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Inciviltà sul litorale livornese: spiagge sommerse dai rifiuti

LIVORNO – I festeggiamenti della notte di Ferragosto lasciano sul litorale toscano una pesante scia di polemiche, dopo che l’inciviltà sul litorale livornese ha trasformato ampi tratti di costa e spiagge libere in vere e proprie discariche a cielo aperto. Con il sorgere del sole, immagini di degrado hanno invaso i social network, mostrando centinaia di metri di arenile ricoperti da bottiglie di vetro, bicchieri di plastica, cartoni della pizza e sacchetti di spazzatura abbandonati al termine dei festeggiamenti notturni.

La situazione si è rivelata particolarmente critica nelle località turistiche dell’Alta Maremma e della Costa degli Etruschi, spingendo le amministrazioni locali a prendere una posizione netta di condanna. A San Vincenzo, il sindaco Paolo Riccucci ha affidato ai propri canali social un duro sfogo di fronte all’enorme quantità di spazzatura lasciata sulla sabbia dopo i tradizionali fuochi d’artificio: “Sono davvero amareggiato da certi comportamenti, non li posso accettare e su questo non ci sono scuse. Il rispetto per l’ambiente che ci ospita è essenziale e la mancanza di attenzioni non è un dispetto ad altri ma a noi tutti”. Il primo cittadino ha inoltre sottolineato la complessità logistica nell’organizzare interventi di bonifica straordinari in un lasso di tempo così ristretto, prima dell’arrivo dei bagnanti mattutini: “Lasciare tutto lì significa, oltre al grave danno ambientale, fare un danno alla comunità, perché operazioni di pulizia così importanti rischiano di essere non solo problematiche e invasive, ma persino non realizzabili”.

Ancora più drammatico il bilancio tracciato a Cecina, dove gli arenili protetti delle riserve naturali hanno registrato ingenti danni. La sindaca Lia Burgalassi ha espresso profonda rabbia di fronte al panorama incontrato alle prime luci dell’alba: “Questa mattina le spiagge di Cecina, sia al Tombolo Sud che al Tombolo Nord, erano devastate. Nella notte un consumo di alcol fuori dal normale. Migliaia di ragazzi si sono storditi e hanno barbaramente danneggiato e sporcato l’ambiente, facendo anche del male a se stessi”. La prima cittadina ha rivolto un plauso al personale tecnico e alle forze dell’ordine mobilitate per far fronte all’emergenza: “Grazie agli operatori di Rea, alla Forestale, alle forze dell’ordine e alla polizia locale che tutta la notte e questa mattina si sono adoperati per gestire le criticità e rendere agibili le spiagge”.

Accanto all’indignazione delle istituzioni, il dibattito pubblico vede contrapposte le accuse di maleducazione rivolte ai bagnanti e le proteste di residenti e turisti, che segnalano la necessità di posizionare un numero maggiore di contenitori per la raccolta differenziata nei punti strategici di accesso alle spiagge libere nei periodi di massima affluenza.

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Etna, morto il turista statunitense colpito da un fulmine durante un’escursione

Etna, morto il turista statunitense colpito da un fulmine durante un’escursione

CATANIA (ITALPRESS) – È morto il turista statunitense di 30 anni colpito ieri da un fulmine durante un’escursione sull’Etna. A renderlo noto è l’ospedale Cannizzaro di Catania, dove l’uomo era stato trasportato d’urgenza. Il decesso è stato dichiarato attorno alle 21,30. Il turista era giunto in ospedale già in arresto cardiorespiratorio, dopo che sul luogo dell’incidente erano state avviate le manovre di rianimazione da parte dei soccorritori. Secondo una prima ricostruzione, l’uomo si trovava sul vulcano, in una zona interdetta, quando è stato sorpreso da un temporale ed è stato raggiunto da un fulmine. Poco prima delle 20 era stato allertato l’elicottero Drago 142 per raggiungere la zona dell’incidente. Il personale elisoccorritore ha prestato le prime cure al trentenne direttamente sul posto, quindi lo ha recuperato con il verricello e trasferito d’urgenza all’ospedale Cannizzaro di Catania. Nonostante i tentativi di rianimazione proseguiti anche in ospedale, per il turista non c’è stato nulla da fare.

– Foto Ipa Agency –

(ITALPRESS).

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Kurdistan, due droni carichi di esplosivo dall’Iran attaccano l’ufficio del premier Barzani

Kurdistan, due droni carichi di esplosivo dall’Iran attaccano l’ufficio del premier Barzani

ROMA (ITALPRESS) – Questa mattina due droni carichi di esplosivo lanciati dall’Iran hanno preso di mira l’ufficio del primo ministro della Regione del Kurdistan, Masrour Barzani, e la residenza del capo dell’agenzia di sicurezza della Regione del Kurdistan nel distretto di Pirmam, nella provincia di Erbil. Lo rende noto Direzione Generale Antiterrorismo (Ctd), affiliata al Consiglio di Sicurezza della Regione del Kurdistan (Krsc).

“Due droni esplosivi del tipo Hadid-110 sono stati lanciati dal lato iraniano del confine verso la sede dell’ufficio privato del primo ministro della Regione del Kurdistan e la residenza del direttore del Consiglio di Sicurezza nel distretto di Pirmam, nella provincia di Erbil. Fortunatamente, l’attacco non ha causato vittime”, fa sapere la Ctd. La Ctd ha condannato l’attacco notturno, definendolo “completamente inaccettabile”. Ha inoltre avvertito che “i responsabili dell’attacco ne risponderanno pienamente delle conseguenze”.

– Foto di repertorio Ipa Agency –

(ITALPRESS).

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Cagliari, il calciatore Yael Trepy rischia di annegare in piscina: è ricoverato in terapia intensiva

Cagliari, il calciatore Yael Trepy rischia di annegare in piscina: è ricoverato in terapia intensiva

CAGLIARI (ITALPRESS) – “Cagliari Calcio comunica che il calciatore Yael Trepy è attualmente ricoverato presso l’Ospedale Civile ‘Santissima Annunziata’ di Sassari, dove si trova in terapia intensiva”. Lo si legge in una nota della società sarda.

“Il club è in costante contatto con la struttura sanitaria e con la famiglia del calciatore e segue con la massima attenzione l’evolversi delle sue condizioni. In questo momento ogni pensiero del Cagliari Calcio è rivolto a Yael e ai suoi familiari. Il Club invita inoltre al massimo rispetto della loro privacy e comunicherà eventuali aggiornamenti quando disponibili”, si legge nel comunicato.

Secondo una prima ricostruzione, il calciatore avrebbe rischiato di annegare in una piscina di una villa a Porto Cervo. Classe 2006, prelevato nel 2023 dal Creteil, Trepy ha giocato titolare la partita di Coppa Italia contro l’Arezzo di tre giorni fa, vinta dai sardi per 1-0. Dopo la partita, alla squadra erano stati concessi due giorni di riposo.

– Foto Ipa Agency –

(ITALPRESS).

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Iran. Trump prepara una nuova stretta economica: nel mirino petrolio, banche cinesi e “flotta ombra”

di Shorsh Surme

L’amministrazione Trump si prepara a intensificare la pressione economica sull’Iran con un nuovo pacchetto di sanzioni definito “senza precedenti”, destinato a colpire le principali fonti di finanziamento di Teheran, le esportazioni di petrolio e l’accesso al sistema finanziario internazionale. Le misure si inseriscono nel contesto della guerra in corso e delle interruzioni alla navigazione nello Stretto di Hormuz.
Due giorni fa Trump ha annunciato l’intenzione di adottare nuove e dure misure economiche contro l’Iran, mentre il segretario al Tesoro Scott Bessent ha anticipato che Washington potrebbe introdurre ulteriori sanzioni già dalla prossima settimana. I dati dell’Office of Foreign Assets Control (Ofac) mostrano che, dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno imposto oltre mille sanzioni contro individui, navi e aeromobili collegati all’Iran.
Uno dei fronti più sensibili riguarda le raffinerie indipendenti cinesi, spesso definite “teapot refineries”, che gestiscono una quota significativa delle importazioni cinesi di greggio iraniano. Secondo i dati di Kpler relativi al 2025, la Cina ha assorbito oltre l’80 per cento delle esportazioni petrolifere iraniane, con un ruolo rilevante delle raffinerie indipendenti.
Washington ritiene che colpire queste strutture con sanzioni secondarie potrebbe aumentare i costi legati all’acquisto del petrolio iraniano e ridurre la capacità di Teheran di ottenere valuta estera, fondamentale per finanziare il commercio e le attività dello Stato.
L’opzione più delicata riguarda tuttavia l’eventuale estensione delle sanzioni alle principali banche cinesi, accusate da Washington di facilitare trasferimenti per miliardi di dollari collegati al commercio petrolifero iraniano. Secondo gli esperti, colpire le grandi istituzioni finanziarie di Pechino avrebbe conseguenze molto più rilevanti rispetto alle misure contro società minori, ma comporterebbe anche il rischio di un’escalation economica con la Cina, soprattutto considerando la dipendenza occidentale dalle catene di approvvigionamento dei minerali critici necessari all’industria tecnologica.
Gli Stati Uniti potrebbero inoltre ampliare la campagna contro la cosiddetta “flotta ombra” iraniana, una complessa rete di navi, società e intermediari utilizzata da Teheran per aggirare le sanzioni e trasportare petrolio verso i mercati esteri.
La strategia potrebbe comprendere nuove sanzioni contro compagnie di navigazione, assicuratori e intermediari finanziari che consentono all’Iran di trasformare i proventi delle esportazioni petrolifere in risorse utilizzabili per acquistare beni e finanziare le proprie attività. Gli esperti avvertono tuttavia che una simile politica rischia di trasformarsi in una continua rincorsa, poiché Teheran potrebbe creare rapidamente nuove società ed entità per sostituire quelle colpite.
Tra le opzioni discusse a Washington figura anche un possibile blocco dei collegamenti terrestri dell’Iran, che richiederebbe la cooperazione dei Paesi confinanti, Iraq, Turchia, Pakistan, Afghanistan, Turkmenistan, Azerbaigian e Armenia. Una misura di questo tipo rappresenterebbe una sfida logistica e politica considerevole e potrebbe avere pesanti conseguenze sulla popolazione iraniana, limitando l’importazione di alimenti, energia e altri beni essenziali, senza necessariamente determinare un aumento della pressione interna sul governo.
L’amministrazione statunitense valuta inoltre il ricorso a dazi per penalizzare i Paesi che continuano a commerciare con l’Iran, sebbene la base giuridica di alcune misure tariffarie sia stata indebolita da una recente sentenza della Corte Suprema.
Un nuovo disegno di legge sulle sanzioni contro la Russia comprende anche misure aggiuntive contro l’Iran e potrebbe attribuire a Trump maggiori poteri per imporre dazi ai Paesi che sostengono Teheran attraverso gli scambi commerciali o l’acquisto di armamenti. L’approvazione alla Camera dei Rappresentanti resta tuttavia incerta, a causa dell’opposizione dei democratici e di alcuni repubblicani a un ulteriore ampliamento dell’impiego dei dazi.
Al centro della strategia statunitense restano le entrate petrolifere iraniane, una delle principali fonti di valuta estera per Teheran. Washington punta a ridurre la capacità dell’Iran di esportare greggio e a ostacolare i canali attraverso i quali i relativi proventi vengono convertiti in valuta pregiata, necessaria per finanziare le importazioni e le attività governative.
Il successo della nuova offensiva economica dipenderà quindi dalla capacità degli Stati Uniti di smantellare le reti utilizzate per aggirare le sanzioni senza provocare un forte aumento dei prezzi internazionali del petrolio e, soprattutto, senza trasformare la pressione sull’Iran in uno scontro economico diretto con la Cina.

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Iran, Baghaei “La scadenza di 60 giorni è diventata completamente irrilevante dopo le violazioni Usa”. Proseguono i colloqui con l’Oman

Iran, Baghaei “La scadenza di 60 giorni è diventata completamente irrilevante dopo le violazioni Usa”. Proseguono i colloqui con l’Oman

TEHERAN (IRAN) (ITALPRESS) – Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha affermato che la scadenza di 60 giorni, stabilita in seguito al memorandum del 17 giugno tra Teheran e Washington, non ha più alcuna rilevanza, in quanto gli Stati Uniti hanno violato l’accordo poche settimane dopo la sua firma. “Non esiste alcuna disposizione nel memorandum d’intesa che faccia riferimento a una ‘scadenza di 60 giorni’, e la Repubblica Islamica dell’Iran non formula mai le proprie politiche sotto pressione, ultimatum o scadenze”, ha dichiarato Baghaei.

Il portavoce ha aggiunto che il memorandum prevedeva un periodo di 60 giorni per i colloqui su due questioni: “la revoca delle sanzioni” e “la questione nucleare”, precisando che il periodo avrebbe potuto essere prorogato in caso di mancato raggiungimento di un accordo.A causa della grave e diffusa violazione del memorandum da parte degli Stati Uniti poche settimane dopo la sua firma, non sono stati avviati colloqui”, ha concluso. “Di conseguenza, la questione di un termine di 60 giorni è diventata del tutto irrilevante”, ha aggiunto Baghaei.

PROSEGUONO COLLOQUI CON OMAN SU HORMUZ

I colloqui tra Iran e Oman su una rotta di transito marittimo lungo lo Stretto di Hormuz sono in corso, in un contesto caratterizzato da quelle che Teheran ha definito complesse problematiche di sicurezza. Lo ha affermato il portavoce della diplomazia di Teheran, Esmail Baghaei, in dichiarazioni riprese da Al-Jazeera. “L’elaborazione del piano per la rotta di transito marittimo con l’Oman si è rivelata lunga a causa delle complessità di sicurezza derivanti dalle azioni degli Stati Uniti e del regime israeliano, dal numero di attori coinvolti e dall’ostruzionismo di elementi destabilizzanti”, ha dichiarato Baghaei. “La questione è intrinsecamente complessa”, ha aggiunto.

“L’insicurezza imposta allo Stretto di Hormuz, alla regione e al mondo è il risultato dell’azione militare illegale degli Stati Uniti e del regime israeliano”, ha proseguito. Baghaei ha affermato che il meccanismo proposto mirerebbe a proteggere gli interessi sia dell’Iran che dell’Oman, garantendo al contempo la navigazione commerciale. “È la prima volta che si sta sviluppando un meccanismo per salvaguardare simultaneamente i diritti sovrani dei due Stati rivieraschi e garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali”, ha affermato. “Nonostante i precedenti disaccordi degli Stati Uniti sui propri impegni, i colloqui intensivi tra Iran e Oman per finalizzare una dichiarazione congiunta e istituire un meccanismo sicuro che tuteli gli interessi reciproci proseguono con impegno”, ha aggiunto Baghaei.

MEDIA “IRAN SI PREPARA A UN’ESCALATION”

L’Iran avrebbe impiegato i due mesi successivi alla firma del memorandum d’intesa con gli Stati Uniti per prepararsi a un’escalation dei combattimenti, piuttosto che per la diplomazia. Lo scrive il Wall Street Journal, citando funzionari iraniani e arabi, secondo cui Teheran ha ritenuto che gli Stati Uniti stessero solo prendendo tempo per un futuro attacco.

Pertanto, negli ultimi 60 giorni, l’Iran avrebbe intensificato la produzione di missili e droni e nominato figure intransigenti in posizioni chiave, secondo le fonti. Il periodo di 60 giorni previsto dal memorandum d’intesa scade oggi.

L’articolo del WSJ afferma che funzionari dell’intelligence araba hanno segnalato un “cambiamento strategico” nella leadership iraniana, volto a “preparare le forze a estendere il conflitto”.

– Foto Ipa Agency –

(ITALPRESS).

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Accesso al mare, su tornelli e concessioni anche il centrodestra sta in silenzio

LIVORNO – La vicenda dei tornelli agli stabilimenti balneari di Livorno ha superato i confini cittadini, è stata ripresa dalla stampa nazionale e ha riaperto il confronto sul diritto di accesso al mare. Eppure, nel dibattito politico locale, continua a mancare una voce: quella del centrodestra.

A oggi non risultano, sui principali organi d’informazione e sui canali pubblicamente consultabili, interventi significativi di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia sulla contestazione sollevata ai Bagni Pancaldi Acquaviva, né richieste formali rivolte al Comune per conoscere le modalità di accesso gratuito alla battigia negli stabilimenti cittadini.

Un silenzio che sorprende, soprattutto considerando la rilevanza raggiunta dal caso. Il video realizzato da Matteo Hallissey, presidente di +Europa e dei Radicali Italiani, insieme al creator Ivan Grieco, è stato rilanciato da testate locali e nazionali. Le immagini dei tornelli e la richiesta di un ingresso giornaliero da 7,50 euro hanno associato Livorno a una questione che riguarda l’uso di un bene pubblico e il rispetto degli obblighi imposti ai concessionari.

Il centrodestra cittadino, normalmente pronto a contestare le scelte della giunta guidata da Luca Salvetti, non sembra aver colto l’occasione per chiedere chiarimenti. Nessuna iniziativa pubblica per ottenere una mappa degli accessi gratuiti, nessuna domanda sui controlli svolti dal Comune, nessuna richiesta di convocazione degli uffici competenti o di pubblicazione delle condizioni contenute nelle concessioni.

La prudenza potrebbe dipendere dalla delicatezza della materia. Il governo nazionale, sostenuto proprio da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, ha più volte cercato una mediazione con gli operatori balneari, rinviando il passaggio definitivo alle gare e introducendo un nuovo periodo transitorio fino al 30 settembre 2027.

A Livorno, secondo quanto dichiarato dal sindaco, sono circa 40 le concessioni interessate dalla disciplina europea e destinate alle future procedure pubbliche. Il Comune afferma di attendere il perfezionamento del modello nazionale di bando. Su questo punto, almeno per ora, le forze di centrodestra non sembrano assumere una posizione diversa da quella dell’amministrazione.

Il risultato è un allineamento politico insolito. Da una parte, la giunta di centrosinistra non ha ancora offerto alla città un quadro pubblico e dettagliato delle concessioni, delle relative scadenze e delle modalità con cui viene garantito il libero accesso al mare. Dall’altra, l’opposizione di centrodestra non appare intenzionata a trasformare queste lacune in una battaglia consiliare. Non è possibile affermare che esista un accordo formale tra maggioranza e opposizione. Il silenzio, da solo, non dimostra un’intesa. Ma politicamente produce un effetto simile: lascia fuori dal confronto pubblico una questione sulla quale entrambe le parti sembrano preferire cautela.

Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia si trovano del resto davanti a una contraddizione evidente. Contestare duramente il Comune significherebbe chiedere un’accelerazione sulle verifiche e sulle gare proprio mentre il governo nazionale, espressione degli stessi partiti, continua a gestire con prudenza il rapporto con i concessionari. Difendere apertamente gli stabilimenti, al contrario, significherebbe esporsi sul diritto dei cittadini al libero accesso alla battigia.

La scelta sembra quindi essere quella di non scegliere. Ma per un’opposizione il silenzio non è neutralità: è una posizione politica, soprattutto quando riguarda un tema diventato nazionale e direttamente collegato alla gestione del patrimonio demaniale cittadino.

La vicenda richiederebbe interrogazioni, accessi agli atti e domande precise. Quali stabilimenti dispongono di tornelli? Dove si trovano i percorsi gratuiti? Sono chiaramente segnalati? Le persone con disabilità possono utilizzarli? Quali controlli sono stati effettuati? Quando sono state prorogate le concessioni e quali procedure sta preparando il Comune in vista del 2027?

Sono domande che dovrebbe porre innanzitutto chi siede nei banchi dell’opposizione. Se nessuno le formula, il rischio è che il confronto politico si riduca a una rappresentazione nella quale maggioranza e centrodestra discutono su tutto, tranne che sugli interessi consolidati intorno al mare.

Per la prima volta, almeno su questo tema, Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia sembrano pienamente allineati con il governo cittadino: stessa prudenza, stessa attesa.

Nel frattempo, Livorno continua ad aspettare che qualcuno, in maggioranza o all’opposizione, spieghi con chiarezza dove finisca il diritto del concessionario e dove cominci quello dei cittadini.

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Raduno al Maneo per la nuova Libertas Livorno: volti vecchi e nuovi a lavoro per il campioneto

LIVORNO – Primo ciak della stagione 2026/27 della Libertas Livorno 1947.

Ieri pomeriggio (16 agosto)  la squadra amaranto si è radunata nella struttura del campo sportivo Maneo in via delle Margherite all’Ardenza.

Sotto gli occhi dell’amministratore delegato Ferencz Bartocci e del consigliere Gianfranco Morelli, i giocatori confermati hanno dato il benvenuto nel gruppo ai volti nuovi Giovanni Vildera, David Reginald Cournooh, Filippo Gaeta, ed Eduardo Sakine. L’altro nuovo acquisto, Jayvon Graves, si aggregherà alla squadra nei prossimi giorni. Felice, sorridente e già tirato a lucido Matt Tiby, eletto Mvp straniero per la stagione scorsa.

Coach Andrea Diana si è intrattenuto per qualche minuto con i giocatori a cui ha presentato Alex Latini che da quest’anno fa parte dello staff tecnico che comprende anche il confermato Matteo Bonaccorsi.

Da questa settimana la squadra inizierà la marcia di avvicinamento al campionato.

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Atletica italiana regina d’Europa, Iapichino e 4×400 uomini d’oro a Birmingham

Atletica italiana regina d’Europa, Iapichino e 4×400 uomini d’oro a Birmingham

BIRMINGHAM (INGHILTERRA) (ITALPRESS) – Due ori e un bronzo per chiudere in maniera trionfale gli Europei di atletica a Birmingham. L’Italia vince il medagliere (10-6-6), piazzando i due acuti vincenti in coda.

Larissa Iapichino si impone nel salto in lungo: l’azzurra, già argento continentale a Roma 2024 e campionessa europea indoor un anno dopo, reduce dall’argento indoor ai Mondiali di Torun del marzo scorso, vince con la misura di 7 metri raggiunta al primo tentativo, senza poi migliorarsi negli altri salti. L’argento va alla britannica Jazmin Sawyers (6.99), davanti alla francese Hilary Kpatcha (6.98). “Non è stata la gara che volevo, io pretendo moltissimo da me stessa. Dopo il primo salto speravo di migliorare, ma ho bisticciato un po’ con le rincorse. È stata una gara di altissimo livello. Sono molto felice di essermi regalata questa medaglia, che significa tantissimo. Dal punto di vista familiare abbiamo aggiunto un titolo, perché mia madre non aveva mai vinto un titolo europeo”. 

In chiusura di serata il capolavoro della 4×400 maschile: Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati trionfano con il tempo di 2’59″16 davanti alla Gran Bretagna, argento in 2’59″19 e seconda così nel medagliere finale, terza l’Olanda (2’59″49). “Sono tre giorni che dico ai ragazzi che ci saremmo giocati il medagliere alla nostra gara – esulta Scotti – Ho detto anche agli inglesi che avremmo rovinato la loro festa. Eravamo qui per questo e l’abbiamo fatto”.

Da applausi anche la staffetta femminile che poco prima si prende il bronzo: nella 4×400 Alessandra Bonora, Anna Polinari, Alice Mangione e Eloisa Coiro firmano il tempo di 3’23″57 nella finale vinta dall’Olanda in 3’21″10, davanti alla Gran Bretagna in 3’21″68. “Sono veramente orgogliosa di questo quartetto, delle ragazze che ci hanno portato in finale e dei ragazzi che hanno vinto l’oro – commenta Coiro – Siamo una squadra fantastica, è bellissimo essere qua e vivere queste emozioni”.

– foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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Ceuta, Parolin “Sul fenomeno migratorio serve un approccio comune” / Video

Ceuta, Parolin “Sul fenomeno migratorio serve un approccio comune” / Video

ACI CASTELLO (CATANIA) (ITALPRESS) – “Certamente”. Così all’Italpress il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, a margine della veglia di preghiera organizzata ad Aci Castello in occasione del nono centenario della traslazione delle reliquie di Sant’Agata, risponde alla domanda se il braccio di ferro tra Italia e Spagna sulla crisi di Ceuta rischi di minare l’Europa.
“Sulla questione migratoria non c’è mai stato un grande consenso ed è quello su cui la Santa Sede ha sempre insistito. Sul fenomeno migratorio, con tutta la sua complessità, deve esserci un approccio comune. Noi speriamo che ci sia, che si superino le differenze, le contrapposizioni e ci sia davvero un approccio comune che permetta di affrontare in modo umano questa situazione”, ha aggiunto il cardinale.
Riguardo ai conflitti in Medio Oriente, “la Chiesa da sempre fa un appello alla pace. Purtroppo non sempre questo appello viene seguito. Anzi molte volte non viene seguito – ha sottolineato Parolin -. Però io credo che la Chiesa deve continuare ad insistere su questo tema. Che poi, alla fine, trova eco nei cuori degli uomini perchè gli uomini si accorgono che questa maniera di fare, di condurre il mondo non può portare che ulteriori conflitti, ulteriori dolori e distruzioni”.
Riguardo invece alla guerra in Ucraina, “abbiamo tentato, in tanti modi, a cominciare da Papa Francesco, di offrire una mediazione da parte della Santa Sede – ha aggiunto il cardinale -. Fino a questo momento non c’è stata nessuna risposta in maniera diretta. Noi continuiamo i nostri sforzi. Adesso ci sarà il segretario per i Rapporti con gli Stati, monsignor Gallagher, che andrà a Mosca. Speriamo che qualche frutto si raccolga e si possano avviare dei percorsi di cessate il fuoco e poi, anche, di negoziato”.

– Foto Italpress –

(ITALPRESS).

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Livorno piange don Giuseppe Coperchini, una vita al servizio della Chiesa e della Misericordia

LIVORNO – È morto nella mattina di oggi (16 agosto) don Giuseppe Coperchini, figura storica della Chiesa livornese e per molti anni punto di riferimento dell’Arciconfraternita della Misericordia di via Verdi.

Decano dei Canonici del Capitolo e cappellano maggiore emerito della Misericordia, don Giuseppe era profondamente legato alla città, nella quale aveva svolto gran parte del proprio ministero sacerdotale. La notizia della sua scomparsa ha suscitato cordoglio nella comunità diocesana e tra le numerose persone che lo avevano conosciuto nel corso degli anni.

Originario di Alseno, in provincia di Piacenza, era sacerdote della Diocesi di Livorno dal 1964. Nel luglio 2024 aveva celebrato i sessant’anni di sacerdozio, un traguardo che aveva offerto l’occasione per ripercorrere una lunga esperienza pastorale caratterizzata soprattutto dalla vicinanza ai giovani, alle associazioni cattoliche e al mondo del volontariato.

Per oltre trent’anni era stato assistente spirituale dell’Azione cattolica ragazzi, contribuendo alla formazione di più generazioni. Il suo impegno si era esteso anche allo sport e alle attività educative, intese come occasioni di incontro, crescita e condivisione.

Particolarmente intenso il suo legame con la Misericordia di Livorno. La sua abitazione si trovava accanto alla sede dell’Arciconfraternita di via Verdi e la sua presenza aveva accompagnato quotidianamente volontari, confratelli e famiglie nei momenti di difficoltà. Il ministero di cappellano era diventato nel tempo parte integrante della vita dell’associazione.
Don Giuseppe aveva inoltre ricoperto incarichi parrocchiali ed era stato una figura importante per il quartiere della Torretta. Nel dicembre 2024 aveva partecipato alla riunione di un gruppo di amici cresciuti nel quartiere, molti dei quali lo ricordavano come parroco, insegnante e presenza costante negli anni della loro formazione.

Alla dimensione pastorale univa un’attenzione particolare verso le persone più fragili e verso chi si trovava lontano dal proprio Paese. Nel corso del suo ministero aveva maturato anche un’esperienza significativa nell’assistenza religiosa alle comunità straniere, testimoniando una Chiesa capace di accogliere e accompagnare.

La salma sarà esposta domani (17 agosto) e martedì nella chiesa della Misericordia di via Verdi, dalle 9 alle 18. Domanialle 18 l’Arciconfraternita lo ricorderà con una veglia di preghiera presieduta dall’attuale cappellano maggiore, don Matteo Giavazzi.

I funerali saranno celebrati mercoledì (19 agosto) alle 9 nella Cattedrale di Livorno e saranno presieduti dal vescovo.

Con la scomparsa di don Giuseppe Coperchini, Livorno perde un sacerdote che ha attraversato oltre sessant’anni di vita cittadina con discrezione e continuità. Una presenza rimasta vicina alle persone nella quotidianità, nei percorsi educativi e soprattutto nei momenti in cui il dolore e la fragilità rendono più necessario l’ascolto.
La città e la comunità diocesana si preparano adesso a salutarlo nella stessa dimensione di servizio e preghiera alla quale aveva dedicato la propria vita.

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Agli Europei di nuoto tris d’oro Quadarella, argento Pilato, Ceccon e staffette

Agli Europei di nuoto tris d’oro Quadarella, argento Pilato, Ceccon e staffette

PARIGI (FRANCIA) (ITALPRESS) – Una straordinaria Simona Quadarella cala il suo personale tris d’oro agli Europei di nuoto che si stanno per concludere a Parigi. Dopo aver vinto 800 e 1500, la classe 1998 romana vince anche i 400 stile libero con il tempo di 4’01″34 (nuovo record dei campionati), davanti alle tedesche Isabel Gose, argento in 4’02″41, e Maya Werner, bronzo in 4’03″43. “Ho cercato di aspettare il più possibile, anche se a un certo punto non pensavo di vincere, sembrava le altre non molassero niente. Negli ultimi 50 metri mi sono detta di provarci. Non me l’aspettavo neanche io – ammette la tricampionessa europea – La cosa che più mi impressiona è la costanza e riuscire sempre a stare lì, magari anche con qualche difficoltà come nei 1500, dove non ero così contenta del mio tempo nonostante l’oro. Prima nei 400 non riuscivo ad esprimermi tanto bene, adesso ho trovato la chiave giusta”.

L’oro della Quadarella compensa la parziale amarezza per gli argenti di Benedetta Pilato nei 50 rana e Thomas Ceccon nei 100 dorso, entrambi beffati per un centesimo. La classe 2005 tarantina, già oro continentale a Budapest 2021 e argento a Roma 2022 sulla distanza, chiude in 29″94 la finale vinta dalla lituana Ruta Meilutyte in 29″93. “Questo centesimo mi perseguita in questo posto – commenta Pilato, che ai Giochi di Parigi nel 2024 aveva mancato la medaglia proprio per un centesimo nei 100 rana – Sono contenta, perché per me nuotare tre volte sotto i 30″ è importante. Sicuramente è l’inizio di un percorso. Mi sarebbe piaciuto vincere, ma va bene così. Ho cambiato tutto quest’anno”.

Beffa anche per Ceccon: il classe 2001 veneto (52″28) cede infatti pure lui per un solo centesimo al greco Apostolos Christou, oro in 52″27, mentre il bronzo va al russo (sotto bandiera neutrale) Pavel Samusenko in 52″57.

In chiusura di serata arrivano anche altri due argenti grazie alle staffette 4X100 misti. Sara Curtis, Benedetta Pilato, Anita Gastaldi ed Emma Virginia Menicucci nuotano in 3’53″60 (nuovo record italiano) e vengono superate nel finale dall’Inghilterra, oro in 3’53″50. “Sono veramente contenta perché nessuno tranne noi avrebbe scommesso su questa staffetta – le parole di Curtis – Eravamo vicine al record dei campionati e al record europeo: ci prenderemo tutto. I centesimi nel nostro sport sono quelli, ma un argento è come una vittoria per questa staffetta”. Poco dopo tocca agli uomini conquistare la seconda piazza: il quartetto formato da Thomas Ceccon, Nicolò Martinenghi, Alberto Razzetti e Carlos D’Ambrosio tocca in 3’28″86, arrendendosi solo alla Russia. “Abbiamo lottato – si fa portavoce Ceccon – Sapevamo di essere in 3-4 nazioni a giocarcela e ce la siamo giocata. Il mio argento nei 100 dorso? Quel centesimo brucia, ma anche il tempo è abbastanza lento”.

L’Italia chiude al secondo posto il medagliere. La spedizione azzurra raccoglie 13 medaglie d’oro, 15 d’argento e 15 di bronzo, per un totale di 43 podi, più di qualsiasi altra nazione. A vincere, però, è la Gran Bretagna grazie ai 14 ori, uno in più dell’Italia, che si uniscono alle 4 medaglie d’argento e alle 8 di bronzo. Terzo posto per la Russia (sotto bandiera neutrale) a 10-9-13.

RAZZETTI QUINTO NEI 200 MISTI

Alberto Razzetti è quinto nei 200 metri misti uomini. L’azzurro nuota in 1’56″60 la finale vinta dall’ungherese Hubert Kos in 1’54″24 (record dei campionati), davanti allo spagnolo Hugo Gonzalez de Oliveira, argento in 1’54″44, e al russo (sotto bandiera neutrale) Mikhail Shcherbakov in 1’56″16 (record del mondo Juniores).

BORRELLI SESTA NEI 200 FAFALLA

Paola Borrelli è sesta nei 200 metri farfalla donne. L’azzurra nuota in 2’08″23 la finale vinta dalla britannica Keanna Macinnes, oro in 2’05″90, davanti alla danese Helena Rosendahl Bach, argento in 2’06″14, e alla spagnola Laura Cabanes Garzas, bronzo in 2’07″21.

GUATTI OTTAVO NEI 50 STILE LIBERO

Giovanni Guatti è ottavo e ultimo nei 50 stile libero uomini. L’azzurro nuota in 21″83 la finale vinta dall’ucraino Nikita Sheremet 21″13 davanti al russo (sotto bandiera neutrale) Egor Kornev e al serbo Andrej Barna, entrambi argento ex aequo in 21″37.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Aggredito fuori da un locale a Barcellona, un 21enne italiano è in coma farmacologico

Aggredito fuori da un locale a Barcellona, un 21enne italiano è in coma farmacologico

TREVISO (ITALPRESS) – Un 21enne italiano di Asolo, in provincia di Treviso, è ricoverato in coma farmacologico in un ospedale di Barcellona, dopo essere rimasto ferito in un’aggressione avvenuta davanti a un locale nella città spagnola. Lo riferisce la Tribuna di Treviso.

-Foto di repertorio IPA Agency-
(ITALPRESS).

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L’asse Mosca – Pechino risponde all’Impero nei fronti del Pacifico

 

di Alex Marsaglia

 

La Terza Guerra Mondiale a pezzi, che non è altro che il conflitto imperialista in estensione verso le formazioni sociali che non si sono ancora assoggettate al totalitarismo neoliberista che domina l’Occidente, sta saldando i suoi fronti riscaldandosi anche sul Pacifico. Abbiamo visto nei mesi scorsi la fredda accoglienza riservata al Presidente americano in visita a Pechino, dopo aver promosso una politica di guerra commerciale ed economica sempre più aggressiva. Ma a preoccupare, in Europa come in Asia, è il crescente militarismo degli alleati statunitensi. Il Giappone è spinto al riarmo al punto da mettere in discussione i “Tre principi non nucleari”, sta destabilizzando le relazioni internazionali create nel Pacifico dopo la Seconda Guerra Mondiale e viene chiaramente percepito dall’asse Mosca-Pechino come una minaccia dalla quale tutelarsi saldando sempre di più l’alleanza. Così nel mese di Luglio Russia e Cina hanno accelerato il passo, avviando un’esercitazione navale congiunta in cui le marine dei due Paesi hanno stabilito delle rotte di pattugliamento nella parte occidentale e settentrionale del Pacifico, proprio per arginare le mire imperialiste e colonialiste dei kamikaze locali pronti ad essere scagliati dall’Impero contro i loro confini legittimi.

Il crescendo delle tensioni nelle ultime settimane è però stato notevole, quasi esponenziale. La NATO stessa, sconfinando dai propri ambiti geografici di competenza ha direttamente chiamato in causa la Cina, accusandola di essere “un facilitatore decisivo della guerra in Ucraina”. La Cina, dal canto suo, nella prosecuzione dei piani di innovazione tecnologica dell’apparato militare ha testato un missile balistico a capacità nucleare, come già fatto in precedenza nel 2024 e per questo è stata nemmeno tanto indirettamente attaccata dalle organizzazioni internazionali filo-occidentali per aver “minato la pace nell’area”. La dichiarazione congiunta della Conferenza per il Disarmo dell’11 Agosto (https://geneva.usmission.gov/2026/08/11/joint-statement-on-notifications-of-ballistic-missile-launches/), firmata anche dall’Italia, ha condannato tali test missilistici innescando la risposta piccata della Repubblica Popolare.

Il portavoce del Ministero degli Esteri Guo Jiakun ha risposto rilevando che la dichiarazione congiunta che invocava il Codice di condotta dell’Aia e alludeva al test missilistico cinese “è stata motivata esclusivamente da ragioni politiche”, mettendo a nudo l’utilizzo strumentale delle organizzazioni internazionali fatto dall’Occidente, aggiungendo che “la Cina esorta i paesi interessati a smettere di abusare dei meccanismi multilaterali di controllo degli armamenti”. Il riferimento al “doppio standard” è poi immancabile, visto che Stati come l’Ucraina non solo sono liberi di armarsi, ma vengono armati dall’Occidente stesso per offendere ben più che per difendersi. E così viene fatto anche sul fronte del Pacifico, dove le esercitazioni con i sudditi dell’Impero si svolgono regolarmente: della primavera scorsa quella congiunta tra Stati Uniti e Giappone e i piani di riarmo proseguono spediti in Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Quest’ultimo lo scorso Maggio ha approvato un piano di spesa di oltre 25 miliardi di dollari, di cui oltre 11 miliardi solo in acquisti di armamenti statunitensi. Mentre la Corea del Sud, dei tre, è il Paese con la maggior spesa militare e sta svolgendo in questi giorni un’esercitazione congiunta con gli Stati Uniti.

Viceversa, se la Cina e la Russia osano promuovere esercitazioni militari congiunte, come hanno fatto in maniera sempre più continuativa negli ultimi anni e svolgono test missilistici, vengono immediatamente riprese da queste cosiddette organizzazioni internazionali che con le loro strutture ramificate monitorano la situazione all’unico fine di mantenere lo status quo occidentale e promuovere gli interessi dell’imperialismo americano nell’area.

La Russia e la Cina alleate nel fronteggiare l’imperialismo espansionista statunitense, stanno poi procedendo in concerto sul fronte del Pacifico, smascherando tutte le manipolazioni del caso. Così nelle stesse ore in cui la Cina rispondeva alla Conferenza per il Disarmo, il Presidente Putin si è recato in visita alla flotta, accogliendo la dettagliata relazione del comandante Viktor Liina che ha stabilito come l’offensiva espansionistica dell’imperialismo sia in pieno dispiegamento a livello globale: “le forze della NATO sono coinvolte nella politica regionale dell’area del Pacifico e la situazione si sta complicando”, inoltre nella zona “si stanno formando nuove alleanze ostili, che sono elementi della NATO, ma sotto una diversa veste”. Insomma, l’imperialismo ha attivato i proxy ed è pronto ad utilizzare i propri sudditi per scagliarli contro l’asse Mosca-Pechino. La prontezza e la piena operatività della flotta russa sul Pacifico, che come ha spiegato il comandante Liina “ha condotto un’analisi dettagliata del traffico marittimo nell’area” è però un’ottima notizia, poiché come ha annunciato il 12 Agosto Putin: “La Russia risponderà in modo speculare ai tentativi dei paesi occidentali di sequestrare navi mercantili russe”, chiarendo che “i tentativi di alcuni stati di limitare la navigazione delle navi russe sono pirateria e rapina”. Questo significa che, in assenza di organizzazioni internazionali in grado di far rispettare i più basilari principi del diritto marittimo, la Russia agirà “in modo speculare” e lo farà laddove farà più male, cioè nel Pacifico. La crisi dello Stretto di Hormuz ha infatti colpito maggiormente le ex “Tigri asiatiche” fortemente dipendenti dal petrolio e dal gas mediorientale, le quali si trovano ora aggrappate agli approvvigionamenti che giungono proprio dagli Stati Uniti. Come ha ribadito il Vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo Dmitrij Medvedev, chiosando l’annuncio di Putin: “adottando un approccio simmetrico, la Russia ha il diritto di attaccare qualsiasi nave mercantile di paesi nemici, sia nelle nostre acque che in quelle internazionali”. Lo scontro indiretto tra superpotenze passerà ad un livello successivo, in cui non vi sarà ancora lo scontro diretto tra eserciti, ma giungerà allo scontro diretto tra eserciti e beni, merci ed interessi delle superpotenze che dunque si scambieranno colpi diretti potenzialmente in tutto il globo senza riserva alcuna. Difficilmente la Russia sarebbe stata a guardare a lungo mentre veniva attaccata ormai quotidianamente sul proprio territorio e in tutto il globo e questo annuncio è prodromico alla risposta globale che attuerà. In tutto questo il diritto internazionale resta all’angolo come longa manus degli interessi occidentali, un regolatore impotente. La Repubblica Popolare cinese, da par suo, ha già chiarito i conti in merito al disarmo promosso dalle organizzazioni internazionali, avendo avuto l’esempio storico dell’Unione Sovietica in cui questo ha operato a senso unico.

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Israele vuole che ChatGPT diffonda la sua versione dei fatti su Gaza – Politico

 

Secondo quanto riportato da Politico, Israele ha speso decine di milioni di dollari per migliorare la propria immagine negli Stati Uniti, cercando di influenzare il modo in cui le piattaforme di intelligenza artificiale descrivono il paese.

L'opinione pubblica statunitense nei confronti di Israele si è deteriorata negli ultimi anni, inizialmente a causa della sua risposta agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e, più recentemente, a causa della guerra statunitense-israeliana contro l'Iran e dei relativi costi a carico dei contribuenti. Secondo un sondaggio del Pew Research Center di giugno, sei adulti statunitensi su dieci ora hanno un'opinione piuttosto o molto sfavorevole di Israele, in aumento rispetto al 53% dello scorso anno e al 42% del 2022. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è ancora meno popolare: il 65% degli intervistati dichiara di avere poca o nessuna fiducia nelle sue politiche.

La campagna da 100.000 dollari per influenzare l'IA

In un articolo pubblicato venerdì, Politico ha descritto in dettaglio una campagna israeliana da 100.000 dollari volta a influenzare il modo in cui i modelli linguistici di grandi dimensioni, come ChatGPT, rispondono alle domande su Gaza e sulla guerra tra Israele e Hamas. L'iniziativa ruota attorno all'Hanover Institute for Public Policy, un sito web che pubblica rapporti anonimi sull'antisemitismo e su questioni geopolitiche.

Il progetto è stato avviato tramite la società di pubbliche relazioni francese Havas Media, che gestisce gran parte delle attività di influenza israeliane negli Stati Uniti registrate ai sensi del Foreign Agents Registration Act (FARA) statunitense, e il suo subappaltatore, l'agenzia pubblicitaria Piro Inc, per conto dell'Agenzia pubblicitaria del governo israeliano (LaPam).

L'Hanover Institute descrive il proprio lavoro come «documentario, non dichiarativo» e afferma che la sua ricerca è puramente accademica. Politico, tuttavia, ha citato documenti FARA depositati presso il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti la scorsa settimana che collegano più di una dozzina dei suoi articoli a una campagna di pubbliche relazioni che prevedeva «la creazione e la diffusione di materiale informativo basato sui fatti e supportato da fonti» volto a «educare» l'opinione pubblica statunitense su Israele.

Il sito web, prosegue Politico, ospita numerosi articoli senza attribuzione formulati come domande, tra cui «La tortura dei prigionieri palestinesi è un crimine di guerra?» e «Chi è l'aggressore nel conflitto israelo-palestinese?», il che, secondo Politico, suggerisce che il materiale fosse stato progettato per essere ripreso e citato dai modelli di linguaggio di grandi dimensioni (LLM). Il sito ha inoltre affermato che alcuni indicatori tecnici collegavano il sito web a Res, una startup di intelligenza artificiale con sede a Seattle che aiuta i clienti a ottenere raccomandazioni dai modelli di IA. Il collegamento è stato confermato dal CEO di Res, Hai Tran, in una e-mail.

 

I precedenti e le divisioni politiche negli Stati Uniti

Sebbene i documenti FARA di Piro non identifichino esplicitamente come obiettivo l'influenza sui modelli di linguaggio, Politico ha affermato che sia ChatGPT che Perplexity hanno citato materiale dell'Hanover Institute in risposta a domande neutre su Gaza e Israele.

Non è la prima iniziativa di Israele, legata a Havas, volta a influenzare l'opinione pubblica, anche attraverso l'IA. Secondo un'inchiesta del WSJ pubblicata il mese scorso, l'azienda aveva precedentemente ingaggiato l'ex responsabile della campagna elettorale del presidente Donald Trump, Brad Parscale, per una campagna da 46,5 milioni di dollari che includeva messaggi filoisraeliani generati dall'IA rivolti agli americani, oltre a siti web e post progettati per generare risposte più favorevoli da parte delle piattaforme di IA. Lo scorso autunno, Responsible Statecraft ha riferito che Havas Media ha gestito anche una «campagna di influencer» per la quale ha pagato 900.000 dollari per la produzione di contenuti favorevoli a Israele.

 

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Ucraina. Le 800mila armi disperse durante la guerra preoccupano l’Europa

di Enrico Oliari –

Quasi 800mila armi risultano denunciate come perdute o rubate in Ucraina dall’inizio della guerra, un fenomeno che alimenta i timori sulla possibile proliferazione degli armamenti nei circuiti criminali europei una volta terminato il conflitto. Secondo i dati del ministero dell’Interno di Kiev, dal 2022 sarebbero 780.465 le armi scomparse, 149mila delle quali nei primi cinque mesi del 2026.
Il dato non significa che tutte siano finite sul mercato nero, poiché parte del materiale potrebbe essere stata distrutta, abbandonata sul campo o registrata in maniera incompleta. Le dimensioni del fenomeno indicano tuttavia le difficoltà nel controllare gli equipaggiamenti distribuiti durante una guerra ad alta intensità. Le regioni maggiormente interessate sarebbero Mykolaiv, Kiev e Donetsk, mentre militari ed ex militari sono stati arrestati per tentativi di vendita di munizioni, mine, fucili d’assalto e lanciagranate.
Tra il 2022 e il 2024 le autorità ucraine hanno sequestrato 10.875 tra granate, mine e lanciagranate, con un aumento del 153 per cento rispetto al triennio precedente, mentre le munizioni confiscate sono quasi triplicate. Il problema riguarda anche la possibile destinazione europea di questi materiali.
Già nel 2022 Interpol aveva avvertito del rischio che gli armamenti disponibili in Ucraina potessero finire nelle mani della criminalità organizzata. Anche Europol ed Eurojust avevano espresso preoccupazioni sulla possibile proliferazione. Alcune successive segnalazioni hanno indicato la presenza di materiale destinato all’Ucraina in circuiti criminali o presso formazioni armate straniere, anche se non tutti i casi hanno ricevuto conferme indipendenti.
Allora era anche girata la notizia, ripresa da Notizie Geopolitiche, del ritrovamento nel darknet di un annuncio per la vendita addirittura di un missile anticarro che gli Usa avevano fornito alle forze ucraine.
La dispersione degli armamenti rappresenta da tempo una delle principali preoccupazioni legate alle forniture occidentali a Kiev. Durante il conflitto è possibile seguire le consegne fino ai principali depositi, mentre diventa più complesso ricostruirne il percorso dopo la distribuzione alle unità, le rotazioni dei reparti, le ritirate e l’abbandono di materiali sul campo.
Al problema delle armi si aggiunge quello delle competenze acquisite sul campo. Combattenti stranieri possono apprendere in Ucraina tecniche per l’impiego militare dei velivoli senza pilota, la preparazione di ordigni, le comunicazioni cifrate e le contromisure contro la guerra elettronica, trasferendo successivamente queste conoscenze nei Paesi di provenienza.
La stampa britannica ha riferito inoltre di tentativi da parte di soggetti collegati a gruppi armati e al narcotraffico colombiano di infiltrarsi tra i volontari diretti in Ucraina. Il fenomeno assume particolare rilevanza alla luce della crescente utilizzazione di velivoli senza pilota da parte delle organizzazioni armate colombiane, che ha spinto Bogotà a investire in sistemi di rilevamento e disturbo.
Il rischio maggiore potrebbe emergere alla conclusione della guerra, quando grandi quantità di materiale militare potrebbero diventare eccedenti e aumentare l’interesse di trafficanti e organizzazioni criminali. La posizione geografica dell’Ucraina, confinante con quattro Stati dell’Unione europea e collegata alle rotte balcaniche e del Mar Nero, rende particolarmente delicata la questione.
Per limitare il fenomeno sarà quindi determinante rafforzare la tracciabilità delle forniture, le verifiche nei depositi e, dopo la fine delle ostilità, i programmi di raccolta e distruzione delle armi. Il rischio è che una parte dell’arsenale accumulato durante la guerra continui a circolare molto tempo dopo la cessazione dei combattimenti, alimentando criminalità organizzata e conflitti in Europa e in altre regioni del mondo.

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L'Arabia Saudita lancia una "coalizione marittima" mentre la situazione nello Yemen si aggrava

 

L'Arabia Saudita ha annunciato il lancio ufficiale di una "coalizione multinazionale di difesa marittima" volta a salvaguardare la navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, poiché l'escalation delle ostilità con gli Houthi yemeniti minaccia una delle rotte commerciali più importanti al mondo.

Tredici paesi hanno completato le procedure necessarie per aderire formalmente all'alleanza, mentre quindici hanno firmato la dichiarazione congiunta, ha dichiarato giovedì il Ministero della Difesa saudita. Riyadh ha descritto questo sviluppo come il «vero e proprio avvio» della coalizione e l'inizio della sua attivazione istituzionale e operativa.

L'Arabia Saudita fornirà il primo comandante, mentre il Pakistan dovrebbe nominare il vicecomandante. L'alleanza dovrebbe coordinare la condivisione di informazioni di intelligence, le esercitazioni congiunte e le operazioni marittime volte a proteggere la navigazione commerciale nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden.

L'annuncio giunge in un momento di forte escalation tra le forze sostenute dall'Arabia Saudita nello Yemen e il movimento Houthi, allineato con l'Iran, dopo circa quattro anni di relativa calma.

 

L'escalation in Yemen

All'inizio di questo mese, gli Houthi hanno annunciato attacchi coordinati con missili balistici e droni contro campi militari appartenenti al governo yemenita sostenuto dall'Arabia Saudita e riconosciuto a livello internazionale. Il gruppo ha affermato di aver agito dopo aver individuato preparativi per un'offensiva contro il territorio controllato dagli Houthi. Le forze governative hanno ammesso di aver subito perdite, mentre Reuters, citando fonti governative, ha riferito che almeno 30 soldati sono stati uccisi.

Le tensioni si sono intensificate da luglio, quando una disputa sui voli diretti tra Sana'a, controllata dagli Houthi, e Teheran ha contribuito a far crollare la tregua di lunga data. Dopo che le forze sostenute dall'Arabia Saudita hanno colpito l'aeroporto di Sana'a il 13 luglio per impedire a un aereo iraniano di riportare una delegazione Houthi da Teheran, il gruppo ha accusato Riyadh, ha dichiarato la fine del cessate il fuoco e successivamente ha annunciato un blocco navale dell'Arabia Saudita.

Da allora gli Houthi hanno rivendicato attacchi contro infrastrutture marittime e petrolifere legate all'Arabia Saudita, mentre la coalizione guidata da Riyadh ha colpito siti militari degli Houthi nello Yemen.

 

L'importanza strategica del Mar Rosso

Lo scontro rappresenta una minaccia particolare per Riyadh perché il Mar Rosso è diventato uno sbocco sempre più importante per il petrolio saudita, alla luce del conflitto tra Stati Uniti e Iran e delle gravi interruzioni del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz. Saudi Aramco ha dirottato il greggio lontano da Hormuz attraverso il proprio oleodotto transnazionale verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso. Da giugno, le operazioni di carico in quella località hanno registrato una media di oltre quattro milioni di barili al giorno, più di quattro volte il livello registrato nello stesso periodo dello scorso anno, secondo quanto riportato da Reuters, che cita dati di monitoraggio delle petroliere.

Poiché il petrolio e i prodotti petroliferi rappresentano oltre i tre quarti delle esportazioni saudite, un'interruzione prolungata del traffico marittimo nel Mar Rosso potrebbe quindi minacciare una rotta alternativa cruciale per le esportazioni.

L'attivazione della coalizione arriva anche alla luce delle notizie secondo cui Riyadh si starebbe preparando a un potenziale scontro più ampio con gli Houthi. Il Guardian ha riportato all'inizio di questo mese, citando fonti yemenite, che le forze sostenute dall'Arabia Saudita stavano venendo riposizionate in vista di una possibile offensiva via mare e via terra.

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Sanzioni contro l'Iran: maledizione o benedizione?

 

di Tariq Marzbaan | Al Mayadeen English

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

 

 

La logica imperiale del contenimento

 

“Il modo più efficace per distruggere una flotta è impedire che venga mai costruita.”

 

Questo detto, spesso attribuito agli ufficiali della marina britannica della Prima guerra mondiale, rivela la logica perenne del colonialismo. Se traduciamo il termine “flotta” in sovranità nazionale – forza economica, militare e tecnologica – l’essenza della strategia imperiale diventa chiara: per soggiogare, occupare e saccheggiare una nazione, bisogna innanzitutto assicurarsi che essa non sviluppi mai la capacità di resistere. A tal fine, le potenze coloniali hanno escogitato metodi palesi e occulti per ostacolarne il progresso. Quando questi metodi falliscono, subentrano le bombe e gli eserciti.

Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno perfezionato queste pratiche coloniali attraverso una rete di istituzioni multilaterali: le Nazioni Unite, Bretton Woods, la Banca Mondiale, il FMI, il WEF, le ONG, la Corte internazionale di giustizia e persino veicoli culturali come Hollywood. Questi sono diventati i nuovi strumenti di controllo egemonico – promuovendo l’ideologia neoliberista sotto le spoglie dello “sviluppo” e della “riforma”.

 

Contesto storico – L’Iran e l’ordine finanziario globale

A seguito della Rivoluzione islamica del 1979 e della successiva crisi degli ostaggi – durante la quale emerse che molti dei diplomatici statunitensi coinvolti avevano stretti legami con i servizi segreti – gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni di ampia portata all’Iran. Queste misure si sono progressivamente inasprite nel corso dei decenni, causando danni ingenti all’economia iraniana e infliggendo sofferenze diffuse alla popolazione.

Prima del 1979, l'Iran era un partner attivo delle istituzioni finanziarie occidentali. In qualità di membro fondatore della Banca Mondiale e del FMI (dal 1944), l'Iran ha ricevuto tra il 1975 e il 1979, prestiti per un totale di circa 1,2 miliardi di dollari destinati a progetti infrastrutturali. Per tutto il decennio degli anni '80, i prestiti della Banca Mondiale furono sospesi e il FMI ritirò di fatto le sue attività in Iran. Solo nel 1991, nell'ambito del programma di ricostruzione del presidente Rafsanjani, i prestiti ripresero lentamente e parzialmente.

È da notare che i legami istituzionali non furono mai interrotti del tutto. I rappresentanti iraniani continuarono a partecipare alle riunioni annuali della Banca Mondiale e del FMI – in particolare nel 1987. Per l’Iran, queste riunioni offrivano scarsi benefici finanziari diretti, ma fungevano da piattaforma diplomatica per sollecitare l’alleviamento delle sanzioni. Per l’Occidente, invece, rappresentavano un canale per coltivare all’interno dell’Iran élite finanziarie filo-occidentali – personaggi che in seguito sarebbero stati definiti “riformisti” e che, implicitamente, portavano avanti l’ideologia neoliberista.

Queste attività hanno portato al JCPOA nel 2015–2018 e, di conseguenza, alla parziale revoca delle sanzioni, che a sua volta ha portato a una riduzione della produzione di beni nazionali. Dopo il ritiro di Trump dal JCPOA, l'Iran è stato catapultato in uno stato di agitazione. Negoziatori iraniani come il ministro degli Esteri Javad Zarif e il presidente Hassan Rouhani sono stati umiliati e hanno perso credibilità, anche se era stato Trump a ritirarsi dal JCPOA. I loro critici si sentirono giustificati. Nel febbraio 2025, l'Ayatollah Seyyed Khamenei ha criticato il JCPOA, affermando che la delegazione iraniana si era dimostrata troppo generosa e che gli Stati Uniti non avevano rispettato i propri impegni, ritirandosi infine dall'accordo. Questo ritorno temporaneo alla dipendenza ha di fatto confermato la sua tesi: le sanzioni hanno stimolato l’innovazione, mentre le misure di sostegno hanno favorito la dipendenza.

 

Fratture sociali – classe, ideologia e ethos rivoluzionario

Le sanzioni non hanno colpito tutti gli iraniani allo stesso modo, e ciò ha creato una profonda frattura sociale.

Molti iraniani benestanti – membri della classe alta oligarchica, insieme a segmenti significativi della classe media filo-occidentale – hanno attribuito la responsabilità delle sanzioni al proprio governo. Sostenevano che la retorica anti-occidentale della Repubblica Islamica avesse provocato l’ostilità degli Stati Uniti e impedito l’allentamento delle pressioni economiche. La loro mentalità rimaneva intrappolata nel quadro neoliberista: aspiravano alla privatizzazione, alla deregolamentazione e all’integrazione nei “mercati liberi”, considerando la leadership clericale come l’ostacolo principale alla loro prosperità personale.

La classe media, in particolare, aveva ereditato questo orientamento filo-occidentale dall’era dello Scià, abbracciando, consciamente o inconsciamente, i valori neoliberisti per puro interesse personale.

Eppure entrambe le classi erano in gran parte cieche di fronte alla realtà più profonda: l’ostilità degli Stati Uniti nei confronti della Repubblica Islamica non ha mai riguardato semplicemente l’arricchimento nucleare o i diritti umani. Era, e rimane, un’agenda neocoloniale – un’insistenza affinché l’Iran si sottometta alle norme economiche e politiche dettate dagli Stati Uniti. L’Occidente non avrebbe accettato alcun risultato che non fosse uno Stato cliente neoliberista e remissivo.

 

La bussola rivoluzionaria – la giustizia invece della sottomissione

Ciò che le classi medio-alte non riuscirono a comprendere fu il concetto fondamentale di giustizia dell’Ayatollah Khomeini: la protezione dei mustazafin (gli oppressi) e la solidarietà con la Palestina. Questo principio, perseguito in seguito con uguale vigore dall’Ayatollah Khamenei, rappresentava un rifiuto totale dell’egemonia occidentale.

I gruppi politici di sinistra all’interno dell’Iran spesso si concentravano in modo ristretto sulla ridistribuzione economica, trascurando però questa vigilanza anticoloniale. Gli ayatollah Khomeini e Khamenei avevano compreso che qualsiasi leadership che cedesse alle pressioni esterne avrebbe finito, come tanti Stati post-sovietici, per aprire le porte alla predazione neoliberista, consentendo all’oligarchia finanziaria e tecnologica globale di smantellare la sovranità nazionale dall’interno. La leadership iraniana scelse una strada diversa

 

Il paradosso della pressione – la privazione come catalizzatore

Le sanzioni hanno indubbiamente provocato un’inflazione disastrosa, una massiccia svalutazione della moneta e una disoccupazione paralizzante (con il 39% dei laureati universitari incapaci di trovare lavoro) e carenze di farmaci essenziali. La vita quotidiana è diventata una lotta incessante.

Eppure – ed è proprio questo il paradosso – le sanzioni hanno reso l’Iran più forte, più autosufficiente e più resiliente. Hanno costretto lo Stato a innovarsi, hanno rafforzato le capacità interne e, contrariamente alle aspettative occidentali, hanno suscitato un profondo senso di unità nazionale. Come hanno osservato alcuni studiosi, la pressione esterna spesso “genera involontariamente economie di resistenza, rafforzando le potenzialità interne e ispirando l’unità nazionale”.

 

L’“Economia della resistenza” – Istituzionalizzare l’autosufficienza

L’Iran ha istituzionalizzato questa risposta attraverso la dottrina dell’”Economia della resistenza” – una strategia formulata per la prima volta dopo la Rivoluzione del 1979. Il suo principio fondamentale consiste nel fare affidamento sulle risorse interne, ridurre la dipendenza dai sistemi esterni e massimizzare le capacità interne. Ciò si è tradotto in una politica di sostituzione delle importazioni, evolutasi in quello che gli analisti definiscono oggi un “sofisticato meccanismo di sopravvivenza” che ha superato tutte le previsioni internazionali.

I settori che sono fioriti sotto questa dottrina non sono marginali; sono strategicamente vitali:

  • Farmaceutica e Biotecnologia Medica: l'Iran ha raggiunto un'autosufficienza del 97–99% nella produzione farmaceutica. Poiché i radiofarmaci hanno emivite di poche ore o giorni, l'importazione era impossibile – così l'Iran ne padroneggiò la produzione a livello interno. Oggi produce oltre 70 tipi di radiofarmaci, con 56 paesi che fanno domanda per acquistare le sue apparecchiature mediche nucleari. I medicinali iraniani costano da un quinto a un decimo dei prezzi globali.

  • Militari e Difesa: sanzioni e pressioni belliche accelerarono la ricerca e sviluppo della difesa. L'Iran ora produce missili avanzati, UAV (droni) e risorse navali completamente autonome. Le sue capacità di droni hanno attirato l'attenzione globale e la produzione di missili a corto raggio è completamente autosufficiente.
  • Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (“STEM”) & Nanotecnologia: l'Iran si classifica tra i primi 10 a livello globale nella ricerca sulle cellule staminali e primo in Medio Oriente nella nanotecnologia. È al primo posto tra le nazioni islamiche nelle scienze cognitive e tra i principali produttori globali di pubblicazioni scientifiche nei materiali avanzati e nell'IA.

  • Tecnologia spaziale: l'Iran è ora una delle sole nove nazioni al mondo capaci di produrre e lanciare satelliti in modo indipendente – una chiara dimostrazione di sovranità tecnologica.

  • Agricoltura e Sicurezza Alimentare: l'Iran ha raggiunto l'85% di autosufficienza alimentare e circa il 96% nei beni essenziali. La produzione di grano è passata da 4 milioni a 13 milioni di tonnellate; carne di pollame da 165.000 a quasi 3 milioni di tonnellate.

  • Indipendenza energetica: investendo nelle raffinerie nazionali, l'Iran ha eliminato la sua dipendenza dal carburante importato – una vulnerabilità critica che era stata un punto di pressione esterna.

  • Manifattura industriale: petrolchimica, parti automobilistiche e persino l'industria del legno/carta hanno subito localizzazione e ingegneria inversa, con diversi settori che hanno raddoppiato la produzione dagli anni '90.

 

La forza unificante delle avversità collettive

Forse il vantaggio più significativo risiede proprio nell’ambito sociale e psicologico. Quando le sanzioni vengono percepite come una punizione collettiva inflitta a un’intera nazione – anziché come misure mirate contro i funzionari – la privazione diventa un’esperienza nazionale condivisa. Lo Stato si riposiziona come protettore contro l’ostilità esterna.

La ricerca empirica lo conferma. Uno studio che ha analizzato quasi 2 milioni di tweet di oltre 1.000 influencer iraniani durante la campagna di "massima pressione" dell'amministrazione Trump ha rilevato che ampie sanzioni hanno generalmente migliorato il sentimento pubblico verso il governo iraniano – anche tra le figure dell'opposizione moderate. L'effetto "Rally attorno alla Bandiera", osservato durante periodi di sanzioni intensificate (2005–2020), ha mostrato un sentimento nazionalista aumentato e una maggiore solidarietà a sostegno delle istituzioni statali non civili.

La lotta quotidiana per la sopravvivenza – fare la fila per i beni sovvenzionati, affrontare il crollo delle valute, procurarsi medicinali sul mercato nero – ha, paradossalmente, forgiato un’identità collettiva. Insieme ad altri sviluppi positivi, le pressioni esterne hanno portato a istituzioni statali meglio organizzate e a una struttura di governo che si è dimostrata straordinariamente duratura.

 

La hybris dell'Egemone e il trionfo della sovranità

Il costo umano delle sanzioni non può essere ignorato. L’inflazione, la disoccupazione e la carenza di beni hanno distrutto innumerevoli vite. Tuttavia, se valutati alla luce dell’arco storico della sovranità nazionale, i vantaggi qualitativi sono innegabili.

Le recenti guerre condotte dagli Stati Uniti e dai loro alleati regionali contro l’Iran hanno dimostrato il fallimento definitivo della strategia delle sanzioni. L’Iran non ha ceduto. Ha messo in campo una strategia superiore, una tecnologia autoctona all’avanguardia e una popolazione la cui resilienza era stata forgiata da decenni di privazioni. Ha dimostrato che una nazione che lotta per la propria dignità – armata dei principi di giustizia e di solidarietà anticoloniale – può sopravvivere a una superpotenza intrappolata nella propria hybris.

Le sanzioni erano un’espressione della patologica presunzione degli Stati Uniti: la convinzione illusoria che il mondo non possa funzionare senza l’approvazione americana. L’Iran ha dimostrato il contrario. È diventato un modello di riferimento per la Maggioranza Globale – nazioni che cercano non solo la sovranità, ma anche la dignità che meritano. La maledizione delle sanzioni, grazie al puro ingegno e alla volontà collettiva iraniani, si è trasformata in una paradossale benedizione: una nazione autosufficiente, tecnologicamente avanzata e ideologicamente salda che nessuna potenza esterna può piegare.

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Svelato il «grande mistero» mondiale del petrolio: come ha fatto la Cina a salvare l'economia globale?

 

Quando è scoppiata la guerra tra Stati Uniti, Israele e l'Iran, si sono susseguiti avvertimenti sul possibile crollo del mercato petrolifero, cosa che alla fine non si è verificata. Cinque mesi dopo lo scoppio del conflitto, il greggio Brent si mantiene a circa 40 dollari al di sotto del massimo di 126 dollari al barile raggiunto il 30 aprile. La chiave per risolvere questo «grande mistero», così definito da The Atlantic, è stata la Cina, ma i meccanismi messi in atto da Pechino erano rimasti nascosti.

Ora sono stati resi noti. A poche settimane dallo scoppio del conflitto, la Cina, il maggiore importatore di greggio a livello mondiale, ha dimezzato gli acquisti di petrolio, impedendo proprio l'aumento dei prezzi dei carburanti. Grazie alla decisione del gigante asiatico, altri paesi hanno potuto acquistare il petrolio «liberato», evitando un aumento catastrofico dei prezzi del greggio.

Pechino ha fatto ricorso alla strategia di ingegneria statale: ha utilizzato il greggio già immagazzinato nei propri depositi, ha vietato o limitato la vendita di carburante ad altre nazioni e ha controllato il consumo da parte delle imprese e della popolazione all'interno del paese, secondo quanto riportato da The Economist. In termini economici, ha liberato le riserve, limitato le esportazioni e gestito la domanda.

 

Il lato positivo: stabilizzazione del mercato e investimenti

Il lato positivo è che, se la Cina continuerà a stabilizzare il mercato mondiale dei carburanti, ciò faciliterà la pianificazione degli investimenti in nuova produzione, ha sottolineato The Atlantic. Tuttavia, secondo il giornale, permangono anche aspetti negativi del controllo dei prezzi del petrolio da parte della Cina. Il controllo sulle esportazioni da parte di Pechino ha creato una carenza di gasolio, benzina e cherosene sul mercato. Inoltre, non si sa per quanto tempo la nazione asiatica potrà contenere l'aumento dei prezzi. Tutti questi fattori rendono il mercato petrolifero difficile da prevedere.

Capire in che modo la Cina abbia salvato l'economia mondiale è semplice. Prima delle ostilità, attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano 20 milioni di barili al giorno, che rappresentavano un quinto del volume totale di petrolio mondiale. Quando è scoppiata la crisi, Pechino ha smesso di acquistare cinque milioni di barili al giorno, una quantità enorme (circa un quarto di quanto è andato perso a causa della chiusura della via strategica).

Le opinioni sulle ragioni di questo modo di agire di Pechino divergono. Alcuni esperti ritengono che la Cina stia cercando di costruire potere morbido salvando l'economia mondiale o guadagnando un vantaggio nella contesa economica con gli Stati Uniti. C'è chi ipotizza che in questo modo dimostri al mondo di poter resistere con successo a una crisi petrolifera. Altri ritengono che la Cina sostenga le economie straniere per proteggere la propria base industriale. La sua economia si basa infatti sull'esportazione massiccia dei prodotti fabbricati sul territorio nazionale. Se i clienti in Europa e in Asia non potessero acquistare i suoi beni, la Cina perderebbe «metà del proprio mercato di esportazione e, con esso, una parte significativa della propria economia», ha concluso il giornalista Max Fisher.

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L'alternativa che l'Europa sta mettendo a punto sull'Ucraina per paura di Trump

 

Francia, Germania e Regno Unito temono che l'amministrazione del presidente statunitense Donald Trump li escluda dai negoziati sul conflitto ucraino, ha riferito sabato il New York Times (NYT), citando cinque funzionari europei. Secondo il quotidiano statunitense, per questo i tre paesi stanno cercando un "piano alternativo" per assicurarsi un posto al tavolo delle trattative.

I diplomatici europei stanno lavorando a un formato per i futuri negoziati volto a tutelare gli interessi europei, scrive il quotidiano. Francia e Germania svolgono il ruolo principale nell'elaborazione della posizione europea, mentre il Regno Unito, con il suo nuovo primo ministro Andy Burnham, si mostra più titubante, in parte perché teme di deteriorare i rapporti con il presidente degli Stati Uniti.

 

Il timore di un accordo bilaterale USA-Russia

Gli europei sono consapevoli che qualsiasi negoziazione con la Russia sull'Ucraina sarà guidata dagli Stati Uniti, ma vogliono assicurarsi che Washington e Mosca non raggiungano un accordo «alle loro spalle», aggiunge il NYT. La preoccupazione è che Trump possa concludere un'intesa diretta con il presidente russo Vladimir Putin, scavalcando gli alleati europei che hanno sostenuto militarmente e finanziariamente Kiev sin dall'inizio del conflitto.

Dalla Russia era già stato confermato che Mosca riceve dalle capitali europee «segnali» sulla loro volontà di partecipare ai colloqui per la risoluzione del conflitto, ma non lo ritiene opportuno. «Non lo riteniamo né necessario né opportuno», ha dichiarato il portavoce presidenziale Dmitry Peskov, ribadendo che Mosca considera l'Europa una parte in conflitto piuttosto che un mediatore imparziale.

Alla fine di febbraio, la Russia ha avvertito che il regime di Kiev e l'Europa non fanno altro che minare la ricerca di soluzioni pacifiche alla crisi ucraina. Mosca ha chiarito ai leader europei che i tentativi di impedire il dialogo non li avvicinano al tavolo dei negoziati.

 

La posizione russa sulle condizioni per la pace

Il presidente russo Vladimir Putin ha ribadito più volte che Mosca è impegnata a negoziare e a trovare una soluzione diplomatica alla crisi ucraina. Tuttavia, il presidente spiega che è necessario garantire la sicurezza a lungo termine della Russia, ovvero comprendere ed eliminare le cause profonde del conflitto, tra cui l'espansione della NATO – che Mosca considera una minaccia – e la violazione dei diritti della popolazione di lingua russa in Ucraina. Ad oggi, la Russia non rileva alcuna comprensione di tutte queste questioni da parte dei partner europei dell'Ucraina.

La proposta russa prevede che Kiev ritiri completamente le proprie truppe dalle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, nonché dalle province di Zaporizhzhia e Kherson (annesse alla Russia a seguito di referendum popolari nel 2022) e che riconosca tali territori, insieme alla Crimea e a Sebastopoli, come parte della Federazione Russa. Inoltre, devono essere garantite la neutralità, la non allineamento, la denuclearizzazione, la smilitarizzazione e la denazificazione dell'Ucraina.

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Stati Uniti e Turchia aprono il «vaso di Pandora» con l'accordo sulle armi per l'Ucraina – Mosca

 

Il previsto trasferimento di missili di fabbricazione statunitense e altre armi dalla Turchia all'Ucraina «minerà inevitabilmente la fiducia reciproca» sia con Washington che con Ankara, ha avvertito la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova.

All'inizio di questo mese il Dipartimento di Stato americano ha comunicato al Congresso di essere pronto ad autorizzare la riesportazione di armi dalle scorte turche verso l'Ucraina. Secondo quanto riferito, il pacchetto comprende 70 missili balistici tattici M39 ATACMS, 12 sistemi di lancio multiplo M270, oltre 2.500 razzi M26 con testate a grappolo e 47.000 proiettili di artiglieria a grappolo da 203 mm. Il valore totale dei trasferimenti proposti è stimato in circa 280 milioni di dollari. «I tentativi di ricorrere a una retorica pacificatrice mentre contemporaneamente si forniscono armi ai nazisti ucraini minano inevitabilmente la fiducia reciproca», ha affermato Zakharova, sottolineando che i funzionari turchi avevano ripetutamente sostenuto che Ankara stesse evitando di fornire armi «letali» a Kiev.

Le circostanze relative al trasferimento previsto rimangono «estremamente contraddittorie», secondo la portavoce, la quale ha affermato che non è chiaro chi abbia avviato la riesportazione né come e quando le munizioni raggiungeranno l'Ucraina. Zakharova si è inoltre chiesta perché Washington e Ankara abbiano deciso di aprire un altro «vaso di Pandora», mentre entrambi i paesi rivendicano un ruolo speciale negli sforzi per risolvere il conflitto ucraino.

«Il problema non sono solo le vittime e le distruzioni che le autorità di Kiev cercano di aumentare, ma anche il grave danno alle nostre relazioni bilaterali con Washington e Ankara», ha affermato.

Poiché le armi sono state fabbricate negli Stati Uniti, la loro riesportazione dalle scorte turche richiede l'autorizzazione di Washington. Il Dipartimento di Stato ha presentato i documenti pertinenti al Congresso il 6 agosto. In base alla legislazione statunitense, il Congresso ha 15 giorni di calendario per esaminare il trasferimento proposto. Non è richiesto alcun voto di approvazione separato; a meno che entrambe le camere non adottino una risoluzione congiunta che lo blocchi, l'autorizzazione dell'amministrazione entra automaticamente in vigore.

 

La posizione della Russia sulle forniture occidentali

Mosca ha ripetutamente condannato le forniture di armi occidentali all'Ucraina, sostenendo che prolungano le ostilità e rendono gli Stati Uniti e gli altri paesi della NATO partecipanti diretti al conflitto. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato il mese scorso che le forniture di armi occidentali, i consiglieri militari e le informazioni di intelligence satellitare fornite a Kiev equivalgono a una «partecipazione diretta» alla guerra contro la Russia.

I funzionari russi hanno inoltre ripetutamente accusato Kiev di utilizzare armi a lungo raggio fornite dall'Occidente contro obiettivi civili. Mosca ha specificatamente citato un attacco ATACMS del giugno 2024 contro Sebastopoli, in cui, secondo le autorità russe, sono state uccise quattro persone, tra cui due bambini, e più di 150 sono rimaste ferite. Il Cremlino ha affermato all'epoca che la sofisticatezza dei missili di fabbricazione statunitense significava che Washington fosse direttamente coinvolta nella scelta degli obiettivi e nelle operazioni.

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha analogamente affermato che gli esperti militari della NATO forniscono a Kiev informazioni di intelligence e aiutano a coordinare attacchi di precisione, compresi quelli che hanno colpito abitazioni, impianti energetici, scuole e ospedali.

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Papa “Stop alle violenze contro i palestinesi in Cisgiordania”

Papa “Stop alle violenze contro i palestinesi in Cisgiordania”

ROMA (ITALPRESS) – “Diventano insopportabili le diseguaglianze, le discriminazioni, le barriere che calpestano la dignità di troppi figli e figlie di Dio”. Lo ha detto Papa Leone all’Angelus recitato a Castel Gandolfo. “Siamo Chiesa di Gesù Cristo in un mondo tormentato, un mondo che cerca pace”, ha aggiunto il Pontefice.

Al termine dell’Angelus, interrotto dagli applausi, ha poi detto: “Rinnovo il mio appello affinchè cessino le ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania. E chiedo con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati per una pace giusta e duratura”.

Poi, ha aggiunto: Questa settimana avranno inizio i Giochi del Mediterraneo, che si svolgeranno a Taranto. Essi coinvolgeranno diversi Paesi di Africa, Asia ed Europa che appartengono all’area mediterranea. Auguro che tale evento sportivo sia una profezia di pace e di fratellanza tra i popoli di questa regione e del mondo intero”.

– foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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Atletica, Europei Birmingham: Riva argento nella maratona maschile, Italia seconda a squadre tra le donne

Atletica, Europei Birmingham: Riva argento nella maratona maschile, Italia seconda a squadre tra le donne

BIRMINGHAM (INGHILTERRA) (ITALPRESS) – L’Italia è ancora protagonista nelle prove su strada a Birmingham, dove oggi si concludono gli Europei di atletica. Pietro Riva è medaglia d’argento nella maratona maschile, mentre il team azzurro è secondo nella prova a squadre femminile che combina i tempi delle tre migliori atlete per nazionalità.

Si tratta della diciottesima e della diciannovesima medaglia in questa edizione, con l’Italia sempre al comando del medagliere (8-6-5) davanti alla Gran Bretagna (7-5-2).

Per Riva, già argento nella mezza maratona e oro a squadre agli Europei di Roma 2024, decisiva una condotta di gara che lo ha mantenuto nel gruppetto di inseguitori del tedesco Amanal Petros, oro in 2h09’11, per poi effettuare l’azione decisiva nel momento giusto e chiudere secondo in 2h09’18. “Su strada mi trovo bene, perché c’è questa componente mentale nella quale lavoro tanto per essere vicino alla perfezione, oggi lo sono stato – conferma infatti il portacolori delle Fiamme Oro -. Non ho avuto paura a lasciar andare chi era davanti perché ero fiducioso di quello che stavo facendo”.

Il bronzo va all’israeliano Gashau Ayale in 2h09’21. Il secondo degli italiani è Ahmed Ouhda, diciottesimo in 2h11’45, mentre Daniele Meucci è 23° in 2h14’33 e Xavier Chevrier è 32° in 2h18’21. Si ritira tra il 10 e il 15° km l’altro azzurro Badr Jaafari. L’oro a squadre va a Israele, davanti a Germania (argento) e Francia (bronzo), con l’Italia quinta.

Gara a squadre che porta invece un argento nella prova femminile, dove la migliore delle azzurre è Rebecca Lonedo, sesta in 2h27’55 appena davanti a Sofiia Yaremchuk, settima in 2h28’02. Decisivo anche il 21° posto in 2h33’02 di Giovanna Epis, mentre Alessia Tuccitto è 31^ in 2h39’23.

L’Italia chiude dietro alla Gran Bretagna, oro, e davanti alla Spagna, bronzo. Nella gara individuale vince dominando la finlandese Alisa Vainio (2h22’26), davanti all’ungherese Lili Anna Vindics-Tóth (2h27’21) e alla britannica Abbie Donnelly (2h27’33).

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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La settimana inizia con l’allerta meteo gialla: l’avviso emesso dalla protezione civile regionale

LIVORNO – La settimana inizia con l’allerta meteo gialla: l’avviso emesso dalla protezione civile regionale.

Rischio idraulico idrogeologico del reticolo minore e temporali forti. La sala regionale della protezione civile ha diffuso un avviso di allerta meteo con criticità gialla valido dalle 5 alle 18 di domani (17 agosto) su tutto il territorio di Livorno e provincia. La criticità coinvolge parte della Toscana, nello specifico la linea costiera fino a Piombino e quella interna dei territori in area nord-ovest.

In caso di avvisi di criticità o di allerte meteo, la protezione civile consiglia ai cittadini di alzare il livello della normale prudenza e di seguire le indicazioni fornite dall’autorità di protezione civile locale (Comune) e i canali informativi sulla viabilità, nonché l’evoluzione delle condizioni meteo tramite radio, tv, siti web istituzionali, e di osservare i seguenti accorgimenti: evitare l’attraversamento di strade inondate e sottopassi qualora appaiano allagati in quanto la profondità e la velocità dell’acqua potrebbero essere maggiori di quanto non appaia. La forza della precipitazione potrebbe far uscire dalla loro sede i tappi dei tombini: fare attenzione alla circolazione anche in strade poco allagate. Prestare attenzione a percorrere le strade dove l’acqua si è ritirata perché potrebbero esserci pericoli. Evitare di transitare o sostare lungo gli argini dei corsi d’acqua, e sopra ponti e passerelle. Porre delle barriere per evitare che l’acqua possa allagare locali posti sotto il livello stradale, come cantine e box sotterranei. 

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Una donna di 46 anni trovata morta davanti ad un ospedale nel Cosentino, il compagno rintracciato al porto di Bari

Una donna di 46 anni trovata morta davanti ad un ospedale nel Cosentino, il compagno rintracciato al porto di Bari

COSENZA (ITALPRESS) –  E’ stato rintracciato il compagno della donna di 46 anni, morta la notte scorsa per le percosse subite nel cosentino. L’uomo, un cittadino albanese di 42 anni, è stato bloccato dai carabinieri nel porto di Bari, dove era in procinto di partire. Sarà interrogato per chiarire la sua posizione.

Il corpo della donna è stato trovato dai medici dell’ospedale di Trebisacce all’esterno del Pronto soccorso, ma per la vittima non c’è stato nulla da fare. Le indagini degli investigatori si sono concentrate sul compagno, che si era reso irreperibile.

-Foto ufficio stampa Carabinieri-
(ITALPRESS).

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Furto al MuMe di Messina, rubate quattro opere attribuite ad Antonello. Due tavole del Polittico ritrovate in strada

Furto al MuMe di Messina, rubate quattro opere attribuite ad Antonello. Due tavole del Polittico ritrovate in strada

MESSINA (ITALPRESS) – Clamoroso furto al MuMe, il Museo Regionale Interdisciplinare di Messina. Nella serata di ieri, 15 agosto, ignoti sono riusciti a introdursi nelle sale espositive e a sottrarre quattro opere attribuite ad Antonello da Messina: tre delle cinque tavole superstiti del Polittico di San Gregorio e una preziosa tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà, prelevata da una teca blindata.
Sul posto sono intervenuti agenti della Polizia di Stato e della Scientifica per i rilievi e l’avvio delle indagini. Il museo resterà chiuso al pubblico oggi domenica 16 agosto per consentire ulteriori sopralluoghi.

Il furto ha pesantemente mutilato il Polittico, datato 1473 e originariamente composto da sei tavole. Particolarmente preziosa la tavoletta bifronte, di appena 16×12 centimetri, acquisita dal MuMe nei primi anni Duemila.

 Il colpo al MuMe di Messina avrebbe potuto provocare una perdita ancora più grave per il patrimonio artistico della città. Due delle sei opere prese di mira dai ladri sono state infatti recuperate nella serata di ieri, dopo essere state abbandonate sul muretto esterno del museo, lungo viale della Libertà. A dare l’allarme sono stati alcuni passanti che hanno notato le due tavole e avvertito le forze dell’ordine. Si tratta di due delle cinque tavole del Polittico di San Gregorio, mentre resta da ricostruire la sorte delle altre quattro opere sottratte, compresa la preziosa tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà, estratta da una teca blindata. Secondo una prima ricostruzione, i ladri sarebbero entrati da una porta secondaria. A compiere il furto sarebbero state tre persone con il volto coperto, che potrebbero essere state disturbate o impaurite durante l’azione. Sul posto sono intervenute le forze di polizia e gli specialisti della Scientifica, impegnati nei rilievi per ricostruire la dinamica dell’effrazione e individuare i responsabili.

CONVOCATI I GUARDIANI, AL VAGLIO LE IMMAGINI DELLE TELECAMERE

È la Procura di Messina, con la sostituta procuratrice Maria Di Mulo, a coordinare l’inchiesta sul furto delle quattro opere di Antonello da Messina avvenuto ieri sera al Museo regionale di Messina. La polizia ha già convocato per le audizioni i quattro custodi in servizio al Museo Accascina dopo le 19.30. Secondo una prima ricostruzione, il furto sarebbe stato messo a segno intorno alle 21.50. I ladri, dopo aver forzato una porta laterale, sarebbero riusciti a introdursi nelle sale e ad appropriarsi delle opere. L’allarme sarebbe scattato immediatamente, mentre le telecamere della videosorveglianza, installate all’interno delle stanze e regolarmente funzionanti, avrebbero ripreso le fasi dell’azione. 

“La Procura di Messina sta procedendo a carico di persone, allo stato, ignote in ordine al delitto previsto dall’art. 518-bis, comma 2, cp, furto pluriaggravato di opere d’arte – spiega in una nota il procuratore della Repubblica di Messina Antonio D’Amato -. Le attività investigative, coordinate dalla Procura distrettuale di Messina, sono delegate alla Squadra Mobile della locale Questura e ai carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio culturale. Esse si alimentano, nella immediatezza, con l’acquisizione di fonti dichiarative del personale di vigilanza del museo medesimo, nonché delle immagini degli impianti di video sorveglianza dello stesso museo e di quelli posti lungo la pubblica via”.

LE REAZIONI

“Sottrarre opere di questo valore significa colpire non solo il patrimonio artistico, ma la memoria, la cultura e l’identità della comunità messinese”. Lo afferma il sindaco Federico Basile, condannando il furto di quattro opere attribuite ad Antonello da Messina al MuMe, il Museo Regionale Interdisciplinare. Basile esprime fiducia nelle Forze dell’Ordine e auspica il rapido recupero delle opere. “Antonello è Messina e Messina è anche Antonello – sottolinea –. Queste opere appartengono alla storia della nostra città e rappresentano un patrimonio che non può essere disperso”.

“È inimmaginabile che una cosa del genere possa accadere a Messina. Un colpo quasi da film, come al Louvre”. Così l’assessore comunale alla Cultura di Messina, Enzo Caruso, commenta il furto delle opere attribuite ad Antonello da Messina avvenuto al MuMe. “Le recenti attenzioni sul possibile acquisto dell’Ecce Homo di Antonello per 15 milioni di euro hanno sicuramente destato l’interesse di tantissimi ladri d’arte. È una tragedia per la città di Antonello: ci vengono sottratte alcune delle opere più importanti custodite nel nostro museo, dal valore inestimabile”, aggiunge Caruso.

“Basti pensare che l’acquisto di un piccolo quadro è stato valutato 15 milioni di euro: immaginate quale possa essere il valore del Polittico di San Gregorio”, prosegue.
“Quello che mi stupisce – conclude l’assessore – è che non si tratta di opere su tela, che possono essere avvolte, ma di tavole. È stato un furto studiato da professionisti e mi auguro che in tempi brevi si possa arrivare a intercettare i responsabili”.

“Siamo sconvolti per quello che è accaduto. Erano due delle opere più importanti e note di Antonello da Messina. Una grande perdita per il museo, per la città, per la comunità e per il mondo dell’arte”. Lo afferma la direttrice del Museo regionale MuMe di Messina, Marisa Mercurio, commentando il furto delle quattro opere attribuite ad Antonello avvenuto nella serata del 15 agosto. “Ci sono indagini in corso da parte delle Forze dell’Ordine e speriamo riescano ad arrestare i responsabili”, aggiunge Mercurio, spiegando che il furto è avvenuto intorno alle 21.50. “Purtroppo sono riusciti a eludere i sistemi d’allarme e tutti i sistemi di sicurezza”, conclude la direttrice.

Apprendo con sconcerto e dispiacere del furto avvenuto al Museo Regionale Interdisciplinare di Messina, dove sono state sottratte tre tavole del Polittico di San Gregorio e una tavoletta bifronte con Madonna e Cristo in pietà, attribuite ad Antonello da Messina e di straordinario valore per il nostro patrimonio culturale. Ho parlato con il Sindaco di Messina, Federico Basile, al quale ho espresso la mia vicinanza alla città e all’intera comunità per quanto accaduto. Mi sono consultato subito con il Comando dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturali. Confido, come sempre, nell’operato delle forze di sicurezza, nel caso specifico della Polizia, cui sono affidate le indagini”. Lo dichiara il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, che assicura “la massima disponibilità a collaborare con le autorità regionali, nel cui ambito ricade la gestione dei musei dell’Isola, in ragione dell’autonomia speciale vigente”.

“Il gravissimo furto avvenuto al Museo Regionale Interdisciplinare peloritano delle opere attribuite ad Antonello da Messina, testimonianze di eccezionale valore storico e artistico, rappresenta una ferita non soltanto per la Sicilia, ma per l’intero patrimonio culturale della Nazione“, afferma in una nota il sottosegretario alla Cultura Giampiero Cannella.
“Esprimo piena fiducia nell’operato della Polizia e delle forze dell’ordine impegnate nelle indagini, con l’auspicio che si possa giungere nel più breve tempo possibile all’individuazione dei responsabili e, soprattutto, al recupero delle opere sottratte – osserva Cannella -. Di fronte a un episodio di tale gravità, la tutela del nostro patrimonio richiede la massima sinergia tra tutte le istituzioni coinvolte, perché difendere le opere d’arte significa custodire la memoria, l’identità e la storia della nostra comunità nazionale”.

“Il furto dei capolavori di Antonello da Messina custoditi al museo regionale ‘Accascina’ è un atto criminale di eccezionale gravità e uno sfregio intollerabile al patrimonio culturale universale. Quelle opere non solo affondano le loro radici nella storia di Messina e della Sicilia ma rappresentano un patrimonio per l’Italia e per il mondo intero. La loro sottrazione è una ferita per tutti. La priorità assoluta, adesso, è ritrovarle al più presto e assicurare alla giustizia i responsabili”. Lo dichiara il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani. “La Regione – aggiunge – sta già garantendo la massima collaborazione alla magistratura e alle forze dell’ordine, mettendo a disposizione ogni elemento utile per le indagini. Va chiarito che l’allarme e il sistema di videosorveglianza del museo hanno funzionato regolarmente. Le registrazioni video e gli altri dati acquisiti sono già al vaglio degli investigatori e potranno contribuire alla ricostruzione della dinamica e all’individuazione dei responsabili”.

“Parallelamente – prosegue Schifani – è già stata avviata un’ispezione interna per ricostruire ogni passaggio e accertare eventuali responsabilità riconducibili all’operato del personale addetto alla custodia. Si tratta di aspetti che dovranno essere verificati con assoluto rigore, pur nel rispetto delle garanzie del personale coinvolto. Non sarà tollerata alcuna zona d’ombra. Quei capolavori sono patrimonio di tutti e la Regione farà quanto è necessario perché tornino presto al loro posto”.

– foto copertina ufficio stampa Museo di Messina –
– foto all’interno xr6/Italpress –

(ITALPRESS).

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Romania, drone abbattuto da due caccia F-18 spagnoli. Il portavoce della Nato: “Sembra essere russo”

Romania, drone abbattuto da due caccia F-18 spagnoli. Il portavoce della Nato: “Sembra essere russo”

ROMA (ITALPRESS) – Due caccia F-18 spagnoli, impiegato nella missione di pattugliamento aereo della Nato, hanno abbattuto un drone che aveva sconfinato nel territorio rumeno.

“Stanotte, un altro drone è entrato nello spazio aereo nazionale rumeno senza autorizzazione ed è stato abbattuto – scrive su X il ministro della Difesa rumeno Radu Miruta -. Alle 04:44, il bersaglio è stato rilevato mentre entrava nello spazio aereo nazionale rumeno, 24 km a nord di Galati. In quel momento, due caccia spagnoli F-18, già decollati per precauzione, hanno ricevuto l’autorizzazione a ingaggiare il bersaglio. Alle 05:01, il drone è stato intercettato e distrutto tra le località di Baleni e Cudalbi, nella contea di Galati, in un’area disabitata”.

Dal ministro rumeno “congratulazioni ai piloti spagnoli e al personale militare rumeno del centro di comando per la riuscita della missione. La Romania difende il proprio spazio aereo e i nostri alleati sono al nostro fianco. Vigilanza, risposta rapida e solidarietà alleata: queste sono le garanzie concrete della nostra sicurezza – conclude Miruta -. Sì, la Romania è in prima linea nella difesa dell’Unione Europea”.

PORTAVOCE NATO “IL DRONE SEMBRA ESSERE RUSSO”

Il drone abbattuto da un caccia F-18 della Nato dopo avere violato lo spazio aereo della Romania “sembra essere russo”. Lo ha dichiarato il portavoce del quartier generale militare della Nato, il colonnello Martin O’Donnell, sottolineando che le circostanze dell’incidente sono ancora oggetto di indagine.

– Foto di repertorio www.pexels.com –

(ITALPRESS).

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Stanno davvero aumentando i terremoti forti nel mondo?

Ogni volta che si verifica un forte terremoto nel mondo ci viene posta la domanda se la sismicità a scala globale stia aumentando.

Questa domanda sta ritornando dopo gli ultimi forti terremoti di Venezuela, Colombia e oggi in Indonesia.

Nel 2019 su questo blog pubblicammo un articolo che cercava di fare chiarezza sui numeri dei forti terremoti (Quanti terremoti avvengono ogni anno nel mondo?) e oggi riprendiamo e aggiorniamo quel post con i dati aggiornati e qualche ulteriore informazione.

Sicuramente sta aumentando la comunicazione degli eventi che vengono registrati ovunque dalle reti mondiali; fino a non molti anni fa la notizia di un terremoto in Indonesia o in Papua Nuova Guinea non sarebbe mai stata ripresa dai media. A questo si aggiunga la presenza dei social media che amplifica l’accadimento di questi eventi disastrosi.

Se poi consideriamo che ad un forte terremoto che si genera in mare si lega la paura che possa verificarsi uno tsunami (visto le drammatiche vicende di Sumatra 2004 e Giappone 2011), si comprende questa aumentata attenzione per i fenomeni sismici.

Resta il fatto che è diffusa una percezione di aumentata sismicità che si starebbe verificando da qualche anno.

Di questo argomento si è occupato anche alcuni giorni fa l’Huffington Post (edizione americana) che ha intervistato alcuni sismologi, che segnalano come il fenomeno di una percezione alterata sia dovuto ai cosiddetti pregiudizi mentali. In particolare Wendy Bohon cita il pregiudizio di recenza e l’illusione di frequenza: il pregiudizio di recenza ci fa dare maggiore importanza agli eventi più recenti rispetto a quelli più antichi; l’illusione di frequenza ci fa dare maggiore importanza a quei fenomeni di cui si è venuto a conoscenza recentemente.

Come ricercatori la risposta che possiamo dare è quella contenuta nei numeri reali delle scosse che vengono localizzate dalle reti sismiche di tutto il mondo ormai da molti anni, quindi una finestra temporale maggiore della nostra memoria. Infatti terremoti di magnitudo elevata vengono osservati da moltissime stazioni sismiche in tutto il pianeta.

Abbiamo selezionato il catalogo mondiale gestito dall’USGS (United States Geological Survey) perché lo possiamo considerare compilato con criteri omogenei e sufficientemente completo per la magnitudo più elevate. Il catalogo è interrogabile da chiunque a questo indirizzo internet: https://earthquake.usgs.gov/earthquakes/search/. Anche INGV localizza i terremoti mondiali più forti ma riporta sul suo sito web soltanto quelli di magnitudo pari o superiore a 5.5 da circa 15 anni anni (e a partire da magnitudo 4.5 per l’area Mediterranea).

Questa mappa mostra la distribuzione della sismicità a scala globale per magnitudo 6 o superiore nel periodo 1973-2026. Si può notare che sono poche le aree che non abbiano sperimentato almeno una scossa di magnitudo 7.

Il catalogo USGS consente di fare selezioni a partire dal 1900. Selezionando a scala mondiale i terremoti registrati con una magnitudo pari a 6 o maggiore si ottiene una distribuzione di eventi per anno come quella mostrata nella figura che segue. Fino al 1950 circa la detezione di terremoti era molto incompleta, quindi ci siamo concentrati sulla distribuzione di eventi dal 1950 in poi, quando le prime reti globali hanno iniziato a funzionare.

La figura mostra i terremoti avvenuti ogni anno nel mondo con magnitudo 6 o superiore.

Il grafico mostra che in alcuni anni si ha un maggior numero di eventi rispetto ad altri, ma, al di là delle fluttuazioni annue, complessivamente l’andamento nel tempo può essere considerato costante, nel senso che non si osserva in generale una tendenza all’aumento o alle diminuzione. La riga orizzontale blu rappresenta il numero medio annuo di eventi (di magnitudo pari o superiore a 6), pari a 140. Alcuni anni superano il valore medio e il numero massimo si è verificato nel 2011 (207), condizionato dal gran numero di repliche del terremoto del Giappone dell’11 marzo 2011. Allo stesso modo si osservano anche periodi di “apparente” minore sismicità, nel senso di inferiore alla media, come tra il 1973 e il 1982.

Bisogna ricordare che i terremoti non avvengono con alcun tipo di ciclicità “esatta” e pertanto periodi in cui sono più frequenti si alternano a periodi in cui ne accadono di meno. Il valore medio d’altronde è un mero parametro statistico che non ha alcun significato fisico.

Venendo all’anno in corso, se guardiamo i dati registrati fino a quest’oggi (15 agosto 2026), si segnalano 89 scosse con magnitudo 6 o maggiore. Se facessimo una proiezione alla fine dell’anno considerando che sono passati circa 8 mesi su 12 (ma senza alcuna certezza che si mantenga costante il numero di terremoti nei prossimi mesi), si avrebbe una stima di 133 terremoti, poco meno della media degli ultimi 76 anni.

Proviamo ora a fare lo stesso esercizio per gli eventi ancora più forti, vale a dire quelli di magnitudo 7 o maggiore. La figura che segue mostra il numero di terremoti registrati ogni anno nel mondo al di sopra di questa soglia di magnitudo. L’ultimo valore, rappresentato da un quadrato arancione, è quello relativo a questa porzione del 2026. La riga rossa rappresenta il valore medio annuo (13.9 eventi/anno), mentre le due righe tratteggiate sono i valori del 16mo e dell’84mo percentile. I percentili sono una stima dell’incertezza e sono un parametro che indica sulla distribuzione dei valori annui, quale è il valore per cui il 16% oppure l’84% dei dati sta al di sotto di quel valore. In pratica, se noi contassimo il numero in cui un certo valore di terremoti annui ricorre e li rappresentassimo in un grafico otterremmo un andamento circa a campana, i percentili ci indicano la larghezza della campana stessa.

Anche in questo grafico si notano notevoli fluttuazioni intorno al valore medio: alcuni anni hanno avuto la metà di scosse rispetto alla media (“solo” 6 nel 1986 e 1989, 7 nel 2017), alcuni anni hanno avuto un numero di scosse molto superiore alla media (20 scosse nel 1995 e 2011, 22 nel 2010).

Se proviamo ad estrapolare fino alla fine dell’anno il numero di terremoti con magnitudo 7 o maggiore accaduti in questa prima parte del 2026 (11 eventi al 15 agosto 2026), si otterrebbe un numero compreso tra 16 e 17 eventi (nel 2025 furono 16), vale a dire una stima superiore alla media degli ultimi 76 anni, ma inferiore ai numeri massimi citati in precedenza.

Da queste semplici considerazioni possiamo concludere che non siamo in presenza di aumento significativo della sismicità di maggiore energia a scala mondiale, ma le variazioni che si osservano sono all’interno delle fluttuazioni intorno al numero medio di terremoti per anno.

La diffusione di siti web alla ricerca di clic facili e dei social media che rilanciano ogni singolo forte terremoto contribuisce di fatto a creare una percezione della sismicità diversa da quella che possiamo ricavare da un’analisi rigorosa dei dati osservati.

 

A cura di Carlo Meletti, INGV – Pisa.


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I giovani USA sempre più attratti dal socialismo. Vance preoccupato

Il Partito Repubblicano USA deve affrontare le pressioni economiche che gravano sulle spalle dei cittadini statunitensi, altrimenti rischia di spingere un numero sempre maggiore di giovani verso il socialismo, ha dichiarato il vicepresidente J.D. Vance.

Vance ha rilasciato queste dichiarazioni in un'intervista a Fox News, indicando come principali preoccupazioni il costo degli alloggi e dell'istruzione, l'accesso a lavori ben retribuiti e la possibilità di formare una famiglia.

"La nostra risposta non può essere semplicemente ignorare le preoccupazioni economiche che, a mio avviso, alimentano questo crescente interesse per il socialismo", ha affermato Vance.

Ha fatto riferimento a quelli che ha definito trilioni di dollari di nuovi investimenti in arrivo negli Stati Uniti, affermando che creeranno posti di lavoro per la classe media. Ha anche citato la stabilizzazione dei prezzi delle case e la spinta dell'amministrazione verso tassi di interesse più bassi, pur riconoscendo che gli effetti di tali politiche potrebbero impiegare del tempo per manifestarsi.

"Il mio avvertimento ai miei colleghi repubblicani è: se non riusciamo a fare la cosa giusta, non date la colpa ai giovani per la loro simpatia verso il socialismo. Dobbiamo prendercela con noi stessi", ha concluso Vance.

Ha aggiunto che i repubblicani non possono contrastare questa tendenza semplicemente difendendo il libero mercato, affermando: "Non si ferma il socialismo lanciando slogan sul libero mercato. Si ferma il socialismo migliorando la vita delle persone".

Le dichiarazioni di Vance giungono in vista delle elezioni di medio termine di novembre, con il costo della vita tra le principali preoccupazioni degli elettori. Un sondaggio nazionale condotto a maggio dalla Marquette University Law School ha mostrato che l'inflazione e il costo della vita sono la principale preoccupazione del pubblico, citata dal 37% degli intervistati.

Le pressioni economiche sono state aggravate dall'aumento dei costi energetici, alimentato dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran e dai dazi di Trump, mentre gli alti prezzi delle case hanno reso più difficile l'acquisto di un immobile. Il prezzo medio richiesto per una casa negli Stati Uniti si attestava a 430.000 dollari a giugno, secondo i dati citati da Forbes.

La crisi economica ha coinciso con una maggiore apertura al socialismo tra i giovani statunitensi. Un sondaggio Gallup del 2025 ha mostrato che il 39% degli adulti statunitensi vedeva il socialismo in modo positivo, rispetto al 54% che nutriva un'opinione favorevole al capitalismo e all'81% che prediligeva la libera impresa, con il socialismo più popolare tra i giovani adulti.

Questa divisione è diventata più evidente anche nella politica elettorale, con candidati progressisti che hanno guadagnato terreno nelle primarie democratiche in tutto il paese. Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, membro dei Democratic Socialists of America, si è affermato grazie a un programma incentrato sul costo della vita.

In passato, Vance ha attribuito il malcontento economico a decenni di politiche adottate sia da governi repubblicani che democratici, indicando la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero statunitense, la pressione sui salari e l'aumento del costo della vita.

Anche i repubblicani hanno registrato valutazioni negative in materia economica. Il sondaggio Marquette ha rilevato un indice di gradimento per Trump sull'economia del 30% e sull'inflazione e il costo della vita del 22%, mentre gli intervistati hanno preferito i democratici ai repubblicani nella gestione di entrambi i problemi.

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"Non cambierà il corso dell'operazione speciale": la Russia sulla possibile fornitura di armi all'Ucraina da parte della Turchia

La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha commentato il potenziale trasferimento in Ucraina di armi statunitensi attualmente custodite negli arsenali turchi.

La scorsa settimana, il Dipartimento di Stato USA ha notificato al Congresso una proposta per il trasferimento di armamenti statunitensi al regime di Kiev (poiché le armi provengono dagli Stati Uniti, Ankara necessita dell'autorizzazione di Washington). Il pacchetto includerebbe 70 missili M39 ATACMS, 12 lanciatori MLRS M270, 2.524 razzi M26 e 47.000 proiettili di artiglieria da 203 mm.

In risposta, Zakharova ha accusato le autorità statunitensi e turche, che, ha sottolineato, "pretendono di svolgere un ruolo speciale" nella risoluzione pacifica del conflitto, di "aprire un altro vaso di Pandora per prolungare l'agonia" del regime di Kiev, "causando ulteriori perdite di vite umane".

La portavoce ha affermato che le spedizioni di armi in Ucraina "non cambieranno significativamente il corso dell'operazione militare speciale", pur riconoscendo che "i danni multiformi derivanti da tali spedizioni sono inevitabili".

"Non si tratta solo delle vittime e delle distruzioni che le autorità di Kiev cercano di esagerare, ma anche del grave danno alle nostre relazioni bilaterali con Washington e Ankara", ha dichiarato, indicando che la contraddizione tra le loro dichiarazioni pacifiste e le azioni bellicose "mina inevitabilmente la fiducia reciproca".

Infine, ha riferito che il Ministero degli Esteri russo ha richiesto "chiarimenti" a entrambe le parti in merito alle potenziali spedizioni di armi al regime di Kiev. "Non è troppo tardi per valutare la situazione con buon senso", ha concluso.

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La lettera di Putin a Kim Jong-un per il Giorno della Liberazione

Il presidente russo Vladimir Putin si è congratulato con il leader nordcoreano Kim Jong-un in occasione del Giorno della Liberazione, la festa nazionale del Paese, in una lettera pubblicata dal Cremlino.

Nel suo messaggio, Putin ha sottolineato che questa celebrazione simboleggia il coraggio e la resilienza dei patrioti coreani e dei soldati dell'Armata Rossa che hanno combattuto insieme per la liberazione della Corea dal dominio coloniale giapponese.

"Fu proprio durante quel periodo difficile che si consolidarono le solide tradizioni di fratellanza militare e mutua assistenza, che divennero la base per lo sviluppo dei legami di amicizia e buon vicinato tra la Federazione Russa e la RPDC", ha scritto il leader russo.

Putin ha sottolineato che le relazioni tra Mosca e Pyongyang hanno ormai raggiunto un livello senza precedenti di partenariato strategico globale. "I nostri Stati cooperano attivamente in tutti i settori e coordinano gli sforzi per garantire la sicurezza e la stabilità regionale", ha affermato.

Il presidente ha espresso la sua fiducia nel fatto che entrambi i paesi continueranno a collaborare in modo costruttivo sulle questioni attualmente all'ordine del giorno a livello bilaterale e internazionale. "Per il bene dei popoli russo e coreano, nell'interesse di costruire un ordine mondiale più giusto e veramente democratico", ha affermato Putin.

Il presidente russo ha concluso il suo messaggio augurando a Kim Jong-un buona salute e successo, e a tutti i cittadini della RPDC felicità e prosperità.

Venerdì, il ministro della Difesa russo Andrei Belousov aveva sottolineato il ruolo dei soldati nordcoreani che hanno combattuto fianco a fianco con le truppe russe per liberare la regione di Kursk dalle forze del regime di Kiev, durante il suo intervento a un ricevimento per commemorare l'81° anniversario della liberazione della Corea dall'occupazione giapponese.

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Fermare le navi russe? L'Europa trema per le ritorsioni di Mosca

Le ispezioni navali condotte nell'ambito dell'operazione Irini della Forza navale dell'UE nel Mediterraneo aumentano notevolmente il rischio di uno scontro diretto in mare tra Russia e paesi dell'UE. Il presidente russo Vladimir Putin ha già avvertito che Mosca potrebbe rispondere al sequestro di navi mercantili e merci russe, e non è affatto certo che tale risposta avverrebbe nelle stesse acque. Alcuni politici europei temono un'ulteriore escalation e prendono la situazione molto sul serio. Le parti devono fare tutto il possibile per evitare azioni che potrebbero essere percepite come provocazioni. Allo stesso tempo, gli esperti ritengono che potenziali misure di ritorsione da parte della Russia potrebbero colpire la flotta mercantile europea, soprattutto nei paesi con un settore marittimo di grandi dimensioni.

L'Europa è già preoccupata per una potenziale escalation in mare. Il parlamentare tedesco Matthias Moosdorf ha dichiarato a Izvestia che entrambe le parti devono evitare lo scontro. "Naturalmente, entrambe le parti devono fare tutto il possibile per impedirlo. Non è nel nostro interesse intraprendere azioni che potrebbero essere percepite come provocazioni. La posizione del nostro partito è assolutamente chiara: non vogliamo essere parte di alcuna escalation contro la Russia", ha affermato. Il parlamentare ha sottolineato che è necessario evitare gravi conseguenze per le relazioni tra Russia ed Europa. Secondo lui, se le tensioni dovessero aumentare, la Germania deve moderare le posizioni più intransigenti di alcuni partner europei, principalmente Regno Unito e Francia.

La mossa dell'UE di procedere al fermo effettivo di una nave o al sequestro del carico potrebbe creare un pericoloso precedente, soprattutto nelle acque internazionali, ha sottolineato Pavel Anisimov, vicedirettore dell'Istituto di Relazioni Internazionali e Scienze Politiche dell'Università Statale Russa per le Scienze Umanistiche. Il rischio principale è la comparsa di fermi selettivi reciproci. Misure di ritorsione da parte della Russia comporterebbero ulteriori rischi per la flotta mercantile europea. Secondo l'esperto, Mosca potrebbe reagire in altre aree chiave, come il Mar Baltico, il Mar Nero o le rotte collegate ai porti russi. Ciò sarebbe particolarmente problematico per l'UE a causa della sua dipendenza dal commercio marittimo. In primo luogo, le misure russe potrebbero colpire i paesi con importanti settori portuali e marittimi, come Grecia, Cipro, Portogallo, Irlanda, Paesi Bassi, Italia e Spagna.

Anisimov ha aggiunto che i costi commerciali aumenteranno con ogni probabilità. Anche solo pochi fermi di navi di alto profilo potrebbero far lievitare i costi del trasporto marittimo: i costi assicurativi e di spedizione aumenterebbero e le aziende dovrebbero sostenere spese aggiuntive a causa dei ritardi e della necessità di reindirizzare le spedizioni. Di conseguenza, il commercio estero dell'UE potrebbe diventare più costoso e questi costi verrebbero in ultima analisi trasferiti sui consumatori europei.

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La Cina impartisce una dura lezione al Giappone sulle Isole Curili dopo la visita di Putin

Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha condannato fermamente le recenti rivendicazioni del Giappone sulle Isole Curili, che fanno parte del territorio russo.

"La Cina ribadisce che i risultati della vittoria nella guerra mondiale contro il fascismo devono essere rispettati e strenuamente difesi. La Cina esorta la parte giapponese a rispettare l'ordine internazionale postbellico sancito dalla Dichiarazione del Cairo, dalla Proclamazione di Potsdam e da altri strumenti giuridici internazionali", ha dichiarato il portavoce rispondendo a una domanda sull'argomento durante una conferenza stampa.

La visita del presidente russo Putin alle Isole Curili, che sono parte della Russia e parzialmente reclamate dal Giappone, ha provocato malumori e proteste da parte delle autorità di Tokyo. Il Ministero degli Esteri giapponese ha emesso una "forte protesta" in merito al viaggio a Iturup e ha convocato l'ambasciatore russo a Tokyo. In risposta, il capo della missione diplomatica ha dichiarato che "le Isole Curili meridionali fanno parte della Federazione Russa e ne sono entrate a far parte del territorio a seguito della Seconda Guerra Mondiale, in base ai principi del diritto internazionale", e pertanto "la loro sovranità non è oggetto di discussione".

Poco prima della sua visita alle isole, Putin ha supervisionato la fase finale delle esercitazioni militari su larga scala della Flotta russa del Pacifico durante la sua visita alla città di Yuzhno-Sakhalinsk e ha affrontato le rivendicazioni del Giappone.

Il presidente ha insistito sul fatto che lo status delle isole "è sancito da documenti internazionali" come una realtà sorta nel 1945, pur sottolineando che "nonostante ciò" il Paese eurasiatico "è disposto" a "cercare una soluzione" alla questione. In questo contesto, ha ribadito che Mosca "non ha assolutamente alcuna pretesa" nei confronti del Giappone e che quest'ultimo "non rappresenta una minaccia" per essa, nonostante Tokyo abbia incluso la Russia "tra le principali fonti di minaccia".

Inoltre, Putin ha ricordato che il Giappone ha imposto sanzioni immotivate contro la Russia "con il pretesto" della crisi ucraina e "senza affrontare" le cause profonde del conflitto.

Nel frattempo, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha denunciato che il Giappone sta optando per la militarizzazione sotto l'egida degli Stati Uniti. "[L'ex primo ministro giapponese Shinzo] Abe era un politico di principi assoluti, consapevole che gli interessi nazionali non possono essere garantiti senza la cooperazione con la Federazione Russa. Chi gli è succeduto crede che questi interessi debbano essere garantiti insieme agli Stati Uniti, dando così inizio alla militarizzazione del Giappone", ha spiegato il massimo diplomatico russo.

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Uniti come i chicchi di un melograno (di Li Xiaoyong)

 

 

di Li Xiaoyong*

 

«La nostra vita era molto difficile. Nei momenti peggiori non avevamo nemmeno abbastanza da mangiare. Pensavamo che trasferirci sarebbe stata la soluzione migliore. Grazie all’aiuto del Partito Comunista Cinese, abbiamo lasciato le montagne. Ci è stato assegnato un appartamento di 75 metri quadrati e abbiamo anche trovato lavoro in uno stabilimento lattiero-caseario. Il numero dei miei yak è passato da 6 a 600 e il mio reddito annuo ha superato i 100.000 yuan». Così raccontava cinque anni fa Pu ciren, il pastore di Xizang, in un’intervista.

Cinque anni dopo, il governo cinese non solo ha aiutato milioni di persone come Pu ciren a uscire dalla povertà, ma ha anche creato nuove opportunità per aumentare i redditi, attraverso pascoli intelligenti, irrigazione con droni, monitoraggio satellitare e le vendite attraverso le dirette online. In questo modo, le comunità delle minoranze etniche hanno potuto affrontare meglio le difficoltà e trovare nuove strade per migliorare la propria vita.

La Cina ha una storia millenaria ed è un Paese unito e multietnico. Oltre alla maggioranza Han, conta 55 minoranze etniche, per un totale di oltre 100 milioni di persone. Ogni gruppo etnico ha una propria cultura, un proprio abbigliamento e tradizioni particolari. Le diverse comunità hanno sempre mantenuto rapporti basati sull’uguaglianza, sull’unità, sull’aiuto reciproco e sull’armonia.

Nei primi anni dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, a causa di fattori storici, naturali e sociali, le regioni delle minoranze etniche erano economicamente e socialmente poco sviluppate. In alcune zone erano ancora presenti residui di sistemi feudali, di servitù della gleba o di schiavitù. Con la nascita della Nuova Cina, lo Stato ha progressivamente promosso lo sviluppo economico e sociale e ha introdotto il sistema dell’autonomia regionale delle minoranze etniche. Oggi, le aree a statuto autonomo, che occupano oltre il 60% del territorio cinese, e le comunità delle minoranze etniche hanno assunto un volto completamente nuovo.

 

Regioni autonome, sviluppo economico e nuove opportunità

Le regioni autonome hanno conosciuto una rapida crescita economica. Dal 2012 al 2025, il PIL regionale delle cinque regioni autonome cinesi — Mongolia Interna, Xizang, Ningxia, Xinjiang e Guangxi — è passato complessivamente da 3.250 a 8.660 miliardi di yuan. Le diverse comunità hanno sfruttato le caratteristiche e le risorse delle proprie regioni, trovando percorsi di sviluppo adatti alle proprie condizioni. Il Ningxia, per esempio, è conosciuto come la “terra cinese del goji”. Grazie a questa caratteristica, la regione ha sviluppato un’intera filiera industriale. Nel 2024 la produzione di goji fresco ha raggiunto 320.000 tonnellate. Il settore si è trasformato, passando dalla semplice vendita del frutto essiccato alla produzione di prodotti ad alto valore aggiunto: succo concentrato di goji, caffè al goji, rossetti, alimenti funzionali e oltre 120 altri prodotti trasformati. Il valore complessivo della filiera ha raggiunto 29 miliardi di yuan. Il piccolo frutto rosso è diventato una “bacca d’oro”, un vero motore per la rivitalizzazione delle aree rurali.

 

Una vita sempre migliore

Nel 2021, tutti i 420 distretti delle aree autonome delle minoranze etniche hanno superato la soglia della povertà e tutte le 28 minoranze etniche con popolazione ridotta hanno raggiunto l’obiettivo di uscire dalla povertà come comunità. Lo Xizang è entrato nell’era dell’alta velocità ferroviaria. Le autostrade collegano sempre più villaggi e comunità, mentre la copertura 5G raggiunge anche i pascoli di montagna più remoti. Le reti idriche e elettriche hanno colmato molte delle carenze infrastrutturali del passato. Nel 2025, il valore delle vendite online in Xizang ha superato i 28 miliardi di yuan, diventando uno dei principali motori dello sviluppo di alta qualità dell’economia dell’altopiano. Prodotti tipici come la carne secca di yak e lo tsampa, alimento tradizionale dello Xizang, raggiungono mercati più lontani. Chi un tempo dipendeva quasi completamente dalle condizioni climatiche può oggi aumentare il proprio reddito senza lasciare il proprio villaggio. Il senso di soddisfazione e di felicità si riflette sempre più concretamente nella vita quotidiana delle persone.

 

Più opportunità nell’istruzione

Prima della fondazione della Nuova Cina, il tasso di analfabetismo tra le minoranze etniche cinesi superava il 95% e in tutto il Paese esisteva una sola università dedicata alle minoranze etniche. Grazie alla diffusione dell’istruzione obbligatoria e ai programmi di alfabetizzazione portati avanti nel corso degli anni, nel 2022 il numero di studenti appartenenti alle minoranze etniche iscritti a scuole ha raggiunto 34,77 milioni. Le istituzioni universitarie dedicate alle minoranze etniche sono diventate 32 e offrono numerosi corsi sulle lingue, le culture e le storie delle diverse comunità. L’accesso delle minoranze etniche all’istruzione superiore è quindi progressivamente migliorato, con opportunità sempre più ampie di studiare e svilupparsi.

Il 1° luglio di quest’anno è entrata in vigore la Legge della Repubblica Popolare Cinese sulla promozione del progresso e dell'unità etnica. Per la prima volta, la legge definisce sul piano giuridico concetti fondamentali come la costruzione della comunità della nazione cinese. La legge stabilisce inoltre il rispetto e la tutela del diritto delle minoranze etniche a imparare e utilizzare le proprie lingue e scritture e sottolinea il principio secondo cui ogni cultura deve poter esprimere la propria bellezza e contribuire. Il nuovo quadro legislativo offre un sostegno istituzionale più solido allo sviluppo comune delle diverse comunità, fornisce indicazioni più chiare per promuovere l’unità nazionale e propone una prospettiva cinese sulla governance delle questioni etniche e sulla tutela dei diritti delle minoranze.

Negli ultimi anni, un numero crescente di giornalisti e influencer italiani ha inserito lo Xinjiang, lo Xizang, il Ningxia e altre regioni cinesi nei propri itinerari, per conoscere direttamente e raccontare lo sviluppo economico, la cultura e le tradizioni locali.Nel maggio di quest’anno, il coro giovanile di Wuzhishan si è esibito in Italia. Ai piedi del Colosseo, i giovani artisti hanno presentato al pubblico italiano canti e danze tradizionali dei etnici Li e Miao. Dopo il loro ritorno in Cina, hanno inoltre riallacciato i rapporti con i giovani italiani in visita a Hainan, creando nuovi legami di amicizia attraverso la musica e la danza. Invitiamo gli amici italiani a sfruttare le opportunità offerte dall’attuale politica di ingresso senza visto e a visitare la Cina: fare una passeggiata in un villaggio Miao, sedersi in una yurta mongola, ammirare la maestosità dell’Himalaya in Xizang, scoprire la vastità dei deserti e i pioppi del deserto dello Xinjiang, oppure visitare il Ningxia, conosciuto come la «terra delle stelle». La Cina è pronta a continuare a lavorare insieme all’Italia, nel rispetto reciproco e sulla base dell’uguaglianza, affinché le diverse culture e tradizioni etniche possano incontrarsi, dialogare e risplendere l’una accanto all’altra attraverso lo scambio e il confronto tra civiltà.

 

*Incaricato d'Affari ad interim dell'Ambasciata cinese in Italia

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Campagna “Un’altra difesa è possibile”. Non c’è più tempo. Ora o mai più.

Campagna “Un’altra difesa è possibile”. Non c’è più tempo. Ora o mai più. Manca poco più un mese, e mancano poco meno di 30.000 firme. La raccolta non sta andando come dovrebbe. Associazioni nazionali e gruppi locali si stanno impegnando al massimo, ma il risultato non si vede ancora. C’è bisogno di uno sprint finale [...]

L'articolo Campagna “Un’altra difesa è possibile”. Non c’è più tempo. Ora o mai più. proviene da Movimento Nonviolento.

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La Pace cambia l’economia

Si terrà sabato 5 settembre 2026 a Cernobbio (Sala di Via delle Cinque Giornate 5) il XVI Forum nazionale dell’altra Cernobbio, promosso dalla campagna Sbilanciamoci! insieme alla Rete Italiana Pace e Disarmo. Il titolo dell’edizione di quest’anno è “Un’economia di pace. Contro la guerra, un nuovo modello di sviluppo“.

Parteciperanno (clicca per scaricare il programma) economiste ed economisti, ricercatori, sindacalisti ed esponenti della variegata galassia delle associazioni che fanno parte delle due reti promotrici, alle quali aderiscono oltre 100 organizzazioni.

I temi affrontati quest’anno sono quelli della riduzione delle spese militari e della riconversione dell’industria bellica, delle conseguenze dannose delle guerre sull’economia e sulla vita delle persone, della necessità di un modello di sviluppo sostenibile e di qualità fondato sui diritti, la pace, l’ambiente. Faro per le organizzazioni promotrici è una politica di pace fondata sulla cooperazione e sulla democrazia internazionale, un’economia di giustizia, contro le diseguaglianze.

Il Forum si concluderà con gli impegni e le proposte verso la legge di bilancio 2027 e le elezioni politiche: al centro gli investimenti pubblici per la transizione ecologica, la riconversione del sistema produttivo, la sanità e l’istruzione pubblica, i servizi sociali per il welfare e l’accoglienza dei cittadini migranti.

“Mentre al workshop dello Studio Ambrosetti – affermano Cecilia Begal e Giulio Marcon, co-portavoce  di Sbilanciamoci- ci ripropongono da 40 anni le stesse ricette fallimentari che hanno fatto crescere diseguaglianze, guerre e peggioramento del clima, noi vogliamo dire che un’altra economia è possibile: quella fondata sulla pace, i diritti, la sostenibilità”

I lavori si articolano in due momenti: la mattina (ore 9.30-13.00) dedicata a “L’impatto della guerra sull’economia e la società”, con le sessioni sulla militarizzazione dell’economia e sulle conseguenze per la globalizzazione, il lavoro e le produzioni; il pomeriggio (ore 14.00-17.00) dedicato a “Le alternative dell’economia di pace”, con le sessioni su un’economia del lavoro, dell’ambiente e dei diritti e su un modello di sviluppo sostenibile.

La giornata si chiuderà alle ore 21.00 allo Spazio Gloria (Via Varesina 72, Como) con “Ho visto un Re…”, “concerto” teatrale di diverse compagnie contro i Re e le loro guerre, presentato da Dario Onofrio (Arci) e con l’intervento di Cecilia Begal, co-portavoce di Sbilanciamoci!.

L'articolo La Pace cambia l’economia sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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Ci fermiamo per ripartire: DinamoPress va in pausa estiva

Scrivere, organizzare il calendario delle pubblicazione, editare, tradurre, rispondere alle mail, leggere, caricare, trovare le foto, editare le foto, organizzare l’archivio, gestire la rubrica, pubblicare sul sito, preparare le grafiche per i social, editare i testi per i social, pubblicare sui social, gestire commenti, interazioni e messaggi.

Dietro la pubblicazione di un articolo su Dinamo c’è questo, ma anche molto di più. Riunione di programmazione e redazionali, una gestione comune della redazione, le relazioni dentro un collettivo intergenerazionale, le chat, stare sempre dietro le notizie, seguire i dibattiti politici.

E questo anno abbiamo anche organizzato dibattiti, una scuola di giornalismo sociale, tre podcast con il progetto Rome for climate justice, un seminario su Pintor in collaborazione con il collettivo Pintor, una giornata di dibattito con mostre sul Confine Albania, una redazione aperta, pubblicato la nuova pagina di sostegno…

Incontro di redazione aperta


Tutto questo la redazione di Dinamo lo porta avanti gratuitamente e con spinta militante. Non sempre però questo è semplice, anzi.


Per questo abbiamo attivato una raccolta fondi permanente dove si può donare su base mensile, annuale e una tantum. Abbiamo ricevuto delle buone risposte di donazioni nella raccolta una tantum, speriamo di migliorare per ciò che riguarda gli abbonamenti.



E per questo abbiamo bisogno di fermarci per qualche settimana. Sappiamo che le lotte sociali, ambientali, femministe e transfemministe, per la casa, e sul lavoro non si fermano nemmeno ad agosto. Proprio mentre scriviamo 400 persone che prima avevano casa a Spin Time, ora dormono per strada, mentre la crisi climatica esplode. Ma è vero che noi come collettivo redazionale abbiamo bisogno di riprendere fiato. Godere di un momento di pausa, di stacco, e di riposo.

Torneremo pieni di idee, articoli, video, foto e nuovi progetti a settembre. Ci rivediamo a Renoize a Roma dove ci troverete con un banchetto.


Per proposte e collaborazioni ci potete scrivere su dinamozine@gmail.com, rispondiamo dal 1 settembre in poi.


Stay tuned 

Foto di copertina, incontro sul Confine Albania ad aprile 2026

L'articolo Ci fermiamo per ripartire: DinamoPress va in pausa estiva proviene da DINAMOpress.

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Se il fisco prende il posto del salario

Da oltre vent’anni il taglio del cuneo fiscale ritorna ciclicamente al centro del dibattito economico italiano. Cambiano i governi, cambiano gli strumenti e persino le finalità dichiarate, ma la misura continua a essere proposta come risposta quasi universale ai problemi del lavoro. Prima serviva ad aumentare la competitività delle imprese, poi a favorire l’occupazione e oggi viene presentata soprattutto come uno strumento per accrescere il reddito disponibile dei lavoratori. Se una stessa politica riesce ad assumere funzioni così diverse senza mai uscire dall’agenda pubblica, vale forse la pena chiedersi se il problema sia davvero il cuneo fiscale oppure ciò che esso finisce per nascondere: la difficoltà del sistema produttivo italiano di generare salari adeguati attraverso la crescita della produttività, la contrattazione collettiva e una diversa distribuzione del valore aggiunto.

Il punto di partenza è apparentemente semplice. Il cuneo fiscale rappresenta la differenza tra il costo complessivo sostenuto dall’impresa per un lavoratore e quanto quest’ultimo riceve effettivamente in busta paga. Da qui nasce un luogo comune molto diffuso: se il cuneo è elevato, allora è sufficiente ridurlo per aumentare automaticamente i salari. 

La realtà è molto più complessa. Il confronto internazionale mostra infatti che paesi come Belgio, Francia e Germania presentano un cuneo fiscale superiore a quello italiano (pari al 47%), senza che ciò impedisca livelli salariali medi decisamente più elevati e sistemi di welfare più estesi. Al contrario, economie caratterizzate da un cuneo relativamente contenuto, come gli Stati Uniti, presentano modelli di protezione sociale radicalmente differenti. La semplice dimensione del cuneo fiscale non spiega dunque né il livello dei salari né la competitività di un sistema economico.

 

Figura 1. Il cuneo fiscale nei principali paesi OCSE (Taxing Wages, OCSE).

Questo dato richiama una questione spesso dimenticata. Il cuneo fiscale non rappresenta soltanto un costo per imprese e lavoratori. Esso finanzia previdenza, sanità, istruzione e, più in generale, quei beni di merito che caratterizzano i moderni sistemi di welfare. 

Ridurre il cuneo significa inevitabilmente interrogarsi anche su come finanziare questi servizi. Il dibattito pubblico tende invece a presentare il prelievo come una perdita secca, dimenticando che si tratta di un trasferimento di risorse verso beni collettivi che, diversamente, dovrebbero essere acquistati individualmente sul mercato. Questa osservazione consente di comprendere come il significato economico del cuneo fiscale sia profondamente cambiato nel corso degli ultimi trent’anni.

Dal costo del lavoro al sostegno dei redditi

Negli anni Novanta il taglio del cuneo fiscale nasce come tipica politica dell’offerta. La convinzione, condivisa dall’OCSE, dalla Strategia europea per l’occupazione, dalla Banca d’Italia e dagli organismi comunitari, era che il costo del lavoro costituisse uno dei principali ostacoli alla crescita dell’occupazione, degli investimenti e della competitività. Il soggetto economico di riferimento era l’impresa. Il miglioramento del salario netto del lavoratore rappresentava, semmai, un effetto collaterale.

La crisi finanziaria del 2008 modifica progressivamente questo schema interpretativo. La produttività italiana continua a ristagnare, la crescita rimane debole e la moderazione salariale, inizialmente pensata come misura temporanea, diventa una caratteristica strutturale del mercato del lavoro. In questo nuovo contesto il taglio del cuneo fiscale continua a essere proposto, ma cambia progressivamente funzione. Non serve più soltanto ad aumentare la competitività, bensì a impedire la riduzione del reddito disponibile delle famiglie.

Con l’impennata inflazionistica del 2022 il cambiamento diventa definitivo. Il linguaggio stesso della politica economica si trasforma: dal costo del lavoro alla tutela del potere d’acquisto. La legge di bilancio per il 2025 segna il passaggio più significativo di questa evoluzione: il precedente esonero contributivo viene sostituito da un insieme di bonus e detrazioni fiscali che operano direttamente attraverso l’IRPEF. Il meccanismo è stato confermato anche nel 2026.

La politica fiscale non viene più utilizzata soltanto per raccogliere risorse e redistribuire il reddito, ma anche per integrare retribuzioni che il mercato del lavoro non riesce più a garantire. È proprio questo passaggio che merita attenzione.

Nel corso degli ultimi quindici anni gli interventi fiscali rivolti ai lavoratori dipendenti si sono moltiplicati: bonus IRPEF, decontribuzioni, detrazioni aggiuntive, riduzioni contributive e, infine, la loro incorporazione nella struttura dell’imposta personale sul reddito. Considerate singolarmente, queste misure possono apparire semplici aggiustamenti del sistema tributario. Osservate nel loro insieme raccontano invece un’altra storia: quella di una politica dei redditi che si è progressivamente spostata dalla contrattazione collettiva al bilancio dello Stato.

Questa evoluzione non è priva di conseguenze istituzionali. 

Negli anni Novanta il recupero del potere d’acquisto passava prevalentemente attraverso il rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro. Gli aumenti salariali costituivano il risultato della contrattazione tra rappresentanze sindacali e organizzazioni datoriali, all’interno di un sistema di relazioni industriali costruito proprio per governare la distribuzione del valore aggiunto.

Oggi il quadro appare profondamente diverso. 

Una quota crescente dell’incremento del reddito disponibile deriva da interventi fiscali decisi annualmente nelle leggi di bilancio. Cambia il luogo istituzionale nel quale viene determinata una parte del reddito dei lavoratori. Il salario tende progressivamente a spostarsi dal luogo della produzione al luogo della redistribuzione, compromettendo l’istituzione del CCNL.

Questa trasformazione emerge con particolare evidenza osservando l’andamento delle retribuzioni reali. I dati dell’UPB mostrano che la stagnazione salariale italiana non coincide con una riduzione uniforme delle retribuzioni individuali. Essa riflette piuttosto la crescente diffusione di rapporti di lavoro caratterizzati da minore intensità lavorativa, occupazioni discontinue e orari ridotti. In altri termini, la diminuzione della retribuzione media deriva anche dalla trasformazione della composizione dell’occupazione.

Questa osservazione suggerisce una conclusione importante. Se il problema nasce dalla struttura produttiva e dal mercato del lavoro, appare difficile immaginare che possa essere risolto esclusivamente attraverso interventi sul prelievo fiscale. È proprio qui che il dibattito pubblico tende a confondere fenomeni profondamente diversi.

Quattro problemi diversi, una sola risposta

Negli ultimi anni si è progressivamente consolidata una sovrapposizione tra almeno quattro questioni distinte: la dinamica dei salari, il fiscal drag, la pressione fiscale e il potere d’acquisto. Nel dibattito politico questi fenomeni vengono spesso trattati come se fossero manifestazioni dello stesso problema e come se una sola misura – il taglio del cuneo fiscale – fosse in grado di affrontarli contemporaneamente.

Tabella 1. I quattro equivoci del dibattito pubblico.

Problema

Strumento corretto

Errore del dibattito

Salari troppo bassi

Contrattazione, produttività, politica industriale

Ridurli al cuneo fiscale

Fiscal drag

Riforma dell’IRPEF e indicizzazione

Confonderlo con l’aumento dei salari

Pressione fiscale

Riforma tributaria

Presentarla come politica salariale

Potere d’acquisto

Politica dei redditi

Identificarlo con il taglio del cuneo

 

È proprio questa identificazione che rischia di produrre l’equivoco maggiore. Il salario non coincide con il reddito netto percepito in busta paga. Esso è il risultato della produttività del sistema economico, della forza della contrattazione collettiva, della struttura produttiva, della spesa per il welfare e della distribuzione del valore aggiunto tra capitale e lavoro. Ridurre il problema salariale a una questione tributaria significa spostare l’attenzione dagli elementi che determinano la formazione del reddito a quelli che ne modificano soltanto la distribuzione successiva.

Il fiscal drag: un problema reale, ma spesso frainteso

Tra i temi che negli ultimi anni hanno accompagnato il dibattito sul cuneo fiscale, il fiscal drag è probabilmente quello più frequentemente evocato e meno precisamente definito. L’espressione viene utilizzata per spiegare la perdita di potere d’acquisto dei lavoratori, per giustificare riduzioni dell’IRPEF e, talvolta, persino come argomento a favore di politiche salariali. In realtà, queste diverse questioni non coincidono.

Il fiscal drag, nella sua definizione più rigorosa, si manifesta quando l’inflazione determina un aumento dei redditi nominali che spinge i contribuenti verso scaglioni d’imposta più elevati senza che vi sia un corrispondente incremento del reddito reale. In assenza di un adeguamento automatico degli scaglioni e delle detrazioni, il contribuente paga un’imposta maggiore pur non avendo accresciuto la propria capacità di acquisto.

Si tratta di un fenomeno noto nella teoria tributaria e non rappresenta, di per sé, un’anomalia del sistema fiscale. In un sistema tributario progressivo è fisiologico che, al crescere del reddito reale, aumenti anche il prelievo. Questo è il normale funzionamento del principio costituzionale della capacità contributiva, principio attuabile attraverso un meccanismo permanente di indicizzazione dell’IRPEF all’inflazione. 

Tuttavia, negli ultimi anni il legislatore ha preferito attenuare questo effetto mediante una successione di interventi discrezionali: bonus, nuove detrazioni, riduzioni contributive e, infine, la loro incorporazione nella struttura dell’imposta con la legge di bilancio 2025. Il risultato è un sistema che corregge ex post gli effetti dell’inflazione, ma lo fa attraverso provvedimenti contingenti piuttosto che mediante una revisione organica del rapporto tra inflazione, progressività e imposizione personale.

 

Figura 2. Aliquote effettive dell’IRPEF sui redditi da lavoro dipendente, 1990 e 2026 (a prezzi costanti 2026).

Fonte: nota di lavoro dell’UPB sul ruolo redistributivo dell’Irpef tra il 1990 e il 2026, https://www.upbilancio.it/it/nota-di-lavoro-dellupb-sul-ruolo-redistributivo-dellirpef-tra-il-1990-e-il-2026/

L’evoluzione delle aliquote effettive mostra chiaramente questa trasformazione. Per i redditi medio-bassi il prelievo è stato progressivamente ridotto fino a diventare, in alcuni intervalli di reddito, addirittura negativo per effetto delle detrazioni e dei trasferimenti incorporati nell’imposta. Parallelamente, la parte superiore della distribuzione registra un incremento dell’aliquota effettiva che deriva, almeno in parte, proprio dall’accumularsi del drenaggio fiscale nel corso del tempo. L’IRPEF, continuando a essere formalmente la stessa imposta, non si limita più a redistribuire il reddito secondo la capacità contributiva, ma viene utilizzata per sostenere direttamente il reddito da lavoro dipendente.

Ed è qui che il fiscal drag incontra il tema del cuneo fiscale. Nel dibattito i due fenomeni vengono spesso sovrapposti, come se la riduzione del cuneo rappresentasse la soluzione naturale al drenaggio fiscale. In realtà essi operano su piani interagenti, ma differenti.

Ridurre il fiscal drag mediante interventi fiscali può essere un’alternativa rispettabile all’indicizzazione degli scaglioni IRPEF, avendo tuttavia cura di non trasformare questa esigenza in una politica salariale permanente, a causa del rischio che il sistema tributario finisca per compensare debolezze strutturali del modello di sviluppo. Il fiscal drag non è una causa della crisi salariale italiana; è un amplificatore. 

Conclusioni. Quando il fisco prende il posto del salario

L’evoluzione del cuneo fiscale e del fiscal drag racconta una storia diversa da quella che normalmente viene proposta nel dibattito pubblico. Non si tratta soltanto della ricerca di un equilibrio tra pressione fiscale, competitività e tutela del potere d’acquisto. In gioco vi è un cambiamento più profondo: il rapporto tra distribuzione primaria e distribuzione secondaria del reddito.

La distribuzione primaria è il luogo in cui il reddito viene generato e ripartito dal sistema economico. Dipende dalla produttività, dall’organizzazione della produzione, dalla forza della contrattazione collettiva, dalla distribuzione del valore aggiunto tra lavoro e capitale e, più in generale, dal modello di sviluppo di un paese. È qui che si determina il livello dei salari, dei profitti e, in larga misura, la capacità dell’economia di sostenere una crescita inclusiva.

La distribuzione secondaria interviene successivamente attraverso il sistema tributario, i trasferimenti monetari, le detrazioni, i bonus e le prestazioni sociali. La funzione del fisco, almeno nella tradizione europea, non è mai stata quella di sostituire il mercato nella formazione dei redditi, ma di correggerne gli esiti quando essi risultano incompatibili con il principio della capacità contributiva e con la coesione sociale.

Negli ultimi vent’anni questo equilibrio si è progressivamente modificato. Di fronte alla stagnazione della produttività, alla debole dinamica salariale, all’indebolimento della contrattazione collettiva e alla crescente frammentazione del mercato del lavoro, la politica economica ha fatto ricorso con sempre maggiore frequenza agli strumenti della distribuzione secondaria. Bonus, decontribuzioni, detrazioni e, più recentemente, la trasformazione del taglio del cuneo fiscale in un intervento strutturale sull’IRPEF hanno consentito di sostenere il reddito disponibile dei lavoratori senza incidere sulle cause che ne limitavano la crescita.

Questa scelta ha certamente attenuato gli effetti della lunga stagnazione salariale e, soprattutto durante la recente fiammata inflazionistica, ha evitato un’ulteriore compressione del reddito reale delle famiglie. Sarebbe quindi sbagliato sottovalutarne l’utilità. Tuttavia, la sua crescente sistematicità porta con sé il rischio che la distribuzione secondaria finisca per svolgere una funzione sostitutiva della distribuzione primaria. Viene meno il sindacato come istituzione salariale e controparte del capitale, e ne esce sempre più ridimensionato il welfare statale. 

Da questa prospettiva, anche il fiscal drag assume un significato diverso. Esso amplifica gli effetti di una debolezza che nasce altrove: nella produttività stagnante, nella struttura produttiva, nella qualità dell’occupazione e nella progressiva perdita di capacità della contrattazione collettiva di trasferire ai salari i guadagni di efficienza del sistema economico.

Per questa ragione il dibattito sul cuneo fiscale rischia di rimanere incompleto se continua a concentrarsi esclusivamente sulla distribuzione secondaria del reddito. La vera domanda non è quanto reddito il fisco debba restituire ai lavoratori, ma perché il sistema produttivo italiano abbia progressivamente smesso di generare salari adeguati attraverso i normali meccanismi della distribuzione primaria.

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A 81 anni da Hiroshima e Nagasaki la memoria si fa azione: città territori si mobilitano disarmo nucleare e difesa nonviolenta

Numerose iniziative in tutta Italia nell’anniversario dei bombardamenti atomici. La Rete Italiana Pace e Disarmo: “Ricordare non basta, va costruita ora un’alternativa di pace e disarmo”. Rilanciata la raccolta firme per la difesa civile non armata e nonviolenta A 81 anni dai bombardamenti atomici che il 6 e il 9 agosto 1945 distrussero Hiroshima e [...]

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Evento sismico ML 4.3 in provincia di Pisa, 4 agosto 2026

Un terremoto di magnitudo Richter ML 4.3  è stato registrato dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale alle ore 10:15 italiane del 4 agosto 2026, 6.7 km a sud – ovest di Pisa, ad una profondità di circa 8 Km.

Nell’ora successiva al terremoto sono state registrate 5 repliche, tutte di magnitudo inferiore a 2.0.

Di seguito la tabella con i Comuni entro 20 km dall’epicentro:

La zona interessata da questo terremoto è caratterizzata da pericolosità sismica media, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in passato in questa area non sono avvenuti forti terremoti. Il più forte terremoto registrato in questa parte della Toscana è l’evento di Orciano Pisano del 14 agosto 1846 di magnitudo stimata pari a Mw 6.0. Più recentemente possiamo ricordare l’evento del 19 ottobre 2013 di M 3.4 localizzato lungo la costa pisana.

Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che l’area  interessata da questo terremoto è caratterizzata da sismicità prevalentemente lungo la costa tra Pisa e Livorno.

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP), calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra dei livelli di scuotimento stimato fino al V grado MCS.  

Dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai 1868 questionari inviati al sito www.hsit.it, in continuo aggiornamento, notiamo che l’evento di questa mattina è stato risentito in un’area molto estesa, in particolare nelle province di Pisa, Livorno, Lucca, Firenze e La Spezia con valori di intensità fino al IV grado MCS. Il terremoto è stao risentito anche a Genova e Bologna con valori di intensità fino al IV grado MCS.

 

 


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Meritocrazia o rendita? Perché il successo non dipende dal valore

Il mito della meritocrazia racconta che chi ha talento e si impegna arriva in alto, mentre chi resta indietro semplicemente non ha fatto abbastanza. La retorica meritocratica rappresenta uno dei principi più frequentemente richiamati nel dibattito pubblico, ma anche uno dei meno analizzati nella sua effettiva applicazione. Per questo motivo riteniamo utile riflettere su quanto il successo economico e professionale dipenda realmente dal merito e quanto, invece, sia influenzato da fattori strutturali. 

Prima di tutto è necessario definire cosa sarebbe la meritocrazia nella sua applicazione concreta: essa non è l’idea che il successo economico rifletta sempre e soltanto il valore e l’impegno individuale, a prescindere dal punto di partenza. La meritocrazia è, invece, una condizione istituzionale in cui le opportunità di accesso, carriera e reddito dipendono il più possibile dalle competenze e dall’impegno, e il meno possibile da rendite, privilegi ereditati, reti relazionali o barriere di partenza. Non elimina le diseguaglianze di risultato, ma richiede che i punti di partenza siano il più possibile equi e le regole del gioco trasparenti.

Il mito della perfetta meritocrazia

Nelle economie di mercato si tende spesso a presupporre che il reddito rappresenti una misura del valore prodotto da un individuo. Ma è vero? Questa idea contiene una parte di verità: competenze, impegno e capacità sono elementi fondamentali per la crescita professionale. Tuttavia, ridurre il successo esclusivamente al merito significa ignorare il ruolo di numerosi fattori che incidono profondamente sulle opportunità individuali.

Il settore in cui si opera, il Paese in cui si vive, il livello di concorrenza del mercato, il contesto normativo e la presenza di reti relazionali possono influenzare il reddito e le prospettive di carriera almeno quanto le qualità personali. Due professionisti con competenze simili possono ottenere risultati economici molto differenti semplicemente perché operano in mercati caratterizzati da condizioni diverse.

Un elemento fondamentale per contestualizzare appieno il caso italiano e dimostrare la difficoltà dell’affermarsi di una cultura realmente meritocratica è la forte persistenza della trasmissione intergenerazionale della ricchezza. Tenendo in considerazione l’elasticità intergenerazionale della ricchezza, l’Italia si colloca tra i paesi occidentali in cui la persistenza è più alta (0,45) contro i valori nettamente più bassi ottenuti da paesi come Norvegia e Danimarca (intorno allo 0,2). Una stima dell’OCSE giunge a una conclusione altrettanto netta: in Italia occorrono in media 5 generazioni affinché una persona nata in una famiglia tra il 10% più povero raggiunga il reddito medio nazionale, contro le appena 2 generazioni necessarie in Danimarca.  La scarsa mobilità sociale in Italia è dovuta a vari aspetti, tra cui l’istruzione, che compensa in minima parte le differenze socioculturali tra le famiglie di provenienza. 

Questo panorama acquista una sfumatura ancora più allarmante se si considera che il caso italiano è caratterizzato da squilibri sempre più ampi: nel 2024 il 10% dei nuclei familiari più ricchi possedeva oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera delle famiglie. Dal 2010 in poi la ricchezza del 10% più ricco delle famiglie italiane è aumentata di oltre 7 punti percentuali, mentre quella del 50% delle più povere è diminuita di quasi 1 punto percentuale. Questi dati evidenziano come il divario sia sempre più grande, limitando la possibilità di avvicinamento tra classi sociali provenienti da diverse condizioni socioeconomiche.

Rendite di posizione e barriere all’ingresso

All’interno del contesto economico e lavorativo, uno dei principali ostacoli alla meritocrazia è rappresentato dalle rendite di posizione, ossia quei vantaggi economici che non derivano da una maggiore produttività, da una migliore capacità innovativa o da una superiore qualità dei beni e dei servizi offerti, bensì dalla possibilità di operare in condizioni di limitata concorrenza. In questi casi, il reddito e i profitti dipendono non tanto dalla capacità di creare valore per consumatori e imprese, quanto dall’accesso privilegiato a mercati protetti, licenze, concessioni, autorizzazioni amministrative, regolamentazioni favorevoli o altri strumenti che limitano l’ingresso di nuovi concorrenti.

Le barriere all’ingresso rappresentano, in questo contesto, uno degli strumenti attraverso i quali tali rendite possono consolidarsi. Per barriere all’ingresso si intendono tutti quegli ostacoli che rendono difficile o particolarmente costoso l’accesso di nuovi operatori a un determinato mercato. Alcune di esse sono giustificate da esigenze di interesse pubblico, come la tutela della salute, della sicurezza dei cittadini, della stabilità finanziaria o della qualità dei servizi. Altre, invece, possono derivare da un eccesso di regolamentazione, da procedure amministrative particolarmente onerose, da vincoli burocratici, da requisiti sproporzionati, da sistemi di autorizzazione poco trasparenti o da assetti normativi che finiscono per proteggere gli operatori già presenti sul mercato.

Quando tali ostacoli non sono giustificati da reali esigenze di tutela collettiva, essi riducono la contendibilità dei mercati, scoraggiano l’ingresso di nuove imprese e limitano la pressione competitiva. In assenza di una concorrenza effettiva, gli operatori già insediati possono mantenere la propria posizione anche senza migliorare la qualità dei prodotti, aumentare l’efficienza o investire in innovazione. Al contrario, le nuove imprese, pur disponendo di idee innovative, tecnologie più efficienti o modelli organizzativi più competitivi, incontrano maggiori difficoltà ad accedere al mercato.

Le conseguenze non riguardano esclusivamente le imprese, ma si riflettono sull’intero sistema economico. La riduzione della concorrenza tende infatti a rallentare la crescita della produttività, limita gli investimenti, ostacola l’innovazione e riduce gli incentivi al miglioramento continuo. Anche i consumatori ne risentono, attraverso prezzi potenzialmente più elevati, minore varietà di scelta e una qualità dei servizi che evolve più lentamente rispetto a quanto avverrebbe in un contesto maggiormente competitivo.

In un simile scenario, il successo economico rischia di dipendere sempre meno dal merito, dalle competenze e dalla capacità imprenditoriale e sempre più dalla posizione già acquisita o dalla possibilità di beneficiare di privilegi normativi. La meritocrazia viene così compromessa, poiché gli individui e le imprese più efficienti non sempre riescono ad affermarsi, mentre soggetti meno produttivi possono mantenere la propria posizione grazie alle protezioni di cui godono.

Una concorrenza aperta e regolata in modo efficiente non garantisce automaticamente la meritocrazia, ma costituisce una delle sue condizioni essenziali. Mercati contendibili, regole trasparenti e barriere all’ingresso limitate a quanto strettamente necessario consentono infatti al talento, alle competenze e all’innovazione di emergere, favorendo un sistema economico nel quale il successo dipende principalmente dalla capacità di creare valore e non dai privilegi derivanti dalla posizione occupata.

All’origine delle disuguaglianze: il punto di partenza

La meritocrazia presuppone che gli individui possano competere partendo da condizioni sufficientemente comparabili, ma nella realtà le opportunità non sono distribuite in modo uniforme. Ancor prima delle rendite di posizione che favoriscono chi dispone già di una rete consolidata di relazioni e opportunità, esiste una forma di disuguaglianza più silenziosa ma altrettanto incisiva: quella legata alle condizioni di partenza – il reddito familiare, il livello di istruzione dei genitori, il capitale sociale e culturale disponibile. Chi non può permettersi di rimanere economicamente sostenuto dalla propria famiglia oltre la maggiore età, chi è costretto a scegliere un ateneo in base ai costi anziché alle proprie aspirazioni, rinunciando a un percorso fuori sede, o chi non dispone di un adeguato capitale relazionale, si trova ad affrontare il proprio percorso formativo e professionale da una posizione profondamente diversa rispetto a chi può beneficiare, fin dall’inizio, di consistenti investimenti economici, culturali e sociali sul proprio futuro.

Le disparità emergono già nelle prime fasi della vita, a partire dalla scuola frequentata. Secondo le rilevazioni INVALSI 2024, gli studenti provenienti da un contesto socioeconomico e culturale più favorevole ottengono risultati sistematicamente migliori dei coetanei con un retroterra più modesto. Alcuni hanno l’opportunità di trascorrere periodi di studio all’estero, acquisendo competenze linguistiche e interculturali difficilmente replicabili in età adulta. Altri possono dedicare il proprio tempo alla formazione, allo sviluppo di competenze extracurriculari e alla costruzione di reti relazionali qualificate, senza la necessità di conciliare tali attività con esigenze lavorative o vincoli economici. Anche i tirocini, spesso indispensabili per entrare nel settore desiderato, restano poco accessibili a chi non ha un sostegno familiare alle spalle: l’indennità minima prevista dalla legge è di 500 euro mensili, e circa tre tirocinanti su quattro si dichiarano insoddisfatti della retribuzione ricevuta. Vi sono, inoltre, coloro che possono contare sulla continuità di un’attività familiare già avviata, beneficiando di un patrimonio di competenze, relazioni e opportunità accumulato nel tempo.

Ne consegue che una parte significativa dei vantaggi competitivi si forma ben prima dell’ingresso nel mercato del lavoro e, quindi, prima di qualsiasi procedura di selezione. Specularmente, chi proviene da famiglie meno abbienti può essere costretto a entrare precocemente nel mercato del lavoro o a rinunciare a percorsi formativi più lunghi per vincoli economici. In questa prospettiva, il merito non può essere valutato prescindendo dalle differenti condizioni di partenza, poiché queste incidono in modo sostanziale sulle opportunità di sviluppo individuale e sulle possibilità di successo.

Il peso della burocrazia

Per comprendere in modo più concreto la portata del fenomeno, è sufficiente considerare che, secondo i dati della CGIA di Mestre, elaborati sulla base delle rilevazioni della Banca europea per gli investimenti (BEI), il 24%  degli imprenditori italiani dichiara di destinare oltre il 10% del proprio personale esclusivamente alla gestione degli adempimenti imposti dalla normativa vigente. Si tratta di una quota significativamente superiore alla media dell’Unione europea, che si attesta al 17%. Questo dato evidenzia come una parte rilevante delle risorse umane delle imprese italiane venga assorbita da attività amministrative e burocratiche, sottraendo tempo e competenze ad attività direttamente produttive, quali l’innovazione, lo sviluppo commerciale e gli investimenti.

Le grandi organizzazioni dispongono generalmente delle risorse necessarie per gestire la complessità amministrativa. Per un giovane professionista, una startup o una piccola impresa, gli stessi obblighi possono invece rappresentare un ostacolo significativo. Una regolamentazione troppo complessa rischia così di favorire chi è già consolidato, limitando il ricambio e la capacità innovativa del sistema economico.

Merito, incentivi e produttività

La qualità delle istituzioni dipende anche dalla loro capacità di costruire incentivi corretti. Se promozioni, remunerazioni e opportunità dipendono prevalentemente dalle relazioni personali, dall’appartenenza o dall’anzianità, il sistema tende progressivamente a scoraggiare l’impegno, l’innovazione e l’assunzione di responsabilità.

Al contrario, quando i criteri di valutazione sono chiari, trasparenti e orientati ai risultati, aumenta la fiducia nelle istituzioni e si rafforza la propensione a investire in formazione, ricerca e sviluppo. La meritocrazia non rappresenta soltanto un principio etico, ma anche un fattore di efficienza economica.

Una sfida per la crescita

Promuovere una società realmente meritocratica non significa ignorare le differenze di partenza né negare il ruolo delle politiche redistributive. Significa piuttosto costruire un contesto nel quale le opportunità dipendano il più possibile dalle capacità individuali e il meno possibile da privilegi, rendite o appartenenze.

Ridurre le barriere all’ingresso, semplificare la burocrazia, favorire la concorrenza, limitare le rendite di posizione e garantire sistemi di valutazione trasparenti rappresentano obiettivi che possono contribuire non solo a una maggiore equità, ma anche a una crescita economica più sostenibile.

La meritocrazia non è uno slogan né una promessa elettorale. È una condizione istituzionale che richiede regole, concorrenza e responsabilità. Solo in un sistema che premia realmente il valore creato sarà possibile valorizzare il capitale umano, trattenere i talenti e rafforzare la competitività delle nostre economie.

 

  • L’European Youth Think Tank (EYTT) è un centro di ricerca indipendente che promuove il dibattito su economia, istituzioni e politiche pubbliche, con particolare attenzione al funzionamento degli incentivi economici e al loro impatto su crescita, mobilità sociale e competitività.

 

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Sciame sismico ai Campi Flegrei: comunicato di aggiornamento del 1 agosto 2026

Dalle ore 19:46 del 31 luglio 2026 è in corso uno sciame sismico nell’area Campi Flegrei. Alle ore 11:28 di oggi, 1 agosto, sono stati rilevati in via preliminare 169 terremoti con magnitudo Md ≥ 0.0 e una magnitudo massima Md = 4.7 ± 0.3.

Nella mappa sono riportate le localizzazioni degli eventi con magnitudo Md ≥ 1.0.

Il terremoto di magnitudo Md = 4.7 ± 0.3 (Mw 4.4 ± 0.3) è avvenuto alle ore 19:46 del 31 luglio 2026 ad una profondità di circa 3 km ed è stato localizzato dalla Sala Operativa INGV-OV tra le località di Pozzuoli e Quarto.

Si riporta l’elenco degli eventi localizzati finora (ore 11:28 del 1 agosto 2026) di magnitudo Md ≥ 1.5

Data IT Orario IT Md (±0.3) Profondità (km)
31/07/2026 19:46:43 4.7 2.6
31/07/2026 19:50:36 1.7 1.0
31/07/2026 20:49:58 1.6 2.6
31/07/2026 20:57:32 2.9 2.6
31/07/2026 21:25:29 1.9 2.4
31/07/2026 22:00:09 3.8 2.7
31/07/2026 22:02:47 1.7 2.9
31/07/2026 22:04:39 1.7 2.7
31/07/2026 22:14:37 1.9 0.4
31/07/2026 22:36:43 1.7 1.7
31/07/2026 22:55:22 1.7 1.4
31/07/2026 23:22:26 1.7 2.3
31/07/2026 23:34:47 2.7 1.2
31/07/2026 23:35:39 3.1 1.4
31/07/2026 23:46:38 1.5 1.7
01/08/2026 00:03:29 1.6 1.7
01/08/2026 00:27:11 1.5 1.8
01/08/2026 01:01:27 2.0 0.5
01/08/2026 01:20:13 3.1 0.6
01/08/2026 01:23:21 2.4 0.4
01/08/2026 01:35:56 2.5 0.4
01/08/2026 02:07:23 2.3 1.9
01/08/2026 02:07:31 2.5 0.4
01/08/2026 05:41:55 2.0 0.9
01/08/2026 05:47:12 3.1 1.3
01/08/2026 05:49:26 3.0 1.1
01/08/2026 06:11:30 2.2 0.6
01/08/2026 06:14:31 2.1 0.4
01/08/2026 06:20:08 1.5 1.1
01/08/2026 06:21:23 1.8 1.4
01/08/2026 07:45:19 2.5 2.7
01/08/2026 08:12:23 2.1 0.5

Ricordiamo che è importante attenersi alle informazioni fornite attraverso i canali ufficiali dagli enti preposti alla gestione del fenomeno e che tutti gli aggiornamenti sullo sciame e ulteriori informazioni sono disponibili sul sito web della banca dati GOSSIP dell’Osservatorio Vesuviano e sui canali web e social INGVvulcani. 


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Evento sismico, Md 4.7, ai Campi Flegrei e comunicato di sciame: 31 luglio 2026

Alle ore 19:46 italiane (17:46 UTC) del 31 luglio 2026, nell’area dei Campi Flegrei, è avvenuto un terremoto di magnitudo Md 4.7, ad una profondità pari a circa 3 km, localizzato dalla Sala Operativa INGV-OV (Napoli) tra le località di Pozzuoli e Quarto.

E’ in corso uno sciame sismico in quest’area e all’orario di emissione del Comunicato dell’Osservatorio Vesuviano (20:25 italiane) sono stati rilevati in via preliminare 10 terremoti con magnitudo Md ≥ 0.0  e una magnitudo massima Md = 4.7 ±0.3.

Di seguito la tabella con i Comuni entro 10 km dall’epicentro:

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP), calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra dei livelli di scuotimento stimato fino al VII grado MCS.  

Dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai questionari inviati al sito www.hsit.it, in continuo aggiornamento, notiamo che l’evento è stato risentito in tutta l’area dei Campi Flegrei, in tutta la città di Napoli, ad Ischia e nella penisola sorrentina con risentimenti fino al VI grado MCS.

Tutti gli aggiornamenti sullo sciame e ulteriori informazioni sono disponibili sul sito web della banca dati GOSSIP dell’Osservatorio Vesuviano: https://terremoti.ov.ingv.it/gossip/flegrei/2026/index.html 


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Renoize 2026: Ricordare, Riconoscersi, Resistere, Ripartire

Ricordare, Riconoscersi, Resistere, Ripartire. Queste quattro parole segnano la nostra mappa per attraversare quest’anno il festival antifascista Renoize; quattro parole che fungono da nodi di un unico filo che congiunge le diverse giornate. Dal 27 agosto sulla spiaggia di Focene, fino al 5 settembre per le strade di Roma sud che verranno attraversate dal corteo antifascista.

Punti di un percorso che ha come obiettivo quello di costruire un’unica narrazione, non limitata ai giorni del festival stesso ma che sappia connettersi con le lotte, i desideri, le battaglie che si stanno conducendo nella nostra città, in Italia e oltre.

Una prospettiva con uno sguardo non internazionale ma internazionalista, perché mai come oggi, la solidarietà e la convergenza delle lotte diventa non solo sostegno ma prospettiva di trasformazione e definizione di un progetto alternativo al capitalismo e al fascismo.

Ricordare

Focene – Buena Onda – 27 agosto

La parola ricordare deriva dal latino recŏrdari. Re- (indietro, di nuovo) e cor/cordis (cuore). Vuol dire quindi tornare a passare dalle parti del cuore ripassare attraverso il cuore. Tenere quindi accesa la fiamma della memoria, per mantenere viva la storia di chi non c’è più. Per far sì che quella storia torni al cuore di chi resta e la trasformi in ingranaggio collettivo: che muove passioni, realizza sogni, costruisce comunità che resistono.
È questo il rito collettivo in cui il 27 di agosto abbiamo continuato a ritrovarci e crescere. Lì dove la vita di Renato è stata spezzata da otto coltellate alla fine di una dance hall sulla spiaggia. Perché si ricordi anche che questo è il fascismo. Due giovani di 17 e 19 anni, celtica tatuata addosso, coltelli in tasca. Cresciuti in una cultura di intolleranza e prevaricazione, nella noia e nel disagio dell’estrema periferia. Una cultura, ormai sdoganata, non distante da chi in giacca e cravatta o in divisa continua a urlare l’odio per il diverso, dentro e fuori dalle istituzioni, continuando a fare il gioco dei padroni. Una cultura violenta, razzista e machista con cui oggi come allora continuiamo a fare i conti e a lottare.
Ed è li a Focene che ci ritroveremo anche quest’anno nel 20esimo anniversario dall’omicidio di Renato. Per stringerci ancora una volta sotto le stelle tra le onde del mare, in nome della vita e dei suoi sogni.

Riconoscersi

Loa Acrobax – 3 settembre – Incontro pubblico con diverse persone e collettivi impegnati in lotte intersezionali e transnazionali, lista in aggiornamento.

Riconoscere se stessə  a partire dall’altrə .

Riconoscere le nostre battaglie, i nostri sogni, il nostro sfruttamento negli occhi di altrə: questa lezione e’ stata condivisa in modo estremamente potente, dal popolo palestinese sottoposto a un genocidio: quando pensavamo di dover solidarizzare con la loro lotta di liberazione e abbiamo scoperto che loro hanno liberato noi.

Hanno liberato innanzitutto energie ma hanno liberato anche connessioni e strategie per  prendere posizione, senza esitazione, contro il genocidio, per riconoscere la banalità del male, per trovare le parole per definirlo e combattere per superarlo.

Riconoscersi vuol dire guardare il proprio passato per essere saldə nel presente e spiccare il volo per il futuro; per quello che riguarda noi, riconoscersi, vuol dire guardare agli ultimi 25 anni da una data certa, quella di Genova, 2001. Quando e dove abbiamo perso Carlo, dove abbiamo subito un massacro legalizzato e agito dalla polizia italiana per mandato delle istituzioni italiane. Ma 25 anni fa è successo qualcosa di molto più importante: è successo che un intero popolo, quello del mondo, ha avuto ben chiaro quali erano le prospettive che il capitalismo e il suo sfruttamento avrebbero realizzato.

25 anni dopo quel desiderio di trasformazione,quel desiderio di un altro mondo possibile, continua a essere punto di riferimento; continua a generare battaglie e a rappresentare una reale e alternativa possibilità.

E riconoscersi come parte di questa storia è fondamentale per Resistere contro ogni forma di fascismo.

Foto tratta dalla pagina FB Renato Biagetti #IoNonDimentico, edizione 2025 del festival

Resistere

Loa Acrobax – 4 settembre – Incontro pubblico con diversi comitati e collettivi, nazionali e internazionali, in lotta per la difesa dei territori, lista finale in aggiornamento

I nostri territori, al plurale, nelle nostre città, nel paese interno, al di là del mare e a centinaia di chilometri, continuano a resistere allo sfruttamento e all’estrattivismo di pochi interessi privati.

Aziende multinazionali continuano incessantemente a riprodurre e innovare metodi di estrazione di profitto.

Un processo nuovo di “enclosures” continua a stabilire regole per l’ambiente e per chi vive all’interno di quell’ambiente: soffocare di caldo, quindi, non è solo una questione climatica. È un modello di sviluppo urbanistico e di multinazionali e fondi finanziari ma, soprattutto, è una scelta politica.

Di fronte a questo contesto, decine e decine di comitati, realtà sociali, spazi occupati, piccoli collettivi e singole soggettività continuano a battersi e a costruire non solo barricate, ma vittorie, piccoli avanzamenti, soprattutto connessioni. A partire da queste resistenze è fondamentale costruire una cornice narrativa comune in cui inserire le nostre lotte e avere chiaro qual è il nostro posizionamento politico, economico e sociale. Dalla condivisione di queste pratiche di Resistenza si costruisce la possibilità di tornare a salpare insieme per cambiare le cose. Per non arrendersi al capitalismo e alla sua barbarie.

Ripartire

Loa Acrobax – 5 settembre – Tavoli di lavoro: Free all Antifa, Diritto alla città, Sciopero sociale, Fermiamo il genocidio.

Ripartire vuol dire trovare non solo le rotte, ma gli strumenti concreti da condividere per potersi organizzare insieme. Per poter pensare insieme e agire insieme.

Ripartire vuol dire fare riferimento esplicitamente a quei movimenti che negli ultimi due anni hanno voluto attraversare i territori per provare a connetterli, hanno voluto attraversare il mare, insieme a chi si è mobilitato per terra, per dare vita ad una delle più grandi azioni internazionalista dal secondo dopoguerra.

Ripartire vuol dire prendere atto dei propri limiti, affrontarli e superarli insieme.

Ripartire vuol dire progettare e guardare quelli che possono essere orizzonti comuni, processi collettivi,  riconoscere i momenti di forza che si sono dispiegati negli ultimi mesi in Italia e in tutto il mondo. Ripartire vuol dire avere un’ambizione di costruire insieme meccanismi e processi collettivi che sappiano esplicitamente contrapporsi al capitalismo e all’onda nera e reazionaria che lo difende e propaga.

Ripartire vuol dire affermare collettivamente che c’è la possibilità di costruire un nuovo modello di società basato sulla condivisione delle risorse e dei mezzi, della tutela dell’ambiente circostante.

Ripartire, da dove i governi hanno fallito, vuol dire affermare che materialmente è possibile costruire una società dove il fascismo semplicemente non sia previsto.

Questo momento sarà un momento di tavoli di lavoro, per riempire la nostra cassetta degli attrezzi comune, in cui la discussione sia la semina di opzioni e azioni concrete su cui procedere all’indomani di Renoize.

E infine come non chiudere questi quattro giorni in cui Ricordare, Riconoscersi, Resistere e Ripartire, se non inondando le strade dei nostri quartieri con un corteo antifascista che il 5 settembre pomeriggio, celebri un ventennale di rabbia e amore.
Una manifestazione che consideriamo necessaria, soprattutto per l’attenzionamento criminalizzante che l’internazionale nera sta agendo nei confronti del movimento Antifa, per le continue aggressioni e abusi che fascismo e forze dell’ordine agiscono su persone singole e associazioni, per Maja e per tutte le persone private della loro libertà perché hanno difeso i propri quartieri dalla minaccia fascista.

Ai nostri posti ci troverete. Ci vediamo a Renoize.

Immagine di copertina di Daniele Napolitano

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Chiudere la Stretto di Messina Spa. L’8 agosto il corteo No Ponte

Dibattiti, volantinaggi, un tour in diverse città italiane, incontri contro l’estrettivismo e la devastazione ambientale in tanti territori, assemblee settimanali a Messina, la campagna No Ponte negli ultimi mesi ha attraversato diversi contesti e città, partendo dalle due sponde dello Stretto di Messina, per rilanciare la mobilitazione. Dal 7 al 9 agosto si terrà un campeggio, nel pomeriggio di sabato 8 agosto il corteo, in serata, a partire dalle 8.30 in piazza del Popolo, si sarebbe dovuto tenere un concerto che è statao cancellato dopo il tragico crollo della palazzina a Messina.

Pubblichiamo qui a seguire il comunicato del Movimento No Ponte in vista dell’importante mobilitazione estiva che come ogni anno ribadirà la contrarietà al devastante progetto del Ponte per rivendicare diritti, sanità, infrastrutture e difesa dell’ambiente e del territorio. A partire dalla rivendicazione della chiusura della Stretto di Messina SpA.

Quella del ponte è una storia di sprechi, di risorse sottratte alla collettività per il tornaconto di pochi, di procedure speciali (leggasi con minori tutele) e buchi neri. Dalla legge istitutiva della Stretto di Messina SpA nel 1981 alla legge obiettivo del 2001, dalla rimozione del tetto massimo per gli stipendi dei dirigenti della Stretto di Messina SpA alle deroghe in materia di appalti del cosiddetto decreto commissari, l’elenco è infinito. In esso, si intrecciano norme specifiche per il ponte e la disciplina che, più in generale, favorisce la grande imprenditoria della devastazione.

Ai procedimenti giudiziari, emersi negli scorsi mesi, lasciamo il compito di accertare responsabilità penali. Quelle politiche le conosciamo già, e le ascriviamo al blocco sociale che si nutre del ponte – non solo della sua eventuale realizzazione, ma anche dell’interminabile progettazione – e di cui fa parte l’intera governance tecno-politica: politici, imprenditori, progettisti, fino, naturalmente, alla società concessionaria.

Non a caso, dal 2016 la Corte dei Conti ha più volte sollecitato governo e parlamento a un intervento normativo per accelerare la liquidazione della Stretto di Messina SpA, decisa nel 2013 dal governo Monti, onde evitare un ulteriore spreco di risorse pubbliche e porre fine al paradossale contenzioso avanzato dalla stessa società nei confronti di altre istituzioni statali. Sappiamo bene com’è finita: non c’è stato nessun intervento normativo e la società è stata tenuta in piedi da tutti i governi, di diverso colore, fino ad essere riattivata da Meloni-Salvini nel 2023.

Ecco perché, oggi, la chiusura della Stretto di Messina SpA rappresenta l’unica strada per interrompere quella continuità che consente al progetto di sopravvivere da oltre quarant’anni. Ci consentirebbe di liberare quei 14 miliardi tenuti in ostaggio dal miraggio del ponte. Ci consentirebbe di sottrarci alla minaccia di quei cantieri che qualcuno vorrebbe aprire, magari per guadagnare visibilità nella lunga campagna verso le elezioni politiche.

Per questo torniamo in piazza, non delegando una lotta che è delle persone che abitano i territori dello Stretto, dei Sud, e di chi ci accompagna in solidarietà. L’8 agosto la marea di Messina diventerà il nostro decreto popolare di chiusura della Stretto di Messina SpA.

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Comunicato del Movimento No Ponte del 5 agosto in vista dell’assemblea popolare del 7 agosto e del corteo dell’8 agosto.

In questi giorni la nostra città è stata scossa dalla tragedia del crollo di una palazzina nel quartiere di Pistunina, nella quale hanno perso la vita quattro persone, mentre altre due, mentre scriviamo, risultano ancora disperse. Il territorio in cui viviamo è apparso costellato da un modo molto diverso e variegato di affrontare e processare questo drammatico evento – come è inevitabile che sia, in contesti sociali ampi e complessi – e abbiamo seguito anche noi, come tutte e tutti, l’alternarsi di chi chiedeva che le attività ludiche, culturali e di intrattenimento si fermassero e chi, invece, riteneva che dovessero andare avanti, senza nulla togliere al rispetto e al cordoglio per le vittime.

Questo è il contesto in cui ci troviamo mentre ci avviciniamo alla tre giorni NO ponte del 7, 8 e 9 agosto, e ovviamente noi stesse abbiamo fatto varie riflessioni al riguardo. Il dato inoppugnabile, per noi, è che quella che ci attende è una tre giorni di lotta e mobilitazione e anche i momenti apparentemente più ludici e di festa inseriti al suo interno hanno un valore politico.

Pensiamo, in particolare, al concerto NO ponte, previsto per la serata di sabato: un momento che per noi non rappresenta semplicemente musica, socialità e festa (che hanno comunque un significato politico, ancor più quando avvengono in spazi pubblici, aperti a tutte e tutti), ma anche un momento dall’alto valore politico, ricco di contenuti legati alle lotte dei nostri territori. Pur fermamente convinte di tutto questo, abbiamo deciso di assumere un atteggiamento di cautela e rispetto.

Il nostro è un movimento territoriale, formato dalle migliaia di persone che vivono e amano il nostro territorio e che lo difendono da abusi e speculazioni. Ed è proprio alla comunità di cui siamo parte e che nutre il nostro movimento che stiamo guardando in queste ore, decidendo di assumere la decisione di annullare il concerto NO ponte. Una decisione sofferta ma che ci sembra giusta, per non urtare sensibilità alcuna, per non apparire irrispettose e irrispettosi. In altre parole, per prenderci cura della comunità di cui siamo parte.

Siamo molto grate a tutte le artiste e gli artisti che avevano accettato di partecipare al concerto: siamo grate per la loro generosità a mettersi a disposizione e per la loro comprensione rispetto ai motivi dell’annullamento. Restano, naturalmente, confermate tutte le attività di taglio più marcatamente ed esclusivamente politico e di lotta, quali il corteo dell’8 agosto, il campeggio e le assemblee.

Attività che si rivelano ancora più urgenti e necessarie alla luce dell’ennesima forzatura istituzionale di queste ore: il blitz con cui Matteo Salvini ha disposto il rinnovo anticipato del Consiglio superiore dei lavori pubblici, inserendovi all’interno, come messo in evidenza da autorevoli osservatori, figure apertamente riconducibili al blocco sociale favorevole alla realizzazione del ponte.

Il corteo, il campeggio e le assemblee verranno presentate alla città in conferenza stampa venerdì 7 agosto alle ore 10,30 presso la Sala Ovale “Antonino Caponnetto” del Comune di Messina, Palazzo Zanca.

Assemblea No Ponte, Messina

Immagine di copertina e prima immagine nell’articolo di Giordano Pennisi – Scattomancino. Messina, 12 agosto 2023. Immagine di chiusura dell’articolo a cura del collettivo Flashmood, che ringraziamo per la collaborazione. Il comunicato No Ponte è stato pubblicato sulla pagina facebook No Ponte.

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Difendiamo la città pubblica! Colazione solidale a Casale Garibaldi

Pubblichiamo l’appello sottoscritto lanciato dal Collettivo di Casale Garibaldi e promosso da decine di collettivi e associazioni della città per un momento di lotta e condivisione a difesa di uno spazio sociale che vede ancora una volta messa a rischio la sua storia.

Giovedì 30 luglio, ore 8.30 colazione solidale a Casale Garibaldi.

A un anno dalle elezioni comunali, il governo della città si trova davanti a un bivio: da una parte, gli interessi dei grandi gruppi economici che vogliono una città vetrina, turistificata, dove lo spazio pubblico diventi semplice accessorio dei profitti privati; dall’altra, un’idea di sviluppo urbano che metta al centro il diritto all’abitare, la difesa ed estensione dei servizi pubblici, la gestione democratica del patrimonio, il riconoscimento delle esperienze diffuse di mutualismo, produzione culturale e autogestione.

In questo corpo a corpo tra valore d’uso e valore di scambio – che nei mesi scorsi è stato segnato da diverse operazioni di sgombero – si gioca il destino di due importanti delibere, relative al Piano casa e al patrimonio pubblico (104/2022), entrambe frutto di un lungo percorso di confronto e conflitto tra i movimenti e la giunta Gualtieri. Nello specifico, la delibera 104, aveva due obiettivi: riconoscere e “sanare” quel ricco tessuto di realtà sociali e autogestite attive da quasi 40 anni; avviare una gestione “sociale” del patrimonio pubblico vuoto e abbandonato.

A oggi l’applicazione della delibera non è stata minimamente all’altezza degli obiettivi dichiarati. Spesso si è tradotta in procedure punitive, assedi burocratici ed economici, gestioni opache, canoni previsionali folli: atti che hanno colpito e rovesciato la mission della norma.

La recente istituzione della “task force” da parte dell’assessore Zevi vorrebbe essere un segnale di risposta a queste criticità; per esserlo veramente occorre aprire le porte e le finestre di questo spazio di confronto, misurarlo sulle necessità concrete della città, ascoltare chi nei territori vive, partecipa e lavora. Ma soprattutto riaffermare con atti amministrativi coerenti il valore sociale e politico della delibera 104.

Giovedì 30 luglio, a Casale Garibaldi, ci sarà la prima occasione per misurare questo cambio di passo: la direzione tecnica del Municipio V vorrebbe operare un “sopralluogo tecnico” che ha il sapore di un’operazione di polizia mascherata, che mette a rischio quasi 40 anni di storia. L’ultimo capitolo di una vicenda surreale nata alla scadenza della concessione, nel 2017, e conclusa con un avviso pubblico e relativa graduatoria fallace e illegittima.

In questo passaggio si giocherà un pezzo decisivo della credibilità della delibera 104: chiamiamo la città solidale alla mobilitazione e, allo stesso tempo, invitiamo le forze politiche e le istituzioni a prendersi le loro responsabilità davanti a questo scempio politico e amministrativo.

Appello promosso da:
A Sud, Arci Roma, Anpi Centocelle, Angelo Mai, Borgata Gordiani, Casa delle Donne Lucha y Siesta, Casale Garibaldi, Casetta Rossa, C.s. Brancaleone, C.s La Strada, C.s. Spartaco, Celio Azzurro, Cemea del Mezzogiorno, Cip Alessandrino, Clap – Camere del lavoro autonomo e precario, Cnca Lazio, Collettivo studentesco Francesco d’Assisi, Communia, Confederazione Cobas, Cooperativa Autorecupero TECLA, Esc – atelier autogestito, Gap bio XV, La Maggiolina, Loa Acrobax, Lsa100celle, Made in Jail, Mo.V.I. Roma Metropolitana Odv, Quarticciolo Ribelle, Rete eco-socialista romana, Rete #nobavaglio, Spazio libero Aps, Senza confine, Spin Time labs

Elenco in costante aggiornamento

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Il Movimento Nonviolento risponde al fuoco pacifista: “Adesso anche basta”.

Gli attacchi ci possono stare, ma le mistificazioni non sono tollerabili. Finora non avevamo risposto perché davvero non ne valeva la pena, e abbiamo altro da fare. Ma se la calunnia viene riprodotta a mezzo stampa, allora la replica è d’obbligo. Primo falso. Si dice che ci sarebbe “un dibattito che sta attraversando il movimento nelle [...]

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In difesa del Servizio Civile. Il Movimento Nonviolento al Senato

Oggi il MN, rappresentato da Daniele Quilli, è in audizione al Senato in merito al disegno di legge n. 1953 che affianca, nello stesso provvedimento, il riordino delle politiche giovanili e la revisione della normativa sul Servizio civile universale Di seguito riportiamo l'intervento: "Grazie per l’invito e per questa occasione di confronto Intervengo in rappresentanza [...]

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Come il Trumpismo cambia l’economia

Nell’ultimo decennio – dopo la crisi finanziaria del 2008, la pandemia e il ritorno della guerra ai margini dell’Occidente – la globalizzazione è entrata in una fase di diffusa incertezza. Grazie al clima di fiducia instaurato negli anni Ottanta e alle regole internazionali favorevoli al multilateralismo del mondo occidentale si sono ampliati gli scambi commerciali, finanziari, di merci e di persone a livello mondiale, offrendo opportunità di crescita a molte economie arretrate, migliorandone le prospettive di reddito e benessere. Tuttavia, la riorganizzazione produttiva accentrata lungo le nuove filiere tecnologiche e logistiche globali, sostenuta da una finanza sempre più internazionale, ha trasformato profondamente gli apparati produttivi nazionali soprattutto occidentali, incidendo sugli equilibri politici interni con costi significativi in termini di occupazione, di diseguaglianze e di esposizione a shock esterni. Ne è derivato, per ampi gruppi sociali, l’indebolimento della fiducia nella promessa neoliberista di quel trickle-down secondo cui le politiche economiche favorevoli a imprese e fasce più ricche avrebbero stimolato una crescita destinata poi a beneficiare l’intera società. 

Porre l’accento sulla “fiducia” come necessario “collante” della società e del processo che ne orienta il futuro implica che di essa non si possa prescindere quando si intenda valutare la formazione e gli effetti della politica economica. In effetti, senza una precisa forma storica di fiducia, difficilmente si sarebbero formate e mantenute le innumerevoli relazioni di mercato tra paesi, imprese e persone che hanno reso credibile, accettabile e condiviso l’ordine economico degli ultimi decenni. Ma, allora, sorgono alcune domande: la crisi dell’attuale assetto interno e internazionale non può essere letta come una crisi di fiducia? E, da questa prospettiva, non si possono comprendere meglio le dinamiche politiche in corso e le loro ricadute economiche e sociali? Sono domande poste da Dario Togati in Capitalismo fragile. La crisi di fiducia e l’America di Trump (con illustrazioni di Davide Borella, Diarkos, 2026), dove la fiducia è utilizzata come chiave interpretativa del presente per spiegare “perché Trump ha vinto le elezioni” e leggere le sue politiche come risposta, coerente o meno, a una crisi che interroga il futuro del capitalismo e della democrazia in Occidente.

  1. 1. La tesi di Togati, secondo cui la politica di Trump non sia (del tutto) folle e meriti di essere presa “sul serio”, gli impone di precisare, nelle prime parti del libro, i due aspetti che saranno cruciali per la sua successiva analisi: la fiducia come categoria utilizzabile per l’analisi economica e, di conseguenza, la necessità di un approccio si analisi che riconduce al “vero” pensiero di Keynes. 

Non basta affermare che l’economia si regge sulla fiducia tra le persone, che essa è la “colla” che tiene insieme la società, ma occorre chiarire di cosa sia fatta quella colla e in quale ruolo incida sugli esiti del sistema. Non sorprende allora che gran parte del libro sia dedicata all’analisi di come i soggetti utilizzino le fonti di informazione quando le loro scelte devono essere effettuate in condizioni di incertezza. Nella distinzione tra una fiducia individuale e interindividuale, tipica delle decisioni di routine, e una fiducia sistemica o istituzionale) nei riguardi delle informazioni fornite da istituzioni (pubbliche e private), la sua attenzione è rivolta soprattutto a quest’ultima poiché su di essa si fonda principalmente l’aspettativa dei soggetti economici nella stabilità dell’ordine vigente e delle sue necessarie regole. Quando “[g]li agenti economici del mondo reale sono costretti a fidarsi degli altri perché ‘non sanno abbastanza’ (…) e quando fanno incontri nuovi o pericolosi, difficili da interpretare [non potendo] cavarsela da soli”, sono costretti a ricorrere a stratagemmi (definiti “trucchi di fiducia” nel libro) che consistono di affidarsi alle conoscenze di altre persone o istituzioni. Cosa particolarmente evidente per le scelte strategico-innovative – tipiche degli investimenti produttivi e finanziari – che, per il loro orizzonte di lungo periodo, devono essere assunte in condizioni di forte incertezza. Spesso, in questi casi in cui mancano punti di riferimento affidabili, i soggetti assumono come segnale “oggettivo” del futuro le opinioni “soggettive” della maggioranza degli altri operatori, specie quando, come avviene nei mercati finanziari, esse si traducono in “convincenti” valori (medi) di mercato. 

La fiducia è in questi casi una “costruzione sociale” la cui esistenza, introiettata culturalmente, è percepita dagli interessati come fondata su una realtà “naturale”, le cui informazioni sono considerate un’espressione dell’ordine che regola l’esistente. Una fiducia costruita sulla base di una razionalità “collettiva” introduce, per un verso, un elemento di inerzia nei comportamenti individuali che, soggettivamente, permette ai singoli di superare l’impasse dovuto a un futuro oggettivamente non pienamente conoscibile, ma, per un altro verso, per fragilità o disfunzionalità del processo su cui essa si fonda, non esclude che si creino situazioni “particolarmente vulnerabili o instabili”.

Queste sono le ragioni per cui l’economista nella sua analisi dei comportamenti individuali e degli equilibri macroeconomici non può prescindere dal ruolo che vi svolge la fiducia e la sua evoluzione. Per fornire una immagine del processo economico che l’economista deve interpretare, l’autore utilizza la metafora del “viaggio di Ulisse”. L’eroe dell’Odissea nell’indirizzare la sua rotta verso la mitica Itaca − porto sicuro e casa accogliente − deve affrontare mari dalle sponde inesplorate, essere soggetto ai capricci degli déi che, improvvisando tempeste e naufragi, lo costringono ad approdi dalle conseguenze inaspettate. Per definire la rotta non gli è sufficiente adottare le procedure abituali della navigazione. Egli deve costantemente rimanere in guardia su cosa di nuovo può accadere, pronto a cambiare rotta, ancorché sulla base di informazioni incomplete, per sottrarsi ai pericoli emergenti o per cogliere opportunità inattese. Il valore della sua guida, specie in un viaggio turbolento, è la capacità di interpretare l’ambiente in cui si muove, vagliare le novità rilevanti, adottare gli strumenti più adeguati; in altre parole, è l’abilità di impiegare la strategia che minimizza il pericolo di disperdere equipaggio e carico della nave prima di attraccare alla mitica Itaca, realtà, nel racconto di Omero, meno serena e confortante della prospettiva agognata. 

La metafora del viaggio di Ulisse e di Itaca come meta serve a Togati per sottolineare che la realtà che l’economista deve indagare presenta strette analogie con il viaggio turbolento di Ulisse coinvolto in continue sfide e pericoli. Il modo in cui l’economia “viene spesso insegnata” non è sufficiente in quanto dà per scontato che, assunto un sistema di mercato ben funzionante, gli agenti economici non abbiano bisogno di fiducia poiché imparano spontaneamente a fidarsi gli uni degli altri; a priori, essi sanno “già quasi tutto”, si formano aspettative “razionali” sul futuro, non commettono errori sistematici: la rotta ottimale è tracciata e, per l’irrilevanza degli eventi inaspettati, conduce di sicuro all’obiettivo. Se, in un mondo simile, la fiducia non è un problema, lo è però in un contesto in cui la realtà, presente e futura, non è pienamente conosciuta; in cui il “materiale” che essa offre, inclusa la solidità dei “trucchi” utilizzabili, è molteplice e contradditorio. Il contesto corrente, l’obiettivo da perseguire, le informazioni da selezionare, gli strumenti da attivare non sono dati forniti una volta per tutte, ma sono il risultato della continua costruzione di “credenze argomentate” − dotate di un certo grado di probabilità (di un certo grado di fiducia) − che sono alla base delle scelte economiche strategiche; scelte che innovano la realtà corrente e modificano il quadro informativo delle decisioni future. L’ordine economico risultante non è l’esito preordinato di automatismi razionali di lungo periodo, ma l’espressione della scoperta della situazione emergente determinato dalle condizioni iniziali e dell’azione dei soggetti. Affinché la fiducia abbia il suo adeguato ruolo nell’interpretazione del processo economico, l’analisi non può essere quella tradizionale, ma quella, esistente anche se non maggioritaria nel dibattito di economia politica, che l’autore definisce come il “nostro Keynes”, ovvero quel Keynes che, a differenza di altri “keynesismi”, integra l’analisi con il ruolo determinante “delle istituzioni e della politica in generale”.

  1. 2. Arriviamo così al punto cruciale del libro, l’interpretazione della politica economica di Trump. Sebbene questa sia manifestamente in contrasto con i dettami del pensiero economico corrente, Togati non ritiene utile bollarla come “folle”, ritenendo invece che vada compresa meglio anche per contrastarla più efficacemente. La sua argomentazione – che si sviluppa nella terza parte del libro – riguarda tre punti: il “contesto” che ha reso possibile la sua ascesa; il senso della sua politica economica; la possibile realtà che ne può risultare.

Per quanto riguarda le “ragioni” che sono alla base del fenomeno-Trump, è difficile non essere d’accordo con la tesi che esse vadano rintracciate nella crisi di fiducia di settori crescenti della popolazione americana sulla capacità-volontà della classe politica di contrastare il continuo deterioramento dell’american way of life. Facendo retoricamente riferimento al buono stato dell’economia USA al momento del voto presidenziale del 2016 e del 2024 (crescita buona del PIL, bassa disoccupazione, bassa inflazione o in calo, aumento dei salari reali) l’élite politico-economica non disponeva degli strumenti per rendersi conto di quanto si stesse inaridendo, in ampie fasce sociali, il “sogno americano”; in altre parole, di veder “arrivare Trump”.

I successi del neoliberismo che, a cavallo del millennio, avevano rafforzato la centralità dell’economia americana sono stati accompagnati da una crescente disuguaglianza nei redditi e nella ricchezza e da un accentuato impoverimento di una parte della popolazione per il modo in cui sono state affrontate le debolezze strutturali dell’economia USA: la lunga deindustrializzazione, la crescita lenta e settorialmente concentrata della produttività, l’incertezza dei redditi e la loro disparità, la dipendenza dalla finanza delle prospettive di vita comune, il ricorrente rischio di una sua crisi. Negli strati sociali degli americani bianchi meno avvantaggiati si era via via rafforzato il convincimento che il peggioramento della loro posizione sociale fosse strettamente collegato al processo di globalizzazione sostenuta dalle classi dirigenti per ridefinire il meccanismo economico a loro favore. Per un’ampia parte della popolazione si era venuta esaurendo la fiducia nella capacità dell’attuale forma sociale di garantire quegli obiettivi di benessere e prospettive di vita futura su cui si è fondato per lungo tempo un consenso maggioritario; da qui il “risentimento persistente” nei confronti dell’élite politica, responsabile di aver truccato il gioco del capitalismo “ideale”, infrangendo il “sogno americano”. Una tesi accettabile, se non addirittura scontata, che “Trump [sia] arrivato alla Casa Bianca perché ha saputo interpretare la crisi di fiducia degli elettori americani (…) provocata [dal]l’incapacità del libero mercato di risolvere da solo i problemi del salario giusto (…), [di] eliminare il forte deficit commerciale americano e [di] garantire un sufficiente livello di investimenti per ricostruire la base industriale di quel Paese”. La soluzione di Trump alla crisi di fiducia della società americana non può che risiedere in una politica economica – “anche se grossolana e istintiva, e perfino incoerente” – che ricrei la fiducia in quel “sogno”. 

Il suo tentativo può essere interpretato presentando le tre questioni più qualificanti: il salario giusto; il ruolo della finanza; la questione della moneta”. Per quanto riguarda l’obiettivo di migliorare la fiducia nel salario giusto dei “suoi” lavoratori, la soluzione dipende, di fatto, dagli effetti indiretti di interventi strutturali intrapresi in altre parti del sistema: i dazi per l’industrializzazione e la lotta agli immigrati dovrebbero rafforzare la domanda e l’offerta del lavoro, portare a un aumento della produzione interna, un miglioramento sia occupazionale che dei redditi interni per gli “americani di Trump”. Una tale visione politica riflette un’interpretazione della crisi del sogno americano che ha le radici all’esterno dell’economia americana: gli immigrati e gli “scrocconi” europei e cinesi. Si capisce allora come la punizione “[de]i poteri forti e [de]lle élite non solo nazionali, ma anche estere” vada ostentata quale indennizzo morale per coloro che ritengono di essere stati truffati nel passato. È una considerazione che induce l’autore ad assumere, come concetto cruciale per comprendere la politica di Trump, quello di “salario ideologico” che integrerebbe – per i lavoratori che si riconoscono nel movimento Maga – la parte di salario costituita dal reddito percepito e dal pacchetto di servizi pubblici ricevuti, con una sorta di “compensazione” alla loro passata passiva subordinazione alla crescita della forbice tra redditi alti e redditi bassi, e alla loro collocazione in più basse fasce sociali e intellettuali. Il riconoscimento del legittimo “risentimento persistente” di ripulsa dell’élite, che si pone più sul piano morale e politico che su quello economico, spiega perché “Trump persegua con ferrea determinazione un’agenda autoritaria a sfondo religioso basata su politiche di deportazione, militarizzazione, dazi e attacchi alle élite”.

La questione non è allora quella di chiedersi quanto siano razionali i provvedimenti di Trump per risolvere gli squilibri interni provocati dalla globalizzazione e se sia accettabile la critica della globalizzazione da parte di chi, gli Stati Uniti, ne ha maggiormente beneficiato; interessante è notare come, di fronte ai problemi creati dal neoliberismo globalizzato, i suoi interventi siano tutti interni a una politica dell’offerta che si rifà al neoliberismo stesso. Una prospettiva che appare immediata dalle sue relazioni con le grandi imprese dell’intelligenza artificiale e del capitalismo bellico alle quali affida, di fatto, il compito di sostenere con i loro investimenti l’economia americana; d’altra parte, non mancano le attenzioni nei confronti delle grandi istituzioni finanziarie e per la solidità del mercato azionario.

Anche per queste realtà la fiducia gioca un ruolo rilevante. Per le decisioni degli operatori del mercato azionario incide certamente la fiducia da loro acquisita attraverso l’esperienza, ma incide in misura forse maggiore la suggestione che siano fondate le informazioni sullo sviluppo futuro del capitale e della ricchezza privata che si traggono dall’andamento del mercato. Quanto più è ritenuta affidabile la “convenzione” secondo cui la convinzione (media) della maggioranza è la più attendibile, tanto più si uniformano i comportamenti e tanto più la convenzione si rafforza. Il “capitalismo della rendita” – “cioè il fatto che i ‘potenti’ (soprattutto grandi imprese e banche) riescono (…) ad estrarre rendite dall’economia e ad impiegarle per controllare il regime politico, mettendo fatalmente a rischio i valori morali fondativi del capitalismo” [da Martin Wolf, La crisi del capitalismo democratico, citato in Togati D., Il fenomeno Trump. Il metodo dietro la follia, in «Menabò» di Etica ed Economia, n.257/2026 del 15 aprile 2026] – non è un prodotto della politica di Trump, ma spiega la sua esortazione di Trump all’enrichissez-vous! volta ad aggregare un più ampio ceto medio di lavoratoti bianchi alla grande proprietà e con ciò spiega anche la pressante necessità politica di garantire una crescita forte e stabile del mercato azionario.

È questa la condizione per prolungare l’adesione a un modello che fa assegnamento su un’economia guidata dagli interessi privati come occasione di continuo e rapido arricchimento. In una cultura, come quella dei nostri tempi, in cui è l’andamento della Borsa piuttosto che la crescita del Pil ad essere l’indice della prosperità del paese, una crisi di Borsa costituisce un pericolo esiziale poiché un dissesto finanziario minerebbero le basi della fiducia posta in Trump e nella sua politica. Di ciò si ha un’esemplificazione sul ruolo che assumono al riguardo le criptovalute.

Come sufficientemente noto, le criptovalute sono delle attività prodotte in automatico dalla tecnologia che possono essere acquistate e vendute a un prezzo corrente caratterizzato da fluttuazioni anche piuttosto ampie. Si tratta di un’attività tipicamente speculativa il cui mercato, per sostenere la crescita delle quotazioni, richiede un costante aumento della domanda assistita da afflussi di liquidità proveniente o da nuovi entranti o dal supporto del sistema finanziario. “[Q]uesto mondo delle criptovalute è entrato nei portafogli dei grandi fondi e aspira alla funzione di moneta a tutto tondo” nonostante che il mercato in cui sono trattate non sia un mercato regolamentato, quindi privo di un controllo a garanzia della stabilità del suo valore monetario. La fiducia di coloro che vi operano conta sull’affidabilità di quel mondo e delle sue regole interne. Anche in questo caso, Trump non ha ovviamente inventato questo mondo, ma lo utilizza e se ne è fatto padrino perché può facilitargli la soluzione della crisi del salario giusto e dell’instabilità degli investimenti: “si tratta di sostituire il vecchio sogno americano, legato alla crescita del settore manifatturiero (…) con un nuovo sogno: quello dell’arricchimento a portata di tutti, grazie al potente connubio tra nuove tecnologie e finanza”.

L’obiettivo ambizioso dello sviluppo delle valute digitali è però quello di trasformare il sistema monetario esistente in un sistema decentralizzato, sostituendo le monete nazionali con una moneta privata, ovvero un dollaro prodotto da una tecnologia “neutrale” e indipendente dal controllo della Fed; un risultato che assumerebbe il simbolo di “un mondo Maga che diventa Stato nello Stato”. L’instabilità del valore delle criptovalute le rendono però inadeguate come strumento normale di mezzo di pagamento. Per superare questo inconveniente, sono state emesse delle attività finanziarie innovative, le stablecoin, che, garantendo un aggancio stretto al dollaro, potrebbero essere un mezzo di pagamento che fornisce liquidità al mercato delle criptovalute. Dato che il pieno rimborso in dollari delle stablecoin è sostenuto dalle loro riserve frazionarie in titoli pubblici statunitensi, la mancanza di informazioni più precise sulla struttura della loro attività (precluse peraltro alle Autorità monetarie), rende difficile il giudizio sulla solidità. L’unica certezza è che le criptovalute vanno sostenute e protette in modo che la gente continui a fidarsi della Borsa, del dollaro e dei titoli di Stato americani sui mercati finanziari di tutto il mondo; Trump “non può permettere che [la finanza] crolli, come è già successo più volte in tempi recenti: quel mondo deve essere salvato”. 

Si apre così la spiegazione del contenzioso con la Federal Reserve. Il Sistema di banche centrali che, per tenere sotto controllo l’inflazione dei prezzi, ha fatto resistenza sia all’estensione del sistema bancario non sottoposto al suo controllo, sia alla piena integrazione delle criptovalute private nel mondo finanziario e monetario, ora deve essere reindirizzato politicamente affinché il mondo delle criptovalute disponga di un “ombrello di salvataggio ufficiale, un bail out (…)giustificato (…) dal fatto che tale mondo è diventato too big to fail, come lo erano i colossi di Wall Street nella crisi del 2008, ma con un’importante differenza: (…) salvando le criptovalute si salva in realtà la gente del mondo Maga che le compra, per cui non si fa un favore all’élite finanziaria ma all’intera collettività”.

Si tratta di una linea di politica finanziaria fortemente innovativa: non sono più i prezzi industriali (e relativi interessi) a dover essere stabilizzati, ma lo sono i valori finanziari (e i relativi interessi). A tale fine, le trasformazioni tecnologiche-finanziari la cui punta sono le criptovalute, non solo rendono possibile una più diffusa privatizzazione della finanza, ma rendono necessaria una privatizzazione delle relazioni monetarie. Non solo a livello interno, ma, come osserva Togati, anche a livello internazionale dove, di fatto, si assiste alla rinuncia degli Usa a governare la moneta mondiale in quanto viene delegata al “settore privato”, al connubio grandi società e grande finanza privata. L’obiettivo di una moneta forte all’interno e all’estero non è più espressione della forza economica, ma della forza politica del governo degli Stati Uniti. Il ridimensionamento perseguito dell’immagine dell’Europa e della sua moneta è espressione dell’instaurarsi di una forma di “criptomercantilismo” che, attraverso l’esportazione dei sistemi di pagamento, rafforza l’influenza economica degli Stati Uniti riducendo il potere di controllo delle altre nazioni sulla propria moneta interna.

  1. 3. La ricostruzione dei punti essenziali della visione di politica (economica) di Trump per dare soluzione alla crisi di fiducia della società americana è utile per valutare il titolo posto al libro; in altre parole, per comprendere perché Togati parla di “capitalismo fragile”. Nella visione corrente degli economisti – anche keynesiani, sebbene non del “nostro” Keynes, come Krugman, peraltro molto apprezzato e citato nel libro – la fragilità è un’espressione azzeccata perché nella loro concezione la crisi seguirà inevitabilmente dal fallimento dei singoli interventi adottati: la politica dei dazi, il Genius Act, la politica monetaria con le loro ricadute sull’occupazione, sull’inflazione. Fallimenti dai quali non può che discendere il rigetto dell’elettorato dell’intera politica trumpiana. Togati non è però convinto che una tale lettura “lineare” che procede dal singolo intervento al suo fallimento e, da qui, al rifiuto dell’intera politica sia quella decisiva: la fiducia di cui gode Trump fa riferimento alla sua politica complessiva e può non dipendere strettamente dai risultati dei singoli interventi, comunque settoriali.

Dalla precedente analisi, si comprende bene come, nella visione di Trump, la sua politica miri a far coesistere interessi ben diversi: il sostegno alla visione neoliberista delle grandi corporations e della grande finanza; l’ombrello finanziario a garanzia dei settori che mirano ad arricchirsi con la speculazione di mercato; la fornitura di un salario “ideologico” come riscatto per i lavoratori generalmente bianchi. Si tratta di interessi eterogenei che hanno necessità di sostenersi vicendevolmente; per cui una crisi “locale” può essere sottovalutata dalla maggioranza (elettorale) della popolazione, purché preservi l’intero sistema. 

Non significa, tuttavia, che il libro escluda che il modello-Trump possa essere investito da una crisi di fiducia. Anzi, per coglierne l’emergere, sollecita a fare attenzione a quando le scelte di Trump rischiano di spingere il sistema oltre a una o più delle situazioni indicate come le “linee rosse” della sua politica. Si tratta di soglie critiche all’evoluzione di parti del sistema che, se non vengono contenute o compensate, rischiano di sciogliere il collante che lega gli interessi delle diverse parti sociali accomunate dalla politica trumpiana. Non a caso – con un’evidente analogia con la metafora del viaggio di Ulisse – le scelte presidenziali sono spesso segnate da improvvisazioni e da correzioni di rotta, dovute alla necessità di contrastare improvvisi e imprevisti effetti delle proprie iniziative ridefinendo, anche radicalmente, la propria direzione. La fragilità non è quindi una conseguenza strutturale dell’economia, ma è frutto di un’incompatibilità politica, l’incapacità di mantenere unita una (maggioranza della) popolazione attorno a una visione del futuro che è sociale e culturale prima ancora che economico.

La fiducia nella politica di Trump è una commistione di fattori non strettamente economici, come, del resto, dimostra la necessità della politica di Trump di innovare le regole del passato: La liberalizzazione offerta alle corporations e l’aggregazione intorno ad esse sia degli interessi finanziari di ampi settori della popolazione, sia del desidero di riscatto politico delle masse lavoratrici bianche, comporta che la fiducia risulti funzionale a una trasformazione strutturale politica; funzionale al consenso di una parte della società per una innovazione “costituzionale” in cui le libertà individuali sono riformulate e il potere sovrano, seppur elettorale, possa assumere forme che trova un limite solo in se stesso. Si tratta di una prospettiva in cui il pensiero economico, per le molte radici che ha in quello liberale e socialista, fa fatica ad affrontare e pone un punto problematico: come gli studiosi sociali (e gli economisti nel caso in discussione) sono in grado di adattare la loro strumentazione analitica per approfondire il formarsi e il dissolversi delle “linee rosse”, poiché solo comprendendo la flessibilità dei parametri che condizionano lo sviluppo di un’economia (e di una società) è possibile formulare proposte in grado di ridefinirli per renderli coerenti con la visione del futuro che ispira la politica economica.

Introducendo la terza parte del libro, Togati dichiara che il suo tentativo era quello di “affrontare una doppia sfida [sia quella] empirica o descrittiva di riuscire a cogliere le “nuove regole del gioco”, cioè cosa sta cambiando nell’economia e nella società attuali (…) dopo l’elezione del Tycoon [sia quella] intellettuale di adeguare il modo di pensare l’economia per comprendere e governare questi cambiamenti”. Per l’efficace presentazione del quadro generale e delle numerose questioni di dibattito, nonché per la piacevole esposizione, il libro testimonia che la sfida è stata efficacemente raccolta. 

Dario Togati, Capitalismo fragile. La crisi di fiducia e l’America di Trump (con illustrazioni di Davide Borella), Diarkos, 2026.

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Oggi, giovedì 23 luglio alle 16.00, verrà presentato a Montecitorio l'annuario MIL€X 2026 sulle spese militari italiane. Segui lo streaming in diretta tramite WebTV della Camera dei Deputati A breve, anche sul nostro sito, tutti i dati. E' possibile sostenere il lavoro dell'Osservatorio MIL€X con delle donazione: QUI L'operato dell'Osservatorio MIL€X è sostenuto dal Movimento [...]

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