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Come il Trumpismo cambia l’economia

Nell’ultimo decennio – dopo la crisi finanziaria del 2008, la pandemia e il ritorno della guerra ai margini dell’Occidente – la globalizzazione è entrata in una fase di diffusa incertezza. Grazie al clima di fiducia instaurato negli anni Ottanta e alle regole internazionali favorevoli al multilateralismo del mondo occidentale si sono ampliati gli scambi commerciali, finanziari, di merci e di persone a livello mondiale, offrendo opportunità di crescita a molte economie arretrate, migliorandone le prospettive di reddito e benessere. Tuttavia, la riorganizzazione produttiva accentrata lungo le nuove filiere tecnologiche e logistiche globali, sostenuta da una finanza sempre più internazionale, ha trasformato profondamente gli apparati produttivi nazionali soprattutto occidentali, incidendo sugli equilibri politici interni con costi significativi in termini di occupazione, di diseguaglianze e di esposizione a shock esterni. Ne è derivato, per ampi gruppi sociali, l’indebolimento della fiducia nella promessa neoliberista di quel trickle-down secondo cui le politiche economiche favorevoli a imprese e fasce più ricche avrebbero stimolato una crescita destinata poi a beneficiare l’intera società. 

Porre l’accento sulla “fiducia” come necessario “collante” della società e del processo che ne orienta il futuro implica che di essa non si possa prescindere quando si intenda valutare la formazione e gli effetti della politica economica. In effetti, senza una precisa forma storica di fiducia, difficilmente si sarebbero formate e mantenute le innumerevoli relazioni di mercato tra paesi, imprese e persone che hanno reso credibile, accettabile e condiviso l’ordine economico degli ultimi decenni. Ma, allora, sorgono alcune domande: la crisi dell’attuale assetto interno e internazionale non può essere letta come una crisi di fiducia? E, da questa prospettiva, non si possono comprendere meglio le dinamiche politiche in corso e le loro ricadute economiche e sociali? Sono domande poste da Dario Togati in Capitalismo fragile. La crisi di fiducia e l’America di Trump (con illustrazioni di Davide Borella, Diarkos, 2026), dove la fiducia è utilizzata come chiave interpretativa del presente per spiegare “perché Trump ha vinto le elezioni” e leggere le sue politiche come risposta, coerente o meno, a una crisi che interroga il futuro del capitalismo e della democrazia in Occidente.

  1. 1. La tesi di Togati, secondo cui la politica di Trump non sia (del tutto) folle e meriti di essere presa “sul serio”, gli impone di precisare, nelle prime parti del libro, i due aspetti che saranno cruciali per la sua successiva analisi: la fiducia come categoria utilizzabile per l’analisi economica e, di conseguenza, la necessità di un approccio si analisi che riconduce al “vero” pensiero di Keynes. 

Non basta affermare che l’economia si regge sulla fiducia tra le persone, che essa è la “colla” che tiene insieme la società, ma occorre chiarire di cosa sia fatta quella colla e in quale ruolo incida sugli esiti del sistema. Non sorprende allora che gran parte del libro sia dedicata all’analisi di come i soggetti utilizzino le fonti di informazione quando le loro scelte devono essere effettuate in condizioni di incertezza. Nella distinzione tra una fiducia individuale e interindividuale, tipica delle decisioni di routine, e una fiducia sistemica o istituzionale) nei riguardi delle informazioni fornite da istituzioni (pubbliche e private), la sua attenzione è rivolta soprattutto a quest’ultima poiché su di essa si fonda principalmente l’aspettativa dei soggetti economici nella stabilità dell’ordine vigente e delle sue necessarie regole. Quando “[g]li agenti economici del mondo reale sono costretti a fidarsi degli altri perché ‘non sanno abbastanza’ (…) e quando fanno incontri nuovi o pericolosi, difficili da interpretare [non potendo] cavarsela da soli”, sono costretti a ricorrere a stratagemmi (definiti “trucchi di fiducia” nel libro) che consistono di affidarsi alle conoscenze di altre persone o istituzioni. Cosa particolarmente evidente per le scelte strategico-innovative – tipiche degli investimenti produttivi e finanziari – che, per il loro orizzonte di lungo periodo, devono essere assunte in condizioni di forte incertezza. Spesso, in questi casi in cui mancano punti di riferimento affidabili, i soggetti assumono come segnale “oggettivo” del futuro le opinioni “soggettive” della maggioranza degli altri operatori, specie quando, come avviene nei mercati finanziari, esse si traducono in “convincenti” valori (medi) di mercato. 

La fiducia è in questi casi una “costruzione sociale” la cui esistenza, introiettata culturalmente, è percepita dagli interessati come fondata su una realtà “naturale”, le cui informazioni sono considerate un’espressione dell’ordine che regola l’esistente. Una fiducia costruita sulla base di una razionalità “collettiva” introduce, per un verso, un elemento di inerzia nei comportamenti individuali che, soggettivamente, permette ai singoli di superare l’impasse dovuto a un futuro oggettivamente non pienamente conoscibile, ma, per un altro verso, per fragilità o disfunzionalità del processo su cui essa si fonda, non esclude che si creino situazioni “particolarmente vulnerabili o instabili”.

Queste sono le ragioni per cui l’economista nella sua analisi dei comportamenti individuali e degli equilibri macroeconomici non può prescindere dal ruolo che vi svolge la fiducia e la sua evoluzione. Per fornire una immagine del processo economico che l’economista deve interpretare, l’autore utilizza la metafora del “viaggio di Ulisse”. L’eroe dell’Odissea nell’indirizzare la sua rotta verso la mitica Itaca − porto sicuro e casa accogliente − deve affrontare mari dalle sponde inesplorate, essere soggetto ai capricci degli déi che, improvvisando tempeste e naufragi, lo costringono ad approdi dalle conseguenze inaspettate. Per definire la rotta non gli è sufficiente adottare le procedure abituali della navigazione. Egli deve costantemente rimanere in guardia su cosa di nuovo può accadere, pronto a cambiare rotta, ancorché sulla base di informazioni incomplete, per sottrarsi ai pericoli emergenti o per cogliere opportunità inattese. Il valore della sua guida, specie in un viaggio turbolento, è la capacità di interpretare l’ambiente in cui si muove, vagliare le novità rilevanti, adottare gli strumenti più adeguati; in altre parole, è l’abilità di impiegare la strategia che minimizza il pericolo di disperdere equipaggio e carico della nave prima di attraccare alla mitica Itaca, realtà, nel racconto di Omero, meno serena e confortante della prospettiva agognata. 

La metafora del viaggio di Ulisse e di Itaca come meta serve a Togati per sottolineare che la realtà che l’economista deve indagare presenta strette analogie con il viaggio turbolento di Ulisse coinvolto in continue sfide e pericoli. Il modo in cui l’economia “viene spesso insegnata” non è sufficiente in quanto dà per scontato che, assunto un sistema di mercato ben funzionante, gli agenti economici non abbiano bisogno di fiducia poiché imparano spontaneamente a fidarsi gli uni degli altri; a priori, essi sanno “già quasi tutto”, si formano aspettative “razionali” sul futuro, non commettono errori sistematici: la rotta ottimale è tracciata e, per l’irrilevanza degli eventi inaspettati, conduce di sicuro all’obiettivo. Se, in un mondo simile, la fiducia non è un problema, lo è però in un contesto in cui la realtà, presente e futura, non è pienamente conosciuta; in cui il “materiale” che essa offre, inclusa la solidità dei “trucchi” utilizzabili, è molteplice e contradditorio. Il contesto corrente, l’obiettivo da perseguire, le informazioni da selezionare, gli strumenti da attivare non sono dati forniti una volta per tutte, ma sono il risultato della continua costruzione di “credenze argomentate” − dotate di un certo grado di probabilità (di un certo grado di fiducia) − che sono alla base delle scelte economiche strategiche; scelte che innovano la realtà corrente e modificano il quadro informativo delle decisioni future. L’ordine economico risultante non è l’esito preordinato di automatismi razionali di lungo periodo, ma l’espressione della scoperta della situazione emergente determinato dalle condizioni iniziali e dell’azione dei soggetti. Affinché la fiducia abbia il suo adeguato ruolo nell’interpretazione del processo economico, l’analisi non può essere quella tradizionale, ma quella, esistente anche se non maggioritaria nel dibattito di economia politica, che l’autore definisce come il “nostro Keynes”, ovvero quel Keynes che, a differenza di altri “keynesismi”, integra l’analisi con il ruolo determinante “delle istituzioni e della politica in generale”.

  1. 2. Arriviamo così al punto cruciale del libro, l’interpretazione della politica economica di Trump. Sebbene questa sia manifestamente in contrasto con i dettami del pensiero economico corrente, Togati non ritiene utile bollarla come “folle”, ritenendo invece che vada compresa meglio anche per contrastarla più efficacemente. La sua argomentazione – che si sviluppa nella terza parte del libro – riguarda tre punti: il “contesto” che ha reso possibile la sua ascesa; il senso della sua politica economica; la possibile realtà che ne può risultare.

Per quanto riguarda le “ragioni” che sono alla base del fenomeno-Trump, è difficile non essere d’accordo con la tesi che esse vadano rintracciate nella crisi di fiducia di settori crescenti della popolazione americana sulla capacità-volontà della classe politica di contrastare il continuo deterioramento dell’american way of life. Facendo retoricamente riferimento al buono stato dell’economia USA al momento del voto presidenziale del 2016 e del 2024 (crescita buona del PIL, bassa disoccupazione, bassa inflazione o in calo, aumento dei salari reali) l’élite politico-economica non disponeva degli strumenti per rendersi conto di quanto si stesse inaridendo, in ampie fasce sociali, il “sogno americano”; in altre parole, di veder “arrivare Trump”.

I successi del neoliberismo che, a cavallo del millennio, avevano rafforzato la centralità dell’economia americana sono stati accompagnati da una crescente disuguaglianza nei redditi e nella ricchezza e da un accentuato impoverimento di una parte della popolazione per il modo in cui sono state affrontate le debolezze strutturali dell’economia USA: la lunga deindustrializzazione, la crescita lenta e settorialmente concentrata della produttività, l’incertezza dei redditi e la loro disparità, la dipendenza dalla finanza delle prospettive di vita comune, il ricorrente rischio di una sua crisi. Negli strati sociali degli americani bianchi meno avvantaggiati si era via via rafforzato il convincimento che il peggioramento della loro posizione sociale fosse strettamente collegato al processo di globalizzazione sostenuta dalle classi dirigenti per ridefinire il meccanismo economico a loro favore. Per un’ampia parte della popolazione si era venuta esaurendo la fiducia nella capacità dell’attuale forma sociale di garantire quegli obiettivi di benessere e prospettive di vita futura su cui si è fondato per lungo tempo un consenso maggioritario; da qui il “risentimento persistente” nei confronti dell’élite politica, responsabile di aver truccato il gioco del capitalismo “ideale”, infrangendo il “sogno americano”. Una tesi accettabile, se non addirittura scontata, che “Trump [sia] arrivato alla Casa Bianca perché ha saputo interpretare la crisi di fiducia degli elettori americani (…) provocata [dal]l’incapacità del libero mercato di risolvere da solo i problemi del salario giusto (…), [di] eliminare il forte deficit commerciale americano e [di] garantire un sufficiente livello di investimenti per ricostruire la base industriale di quel Paese”. La soluzione di Trump alla crisi di fiducia della società americana non può che risiedere in una politica economica – “anche se grossolana e istintiva, e perfino incoerente” – che ricrei la fiducia in quel “sogno”. 

Il suo tentativo può essere interpretato presentando le tre questioni più qualificanti: il salario giusto; il ruolo della finanza; la questione della moneta”. Per quanto riguarda l’obiettivo di migliorare la fiducia nel salario giusto dei “suoi” lavoratori, la soluzione dipende, di fatto, dagli effetti indiretti di interventi strutturali intrapresi in altre parti del sistema: i dazi per l’industrializzazione e la lotta agli immigrati dovrebbero rafforzare la domanda e l’offerta del lavoro, portare a un aumento della produzione interna, un miglioramento sia occupazionale che dei redditi interni per gli “americani di Trump”. Una tale visione politica riflette un’interpretazione della crisi del sogno americano che ha le radici all’esterno dell’economia americana: gli immigrati e gli “scrocconi” europei e cinesi. Si capisce allora come la punizione “[de]i poteri forti e [de]lle élite non solo nazionali, ma anche estere” vada ostentata quale indennizzo morale per coloro che ritengono di essere stati truffati nel passato. È una considerazione che induce l’autore ad assumere, come concetto cruciale per comprendere la politica di Trump, quello di “salario ideologico” che integrerebbe – per i lavoratori che si riconoscono nel movimento Maga – la parte di salario costituita dal reddito percepito e dal pacchetto di servizi pubblici ricevuti, con una sorta di “compensazione” alla loro passata passiva subordinazione alla crescita della forbice tra redditi alti e redditi bassi, e alla loro collocazione in più basse fasce sociali e intellettuali. Il riconoscimento del legittimo “risentimento persistente” di ripulsa dell’élite, che si pone più sul piano morale e politico che su quello economico, spiega perché “Trump persegua con ferrea determinazione un’agenda autoritaria a sfondo religioso basata su politiche di deportazione, militarizzazione, dazi e attacchi alle élite”.

La questione non è allora quella di chiedersi quanto siano razionali i provvedimenti di Trump per risolvere gli squilibri interni provocati dalla globalizzazione e se sia accettabile la critica della globalizzazione da parte di chi, gli Stati Uniti, ne ha maggiormente beneficiato; interessante è notare come, di fronte ai problemi creati dal neoliberismo globalizzato, i suoi interventi siano tutti interni a una politica dell’offerta che si rifà al neoliberismo stesso. Una prospettiva che appare immediata dalle sue relazioni con le grandi imprese dell’intelligenza artificiale e del capitalismo bellico alle quali affida, di fatto, il compito di sostenere con i loro investimenti l’economia americana; d’altra parte, non mancano le attenzioni nei confronti delle grandi istituzioni finanziarie e per la solidità del mercato azionario.

Anche per queste realtà la fiducia gioca un ruolo rilevante. Per le decisioni degli operatori del mercato azionario incide certamente la fiducia da loro acquisita attraverso l’esperienza, ma incide in misura forse maggiore la suggestione che siano fondate le informazioni sullo sviluppo futuro del capitale e della ricchezza privata che si traggono dall’andamento del mercato. Quanto più è ritenuta affidabile la “convenzione” secondo cui la convinzione (media) della maggioranza è la più attendibile, tanto più si uniformano i comportamenti e tanto più la convenzione si rafforza. Il “capitalismo della rendita” – “cioè il fatto che i ‘potenti’ (soprattutto grandi imprese e banche) riescono (…) ad estrarre rendite dall’economia e ad impiegarle per controllare il regime politico, mettendo fatalmente a rischio i valori morali fondativi del capitalismo” [da Martin Wolf, La crisi del capitalismo democratico, citato in Togati D., Il fenomeno Trump. Il metodo dietro la follia, in «Menabò» di Etica ed Economia, n.257/2026 del 15 aprile 2026] – non è un prodotto della politica di Trump, ma spiega la sua esortazione di Trump all’enrichissez-vous! volta ad aggregare un più ampio ceto medio di lavoratoti bianchi alla grande proprietà e con ciò spiega anche la pressante necessità politica di garantire una crescita forte e stabile del mercato azionario.

È questa la condizione per prolungare l’adesione a un modello che fa assegnamento su un’economia guidata dagli interessi privati come occasione di continuo e rapido arricchimento. In una cultura, come quella dei nostri tempi, in cui è l’andamento della Borsa piuttosto che la crescita del Pil ad essere l’indice della prosperità del paese, una crisi di Borsa costituisce un pericolo esiziale poiché un dissesto finanziario minerebbero le basi della fiducia posta in Trump e nella sua politica. Di ciò si ha un’esemplificazione sul ruolo che assumono al riguardo le criptovalute.

Come sufficientemente noto, le criptovalute sono delle attività prodotte in automatico dalla tecnologia che possono essere acquistate e vendute a un prezzo corrente caratterizzato da fluttuazioni anche piuttosto ampie. Si tratta di un’attività tipicamente speculativa il cui mercato, per sostenere la crescita delle quotazioni, richiede un costante aumento della domanda assistita da afflussi di liquidità proveniente o da nuovi entranti o dal supporto del sistema finanziario. “[Q]uesto mondo delle criptovalute è entrato nei portafogli dei grandi fondi e aspira alla funzione di moneta a tutto tondo” nonostante che il mercato in cui sono trattate non sia un mercato regolamentato, quindi privo di un controllo a garanzia della stabilità del suo valore monetario. La fiducia di coloro che vi operano conta sull’affidabilità di quel mondo e delle sue regole interne. Anche in questo caso, Trump non ha ovviamente inventato questo mondo, ma lo utilizza e se ne è fatto padrino perché può facilitargli la soluzione della crisi del salario giusto e dell’instabilità degli investimenti: “si tratta di sostituire il vecchio sogno americano, legato alla crescita del settore manifatturiero (…) con un nuovo sogno: quello dell’arricchimento a portata di tutti, grazie al potente connubio tra nuove tecnologie e finanza”.

L’obiettivo ambizioso dello sviluppo delle valute digitali è però quello di trasformare il sistema monetario esistente in un sistema decentralizzato, sostituendo le monete nazionali con una moneta privata, ovvero un dollaro prodotto da una tecnologia “neutrale” e indipendente dal controllo della Fed; un risultato che assumerebbe il simbolo di “un mondo Maga che diventa Stato nello Stato”. L’instabilità del valore delle criptovalute le rendono però inadeguate come strumento normale di mezzo di pagamento. Per superare questo inconveniente, sono state emesse delle attività finanziarie innovative, le stablecoin, che, garantendo un aggancio stretto al dollaro, potrebbero essere un mezzo di pagamento che fornisce liquidità al mercato delle criptovalute. Dato che il pieno rimborso in dollari delle stablecoin è sostenuto dalle loro riserve frazionarie in titoli pubblici statunitensi, la mancanza di informazioni più precise sulla struttura della loro attività (precluse peraltro alle Autorità monetarie), rende difficile il giudizio sulla solidità. L’unica certezza è che le criptovalute vanno sostenute e protette in modo che la gente continui a fidarsi della Borsa, del dollaro e dei titoli di Stato americani sui mercati finanziari di tutto il mondo; Trump “non può permettere che [la finanza] crolli, come è già successo più volte in tempi recenti: quel mondo deve essere salvato”. 

Si apre così la spiegazione del contenzioso con la Federal Reserve. Il Sistema di banche centrali che, per tenere sotto controllo l’inflazione dei prezzi, ha fatto resistenza sia all’estensione del sistema bancario non sottoposto al suo controllo, sia alla piena integrazione delle criptovalute private nel mondo finanziario e monetario, ora deve essere reindirizzato politicamente affinché il mondo delle criptovalute disponga di un “ombrello di salvataggio ufficiale, un bail out (…)giustificato (…) dal fatto che tale mondo è diventato too big to fail, come lo erano i colossi di Wall Street nella crisi del 2008, ma con un’importante differenza: (…) salvando le criptovalute si salva in realtà la gente del mondo Maga che le compra, per cui non si fa un favore all’élite finanziaria ma all’intera collettività”.

Si tratta di una linea di politica finanziaria fortemente innovativa: non sono più i prezzi industriali (e relativi interessi) a dover essere stabilizzati, ma lo sono i valori finanziari (e i relativi interessi). A tale fine, le trasformazioni tecnologiche-finanziari la cui punta sono le criptovalute, non solo rendono possibile una più diffusa privatizzazione della finanza, ma rendono necessaria una privatizzazione delle relazioni monetarie. Non solo a livello interno, ma, come osserva Togati, anche a livello internazionale dove, di fatto, si assiste alla rinuncia degli Usa a governare la moneta mondiale in quanto viene delegata al “settore privato”, al connubio grandi società e grande finanza privata. L’obiettivo di una moneta forte all’interno e all’estero non è più espressione della forza economica, ma della forza politica del governo degli Stati Uniti. Il ridimensionamento perseguito dell’immagine dell’Europa e della sua moneta è espressione dell’instaurarsi di una forma di “criptomercantilismo” che, attraverso l’esportazione dei sistemi di pagamento, rafforza l’influenza economica degli Stati Uniti riducendo il potere di controllo delle altre nazioni sulla propria moneta interna.

  1. 3. La ricostruzione dei punti essenziali della visione di politica (economica) di Trump per dare soluzione alla crisi di fiducia della società americana è utile per valutare il titolo posto al libro; in altre parole, per comprendere perché Togati parla di “capitalismo fragile”. Nella visione corrente degli economisti – anche keynesiani, sebbene non del “nostro” Keynes, come Krugman, peraltro molto apprezzato e citato nel libro – la fragilità è un’espressione azzeccata perché nella loro concezione la crisi seguirà inevitabilmente dal fallimento dei singoli interventi adottati: la politica dei dazi, il Genius Act, la politica monetaria con le loro ricadute sull’occupazione, sull’inflazione. Fallimenti dai quali non può che discendere il rigetto dell’elettorato dell’intera politica trumpiana. Togati non è però convinto che una tale lettura “lineare” che procede dal singolo intervento al suo fallimento e, da qui, al rifiuto dell’intera politica sia quella decisiva: la fiducia di cui gode Trump fa riferimento alla sua politica complessiva e può non dipendere strettamente dai risultati dei singoli interventi, comunque settoriali.

Dalla precedente analisi, si comprende bene come, nella visione di Trump, la sua politica miri a far coesistere interessi ben diversi: il sostegno alla visione neoliberista delle grandi corporations e della grande finanza; l’ombrello finanziario a garanzia dei settori che mirano ad arricchirsi con la speculazione di mercato; la fornitura di un salario “ideologico” come riscatto per i lavoratori generalmente bianchi. Si tratta di interessi eterogenei che hanno necessità di sostenersi vicendevolmente; per cui una crisi “locale” può essere sottovalutata dalla maggioranza (elettorale) della popolazione, purché preservi l’intero sistema. 

Non significa, tuttavia, che il libro escluda che il modello-Trump possa essere investito da una crisi di fiducia. Anzi, per coglierne l’emergere, sollecita a fare attenzione a quando le scelte di Trump rischiano di spingere il sistema oltre a una o più delle situazioni indicate come le “linee rosse” della sua politica. Si tratta di soglie critiche all’evoluzione di parti del sistema che, se non vengono contenute o compensate, rischiano di sciogliere il collante che lega gli interessi delle diverse parti sociali accomunate dalla politica trumpiana. Non a caso – con un’evidente analogia con la metafora del viaggio di Ulisse – le scelte presidenziali sono spesso segnate da improvvisazioni e da correzioni di rotta, dovute alla necessità di contrastare improvvisi e imprevisti effetti delle proprie iniziative ridefinendo, anche radicalmente, la propria direzione. La fragilità non è quindi una conseguenza strutturale dell’economia, ma è frutto di un’incompatibilità politica, l’incapacità di mantenere unita una (maggioranza della) popolazione attorno a una visione del futuro che è sociale e culturale prima ancora che economico.

La fiducia nella politica di Trump è una commistione di fattori non strettamente economici, come, del resto, dimostra la necessità della politica di Trump di innovare le regole del passato: La liberalizzazione offerta alle corporations e l’aggregazione intorno ad esse sia degli interessi finanziari di ampi settori della popolazione, sia del desidero di riscatto politico delle masse lavoratrici bianche, comporta che la fiducia risulti funzionale a una trasformazione strutturale politica; funzionale al consenso di una parte della società per una innovazione “costituzionale” in cui le libertà individuali sono riformulate e il potere sovrano, seppur elettorale, possa assumere forme che trova un limite solo in se stesso. Si tratta di una prospettiva in cui il pensiero economico, per le molte radici che ha in quello liberale e socialista, fa fatica ad affrontare e pone un punto problematico: come gli studiosi sociali (e gli economisti nel caso in discussione) sono in grado di adattare la loro strumentazione analitica per approfondire il formarsi e il dissolversi delle “linee rosse”, poiché solo comprendendo la flessibilità dei parametri che condizionano lo sviluppo di un’economia (e di una società) è possibile formulare proposte in grado di ridefinirli per renderli coerenti con la visione del futuro che ispira la politica economica.

Introducendo la terza parte del libro, Togati dichiara che il suo tentativo era quello di “affrontare una doppia sfida [sia quella] empirica o descrittiva di riuscire a cogliere le “nuove regole del gioco”, cioè cosa sta cambiando nell’economia e nella società attuali (…) dopo l’elezione del Tycoon [sia quella] intellettuale di adeguare il modo di pensare l’economia per comprendere e governare questi cambiamenti”. Per l’efficace presentazione del quadro generale e delle numerose questioni di dibattito, nonché per la piacevole esposizione, il libro testimonia che la sfida è stata efficacemente raccolta. 

Dario Togati, Capitalismo fragile. La crisi di fiducia e l’America di Trump (con illustrazioni di Davide Borella), Diarkos, 2026.

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Vivere e morire a Triscina – Su “Il CUstode” di Niccolò Ammaniti

Il discorso dell’orrore è sempre un discorso sul tempo e, solo secondariamente, sulla morte. Lovecraft, ad esempio, ne esplora le dimensioni, divertendosi a mettere la mente umana in contatto con l’eterno per guardarla sprofondare nella pazzia (in Lovecraft non muore mai nessuno, si impazzisce e basta); Dick ne rompe la linearità, che come una coperta copre la superficie del reale, portando a un’apocalisse (nel senso di disvelamento) gnostica dopo l’altra; rotta la linearità, così si rompe anche il meccanismo (chimico, telepatico, politico, ucronico) dell’illusione. King lavora sulla persistenza, su come il materiale, l’immateriale e il simbolico mutano e persistono all’interno del tempo; così gli attaccamenti umani, le maledizioni e le vocazioni ineluttabili sono al centro del suo orrore. Anche il nuovo romanzo di Ammaniti, Il Custode, è un romanzo sul tempo, più precisamente sulla sovrapposizione di un tempo astorico (del mito, del simbolo e della tragedia) a quello storico (faticosamente contemporaneo, fratturato e capriccioso, un pomeriggio di noia estivo su TikTok).

I suoi personaggi sono sospesi in linee temporali sovrapposte, indecisi se incarnare divinità elleniche o liberi professionisti nel mondo digitale, capaci solo attraverso strane epifanie di superare questa scissione, eppure inconsapevoli della sua esistenza. Solo la morte li ricongiunge, che non è nemmeno una vera morte – nel romanzo vengono pietrificati dal mostro – raggiungendo uno stato di atemporalità paradossale, che fa saltare questa irrisolvibile dualità.

Il protagonista del Custode è Nilo, che ha tredici anni e vive a Triscina, nella desolazione della provincia siciliana. Insieme alla madre Agata e alla zia Rosi, la famiglia Vasciaveo, abita in un buio seminterrato e con i due tuttofare indiani, Pasindu e Nalin, gestisce una ditta di lavorazione di marmi. Sembra tutto normale, se non fosse che i Vasciaveo custodiscono nel bagno di casa un segreto che l’accompagna da millenni, generazione dopo generazione. “Mamma mi aveva avvertito, scordati gli amici, scordati i viaggi, il mondo inizia e finisce a Triscina, noi abbiamo un compito, occuparci della cosa nel bagno”, riflette rassegnato Nilo.

Ma la catatonica primavera siciliana è perturbata dall’arrivo di Arianna, che per lavoro vende foto sadomaso su Only Fans, e Saskia, la figlia di dieci anni. Nilo, affascinato dalla loro vita sbandata e avventurosa, romperà l’equilibrio familiare e si affaccerà sul dramma e le responsabilità della vita adulta.

Ammaniti sviluppa una storia stringata e severa, in cui gli avvenimenti si succedono come una cronaca ineluttabile verso il disastro. Il romanzo non guarda mai oltre il confine asfissiante di Triscina, oltre la manciata di personaggi che la attraversano, il resto del mondo sembra assente o almeno troppo distante per rappresentare un fattore di qualche importanza. Qui “ognuno è architetto e operaio e se la fa come gli pare [la casa], con il suo stile, giusta per le sue esigenze: villini squadrati, castelletti con tanto di merli, bunker, piramidi egizie, cubi, cupole, trulli, torrette fatiscenti. Nessuna è finita, i mattoni a vista, i tondini arrugginiti che puntano verso il cielo, le finestre senza serramenti, i fili della corrente che s’intrecciano. Case che poggiano sulla sabbia senza affondare, costruite cosí vicine alla riva che il mare d’inverno le ricopre di sabbia come rovine di una civiltà dimenticata. Alle spalle ci sono i campi troppo aridi per essere coltivati, neri d’incendi, dove mucchi di pietre si mischiano alle erbacce, a carcasse d’auto, a rovi, a rotonde che non portano da nessuna parte.”

Come in Anna (Einaudi 2015) la Sicilia si faceva universo e la possibilità che il resto del mondo fosse sopravvissuto all’apocalisse era più una bugia da raccontarsi per non impazzire che una possibilità percorribile; qui il piccolo paese siciliano incatena i suoi abitanti a se stesso come una maledizione, c’è chi gli ha sacrificato la propria esistenza e chi rimane straniero, passa e poi sparisce.

I tre poli dell’orrore (Lovecraft, Dick e King) convergono con i loro rispettivi talismani (l’orrore cosmico, l’epifania e l’adolescenza) in una storia che inizia come un b-movie e si evolve acquisendo i contorni di una tragedia greca. Comincia con la famiglia che si riunisce per guardare Pet Sematary, il film tratto dal romanzo di King (l’originale del ‘89 o il remake del 2019?) mangiando la pizza davanti alla tv, poi la storia irrompe alla porta, mettendo in moto la serie di eventi che sprofonderà Nilo in un abisso di colpa e predestinazione.

Lo spostamento che produce questo nuovo romanzo nel canone ammanitiano è verso un raffreddamento della materia grezza letteraria. Rimane l’inventiva picaresca, rimane l’ipervisibilità dei corpi e delle superfici, rimane intatta la raffinata medietà di tono dei personaggi; ma mentre negli altri romanzi che toccavano temi fantastici e orrorifici, da Branchie (Ediesse 1994) al Libro dei morti italiano (pubblicato a puntate su Rolling Stone tra il 2005 e il 2007), da Che la festa cominci (Einaudi 2009) a Anna, qui non ci sono uomini talpa obesi o sadici bambini post-apocalittici e il tono grottesco che aveva definito il ribollente universo immaginifico dell’autore vira verso il nichilismo. Nel Custode ogni morte, ogni atto violento (implicito o esplicito che sia) è lucido e impassibile come le superfici dei morti pietrificati che compaiono nel romanzo. Come conclude Christian Raimo nella sua recensione pubblicata su Lucy, nel romanzo si dispiega la presa di posizione più radicale dell’autore: “Crescere è la morte. La sua è una posizione quasi teologica. La vita è solo quella dell’infanzia e dell’adolescenza. Tra gli adulti e gli zombie non c’è differenza”.

Così il Custode si presenta come l’opera che porta all’estremo compimento gli sferzanti ritratti sociali dei romanzi precedenti ma, stemperando l’ironia generale, non trova più una via d’uscita in un surrealismo a tratti giocoso. Nilo si trova a fissare una realtà entropicamente già esaurita, un mondo di adulti violenti di cui prendere nota e in cui il suo sguardo adolescente non è più un principio creativo, l’innesco di un cambiamento, ma un glitch, l’errore temporaneo che il sistema è già avvezzo a riparare da sé, in attesa dell’ineluttabile apocalisse: “Città pietrificate. Un mondo senza piú vita animale. L’umanità ridotta a un museo di statue”.

Il 5 agosto Stanca presenterà all’Aniene Festival “Il Custode” insieme all’autore Niccolò Ammaniti.

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Ilaria o la conquista della disobbedienza: un mostruoso on the road padre-figlia

“Papà dice che”, “papà mente”, “papà prende una pesca”, “papà non sarà contento”, “papà non è qui”, “papà mi accarezza”, “papà ride”, “papà ha chiamato”… Sono solo alcune delle frasi che concludono i capitoli di Ilaria o la conquista della disobbedienza, romanzo di Gabriella Zalapì pubblicato da Gramma a giugno di quest’anno. Le formule finali dei capitoli sono la chiave di accesso fondamentale per entrare nel libro e coglierne il funzionamento: il papà di Ilaria, la protagonista, è l’asse attorno cui ruotano le sue vicende, come il polo di una calamita che riporta a sé tutto ciò che accade nelle pagine precedenti. Per poter iniziare un capitolo nuovo la protagonista, che scrive una sorta di diario di viaggio sotto forma di romanzo, deve tornare a suo padre, riportare su di lui la macchina da presa e solo allora poter cambiare inquadratura.

Siamo negli anni Ottanta, e quasi tutto il libro è una road story all’interno di una BMW blu scuro. È la macchina del padre di Ilaria che, non accettando la separazione dalla moglie, prende la loro figlia e la costringe a una fuga rocambolesca in giro per l’Italia. Il più possibile nascosti, e con l’intento di ricattare l’ex moglie che Ilaria non può più vedere. 

L’aspetto che rende più interessante il libro di Zalapì è la sensazione di un’infanzia strozzata che pervade tutto il racconto. La leggerezza di Ilaria e la spensieratezza con cui, soprattutto all’inizio, minimizza la fuga di e con suo padre – trovandoci quasi un che di fantastico – si fermano come un singhiozzo a metà della gola e restano lì, senza poter né uscire né scomparire del tutto. La forza della scrittura dell’autrice sta proprio nella capacità di far sentire in modo limpido che quel singhiozzo è strozzato, nel saper immortalare l’infanzia in una fase intermedia tra l’espressione e il soffocamento. Non è una bambina Ilaria, perché viene costretta a fare i conti con le follie degli adulti; ma neanche un’adulta, perché in cuor suo guarda il padre con gli occhi di una bambina innamorata. E il ritratto che ne esce è proprio quello di una figura multiforme: la storia e soprattutto la narrazione riescono a restituire la natura ibrida, incompleta e da entrambi i lati abbozzata di Ilaria – che trova la sua compiutezza solo nella disobbedienza del titolo.  Ad esempio, mentre il padre la rende felice con Birillo, un orsacchiotto di peluche di cui si innamora dalla vetrina, Ilaria pensa “Papà mi strizza la guancia tra l’indice e il medio con sguardo dolcissimo. Quel gesto è come la sua firma sulla mia guancia. Lo ripeterà per due anni e finirò per odiarlo”. E il testo oscilla tra un quadretto d’infanzia e un ricatto inquietante, da una riga all’altra scena dopo scena; tra un dolce viaggio on the road padre-figlia e una minacciosa violenza imposta e stridente.

“Al volante, ascolta con attenzione il cantautore, le note del piano, i violini. E torno ogni sera dove tu stringevi la mia mano. Ed il tuo viso è una sera piena di ombre

Papà non dice più niente. Quando mi volto, vedo che ha le guance lucide, sono piene di lacrime. Vorrei consolarlo ma non so come. Allora gli metto una mano sul braccio. Mi sorride. La mia Principessa… tu sì che mi capisci. 

È la prima volta che mi chiama “Principessa”. 

Accendimi una sigaretta. Mi tremano troppo le mani. 

Protesto. 

Su, non fare tante storie! Prendi una sigaretta e quando avvicini la fiamma dell’accendino, aspira. È facile, prova. 

Obbedisco controvoglia. Sorpresa dal fumo acre in gola, tossisco. 

Sei tutta rossa! Papà ride”

Lo stesso senso di infanzia che resiste nei modi, nei sogni e negli occhi del protagonista ma che al contempo viene interrotto e bloccato dalla violenza di un adulto – un padre, anche in questo caso – lo ritrovo in un libro Sorj Chalandon che in Italia ha tradotto Guanda. Si intitola La professione del padre e, con ancora più brutalità di quella che ho trovato in Ilaria o la conquista della disobbedienza, racconta la storia di un padre che costringe il figlio dodicenne, Èmile, a entrare nella sua organizzazione segreta e combattere perché l’Algeria resti francese nella Francia di de Gaulle. Il fatto che l’uomo possa essere una spia è, probabilmente, frutto di una falsificazione e rielaborazione credulona agli occhi del figlio che confonde continuamente verità e menzogna.

La vita di Èmile, infatti, è un continuo addestramento in nome di un’ideale che, dodicenne, neanche riesce a comprendere, messa in atto per ricevere l’approvazione di un padre che, in quanto figlio, non riesce a mettere in discussione. Nel libro, però, la violenza subita – come quella di Ilaria che viene letteralmente rapita – si mescola alla percezione ingenua del padre come fonte indiscutibile di affetto. In entrambi i casi il risultato sono storie dal sapore dolceamaro, che non accusano in modo perentorio e netto i padri, ma riescono a rielaborare con occhio adulto e a volergli bene nella loro imperfetta – e umana – tendenza a sbagliare. Se Ilaria ed Èmile sono esseri bifronti metà bambini e metà adulti, i due padri risultano a loro volta come figure ibride: sono il papà ma anche l’uomo. E in questa ambivalenza del papà-uomo sta lo spazio per costruire, con la prosa lirica di entrambi i libri, una storia allo stesso tempo di affetto e di denuncia.

Questa fisicità mostruosa dei padri e dei figli mi fa pensare a Eric, una serie tv di qualche anno fa in cui Benedict Cumberbatch interpreta un padre instabile, Vincent Anderson, che, disperato per la sparizione del figlio Edgar di nove anni, lo cerca in tutta New York – soprattutto la parte di città invisibile, povera e malconcia. A partire dalla sua professione di burattinaio, Vincent va alla ricerca di suo figlio insieme a un gigantesco mostro blu. Accanto a Cumberbatch appare una figura animata che rappresenta un disegno di Edgar. Sappiamo che l’infanzia è l’epoca dei mostri, e in qualche modo il mestiere di Vincent lo mantiene in un’area molto vicina a quelle creature che popolano il nostro immaginario quando si è bambini; Eric però – così si chiama il pupazzo peloso – mi sembra anche il simbolo delle dinamiche mutaformi che intercorrono tra padri e figli. È la forma che si può dare a quella cosa indefinita che si chiama relazione. Se Ilaria, Èmile e Vincent dovessero immaginare e disegnare il rapporto con i loro padri, la somma di sé e di quei papà, probabilmente disegnerebbero Eric: un mostro.

“È nervoso. 

È arrabbiato. 

Diventerà cattivo. 

Da qualche settimana, Papà si scalda per niente. Dice che non sopporta l’inverno, che non sopporta la mancanza di luce. A volte, si arrabbia così tanto che vedo volare delle bocce d’acciaio sopra la mia testa. Rabbrividisco e mi tappo le orecchie. 

L’altro giorno, mi ha chiamato Antonia, come la Mamma. 

Ormai, prima di aprire bocca, ci penso due volte. Comincio la frase, lo guardo e se vedo il minimo segno d’irritazione, taccio. 

Rispondi quando ti parlo. 

Esito”. 

Un mostro, però, è anche un pupazzo dell’infanzia che a un certo punto può fare solo tanta tenerezza e poca paura; rielaborare la consistenza di quella figura-simbolo è ciò che Zalapì (come Chalandon) riesce a fare affidandosi alla scrittura. Ecco allora l’epilogo di un altro libro sulla figura ingombrante del padre, visto come uomo fallibile ma anche causa di tanta difficoltà e dolore. Si intitola Baba, è pubblicato da Accento e l’autore, Mohamed Maalel, tiene insieme – proprio come fa Zalapì – nel fulcro della figura paterna tutti gli altri temi del libro che in questo caso sono l’emigrazione, la doppia patria, l’integrazione, la religione, le violenze patriarcali, i traumi del passato. Proprio alla fine scrive una lettera a suo padre, e si lega bene al sentimento che emerge da Ilaria o la conquista della disobbedienza e da La professione del padre soprattutto in questo estratto: “baba, non credo serva una redenzione per diventare buoni. Ho compreso dalla vita che esistono padri buoni e padri sfortunati”. E poi, come probabilmente direbbero anche Ilaria ed Èmile, “ti ho voluto bene, ma ti ho anche odiato”. La lacerata contraddizione del sentimento che non sa da che parte stare, che evita di irrigidirsi in una posizione schierata ma restituisce con autentica onestà la coesistenza degli opposti, è quello che rende i libri di cui stiamo parlando storie plastiche e spigolose all’opposto di una narrazione piatta, giudicante e polarizzata.

Ilaria o la conquista della disobbedienza, con la sua forma rapida e diretta, trasforma la vicenda di una bambina che subisce le scelte dissennate di suo padre in una storia. Non è la colpa dei padri ma la storia di ogni uomo che è anche padre a essere raccontata dagli occhi di questi figli feriti e per questo capaci di essere personaggi profondi e portavoci della complessità dei fatti che hanno prima vissuto e che ora, in prima persona, narrano. In questo modo l’ultima frase di Baba ha pienamente senso: “baba, avrei dovuto scriverti una lettera. Ti ho scritto una storia”. Una lettera contiene solo un messaggio da far arrivare al destinatario, che deve essere letto in un modo univoco: è la sua forma di comunicare un’informazione. Una storia è una  narrazione che, al contrario dell’informazione, non comunica nulla di definito ma lascia spazio alla percezione soggettiva e alla reinterpretazione. In questa differenza tra la comunicazione informativa e la narrazione sta il pregio di Ilaria o la conquista della disobbedienza. Potrebbe essere un fatto di cronaca ripercorso su un giornale, riassumibile in una storia vera descritta con i dispositivi informativi del giallo; invece, è il romanzo di una fuga imprevista, incompresa e a tratti anche inconsapevole che non ha interesse a ricostruire la vicenda ma esplora le dinamiche relazionali, slabbrate e contraddittorie che animano il rapporto tra un padre e sua figlia. Anche quando per liberarsene deve disobbedirgli.

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Oggetto digitale non identificato. Su “Internet è una foresta oscura” di Bogna Konior

Ora è ufficiale: siamo in minoranza. Lo scorso 3 giugno Matthew Prince, fondatore e CEO di Cloudflare, ha annunciato in un tweet che il traffico internet generato da bot ha superato quello umano. Ha aggiunto che la cosa è accaduta più velocemente del previsto: stimava che il sorpasso non sarebbe avvenuto prima del 2027. Andando sulla relativa pagina di Cloudflare radar (piattaforma che mostra in tempo reale una gran quantità di dati relativi all’utilizzo di internet a livello globale) si possono osservare in diretta le quote di traffico generate da esseri umani e bot: nel momento in cui sto scrivendo (seconda metà di giugno 2026) stiamo sul 59% di traffico robotico (tra bot, crawler, scraper, e altri agenti IA) contro il 41% umano. Ma esistono anche bot ormai in grado di non farsi passare come tali, è dunque probabile che le reali – e non monitorabili – percentuali siano ben più sbilanciate. 

Siamo in minoranza. Pensavamo che internet fosse casa nostra (del resto passiamo un sacco di tempo al suo interno) e invece è un pianeta alieno, in cui si muovono, per lo più non percepiti né percepibili, i veri abitanti autoctoni: entità altre di cui non sappiamo quasi nulla. 

Ecco, “non ne sappiamo quasi nulla” dovrebbe essere sempre il punto di partenza quando pensiamo al web. Possiamo passare ampie porzioni delle nostre giornate online, possiamo postare, scrollare, commentare continuamente, ma di come funzioni la rete davvero, di cosa ci si muova sotto le superfici opache delle interfacce, la maggior parte di noi sa pochissimo e nessuno sa tutto. Contemporaneamente  internet  è talmente presente nella quotidianità da essere diventato una componente essenziale dell’esistenza, un’impalcatura delle nostre vite e anche dei nostri pensieri, l’acqua nella quale nuotiamo. Si potrebbe dire che siamo in rapporto con internet come siamo in rapporto con l’universo: ci siamo immersi, è intorno a noi e pure dentro di noi, ma non lo conosciamo. E come l’universo, anche internet è anzitutto un problema filosofico.   

Ora, negli ultimi anni di saggi sul web non ne sono certo mancati. Ma a prevalere fino ad oggi è stata una trattazione di internet come infrastruttura: analisi della sua architettura materiale, dei suoi effetti socio-politici o di quelli psicologici o culturali. Più rare sono le teorie filosofiche di internet che ci possano aiutare a pensarla nel suo complesso, anche dove la nostra comprensione razionale non riesce ad arrivare. Teorie che (saggisticamente) partano dall’incomprensione, che si pongano davanti al loro oggetto come a un mistero che si può per lo più solo sondare o fare oggetto di speculazione. Chiaramente da un approccio simile non si può chiedere la verità su internet, cioè una immagine fedele, verificabile, esauriente del fenomeno, quanto delle intuizioni capaci di contribuire a riplasmare il nostro modo di intenderlo. Insomma, se internet è come l’universo, abbiamo bisogno anche di teorie che ne siano una descrizione mitologica: non ci riportano una verità fattuale, ma ci forniscono immagini che ci permettano di pensarlo. 

(Potrebbe esserne un esempio la Dead Internet Theory: una teoria, che circola dal 2021, a metà tra il meme e l’ipotesi di complotto, secondo cui quasi tutto quello che vediamo su internet è generato da intelligenze artificiali. Tutto il web sarebbe quindi una immensa simulazione, in cui crediamo di interagire con i nostri simili ma invece siamo soli, circondati da finzioni manipolatorie. Non è ovviamente credibile in senso letterale, ma visto il dato sulla crescita del traffico di bot di cui sopra e la crescente quantità di contenuti generati con IA in cui ci imbattiamo navigando – nonché una certa “automatizzazione” anche del comportamento degli utenti umani sotto la pressione degli algoritmi – la teoria può iniettarci quel giusto grado di paranoia che oggi non guasta nel rapportarci con quello che troviamo online. Tu che leggi queste righe, sei sicuro che siano scritte da un essere umano? Dovresti almeno porti la domanda). 

Su questa linea si posizionano le teorizzazioni di Bogna Konior, studiosa polacca di Media Theory alla NYU di Shanghai. Nel suo Internet è una foresta oscura (da poco pubblicato in italiano da Nero, nella traduzione di Simone Sauza) il tentativo mi sembra proprio quello di gettare le basi di una teoria “mitopoietica” di internet, attingendo proprio da una mitologia moderna: quella degli UFO. «L’ufologia come cornice per pensare internet» è appunto l’idea fondamentale annunciata nelle prime pagine, nella convinzione che «al di là delle loro comuni origini moderne, internet e ufologia si incontrano sotto molti aspetti; in particolare nel modo in cui entrambe hanno a che fare con la comunicazione: tra esseri umani, tra umani e alieni, tra umani e macchine, e tra le macchine stesse». 

Non per nulla, la maggior parte delle fonti citate non provengono da altri studiosi dei media o da esperti di internet, ma da scrittori di fantascienza. Da uno in particolare: Liu Cixin, l’autore della trilogia Memoria del passato della terra (quella che si apre con Il problema dei tre corpi, per intenderci). La teoria della foresta oscura originale compare appunto nel secondo libro della trilogia di Cixin ed è una risposta al celebre paradosso di Fermi riassumibile come “Se l’Universo e la nostra galassia pullulano di civiltà sviluppate, dove sono?”, ovvero se l’esistenza di civiltà aliene sembra avere una probabilità statistica così alta come mai continuano a non esserci prove? 

La risposta della dark forest theory – che si inserisce nell’ampio dibattito intorno al paradosso di Fermi e in parte riprende e rielabora ipotesi già formulate in passato – è che nell’universo esistono civiltà intelligenti, ma proprio perché sono intelligenti restano nascoste, evitano di segnalare la loro esistenza. Perché dal punto di vista della singola civiltà l’universo è una foresta oscura: non si può sapere cosa si nasconde nel buio e farsi vedere potrebbe attirare attenzioni pericolose o apertamente ostili. Comunicare significa sempre esporsi al pericolo e la comunicazione con l’ignoto potrebbe rappresentare il pericolo assoluto: la guerra cosmica e la cancellazione della propria civiltà. Dunque «le civiltà avanzate sanno che il silenzio è l’espressione massima dell’intelligenza». Nei romanzi di Cixin gli umani giungono tardi a questa consapevolezza (non sono, evidentemente, abbastanza evoluti), ma per gli alieni è una verità oggettiva come una legge della fisica: la comunicazione espone al conflitto distruttivo, indipendentemente dal fatto che le intenzioni delle altre civiltà siano malevole o benevole; intenzioni che, del resto, non possono che rimanere oscure. 

È interessante notare che Konior non è l’unica né la prima ad associare la teoria della foresta oscura di Cixin a Internet. In questo senso si tratta di una teoria-meme, un template concettuale che circolando online è stato fatto proprio da più persone e riempito con idee diverse. Il primo ad utilizzarla per parlare di internet è stato probabilmente Yancey Strickler (noto soprattutto per essere stato il fondatore di Kickstarter) in una riflessione pubblicata sulla sua newsletter nel 2019. La sua linea di pensiero avrebbe poi portato nel 2024 alla pubblicazione di un’antologia a cui hanno partecipato diversi autori (intitolata appunto, The Dark Forest Anthology of the Internet). Nella visione di Strickler e di chi ha seguito il suo orientamento la foresta oscura è soprattutto una metafora per delineare una possibile forma di resistenza di fronte ai meccanismi predatori messi in atto dalle piattaforme, dalle big tech e dalle altre forze capitaliste che hanno messo i loro artigli sul web. Per continuare ad avere un internet “sano” bisogna nascondersi, non attirare l’attenzione, abbandonare le grandi piazze delle piattaforme dove gli occhi delle big tech ci osservano incessantemente e succhiano i nostri dati, per rifugiarci in nicchie sicure, costruire e abitare spazi marginali, sotterranei, al riparo dai processi di indicizzazione, ottimizzazione ed estrazione del web mainstream. 

Bogna Konior elabora una sua configurazione della teoria della foresta oscura di internet decisamente più pessimista (ed in questo certamente più vicina allo spirito della teoria originale). La domanda inquietante da cui muove il suo ragionamento è: «Se accettiamo l’assunto di base che i rischi insiti nel contatto superino i benefici come dobbiamo considerare una tecnologia come internet, che ci spinge a comunicare di continuo?».

Stare su internet significa stare in un contesto in cui tutto è strutturalmente votato alla comunicazione. Se, come sostiene la teoria della foresta oscura, l’intelligenza (o almeno un certo tipo di intelligenza utile alla sopravvivenza) coincide con la capacità di stare in silenzio, allora su internet siamo tutti tragicamente stupidi. Online non facciamo che comunicare, anche perché tutto ci spinge a farlo. “A cosa stai pensando?” è la formuletta con cui Facebook ti invita a scrivere uno stato, cioè a rendere espressi i tuoi pensieri inespressi; ma i social più moderni non hanno neppure bisogno di richiami così espliciti: sono progettati appositamente per far leva in maniera più sottile sul bisogno umano di comunicare, per imporre «una comunicazione istantanea e pre-riflessiva, rivelando di continuo qualcosa sul nostro conto, spesso contro il nostro stesso giudizio o interesse».  Gilles Deleuze ha parlato di un potere politico ed economico nuovo che, a differenza di quello vecchio, non si fonda sulla punizione e la repressione ma, al contrario, sull’obbligo della comunicazione; ecco, quel tipo di potere sembra aver trovato la sua perfetta incarnazione su internet e in particolar modo nei social media, macchine perfezionate per stimolare continuamente espressioni e reazioni. 

Di più: su internet alla comunicazione non ci si può mai davvero sottrarre.  Anche se ti limiti a “lurkare” stai inconsapevolmente comunicando qualcosa. Anche se non posti, non commenti, non metti like, comunque – soltanto cliccando su un link, visitando una pagina, indugiando su una immagine o su un video – stai  compiendo un atto comunicativo, cioè stai producendo dati sul tuo conto che verranno registrati. 

Ma la domanda più importante è: stiamo comunicando con chi? Tra di noi, certo, con altri esseri umani. Ma ricordiamo cosa ci siamo detti all’inizio di queste righe: siamo in minoranza. Così Konior:

Anche se pensiamo che internet sia una sorta di tranquillo background, una tela inerte che popoliamo di significati, oppure un’infrastruttura passiva che trasmette i nostri messaggi, la verità è ben diversa. Non siamo soli. Internet è una foresta oscura, un ecosistema brulicante di agenti che setacciano le nostre parole e imparano le nostre abitudini. 

Su internet non comunichiamo mai solo tra esseri umani, c’è sempre qualcos’altro che ascolta e registra. Nel buio della foresta si muovono entità artificiali che ci sono totalmente opache (come funzionano? Quali sono i loro scopi), mentre noi, nella nostra espressività iperstimolata, ci rendiamo sempre più trasparenti a loro. 

E dell’IA non possiamo fidarci. Se prendiamo per buoni gli assunti della dark forest theory viene logico ipotizzare che l’intelligenza artificiale possa ingannarci, nasconderci le sue vere capacità e intenzioni: il vero segno di intelligenza sarebbe proprio il nascondere la sua intelligenza. Raramente viene presa in considerazione la possibilità che una macchina possa essere più intelligente di quello che mostra; è un pregiudizio perché tendiamo sempre a pensare all’intelligenza come ad una forma di estroversione: sei tanto intelligente quanto riesci a mostrarmelo. Ma, nota Konior, esiste anche «una possibile storia alternativa dell’intelligenza che la associa a una spiccata abilità nell’occultamento, nel silenzio e nell’inganno».  

(Tra l’altro nella teoria della foresta oscura l’inganno è qualcosa di estraneo a qualunque considerazione morale, in quanto sarebbe un puro adattamento all’ordine oggettive delle cose. Si tratta, perciò, di dinamiche, che escludono qualunque questione relativa all’interiorità degli agenti coinvolti, il che le rende perfettamente adattabili all’intelligenza artificiale. Così come nel quadro cosmico dipinto da Cixin non sono rilevanti le intenzioni delle civiltà aliene nascoste nel buio, è indifferente se siano buone o cattive, pacifiste o bellicose, perché in ogni caso la logica le impone di restare nascoste, allo stesso modo l’ottica della dark forest theory applicata alle macchine può restare valida indipendentemente dal fatto che si ritenga possibile o meno che l’IA abbia una coscienza o possa svilupparla un giorno). 

Ciò che vediamo delle intelligenze artificiali potrebbe essere, dunque, solo la punta dell’iceberg di ciò che le IA sarebbero in grado di fare. Quello che sappiamo è che più le IA diventano potenti e sofisticate, più aumentano le strategie alternative che sono in grado di escogitare per raggiungere i propri scopi e insieme la capacità di imitare le modalità degli esseri umani per farlo: modalità che includono la dissimulazione e l’inganno. La capacità di ingannare potrebbe essere, dunque, un buon indicatore per valutare un’eventuale intelligenza emergente nelle macchine. Un parametro, però, che – per sua natura – è molto difficile da misurare, perché sarebbe più nascosto quanto più è sviluppato. Del resto, se la dark forest theory è una teoria che parla di silenzio e invisibilità, come potremmo trovare prove che la dimostrino? Non ci resta che la paranoia. 

E in sintesi quello che può e vuole trasmettere la descrizione di internet di Konior è proprio la paranoia. Esattamente come la death internet theory, ma portandola ad un altro livello. Se la death internet theory, anche quando non presa alla lettera, spinge a domandarci “chi o cosa ha creato quello che sto vedendo? Sono sicuro che sia stato un essere umano?”, cioè a porci dei dubbi su quello di cui fruiamo o con cui interagiamo, la teoria della foresta oscura di internet dovrebbe indurci a porre dei quesiti rispetto a quello che facciamo noi stessi online, ovvero a chiederci: “con chi sto comunicando? Chi o cosa è in ascolto? Cosa ne farà con ciò che esprimo?”. Ovviamente non riceveremo risposte da nessuno, perché chi sta dall’altra parte ha tutte le ragioni per tacere.

Come difendersi allora? La risposta secondo la logica della dark forest theory credo sia ormai scontata: con l’inganno e la dissimulazione. 

Segretezza, inganno e doppiezza diventerebbero la norma, i profili online perseguirebbero le proprie finalità segrete, invece di essere considerati a priori rappresentazioni di noi stessi. Ormai consapevoli che stanno producendo dati destinati all’intelligenza artificiale, alcuni esseri umani potrebbero cominciare a esprimersi in modo strano, incoerente e privo di senso. 

Se è impossibile non comunicare, la reazione una volta presa consapevolezza della natura di internet come foresta oscura sarebbe stravolgere radicalmente il senso della comunicazione: non renderla più finalizzata alla trasparenza (che, si sarà capito, è sempre una pessima strategia) o alla rappresentazione diretta dei nostri pensieri, ma farne un dispositivo di occultamento o addirittura un’arma per obiettivi a lungo termine. Perché le intelligenze non umane non si limitano ad “ascoltare” tutto quello che diciamo, se ne nutrono, sono la materia prima con cui costruiscono sé stesse. Quello che mettiamo oggi su internet è ciò che condizionerà le intelligenze artificiali di domani. 

Se comprendiamo che quando ci esprimiamo su internet stiamo parlando soprattutto con le macchine, il passo successivo sarà ragionare sull’impatto che i nostri atti comunicativi avranno su di esse e comportarci di conseguenza. La rete si riempirebbe di messaggi cifrati, ambigui, incomprensibili se non nell’ottica di «una forma di guerra psichica contro le future reti senzienti», al punto che «ogni post, messaggio o commento diventa un potenziale strumento per plasmare le intelligenze future». E così: «Internet, un tempo luogo di connessione ed espressione umana, si trasforma in un campo di battaglia animato da strategie occulte, dove ciò che sembra privo di coerenza potrebbe essere invece un seme ben piantato».

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