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Più ore, meno diritti, zero futuro: il neoliberismo di Merz


di Fabrizio Verde

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito che la situazione economica del Paese è "molto critica" e che la Germania non è più sufficientemente competitiva, secondo il quotidiano teutonico Bild.

Durante il suo discorso a centinaia di imprenditori nella città di Halle, ha sostenuto che l'economia non può prosperare con una settimana lavorativa di quattro giorni o con l'attenzione all'equilibrio tra lavoro e vita privata. Ha citato gli elevati costi energetici, l'eccessiva burocrazia e, soprattutto, quello che ha descritto come un costo del lavoro eccessivamente elevato.

Merz ha chiarito di aspettarsi "maggiore produttività, maggiore impegno e orari di lavoro più lunghi" dalla forza lavoro. Ha affermato che la ricerca dell'equilibrio tra lavoro e vita privata, abbinata alla settimana lavorativa di quattro giorni, è "insostenibile" per l'economia tedesca e ha chiesto incentivi per incoraggiare le persone a lavorare più a lungo, sottolineando che non tutti i lavori sono fisicamente impegnativi.

Ha inoltre espresso la sua aspettativa di una crescita economica di almeno l'1% entro il 2026. Parte di questo aumento, ha indicato, sarà raggiunto perché diversi giorni festivi cadranno nei fine settimana, liberando più ore di lavoro. Come punto di riferimento, ha citato la Svizzera, dove, a suo dire, la popolazione lavora circa 200 ore in più all'anno rispetto alla Germania, aggiungendo di non vedere "ragioni genetiche" per cui i tedeschi non possano fare qualcosa di simile.

Neoliberismo in purezza: un’ideologia fallimentare

Quello proposto da Merz non è semplice pragmatismo economico: è neoliberismo in purezza, un’ideologia che, sotto la maschera della “libertà economica”, ha prodotto ovunque disuguaglianze, crisi democratiche e ovviamente economiche, oltre a un impoverimento generalizzato delle classi lavoratrici e popolari. È un modello che, lungi dall’essere neutrale o tecnico, impone scelte politiche precise: tagli ai diritti sociali, precarizzazione del lavoro, smantellamento dello Stato sociale, deregolamentazione selvaggia e subordinazione della democrazia agli interessi del capitale finanziario.

Come da varie analisi del fenomeno, il neoliberismo – nato verso la fine degli anni ’70 con Reagan e Thatcher - si presenta come ideologia che pone la libertà economica al centro di ogni altra libertà. Tuttavia, i dati storici e statistici dimostrano con chiarezza che non ha generato né crescita sostenibile né benessere diffuso. Anzi: dopo la crisi del 2008, è emerso con forza che i mercati non sono affatto “autoregolanti”. Non esiste la fantomatica mano invisibile capace di regolarli. Questi invece sono instabili, speculativi e inclini al collasso senza intervento pubblico.

In Occidente, il periodo neoliberista ha coinciso con un’impennata delle disuguaglianze. Negli Stati Uniti, l’indice di Gini - che misura la disuguaglianza dei redditi - è salito dal 34,7 del 1980 al 41,3 del 2022, il livello più alto tra i paesi occidentali. Anche in Europa, pur con minore intensità, la tendenza è stata la stessa: tagli alle tasse sui redditi alti e sul capitale, compressione salariale, riduzione della spesa pubblica e smantellamento del welfare hanno favorito i ricchi e privilegiati a scapito della larghe masse popolari.

La teoria del “trickle-down” - secondo cui i ricchi, se lasciati liberi di accumulare ricchezza, la “faranno gocciolare” verso il basso - è stata definitivamente smentita persino dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Al contrario, studi recenti mostrano che un aumento della quota di reddito detenuta dai più ricchi riduce la crescita economica, perché i ricchi risparmiano più di quanto consumino, e i loro capitali finiscono spesso in attività speculative anziché produttive.

Ma il danno più profondo è stato politico. L’aumento delle disuguaglianze ha alimentato sfiducia nelle istituzioni democratiche, astensionismo, rabbia sociale e la crescita di movimenti paseudo-populisti, spesso legati all’estrema destra. Le élite politiche, sempre più dipendenti dal potere finanziario, hanno perso contatto con le esigenze reali dei cittadini. Il risultato? Un vuoto di rappresentanza che ha aperto la strada a figure come Donald Trump o lo stesso Merz.

In Europa, la situazione è meno drammatica, ma non per merito del neoliberismo: anzi, è grazie al residuo welfare continentale, più robusto di quello anglosassone, che la disuguaglianza è rimasta leggermente più contenuta. Tuttavia, il quadro istituzionale europeo - con i suoi vincoli in materia fiscale e il Patto di Stabilità di matrice ordoliberale - impedisce riforme efficaci e l’implemetazione delle necessarie politiche economiche capaci di risollevare le economie e le condizioni di vita dei lavoratori. Qualsiasi governo intenzionato a intervenire su questo versante, si trova con le mani praticamente legate.

L’unica via d’uscita è un cambio radicale di paradigma: politiche espansive, investimenti massicci in innovazione e misure redistributive a favore delle classi medie e basse. 

La de-industrializzazione della Germania: frutto del neoliberismo e dell’ideologia anti-Russia

A questa cornice ideologica si è aggiunta, negli ultimi anni, una scelta strategica catastrofica: la rinuncia volontaria all’energia a basso costo fornita dalla Russia. Questa decisione, dettata più da logiche geopolitiche ideologiche che da una reale valutazione degli interessi nazionali, ha accelerato un processo già in atto: la de-industrializzazione della Germania.

L’industria tedesca, la cosiddetta locomotiva dell’economia europea, si basava su un accesso stabile, sicuro ed economico al gas russo. Con la fine di questo flusso - non sostituito in tempo né da alternative competitive né da una transizione pianificata - i costi energetici sono schizzati alle stelle, rendendo molte produzioni non più competitive a livello globale. Decine di impianti chimici, siderurgici, ceramici e meccanici hanno chiuso o delocalizzato, portando con sé posti di lavoro qualificati, know-how industriale e capacità produttiva strategica.

Questa scelta non è stata un incidente, ma la conseguenza diretta di un pensiero economico neoliberista che, da un lato, ha smantellato la pianificazione pubblica e la sovranità energetica, e dall’altro ha subordinato la politica economica a narrazioni morali semplificate. Il risultato è un paradosso: un Paese che un tempo guidava l’industria europea ora vede svuotarsi le sue fabbriche, mentre i suoi leader propongono di “lavorare di più” per compensare un declino strutturale causato da scelte politiche sbagliate.

La Germania non sta affrontando una semplice crisi congiunturale: sta vivendo il collasso della sua base industriale, erosa dal combinato disposto di trent’anni di deregulation, tagli agli investimenti pubblici e ora da una rottura geopolitica gestita con arroganza ideologica. Eppure, invece di riconsiderare il modello, Merz insiste nel chiedere sacrifici ai lavoratori, come se il problema fosse la loro pigrizia e non il fallimento di un’intera visione del mondo.

Il laboratorio cileno: il neoliberismo nato nel sangue

Se si vuole comprendere fino in fondo la natura violenta del neoliberismo, si deve volgere lo sguardo al passato, precisamente al Cile del 1973. Fu lì, con il golpe militare guidato da Augusto Pinochet - sostenuto dagli Stati Uniti - che il neoliberismo fu applicato per la prima volta su larga scala, non come scelta democratica, ma come esperimento imposto con la forza.

Salvador Allende, primo presidente marxista eletto democraticamente in America Latina, aveva avviato riforme sociali ambiziose: nazionalizzazione del rame, delle banche e delle telecomunicazioni, programmi di welfare e occupazione per i più poveri. La sua visione minacciava gli interessi delle multinazionali nordamericane come l’Anaconda Copper e l’ITT, e soprattutto contraddiceva la dottrina praticata dalla Casa Bianca durante la Guerra Fredda.

Così, con l’appoggio diretto della CIA e l’ordine esplicito di Nixon di “far gridare l’economia cilena”, Allende fu rovesciato. Il 11 settembre 1973, il palazzo presidenziale fu bombardato; Allende morì. Al suo posto, Pinochet instaurò una dittatura fascio-liberista brutale che durò diciassette anni.

Fu allora che entrarono in scena i cosiddetti “Chicago Boys”: un gruppo di economisti cileni formati all’Università di Chicago sotto la guida di Milton Friedman e influenzati da Friedrich Hayek. Appena insediati nei ministeri, imposero una “terapia d’urto”: privatizzazioni di massa, abolizione dei controlli sui prezzi, deregolamentazione finanziaria, tagli al welfare. L’inflazione calò, ma a caro prezzo: disoccupazione di massa, crollo del potere d’acquisto, disuguaglianze esplosive.

Nel 1982, il sistema crollò: il Cile fu travolto dalla crisi del debito latinoamericano con un crollo del PIL del 14%, il peggiore della regione. Solo allora, con misure pragmatiche - tra cui la nazionalizzazione di banche in fallimento, ironicamente simili a quelle di Allende - l’economia si riprese. Ma il danno sociale era irreversibile.

Intanto, il regime di Pinochet terrorizzava la popolazione: 30.000 persone torturate, 2.500 uccise, 1.300 “desaparecidos”, gettati dagli elicotteri in mare, migliaia costretti all’esilio. Il neoliberismo cileno non fu un “miracolo”, come lo definì Friedman, ma un progetto autoritario costruito sul terrore, dove la libertà di mercato andava di pari passo con la repressione politica.

Come ebbe a scrivere Naomi Klein, si trattò di una “dottrina dello shock”: approfittare del caos, della paura e della violenza per imporre riforme che nessuna società davvero libera avrebbe mai accettato.

Oltre il neoliberismo: la via cinese

Oggi, le parole di Friedrich Merz risuonano come un sinistro déjà vu. Chiedere più ore di lavoro, demonizzare il diritto al tempo libero, ignorare i costi umani della “competitività” sfrenata significa tornare a quella stessa ideologia che ha devastato interi continenti.

Il neoliberismo non è una soluzione: è il problema. Lo dimostra con chiarezza l’esperienza cinese, dove la crescita economica senza precedenti degli ultimi decenni è stata guidata non dal libero mercato selvaggio, ma da un sistema misto, socialista, con un forte ruolo dello Stato nell’indirizzo strategico dell’economia, nella pianificazione industriale e nel controllo dei settori chiave. Pechino non ha seguito le ricette del FMI o le bislancche teorie di Friedman, ma ha costruito un modello in cui il mercato è uno strumento - non un padrone quasi venerato - al servizio dello sviluppo nazionale e del benessere collettivo. Non a caso, i dirigenti cinesi hanno studiato con attenzione anche l’esperienza italiana della Prima Repubblica, con il suo intreccio tra imprese pubbliche, politica industriale e welfare diffuso: un modello che, pur con tutti i suoi limiti, aveva saputo coniugare crescita, occupazione e coesione sociale, prima che il vento neoliberista ne decretasse la fine.  

Respingere il neoliberismo non è nostalgia per il passato, ma necessità per il futuro. Serve un nuovo patto sociale, fondato sul ritorno della guida pubblica nell’economia, sulla solidarietà, sulla redistribuzione delle risorse, sulla democrazia economica.

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Sanzioni, petrolio e Machado: le tre grandi menzogne sul Venezuela che Trump ha involontariamente smascherato


di Fabrizio Verde

Nel profluvio di narrazioni distorte e notizie false sul Venezuela bolivariano, scatenate in seguito al criminale attacco militare statunitense culminato nel sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, alcune enormi bugie sono state clamorosamente smentite dallo stesso Donald Trump. Tra queste spicca la falsa rappresentazione secondo cui il Venezuela sarebbe un paese economicamente fallito per colpa di una presunta “dittatura” o di una cattiva gestione intrinseca al socialismo, quando in realtà è stato oggetto per anni di una campagna sistematica di strangolamento economico pianificata scientificamente da Washington. Le sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti - definite da esperti delle Nazioni Unite come misure coercitive illegali secondo il diritto internazionale - hanno avuto un impatto devastante sulla popolazione civile, bloccando l’accesso a medicine, cibo, pezzi di ricambio per infrastrutture essenziali e persino ai diluenti necessari per rendere commercializzabile il petrolio pesante venezuelano. Queste misure, applicate a partire dal 2015 e intensificate nel 2019 sotto la prima amministrazione Trump, non solo hanno paralizzato l’industria petrolifera nazionale, ma hanno anche impedito ad aziende straniere di operare legalmente nel paese, nonostante fossero disposte a farlo. Il risultato è stato un danno economico stimato in centinaia di miliardi di dollari e la morte prematura di decine di migliaia di persone a causa della carenza di farmaci e servizi sanitari, come documentato da organizzazioni indipendenti.

 
 
 
 
 
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È proprio in questo contesto che va letta la dichiarazione fatta da un dirigente della Halliburton durante un incontro alla Casa Bianca: “Uscimmo a causa delle sanzioni… avevamo intenzione di restare”. Una dichiarazione che smonta definitivamente la narrativa secondo cui le imprese straniere avrebbero abbandonato il Venezuela per mancanza di opportunità o per instabilità politica. Al contrario, erano pronte a investire, ma furono costrette a ritirarsi per ordine diretto del governo statunitense. Questo fatto dimostra che gli ostacoli all’investimento non provengono da Caracas, bensì da Washington, che ha usato le sanzioni non come strumento di pressione diplomatica, ma come arma di guerra economica totale. Oggi, paradossalmente, lo stesso Trump - dopo aver ordinato un attacco militare contro il paese e averne rapito il capo di Stato - dichiara di voler “riportare” le compagnie petrolifere in Venezuela, ignorando che sono state proprio le sue politiche a renderlo impossibile. Le sanzioni, infatti, non solo hanno isolato finanziariamente il Venezuela dai mercati internazionali, impedendo alla compagnia petrolifera statale PDVSA di accedere al sistema bancario globale o di emettere titoli di debito, ma hanno anche creato un clima di incertezza giuridica che scoraggia qualsiasi investitore serio. Persino Chevron, l’unica compagnia statunitense autorizzata a operare con una licenza parziale, lo fa in condizioni estremamente limitate, mentre altre multinazionali europee continuano a chiedere invano al Tesoro statunitense il permesso di tornare.

Parallelamente, la narrazione occidentale sulla presunta popolarità dell’oppositrice Maria Corina Machado (golpista a cui è stato assegnato il premio Nobel per la Pace) si rivela altrettanto fasulla. Trump, in persona, ha dichiarato di non sapere nemmeno dove si trovi e ha affermato con chiarezza: “Per lei sarebbe molto difficile essere una leader. Non gode di rispettto in tutto il paese”. Questa dichiarazione demolisce la costruzione mediatica secondo cui Machado, inabilitata a candidarsi per gravi irregolarità, godrebbe di un ampio sostegno popolare, così come il suo candidato fittizio Edmundo González, che continua a proclamarsi vincitore delle ultime elezioni senza prove né legittimità democratica. La realtà è ben diversa: a una settimana dal bombardamento criminale e dal sequestro di Maduro e Flores, il popolo venezuelano è sceso massicciamente in piazza in oltre cento città del paese. Da Caracas a Sucre, da Bolívar a Zulia, passando per Guárico, Cojedes e Miranda, migliaia di cittadini hanno organizzato veglie permanenti, tribune anti-imperialiste e marce di resistenza, chiedendo con fermezza il ritorno immediato dei loro leader. Questa mobilitazione spontanea e radicata - coordinata dal Partito Socialista Unido del Venezuela (PSUV) ma sostenuta da movimenti sociali, comuni popolari e istituzioni locali - testimonia non solo la legittimità del governo bolivariano, ma anche il profondo radicamento del progetto politico inaugurato da Hugo Chávez e continuato da Maduro.

Il Venezuela bolivariano, infatti, rappresenta un caso di studio emblematico nel panorama politico contemporaneo, non solo per quanto riguarda la sua concezione di democrazia partecipativa e sostanziale, ma anche per il modo in cui sfida le fallaci ideologie dominanti dei regimi liberali occidentali. Questo modello, spesso criticato o frainteso dai media mainstream, si distingue nettamente dalle democrazie liberali formali che dominano in Europa e Nord America. Attraverso un’analisi dei recenti sviluppi politici e costituzionali, è possibile evidenziare come il paese stia cercando di costruire un sistema democratico che vada oltre la mera rappresentanza formale, puntando invece su una partecipazione diretta e sostanziale dei cittadini. La riforma promossa da Maduro ne è un esempio: non è un atto tecnocratico calato dall’alto, ma un processo inclusivo che coinvolge attivamente tutti i settori della società, compresi i gruppi storicamente marginalizzati come le comunità afrovenezuelane e indigene. Questo approccio può essere interpretato alla luce della teoria del populismo progressista di Ernesto Laclau, secondo cui diverse identità sociali si aggregano attorno a un progetto comune. Nel caso venezuelano, la Costituzione diventa il luogo simbolico e pratico di questa aggregazione, capace di riflettere le aspirazioni di una coalizione ampia e plurale.

La democrazia venezuelana si fonda su quella che la Costituzione bolivariana del 1999 – fortemente voluta da Hugo Chavez - definisce “democrazia partecipativa e protagonista”. Strumenti come i Consigli Comunali, i Comitati Locali di Approvvigionamento e Produzione (CLAP) e il Sistema Patria permettono ai cittadini di decidere direttamente sulle politiche pubbliche, sulla distribuzione delle risorse e sulla pianificazione locale. Questo modello contrasta nettamente con le “postdemocrazie” descritte dal politologo britannico Colin Crouch, dove il dibattito elettorale è ridotto a uno spettacolo controllato da élite economiche e professionali, mentre la massa dei cittadini rimane passiva e apatica. In Venezuela, al contrario, il potere non è monopolio di istituzioni centralizzate, ma viene decentrato e messo nelle mani delle comunità attraverso meccanismi di autogoverno popolare. Questa trasformazione dello Stato - dal burocratismo verticale al potere comunale - mira a realizzare quella “democrazia radicale” auspicata da Roberto Mangabeira Unger, in cui i cittadini non sono semplici elettori, ma protagonisti attivi della vita politica ed economica.

La visione bolivariana si inserisce inoltre in una più ampia prospettiva di liberazione latinoamericana. Maduro ha più volte richiamato la figura di Simón Bolívar e i “tre anelli di forza” per l’unificazione del continente, sottolineando come la sovranità nazionale, l’integrazione regionale e la resistenza all’imperialismo siano pilastri inscindibili del progetto rivoluzionario. In questo senso, il Venezuela non difende soltanto il proprio diritto a esistere come nazione libera e indipendente, ma rappresenta un baluardo contro il neocolonialismo globale. La teoria del pensiero decoloniale, elaborata da intellettuali come Aníbal Quijano e Immanuel Wallerstein, aiuta a comprendere questa lotta come un tentativo di rompere le catene della dipendenza economica e culturale imposte dal sistema-mondo capitalistico. Il modello venezuelano, con la sua enfasi sulla sovranità alimentare, energetica e tecnologica, è una risposta concreta a questa eredità coloniale.

Mentre Trump annuncia di voler gestire il Venezuela e minaccia nuovi attacchi per impadronirsi del “suo” petrolio e venderlo ai concorrenti degli USA come la Cina, il Venezuela ribadisce con i fatti che la vera ricchezza non sta solo nel sottosuolo, ma nella coscienza politica e nell’organizzazione del suo popolo. La democrazia bolivariana non è perfetta, né immune da contraddizioni, ma è viva, in movimento, capace di mobilitare milioni di persone non per difendere un regime, ma per proteggere un sogno: quello di un mondo più giusto, più egualitario e più libero. E in questo sogno, il petrolio, come la sovranità, appartiene al popolo, non agli interessi imperiali perfettamente incarnati dalla brutalità neocolonialista di Donald Trump.

 

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