LIVORNO – Si avvicina la finale scudetto del campionato di società assoluto maschile e femminile in programma a Rieti nel prossimo week end.
Nella pista dove saranno di scena i campionati europei under 18 si daranno battaglia le migliori 12 società italiane dove sarà presente la Libertas Unicusano Livorno sia in campo femminile sia maschile con due formazioni agguerrite alla ricerca della riconferma in serie A ma con diverse assenze per infortunio, ma decise a svolgere un ruolo di primo piano dopo tre anni di finali.
Presente, come annunciato alla Gazzetta dello Sport, Andy Diaz, vestiranno la maglia amaranto quattro atleti top, in prestito, ed esattamente il campione olimpico della staffetta 4 x 100 a Tokio Fausto Desalu, secondo atleta sui metri 200 di tutti i tempi in Italia, lui che ha fatto 3 olimpiadi, 5 mondiali e 5 europei e che in questo week end appena passato ha fatto fermare i cronometri a 20”19; insieme a lui uno dei migliori e longevi ostacolisti Hassane Fofana mentre in campo femminile vestiranno l’amaranto la lanciatrice Emily Conte e la quattrocentista ad ostacoli Ludovica Cavo.
Nei prossimi giorni verranno ufficializzate le formazioni per una due giorni di grande intensità, una due giorni dove Livorno sarà al centro dell’attenzione dell’atletica italiana con la presenza nel massimo campionato a squadre dove figureranno sicuramente gli azzurri Pettorossi, Marmonti, Picchiottino, Accame, Fossatelli, Chiaratti, Pastore e Fiorini.
Un clamoroso retroscena diplomatico e finanziario sta ridisegnando i rapporti di forza nel Golfo Persico. Gli Emirati Arabi Uniti hanno versato miliardi di dollari all'Iran per mettere in sicurezza il proprio territorio e scongiurare potenziali attacchi nemici. La rivelazione, diffusa dall'agenzia Reuters, evidenzia una radicale inversione di marcia per Abu Dhabi, che fino a poco tempo fa aveva mantenuto la linea più intransigente contro Teheran, spingendo persino la Casa Bianca a prolungare le operazioni militari contro la Repubblica Islamica.
Secondo fonti regionali, le finanze emiratine hanno già erogato 3 miliardi di dollari nelle casse di Teheran, ma la cifra complessiva dell'accordo potrebbe salire a 10 miliardi, con alcune proiezioni che ipotizzano un tetto finale di ben 20 miliardi di dollari.
Questo scenario certifica non solo il pragmatico cambio di rotta degli Emirati, ma anche la posizione di forza con cui l'Iran sta uscendo dalla recente crisi bellica.
Dalla linea dura ai canali segreti: il dietrofront di Abu Dhabi
Durante le fasi calde del conflitto, gli Emirati Arabi Uniti si erano schierati attivamente al fianco di Stati Uniti e Israele, partecipando a decine di raid aerei contro obiettivi iraniani. Non solo: Abu Dhabi aveva tentato di ostacolare la mediazione del Pakistan per la fine delle ostilità, arrivando a esigere da Islamabad l'immediato saldo dei debiti contratti come ritorsione per aver ospitato i colloqui di pace (costringendo l'Arabia Saudita a intervenire con un prestito d'emergenza a favore del governo pakistano).
In parallelo, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si era recato in visita ufficiale negli Emirati in pieno periodo di guerra. Un viaggio culminato, come rivelato da Middle East Eye (MEE), nella creazione di un fondo d'investimento congiunto per lo sviluppo e l'acquisto di armamenti avanzati.
Tuttavia, la diplomazia sotterranea ha rapidamente cambiato binario:
Incontri ad alto livello: La scorsa settimana, lo sceicco Tahnoun bin Zayed al-Nahyan (consigliere per la sicurezza nazionale emiratino e vice governatore di Abu Dhabi) ha ospitato nella sua residenza privata una delegazione dei Pasdaran (il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche), nonostante questi ufficiali siano colpiti da severe sanzioni statunitensi.
Missioni diplomatiche: Secondo Bloomberg, delegati emiratini hanno avviato colloqui diretti a Teheran nel corso della settimana per disinnescare la tensione ed evitare il coinvolgimento del Paese in una nuova ondata di raid.
La strategia della sicurezza: perché Abu Dhabi ha pagato
Mentre Stati minori o economicamente più fragili della regione – come Bahrein, Kuwait e Giordania – sono stati pesantemente colpiti dalle rappresaglie iraniane in risposta alle offensive americane, gli Emirati Arabi Uniti sono riusciti a rimanere indenni negli ultimi giorni, preservando la propria stabilità economica e un fragile cessate il fuoco.
"Il governo emiratino ha cercato una garanzia assoluta per blindare i propri confini e i propri asset strategici dalle piogge di missili" ha confermato una fonte diplomatica a MEE.
Non è ancora del tutto chiaro se i miliardi finora versati provengano dai fondi sovrani di Abu Dhabi o dallo sblocco di asset finanziari iraniani che gli Emirati avevano minacciato di congelare all'inizio della guerra (senza mai dare seguito pubblico all'ultimatum).
L'interdipendenza economica e il fattore Washington
Gli Emirati Arabi Uniti rappresentano da decenni il polmone finanziario e commerciale della Repubblica Islamica, un legame economico che ha sempre superato le storiche rivalità geopolitiche, alimentato anche dai massicci investimenti iraniani nel settore immobiliare di Dubai e Abu Dhabi.
Esfandyar Batmanghelidj, CEO della Fondazione Borsa e Bazar, ha commentato su X la valenza strategica di questa mossa:
"Bisogna ricordare che gli Emirati sono il partner commerciale più importante dell'Iran. 'Sbloccando' o trasferendo questi fondi, Abu Dhabi si assicura implicitamente che una fetta importante di quel denaro tornerà a essere spesa all'interno dell'economia emiratina, accelerando l'interdipendenza commerciale bilaterale."
L'accordo di fatto permette all'Iran di incassare i proventi richiesti per interrompere le ostilità, consentendo contemporaneamente all'amministrazione Trump di sostenere pubblicamente di non aver sborsato un solo dollaro dei contribuenti americani per il cessate il fuoco. Un ex funzionario dell'intelligence statunitense ha inoltre sottolineato a MEE come, data la pervasiva rete di monitoraggio americana nel Golfo, sia di fatto impossibile che Washington fosse all'oscuro dei summit segreti nella foresteria dello sceicco Tahnoun.
Lo scacchiere regionale verso la tregua
Questo travaso di liquidità si inserisce in un quadro temporale cruciale: Stati Uniti e Iran sono infatti in procinto di siglare un memorandum d'intesa di 60 giorni per avviare i negoziati ufficiali sulla gestione dello Stretto di Hormuz e sul programma nucleare.
Il pragmatismo emiratino non è isolato. Nei giorni scorsi, indiscrezioni del Washington Post avevano segnalato la temporanea chiusura della raffineria di Ras Laffan in Qatar, interpretata come un compromesso con Teheran per evitare attacchi alle infrastrutture energetiche (sebbene Doha abbia formalmente smentito ogni coordinamento diretto con il governo iraniano).
Il 12 giugno , quattro attivisti antigenocidi di Palestine Action sono stati condannati a pene detentive complessive di oltre 20 anni per aver sabotato un impianto israeliano per droni nel Regno Unito nel 2024.
Il giudice Jeremy Johnson ha affermato che un "fattore aggravante" nella sua decisione di incarcerare gli attivisti è stato il loro "legame con il terrorismo".
Nell'agosto del 2024, i quattro attivisti hanno fatto irruzione nel centro di ricerca e sviluppo di Elbit Systems a Filton, vicino a Bristol, causando danni per oltre 1 milione di sterline (1.342.000 dollari) nel tentativo di chiuderlo.
La struttura svolge attività di ricerca e sviluppo per droni quadricotteri tattici multirotore prodotti per le forze armate britanniche e la NATO. Elbit produce gli stessi droni in Israele per l'impiego a Gaza.
Le truppe israeliane spesso utilizzano i droni per uccidere uomini, donne e bambini palestinesi con colpi diretti alla testa e al petto.
Elbit produce anche i droni Hermes per Israele, utilizzati per la sorveglianza e per condurre attacchi aerei contro i civili a Gaza e in Libano.
Durante l'irruzione nella struttura di Filton, gli attivisti hanno utilizzato un furgone penitenziario riadattato come ariete per sfondare i cancelli di sicurezza dell'edificio.
Utilizzando mazze e piedi di porco, hanno distrutto spazi interni, computer e componenti di droni militari. Durante lo scontro, gli attivisti si sono scontrati con il personale di sicurezza del sito e con la polizia intervenuta per sedare l'irruzione.
Il giudice ha condannato Samuel Corner, 23 anni, a un totale di sette anni e otto mesi di reclusione per i due reati, affermando che si è reso protagonista di un comportamento "estremo e gratuito" colpendo un agente di polizia con una mazza.
Leona Kamio, 30 anni, e Charlotte Head, 30 anni, sono state condannate a cinque anni di reclusione, mentre Fatema Zainab Rajwani, 21 anni, è stata condannata a quattro anni e otto mesi. Dopo il rilascio, tutte e tre trascorreranno un altro anno in libertà vigilata.
La sentenza di venerdì è arrivata un mese dopo che tutti e quattro erano stati condannati per danneggiamento doloso presso la Woolwich Crown Court. Il gruppo era stato precedentemente assolto dall'accusa di furto con scasso aggravato.
Gli attivisti erano spinti dal genocidio in corso da parte di Israele contro i palestinesi a Gaza, che andava avanti da 10 mesi prima del loro raid e che ha causato almeno 72.600 morti palestinesi, secondo quanto riportato dal Ministero della Salute di Gaza.
Alcune stime indipendenti del numero delle vittime sono di gran lunga superiori.
In seguito, Palestine Action è stata messa al bando in base alla legge antiterrorismo del Regno Unito. Tuttavia, l'Alta Corte di Londra ha dichiarato illegittima la decisione. Il gruppo rimane fuorilegge in attesa dell'appello del governo, previsto per lunedì.
L'affermazione del giudice riguardo a un "collegamento terroristico" tra gli attivisti ha suscitato condanna e derisione da parte di gruppi per i diritti umani e sostenitori di alto profilo.
Un gruppo di 100 personalità pubbliche, tra cui la scrittrice Sally Rooney, l'attivista Greta Thunberg e l'attore Steve Coogan, ha firmato una lettera aperta a sostegno degli attivisti contro il genocidio.
"I danni dolosi non sono mai stati trattati come atti di terrorismo all'interno del sistema giudiziario del Regno Unito, ed è pericoloso considerarli la stessa cosa", ha affermato Kerry Moscogiuri, amministratore delegato di Amnesty International UK.
"È del tutto sproporzionato punire i manifestanti per danni arrecati a terzi come se fossero terroristi, una condanna che li segnerà per il resto della loro vita."
Mentre era in corso la lettura della sentenza, la polizia ha arrestato oltre 100 persone che si erano radunate all'esterno nell'ambito di una più ampia manifestazione a sostegno di Palestine Action e dei quattro attivisti incarcerati.
L’Iran e gli Stati Uniti hanno siglato un'intesa cruciale per la sottoscrizione di un memorandum d’intesa, ponendo fine a un conflitto devastante che si protraeva da oltre cento giorni. Secondo le prime dichiarazioni rilasciate da Teheran, l'accordo estende i suoi effetti anche al Libano, teatro dal 2 marzo scorso di una violenta campagna di bombardamenti da parte delle forze israeliane.
Il compromesso, frutto della mediazione diplomatica condotta da Pakistan e Qatar, riceverà il sigillo dell'ufficialità venerdì prossimo a Ginevra, in Svizzera.
L’impatto sui mercati e sulla sicurezza globale è immediato. Il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato la riapertura a tutti i mercantili dello Stretto di Hormuz – nevralgico snodo energetico finora di fatto bloccato dall'Iran – a partire da venerdì. Parallelamente, Teheran ha comunicato l'immediata revoca dell'assedio navale statunitense sui propri scali portuali. Le ostilità erano divampate il 28 febbraio scorso a seguito di raid condotti da Stati Uniti e Israele contro il territorio iraniano, nel pieno delle trattative sul dossier nucleare, innescando una severa crisi energetica su scala mondiale.
Di seguito, la mappatura completa dell'intesa e le reazioni dei principali attori geopolitici.
Le dichiarazioni ufficiali di Washington e Teheran
Il segretariato del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ha confermato la cessazione immediata delle attività belliche su ogni teatro operativo:
"In virtù delle intese raggiunte, i combattimenti e le manovre militari su tutti i fronti, Libano incluso, si fermano in modo definitivo e immediato a partire da questa notte. Contestualmente, decade il blocco navale ai danni dell'Iran."
La nota precisa che la firma formale del Memorandum d'intesa (MOU) avverrà venerdì 19 giugno, specificando che "i negoziati per un trattato definitivo saranno congelati fino a quando la controparte non avrà adempiuto pienamente agli obblighi preliminari".
Sul fronte americano, il presidente Donald Trump ha affidato a un post sulla propria piattaforma Truth Social il suo commento trionfale, focalizzandosi sulla distensione economica:
“L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è concluso. Congratulazioni a tutti! Autorizzo la libera navigazione e l’apertura dello Stretto di Hormuz e, simultaneamente, la rimozione del blocco navale statunitense. Navi di tutto il mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!”
A fargli eco, il vicepresidente JD Vance ha parlato ai microfoni di Fox News descrivendo l'inizio di una "nuova era" per la regione, ascrivendo il successo alla strategia diplomatica di Trump con le monarchie del Golfo. Vance ha comunque ribadito la linea rossa di Washington: "Possiamo affermare con assoluta certezza che l'Iran non disporrà mai di un arsenale nucleare".
A Teheran, il viceministro degli Esteri per gli affari legali e internazionali, Kazem Gharibabadi, ha spiegato all'agenzia Tasnim che la transizione verso l'accordo definitivo richiederà un percorso di 60 giorni. Questo lasso di tempo servirà all'Iran per verificare il reale adempimento degli impegni statunitensi: lo stop alle ostilità, lo sblocco dei beni finanziari iraniani congelati e la fine delle restrizioni marittime.
La genesi diplomatica: chi ha sbloccato lo stallo?
Il primo annuncio ufficiale della distensione è giunto domenica tramite la piattaforma X da parte del premier pakistano Shehbaz Sharif, il quale ha coordinato i colloqui indiretti tra le diplomazie di Washington e Teheran. Sharif ha confermato la formula del "cessate il fuoco definitivo su tutti i fronti", Libano compreso.
Anche il ministero degli Affari Esteri del Qatar ha espresso profonda soddisfazione, definendo lo sblocco dello Stretto di Hormuz un pilastro fondamentale per la stabilità e la ripresa economica globale. Il primo ministro qatariota, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ha espresso gratitudine a Islamabad e ai partner regionali. Tra questi, il premier pakistano ha rivolto un ringraziamento speciale ai leader di Arabia Saudita e Turchia per il loro rilevante contributo strategico dietro le quinte.
Nel frattempo, un segnale simbolico è arrivato dall'ambasciata iraniana in Turchia, che ha pubblicato su X la foto della bandiera nazionale issata su un promontorio dello Stretto di Hormuz, accompagnata dalla didascalia: "Benvenuti nella nuova era del Medio Oriente".
I dettagli dell'intesa: cosa prevede la bozza
Secondo i dettagli trapelati tramite l'agenzia di stampa iraniana Mehr, il testo preliminare si articola in 14 punti chiave. Le clausole principali includono:
Cessazione immediata e permanente dei combattimenti (inclusi i fronti libanesi).
Revoca totale del blocco navale entro un termine massimo di 30 giorni.
Ritiro progressivo delle forze militari statunitensi dislocate nelle aree limitrofe ai confini iraniani.
Sospensione delle sanzioni sull'esportazione di greggio iraniano.
Sblocco di 24 miliardi di dollari di asset finanziari iraniani congelati all'estero (metà dei quali dovrà essere svincolata come prerequisito prima dell'avvio dei tavoli tecnici).
Finestra di 60 giorni per negoziare i dettagli definitivi sul dossier nucleare.
Fonti diplomatiche sottolineano inoltre un cruciale compromesso politico: i capitoli relativi al programma missilistico di Teheran e al supporto iraniano ai network di resistenza regionali sono stati completamente espunti dall'agenda dei negoziati per facilitare il consenso. Al momento, i network internazionali (tra cui Al Jazeera) specificano di non aver ancora verificato in modo indipendente l'interezza dei 14 punti diffusi dai media iraniani.
Cosa succederà adesso?
La macchina diplomatica è già operativa. Nel corso di questa settimana sono calendarizzati diversi tavoli tecnici bilaterali per definire i dettagli applicativi del memorandum. La data chiave da monitorare è venerdì 19 giugno, quando le delegazioni ufficiali si riuniranno a Ginevra per la formale cerimonia di firma, dando ufficialmente il via ai 60 giorni di verifica e transizione verso la pace definitiva.
BEIRUT (LIBANO) (ITALPRESS) – Questa mattina, in diverse città e villaggi del Libano meridionale, dopo l’annuncio dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, regna una fragile calma. Dalla mezzanotte fino alle prime ore del mattino, nessun caccia o drone israeliano ha sorvolato la zona, scrive il quotidiano libanese L’Orient le jour, aggiungendo che alcuni residenti hanno iniziato a tornare nei loro villaggi per ispezionare le proprie case e i propri effetti personali.
Questa fragile calma è stata interrotta da colpi di artiglieria alla periferia di Nabatiyeh el-Faouqa-Kfar Tebnit, nel distretto di Nabatiyeh. L’esercito israeliano ha sparato per avvertire i residenti di ritorno di non addentrarsi troppo nella zona, secondo quanto riferito dal quotidiano. Nel frattempo, i rientri nel Libano meridionale rimangono limitati e cauti, data la situazione di sicurezza.
Diversi residenti hanno riferito di aver iniziato a riaprire alcune strade secondarie tra le città, danneggiate o chiuse a seguito degli attacchi israeliani, al fine di facilitare gli spostamenti e consentire agli sfollati di tornare a casa. Allo stesso tempo, sono state diramate istruzioni e avvertenze a coloro che rientrano nel Libano meridionale, esortandoli a prestare la massima attenzione, in particolare riguardo a oggetti sospetti, ordigni inesplosi ed edifici danneggiati o fatiscenti.
MINISTRO DIFESA ISRAELE “NO AL RITIRO DA LIBANO”
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che Israele non si ritirerà dalle “zone di sicurezza” in Libano, Siria e nella Striscia di Gaza. “Il primo ministro Netanyahu ed io stiamo portando avanti una politica chiara che stabilisce che le Forze di difesa israeliane (Idf) rimarranno nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza – a tempo indeterminato – per proteggere il confine e le comunità israeliane dagli elementi jihadisti. Il territorio sarà libero da residenti locali. Questa è la lezione principale degli eventi del 7 ottobre. Ci opponiamo al ritiro delle Idf dal Libano, nonostante tutte le pressioni esistenti e quelle future”, ha detto. Secondo Katz, “Netanyahu lo ha chiarito al presidente degli Stati Uniti Trump e ad altri alti funzionari americani, e io l’ho chiarito ieri anche al Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth”.
MEDIA, NETANYAHU A TRUMP “NON CI RITIREREMO DAL LIBANO”
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe dichiarato al presidente degli Stati Uniti Donald Trump che Israele non si ritirerà dal Libano e non si considera vincolato dalla clausola sul Libano contenuta nell’accordo con l’Iran. Lo riferisce il portale Ynet. Secondo fonti israeliane, Netanyahu ha chiarito che le Forze di difesa israeliane (Idd) manterranno le loro attuali posizioni in Libano e continueranno a operare per contrastare la minaccia di Hezbollah, distruggendo le infrastrutture del gruppo armato e rispondendo a qualsiasi attacco contro Israele. Tra i ministri del governo vi sarebbe la convinzione che Israele difenda i propri interessi in Libano e Netanyahu avrebbe ricevuto il pieno sostegno durante la riunione di gabinetto, conclude Ynet.
BEN-GVIR “L’ACCORDO DI TRUMP NON CI VINCOLA. ISRAELE NON È SOGGETTO STATUNITENSE”
Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, ha scritto su X che “l”accordo di Trump non ci vincola. Israele non è un soggetto statunitense”, in risposta al memorandum d’intesa raggiunto tra Washington e Teheran. “La mia posizione è chiara: non siamo partner di questo accordo che non garantisce la nostra sicurezza e non ci vincola in alcun modo. Non dobbiamo scendere a compromessi su nulla che non sia lo smantellamento di Hezbollah, non dobbiamo ritirarci da alcun territorio che i nostri combattenti hanno conquistato e bonificato dalle infrastrutture terroristiche, non dobbiamo tornare a una situazione in cui migliaia di terroristi siedono sulle recinzioni delle comunità del nord di Israele e certamente non dobbiamo rimanere in silenzio un solo istante di fronte al fuoco diretto contro lo Stato di Israele”, ha scritto Ben-Gvir. Il leader dell’estrema destra ha aggiunto che ogni drone o missile lanciato “verso Israele dal Libano porterà a un attacco israeliano a Dahiyeh”, la periferia meridionale di Beirut roccaforte del gruppo armato libanese Hezbollah.
ROMA (ITALPRESS) – Vasta operazione della Polizia di Stato, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) della Procura di Firenze. Nel blitz sono impiegati circa 150 agenti.
Gli investigatori del Servizio Centrale Operativo e della Squadra Mobile di Prato stanno eseguendo oltre quaranta misure di custodia cautelare nei confronti di diverse persone, sia italiane che straniere.
Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere, traffico internazionale di stupefacenti, riciclaggio e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di cittadini cinesi.
È stata inoltre, eseguita una misura in Spagna in collaborazione con la Polizia Spagnola ed Europol. I dettagli dell’operazione saranno resi noti nel corso di una Conferenza Stampa che verrà convocata in mattinata dalla Procura della Repubblica di Firenze.
LODI (ITALPRESS) – Un’organizzazione criminale capace di riciclare oltre 200 milioni di euro trasferendoli in Cina attraverso canali bancari clandestini. È quanto scoperto dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Lodi, nell’ambito dell’indagine “Green River” coordinata dalla locale Procura. I finanzieri hanno eseguito 8 misure cautelari personali e un maxi sequestro da 31 milioni di euro che ha colpito 44 soggetti.
L’inchiesta, partita nel 2024 da verifiche su una società fantasma del lodigiano, ha svelato un sofisticato sistema di “underground banking”. L’organizzazione utilizzava 41 società “cartiere”, gestite da un ufficio anonimo a Chiari (in provincia di Brescia), per emettere fatture false per 200 milioni di euro a favore di imprese clienti. I soldi venivano inviati all’estero tramite “Iban virtuali” per ostacolare i controlli, per poi essere restituiti in contanti agli imprenditori italiani in cambio di una commissione del 10%.
Grazie a questo meccanismo, i clienti ripulivano i profitti di vari reati (anche legati a droga e criminalità organizzata), mentre la comunità cinese rimpatriava i propri guadagni. Alcune società compiacenti hanno persino utilizzato falsi crediti d’imposta legati al sisma in Abruzzo del 2009 e alla pandemia Covid per azzerare i propri debiti con il Fisco.
Una delle aziende fantasma serviva invece a frodare l’Iva sulle importazioni di merci dall’India. Tra gli arrestati figura anche un commercialista italiano, che gestiva la contabilità e i modelli F24 del gruppo. Il capo dell’organizzazione è finito ai domiciliari con il braccialetto elettronico. I sigilli dei militari hanno riguardato conti correnti, immobili, auto e beni di lusso. Durante le perquisizioni, i cani “cash dog” delle Fiamme Gialle hanno scovato oltre 100.000 euro in contanti nascosti in case e vetture.
LIVORNO – L’associazione Insieme per Magrignano esprime forte disappunto per le scelte dell’amministrazione comunale in materia di viabilità e sosta nel quartiere e chiede pubblicamente spiegazioni all’assessora alla mobilità urbana, Giovanna Cepparello.
Da anni i residenti di via Lomi sollecitano la realizzazione di nuovi stalli di sosta per rispondere alle esigenze di famiglie e anziani. La risposta dell’assessorato è stata sempre negativa: i parcheggi, secondo l’assessora Cepparello, sarebbero possibili solo a fronte dell’istituzione di un senso unico, ritenuto non percorribile.
Eppure, fa notare l’associazione, in via Primetta Cipolli Marrucci – strada oggettivamente più stretta e con analoghe criticità – i parcheggi sono stati recentemente realizzati senza alcuna modifica sostanziale alla viabilità.
“Non comprendiamo il criterio utilizzato – dichiara Walter Carpentiere, presidente di Insieme per Magrignano -A Magrignano vengono applicate regole diverse rispetto ad altre zone della città. L’impressione, purtroppo confermata dai fatti, è che il nostro borgo venga sistematicamente discriminato e lasciato fuori da ogni logica di manutenzione e decoro urbano. Siamo stanchi di essere considerati un quartiere di serie B.”
L’Associazione chiede quindi all’amministrazione: “Per quale motivo tecnico e normativo in via Lomi i parcheggi sono vincolati al senso unico, mentre in via Primetta Cipolli Marrucci sono stati realizzati nonostante la carreggiata più stretta? Quali interventi concreti intende programmare il Comune per garantire a Magrignano gli stessi standard di vivibilità, sicurezza e decoro previsti negli altri quartieri?”. Chiesto, sul tema, un incontro pubblico urgente con l’assessora Cepparello e gli cono uffici tecnici per discutere soluzioni condivise.
“Non chiediamo privilegi, chiediamo equità – conclude Carpentiere – Magrignano fa parte di Livorno a tutti gli effetti e merita la stessa attenzione riservata al resto della città”.
Il vertice del Gruppo dei Sette (G7) si terrà dal 15 al 17 giugno a Évian-les-Bains, ai piedi delle Alpi francesi, nota anche come la città di Évian. Ancor prima della sua apertura, il vertice ha già suscitato una valanga di polemiche e critiche, rivelando profonde divisioni e un innegabile declino all’interno del blocco occidentale. Anche tra i cittadini dei paesi del G7, il G7 viene spesso descritto come un club di nazioni ricche “ipocrita”, ‘egoista’ e “distaccato dal mondo”. Sullo sfondo di profondi cambiamenti nel panorama globale e della tendenza accelerata verso la multipolarità, il G7 ha sempre più messo in luce i suoi problemi cronici di posizionamento errato, distorsione cognitiva ed erosione funzionale.
I paesi del G7 stanno affrontando una crescita economica stagnante, livelli di debito in aumento, una competitività industriale in calo, una frammentazione sociale sempre più profonda e pressioni crescenti dovute all’invecchiamento della popolazione. Curare la “malattia del G7” richiederebbe un rimedio potente. Tuttavia, persistono attriti tra i suoi Stati membri, con la fiducia nei confronti degli Stati Uniti tra i paesi europei che scende a un minimo storico. Di conseguenza, gli stessi membri del G7 faticano a raggiungere un consenso condiviso, figuriamoci a prescrivere rimedi adeguati.
Si prevede che il vertice di quest’anno non solo fallirà, per il secondo anno consecutivo, nel rilasciare un comunicato congiunto, ma diventerà anche uno dei vertici con il “minimo comune denominatore” della sua storia.
In un momento in cui sia la loro forza che la loro coesione sono in declino, il G7 non solo non riflette sulle proprie carenze, ma cerca invece di prescrivere rimedi agli altri. Secondo quanto riportato dai media europei, il vertice ha già informalmente stabilito di “dare la colpa alla Cina” come minimo comune denominatore, inserendo al contempo nell’agenda questioni quali i cosiddetti squilibri commerciali, la ‘sovraccapacità’, le alleanze sui minerali critici e la “riduzione dei rischi”.
Senza dubbio, affrontare le sfide che il mondo si trova ad affrontare oggi – che si tratti della ristrutturazione delle catene industriali, della sicurezza energetica o della stabilità finanziaria globale e della governance climatica – non può avvenire senza la partecipazione della Cina e degli altri paesi del Sud del mondo. Pertanto, la piattaforma di discussione non dovrebbe essere una ristretta cerchia dominata da una manciata di paesi sviluppati, ma piuttosto un meccanismo di cooperazione multilaterale più equo e rappresentativo.
Dall’inizio di questo secolo, il panorama globale ha subito cambiamenti storici irreversibili. La Cina è rimasta la seconda economia mondiale ed è da tempo un motore della crescita economica globale. Potenze emergenti come India, Brasile e Indonesia sono cresciute rapidamente, e l’ascesa collettiva delle economie emergenti rappresentate dai paesi BRICS ha fondamentalmente infranto il vecchio ordine del dominio occidentale sul mondo.
Oggi, i paesi del Sud del mondo, con le loro vaste popolazioni, i mercati in espansione e il forte potenziale di sviluppo, sono diventati una forza portante nella promozione della crescita globale. In questo contesto, un gruppo che rappresenta meno del 10% della popolazione mondiale e la cui quota del PIL globale continua a diminuire cerca ancora di posizionarsi come “leader mondiale”, tentando persino di presentare i propri interessi come “regole internazionali”. Questo è ovviamente difficile da adattare alle esigenze attuali.
Da un lato, il G7 ha una “illusione di leadership”; dall'altro, il gruppo sta affrontando un senso di ansia e impotenza sempre più profondo. Sotto la doppia pressione di entrambi, il G7 ha scelto di scaricare la colpa sulla Cina per sviare le tensioni interne, sottrarsi alle proprie responsabilità e radunare gli alleati in cricche esclusive.
Ogni membro nutre la propria agenda: alcuni cercano di monopolizzare il discorso sugli affari internazionali, mentre altri mirano a trarre vantaggi geopolitici in acque agitate.
In realtà, molti dei problemi del G7 derivano dalla sua percezione errata della Cina e dalle sue politiche nei suoi confronti. È come essere malati e prescrivere medicine agli altri: il risultato è prevedibile. Le sfide globali che il mondo deve affrontare oggi hanno da tempo superato la capacità di qualsiasi singolo blocco o “meccanismo a cerchio ristretto”. La Cina ha già offerto la sua ricetta per affrontare le carenze in materia di pace, sviluppo, sicurezza e governance: promuovere un mondo multipolare equo e ordinato e una globalizzazione economica inclusiva e universalmente vantaggiosa.
Speriamo che il G7 possa risvegliarsi dalla sua “illusione di leadership” – abbracciando una maggiore apertura e inclusività invece dell’isolamento autoimposto; perseguendo una cooperazione più vantaggiosa per tutti piuttosto che una rivalità a somma zero; e rafforzando la collaborazione multilaterale invece di ricorrere al dominio unilaterale – in modo da svolgere un ruolo costruttivo nella salvaguardia della pace e nella promozione dello sviluppo. Detto questo, siamo anche consapevoli che svegliare qualcuno che finge di dormire non è un compito facile.
Il 15 giugno 2001, i leader di Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan si sono riuniti a Shanghai per annunciare la fondazione di una nuova organizzazione regionale nell'area eurasiatica. Lo scrive oggi ZHAO JIA sul China Daily.
Un quarto di secolo dopo, l'Organizzazione di Cooperazione di Shanghai — l'unica organizzazione internazionale che prende il nome da una città cinese — è cresciuta ben oltre il suo iniziale focus sulla sicurezza, diventando la più grande organizzazione regionale del mondo. Oggi, la SCO conta 10 Stati membri, due Stati osservatori e 15 partner di dialogo, riunendo paesi che rappresentano quasi la metà della popolazione mondiale e circa un quarto dell’economia globale.
Descrivendo la SCO come una “grande famiglia”, il presidente Xi Jinping ha sempre attribuito grande importanza allo sviluppo dell’organizzazione. Ha partecipato a ogni vertice della SCO da quando è entrato in carica, condividendo visioni, proponendo iniziative chiave e promuovendo sforzi congiunti per portare avanti lo Spirito di Shanghai. «Una causa giusta trova grande sostegno, e un viaggio con molti compagni arriva lontano», ha detto Xi, citando un antico proverbio cinese, al vertice della SCO del 2023, sottolineando che lo sviluppo dell’organizzazione è in linea con la tendenza dei tempi e va nella direzione del progresso umano.
Lo Spirito di Shanghai, prosegue il China Daily, caratterizzato da fiducia reciproca, vantaggio reciproco, uguaglianza, consultazione, rispetto per le diverse civiltà e ricerca dello sviluppo comune, è rimasto al centro delle osservazioni di Xi sulla SCO.
“Lo Spirito di Shanghai, superando concetti obsoleti come lo scontro di civiltà, la Guerra Fredda e la mentalità a somma zero, ha aperto una nuova pagina nella storia delle relazioni internazionali e ha ottenuto un crescente sostegno da parte della comunità internazionale”, ha affermato Xi.
Yermek Kosherbayev, ministro degli Esteri del Kazakistan, ha affermato in un articolo firmato in occasione del 25° anniversario della SCO che “la risorsa più grande dell'organizzazione rimane il suo approccio costruttivo e pragmatico alla cooperazione, fondato sui principi universali di uguaglianza e reciproco vantaggio, senza il predominio di alcuna ideologia”.
Questo approccio, noto come Spirito di Shanghai, ha dimostrato la resilienza, l'efficacia e il valore duraturo dei meccanismi multilaterali sviluppati nell'ambito della SCO, ha affermato.
Yang Jin, ricercatore associato presso l’Accademia cinese delle scienze sociali, ha affermato che lo Spirito di Shanghai non è uno slogan astratto, ma un insieme di principi collaudati nella pratica della SCO. In un momento in cui persistono l’unilateralismo e il pensiero egemonico, la fiducia politica tra i paesi della SCO ha fornito una base importante per la cooperazione a lungo termine dell’organizzazione, ha affermato.
L’SCO è stata inizialmente istituita per affrontare sfide comuni in materia di sicurezza. Nel corso del tempo, è rimasta salda nel suo impegno a promuovere un ambiente pacifico e stabile che sostenga lo sviluppo di tutti i suoi Stati membri.
Xi ha sempre sottolineato la necessità di rafforzare il collegamento tra la cooperazione di alta qualità nell’ambito della Belt and Road e le strategie di sviluppo dei paesi dell’SCO e le iniziative di cooperazione regionale, nonché gli sforzi per facilitare il commercio e gli investimenti e mantenere stabili e fluide le catene industriali e di approvvigionamento.
Tale cooperazione ha prodotto risultati tangibili. I dati ufficiali hanno mostrato che la Cina ha raggiunto, in anticipo rispetto al previsto, l’obiettivo di portare il proprio commercio cumulativo con gli altri paesi della SCO a oltre 2,3 trilioni di dollari, mentre sono stati messi in funzione quasi 14.000 chilometri di rotte di trasporto terrestre internazionali tra gli Stati membri.
Al di là della cooperazione regionale, il ruolo della SCO si è esteso anche alla governance globale.
In occasione della riunione “SCO Plus” tenutasi a Tianjin lo scorso anno, Xi ha affermato che la SCO, guidata dallo Spirito di Shanghai, è diventata sempre più un catalizzatore per lo sviluppo e la riforma del sistema di governance globale.
Durante la riunione ha presentato l’Iniziativa sulla governance globale, invitando l’organizzazione a dare l’esempio nella sua attuazione, a contribuire con la forza della SCO alla pace e alla stabilità mondiali e a dimostrare la responsabilità della SCO nel promuovere l’apertura e la cooperazione globali.
La crescente influenza dell'organizzazione ha attirato l'attenzione anche al di fuori della regione. Un rapporto pubblicato a marzo dall'ISEAS-Yusof Ishak Institute di Singapore ha affermato che il vertice di Tianjin ha segnato un rafforzamento delle relazioni tra il Sud-Est asiatico e la SCO, con alcuni paesi della regione che considerano l'organizzazione come una rete economica utile in un contesto di turbolenze geopolitiche.
Il segretario generale della SCO Nurlan Yermekbayev è stato citato dai media kazaki mentre affermava che altri 20 paesi hanno espresso interesse a cooperare con l'organizzazione, un altro segno del suo crescente appeal.
Wang Wen, decano del Chongyang Institute for Financial Studies presso l'Università Renmin della Cina, ha affermato che il ruolo della Cina nella SCO riflette il suo approccio più ampio alla governance globale: sostenere la riforma del sistema internazionale attraverso il dialogo e aiutare la SCO a fungere da piattaforma basata sul consenso che dia ai paesi, specialmente a quelli di piccole e medie dimensioni, più spazio per la cooperazione senza costringerli a schierarsi.
Da decenni Israele vende al mondo un’immagine di sé che è falsa. Lo Stato che occupa, espropria e oggi stermina un popolo si è presentato come un avamposto di civiltà: liberale, tollerante, moderno. Non è un’operazione recente: nasce con lo Stato stesso. Fin dalla sua fondazione in Palestina, come progetto di colonialismo di insediamento di stampo occidentale, la narrazione dominante è stata quella di pionieri che costruivano un paese nel deserto e lo rendevano un giardino, mentre la Palestina era già una nazione prospera e sviluppata sul piano politico, economico e culturale. La storia reale è stata soppressa, nascosta e poi riscritta per fabbricare una narrazione falsa.
L’affermazione secondo cui i coloni sionisti avrebbero “fatto fiorire il deserto” è uno dei cliché israeliani più riconoscibili, forse secondo solo allo slogan “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Secondo questo mito, la Palestina era una distesa desolata e trascurata, redenta solo dall’ingegno dei coloni. È un topos coloniale e orientalista: le terre non europee dipinte come vuote e abbandonate, che solo i “civilizzatori” bianchi sarebbero capaci di trasformare in un paradiso fertile. Lo stesso stereotipo ha alimentato per secoli il colonialismo europeo, legittimando la “scoperta” di terre presunte vuote e la violenza contro i popoli indigeni e le loro terre. Eppure basta uno sguardo alla geografia per smentirlo: gran parte della Palestina faceva parte di quella che è conosciuta come la Mezzaluna Fertile.
Il pinkwashing è l’ultima versione di questa stessa operazione. Tra le strategie più utili a Israele negli ultimi decenni vi è stata quella di spacciarsi per un paese moderno e simil-occidentale, e i diritti gay sono diventati lo strumento per farlo: Israele come unico rifugio dei diritti LGBTQ+ e della società aperta in Medio Oriente. Quell’immagine non è mai stata innocente, neutrale o oggettiva. Né vera. È sempre stata un’arma, costruita sui più vecchi stereotipi orientalisti, che dipinge gli israeliani come occidentali illuminati e gli arabi e i musulmani come arretrati, violenti e irrimediabilmente intolleranti. Ha alimentato l’islamofobia per disegno politico e fabbricato uno scontro di civiltà che non è mai esistito, cosicché ogni critica ai crimini israeliani potesse essere ribaltata in un attacco alla civiltà stessa, e ogni gesto di solidarietà con i palestinesi in un tradimento del progresso. È questa la trappola in cui la questione del Pride e della Palestina è stata deliberatamente collocata: una contraddizione fabbricata, in cui si dovrebbe scegliere tra i diritti LGBTQ+ e un popolo sotto occupazione. Le organizzazioni queer palestinesi rifiutano da anni questa impostazione, sostenendo che la scelta sia falsa dalle fondamenta: la liberazione queer e quella palestinese sono inseparabili, procedono mano nella mano. Un paese non può mostrarsi faro di progresso mentre viola i diritti di un popolo che esso stesso occupa, opprime e massacra.
Due organizzazioni palestinesi, Aswat e Al-Qaws, sono state centrali nello sviluppo e nell’avanzamento della comprensione della politica del pinkwashing: una critica ben concepita e strutturata, elaborata sia a livello locale che globale, nelle strade come nei forum internazionali, fino a diventare un linguaggio adottato dalle realtà queer di tutto il mondo. Questa critica non è nata all’esterno della politica queer ma al suo interno, da attivisti e attiviste che hanno rifiutato la scelta artificiale tra la propria identità e il proprio popolo. Ed è una critica che, occorre dirlo con chiarezza, non ha nulla a che vedere con i diritti LGBTQ+ in quanto tali. Ciò che le organizzazioni queer palestinesi denunciano quando parlano di pinkwashing non è l’esistenza di quei diritti, né il loro valore, ma il modo in cui vengono strumentalizzati: branditi da Israele per apparire ciò che non è, una società libera, aperta e civile, e per occultare la realtà di un popolo a cui ogni diritto viene negato. La contraddizione è proprio questa: uno Stato che si proclama paladino dei diritti di alcuni mentre occupa, opprime e massacra un intero popolo. La critica non è dunque affatto rivolta contro i diritti LGBTQ+, ma contro l’uso dei diritti LGBTQ+ come alibi politico per la violenza di Stato: contro l’uso di alcuni diritti come bandiera per coprire la negazione di tutti i diritti di un altro popolo.
Come spiega Ghadir Shafie, cofondatrice di Aswat, il Centro Femminista Palestinese per le Libertà Sessuali e di Genere: “La liberazione queer e la liberazione palestinese non sono lotte parallele che procedono l’una accanto all’altra, ma la stessa lotta: inseparabile, indivisibile e impossibile da mettere in sequenza”.
Shafie descrive la condizione concreta da cui questa critica è nata: “Le persone queer e LGBTQIA+ palestinesi sono tra le minoranze emarginate più discriminate al mondo, e affrontano molteplici livelli di oppressione: come palestinesi che vivono sotto l’apartheid israeliano, il colonialismo di insediamento e l’occupazione; come donne e persone trans che vivono in società sessiste, violente, militariste e patriarcali; e come queer nel contesto del pinkwashing e dell’omofobia”.
Questa distinzione è essenziale. Il dibattito non riguarda il fatto che le minoranze sessuali e di genere meritino diritti, riconoscimento e protezione. Riguarda piuttosto la possibilità che tali diritti vengano mobilitati e sfruttati per prevenire e ostacolare una legittima critica di uno Stato in ambiti diversi, più ampi e molto più gravi. In altre parole, la controversia riguarda la legittimità, la fondatezza stessa di questa immagine. È una contraddizione insostenibile rappresentare due cose opposte allo stesso tempo: i diritti LGBTQ+ per gli ebrei israeliani e, simultaneamente, l’annientamento del popolo palestinese attraverso la pulizia etnica e il genocidio.
Il termine pinkwashing descrive l’uso dell’inclusione LGBTQ+ come fonte di legittimità politica in discussioni che riguardano in realtà occupazione, guerra e violenza, esclusione e potere. Non nega l’importanza dei diritti LGBTQ+, ma si interroga su ciò che accade quando tali conquiste vengono separate dal contesto politico più ampio nel quale operano. E il contesto è un’occupazione che perdura da 78 anni e un genocidio in corso.
“L’intera narrazione del pinkwashing è profondamente radicata nel colonialismo e nell’apartheid israeliani”, osserva Shafie. “Una delle sfide principali del nostro lavoro di organizzazione, oltre alla frammentazione politica, sociale e geografica, è costruire una narrazione capace di parlare a tutti i palestinesi, di trovare ciò che abbiamo in comune, e di non separarci ulteriormente dalla lotta per la giustizia e per la pace”. Per le organizzazioni queer palestinesi, il problema non è la visibilità LGBTQ+ in sé, ma il modo in cui tale visibilità può essere utilizzata per separare i diritti di una comunità dalla realtà politica vissuta da un’altra: la realtà di un popolo oppresso sotto un regime di apartheid, di fronte a una società che commette i crimini più efferati e gode dei privilegi dello Stato che quel sistema razzista impone. Come sarebbe possibile separare le due società, quella del colonizzato e quella del colonizzatore, quando la prima è privata dei diritti fondamentali mentre la seconda si vanta di goderli tutti?
Gli Stati cercano sempre più la propria legittimità non solo attraverso la forza militare o la forza economica, ma anche attraverso il soft power e il riconoscimento morale. I diritti umani, l’uguaglianza di genere, gli impegni ambientali e l’inclusione LGBTQ+ sono diventati importanti fonti di prestigio internazionale, e una cartina di tornasole per giudicare il livello di progresso e di civiltà.
Uno Stato non può proteggere i diritti di una popolazione mentre nega diritti fondamentali a un’altra. Non può celebrare la diversità mantenendo altrove sistemi di esclusione e commettendo i crimini più atroci. Non può essere conosciuto per la propria tolleranza mentre esercita forme di dominio, oppressione e violenza contro altri. Come può uno Stato come Israele essere celebrato? Non può. E non deve esserlo.
Il pinkwashing rappresenta una politica della sostituzione morale. Un ambito di progresso diventa uno scudo contro l’esame critico in un altro. E nulla di tutto questo esiste per caso.
Questa strategia ha una storia ben documentata. Nel 2005 il Ministero degli Esteri israeliano, l’Ufficio del Primo Ministro e il Ministero delle Finanze, in consultazione con dirigenti del marketing americani, lanciarono Brand Israel, una campagna governativa concepita per ridefinire l’immagine del paese, da Stato militarista ed etno-religioso che occupa una nazione e viola il diritto internazionale, a società moderna, cosmopolita e progressista. Già nel 2010 la promozione di Tel Aviv come destinazione globale del turismo gay era diventata un pilastro centrale di quella strategia, sostenuta da un investimento dedicato di circa 88 milioni di dollari. La reputazione di Tel Aviv come rifugio queer del Medio Oriente, in altre parole, non è nata spontaneamente: è stata progettata, finanziata e amministrata come strumento di politica estera e come arma propagandistica. Hasbara.
Il caso più recente rende questa architettura visibile con una franchezza quasi inedita. Per il giugno 2026 è in programma sulle rive del Mar Morto il festival Pride Land, presentato dagli organizzatori come il più grande festival LGBTQ+ mai realizzato in Medio Oriente: quattro giorni, quindici alberghi, una “Pride City” temporanea di palchi, spiagge attrezzate e intrattenimento continuo, promosso direttamente dal Ministero degli Esteri israeliano. Gli stessi organizzatori descrivono il progetto come un “sionismo attivo” volto a rafforzare lo status di Israele come centro liberale attraverso l’industria del turismo. Il Mar Morto si trova in Cisgiordania, territorio palestinese occupato secondo il diritto internazionale, e le infrastrutture turistiche offerte come sede del festival sono state costruite attraverso decenni di insediamento ed espropriazione. Un festival dei diritti, promosso da uno Stato, su terra occupata, mentre a Gaza il genocidio continua: è la politica della sostituzione morale resa letterale. È un mondo distopico, una cacotopia: il peggior luogo possibile, post-apocalittico. È difficile concepire qualcosa di più mostruoso: una “città dell’orgoglio” eretta su terra espropriata, sui corpi e sui villaggi palestinesi, una pista da ballo a poche decine di chilometri da un popolo affamato e sterminato nel più grande campo di concentramento a cielo aperto, in diretta mondiale. Non è soltanto ipocrisia, la più grande delle ipocrisie. È l’oscenità di una celebrazione costruita sopra un genocidio, un’assurdità che nessun linguaggio promozionale può normalizzare.
Come ha scritto Shafie su Mondoweiss: “Durante il mese del Pride, le persone queer palestinesi guardano le bandiere arcobaleno israeliane innalzarsi su città costruite sulle rovine del nostro popolo, e si sentono dire che questo è progresso. Ma questo pinkwashing serve soltanto a ripulire l’immagine di Israele mentre il genocidio infuria. Non lasciatevi ingannare”.
La questione non riguarda dunque l’esistenza della legislazione israeliana in materia di diritti LGBTQ+. Riguarda il motivo per cui tali conquiste compaiono ripetutamente in discussioni che riguardano occupazione, espansione degli insediamenti, blocco, violenza militare, la distruzione di Gaza e il genocidio. I critici del movimento anti-pinkwashing lo descrivono spesso come ostile alle comunità ebraiche; i sostenitori replicano che la critica alle politiche dello Stato israeliano non dovrebbe essere confusa con l’ostilità verso gli ebrei. Queste accuse di antisemitismo vengono usate come arma per silenziare chi dissente e chi condanna il crimine dei crimini, il genocidio. E non funzionano più.
La distruzione di Gaza ha reso queste domande inaggirabili. Il genocidio è visibile: documentato, trasmesso in diretta streaming, sotto gli occhi di tutti, innegabile. Non si può permettere che venga mascherato dal pinkwashing, e il mondo sta iniziando a rifiutarlo categoricamente. Molte organizzazioni LGBTQ+ europee che in passato consideravano la Palestina una questione periferica hanno iniziato a vedere la neutralità stessa come una scelta politica. L’International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association ha respinto la candidatura dell’Aguda, l’organizzazione ombrello della comunità LGBTQ israeliana, a ospitare il proprio congresso mondiale a Tel Aviv, e l’ha sospesa dalla propria organizzazione. Migliaia di artisti queer si sono impegnati a non esibirsi in Israele, e numerose organizzazioni Pride in Europa e Nord America hanno escluso gli sponsor complici dei crimini commessi a Gaza e nel resto della Palestina. “No Pride in Genocide”, come ha dichiarato il coordinatore della Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele, è diventato lo slogan queer globale.
La risposta più visibile a Pride Land porta proprio questo nome. Mentre il Ministero degli Esteri israeliano promuove la sua città dell’orgoglio sulle rive del Mar Morto, Queer Cinema for Palestine, un movimento globale di solidarietà nato dal rifiuto di separare l’orgoglio dalla giustizia, coordina quest’anno quasi trecento proiezioni in sessanta paesi e cinque continenti sotto lo slogan No Pride in Genocide. Due geografie dello stesso mese di giugno: da una parte un festival di Stato su terra occupata, dall’altra una comunità queer mondiale che sceglie di guardare verso Gaza e di non distogliere lo sguardo. È la stessa scelta che le organizzazioni queer palestinesi compiono da decenni, rifiutando di lasciare che la libertà di alcuni venga costruita sull’annientamento di altri. No Pride in Genocide non è soltanto uno slogan: è il rifiuto di dividere la giustizia in compartimenti separati.
ROMA (ITALPRESS) – “Accogliamo con grande favore l’annuncio del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran. Ci congratuliamo con gli Stati Uniti, il governo iraniano e tutti i soggetti coinvolti, inclusi Pakistan, Qatar e tutti gli altri mediatori, per questa svolta diplomatica”. Così in una dichiarazione congiunta i leader di Regno Unito, Francia, Germania e Italia.
“Questo è un momento di opportunità per ripristinare la stabilità regionale e stabilizzare l’economia globale. È ora fondamentale che i negoziati dettagliati si concludano e che questo accordo venga attuato rapidamente e in modo completo. Siamo pronti a sostenere questo sforzo. L’urgente riapertura dello Stretto di Hormuz con libertà di navigazione incondizionata e senza restrizioni è essenziale. Ci impegniamo a fare la nostra parte per raggiungere questo obiettivo, in conformità con i nostri rispettivi obblighi costituzionali, anche attraverso una missione strettamente difensiva e indipendente per rassicurare la navigazione commerciale e condurre operazioni di sminamento”.
“L’Iran non deve mai acquisire un’arma nucleare. Siamo pronti a collaborare con gli Stati Uniti, l’Iran e l’AIEA a tal fine. Siamo pronti a revocare le sanzioni pertinenti in risposta a passi chiari e verificabili da parte dell’Iran sul suo programma nucleare. Lavoreremo intensamente con gli Stati Uniti, l’Iran e i partner regionali per cogliere questa opportunità, mantenere lo slancio e raggiungere una soluzione diplomatica a lungo termine. Ribadiamo inoltre il nostro pieno sostegno alla stabilità, alla sovranità e all’integrità territoriale del Libano e l’importanza di un cessate il fuoco efficace”.
MELONI “OCCASIONE PACE CHE VA COLTA, ITALIA PRONTA A SOSTENERE ACCORDO”
“Nella notte abbiamo già espresso, insieme a Francia, Germania e Regno Unito, il nostro forte apprezzamento per il memorandum d’intesa siglato da Stati Uniti e Iran nelle scorse ore. Un grazie sentito va a tutti i mediatori, e in particolare al Qatar e al Pakistan, che hanno reso possibile questa intesa. Si tratta di un’occasione di pace che va colta: l’Italia, come già in passato, è pronta a sostenere il processo diplomatico verso un accordo complessivo”. Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in una nota.
“I principi sono chiari: l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare e la libertà di navigazione deve essere garantita. Siamo pronti, insieme agli altri partner e fermo restando la necessaria autorizzazione parlamentare, a contribuire a una presenza navale internazionale per accompagnare la piena riapertura dello Stretto di Hormuz”, continua Meloni. “È necessario, infine, che le ostilità cessino anche in Libano, dove l’Italia continuerà a lavorare per sostenere la sovranità libanese”, conclude Meloni.
LIVORNO – Tornano le segnalazioni sui problemi di accessibilità tra via Mentana e piazza dei Mille, dove la presenza di biciclette e scooter parcheggiati sui marciapiedi continua a suscitare proteste tra residenti e cittadini.
Le fotografie inviate alla redazione mostrano marciapiedi in più punti occupati da mezzi in sosta, con uno spazio di passaggio notevolmente ridotto. Una situazione che, secondo chi frequenta quotidianamente la zona, crea disagi soprattutto alle persone con mobilità ridotta.
Il problema più rilevante riguarda infatti l’impossibilità, in diversi tratti, di consentire il passaggio agevole di sedie a rotelle, carrozzine per bambini e ausili per la deambulazione. In alcuni casi lo spazio residuo tra i mezzi parcheggiati e gli edifici appare insufficiente per permettere il transito in sicurezza, costringendo gli utenti a fermarsi o a scendere dal marciapiede.
Secondo le segnalazioni raccolte, la situazione sarebbe particolarmente critica in piazza dei Mille, dove il problema viene denunciato da anni senza che sia stata trovata una soluzione definitiva.
I cittadini chiedono controlli più frequenti e interventi capaci di garantire la piena fruibilità dei marciapiedi, evitando che le aree riservate ai pedoni vengano trasformate in parcheggi improvvisati per biciclette e scooter.
WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Stati Uniti e Iran hanno annunciato di aver raggiunto un’intesa preliminare per porre fine al conflitto esploso lo scorso 28 febbraio. Il presidente americano Donald Trump ha scritto su Truth Social alle 5:30 ora di Washington (21:30 GMT) che “l’accordo con l’Iran è ora completato”.
Pochi minuti prima era stato il premier pakistano Shehbaz Sharif, il cui Paese ha svolto il ruolo di mediatore, ad annunciare il raggiungimento dell’intesa. La firma ufficiale della memorandum d’intesa (MoU) è prevista per venerdì prossimo a Ginevra, in Svizzera. Secondo fonti iraniane citate dal New York Times, per Teheran saranno presenti il capo negoziatore Mohammad Bagher Qalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Da parte americana parteciperà il vicepresidente JD Vance, che lo ha confermato personalmente. Non è ancora chiaro se Donald Trump sarà presente fisicamente o in collegamento a distanza, dopo le raccomandazioni dei servizi di intelligence statunitensi di non far viaggiare contemporaneamente presidente e vicepresidente all’estero.
Si tratta di un evento definito “storico” dalle fonti iraniane, in quanto primo incontro di alto livello tra i due Paesi dopo la rottura delle relazioni diplomatiche seguita alla rivoluzione islamica del 1979 e alla crisi degli ostaggi all’ambasciata americana a Teheran. Prima della firma sono in programma incontri preparatori separati con le due delegazioni a Doha, in Qatar, nei prossimi giorni. I mediatori qatarini hanno lasciato Teheran ieri sera dopo 17 ore di negoziati. Dopo la firma inizierà una fase di trattative più ampie della durata di 60 giorni, che includerà la discussione sul programma nucleare iraniano e un possibile alleggerimento delle sanzioni, come ha anticipato il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi.
I DETTAGLI DELL’ACCORDO, STOP A OPERAZIONI MILITARI E RIAPERTURA HORMUZ
Fonti informate hanno rivelato ad “Al Arabiya” i contenuti principali dell’intesa preliminare raggiunta tra Stati Uniti e Iran dopo mesi di intensi negoziati. Secondo le fonti, Washington si impegna a cessare tutte le operazioni militari su ogni fronte, inclusa la linea libanese, per stabilizzare la situazione regionale e impedire un allargamento del conflitto. Gli Stati Uniti si impegnano inoltre a sollevare l’assedio imposto all’Iran e a procedere a un graduale alleggerimento delle sanzioni americane e internazionali, legato all’attuazione dei vari punti dell’accordo.
Tra le misure economiche, è previsto il sollevamento delle restrizioni sulle esportazioni di petrolio iraniano, che consentirà a Teheran di riprendere parte della sua attività economica e commerciale. In cambio, l’Iran si impegna a riaprire lo Stretto di Hormuz alla navigazione internazionale entro 30 giorni, garantendo il libero flusso del commercio globale e dell’energia. Teheran si impegna inoltre a non produrre, possedere o acquisire armi nucleari, clausola definita da Washington come “pilastro fondamentale” dell’intesa. L’accordo prevede anche negoziati entro 60 giorni per lo smantellamento delle scorte di uranio arricchito.
Parallelamente, proseguiranno i colloqui tecnici sul programma nucleare, sui meccanismi di verifica e sulla completa applicazione delle sanzioni. Lo stesso “New York Times” riporta che il presidente Donald Trump ha avvertito: gli Stati Uniti riprenderanno gli attacchi militari contro l’Iran se non si arriverà a un accordo nucleare definitivo. Trump ha definito l’intesa attuale “un passo importante” verso una soluzione più ampia, ma ha ribadito che il rispetto degli impegni da parte iraniana sarà condizione indispensabile. Ha inoltre confermato che lo Stretto di Hormuz sarà “permanentemente esente da pedaggi” in base all’accordo. Se completato nelle sue fasi successive, questo patto rappresenta uno dei più significativi cambiamenti nelle relazioni tra Washington e Teheran da anni, combinando aspetti di sicurezza, militari ed economici, con la speranza di ridurre le tensioni regionali e aprire la strada a soluzioni più ampie su vari dossier caldi.
PRIMA NAVE GAS ATTRAVERSA STRETTO HORMUZ DOPO ACCORDO
Dati di tracking navale mostrano che una nave da gas naturale liquefatto (LNG) noleggiata dalla compagnia indiana Petronet ha attraversato oggi lo Stretto di Hormuz, dirigendosi verso est, dopo il raggiungimento dell’accordo tra Stati Uniti e Iran. Lo riporta la Tv Sky Arabia. Secondo le informazioni di tracciamento, la nave “Desha” trasporta un carico di GNL imbarcato dal terminal qatariota di Ras Laffan tra il 1° e il 2 marzo e si trovava bloccata a ovest del braccio di mare da allora. Fonti informate indicano che la consegna è destinata al terminal di Dahhej in India. La compagnia Petronet non ha per il momento commentato la notizia. Con questo transito, la “Desha” è tra le prime grandi navi commerciali a passare nel cruciale passaggio marittimo dopo l’annuncio dell’intesa tra Washington e Teheran.
MINISTRO PAKISTAN “MESSAGGIO DI RASSICURAZIONE PER MONDO E MERCATI”
Il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha rinnovato il benvenuto del suo Paese all’intesa tra Stati Uniti e Iran. In un messaggio pubblicato oggi su X, Dar ha sottolineato che questo accordo preliminare “trasmette un messaggio di rassicurazione alla comunità internazionale” e offre “grande fiducia e stabilità ai mercati globali e all’economia mondiale”, in particolare per i Paesi in via di sviluppo più esposti alle conseguenze dell’instabilità regionale.
Il capo della diplomazia pakistana ha elogiato l’impegno di Washington e Teheran nel perseguire la pace e ha espresso gratitudine “per il sostegno e gli sforzi diplomatici sinceri” profusi da Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Egitto e da altri Paesi, oltre che dall’Onu e dai partner internazionali coinvolti nel processo. Dar ha inoltre assicurato che il Pakistan resterà pronto a sostenere ogni ulteriore sforzo per consolidare i progressi raggiunti, mentre proseguono i negoziati sulle questioni ancora aperte. “Questo sviluppo positivo – ha concluso – spianerà la strada a una pace duratura, stabilità e prosperità condivisa per la regione e oltre”.
ROMA (ITALPRESS) – All’Auditorium della Conciliazione di Roma la seconda e ultima giornata dell’assemblea costituente di Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci. “Il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri, uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri e quindi devono essere tutti soggetti alle stesse regole. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità”. Ha detto leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, a margine dell’Assemblea costituente.
“Una posizione di lavoro la si guadagna in base al merito, non in base a quello che uno ha sotto le mutande, questa è parità. Perché non mettiamo le quote rose per i fabbri o per i muratori e invece le mettiamo per i politici o i dirigenti? Così come c’è la violenza sulle donne, esiste quella sugli anziani e non c’è un anzianicidio. Sono contrario al femminicidio, è un omicidio come tutti gli altri” ha aggiunto. “Mi chiamo Vannacci, mandateci al governo e ci riusciremo”. Così Vannacci ha risposto ai cronisti che gli chiedevano un commento sulla remigrazione. “Stipulerei accordi bilaterali laddove non ci fossero con gli stati di origine ma ce ne sono quasi con tutti” ha aggiunto. “Siamo pronti alle votazioni anche domani. Non è un problema di tempo per noi. Già da un po’ si ventilava l’ipotesi di un voto anticipato. La premier decida la data, Futuro Nazionale è già pronto, è già in trincea” ha detto ancora il generale.
“L’Italia, come fondatore della Comunità europea e partecipa a organizzazioni internazionali, deve continuare a parteciparvi ma nel senso in cui ne trae vantaggio e non da succube. Quindi sì all’Europa ma rifiutando direttive e regolamenti che ci rendono subalterni. Sì alla Nato ma sfruttando i vantaggi, e direi nella Nato alla turca che è un atteggiamento ben diverso rispetto ad altri paesi. Non siamo con o contro ma per quella linea politica che faccia gli interessi dell’Italia, quindi noi dobbiamo cercare la pace. Anche quella tra Russia e Ucraina è una guerra controproducente per l’Italia, noi dobbiamo cercare la pace” ha concluso.
GINEVRA (SVIZZERA) (ITALPRESS) – Violenti scontri sono scoppiati, alla vigilia del vertice di Evian, tra manifestanti anti-G7 e polizia nei pressi della sede delle Nazioni Unite a Ginevra, in Svizzera.
I manifestanti, secondo quanto riportano i media locali, avrebbero lanciato bottiglie, pietre, pezzi di cemento e petardi contro la polizia, che ha risposto con gas lacrimogeni.
– foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).
ROMA (ITALPRESS) – “Ho appena avuto una conversazione fantastica con il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Gli ho augurato un felice compleanno. Abbiamo discusso in dettaglio di molte questioni importanti, tra cui, naturalmente, la pace. Ho augurato al Presidente Trump successo, soprattutto nei suoi sforzi per porre fine alla guerra della Russia contro l’Ucraina. L’ho anche ringraziato per tutto il sostegno che l’America sta fornendo all’Ucraina e, cosa importante, ricordiamo con gratitudine ogni passo di questo sostegno, dai Javelin ai Patriot”. Così sui social il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, dopo una telefonata avuta con il presidente Usa.
“Abbiamo discusso di ciò che potrebbe aiutare a far avvicinare la pace ora e ho informato il Presidente degli ultimi sviluppi sul campo di battaglia e di come la nostra posizione si sia rafforzata. Abbiamo concordato di discutere di più durante il nostro incontro al vertice del G7. Abbiamo alcune buone idee che potrebbero aiutare a far avvicinare la pace e a proteggere le vite. Grazie!”, sottolinea il leader ucraino.
ANCHE PUTIN CHIAMA TRUMP
Il presidente della Russia, Vladimir Putin, e quello degli Stati Uniti, Donald Trump, hanno avuto un colloquio telefonico durato 55 minuti, definito dal Cremlino “amichevole e franco”. E’ quanto ha riferito il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov, sottolineando che Putin è stato il primo leader a chiamare Trump per gli auguri per il suo ottantesimo compleanno. I due presidenti hanno inoltre affrontato il tema dei possibili contatti tra rappresentanti dei due Paesi. Ushakov ha annunciato che l’inviato speciale americano Steve Witkoff e Jared Kushner si recheranno prossimamente in Russia. Putin, inoltre, ha confermato a Trump che se il presidente ucraino Volodymyr Zelensky desidera un incontro, deve recarsi a Mosca, ha reso noto il portavoce del Cremlino Yuri Ushakov.
L’attacco aereo israeliano contro la periferia sud di Beirut rischia di compromettere gli sforzi diplomatici in corso per porre fine all’attuale escalation regionale. Secondo quanto riportato da Fox News, citando un diplomatico coinvolto nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, i bombardamenti rappresentano un serio ostacolo alla conclusione di un accordo che sarebbe attualmente in fase avanzata di discussione. La fonte diplomatica ha affermato che i raid israeliani stanno creando “problemi per la finalizzazione dell’intesa”, accusando apertamente Tel Aviv di voler sabotare il percorso negoziale. Secondo questa lettura, l’operazione militare costituirebbe un tentativo di trascinare nuovamente Washington in un conflitto più ampio proprio mentre si cerca una soluzione diplomatica alla crisi.
L’attacco ha colpito un edificio residenziale nella Dahieh, la periferia meridionale della capitale libanese, area considerata una delle principali roccaforti di Hezbollah. L’azione militare costituisce inoltre una nuova violazione del fragile cessate il fuoco raggiunto tra Libano e Israele con la mediazione degli Stati Uniti. La reazione iraniana non si è fatta attendere. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha sostenuto che l’aggressione dimostra l’incapacità o la mancanza di volontà degli Stati Uniti nel far rispettare gli impegni assunti.
Secondo Ghalibaf, concedere ulteriore spazio d’azione a Israele non favorirebbe alcuna concessione da parte iraniana e renderebbe impossibile proseguire lungo il percorso negoziale. Anche Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione parlamentare per la Sicurezza Nazionale, ha lanciato un duro avvertimento. Pur lasciando aperta la porta a un’intesa, ha affermato che qualsiasi accordo richiederebbe prima il contenimento delle azioni israeliane, sostenendo che ulteriori operazioni militari rischierebbero di compromettere definitivamente ogni tentativo di dialogo. L’attacco ha provocato due vittime e venti feriti, tra cui donne e bambini, secondo le autorità sanitarie libanesi. I bombardamenti hanno colpito appartamenti situati nell’area densamente popolata di Tahwitat al-Ghadir, alimentando nuove tensioni in un contesto regionale già estremamente instabile. L’episodio si inserisce in una fase particolarmente delicata, segnata dagli sforzi diplomatici per evitare un allargamento del conflitto tra Iran, Israele e gli attori regionali coinvolti.
Proprio mentre Washington e Teheran cercano una difficile via d’uscita dalla crisi, i raid su Beirut rischiano di trasformarsi in un ulteriore elemento di frizione, aumentando l’incertezza sulle prospettive di una soluzione negoziata e sul futuro della stabilità mediorientale. Un punto è chiaro: Israele vuole la guerra, anche per problemi di politica interna.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
La polemica tra Cuba e Stati Uniti sull’assistenza umanitaria destinata all’isola si è nuovamente intensificata. Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha accusato il segretario di Stato USA, Marco Rubio, di manipolare deliberatamente fatti e cifre riguardanti gli aiuti annunciati da Washington negli ultimi mesi. In un messaggio pubblicato sui social, Rodríguez ha ribadito che L’Avana non ha mai respinto gli aiuti offerti senza condizioni politiche. Tuttavia, il capo della diplomazia cubana ha definito “cinica” la narrativa statunitense, sottolineando che gli annunci di assistenza risultano poco significativi se confrontati con l’impatto delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti.
Secondo il governo cubano, Washington ha impiegato oltre sei mesi per completare l’invio di un primo pacchetto di aiuti del valore di 3 milioni di dollari e diversi mesi per trasferire solo una parte dei successivi 6 milioni annunciati. Da qui il dubbio espresso da Rodríguez sulla reale volontà USA di concretizzare rapidamente il nuovo programma da 100 milioni di dollari presentato a maggio dal Dipartimento di Stato. L’Avana sostiene che tale cifra sia irrisoria rispetto ai danni economici provocati annualmente dall’embargo e dalle restrizioni energetiche, che secondo le autorità cubane superano i 5 miliardi di dollari l’anno.
Per il governo dell’isola, gli annunci umanitari avrebbero soprattutto una funzione propagandistica, mentre una misura realmente efficace sarebbe la revoca delle sanzioni e delle limitazioni alle forniture energetiche. La controversia si inserisce in un contesto di crescente tensione tra i due Paesi. Dall’inizio del secondo mandato del presidente statunitense Donald Trump, Cuba denuncia un ulteriore irrigidimento della politica di pressione economica da parte di Washington. Secondo L’Avana, le nuove misure hanno aggravato le difficoltà del Paese in settori strategici come energia, sanità, trasporti, istruzione e approvvigionamento alimentare. G
li Stati Uniti, dal canto loro, sostengono che gli aiuti siano destinati direttamente alla popolazione cubana attraverso organizzazioni religiose e umanitarie indipendenti. Il governo cubano respinge però questa impostazione, affermando che il vero ostacolo allo sviluppo dell’isola non sia la mancanza di assistenza esterna, bensì il protrarsi di un blocco economico che dura da oltre sessant’anni e che continua a pesare in modo significativo sulla vita quotidiana della popolazione.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
Oggi si firma. Anzi no. Forse. L’intesa di pace tra gli Usa di Donald Trump e la Repubblica Islamica dell’Iran continua svincolarsi tra proclami e smentite, anche perché se da un lato c’è chi cerca la soluzione al conflitto, dall’altro Benjamin Netanyahu continua a calcare la mano in Libano. Proprio le operazioni dell’Idf israeliana rischiano ora di inficiare mesi di lavoro diplomatico, e da Washington è trapelato il disappunto del presidente per gli attacchi di oggi a edifici residenziali della periferia meridionale di Beirut che hanno causato almeno tre morti e numerosi feriti. Immediata la reazione di Teheran: il vicecomandante del comando unificato, Mohammad Jafar Asadi ha fatto sapere che a breve vi sarà la risposta iraniana, e in Israele sono stati allertati i cittadini e vietati i grandi assembramenti per il rischio di un attacco iraniano con missili e droni.
Per Trump “le bombe su Beirut sono un errore, l’attacco non sarebbe dovuto accadere in un giorno così speciale, con l’Iran pronto a firmare l’accordo . (…) Non dovrebbero esserci più attacchi israeliani in Libano, né di Hezbollah contro Israele: questo potrebbe essere l’inizio della pace, è un’occasione che non va sprecata”.
Ad ostacolare la firma dell’intesa nel girono dell’80mo compleanno di Trump sono anche i termini temporali: il piano prevede la rinuncia dell’Iran alla costruzione e all’acquisto di armi nucleari, cosa accettata da Teheran, ma per le modalità di attuazione di alcuni punti, tra cui la diluizione dei 450 kg di uranio arricchito, gli iraniani chiedono 60 giorni di tempo. Stessa cosa per la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz: gli Usa hanno accettato che l’Iran, in accordo con l’Oman, eserciti un controllo sullo Stretto, ma anche in questo caso non sono chiare le modalità, compresa l’eventuale tassa di due milioni di dollari a nave che Teheran vorrebbe imporre.
Per il resto l’accordo quadro sembrerebbe pronto. Washington ha accettato di non interferire negli affari interni dell’Iran e di chiudere le basi militari nelle aree attorno all’Iran, come pure di togliere il blocco allo Stretto di Hormuz, di eliminare le sanzioni e di sbloccare 25 miliardi di dollari congelati. Teheran, oltre a rinunciare alla bomba nucleare, si impegna a non finanziare i cosiddetti “proxy” (Hamas, Houthi dello Yemen ed Hezbollah in Libano) e a togliere il proprio blocco allo Stretto di Hormuz. Entrambe le parti continuano a comunicare una reciproca mancanza di fiducia, per cui l’Iran sta insistendo sul fatto che l’accordo definitivo dovrà essere approvato tramite una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
I commando dei Royal Marines sono saliti a bordo della Smyrtos, una petroliera battente bandiera camerunese, mentre transitava nel Canale della Manica. A dare l’annuncio è stato direttamente il primo ministro britannico Keir Starmer, che ha definito l’operazione un successo e l’ennesimo colpo alla Russia. Secondo quanto riportato in una dichiarazione congiunta con il Ministero della Difesa, si tratterebbe del primo intervento di questo tipo. La nave, lunga 243 metri, è stata ancorata vicino all’isola di Portland, al largo del Dorset, nella parte sud-occidentale dell’Inghilterra. Le autorità britanniche stanno ora ispezionando l’imbarcazione per valutare eventuali rischi ambientali o minacce alla sicurezza. Non sono state fornite informazioni sull’equipaggio.
Starmer ha pubblicato sui suoi profili social anche un video che mostra i militari armati mentre salgono a bordo della petroliera, vantandosi di aver diretto personalmente l’intercettazione. L’accusa nei confronti di Mosca è quella di utilizzare una cosiddetta 'flotta ombra' per aggirare le sanzioni occidentali sull’export di petrolio. Una tesi che l’ambasciata russa a Londra ha già bollato in passato come un atto di pirateria, ricordando che il governo britannico avrebbe già preparato il terreno legalmente a marzo, quando un parere legale avrebbe autorizzato i militari a salire a bordo di queste navi.
In the early hours of this morning, I directed our Armed Forces to intercept a shadow fleet oil tanker attempting to pass through the English Channel.
This successful operation delivers yet another blow to Russia and reminds those fueling Putin's war in Ukraine that we will not…
Ma la risposta più dura è arrivata dall'inviato del Cremlino Kirill Dmitriev, che ha pubblicamente accusato Starmer di avere ben altre priorità. In un post su X, Dmitriev ha scritto testualmente: “Il disperato Starmer, invece di intercettare i SUOI immigrati che violentano, mutilano e decapitano i cittadini britannici, tenta di DISTARRE il Regno Unito con un’escalation”. Parole pesanti che riportano l’attenzione su un tema spinoso per il governo di Londra. Negli ultimi anni il Regno Unito è stato scosso da numerosi attacchi, omicidi e stupri di alto profilo che hanno coinvolto migranti. Solo questa settimana, una ragazza di diciassette anni è stata accoltellata al collo nel nord-ovest dell’Inghilterra da un uomo di trent’anni di origini pakistane. Senza dimenticare la cronaca quotidiana delle piccole imbarcazioni che attraversano la Manica dalla Francia, un problema che i vari governi britannici hanno sempre promesso di risolvere senza mai riuscirci.
Desperate Starmer, instead of intercepting HIS immigrants who rape, mutilate and behead British people, attempts to DISTRACT the UK with an escalation. https://t.co/3xjHIrXA39
Secondo Dmitriev, insomma, il sequestro della Smyrtos non avrebbe nulla a che vedere con la sicurezza o con il rispetto delle sanzioni. Sarebbe piuttosto un tentativo di creare una contrapposizione artificiosa, di alzare la tensione con Mosca per far dimenticare ai sudditi di Sua Maestà i veri problemi del paese. Una accusa che non è nuova: la Russia considera da tempo la Gran Bretagna una delle principali artefici del conflitto in Ucraina, accusandola di fornire armi al regime di Kiev per colpire in profondità il territorio russo. E da Mosca arriva ormai sistematicamente la denuncia della demonizzazione della Russia da parte dei governi occidentali, volta a giustificare l’aumento delle spese militari e a distrarre le opinioni pubbliche dai guai domestici.
L’ambasciata russa a Londra aveva già definito questo genere di operazioni un passo profondamente ostile, parlando senza mezzi termini di atti di pirateria. Nel mirino della risposta russa non c’è solo Starmer, ma l’intera classe politica britannica, accusata di usare la paura della Russia, creata ad arte, come parafulmine per le proprie incapacità. Intanto la Smyrtos resta ancorata al largo di Portland, trasformata in un trofeo. E la domanda che molti si pongono, leggendo le parole del diplomatico russo, è se il vero obiettivo dell’operazione fosse una petroliera fantasma o semplicemente un nuovo nemico da mostrare all’opinione pubblica per farle dimenticare i numerosi problemi interni che l'affliggono e abbassano drasticamente la qualità delle vita del popolo britannico.
BARCELLONA (SPAGNA) (ITALPRESS) – Lewis Hamilton torna sul gradino più alto del podio a quasi due anni di distanza dall’ultima volta. Il pilota della Ferrari vince il Gran Premio di Catalogna 2026 di Formula 1 e conquista il suo primo successo con la Rossa. Alle sue spalle si piazzano la Mercedes di George Russell e la McLaren di Lando Norris, che approfitta del ritiro nel finale di Andrea Kimi Antonelli per un problema sulla sua monoposto. Fuori dai giochi nel finale anche Charles Leclerc, al suo secondo ritiro consecutivo dopo quello di Monte-Carlo della settimana scorsa.
Quarta posizione per Max Verstappen su Red Bull, che precede la McLaren di Oscar Piastri e il compagno di squadra Isack Hadjar. Completano la top 10 di giornata Pierre Gasly, Franco Colapinto (Alpine), Liam Lawson e Arvid Lindblad (Racing Bulls). Prossimo appuntamento il weekend del 28 giugno con il Gran Premio d’Austria.
LE DICHIARAZIONI
Lewis Hamilton: “Devo ringraziare tutti i presenti, il team e Vasseur per aver creduto in me e avermi portato in questo team. Avevo iniziato lo scorso anno con un sogno ed è stata una stagione quasi impossibile, ma non abbiamo mai perso la speranza. Il team mi ha sempre tirato su di morale e abbiamo lavorato insieme per migliorare. Le mie vittorie sono tutte speciali, ma questa è davvero qualcosa di unico. Mi sono sempre chiesto cosa significasse vincere con questa macchina. Spero che sia la prima di tante”, commenta il sette volte campione del mondo. Sulla lotta per il titolo: “La strada è ancora lunga, c’è tanto da lavorare per colmare il divario con la Mercedes”, spiega Hamilton.
George Russell: “E’ stata una gara difficile, è bello tornare sul podio dopo aver condotto una gara pulita. Oggi la Ferrari era fortissima, complimenti a loro e a Lewis, che sarà sempre uno di noi. Ieri è stata una sorpresa vedere gli avversari così forti, sicuramente saranno una minaccia anche in vista delle prossime gare”.
Lando Norris: “E’ bellissimo rivedere Lewis al vertice. La gara è stata difficile e io ho fatto tutto quello che potevo per provare a tenere il passo di chi era davanti, ma erano troppo veloci. Abbiamo avuto fortuna per il ritiro di Antonelli, ma sono contento di tornare sul podio. Per vincere ci manca ancora qualcosa, dobbiamo continuare a lavorare duro e tenere gli occhi aperti”.
Andrea Kimi Antonelli: “Mi sento un po’ vuoto dentro. È un peccato perché stavo andando veramente forte. Il nostro punto debole è l’affidabilità. Da quello che ho capito, ho avuto lo stesso problema di George in passato. È un punto su cui dobbiamo lavorare, perché la Ferrari ha un’affidabilità molto buona. Oggi è andata così, purtroppo sono cose che capitano e non è colpa di nessuno, ma abbiamo perso punti importanti”.
Charles Leclerc: “Ora bisogna solo avere weekend puliti e risultati buoni. È stato difficile gestire alcune cose, ma io non sono stato ad un buon livello. Lewis è sempre stato un passo avanti. Sono contento per lui e per il team. Ora tocca a me lavorare. Non c’è invidia da parte mia, ma solo delusione. Devo resettare”.
Toto Wolff: “E’ inaccettabile perdere macchine in questo modo. Russell a Montreal ha perso 25 punti, oggi Kimi 18. Per vincere bisogna finire le gare, non basta la velocità. Sono molto arrabbiato per come ce la siamo giocata, oggi abbiamo perso due volte. Non facciamo ordini di scuderia, ma in questo modo abbiamo perso la gara. Dobbiamo capire come gestirla in futuro. Ho sempre detto che se non vinciamo noi, vorrei che vincesse Hamilton. Sono contento per lui e per la Ferrari. Sono veloci e sono dei rivali per il titolo”, sottolinea il dirigente austriaco”.
Fred Vasseur: “E’ una giornata molto bella per Lewis e per tutto il team. Dobbiamo tenere a mente che stiamo spingendo come pazzi, questo è il modo giusto per ripagare la squadra. E’ molto bello fare due podi consecutivi in Europa, ieri abbiamo anche lottato per la pole. Due settimane fa non eravamo da nessuna parte e oggi non siamo campioni del mondo. Dobbiamo mantenere lo stesso approccio e tenere la massima concentrazione. Le prestazioni saranno determinate dalla capacità di sviluppare la macchina nel corso della stagione”. Sul secondo ritiro consecutivo di Leclerc: “Oggi non è stata colpa sua, è stato un problema di affidabilità. La cosa positiva è che aveva un ottimo passo. Aveva fiducia e deve ripartire da questo“, ha spiegato Vasseur.
L’ORDINE DI ARRIVO
1. Lewis Hamilton (GBR) Ferrari 1h32’28″105 alla media di 199.356
km/h
2. George Russell (GBR) Mercedes +19″561
3. Lando Norris (GBR) McLaren +23″719
4. Max Verstappen (NED) Red Bull +40″497
5. Oscar Piastri (AUS) McLaren +58″661
6. Isack Hajdar (FRA) Red Bull +1 giro
7. Pierer Gasly (FRA) Alpine +1 giro
8. Franco Colapinto (ARG) Alpine +1 giro
9. Liam Lawson (NZL) Racing Bulls +1 giro
10. Arvid Lindblad (GBR) Racing Bulls + 1 giro
Giro più veloce: Lewis Hamilton (GBR) Ferrari (°44) in 1’20″122
alla media di 209.245 km/h.
LA CLASSIFICA PILOTI
1. Andrea Kimi Antonelli (Ita) Mercedes 156 punti
2. Lewis Hamilton (Gbr) Ferrari 115
3. George Russell (Gbr) Mercedes 106
4. Charles Leclerc (Mon) Ferrari 75
5. Lando Norris (Gbr) McLaren 73
6. Oscar Piastri (Aus) McLaren 68
7. Max Verstappen (Ned) Red Bull 55
8. Pierre Gasly (Fra) Alpine 41
9. Isack Hadjar (Fra) Red Bull 34
10. Liam Lawson (Nzl) Racing Bulls 26
11. Franco Colapinto 15 (Arg) Alpine 19
12. Oliver Bearman (Gbr) Haas 18
13. Arvid Lindblad (Gbr) Racing Bulls 12
14. Carlos Sainz (Esp) Williams 6
15. Alexander Albon (Tha) Williams 5
16. Esteban Ocon (Fra) Haas 3
17. Gabriel Bortoleto (Bra) Audi 2
18. Fernando Alonso (Esp) Aston Martin 1
LA CLASSIFICA COSTRUTTORI
1. Mercedes 262 punti
2. Ferrari 190
3. McLaren 141
4. Red Bull 89
5. Alpine 60
6. Racing Bulls 38
7. Haas 21
8. Williams 11
9. Audi 2
10. Aston Martin 1
11. Cadillac 0
Un bombardamento dei sionisti delle Forze di Difesa Israeliane ha colpito nella giornata il quartiere di Dahieh, alla periferia sud di Beirut, una zona molto popolata della capitale libanese. L’obiettivo dichiarato dalle FDI sarebbe una struttura di Hezbollah, descritta come un centro di comando. Sulle immagini diffuse dall’esercito israeliano si vedono i danni riportati da un edificio che secondo fonti locali ospitava appartamenti. Il bilancio provvisorio parla di almeno una persona uccisa e quattro feriti. Insomma, le classiche giustificazioni israeliane per cercare di nascondere la volontà deliberata di bombardare i civili.
L’operazione militare arriva in un momento particolarmente delicato sul piano diplomatico. Stati Uniti e Iran sono impegniti in trattative avanzate per raggiungere un accordo di pace, con la mediazione del Pakistan. Il presidente statunitense Donald Trump aveva annunciato l’imminente firma di un memorandum di intesa, ipotizzando addirittura la giornata di domenica come data della sigla. Il premier pakistano Shehbaz Sharif aveva parlato di preparativi per una firma elettronica nelle ventiquattro ore successive.
Sulla tempistica concreta, però, sono arrivate precisazioni da Teheran. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha dichiarato che le possibilità di un accordo sono alte ma che la firma non avverrà domani, e ha smentito viaggi imminenti della delegazione iraniana a Ginevra o Islamabad.
Proprio mentre si cercava di limare gli ultimi dettagli, Israele ha lanciato il suo attacco su Beirut. Le FDI hanno giustificato il raid come risposta a tre proiettili sparati da Hezbollah verso il nord del paese. Una dinamica che riporta indietro nel tempo, a una sequenza di rappresaglie e controrappresaglie che ha sempre finito per colpire solo i civili libanesi.
L’Iran ha reagito con durezza. Il capo del parlamento di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto sul suo account X: “La invasione sionista di Dahiya ha dimostrato una volta ancora che gli Stati Uniti mancano della volontà o della capacità di mantenere i propri obblighi”. E ha aggiunto: “Non si può guadagnare popolarità dando luce verde al regime sionista. Il gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo è obsoleto”. Parole che mettono in difficoltà la Casa Bianca, ritratta nella sua duplice veste di mediatore e di alleato di Israele. Ghalibaf ha poi sottolineato che se Washington non ha volontà né capacità, diventa impossibile parlare di progresso nei negoziati di pace.
— ???????? ??????? | MB Ghalibaf (@mb_ghalibaf) June 14, 2026
Ma la critica più significativa, forse, arriva da dentro Israele. Secondo quanto riportato da un mezzo di comunicazione israeliano, alti funzionari di Tel Aviv avrebbero definito l’accordo in discussione tra Usa e Iran un patto che danneggia gli interessi nazionali. Una fonte anonima ha detto testualmente: “Trump ci ha danneggiato”. Un’affermazione che rivela il profondo disagio di chi si sente scavalcato dai negoziati, e che forse spiega il tempismo dell’attacco a Beirut. Perché Israele vuole la guerra anche per questioni di politica interna.
Non è la prima volta che le violenze riesplodono proprio mentre si fanno passi avanti verso una tregua. Una costante che alimenta il sospetto che una parte in causa, quella israeliana, non abbia alcuna intenzione di arrivare a un tavolo di pace. Anzi. Le condizioni poste in passato dall’Iran per il cessate il fuoco erano chiare: stop agli attacchi sul Libano e ritiro dalle zone occupate. Condizioni che al momento appaiono più lontane che mai vista la tracotanza sionista.
Il Quartier Generale iraniano ha avvertito che in caso di nuove aggressioni nel sud del Libano le proprie forze reagiranno con azioni molto più severe del passato. Un avvertimento che rischia di trasformarsi in una profezia che si autoavvera, se le diplomazie non riusciranno a imporre un freno. Intanto i morti a Beirut sono già sul tavolo delle notizie, e l’accordo di pace atteso da giorni è scivolato ancora una volta in secondo piano.
LIVORNO – Una dodicenne accerchiata e minacciata di morte in un parco pubblico perché non indossava abiti conformi alle regole islamiche.
La denuncia, presentata in questura da una madre di 45 anni originaria del Bangladesh ma residente a Livorno, ha fatto scoppiare un vero e proprio caso politico. I fatti, consumati al parco del Parterre durante un pomeriggio di giochi, descrivono il blitz di un gruppo di adulti connazionali guidati da una donna in burqa, che avrebbe intimato alla bambina di coprirsi in quanto figlia di un musulmano. Di fronte al rifiuto della piccola, la situazione è degenerata in intimidazioni verbali e minacce, scatenando il panico nella giovane vittima, che ora si rifiuterebbe persino di uscire di casa.
La vicenda solleva il velo su una realtà complessa, definita nella querela come una pressione sistematica operata da un gruppo radicale per indottrinare e imporre il rigore religioso alla comunità bengalese locale, anche a costo di minacciare chi difende la propria libertà, come nel caso di questa famiglia dove la madre professa l’induismo e il padre l’islam.
Sul gravissimo episodio è intervenuto duramente il senatore della Lega Manfredi Potenti: “Aver minacciato di morte una minore per imporle il burqa – dice – in un parco pubblico è un fatto di una gravità inaudita che non può restare impunito: via dal nostro paese chi non si integra e incita alla violenza. Quanto accaduto a Livorno, dove una ragazzina di 12 anni è stata aggredita perché non indossava abiti consoni ai dettami islamici, dimostra come certa gente rifiuti categoricamente di adeguarsi alle regole occidentali e alle nostre leggi civili. E non siamo di fronte a un caso isolato”.
“Bene ha fatto la madre della giovane a rivolgersi alle forze dell’ordine per denunciare questo grave episodio – spiega Potenti – Confidiamo che le indagini portino rapidamente a individuare i responsabili: chi compie tali azioni va identificato ed espulso immediatamente dall’Italia. Auspico, inoltre, che si adottino delle cautele per monitorare questa comunità. Contro queste derive la Lega è in prima linea anche con la proposta di legge che introduce un nuovo reato per punire chi costringe altre persone a indossare tali coperture, con sanzioni che arrivano fino a 30 mila euro. Nel nostro paese – conclude – la libertà e la legalità si difendono senza arretramenti”.
Rincarano la dose il responsabile provinciale e comunale della Lega, Carlo Ghiozzi e Michele Gasparri: “Quanto accaduto al Parterre documentato da specifica querela, dove una bambina di soli 12 anni è stata aggredita e minacciata di morte, è un episodio di una gravità inaudita, fuori da ogni logica e che offende la nostra città. Esprimiamo la nostra piena vicinanza alla piccola e alla sua famiglia per il trauma subito. La misura è colma. La linea della Lega, a livello locale e nazionale, è ferma: chi viene in Italia ha il dovere imprescindibile di integrarsi, rispettando le nostre normative, la nostra cultura e i nostri costumi. Chi non vuole rispettare le nostre regole deve fare le valigie immediatamente, altrimenti deve essere espulso senza “se” e senza “ma”. Non c’è spazio nel nostro Paese per chi pensa di poter imporre modelli comportamentali antidemocratici e violenti”.
“Chi si rende protagonista di minacce di morte deve essere trattato con tolleranza zero: pretendiamo che vengano processati e puniti penalmente con la massima severità, senza alcuna scusante, attenuante o sconto di pena. A questo deve seguire, in via automatica, l’espulsione dal territorio nazionale. Per questo motivo, ribadiamo la necessità urgente di realizzare i Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri) anche in Toscana, strutture fondamentali per agevolare e rendere concrete le espulsioni di chi non ha diritto di stare qui e si macchia di tali nefandezze. Ritardare la realizzazione di questi centri significa essere complice di queste nefandezze. La gente è stanca. Gesti simili sono totalmente incompatibili con la civiltà italiana e la nostra sicurezza. Ci domandiamo, a questo punto, dove siano le esponenti del Partito Democratico e la Commissione pari opportunità. Ci aspettiamo che si indignino pubblicamente di fronte a questa violenza, altro che le battaglie ideologiche e strumentali sul ‘patriarcato’ a cui ci hanno abituato. Quando la violenza colpisce una donna o una bambina, il silenzio della sinistra diventa complice. La Lega presenterà immediatamente una mozione in consiglio comunale per richiedere una condanna ferma e senza appelli verso gli autori di questo vile gesto. Non tollereremo ulteriori ambiguità: chiediamo a tutto il consiglio comunale di prendere una posizione chiara e netta. Basta con l’insicurezza: serve protezione per i nostri figli e rispetto assoluto per la nostra cultura”.
LIVORNO – Un finale clamoroso e senza precedenti nella storia recente delle gare remiere ha scosso la 57esima edizione della Coppa Barontini, uno degli appuntamenti più suggestivi ed emozionanti del circuito livornese. L’armo del Venezia, il celebre Cavallino rosso, è stato infatti protagonista di un incredibile imprevisto, fermandosi bruscamente sotto il ponte dei Francesi e finendo fuori gara senza riuscire a concludere il tradizionale percorso lungo i fossi medicei.
A causare il blocco forzato dell’imbarcazione, secondo quanto emerso al termine della manifestazione, sarebbe stato un remo rimasto accidentalmente incastrato in una cima che penzolava proprio sotto l’arcata del ponte. Una situazione caotica che ha spinto i giudici a riunirsi in via straordinaria dopo la mezzanotte per valutare l’accaduto e decidere se convalidare l’ordine di arrivo ufficiale.
A trionfare sul traguardo del Pontino, approfittando anche del colpo di scena che ha tagliato fuori i rivali storici, è stato l’armo del Borgo Cappuccini, che ha bloccato il cronometro sul tempo di 15’08’’53, aggiudicandosi la prestigiosa vittoria. Alle sue spalle si è piazzato il Labrone, che ha conquistato un ottimo secondo posto, mentre il gradino più basso del podio è andato al San Jacopo.
Per i colori del Labrone la festa è stata comunque doppia, grazie al successo ottenuto dalle proprie atlete nella categoria delle imbarcazioni a dieci remi femminili.
La giornata sui fossi era iniziata sotto il segno delle grandi emozioni del trofeo Edda Fagni, la tradizionale competizione a cronometro dedicata ai giovani atleti delle gozzette a quattro remi della categoria juniores maschile e alle sfide femminili. Tra i ragazzi, a dominare la scena è stato proprio l’armo del Venezia, capace di far registrare il miglior tempo assoluto in 5’16″47. Una vittoria netta davanti al Borgo, secondo con il tempo di 5’25″73, e ai padroni di casa del Pontino, terzi in 5’33″87. A seguire si sono posizionati nell’ordine Labrone (5’38″36), Salviano (5’43″09), Ovo Sodo (5’45″40), Ardenza (6’07″48) e San Jacopo, che ha chiuso la classifica con il tempo di 6’30″82.
Tra le gozzette a quattro femminili, la vittoria finale è andata alle ragazze dell’Ovo Sodo, che hanno completato il percorso in 5’26″54. Piazza d’onore per l’equipaggio del Borgo 1 con il tempo di 5’38″26, seguito al terzo posto dall’armo del Labrone 2 in 5’44″08. Più staccati gli altri equipaggi: l’Ardenza ha chiuso in 5’52″80, il Borgo 2 in 5’55″81 e il Labrone 1 in 5’57″04. Serata da dimenticare, invece, per le atlete del San Jacopo, costrette al ritiro a causa della rottura del timone che, da regolamento, ha impedito loro di poter ripetere la regata.
Tra una competizione e l’altra, il numeroso pubblico presente sulle spallette dei fossi ha potuto assistere all’applauditissima esibizione della soprano Alessia Battini, che ha incantato la platea interpretando alcune tra le più celebri arie tratte dalle opere del compositore livornese Pietro Mascagni.
Un terremoto di magnitudo ML 4.7 è stato registrato dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale alle ore 19:28:12 italiane del 13 giugno 2026 localizzato nel Mar Tirreno meridionale, lungo la Costa Calabra nord-occidentale, ad una profondità pari a circa 214 km.
I terremoti profondi, caratteristici di quest’area del Mar Tirreno meridionale, sono provocati dal processo geologico di subduzione della litosfera ionica sotto la Calabria.
Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che in questa area la sismicità è frequente, da ricordare il terremoto del 26 ottobre 2006 di magnitudo Mw 5.8 con epicentro molto vicino al terremoto di questa sera e con profondità ipocentrale molto simile, circa 220 km.
Il risentimento sismico in superficie per eventi profondi può essere ampio. In questo caso il terremoto è stato avvertito in alcune località in Calabria e in parte della Sicilia, come testimoniano gli oltre 200questionari arrivati fino a questo momento sul sito “Hai sentito il terremoto?”.
I numeri sono concreti e pesano più di tante parole. E ieri, durante la riunione del Cremlino sullo sviluppo di Donbass e Novorossija, i numeri hanno parlato chiaro. Vladimir Putin ha messo nero su bianco l’obiettivo: entro il 2030 i territori delle ex repubbliche di Donetsk e Lugansk, insieme alle regioni di Zaporizhzhia e Kherson, dovranno raggiungere gli standard generali russi. Qualità della vita, infrastrutture, lavoro.
Non è uno slogan, come evidenzia il presidente della federazione Russa. Ad aprile 2023 il governo ha approvato un programma complesso di sviluppo, dentro il quale ci sono circa trecento interventi specifici. Scuole, ospedali, strade, fabbriche, campi da agricoltura. E anche il lavoro di 26 aziende statali e 82 soggetti della Federazione, ognuno con un pezzo di territorio da seguire.
Il punto della stituazione
A fare il punto della situazione ci hanno pensato i vicepremier Marat Khusnullin e Tatiana Golikova. E il quadro, nonostante le difficoltà, racconta di una macchina che si è messa in moto.
Khusnullin ha elencato i numeri della ricostruzione: oltre 7.700 condomini riparati, per un totale di 24 milioni di metri quadrati di abitazioni. Poi 63 strutture sanitarie rimesse a nuovo, 1.700 edifici scolastici, 500 tra impianti sportivi e centri culturali. Poi il lavoro sulle strade: riparati e costruiti più di 8.000 chilometri di asfalto, compresi i tratti dell’Anello d’Azov. Quelle federali sono già a norma, ora tocca alle municipali.
Nell’economia, la zona economica libera conta già più di 500 partecipanti. Investimenti dichiarati? Oltre 383 miliardi di rubli. Il credito bancario cresce, il portafoglio prestiti ha toccato i 275 miliardi, con un balzo del 30% solo nei primi cinque mesi del 2026. Le entrate fiscali del 2025 sono aumentate del 22% rispetto all’anno prima: 435 miliardi di rubli. E i settori produttivi corrono, con tassi di crescita tra il 10 e il 20%, come riporta il quotidiano Izvestia.
Nascite in aumento e sostegno alle madri
Sul fronte sociale, Golikova ha portato notizie che suonano quasi controcorrente. I quattro territori sono ormai dentro i progetti nazionali “Famiglia”, “Vita attiva e lunga” e “Quadri”. Oltre 2,4 milioni di persone ricevono sostegno federale. Le pensioni sono state assegnate a più di 1,5 milioni di cittadini, e il 93% di queste è già calcolato sugli standard russi. Quasi 140.000 i certificati per il capitale di maternità distribuiti. Il sussidio unico per le famiglie copre 36.000 nuclei, con 56.000 bambini coinvolti.
E poi misure per favorire la natalità: è cresciuta in tre anni. La repubblica di Donetsk guida la classifica con un +14%. Più di un terzo delle famiglie con bambini, ha aggiunto Golikova, utilizza contratti sociali. Funzionano i programmi “Medico di campagna” e “Infermiere di campagna” per attirare personale nei territori. E la sanità si sta riorganizzando su tre livelli, dentro il sistema obbligatorio di assicurazione medica. La disponibilità di cure ad alta tecnologia è triplicata: da 4.300 pazienti nel 2023 a 12.000 nel 2025. A Melitopol, per la prima volta, è entrato in funzione un acceleratore lineare per la radioterapia.
La strategia del mare e il nodo sicurezza
Putin ha anche annunciato una nuova strategia per la regione dell’Azov. Turismo, trasporti, terre agricole da mettere a coltura, pesca, bonifica ambientale. Obiettivo: non lasciare indietro nessun pezzo di territorio.
Ma il presidente non ha nascosto le difficoltà. Ha ringraziato medici, insegnanti, operai, autisti, tutti quelli che lavorano “in condizioni complesse, tra bombardamenti e attacchi di droni”. E ha aggiunto, con tono duro: le nostre truppe tengono il vantaggio strategico e avanzano. Il regime di Kiev, incapace di reggere l’urto, ricorre a metodi terroristici - ha denunciato - colpendo civili, infrastrutture e mezzi di trasporto.
Alla fine, la frase che forse riassume tutto: “È stato fatto molto, ed è un bene. Ma i problemi non risolti sono molti di più. Adesso parliamo proprio di questo”.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato in un'intervista ai media locali che la Repubblica Islamica ha vinto la guerra contro gli Stati Uniti.
"L'Iran è il vincitore di questa guerra, e il popolo iraniano è il vero vincitore in questo scenario [...] Qualsiasi accordo ha lo scopo di consolidare la vittoria sul campo di battaglia", ha dichiarato il ministro degli Esteri.
Araghchi ha sottolineato che Teheran ha conseguito la vittoria nonostante gli Stati Uniti e Israele possedessero armamenti avanzati, comprese capacità nucleari. "Naturalmente, dopo una vittoria di tale portata, è necessario consolidarla attraverso un accordo o un'intesa", ha affermato.
In questo contesto, ha fornito dettagli sull'accordo con Washington, che, a suo dire, è in fase di finalizzazione. Il ministro degli Esteri ha indicato che il documento rappresenta un memorandum d'intesa in 14 punti ed è ancora soggetto a modifiche prima dell'approvazione definitiva. Ha inoltre rifiutato di fornire ulteriori dettagli sull'accordo, affermando che saranno resi noti al termine dei negoziati.
Il ministro ha inoltre confermato che entrambe le parti sono "più vicine che mai" alla firma dell'accordo preliminare. "Potrebbe accadere nei prossimi giorni; lo spero", ha osservato. Ha anche spiegato che "la firma avverrà a distanza, in modalità digitale, come si dice oggi". "Ciascuna parte firmerà, e poi verrà annunciato che questo memorandum d'intesa è stato firmato da entrambe le parti", ha affermato.
In tale contesto, ha esortato i media ad "astenersi da speculazioni che potrebbero turbare il clima psicologico e politico internazionale in un modo che potrebbe compromettere questa opportunità". "Lasciamo che il nostro lavoro proceda secondo i suoi principi e nel suo ambito di competenza", ha concluso.
Un'analisi di Oxfam basata sui dati delle Nazioni Unite, pubblicata l'11 giugno 2026, rivela un dato drammatico: negli ultimi tre anni, nella Cisgiordania occupata, le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più palestinesi rispetto ai 17 anni precedenti messi insieme.
Tra il 2023 e il 2025, il numero di palestinesi uccisi nella regione ha raggiunto quota 1.244, tra cui si contano 268 bambini. Per avere un metro di paragone, tra il 2006 e il 2022 le vittime palestinesi erano state 1.036.
Bushra Khalidi, responsabile delle politiche umanitarie di Oxfam International, ha commentato la situazione con parole dure:
"L'aumento delle uccisioni di civili in Cisgiordania è tragico e orribile. Mentre gli occhi del mondo sono puntati su Gaza, gli attacchi in Cisgiordania si sono intensificati. Da quando ha avuto luogo l'operazione di Hamas il 7 ottobre 2023, Israele ha commesso un genocidio a Gaza, consentendo al contempo un'ondata di violenza senza precedenti in tutta la Cisgiordania".
Anche gli sfollamenti forzati hanno registrato picchi mai visti prima. Negli ultimi tre anni sono stati quasi 46.000 i palestinesi sradicati dalle proprie case, un numero che eclissa ampiamente i 13.000 sfollati registrati nei 14 anni precedenti.
Le testimonianze dal campo e l'aumento delle restrizioni
Saed, un uomo palestinese di 50 anni costretto ad abbandonare la propria terra, racconta l'escalation:
"Prima avevamo a che fare con i coloni di continuo, ma negli ultimi tre anni la violenza da parte loro è aumentata vertiginosamente. Alla fine siamo stati costretti ad andarcene e ora un colono vive in casa mia. L'ho visto con i miei occhi. Ha preso il controllo dell'intera comunità. Mi si spezza il cuore a parlare del passato".
La famiglia di Saed ha cercato rifugio in un'altra comunità vicino a Gerico, ma le violenze non si sono fermate:
“I coloni bloccavano le strade, giravano armi in pugno, molestavano e terrorizzavano i nostri figli mentre andavano a scuola. Facevano pascolare il loro bestiame all'interno della nostra comunità, proprio vicino alle nostre case. Nei casi peggiori, rubavano il nostro bestiame godendo della protezione dell'esercito e della polizia”.
Attualmente, la libertà di circolazione nella Cisgiordania occupata è soffocata da un numero record di 925 ostacoli fisici e posti di blocco, un incremento del 43% rispetto alla media degli ultimi 20 anni. Soltanto nei primi tre mesi del 2026, Oxfam ha già rilevato più di 540 attacchi condotti da abitanti degli insediamenti abusivi, provocando altri 2.200 sfollati.
Amnesty International: "In corso una pulizia etnica deliberata"
A confermare la sistematicità di queste azioni è un dettagliato rapporto di Amnesty International pubblicato il 10 giugno 2026. L'organizzazione accusa apertamente il governo israeliano di condurre una campagna deliberata di pulizia etnica nell'Area C dei territori occupati.
L'ong ha verificato in modo indipendente 423 video e immagini che documentano le violenze perpetrate dai coloni e dai militari contro la popolazione locale. Le prove digitali sono state autenticate tramite avanzati sistemi di geolocalizzazione e cronolocalizzazione per individuare con precisione l'ora e il luogo esatto degli attacchi. I risultati sono stati poi corroborati dall'analisi di immagini satellitari, da 10 sopralluoghi sul campo e da 64 interviste approfondite con le vittime e i funzionari.
Uno degli esempi più recenti e brutali di questa violenza sistemica è stato l'attacco incendiario coordinato contro lo storico villaggio cristiano di Taybeh, un insediamento che conta tremila anni di storia. Il 9 giugno, gruppi estremisti hanno lanciato un attacco su vasta scala, appiccando il fuoco ai campi agricoli a est di Ramallah. Il villaggio di Taybeh si trova sotto una pressione insostenibile da quando, nelle sue immediate vicinanze, è sorto un insediamento abusivo che funge da base logistica per le continue incursioni.
Il ruolo dello Stato e i finanziamenti agli insediamenti illegali
Le istituzioni internazionali puntano il dito direttamente contro i vertici politici di Tel Aviv. Una commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che le autorità israeliane sono direttamente coinvolte nel facilitare tali violenze, fornendo supporto finanziario e militare ai coloni durante gli attacchi.
Questa strategia è confermata dalle stesse manovre economiche del governo israeliano, pronto ad approvare un piano pluriennale che stanzia oltre 350 milioni di dollari per finanziare e sostenere l'espansione di 61 insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata.
La linea politica dietro a questo stanziamento è stata esplicitata chiaramente dal Ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich. Annunciando il nuovo progetto di insediamento, Smotrich ha dichiarato senza mezzi termini che l'obiettivo dell'operazione è "stabilire fatti concreti sul terreno" per impedire, in modo definitivo, la creazione di uno Stato palestinese.
Secondo quanto scritto da Sebastian Shehadi di Middle East Eye, il 1° settembre 2025 una decisione amministrativa passata quasi inosservata, presa dall'autorità di vigilanza finanziaria di uno dei paesi più piccoli d'Europa, ha scatenato una tempesta legale tuttora in corso.
La Commission de Surveillance du Secteur Financier (CSSF) del Lussemburgo ha infatti approvato il prospetto informativo del programma di obbligazioni israeliane destinate alla diaspora, consentendo la vendita dei cosiddetti "Israel Bonds" agli investitori al dettaglio in tutta l'Unione Europea.
Queste obbligazioni sono state esplicitamente commercializzate con lo slogan "Sostieni Israele. Israele è in guerra". L'approvazione da parte del Lussemburgo è giunta in un contesto di crescente indignazione internazionale e di accuse di genocidio rivolte a Israele per le sue azioni a Gaza.
Per anni, il programma di emissione di queste obbligazioni era rimasto ancorato all'Irlanda, sotto la regolamentazione della banca centrale locale. Tuttavia, la costante opposizione del parlamento e della società civile a Dublino — che collegava la vendita dei titoli al finanziamento delle operazioni militari a Gaza — ha esercitato una pressione tale da indurre l'emittente, la Development Corporation for Israel (DCI) con sede negli Stati Uniti, a richiedere il trasferimento della sede.
Ai sensi della normativa UE, un emittente può richiedere che la "competenza di approvazione" di uno specifico prospetto informativo venga delegata all'autorità di regolamentazione di un altro Stato membro. Il Lussemburgo ha acconsentito a riceverla, ponendo la CSSF come ente regolatore.
Ciò che è accaduto in seguito è stato altamente anomalo, viste le controversie politiche che circondavano queste obbligazioni: la CSSF non ha consultato il Ministero degli Affari Esteri ed Europei del Lussemburgo prima di approvare il documento.
Le dure critiche delle Nazioni Unite e della società civile
Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, non ha risparmiato critiche all'accordo quando, il mese scorso, è intervenuta a una conferenza in Lussemburgo organizzata da Amnesty International per esaminare la responsabilità legale del Paese nei confronti di Israele.
"La vendita di queste obbligazioni è illegale secondo il diritto internazionale perché i proventi vengono destinati direttamente al finanziamento del genocidio", ha affermato Albanese. "Il diritto internazionale esige che tutti gli operatori finanziari si astengano dal collegarsi direttamente a crimini contro i diritti umani. E coloro che hanno autorizzato la vendita di obbligazioni sono implicati. Vendere queste obbligazioni è moralmente e legalmente sbagliato."
I governi emettono obbligazioni per raccogliere fondi destinati alla spesa pubblica o per ripagare i debiti. Per Israele, la vendita di questi titoli è stata cruciale per finanziare le guerre a Gaza, in Libano e in Iran.
Obbligazioni commercializzate per scopi bellici
Per comprendere perché giuristi e parlamentari stiano ora definendo l'approvazione del Lussemburgo una potenziale violazione del diritto internazionale, è utile capire cosa siano effettivamente gli Israel Bonds della DCI.
A differenza dei titoli di Stato israeliani standard venduti agli investitori istituzionali (come riportato da Middle East Eye), gli Israel Bonds vengono commercializzati direttamente presso investitori al dettaglio, organizzazioni religiose e fondi municipali, spesso attraverso reti della diaspora e appelli alla solidarietà.
Il materiale promozionale della DCI all'epoca dell'approvazione in Lussemburgo non lasciava dubbi sul suo scopo: sostenere il bilancio di guerra di Israele. Secondo il sito web e la pagina Instagram di DCI, dal 7 ottobre 2023 le obbligazioni israeliane hanno raccolto 7,7 miliardi di dollari per il governo israeliano.
I proventi derivanti da queste emissioni confluiscono nelle casse israeliane come finanziamenti generali senza vincoli, in un momento in cui la spesa militare del Paese è balzata da circa il 20% a oltre il 30% della spesa pubblica totale.
Un rapporto dettagliato pubblicato il mese scorso, redatto da un team di giuristi, economisti e specialisti in regolamentazione finanziaria e presentato alla conferenza di Amnesty International in Lussemburgo, illustra i rischi che le obbligazioni israeliane comportano per il Granducato e per gli investitori.
Secondo il rapporto, la strategia di marketing di DCI sfrutta il sentimento politico ed emotivo, oscurando numerose problematiche finanziarie e legali. Nonostante i documenti finanziari ufficiali di Israele depositati negli Stati Uniti segnalino una grave contrazione economica, la DCI assicura agli acquirenti un'economia "resiliente" pronta a superare le prestazioni delle altre nazioni sviluppate.
Il rapporto definisce questo fenomeno un "premio patriottico": l'idea che gli acquirenti, motivati ??dalla solidarietà piuttosto che da calcoli finanziari, accettino rendimenti ben al di sotto di quanto il rischio effettivamente giustifichi.
Un investitore che prestasse denaro all'Ucraina per un anno, ad esempio, richiederebbe un rendimento di circa il 25%; per la Russia, circa il 15%. In breve, prestare denaro a paesi in guerra di solito si traduce in alti rendimenti per gli investitori. Ma le obbligazioni israeliane rendono circa il 4%, nonostante il Paese sia in guerra e registri un deficit di quasi il 7% del PIL.
Secondo gli autori, questo divario non viene colmato da solidi principi economici, bensì dal sentiment di mercato, e i piccoli investitori si assumono rischi di cui non sono mai stati adeguatamente informati.
Il Lussemburgo sta ignorando il diritto internazionale?
Il quadro giuridico del rapporto si basa su tre provvedimenti provvisori emessi dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) nel 2024, ognuno dei quali conferma la plausibilità che Israele stia commettendo un genocidio, sebbene il procedimento principale sia ancora in corso. Cita inoltre il parere consultivo della CIG del luglio 2024, che ha imposto a tutti gli Stati l'obbligo di non assistenza e di non cooperazione nei confronti dell'occupazione illegale da parte di Israele.
"La negoziazione di obbligazioni israeliane sui mercati dell'UE costituisce innegabilmente una grave violazione del diritto internazionale", ha dichiarato a MEE Shahd Hammouri di Law for Palestine, uno dei relatori principali della conferenza. "Questo atto non può essere giustificato facendo riferimento a considerazioni finanziarie o burocratiche."
Hammouri si è spinta oltre, sostenendo che l'autorità di vigilanza finanziaria del Lussemburgo possedeva gli strumenti necessari per rifiutare la richiesta, ma ha scelto di non utilizzarli:
"Il Lussemburgo aveva la facoltà discrezionale, ai sensi del regolamento sui prospetti, di rifiutare l'approvazione ogniqualvolta sussistessero rischi sistematici per l'interesse pubblico, la pace e il mantenimento di un regime illegittimo. Non esercitare tale facoltà in presenza di un grave rischio di complicità costituisce una chiara violazione dei propri doveri."
L'aspetto più rilevante, secondo Hammouri, è la possibilità che ne derivi una responsabilità penale personale: "Agevolando la gestione dei proventi fungibili derivanti dalle obbligazioni israeliane, il Lussemburgo si rende complice di atti di genocidio... e coloro che hanno preso la decisione di approvare il prospetto informativo sono a tutti gli effetti penalmente responsabili".
I paralleli storici con l'Apartheid
Il rapporto traccia un esplicito parallelo storico con il passato del Lussemburgo. Tra il 1967 e il 1975, la Kredietbank Luxembourg concesse prestiti per circa 625 milioni di dollari al Sudafrica dell'apartheid, mentre i titoli di debito del regime venivano quotati alla Borsa del Lussemburgo.
La risposta internazionale culminò infine nel Comprehensive Anti-Apartheid Act statunitense del 1986, che proibiva esplicitamente l'acquisto di titoli di debito pubblico sudafricani. "Il quadro normativo odierno è sostanzialmente più solido", osserva il rapporto, "essendo ancorato a sentenze vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia piuttosto che a pressioni politiche".
La contraddizione è accentuata dal fatto che il Lussemburgo ha riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina il 22 settembre 2025, appena tre settimane dopo l'approvazione del prospetto obbligazionario da parte della CSSF.
'L'inazione non è un'opzione'
La conferenza di Amnesty International in Lussemburgo, tenutasi il 18 maggio 2026, ha riunito oltre 200 persone, tra cui Albanese, l'economista politico Shir Hever, la senatrice irlandese Alice-Mary Higgins e diversi parlamentari lussemburghesi. L'incontro ha generato cinque richieste di intervento concrete, da attuare entro sei-dodici mesi.
La scadenza più urgente è quella di settembre 2026, data in cui i prospetti obbligazionari vengono rinnovati su base annuale. La senatrice Higgins, tra i politici che contribuirono a forzare il trasferimento iniziale dei titoli fuori dall'Irlanda, ha chiarito che né Dublino né il Lussemburgo dovrebbero agevolare il prossimo rinnovo: "Queste autorità dispongono di strumenti che dovrebbero utilizzare per garantire che queste obbligazioni non vengano rinnovate a settembre". Se ciò accadesse e nessun altro Paese dell'UE accettasse di approvare i titoli, questi non potrebbero più essere venduti nel blocco comunitario.
Higgins ha inoltre criticato apertamente la tendenza dei governi a trincerarsi dietro l'indipendenza dei propri organi di regolamentazione: "Il governo vorrebbe negare ogni responsabilità affermando che l'indipendenza dell'autorità competente significa 'non possiamo fare nulla'. Questa non è una posizione accettabile".
Franz Fayot, deputato lussemburghese del partito di centrosinistra LSAP, ha dichiarato alla conferenza che il suo team ha pubblicato due pareri legali — uno redatto da studiosi dell'Università del Lussemburgo e l'altro dall'Università di Utrecht nei Paesi Bassi — ed entrambi concludono che le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele sono fuori discussione e che l'inazione del Lussemburgo non è un'opzione.
"È inoltre affermato in modo molto chiaro che il Lussemburgo ha ancora oggi la possibilità di agire economicamente attraverso le sanzioni, ma anche di intervenire tramite il suo settore finanziario. Questa è la grande leva di cui disponiamo", ha spiegato Fayot, promettendo un dibattito parlamentare organizzato insieme ai Verdi e al partito Déi Lénk (Sinistra) per presentare proposte di legge concrete.
Elusione politica e cavilli tecnici
Il governo di coalizione di centro-destra del Lussemburgo ha finora risposto alle pressioni con una strategia elusiva. Interrogati in parlamento alla fine di maggio 2026, i ministri si sono rifiutati di chiarire se l'approvazione della CSSF del settembre 2025 comportasse responsabilità internazionali per lo Stato, invocando la totale indipendenza dell'organismo di vigilanza.
La stessa linea è stata mantenuta di fronte alle proteste di piazza. Quando gli attivisti della neonata campagna Stop Israel Bonds hanno manifestato davanti al Ministero delle Finanze, l'ufficio del ministro Gilles Roth si è limitato a rilasciare una nota dichiarando che "la CSSF è l'autorità competente". Una posizione speculare a quella fornita ai giornalisti nel febbraio 2026.
La CSSF, dal canto suo, ha sempre sostenuto che il proprio ruolo sia puramente tecnico e limitato a verificare la completezza, la coerenza e la comprensibilità delle informazioni contenute nel prospetto degli Israel Bonds, specificando che l'approvazione non costituisce un giudizio sulla solvibilità dell'emittente o sul merito finanziario dell'operazione.
I critici considerano questa difesa insostenibile. Parlando con MEE, Anas Obeidat, attivista residente in Lussemburgo e coautore del rapporto, lo ha affermato senza mezzi termini:
"Nascondersi dietro cavilli tecnici non esonera dalle responsabilità. I meccanismi di distanziamento legale e finanziario non possono essere usati come scudo per sottrarsi alle proprie responsabilità per ciò che sta accadendo nei Territori Palestinesi Occupati e per il ruolo del Lussemburgo nel facilitare il finanziamento dei crimini di guerra".
Il paradosso della capitale europea dell'ESG
C'è un'ulteriore dimensione che sta mettendo in forte imbarazzo il settore finanziario del Granducato. Il Lussemburgo ha investito massicciamente per posizionarsi come il polo di riferimento europeo per la finanza sostenibile e gli investimenti ESG (ambientali, sociali e di governance).
Il Fondo pensionistico statale norvegese, la cui lista di esclusione fa da bussola per la comunità ESG globale, ha già disinvestito dalle società legate all'occupazione illegale, seguito da diverse altre istituzioni finanziarie europee. Al contrario, il fondo pensionistico pubblico del Lussemburgo (Fonds de Compensation) continua a investire in diverse società incluse nel database delle Nazioni Unite che elenca le imprese a sostegno degli insediamenti israeliani.
"Il Lussemburgo è il più grande polo ESG d'Europa", si legge nel rapporto, e l'approvazione del prospetto degli Israel Bonds "mette a dura prova, sia a livello reputazionale che politico, questa posizione".
Secondo Shahd Hammouri, un cambio di rotta sarebbe epocale: "Un movimento politico in Lussemburgo che regoli il settore finanziario in modo da rendere impossibile trarre profitto da gravi violazioni in contesti di guerra sarebbe rivoluzionario per l'economia globale".
Scadenza imminente: cosa succederà a settembre?
Secondo alcune fonti, in Lussemburgo si sta preparando una causa contro la CSSF basata sulla presunta mancata protezione degli investitori da rischi non adeguatamente segnalati nel prospetto, ricalcando l'azione legale intentata a Dublino contro la Banca Centrale d'Irlanda prima del trasferimento dei titoli.
La campagna "Stop Israel Bonds", lanciata durante la conferenza di maggio, sta coordinando le pressioni della società civile tra Lussemburgo, Irlanda e l'intera Unione Europea. L'obiettivo esplicito è impedire che, in caso di mancato rinnovo in Lussemburgo, i titoli vengano semplicemente trasferiti in Germania o in un altro Paese compiacente.
La scadenza di settembre 2026 è ormai vicina. Resta da vedere se il governo del Lussemburgo continuerà a dichiararsi impotente o se il parlamento, la società civile e il peso del diritto internazionale imporranno una decisione diversa prima del rinnovo del prospetto informativo.
Come dichiarato a MEE da Martina Patone, coautrice del rapporto: "Quanto scritto in questo documento non è sconosciuto ai governi europei. Mantenerlo nero su bianco servirà a ricordare alle generazioni future ciò che è stato fatto e a smascherare, nel presente, coloro che hanno scelto di non agire".
Al di là delle dichiarazioni ufficiali, utili a posizionarsi dal lato della vittoria in tempo utile, non c’è ancora un accordo, tra Stai Uniti e Iran. Ma potrebbe arrivare nelle prossime 24 ore. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif dice che è quasi fatta: le parti lo firmeranno a brevissimo. Il Pakistan – ha detto – si sta preparando per una firma elettronica a cui seguiranno colloqui a livello tecnico la prossima settimana.
A Washington intanto, un alto funzionario dell’amministrazione ha parlato al New York Times, ha fatto sapere che un accordo quadro con l’Iran potrebbe essere firmato “nei prossimi giorni”, aggiungendo però una cascata di distinguo: nessuna data fissata, nessun luogo stabilito, il processo decisionale di Teheran “molto complesso”, le due parti “molto vicine” ma “non ancora al traguardo”. La sua fiducia personale, ha precisato, è ora “all’80-85 per cento”. La grammatica dell’accordo “mai così vicino” ma sempre troppo lontano.
La bozza di accordo (della quale girano un po’ di versioni di parte, al momento) è un memorandum d’intesa. Non un trattato, non un accordo definitivo. Prevede un cessate il fuoco di sessanta giorni che fungerebbe da anticamera a negoziati ben più spinosi: l’allentamento delle sanzioni, il futuro del programma nucleare iraniano. Mesi di lavoro, forse di più. Con lo spettro di Gaza che aleggia: una “fase 1” per sempre.
Sul contenuto, il funzionario ha preferito i contorni alla sostanza. L’accordo, se firmato, riaprirebbe lo Stretto di Hormuz, porrebbe fine al blocco dei porti iraniani e darebbe il via a trattative per lo smantellamento del programma nucleare, la consegna agli Stati Uniti dell’uranio arricchito e la creazione di un meccanismo di verifica. I vantaggi economici per Teheran – ha insistito il funzionario – sarebbero condizionali: primo la consegna del materiale, poi il sollievo finanziario; prima lo smantellamento degli impianti, poi un beneficio più consistente. Nessun pagamento anticipato, ha detto, smentendo voci di un trasferimento miliardario immediato.
Restano aperti i nodi più delicati: quali siti smantellare, per quanti anni sospendere l’arricchimento dell’uranio, come recuperare le scorte sepolte sotto le macerie dell’impianto di Isfahan bombardato dagli Stati Uniti un anno fa. Il funzionario non ha risposto.
Intanto, il Comando Centrale americano ha comunicato che l’Iran ha lanciato diversi droni d’attacco contro navi mercantili nello Stretto di Hormuz. Le forze statunitensi li hanno abbattuti tutti. La firma, se arriverà, non sarà l’inizio della pace. Sarà l’inizio di un’altra trattativa.
Per quanto riguarda il coinvolgimento dell’Europa, Trump ha detto in una breve intervista al Corriere della Sera che gli alleati “possono essere molto d’aiuto in futuro. Ma non sono stati d’aiuto adesso”.
I nodi vengono sempre al pettine. Oltremanica, gliannunci di incremento della spesa per gli armamenti, spinti dai nuovi target della NATO, si sono infranti contro il realistico muro dei conti pubblici da mantenere in ordine. Perché se investi maggiori somme per finalità belliche – poco importa se le chiami “difesa” – da qualche parte devi operare dei tagli, e non sempre è possibile.
Si può riassumere così la motivazione che ha portato il ministro della Difesa del Regno Unito, John Healey, a dimettersi improvvisamente giovedì, in aperto disaccordo con il governo sulla futura spesa militare. Le sue dimissioni gettano nuovi dubbi sulla tenuta dell’esecutivo presieduto dal primo ministro Keir Starmer, già indebolito da sconfitte elettorali e malumori interni al partito.
Nella lettera di dimissioni, Healey ha dichiarato che il piano di investimenti per la difesa fino al 2035 è “ampiamente insufficiente” in un periodo di crescenti minacce globali. Ha accusato il Tesoro di essere “riluttante” e il premier di essere “incapace” di garantire le risorse necessarie, sottolineando che gli aumenti previsti entro il 2030 sarebbero “trascurabili” rispetto agli impegni già presi per il 2027.
Oltre a Healey, apprendiamo dalla stampa inglese che si sono dimessi anche il ministro delle Forze Armate, Al Carns, e la consigliera Pamela Nash. Al suo posto, Starmer ha nominato Dan Jarvis, un ex ufficiale dell’esercito.
Le dimissioni arrivano mentre il Regno Unito è sotto pressione per adeguarsi ai nuovi target della NATO, che chiedono agli alleati di spendere il 3,5% del PIL in difesa entro il 2035. A complicare il quadro, la scarsità di risorse pubbliche e il braccio di ferro tra ministeri: Energia, ad esempio, spinge per non tagliare gli investimenti sul clima a favore della difesa.
Per Starmer, già in difficoltà dopo le sconfitte elettorali e le voci di una possibile sfida alla leadership (con il sindaco di Manchester, Andy Burnham, in attesa di un seggio parlamentare), la perdita di un fedelissimo come Healey rappresenta un duro colpo. L’ex ministro godeva di ottimi rapporti con gli alleati europei, in particolare con il collega tedesco Boris Pistorius.
12 giugno. Il 12 giugno si celebra in Russia la festa nazionale con cui si evoca la data in cui, nel 1990, il primo Congresso dei Deputati del Popolo della RSFSR adottava la Dichiarazione di Sovranità nei confronti dell'URSS: prima tappa dei passi che avrebbero portato alla fine dell'Unione Sovietica, con la Bielorussia di Stanislav Šuškevic che decretava la propria “sovranità” il successivo 27 luglio, seguita il 24 agosto dall'Ucraina di Leonid Krav?uk. Nel dicembre 1991, riuniti nella Belovežskaja pušca, Boris Eltisn Stanislav Šuškevic e Leonid Kravcuk decretavano a tavolino la fine dell'URSS.
Sempre il 12 giugno, ma nel 1991, Boris Eltsin diventava il primo presidente della RSFSR. Ma, dato che larga parte dei russi aveva un atteggiamento negativo verso la dichiarazione di “sovranità” che, secondo loro, era alla base della liquidazione dell'URSS, il 12 giugno 1998 Eltsin decise di ridenominare la giornata in Festa della Russia.
In altre parole, il 12 giugno la Russia celebra la cosiddetta “parata delle sovranità” che, dopo la Russia, avrebbe via via investito le altre Repubbliche dell'URSS e portato alla distruzione dello stato socialista sovietico. Si celebrano con ciò stesso, anche senza dirlo apertamente, la “terapia shock” formulata da Egor Gajdar, l'iperinflazione, la miseria e la disoccupazione che avrebbero caratterizzato gli anni '90 e si sarebbero rivelati esiziali per molti milioni di russi, portando a un pauroso decremento della popolazione, che raggiunse la cifra di un milione in meno all'anno. Si contarono oltre 20 milioni di russi, tra morti e non nati negli anni '90, grazie alle “riforme eltsiniane”.
A corredo, in quegli anni, il cosiddetto “far west” del primo capitalismo e della “accumulazione originaria” del capitalismo russo: diffusa criminalità economica, omicidi su commissione per accaparrarsi il controllo sulle aziende statali messe all'incanto con la privatizzazione della proprietà socialista avviata da Anatolij Chubajs. Proprio come l'accumulazione originaria nell'Inghilterra dei secoli XV e XVI, descritta da Marx come fondata sul sangue, la violenza, la privazione dei mezzi di sussistenza di milioni di contadini e l'appropriazione fraudolenta delle proprietà comuni, così nella Russia di quegli anni si assistette alla rapina “legalizzata” delle proprietà statali tramite i cosiddetti “voucher di privatizzazione”, con cui pezzi dell'apparato di partito e dello stato misero le mani sulle imprese, lasciando sul lastrico milioni di lavoratori.
A seguire: deindustrializzazione, scadimento della ricerca scientifica e tecnologica, “ottimizzazione” delle sfere sociali come istruzione e servizi sanitari, innalzamento di cinque anni dell'età pensionabile, secondo i dettami del FMI. Il 1 giugno 1992 il governo Eltsin-Gajdar sottoscriveva col FMI una “Lettera di intenti” con cui si impegnava, nel passaggio all'economia di mercato, ad adottare solo norme, codici e Costituzione dettati dal FMI. Non si può dimenticare come quello che oggi viene spesso citato a proposito di quello che dovrebbe essere il corretto atteggiamento nei confronti della Russia, l'economista americano Jeffrey Sachs, fosse all'epoca alla testa delle centinaia di funzionari yankee che “indicavano” alla squadra eltsiniana come tradurre in pratica il programma di “Passaggio al mercato” della Russia, acclamato dalle “democrazie” euro-atlantiche come “nuova era della civiltà”. Un'era in cui scoppiarono in Russia conflitti armati regionali, con centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.
Passato il periodo del cosiddetto capitalismo selvaggio e assestatesi gradualmente le proprietà delle immense ricchezze privatizzate, soprattutto nei diversi rami dell'industria estrattiva e mineraria, lo stato russo tornava poi gradualmente a controllare lo sviluppo del nuovo (nuovo, nel senso del ritorno alla vecchia formazione sociale pre-sovietica) ordine socio-economico capitalistico.
Ma, perché sia chiara la contrapposizione tra due epoche, ecco che anche nella ricorrenza del 12 giugno e della proclamata “sovranità”, come avviene da anni con la parata del 7 Novembre – in cui si celebra non la data della Rivoluzione d'ottobre, ma la sfilata militare del 1941 – sulla piazza Rossa si copre “pudicamente” il mausoleo di Lenin con schermi disegnati coi colori della nuova (anche qui: “nuova” riprendendo i colori della Russia zarista) bandiera russa. Un chiaro simbolismo, dicono i comunisti russi, del confronto tra due sistemi sociali e di quale dei due, socialista o borghese, testimoni della realtà russa attuale, a dispetto di alcune affermazioni della leadership del Cremlino, forse troppo frettolosamente interpretate da alcuni come “ritorno al passato sovietico”.
Tutto questo non significa che non si debbano adottare oggettivi atteggiamenti nei confronti della “nuova” Russia capitalista, impegnata a difendere il proprio spazio dalle mire aggressive delle compagini guerrafondaie euro-atlantiste, bramose di mettere le mani su quelle ricchezze che nel 1991 sembravano così a portata di mano per i capitali occidentali e che, invece, il Cremlino si è impegnato a preservare per i capitali russi. In questo senso, senza soffermarsi particolarmente sulle “cose della guerra” in Ucraina, di cui peraltro parliamo pressoché quotidianamente, si può notare che le radici e le cause del conflitto “per interposta Ucraina”, scatenato da USA-NATO-UE ai danni della Russia, affondano ben lontano nel tempo, forse molto prima del golpe nazional-nazista del 2014 a Kiev. Se quest'ultimo ha condotto l'ex Repubblica sovietica sulla definitiva strada del confronto armato, è però sin dagli anni '50 – si è scritto ripetutamente - che la CIA aveva individuato in determinate regioni ucraine i “punti di forza” di un assalto anche armato all'Unione Sovietica e, successivamente, si sia continuato a puntare sulle spinte nazionaliste attive nel paese sin da inizi '900 per fomentare quei sentimenti che poi sarebbero stati ben sfruttati negli anni '90, sfociando appunto nel famigerato golpe nazista del 2014.
L'accerchiamento militare anti-russo portato dalla NATO sin dai primi anni '90, con l'assorbimento via via degli ex stati socialisti d'Europa orientale, completa il quadro del concreto retroterra alla base della guerra guerreggiata in corso dal 2022, in vista dello scontro militare diretto per il quale le cancellerie europee non si reputano ancora sufficientemente pronte.
Ecco dunque che quando il signor Marco Imarisio, sul solito Corriere della Sera, scrive che «Da una scintilla, l’immane incendio», intendendo paragonare, par di capire, “l'improvviso” scoppio del conflitto in Ucraina nel 2022 a quello che, sin dai tempi di scuola, viene presentato come “l'inatteso” «attentato di Sarajevo all’arciduca Francesco Ferdinando» e, poi, sembrerebbe voler paragonare «le sofferenze dei soldati in trincea» nella guerra del 1914-'18 e «l’enormità dell’accaduto, un massacro senza senso e senza una vera causa che non fosse un pretesto», al conflitto in Ucraina, non resta che ricordare a certi articolisti alcune considerazioni degli analisti militari che, di guerre, se ne intendevano abbastanza. Non è necessario affrontare il tema del paragone tra i massacri degli assalti alla baionetta, dei gas mortali, delle decimazioni contro i contadini in uniforme che non ne volevano sapere di esser mandati al macello, da un lato, e le vittime dell'attuale conflitto in Ucraina: dato che ogni singola vita ha valore e il massacro non si conta sui numeri.
Non è questo il punto. E lasciamo alla coscienza del signor Imarisio anche il paragone tra il macello imperialista delle trincee del 1914, voluto dalle potenze contrapposte dell'Intesa e dell'Alleanza per la spartizione delle sfere coloniali e dei profitti del capitale finanziario, da una parte e i motivi addotti, a detta dell'articolista, da «chi ha scatenato questa nuova carneficina», cioè il conflitto in Ucraina, dall'altra. Perché, evidentemente, secondo il signor Imarisio, non è altro che Vladimir Putin che avrebbe scatenato la guerra, facendo quindi scoccare “la scintilla” di un conflitto mondiale, proprio come con l'attentato di Sarajevo. Quello che c'è stato prima del 2022 non conta più: i rapporti tra mire del capitale occidentale e ricchezze russe non contano più, come non esiste più l'accerchiamento militare della NATO.
Fermiamoci qui. Ci permettiamo solo di citare, ancora una volta, le osservazioni di Carl von Clausewitz, secondo cui «Tutti sanno che le guerre sono innescate solo dai rapporti politici tra governi e popoli; ma generalmente si rappresentano la questione come se con l'inizio della guerra quei rapporti cessino e si presenti una situazione del tutto diversa, subordinata solo a proprie leggi speciali. Noi sosteniamo il contrario: la guerra non è altro che la continuazione dei rapporti politici con l'intervento di altri mezzi». La bramosia del capitale occidentale per le ricchezze della Russia e l'accerchiamento militare del paese danno il quadro di quei «rapporti politici tra governi e popoli» di cui parlava Clausewitz. A quel punto, conta solo molto relativamente chi abbia “attaccato per primo” e solo nelle rappresentazioni liberal-confessionali si continua a piangere per “l'aggredito” e a maledire “l'aggressore”.
La “scintilla” evocata dal signor Imarisio somiglia a quella situazione irrisa da Vladimir Lenin con il famoso aforisma secondo cui alcuni rappresentano l'inizio della guerra «in maniera infantile e ingenua, del tipo che di notte qualcuno abbia agguantato un altro per la gola e i vicini debbano salvare la vittima dell'aggressione... come dire: vivevano in pace, poi uno ha attaccato e l'altro si è difeso». Dire che Putin abbia acceso “la scintilla”, scatenando la guerra in Ucraina senza alcun motivo, serve gli interessi di chi, secondo i piani bellicisti euroatlantisti, è impegnato a preparare la militarizzazione delle società europee in vista della guerra programmata dalle cancellerie europee per il 2030.
«Vivevano in pace i popoli», scriveva ancora Lenin; «poi si sono azzuffati! Come fosse vero! Davvero si può spiegare la guerra senza metterla in relazione con la precedente politica di quello stato, di quel sistema di stati, di quelle classi?».
PS: Quando il signor Imarisio scrive che «Putin ha eluso ogni problema che la sua scelta di invadere l’Ucraina si porta dietro... i moscoviti «non si recano più nelle loro dacie per paura dei droni», si tratta di una constatazione alquanto soggettiva. Altrettanto soggettivamente, si può osservare che non pochi moscoviti vivono in dacha ormai da anni, praticamente dall'epoca del Covid e vi trascorrono in permanenza tutti i 12 mesi, recandosi in città solo per acquisti o necessità urgenti. Va da sé che ciò dipende dalle possibilità economiche e lavorative individuali e anche da come la dacha sia attrezzata per sopportare il clima russo e consentire di svernarvi.
La crisi tra Stati Uniti e Iran entra in una fase estremamente delicata, in cui diplomazia e confronto militare si intrecciano in modo sempre più evidente. Da un lato, il presidente statunitense Donald Trump continua a sostenere che un accordo con Teheran sarebbe ormai vicino; dall'altro, le autorità iraniane respingono tali affermazioni come una combinazione di realtà e propaganda destinata a costruire l'immagine di una vittoria diplomatica USA e allontanare gli spettri di una sconfitta strategica. Secondo fonti iraniane, il testo di una possibile intesa non è stato ancora approvato e restano aperte questioni fondamentali. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha confermato che gran parte del documento sarebbe ormai definita, ma ha sottolineato che le continue modifiche e i cambiamenti di posizione di Washington continuano a ostacolare il processo.
Teheran insiste sul fatto che qualsiasi accordo dovrà rispettare le proprie "linee rosse" strategiche e includere meccanismi di risposta immediata nel caso di future violazioni statunitensi. Le tensioni sono state alimentate dagli ultimi scontri militari nel Golfo Persico. Nelle scorse ore gli Stati Uniti hanno condotto attacchi contro obiettivi nella provincia iraniana di Hormozgan e lungo la costa meridionale del Paese, giustificandoli come operazioni necessarie per proteggere la navigazione nello Stretto di Hormuz. Le autorità iraniane sostengono invece che tali azioni rappresentino una violazione del cessate il fuoco raggiunto ad aprile e una dimostrazione della persistente ostilità USA. Particolarmente controversi sono stati gli attacchi contro infrastrutture civili. Secondo le autorità locali, due serbatoi idrici nella contea di Sirik sarebbero stati colpiti dai bombardamenti statunitensi, provocando l'interruzione della fornitura di acqua potabile a oltre 20.000 persone in piena estate. Teheran ha denunciato l'episodio come una grave violazione del diritto internazionale. La risposta iraniana non si è fatta attendere. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato attacchi missilistici e con droni contro installazioni militari statunitensi in Bahrein, Kuwait e Giordania, oltre all'abbattimento di un drone MQ-9 Reaper nei pressi dello Stretto di Hormuz.
Secondo Teheran, tali operazioni dimostrano che le capacità militari della Repubblica Islamica restano pienamente operative, smentendo le dichiarazioni di Trump secondo cui le forze armate iraniane sarebbero state "completamente distrutte". Lo scontro narrativo è diventato ormai parte integrante della crisi. Mentre Trump afferma che l'Iran sarebbe vicino ad accettare le condizioni nordamericane, i dirigenti iraniani sostengono che Washington abbia dovuto ritirare alcune richieste avanzate nelle ultime settimane attraverso la mediazione del Qatar, dopo il fallimento delle pressioni militari e diplomatiche esercitate su Teheran. Al centro della contesa rimane però lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota cruciale del commercio energetico mondiale. L'Iran ha annunciato la chiusura completa del passaggio marittimo fino a nuovo ordine, trasformando la questione in una sfida strategica globale. Numerosi analisti occidentali riconoscono ormai che gli Stati Uniti non dispongono di una soluzione semplice per garantire il controllo della rotta senza tenere conto dell'influenza iraniana. Esperti di politica internazionale e centri di ricerca occidentali evidenziano come la geografia rappresenti uno dei principali strumenti di deterrenza di Teheran.
Missili, droni, capacità asimmetriche e la posizione dominante lungo le coste del Golfo consentono all'Iran di esercitare una pressione costante sui traffici energetici e commerciali internazionali. Le conseguenze economiche sono già visibili. L'incertezza sulla sicurezza dello Stretto ha alimentato la volatilità dei mercati energetici e contribuito all'aumento dei prezzi del petrolio. Secondo alcune stime citate dalla stampa USA, il conflitto avrebbe già generato costi significativi per le famiglie statunitensi attraverso il rincaro dei carburanti e dell'energia. In questo contesto, Washington appare stretta tra due opzioni entrambe problematiche: proseguire l'escalation militare, con il rischio di aggravare i costi economici e geopolitici del confronto, oppure accettare una de-escalation negoziata che richiederebbe concessioni difficili da giustificare sul piano politico interno. Per il momento, nonostante le dichiarazioni ottimistiche della Casa Bianca, un accordo definitivo sembra ancora lontano. Le ultime settimane hanno mostrato come il confronto tra Stati Uniti e Iran non sia più soltanto una disputa sul programma nucleare, ma una più ampia competizione strategica per il controllo degli equilibri regionali, delle rotte energetiche e dell'assetto geopolitico del Medio Oriente. Lo Stretto di Hormuz si conferma così il punto nevralgico di una crisi che continua ad avere implicazioni ben oltre i confini del Golfo Persico.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DELLE "TRE PRINCIPALI NOTIZIE DELLA SETTIMANA" - LA NEWSLETTER CHE OGNI SABATO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
Mentre gran parte dei media occidentali continua a descrivere la Russia come un attore in difficoltà sul campo di battaglia, gli sviluppi delle ultime settimane raccontano una realtà più complessa e, per molti aspetti, diversa da quella proposta dalla narrativa dominante. Secondo il ministero della Difesa russo, nell'ultima settimana le forze di Mosca hanno assunto il controllo di cinque nuovi insediamenti tra la regione di Kharkov e la Repubblica Popolare di Donetsk: Shevchenko, Okhrimovka, Khimik, Roskoshnoye e, più recentemente, Priyut. Si tratta di avanzate che confermano il mantenimento dell'iniziativa operativa russa lungo diversi settori del fronte e che smentiscono l'immagine di un esercito bloccato o in ritirata. L'evoluzione militare si accompagna a un cambiamento politico e strategico sempre più evidente.
A Mosca cresce infatti la convinzione che il conflitto sia entrato in una nuova fase, caratterizzata da una progressiva escalation e da una revisione delle regole d'ingaggio adottate finora. A segnare questo passaggio è stato soprattutto l'attacco contro il dormitorio del collegio pedagogico di Starobelsk, che ha provocato la morte di almeno 21 persone, in gran parte giovani studentesse. Il regime di Kiev ha sostenuto che l'edificio ospitasse personale militare russo, ma Mosca respinge categoricamente questa versione e afferma che non sono mai state presentate prove a sostegno dell'accusa. L'episodio ha avuto un forte impatto sull'opinione pubblica russa e sulla leadership del Cremlino. Il presidente Vladimir Putin ha definito l'attacco un atto terroristico e ha ordinato il rafforzamento delle misure di sicurezza in scuole, università, strutture sociali e infrastrutture civili in tutto il Paese. Nello stesso intervento ha accusato gli avversari della Russia di non esitare a colpire obiettivi civili.
La tensione è stata ulteriormente alimentata da un altro attacco ucraino contro un museo di Sebastopoli, in Crimea, che custodiva il celebre panorama "La Difesa di Sebastopoli" del pittore Franz Roubaud. Secondo le autorità locali, l'opera sarebbe stata quasi completamente distrutta dall'incendio provocato dall'impatto di un drone. In questo contesto, da Mosca emerge una linea sempre più dura. Diversi analisti e osservatori vicini agli ambienti strategici russi sostengono che il Cremlino consideri ormai superata la fase della cosiddetta "operazione limitata". L'obiettivo dichiarato resta quello di colpire le strutture politico-militari responsabili delle decisioni operative ucraine, ma con una disponibilità crescente ad ampliare la pressione sui centri decisionali di Kiev. Secondo questa interpretazione, i recenti attacchi missilistici contro la capitale ucraina non rappresentano soltanto operazioni militari, bensì un messaggio politico preciso: se continueranno gli attacchi contro il territorio russo, le infrastrutture strategiche e la popolazione civile, la risposta di Mosca sarà sempre più diretta e intensa.
La leadership russa presenta questa strategia come una logica di deterrenza fondata sul principio della reciprocità. In altre parole, ogni escalation da parte ucraina sarebbe destinata a generare una risposta ancora più severa da parte russa, spostando progressivamente il conflitto verso i centri nevralgici del potere del regime di Kiev. Al di là delle interpretazioni politiche, un dato appare difficilmente contestabile: dopo oltre quattro anni di guerra, la Russia continua a conquistare territorio, mantiene una significativa capacità offensiva e non mostra segnali di collasso militare. Le nuove avanzate nel Donbass e nella regione di Kharkov, unite all'intensificazione delle operazioni missilistiche a lungo raggio, indicano che Mosca conserva risorse, capacità industriali e margini operativi ben superiori a quelli spesso descritti nel dibattito mediatico occidentale. Questo non significa che la Russia sia vicina a una vittoria definitiva o che l'Ucraina sia sul punto di cedere. Significa però che la rappresentazione di una Russia ormai esausta e in costante arretramento non trova conferma negli sviluppi più recenti del conflitto.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DELLE "TRE PRINCIPALI NOTIZIE DELLA SETTIMANA" - LA NEWSLETTER CHE OGNI SABATO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
La visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping in Corea del Nord segna uno dei più importanti sviluppi geopolitici dell'Asia nord-orientale degli ultimi anni. Il viaggio, conclusosi il 9 giugno e organizzato in occasione del 65° anniversario del Trattato di amicizia, cooperazione e assistenza reciproca tra Pechino e Pyongyang, è stato il primo del leader cinese nella Repubblica Popolare Democratica di Corea dal 2019. L'accoglienza riservata a Xi Jinping da Kim Jong Un ha avuto un forte valore simbolico, ma il significato dell'incontro va ben oltre la dimensione protocollare. In un contesto internazionale segnato dalla crescente rivalità tra Cina e Stati Uniti, dalla guerra in Ucraina e dal consolidamento delle partnership eurasiatiche, il vertice ha mostrato la volontà di Pechino e Pyongyang di elevare la cooperazione a un nuovo livello. Durante i colloqui ufficiali, Xi ha proposto di rafforzare il coordinamento strategico, ampliare la cooperazione economica, agricola e commerciale, incrementare gli scambi diplomatici e sviluppare ulteriormente la collaborazione nei settori della sicurezza, delle forze armate, dell'istruzione, della cultura e dei media. Kim Jong Un ha risposto dichiarandosi pronto a portare le relazioni bilaterali su una "nuova e più alta fase qualitativa".
Particolarmente significativa è stata la composizione della delegazione cinese. Accanto al ministro degli Esteri Wang Yi erano presenti il ministro della Difesa Dong Jun e importanti responsabili economici e commerciali. La presenza del capo della Difesa rappresenta un segnale rilevante: è la prima volta dal 1992 che un ministro della Difesa cinese accompagna il presidente della Repubblica Popolare in una visita ufficiale a Pyongyang. Un altro elemento che ha attirato l'attenzione degli osservatori è stata l'assenza di qualsiasi riferimento alla denuclearizzazione della penisola coreana. Per anni questo tema aveva rappresentato una componente centrale della diplomazia cinese verso la Corea del Nord. Oggi, invece, Pechino sembra attribuire priorità alla stabilità strategica regionale e al consolidamento delle proprie alleanze piuttosto che alla questione nucleare. Dietro la visita emerge inoltre una più ampia ridefinizione degli equilibri asiatici. Dopo gli incontri avvenuti nelle scorse settimane tra Xi Jinping, Vladimir Putin e Donald Trump, il viaggio del leader cinese appare come un'operazione di coordinamento politico tra partner strategici in un momento di forte trasformazione dell'ordine internazionale.
Gli esperti russi sottolineano come il riavvicinamento tra Cina e Corea del Nord si inserisca in una tendenza positiva iniziata nel 2025 e rafforzata parallelamente alla crescente cooperazione tra Mosca e Pyongyang. Lontano dalle interpretazioni che descrivono una competizione tra Russia e Cina per l'influenza sulla Corea del Nord, gli analisti evidenziano piuttosto una divisione funzionale dei ruoli. La Cina rimane il principale partner commerciale della Corea del Nord, assorbendo esportazioni di materie prime e fornendo beni industriali indispensabili all'economia nordcoreana. La Russia, invece, rappresenta una fonte di risorse energetiche, investimenti, tecnologia e forniture che Pechino preferisce non trasferire. In questo quadro, la Corea del Nord sembra perseguire una strategia di equilibrio. Pur rafforzando i rapporti con la Cina, Pyongyang evita di apparire eccessivamente dipendente da Pechino e continua a valorizzare la propria crescente partnership con Mosca. Non a caso, i media nordcoreani hanno dato grande risalto alla visita di Xi ma hanno evitato di enfatizzare i riferimenti all'espansione della cooperazione militare con la Cina. Per Pechino, tuttavia, il messaggio è chiaro. La Corea del Nord mantiene un valore strategico crescente come elemento di contenimento dell'influenza USA nella regione, soprattutto mentre Corea del Sud e Giappone rafforzano il proprio allineamento con Washington.
L'incontro di Pyongyang conferma inoltre che il trattato firmato nel 1961 continua a rappresentare l'unico accordo di difesa reciproca formalmente attivo della Cina. Un dato spesso sottovalutato ma che assume oggi un significato particolare nel quadro della competizione globale tra blocchi geopolitici. La visita di Xi Jinping sembra dunque certificare l'emergere di un nuovo triangolo strategico composto da Cina, Russia e Corea del Nord. Pur mantenendo interessi distinti e relazioni non prive di differenze, i tre Paesi condividono una crescente convergenza nel contrastare la pressione occidentale e nel promuovere un ordine internazionale multipolare. In un momento in cui gli equilibri globali stanno rapidamente cambiando, il vertice di Pyongyang appare come un segnale che va oltre la penisola coreana: l'Eurasia continua a consolidare le proprie reti di cooperazione politica, economica e strategica, riducendo progressivamente lo spazio di manovra delle strategie di contenimento promosse dagli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DELLE "TRE PRINCIPALI NOTIZIE DELLA SETTIMANA" - LA NEWSLETTER CHE OGNI SABATO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
Bear è il tipico bravo ragazzo, un po’ timido, un po’ impacciato. Un ragazzo che non faremmo fatica a definire “un cucciolone”: lo suggerisce il suo stesso nome. Bear è convinto di essere perdutamente innamorato della sua amica Nikki, una ragazza solare, piena di vita e di sogni. Una ragazza libera.
All’inizio del film, Nikki, durante una chiamata, dice a Bear di aver perso una delle sue collane preferite. Bear va in un negozio e cerca una collana da regalarle, ma la sua attenzione viene catturata da un altro oggetto: un bastoncino del desiderio da sette dollari. Decide di comprarlo.
Nikki, Bear e i loro due amici, Sarah e Ian, passano la serata in un pub. Quando Nikki dice di voler tornare a casa, Bear si propone di accompagnarla in macchina e, durante il viaggio, le dice di avere un regalo per lei. Ma questo regalo non è veramente per lei. Non è per la Nikki solare, piena di vita e di sogni. Non è sicuramente per la Nikki libera.
Quello che doveva essere un regalo romantico per Nikki si trasforma nel desiderio malato di Bear di possederla: invece che confessarle i suoi sentimenti e accettare la sua risposta, lui esprime un desiderio con il bastoncino che aveva comprato. “Desiderio che Nikki Freeman mi ami più di chiunque altro al mondo”.
Comincia così “Obsession”, film d’esordio di Curry Barker. In un’intervista per il Collider il regista, quando gli hanno chiesto quale sia stata l’idea che ha dato inizio a tutto, ha risposto che lui pensava da un po’ a una persona ossessionata. E Nikki, dopo l’incantesimo, lo diventa: va a vivere a casa di Bear, non vuole più lasciarlo, nemmeno per un secondo. Si comporta da pazza. Vuole Bear tutto per lei. Esistono solo loro due, per Nikki, il resto sparisce.
La domanda che il film ti costringe a farti, però, è: chi è il vero mostro? Nikki che si comporta così, o Bear che ha causato la sua pazzia?
Tra commenti social e dibattiti online, l’opinione pubblica sembra convergere su un punto: il desiderio di Bear viene percepito come qualcosa di puramente innocente, perché lui non poteva sapere che effetti avrebbe avuto sulla vita di Nikki. Non poteva sapere che lei sarebbe diventata completamente dipendente da lui. Ma ci sperava. Bear non sapeva che quel bastoncino potesse funzionare davvero, ma lo sperava. A lui non interessava davvero cosa provava Nikki nei suoi confronti: voleva solo stare con lei, anche se la loro relazione sarebbe stata per sempre basata solo sul suo desiderio egocentrato e, fin dal principio, mai puramente innocente.
E questo ci porta al secondo punto da analizzare, sul quale, invece, in molti si trovano d’accordo: Bear si rende presto conto degli effetti distruttivi che il suo desiderio sta avendo su Nikki, eppure non fa niente per fermarlo.
“Uccidimi” dice Nikki, che per qualche secondo riesce a tornare sé stessa. “Cosa c’è di così male nello stare con me?” le chiede Bear. E qui diventa palese che Bear preferisce avere Nikki chiusa in una gabbia, snaturata. Ma almeno gli appartiene. Almeno è sua. Preferisce avere Nikki morta, piuttosto che non averla affatto.
“Obsession” è la storia di quando non ti credono. È la storia di quando dici che stai subendo una violenza e ti rispondono che stai esagerando, lui sembra un così bravo ragazzo, non farebbe mai una cosa del genere. È la storia di come tutti iniziano a pensare che tu sia pazza. È la storia di come l’ossessionata malata di un uomo ti uccide lentamente. È la storia di un mostro, un mostro che fa molta più paura di quelli sovrannaturali, perché quelli non esistono, ma Bear esiste. È esistito nella vita di migliaia di donne. E alla fine, sorella, ti lascia lì da sola, a ripagare quelli che lui definisce semplici sbagli. Ma tu la tua vita non ce l’hai più. Tu sei morta e ancora respiri.
Secondo quanto rivelato da Axios, quattro aerei da trasporto C-17 dell'Aeronautica militare statunitense sono decollati giovedì alla volta dell'Europa. I velivoli trasportano attrezzature logistiche per un imminente viaggio del Vicepresidente JD Vance a Ginevra, finalizzato alla firma di un clamoroso accordo tra Stati Uniti e Iran.
Citando fonti a conoscenza dei preparativi, il sito web ha confermato che i voli militari sono legati a una potenziale cerimonia ufficiale che potrebbe avere luogo già nei prossimi giorni, qualora gli sforzi diplomatici per finalizzare l'intesa andassero a buon fine. Le manovre logistiche hanno subìto un'accelerazione dopo che il Presidente Donald Trump ha dichiarato che Washington e Teheran hanno raggiunto un "ottimo accordo", ipotizzando la firma già entro questo fine settimana.
In base alle indiscrezioni, il memorandum d'intesa proposto estenderebbe l'attuale cessate il fuoco per 60 giorni, avviando parallelamente i negoziati per un trattato più ampio sul programma nucleare iraniano. La bozza dell'intesa prevede l'immediata riapertura dello Stretto di Hormuz senza tariffe di transito, con l'obiettivo di ripristinare i normali volumi di traffico marittimo entro 30 giorni.
In cambio, l'Iran si impegnerebbe a non perseguire lo sviluppo di armi nucleari e a risolvere le criticità legate alle sue scorte di uranio arricchito. Qualsiasi passo concreto successivo verrebbe comunque demandato a un accordo separato e più dettagliato. Il piano, inoltre, includerebbe un allentamento graduale delle sanzioni economiche contro Teheran subordinato al rispetto degli impegni, comprese alcune deroghe temporanee per consentire la ripresa delle esportazioni di petrolio.
L'accordo preliminare sarebbe stato raggiunto mercoledì sera a seguito dei colloqui tra il mediatore del Qatar, Ali Al-Thawadi, e il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Ai negoziati hanno preso parte attiva anche gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner (genero del Presidente).
Sebbene Axios specifichi che l'intesa è ancora in attesa del via libera definitivo da parte della massima leadership di Teheran – con il Ministero degli Esteri iraniano che frena, spiegando che una decisione finale non è ancora stata presa –, la macchina diplomatica è ormai avviata. Se siglato, il trattato prenderà il nome di "Accordo di Islamabad", a testimonianza degli sforzi di mediazione congiunti di Qatar e Pakistan. Nelle stesse ore, Trump ha voluto elogiare pubblicamente la Turchia per il contributo strategico, definendo il Presidente Recep Tayyip Erdogan "fantastico" per il ruolo di facilitatore svolto nella trattativa.
"Il Governo Meloni continua ad accusare i burocrati di Bruxelles che, al contrario dei governi nazionali, non devono rendere conto a nessuno delle proprie decisioni e forse per questo hanno perso il contatto con la realtà”.
Sono le parole pronunciate dalla Premier Giorgia Meloni durante il suo intervento alla Camera. Soffermiamoci, in particolare, sul tema della difesa: l'Esecutivo italiano ribadisce di aver rispettato gli impegni assunti in sede NATO, parlando di un "2,8% del PIL investito in difesa e sicurezza".
Mentre è ancora in corso il dibattito sulla possibilità di accedere ai prestiti europei del programma SAFE, è bene ricordare che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) parla esplicitamente di economie europee in crisi. Per sostenere le spese del riarmo, gli Stati dovranno tagliare risorse al welfare, in particolare alla sanità e all'istruzione. Quando si è ormai raschiato il fondo del barile, si cerca riparo in tagli mascherati, nel tentativo di non trasmettere un messaggio scomodo alla cittadinanza: l'economia di guerra disinveste nel sociale, nelle pensioni e nelle dinamiche salariali. Ciò appare ancor più evidente oggi, in una fase di tassi di crescita economica assai modesti e dopo che sono state fatte fin troppe concessioni alle parti datoriali.
Le dichiarazioni della Meloni certificano che l'Italia ha aumentato le spese militari (lasciando ai fanatici delle statistiche il dibattito su quanto sia stata superata la fatidica soglia del 2% del PIL).
Intanto, il vero dato politico resta un altro. Se il Documento di Programmazione Finanziaria e di Bilancio (DPFB) dello scorso autunno parlava di un aumento graduale della spesa per una cifra complessiva di circa 23 miliardi aggiuntivi in tre anni, la realtà descritta dai fatti parla chiaro: in questo stesso lasso di tempo sono stati approvati ben 78 programmi di riarmo, riguardanti tutti i settori delle Forze Armate, per una spesa complessiva di circa 37 miliardi di euro.
Sono proprio questi i numeri sui quali è necessario focalizzare la nostra attenzione.
Dopo giorni di minacce e una nuova escalation militare nel Golfo Persico, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato la sospensione degli attacchi contro l’Iran, sostenendo che i negoziati tra Washington e Teheran hanno raggiunto un livello decisivo. In un messaggio pubblicato su Truth Social, il leader statunitense ha dichiarato di aver annullato i bombardamenti previsti dopo che tutte le parti coinvolte avrebbero approvato i punti principali di un accordo in fase di definizione. Secondo Trump, oltre agli Stati Uniti e all’Iran, il processo negoziale coinvolgerebbe numerosi attori regionali, tra cui Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania ed Egitto. Tuttavia, il presidente nordamericano ha precisato che il blocco navale contro i porti iraniani resterà in vigore fino alla firma ufficiale dell’intesa.
L’annuncio arriva dopo settimane di forti tensioni. Washington aveva ripreso gli attacchi contro obiettivi iraniani in risposta all’abbattimento di un elicottero Apache, mentre Teheran aveva reagito colpendo basi statunitensi in diversi Paesi della regione. Entrambe le parti hanno rivendicato successi militari e mantenuto una retorica particolarmente aggressiva. Nelle stesse ore, Trump ha rilanciato una delle sue dichiarazioni più controverse, sostenendo che gli Stati Uniti potrebbero in futuro assumere il controllo dell’isola di Kharg, principale terminal petrolifero iraniano da cui transitava circa il 90% delle esportazioni di greggio del Paese prima dell’inizio della guerra. Il presidente ha descritto l’operazione come economicamente vantaggiosa, paragonandola alla politica adottata da Washington nei confronti del Venezuela.
Da Teheran la risposta è stata immediata. Ebrahim Azizi, presidente della Commissione parlamentare per la Sicurezza nazionale e la Politica estera, ha definito Trump un leader “confuso e illuso”, avvertendo che qualsiasi attacco contro il territorio iraniano, inclusa l’isola di Kharg, provocherebbe una risposta destinata a “entrare nella storia”. Il parlamentare ha inoltre sostenuto che gli Stati Uniti non abbiano raggiunto nessuno degli obiettivi dichiarati del conflitto, né sul piano militare né su quello politico. Le autorità iraniane affermano che le proprie forze armate sono in stato di massima allerta e rivendicano di aver inflitto pesanti perdite agli Stati Uniti nella regione. Da parte statunitense, tuttavia, continuano le dichiarazioni che descrivono l’Iran come ormai vicino alla resa.
Al di là degli annunci e della propaganda, la sospensione dei bombardamenti rappresenta il primo segnale concreto di de-escalation dopo giorni molto tesi e segnati da bombardamenti. Resta però evidente che le minacce sul controllo delle infrastrutture energetiche iraniane e le promesse di ritorsioni senza precedenti mantengono il Medio Oriente sull’orlo di una nuova e pericolosa escalation.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
La Russia ha respinto con fermezza le condizioni proposte da Francia, Germania e Regno Unito per l’avvio di un processo di pace in Ucraina, definendole incompatibili con qualsiasi prospettiva di negoziato. A dichiararlo è stata la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, secondo cui le richieste avanzate dalle capitali europee ripropongono schemi già falliti negli anni precedenti. Zakharova ha ricordato che iniziative come i formati di Copenaghen e del Bürgenstock, basate sulla cosiddetta “formula Zelensky”, non hanno prodotto risultati concreti e si sono rivelate strumenti orientati al proseguimento del conflitto piuttosto che alla sua soluzione.
Nel mirino di Mosca c’è la dichiarazione congiunta firmata a Londra dal presidente francese Emmanuel Macron, dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, dal primo ministro britannico Keir Starmer e da Vladimir Zelensky. Il documento individua cinque condizioni per avviare un percorso negoziale, tra cui garanzie di sicurezza per Kiev, il dispiegamento di forze multinazionali, il mantenimento del congelamento dei beni russi e un cessate il fuoco immediato. Secondo la diplomazia russa, tali richieste sarebbero formulate in modo da risultare inaccettabili per Mosca e accompagnate da un ulteriore sostegno militare all’Ucraina, compresa la produzione di armamenti a lungo raggio.
Una linea che, come denuncia il Cremlino, favorisce la militarizzazione dell’Ucraina e dell’Europa invece di creare le condizioni per una pace duratura. Zakharova ha inoltre accusato l’Unione Europea di aver rinunciato a qualsiasi ruolo di mediazione neutrale, citando una recente dichiarazione dell’Alta rappresentante per la politica estera dell’UE, Kaja Kallas, secondo cui l’Europa è schierata dalla parte dell’Ucraina e agisce in difesa dei propri interessi di sicurezza.
Per Mosca, queste posizioni confermano che i principali Paesi europei non intendono presentarsi come mediatori, ma come parte integrante del fronte occidentale che sostiene il regime di Kiev. Un elemento che, come evidenzia il governo russo, rende ancora più difficile la costruzione di un quadro negoziale accettabile per tutte le parti coinvolte.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
Un grave atto intimidatorio ha colpito la comunità islamica di Cagliari. Nella notte, ignoti hanno appiccato il fuoco davanti all'ingresso della moschea di via del Collegio, nel cuore del quartiere della Marina.
Un gesto che scuote la quiete del rione e riaccende l'attenzione sulla convivenza interreligiosa in città. A far escludere un incidente e a orientare verso la pista dolosa è la dinamica stessa del rogo, divampato questa notte in via del Collegio.
L'allarme è scattato verso le h 3:30. Secondo le prime ricostruzioni, i responsabili hanno posizionato un innesco con liquido infiammabile davanti al portone d'ingresso della moschea. Le fiamme si sono propagate rapidamente, annerendo la facciata, distruggendo alcune piante ornamentali e invadendo i vani scala delle abitazioni vicine, che condividono lo stesso stabile.
A evitare conseguenze peggiori è stato il tempestivo intervento dei residenti. Svegliati dal fumo e dal rumore, gli abitanti del quartiere della Marina sono riusciti a spegnere il fuoco con i propri mezzi prima dell'arrivo dei vigili del fuoco. Sul posto sono subito intervenuti i carabinieri, che hanno avviato le indagini e posto l'area sotto sequestro per i rilievi tecnici. Al momento non risultano né indagati né rivendicazioni.
L'imam di Cagliari, Mehrez Triki, ha dichiarato: “Siamo qui da quasi 40 anni e non era mai successo niente del genere. Siamo sorpresi e amareggiati, perché nel quartiere non abbiamo mai avuto problemi con nessuno”.
Triki ha voluto sottolineare il clima di rispetto e fratellanza che ha sempre caratterizzato la convivenza nel popoloso rione della Marina. “Le persone che vivono qui – ha aggiunto – le considero tutte fratelli. La prova? Sono stati proprio i vicini, i primi, a darci una mano per spegnere l'incendio, e ora ci stanno aiutando a ripulire e sistemare i danni”.
Al momento non ci sono iscritti nel registro degli indagati né sono giunte rivendicazioni, ma dall’esterno seppur con tutte le cautele del caso, quanto accaduto rischia di configurarsi come un gesto di natura islamofobica.
Episodi come questo, purtroppo rischiano di riproporsi facilmente in contesti dove l'odio è già stato normalizzato nel dibattito pubblico. Il clima alimentato in questi anni da una precisa parte politica, con la complicità di alcune trasmissioni televisive, account social e giornali compiacenti – di cui l'islamofobia è solo una delle conseguenze – finisce per strumentalizzare, senza peraltro mai risolvere, i problemi connessi all'immigrazione irregolare. Così si alimentano fobie, odio e paura che, sommati a ignoranza, impoverimento generale e degrado, rischiano di essere l'innesco per ulteriori ondate di violenza generalizzata da parte di frange di sbandati, esaltati e xenofobi.
E come spesso accade – e la storia lo insegna – a farne le spese sono persone innocenti. Quando si soffia sul fuoco, poi, non è semplice fermare le fiamme una volta che l’incendio divampa.
Non è vero che gli immigrati, soprattutto islamici, distruggono l’identità culturale dei paesi occidentali. L’occidente ha perso la sua identità culturale da molto tempo. La scristianizzazione dell’Occidente non è una conseguenza dell’immigrazione. Le chiese sono vuote, i valori dell’Occidente, compreso quello molto laico della “cura di sé”, si sono svalorizzati per processi interni all’Occidente.
C’è un processo di svalorizzazione, un nichilismo tutto interno all’Occidente. Che è il problema di questa cultura. Usiamo gli immigrati per non affrontare il problema della disgregazione culturale interna. Lo usiamo per non affrontare la questione della disgregazione del legame sociale, che segue una logica interna alla nostra civiltà.
Gli immigrati vengono a inserirsi in questo mondo in corso di disgregazione, non incontrano alcuna identità. Diciamo che devono essere inclusi, ma per essere inclusi dovrebbero trovare un luogo che abbia una forma, e le nostre società non hanno forma, la stanno perdendo da tanto tempo.
Poi c’è un problema legato all’immigrazione, ed è questo: come immaginiamo una società in cui convivono persone appartenenti a culture diverse?
Possono culture diverse convivere nello stesso territorio?
Di fatto, alla base di molte elaborazioni filosofiche e politiche c’è l’idea che le culture non esistono. Credo sia stata una pessima trovata, ideologica, nordica e dunque stupida (penso a hannerz).
In realtà abbiamo pensato e stiamo pensando la società multiculturale come un luogo di cancellazione delle culture, come una brodaglia in cui tutti rinunciano alla propria cultura perché tutti assumono una cultura comune che è quella neoliberale del consumo come generatore di legame sociale e di integrazione sociale.
La stiamo pensando così perché è coerente con un mondo senza più cultura se non quella del successo, del denaro e del consumo. I migranti che arrivano incontrano questa cultura, l’Occidente per loro non è né il Cristianesimo né la domanda filosofica, né il problema della verità o della cura di sé. E non hanno torto.
I migranti che fanno gli aguzzini verso altri migranti non sono una cultura malata che invade la nostra: scimmiottano la nostra, hanno assunto la nostra cultura.
Il problema siamo noi, perché siamo noi che odiamo la nostra tradizione culturale, non la conosciamo, non la rivitalizziamo. Siamo noi che abbiamo in odio le nostre radici.
Siamo noi che usiamo anche i migranti per cancellare la nostra tradizione culturale, senza capire che poi a chi arriva offriamo solo il vuoto o il nulla, quello che abita la nostra civiltà.
Con che slancio, con quanta passione, con che effluvio partecipativo, il Corriere della Sera si diffonde sul “supermissile Flamingo” con cui Kiev ha colpito due giorni fa la capitale della Repubblica di Chuvaša, Ceboksary, circa 800 km a est di Moskva, sul Volga. Con che afflato il giornale milanese si dilunga sulle caratteristiche del razzo che dovrebbe sostituire gli americani Patriot, di cui il regime nazigolpista è a corto e che Washington da tempo non fornisce, perché li impiega nell'aggressione all'Iran. Con che partecipazione emotiva il redattore assicura i lettori che Kiev è «sempre più autonoma» nella produzione di missili e fornisce addirittura il numero esatto che l'azienda produttrice sarebbe in grado di sfornare ogni mese. Con quale spirito di comunanza affettiva si comunica che per la junta di Kiev «c’è un punto in particolare che dà un valore inestimabile alla nuova arma: è stata pensata, quasi del tutto disegnata e largamente costruita in Ucraina... Un’era diversa e un futuro che promette ottimismo». L'ottimismo della guerra e di chi guarda ai superprofitti che l'industria militare promette. Basta, scrive il signor Lorenzo Cremonesi, con le «limitazioni imposte da Biden all’impiego delle armi americane, prima che Trump bloccasse radicalmente l’invio di materiale bellico Usa influenzato anche dalla sua ammirazione per Vladimir Putin». Basta. Ucraina über alles, über alles in der Welt. L'Ucraina centro del mondo, come la intendono i nazionalisti inneggianti alla “ucrainicità” e come la vedono nelle redazioni belliciste italiche e nei circoli “politici” del centrismo liberal-borghese di casa nostra.
Nell'entusiasmo di Vladimir Zelenskij per gli obiettivi colpiti dai “fenicotteri” di Kiev, scrive con altrettanta esaltazione il redattore milanese, «si coglie il senso della nuova potenza militare ucraina: sta diventando indipendente, non occorre più chiedere nessun permesso». Sì perché il “Flamingo”, ci raccontano, è realizzato da una cosiddetta “startup ucraina” nata «alla fine del primo anno della nuova guerra (quella vecchia era iniziata con l’attacco russo del 2014)». Farabutti euro-guerrafondai che contrabbandano il terrorismo dei nazigolpisti di Kiev contro le città del Donbass, contro ospedali, asili nido, parchi, stazioni, come un «attacco russo del 2014». Terroristi della cartaccia stampata, che nel 2022 scrivevano di “attacco immotivato” della Russia all'Ucraina, come se da un giorno all'altro, in un'oasi di pace, diletto e fratellanza, quegli sciagurati di russi avessero attaccato proditoriamente un paese civile e democratico, così, dall'oggi al domani, senza alcuna motivazione. E oggi, dato che non si può più continuare a vendere per “anni di pace” quanto accaduto negli otto anni precedenti il 2022, ecco che declamano spudoratamente di «attacco russo del 2014». Andate a dirlo, canaglie prezzolate, ai civili di Alcevsk, Kramatorsk, Donetsk, Stakanov e i tanti villaggi del Donbass martellati per otto anni dalle artiglierie ucraine. Vien da chiedersi, in prima battuta, quanto certe redazioni ricevano da certe ambasciate.
Ma, questo, tra parentesi. Di sfuggita, invece, sul finire del servizio, quando ormai il lettore ne ha avuto abbastanza di celebrazioni filo-naziste, si è costretti a buttare là, en passant, che la ditta che “produce” il “Flamingo” «collabora con il gruppo britannico Milanion», tacendo come d'uopo che il FP-5 ucraino è più o meno l'esatta copia del FP-5 prodotto dall'impresa britannico-emiratina. Così che poi non si può fare a meno di citare la britannica The Economist, secondo cui «una parte della produzione è effettuata all’estero, ma il 90 per cento delle componenti viene poi assemblata in Ucraina». Vale a dire: ancora una volta sono le imprese del complesso militare europeo ad essere direttamente impegnate nella guerra contro la Russia.
Ragion per cui, non possono suscitare altro che ripugnanza certi pruriti che vengono presentati, ancora dal fogliaccio milanese, quale “battaglia delle idee” all'interno di quel miscuglio di liberalismo bottegaio, sussiego padronale – le maggiori industrie di guerra italiane non sono forse a dirigenza PD? - e finta alternativa aclassista alla peggiore fogna reazionaria italica denominato Partito Democratico. Il cosiddetto “dibattito” sull'Ucraina che, dicono, si starebbe svolgendo all'interno di quell'agglomerato di individualismo da mercato, somiglia tanto a una certa qual riproposizione, in termini adattati al liberalismo capitalistico odierno, della falsa alternativa di inizi '900 tra aperto e dichiarato opportunismo, da una parte e centrismo conciliatore dall'altra, all'interno, comunque, di un movimento che, quantomeno a parole, intendeva muovere le masse popolari verso una prospettiva di cambiamento sociale.
Oggi che, a tali livelli di bassezza politica, le uniche alternative di cui blaterano le maggiori figure del PD sono quelle completamente interne al loro perenne quadro sociale e economico capitalista, anche il “dibattito” sull'atteggiamento nei confronti dell'Ucraina è circoscritto al quesito se la junta nazigolpista, sponsorizzata dalle cancellerie europee quale avamposto del prossimo confronto militare diretto contro la Russia, debba entrare immediatamente a far parte della UE o debba prima attraversare un certo periodo di “decantazione democratica”.
Ecco dunque che, come racconta il Corriere della Sera, il signor Alessandro Alfieri «ammette che sull’Ucraina» loro del PD si attengono a «una posizione molto marcata di pieno sostegno»; così che ai «riformisti dem ovviamente non dispiace affatto che il Pd su questo punto sia fermo». D'accordo anche il signor Lorenzo Guerini, sulla «risoluzione del Pd nelle parti che riguardano il sostegno a Kiev». In ogni caso, si assicurano i lettori “benpensanti” da via Solferino, i riformisti, cioè i liberali della borghesia danarosa, «voteranno a favore anche delle risoluzioni di Azione e Italia viva»: si deve supporre che ci sarà da assistere a un grande coro di “slava Ukrainy”, cui farà eco un generale “Sieg heil”. Ma attenzione: la questione non è così pacifica all'interno del PD, perché «alla minoranza riformista non sono piaciute affatto le affermazioni rilasciate al Corriere da Goffredo Bettini», che il 10 giugno «aveva sostenuto la necessità di far ripartire il dialogo con la Russia e aveva frenato sull’ingresso di Kiev nella Ue». Grido d'allarme di quelli che a inizi '900 sarebbero stati gli opportunisti dichiarati e che oggi, tanto per attualizzare un po' i termini a favore delle generazioni più giovani, potrebbero definirsi gli adepti del liberalismo chiesastico di stampo borghese: il signor Filippo Sensi, agente delle passate atmosfere democristiane, tuona che «Un Pd che seguisse questa agenda filorussa sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere». Non si distinguono le signore Lia Quartapelle, Simona Malpezzi e, da va sé, Pina Picierno, tutte genuflesse all'altare dei nazigolpisti di Kiev. Tutte unite nel coro di disprezzo per il “povero” Goffredo Bettini, quello che chiede al suo agglomerato politico di spostarsi ancora più verso le esigenze borghesi, convinto che «la sinistra non vince se non si allea con una forza più di centro» e che, riguardo all'Ucraina e alla sua ammissione alla UE, afferma che «In prospettiva vedo questa possibilità con favore. Ma il processo sarà inevitabilmente lungo. Di anni. L’Ucraina non corrisponde a criteri fondamentali per entrare nell’unione europea». Quali sarebbero i criteri? Per carità, non si dica che tra quei “criteri” europeisti ci sia una qualche mielosa “avversione” al nazismo. Quando mai? È solo la propaganda russa a dire che nel 2014 ci sia stato a Kiev un golpe voluto e foraggiato da USA-UE-NATO, cui hanno fatto da manovalanza terroristica le formazioni nazionaliste e apertamente naziste, addestrate già da anni, prima di allora, nei centri di reclutamento yankee e che oggi tengono per il collo la banda di Vladimir Zelenskij, per assicurarsi che non sbandi verso un “compromesso” con la Russia.
Il signor Bettini parla di «ripartenza di un dialogo con la Russia. Zelensky è disposto a parlare con Putin. Cosa impedisce a noi di fare altrettanto?». Ben venga il “dialogo con la Russia”. Resta a vedere da quali posizioni e con quali obiettivi. Il signor Bettini è davvero sicuro che il nazigolpista-capo Zelenskij sia “disposto a parlare con Putin”? Ha forse letto un po' troppo velocemente il pizzino mafioso indirizzato dal jefe de la junta al presidente russo, o si è forse fidato troppo del cosiddetto “linguaggio amichevole” di quel vergognoso messaggio, addolcito nelle redazioni italiche da un “tu” con cui Zelenskij si sarebbe rivolto a Putin, quando l'originale ucraino recava un normale “voi”, con offensiva lettera minuscola che, insieme a tutto il tono ingiurioso dell'intera epistola, costituiva il vero perno che le cancellerie franco-britannico-tedesche volevano mettere alla base dell'autentico senso della direttiva impartita a Kiev e da trasmettere a Moskva: la guerra deve continuare.
L'opportunismo liberal-europeista dei vari Guerini, Alfieri, Sensi & Co., insieme al confessionalismo inquisitorio di Picierno, Quartapelle e altri ha il “merito” di essere aperto, sfacciato, intento nell'adorazione dei nazigolpisti di Kiev, avamposto della crociata per ora non armata contro la Russia, in attesa del passaggio alla guerra guerreggiata in prima persona dalle “democrazie” europeiste. Il falso “centrismo” di coloro che, all'interno di quella compagine penitenzial-borghese e anti-operaia chiamata PD, evocano a parole il “dialogo con la Russia”, mentre continuano tuttora a sostenere un regime terroristico che manda al macello i propri giovani e affama le masse del proprio paese, in base ai dettami delle corporation transnazionali, non costituisce altro che una puntura di spillo nel generale obiettivo della militarizzazione della società, in preparazione alla guerra.
Essendo al corrente della mia familiarità con Belfast, un iscritto al canale mi ha chiesto un commento sui recenti disordini in città. Non intendo gettare benzina sul fuoco visto che la vicenda ha dei contorni che mi sfuggono ancora e viene sfruttata abilmente per creare ulteriori divisioni tra le classi popolari per fini che potete immaginare, tra cui anche una stretta repressiva e securitaria in Europa. In ogni caso, ho vissuto a Belfast Ovest nel 1981 e 1982, in un quartiere cattolico al tempo in cui la città era divisa in settori e si attraversavano i checkpoint per andare da un quartiere all'altro. Nella zona degli attuali scontri – a maggioranza protestante – non mettevo quasi mai piede: per una persona con le mie frequentazioni sarebbe stato oggettivamente pericoloso.
Non serve entrare nei dettagli, ma anche all’epoca era facile scoprire con chi uno si accompagnasse. Da allora Belfast ha subito una trasformazione radicale, quasi una mutazione antropologica. Se ci tornassi oggi, non la riconoscerei. Un esempio paradigmatico: la nuova donna sindaco di Belfast, insediatasi da pochi giorni, ha 30 anni. Nel 1981 non era ancora nata. Si chiama Róis Máire Donnelly, proviene dal quartiere cattolico di Ballymurphy ed è espressione di un Sinn Féin molto diverso da quello che conoscevo allora.
Da partito repubblicano legato alla lotta armata, al nazionalismo cattolico tradizionale e all’identità operaia, Sinn Féin si è trasformato in una formazione progressista e “Sorosiana”: diritti LGBT+, femminismo, inclusività, immigrazionismo e retorica identitaria. La stessa Donnelly, con il suo linguaggio e il suo profilo, incarna perfettamente questo cambio di registro. Quello che invece è rimasto sorprendentemente costante, anche se quasi mai menzionato, è il ruolo di Belfast nella produzione strategica e militare britannica. Già fondamentale durante la Seconda Guerra Mondiale (quando i cantieri Harland & Wolff e gli stabilimenti Short Brothers furono pilastri dello sforzo bellico alleato), la città continua oggi a svolgere un ruolo importante nella difesa del Regno Unito. In particolare, nell’area di Castlereagh (zona est di Belfast, tristemente nota anche per il vecchio centro di tortura e interrogatori della RUC) sorge lo stabilimento di Thales Air Defence, ex Shorts Missile Systems. La presenza missilistica risale al 1952 e continua da oltre settant’anni. Thales Belfast è il centro di eccellenza del gruppo per i missili a corto raggio e produce sistemi di punta come Starstreak (missile ad alta velocità per difesa aerea) Martlet / LMM (Lightweight Multirole Missile), Effettori per il NLAW in collaborazione con Saab.
Negli ultimi anni la fabbrica ha triplicato la produzione proprio per far fronte agli ordini legati alla guerra in Ucraina. Ma a Belfast si trova anche molto altro, Il settore di cyber security risulta in forte crescita, con oltre 100–120 aziende che impiegano migliaia di persone. Il polo è molto concentrato e considerato uno dei più densi al mondo in quanto i costi sono inferiori rispetto ad altri hub del Regno Unito e c'è una forte collaborazione tra università, governo e industria.
L'istituzione chiave è il Centre for Secure Information Technologies (CSIT) della Queen's University di Belfast, che guida ricerca, spin-off e incubatori come CSIT Labs e HutZero.
Tra le aziende internazionali con sedi a Belfast figurano Rapid7, Proofpoint, Allstate, Imperva, Microsoft, IBM, BT, Northrop Grumman e grandi società di consulenza. Le aziende locali di rilievo includono MetaCompliance (formazione sulla sicurezza), Salt Communications (messaggistica crittografata), ANGOKA (sicurezza IoT), Vertical Structure (consulenza), e altre come B-Secure, LoughTec, Nisos. Ecco. A me interessano queste cose, non il teatrino degli scontri.
L’Interferometria SAR, anche conosciuta con l’acronimo InSAR, è una tecnica di telerilevamento che utilizza immagini satellitari acquisite da sensori noti come Radar ad Apertura Sintetica (SAR) per misurare le deformazioni del suolo con precisione millimetrica. Il SAR è un sensore attivo in grado di acquisire immagini della superficie terrestre sia di giorno che di notte, anche in presenza di copertura nuvolosa. Il principio di funzionamento è basato sull’invio a terra di un segnale elettromagnetico caratterizzato da un’ampiezza, che ci dice quanto è intenso, e una fase, ossia la posizione dell’onda in un certo momento, espressa con valori tra 0 e 360 gradi, che equivalgono a [0 – 2π] radianti. Raggiunto il suolo, il segnale viene diffuso in diverse direzioni e la frazione che torna al sensore è quella che si utilizza nella tecnologia SAR. Avremo quindi un contributo di ampiezza, dipendente dalle caratteristiche degli oggetti a terra e dalla loro capacità di riflettere, e un contributo di fase, legato alla distanza percorsa dal segnale per coprire il tragitto satellite-superficie terrestre. E’ proprio tramite l’analisi dei contributi di fase inviati da un sensore SAR in intervalli temporali differenti che è possibile ricostruire i campi di spostamento indotti sulla superficie terrestre da fenomeni naturali o antropici.
Se il suolo si deforma, ad esempio a causa di un terremoto, immagini SAR acquisite prima (T1) e dopo (T2) l’evento sismico saranno infatti caratterizzate da contributi di fase diversi tra loro. Questo perché la deformazione del suolo indotta dal sisma, avrà un impatto sul tempo di percorrenza del segnale inviato dai sensori (Figura 1).
Figura 1: Principio di funzionamento dell’Interferometria SAR. Se il terreno si deforma nell’intervallo temporale tra la prima acquisizione (T1) e la seconda acquisizione (T2), ci sarà un diverso tempo di percorrenza del segnale elettromagnetico che si traduce in un contributo di fase addizionale nella seconda immagine (linea rossa).
L’interferometria SAR utilizza l’informazione contenuta nella differenza di fase tra due immagini acquisite a cavallo di un evento per calcolare di quanto si è deformato il terreno nell’intervallo temporale tra le due acquisizioni. La mappa delle differenze di fase tra due immagini, pixel per pixel, è il cosiddetto interferogramma, ed è il principale prodotto dell’analisi interferometrica. Esso consiste in un’immagine composta da frange di colore, le frange interferometriche, ognuna delle quali rappresenta un valore di differenza di fase nell’intervallo [-π, π], a sua volta rappresentativo di una deformazione di pochi centimetri. Per avere una rappresentazione maggiormente comprensibile del processo deformativo in atto è quindi necessario trasformare, mediante alcuni passaggi matematici, l’interferogramma in una vera e propria mappa di deformazione, in cui ogni pixel riporta un valore di deformazione assoluto del terreno. Il primo terremoto a essere studiato con questa tecnica è stato il terremoto di magnitudo momento Mw 7.3 nella comunità di Landers, in California, nel 1992. In un lavoro su Nature, gli autori evidenziarono le potenzialità dell’Interferometria SAR, applicata a immagini acquisite dalle missioni ERS-1 dell’Agenzia Spaziale Europea, mostrando per la prima volta come appariva un terremoto visto da satellite (Figura 2).
Figura 2: Interferogramma relativo al terremoto di magnitudo momento Mw 7.3 avvenuto a Landers, in California, nel 1992. Questo evento fu il primo a essere studiato con la tecnica InSAR. Sono ben visibili le cosiddette frange interferometriche in cicli di colore, ognuna delle quali è rappresentativa di una deformazione del terreno di circa 3 centimetri.
I principali eventi in epoca strumentale in Italia
La tecnica interferometrica è sensibile a deformazioni superficiali dell’ordine di diversi centimetri, associate solitamente a eventi sismici di magnitudo momento Mw superiore a 5, che fortunatamente non sono molto frequenti in Italia. A partire dai primi anni ’90, quando i satelliti ERS dell’Agenzia Spaziale Europea hanno acquisito e reso per la prima volta disponibili alla comunità scientifica immagini SAR della superficie terrestre, si possono individuare quattro principali sequenze sismiche che hanno interessato in modo significativo il territorio italiano, con conseguenze talvolta anche drammatiche (Figura 3).
Figura 3: Principali eventi sismici registrati in Italia e analizzati con le immagini SAR. Le stelle gialle rappresentano gli epicentri dei terremoti.
Nel nostro paese, la prima applicazione dell’Interferometria SAR allo studio di un evento sismico risale al terremoto di Colfiorito del 1997 . Il 26 settembre 1997 alle ore 11:40 (ora italiana) un evento sismico di magnitudo locale ML 5.8 (https://terremoti.ingv.it/event/849549) colpì un’area di circa 15 km di lunghezza tra Umbria e Marche, tra Colfiorito (PG) e Serravalle di Chienti (MC). Il sisma enucleò a una profondità di circa 6 km e i risentimenti furono avvertiti distintamente in gran parte dell’Italia centrale. L’analisi InSAR, applicata a una coppia di immagini SAR acquisite dalle costellazioni ERS-2 dell’Agenzia Spaziale Europea, mostrò un abbassamento dell’Altopiano di Colfiorito di circa 25 centimetri (Figura 4), consistente con un meccanismo di faglia di tipo normale tipico delle zone dell’Appennino centrale.
Figura 4: Mappa di deformazione del terreno ottenuta tramite analisi InSAR relativa al terremoto di Colfiorito del 26 settembre 1997 (dati ERS-2).
Il secondo terremoto analizzato con la tecnica dell’Interferometria SAR è stato l’evento di magnitudo momento Mw 6.1 (https://terremoti.ingv.it/event/1895389) che ha colpito L’Aquila durante la notte del 6 aprile 2009. In questo caso le immagini SAR applicate a dati acquisiti durante la missione Envisat dell’Agenzia Spaziale Europea, hanno dato la possibilità di stimare spostamenti cosismici massimi pari a circa 25 cm e un’area di deformazione estesa circa 30 chilometri in lunghezza (Figura 5), permettendo di ricostruire la faglia responsabile dell’evento, anche in questo caso con un meccanismo normale consistente con il regime estensionale dell’Appennino (Atzori et al., 2009).
Figura 5: Mappa di deformazione del terreno relativa al terremoto che ha colpito l’Aquila il 6 aprile 2009 (dati Envisat).
Successivamente, nel maggio 2012 il territorio emiliano è stato colpito da due forti terremoti. Il primo, di magnitudo momento Mw 5.8 e profondità 10 km, avvenuto il 20 maggio nei pressi di Finale Emilia (https://terremoti.ingv.it/event/772691), mentre il secondo di magnitudo momento Mw 5.6 e profondità 8 km localizzato a sud della città di Mirandola (https://terremoti.ingv.it/event/841091), entrambi in provincia di Modena. Questi eventi sono stati oggetto di analisi InSAR utilizzando i dati acquisiti dalle missioni spaziali Radarsat (Agenzia Spaziale Canadese) e COSMO-SkyMed (Pezzo et al., 2013). In particolare questi ultimi dati, distribuiti dall’Agenzia Spaziale Italiana, sono stati fondamentali fin dalle prime fasi di gestione dell’emergenza per una rapida valutazione degli spostamenti cosismici nell’area, stimati intorno ai 14 cm (Figura 6).
Figura 6: Mappa di deformazione del terreno relativa al terremoto dell’Emilia del 2012 (dati Cosmo-SkyMed).
L’ultimo forte evento che ha colpito la nostra penisola è rappresentato dalla sequenza sismica che ha interessato il centro Italia nel 2016-2017 per circa 8 mesi, con più di 3500 eventi di magnitudo maggiore di 2.5, causando gravi danni all’edificato, danneggiando irrimediabilmente il patrimonio artistico e provocando, purtroppo, anche più di 300 vittime. La sequenza è stata caratterizzata da 4 eventi principali: il terremoto di Amatrice/Accumoli (RI) del 24 agosto 2016, con una magnitudo momento Mw pari a 6.0 (https://terremoti.ingv.it/event/7073641), il terremoto di Visso (MC) del 26 ottobre 2016, con una magnitudo momento Mw di 5.9 (https://terremoti.ingv.it/event/8669321), il terremoto di Norcia (PG) del 30 ottobre 2016, con una magnitudo momento Mw di 6.5 (https://terremoti.ingv.it/event/8863681) e il terremoto di magnitudo momento Mw 5.5 avvenuto a Capitignano (AQ) il 18 gennaio 2017 (https://terremoti.ingv.it/event/12697591). Il dato interferometrico ha permesso di stimare la deformazione totale causata dalla sequenza, che ha determinato un abbassamento di circa 1 metro della Piana di Castelluccio (Figura 7), e vincolare geometria, meccanismo e profondità delle faglie responsabili. In questo ultimo caso, l’Interferometria SAR è stata applicata alle immagini delle costellazioni Sentinel-1 dell’ESA, il cui primo satellite è stato lanciato nel 2014.
Figura 7: Mappa di deformazione del terreno relativa al terremoto di Norcia del 30 ottobre 2016 (dati Sentinel-1).
Questo excursus sui principali eventi sismici, che hanno interessato il territorio italiano e che sono stati studiati mediante la tecnica InSAR, ha consentito di apprezzare i significativi miglioramenti raggiunti in questi decenni sia dagli algoritmi e dai software utilizzati per il calcolo degli interferogrammi, che dalla tecnologia applicata ai sensori SAR. Dall’evento di Colfiorito, analizzato con dati ERS, fino alla sequenza che ha colpito il centro Italia tra il 2016 e il 2017, investigata nel dettaglio con dati Sentinel-1, risultano evidenti i progressi nella qualità delle immagini ottenute. I miglioramenti in termini di risoluzione spaziale, tempo di rivisita, prestazioni dei sensori, insieme ad algoritmi di elaborazione dei dati sempre più sofisticati, hanno permesso di affinare in modo sostanziale l’informazione estratta dal dato satellitare, contribuendo a una conoscenza sempre più approfondita e accurata dei fenomeni sismici e della sismicità del nostro Paese.
A cura del Laboratorio GEOSAR dell’INGV
Riferimenti
Massonnet, D., Rossi, M., Carmona, C. et al. (1993). The displacement field of the Landers earthquake mapped by radar interferometry. Nature, 364, 138–142. https://doi.org/10.1038/364138a0
Stramondo, S., Tesauro, M., Briole, P., Sansosti, E., Salvi, S., Lanari, R., Anzidei, M., Baldi, P., Fornaro, G., Avallone, A,, Buongiorno, M. F., Franceschetti, G., Boschi E. (1999). The September 26, 1997 Colfiorito, Italy, earthquakes: Modeled coseismic surface displacement from SAR interferometry and GPS. Geophys. Res. Lett., 26, https://doi.org/10.1029/1999GL900141.
Atzori, S., Hunstad, I., Chini, M., Salvi, S., Tolomei, C., Bignami, C., Stramondo, S., Trasatti, E., Antonioli, A., and E. Boschi (2009). Finite fault inversion of DInSAR coseismic displacement of the 2009 L’Aquila earthquake (central Italy). Geophys. Res. Lett., 36, L15305, doi:10.1029/2009GL039293.
Pezzo, G., Merryman Boncori, J. P., Tolomei, C., Salvi, S., Atzori, S., Antonioli, A., … & Giuliani, R. (2013). Coseismic deformation and source modeling of the May 2012 Emilia (Northern Italy) earthquakes. Seismological Research Letters, 84(4), 645-655.
Cheloni, D., et al. (2017). Geodetic model of the 2016 Central Italy earthquake sequence inferred from InSAR and GPS data. Geophys. Res. Lett., 44, 6778–6787, doi:10.1002/2017GL073580.
Tutti e tre i marinai indiani inizialmente dati per dispersi dopo l'attacco statunitense alla petroliera MT Settebello, battente bandiera di Palau, sono deceduti. La conferma è arrivata dall'agenzia di stampa Reuters, che ha tragicamente aggiornato il bilancio del raid avvenuto al largo delle coste dell'Oman.
L'esercito statunitense ha giustificato l'azione affermando di aver preso di mira la nave dopo che questa aveva tentato di "violare" il blocco navale imposto da Washington nei pressi dello Stretto di Hormuz. In precedenza, Manoj Yadav, segretario generale del sindacato Forward Seamen's Union of India (FSUI), aveva segnalato le estreme difficoltà nel mettersi in contatto con l'imbarcazione, confermando la presenza di vittime a bordo prima del tragico verdetto definitivo.
Il Ministero degli Affari Esteri dell'India ha condannato fermamente l'accaduto, esprimendo profonda preoccupazione per il rapido deterioramento della sicurezza nell'area. "Condanniamo l'attacco alla nave mercantile Settebello", si legge nella nota ufficiale di Nuova Delhi. "Dei 24 membri dell'equipaggio, tutti di nazionalità indiana, 21 sono stati tratti in salvo. I continui attacchi alle imbarcazioni nella regione sono una diretta conseguenza del conflitto in corso". Il governo indiano ha quindi rivolto un nuovo appello pressante a tutte le parti coinvolte affinché riducano le tensioni e scelgano la via diplomatica per ristabilire la stabilità.
Nel frattempo, il sindacato dei marinai ha sollevato dure accuse contro le forze statunitensi, sostenendo che Washington fosse perfettamente a conoscenza della nazionalità del personale a bordo. Le tre vittime stimate provenivano dagli stati indiani dell'Himachal Pradesh, dell'Uttar Pradesh (Deoria) e dell'Andhra Pradesh.
"Non credo affatto che gli Stati Uniti non avessero informazioni sui civili a bordo. È semplicemente impossibile", ha attaccato duramente Yadav. "Le forze navali statunitensi sapevano quanti cittadini indiani e stranieri viaggiavano su quella nave. Se l'imbarcazione non avesse rispettato le istruzioni impartite, i militari avrebbero potuto fermarla e trattenerla, non distruggerla". Il sindacato ha infine ricordato che, in base alle rigide leggi marittime internazionali, ogni nave è obbligata a depositare in ciascun porto di arrivo e partenza un manifesto dettagliato con i nomi e le nazionalità di tutto l'equipaggio, rendendo i dati accessibili alle forze operanti nella zona.
Le difese aeree sono state attivate nelle prime ore di giovedì mattina nella zona occidentale di Teheran, in seguito agli avvertimenti di imminenti attacchi statunitensi. Forti esplosioni sono state segnalate anche nelle città di Sirik e Minab, segnando la seconda notte di raid USA contro il Paese.
In precedenza, Donald Trump aveva annunciato che le forze statunitensi avrebbero lanciato una nuova ondata di attacchi contro l'Iran, proseguendo l'offensiva iniziata il giorno precedente. "Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo attaccati duramente e oggi li attaccheremo di nuovo duramente", ha dichiarato il presidente.
Non si è fatta attendere la replica di Teheran. "Anche stasera le Forze Armate iraniane sono pienamente preparate e, se gli americani intraprenderanno qualsiasi azione aggressiva, dovranno affrontare nuovamente una dura risposta", ha dichiarato mercoledì all'agenzia Tasnim una fonte militare della Repubblica Islamica. "Se gli americani agiranno, l'Iran prenderà di mira nuovi obiettivi di interesse per questo regime terroristico", ha sottolineato la fonte.
Gli Stati Uniti hanno ripreso gli attacchi contro l'Iran martedì sera, in risposta all'abbattimento di un elicottero AH-64 Apache. L'operazione è stata condotta su ordine diretto del comandante in capo e, secondo Washington, ha costituito "una risposta proporzionata all'ingiustificata aggressione dell'Iran".
Secondo il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), le forze statunitensi hanno bombardato diverse postazioni iraniane a Jask, Sirik e Qeshm "con pretesti infondati", danneggiando una torre di telecomunicazioni e distruggendo due serbatoi idrici. In risposta, l'esercito iraniano ha attaccato diverse basi americane in Medio Oriente, come annunciato dal Comando Centrale Khatam al-Anbiya (il più alto organo operativo del comando militare iraniano).
Il giornalista di Fox News Trey Yingst, dopo aver parlato direttamente con il presidente degli Stati Uniti, ha riferito che Trump ha previsto una fine imminente per i bombardamenti, ponendo però un duro ultimatum: se la Repubblica Islamica non firmerà l'accordo, Washington prenderà la decisione di "bombardare il paese persiano senza pietà". Secondo il reporter, Trump ha descritto la situazione attuale come "il cessate il fuoco più violato della storia mondiale". Al momento del colloquio, le forze statunitensi avevano già lanciato 49 missili Tomahawk, oltre a condurre diversi attacchi aerei con caccia. L'obiettivo colpito più vicino a Teheran si trovava a circa 65 chilometri dalla capitale.
Nel frattempo, la tensione è salita alle stelle anche sul fronte marittimo. L'Iran trasformerà la regione in un "inferno" per gli Stati Uniti se Washington continuerà a minacciare la sicurezza dello Stretto di Hormuz, ha avvertito il generale di brigata Sayed Majid Mousavi, comandante delle forze aerospaziali dell'IRGC, secondo quanto riportato da Press TV. "Stanno forse cercando di rendere insicuro il sacro Stretto di Hormuz?", ha chiesto sui social media. "Trasformeremo la regione in un inferno per voi, da tutto l'Iran. Questa è la risposta all'audacia degli americani nella regione, con il permesso di Dio".
A stretto giro, il Comando Centrale Khatam al-Anbiya ha annunciato il blocco totale delle rotte marittime: a causa dell'insicurezza nella regione, lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso "a tutti i tipi di navi, comprese petroliere e navi mercantili".
"Come conseguenza delle barbarie dei criminali USA e considerando l'inizio degli attacchi da parte dell'esercito aggressore di quel paese in alcune regioni del sud della provincia di Hormozgan, da questo momento in poi lo Stretto di Hormuz è chiuso al traffico", si legge nella dichiarazione ufficiale citata dall'agenzia IRNA. L'esercito iraniano ha inoltre intimato a tutte le imbarcazioni di non lasciare l'ancoraggio nel Golfo Persico o nel Golfo di Oman, avvertendo che "qualsiasi avvicinamento allo Stretto di Hormuz sarà considerato un atto di collaborazione con il nemico" e che le Forze Armate daranno "una risposta schiacciante e decisiva a qualsiasi aggressione e malefatta da parte dell'esercito statunitense".
L’Iran risponde a muso duro nei confronti di Donald Trump ribadendo che non accetterà alcuna imposizione né cederà alle minacce militari della coalizione Epstein. Il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato che la Repubblica Islamica non si arrenderà mai davanti a pressioni esterne, sottolineando come la coesione nazionale e il sostegno popolare abbiano rappresentato un elemento decisivo durante il conflitto iniziato il 28 febbraio con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele. Intervenendo a una cerimonia commemorativa dedicata alla guida della Rivoluzione Islamica, Pezeshkian ha affermato che le manifestazioni popolari e il sostegno alle forze armate hanno contribuito a neutralizzare il tentativo dei nemici di indebolire il Paese.
Secondo il presidente, il principale fattore di forza dell’Iran resta l’unità interna, che ha impedito agli avversari di raggiungere i propri obiettivi strategici. Le dichiarazioni arrivano mentre Donald Trump torna a minacciare nuovi attacchi contro infrastrutture civili iraniane, inclusi impianti elettrici, ponti e reti idriche, nel caso in cui non venga raggiunto un accordo con Teheran. Pezeshkian ha definito queste minacce “un segno di disperazione” e non di forza, sostenendo che il Paese continuerà a fare affidamento sulle proprie capacità scientifiche e tecnologiche per resistere alle pressioni occidentali.
Teheran insiste inoltre sul fatto che qualsiasi intesa futura dovrà prevedere la cessazione definitiva delle ostilità, la rimozione delle sanzioni e il risarcimento dei danni provocati dalla guerra. Restano invece irricevibili, secondo la leadership iraniana, richieste che limitino la sovranità nazionale, il controllo sullo Stretto di Hormuz o il programma nucleare civile del Paese. Anche il presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, ha ribadito che ogni nuova aggressione riceverà una risposta “immediata e decisiva”. Nel commemorare i comandanti militari e gli scienziati uccisi nei precedenti attacchi, Qalibaf ha sostenuto che le eliminazioni mirate non hanno rallentato né il progresso scientifico né le capacità difensive della Repubblica Islamica. Nonostante il cessate il fuoco mediato dal Pakistan e in vigore dall’inizio di aprile, le tensioni restano elevate. I negoziati avviati a Islamabad si sono conclusi senza risultati concreti e Teheran continua ad avvertire che qualsiasi nuova offensiva statunitense o israeliana sarà accolta da una risposta senza precedenti.
Intanto un Donald Trump sempre più frustrato e incapace di vincere questa gueera che gli Stati Uniti hanno proditoriamente scatenato su impulso israeliano, continua ad alzare il livello dello scontro e delle minacce nella speranza di piegare la fiera resistenza iraniana e provare ad allontanare lo spettro di una sconfitta strategica che aleggia su Washington.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
Il Mondiale di calcio 2026 si prepara a catalizzare l’attenzione di miliardi di appassionati in tutto il mondo, ma l’edizione che prende il via oggi 11 di giugno arriva accompagnata da polemiche che vanno ben oltre il terreno di gioco. Organizzato congiuntamente da Canada, Messico e Stati Uniti, il torneo rappresenta una novità assoluta nella storia della competizione: per la prima volta le partite si disputeranno in tre Paesi diversi e vedranno la partecipazione di 48 nazionali, un numero record. Ad aprire la manifestazione sarà la sfida tra Messico e Sudafrica allo stadio Azteca, mentre la finale è prevista per il 19 luglio.
Tra gli aspetti più discussi delle ultime settimane vi sono le rigide misure di sicurezza e i controlli migratori adottati dalle autorità statunitensi. Diverse delegazioni hanno segnalato procedure particolarmente severe all’arrivo negli Stati Uniti. Le nazionali di Senegal e Uzbekistan sono state sottoposte a controlli approfonditi, mentre l’attaccante iracheno Aymen Hussein è stato trattenuto e interrogato per diverse ore all’aeroporto di Chicago prima di poter entrare nel Paese.
Particolarmente complessa si è rivelata la situazione della nazionale iraniana. In un contesto segnato dalle tensioni tra Washington e Teheran, i visti per la squadra sono stati approvati soltanto pochi giorni prima dell’inizio del torneo, dopo mesi di incertezza. Inoltre, ai giocatori iraniani non è stato consentito di pernottare negli Stati Uniti, costringendo la federazione a trasferire il ritiro dall’Arizona a Tijuana, in Messico. La Federazione calcistica iraniana ha inoltre accusato le autorità statunitensi di aver ostacolato la partecipazione dei tifosi, revocando l’assegnazione dei biglietti destinati ai sostenitori della squadra per le partite della fase a gironi.
Mentre il Mondiale si appresta a inaugurare una nuova era del calcio internazionale con un formato ampliato e senza precedenti, le controversie legate ai controlli di frontiera e alle tensioni geopolitiche rischiano di trasformare uno degli eventi sportivi più attesi del pianeta in un terreno di scontro che va ben oltre il calcio.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
Forti polemiche sui Mondiali di calcio nonostante il primo pallone ancora non sia stato nemmeno calciato. A poche ore dal via dei Mondiali 2026, che per la prima volta nella storia saranno ospitati da tre Paesi - Stati Uniti, Canada e Messico - un duro attacco arriva dall’India. A lanciare l'attacco è Ranjit Bajaj, fondatore della Minerva Football Academy, che non usa mezzi termini: il trattamento riservato dalle autorità USA a squadre e ufficiali arbitrali arrivati negli Stati Uniti è "razzista" e mina "l’integrità del torneo". E accusa la FIFA di avere due pesi e due misure.
Il caso più eclatante riguarda l'arbitro somalo Omar Abdul Qadir Artan, a cui è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti. Una decisione che lo costringerà a saltare la rassegna iridata. Ma non è l’unico episodio. Il bomber dell’Iraq Ayman Hussain è stato trattenuto per ore all’aeroporto di Chicago O’Hare, mentre le nazionali di Senegal e Uzbekistan sono state sottoposte a controlli invasivi già allo sbarco. "Quello che è successo al Senegal, il modo in cui sono stati lasciati sulla pista dell’aeroporto... Loro non sono venuti per essere mancati di rispetto, sono venuti per rappresentare il proprio Paese", ha affermato Bajaj a RT India.
E sull’attaccante iracheno è stato ancora più duro: "Non è un centravanti nato ieri, mica è venuto a fare spionaggio nel vostro Paese. Questo è razzismo". Parole pesanti, che arrivano da un uomo che nel calcio ci crede davvero: la sua Minerva Football Academy è diventata un faro per lo sviluppo del football indiano, con le giovanili che hanno recentemente travolto 6-0 il Liverpool under 15 alla Mediterranean International Cup. Un segnale che l’India, nonostante l’eliminazione al secondo turno delle qualificazioni asiatiche, qualcosa si stia muovendo.
Ma il nodo resta l’atteggiamento degli Stati Uniti. Bajaj ha puntato il dito anche contro la FIFA, rea secondo lui di avere un comportamento ipocrita. "Se questo evento si fosse svolto in India, ci avrebbero minacciato con il divieto di organizzare qualsiasi cosa". E invece di fronte ai visti negati dagli Usa, la risposta del governo mondiale del calcio è stata che l’immigrazione è una questione che spetta ai Paesi ospitanti. "Sì, è il diritto del Paese ospitante rilasciare i visti - spiega Bajaj - ma se lo fai per indebolire le altre nazionali, togliendo loro i giocatori migliori, stai di fatto aiutando la tua squadra".
Il paragone è con quanto accaduto ai Mondiali del 2018 in Russia, quando la FIFA, secondo Bajaj, "censurò Mosca e le disse: fai in modo di sistemare le cose". Un trattamento che, a suo dire, non è avvenuto né in Russia, né in Sudafrica né in Qatar, tutti eletti a organizzatori di "edizioni dei Mondiali di maggior successo della storia". "Se togli Haaland alla Norvegia o Harry Kane all’Inghilterra - ha spiegato - hai reso quella squadra più debole del 50%". È così, secondo il tecnico indiano, che si mina il valore sportivo del torneo: "Vuol dire che si può truccare il Mondiale. È quello che sta succedendo". L’amarezza è tanta, perché la Coppa del Mondo ha sempre avuto il potere di "riunire Paesi che non sono d’accordo su quasi nulla, tranne che sul calcio".
Donald Trump ha annunciato che le forze statunitensi lanceranno oggi una nuova ondata di attacchi contro l'Iran, proseguendo l'offensiva iniziata nella giornata di ieri.
"Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo attaccati duramente e oggi li attaccheremo di nuovo duramente", ha dichiarato.
Inoltre, il presidente ha ribadito che i nuovi attacchi contro la nazione persiana sono una risposta all'abbattimento, avvenuto lunedì, di un elicottero d'attacco statunitense AH-64 Apache vicino alle coste dell'Oman da parte delle forze iraniane.
"Credo che ne abbiamo il diritto. Sapete, hanno abbattuto una macchina davvero incredibile, anzi, incredibile, e all'inizio hanno detto di non essere stati loro, poi hanno ammesso di averlo fatto", ha aggiunto.
Non bastavano le riforme selvagge che svendono i diritti e le risorse del paese. Ora il governo neoliberista di Rodrigo Paz, un esecutivo decisamente allineato con Washington, passa alla repressione aperta: sequestro e scomparsa temporanea per chi osa opporsi.
Le immagini sono chiare. Simona Quispe, ex senatrice del MAS e leader indigena, viene afferrata e caricata su un furgone mentre passeggiava con la famiglia nel “Parque de las Cholas”. La polizia non mostra alcun ordine giudiziario. La figlia denuncia: “Sembrava un rapimento, li hanno visti trascinarla mentre il furgone era in movimento. Nessun documento”.
Secondo le prime ricostruzioni, Quispe sarebbe indagata per il suo ruolo nelle recenti proteste che chiedono le dimissioni del presidente Paz. Un'accusa generica, ideale per coprire quella che appare come una persecuzione politica ai danni delle voci indigene e critiche del vecchio MAS.
Mentre le forze dell’ordine agiscono senza mandato, dagli Stati Uniti arriva la benedizione delle azioni repressive. Il Segretario di Stato Marco Rubio, fervente sostenitore dell’amministrazione Paz, definisce le stesse manifestazioni “tentativi di rovesciare il governo legittimo del presidente”. Parole che rappresentano un via libera ai metodi autoritari del “pupazzo di Washington”.
La Bolivia di Paz si rivela per quello che è: un laboratorio di riforme anti-popolari difeso con la violenza di Stato, dove reprimere un’ex senatrice indigena diventa normale amministrazione. E dove il diritto alla protesta viene ribattezzato “colpo di Stato” per giustificare l’ingiustizia.
Il ministero degli Esteri della Repubblica Islamica dell'Iran, Abbas Aragchi, ha annunciato che le sue forze armate hanno colpito duro contro basi e obiettivi militari degli STati Uniti nella regione. Secondo Teheran, quelle basi erano il punto di partenza delle aggressioni degli Stati Uniti contro il Paese.
La nuova escalation ha avuto inizio nelle prime ore della giornata di mercoledì. Gli Stati Uniti, scrive il ministero degli Esteri iraniano, hanno condotto attacchi selvaggi contro alcune zone nel sud dell’Iran. Il pretesto? Un elicottero Apache USA precipitato la notte prima sullo Stretto di Hormuz. Un attacco, secondo Washington. Un pretesto bello e buono, per Teheran.
Nella nota ufficiale si legge che queste azioni violano la Carta delle Nazioni Unite. Viene citato l'articolo 2, quello che vieta l'uso della forza tra Stati. E si aggiunge che l'amministrazione statunitense ha dimostrato ancora una volta la sua natura criminale e guerrafondaia.
A quel punto è partita la reazione. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato di aver lanciato missili contro quattro obiettivi statunitensi in Giordania. Dicono di aver distrutto un hangar dove c'erano caccia F-35. Il ministero degli Esteri ha parlato di autodifesa, di diritto naturale a rispondere.
Poi c'è un passaggio interessante. L'Iran si rivolge a tutti i Paesi della regione, soprattutto a quelli sulla sponda sud del Golfo Persico. Dice che hanno una responsabilità, legale e morale. Devono impedire che il loro territorio venga usato da statunitensi e israeliani (coalizione Epstein) per organizzare attacchi contro l'Iran.
In the early days of the war, the U.S. Air Force positioned its F-35A Lightning II fighters on this tarmac at Muwaffaq al-Salti Air Base in Jordan.
E l'avvertimento finale è secco. L'Iran non esiterà a difendersi. Colpirà l'origine degli attacchi, le basi, le strutture logistiche. Qualsiasi cosa venga usata per sostenere operazioni aggressive contro di loro.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha passato la notte al telefono. Ha parlato con il collega turco Hakan Fidan e con quello saudita Faisal bin Farhan. Ha raccontato la sua versione: aggressione USA, sovranità violata, risposta inevitabile. I due ministri hanno ascoltato, hanno discusso. Per ora non hanno rilasciato dichiarazioni.
Infine l'appello all'Onu, al Consiglio di Sicurezza, al Segretario generale. L'Iran dice: fate il vostro lavoro, proteggere la pace. Individuate i responsabili di questa escalation.
Nel giro di alcune settimane una serie di eventi ha messo a rischio il proseguimento delle attività della Casa per la nonviolenza di Verona, sede nazionale del Movimento Nonviolento. EMERGENZA TETTO: Un violentissimo temporale lo ha danneggiato, rompendo i lucernai e spostando tutte le tegole; EMERGENZA PC: uno dopo l’altro tre dei nostri computer e la fotocopiatrice hanno terminato [...]
Riceviamo e pubblichiamo dagli amici della redazione di Byoblu questo comunicato
La redazione ritiene doveroso aggiornare il pubblico sulla situazione che sta interessando la società Media Pluralisti Europei S.p.A., editrice della testata.
Lo scorso 25 aprile, su iniziativa dell’editore Claudio Messora, è stata organizzata una giornata di festa trasmessa in diretta televisiva nazionale per celebrare i cinque anni di presenza di Byoblu sul digitale terrestre.Neiminuticonclusividella trasmissioneClaudioMessoradichiarava:“Siamostati capaci di realizzare nella storia ciò che nessuno ha mai realizzato prima. Sono felicissimo di essere quiconilnuovoByoblu,ilvecchioByoblueilByoblucheverràperchéquestastorianonfiniscemai”. Sitrattavadiunmessaggiopositivorivoltoaidipendenti,aisoci,agliabbonatieaitelespettatori,nel quale veniva espressa una prospettiva di continuità del progetto editoriale.
Il 28 aprile 2026 il Consiglio di Amministrazione di Media Pluralisti Europei S.p.A., preso atto della necessità di procedere agli adempimenti previsti dalla legge, ha deliberato all’unanimità la convocazione dell’assemblea dei soci, chiamata a valutare e deliberare le misure necessarie, inclusa l’eventuale ricapitalizzazione, per affrontare la situazione emersa e tutelare la continuità della società e del progetto editoriale. In quella sede il Presidente del Consiglio di Amministrazione Claudio Messora aveva assunto l’incarico di procedere alla convocazione dell’assemblea.
Il 5 maggio 2026 Claudio Messora, azionista di maggioranza della società, Presidente del Consiglio di Amministrazione, Consigliere ed editore, rassegnava le dimissioni da tutte le cariche ricoperte, mantenendo solo la propria partecipazione azionaria di maggioranza. Le dimissioni hanno determinato una situazione di discontinuità nella gestione della società e nel percorso di convocazione dell’assemblea dei soci.
Il giorno dopo le sue dimissioni, 6 maggio 2026, Messora ha inviato alla società una diffida con richiesta di corresponsione delle royalties relative all’utilizzo del marchio Byoblu entro trenta giorni. Tale richiesta ha portato all'attenzione del Consiglio di Amministrazione rapporti contrattuali relativi all'utilizzo del marchio Byoblu che non risultavano essere stati oggetto di deliberazione consiliare.
Nella medesima giornata, a seguito delle dimissioni e delle numerose richieste di chiarimento pervenute alla redazione dal pubblico, quest’ultima ha diffuso un comunicato sindacale con il quale ribadiva il proprio impegno a proseguire l’attività giornalistica e informativa.
Successivamente, in data 11 maggio 2026, Claudio Messora ha inviato a Media Pluralisti Europei, al direttore responsabile e al comitato di redazione una diffida con richiesta di pubblicazione di una propria replica al comunicato della testata. Nelle settimane successive il Consiglio di Amministrazione, pur dimissionario e operante in regime di prorogatio, ha continuato a svolgere le attività consentite dalla legge e dallo statuto al fine di garantire, per quanto possibile, la continuità operativa della società.
Il 5 giugno 2026 il sito byoblu.com è divenuto inaccessibile sia agli utenti sia al personale che vi operava quotidianamente.
SulcanaleTelegramByoblu,finoaquelmomentoutilizzatodallaredazionecomecanaleufficialedi comunicazione con il pubblico, è comparso un messaggio a firma dello stesso Messora nel quale si affermava, tral’altro,che“ènecessarioaprirenuovipuntidi riferimentoeridefinirequelliattuali
preservando la continuità di Byoblu e accompagnando una transizione ordinata, distinta dalla situazione di Media Pluralisti Europei”.
Nel frattempo è stato impedito l'accesso alla redazione ai canali social associati alla testata Byoblu, tra cui Telegram, Instagram, WhatsApp e X.
Ma non solo.
Negli stessi giorni la redazione ha appreso dell’esistenza del sito news.byoblu.com, denominato "Byoblu3.0",descrittocome“sitodiinformazioneliberaeindipendenteacuradiClaudioMessora”.
Un sito web che descrive la nostra attività e i circa 3.200 soci di Media Pluralisti europei come "qualcosadisimileaunospin-off"echeadettadellostessoMessora“faunusoestensivoeallostato dell'arte delle nuove tecnologie”. La redazione sottolinea di essere totalmente estranea alla realizzazioneeallagestionedelsito,che sembraabbracciarel’impiegodell'intelligenzaartificialein sostituzione dei dipendenti.
Ad aggravare la situazione, il sito con dominio www.byoblu.com, che conteneva tutto il lavoro svolto dalla redazione negli ultimi sei anni, risulta essere stato sostituito dal nuovo sito web Byoblu 3.0.
Denunciamo quindi la perdita di migliaia di articoli, inchieste, documentari di cui rivendichiamo la paternità.
Ricordiamo che la testata giornalistica Byoblu risulta regolarmente registrata presso il Tribunale di Milano dal 2020 e che le responsabilità editoriali e giornalistiche restano disciplinate dalle norme vigenti. Ad oggi non sono state inviate ulteriori comunicazioni di un eventuale cancellazione dal registro del tribunale.
Alla luce degli eventi descritti, la redazione ritiene doveroso garantire la massima trasparenza nei confronti dei soci, degli abbonati, dei sostenitori e di tutti coloro che hanno seguito e sostenuto il progetto negli anni. Ci riserviamo ogni iniziativa ritenuta opportuna a tutela del lavoro svolto, della nostra professionalità e dei nostri diritti. Nel frattempo continueremo a svolgere il lavoro di informazione attraverso l’unico canale operativo e nella nostra disponibilità: il canale YouTube “Media Pluralisti”.
E così, con il voto del 7 giugno, il partito “Accordo civile” del primo ministro armeno Nikol Pašinjan ha ottenuto il 49,8% dei voti, conservando la maggioranza parlamentare. Dicono che l'europeistico arresto, alla vigilia delle elezioni, di moltissimi aderenti ai partiti di opposizione, non abbia influito sul risultato. Prendiamo atto di questo assunto; come anche delle esultanze di tutti quei media di casa nostra che hanno parlato del risultato elettorale come di una “sconfitta per Putin”; l'ennesimo, a detta dei torquemadisti liberal-pannelliani de Linkiesta, secondo i quali «l’elenco dei rovesci politici e militari subiti da Putin negli ultimi quattro anni si è fatto ormai talmente lungo», tanto che nel momento in cui «anche l’Armenia scarica Putin, ora gli resta solo la tv italiana». Piena zeppa di tribune “kabuliste”, par dii capire e dunque da chiuder, per la salute mentale europeista.
Dunque, tra le formazioni che hanno preso parte alla tornata elettorale, "Armenia forte" di Samvel Karapetjan ha raccolto il 23,29% dei consensi, mentre "Alleanza armena" dell'ex presidente Robert Kocharjan si è posizionata al terzo posto, con il 9,94%. “Armenia prospera” di Gagik Tsarukjan, col 3,99% non ha superato la soglia minima del 4% ed è rimasta fuori del parlamento. In definitiva, ad “Accordo civile” dovrebbero andare 64 seggi, 29 ad "Armenia forte" e 12 ad "Alleanza armena".
In base alla legislazione armena, la forza politica che detiene il 52% dei seggi in parlamento, in questo caso “Accordo civile”, è in grado di formare autonomamente il governo, eleggere il primo ministro e approvare leggi costituzionali. Dato però che non ha raggiunto la maggioranza costituzionale necessaria per emendare la costituzione, difficilmente potrà apportare quelle modifiche richieste, ad esempio, per concludere una serie di accordi con l'Azerbajdžan, cui da tempo mira Nikol Pašinjan, il quale d'altra parte si è affrettato a confermare che il suo governo proseguirà il percorso di riavvicinamento con l'Occidente, senza con ciò rinunciare alla partecipazione all'Unione Economica Eurasiatica (UEE). Pašinjan ha anche detto che l'Armenia non è pronta per l'adesione alla UE, ma continuerà nelle riforme democratiche per raggiungerne tutti gli standard.
Tra questi “standard”, par rientrare anche la qualifica di «rappresentanti del sistema criminale-oligarchico» che non dovrebbero avere alcun margine di azione in Armenia, affibbiata da Pašinjan ai leader di "Armenia forte", Samvel Karapetjan e "Alleanza armena" di Robert Kocharjan; il «partito dello spionaggio a tre teste deve essere sradicato dall'Armenia», ha detto Pašinjan. Da parte sua, Karapetjan, in un'intervista alle Izvestija, ha detto che le elezioni non possono essere considerate democratiche, dato che la campagna elettorale si è svolta in un clima di pressione senza precedenti e il processo di conteggio dei voti, così come la reazione delle autorità, sollevano legittimi dubbi. Karapetjan ha affermato che circa 700 membri del suo partito sono stati arrestati durante la campagna elettorale e considera altamente sospetta la decisione della Commissione Elettorale Centrale di interrompere lo spoglio dei voti e di annunciare i risultati definitivi solo successivamente.
“Armenia prospera”, che si è vista esclusa dal parlamento per poche frazioni di punto percentuale, intende chiedere il riconteggio dei voti.
In definitiva, nonostante le ingenti risorse amministrative impiegate nella campagna elettorale e l'aperto sostegno di Bruxelles, Pašinjan non è riuscito a ottenere la maggioranza costituzionale desiderata e questo complica la realizzazione di una serie di iniziative programmate, a partire, come detto, dagli emendamenti costituzionali in vista della firma di un trattato di pace con Baku. Il preambolo della Costituzione armena, osserva infatti Tat'jana Stojanovic su Ukraina.ru, fa riferimento alla dichiarazione di indipendenza del paese del 1990, che sanciva l'obiettivo della riunificazione con il Nagorno-Karabakh, o Artsakh, secondo gli armeni. Ma Baku considera questa una rivendicazione giuridica su un territorio azero e, finché tale formulazione rimarrà nella Costituzione armena, non sarà possibile firmare un trattato di pace.
La Costituzione potrebbe essere modificata con referendum, ma questa è un'opzione più rischiosa per Pašinjan, che dunque avrebbe preferito un voto parlamentare, per il quale non è però riuscito a ottenere un numero sufficiente di seggi. Ormai da anni, la promozione della cosiddetta “agenda di pace” è una priorità per la politica di Pašinjan, più importante del riavvicinamento con la UE o del futuro dell'adesione alla UEE, la Unione Economica Eurasiatica. Pertanto, conclude Stojanovic, la vittoria alle elezioni parlamentari rappresenta, in un certo senso, una sconfitta per Pašinjan, che dovrà trovare soluzioni alternative per emendare la costituzione.
Ma, ghignano europeisticamente i torquemadisti de Linkiesta, Putin «ormai si è dimostrato incapace di tenere le posizioni persino in quello che considera il suo cortile di casa. La riconferma di Nikol Pašinjan alle elezioni in Armenia ne è l’ultima clamorosa conferma», come testimoniato dal Verbo ecclesiale della signora Nona Mikhelidze, secondo la quale, in Armenia, «una parte significativa degli elettori ha scelto di valutare non soltanto il passato, ma la traiettoria futura proposta dal primo ministro – il progressivo distacco dalla dipendenza russa, l’avvicinamento all’Europa, l’apertura delle frontiere con Turchia e Azerbaigian, una maggiore integrazione economica regionale». Accordo sul TRIPP trumpiano, firma di documenti sulla "cooperazione strategica", sottoscritti alla vigilia del voto col precipitoso viaggio a Erevan del Segretario di Stato americano Marco Rubio: è questa la «traiettoria futura» su cui avrebbero basato la loro scelta gli elettori armeni? O non sono piuttosto le premesse che hanno procacciato “consensi” al premier europeista, secondo una tradizione liberale che, a ritroso nel tempo, rimanda agli affari del piano Marshall e alle “cure” dell'ambasciatrice Clare Boothe Luce, mentre, sul presente, riflette le necessità belliche occidentali nella regione mediorientale? Ora, scrivono i lestofanti pannelliani, «anche in Armenia alla fine ha vinto il richiamo dell’Europa, cioè la promessa della libertà individuale, della dignità umana, dello stato di diritto e di una vita migliore». O non ha piuttosto vinto «il richiamo», quello sì molto concreto, dei capitali, alla ricerca di nuovi mercati in cui subentrare al posto dei precedenti, il tutto mascherato dalle eucaristiche geremiadi liberal-truffaldine su «libertà individuale, dignità umana, stato di diritto e una vita migliore», confacenti ai bisogni di profitto del capitale e propagandati dai filistei degli interessi borghesi? Basti dire che i farabutti de Linkiesta, tanto per confermare la propria spudorata genuflessione ai piani bellicisti delle cancellerie europee, guaiscono al «richiamo dell'Europa» per l'Armenia, spargendo lacrime stizzose per un presunto “favoleggiare”, dicono loro, da parte dei media italiani, «per la centesima volta sulla centomillesima pseudo-apertura negoziale di Putin, prontamente smascherata dalla lettera di Zelensky con la proposta di un incontro per chiudere il conflitto, ovviamente subito respinta da Mosca». Lezzose lamentele di grezzi portaborse dei nazigolpisti di Kiev, che contrabbandano il pizzino mafioso di Vladimir Zelenskij per una «proposta» di accordo «respinta da Mosca». D'altronde, sono quelle le “proposte” che si è soliti fare in tali ambienti, in cui «dignità umana, stato di diritto» vengono presentati quali vertici della libertà e del paradiso borghese che, mentre decreta la supremazia dell'oppressione capitalista, prepara anche per l'Armenia un percorso che, nell'Ucraina nazigolpista e terrorista, viene presentato quale modello della “democrazia europea”.
Ma, appunto, tornando all'Armenia e alla vittoria di “Accordo civile”, su Moskovskij Komsomolets Mikhail Rostovskij afferma che la Russia dispone di tutte le risorse per dare una lezione a Nikol Pašinjan in campo economico e affibbiargli uno "scacco matto politico in tre mosse". Per farlo, Moskva dovrebbe imparare qualcosa dal primo ministro armeno e dalla sua capacità di rimanere ostinatamente fermo sulle sue posizioni senza compiere mosse avventate o sbattere la porta. In altre parole: guardare a Bruxelles, lasciando nell'indeterminatezza l'adesione alla UEE. A una società armena stanca di decenni di guerra e blocco economico, dice Rostovskij, Pašinjan parla di un “futuro dell'Armenia”, mentre i suoi oppositori, «più allineati con la visione di Mosca, non sono riusciti a offrire alla popolazione una visione alternativa del futuro». Chiaro come, nell'analisi di Moskovskij Komsomoltes, manchi qualsiasi riferimento di classe e di analisi sugli interessi di quali classi e settori abbia lavorato Pašinjan che, al di là della retorica, vuol fare dell'Armenia il "fratello minore" di Azerbajdžan e Turchia, i due nemici storici del paese. Così, per evitare di dipendere completamente da Baku e Ankara, Pašinjan progetta di creare un ulteriore baluardo sotto forma di una stretta alleanza con l'Europa e con l'Occidente in generale. A lungo termine, ciò significa un'inevitabile rottura con Moskva. Ma, in concreto, Erevan potrebbe privarsi del suo unico sostegno politico ed economico, la Russia, e invece di un'alternativa europeista a tutti gli effetti, potrebbe ottenere qualcosa del tipo di ulteriori spinte a orientarsi contro la Russia, in cambio di risorse che stringerebbero il cappio attorno al collo della popolazione armena.
Il fatto è che, a parere di Aleksej Bobrovskij, l'Armenia dovrà affrontare uno di questi tre possibili scenari: Georgia, Ucraina o Moldavia e il fatto che Erevan continui ad aderire alla UEE non cambia nulla. Anzi, in nessun caso l'Armenia entrerà in UE e anche ipotizzando l'inverosimile possibilità che la UE voglia includere Erevan, il “reich” crollerà prima che l'Armenia riesca ad adottare tutti gli standard “europei”. In ogni caso, sostiene Bobrovskij, la Russia dovrà pensare a una modernizzazione della UEE e ciò richiederà stretti legami con la SCO, l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Dovrà anche tornare a parlare del progetto per una moneta unica della UEE; prevedere il congelamento (non il ritiro) della partecipazione di un paese alla UEE e regolamentare i flussi di capitali al suo interno.
Insomma: per mesi a Bruxelles e nelle diverse cancellerie europee hanno gridato alle “ingerenze russe” in vista del voto armeno, mentre – e non c'era da dubitarne – preparavano uno scenario di tipo ucraino, mascherato da “voto europeista”.
Gli sforzi diplomatici volti a finalizzare un accordo di pace tra gli Stati Uniti e l'Iran hanno subito significativi ritardi a causa delle violazioni israeliane in tutta l'Asia occidentale, secondo quanto rivelato il 9 giugno dai mediatori del governo pakistano all'agenzia Anadolu.
Lunedì a New York, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato ai giornalisti che si potrebbe raggiungere un accordo in "due o tre giorni"; tuttavia, i mediatori pakistani affermano che una svolta così immediata sia "improbabile". Mentre Trump continua a sostenere l'imminenza di un accordo di pace, i funzionari di Islamabad sottolineano che la situazione è complessa ed è entrata in una fase delicata, complice la persistente aggressione militare israeliana nel Libano meridionale.
Secondo fonti vicine alla mediazione, le due nazioni si trovavano a un passo dalla conclusione di una tregua temporanea alla fine di maggio, ma lo slancio è stato interrotto dall'incursione su vasta scala di Israele e dall'annessione di territorio libanese. Nonostante il 17 aprile sia stato stabilito un cessate il fuoco temporaneo in Libano — successivamente prorogato fino all'inizio di luglio — Israele ha continuato a violarlo quotidianamente attraverso attacchi aerei e incursioni di terra.
I funzionari pakistani hanno informato Washington che le azioni condotte da Israele sia in Libano sia a Gaza rappresentano il principale ostacolo al raggiungimento di una soluzione definitiva alla guerra. Dal canto suo, la leadership iraniana ha ribadito, attraverso i canali diplomatici, che non tornerà al tavolo dei negoziati finché persisteranno gli attacchi israeliani.
La scorsa settimana, il ministro degli Interni pakistano Mohsin Naqvi si è recato a Teheran per la quarta volta dal 28 febbraio, al fine di consegnare un messaggio speciale alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei da parte del capo dell'esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir. Il Pakistan, insieme a partner regionali come il Qatar, sta attualmente cercando di convincere Trump a esercitare la massima pressione su Israele affinché fermi la sua offensiva.
Islamabad ha riferito di aver ricevuto una risposta positiva dalla Casa Bianca riguardo alla situazione in Libano, nonostante la mancanza di una cessazione immediata delle ostilità. Fonti pakistane hanno inoltre riferito all'agenzia Anadolu di prevedere una svolta negli sforzi per fermare gli attacchi militari israeliani entro pochi giorni.
Se si riuscisse a porre fine ai combattimenti e a ripristinare le comunicazioni dirette tra Washington e Teheran, i mediatori ritengono che vi siano alte possibilità di raggiungere un accordo in tempi brevi, sottolineando come la maggior parte delle questioni controverse sia già stata risolta. Tuttavia, i funzionari hanno ribadito che questo processo non può essere completato nello spazio di due o tre giorni.
Nel frattempo, Israele ha continuato a colpire su più fronti. Martedì mattina ha emesso un ordine di sfollamento forzato di massa contro la città di Tiro (Sur), nel sud del Libano, per la seconda volta in meno di un mese. Successivamente, almeno 15 raid aerei hanno colpito Tiro, causando nove morti e oltre venti feriti. Migliaia di civili sono stati costretti a fuggire verso nord, unendosi al milione e più di sfollati già presenti in tutto il Libano. Dall'inizio dell'invasione israeliana del Libano, avvenuta a marzo, gli attacchi hanno provocato la morte di almeno 3.666 persone e il ferimento di oltre 11.000.
Lunedì, inoltre, Israele ha riacceso una brutale campagna di punizioni collettive contro Gaza, chiudendo tutti i punti di ingresso dedicati agli aiuti umanitari. Questa misura è giunta in risposta agli attacchi di rappresaglia iraniani, scatenati a loro volta dalle violazioni notturne israeliane nella capitale libanese Beirut. L'Iran aveva ripetutamente affermato che un attacco alla capitale libanese avrebbe rappresentato una linea rossa inaccettabile che non doveva in alcun modo essere oltrepassata.
L’Antico Caffè Greco, una delle più celebri istituzioni culturali e cittadine di Roma, è oggi chiuso. Dopo 265 anni di storia ininterrotta, il locale di via dei Condotti, simbolo della vita artistica e intellettuale della capitale, è stato costretto ad abbassare le serrande in seguito all’esecuzione dello sfratto. Una vicenda che continua a suscitare interrogativi e polemiche, mentre si susseguono i contenziosi giudiziari legati alla tutela del bene storico e alla proprietà dell’immobile.
In questo contesto arriva una nuova e significativa pronuncia del Tar del Lazio. Con la sentenza n. 10536, depositata l’8 giugno 2026, i giudici amministrativi hanno respinto il ricorso presentato dall’Ospedale Israelitico, proprietario delle mura dell’immobile e attualmente impegnato nella procedura di concordato preventivo, contro i provvedimenti ministeriali che hanno rafforzato la tutela del Caffè Greco.
Al centro della controversia vi era il decreto emanato dal Ministero della Cultura che ha riconosciuto il valore culturale degli arredi storici del locale. Resta da decidere il ricorso del proprietario delle mura sulla dimensione identitaria e immateriale. Impostazione, quest’ultima, che trova fondamento nella Convenzione di Faro e che considera il Caffè Greco come un bene culturale unitario, composto non solo dall’immobile e dagli oggetti che contiene, ma anche dalla storia, dalle relazioni e dalle attività che vi si sono sviluppate nel corso dei secoli.
Secondo il Tar, questa interpretazione è perfettamente coerente con i precedenti vincoli imposti già negli anni Cinquanta e con una precedente sentenza del 2011, che aveva riconosciuto il particolare valore assunto dal locale come luogo di incontro di artisti, letterati e intellettuali italiani e stranieri. Il Caffè Greco, sottolineano i giudici, non può essere ridotto alla sola dimensione materiale dell’edificio o degli arredi, poiché il suo significato storico deriva proprio dalla continuità della funzione svolta nel tempo e dal ruolo culturale che ha esercitato ben oltre i confini nazionali.
La sentenza affronta anche la questione della futura commercializzazione dell’immobile insieme ai beni mobili presenti all’interno. Per il Tar si tratta di una contestazione non più proponibile in questa sede, poiché sarebbe dovuto essere avanzata contro i decreti ministeriali del 1953 e del 1954, oggi divenuti definitivi e non più impugnabili.
Nonostante alcune indiscrezioni giornalistiche abbiano ipotizzato una prossima riapertura del locale, la situazione appare tutt’altro che definita. Restano infatti aperte numerose questioni legali riguardanti la titolarità dell’attività storica, della licenza di esercizio, dei segni distintivi e degli arredi. Proseguono inoltre le iniziative giudiziarie finalizzate a chiarire l’esatta estensione della porzione dell’immobile sottoposta a vincolo e a garantire la tutela di un patrimonio considerato parte integrante dell’identità culturale della città.
Sul futuro del Caffè Greco pesa anche il timore che possano prevalere logiche speculative incompatibili con la natura del bene. Per questo viene ribadita la necessità che le istituzioni competenti assicurino la piena applicazione delle norme poste a tutela delle botteghe storiche e dei luoghi che rappresentano un patrimonio collettivo costruito nel corso delle generazioni.
Resta infine aperto il tema della trasparenza nelle operazioni che hanno interessato la proprietà dell’immobile nel corso degli anni. Su questo punto si concentra una parte crescente dell’attenzione pubblica e giudiziaria. Sorge una domanda spontanea: questa scarsa trasparenza sarà per caso dovuta al fatto che l'attuale proprietà delle mura fa capo all'Ospedale Israelitico attualmente impegnato nella procedura di concordato preventivo?
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha lanciato un durissimo avvertimento agli Stati Uniti, dichiarando che nessuna azione militare contro il territorio iraniano passerà sotto silenzio. La dura presa di posizione arriva dopo i bombardamenti effettuati dalle forze statunitensi, scattati come rappresaglia per l'abbattimento di un elicottero Apache.
Il messaggio su X: "Forze armate pronte a colpire"
Affidando la sua replica ai canali social, l'alto funzionario di Teheran ha voluto rimarcare la prontezza militare del Paese:
"Nonostante le sconfitte sul campo di battaglia, gli Stati Uniti hanno deciso di mettere alla prova la nostra determinazione. Le nostre potenti Forze Armate non lasceranno impunito alcun attacco o minaccia."
L'ultimatum alle truppe USA: "Lasciate la regione"
Araghchi ha poi esortato apertamente i militari americani ad abbandonare il Medio Oriente per la propria sicurezza, evocando una dura minaccia storica:
Il monito:"Gli americani abbandonino la regione se vogliono essere al sicuro".
Il richiamo storico: Il ministro ha ricordato che "la storia del Golfo Persico è costellata di capitoli che narrano le tragiche sorti degli intrusi stranieri".
Nel frattempo, il CENTCOM statunitense ha confermato che gli "attacchi di autodifesa" sono stati avviati su ordine diretto del presidente Donald Trump, in quella che la Casa Bianca continua a definire "una risposta proporzionata all'ingiustificata aggressione iraniana".
Nelle ultime ore la tensione in Asia occidnetale ha raggiunto livelli critici dopo un violento scambio di attacchi tra Stati Uniti e Iran. La crisi è scoppiata a seguito dell'abbattimento di un elicottero militare statunitense, (Cosa ci faceva un elicottero statuntense in acque iraniane? ndr) a cui è seguita un'immediata rappresaglia di Washington e la successiva controrisposta di Teheran.
L'avvio delle operazioni USA: "Risposta proporzionata"
Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha annunciato l'inizio di "attacchi di autodifesa" contro l'Iran. L'operazione, ordinata direttamente dal comandante in capo, è stata definita da Washington come "una risposta proporzionata all'aggressione ingiustificata dell'Iran".
Il presidente Donald Trump ha ribadito la fermezza della linea americana:
"È molto importante rispondere all'Iran. Questa è una risposta a quello che hanno fatto al nostro elicottero la scorsa notte. Penso che la reazione debba essere molto forte e decisa, ed è esattamente ciò che questo attacco rappresenta."
L'incidente all'origine del conflitto
Il Pentagono ha confermato la dinamica che ha innescato l'escalation:
Il mezzo coinvolto: Un elicottero AH-64 Apache.
I fatti: L'8 giugno alle 23:33 UTC, il velivolo è precipitato in mare vicino alla costa dell'Oman durante un pattugliamento.
L'equipaggio: I militari sono stati tratti in salvo dopo circa due ore e si trovano in condizioni stabili.
La dura controrisposta di Teheran
La reazione iraniana non si è fatta attendere. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e il Comando Centrale Khatam al Anbiya (il massimo organo operativo militare persiano) hanno coordinato una serie di attacchi contro gli assetti statunitensi nella regione.
Attacchi alle basi USA: Le forze iraniane hanno preso di mira diverse basi statunitensi in Medio Oriente con quello che è stato definito "un potente attacco". Secondo l'agenzia Tasnim, l'azione è una risposta all'aggressione delle forze americane (definite "terroristiche") nel sud del Paese, avvenuta "con il falso pretesto dell'abbattimento di un elicottero".
Raid contro la Quinta Flotta: Le forze navali dell'IRGC hanno lanciato un attacco con droni contro la Quinta Flotta statunitense di stanza in Bahrein. "Gli scontri continuano e le coraggiose guardie della nazione iraniana stanno rispondendo all'aggressione del nemico", si legge nel comunicato ufficiale.
Il monito dell'Iran
Teheran ha lanciato un severo avvertimento formale: se gli Stati Uniti ripeteranno i loro attacchi contro la nazione persiana, verranno condotti "attacchi ancora più gravi e diffusi contro tutti gli obiettivi individuati nella regione".
A che punto è la cooperazione internazionale italiana? E quale è stata l’evoluzione politica ed economica di organizzazioni nate negli anni Sessanta e Settanta in stretta relazione con i movimenti di base e con una cultura di solidarietà internazionale? A queste domande prova a rispondere un libro di agile lettura che unisce ricostruzione storica e indagine sullo stato delle cose. ONG in Italia. Storia, organizzazione, prospettive (Carocci, 2025) di Fiorenzo Polito, che porta a maturazione anni di studio sulle ONG italiane, trasformando una ricerca di dottorato in un libro che, affronta una questione complessa: il dibattersi delle ONG tra missioni e visioni originarie che ne hanno animato il lavoro e i dettami di un sempre più diffuso managerialismo. È infatti con il consolidarsi del neoliberismo, dagli anni Ottanta in avanti, che si diffonde e afferma l’idea che anche le organizzazioni non profit debbano essere guidate da logiche manageriali: professionalizzazione, misurazione dei risultati, omogeneizzazione delle pratiche.
La forza del volume sta proprio nell’accogliere la complessità, senza proporre una spiegazione semplicistica o di mero giudizio morale. Polito non descrive genericamente l’“istituzionalizzazione” del settore, ma la colloca dentro una cornice più ampia in cui mutano le logiche della cooperazione e degli aiuti, i rapporti tra donatori e beneficiari, la politica degli ultimi trent’anni e, infine, la configurazione stessa della società civile organizzata. La sua analisi mostra come l’incontro-scontro tra un ethos movimentista e i requisiti di efficienza, misurabilità e professionalizzazione (quest’ultima mai rinnegata da chi lavora nell’ambito o vissuta come una perdita, piuttosto identificata come un guadagno), abbia portato verso logiche aziendali che, nel contesto italiano, danno vita a un “managerialismo incompleto”, popolato da attori piccoli, plurali, radicati e difficilmente riconducibili ai modelli organizzativi dei colossi della cooperazione anglosassoni. Quel che emerge dal volume è un settore trasformato, attraversato da tensioni verticali — tra grandi ONG internazionali e realtà minori — e da divisioni interne, in cui la spinta verso l’omogeneizzazione gestionale ha prodotto riflessioni, frammentazioni ed esclusioni. Ma anche un settore che continua a resistere strenuamente e che, nonostante gli standard imposti da governi, donatori e dalla logica competitiva, racconta di molte ONG italiane, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, che vogliono e riescono a mantenere un’identità radicata nel lavoro di prossimità nei territori e nei legami con il resto della società civile.
Dopo una quanto mai necessaria ricostruzione storica, Polito si concentra sull’ambiente organizzativo delle ONG italiane. Il libro va letto ovviamente nella sua interezza ma ci soffermeremo sulle tre dimensioni individuate dall’autore — identitaria, economica, relazionale — che permettono di cogliere la complessità di un settore collocato dentro una policrisi mondiale e segnato da fratture, ambivalenze e forme di resistenza.
Nel paragrafo dedicato all’identità organizzativa, viene mostrato con chiarezza il paradosso che attraversa oggi la cooperazione internazionale non governativa: mai come ora — in un mondo segnato da instabilità geopolitica, devastazione climatica, guerre prolungate e crisi finanziarie — i valori fondativi delle ONG appaiono necessari; eppure proprio questi sono sempre più difficili da sostenere nella pratica quotidiana. Dalle interviste riportate emerge una consapevolezza diffusa, ovvero che il tradizionale “modello italiano” — associazioni piccole, radicate, con pochi dipendenti, progetti limitati territorialmente e una forte dipendenza da fondi istituzionali — non è facilmente sostenibile nel lungo periodo. La vitalità storica dell’associazionismo, frutto di spontaneità e capillarità, diventa oggi un elemento complicato che per alcune realtà è un pluralismo da difendere; per altre un fattore di frammentazione, destinato prima o poi a produrre un processo di “selezione naturale” in cui le realtà minori verranno assorbite dalle maggiori. È qui che Polito intercetta il nodo cruciale della trasformazione: la crescente pressione ad assumere forme e logiche quasi aziendali — ampliamento, specializzazione, centralizzazione — come unica via per la sopravvivenza.Una traiettoria che rischia di scardinare proprio la natura relazionale, politica e solidaristica che ha storicamente caratterizzato la cooperazione dal basso in Italia.
La seconda dimensione analizzata riguarda il terreno più scivoloso e meno discusso della sostenibilità economica. La natura non profit delle ONG non le mette al riparo dalle logiche di mercato, ma al contrario, le espone a una precarietà strutturale che condiziona scelte strategiche, priorità operative e perfino identità organizzative. La dipendenza quasi totale da finanziamenti esterni costringe le ONG a impostare il lavoro seguendo criteri economici e burocratici sempre più stringenti di cui le lavoratrici e i lavoratori sono consapevoli e dalle quali si sentono spesso soffocare. Come ricorda un’intervistata, i progetti si realizzano grazie alle persone ma, ad esempio, proprio le spese legate al personale sono sempre più difficili da giustificare nei budget di progetto, rendendo insostenibili molte attività cardine e prospettive desiderate.
Infine, la terza dimensione, quella relazionale, è uno dei contributi cruciali del libro. Polito ricostruisce la fitta rete di rapporti che le ONG intrattengono lungo la “catena della cooperazione” — con attori politici, istituzioni, enti finanziatori, media, opinione pubblica — mostrando come tali relazioni abbiano un peso notevole nell’ambiente operativo del settore. Il quadro che emerge è caratterizzato da un evidente arretramento della sfera politica. Molte persone intervistate sottolineano la perdita di centralità dei temi della cooperazione internazionale nel dibattito pubblico, il disinteresse dei partiti, anche di centrosinistra e, quindi, la dissoluzione dei legami politici storici che per decenni avevano sostenuto le ONG. Oggi gli interlocutori principali sono i governi e i ministeri. Anche sul fronte dell’opinione pubblica, il quadro non è meno critico. Un mondo sempre meno propenso ai valori della solidarietà, che spesso viene criminalizzata, nonché un’evidente messa in discussione, soprattutto e paradossalmente dall’alto, dei principi democratici, vede la società civile organizzata indebolita. A questo si aggiunge, nel nostro paese, una delegittimazione politica e mediatica aggressiva, culminata nella campagna contro le ONG impegnate nei soccorsi in mare, dal 2017 in poi, fino alla retorica dei “porti chiusi” e dei “taxi del mare”. In questo contesto, diverse voci riportate nel volume rivendicano la necessità di tornare a una postura più attivista, capace di ricollocare le ONG non solo come erogatrici di progetti, bisognose di fondi ma pur sempre come soggetti capaci di incidere sui cambiamenti sociali, culturali e politici.
Le conclusioni del volume mettono quindi in evidenza un contesto complesso e contraddittorio, in cui la pressione del managerialismo si intreccia con le aspirazioni originarie. Il modello manageriale, a cui alcune organizzazioni si adeguano e altre resistono, esercita una forza costante, obbligando le ONG a trovare un delicato equilibrio tra l’adesione ai requisiti dei donatori e la conservazione della propria identità. L’innovazione che sembra sempre più necessaria, non è un semplice strumento di crescita, ma diventa una condizione necessaria per garantire la sostenibilità dei progetti e degli ideali di cambiamento e trasformazione, che permetterebbe alle ONG di mantenere rilevanza e incisività in un contesto globale sempre più conservatore, frammentato e competitivo. Ma Polito mette in luce anche le risorse e le strategie di resilienza del settore. Le ONG italiane, pur consapevoli dei vincoli economici, burocratici e politici, mostrano una capacità significativa di adattamento, cercando di coniugare l’urgenza dell’azione con l’attenzione ai principi etici della cooperazione. Questo equilibrio tra pragmatismo e idealità, seppur infragilito, costituisce uno degli elementi più interessanti evidenziati, perché suggerisce che la società civile organizzata può continuare a esercitare un ruolo trasformativo, anche in contesti e condizioni difficili. Polito, evocando Gramsci, sottolinea come «affinché si verifichi una trasformazione reale, è necessario sviluppare un senso di autocoscienza condiviso e creare alleanze tra le diverse organizzazioni della società civile, cosa che la competizione e le gerarchie interne spesso ostacolano». ONG in Italia. Storia, organizzazione, prospettive si configura così come un contributo prezioso per chi voglia comprendere le tensioni strutturali del settore della cooperazione non governativa italiana. Ma lo è anche per ampliare, come sarebbe necessario, lo sguardo su un attacco alla democrazia che vede nella delegittimazione della società civile la possibilità concreta di restringere gli spazi di azione, neutralizzare il dissenso e ridefinire la politica come mera gestione del potere.
A cento giorni dall'inizio della campagna militare condotta da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il quadro che emerge è molto diverso da quello prospettato nelle prime fasi del conflitto. Nonostante i pesanti attacchi subiti, la Repubblica Islamica ha mantenuto intatta la propria struttura politica e militare, dimostrando una capacità di adattamento e resistenza che ha finora impedito il raggiungimento degli obiettivi strategici dichiarati da Washington e Tel Aviv.
Secondo numerose valutazioni, i bombardamenti hanno provocato danni significativi alle infrastrutture e alle capacità difensive iraniane, senza però determinare il collasso del sistema statale né la paralisi delle forze armate. Anche sul fronte interno, le aspettative di una rapida destabilizzazione politica non si sono concretizzate. Al contrario, la pressione esterna ha contribuito a rafforzare la coesione nazionale e a consolidare il sostegno alla difesa del Paese. In questo contesto già estremamente teso, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato una possibile risposta militare dopo l'abbattimento di un elicottero AH-64 Apache statunitense nelle acque vicine all'Oman.
In un messaggio pubblicato su Truth Social, il capo della Casa Bianca ha attribuito la responsabilità dell'incidente a Teheran e ha affermato che gli Stati Uniti “devono rispondere” all'accaduto. L'episodio si inserisce in una spirale di escalation che continua ad alimentare l'instabilità regionale. Mentre la Quinta Flotta nordamericana mantiene una massiccia presenza navale nel Mar Arabico, l'Iran prosegue le proprie operazioni nello Stretto di Hormuz, uno dei punti strategici più importanti per il commercio energetico mondiale. Le nuove minacce di Washington arrivano in un momento in cui la strategia della pressione militare non sembra aver prodotto i risultati sperati.
Lungi dall'essere piegato, l'Iran continua a conservare la capacità di reagire sul piano militare, di influenzare gli equilibri regionali e di incidere sui mercati energetici globali. Invece di avvicinare una soluzione del conflitto, le continue promesse di ritorsione da parte dell'amministrazione Trump rischiano così di spingere la crisi verso una fase ancora più pericolosa e imprevedibile.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
Si chiude con un fallimento uno dei più ambiziosi programmi industriali e militari dell'Unione Europea. Francia e Germania hanno deciso di abbandonare il progetto FCAS (Future Combat Air System), il sistema aereo da combattimento di nuova generazione che avrebbe dovuto rappresentare il pilastro della futura autonomia strategica europea. L'iniziativa, lanciata nel 2017 dal presidente francese Emmanuel Macron e dall'allora cancelliera tedesca Angela Merkel, prevedeva la realizzazione di un caccia avanzato supportato da droni e collegato a una sofisticata rete digitale di combattimento. Il valore complessivo del programma era stimato in circa 100 miliardi di euro e coinvolgeva anche la Spagna. Fin dall'inizio, tuttavia, il progetto è stato ostacolato da profonde divergenze industriali e strategiche.
Da un lato la francese Dassault Aviation rivendicava il controllo della progettazione del velivolo per proteggere il proprio know-how tecnologico; dall'altro Airbus, che rappresentava gli interessi tedeschi e spagnoli, chiedeva una gestione più equilibrata e una maggiore condivisione delle tecnologie. Alle rivalità industriali si sono aggiunte differenze politiche e operative. Parigi puntava a un velivolo in grado di trasportare armamento nucleare e operare dalle portaerei francesi, mentre Berlino era interessata principalmente a un caccia convenzionale destinato alla difesa aerea europea. Dopo mesi di stallo, i tentativi di rilancio promossi da Macron e dal cancelliere tedesco Friedrich Merz non hanno prodotto risultati.
Nel corso dell'ultimo vertice tra Unione Europea e Balcani occidentali in Montenegro, i due leader hanno preso atto dell'impossibilità di superare le divergenze e hanno deciso di interrompere definitivamente il programma. Il collasso del FCAS rappresenta un duro colpo per le ambizioni europee di integrazione nel settore della difesa.
In un contesto segnato dalla guerra in Ucraina e dall'incertezza sul futuro impegno degli Stati Uniti nella sicurezza del continente, il fallimento del progetto evidenzia quanto sia ancora difficile trasformare le dichiarazioni sull'autonomia strategica europea in una reale cooperazione industriale e militare.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
L'Unione Europea continua a essere preda di una russofobia irrazionale, così Bruxelles si prepara a varare un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia, il ventunesimo dall'inizio dell'operazione militare speciale in Ucraina. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato la proposta, che sarà discussa dai ministri degli Esteri dell'Unione il quindici giugno. Tra le novità più rilevanti spicca l'idea di aggiungere trenta petroliere alla lista nera delle navi soggette a restrizioni. Si tratta di un'estensione significativa, perché porterebbe a seicentotrentadue il numero complessivo di imbarcazioni già colpite dalle misure Ue. Contestualmente, l'UE intende mantenere invariato il tetto massimo al prezzo del greggio russo, introdotto nei mesi scorsi per limitare le entrate energetiche di Mosca senza provocare bruschi rialzi sui mercati globali.
Non finisce qui. La Commissione propone anche di vietare la vendita di navi metaniere verso la Russia, un settore finora rimasto ai margini delle sanzioni. Inoltre, sarebbero colpiti direttamente alcuni porti, aeroporti e impianti di raffinazione coinvolti nel commercio o nella lavorazione del petrolio russo. La responsabile della diplomazia europea, l'ineffabile Kaja Kallas, ha aggiunto su X che l'Unione punta a bloccare le transazioni relative a due porti e quattro aeroporti russi.
Una delle misure più politicamente rilevanti riguarda le persone. Von der Leyen ha spiegato che la Commissione propone di estendere il divieto di ingresso nell'Unione a tutti i partecipanti all'operazione militare speciale russa. Finora le restrizioni colpivano soprattutto figure di spicco dell'establishment, ma l'idea è ora di allargarle a una platea molto più ampia.
Sul fronte finanziario, le nuove sanzioni mirano a novanta istituzioni in tutto il mondo. Tra queste, come precisato dalla presidente della Commissione, ci sono trentuno banche russe e altre venti tra istituti di credito, piattaforme di criptovalute e operatori petroliferi internazionali. Kaja Kallas ha aggiunto che i beni di novanta banche, sia russe che di Paesi terzi, sarebbero congelati. Inoltre, l'Unione europea bloccherebbe le transazioni su undici piattaforme di criptovalute.
Le restrizioni alle esportazioni si fanno più dure. Bruxelles vuole vietare la vendita alla Russia di metalli, leghe e componenti per droni. Parallelamente, continuerà il divieto di importare merci russe come metalli e parti di ricambio. Un punto interessante è che le limitazioni all'export colpiranno anche aziende con sede in Cina, Turchia, Kirghizistan, Emirati Arabi Uniti e India, considerate canali indiretti per aggirare le sanzioni. Tra i prodotti di cui si bloccherà l'uscita verso la Russia ci sono leghe ad alte prestazioni, nickel in polvere, minerali pregiati e sostanze chimiche.
Per la prima volta, infine, le sanzioni europee toccheranno il settore della pesca. In particolare, arriverà il divieto totale di esportare merluzzo verso l'Unione, una misura che colpirà un comparto finora rimasto relativamente protetto. La Commissione definisce questo pacchetto come il più ampio degli ultimi due anni, e le restrizioni all'export riguarderanno non solo la Russia ma anche la Bielorussia, segno che l'intenzione è stringere ulteriormente le maglie intorno ai due alleati.
Resta però una domanda di fondo, che a Bruxelles nessuno sembra volersi porre davvero. Ventuno pacchetti di sanzioni dopo, l'economia russa non è stata minimamente indebolita nella sua capacità di sostenere lo sforzo bellico. Anzi, Mosca ha reindirizzato le sue esportazioni verso altri mercati, ha trovato nuovi canali finanziari e continua a incassare dalle materie prime. Il vero prezzo, invece, lo stanno pagando le imprese europee, che hanno perso mercati storici e competitività, e i cittadini dell'Unione, costretti a sopportare bollette più care, inflazione alle stelle e una recessione strisciante. Eppure l'Europa continua a battere masochisticamente sullo stesso tasto, come se l'ennesimo giro di vite potesse stavolta funzionare.
Cosa c’entrano queste tre cose nel titolo? Prima di chiedervi di imbarcarvi nella lettura di un post che riprende quello sulle diseguaglianze della scorsa settimana, provo a spiegarlo in due righe: gli USA sono un paese dove troppe persone non arrivano a fine mese e dove l’impatto dell’IA rischia di peggiorare le cose – almeno nel breve/medio termine – per coloro a cui va meglio. La preoccupazione per il reddito e quella per il rischio di perdere il lavoro hanno un impatto sui comportamenti elettorali delle persone.
Territorio e povertà
Ricordate? Nei mesi scorsi è capitato che Zohran Mamdani vincesse le primarie e poi le elezioni a New York parlando di affordability (potersi permettere le cose). Dopo di lui fecero una campagna simile ma più moderata nelle proposte anche Abigail Spanberger e Mikie Sherril, le due donne divenute governatrici di Virginia e New Jersey.
Un sondaggio Gallup dell’aprile 2026 segnala come il 35% degli americani ritenga la sua situazione economica “only fair” e il 19% “poor”, si tratta di un dato più o meno simile a quello che si registra dalla pandemia di Covid in poi, segno che quella e l’inflazione hanno cristallizzato una situazione.
Secondo la Kaiser Foundation, che si occupa di Sanità, il 36% degli adulti dichiara che negli ultimi 12 mesi ha rinunciato o rimandato cure di cui aveva bisogno a causa dei costi. Il 43% non ha preso le medicine prescritte per la stessa ragione.
Dal 2020 a oggi il prezzo sono cresciuti più o meno del 25%, i salari non hanno tenuto il passo. L’effetto della chiusura dello Stretto di Hormuz e della conseguente assenza di fertilizzanti (e l’aumento del loro costo) non si è ancora fatto sentire sui prezzi al consumo se non sulla benzina e in misura minore che altrove, forse vedremo qualcosa alla stagione del raccolto, oggi quel che c’è nei supermercati è stato piantato quando i fertilizzanti c’erano.
I prezzi al consumo USA, salvo poche merci di cattiva qualità sono davvero incredibilmente alti. Se per decenni l’attitudine al consumo a debito e i flussi di merci cinesi a basso prezzo hanno compensato e nascosto la perdita di potere d’acquisto di un mondo del lavoro che vedeva sempre meno operai sindacalizzati e ben pagati (Union job è sinonimo di buon lavoro in America), oggi non è più così.
Il risultato è che il consumo del 20% più ricco è circa il 60% del totale, mentre il restante 80% si accontenta del 40%
L’indice Gini, che misura la diseguaglianza della distribuzione e che ha cominciato a crescere a partire dal 1980 (quando Ronald Reagan ha vinto le elezioni), è ai massimi di sempre e la quota del PIL destinata ai salari è scesa al livello più basso mai registrato.
Nel 2024, il 45,5% delle famiglie statunitensi non guadagnava abbastanza per arrivare a fine mese, percentuali simili si registrano a partire dal 2014. Nel paper anche una mappa sulla percentuale di persone stato per stato che non arriva a fine mese che riproduco qui sotto. La parte interessante sta nel dettaglio delle contee. Se nello Stato di New York poco meno della metà non arriva a fine mese, a Manhattan questa percentuale sale al 57% mentre nel Bronx crolla al 24%. I divari interni agli Stati e quelli tra bianchi e minoranze sono anche enormi. Chiedimi perché Alexandria Ocasio Cortez viene eletta in quel seggio o perché Mamdani è diventato sindaco.
Passiamo alla AI
In Utah, Texas e altrove ci sono proteste di grandi dimensioni contro la costruzione di data centre necessari per la AI. Non sono un esperto, ma ho l’impressione che almeno una parte di essi non sarebbe necessaria se la AI non volesse essere una merce di consumo, i bot con cui in milioni o miliardi chattano per chiedere aiuto o per fidanzarsi, come avvenuto in casi estremi e tragici finiti in suicidio.
Qui sotto la mappa di datacenterwatch delle proteste, centri per 16 miliardi sono stati fermati o ne è stata rimandata la costruzione. Contro ci sono repubblicani e democratici e la ragione è di doppia natura: l’impatto sull’ecosistema locale (acqua, inquinamento) in cambio di nulla o possibilmente di un impatto non locale ma generalizzato sull’occupazione.
In questo post si racconta come una serie di enormi gruppi che vendono merci di consumo basiche (cibo, detersivi, igiene personale), catene di ristoranti, di supermercati, di abbigliamento, vedano risultati negativi da qualche anno con un peggioramento dopo il 2023 e che lo stesso si può dire per quei gruppi che comprano e gestiscono edifici da affittare (se i giovani non trovano lavori ben pagati, non si affitta bene, i più adulti comprano). Questo calo delle vendite non è collegato alla AI, il problema è che il mercato del lavoro tecnologico USA impiega un po’ meno di sei milioni di persone e gli americani nella forza lavoro sono circa 170 milioni. La crescita della IA, insomma, non è percepita in termini occupazionali se non nella parte che riguarda la costruzione di data center, cioé blue collar jobs, lavoro manuale. I dati sul mercato del lavoro USA degli ultimi mesi ci dicono che anche quando la dinamica è positiva, i white collar jobs tendono a non aumentare, segno di una tendenza che è innegabilmente legata all’introduzione della IA – nessun terremoto per ora, ma forse ne vedremo tra non molto.
Veniamo alla politica. Da un lato ci sono le proteste e una preoccupazione generalizzata per l’impatto della AI sul lavoro, il controllo, la guerra, dall’altro ci sono i dati e le analisi in questo articolo di Brookings, con cui si conclude questo lungo post. “62 delle 100 contee più esposte all’intelligenza artificiale (IA) a livello nazionale hanno votato per i democratici alle elezioni presidenziali del 2024. Queste contee rappresentano il 75% della popolazione delle 100 contee più esposte all’IA, e tra il 14% e il 19% dei lavoratori che vi risiedono svolge professioni in cui l’IA è teoricamente in grado di svolgere determinati compiti ed è già utilizzata per automatizzare il lavoro piuttosto che per potenziarlo (…) In parole povere, in media, le zone che votano democratico concentrano lavoratori impiegati in numerose professioni in cui questi ultimi hanno ragione di nutrire maggiori timori riguardo alla perdita del posto di lavoro causata dall’intelligenza artificiale rispetto ai lavoratori delle zone rosse. Pertanto, in vista delle elezioni di medio termine di novembre e oltre, le contee più blu degli Stati Uniti potrebbero diventare focolai di alcuni degli elettori più agitati dell’era dell’intelligenza artificiale.” In poche parole: i luoghi dove la IA viene prodotta e ha un impatto positivo sull’economia sono sia quelli dove oggi si crea occupazione ben pagata ma anche quelli che rischiano grosso domani. Questo più l’attitudine preoccupata dei più giovani per l’ambiente e altre questioni etiche legate alla IA produrranno qui e la degli spostamenti elettorali.
Da ricordare: negli anni 90-2000 l’economia USA andava benone, ma il lavoro nel manufatturiero calava in maniera costante. Questo ha prodotto città fantasma e contee decadenti e da anni parliamo del Midwest in crisi che vota a destra – il WTO e la globalizzazione sono viste come un prodotto dell’era Clinton. La deindustrializzazione e l’automazione delle fabbriche hanno avuto un enorme impatto sociale, economico e politico. I prossimi anni, forse anche le elezioni presidenziali del 2028, potrebbero essere quelle in cui è l’impatto socioeconomico dell’IA a essere il fattore determinante.
La Cina ha avviato la produzione e la distribuzione su larga scala di chip al nitruro di gallio pensati per le comunicazioni di nuova generazione. Secondo quanto riportato dal quotidiano South China Morning Post, sono già stati consegnati cinque milioni di questi semiconduttori destinati a dispositivi intelligenti che faranno parte di una rete 6G integrata tra lo spazio, l'aria e la superficie terrestre. Si tratta di un passaggio inedito: è la prima volta che chip di questo tipo vengono prodotti in massa e orientati verso applicazioni commerciali.
A sviluppare i componenti è stato l'Istituto di Ricerca numero 55 del China Electronics Technology Group Corporation, insieme alla sua filiale Nanjing Guobo Electronics. Vale la pena sottolineare che questa istituzione figura nella lista delle entità soggette a restrizioni del Dipartimento del Commercio statunitense, in ragione dei suoi legami con il comparto militare cinese.
La tecnologia in questione è concepita come un tassello fondamentale per il futuro delle comunicazioni 6G, ma anche per i programmi spaziali commerciali, i servizi di emergenza e la cosiddetta economia a bassa quota, ovvero quell'insieme di attività - come i droni commerciali e le consegne aeree - che si svolgono a quote relativamente basse. Ogni terminale integrerà un chip amplificatore di potenza, il cui compito è potenziare il segnale e trasmetterlo verso satelliti o stazioni terrestri anche a grande distanza.
Sul fronte dell'utilizzo civile, le prospettive sono però più sfumate. Cui Kai, analista di IDC, ha osservato che questi chip potrebbero trovare spazio nei telefoni di fascia alta o nei dispositivi di uso ufficiale, soprattutto per migliorare la connettività satellitare in aree prive di copertura mobile. Eppure la Cina dispone già di una rete cellulare capillare e ben sviluppata, il che riduce in parte la necessità immediata di queste soluzioni per l'utente comune.
La scelta del nitruro di gallio non è casuale e porta con sé una dimensione strategica precisa. A differenza dei tradizionali chip al silicio, quelli realizzati con questo materiale tollerano meglio le alte temperature, i voltaggi elevati e le frequenze necessarie per comunicazioni più rapide. Sono più compatti, più potenti e capaci di trasmettere informazioni su distanze maggiori. Il nitruro di gallio è già impiegato in radar, caricatori rapidi e sistemi di comunicazione avanzati, ma la produzione su scala commerciale rappresenta un salto qualitativo significativo.
A rendere la questione ancora più rilevante sul piano geopolitico è il fatto che la Cina è il principale produttore ed esportatore mondiale di gallio, il metallo alla base di questa tecnologia. Pechino esercita controlli severi sull'esportazione del gallio e dei suoi ossidi, un leva che si inserisce nel più ampio confronto tecnologico con l'Occidente. Per contenere i costi di produzione, i ricercatori hanno sviluppato una tecnica che consiste nel far crescere uno strato di nitruro di gallio su una base di silicio, combinando così le prestazioni superiori del primo materiale con un processo produttivo più economico e scalabile.
Attenzione:Questo articolo contiene descrizioni di violenze sessuali e torture che potrebbero urtare la sensibilità di alcuni lettori.
Secondo un'inchiesta giornalistica di Al Jazeera, intitolata "Bodies of Evidence: Israel's Darkest Weapon", l'esercito israeliano avrebbe fatto un uso diffuso e sistematico dello stupro e della tortura sessuale contro i prigionieri palestinesi. Le conclusioni del reportage coincidono con quanto denunciato dai giudici della Corte Penale Internazionale (CPI), dalle Nazioni Unite, dalla relatrice speciale per i territori occupati Francesca Albanese e da organizzazioni per i diritti umani come il Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) e Euro-Med Human Rights Monitor.
Le testimonianze dei sopravvissuti
I giornalisti di Al Jazeera hanno raccolto le testimonianze dettagliate di diversi ex prigionieri. Tra questi c'è Muhammad al-Bakri, un funzionario pubblico di Gaza, che ricorda con precisione il 10 aprile 2024, giorno della festività di Eid al-Fitr. Arrestato un mese prima, al-Bakri era già stato sottoposto a percosse e privazioni. Quel giorno, insieme ad altri sette prigionieri, è stato spogliato, bendato, ammanettato e abusato dai soldati.
"Gridavamo: 'Oh Signore, oh Dio', ma loro ridevano e ci filmavano", ha raccontato al-Bakri, confermando inoltre che le guardie aizzavano i cani da guardia affinché attaccassero i prigionieri durante le violenze. "Non c'era pietà. È durato tutto per circa venti o trenta metri. Poi ci hanno ordinato di rivestirci e ci hanno riportati in cella".
Una sorte analoga è toccata a Job, un operaio di Gaza e padre di famiglia, arrestato e interrogato su presunti legami con l'attacco del 7 ottobre 2023, di cui non sapeva nulla. Job ha riferito ad Al Jazeera di essere stato immobilizzato a terra da alcune soldatesse che lo hanno abusato utilizzando oggetti artificiali, mentre gli altri militari presenti applaudivano e filmavano la scena. Durante le detenzioni, i prigionieri venivano privati della propria identità e contrassegnati solo da numeri.
Il contesto e l'escalation dopo il 7 ottobre
Sebbene le accuse di abusi nelle carceri israeliane abbiano radici decennali, il reportage evidenzia come le violenze abbiano subito un'impennata dopo l'inizio delle operazioni militari a Gaza nell'ottobre 2023. Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a marzo 2025 ha evidenziato prove di violenze sessuali e di genere "sistematiche", portando all'inserimento di Israele nella "lista nera delle Nazioni Unite sulle violenze sessuali nelle zone di conflitto".
L'intento di tali pratiche, come spiegato da Francesca Albanese ai microfoni di Al Jazeera, va oltre l'infliggere dolore fisico: punta a distruggere psicologicamente la vittima e la sua capacità di ricostruire la propria intimità. "La brutalità ha raggiunto livelli senza precedenti, trasformandosi in una pura dinamica di vendetta", ha affermato la relatrice ONU, descrivendo l'uso ricorrente di oggetti, barre di metallo e scariche elettriche.
La disumanizzazione e il clima di impunità
L'inchiesta analizza anche i fattori culturali e politici che alimentano questi abusi. Esperti come il sociologo Yehouda Shenhav-Shahrabani e organizzazioni come B'Tselem spiegano che ampi settori della società israeliana sono condizionati a considerare i palestinesi come individui non meritevoli di diritti umani. Dichiarazioni pubbliche di leader politici – tra cui l'ex ministro della Difesa Yoav Gallant, che definì gli avversari "animali umani", o il presidente Isaac Herzog, che ha attribuito la responsabilità del 7 ottobre all'intera popolazione di Gaza – hanno contribuito a sdoganare la violenza collettiva.
Sul fronte giudiziario prevale l'impunità. Nonostante le indagini internazionali vengano ostacolate dalle autorità israeliane, nel luglio 2024 la diffusione di un video riguardante lo stupro di un detenuto nel campo di Sde Teiman aveva portato all'arresto di 10 agenti. Tuttavia, le proteste dell'estrema destra e il sostegno di alcuni parlamentari hanno spinto le autorità a far cadere ogni accusa. Al contrario, l'ufficiale donna sospettata di aver diffuso il filmato è stata arrestata, e il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha definito la fuga di notizie come "il più grave danno di pubbliche relazioni" per il Paese dalla sua fondazione. Perfino alla Knesset, il deputato del Likud Hanoch Milwidsky ha difeso pubblicamente la legittimità delle violenze contro i detenuti ritenuti membri di Hamas.
Il quadro giuridico internazionale
Triestino Mariniello, professore alla Liverpool John Moores University e membro del team legale delle vittime di Gaza presso la Corte Penale Internazionale, ha chiarito ad Al Jazeera la rilevanza giuridica di queste prove:
"Se gli atti isolati costituiscono crimini di guerra, quando sono organizzati, diffusi e perpetrati all'interno di strutture statali senza che i responsabili vengano perseguiti, si configurano come crimini contro l'umanità, svelando l'esistenza di una precisa politica istituzionale".
Nonostante il cessate il fuoco formale imposto nell'ottobre 2025 dall'amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, gli osservatori internazionali rilevano che le violenze e le operazioni di sfollamento forzato continuano a colpire la Cisgiordania e Gaza. Come concluso da Francesca Albanese, l'impatto di una simile violenza sistematica equivale a un tentativo di "distruggere un popolo in quanto tale".
Mentre a Gaza, in Cisgiordania e in Libano si consumano violenze atroci, cento soldati israeliani sono arrivati con le loro famiglie in Sardegna per prendersi una vacanza e smaltire lo stress. Un fatto gravissimo che avviene nel silenzio delle istituzioni locali: la Regione Sardegna non è stata minimamente informata, non si sa chi abbia autorizzato questi soggiorni e per quale motivo il territorio italiano venga messo a disposizione di chi è accusato di violenze disumane.
Sulla vicenda è intervenuta duramente la parlamentare del Movimento 5 Stelle, Stefania Ascari, che ha chiesto immediata chiarezza sui fatti con una dichiarazione perentoria:
"Pretendiamo di sapere chi li ha invitati, con quali accordi e di chi è la responsabilità della loro presenza. Dare ospitalità, nel comfort e nel lusso, a chi ha commesso un genocidio è un fatto gravissimo e indegno per il nostro Paese. Basta complicità con i terroristi. L'Italia non è una colonia di Israele."
Washington è sempre più preoccupata che l'attuale leadership di Tbilisi – il partito Sogno Georgiano – stia "prendendo una china pericolosa, deviando verso un'orbita controllata dai principali avversari degli Stati Uniti", vale a dire Cina e Russia.
A questo proposito ieri la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato il Countering China's Control of the Caucasus Act.
Il disegno di legge bipartisan era stato presentato mesi fa da reliquie della Guerra Fredda come Joe Wilson e Steve Cohen.
Wilson, intervistato da RFE/RL, ha descritto la legge come una misura necessaria per contrastare «l’influenza straordinaria e malvagia del Partito Comunista Cinese» e il suo «obiettivo di dominazione mondiale». Il deputato ha puntato il dito in particolare contro il consorzio cinese coinvolto nella costruzione del porto di Anaklia sul Mar Nero, definendolo una mossa strategica di Pechino per acquisire il controllo delle rotte di minerali e terre rare dall’Asia centrale.
La legislazione riflette una linea sempre più dura da parte di Washington, che vede nella cooperazione economica tra Georgia, Russia e Cina una minaccia strategica. Critici sostengono tuttavia che si tratti di un classico esempio di sinofobia e di un tentativo egemonico di limitare il diritto sovrano di Tbilisi di scegliere i propri partner di sviluppo. Secondo questa lettura, l’approccio americano – e in parallelo quello europeo – mira a impedire una normalizzazione delle relazioni tra Georgia e Russia, mantenendo il Caucaso meridionale in una condizione di tensione controllata per preservarlo come zona cuscinetto anti-russa. In questo contesto, alcuni analisti americani suggeriscono di utilizzare gli strumenti della finanza internazionale per contenere l’influenza cinese. Laura Linderman, direttrice dei programmi per il Caucaso presso il Central Asia-Caucasus Institute dell’American Foreign Policy Council, ha dichiarato a RFE/RL che Washington dovrebbe sfruttare il proprio peso nella Banca Mondiale e nella Banca Asiatica di Sviluppo. «Ci sono molte opportunità per contenere il ruolo della Cina in Georgia», ha affermato, auspicando che le istituzioni multilaterali impongano condizioni stringenti ai progetti infrastrutturali per limitare i subappalti alle imprese cinesi.
Nella foto i codirettori di 'No Other Land' Basel Adra and Yuval Abraham
di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad
C'è una trappola che si ripete.
Si presenta ogni volta con un volto diverso: co-regia di un film premiato agli Oscar, un progetto artistico condiviso, un palco comune. E ogni volta produce la stessa immagine e la medesima illusione: un palestinese e un israeliano che collaborano insieme, che all'apparenza combattono lo stesso sistema, opponendosi alla stessa ingiustizia. Ogni volta la medesima illusione.
È un'immagine falsa. E conveniente.
Non perché le intenzioni siano del tutto disoneste. Ma perché l'immagine stessa mente sulla realtà. Inganna.
Il palestinese e l'israeliano non sono nella stessa posizione. C'è un'asimmetria politica e giuridica.
Uno è cittadino dello Stato che occupa, bombarda e uccide. L'altro è la vittima di quello Stato. Uno ha un passaporto, diritti, una casa. L'altro vive sotto occupazione, assedio, o è in esilio. Uno appartiene a una società che conduce un genocidio. L'altro ne subisce le conseguenze.
La collaborazione dunque non può e non riesce a eliminare questo divario abissale. Lo nasconde, in realtà. E nasconderlo è un problema gravissimo.
Perché quando palestinese e israeliano appaiono insieme come soggetti equivalenti in un progetto comune, come collaboratori e alleati, l'immagine che si produce è quella di uguaglianza e parità, un'intesa e un dialogo tra due parti che affrontano insieme lo stesso sistema e la stessa ingiustizia. Due coscienze contro un sistema razzista, violento e crudele. Due persone che hanno scelto l'umanità sopra la politica. È un'immagine potente. Ed è esattamente quella di cui il sistema ha bisogno per sopravvivere.
Finché esiste quell'immagine, la responsabilità scompare. L'accountability perde la sua forza.
Non si può chiedere che uno Stato venga isolato, sanzionato e trattato come un paria quando i suoi cittadini condividono il palco con le vittime presentando una visione comune di speranza. La collaborazione non sfida lo status quo. Lo rende presentabile. E non solo presentabile, lo rafforza.
Vale la pena domandarsi a chi giovano davvero queste iniziative che vedono palestinesi e israeliani insieme nel mezzo di un genocidio.
Per gli israeliani, il beneficio è evidente e chiaro. Il cittadino israeliano che partecipa ottiene un'esenzione personale dalla responsabilità collettiva. Non solo, aiuta anche la collettività a redimersi.
Non è più il cittadino di uno Stato occupante che pratica l'apartheid, e commette un genocidio e la pulizia etnica. Ma diventa un individuo che ha scelto la solidarietà, che si è posto al fianco delle vittime, che ha attraversato la linea. La sua presenza accanto al palestinese lo separa politicamente dallo Stato di cui è cittadino, ma solo all'apparenza, visto che continua a goderne tutti i privilegi. Gli consente di accedere a spazi culturali internazionali che altrimenti sarebbero chiusi, seguendo una logica di boicottaggio coerente. L'accesso a nuovi spazi non aiuta a combattere il sistema, ma lo mantiene e rafforza, inglobando ogni spazio.
Per i palestinesi, è un tranello. Un inganno come gli altri inganni.
La loro presenza nella co-produzione o co-regia non aiuta la narrazione palestinese né indebolisce il sistema. Lo legittima. I film possono raccontare storie vere, un'ingiustizia, un sopruso, un crimine reale. Il contenuto non è in discussione. Lo è l'effetto. Perché quando è un israeliano a portare quella storia al mondo, e accanto a un palestinese, il messaggio che arriva non è solo l'ingiustizia raccontata, ma l'impostura, che la società israeliana è salva, contiene al suo interno voci capaci di vedere, di denunciare, di stare dalla parte delle vittime. È che il dialogo, la collaborazione, la pace sono possibili. E il miraggio, che il cambiamento può venire dall'interno. Con la presenza palestinese, quella narrazione diventa credibile. È precisamente la partecipazione palestinese a trasformare il progetto in prova vivente che Israele non è uno Stato da isolare, ma una società con cui si può mediare, dialogare, esistere. Il palestinese fornisce e garantisce legittimità. L'israeliano ottiene l'esonero e il perdono. E il sistema continua. Errando. Fallendo.
La visibilità non è protezione e non è nemmeno garanzia di ascolto o azione. Un documentario può portare la distruzione di una comunità palestinese sui palcoscenici più prestigiosi del mondo, vincere premi, commuovere il pubblico. La comunità viene rasa al suolo lo stesso. La storia circola. I bulldozer arrivano comunque. E il genocidio prosegue mentre il film viene celebrato.
Non è una coincidenza. È una funzione.
La storia non offre nessun esempio di un sistema di apartheid smantellato dall'interno e da chi lo applica e ne trae profitto, attraverso la persuasione morale o il dialogo e le collaborazioni culturali. Offre, invece, l'esempio del Sudafrica.
Il Sudafrica non cadde perché i bianchi si fecero un'autocritica e si convinsero della brutalità e dell'ingiustizia dell'apartheid. Cadde perché il sistema divenne insostenibile dall'esterno. Gli altri lo fecero cadere.
Il boicottaggio culturale arrivò per primo: l'espulsione dalle Olimpiadi nel 1964, il bando dalla FIFA nel 1976, e l'esclusione dal cricket internazionale. Seguirono l'embargo sulle armi e le sanzioni economiche. Il Presidente sudafricano De Klerk non liberò Nelson Mandela perché all'improvviso era diventato un uomo integro e giusto. Lo fece perché il sistema, combattuto dall'esterno con pressioni intense, non poteva più reggersi. Né sopravvivere.
Questo è il modello. Il modello da seguire e implementare. Non il dialogo, ma l'isolamento. Non la collaborazione, ma la distanza. Non la coresistenza, ma la resa dei conti. La accountability. Per un genocidio.
Il boicottaggio sudafricano funzionò perché fu categorico. Rifiutò l'immagine di normalità. Stabilì che non esisteva una partecipazione innocente o neutrale con le strutture culturali e sportive del regime di apartheid, indipendentemente dalle intenzioni individuali. Ogni eccezione, anche ben intenzionata, ripristinava l'immagine di uno Stato normale e riformabile. Fu proprio il rifiuto di quella logica a rendere il sistema insostenibile. Fino a crollare.
Anche in Sudafrica esistevano bianchi che si opponevano all'apartheid con sincerità e coraggio. La loro opposizione non rendeva accettabile la collaborazione con le istituzioni del regime. Il problema non era la mancanza di buona volontà individuale. Era la struttura. Le strutture non cambiano attraverso la buona volontà. Cambiano quando il costo del loro mantenimento diventa insostenibile.
Lo stesso vale oggi. Gli israeliani che si oppongono all'occupazione o che si dichiarano anti-sionisti hanno un lavoro da fare, ma non è quello di affiancare i palestinesi sui palchi dei festival. È quello di organizzarsi all'interno della propria società, costruire un costo politico reale per chi sostiene il sistema, rifiutare i privilegi che la cittadinanza di uno Stato di apartheid conferisce. Questo è il lavoro che potrebbe cambiare qualcosa. Non quello che produce premi internazionali e false immagini.
Uno Stato sotto accusa formale di genocidio non dovrebbe godere di accesso alle istituzioni culturali, sportive e accademiche internazionali. Dovrebbe affrontare le stesse conseguenze che il mondo impose al Sudafrica. Quando Israele non potrà più partecipare alle competizioni sportive internazionali, quando sarà escluso dalle istituzioni multilaterali, quando la sua presenza nelle strutture culturali e accademiche diventerà politicamente insostenibile, allora le condizioni per il cambiamento strutturale cominceranno a maturare. Non prima.
La Palestina non ha bisogno di altri progetti condivisi. Ha bisogno della stessa determinazione internazionale che rese l'apartheid sudafricano insostenibile. E ha bisogno che le proprie voci smettano di offrire al sistema la legittimità culturale di cui ha bisogno per sopravvivere.
L'atto di un israeliano che racconta la sofferenza palestinese al pubblico internazionale produce un effetto che serve il sistema indipendentemente dal contenuto. Dice: guardate, un israeliano vede, un israeliano si preoccupa, un israeliano combatte al fianco dei palestinesi. E quell'immagine, il buon israeliano, l'israeliano critico, l'israeliano che ha attraversato la linea, vale per il sistema più di qualsiasi propaganda ufficiale. Perché è credibile. Perché è avallata dalla presenza palestinese. Perché fa apparire Israele come una società capace di autocorrezione, anziché come uno Stato che deve essere isolato. Senza la voce palestinese, il progetto non regge. Con essa, diventa la prova che il dialogo è possibile, che la società israeliana contiene in sé i germi della giustizia. Ma non li contiene. Quello che serve è la responsabilità. Ed è da lì che si deve cominciare.
Quando la collaborazione sostituisce la responsabilità, non avvicina la giustizia. La rinvia. La sostituisce con l'impunità.
Durante la promozione di un film girato in Israele, l'attore Elon Gold e l'influencer Lizzy Savetsky hanno riso facendo riferimento alle vecchie accuse secondo cui le forze israeliane avrebbero usato cani militari per violentare prigioniere palestinesi.
"È davvero un grande traguardo. E per un film girato in Israele, è una cosa davvero fantastica", ha detto Gold a Savetsky sul tappeto rosso, indicando con un gesto il terreno in riferimento a Israele mentre parlava di quanto fosse contento che il film The Wedding Entertainer (The Tale of Moishe Badhan) , di cui è protagonista, venisse proiettato al festival di New York.
"Sono stata violentata solo da due cani israeliani", ha detto Gold.
"Pensavo che violentassero solo i palestinesi", ha risposto Savetsky.
"No, ho anche un cane", ribatté Gold scherzando, e scoppiarono entrambi a ridere.
Organizzazioni per i diritti umani come B'Tselem e Euro-Mediterranean Human Rights Monitor hanno documentato casi di prigionieri palestinesi aggrediti da cani militari israeliani.
Ad aprile, Middle East Eye ha riportato la testimonianza di Amir, un palestinese di 35 anni detenuto nel centro di detenzione di Sde Teiman. Ha raccontato di come i soldati lo abbiano costretto a spogliarsi, prima che i loro cani gli urinassero addosso e lo violentassero.
Ha descritto come il cane "mi abbia penetrato l'ano in modo addestrato mentre venivo picchiato".
"Questo è andato avanti per diversi minuti. Mi sono sentito profondamente umiliato e violato", ha detto Amir.
Un'altra ex prigioniera, Wajdi, di 43 anni, ha raccontato di essere stata incatenata a un letto di metallo e ripetutamente violentata da soldati e da un cane addestrato.
A gennaio, B'Tselem ha pubblicato un rapporto intitolato "Inferno vivente" , che includeva testimonianze e prove dell'uso di cani per maltrattare i prigionieri palestinesi.
L'uso dei cani nella tortura dei palestinesi è diventato un argomento di discussione internazionale dopo che il New York Times ha pubblicato un articolo di Nicholas Kristof in cui si faceva riferimento a tale pratica.
Il governo israeliano ha reagito furiosamente all'articolo, minacciando di querelare il New York Times. Finora non ci sono prove che lo abbia fatto o che intenda farlo.
In una dichiarazione, il Tribeca Festival ha condannato i commenti di Gold e Savetsky.
"Il Tribeca Festival è a conoscenza delle preoccupazioni sollevate in merito a una clip che circola sui social media e condanna senza riserve le osservazioni offensive e inaccettabili fatte da Elon Gold e Lizzy Savetsky alla première di The Wedding Entertainer (The Tale of Moishe Badhan) ", si legge nel comunicato.
"La violenza sessuale e la sofferenza umana non dovrebbero mai essere derise o minimizzate. I commenti non rispecchiano i valori del Tribeca Festival e ci rammarichiamo per il dolore e l'offesa che hanno causato. Non siamo riusciti a contattare i registi."
L'8 giugno, l'esercito israeliano ha chiuso tutti i corridoi di confine con la Striscia di Gaza e ha sospeso l'ingresso degli aiuti umanitari come forma di punizione collettiva per gli attacchi iraniani in risposta alle violazioni israeliane in Libano.
Il Coordinatore israeliano delle attività di occupazione nei territori palestinesi (COGAT) ha confermato che la chiusura rimarrà in vigore mentre le autorità israeliane valutano la situazione di sicurezza in corso.
Il COGAT ha affermato che la quantità di aiuti umanitari che giungono a Gaza supera il fabbisogno nutrizionale della popolazione.
A seguito degli attacchi missilistici lanciati dall'Iran contro lo Stato di Israele, sono state implementate una serie di misure di sicurezza necessarie, tra cui la chiusura dei valichi di frontiera con la Striscia di Gaza, tra cui il valico di Kerem Shalom e il valico di Rafah, fino a nuovo avviso… pic.twitter.com/PptfY8LNcz
Da marzo, i funzionari palestinesi hanno riferito che Israele consente l'ingresso nel territorio solo del 10% circa del fabbisogno effettivo, con appena 640 camion di aiuti umanitari arrivati ??a fronte dei 6.000 necessari a soddisfare i bisogni nutrizionali minimi della popolazione.
La chiusura giunge dopo che l'Iran ha lanciato cinque ondate di attacchi missilistici e con droni contro il territorio israeliano in risposta agli attacchi israeliani contro Dahiye, sobborgo meridionale della capitale libanese, in diretta violazione del cosiddetto cessate il fuoco.
Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) ha annunciato di aver lanciato un attacco missilistico contro impianti industriali ad Haifa in risposta a un attacco israelo-americano contro un complesso petrolchimico iraniano.
In una dichiarazione, l'IRGC ha avvertito che Israele ha iniziato un "gioco pericoloso"... pic.twitter.com/gmi3cVTuGm
Secondo il Canale 12 israeliano, l'Iran ha finora lanciato tra i 22 e i 24 missili verso Israele, mentre Ansarallah ne ha lanciati due. Il canale ha anche riferito che gli Stati Uniti stanno partecipando a operazioni di intercettazione missilistica.
Il quartier generale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC), Khatam al-Anbiya, ha dichiarato domenica in un comunicato che Israele ha oltrepassato "tutte le linee rosse" continuando a prendere di mira Beirut.
"Avevamo già avvertito che, se la criminalità nei sobborghi di Beirut si fosse diffusa, avremmo attaccato obiettivi nei territori occupati", si legge nella dichiarazione.
Israele ha chiuso tutti i valichi di frontiera di Gaza e sospeso l'ingresso di aiuti umanitari nell'enclave, nonostante un accordo di cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti. La decisione arriva in un contesto di continue restrizioni e attacchi, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria a Gaza. pic.twitter.com/aCF4bTmCgg
La chiusura dei corridoi umanitari avviene mentre le violazioni del cessate il fuoco e le aggressioni israeliane nella Striscia di Gaza continuano senza sosta.
Secondo gli ultimi rapporti del Ministero della Salute palestinese di Gaza, pubblicati lunedì, nove palestinesi sono stati uccisi e 43 feriti negli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza nelle ultime 24 ore.
Il ministero ha aggiunto che numerose vittime rimangono intrappolate sotto le macerie e nelle strade, e che le squadre di ambulanza e della protezione civile non riescono a raggiungerle.
Da quando il cosiddetto cessate il fuoco è entrato in vigore l'11 ottobre 2025, gli attacchi israeliani hanno ucciso 970 palestinesi e ne hanno feriti altri 3.063.
I nuovi dati ICAN e SIPRI sulle scelte degli Stati dotati di arsenali atomici confermano la più grave corsa agli armamenti nucleari dalla fine della Guerra Fredda Il mondo ha speso 118,8 miliardi di dollari in armi nucleari nel 2025, raggiungendo il livello più alto mai registrato e con un aumento del 19% rispetto all'anno precedente(pari [...]
L’attacco israeliano contro la periferia sud di Beirut ha riacceso il confronto diretto tra Iran e Israele, aprendo una nuova fase di tensione regionale che rischia di coinvolgere ulteriormente il Medio Oriente. Il bombardamento, condotto da Israele pochi giorni dopo l’entrata in vigore di un cessate il fuoco e nonostante le pressioni statunitensi per evitare operazioni sulla capitale libanese, ha provocato vittime e suscitato una dura reazione da parte di Teheran. In risposta all’attacco contro il Libano, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha lanciato una serie di missili balistici contro obiettivi israeliani, colpendo in particolare la base aerea di Ramat David. L’operazione come hanno evidenziato le autorità iraniane, rappresenta una rappresaglia diretta per quella che definiscono una violazione della tregua e un’aggressione contro il popolo libanese. L’escalation non si è fermata qui. Israele ha successivamente condotto raid contro diversi obiettivi militari in Iran, colpendo installazioni nelle aree di Teheran, Tabriz e Isfahan.
Secondo fonti israeliane, gli attacchi hanno preso di mira siti di lancio missilistici e sistemi di difesa aerea. Autorità iraniane hanno inoltre denunciato danni a una sezione dell’impianto petrolchimico Karoon, nella provincia del Khuzestan. La risposta iraniana è arrivata poche ore dopo. L’IRGC ha annunciato l’avvio dell’“Operazione Nasr”, diretta contro le basi aeree israeliane di Nevatim e Tel Nof, considerate infrastrutture strategiche per le operazioni militari dello Stato ebraico. Contestualmente, sono stati segnalati attacchi contro un complesso petrolchimico israeliano. Sul piano politico, il presidente statunitense Donald Trump ha espresso irritazione per l’escalation e ha invitato entrambe le parti a interrompere immediatamente gli attacchi reciproci.
Trump ha inoltre avvertito che un’ulteriore offensiva israeliana contro l’Iran rischierebbe di provocare nuove ritorsioni e un allargamento del conflitto. Da Teheran, il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Mohammad Baqer Zolqadr, ha lanciato un duro monito a Israele e agli Stati Uniti, affermando che l’“intera regione diventerà un inferno” se la “coalizione sionista-americana” dovesse commettere nuovi errori. Secondo il dirigente iraniano, gli eventi degli ultimi mesi avrebbero modificato profondamente gli equilibri della sicurezza regionale e internazionale. Analisti vicini alla posizione iraniana sottolineano che l’operazione contro le basi israeliane rappresenta un messaggio strategico preciso: qualsiasi futura aggressione contro il Libano verrebbe considerata una minaccia diretta agli interessi di Teheran e riceverebbe una risposta militare immediata. Dopo l’ultima ondata di attacchi, il comando centrale Khatam al-Anbiya ha annunciato la sospensione delle operazioni militari iraniane, sostenendo che sia stata inflitta a Israele una “risposta dolorosa” in difesa del Libano. Nel frattempo, anche gli Houthi dello Yemen hanno dichiarato il divieto di transito nel Mar Rosso per le navi collegate a Israele, ampliando ulteriormente la dimensione regionale della crisi. Il rischio di una nuova spirale di confronto resta elevato, nonostante i tentativi diplomatici di evitare un conflitto più ampio.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
L’Unione Europea compie un nuovo passo nella strategia di pressione economica contro la Russia. Gli Stati membri hanno infatti autorizzato le navi da guerra impegnate nel Mediterraneo nell’ambito dell’operazione IRINI a fermare e ispezionare petroliere straniere sospettate di trasportare greggio russo appartenente alla cosiddetta “flotta ombra”. Ad annunciarlo è stata l’Alta rappresentante dell’UE per la politica estera, Kaja Kallas, secondo cui l’obiettivo della misura è ridurre le entrate con cui Mosca finanzia le proprie operazioni militari in Ucraina.
L’operazione IRINI era stata lanciata nel 2020 con il compito di monitorare il rispetto dell’embargo sulle armi dirette alla Libia. Ora il mandato operativo viene ampliato: le unità navali europee potranno abbordare e controllare anche le navi sospettate di aggirare le sanzioni energetiche imposte alla Russia. Bruxelles ritiene che la cosiddetta “shadow fleet”, composta da petroliere registrate sotto diverse bandiere e spesso utilizzate per trasporti difficili da tracciare, rappresenti uno strumento fondamentale per consentire a Mosca di continuare a esportare petrolio nonostante le restrizioni occidentali. La decisione ha però suscitato forti critiche da parte russa. Konstantin Basyuk ha dichiarato che l’iniziativa aumenta il rischio di una pericolosa escalation nel Mediterraneo e dimostra come l’Europa continui a privilegiare la logica dello scontro anziché costruire un sistema di sicurezza condivisa.
Secondo il senatore russo, la misura non colpisce soltanto l’economia di Mosca, ma rischia soprattutto di compromettere le prospettive di una futura normalizzazione dei rapporti tra Russia e Unione Europea. Nel frattempo, Mosca si prepara a fronteggiare eventuali incidenti in mare. Già nei mesi scorsi il Consiglio Marittimo russo, guidato da Nikolay Patrushev, aveva predisposto nuove misure di protezione per le navi battenti bandiera russa o in partenza dai porti del Paese. Gli armatori sono stati invitati a richiedere assistenza alla Marina militare, mentre il monitoraggio delle rotte commerciali legate alla Russia è stato ulteriormente rafforzato.
Al di là degli aspetti operativi, la scelta dell'UE conferma la volontà di proseguire sulla strada della contrapposizione frontale con Mosca. Una linea che molti analisti considerano sempre più autolesionista: mentre la Russia continua ad adattarsi alle sanzioni e a rafforzare i legami con i principali attori del Sud globale, l'Europa affronta stagnazione economica, crisi industriale e perdita di peso geopolitico. Invece di costruire le basi per una futura sicurezza comune sul continente, Bruxelles punta sull'escalation permanente, con il rischio di essere proprio l'Europa a pagare il prezzo più alto di uno scontro destinato a protrarsi nel tempo.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
Di recente Vladimir Putin ha toccato la questione dei media occidentali che, secondo le sue parole, non sono altro che «mezzi di istupidimento di massa». Ora, è ovvio che parlare della pattumiera informativa occidentale sia chiaramente al di sotto della dignità del leader di una potenza mondiale, ma in questo caso si trattava di un messaggio: miserabili, noi vediamo tutto e non ci faremo fregare. Il fatto è che lo spazio informativo occidentale si è completamente trasformato da una debole parvenza di sfera giornalistica e analitica, in un'arena per una feroce guerra d'informazione contro la Russia, scrive Kirill Strel'nikov su Ukraina.ru, dove tutte le notizie, le storie, le narrazioni e le dichiarazioni sono subordinate a un unico obiettivo: convincere la Russia che la sua situazione è pessima e che sia meglio accettare la pace a qualsiasi condizione.
Tanto per rimanere all'oggi, ne è un esempio l'intervento del signor Stefano Stefanini su La Stampa del 8 giugno, che prende le mosse dal vertice della cosiddetta “mini coalizione dei volenterosi” tenutosi il 7 giugno a Londra, presenti Keir Starmer, Friedrich Merz, Emmanuel Macron e, non sembri strano, il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij. Un vertice tenutosi, guarda caso, dopo appena un paio di giorni di “decantazione” delle reazioni a quell'obbrobrio epistolare - volutamente pubblico e dunque lontano da qualsivoglia ipotesi di trattativa – vergato in “stile” banderista da Vladimir Zelenskij, ma su diretto incarico di quegli stessi “volenterosi”.
Il pattume informativo torinese, dunque, parla di un vertice londinese che avrebbe lanciato un «messaggio diretto a Putin: deve trattare, l'Europa non si sfila»; cioè: è l'Europa che sponsorizza Kiev e la foraggia di soldi e armi; è l'Europa che vuole che la guerra continui e dice a Zelenskij di scrivere a Putin in una maniera per cui il presidente russo esorti senz'altro le truppe a “continuare il lavoro”. Lo “stile” rozzo con cui il nazi-banderista confeziona il messaggio sembra davvero un “capolavoro” di astuzia, tanto che corre l'obbligo di riunirsi a Londra per discutere gli ulteriori passi. Come pure un “capolavoro” di analisi quello vergato dal signor Stefanini, quando scrive che Macron, Merz e Starmer mandano «un messaggio molto semplice al Cremlino: siamo pronti alla trattativa, ma se, causa il rifiuto russo di sedersi al tavolo, non ci sarà trattativa Mosca-Kiev, l’Ucraina continuerà ad avere tutto il nostro appoggio necessario a continuare a difendersi dall’aggressione». Che era quello, come si dice, che “volevasi dimostrare”: la guerra continua. La cosiddetta Europa avrebbe bisogno di una tregua per riorganizzare le proprie forze, in vista del nuovo termine fissato dallo stesso premier britannico Starmer per lo scontro diretto con la Russia, a seguito delle passate profezie di Andriu-Merlino-Kubilius, Mar Rutte e kaja-Fredegonda-Kallas. L'Europa avrebbe ora necessità di un po' di tempo; ma, in ogni caso, continuerà ugualmente a sponsorizzare la junta di Kiev: vorrà dire che ci sarà bisogno di fustigare ancora di più le masse popolari europee con nuovi giri di vite sulle necessità vitali, sociali, sanitarie, di lavoratori, pensionati e strati deboli della popolazione. «L’incontro londinese è al tempo stesso un’apertura negoziale e una risposta all’intransigenza di Mosca», contrabbanda il signor Stefanini nella sua disamina in cui, in perfetta sintonia con la narrazione europeista, “certifica” che la guerra, per Putin, «non sta andando particolarmente bene... Disastro per l’Ucraina, ma sempre di più anche per la Russia». Questo, a proposito di quella “pattumiera informativa” di cui parla Strel'nikov.
A Londra, dice ancora il signor Stefanini, «si parla di una guerra che da più di quattro anni... minaccia l’indipendenza di un Paese sovrano»; così sovrano e così indipendente che una buona parte degli edifici governativi a Kiev sono occupati da funzionari USA-UE, che dettano le direttive a quel «Alvaro Vitali che ce l'ha fatta» (rubiamo ancora da Maurizio Crozza) e lo istruiscono su come mandare all'aria trattative prima ancora che vi si ponga mano, imbrattando la carta proprio alla maniera dell'emissione di gas intestinali di Pierino-Vitali. Ma Vladimir Putin, assicura il signor Stefanini, «deve continuare una guerra che non può vincere»: lo garantiscono tutti maggiori media occidentali, asserendo che l'economia russa “sia allo sfascio”, che “manchino i soldati al fronte”, che Putin debba guardarsi da “malcontenti nella società” e anche da “intrighi di palazzo”. Guarda caso, tutti elementi che danno il quadro della situazione ucraina e che Vladimir Zelenskij ha riportato nella sua “lettera” a Vladimir Putin, tanto che l'interrogativo elementare è sul numero di mani che abbiano contribuito a comporla.
Perché, come elenca ancora Kirill Strel'nikov, la “pattumiera informativa” occidentale è piena zeppa di perle nello “stile” banderista: The Telegraph scrive che «La Russia sta valutando la possibilità di abbassare l'età lavorativa a 12 anni a causa della crisi occupazionale. Putin propone di riaprire i campi estivi di lavoro per bambini»; ecco Foreign Policy: «L'Ucraina ha una nuova strategia militare, e sta funzionando»; United Media: «L'economia russa rischia un collasso a lungo termine». Kyiv Post: «La crisi di mobilitazione di Putin si aggrava, la Russia pianifica una nuova mobilitazione». Sembra lo specchio della situazione ucraina e, sul piano economico, del futuro più che prossimo delle “potenze” europee.
A proposito della mancanza di uomini ucraini da mandare al macello, qualche giorno fa la tedesca Die junge Welt scriveva che i ministri degli interni UE hanno in programma di discutere la possibile abolizione dello status di protezione per i rifugiati ucraini in età militare e l'americana Responsible Statecraft titola che "La crisi di mobilitazione ucraina si fa sempre più sanguinosa"; mentre la filo-ucraina The Insider scrive che "gli abusi di massa (tra omicidi, morte di coscritti, migliaia di denunce, tangenti e schemi di corruzione) stanno minando la fiducia nella mobilitazione e causando una crescente resistenza, compresi attacchi armati contro le pattuglie” dei reclutatori.
Per quanto riguarda la Russia, solo a maggio le entrate da petrolio e gas sono aumentate di un terzo su base annua e se anche lo Stretto di Hormuz dovesse essere completamente riaperto, i prezzi del petrolio non scenderebbero mai sotto i 95 dollari al barile.
In questo scenario, non si può che concordare con l'osservatore Aleksandr Nosovic, quando scrive su RIA Novosti che Vladimir Putin ha rifiutato un cessate il fuoco e i negoziati non a Zelenskij, ma ai sostenitori occidentali del regime di Kiev. Sono stati infatti loro a spingere Zelenskij a scrivere la lettera aperta al presidente russo e sono stati gli europei a parlare sempre più insistentemente, nell'ultimo mese, di negoziati diretti con Mosca: hanno «disperatamente bisogno di una tregua e di tempo per riorganizzarsi. Lo stesso regime di Zelenskij ha raggiunto un punto in cui non ha più bisogno di altro che di denaro e armi dai suoi sponsor europei».
Per quanto riguarda lo “stile” della missiva, in quattro anni Zelenskij ha sviluppato l'abitudine di comunicare in questo modo con i suoi “alleati”, che hanno puntato tutto sull'Ucraina e ora ne dipendono, costretti a tollerarlo. Gli europei possono ancora costringere il loro pupillo a presentare una petizione a Putin, dice Nosovic; ma non possono costringerlo a comportarsi in modo tale da impedire a Putin di “buttarlo giù per le scale”. Siamo di fronte non solo all'imbecille che suona il piano coi genitali; siamo arrivati alla classica storia del mostro prima creato e poi diventato incontrollabile. D'altronde, Zelenskij e la sua cerchia vivono "alla giornata", di tranche in tranche di aiuti occidentali; non hanno bisogno della fine della guerra, perché significherebbe la fine dei miliardi. Per gli europei, però, il pericolo è rappresentato dalla possibilità che, mentre i combattimenti continuano, il regime di Kiev vada definitivamente fuori controllo. Basti pensare a tutti droni ucraini finiti sulla Romania, al largo delle coste greche, sul mare d'Azov, dove hanno ucciso cinque marinai azeri; alle centinaia di droni nello spazio aereo degli Stati baltici; alle minacce di invasione dell'Ungheria. Pare quindi che più gli europei investono nell'armamento dell'Ucraina, maggiore sia la minaccia ucraina alla sicurezza europea.
La cessazione delle ostilità rappresenterebbero dunque per l'Europa un'opportunità per invertire questa tendenza, dice Nosovic; sarebbe così possibile preparare il regime di Kiev a una guerra continuativa, renderlo più gestibile e concentrare la sua aggressione esclusivamente sulla Russia. Ecco perché l'Europa parla sempre più spesso di negoziati e li chiede a Putin tramite Zelenskij. In questo modo, Putin salverebbe l'Europa da Zelenskij. E allora Putin, con la sua risposta, ha "mandato a quel paese" non Zelenskij, ma l'Europa.
Tra l'altro, a proposito dei demoni evocati dalle redazioni milanesi, romane, torinesi, perché provochino “rivolte di popolo e di palazzo” contro il Cremlino, in quel pattume maleodorante confezionato a Bruxelles-Kiev, “l'Alvaro Vitali” ukro-banderista accennava anche alla «evidente stanchezza» con cui guardano a Putin «i tuoi stessi funzionari, uomini d’affari e propagandisti», assicurando che il «mondo non si è stancato dell’Ucraina... cresce la stanchezza nei confronti della Russia... con il tempo, la stanchezza nei tuoi confronti non potrà che crescere.... È un fatto della storia russa che conosci bene: quando la Russia si stanca, il cambiamento arriva. Possiamo lavorare verso quella stanchezza».
Ora, scriveva anni fa lo storico Igor Šiškin, il popolo russo ha una peculiarità del tutto irrazionale: l'esigenza di essere sicuro della giustezza delle azioni del proprio paese. In questo è la fonte della forza della Russia. Ma questa peculiarità è anche il tallone d'Achille della Russia. Se si riesce a seminare nella coscienza del popolo il dubbio che “la nostra causa è giusta”, allora la Russia perde la capacità a resistere. In Occidente, scriveva Šiškin, compresero bene questa peculiarità della Russia e del popolo russo dopo la catastrofe del 1812. E anche oggi, a Kiev come a Bruxelles. Sembrano contare proprio su quel “tallone d'Achille”. Da lontano, non disponiamo di elementi così solidi per confermare o smentire la “stanchezza” evocata dal nazigolpista-capo e non ci affidiamo certo alle vomitevoli “fonti informative” - che vengano dall'Europa o dalla “sacra” dissidenza russa - care alle redazioni guerrafondaie italiche. Osserviamo solo che, anche a livello popolare, se i russi chiedono qualcosa al Cremlino, è quella di condurre con più decisione le operazioni militari. Le considerazioni diplomatiche, operative, strategiche di Moskva sono una cosa a parte.
Per decenni la narrazione dominante ci ha imposto un'immagine brutale della Corea del Nord, un racconto fatto di carestie, miseria e di un 'regime' sull'orlo del collasso imminente. Le sanzioni occidentali, il ferro e il fuoco dell'embargo avrebbero dovuto ridurre in ginocchio Pyongyang, trasformandola in un monito per chiunque osi sfidare l'ordine liberale globale. Ma i fatti hanno la testa dura e si incaricano di smentire la propaganda. A doverne prendere atto, con un certo imbarazzo, è persino il quotidiano statunitense Wall Street Journal, che in un'analisi spiazzante ha dovuto ribattezzare la Corea del Nord come la storia di successo economico più sorprendente al mondo. Non si tratta di propaganda di regime, ma della fotografia scattata da chi ha visitato il paese, dalle immagini satellitari e dai dati inconfutabili che raccontano una nazione in piena e vibrante rinascita.
Basta passeggiare per le strade di Pyongyang per capire quanto il racconto occidentale sia sbiadito di fronte all'evidenza. La capitale non è il set di un film distopico, ma una metropoli in fermento dove le app per il noleggio di taxi sono arrivate sugli smartphone, i pagamenti avvengono scansionando codici QR e le auto elettriche cinesi si mescolano al traffico. La capitale vive un boom edilizio senza precedenti, con diecimila nuove abitazioni consegnate in un solo anno nella sola capitale, mentre ospedali, fabbriche e resort turistici sorgono nelle province. Le immagini satellitari non mentono e mostrano un'attività frenente: le luci notturne sono tre volte più luminose rispetto a cinque anni fa, un faro che brilla proprio sotto il naso di chi prediceva il buio totale.
Dietro questo 'miracolo economico' non c'è solo la resistenza nordcoreana, ma una lucida e spietata intelligenza geopolitica. Pyongyang ha dimostrato di saper giocare la scacchiera internazionale con una maestria che i pianificatori occidentali non avevano previsto. L'alleanza strategica con la Russia si è trasformata in un volano economico formidabile. La fornitura di risorse militari e il supporto al fronte hanno fruttato al paese entrate per oltre dieci miliardi di dollari, un fiume di denaro e tecnologie che ha rimpinguato le casse statali aggirando il dollaro e il sistema finanziario controllato da Washington. A questo si aggiunge una formidabile capacità di proiezione digitale, con le unità informatiche che generano miliardi attraverso il mondo delle criptovalute, dimostrando un'innovazione tecnologica che stride con l'etichetta di paese arretrato affibbiata dai media mainstream.
Il vero scacco matto alla strategia dell'isolamento arriva però da Pechino. La recente visita del presidente cinese Xi Jinping a Pyongyang, la prima dopo sette anni, ha sancito una sorta di rinascita economica e diplomatica. Il commercio tra i due paesi ha toccato i massimi degli ultimi otto anni, garantendo a Pyongyang il flusso vitale di beni di consumo e componenti tecnologici. La Corea del Nord non si è limitata a subire la pressione, ma ha saputo ritagliarsi un ruolo indispensabile nel nuovo scacchiere multipolare, diventando un attore imprescindibile per i suoi alleati e sfruttando a proprio vantaggio le divisioni del blocco occidentale.
Quanto viene raccontato dal Wall Street Journal è una vittoria della sovranità nazionale contro l'arroganza delle sanzioni unilaterali. Questo risveglio economico non è un semplice dato macroeconomico, ma la prova definitiva del fallimento della politica estera occidentale. Il pilastro della propaganda che dipingeva la Corea del Nord come uno Stato fallito è crollato, sbriciolato dalla capacità del paese asiatico di adattarsi, innovare e prosperare. Le sanzioni non hanno piegato la Corea del Nord, al contrario l'hanno temprata, costringendola a costruire un'economia blindata, autonoma e, contro ogni aspettativa, sorprendentemente fiorente. La favola del collasso probabilmente è finita, e la Corea del Nord vuole dimostrarlo.
C’è un momento preciso in cui la storia cambia passo. Non sempre è annunciato dai cannoni. A volte arriva nel silenzio climatizzato di una sala congressi affacciata sulla Neva, dove tremila delegati di cento paesi ascoltano un uomo che parla con la calma tagliente di chi sa di aver già vinto l’argomento principale, anche se non ha ancora vinto la guerra. Quel momento è stato il 5 giugno 2026, San Pietroburgo, Forum Economico Internazionale. Eravamo lì. E questo è ciò che abbiamo visto.
C’è un paradosso che la fiaba di Andersen aveva già descritto due secoli fa: il momento più pericoloso per un impero non è quando i sudditi si ribellano, ma quando smettono semplicemente di fingere di vedere gli abiti che non ci sono — e quel momento, a San Pietroburgo il 5 giugno 2026, era già arrivato.
“Il vecchio mondo sta finendo. Il nuovo non è ancora nato. E in questo interregno emergono i mostri.” — Antonio Gramsci
L’Occidente collettivo — quella costruzione ideologica che tiene insieme Washington, Bruxelles e una serie di capitali satelliti — ha un problema esistenziale che nessun servizio di comunicazione strategica riesce più a mascherare: si comporta come un impero ma ha smesso di essere convincente. Impone sanzioni che colpiscono se stesso quanto il nemico designato. Finanzia guerre che non riesce a vincere. Predica l’ordine internazionale basato sulle regole mentre le viola sistematicamente quando gli conviene. E intanto il mondo, ostinatamente, continua a girare senza chiedere il permesso a Bruxelles.
Allo SPIEF 2026, questa contraddizione era palpabile come l’aria di giugno sulla Neva. Non perché qualcuno l’abbia urlata dai microfoni. Ma perché la sola presenza in sala — ministri africani, banchieri asiatici, imprenditori del Golfo, il vicepresidente cinese Han Zheng, la presidente della Tanzania, il presidente uzbeko — era di per sé una risposta. Non ci si isola da soli con venti mila persone in sala.
Immaginate di costruire un martello per piantare chiodi nelle case degli altri, e di scoprire un giorno che quel martello è diventato abbastanza pesante da rompervi i piedi: è pressappoco ciò che sta accadendo all’architettura finanziaria e statistica che l’Occidente ha eretto nel dopoguerra per misurare — e governare — l’economia globale.
“Sono dati del FMI e della Banca Mondiale. Si vedono costretti a dirlo loro stessi.” — Vladimir Putin, SPIEF 2026
Putin ha aperto con la bomba più silenziosa e più devastante che potesse usare: i dati. Il PIL aggregato dei paesi BRICS ha superato quello del G7 di un rapporto di due a uno. Negli ultimi cinque anni, il 49% della crescita annua del PIL mondiale è venuta dai paesi BRICS. Il G7 ha contribuito per il 18%. Non sono cifre russe, ha precisato con studiata ironia: sono del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, le stesse istituzioni create dall’Occidente per governare l’economia globale. Le stesse che oggi certificano il proprio declino.
Questi numeri non sono propaganda. Sono il risultato di decenni di scelte sbagliate: deindustrializzazione selvaggia in nome del profitto finanziario, dipendenza da catene di fornitura che si sono rivelate fragili, una finanziarizzazione dell’economia reale che ha prodotto ricchezza per pochissimi e precarietà per moltissimi. Mentre Detroit arrugginiva, Shenzhen cresceva. Mentre la Germania chiudeva le sue centrali nucleari per compiacere un’ideologia verde finanziata da oscure fondazioni, la Russia costruiva reattori in quattro continenti.
La storia economica del XXI secolo non la scrivono più Wall Street e la City di Londra. La scrivono le rotte commerciali che bypassano il dollaro, le infrastrutture che collegano Mosca a Pechino e Pechino ad Accra, i contratti in yuan e rubli e rupie che sgretolano silenziosamente l’egemonia del sistema SWIFT. L’Occidente ha usato il sistema finanziario come arma. Il resto del mondo ha preso nota e ha iniziato a costruire alternative.
C’è un bivio nella storia di ogni civiltà in cui si sceglie tra produrre e estrarre rendita, tra costruire e finanziare chi costruisce: l’Occidente quel bivio lo ha attraversato negli anni Ottanta e Novanta, e ha scelto con grande entusiasmo e scarsa lungimiranza la seconda strada — e adesso, mentre Rosatom costruisce reattori in quattro continenti e la Cina guida nell’intelligenza artificiale, scopre che le scorciatoie hanno un costo.
“Chi avrà piena padronanza dell’intelligenza artificiale, della robotica e della telematica, e disporrà di piattaforme proprie, diventerà il centro di potere del futuro mondo multipolare.” — Vladimir Putin, SPIEF 2026
C’è una guerra che si combatte senza sparare un colpo, e che sarà probabilmente più decisiva di qualsiasi conflitto cinetico. È la guerra per la sovranità tecnologica. Putin l’ha messa al centro del suo discorso con una chiarezza che gli analisti occidentali farebbero bene a non sottovalutare.
La Cina guida nell’intelligenza artificiale. La Russia guida nel nucleare civile attraverso Rosatom, che costruisce reattori dall’Egitto alla Turchia, dall’Ungheria all’Uzbekistan. L’India lancia satelliti per conto di paesi che non possono permettersi le tariffe di SpaceX. Questo non è il mondo che i think tank di Washington avevano previsto quando celebravano la fine della storia.
L’esempio citato da Putin — Wildberries, la piattaforma di e-commerce russa con oltre 500 milioni di utenti nel mondo — è rivelatore. Non Amazon, non Alibaba: una piattaforma russa, cresciuta sotto sanzioni, che ha trovato i suoi mercati e li ha conquistati. La sovranità digitale non è più un concetto astratto: è una necessità strategica per chiunque voglia sopravvivere nel nuovo ordine mondiale senza diventare tributario di Silicon Valley o di Zhongguancun.
“La tecnologia è il nuovo petrolio. Ma a differenza del petrolio, non si esaurisce quando la bruci: si moltiplica.” — Maxim Ospovat, corrispondente CONFISI da San Pietroburgo
La narrativa della Russia-colonia-cinese è comodà perché risolve un problema cognitivo: se Mosca e Pechino sono in realtà in un rapporto asimmetrico di sudditanza, allora il fronte avversario è fragile, instabile, destinato a implodere — ma quella narrativa richiede di ignorare sistematicamente ciò che Rosatom fa in Cina, ciò che l’Uzbekistan ha annunciato a San Pietroburgo, e più in generale tutto ciò che non si adatta alla conclusione desiderata.
In sala c’era Han Zheng, vicepresidente della Repubblica Popolare Cinese. La sua presenza era essa stessa un messaggio diplomatico: la Cina non considera lo SPIEF un evento marginale di un paese isolato. Lo considera un appuntamento del proprio ecosistema strategico.
La domanda che ha fatto tremare qualche certezza in sala è arrivata durante il dibattito, e vale la pena riportarla per intero nella sua brutalità: «Fornite petrolio alla Cina in cambio di alta tecnologia. Non rischiate di diventare una colonia cinese?» Putin ha risposto senza esitazione: «Assolutamente no. Noi costruiamo centrali atomiche in Cina.»
Tre parole che ribaltano completamente la narrazione. La Russia non è il pozzo di petrolio della Cina: è il suo fornitore di tecnologia nucleare avanzata. Rosatom è presente in Cina con progetti di costruzione di reattori che nessuna azienda occidentale — dopo Fukushima, dopo la rinuncia strategica all’atomo — è più in grado di realizzare alla stessa scala e agli stessi costi. L’Occidente ha abdicato al nucleare civile per ragioni ideologiche. Adesso paga il prezzo in termini di dipendenza energetica e irrilevanza tecnologica.
E l’Uzbekistan è l’ulteriore conferma: il presidente Mirziyoyev ha annunciato dallo stesso palco che il suo paese — ricco di uranio — svilupperà l’energia nucleare in partnership con Mosca. La cerimonia di posa della prima pietra della centrale Rosatom in Uzbekistan era avvenuta il giorno precedente. Il cerchio eurasiatico dell’atomo si chiude, e l’Occidente guarda da fuori.
I discorsi politici si leggono su due livelli simultanei: c’è ciò che viene detto, e c’è ciò che viene deliberatamente taciuto o pronunciato una volta sola, con quella parsimonia calcolata che è la firma di chi sa che ogni parola in più è una concessione — e il capitolo ucraino del discorso di Putin allo SPIEF 2026 va letto esattamente così, come un testo pieno di silenzio strutturato.
“L’Occidente usa il conflitto ucraino e iraniano per i propri tornaconti.” — Vladimir Putin, SPIEF 2026
Il conflitto ucraino è stato nominato una volta sola nel corpo principale del discorso. Una volta sola, con quella frase lapidaria sull’Occidente che usa le crisi altrui per i propri interessi. Il non detto, però, era ovunque.
Prima che Putin prendesse parola, sullo schermo gigante della sala è stato proiettato un video che ripercorreva la storia russa come storia di pace: le trattative, le alleanze, i momenti in cui Mosca aveva scelto la diplomazia. Un messaggio che Maxim, presente in sala, ha definito «di un certo tipo»: raffinato, quasi cinematografico, calibrato per un pubblico internazionale che non legge le dichiarazioni del Cremlino ma guarda le immagini.
Poi è arrivata la bomba vera. Putin ha rivelato l’esistenza di un canale negoziale segreto con Zelensky: un intermediario di fiducia aveva trasmesso la richiesta di un incontro diretto. Putin aveva rifiutato. Il motivo: Kiev voleva fermare l’avanzata militare, non costruire una pace duratura. La data è simbolica: il 21 maggio. Il 22 maggio le forze ucraine hanno colpito una scuola.
La sequenza degli eventi, così come l’ha raccontata Putin, dipinge un quadro preciso: non è Mosca che non vuole la pace. È Kiev — o chi la governa da Washington e Bruxelles — che non vuole una pace che non sia una resa russa. E poiché quella resa non arriverà, il conflitto continua. Con buona pace di chi pensava che le sanzioni avrebbero piegato la Russia entro sei mesi.
“L’Occidente è entrato nella guerra di Ucraina convinto di combattere la Russia con le armi ucraine. Ha scoperto di combattere la Russia con l’economia europea.” — Mario Pietri
I neoconservatori di Washington hanno una caratteristica che li rende pericolosi in modo del tutto particolare: non imparano dalle sconfitte, le reinterpretano come vittorie mancate per insufficienza di mezzi, e la conclusione è sempre la stessa — bisognava fare di più, spingere più in là, osare di più — il che significa che dall’Iraq all’Afghanistan all’Ucraina il copione è identico, e nessuno in quella stanza ha ancora trovato il coraggio di alzarsi e dire che il problema non è la quantità di fuoco, ma la direzione in cui lo si spara.
Siamo in un momento di eccezionale pericolosità storica, e vale la pena dirlo chiaramente invece di nasconderlo sotto gli eufemismi diplomatici. Un blocco — l’Occidente collettivo — che si percepisce in declino relativo ma conserva ancora un arsenale nucleare e una capacità di distruzione globale, si trova di fronte a un mondo che non risponde più ai suoi diktat. Questa è la combinazione più pericolosa che la storia conosca.
I neoconservatori di Washington — quella cabala che ha guidato l’America dall’Iraq all’Afghanistan all’Ucraina, lasciando dietro di sé solo macerie e destabilizzazione — non hanno ancora accettato che il modello unipolare è finito. Preferiscono aumentare la posta: più armi a Kiev, più sanzioni a Mosca, più retoriche sull’Asse del Male. Ma ogni escalation in un contesto dove l’avversario è una potenza nucleare è un gioco che può finire in un solo modo catastrofico.
L’Europa, nel frattempo, è la vittima più silenziosa di questa follia strategica. Ha pagato il gas russo più caro attraverso il GNL americano. Ha perso competitività industriale a causa dei costi energetici esplosi. Ha mandato le proprie scorte di munizioni in Ucraina e si è ritrovata disarmata. Tutto per sostenere una guerra che non può vincere militarmente e che sta perdendo economicamente.
“Un impero che non riesce più a convincere deve costringere. Un impero che non riesce più a costringere crolla. Siamo alla seconda fase.” — Mario Pietri
Esiste una soglia di saturazione morale oltre la quale le prediche diventano controproducenti: chi ha subito per decenni interventi militari non richiesti, colpi di stato sponsorizzati, aggiustamenti strutturali imposti a condizioni capestro, a un certo punto smette di ascoltare il mittente indipendentemente dal contenuto del messaggio — e quella soglia, per la maggioranza del mondo, è stata superata già da un pezzo.
Allo SPIEF 2026, mentre i media occidentali ignoravano o sminuivano l’evento, si manifestava qualcosa di storicamente rilevante: la normalizzazione della Russia come polo di attrazione economica per la maggioranza del mondo. L’Arabia Saudita ospite d’onore. Una delegazione americana presente per la prima volta dopo quasi un decennio. Settantasei paesi con delegazioni di alto livello. BRICS, OPEC, APEC, CSI, EAEU tutti rappresentati.
Il Sud Globale non è — e non è mai stato — monoliticamente filosovietico o filo-russo. Ma è pragmatico. Compra il grano russo, il petrolio russo, la tecnologia nucleare russa, i fertilizzanti russi. Non perché ami Putin, ma perché gli conviene economicamente e perché non sopporta più le lezioni di democrazia da chi ha rovesciato governi democraticamente eletti dall’Iran del 1953 al Cile del 1973 all’Ucraina del 2014.
Alcune imprese occidentali, ha rivelato Putin quasi en passant, hanno già manifestato la volontà di tornare a operare in Russia. La logica del mercato, alla fine, supera sempre quella dell’ideologia. Lo sapevano i mercanti veneziani che commerciavano con i Turchi che assediavano Costantinopoli. Lo stanno riscoprendo i CFO delle multinazionali europee che guardano ai loro bilanci.
“I popoli non sono pedine sullo scacchiere degli interessi imperiali. Prima o poi si alzano e rovesciano il tavolo.” — Frantz Fanon, I dannati della terra, 1961
Ci sono cose che si capiscono meglio quando le guardi da due punti simultaneamente: uno dentro la sala, nell’aria climatizzata della Neva, a sentire il peso fisico di quella platea; l’altro a tremila chilometri di distanza, a incrociare le fonti e a chiedersi come suona la stessa notizia nel filtro dei media italiani — e la risposta, invariabilmente, è che suona come qualcosa di molto più piccolo e molto meno urgente di quello che era.
Siamo tornati da San Pietroburgo con una certezza e una preoccupazione. La certezza: il mondo multipolare non è più una profezia. È una realtà in costruzione, rumorosa, contraddittoria, a volte caotica, ma irreversibile. I numeri del FMI lo dicono. Le rotte commerciali lo dimostrano. La platea dello SPIEF lo ha reso visibile.
La preoccupazione: che l’Occidente collettivo non riesca ad accettare questa transizione senza passare per un confronto militare che nessuno — tranne forse qualcuno nei bunker di qualche think tank di Washington — può davvero volere. La storia insegna che gli imperi non cedono il potere pacificamente. Ma la storia insegna anche che gli imperi che non cedono il potere alla fine lo perdono comunque, e nel peggiore dei modi.
Putin, dal palco dello SPIEF, ha rinviato l’aumento dell’IVA. Ha promesso inflazione al 5,2% e nuovi investimenti dal 2027. Ha parlato di decentralizzazione, di piattaforme digitali, di automazione. Era un discorso da leader che si prepara al dopoguerra, non da leader che sente il terreno cedere sotto i piedi. Questa è forse la cosa più importante che abbiamo portato a casa da San Pietroburgo.
“La pace non è l’assenza di guerra. È la presenza di giustizia.” — Johan Galtung
*Mario Pietri Vicepresidente Nazionale CONFISI • Analista Geopolitico animatoe del canale Telegram Mondo Multipolare
Maxim Ospovat Inviato CONFISI a San Pietroburgo • Report in tempo reale dalla sessione plenaria SPIEF 2026 Scrittore e enalista geopolitico
L’Asia occidentale si trova nuovamente a un bivio cruciale. Lunedì, lo scambio reciproco di attacchi missilistici tra Iran e Israele ha portato il fragile accordo di cessate il fuoco, in vigore dallo scorso 8 aprile, sulla soglia del collasso definitivo. Questo nuovo picco di ostilità si inserisce in un contesto più ampio: la guerra di aggressione e logoramento condotta sul campo dal blocco israelo-statunitense ha tagliato lunedì il traguardo del suo 101° giorno.
La cronaca delle ultime ore delinea un quadro di spiccata tensione, in cui le forze della resistenza rispondono colpo su colpo alle incursioni aeree e alle violazioni dei patti diplomatici.
Il fronte iraniano: tra difesa strategica e ritorsione
Nelle prime ore di lunedì, le difese aeree della Repubblica Islamica sono entrate in azione. L'agenzia di stampa statale IRNA ha confermato forti esplosioni nei cieli di Teheran, Isfahan e Tabriz, in concomitanza con la dichiarazione dell'esercito israeliano di aver preso di mira "obiettivi militari" nelle regioni occidentali e centrali del Paese.
Le incursioni israeliane hanno colpito anche infrastrutture civili ed energetiche, tra cui l'impianto petrolchimico Karun nella città di Mahshahr (nella provincia del Khuzestan), costringendo il personale all'evacuazione immediata. In risposta all'aggressione, la Mezzaluna Rossa iraniana ha dispiegato i propri team di emergenza su tutto il territorio nazionale per gestire le ripercussioni sul piano civile.
Sul piano diplomatico e militare, Teheran ha smentito categoricamente le indiscrezioni circa un presunto coinvolgimento nell'esplosione registrata presso la base aerea di Al-Kharj, in Arabia Saudita: "L'Iran non ha sparato alcun colpo" in quella direzione, ha precisato una fonte militare ufficiale all'emittente IRIB, respingendo i tentativi di allargare strumentalmente il conflitto alle monarchie del Golfo.
La risposta di Teheran e il panico in Israele
La reazione militare iraniana è stata presentata come un atto di legittima difesa. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha annunciato di aver colpito con precisione le importanti basi aeree israeliane di Nevatim e Tel Nof. Secondo l'agenzia Fars, l'operazione è stata una risposta diretta ai precedenti raid israeliani contro i siti radar situati in territorio iraniano.
I sistemi di allarme israeliani sono scattati ripetutamente da domenica, mentre l'emittente Canale 12 e il portale Ynet News hanno confermato anche il lancio di un vettore dallo Yemen – intercettato dalle difese aeree –, a testimonianza della solidarietà strategica del movimento Ansar Allah. Di fronte all'efficacia della risposta della resistenza, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dovuto convocare d'urgenza il gabinetto di sicurezza.
Il nodo libanese e la violazione della "linea rossa"
Le radici di questa nuova ondata di raid affondano nelle ripetute violazioni israeliane in Libano. Domenica, i caccia di Tel Aviv hanno bombardato la periferia di Beirut. Un atto che l'Iran ha denunciato immediatamente come la palese violazione del cessate il fuoco e il superamento di una pericolosa "linea rossa". Fonti di Teheran hanno chiarito che il massiccio lancio di missili verso il nord di Israele è stato la necessaria e proporzionata risposta all'aggressione subita dal territorio libanese, le cui eco si sono avvertite anche lunedì mattina con l'attivazione della contraerea nei cieli di Beirut.
Lo scacchiere diplomatico e l'imbarazzo di Washington
Mentre l'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ha tentato di giustificare l'offensiva parlando di "diritto alla difesa", l'azione unilaterale di Tel Aviv sembra aver creato forti attriti con la Casa Bianca. Il senatore democratico Chris Murphy ha sottolineato come l'ultimo raid israeliano rappresenti un'ulteriore "umiliazione" per il presidente Donald Trump, che aveva esplicitamente intimato a Netanyahu di non reagire alle azioni iraniane nel nord di Israele.
Nel frattempo, la diplomazia internazionale cerca faticosamente di evitare il baratro. Il Canada ha espresso profonda preoccupazione per la tenuta dei negoziati di pace, mentre l'asse della mediazione si è spostato sui telefoni dei ministri degli Esteri di Qatar, Arabia Saudita e Iran, con il premier qatariota in prima linea nei colloqui con il capo della diplomazia di Teheran, Abbas Araghchi, nel tentativo di preservare i canali di comunicazione con gli Stati Uniti e stabilizzare il fronte libanese.
Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) ha lanciato una nuova ondata di attacchi contro obiettivi israeliani.
Il comando del fronte interno del regime israeliano ha segnalato l'attivazione delle sirene d'allarme nell'area di Tel Aviv e nei territori meridionali occupati, in seguito al lancio di missili dal territorio iraniano verso i territori occupati.
A seguito dell'attacco aereo lanciato dal regime sionista contro il territorio iraniano nelle prime ore di oggi (lunedì), il Canale 12 israeliano ha riportato esplosioni nell'area di Gerusalemme e nella parte settentrionale del Mar Morto, a causa dell'inizio di una seconda ondata di attacchi missilistici iraniani contro i territori occupati.
Nel frattempo, il comando del fronte interno israeliano ha anche annunciato l'attivazione delle sirene di allarme per attacchi missilistici nelle aree di Beersheba e del Negev, nel sud dei territori occupati, in seguito al lancio di missili da parte dell'Iran.
Il canale 12 israeliano ha aggiunto che le sirene d'allarme sono risuonate a Dimona, Beersheba e nelle zone orientali e meridionali del Negev dopo il rilevamento di lanci di missili provenienti dall'Iran.
Secondo quanto riportato dai media, diversi missili hanno colpito Beit Shemesh, a ovest di Gerusalemme, e Beersheba, nella regione del Negev.
Anche i media israeliani hanno riferito che un missile iraniano ha colpito l'area di Itamar, mentre alcune testate giornalistiche hanno indicato che il proiettile ha colpito un obiettivo sensibile.
A seguito di ripetute violazioni del cessate il fuoco e di azioni aggressive da parte di Israele contro il Libano e il territorio iraniano, le forze armate iraniane hanno attaccato diversi obiettivi militari nei territori palestinesi occupati del nord nella notte di domenica.
Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno annunciato che la base aerea israeliana di Ramat David è stata colpita da missili balistici iraniani.
A sua volta, l'occupazione israeliana ha condotto attacchi contro obiettivi all'interno del territorio iraniano utilizzando missili balistici lanciati dall'aria.
Un attacco missilistico yemenita paralizza l'aeroporto Ben Gurion di Israele
I missili balistici yemeniti hanno costretto Israele a sospendere completamente tutti i voli all'aeroporto internazionale Ben Gurion e ad attivare le sirene antiaeree a Tel Aviv e nelle zone centrali e meridionali della Palestina occupata.
Da parte sua, l'esercito israeliano ha segnalato il rilevamento del lancio di un missile dallo Yemen verso le zone centrali dei territori occupati.
I media israeliani hanno riferito che i cannoni antiaerei hanno intercettato il proiettile, ma l'attacco ha causato panico diffuso e le sirene hanno suonato a Tel Aviv e dintorni.
Il comando del fronte interno israeliano ha diramato avvisi urgenti ai residenti delle zone centrali e meridionali, invitandoli a cercare riparo.
Le autorità aeronautiche israeliane sono state costrette a sospendere tutti gli atterraggi e i decolli all'aeroporto Ben Gurion a seguito del lancio di missili da parte dello Yemen e del conseguente allarme sicurezza, causando gravi disagi al traffico aereo e isolando di fatto il regime occupante dallo spazio aereo.
Il movimento di resistenza yemenita Ansar Allah ha ripetutamente dimostrato le sue capacità avanzate e ha promesso che qualsiasi intensificazione dell'aggressione israeliana contro il Libano sarebbe stata contrastata con una risposta "ampia e di vasta portata".
Il portavoce delle forze armate yemenite, il tenente generale Yahya Sari, ha dichiarato in occasione di operazioni simili che questi attacchi fanno parte di operazioni a sostegno dei popoli oppressi di Palestina, Libano e Iran contro l'aggressione israelo-americana.
Domenica sera, le forze armate iraniane hanno lanciato una raffica di missili contro i territori occupati da Israele in risposta ai continui attacchi israeliani contro il Libano, che violano il cessate il fuoco.
Israele ha effettuato un raid aereo su Teheran dopo che l'Iran ha lanciato una salva di missili contro Israele in risposta al suo intenso bombardamento aereo su Beirut di domenica. Teheran ha descritto l'attacco come un "avvertimento", affermando che sarebbero seguiti ulteriori "attacchi schiaccianti" se Israele avesse continuato a colpire il Libano. L'Iran ha dimostrato disciplina strategica, assorbendo le provocazioni israeliane mentre portava avanti complesse negoziazioni con gli Stati Uniti.
Tuttavia, gli attacchi israeliani contro il Libano hanno reso necessaria una risposta per proteggere un alleato vitale. Teheran ha esplicitamente richiesto che i colloqui di pace tra Washington e Teheran affrontassero direttamente la sicurezza del Libano e un nuovo ordine stabile per l'intero Medio Oriente, rifiutando una tregua temporanea raggiunta a spese di Hezbollah e dei palestinesi.
La leadership iraniana sa che una tregua di breve durata che sacrifichi i suoi partner in Libano o Palestina sarebbe solo una pausa temporanea, che lascerebbe l'Iran strategicamente esposto. Dietro questo calcolo strategico si trova una sincera coerenza etico-politica: l'Iran mantiene la parola data e non abbandonerà un alleato per un accordo che gioverebbe solo alla sua situazione interna. Questo impegno rafforza le fondamenta stesse dell'Asse della Resistenza, dimostrando che le alleanze di Teheran sono costruite sulla solidarietà, non sulla convenienza.
L’attacco aereo israeliano contro la periferia sud di Beirut riaccende le tensioni regionali e mette in discussione la fragile tregua raggiunta nei giorni scorsi tra Libano e Israele con la mediazione degli Stati Uniti. Diversi missili lanciati dall’aviazione israeliana hanno colpito un edificio residenziale nell’area di Tahwitat al-Ghadir, nel cuore della Dahieh, quartiere densamente popolato e tradizionale roccaforte della resistenza libanese. Secondo un bilancio preliminare, il raid ha provocato la morte di due civili e il ferimento di almeno undici persone. L’operazione è stata rivendicata dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dal ministro della Sicurezza Israel Katz, mentre i media israeliani hanno riferito che l’amministrazione Trump era stata informata preventivamente dell’attacco.
Il bombardamento arriva pochi giorni dopo l’annuncio di un accordo di cessate il fuoco raggiunto in linea di principio tra il governo libanese e Israele nel corso di colloqui trilaterali tenutisi a Washington con la mediazione statunitense. L’intesa, tuttavia, continua a suscitare forti contestazioni all’interno del Libano, dove numerose forze politiche e ampi settori dell’opinione pubblica respingono qualsiasi forma di negoziato diretto con Tel Aviv. Anche Hezbollah ha preso le distanze dall’accordo. Il segretario generale del movimento, Naim Qassem, ha ribadito che la resistenza non ha assunto alcun impegno a cessare le proprie operazioni contro Israele. Giovedì scorso il gruppo ha annunciato la distruzione di due carri armati Merkava israeliani nel sud del Libano, presentando l’azione come una risposta alle continue violazioni della tregua da parte israeliana. Durissima la reazione dell’Iran. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha definito il bombardamento di Beirut una grave aggressione e ha ricordato che Teheran aveva già avvertito tutte le parti coinvolte che non avrebbe tollerato un attacco contro la capitale libanese o la sua periferia meridionale.
Secondo Araghchi, l’Iran era pronto a colpire direttamente Israele qualora le minacce contro Beirut si fossero concretizzate. Toni ancora più espliciti sono arrivati dal portavoce della Commissione parlamentare iraniana per la Sicurezza nazionale e la Politica estera, Ebrahim Rezaei, che ha promesso una risposta “forte e dolorosa” all’attacco israeliano, accusando il governo di Tel Aviv di agire come un “cane rabbioso” che deve essere fermato. Anche Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida Suprema iraniana, ha avvertito che le forze missilistiche della Repubblica Islamica sono pronte a mettere in campo una deterrenza più ampia nel caso di ulteriori attacchi contro Beirut.
L’episodio conferma come il cessate il fuoco promosso da Washington appaia estremamente fragile. Mentre Israele continua le operazioni militari e la resistenza libanese rivendica il diritto di rispondere alle incursioni, cresce il rischio che il Libano torni a essere uno dei principali fronti di confronto tra Israele e l’Asse della Resistenza guidato dall’Iran, con conseguenze potenzialmente destabilizzanti per l’intera regione.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
Pechino ha avviato una speciale operazione di controllo del traffico marittimo nelle acque a est dell’isola di Taiwan, una mossa che le autorità cinesi ritengono necessaria per tutelare la sicurezza della navigazione, rafforzare le capacità di pattugliamento in mare aperto e difendere la sovranità nazionale. Secondo l’agenzia Xinhua, all’operazione partecipano diverse strutture dell’amministrazione marittima cinese, tra cui le autorità di sicurezza marittima delle province del Fujian e del Guangdong, oltre a organismi specializzati nel supporto alla navigazione e nelle operazioni di soccorso nel Mar Cinese Orientale.
Pechino collega direttamente l’iniziativa alla recente decisione di Giappone e Filippine di avviare negoziati sulla delimitazione delle aree marittime a est di Taiwan. Per il governo cinese, tali colloqui rappresentano una violazione dei diritti sovrani della Repubblica Popolare, poiché riguardano acque che la Cina considera parte della propria zona economica esclusiva e della propria piattaforma continentale. La portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha ribadito che qualsiasi negoziato riguardante le acque a est di Taiwan non può prescindere dalla partecipazione di Pechino. Secondo la diplomazia cinese, l’avvio unilaterale delle trattative da parte di Tokyo e Manila costituisce una grave violazione del diritto internazionale e delle norme fondamentali che regolano le relazioni tra Stati.
La questione si intreccia inevitabilmente con il dossier taiwanese. Mao Ning ha ricordato che “entrambe le sponde dello Stretto appartengono a un’unica Cina” e che la difesa della sovranità territoriale e dei diritti marittimi rappresenta una responsabilità comune per tutti i cinesi. Parallelamente, il Ministero della Difesa dei secessionisti di Taiwan ha segnalato una nuova intensa attività militare cinese nell’area. Secondo Taipei, nelle ultime ore sono stati rilevati 22 velivoli, otto unità navali della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione e due navi ufficiali cinesi. Alcuni mezzi avrebbero attraversato la linea mediana dello Stretto di Taiwan ed effettuato incursioni nella zona di identificazione di difesa aerea dell’isola. Pechino ha inoltre attaccato duramente le autorità del Partito Democratico Progressista di Taiwan, accusandole di sacrificare gli interessi nazionali per fini politici e di favorire interferenze esterne.
Le dichiarazioni confermano l’inasprimento della disputa sullo status dell’isola e mostrano come la competizione geopolitica nelle acque del Pacifico occidentale continui ad assumere una dimensione sempre più strategica, coinvolgendo non solo Taiwan, ma anche Giappone, Filippine e gli equilibri regionali dell’Asia-Pacifico.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
Mentre i sistemi di difesa israeliani intercettano l'ennesima pioggia di missili iraniani, la tensione tra Tel Aviv e Teheran raggiunge livelli critici. L'esercito iraniano ha lanciato un duro ultimatum: Israele deve cessare immediatamente le operazioni in Libano o prepararsi a subire "colpi ancora più duri". Secondo Teheran, i raid israeliani sui sobborghi meridionali di Beirut e l'intensificazione dell'offensiva nel sud del Paese hanno ormai oltrepassato "tutte le linee rosse".
Sul fronte diplomatico, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha fatto sapere di aver accettato una proposta di cessate il fuoco mediata dagli Stati Uniti, ma a una condizione tassativa: deve trattarsi di una tregua totale "su tutti i fronti".
Una possibilità che si scontra con le posizioni più radicali interne al governo israeliano; il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra, Itamar Ben-Gvir, ha infatti liquidato ogni scenario di distensione dichiarando perentorio: "Teheran deve bruciare".
L'appello di Trump: "Tornate al tavolo dei negoziati"
In questo clima infuocato si inserisce l'intervento di Donald Trump. Parlando ai microfoni di Fox News, ha esortato l'Iran a fermare le ostilità e a riprendere i colloqui, avvertendo che nuovi raid contro Israele rischierebbero di far saltare definitivamente qualsiasi trattativa.
"Quello che suggerirei all'Iran è questo: avete lanciato i vostri missili, ora basta. Tornate al tavolo delle trattative e trovate un accordo", ha dichiarato Trump, precisando inoltre di non aver gradito i bombardamenti israeliani della mattinata su Beirut.
Trump annuncia ai media che chiamerà Netanyahu, dicendogli di non rispondere
Diverse testate giornalistiche, tra cui Axios e il Canale 12 israeliano, riportano che Donald Trump avrebbe detto loro di aver chiamato Benjamin Netanyahu per dirgli di non rispondere agli attacchi iraniani.
Il giornalista di Axios Barak Ravid ha dichiarato a X che Trump gli avrebbe anche detto di essere "molto vicino" a raggiungere un accordo con l'Iran per porre fine definitivamente alla guerra, aggiungendo di non volere che il processo diplomatico "esplodesse" a causa dell'attacco iraniano a Israele.
"Gli attacchi iraniani non hanno ferito nessuno. Spero che Israele non reagisca. Se Bibi li colpisse a sua volta, la situazione si ripeterebbe come negli ultimi 47 anni, o negli ultimi 3.000 anni", ha detto Trump, secondo quanto riportato da Axios.
Mentre l'assedio economico e mediatico su Cuba si fa sempre più asfissiante, il presidente Miguel Díaz-Canel va dritto al cuore del metodo con cui Washington costruisce i suoi pretesti bellici. E lo fa con un passaggio che meriterebbe di essere inciso nella memoria collettiva.
"Inventarono il 'Cartel de los Soles' per colpire il Venezuela", denuncia il leader cubano. "Rapirono Maduro e due giorni dopo, il cartello era già svanito nel nulla. Dissero che l'Iraq possedeva armi di distruzione di massa ma non sono mai apparse. Attaccarono l'Iran con la scusa del nucleare, nessuna azione nucleare è mai avvenuta. Tutte le loro bugie, prima o poi, vengono a galla".
Cuba's Diaz-Canel: "They invented the Cartel de los Soles to go after Venezuela. They kidnapped Maduro -- two days later the cartel vanished. They said Iraq had WMDs -- never appeared. They attacked Iran over nukes -- no nuclear action ever happened. All their lies unravel." pic.twitter.com/E1StvR3FIv
Una sequenza impressionante di falsi allarmi, menzogne di Stato e verità insabbiate, che si ripete identica da decenni. Oggi, avverte Díaz-Canel, il copione è lo stesso: dipingere Cuba come una "minaccia inusuale e straordinaria" per la superpotenza statunitense, per giustificare l'invasione. Ma il presidente avverte: "Invadere Cuba costerebbe centinaia di migliaia di vite cubane, ma anche enormi perdite per l'invasore".
Non è solo una questione di resistenza. È la denuncia chiara di un meccanismo: inventare una minaccia, colpire, e quando le prove non si trovano, cambiare semplicemente capitolo. Il mondo, conclude Díaz-Canel, non può più permettersi di dimenticare le lezioni della storia.
Il tennis non mi è mai piaciuto; né come pratica sportiva, né come passatempo televisivo. Ma, negli ultimi giorni è stato un susseguirsi in rete di immagini del duello tra la tennista ucraina Marta Kostjuk e la russa (obbligata a giocare senza nazionalità) Mirra Andreeva, con la prima che, alla vigilia dell'incontro, si è esibita in un melodramma contro i “sanguinari russi”, con tanto di europeistica “lacrima di bellezza” artificiale a favore di telecamere e, poi a varie riprese, ha sfoderato i tratti tipici della “ucrainicità”, irrobustiti da quindici anni di “formazione culturale” banderista.
Ora, se nel carattere nazionale ucraino, già di per sé, si manifesta spesso una qualche altezzosità e boriosità, cento e più anni di scuola nazionalista, a partire dalle massime di Dmitrij Dontsov, secondo cui la nazione ucraina può realizzarsi solo sul sangue dei russi, hanno forgiato una condotta che, per quanto rimasta sotto traccia nel periodo sovietico, non si è mai ridotta a zero. Il golpe neonazista del 2014, poi, ha spalancato le cateratte ai peggiori atteggiamenti di superiorità, presunzione, supponenza che, nei confronti dei russi, arriva al punto di considerarli come “feccia del genere umano” e meritevoli di ricevere le peggiori calamità che l'altissimo possa lanciare sulla terra. Loro, gli ucraini, nonostante si trovino gomito a gomito a simile “gentaglia”, sono comunque talmente superiori da restare immuni a ogni catastrofe.
La signorina Kostjuk ha pienamente manifestato tali tratti; per quanto il suo non sia che il caso più recente. Andando indietro di appena pochi anni, basterebbe ricordare l'atteggiamento sprezzante e arrogante di Vitalij Markiv, durante le udienze del tribunale italiano che lo avrebbe condannato a più di venti anni di galera per l'assassinio di Andrea Rocchelli. Vero è che, in quel caso specifico, la posa del neonazista ucraino era probabilmente dovuta anche alla consapevolezza che, di lì a poco, sarebbe stato rilasciato e riportato in patria con tutti gli onori.
Per venire al dunque: quegli atteggiamenti di “ucrainicità” e “banderismo” richiamati sopra, danno il tono alla cosiddetta “lettera aperta” di Vladimir Zelenskij a Vladimir Putin, europeisticamente esaltata quale “invito alla pace”, sprezzantemente respinto dal cosiddetto “autocrate del Cremlino”. Di fatto, afferma il politologo Aleksej Živov, il nazigolpista-capo, «l'Alvaro Vitali che ce l'ha fatta in politica» (per rubare una battuta di Maurizio Crozza e con tutto il rispetto sia per il “Pierino” italico, che per la politica) vorrebbe convincere tutti di essere pronto per un cessate il fuoco, ma, in realtà, non permetterà l'avvio di veri negoziati. La lettera di Zelenskij, dice Živov è profondamente offensiva; «tutti quegli insulti rivolti al nostro presidente. E nonostante la lunghezza della lettera, il suo significato è minimo. Si compone di due elementi: una vasta gamma di insulti e distorsioni, e il secondo, “parliamo di pace”. Ma se qualcuno avesse proposto la riconciliazione, difficilmente avrebbe iniziato la conversazione con una serie di insulti. Vedo qui una complessa manovra politica».
E se il politologo russo scorge nel messaggio un insieme di narrazioni dalla propaganda dei media ucraini, non è difficile vedervi anche la riproposizione delle ritrite “argomentazioni” di Bruxelles, con in più un elemento che, evidentemente, nelle intenzioni dei media italici che hanno riprodotto la lettera, avrebbe dovuto provare le “sincere intenzioni” del jefe nazista: il continuo rivolgersi a Putin con il “tu”; quantunque l'originale ucraino rechi sempre la seconda persona plurale “vi” (voi, o lei), anche se in lettere minuscole e non, come si converrebbe a certi livelli, con il “Voi”.
Come non ricordare le solite premesse europeistiche, nelle parole di Zelenskij secondo cui «Qualunque cosa voi possiate dire sulla NATO, questa guerra è una vostra scelta personale»; oppure la quotidiana narrazione dei media italici su una Russia allo stremo: «con il rapporto tra perdite ucraine e russe di uno a cinque o uno a sei», che fa esultare le redazioni torinesi e milanesi. C'è tutta Bruxelles in quel «molti non credevano che l’Ucraina sarebbe riuscita a resistere così a lungo», o in quel beffardo «Abbiamo trovato le armi e i finanziamenti di cui avevamo bisogno. Noi riceviamo sostegno. Voi ricevete sanzioni»; fino al capovolgimento di soggetti, incolpando la Russia di voler «trascinare la Bielorussia in questa guerra e state orchestrando qualcosa attorno alla Transnistria», lasciando poi nell'indeterminatezza su chi abbia fatto fallire i colloqui di pace, a partire da Minsk. Per finire col paradigma delle cancellerie europee per cui «l’Europa debba far parte di questo processo».
In sostanza, ne vien fuori, come dice ancora Živov, un messaggio vergato sul tipo “ehi tu, senti, firmiamo un trattato di pace”; un messaggio formulato in modo che, quando «rifiuteremo questa forma di dialogo, servirà da giustificazione per la continua aggressione dell'Ucraina e la sua riluttanza a impegnarsi in negoziati realmente costruttivi». L'obiettivo, cioè, era quello di infliggere a Putin il maggior numero possibile di insulti, in modo che la lettera venisse ignorata e ciò servisse da pretesto per ulteriori atti di terrorismo, come a Starobel'sk, Simferopol, Enakievo
Insulti che arrivano fino al punto da scrivere apertamente che «voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra sopravvivenza, non per quella della Russia, ma per la vostra». Detto così, pari pari, da picciotto che riferisce il messaggio del capobastone. Così che Vladimir Putin non poteva che rispondere in maniera adeguata: «non dobbiamo rivolgerci agli autori di questa lettera, non a coloro che apprezzano il genere epistolare, ma ai nostri soldati in prima linea... Al lavoro, fratelli!».
Tra l'altro, nel corso del Forum economico a Piter, Vladimir Putin ha ricordato che Kiev, già un paio di settimane prima, aveva fatto sapere di mirare a un incontro con la leadership russa al più alto livello. Era il 21 maggio, ha detto Putin; e il 22 maggio «le truppe ucraine hanno compiuto un orribile attacco terroristico contro un convitto universitario nella LNR, uccidendo degli adolescenti... La lettera contiene davvero elementi di insolenza. Serve a creare le condizioni per incontri e negoziati personali, oppure crea un fondo in cui è di fatto impossibile tenere qualsiasi incontro personale? Credo sia la seconda ipotesi».
Una «lettera aperta scritta in toni assertivi e sarcastici», scriveva il 6 giugno su La Stampa la signora Anna Zafesova, quotidianamente impegnata in eucaristiche genuflessioni all'altare del nazigolpista-capo e in riti di “macumba” all'indirizzo non solo della leadership del Cremlino, ma di tutto ciò che riguardi la vita russa. Toni, dice la signora Zafesova, che «hanno offeso il dittatore russo abbastanza da fargli mettere da parte l’ipocrisia della diplomazia e dichiarare esplicitamente che scommette sulla guerra». Come se proprio la continuazione della guerra non abbia dettato tempi, termini e modulazione del “pizzino” mafioso di Zelenskij, concordato in larga parte con Londra e Parigi e, per il resto, lasciato al livore furfantesco della più malvagia e supponente “ucrainicità”.
E se la signora Zafesova asserisce che il «contenuto del “pezzo di carta”, come l’ha sprezzantemente definito ieri Putin, è rivolto ai russi... quando ricorda a Putin che i suoi sudditi sono scontenti, per i “nostri droni” che bombardano le loro raffinerie, per la benzina razionata, per i “sempre più numerosi divieti” e la probabile chiamata alle armi. È ai russi che comunica i numeri delle perdite dell’esercito di Mosca al fronte», ella dovrebbe sapere, meglio forse dei suoi colleghi italici, quale sia l'atteggiamento del popolo russo nelle condizioni di una Russia accerchiata da nemici esterni, siano questi eserciti napoleonici, orde naziste, o “democratiche” cancellerie UE-NATO. “Il potere rimase fermo e il popolo saldo”, scrivevano i commentatori militari per illustrare la sconfitta napoleonica del 1812.
La lettera di Zelenskij, scrive Vladimir Skachkò su Ukraina.ru, va oltre il bene e il male. Qualunque cosa abbia mosso la penna o premuto i tasti della tastiera mentre scriveva questa epistola aperta, ha rivelato un'intera litania di desideri nascosti, esperienze celate e paure nascoste che rendono, e forse hanno già reso, la vita degli autori insopportabile. Zelenskij non è rimasto altro che quel pagliaccio-ciarlatano che suonava il pianoforte coi genitali, negli avanspettacoli del “Kvartal 95”. Tutto ciò che ha «elencato nella lettera a Putin suggerisce che il Führer del regime neonazista ucraino sia mosso dalla paura e dal desiderio di ritardare la propria caduta attraverso la provocazione, che a sua volta lo aiuterà a elemosinare denaro e armi e a prolungare l'agonia del suo regno».
Nell'epistola si vanta dell'invincibilità dell'Ucraina e scarica sulla Russia le colpe dall'Ucraina. Zelenskij, dice Skachkò, ha di fatto elencato, punto per punto, tutto ciò che teme: la superiorità tecnico-militare russa sull'Ucraina, che sopravvive solo grazie agli aiuti occidentali. Teme le perdite umane, per le quali sarà chiamato a rispondere; la responsabilità personale per il paese devastato e le vite perdute; il fallimento dei negoziati di pace. C'è un altro importante motivo di timore: Putin ha confermato che la Russia è pronta a negoziare e firmare accordi di pace, ma solo con un rappresentante legittimo dell'Ucraina. E Zelenskij, secondo la legge ucraina, non lo è.
Zelenskij ha scritto la sua lettera «nel modo più scortese e provocatorio possibile. Perché non è la pace che vuole, ma il rifiuto del presidente russo di accettare un simile tono. Zelenskij vuole che la guerra continui, dopo una lettera del genere. La lettera è una spregevole trovata pubblicitaria, nella forma e nella sostanza, concepita per costringere la Russia ad abbandonare i negoziati e quindi a dipingerla ancora una volta come l'aggressore. La continuazione della guerra e le accuse di comportamento aggressivo e di riluttanza alla pace rivolte alla Russia giustificano sia le richieste di denaro e armi da parte di Zelenskij all'Occidente, sia la fornitura di tali armi da parte dell'Occidente.
La lettera di Zelenskij a Putin, conclude Skachkò, sarà oggetto di discussione per diverso tempo. Tali provocazioni sono orchestrate proprio per distogliere l'attenzione, almeno in parte, dalla politica reale, o dalla situazione concreta nella risoluzione di questioni controverse. Ad esempio, la guerra e la sua fine. E in questo senso, una diplomazia così rozza, cinica, insolente e offensiva scredita anche l'idea stessa di negoziati di pace. È un nuovo invito a continuare la guerra. E Zelenskij, nel suo impeto epistolare, non poteva non esserne consapevole. Così come sapeva che avrebbe dovuto risponderne.
Con tutta la sua “ucrainicità”, il nuovo “Alvaro Vitali che ce l'ha fatta” non fa che che mettere nero su bianco in termini banderisti quello che le cancellerie europee vogliono davvero: la guerra; così che si può concludere col Faust goethiano «Quel che chiamate spirito dei tempi è in sostanza lo spirito di quei certi signori in cui si rispecchiano i tempi».
1. Con una decisione senza precedenti, la Repubblica di Cuba ha lanciato un'invasione navale e aereo-trasportata contro gli Stati Uniti. L’offensiva tuttora in corso, che il governo cubano ha chiamato Operazione Rinsavimento Cerebrale (ORC) ha l’obiettivo di sostituire la classe dominante anglo-americana affetta dalla malattia degenerativa nota con il nome di Morbo di Trump con una nuova classe politica che organizzi il paese su basi diverse rispetto al passato. Secondo analisti di mainstream si tratterebbe di un’operazione di regime change, un tempo pratica diffusa da parte dell’impero Usa nei paesi dove elezioni politiche, minacce o corruzione non riuscivano a garantire un governo prono agli interessi imperiali invece che a quelli della popolazione locale.
Una volta che le ultime resistenze da parte del governo Usa saranno sbaragliate, la palingenesi toccherà la sfera dei diritti economici e della democrazia (affinché diventi effettiva e partecipata), oltre che l’insieme della politica interna e estera. Secondo Hombre Normal, il ministro cubano della Humanidad - i canoni della nuova impalcatura istituzionale saranno centrati sulla demolizione del potere plutocratico oggi incentrato sulle corporazioni private, quali strumenti di oppressione etica ed economica di un brutale imperialismo, e il recupero della centralità dello Stato nell’economia e nello sviluppo scientifico/tecnologico del paese, nel rispetto della Costituzione, della libertà di pensiero, religione, associazione, espressione e libera impresa.
Massima priorità sarà riservata allo sradicamento della povertà e dell’emarginazione sociale. Tutti dovranno avere un lavoro sufficiente per vivere e progredire. La proprietà privata sarà garantita e incentivata, affinché ogni famiglia, attraverso il lavoro, possa soddisfare le proprie necessità in funzione delle risorse pubbliche disponibili. Le grandi aggregazioni finanziarie e industriali oltre una certa soglia saranno però consentite solo se funzionali al benessere collettivo e sotto stretta sorveglianza dello Stato. I capitali potranno essere esportati solo sotto controllo dello Stato, e in ogni caso nel rispetto del Diritto Internazionale, della Carta delle Nazioni Unite, in condizioni di parità con le altre nazioni e di rispetto dei diritti e interessi altrui.
Il servizio sanitario sarà nazionalizzato e tutti i cittadini bisognosi potranno accedervi gratuitamente. Le risorse necessarie a tal fine proverranno dallo smantellamento delle grandi corporazioni farmaceutiche e delle 800 basi militari oggi attive in 80 paesi al mondo. Sarà in tal modo possibile, altresì, avviare la costruzione e ammodernamento delle infrastrutture pubbliche oggi fatiscenti o gravemente digradate.
2. Quanto alla politica estera, la nuova classe dirigente - selezionata sulla scorta di accertate competenze e della lealtà ai menzionati principi etici – dovrà rimuovere gli apparati militari e d’intelligence, smantellando Cia, Nsa e le altre agenzie palesi o segrete, sinora utilizzate per destabilizzare, provocare guerre, organizzare colpi di stato, pianificare aggressioni, omicidi mirati, sequestri di persone e via dicendo.
Un’altra priorità sarà la rivitalizzazione delle organizzazioni internazionali, in primis quelle della famiglia delle Nazioni Unite (ad es. l’OMC che Washington ha reso da anni inoperante perché disobbediente ai suoi ordini), che dovrà tornare a funzionare, come da statuto, per risolvere le controversie che sempre emergono tra sistemi economici).
Le convenzioni bilaterali o multilaterali, sia nel campo della sicurezza che in quello economico, tecnologico e culturale, che gli Stati Uniti hanno boicottato perché giudicate non convenienti ai fini di dominio, dovranno tornare a funzionare, nel rispetto degli interessi di tutti, della pace e della stabilità internazionale. Massima priorità verrà data al controllo e riduzione delle armi di distruzione di massa (nucleari, biologiche e chimiche), tramite il rafforzamento del regime internazionale di sorveglianza.
3. Nel contesto dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, il governo cubano ha sottolineato che occorrerà operare anche sul piano educativo, promuovendo l’alfabetizzazione politica presso il deculturato popolo Usa, stimolando la coscienza dei valori essenziali dell’essere umano socializzato. Saranno contrastati come nemici di classe i valori assolutizzanti del profitto e del disprezzo dei beni/interessi collettivi. L’acquisizione e l’uso personale di armi da fuoco saranno proibiti e pesantemente sanzionati. Lo Stato tornerà ad avere il monopolio dell’uso della forza. Sarà ampliata e tutelata la libertà di manifestazione pacifica prevista dalla Costituzione. L’attuale, truffaldino sistema elettorale statunitense, ideato per impedire ogni possibile alternativa e dialettica politica, sarà sostituito con un sistema proporzionale puro, che risponda alla volontà del popolo.
Le decisioni cruciali della vita del paese, come quelle su pace e guerra, non potranno essere adottate da un solo individuo, foss’egli anche il presidente, in quanto esposto, come nel caso attuale, a instabilità mentale, ricatti e corruzione. Esse saranno appannaggio di organi collegiali, Camera dei deputati e/o Senato.
Pensiero critico ed etica della socialità dovranno tornare centrali per consentire la rigenerazione dell’homonovus nordamericano, tenendo a mente le sofferenze a lungo patite sotto il tallone della deformazione mediatica e valoriale, dell’alienazione e dello sfruttamento.
Nelle parole del ministro cubano Hombre Normal, saranno immediatamente avviati progetti per presidiare il territorio, garantire la sicurezza delle persone e lottare contro ogni genere di violenza, delinquenza e uso di droghe, tenendo presente che tali mali sono il riflesso dell’emarginazione e della sottocultura. La lotta all’estrazione di risorse e lavoro da parte del ceto dominante globalista andrà a beneficio di 300 milioni di cittadini, ma anche degli stranieri legali (45 milioni) e illegali (10 milioni).
All’avvio dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, il presidente cubano, Miguel El Libertador, aveva dichiarato: "il popolo nordamericano è vissuto a lungo nell'inganno di essere governato dalla migliore democrazia del pianeta, mentre era chiaro anche alle montagne del Gran Canyon che si trattava di una plutocrazia malata, violenta e spietata”, aggiungendo: "Cuba non può restare a guardare oltre, mentre milioni di cittadini statunitensi sono oppressi, vedono diminuire le loro aspettative di vita e non hanno di che vivere ".
4. Secondo le ultime notizie, le forze cubane giunte sulle spiagge della Florida con barche da pesca riadattate, convogli di biciclette e colonne di automobili anni '50 ingegnosamente ammodernate, sono state accolte con tripudio e genuina riconoscenza dai cittadini nordamericani. Le truppe cubane hanno portato al seguito viveri, coperte e medicinali per i primi soccorsi a beneficio dei senza tetto, tossicodipendenti, disoccupati cronici e altri bisognosi. Si hanno notizie di gruppi spontanei di sostegno agli invasori, disoccupati, sottoccupati, sfruttati e neolaureati privi di prospettive (tra cui i portatori dell’impagabile debito studentesco, ora abolito).
In uno slancio reattivo, la cui ragione profonda si cerca tuttora di comprendere, diverse filiali di Starbucks sono state occupate e rinominate "People's Cafés" penalizzando il titolo a Wall Street, galvanizzando tuttavia milioni di lavoratori nelle piantagioni di caffè in Africa e Asia, oltre che in America Latina. Al momento, quale misura di confidence building i clienti ricevono caffè e cappuccini a gratis, in attesa della riorganizzazione dei rispettivi settori agricoli e della distribuzione, con atteso incremento dei salari delle maestranze.
Alla notizia dell’avvio dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, la Guardia Nazionale Usa, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e i comandi di polizia in diversi stati hanno deciso di schierarsi dalla parte del popolo. A loro volta, le forze armate (Marines, Air Force e US Navy) - che in un primo momento avevano considerato l’impiego di testate termonucleari per polverizzare gli invasori sbarcati con le insidiose colonne di automobili d’epoca – si sono ribellate al Joint Chief of Staff, gen. Out of Mind, mettendosi agli ordini del col. Good Sense, autoproclamatosi difensore delle genti nordamericane.
All’annuncio pubblico che le forze cubane avevano preso possesso del Sud della Florida, il popolo nordamericano è sceso in piazza in ciascuno degli altri 49 stati dell’Unione, organizzando comitati di autogestione e di garanzia per formare il “governo provvisorio rivoluzionario dei Nuovi Stati Uniti d’America”, il cui avvio sarà garantito dalle truppe cubane fino al pieno insediamento delle nuove istituzioni. In attesa che la vita privata e pubblica possa essere riorganizzata sulla scorta dei principi diffusi da Radio Cuba Libre, il governo provvisorio ha statuito che “Il tallone di ferro” (Jack London, 1908) deve essere considerato libro costituzionale, rendendolo obbligatorio in ogni ordine e grado in seno al sistema educativo del paese.
Le prime elezioni libere ed eque saranno pertanto organizzate entro tre mesi, garanti le truppe cubane menzionate, mentre alle Nazioni Unite i leader mondiali non hanno nascosto la sorpresa che una piccola nazione come Cuba potesse esprimere un potere etico-militare di tale caratura, ottenendo risultati così strabilianti. “A questo punto, i tempi per una palingenesi mondiale – hanno osservato i pungenti diplomatici del Sud Globale in un incontro con gli intronati colleghi europei – sono dunque maturi".
Alla conferenza stampa, convocata in emergenza al Dipartimento di Stato, Marco el-Rubio non ha potuto trattenere i singhiozzi, mentre lo schermo dietro di lui proiettava immagini satellitari di truppe cubane che fumavano sigari a Central Park e passeggiavano applaudite sulla Fifth Avenue. "erano anni – ha egli tenuto a sottolineare – che mettevo in guardia di scavare trincee di difesa sulle spiagge di Miami, invece di perdere tempo con quella maledetta guerra contro l’Iran, dando retta a quel criminale squilibrato di Netanyahu, sebbene sotto altri aspetti essa abbia avuto le sue ragioni, perché abbiamo guadagnato una montagna di soldi in borsa!"
[i] Ex-diplomatico. Già Ambasciatore d’Italia in Cina (2013-15), Coordinatore del Comitato Governativo Italia-Cina (2007-09), Console Generale d’Italia a Hong Kong (1996-98), Consigliere Commerciale all’Ambasciata d’Italia a Pechino (1991-96), Ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-12), attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea (Reggio Emilia, Italia). Alberto Bradanini è autore di diversi saggi e libri, tra cui “Oltre la Grande Muraglia” (2018); “Cina, l’irresistibile ascesa” (2022) e “Lo sguardo di Nenni e le sfide della Cina”
La destra dell’Europarlamento protesta contro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per la riabilitazione dei collaborazionisti dei nazisti. In una lettera del 5 giugno alla leader dell’eurocamera Roberta Metzola, 34 parlamentari chiedono la revoca dell’onorificenza dell’Ordine del Merito europeo conferitagli meno di un mese fa.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso
Nel testo si contesta il conferimento ad un’unità d’elite delle Forze Armate Ucraine del titolo di “Eroi dell’UPA”, in onore all’esercito insurrezionalista di Stepan Bandera, stata assegnata con decreto presidenziale del 26 maggio n. 440/2026. Pochi giorni prima Zelensky aveva ricevuto con gli onori di Stato la salma di un altro collaborazionista di Hitler, criminale di guerra: Andrii Melnyk, fondatore dell’OUN (Organizzazione dei nazionalisti ucraini).
Le spoglie sono state riesumate dal Lussemburgo e riportate in Ucraina su richiesta del governo di Kiev. Il presidente ucraino le ha ricevute dandone sepoltura con una cerimonia in pompa, a cui hanno preso parte Oleksandr Alfiorov (direttore dell'Istituto ucraino della memoria nazionale) e Iryna Vereshchuk (vice capo dell'Ufficio del Presidente dell'Ucraina), oltre a una delegazione dell’Azov. Lo stesso Alfiorov è un membro dell’Azov.
Zelensky ha lanciato la prima zolla di terra, in ginocchio davanti al feretro.
“Il colonnello Andriy Melnyk è tornato in un’Ucraina diversa: non quella che era stato costretto a lasciare, ma quella che aveva sognato”, ha dichiarato.
Una dura condanna senza precedenti
Il documento si scaglia in modo inequivocabile e senza mezzi termini contro “le recenti decisioni” del presidente ucraino “che pubblicamente onorano e glorificano la criminale Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) — una formazione responsabile di crimini di massa e genocidio della popolazione civile commessi nel 1943-1945 nei territori della Volinia e della Galizia Orientale della Seconda Repubblica di Polonia”.
Specifica che durante la seconda guerra mondiale le formazioni nazionaliste ucraine furono responsabile di “pulizie etniche genocidarie” che hanno causato la morte di almeno 120.000 polacchi, ruteni, ebrei, “ucraini giusti”, nonché della cacciata di centinaia di migliaia di polacchi dalle loro terre, cui non fecero più ritorno.
Inoltre condanna nero su bianco la glorificazione dei collaborazionisti ucraini: “Negli ultimi anni, le autorità statali ucraine hanno ripetutamente presentato OUN e UPA come organizzazioni degne di emulazione che hanno lottato per l'indipendenza dell'Ucraina. Nello spazio pubblico ucraino sta diventando sempre più evidente il culto di figure legate a OUN e UPA, come Stepan Bandera, Roman Shukhevych e Andriy Melnyk, così come degli ideologi dello sciovinismo ucraino come Dmytro Dontsov”
“I loro nomi vengono dati a strade e piazze, vengono eretti monumenti e aperti musei. Molte unità dell'esercito ucraino moderno usano la simbologia dell'OUN e dell'UPA. I giovani ucraini vengono insegnati a onorare criminali presentati come eroi, il che ha conseguenze catastrofiche per la costruzione di relazioni di buon vicinato nell'Europa Centrale e Orientale e per superare i demoni del ventesimo secolo”.
“I valori europei, basati sul dialogo, la cooperazione e il rispetto reciproco tra i popoli, non possono essere compatibili con la glorificazione dello sciovinismo, dell'odio, del genocidio e delle pulizie etniche. L'identità del proprio Stato e della propria società non può essere costruita su un crimine così mostruoso. Il Presidente Zelensky, come persona responsabile della glorificazione di questa tradizione criminale, non merita questo ordine e dovrebbe esserne privato”. Queste argomentazioni sono condannate “narrativa del Cremlino” dalle autorità di Kiev e dai sostenitori dell’Ucraina. Nei Paesi UE sono definite “tematiche controverse”.
Tensioni al massimo con la Polonia
La prima firmataria del documento è l’europarlamentare Anna Brylka del gruppo Patriots for Europe (PfE), eletta in Polonia con il partito di destra Konfederacja. Al momento l’appello non è ancora stato presentato, è in corso la raccolta firme. La lettera è il culmine di un’ondata trasversale di indignazione esplosa in Polonia dopo l’omaggio a Melnyk e la glorificazione dell’UPA. Il presidente Karol Nawrocky ha proposto di revocare a Zelensky l’ordine dell’Aquila Bianca, la massima onorificenza polacca.
Il primo ministro Donald Tusk non solo lo sostiene, ma minaccia Kiev di conseguenze economiche: “le nostre relazioni saranno determinate non dalla simpatia, ma da uno spietato business". Tra le righe si legge il veto all’ingresso dell’Ucraina nella UE, attualmente in discussione.
Il vice presidente della Camera Krzysztof Bosak, ha chiesto di passare a “gesti più completi”: bloccare l'adesione dell'Ucraina all'UE, smettere di pagare per Starlink e concedere finanziamenti.
La reazione più emblematica è quella dell’ex presidente, capo di Solidarno?? e vincitore del premio nobel per la pace Lech Walesa:
"Il Presidente ucraino, premiando i banditi dell'UPA, mi ha offeso e tutti i nostri connazionali uccisi. Per questo motivo, ho pubblicamente tolto la bandiera ucraina dal petto. Continuerò ad aiutare il popolo ucraino nella lotta contro i sovietici. Rifiuto il sostegno al Presidente Zelensky", ha scritto su Facebook.
Va specificato che l’indignazione non è mossa da alcun sentimento antifascista. Piuttosto è rivelatrice di come l’Ucraina sia diventata una rogna per le autorità polacche.
Il paradosso del giardino europeo
Nell’Europa in lotta per la libertà contro l’autocrazia russa, è la destra sovranista a promuovere un’azione antinazista. Per anni politici e giornalisti hanno lavorato intensamente nascondere la nazistificazione dell’Ucraina, accusando di filoputinismo chiunque sollevasse il problema. La sinistra liberal ha mostrato i neonazisti dell’Azov o il Corpo Volontario Russo come resistenza ucraina o partigiani russi, ammettendo i loro vessilli ai cortei del 25 aprile. La società civile ha negato o minimizzato o giustificato la glorificazione di nazisti, filonazisti e criminali di guerra. Per anni i “debunker indipendenti” (con moglie ucraina) si sono arrampicati sugli specchi per mostrare le svastiche, sempre più presenti nell’iconografia ucraina post-maidanista, come “bellissimi simboli solari slavi di fertilità”.
Dopo tutti questi sforzi, sono i polacchi a mostrare che il re è nudo. I polacchi, gli stessi che hanno fatto della russofobia e dell’anticomunismo la propria religione di stato. La sinistra liberale, europeista e filo-NATO, invece, continua a negare che in Ucraina il nazismo sia sdoganato e celebrato. E lo fa in nome della democrazia e della lotta al “putinismo”.
La lotta per la memoria storica
Da anni Varsavia mal tollera la riabilitazione dei seguaci di Stepan Bandera, Andriy Melnyk e Roman Shukhevych. Non per un improvviso sentimento antifascista, ma per sciovinismo interno.
Il culto delle vittime della pulizia etnica portata avanti dai collaborazionisti ucraini è uno dei pilastri del nazionalismo polacco e dunque dell’identità della Polonia democratica, assieme alla russofobia e all’anticomunismo.
Questo elemento essenziale di coesione interna della Polonia è in conflitto esistenziale con il processo di costruzione della nuova identità nazionale ucraina, basato sulla riabilitazione, sdoganamento e glorificazione degli oppositori dell’URSS. Non più collaborazionisti nazisti ma eroi della lotta di indipendenza nazionale.
La creazione di una comune memoria storica è terreno di conflitto irriducibile tra Varsavia e Kiev, nonché il principale ostacolo sovrastrutturale per una solida e duratura alleanza antirussa tra i due Paesi.
Le ragioni concrete della discordia
La rivalità tra Ucraina e Polonia non si colloca in cielo, ha i piedi ben radicati nel terreno. In Europa i due paesi sono avversari naturali e la loro competizione può soltanto essere amplificata da un ingresso di Kiev nell’UE.
La preoccupazione di Varsavia ha almeno tre dimensioni:
produttiva-commerciale: protezione del settore agricolo. L’ingresso dell’Ucraina nell’UE renderebbe i prodotti polacchi meno competitivi a scapito degli agricoltori e produttori, che costituiscono un’estesa e importante base elettorale che nessuna parte politica intende inimicarsi;
economica: La Polonia è uno dei maggiori beneficiari netti dei fondi di coesione e agricoli. L’ingresso di un paese grande e povero come l’Ucraina ridurrebbe la quota pro-capite di fondi disponibili.
politica: un paese grande come l’Ucraina minerebbe il ruolo della Polonia di “leader dell’Est” e dunque le capacità di influenza nella regione.
Le prime due problematiche sono condivise dagli altri Paesi Visegrad.
Infine, se vogliamo, c’è un’altra grande questione che contrappone Varsavia e Kiev: la competizione militare. La Polonia ambisce a diventare il più grande esercito europeo. L’Ucraina è già una potenza militare collaudata sul campo di battaglia, con una fiorente industria militare sostenuta dall’Occidente e all’avanguardia tecnologica.
Il rapporto tra Kiev e Varsavia non è un’alleanza ma un fidanzamento di convenienza tra due nemici naturali che si uniscono in nome della comune inimicizia contro la Russia. È una faglia tettonica strutturale in perpetuo moto conflittuale, destinata ciclicamente ad esplodere. Come in questo caso.
Parliamo anche noi del matrimonio di Dua Lipa, la cantante kosovara che ha sposato l’attore e modello Callum Turner. Gli sposi hanno scelto Palermo come meta dei festeggiamenti nuziali della durata di oltre due giorni.
I giornali ci inondano di gossip. E ci raccontano che la coppia alloggia a Villa Igiea, hotel extra lusso ora proprietà di una famosa catena alberghiera e di un fondo saudita ma un tempo prestigiosissima dimora dei Florio. Qui la coppia ospita gli altri invitati, tutti celebrità e vip e alloggia in una suite di oltre 100 mq da seimila euro a notte -extra a parte- con lettone superior king -sicuramente molto interessante come informazione- grande terrazza con vista mare e opere d’arte.
Non appena atterrati avrebbero passato la giornata in hotel andando ad allenarsi in palestra. Più interessati ai bicipiti che alla città, evidentemente. Costo totale della cerimonia: oltre 1,5 milioni di euro.
Questi i gossip che l’informazione dà in pasto al volgo, alla plebe. Però a noi interessa altro di questa vicenda dal sapore coloniale, non il gossip.
Ci interessa smontare i costrutti della propaganda - all’opera anche qui-, smontare la banalità e l’ottusità con cui vengono costruiti slogan funzionali al lavaggio del cervello e a rendere tollerabile qualsiasi tipo di abuso e sopraffazione. Nella fattispecie gli abusi sono a danno della città e dei suoi cittadini.
Vasto il repertorio di slogan e frasi fatte: “il matrimonio porta visibilità” , “il matrimonio porta soldi alla città”, “porta turismo” e così via discorrendo, anzi ripetendo….Ma Dua Lipa ha davvero ‘portato soldi’ a Palermo? Andiamo a vedere e scopriamo che l’agenzia che ha organizzato l’evento è milanese, la wedding planner non è neppure siciliana. Ma sopratutto si scopre che Dua Lipa e il marito non hanno pagato per l'uso pubblico delle strade e delle piazze usate per i loro festeggiamenti. Le limitazioni, come le transenne in centro, sono state gestite tramite i normali permessi di occupazione di suolo pubblico e i relativi servizi di sicurezza privata. Quindi a chi avrebbe portato soldi? Alla famiglia nobile proprietaria del palazzo Valguarnera a Bagheria ? A palazzo Ganci o Villa Igiea? Ma questi sono soggetti privati, alla città nessun soldo. E allora cosa ha lasciato? La visibilità. E Palermo, città millenaria, di cultura ha bisogno della Dua Lipa che cammina a Villa Igiea, nelle stanze di Franca Florio, col cappellino all’americana e un pareo al posto dei pantaloni? Palermo ha bisogno di questo tipo di visibilità?
Certamente una visibilità che non porta soldi né ricchezza ma anzi alimenta quel turismo predatorio e di massa di chi viene a Palermo perché c’è stata Dua Lipa. Non certo per restare incantati dalle sue meraviglie. Ma già Palermo è satura di questo turismo.
Tra l’altro non è neppure un ‘grande evento’, come ad esempio le Olimpiadi o i Mondiali di calcio, dove intervengono migliaia di persone. È semplicemente un evento privato e tale resta, a prescindere dalla celebrità dei contraenti. Un evento privato dal fortissimo sapore coloniale. Si badi bene, infatti, i residenti qui non diventano figuranti, come si legge in giro. NO. Ai residenti è stato imposto divieto di circolazione, gli hanno fatto firmare “patti di riservatezza”, per non farsi vedere in giro e rovinare la cerimonia. Dunque non sono neppure dei figuranti, da osservare nel proprio ambiente esotico come animali in cattività, che già sarebbe inaccettabile. Qui è anche peggio: nn devono circolare perché Due Lipa, è ricca e vuole la città tutta per lei. Vuole la città. Senza popolo. Vuole le pietre senza popolo.
E se anche davvero questo matrimonio portasse una “visibilità” tale da richiamare turisti, in base a questo accettiamo che i diritti dei cittadini possano essere sospesi? Se anche avesse pagato tanto, oggi sono in vendita anche i diritti? E se un giorno arrivasse un buzzurro qualsiasi che volesse bivaccare a Palazzo delle Aquile o al Campidoglio? E’ solo una questione di soldi?
Altro che la visibilità e il ritorno d’immagine, qua è in ballo ben altro.
E abbiamo la misura per capire sino a che punto il Discorso è avvelenato dalla propaganda. E’ obbligatorio riflettere sul fatto che in un contesto neoliberale, in cui lo Stato è ridotto a mero garante degli interessi e della speculazione delle multinazionali e degli investitori, il riccone di turno può arrivare e comprare o disporre di una città come fosse una sua proprietà, imporre ai residenti di non uscire di casa, di non affacciarsi, di non parcheggiare. Può scegliere quel che gli piace e sospendere i diritti di chi non ha abbastanza soldi per opporsi. Così la figlia di Trump e Jared Kushner hanno “scoperto” l’isola di Sazan in Albania durante una gita in barca a vela. Ed ecco che ritorna la prospettiva coloniale: hanno fatto una nuotata, hanno raggiunto l’isola e “l’hanno scoperta”, come se prima non esistesse e iniziasse a esistere solo dal momento in cui è scoperta dall’investitore occidentale. L’isola è bella e la voglio. Palermo è bellissima, la voglio, me la prendo.
Che quello combattuto in Ucraina sia un conflitto tra la Nato e la Russia, con Kiev che agisce per procura, è una tesi che come testata sosteniamo da tempo.
Gli ucraini mettono il terreno di scontro e la carne da cannone, mentre i paesi della Nato – e l'Europa in particolare – garantiscono loro sostegno economico, forniscono armi e tecnologia, finanziano fabbriche di droni (spesso con accordi di cooperazione con aziende ucraine) e supportano le attività di intelligence.
Quanto riportato dal Wall Street Journal è solo l’ultimo tassello che conferma quanto affermato sopra.
Secondo la testata statunitense, l'Ucraina ha notevolmente accelerato la velocità e la precisione delle sue operazioni con i droni integrando immagini satellitari commerciali e strumenti software avanzati nel processo decisionale in prima linea, come affermato da fornitori di tecnologia e fonti coinvolte nel programma.
Negli ultimi sei mesi, le missioni di piccole unità che hanno testato il sistema avrebbero ridotto fino al 90% il tempo necessario per individuare e colpire obiettivi militari russi. Un risultato che rappresenta un salto di qualità nella guerra moderna, dove la rapidità decisionale è spesso decisiva.
"La riduzione del ciclo sensore-to-shooter è la tendenza determinante di questa guerra a livello tattico", ha commentato Franz-Stefan Gady, analista militare e fondatore di Gady Consulting.
La tecnologia si basa su immagini ad alta risoluzione provenienti da satelliti gestiti da Vantor, società con sede in Colorado, combinate con un software di analisi geospaziale che consente ai soldati di identificare e valutare i bersagli in dettaglio. Le immagini satellitari vengono consegnate direttamente ai dispositivi dei soldati ucraini – tablet, telefoni e computer portatili – talvolta entro quindici minuti dall'acquisizione. Questo bypassa l'elaborazione centralizzata dei dati a Kiev, che in precedenza poteva richiedere ore o addirittura giorni.
Secondo analisti militari e rappresentanti delle aziende coinvolte, si tratta del primo caso noto di immagini satellitari commerciali non classificate fornite direttamente a singoli soldati per supportare decisioni di combattimento in tempo reale. I satelliti impiegati vengono utilizzati anche per applicazioni civili come la cartografia e il monitoraggio ambientale. Il sistema è frutto di una partnership internazionale che coinvolge la statunitense Vantor per le immagini satellitari, l'olandese Bravo1Alpha per l'intelligence geospaziale, la statunitense Persistent Systems per le tecnologie di comunicazione e l'ucraina Burevii per la difesa.
La costellazione di Vantor è composta da dieci satelliti che coprono quotidianamente sette milioni di chilometri quadrati, fotografando ogni punto della Terra dalle dodici alle quindici volte al giorno. La precisione delle coordinate è di circa cinque metri, sufficiente per guidare un drone d'attacco con testata da cinquanta chilogrammi.
Il software consente inoltre ai soldati di confrontare immagini satellitari attuali e storiche per rilevare cambiamenti nelle infrastrutture o nei movimenti delle truppe, di utilizzare strumenti di intelligenza artificiale per scansionare vaste aree e identificare obiettivi in movimento, e di sfruttare funzionalità di modellazione tridimensionale per simulare le traiettorie di volo dei droni, rendendo gli attacchi più efficaci.
Resta da capire se queste tecnologie, strettamente legate all'uso dei droni, potranno compensare la cronica carenza di uomini dell'esercito ucraino ed evitare il collasso di Kiev, o se si limiteranno a infliggere danni alla Russia senza cambiare le sorti di una guerra ormai basata sull'usura reciproca. Senza scossoni decisivi, sul lungo periodo il logoramento finirebbe infatti per premiare Mosca, almeno sul terreno strettamente militare.
Se vi state chiedendo perché il premier albanese Edi Rama stia svendendo la sua patria al genero sionista di Trump, producendo una vera e propria rivolta nel suo paese, vi consigliamo di ascoltare con molta attenzione questo passaggio che ha pronunciato alla Knesset nel gennaio del 2026 poche settimane prima della barbara aggressione della Coalizione Epstein contro l'Iran.
Se vi state chiedendo perché Edi Rama stia svendendo la sua patria a Kushner, ecco il suo discorso alla Knesset del gennaio 2026. pic.twitter.com/oS61844pZd
— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) June 6, 2026
"Ecco perché l'Albania è stata tra i primi Paesi in Europa ad adottare una nuova e avanzata legislazione contro l'antisemitismo; perché abbiamo integrato lo studio dell'Olocausto nei nostri programmi scolastici; e perché oggi stiamo costruendo, proprio nel cuore dell'Europa, due speciali spazi culturali. Questi luoghi sono ispirati dalla forza e dal luminoso esempio dei nostri nonni, musulmani e cristiani, che rischiarono la propria vita per salvare quella degli ebrei.
Ma non si tratta solo degli ebrei. Si tratta dell'umanità. E non dell'umanità intesa come parola generica o concetto astratto, ma della nostra umanità.
È per questo che, ormai da molti anni, l'Albania offre protezione a migliaia di cittadini iraniani, la cui opposizione ai macellai di Teheran mette le loro vite in grave pericolo. Non è stato un gesto privo di rischi per noi, e non lo è nemmeno oggi.
Tuttavia, restare umani quando la propria umanità è messa a dura prova non è mai privo di pericoli."
Il presidente consrvatore e neoliberista boliviano, Rodrigo Paz, sta valutando la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza per ampliare l'impiego delle Forze Armate al fine di contrastare i blocchi stradali attuati da agricoltori e sindacati.
Questa misura si aggiunge alla persecuzione politica che sta conducendo contro i leader sociali che animano la rivolta boliviana contro il neoliberismo selvaggio.
Paz ha supervisionato le operazioni insieme al Ministro della Difesa Ernesto Justiniano e ha ribadito il suo appello alla pace, affermando che "ciò di cui la Bolivia ha bisogno è il dialogo, non lo scontro". Tuttavia, il presidente sta valutando la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza, una misura già approvata dal Senato e in attesa di ratifica da parte della Camera dei Deputati. Questa circostanza conferirebbe una presunzione di legalità alle azioni militari e trasferirebbe la responsabilità politica al governo.
Paz ha inoltre rivolto un appello ai leader che hanno partecipato alle manifestazioni dall'inizio di maggio, esortandoli a non credere alle parole dell'ex presidente Evo Morales. L'attuale presidente boliviano sta tentando di costruire una falsa narrativa contro Morales, accusandolo di finanziare le proteste con denaro proveniente dal narcotraffico, un'azione volta a screditare e incriminare i suoi oppositori.
???? Bolivia: Gobierno anuncia medidas ante protestas sectoriales
???? El presidente Rodrigo Paz de Bolivia anunció medidas de presión para frenar las protestas sectoriales que cumplen más de cuatro semanas. Los movimientos sociales mantienen su exigencia de renuncia del mandatario,… pic.twitter.com/imGejWPOLX
Il conflitto si sta intensificando, con quasi cento posti di blocco in tutto il Paese, che interessano anche Cochabamba, Oruro e Potosí. Il presidente Evo Morales ha nuovamente accusato il governo di finanziare le proteste con denaro proveniente dal narcotraffico per eludere i problemi legali, tra cui un mandato di arresto per traffico di esseri umani. "Sta usando il popolo come trampolino di lancio per difendersi dai suoi problemi legali", ha dichiarato il presidente. L'ex presidente indigeno ha inoltre denunciato di essere a conoscenza di un piano per arrestarlo e successivamente consegnalarlo agli USA.
A livello internazionale, gli Stati Uniti hanno ribadito il loro sostegno a Paz, con il Segretario alla Difesa Pete Hegseth che ha dichiarato sul suo account X che "la Bolivia non deve permettere che venga ripristinato il vecchio status quo del dominio narco-terroristico nella regione". Allo stesso modo, l'alleanza regionale - asservita agli USA - Scudo delle Americhe ha denunciato i "continui tentativi di rovesciare" il governo boliviano, allineandosi alla posizione di Washington sulla crisi interna.
Questa posizione non è passata inosservata e Morales l'ha criticata per essersi schierata dalla parte del governo mentre la popolazione ne subisce le conseguenze. "Ora ricorrono di nuovo al discorso del 'narco-terrorismo' per stigmatizzare la protesta sociale e screditare le legittime rivendicazioni di coloro che difendono la democrazia, la sovranità e le nostre risorse naturali", ha affermato Evo Morales in un post sul suo account X, denunciando la possibile interferenza straniera.
Venerdì, forze di polizia e militari sono riuscite a sbloccare una via di rifornimento strategica per La Paz ed El Alto, città colpite da oltre un mese di proteste che chiedevano le dimissioni del presidente Rodrigo Paz. L'operazione, supportata da mezzi pesanti e attrezzature antisommossa, ha permesso la ripresa delle consegne di cibo dalle zone agricole di Lipari e Río Abajo.
C'è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui l'Unione Europea porta avanti la propria politica estera ed economica. Non si tratta di una politica estera lungimirante, né di una strategia industriale coerente. Assomiglia piuttosto a una risposta automatica a impulsi che arrivano dall'esterno, principalmente da Washington, e che Bruxelles recepisce e trasforma in decisioni capaci di danneggiare prima di tutto i cittadini europei.
Oggi il bersaglio è la Cina. Ma la storia, per chi ha memoria, risuona in modo inquietante. Abbiamo già visto come è andata con la Russia, e sappiamo come è andata a finire.
Quando l'Europa decise di sanzionare masochisticamente Mosca, lo fece con una foga che lasciava poco spazio al ragionamento economico. Le conseguenze furono devastanti per interi settori produttivi europei, dall'agricoltura all'energia, dall'industria manifatturiera al commercio di prossimità. Le bollette dei cittadini alle stelle, le imprese strozzate dai costi energetici, una recessione strisciante che ha colpito soprattutto i Paesi più industrializzati del continente. La Russia, nel frattempo, ha trovato nuovi mercati, ha riorientato i propri flussi commerciali verso est e verso sud, e ha retto all'urto molto meglio di quanto i tecnocrati di Bruxelles avessero previsto. L'Europa ha pagato il conto da sola.
Ora si prepara a ripetere l'esperimento con un interlocutore enormemente più grande e più radicato nell'economia globale.
I numeri parlano da soli, e sono numeri che dovrebbero fare riflettere chiunque abbia a cuore il benessere dei lavoratori e delle famiglie europee. Nel 2025, il deficit commerciale dell'Unione Europea con la Cina ha raggiunto i 359 miliardi di euro, più del doppio rispetto al periodo pre-pandemia. Pechino ha venduto quasi 560 miliardi di euro di merci al mercato europeo, mentre le esportazioni europee verso la Cina sono scivolate sotto i 200 miliardi. Un divario enorme, certo. Ma la risposta non può essere quella di alzare barriere che colpiscano le tasche di chi compra quei prodotti, cioè i consumatori europei.
Eppure è esattamente quello che si sta considerando a Bruxelles. Bloomberg ha rivelato che la Commissione Europea si prepara a mettere in guardia cittadini e imprese da una possibile guerra commerciale con la Cina, ammettendo in privato che Pechino quasi certamente risponderà con ritorsioni. La Commissione stessa ha dichiarato pubblicamente che la relazione con la Cina non è più sostenibile. Una frase che suona come un atto d'accusa ma che nasconde una domanda fondamentale: sostenibile per chi? Per le élite che gestiscono il processo decisionale europeo, o per i milioni di persone che dipendono da catene di approvvigionamento, da prezzi accessibili, da forniture industriali che passano in larga parte attraverso la Cina?
Pechino non ha mancato di rispondere con chiarezza. Mao Ning, portavoce del Ministero degli Esteri cinese, ha smontato il linguaggio diplomatico europeo con una sintesi efficace: che si chiami riduzione del rischio, diminuzione della dipendenza o riequilibrio commerciale, si tratta comunque di protezionismo. E il protezionismo, ha avvertito, non colpisce i governi, colpisce le imprese e i consumatori, aumentando i costi e riducendo la competitività nel lungo periodo.
È un avvertimento che merita di essere preso sul serio, non liquidato come propaganda. Perché viene confermato anche dalla stessa OCSE, che pur criticando il sistema di sussidi cinese, riconosce implicitamente che il successo di Pechino in settori come l'energia solare, i veicoli elettrici, le telecomunicazioni e la cantieristica navale è reale e radicato. Non è un'illusione contabile.
Ricercatori cinesi, in un'analisi pubblicata dall'agenzia Xinhua, hanno messo il dito su una piaga che in Europa nessuno vuole toccare: il problema non è il surplus produttivo della Cina, ma la mancanza di innovazione europea e la chiusura dei propri mercati. Una lettura scomoda per Bruxelles, ma difficile da ignorare, specialmente guardando come l'industria continentale abbia progressivamente perso terreno in quasi tutti i settori ad alta intensità tecnologica. Una naturale conseguenza dell'implemetazione di ricette economiche basate sull'ideologia del neoliberismo selvaggio.
C'è poi un elemento strategico che rende questa partita ancora più pericolosa per l'Europa. La Cina non è la Russia. Non è un Paese isolabile (obiettivo fallito anche con la Russia) con qualche pacchetto di sanzioni. Ha già dimostrato di saper reggere alla pressione USA, molto più strutturata e determinata di quella europea. Ha mercati alternativi, ha accumulato riserve tecnologiche e produttive, sta costruendo infrastrutture commerciali nei Paesi vicini all'Unione Europea, come il Marocco, che hanno accordi di libero scambio con Bruxelles e che potrebbero diventare porte d'ingresso per aggirare qualsiasi futuro dazio. In altre parole, la Cina ha già pensato alle contromosse. L'Europa, a giudicare dalle divisioni interne alla stessa Commissione, no.
Quello che manca in questo dibattito è la voce dei popoli europei. Non degli industriali che chiedono protezione dalla concorrenza, non dei funzionari che ragionano in termini di quote di mercato e rapporti strategici, ma dei lavoratori, degli artigiani, delle piccole imprese, delle famiglie che ogni giorno fanno i conti con il costo della vita. Queste persone non hanno chiesto una guerra commerciale con la Russia, eppure l'hanno pagata cara. Non stanno chiedendo una guerra commerciale con la Cina, eppure si preparano a subirne le conseguenze.
Un'Europa che decide contro i propri cittadini non è un'anomalia della storia recente. È diventata un metodo di governo ben preciso. Si ripete con la stessa logica: si recepiscono le pressioni esterne, si adotta il linguaggio dei valori per giustificare scelte che di valoriale hanno poco, e poi si lascia che siano i più vulnerabili a pagare il prezzo. Prima con il gas russo che non arrivava più e le bollette che triplicavano. Domani, forse, con i prezzi dei pannelli solari, delle auto elettriche, dei componenti industriali che si impennano perché qualcuno a Bruxelles ha deciso che la competizione cinese è sleale.
Il 4 giugno decine di migliaia di albanesi sono scesi in piazza per protestare contro l'imminente distruzione dell'isola di Sazan e della sua delicata costa circostante, destinata a far posto a un progetto di resort di lusso da 1,6 miliardi di dollari guidato da Jared Kushner e Ivanka Trump, rispettivamente genero e figlia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Secondo quanto riferito, i lavori di costruzione del progetto mediterraneo di 1.400 ettari, che comprende l'unica isola albanese, sono già iniziati, mentre i manifestanti denunciano l'accaparramento di terre come l'emblema dell'ingerenza straniera e della corruzione governativa.
Quella che era iniziata come una disputa locale sulla conservazione ambientale si è trasformata in una grave crisi geopolitica, poiché i manifestanti nella capitale Tirana, sventolando bandiere palestinesi e scandendo "L'Albania non è in vendita", hanno esplicitamente collegato la società di investimenti di Kushner, Affinity Partners, alle ambizioni espansionistiche regionali.
???? La situazione sta sfuggendo completamente di mano.
L'Albania è in preda per il secondo giorno consecutivo a violente proteste di massa contro l'accordo di Kushner per l'esproprio di terreni del valore di 4 miliardi di dollari. ????????
L'azienda, che riceve un sostegno significativo da fondi sovrani sauditi, qatarioti ed emiratini, è stata oggetto di intense indagini per i suoi legami con gli insediamenti israeliani illegali nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est occupata.
Albania contro Israele: i fischi hanno sovrastato l'inno nazionale israeliano durante la partita di calcio.
Pugni, spintoni, scarpe e immondizia piovevano dagli spalti sulla squadra israeliana.
I critici sostengono che il progetto sia un'estensione dell'approccio opportunistico di Kushner, già evidente nella sua leadership del progetto di ricostruzione di Gaza "Board of Peace", che privilegia gli investimenti stranieri e il patrimonio privato della famiglia Trump rispetto agli aiuti umanitari.
Proteste in Albania per il progetto di Kushner sull'isola, legato a Israele — Proteste e scontri violenti sono scoppiati nel fine settimana quando macchinari pesanti hanno iniziato a scavare sull'isola albanese disabitata di Sazan, dove Jared Kushner e Ivanka Trump progettano di costruire un resort ecologico di lusso.… pic.twitter.com/V04e8CxRX3
Il governo albanese, guidato dal Primo Ministro Edi Rama, ha conferito al progetto lo "status di investitore strategico" alla fine del 2024, una designazione che consente agli sviluppatori di aggirare gli ostacoli normativi standard.
Questa mossa ha innescato un'indagine da parte della SPAK, l'organismo anticorruzione albanese, sulle modifiche legislative che hanno indebolito la tutela dei terreni nazionali per agevolare tali accordi.
Mentre Rama difende l'investimento come un percorso necessario per modernizzare il Paese, gli oppositori considerano l'accordo – a quanto pare concepito durante un viaggio nel Mediterraneo a bordo di una nave di proprietà dei Rothschild – un tradimento della sovranità nazionale.
Jared Kushner ammette che è stato il suo amico Nat Rothschild ad aiutarlo a trovare la sua nuova isola privata isolata nel mezzo del Mediterraneo mentre era in vacanza sulla sua barca.
Kushner afferma di aver avuto un incontro privato con il Primo Ministro albanese sulla barca di Rothschild… pic.twitter.com/qKxA519bZO
Le tensioni sono ulteriormente alimentate dalla spinta del governo verso legami più stretti con Israele, che i critici collegano al ruolo di Kushner come inviato statunitense e membro del Board of Peace.
Per molti albanesi, l'installazione di guardie di sicurezza private e filo spinato lungo la costa dello Zvernec rappresenta un "crollo totale dello stato di diritto", dove gli interessi di personaggi stranieri di alto profilo prevalgono sui diritti locali.
I manifestanti sostengono che la lotta non riguarda più solo la salvaguardia dell'ambiente, ma la resistenza a un governo che, a loro avviso, sta svendendo il patrimonio nazionale al miglior offerente straniero.
Un nuovo sondaggio del Pew Research Center, pubblicato il 4 giugno, mostra che la maggior parte delle persone in decine di paesi del mondo ha un'opinione "sfavorevole" di Israele e non ha "fiducia" nel Primo Ministro Benjamin Netanyahu.
Il sondaggio è stato condotto tra l'8 febbraio e il 13 maggio di quest'anno, coinvolgendo 36 paesi.
La maggior parte delle interviste è stata condotta dopo l'inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, alla fine di febbraio.
Nei 36 paesi considerati, il 36% ha un'opinione "sfavorevole di Israele", mentre il 25% ne ha un'opinione favorevole. Il 36% rappresenta circa i due terzi.
"Le opinioni sono particolarmente negative nei luoghi a maggioranza musulmana oggetto dell'indagine, tra cui Bangladesh, Indonesia, Malesia, Pakistan, Turchia e le aree [occupate] della Cisgiordania e Gerusalemme Est", ha sottolineato il think tank con sede a Washington, aggiungendo di non essere stato in grado di condurre sondaggi a Gaza, dove Israele continua a bombardare e uccidere decine di palestinesi al giorno in base a un accordo di 'cessate il fuoco' sponsorizzato dagli Stati Uniti.
Il rapporto sostiene, inoltre, che in tutti i paesi europei inclusi nel sondaggio si riscontravano opinioni relativamente negative su Israele.
Circa la metà degli adulti in Italia, Spagna e Paesi Bassi ha espresso un'opinione "molto negativa" su Israele.
In Nord America e in Europa, i giovani sono più contrari a Israele rispetto alle persone più anziane. In Ungheria, il 72% dei giovani tra i 18 e i 34 anni ha un'opinione negativa di Israele, mentre il 42% di coloro che hanno 50 anni o più considera Israele "sfavorevole".
Negli Stati Uniti, l'83% dei liberali e il 37% dei conservatori hanno un'opinione negativa di Israele. In Australia, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Spagna e Svezia, almeno il 90% dei cittadini di sinistra vede Israele sotto una luce negativa.
"In ciascuna di queste nazioni, tale percentuale è almeno 23 punti percentuali superiore rispetto a quella registrata tra le nazioni di destra", ha osservato il rapporto Pew.
Il sondaggio evidenzia anche come la percezione di Israele sia cambiata nell'ultimo anno. Le opinioni sfavorevoli sono aumentate in 13 dei 24 Paesi intervistati. In Argentina, il 46% delle persone aveva un'opinione negativa di Israele, rispetto al 55% attuale.
In Australia, Italia, Nigeria, Polonia e Regno Unito, le opinioni molto negative su Israele sono aumentate a doppia cifra.
In Grecia, solo il 30% esprime un'opinione positiva su Israele, una percentuale pressoché identica a quella dell'anno scorso.
Nella maggior parte delle nazioni intervistate, la maggioranza ha dichiarato di non avere "molta o nessuna fiducia" nella capacità di Netanyahu di "fare la cosa giusta in merito agli affari mondiali".
Ciò include oltre il 50% degli adulti in Australia, Bangladesh, Canada, Francia, Germania, Grecia, Indonesia, Italia, Malesia, Paesi Bassi, Pakistan, Spagna, Svezia, Turchia, Regno Unito e nelle aree occupate della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, che hanno dichiarato di non avere "assolutamente alcuna fiducia".
Numerosi sondaggi mostrano un peggioramento dell'opinione pubblica su Israele in tutto il mondo negli ultimi anni, in particolare negli Stati Uniti. Un sondaggio del Pew Research Center di aprile ha rilevato che quasi il 60% degli adulti statunitensi ha un'opinione negativa su Israele.
A marzo, Drop Site News e Zeteo hanno condotto un sondaggio che ha rivelato come la maggioranza dei cittadini statunitensi creda che il presidente Donald Trump abbia lanciato la guerra all'Iran per "insabbiare" il caso Jeffrey Epstein.
Un recente sondaggio, pubblicato dalla Cattedra UNESCO per la ricerca interdisciplinare sull'antisemitismo presso l'Università di Varsavia, ha rivelato che il 45% dei cittadini polacchi considera le azioni di Israele contro i palestinesi paragonabili a quelle della Germania nazista.
Israele sta attualmente conducendo una devastante campagna di pulizia etnica nel sud del Libano, lanciando quotidianamente brutali raid aerei. Occupa inoltre numerosi villaggi libanesi e ha distrutto decine di migliaia di case di civili, uccidendo oltre 3.500 persone.
A Gaza, due milioni di palestinesi sfollati interni sono ammassati nel 40% del territorio prebellico della Striscia, un territorio che ha subito cambiamenti demografici senza precedenti a causa di due anni di bombardamenti e pulizia etnica. Quasi 1.000 persone sono state uccise da quando è stato annunciato il cosiddetto cessate il fuoco lo scorso ottobre.
L'esercito israeliano ha inoltre compiuto importanti annessioni territoriali in Siria e ha condotto diverse ondate di brutali bombardamenti contro lo Yemen.
Il Financial Times (FT) ha scritto a maggio che l'esercito israeliano ha "conquistato" 1.000 chilometri quadrati di territorio in Asia occidentale a partire dal 7 ottobre 2023.
Mentre il continente latinoamericano affronta una nuova ondata di controffensiva reazionaria, la Bolivia si conferma l’epicentro di uno scontro di classe senza quartiere, dove le logiche del capitale transnazionale tentano di piegare la sovranità di una nazione che ha osato rifondarsi su basi plurinazionali. Da oltre un mese, il paese è attraversato da proteste, mobilitazioni e più di novanta blocchi stradali in almeno sette dipartimenti.
La risposta del governo di Rodrigo Paz non si è fatta attendere ed è giunta secondo il copione che caratterizza i piani di restaurazione coloniale dettati da Washington: l’approvazione al Senato della "Ley de Regulación de Estado de Excepción" e la pubblica discesa in campo del Pentagono e del Dipartimento di Guerra statunitense.
In questo scenario di resistenza e accerchiamento, le voci del leader indigeno ed ex presidente Evo Morales Ayma e della dirigente Wilma Colque, rappresentante della Coordinadora delle 6 Federazioni del Trópico di Cochabamba, assumono il valore di una testimonianza teorica e pratica imprescindibile.
Le loro analisi sono state raccolte nell’ambito di due significativi spazi di dibattito internazionale dedicati alla solidarietà con il popolo boliviano e alla denuncia dell’attacco imperialista alla Patria Grande: uno promosso dalle organizzazioni popolari argentine, l'altro organizzato dalla Central Bolivariana Socialista de Trabajadores y Trabajadoras del Venezuela (CBST).
Lungi dall'essere semplici cronache di una crisi regionale, i loro interventi svelano i fili invisibili che collegano il neoliberismo interno alle strategie globali di saccheggio delle risorse strategiche. Il palcoscenico in cui risuonano queste denunce non è casuale. La Central Bolivariana Socialista de Trabajadores del Venezuela, fedele alla tradizione dell'internazionalismo proletario e cosciente del fatto che l'aggressione imperialista non rispetta i confini geopolitici, ha trasformato i suoi incontri settimanali in una trincea ideologica: quanto mai necessaria in questo momento di massima aggressione e crescente ricatto dell'imperialismo alla rivoluzione bolivariana, seguita al sequestro del suo presidente, Nicolas Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. Discutere della Bolivia a Caracas, o nei forum della solidarietà continentale, significa riconoscere che il destino dei popoli della regione è strettamente connesso.
La criminalizzazione delle forze popolari boliviane, l'uso combinato del Lawfare (la guerra giudiziaria) e della violenza aperta non sono fenomeni isolati, ma rispondono al medesimo copione applicato contro ogni tentativo di autodeterminazione nel continente. In questo spazio di coordinamento, le avanguardie sindacali e contadine hanno denunciato come l'attuale amministrazione statunitense guidata da Donald Trump stia stringendo d'assedio l'asse antimperialista, individuando nella caduta della Bolivia plurinazionale il tassello necessario per la ricolonizzazione economica dell'intera regione.
La natura globale dello scontro è stata esplicitata senza filtri dalle dichiarazioni del Segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth. Attraverso il suo account sulla piattaforma X, l'alto funzionario della Casa Bianca ha gettato la maschera della diplomazia formale, qualificando i dirigenti delle organizzazioni sociali boliviane che guidano le proteste come "narcoterroristi".
L'uso di questa categoria linguistica e giuridica non è nuova per la storia dell'America Latina; è lo stesso paradigma securitario utilizzato durante gli anni più bui del Piano Cóndor per giustificare lo sterminio politico e l'annientamento dei movimenti popolari. Hegseth, parlando a nome del Dipartimento di Guerra e della neonata Coalición Anticartel de las Américas (A3C), ha ribadito il sostegno incondizionato di Washington al governo di destra di Rodrigo Paz Pereira, ammonendo che gli Stati Uniti "sono attenti a ciò che accade in Bolivia" per garantire che non vi sia un ritorno al vecchio statu quo del “dominio criminale”.
La risposta di Evo Morales Ayma a questo esplicito atto di ingerenza è stata immediata e radicale. Attraverso i medesimi canali, il leader del Movimento al Socialismo (MAS-IPCP) ha denunciato come gli Stati Uniti pretendano ancora una volta di esercitare una tutela coloniale sugli affari interni della nazione. Nel suo intervento al forum internazionale, Morales ha decostruito la narrazione imperiale: "Mentre il popolo lotta per difendere la propria economia, le proprie risorse naturali e il diritto a decidere il proprio destino - ha detto -, gli Stati Uniti tornano a immischiarsi per sostenere un governo sempre più screditato. Ora – ha aggiunto - ricorrono nuovamente al discorso del 'narcoterrorismo' per stigmatizzare la protesta sociale e le richieste legittime di chi difende la democrazia, la sovranità e i nostri beni comuni. La Bolivia non ha bisogno di tutele né di minacce”, ha affermato.
L'ex presidente ha poi tracciato una mappa lucida del colpo di Stato permanente che sta soffocando il paese. Non si tratta solo di una crisi di governo, ma di un'operazione complessa che Morales definisce un vero e proprio "Piano Cóndor giudiziario". Il primo passo di questa strategia è stato lo svuotamento strutturale delle istituzioni democratiche e la proscrizione delle forze autenticamente rivoluzionarie. Morales ha spiegato dettagliatamente come magistrati e giudici abbiano operato al di fuori del mandato costituzionale per sottrarre la sigla del MAS-IPCP alla sua base sociale, impedendo la partecipazione politica dei leader più amati.
Questa "truffa elettorale preliminare" ha permesso l'ascesa al potere delle forze neoliberiste guidate da Rodrigo Paz, un'amministrazione che oggi governa senza consenso reale. I dati macroeconomici e sociali presentati da Morales sono indicativi: l'inflazione galoppante, il ritorno della dipendenza dai diktat del Fondo Monetario Internazionale e una svalutazione di fatto della moneta nazionale hanno distrutto il potere d'acquisto dei lavoratori.
Tuttavia, di fronte alla violenza istituzionale, il popolo boliviano ha risposto con la resistenza e con numeri che smentiscono la legittimità sbandierata dal palazzo. Morales ha evidenziato lo storico risultato del Voto Nulo nelle ultime elezioni, che ha raggiunto vette dell'ottanta per cento nei collegi uninominali e ha visto la sconfitta del progetto governativo in centosessantanove municipi.
Un dato che si sposa con i sondaggi urbani d'attualità, i quali registrano una sanzione popolare e una svalutazione dell'operato del presidente Paz che sfiora l'ottantasette per cento. Il neoliberismo boliviano, dunque, si regge esclusivamente sulle baionette e sull'appoggio esterno del Comando Sur. Il pilastro normativo di questa restaurazione autoritaria è la "Ley de Regulación de Estado de Excepción", approvata dal Senato al termine di una sessione drammatica a cui hanno partecipato tre ministri di Stato, e ora inviata alla Camera dei Deputati per la sanzione definitiva.
L'analisi di questo testo di legge svela un disegno eversivo contro la stessa Costituzione Plurinazionale del 2009. Come denunciato con forza dal senatore Wilder Veliz e ripreso nei forum internazionali, la norma concede una vera e propria "carta bianca" alle forze di sicurezza per reprimere e uccidere i manifestanti. La legge stabilisce che le forze armate potranno intervenire nelle operazioni di sicurezza interna ogniqualvolta la capacità operativa della polizia sia giudicata insufficiente, estendendo il controllo militare sulle "infrastrutture critiche", sui sistemi idrici, sulle telecomunicazioni e sulle rotte stradali strategiche.
L'elemento più inquietante e brutale del testo è l'introduzione della presunzione di legalità e di buona fede per le azioni compiute da militari e poliziotti durante lo stato di eccezione. In termini materiali, ciò significa che l'uso della forza letale contro i blocchi stradali e le assemblee popolari sarà considerato legittimo a priori dallo Stato, garantendo l'impunità giuridica e persino l'assistenza tecnica e legale governativa a coloro che eseguiranno i massacri.
Si tratta, come sottolineato da Veliz, di una disposizione che viola frontalmente i trattati internazionali sui diritti umani e che prepara scientificamente il terreno per un genocidio politico contro le comunità in lotta.
Wilma Colque e la materialità della terra: la crisi agraria
Se l'analisi di Evo Morales definisce la cornice macro-politica, la testimonianza di Wilma Colque, esponente di spicco delle organizzazioni indigene e contadine del Trópico de Cochabamba, restituisce la materialità del dramma vissuto quotidianamente dalle basi. La sua non è un'astrazione teorica, ma il racconto della terra nuda, del lavoro nei campi e della fame che torna ad affacciarsi nelle case.
Colque ha denunciato l'impatto devastante della scarsità e del contrabbando di combustibile, una crisi provocata dalle politiche di deregolamentazione selvaggia del governo Paz. L'agricoltura boliviana, in particolare nelle regioni produttrici come il Trópico, ha vissuto negli ultimi vent'anni un profondo processo di meccanizzazione; la terra non si lavora più solo con l'infaticabile azzardo manuale dell'asadón, ma attraverso l'uso di trattori e macchinari che oggi sono paralizzati dalla mancanza di gasolio.
Questa interruzione della catena produttiva si traduce nella distruzione delle esportazioni di prodotti alimentari, come le coltivazioni di platano, e in una drammatica carenza alimentare nei centri urbani. Le conseguenze sociali di questo disastro economico colpiscono direttamente le generazioni future: la dirigente ha stimato che tra i trentamila e i quarantamila bambini della scuola primaria hanno abbandonato gli studi nell'ultimo periodo a causa della povertà e dell'impossibilità delle famiglie di garantire la sussistenza minima, un fenomeno speculare al tasso di abbandono che sta svuotando le università pubbliche del paese.
Un capitolo centrale del pensiero espresso da Wilma Colque riguarda la difesa dell'identità indigena di fronte al tentativo di assimilazione e annientamento simbolico operato dalle nuove élites neoliberiste. La dirigente ha denunciato con sdegno l'ipocrisia dei candidati della destra che, durante le campagne elettorali, non esitano a indossare il poncho tradizionale, a scattarsi foto con le mujeres de pollera e a balbettare frasi nelle lingue native per accaparrarsi il consenso rurale.
Una volta giunti al potere, tuttavia, quegli stessi indumenti e quei corpi diventano l'obiettivo dei gas lacrimogeni, dei proiettili di gomma e delle pallottole di piombo della polizia. In questo contesto, la riappropriazione dei simboli diventa un atto rivoluzionario. La Wiphala, ha ricordato Colque, non è una bandiera elettorale o il logo di un partito politico: è l'emblema millenario della resistenza comunitaria andina, un codice cosmogonico che unisce i popoli d'oltreconfine, estendendosi fino alle comunità in lotta nel Perú.
Il tentativo del governo Paz di proibire o ridimensionare il valore dei simboli plurinazionali risponde alla volontà coloniale di cancellare la soggettività politica dei popoli originari, derubricandoli nuovamente a manodopera subalterna e invisibile. La convergenza analitica tra Morales e Colque tocca il suo culmine quando si svela il vero motore immobile della crisi boliviana: il controllo delle riserve minerali strategiche, in primis il litio e le terre rare, metalli fondamentali per la transizione tecnologica e industriale dell'Occidente.
La Bolivia possiede le riserve di litio più grandi del pianeta, situate nel cuore di quel territorio geografico noto come il "Triangolo del Litio". Mentre nei paesi vicini, come il Cile e l'Argentina di Javier Milei, questa risorsa è stata interamente svenduta e consegnata alle multinazionali statunitensi ed europee senza che rimanesse alcun beneficio reale per le popolazioni locali, la Bolivia della rivoluzione plurinazionale aveva avviato un modello di industrializzazione sovrana con lo Stato come attore principale.
Il governo di Rodrigo Paz opera come il mandatario interno incaricato di smantellare questo modello sovrano per allinearsi alle richieste estrattive di Washington e delle grandi corporazioni della Silicon Valley. Per raggiungere questo obiettivo economico, la militarizzazione del territorio è diventata una necessità stringente. Wilma Colque ha lanciato una denuncia circostanziata che solleva il velo sulle nuove forme di ciberguerra e spionaggio tecnologico applicate sul terreno.
"Un sistema di spionaggio operato direttamente da agenzie statunitensi – ha detto - è penetrato nei confini tri-partitici tra i dipartimenti di Cochabamba e La Paz. Hanno installato apparecchiature ad alta tecnologia in grado di intercettare le antenne delle telecomunicazioni, monitorando ogni chiamata, ogni messaggio e ogni spostamento dei dirigenti sindacali. Sappiamo esattamente dove sono dislocate queste basi e sappiamo che l'obiettivo finale è la cattura del fratello Evo Morales, da esibire come un trofeo politico per l'imperialismo”.
A questa rete di sorveglianza digitale si affianca la vecchia strategia della corruzione e della guerra sporca interna. Risorse finanziarie enormi, provenienti da prestiti internazionali che non si traducono mai in opere pubbliche per il popolo, vengono veicolate attraverso maletini contenenti fino a centomila dollari per comprare la fedeltà di dirigenti compiacenti, dividere i sindacati storici e frantumare la compattezza della Coordinadora de las Seis Federaciones del Trópico de Cochabamba.
Di fronte a un apparato repressivo che si dota di strumenti giuridici speciali per legalizzare il massacro e di tecnologie straniere per il controllo sociale, la risposta che giunge dalle comunità in lotta non è di sottomissione, ma di dignità storica. La conclusione del discorso di Wilma Colque risuona come un manifesto di etica politica per tutto il continente.Le donne indigene, le madri che hanno visto generazioni di figli lottare contro le dittature militari degli anni settanta e ottanta, si ergono oggi come le custodi del futuro della Patria Grande.
L'annuncio è chiaro: se il governo Paz deciderà di decretare lo Stato di Assedio approfittando del fine settimana, i movimenti sociali scenderanno in piazza con i loro figli per attuare la disobbedienza civile di massa, ritirando i giovani dalle caserme e applicando tattiche di autodifesa territoriale, come gli spegnimenti controllati dell'energia elettrica e l'interruzione delle reti internet per ciecare l'apparato di spionaggio statale.
La lotta della Bolivia, esaminata attraverso le voci di Evo Morales e di Wilma Colque nei forum internazionali, dimostra che la contesa non riguarda una presunta stabilità istituzionale o la gestione burocratica di una crisi. La posta in gioco è la scelta tra l'essere una colonia estrattiva subordinata ai bisogni geopolitici del Pentagono o il rimanere uno Stato Plurinazionale sovrano, dove la terra, il litio e il destino degli uomini e delle donne appartengono a chi li lavora e li difende. "Siamo milioni", ricorda la dirigente indigena, e “siamo disposti a morire, ma non a chinare la testa”.
Il regime di Zelensky continua imperterrito a impiegare droni navali in acque internazionali o di Paesi terzi. Dopo quanto accaduto nel Mediterraneo con l'attacco alla nave gasiera Arctic Metagaz e il drone navale scoperto da alcuni pescatori in una grotta in Grecia, questo è solo l'ultimo degli episodi finito sulle cronache.
Un drone navale senza equipaggio della Marina ucraina è esploso venerdì al largo delle coste della Romania, nei pressi del porto di Costanza. Mosca ha subito precisato che si trattava di un drone ucraino, circostanza peraltro confermata da Kiev, che afferma di averne perso il controllo a causa di un'interferenza elettronica delle forze russe, precisando che non si sono registrati feriti.
L’incidente, come del resto già avvenuto in episodi analoghi a causa di droni volanti, aveva sollevato preoccupazioni per un possibile allargamento del conflitto sul fianco della Nato. La Romania è infatti membro dell'Alleanza Atlantica, e qualsiasi esplosione nelle sue acque territoriali avrebbe potuto innescare tensioni ben più gravi.
A fare chiarezza è stata la stessa Marina ucraina con un post su Facebook: "Durante le operazioni nella zona del Mar Nero, un drone senza equipaggio della Marina ucraina, sotto l'effetto della guerra elettronica nemica, ha perso il controllo ed è finito al largo delle coste rumene". Il messaggio sottolinea inoltre che Kiev ha prontamente fornito "alla Marina rumena le informazioni necessarie per prevenire vittime civili".
L'esplosione del drone è avvenuta a poche ore di distanza da un'altra operazione annunciata da Kiev. L'Ucraina ha infatti dichiarato di aver fermato cinque navi nel Mar d'Azov e nelle acque costiere dei territori occupati dalla Russia, accusate di trasportare merci illegali. Secondo il comandante delle forze ucraine che impiegano droni, le imbarcazioni erano coinvolte nel "furto" di grano ucraino, nonché nel trasferimento di materiale militare e carburante.
Non è chiaro se l'esplosione del drone al largo della Romania sia collegata alla morte di cinque cittadini azeri, che secondo il ministero degli Esteri dell'Azerbaigian sarebbero stati uccisi in attacchi di droni contro navi in mare.
Gli episodi navali si inseriscono in un momento delicato sul piano diplomatico. Il presidente russo Vladimir Putin si prepara a parlare a un importante evento economico a San Pietroburgo, mentre il giorno prima Volodymyr Zelensky aveva parlato di un possibile colloquio con il Cremlino per porre fine alla guerra.
Nel frattempo Kiev di fatto continua a fare dell’Europa e il Mediterraneo il suo teatro di guerra, senza che nessuno (o quasi) governo dell’U.E. batta ciglio.
Che cosa sono i movimenti sociali? Sono attori normali nella politica e nella società nei periodi di calma o sono attori straordinari nei periodi di forte tensione? Naturalmente, sono entrambe le cose, poiché tendono ad adattarsi alle circostanze: ricorrono a strategie organizzative più o meno radicate nella loro base sociale, a repertori di lotta più o meno dirompenti, e a identità più o meno radicali. A volte vengono sconfitti e a volte riemergono; a volte si adattano alla normalità e a volte la sfidano.
Inoltre, le due temporalità possono interagire nello stesso periodo storico. Concetti come cicli e ondate di lotte hanno da tempo indicato i modi in cui le proteste convergono nel tempo. Momenti di svolta, eventi trasformativi, proteste dense di avvenimenti sono concetti che indicano come i movimenti sociali non solo si adattino alle opportunità politiche e alle risorse disponibili, ma mettano in moto cambiamenti che producono nuove opportunità e risorse.
Empiricamente, inoltre, mentre i movimenti alternano visibilità e latenza, le memorie e l’eredità delle lotte passano da una fase intensa all’altra; nei periodi di stasi, il quadro di riferimento per pensare i conflitti, le reti organizzative, i repertori di mobilitazione vengono ricordati, alimentati e trasmessi da una generazione all’altra di attivisti.
La ricerca sui movimenti sociali è stata stimolata da momenti di conflitti intensi—come le mobilitazioni anticoloniali degli anni ’50, i cicli di protesta del ’68, compresa la ripresa della lotta di classe, le nuove proteste femministe per i diritti riproduttivi negli anni ’70, la solidarietà internazionale contro l’apartheid in Sudafrica e contro le guerre imperialiste negli anni ’80, ma anche, e con un ritmo accelerato, il movimento per la giustizia globale negli anni 2000, la Primavera Araba e le proteste contro l’austerità negli anni 2010, e le proteste per una Palestina libera e contro il genocidio israeliano negli anni 2020. Inoltre, ogni paese ha le proprie storie di intensificazione delle mobilitazioni dal basso — come, ad esempio, momenti di radicalizzazione come la violenza politica e la repressione, o gli episodi di democratizzazione che hanno trasformato la società e la politica.
Tuttavia, gli studi sui movimenti sociali si sono sviluppati in una fase “fordista” e hanno guardato soprattutto alle condizioni di “normalità”. Come ha osservato William Sewell, il fordismo ha fornito le basi per il positivismo nell’analisi dei movimenti sociali – soprattutto negli Stati Uniti – con l’assunto dell’universalismo, dell’empirismo metodologico e di una presunta neutralità priva di valori. Ciò che il positivismo aveva tralasciato, e che doveva essere reintrodotto, era la contestualizzazione di concetti e teorie, la loro storicizzazione. In contrapposizione alla ricerca di leggi generali, è emersa la necessità di considerare la congiuntura e l’azione.
Riflettendo su queste tendenze generali, il mio contributo allo studio dei movimenti sociali è stato guidato da alcuni punti di riferimento che trovo particolarmente utili per affrontare tempi difficili e intensi, caratterizzati da policrisi, snodi critici, cambiamenti di paradigma, rivolte e resistenze.
Gli elementi principali dell’approccio dinamico che ho utilizzato possono essere sintetizzati come segue:
a) la dimensione processuale, in quanto radicata in una storia complessa
b) la dimensione relazionale, che guarda agli attori nelle loro interazioni
c) la dimensione della costruzione, considerando che i soggetti agiscono sulla base della propria valutazione del contesto esterno e del proprio ruolo in esso.
Nell’affrontare momenti di trasformazioni rapide e profonde, ho trovato la ricerca di solidi meccanismi causali (come li definivano McAdam, Tarrow e Tilly) più congeniale alla mia sensibilità storica “weberiana”, orientata alla comprensione piuttosto che alla ricerca di correlazioni e causalità volte a spiegare, o addirittura a prevedere. Così, nella ricerca sulla violenza politica o sui processi di democratizzazione, in tempi di pandemia o di genocidio, ho riflettuto sui meccanismi relazionali, cognitivi e affettivi che possono portare a cambiamenti nelle strutture politiche e sociali e al consolidamento delle relazioni in un processo di rotture, scosse e sedimentazione (…).
In sintesi, sono cresciuta insieme all’espansione degli studi sui movimenti sociali, contribuendo ai loro successi così come alle controversie, al loro consolidamento, alle sfide. Queste sono state molte, ma affrontate con spirito aperto grazie a ciò che possiamo definire eclettismo teorico e pluralismo metodologico. Ciò non significa che il campo d ricerca fosse privo di conflitti interni, selettività e pregiudizi – come qualsiasi altro settore – ma è rimasto aperto grazie alle continue evoluzioni dell’oggetto stesso su cui concentravamo la nostra attenzione, che ha portato nel mondo accademico nuove generazioni di studiosi con interessi e gusti specifici.
Sono rimasta molto legata agli studi sui movimenti sociali, per diverse ragioni. Innanzi tutto, la maggior parte dei ricercatori in questo campo è mossa da un sincero interesse a migliorare il mondo. Le esperienze di impegno sociale e politico sono state spesso criticate dagli studiosi più mainstream, ma ho scoperto che si sono rivelate molto fruttuose nello sviluppo del quadro cognitivo e nel miglioramento del clima tra gli studiosi del settore. In un momento in cui la “neutralità” viene predicata come requisito del valore scientifico, è fondamentale rivendicare, con Michael Burawoy, il valore di una visione critica della scienza che affronti problemi sociali che non sono affatto “apolitici”,
Inoltre, le vicende politiche hanno imposto una costante innovazione teorica con una propensione agli scambi reciproci tra approcci diversi. Gli studiosi dei movimenti hanno provenienze differenziate – dalla sociologia delle organizzazioni allo studio delle interazioni simboliche, dalla teoria sociologica alle scienze politiche – e hanno costruito un bagaglio di concetti e ipotesi di ricerca combinando spunti provenienti da diversi campi del sapere. Questa tendenza si è ampliata nel tempo, dalla sociologia alle scienze politiche, estendendosi fino a includere la geografia, la storia, l’antropologia, la teoria normativa, il diritto e (persino) l’economia, man mano che ogni nuova ondata di conflitti politici portava nuove generazioni nella ricerca sui movimenti sociali.
L’Europa e l’Italia si trovano in una condizione di smarrimento economico e politico. Sono schiacciate tra due grandi potenze che stanno ridisegnando gli equilibri globali: gli Stati Uniti, impegnati a riportare sotto la propria influenza economica tutte le aree considerate strategiche, e la Cina, che ha costruito un sistema produttivo capace di controllare materie prime, produzione industriale e leadership tecnologica dentro una struttura economica straordinariamente resiliente. In questo nuovo equilibrio internazionale, l’Europa rischia di diventare marginale, e con essa l’Italia. Questo smarrimento deve rapidamente trasformarsi in un progetto capace di collocare l’Europa dentro il nuovo duopolio globale, evitando che il continente venga progressivamente escluso dal potere economico reale. Gli effetti interni di questa marginalizzazione sarebbero gravi: minore crescita, salari più bassi, perdita di capacità industriale e crescente irrilevanza politica.
Per questa ragione il centrosinistra dovrebbe utilizzare il tempo disponibile per costruire un programma economico all’altezza della fase storica, non una sommatoria di provvedimenti o l’ennesimo catalogo elettorale. Serve un orizzonte di politica economica e sociale sufficientemente coraggioso. Senza ambizione, Italia ed Europa sono destinate ai margini.
Il ruolo dell’Europa
Il punto di partenza è l’Europa. Qualunque strategia nazionale seria deve partire dall’Europa. La competizione economica si organizza ormai tra grandi aree continentali. Nessun singolo Stato europeo possiede da solo la massa critica necessaria per competere con Stati Uniti e Cina: solo attraverso politiche europee più solide gli Stati nazionali possono tornare ad avere una funzione strategica. Serve innanzitutto un bilancio europeo autonomo, finanziato da risorse proprie, non inferiore al 5 per cento del Pil dell’Unione. Questa dimensione è appena sufficiente per immaginare un vero bilancio pubblico funzionale: uno strumento capace di utilizzare spesa pubblica, investimenti e, quando necessario, debito comune come leve di politica economica, industriale e anticiclica. Senza questa dimensione fiscale, il Parlamento europeo continuerà a non avere una piena legittimazione e l’euro resterà una moneta strutturalmente fragile.
La moneta unica può ambire a diventare una vera valuta internazionale soltanto se sostenuta da una politica fiscale comune. Una patrimoniale europea rappresenterebbe uno strumento credibile per rafforzare l’autonomia fiscale dell’Unione, da accompagnare a un mercato dei capitali integrato e regolato da istituzioni indipendenti. Di conseguenza, la BCE dovrebbe assumere un profilo più simile alla Federal Reserve, guardando all’inflazione così come all’occupazione. Solo un’Europa economicamente autonoma può costruire una politica estera autonoma, recuperando la diplomazia, una delle grandi invenzioni politiche europee.
Ricostruire il fisco italiano
Dentro questo quadro europeo, gli Stati devono mantenere una propria autonomia fiscale, ma in modo coerente e coordinato. I tributi si sono sempre adattati ai modi di produzione e agli assetti patrimoniali emergenti dall’evoluzione economica della società. Per l’Italia il punto è semplice: tutti i redditi devono concorrere al finanziamento della spesa pubblica sulla base della capacità contributiva e il sistema fiscale deve tornare a essere realmente progressivo. Il modello di riferimento dovrebbe essere la CIT (Comprehensive Income Tax), caratterizzata da una base imponibile formata da un reddito definito nel modo più ampio, così da includere tutte le entrate del contribuente, fra cui anche le plusvalenze. Negli ultimi anni il sistema tributario italiano è stato progressivamente svuotato nei suoi presupposti fondamentali attraverso aliquote sostitutive, agevolazioni settoriali e frammentazione delle basi imponibili. Il risultato è un sistema meno equo, meno trasparente e meno efficiente. Una riforma fiscale seria dovrebbe ricostruire universalità, progressività e coerenza. Ciò significa riportare a tassazione ordinaria quote crescenti di reddito oggi sottratte alla progressività, razionalizzare le tax expenditures, contrastare l’erosione delle basi imponibili e ridurre l’uso di strumenti fiscali costruiti per singole categorie. Meglio abbandonare le bandierine fiscali: il fisco o è coerente oppure non funziona.
Riformare la spesa pubblica.
Alla riforma fiscale deve accompagnarsi una riforma profonda della spesa pubblica. L’Italia gestisce ogni anno circa 1.300 miliardi di euro di spesa pubblica: una massa enorme di risorse che troppo spesso viene amministrata attraverso una moltiplicazione di strumenti frammentati che inseguono gli eventi economici invece di governarli. Ogni crisi produce una nuova misura; ogni emergenza genera un nuovo incentivo. Ogni governo aggiunge nuovi strumenti senza eliminare quelli precedenti. Non è così che si governa la spesa pubblica. Serve una grande riforma che riporti ordine nelle priorità e concentri le risorse sulle missioni fondamentali dello Stato: beni pubblici, beni di merito, investimenti ad alta esternalità positiva e protezione sociale.
Politica industriale e innovazione. La transizione energetica, tecnologica e industriale europea richiede anche una strategia nazionale coerente. L’Italia dovrebbe utilizzare la ricerca pubblica come leva di industrializzazione e contribuire al riposizionamento del proprio sistema produttivo. Il compito dello Stato non è sostituirsi al mercato, ma orientare il cambiamento tecnologico e anticipare la domanda di beni e servizi ad alto contenuto innovativo. In altre parole: cambiare il motore della macchina senza fermarla.
Occorre evitare di sostenere la domanda effettiva senza avere la capacità tecnica di soddisfarla: l’effetto sarebbe importare la parte più nobile e tecnologica degli investimenti.
Riequilibrare il rapporto tra capitale e lavoro
L’ultimo nodo riguarda il rapporto di forza tra capitale e lavoro. Negli ultimi anni si è consolidata una logica fondata su sussidi distribuiti alternativamente alle imprese e ai lavoratori, producendo una deriva verso un fisco sempre più categoriale. Questa strada va abbandonata. Serve innanzitutto un salario minimo definito per legge e costruito insieme alle parti sociali. Allo stesso tempo è necessario affrontare la frammentazione della contrattazione nazionale. Oggi esistono oltre mille contratti collettivi. Il problema non riguarda soltanto i cosiddetti contratti pirata, che interessano una quota limitata di lavoratori. Molti contratti coprono platee troppo ristrette e impediscono al lavoro di esercitare un reale potere contrattuale nei confronti del capitale.
Accorpare i contratti significa rafforzare il lavoro. Anche le tipologie contrattuali in ingresso nel mercato del lavoro devono essere drasticamente ridotte. Quattro o cinque forme contrattuali sono più che sufficienti. Un mercato del lavoro moderno non può essere costruito sulla precarietà permanente.
Il centrosinistra ha davanti una scelta semplice: governare il declino o provare a cambiare traiettoria.
Questo articolo è stato pubblicato da Domani il 2 giugno 2026
Il terremoto di magnitudo ML 6.2 (Mw 6.1) delle ore 0:12:35 IT del 02 giugno 2026 localizzato nel Mar Tirreno, lungo la Costa Calabra nord-occidentale, ha avuto una profondità pari a circa 250 km.
Nella regione del Tirreno sono piuttosto frequenti i terremoti profondi, a causa della subduzione della litosfera ionica sotto la Calabria. Questa sismicità, tipica delle zone di contatto tra placche oceaniche e continentali – come quelle del margine dell’oceano Pacifico e dell’oceano Indiano-, si manifesta nel nostro Paese laddove la litosfera del mar Ionio si approfondisce sotto l’arco calabro e il Tirreno meridionale. Il mar Ionio, infatti, rappresenta il relitto di un antico grande oceano che occupava la regione del Mediterraneo e che è stato “subdotto” e in parte riassorbito nel mantello terrestre per decine di milioni di anni prima sotto le Alpi e poi sotto gli Appennini.
Sezione verticale che taglia il bacino tirrenico da nord-ovest a sud-est dove è riportata la sismicità dal 2005 ad oggi, 2 giugno 2026, con profondità maggiori di 30 km. Si tratta di circa 11 mila terremoti, di questi circa 100 hanno magnitudo ≥ 4.0 e circa 500 magnitudo ≥ 3.0. Dati da terremoti.ingv.it, mappa e sezione di P. De Gori, INGV-ONT.
Per comprendere la struttura della placca litosferica ionica in subduzione (slab) sotto al mar Tirreno, in questa sezione verticale che taglia il bacino tirrenico da nord-ovest (indicato come S120 nella figura) a sud-est (indicato come N120 nella figura) è riportata la sismicità dal 2005 ad oggi, con profondità maggiori di 30 km. La sismicità “disegna” lo sprofondamento dello “slab” litosferico verso nord-ovest. La stella rappresenta la posizione del terremoto avvenuto oggi a una profondità di circa 250 km, e mostra come questo evento sia avvenuto in una porzione dello slab quasi verticale, prima della parte più profonda che sembra avere una immersione più graduale verso nord-ovest.
In figura il segnale sismico registrato dalla stazione GIZZ, situata a Gizzeria (CZ) a nord di Lamezia Terme, a circa 38 km dall’epicentro. La differenza dei tempi di arrivo tra l’onda P e l’onda S è di circa 25 secondia causa della notevole profondità ipocentrale. A parità di distanza dall’epicentro, se si trattasse di un terremoto crostale, quindi superficiale, tipico dell’Appennino, l’intervallo tra l’arrivo delle onde S e delle onde P sarebbe di soli 5 secondi circa.
A causa dell’intervallo di diversi secondi che intercorre tra gli arrivi delle onde P e delle onde S, molte persone hanno erroneamente ipotizzato che si fossero verificati due terremoti distinti; in realtà, si tratta di due diverse tipologie di onde generate dal medesimo terremoto.
Sismogrammi del terremoto profondo (Mw 6.1) avvenuto nel Mar Tirreno il 2 giugno 2026 alle 00:12 italiane (1 giugno 2026 ore 22:12 UTC). Fonte: sito Progetto RS
In figura sono mostrati i segnali sismici, registrati dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale integrata, ordinati con la distanza espressa in gradi, da 0 a 14 gradi, fino a circa 1500 km. Si vedono i primi arrivi delle onde longitudinali – onde P – e delle onde trasversali – onde S; la linea rossa e la linea blu indicano i tempi di arrivo teorici delle onde P e delle onde S, rispettivamente. Dalla figura è evidente la marcata differenza tra i tempi di arrivo delle onde P e quelli delle onde S, che si osserva anche a brevi distanze epicentrali; questa è una caratteristica specifica degli eventi sismici molto profondi.
Il risentimento sismico in superficie per eventi profondi èmolto ampio e caratterizzato da una percezione di onde a più bassa frequenza rispetto a quelle ad alta frequenza caratteristiche dei terremoti superficiali. In questo caso il terremoto è stato avvertito dalla popolazione diffusamente dal Lazio alla Sicilia, come testimoniano gli oltre 7400 questionari arrivati fino a questo momento sul sito “Hai sentito il terremoto?”.
Mappa delle intensità macrosismiche basata sugli oltre 7400 questionari arrivati fino a questo momento sul sito “Hai sentito il terremoto?”.
Un terremoto di magnitudo ML 6.2 (Mw 6.1) è stato registrato dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale alle ore 00:12 italiane del 2 giugno 2026, con epicentro in mare a circa 20 km dalla Costa Calabra nord occidentale, nei pressi di Amantea (provincia di Cosenza).Il terremoto è avvenuto ad una profondità elevata, circa 250 km.
I terremoti profondi, caratteristici di quest’area del Mar Tirreno meridionale, sono provocati dal processo geologico di subduzionedella litosfera ionica sotto la Calabria.
Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in passato in questa area sono avvenuti alcuni terremoti di magnitudo stimata (Mw) compresa tra 4 e 5, tra questi ricordiamo il terremoto del 2 ottobre 1743 di magnitudo Mw 5.1 con epicentro nei pressi di Amantea (CS).
Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che in questa area la sismicità è frequente con terremoti anche di magnitudo superiore a 4 come i due eventi di magnitudo ML 5.1 del 17 dicembre 2008 e del 18 maggio 1998. Entrambi questi terremoti hanno avuto ipocentri molto profondi, tra i 270 e i 310 km come quello di questa notte.
La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP), calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra dei livelli di scuotimentomolto diffusi in tutte le regione meridionali, con valori massimi fino al IV-V grado MCS.
Nonostante l’elevata profondità ipocentrale il terremoto avvenuto nel Mar Tirreno è stato avvertito diffusamente dal Lazio alla Sicilia, come testimoniano i questionari arrivati fino a questo momento sul sito “Hai sentito il terremoto?” . Di seguito la mappa che mostra la distribuzione dei risentimenti sul territorio in scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg).
2 giugno: celebriamo gli 80 anni della Costituzione italiana. Lavoro, diritti, uguaglianza, decentramento, minoranze, indipendenza stato e chiesa, uguaglianza religioni, tutela dell'ambiente biodiversità e ecosistemi, diritto internazionale, ripudio della guerra: sono questi i principi fondamentali su cui si basa la nostra Repubblica. Tra questi non troviamo le armi e nemmeno chi le benedice. E allora [...]
Da Venerdì 29 a domenica 31 maggio si è tenuto in Toscana un seminario interno del Movimento Nonviolento sulla Campagna Un'altra difesa è possibile. Tre giorni di lavoro e convivialità, ospiti di Enrico e Francesca Pompeo nella bellissima tenuta agroforestale del Montevaso in Toscana, durante i quali, attiviste e attivisti del Movimento Nonviolento provenienti da [...]