governo. Lo sanno tutti. Ma anziché costruire un sistema semplice per fare entrare chi serve, identificarlo, farlo lavorare, pagare le tasse e i contributi, preferiamo costruire un labirinto amministrativo che trasforma persone regolari in persone irregolari. Poi ci indigniamo perché esistono gli irregolari. È un meccanismo quasi perfetto. Prima li fabbrichiamo. Poi li utilizziamo come prova che avevamo ragione. La Bossi-Fini è questo: una gigantesca macchina della clandestinità di Stato. Non perché favorisca l’immigrazione. Perché favorisce l’immigrazione irregolare. Costringe lo Stato a rincorrere permessi, rinnovi, pratiche, timbri e ricorsi, mentre i controlli veri sul lavoro nero restano insufficienti e lo sfruttamento prospera.

Sarebbe curioso chiedere a un elettore di destra se preferisce uno straniero identificato, assunto regolarmente, che versa contributi e paga le tasse, oppure uno sconosciuto senza documenti, senza contratto e nelle mani dei caporali. Probabilmente sceglierebbe il primo. Eppure continua a votare chi difende il secondo modello. Perché la destra ha scoperto una cosa straordinaria: alcuni problemi sono troppo redditizi per essere risolti. L’immigrazione irregolare è uno di questi. Se diminuisse davvero, bisognerebbe trovare un altro argomento con cui spaventare gli italiani. E Lampedusa tornerebbe a essere ciò che dovrebbe essere: un’isola del Mediterraneo. Non il luogo in cui, da tredici anni, due Papi sono costretti a ricordare alla politica una verità elementare: l’immigrazione si governa con regole giuste, canali legali e controlli efficaci, non costruendo clandestini per poi usarli come bersaglio della propria propaganda.

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