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La nuova Germania: tra transizione verde e industriale

Da decenni la Germania è considerata il “motore d’Europa”, in virtù del suo ruolo di principale potenza industriale dell’Unione europea e del contributo determinante che offre alla crescita economica e alla competitività del continente. Gli ultimi due cancellierati di Friedrich Merz e Olaf Scholz, hanno infatti evidenziato un significativo cambiamento di rotta della Germania, non soltanto nell’ambito della politica di difesa, ma anche nella promozione di una strategia di crescita energetica volta a sostenere sia il comparto civile sia quello militare.

Il cambio di rotta energetico tedesco

La politica energetica tedesca si fonda sulla dottrina della Energiewende (transizione energetica). Tale processo, avviato tra gli anni Sessanta e Settanta, ha acquisito una rilevanza decisiva soprattutto durante il cancellierato di Angela Merkel, a seguito del disastro nucleare di Fukushima. Ciò ha determinato una profonda revisione della strategia energetica nazionale e l’accelerazione del progressivo abbandono del nucleare. In una fase più recente, il sistema energetico tedesco ha subito ulteriori trasformazioni in seguito agli eventi del 24 febbraio 2022, con la conseguente ridefinizione dei flussi di approvvigionamento di gas naturale liquefatto (GNL) e petrolio dalla Russia. In questo contesto, il cancelliere Olaf Scholz ha richiamato i principi della Energiewende, promuovendo una strategia di diversificazione delle fonti energetiche volta a ridurre la dipendenza da fornitori esterni. L’espansione delle infrastrutture per il GNL, insieme al temporaneo prolungamento dell’utilizzo del nucleare, del carbone e alle misure volte a ridurre i consumi energetici, ha permesso alla Germania di far fronte alle difficoltà immediate legate all’approvvigionamento energetico. La prima riforma fondamentale ha attribuito ai progetti di energia rinnovabile la qualifica di “interesse pubblico prevalente”. Tale disposizione mira ad accelerare le procedure di autorizzazione, riducendo le possibilità di opposizione o blocco dei progetti. La seconda riforma ha modificato la legge sulle fonti energetiche rinnovabili, innalzando l’obiettivo al raggiungimento dell’80% di elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030, con target specifici per l’eolico e il solare. Queste riforme hanno prodotto i primi risultati positivi: la quota di energie rinnovabili sulla produzione elettrica totale è aumentata dal 45,6% nel 2022 al 59% a settembre 2024. De facto, questa tendenza è destinata a crescere: la capacità eolica autorizzata annualmente è passata da 4,3 GW nel 2022 a 7,4 GW nel 2023, per poi attestarsi a 4,7 GW nella prima metà del 2024. Le aste pubbliche per l’eolico offshore potrebbero contribuire ulteriormente con una capacità aggiuntiva pari a 30 GW entro il 2030. Se tali dinamiche verranno confermate, le proiezioni dell’International Energy Agency (IEA) prevedono per la Germania, entro il 2030, circa 100 GW di eolico onshore, 30 GW di eolico offshore e 200 GW di fotovoltaico, anche se il recente dibattito politico evidenzia un possibile rallentamento della crescita delle rinnovabili e una temporanea riapertura ai combustibili fossili nel settore residenziale. Tali dinamiche trovano tuttavia un significativo sostegno anche nel comparto della difesa. Grazie all’aumento dei fondi stanziati, la Germania sta investendo nello sviluppo di nuove tecnologie militari orientate alla riduzione delle emissioni e alla sostenibilità ambientale, secondo un approccio definito come “green defence”. Rheinmetall, infatti, ha dichiarato come una rapida transizione dai combustibili fossili verso carburanti sintetici prodotti mediante energie rinnovabili sia “indispensabile per la moderna prontezza operativa della difesa”. In tale contesto, il processo di riarmo tedesco si configura come un vero e proprio catalizzatore tecnologico, in grado non soltanto di rafforzare la capacità militare della Germania, ma anche di promuoverne la sostenibilità ambientale e di accrescerne l’autonomia energetica. Un esempio di ciò può essere dato dai nuovi sistemi di alimentazione prodotti da Vincorion. I generatori e i sistemi di accumulo energetico, denominati PGM low emissionV e ESM hybridV, vanno da unità da 20 kW, pensate per impieghi ad alta mobilità, fino a sistemi modulari da 50 kW e 200 kW, che possono essere combinati tra loro fino a raggiungere una potenza totale superiore a 1 MW. Questi sistemi, non solo montano il motore “Stage V”, il quale permette di smaltire efficientemente i gas di scarico, ma risultano conformi anche alla Single Fuel Policy di NATO. Ciò significa che possono essere impiegati a livello globale, anche in presenza di carburanti di bassa qualità. 

Lo sviluppo industriale: tra pubblico e privato

Oltre alla transizione energetica, il governo tedesco ha intrapreso anche una serie di riforme economiche e legislative per agevolare la crescita industriale. Pochi giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, il famoso discorso dell’ex cancelliere Olaf Scholz, riguardo la Zeitenwende, tradotto come “svolta epocale”, ha aperto la strada a una nuova fase di modernizzazione industriale. La prima misura adottata è stata lo stanziamento di un fondo speciale da 100 miliardi di euro per il rinnovamento dell’esercito tedesco. Il raggiungimento, nel 2024, dell’obiettivo NATO del 2% del PIL nazionale destinato alla difesa è stato inoltre favorito dal fondo. Il nuovo cancelliere Friedrich Merz, continuando il “modus operandi” del suo predecessore, ha adottato una riforma costituzionale nel 2025 che ha permesso di mitigare il freno al debito (Schuldenbremse). Ciò ha consentito di esentare le spese militari dal debito pubblico, potendo così superare l’1% del PIL annuale. Oltre alla riforma, è stato approvato un fondo speciale per le infrastrutture da 500 miliardi di euro. Di questo ammontare pecuniario, 100 mld sono destinati al fondo per la trasformazione climatica ed economica. Il restante verrà spartito tra il governo federale a cui verranno assegnati approssimativamente 300 miliardi e i 16 governi dei Länder a cui andranno circa 100 miliardi. Lo scopo è quello di sollecitare la produzione economica, grazie all’investimento in importanti infrastrutture pubbliche, mezzi di trasporto, impianti energetici e reti di accumulo. Tuttavia, ad oggi tale fondo non pare dare i suoi frutti a causa di un’amministrazione inefficace dei progetti: si stima che a fine 2025 solo il 54% degli obbiettivi prefissati siano stati raggiunti. Oltre alle misure interne, il governo tedesco, a maggio 2026, ha dichiarato di voler acquistare circa il 40% delle azioni nel gruppo europeo KNDS, uno dei maggior produttori europei di carri armati e sistemi di difesa terrestri. Un investimento di tale calibro permetterebbe alla Germania non solo di esercitare una maggiore influenza su KNDS, ma anche di agevolare il potenziamento della Bundeswehr tramite l’acquisto di carri armati Leopard 2. Anche realtà private, come la Rheinmetall, hanno deciso di adoperarsi in risposta alla Zeitenwende. Per migliorare le proprie capacità di produzione di mezzi marittimi per la difesa, il primo maggio 2026 l’azienda tedesca ha rilevato la Naval Vessels Lürssen  (NVL), insieme ai suoi 4 cantieri navali. Ciò permetterà a Rheinmetall di esercitare un ruolo estremamente importante sia nello sviluppo tecnologico, che in quello navale al fine di sviluppare una flotta all’avanguardia. Oltre allo sviluppo della marina, il 5 settembre 2025, la Rheinmetall ha inaugurato il più grande impianto di produzione di munizionamento europeo, collocato a Unterluess in Bassa Sassonia. Il nuovo stabilimento avrà un ruolo chiave nella produzione di munizioni, diventando di fatto il principale sito produttivo dell’azienda. Grazie anche al supporto degli impianti in Spagna, Sudafrica, Ungheria e Lituania, sarà in grado di raggiungere una capacità produttiva fino a 1,5 milioni di munizioni da 155 mm all’anno. L’espansione della Rheinmetall sul continente europeo, quindi, è una chiara risposta alla necessità dei paesi europei di riarmarsi, contribuendo anche alla difesa NATO. In risposta alle attuali tensioni politiche internazionali, la Germania si pone all’interno dell’Ue e soprattutto della NATO come leader per la difesa collettiva. La sua posizione geografica strategica e le sue elevate capacità industriali la rendono il principale hub logistico della NATO per la mobilitazione di truppe e veicoli in caso di attacco. Non a caso, il governo tedesco ha dichiarato di voler investire ulteriormente nel ramo difensivo per rafforzare la difesa collettiva e nazionale. In questo modo, la Germania riuscirebbe a superare il prossimo obbiettivo NATO, investendo più del 5% del PIL nazionale per la difesa entro il 2035.

In conclusione, l’evoluzione della politica energetica e industriale della Germania mostra come il Paese stia cercando di ridefinire progressivamente il proprio ruolo strategico all’interno dell’Europa e della NATO. 

Stando ai dati, infatti, sono preventivabili due scenari sia per la Energiewende, che per la Zeitenwende:

Nel primo scenario sul panorama energetico, la Germania riuscirebbe a sfruttare le crisi energetiche del 2022 e 2026 come trampolini di lancio per consolidare la propria autonomia strategica. La transizione energetica, di fatto, si evolverebbe da semplice politica climatica ad un pilastro fondamentale dell’autonomia energetica tedesca. In tale contesto, l’aumento della capacità rinnovabile potrebbe ridurre la dipendenza energetica da fornitori esterni, limitando così i rischi derivanti da eventi come il taglio di rifornimenti GNL e petroliferi dalla Russia nel 2022. Grazie all’impegno statale e soprattutto di realtà private come Rheinmetall e Vincorion, il settore della difesa diventerebbe, quindi, uno dei pilastri chiave dell’innovazione tecnologica nazionale. Il concetto di “green defence” aprirebbe, de facto, le porte ad una nuova dottrina industriale tedesca: lo sviluppo di nuovi sistemi militari autonomi ridurrebbe la dipendenza logistica dai combustibili fossili, promovendo anche lo sviluppo di carburanti sintetici dual use. Inoltre, i progetti portati avanti da Vincorion diventerebbero strategici non solo per la Germania, ma anche per la NATO. Lo sviluppo di tecnologie all’avanguardia, porterebbe la Germania a rafforzare il proprio ruolo di leadership europea. Berlino, quindi, diverrebbe il maggiore esportatore di “green military” europeo, riducendo la dipendenza energetica dagli USA e consolidando la collaborazione industriale sul piano europeo nel settore dell’industria sostenibile.

Nel secondo scenario, la Germania non riuscirebbe a sostenere il peso economico della Energiewende. In questo caso, Berlino non sarebbe capace di finanziare lo sviluppo di nuove tecnologie e infrastrutture sostenibili, optando per un ritorno ai combustibili fossili. Le cause principali sarebbero l’aumento dei prezzi energetici, che produrrebbero effetti significativamente negativi nel settore industriale. Ciò comporterebbe la crescita di diverse tensioni nel paese, creando conflitti tra obbiettivi industriali e priorità energetiche. Berlino potrebbe scegliere di tornare all’uso dell’energia nucleare come alternativa alle difficoltà della transizione energetica. In tale contesto, l’opinione pubblica appare molto divisa: in un sondaggio per conto dell’agenzia di stampa tedesca risulta che circa il 53% della popolazione considera l’abbandono totale del nucleare nel 2023 un errore strategico. La decisione risulta definitiva: Merz ha già dichiarato che non sarà possibile un ritorno al nucleare a causa di divergenze politiche interne e il desiderio di investire in fonti energetiche diverse. Quindi, l’impossibilità di un nuovo approccio al nucleare spingerebbe la Germania, di fatto, a una maggiore dipendenza energetica da fornitori terzi. Inoltre, l’eventuale ascesa politica dell’Alternative für Deutschland (AfD) potrebbe riaprire il dibattito sulla ripresa dei rapporti energetici con la Russia, inclusa la possibilità di riattivare i flussi di gas attraverso il sistema Nord Stream, in linea con posizioni espresse da esponenti del partito favorevoli alla normalizzazione delle relazioni energetiche con Mosca. La politica della Energiewende diventerebbe, di fatto, una semplice politica securitaria, perdendo così il suo carattere evolutivo originario.

Nel primo scenario sulla Zeitenwende, invece, le misure prese dal cancellierato Scholz ed in seguito Merz riuscirebbero a rafforzare l’industria bellica tedesca. La Germania, quindi, consoliderebbe la propria posizione a livello europeo, diventando uno dei partner più affidabili per la produzione ed esportazione bellica. Inoltre, il paese diventerebbe il nuovo leader dell’UE e della NATO nel campo della difesa grazie alle sue capacità economiche e industriali. Le azioni intraprese da Merz, per sollecitare la crescita economica, darebbero i suoi frutti, permettendo così di poter investire con maggior rigore in nuove tecnologie ed armamenti difensivi. In questo contesto, come concordato al vertice Aia del 2025, lo Stato tedesco sarebbe in grado di compiere il prossimo obbiettivo NATO di investire il 5% del PIL nazionale nella difesa entro il 2035. Tale passo, porterebbe la Germania a ridurre la propria dipendenza da fornitori terzi consolidando, quindi, la propria autonomia industriale. Rheinmetall diventerebbe uno dei partner strategici più stretti di Berlino, grazie alla sua grande capacità di produzione bellica all’avanguardia. La politica della Zeitenwende avrà così la possibilità di consolidarsi come la nuova dottrina strategica della Germania. 

Nel secondo scenario, la Germania non riuscirebbe a portare avanti la politica della Zeitenwende. A causa di difficoltà economiche interne e internazionali, Berlino non avrebbe la possibilità di investire nell’industria bellica, perdendo così il suo status di “motore d’Europa”. In questo contesto, il paese dovrebbe abbandonare le proprie ambizioni di autonomia strategica e acquistare armamenti da altri partner come gli USA. Aziende private come Rheinmetall, non riuscirebbero più a mantenere un partenariato stretto con Berlino, rivolgendosi ad altri paesi con maggiori capacità economiche. Inoltre, l’accrescere delle tensioni politiche interne ed il rafforzamento di partiti come l’AFD creerebbero un clima di instabilità che potrebbe, di fatto, portare al crollo del governo. Ad ogni modo, l’odierno indice di apprezzamento del cancellierato Merz è un segnale d’allarme che potrebbe aggravarsi, portando ad un totale cambio del modus operandi tedesco. Tale ribaltamento politico, trasformerebbe quindi il paese da promotore della difesa in funzione antirussa, a sostenitore dell’esclusiva difesa nazionale in collaborazione con Mosca.

Il quadro tedesco continua a presentare rilevanti elementi di incertezza in merito alle sue prospettive future. Sebbene si registri l’intenzione di investire ingenti risorse nel settore energetico, le incertezze relative alla stabilità del governo potrebbero ostacolare l’effettiva attuazione di tali programmi. Parallelamente, il processo di riarmo costituisce un fenomeno che necessita di essere analizzato nel suo più ampio contesto: una volta completato, quali saranno le sue finalità operative? In quali scenari e per quali obiettivi potrà essere impiegato? Gli scenari, quindi, proiettano le incertezze sul quadro di insieme, facendo intuire come sia la transizione energetica, che la politica di riarmo siano effettivamente dubbiose sul piano effettivo, portando la Germania verso un clima di “titubanza politica”.

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Caccia, la riforma “spara-tutto” arriva in Senato: bocciata dall’Ue e ora pure dal Consiglio d’Europa, perché la legge è “pericolosa per la fauna e per noi”

A un anno dalla scadenza della legislatura, la riforma che punta a stravolgere la legge 157/92 (Norme per la protezione della fauna selvatica e per il prelievo venatorio) arriva in Senato. Dove due anni fa non è riuscita la Lega con una sua proposta (firmata da Francesco Bruzzone), dove Francesco Lollobrigida ha subìto una – parziale – sconfitta (il ministro di FdI avrebbe preferito un iter più snello, ma lo scorso anno ha incassato lo stop del governo), ecco che il centrodestra unito è vicino al proprio obiettivo. Vale a dire: approvare il disegno di legge 1552 (ddl Malan) e sventolare la bandierina in favore di una fetta consistente di elettorato: cacciatori, mondo agricolo (che da tempo ha messo le mani sull’attività venatoria) e armieri. Tre lobby unite da interessi comuni e il cui pressing nei palazzi del potere è asfissiante.

Ambiente e scienza fatti a pezzi

Va detto che, accanto alla riforma, FdI-Lega-FI parte dei propri scopi li hanno già ottenuti. In un modo più scaltro – qualcuno userebbe un aggettivo diverso – attraverso strade meno dirette ma altrettanto efficaci. Il primo colpo fu quello dell’emendamento Foti: una norma buttata lì nei giorni concitati dell’approvazione della legge di Bilancio del 2022 (il governo Meloni era da poco in carica) che, approvata, consente di sparare nelle aree protette e nei parchi urbani. Da lì il centrodestra ha fatto di questa strategia meno visibile, specialmente per l’impatto sull’opinione pubblica e sui media, il proprio modus operandi. Come? Per sparare sui valichi montani dopo il divieto del Consiglio di Stato – una rivoluzione, specialmente nelle Regioni del Nord – ecco che arriva la norma, inserita nella legge sulla Montagna, che aggira lo stop. Per trasformare le aziende faunistico-venatorie in aziende con scopo di lucro, ecco un’altra modifica alla manovra. Questa volta, a fine 2025. E ad esultare è Coldiretti: i proprietari, una volta riconosciuti come agricoltori, accederanno agli ingenti fondi della Pac. Per non parlare dell’assalto all’Ispra, i cui tentativi di depotenziarla sono costanti. Non ultimo, la nomina a presidente – per la prima volta nella storia dell’istituto, in teoria un organismo specificamente scientifico e indipendente – di una figura non tecnica, e cioè la ex senatrice di Forza Italia, Alessandra Gallione

Ma torniamo alla riforma della caccia. Il percorso nelle commissioni Ambiente e Agricoltura di Palazzo Madama è stato, salvo significative eccezioni, lineare. Esaminati gli oltre 2mila emendamenti, il centrodestra ha approvato (quasi) tutto ciò che desiderava approvare. Vale però la pena citare i cortocircuiti nel cammino del disegno di legge. Per esempio quando ha tentato di rendere realtà un incubo: aprire la caccia agli stambecchi, una specie che si è salvata dall’estinzione provocata proprio dai cacciatori nella seconda metà dell’Ottocento, protetta fin da allora ma ancora molto fragile. Un incubo che per fortuna è durato pochi giorni: dopo le proteste del mondo scientifico e accademico, la marcia indietro della maggioranza, con lo stesso Lollobrigida che ha voluto far sapere che è intervenuto di persona per ripristinare il divieto assoluto di caccia.

C’è stato poi il caso curioso del subemendamento di Bartolomeo Amidei di FdI (quello che voleva dare il fucile in mano ai 16enni, per capirci), che però in questa occasione ha proposto una modifica assennata e del tutto condivisibile: raddoppiare la distanza entro cui è vietato sparare da fattorie didattiche, agriturismi e aziende agricole. Da 150 a 300 metri. Che cosa è successo? Il mondo venatorio è insorto e il provvedimento è stato ritirato. Chiudiamo questa breve carrellata con un argomento molto caro alle doppiette: l’uso delle munizioni al piombo nelle zone umide. Qui la maggioranza si è dovuta conformare alle richieste dell’Unione europea, che intanto aveva avviato una procedura d’infrazione. Proprio per evitare le sanzioni, il centrodestra ha ripristinato il divieto di queste specifiche munizioni nei pressi di laghi, torbiere, pantani. Lo ha fatto approvando un emendamento che, a dirla tutta, crea confusione per chi pratica la caccia nelle zone umide temporanee.

Ue e Consiglio d’Europa contro il governo

Nel percorso della riforma, però, si è verificato un intoppo politico ben peggiore e, per il governo, imbarazzante. Poco più di un mese fa, grazie alle associazioni Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf Italia, è saltato fuori che la Commissione europea, attraverso la Direzione generale Ambiente, ha scritto al Mase per sottolineare come il ddl Malan rischi di entrare in conflitto con le normative Ue. In particolare con la Direttiva Habitat e la Direttiva Uccelli. Anche qui, la conseguenza è che l’Italia finisca sotto procedura d’infrazione. “Le modifiche proposte sollevano diverse preoccupazioni” hanno scritto da Bruxelles. A peggiorare il quadro, già di per sé piuttosto grave, è stato il comportamento del governo, che ha tenuto la lettera ben nascosta. La missiva, infatti, risale a dicembre. Ed è diventata pubblica solo grazie alle associazioni animaliste e ambientaliste.

Ma non è tutto. Perché ilFattoQuotidiano.it può anticipare che il ministero dell’Ambiente ha ricevuto un’altra lettera di protesta. Questa volta dal Consiglio d’Europa, l’organizzazione che si occupa di tutelare lo Stato di diritto, i diritti umani e la democrazia dei 46 Paesi membri. In particolare, dal Comitato permanente della Convenzione di Berna. La senatrice di Verdi Alto Adige/Südtirol, Aurora Floridia, presidente del Network per un ambiente sano al Consiglio d’Europa, rivela che “il presidente del Comitato permanente della Convenzione di Berna, dopo la mia segnalazione sulle gravi criticità del DDL 1552 sulla caccia, ha inviato una formale richiesta di chiarimenti al Mase. È un fatto di enorme rilevanza, perché in questo momento viene richiesto al governo italiano di dimostrare, sul piano giuridico e scientifico, che questo disegno di legge è compatibile con gli obblighi assunti dall’Italia con la Convenzione di Berna“.

Dopo l’intervento della Commissione europea, dunque, “arriva adesso un nuovo e autorevole richiamo internazionale. Lo stiamo dicendo da mesi: questo disegno di legge rappresenta un gravissimo arretramento nella tutela della fauna selvatica. Se anche di fronte a questa ulteriore richiesta, il governo dovesse decidere di proseguire senza modifiche sostanziali, non esiterò ad attivare le ulteriori procedure previste dalla Convenzione di Berna, perché la fauna selvatica non può pagare il prezzo di una scelta politica scellerata e sorda a tutti i richiami, anche quelli espressi con forza dalle associazioni nazionali”. E ancora: “In un Paese in cui sempre più specie animali sono in difficoltà e sotto pressione a causa degli effetti del cambiamento climatico, è difficile comprendere come l’urgenza dell’attuale governo sia quella di estendere l’attività venatoria. E lo affermo con assoluta convinzione: la caccia non è tra le priorità degli italiani. Non è accettabile che questo disegno di legge venga portato avanti con tanta insistenza, bloccando di fatto due Commissioni. Il governo e la maggioranza – conclude Floridia – si fermino prima di portare in Aula un testo così contestato e sul quale gravano seri dubbi di compatibilità anche con il diritto internazionale ed europeo. La tutela della fauna selvatica non è un capriccio ideologico. È una questione di vita, anche della nostra”.

“Il provvedimento non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in una strategia normativa avviata a partire dal 2023. In tre anni sono stati adottati otto diversi interventi legislativi che hanno modificato la legge sulla caccia in 23 punti, intervenendo più volte sugli stessi articoli senza risolvere le criticità dichiarate e, anzi, contribuendo ad aggravarle”. A parlare è Domenico Aiello, Responsabile tutela giuridica della Natura WWF Italia e uno dei massimi esperti di tutela della fauna selvatica in Italia. “A meno di un anno dalla fine della legislatura il bilancio è fallimentare: due procedure di infrazione europee aperte, una procedura Pilot ancora in corso, problematiche legate alla fauna selvatica che non sono state risolte ma amplificate, insieme a un aumento evidente di insicurezza, atti di intolleranza e illegalità. Difendere la fauna selvatica significa difendere un bene comune e garantire la sicurezza dei cittadini – conclude Aiello – questo disegno di legge va nella direzione opposta e deve essere fermato”.

I contenuti della riforma: fucili in spiaggia, strage di uccelli, più specie cacciabili

La fauna selvatica non viene più vista come un patrimonio della collettività da proteggere (secondo la legge è patrimonio indisponibile dello Stato). Al termine “protezione” presente nel titolo, viene anteposto quello di “gestione” e la caccia viene definita per legge come l’attività che “concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema”. Questo stravolgimento della realtà ha la funzione di tentare di rendere ogni misura a favore della caccia come coerente con i principi costituzionali, specialmente l’articolo 9 che tutela la biodiversità, gli ecosistemi e gli animali.

Tra le specie cacciabili entrano l’oca selvatica e il piccione e si rende più agevole includere ulteriori specie con un provvedimento del presidente del Consiglio senza bisogno del parere dell’Ispra, mentre viene recepito il declassamento del lupo da strettamente protetto a protetto. Apertura per i fucili nel demanio marittimo, e dunque potenzialmente litorali, scogliere, spiagge, ma anche nel demanio forestale. Si estendono le aree cacciabili, addirittura obbligando le Regioni a verificare che quelle destinate alla protezione della fauna selvatica non eccedano il limite del 30%. Viene estesa la stagione venatoria oltre il mese di febbraio, cioè nel periodo di migrazione prenuziale e nidificazione (violando la Direttiva Uccelli). Viene eliminato l’obbligo di scelta di una delle tre opzioni di caccia e il cosiddetto legame cacciatore-territorio, attraverso l’ampliamento degli ATC e la previsione di maggiore mobilità venatoria (dunque viene meno il principio secondo cui il cacciatore “conosce” il proprio territorio e lo tutela).

E ancora: depotenziamento dell’Ispra, il massimo organo scientifico pubblico in materia ambientale a favore di un organo politico filo-caccia, il Comitato Tecnico Faunistico-Venatorio Nazionale. Liberalizzazione dei richiami vivi, con la possibilità di catturare gli uccelli che, una volta imprigionati in minuscole gabbie, servono da “esca” per uccidere altri volatili; in più, nessun limite alla detenzione di uccelli provenienti da allevamento (cosa già adesso difficile da dimostrare). Il favore ai cacciatori stranieri, anche extra Ue, che potranno fare turismo venatorio in Italia senza grossi vincoli e senza limite numerico. Sanzioni per chi protesta contro le uccisioni (900 euro) e, naturalmente, poco o nulla per contrastare il bracconaggio e la caccia di frodo. Sanzioni addirittura ridotte per chi caccia illegalmente in parchi nazionali o città.

Particolarmente grave è l’ultimo emendamento, presentato dai relatori in queste ore, che interviene sul sistema sanzionatorio. Dopo aver annunciato un rafforzamento delle sanzioni – già ritenuto dalle associazioni insufficiente e non conforme agli obblighi derivanti dalla direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente – il governo ha fatto marcia indietro sotto la pressione del mondo venatorio. Il nuovo emendamento riduce le sanzioni per chi uccide specie protette e trasforma in facoltativa la sospensione della licenza di caccia, che prima era obbligatoria. In questo modo viene meno la certezza della pena e la legalità diventa, di fatto, una scelta discrezionale.

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Atletica, l’olimpionico Desalu vestirà la maglia amaranto nella finale scudetto

Si avvicina la finale scudetto del Campionato di Società assoluto maschile e femminile in programma a Rieti nel prossimo week end. Nella pista dove saranno di scena i campionati europei under 18 si daranno battaglia le migliori 12 società italiane dove sarà presente la Libertas Unicusano Livorno sia in campo femminile che maschile con due formazioni agguerrite alla ricerca della riconferma in serie A ma con diverse assenze per infortunio, ma decise a svolgere un ruolo di primo piano dopo tre anni di finali.

Presente, come annunciato alla Gazzetta dello Sport, Andy Diaz, vestiranno la maglia amaranto quattro atleti top, in prestito, ed esattamente  il campione olimpico della staffetta 4 x 100 a Tokio Fausto Desalu, secondo atleta sui metri 200 di tutti i tempi in Italia, lui che ha fatto 3 olimpiadi, 5 mondiali e 5 europei e che in questo week end appena passato ha fatto fermare i cronometri a 20”19; insieme a lui uno dei migliori e longevi ostacolisti Hassane Fofana mentre in campo femminile vestiranno l’amaranto la lanciatrice Emily Conte e la quattrocentista ad ostacoli Ludovica Cavo.

Nei prossimi giorni verranno ufficializzate le formazioni per una due giorni di grande intensità, una due giorni dove Livorno sarà al centro dell’attenzione dell’atletica italiana con la presenza nel massimo campionato a squadre dove figureranno sicuramente gli azzurri Pettorossi, Marmonti, Picchiottino, Accame, Fossatelli, Chiaratti, Pastore e Fiorini.

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IL RUOLO DELLA LOTTA DI CLASSE OPERAIA NEL CONTESTO NAZIONALE

Straordinaria giornata a Gallarate sabato 23 maggio nella sede del Sindacato Generale di Classe che ha convocato una Conferenza Operaia a cui hanno partecipato avanguardie di lotta da tutta Italia.

Ero presente con altri compagni del nostro Partito per ascoltare e approfondire il rapporto con la classe operaia.

Sono stati trattati diversi temi e relazioni su luoghi specifici, ma in ognuno di essi emergeva il nesso generale che lega le lotte di queste avanguardie.

Il tema del salario, il tema della sicurezza del lavoro e il tema della guerra imperialista.

Con mio grande piacere alla fine sono stato anche invitato a portare il saluto del Partito. Ho quindi fatto emergere qualcosa che è implicito nei discorsi fatti durante la giornata, ossia il ruolo nazionale che la classe operaia svolge nel nostro Paese, così come negli altri.

Perché la rivendicazione salariale non è un tema corporativo, ma coinvolge l’interesse di sviluppo e innovazione di una nazione?

Il padronato è sempre stato bravo a demonizzare le rivendicazioni salariali in nome del superiore interesse dell’azienda. È il vecchio apologo di Menenio Agrippa, in cui lo stomaco esalta la propria funzione indispensabile rispetto alle varie membra. In realtà, vediamo che l’abbassamento della conflittualità e la costante compressione dei salari nei decenni ha fatto fare enormi passi indietro all’intera economia nazionale, in quanto la competizione rispetto ai costi non viene sviluppata attraverso innovazione e ricerca, ma solo abbassando la qualità del prodotto. i padroni si lamentano della bassa produttività italiana, di cui però sono loro gli unici responsabili e non chi esegue i lavori. Essendosi impossessati in prima persona delle leve della politica e avendo ridotto questa a mera cinghia di trasmissione dei loro diktat, tutti i governi che si sono succeduti non hanno svolto alcuna funzione dirigente. Gravissima quindi anche la corresponsabilità che portano i sindacati concertativi, avendo avallato questa tendenza che ha portato alla situazione di sottosviluppo odierna.

Perché le privatizzazioni fanno male alla società?

I lavoratori dell’ATM di Milano rappresentano un baluardo di lotta anche contro il tentativo di privatizzare una delle più antiche e prestigiose aziende italiane. La loro lotta difende non solo il loro posto di lavoro, ma il servizio pubblico per tutti i cittadini. Si osservi come, dopo avere spolpato le aziende pubbliche, in tutto il mondo occidentale si sta facendo un passo indietro. Portiamo come esempio quello delle ferrovie inglesi, privatizzate dalla Thatcher e ora al collasso. Ma la situazione di sanità, trasporti, ecc. è ormai una evidenza incontestabile. Naturalmente, solo il controllo operaio all’interno dell’azienda pubblica può garantire che essa non venga piegata a interessi clientelari.

Perché la sicurezza nelle aziende non garantisce solo i lavoratori all’interno, ma tutti i cittadini all’esterno?

In Italia 3 morti al giorno sul lavoro. E la tendenza non diminuisce. Si vedono anche casi in cui a perire sono anche i piccoli padroncini che prendono appalti sotto costo, anche da commesse pubbliche, e poi tagliano i costi nell’unico modo che la parte debole può fare, la sicurezza, un tiro di dadi sperando che vada bene. Per le grandi aziende invece impunità più totale. Ma se si taglia sulla sicurezza, vuol dire che si è tagliato anche su tutto il resto della qualità del prodotto o del servizio. E quindi è tutto il sistema che è compromesso. Sicurezza per i lavoratori, significa qualità, qualità di ciò che si produce, che si crea, barriera contro chi inquina il lavoro offrendosi sottocosto.

Perché contro la guerra?

Perché, quando si smette di produrre auto e si passa a produrre carri armati, si distrugge ricchezza e l’intera nazione ne paga le conseguenze. Non è solo furto da parte dei padroni delle aziende produttrici di armi, è saccheggio con distruzione di ricchezza. Non lasciamoci ingannare dal “keynesismo militare”, esso ha funzionato nel centro della cittadella imperialista, quando lo ha pagato tutto il resto del mondo sottomesso.

Perché la classe operaia è l’unica che può dichiararsi classe “nazionale”?

Perché è l’unica che può incarnare l’interesse generale di una nazione. Perché i suoi interessi – il salario, lo sviluppo, la sicurezza, il benessere, la pace – sono gli interessi di tutti e non di una sempre più ristretta minoranza.

Il Partito Comunista si batte perché la classe operaia riprenda la propria coscienza del proprio ruolo storico, così come lo avuto nel recente passato, al di là delle sconfitte momentanee.

 

 

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IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

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LA CATABASI IMPERIALE

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

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