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Il Papa sente Putin ma nessuna risposta per il cessate il fuoco

Il Cremlino al Pontefice: “Lavoriamo per proteggere i cristiani nel mondo”. Parolin: “Spero che Mosca accetti di mettere in atto la richiesta del Vaticano”. Zakharova: L’Italia obbedisce ai padroni di Bruxelles. Le notti di Kiev sotto le bombe

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Il Cremlino al Pontefice: “Lavoriamo insieme per proteggere i cristiani nel mondo”. Parolin: “Spero che Mosca accetti di mettere in atto la richiesta del Vaticano”. Zakharova: L’Italia obbedisce ai padroni di Bruxelles

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Juice: la Terra oggi, Giove domani

Lo scorso 28 settembre la missione Juice dell’Esa ha superato un’altra importante tappa nel suo viaggio verso Giove: la sua penultima manovra di fionda gravitazionale, realizzata attraverso un flyby della Terra. Sorvolo che non è stato solo un passaggio essenziale sulla rotta della sonda verso Giove, ma anche un’opportunità per mettere alla prova le osservazioni e le operazioni che caratterizzeranno l’esplorazione del sistema gioviano da parte di Juice.

Fin dal suo lancio, avvenuto il 14 aprile 2023, Juice si sta dirigendo verso Giove e le sue lune ghiacciate, dove arriverà nel 2031. Arrivarci è però tutt’altro che semplice. «Per andare direttamente su Giove, occorre raggiungere una certa velocità», spiega Arnaud Boutonnet, mission analyst di Juice per l’Esa. «Ecco perché sono necessarie le manovre di assist gravitazionale».

Percorso completo dello scorso flyby di Juice sulla Terra. Crediti: Esa

Queste manovre sfruttano la gravità di un pianeta per alterare la rotta e la velocità di un veicolo spaziale. Con la sua recente fionda gravitazionale offerta dalla Terra, Juice ha ora completato tre dei quattro flyby previsti. Dopo il sorvolo di Venere, Juice aveva una velocità sufficiente rispetto alla Terra, ma non procedeva ancora nella direzione giusta. Quest’ultimo flyby ha modificato la direzione della traiettoria della sonda di circa 20 gradi, orientandola verso Giove, in vista di un’ultima correzione che avverrà nel 2029, durante il suo ultimo sorvolo del nostro pianeta.

Ma la manovra dello scorso settembre non ha riguardato solo la navigazione. Ha anche offerto ai team della missione una preziosa opportunità per simulare le sfide operative e scientifiche che attendono Juice su Giove.

Prova generale nelle tenebre

Lo scorso 12 agosto, molti hanno assistito alla spettacolare eclissi solare totale che ha attraversato la Groenlandia, l’Islanda, la Spagna e parti del Portogallo. Per gli osservatori sulla Terra, la fase di totalità è durata poco più di due minuti. Anche le sonde spaziali affrontano le eclissi. Durante la sua manovra gravitazionale lunare-terrestre nel 2024, Juice ha sperimentato un’eclissi della durata di 32 minuti. Il suo recente flyby terrestre, tuttavia, ha battuto un nuovo record per la missione. Prima del massimo avvicinamento, infatti, Juice è scivolata nell’ombra della Terra, trascorrendo tre ore in completa oscurità (ombra totale o umbra) e sei ore in ombra parziale. Fatto ancora più importante, l’eclissi ha replicato in modo molto simile le condizioni che Juice incontrerà su Giove, offrendo al Flight Control Team una rara opportunità per testare le future strategie operative anni prima dell’arrivo.

«I flyby sono diventati abbastanza di routine per la missione, ma richiedono comunque un’enorme quantità di preparazione. Per questo ci siamo preparati per più di un anno», ricorda Angela Dietz, spacecraft operations manager di Juice.

L’eclissi ha trasformato questa preparazione in una prova generale per Giove.

Tre ore senza Sole: batterie alla prova del buio

Juice è alimentata da due grandi pannelli solari, che insieme formano una superficie di 85 metri quadrati. Si tratta di un’area pari a circa la metà di quella di un campo da pallavolo. Questi pannelli saranno essenziali su Giove, dove la luce solare ha un’intensità pari a solo il tre per cento di quella terrestre, e le eclissi possono durare fino a cinque ore.

«Questa è stata la nostra prima opportunità per testare in volo condizioni di eclissi prolungata», spiega Dietz.

Con mesi di anticipo, il Flight Control Team dell’Esoc (European Space Operations Centre) ha simulato scenari di eclissi e procedure di emergenza, mentre i team delle operazioni scientifiche dell’Esac (European Space and Astronomy Centre) hanno preparato gli strumenti per le attività di osservazione e calibrazione. La sera del 27 settembre, mentre Juice entrava nella penombra ,alle 21:30 ora italiana, gli operatori di volo dell’Esoc, man mano che la telemetria giungeva a terra attraverso l’antenna per lo spazio profondo di Cebreros Estrack dell’Esa, monitoravano il calo di potenza dei pannelli solari e il conseguente aumento dell’utilizzo delle batterie. Nel corso dell’eclissi, la carica delle batterie è scesa fino al 54 per cento. I pannelli solari hanno ripreso a generare energia alle 04:14 ora italiana. Con il limite operativo fissato al 35 per cento e il veicolo spaziale che si è comportato in modo nominale, il risultato ha superato le aspettative.

«I dati sull’energia che abbiamo ottenuto da questo flyby sono molto importanti, perché verranno utilizzati per le future simulazioni delle eclissi gioviane», spiega Paula Betriu, science operations engineer di Juice che lavora a Esac per Starion.

Ma l’eclissi è servita a molto di più che a verificare come mantenere in vita la sonda.

Scienza oltre la sopravvivenza

Su Giove, Juice dovrà continuare a fare scienza anche durante i lunghi periodi di oscurità.

«Inizialmente pensavamo che non avremmo avuto abbastanza energia per la strumentazione scientifica di bordo. Ma dopo aver approfondito la questione, ci siamo resi conto che potevamo mantenere attivi diversi strumenti e sfruttare appieno l’opportunità», dice Dietz.

I dieci strumenti scientifici hanno tutti contribuito alla campagna del flyby, seppur non tutti in funzione contemporaneamente durante l’eclissi.

«È stata una campagna impegnativa», dice Pilar Esquej, science operations engineer di Juice che lavora a Esac per Starion. «L’eclissi ha imposto vincoli rigorosi, quindi abbiamo dovuto stabilire le priorità delle osservazioni con estrema attenzione e trovare dei compromessi».

La Terra ripresa dalla fotocamera a guida italiana Janus

Durante la fase di assist gravitazionale, dal 27 settembre al 2 ottobre, la fotocamera scientifica ad alta risoluzione a bordo di Juice Janus, realizzata con il finanziamento dell’Agenzia spaziale italiana (Asi), ha acquisito 740 immagini, utilizzando i diversi filtri dello strumento e a varie risoluzioni spaziali. Durante il sorvolo della Terra, dal limbo notturno a quello diurno, Janus ne ha osservato con continuità la superficie. In particolare, è stata ottenuta una lunga sequenza diurna attraverso l’Oceano Indiano occidentale, il Madagascar e l’Africa centrale, osservati con molteplici filtri. Prima e dopo l’arco di massima vicinanza, la sonda è stata puntata verso la Luna, consentendo a Janus di ottenere immagini del nostro satellite in fase quasi piena. Il 2 ottobre, prima di concludere la sequenza operativa, Janus ha osservato la Terra un’ultima volta.

Dettaglio di una sezione della fascia di osservazione che mostra l’intera larghezza dell’isola del Madagascar, con cumuli di bel tempo sopra la terraferma e le valli fluviali nella parte occidentale. L’area marina luminosa e color ocra su entrambi i lati è dovuta al riflesso della luce solare sulla superficie dell’acqua. Crediti: Esa/ Juice / Team Janus. Elaborazione: L. Penasa

«Uno dei possibili casi di studio», spiegano il principal investigator dello strumento, Pasquale Palumbo, e i membri del team scientifico Alice Lucchetti, Luca Penasa e Cecilia Tubiana, tutti dell’Inaf, «riguarda la vegetazione. I filtri Janus nel visibile e nel vicino infrarosso consentono, infatti, di misurare il forte contrasto esistente tra l’assorbimento della clorofilla nel rosso e l’elevata riflettanza della vegetazione nel vicino infrarosso. L’analisi dei dati permetterà di produrre, in via sperimentale, mappe di indici di vegetazione e confrontare regioni molto diverse tra loro, come Mauritius, Madagascar e diverse aree dell’Africa orientale e meridionale».

«Sarà possibile poi confrontare questi prodotti», continuano i quattro ricercatori dell’Inaf, «con osservazioni iperspettrali della Terra ottenute da missioni dedicate all’osservazione terrestre. In particolare, dati Prisma potranno essere utilizzati come riferimento per verificare quanto le informazioni contenute nei più larghi filtri Janus riescano a riprodurre la risposta spettrale osservata da uno spettrometro iperspettrale. Sono inoltre previste osservazioni EnMap di alcune regioni attraversate dalla geometria dell’assist gravitazionale, in particolare in Madagascar e nell’area di confine tra Congo e Zambia. Alcune di queste regioni includono aree minerarie ben caratterizzate e potranno quindi costituire casi di studio per confrontare tecniche di analisi dati applicate ai dati EnMap, alle immagini multispettrali Janus e, dove disponibile, alle osservazioni Majis».

Un’occasione per mettere alla prova il software di guida autonoma

L’eclissi ha anche fornito l’occasione per testare un altro sistema chiave necessario su Giove: il software Eagle (Enhanced Autonomous Guidance through Limb Extraction), un sistema di guida autonoma migliorata basato sul riconoscimento del bordo apparente dei corpi celesti.

Eagle utilizza le due telecamere di navigazione della sonda per migliorare la precisione di puntamento durante i sorvoli ravvicinati delle lune, tracciando il bordo illuminato – il cosiddetto lembo – di un satellite naturale e aiutando così Juice a determinare la sua posizione con maggiore precisione e a mantenere le osservazioni esattamente sul bersaglio.

Immagine della Luna ripresa dalla NavCam della sonda Juice durante il sorvolo della Terra. Crediti: Esa/Juice/Jmc

Per il suo primo esercizio in volo, la geometria Terra-Luna è stata sfruttata per replicare quella di Giove e Io, preparando Eagle ai futuri flyby delle lune galileiane. I risultati saranno analizzati nei prossimi mesi.

Nonostante le difficoltà che ha posto, l’eclissi si è rivelata per alcuni aspetti anche vantaggiosa. Attualmente Juice si trova in un ambiente di crociera “caldo”, in cui le temperature limitano le osservazioni. Avere il Sole temporaneamente bloccato dalla Terra ha consentito alla sonda una maggiore libertà di puntamento, permettendo osservazioni altrimenti impossibili.

Nel loro insieme, queste attività hanno reso il flyby molto di più di una semplice correzione di traiettoria. Hanno dato a Juice un primo assaggio delle sfide che la attendono del sistema gioviano e la possibilità di fare una prova generale con anni di anticipo.

Fonti: press release Esa, press release Dlr

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Dal quantum allo spazio, l’Italia ha bisogno di investire sulla tecnologia. L’appello di Crosetto

La tecnologia è ormai diventata stabilmente una componente cruciale del potere degli Stati e della loro sicurezza e, per l’Italia, questo significa dover mettere a sistema le competenze scientifiche e industriali e coltivare capacità autonome nei settori strategici. Questo il messaggio lanciato dal ministro della Difesa Guido Crosetto in occasione dell’inaugurazione del primo sistema quantistico in Italia, il supercomputer Volta B1.

“Il quantum non può essere considerato una singola tecnologia, deve essere visto come una nuova dimensione della politica industriale, della competitività nazionale e della sicurezza”, ha dichiarato il ministro. In questa ottica, il calcolo quantistico si inserisce in una trasformazione più ampia, che coinvolge la ricerca, l’industria e la difesa. “La tecnologia sta diventando una delle principali espressioni del potere degli Stati e il quantum si colloca al centro di questa trasformazione”, ha aggiunto, richiamando ambiti che vanno anche oltre i soli sistemi di calcolo e che includono anche sensoristica, comunicazioni, materiali, sicurezza e gestione dei modelli complessi.

Per la Difesa, ha spiegato Crosetto, queste tecnologie possono aprire nuove possibilità nella gestione delle informazioni, nelle comunicazioni e nello sviluppo di capacità operative. Il loro impatto richiederà però un coordinamento più stretto tra i soggetti che lavorano allo sviluppo e all’applicazione dell’innovazione scientifica. “Il quantum rende sempre meno sostenibili le tradizionali separazioni tra ricerca scientifica, innovazione industriale, sviluppo economico e anche sicurezza e difesa. Il futuro non rispetterà queste divisioni”. Ed è proprio nella frammentazione che Crosetto ravvisa uno dei principali problemi da affrontare. L’Italia, come è noto, dispone di competenze scientifiche e industriali nei settori più avanzati, ma manca ancora di un ecosistema in grado di creare sinergie strutturali di lungo periodo o, per dirla con le parole del ministro, “trasformare le proprie eccellenze in un sistema”. 

Il tema non riguarda solo la valorizzazione dei talenti e delle eccellenze nazionali – la cui fuga verso l’estero rimane comunque una delle maggiori criticità del Paese –, ma tocca da vicino anche i temi della sicurezza e della sovranità. Una condizione che lo stesso Crosetto ha ben sintetizzato: “Vogliamo essere un Paese che utilizza le tecnologie sviluppate altrove, oppure un Paese capace di contribuire a determinare l’evoluzione, l’applicazione e le regole?”. Il punto non è tanto quello di rincorrere la chimera della completa autarchia tecnologica, quanto più quello di mettere il Paese nella condizione di essere un contributore centrale nello sviluppo delle nuove tecnologie e, di conseguenza, anche della definizione delle regole che ne accompagneranno l’impiego. 

Da oggi, l’Italia fa il suo primo passo concreto nell’implementazione delle tecnologie quantistiche, confermandosi tra i Paesi che da subito ne hanno colto l’enorme potenziale. Ma, se il primo passo serve a partire, molti altri sono necessari per arrivare al traguardo. Lo sviluppo tecnologico continua a dimostrarsi una leva impareggiabile per la competitività dei Paesi e per la loro sicurezza – che si parli di quantum, robotica, spazio, batterie, IA ecc. –, e per questo, se l’Italia intende contare, non potrà fare a meno di impostare una seria discussione al riguardo. Una maggiore coordinazione tra i soggetti interessati, tanto pubblici quanto privati, resta la via maestra da perseguire sul piano organizzativo, ma il nodo centrale rimane quello delle risorse, senza le quali anche le migliori menti possono fare ben poco, se non portare le loro competenze altrove. Un patrimonio, quello della ricerca, da preservare, sostenere e incentivare e senza il quale il Paese rischierà sempre di trovarsi a rincorrere altri. Nelle parole di Crosetto: “La prima infrastruttura strategica di una nazione tecnologica non è la macchina, è il capitale umano capace di comprenderla, trasformarla e governarla”.

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70 miliardi e scorte di Patriot. Cosa chiede Zelensky all’Ue per l’inverno

Chiede i Patriot all’Ue, prevede un’invasione di profughi in caso di sconfitta, fa i conti della serva sulle risorse che gli occorrono per il prossimo anno, incassa il supporto di alcuni senatori americani critici sul depotenziamento di Starlink per le difese ucraine. Volodymyr Zelensky, ospite del Consiglio Europeo, fa il punto sullo stato della guerra e delle relazioni politiche a supporto della sua parte, con una consapevolezza di base: se Washington sta mollando Kyiv, Bruxelles no.

“Per Putin non è mai abbastanza, ci vuole distruggere – parte in quarta – e poi vorrà di più e ancora di più. Ora sta mettendo alla prova i Paesi Nato con questi droni. Siamo di fronte a un’escalation”. Il tema è allo stesso tempo bellico, economico, geopolitico e militare. Perché se è vero come è vero che dagli europei ha ricevuto solo sostegno (“comprendono che la nostra posizione è totalmente giustificata”), mette l’accento sul ruolo americano. Quando dice che Putin darà ascolto all’America se eserciterà pressione fa riferimento alle tante persone presenti negli Stati Uniti “dal cuore nobile che desiderano sinceramente la sconfitta del male e che l’Ucraina rimanga salda. Sono proprio queste le persone che hanno aiutato l’Europa a difendere la propria libertà, che hanno combattuto durante lo sbarco in Normandia, che hanno vinto la Guerra Fredda e che vogliono il meglio per l’Europa. Persone che desiderano essere alleate, non dividere o umiliare l’Europa. Credo che la maggior parte degli americani la pensi ancora così. E, in ultima analisi, sarà il popolo americano a dire la sua”.

Una stoccata a quella minoranza che invece vorrebbe togliergli gli aiuti. In questo senso va letto il suo riferimento all’accordo Russia-Usa sul diesel che è stato “una sorpresa per tutti”, mentre per quanto riguarda il rapporto con Trump annuncia che “ci sarà nei prossimi giorni un incontro tra i negoziatori, col presidente abbiamo sempre temi da discutere”.

Ma oltre agli auspici ci sono previsioni e richieste. Sulle prime spicca lo scenario che si potrebbe abbattere sull’Europa in caso di caduta di Kyiv, ovvero 20 milioni di profughi ucraini, “perché ci distruggeranno, ci spingeranno fuori per questo vi chiediamo di difendere il nostro Paese”. La parte del leone in questo senso la sta facendo il nuovo strumento di guerra che risponde al nome di drone. Putin “sta già testando i droni sui Paesi europei, sull’Ucraina sono arrivati migliaia di droni. Migliaia. E gli americani dicono che è difficile parlare con Zelensky, che è più facile parlare con Putin”, come a voler rimarcare il passaggio iniziale. Sulle seconde, ecco la lista della spesa: altri 70 miliardi per i 2027, “per tenere a bada la Russia”, oltre agli intercettori per i sistemi Patriot (Pac-2 e Pac-3). Quelli disponibili in Europa permetteranno all’Ucraina di superare l’inverno e tutti i leader sono a conoscenza di questo pacchetto. La questione è sul tavolo dei paesi Ue, che stanno riflettendo sul da farsi.

Quel che è certo è che arriveranno presto nuovi F-16, verosimilmente entro la fine dell’anno. Infine una considerazione sull’accordo Trump-Putin sul gasolio: “ci ha sorpresi, non possiamo accettarlo”. Il timore di Zelensky è che il passo successivo verta un altro accordo simile sul gas, oppure l’esenzione da nuove sanzioni legate ai sistemi bancari, ad alcuni individui o all’industria chimica.

Tutto finito? Per nulla. Alcuni senatori americani hanno richiesto un’indagine urgente sulle interruzioni della rete Starlink in Ucraina, lo strumento che Musk aveva offerto a Kyiv per indirizzare i droni verso gli obiettivi russi. E in una missiva indirizzata all’ispettore generale del dipartimento della Difesa i senatori esprimono “grave preoccupazione” in merito al depotenziamento della rete, perché queste restrizioni “avrebbero compromesso la capacità dell’Ucraina di condurre operazioni difensive contro gli attacchi russi, effettuati tramite droni e missili, diretti verso le infrastrutture civili”.

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Stress test, così il G7 mette alla prova l’AI per evitare una crisi finanziaria

Uno stress test per il settore finanziario. È quello che il G7 pensa di fare per verificare la pericolosità dell’intelligenza artificiale. A Bangkok, dove sono riuniti i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali, è emersa la volontà di mettete a punto esercitazioni “teoriche” per capire fino a che punto possono stare tranquilli di fronte alle minacce rappresentate dagli agenti di AI di frontiera. L’obiettivo è studiare la risposta più efficace per difendersi.

A scriverlo è il Financial Times, secondo cui l’esercitazione potrebbe coinvolgere le banche. Come sottolinea il ministro delle Finanze olandese, “stiamo tutti fissando la stessa scatola nera. Vediamo i rischi, ma come affrontarli?”, si chiede Eelco Heinen. “Se pochi Paesi possiedono la tecnologia, ma il mondo interno può esserne vittima, la cooperazione internazionale è fondamentale. È proprio qui che risiede la preoccupazione”. L’idea arriva d’altronde in un momento topico. L’AI viene continuamente descritta come uno strumento rivoluzionario, ma a due facce. Quella negativa potrebbe comportare delle conseguenze ancora poco quantificabili, ma sicuramente drammatiche. Una di queste è che gli agenti di AI possano autonomamente impossessarsi di altri sistemi, sdoppiandosi ed infiltrandosi. Ad esempio, in una banca.

Lo afferma anche il Fondo Monetario Internazionale in un suo rapporto, in cui si legge che “gravi incidenti informatici potrebbero minare la fiducia del mercato e interrompere le infrastrutture e le operazioni critiche dei mercati finanziari”.

Se e quando i test partiranno, si potrà capire meglio a che livello sono le difese. Nel tempo si sono prese delle precauzioni e ci sono dei manuali di risposta già stilati. Ma il pericolo è cambiato, si presenta sotto forme diverse. Per cui bisogna vedere se il sistema architettato possa reggere all’urto. “La situazione può diventare davvero molto difficile”, ammette Caio Ferreia, vice presidente del reparto global markets analysis dell’Fmi. Non è solo una questione operativa. “La perdita di fiducia potrebbe di per sé rappresentare un evento sistemico”.

Resta da capire quando e come si svolgeranno le esercitazioni. Sicuramente il messaggio che invia il G7 è chiaro: con l’AI tutti devono fare i conti, perché nessuno ne è immune. C’è però un dettaglio, neanche troppo piccolo, sottolineato anche dal ministro dell’Economia italiano Giancarlo Giorgetti. I grandi assenti al tavolo di Bangkok erano gli americani. “Il punto di partenza, sinceramente va detto, è che qui non è venuto Scott Bessent“, dice riferendosi al segretario del Tesoro. Al suo posto c’era un sottosegretario. “Evidentemente questo mette in una luce diversa sia le riunioni del G20 sia del G7, sia in qualche modo l’Fmi. Una situazione di grande incertezza, instabilità geopolitica con conseguenze economiche e finanziarie evidenti, con gli Stati Uniti un po’ protagonisti di tutto, che qua sono presenti in tono minore”. In sintesi, conclude Giorgetti, ci troviamo in “un mondo in cerca di equilibrio in cui gli Usa giocano una partita d’isolamento”.

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Guerra, cyberspazio e tecnologie emergenti. Come cambia la leadership secondo il gen. Mannino

L’attuale scenario internazionale è caratterizzato da instabilità, incertezza e imprevedibilità, condizioni che rendono sempre più difficile comprendere l’evoluzione degli eventi e assumere decisioni efficaci. La rapidità dei cambiamenti e l’interdipendenza tra fenomeni politici, economici, tecnologici e sociali hanno trasformato la complessità in una condizione strutturale del mondo contemporaneo. Una realtà che impone di ripensare gli strumenti attraverso cui interpretare i fenomeni, esercitare la leadership e preparare le future classi dirigenti.

La definizione di una nuova normalità, richiamata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, restituisce la dimensione di questo cambiamento. Crisi apparentemente distanti producono conseguenze che attraversano settori e aree geografiche differenti, rendendo sempre meno efficaci gli schemi interpretativi tradizionali. È la condizione della policrisi, nella quale eventi di natura diversa si manifestano simultaneamente e amplificano reciprocamente i propri effetti.

Sullo sfondo si colloca la competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina, accompagnata dall’affermazione delle tecnologie emergenti e dirompenti. La tecnologia ha progressivamente superato la funzione di semplice strumento a supporto del cambiamento, diventandone uno dei principali fattori trainanti. La capacità di sviluppare e controllare queste innovazioni rappresenta ormai una componente essenziale del potere geopolitico.

A modificare gli equilibri contribuisce anche la crescente influenza di attori non statuali. Organizzazioni terroristiche, reti criminali transnazionali, grandi gruppi finanziari e compagnie tecnologiche dispongono in alcuni casi di risorse paragonabili, o superiori, a quelle di Stati di media potenza. I governi si trovano così a operare in un sistema nel quale non detengono più il controllo esclusivo delle dinamiche che incidono sulla sicurezza e sull’economia.

Anche la natura delle minacce è cambiata. Ai tradizionali domini terrestre, marittimo e aereo si sono aggiunti lo spazio, il cyberspazio e la dimensione informativa e cognitiva. Le minacce ibride attraversano questi ambienti, producendo effetti che possono trasferirsi da un settore all’altro. Un attacco informatico o una campagna di disinformazione possono incidere sulle istituzioni, sulle attività economiche e sulla percezione collettiva della realtà. La sicurezza richiede pertanto una capacità di lettura multidimensionale, in grado di riconoscere le connessioni tra fenomeni differenti.

La stessa geopolitica ha conosciuto una trasformazione profonda. Alla dimensione tradizionale, legata al territorio e alla sovranità degli Stati, si è affiancata quella economica, alimentata dalla globalizzazione, e successivamente una dimensione digitale sempre più rilevante. Il controllo dei dati e delle infrastrutture fisiche e virtuali costituisce oggi una leva fondamentale di influenza. Parallelamente, la guerra in Ucraina ha riportato in primo piano il valore del territorio e della forza militare convenzionale, mostrando come le nuove forme di competizione convivano con dinamiche strategiche tradizionali.

A rendere il quadro più articolato contribuisce la trasformazione delle alleanze internazionali. Accanto ai rapporti fondati su valori condivisi emergono forme di cooperazione a geometria variabile, nelle quali le convergenze si modificano in funzione degli interessi contingenti. La rilevanza delle identità religiose nelle dinamiche politiche, gli squilibri economici, le pressioni demografiche e le questioni legate alla sostenibilità rappresentano ulteriori fattori di instabilità, le cui conseguenze si intrecciano con quelle delle altre trasformazioni.

Questo scenario incide direttamente sulla capacità decisionale. Gli Stati incontrano difficoltà crescenti nel governare fenomeni che superano i confini nazionali, mentre la velocità degli avvenimenti riduce il tempo disponibile per comprenderli e intervenire. In assenza di informazioni complete, i decisori politici, militari e istituzionali possono essere indotti a rinviare scelte che comportano rischi e responsabilità. Anche la mancata decisione, tuttavia, produce conseguenze, lasciando che siano gli eventi a determinare l’evoluzione delle situazioni.

In questo contesto assume particolare rilievo il rapporto tra essere umano e tecnologia. Le capacità di elaborazione dei dati offerte dall’intelligenza artificiale rappresentano una risorsa importante per affrontare scenari complessi, ma l’efficienza tecnologica non può sostituire la responsabilità umana. Gli strumenti possono sostenere l’analisi e accelerare i processi, mentre il giudizio sulle conseguenze e sulle implicazioni etiche delle decisioni deve rimanere affidato alle persone.

La questione investe anche i fondamenti della convivenza sociale. Dignità della persona, bene comune e solidarietà costituiscono riferimenti essenziali in un contesto nel quale gli interessi economici e le trasformazioni tecnologiche assumono un peso crescente. Le difficoltà attraversate dalle tradizionali agenzie educative, a partire dalla famiglia e dalla scuola, pongono inoltre interrogativi sulla capacità di trasmettere alle nuove generazioni valori, strumenti critici e senso di appartenenza alla comunità. Una sfida che coinvolge anche istituzioni come le Forze armate e le organizzazioni religiose.

La risposta a queste trasformazioni passa dall’investimento sul capitale umano. È il principio che orienta l’attività del Centro alti studi per la difesa, concepito come luogo di formazione e confronto aperto ai dirigenti militari italiani, ai rappresentanti di Paesi alleati e amici, alle istituzioni, all’industria e alla società civile. Una dimensione internazionale e intersettoriale che permette di mettere in relazione esperienze differenti, contribuendo alla preparazione delle attuali e future classi dirigenti.

Il percorso si sviluppa attraverso due dimensioni complementari, formazione ed educazione. La prima riguarda l’acquisizione di conoscenze e competenze professionali, alle quali devono affiancarsi capacità trasversali come la visione strategica, il lavoro di gruppo, la gestione dello stress e l’adattamento al cambiamento. In questa direzione opera anche la Leadership and Soft Skills Academy, dedicata al rafforzamento delle competenze necessarie per agire in ambienti complessi.

L’educazione riguarda invece la dimensione dell’essere, attraverso la costruzione di un patrimonio culturale e valoriale. La competenza tecnica deve accompagnarsi all’integrità personale, alla responsabilità e alla consapevolezza del ruolo esercitato nella collettività. L’obiettivo è preparare persone capaci di affrontare problemi articolati senza perdere di vista le conseguenze delle proprie decisioni e il riferimento al bene comune.

Questo approccio richiede una concezione della leadership fondata sull’apprendimento continuo, sulla capacità di adattamento e sul coraggio di decidere. La rapidità delle trasformazioni rende necessario aggiornare costantemente le proprie conoscenze e rimettere in discussione convinzioni consolidate. Nelle situazioni più complesse raramente esistono risposte perfette o informazioni complete, ma chi esercita funzioni di comando deve comunque assumere decisioni ponderate. È una responsabilità particolarmente significativa nell’ambito militare, dove le conseguenze delle scelte possono incidere direttamente sulla vita delle persone.

Altrettanto importanti sono inclusività e umiltà. Nessun individuo possiede da solo tutte le conoscenze necessarie per affrontare problemi multidimensionali. Il confronto tra competenze ed esperienze differenti permette di costruire valutazioni più solide, mentre il lavoro di squadra e il coinvolgimento dell’intero Sistema Paese rappresentano condizioni essenziali per affrontare sfide che nessuna istituzione può governare isolatamente.

Pace e sicurezza si inseriscono in questa prospettiva come responsabilità collettive. La prima richiede un impegno quotidiano, mentre la seconda costituisce una condizione necessaria per lo sviluppo della società. Entrambe dipendono dalla capacità di coltivare conoscenza, integrità e senso di responsabilità, mantenendo al centro la persona.

Per le nuove generazioni, la sfida sarà imparare a interpretare una realtà in continua trasformazione senza rinunciare alla capacità di agire. Preparazione, curiosità, adattabilità e rigore morale costituiscono gli strumenti per affrontare l’incertezza. Le tecnologie continueranno a modificare i processi decisionali, ma la qualità delle scelte dipenderà dalla capacità delle persone di utilizzarle con consapevolezza. La formazione e l’educazione rimangono quindi fondamentali per governare la complessità e preservare il valore delle istituzioni.

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Modena: sabato 17 ottobre 2026 torna la street-parade. al centro la lotta alla crisi climatica e solidarietà a bosco ospizio

Torna a Modena sabato 17 ottobre 2026 la street parade, che quest’anno mette al centro la lotta alla crisi climatica. “Il cambiamento climatico non si combatte con gli slogan vuoti, le passerelle istituzionali e le promesse rimandate al futuro. Si...
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Theory of Victory, cosa c’è davvero di nuovo nella strategia Nato. Parla Gilli

“La mia Theory of Victory è semplice”. Così il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo alleato in Europa, ha presentato al Warsaw Security Forum lo schema con cui la Nato intende rispondere a un’eventuale aggressione russa. Lo schema prevede tre fasi: bloccare l’attacco iniziale, logorarne la spinta e infine spezzare le forze nemiche, negando a Mosca la possibilità di conquistare e mantenere territorio alleato. Ma è davvero così semplice? Quanto c’è di nuovo in questa impostazione, l’Alleanza ha le capacità per sostenerla e quale peso avrebbero l’assenza degli Stati Uniti o la tenuta politica dei 32 alleati? Per trovare una risposta a queste domande, Formiche.net si è rivolta ad Andrea Gilli, docente di Studi Strategici presso l’Università di St Andrews, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

La Theory of Victory esposta da Grynkewich sembra scostarsi ulteriormente dalla logica del “tripwire”, a favore di una vera e propria deterrence by denial, volta a difendere il territorio nella sua integrità. È la scelta giusta?

Va ricordato che la deterrence by denial è sempre stata la teoria della deterrenza della Nato, più che una sua theory of victory, più o meno da quando è stata abbandonata la Massive Retaliation di Eisenhower. Il tripwire rispondeva a un’esigenza precisa, quella di evitare un rischio di escalation senza esporre troppe truppe al fuoco avversario, e avere comunque un meccanismo che funzionasse. Se si guardano la Nato Command Structure e la Nato Force Structure, non cambia nulla. Grynkewich non dice che bisognerebbe fare di più. Espone, in modo più o meno chiaro, qualcosa che c’era già. La vera domanda è se questa sia una theory of victory o semplicemente un approccio operativo. Una theory of victory dovrebbe spiegare anche come l’avversario modifica le proprie percezioni e le proprie azioni in base a ciò che facciamo noi. Nel discorso di Grynkewich questo elemento manca.

Ad oggi l’Alleanza dispone delle capacità necessarie (potenza di fuoco, ISR, difesa aerea, attacco a lungo raggio, scorte di munizioni) per tradurre in pratica la struttura indicata dalla Theory of Victory? E le avrebbe anche senza gli Stati Uniti, in particolare negli abilitatori su cui oggi l’Europa dipende da Washington, (intelligence satellitare, rifornimento in volo, Sead, ecc.)?

Grynkewich sostiene, in sostanza, che la Nato è pronta. Resta da verificare se disponga davvero di tutte le capacità necessarie, per esempio in termini di scorte di munizioni o di guerra elettronica. Probabilmente oggi questa theory of victory è applicabile. Bisogna però capire per quanto tempo e con quale intensità, visti questi limiti. Sul piano convenzionale e su quello nucleare l’Alleanza è certamente forte, ma lo è grazie al ruolo degli Stati Uniti. Senza Washington sarebbe molto difficile, proprio per gli abilitatori che citi. A cambiare non sarebbe necessariamente l’esito finale, ma il livello di attrito da sopportare.

Considerando le prossime tornate elettorali, da cui potrebbero uscire vincitrici forze politiche poco favorevoli alla coesione dell’Alleanza, il fatto che 32 nazioni si uniscano per organizzare questo sistema di difesa, che Grynkewich presenta come un punto di forza, non potrebbe rivelarsi piuttosto un punto di debolezza?

La Nato funziona per consenso e, con tutte le critiche che possiamo e vogliamo fare alla Nato, è comunque un framework politico-diplomatico che alla fine ha funzionato, nel senso che si riesce a trovare l’accordo tra queste 32 nazioni che si impegnano. È ovvio che dei cambi di governo possono portare a dei cambiamenti, però ci sono anche 32 alleati. È ovvio che alcuni Paesi pesano più di altri, però il meccanismo è pensato in maniera funzionale. Altro discorso è se tanti Paesi si tirano indietro. Però, se guardiamo alle alternanze di governo che ci sono state in vari Paesi nel corso degli anni, il dissenso spesso è stato su alcune politiche, alcuni atteggiamenti, alcune posizioni. Sul lato militare non c’è nessun Paese che non voglia contribuire alla sicurezza collettiva, almeno finora, e questo ci fa realisticamente pensare che potrebbe continuare ad essere così anche in futuro.

Il Saceur sottolinea la “reattività” di questo approccio, specificando che all’eventuale invasore viene lasciato l’onere dell’escalation. Ma così non gli si lascia anche l’iniziativa, e l’opportunità di trovare un modo per aggirare il sistema difensivo o di manipolarlo a proprio vantaggio? (Sia in modo convenzionale, con uno scenario alla “fronte occidentale 1940”, sia sfruttando operazioni “sotto soglia”).

Il problema di fondo delle risposte militari, come osserva il Saceur, è che non si vuole essere costretti a rispondere in modo sempre più duro, perché questo può provocare un’ulteriore reazione. Serve quindi un approccio che lasci l’avversario con il cerino in mano, costretto a scegliere se incassare il colpo o rilanciare. Grynkewich lo considera un punto di forza perché lascia all’altro il burden of escalation, e la cosa ha senso. D’altro canto, è vero come suggerisci tu che si lascia anche l’iniziativa. Ma la questione non è soltanto relativa a questa theory of victory, ma alla natura stessa della Nato. Essendo un’alleanza difensiva, non vuole, e non può, adottare una postura intrinsecamente più aggressiva che riduca la gamma di scelte dell’avversario. È oggettivamente una criticità, ed è legata alle 32 nazioni di cui parlavamo. Una postura più aggressiva avrebbe forse più senso sul piano militare, ma non sarebbe sostenibile politicamente. Si tratta di un trade-off tra efficacia e consenso, che la Nato risolve in modo non perfetto ma quantomeno accettabile. O almeno, io la vedo così.

Tra l’altro in questa formulazione si può leggere tra le righe una rinuncia al first use nucleare, il beneficio politico c’è, ma il beneficio strategico quanto è pesante?

È giusto sollevare la questione, ma Grynkewich non ne parla, perché il suo discorso resta principalmente sul piano convenzionale. Bisognerebbe guardare alla questione del NC3 americano e capire fino a che punto l’impiego di armi nucleari passi dal Saceur e dal Nuclear Planning Group. Resta quindi una questione aperta di ambiguità, anche sul no first use, e la risposta si trova probabilmente in un documento classificato che la Nato non pubblicherà. Su due piedi direi che la rinuncia non c’è stata, soprattutto con Trump. Il no first use è stato un dibattito più legato agli anni di Obama.

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I conti spingono le azioni di Brunello Cucinelli in Borsa. E il patrimonio della famiglia sale di oltre 200 milioni

Giornata da incorniciare per le azioni della casa di moda italiana Brunello Cucinelli, che stanno volando a Piazza Affari, confermandosi subito le migliori dell’indice Ftse Mib. Motivo: la pubblicazione dei dati relativi ai ricavi dei primi nove mesi del 2026.

Il rally dei titoli in Borsa ha avuto un impatto immediato sul patrimonio della famiglia di Brunello Cucinelli che, secondo la classifica real time di Forbes, è salita in un giorno di oltre il 5%, circa di 2o1 milioni di dollari, a quota 3,7 miliardi di dollari.

I ricavi dei primi nove mesi

I numeri relativi al fatturato dell’azienda sono stati decisamente positivi: nei primi nove mesi dell’anno Brunello Cucinelli ha registrato ricavi pari a 1.123,6 milioni di euro, in crescita del +13,3% a cambi costanti e del 10,2% a cambi correnti. Nel corso del terzo trimestre, il balzo del giro d’affari è stato pari a +13,5% a cambi costanti, a quota 374,2 milioni. La soddisfazione per i ricavi è stata tale da portare la società a rivedere al rialzo le stime per tutto il 2026, passando da una previsione di una crescita a cambi costanti attesa per il fatturato pari a +10/11% a una pari a +12%.

I risultati annunciati dalla casa di moda hanno messo in evidenza la forte crescita del canale retail, pari a +19% nei 9 mesi a cambi costanti, e di ben il 17% nel terzo trimestre. La crescita del wholesale è stata pari nei primi nove mesi a +4%, a conferma di un “risultato sempre molto solido”.

Le aree geografiche e la Cina

L’andamento dei ricavi si è confermato molto positivo in tutte le aree geografiche, con vendite a cambi costanti che hanno messo a segno un rialzo del 20% nelle Americhe, del 7% in Europa e del 14% in Asia. Il contributo della Cina è stato considerato “significativo”.

A spiccare è stata proprio la performance nel Paese asiatico, dove Brunello Cucinelli è riuscita a crescere nonostante il rallentamento della domanda che sta penalizzando diversi gruppi internazionali del lusso. Lvmh, per esempio, ha registrato nel terzo trimestre un calo del 5% delle vendite della divisione moda e pelletteria, risentendo proprio della debolezza del mercato cinese.

La stessa Brunello Cucinelli ha indicato invece la Cina come uno dei principali motori di sviluppo dell’area, sottolineando la crescita delle vendite e il contributo sempre più rilevante del retail. Così l’azienda: “la Cina continua a rappresentare uno dei principali motori di sviluppo dell’area, con vendite in forte aumento e un contributo del Retail che assume progressivamente maggiore rilevanza sui ricavi del Gruppo”. Il gruppo ha ricordato a tal proposito che si appresta a inaugurare in occasione dell’evento di Shanghai la Casa Cucinelli, in una “delle dimore storiche più prestigiose della città”.

La strategia: lusso senza logo

Il presidente esecutivo e direttore creativo della Casa di Moda Brunello Cucinelli ha commentato la performance registrata dall’omonima azienda ricordando i pilastri della strategia del gruppo: “Crediamo che l’immagine del brand a livello mondiale rappresenti ciò che da sempre desideriamo, e cioè credere nel lusso assoluto, senza logo”. Il manager, che è il 1166esimo uomo più ricco del mondo secondo la classifica di Forbes, ha confermato la contrarietà al perseguimento della notorietà di massa, ricordando il punto di forza del business, a suo avviso rappresentato anche dal “controllo del brand da parte della famiglia”.

Il re del cashmere ha così ha detto di aspettarsi per il 2026 “un sano profitto”, mostrandosi fiducioso sulla capacità di conseguire “anche per il 2027 una sana crescita intorno al 10%”. Menzionati inoltre “gli ottimi risultati delle collezioni Uomo-Donna Primavera-Estate 2027”, e i “favorevolissimi giudizi espressi dalla stampa in occasione della Fashion Week in Milano lo scorso settembre”.

Piazza Affari ha premiato il titolo guardando anche alla capacità della casa di moda di battere se stessa. I ricavi incassati nel terzo trimestre, pari a 374,2 milioni euro, hanno messo infatti a segno una crescita leggermente superiore alle attese iniziali del gruppo.

Le sfide future

Guardando avanti, Brunello Cucinelli ha segnalato l’importanza di preservare l’identità del marchio attraverso prodotti di elevata qualità artigianale ed esclusività. La strategia continua inoltre a prevedere collezioni contemporanee, evitando formule evergreen che, secondo l’azienda, potrebbero accelerare l’invecchiamento del brand.

La crescita dei ricavi e il rialzo delle stime confermano il buon momento di Brunello Cucinelli. A questo punto il gruppo dovrà dimostrare di riuscire a crescere anche nei prossimi anni, senza perdere quell’esclusività che distingue il marchio, proprio mentre altri grandi nomi del lusso devono fare i conti con una domanda più debole, soprattutto in Cina.

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“Abbiamo visto con la coda dell’occhio un passeggino finire in acqua. Abbiamo mollato le canne da pesca e siamo corsi lì”: due fratelli salvano una nonna e i due nipotini

Eroi per un giorno Grant e Maddox Larger, due fratelli dell’Indiana, rispettivamente di quattordici e quindici anni, che lunedì 12 ottobre hanno messo in salvo una nonna e i suoi due nipotini, che stavano rischiando di rimanere annegati.

I due ragazzi stavano pescando nelle vicinanze del loro quartiere, a Carmel, quando Maddox si è reso conto di qualcosa di insolito: “Ho visto con la coda dell’occhio un passeggino finire in acqua. Non so bene come, ma ho subito lasciato cadere la canna da pesca e sono corso lì”.

Quando i due fratelli Larger sono accorsi, hanno visto che il passeggino era caduto giù nel bacino di ritenzione idrica. I due fratelli non sapevano però che nel passeggino si trovavano due bambini.

Così dopo aver aiutato a uscire dall’acqua il bambino più grande, di quattro anni, insieme alla nonna, non si erano ancora resi conto che il più piccolo, di soli due anni, era rimasto in acqua, non essendosi uscito a liberare dal passeggino.

Quando Maddox è riuscito a portare fuori dall’acqua anche il più piccolo dei due fratellini, si è però accorto che il bambino non stava respirando, ma aveva ancora il battito cardiaco. Così il giovane quindicenne ha potuto mettere in atto gli insegnamenti appresi a un corso di rianimazione cardiopolmonare che aveva svolto ai tempi delle scuole medie.

“La mia maestra ci ha insegnato che quando qualcuno sta quasi annegando, bisogna tenerlo capovolto e dargli delle pacche sulla schiena. Questo può aiutare a far uscire un po’ d’acqua e a fargliela espellere con la tosse. Dopo un paio di volte, ha funzionato” ha raccontato Maddox.

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Scuola Normale: al via il nuovo anno tra le proteste degli allievi

PISA - Scuola Normale: al via il nuovo anno tra le proteste degli allievi. La cerimonia  di inaugurazione del 216° anno accademico della Scuola Normale Superiore è cominciata almeno 30 minuti dopo l'orario prestabilito. Gli allievi della Scuola hanno bloccato l'accesso alla Sala Azzurra che avrebbe dovuto ospitare la cerimonia guidata dal direttore Alessandro Schiesaro. Allora i docenti pronti con Continue Reading

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Dagli attacchi in pochi minuti all’AI. Come cambia la cybersecurity secondo Campora (Leonardo)

La velocità degli attacchi informatici, l’impiego dell’intelligenza artificiale e la necessità di rafforzare la cooperazione europea stanno trasformando la cybersecurity. Temi al centro di Cybertech Europe 2026, a Roma, dove Andrea Campora, managing director della Divisione cyber & security solutions di Leonardo e presidente della European cyber security organisation (Ecso), ha approfondito con Airpress l’evoluzione delle minacce, le strategie di difesa e le prospettive dell’industria europea.

La velocità con cui evolvono le minacce informatiche sta diventando un fattore sempre più determinante nella cybersecurity. In che modo il fattore tempo è diventato una variabile centrale nel confronto tra attaccanti e difensori e come Leonardo affronta questa sfida?

Il tempo è diventato uno degli elementi che meglio rappresentano il cambiamento della cybersecurity. Da vent’anni raccontiamo il fenomeno attraverso il volume degli attacchi, ma oggi a cambiare è soprattutto la loro natura. Viviamo in una società caratterizzata da sistemi digitali autonomi, capaci di interagire con l’ambiente e prendere decisioni. La cybersecurity non è più un’attività di confronto tra specialisti umani supportati dalla tecnologia, ma tra sistemi intelligenti supervisionati da umani.

Nel 2018, secondo alcune statistiche, tra la pubblicazione di una vulnerabilità nel registro Cve (Common vulnerabilities and exposures) e il suo primo sfruttamento passavano in media oltre due anni. Oggi parliamo di ore, talvolta di minuti. I large language model utilizzati come agenti possono individuare vulnerabilità, correlarne diverse di minore entità e sfruttarle prima ancora che siano conosciute, in alcuni casi con un’efficacia notevolmente superiore rispetto ai migliori sistemi specializzati. È quello che definiamo tempo negativo.

C’è poi la corsa contro il tempo nella risposta, che coinvolge tecnologia, procedure e persone. Leonardo oltre 200 clienti nel mondo. Quando individuiamo una vulnerabilità presso uno di loro, dobbiamo capire rapidamente quali altri utilizzino tecnologie esposte allo stesso rischio, valutarne gli impatti e aggiornare le procedure operative.

Per questo parliamo di un “sistema immunitario” della cybersecurity. Individuata una minaccia, occorre distribuire immediatamente le contromisure ai clienti e alle istituzioni. La cooperazione oggi è indispensabile e non riguarda soltanto le informazioni, ma anche le capacità. Chi rimane fuori da questo sistema di fiducia rischia di non riuscire più a difendersi efficacemente.

L’intelligenza artificiale sta assumendo un ruolo crescente nella cybersecurity, sia nello sviluppo delle minacce sia nelle capacità di difesa. Come sta cambiando concretamente gli strumenti di protezione e quali vantaggi offre nell’individuazione e nella risposta agli attacchi?

L’introduzione dell’intelligenza artificiale è stata progressiva. Nel nostro Global Cybersec Center utilizziamo da molti anni il machine learning per individuare le minacce. Il vero salto di qualità è stato passare dall’impiego dell’IA per singole funzioni, come la rilevazione o l’automazione della risposta, a un approccio multiagente.

Oggi possiamo avere sistemi composti da agenti intelligenti, ciascuno dedicato a una funzione, che interagiscono per rendere più efficace l’intero processo. Collegare queste attività permette agli agenti di analizzare l’ambiente e coordinare le risposte.

Questo cambia anche l’architettura dei sistemi. Non possiamo più affidarci a molteplici prodotti specialistici che operano separatamente. Serve un’unica piattaforma connessa, nella quale le diverse funzioni dialoghino costantemente. È quello che definiamo piattaformizzazione, ormai fondamentale per garantire una difesa efficace.

Lo Zero trust è uno dei modelli sempre più utilizzati per la protezione dei sistemi informatici. Qual è l’approccio di Leonardo e come si inserisce nel più ampio tema della sovranità tecnologica e della sicurezza europea?

In Leonardo adottiamo quello che Forrester definisce un “approccio di sovranità pragmatica”. Non riteniamo necessario reinventare tutto, ma è fondamentale mantenere il controllo sulle capacità e sulle tecnologie dalle quali dipende realmente la nostra sovranità. Per anni abbiamo discusso della sovranità delle infrastrutture in un contesto nel quale queste ospitavano prevalentemente dati passivi e software dal comportamento deterministico. Oggi, con la diffusione degli agenti intelligenti, il governo del dato assume un’importanza ancora maggiore.

Sul fronte dello Zero Trust abbiamo accelerato lo sviluppo tecnologico anche attraverso operazioni societarie, tra cui l’acquisizione della svedese Axiomatics, specializzata nell’autorizzazione, e l’ingresso nel capitale della finlandese SSH, attiva nell’autenticazione e nella sicurezza, di cui Leonardo è diventata il maggiore azionista con il 24,55%.

Lo Zero Trust rappresenta una risposta all’evoluzione delle minacce. Se consideriamo la possibilità di una violazione come un presupposto, dobbiamo abbandonare la fiducia implicita e verificare costantemente identità e dispositivi. Ma anche questo modello deve evolvere. Quando migliaia di agenti possono attaccare contemporaneamente alla velocità delle macchine, lo Zero trust deve utilizzare l’intelligenza artificiale per garantire verifiche altrettanto rapide.

Un altro elemento fondamentale è l’observability, cioè la capacità di valutare i comportamenti. Come possiamo stabilire se un agente con credenziali legittime stia agendo correttamente, soprattutto quando non c’è una persona dietro le sue azioni? Occorre confrontarne il comportamento con criteri e policy prestabiliti.

Se, per esempio, io accedessi nel cuore della notte al file system di un server senza avere responsabilità tecniche che lo giustifichino, il sistema dovrebbe riconoscere un comportamento potenzialmente anomalo. È questa l’evoluzione dello Zero trust in un mondo nel quale, usando una metafora, il nuovo perimetro della sicurezza è l’identità.

Nel contesto di sicurezza attuale, segnato anche dalle tensioni ai confini europei, gli attacchi informatici rappresentano una minaccia sempre più rilevante. Quanto è importante rafforzare il coordinamento tra Paesi, istituzioni e aziende europee per costruire una risposta comune e accrescere la consapevolezza dei rischi cyber?

Riprendo una riflessione dell’ex presidente finlandese Sauli Niinistö, autore di un rapporto sulla preparazione europea in materia di sicurezza e difesa. Le minacce non si fermano ai confini nazionali. La responsabilità della sicurezza appartiene ai singoli Stati, ma questo si concilia difficilmente con la natura transfrontaliera degli attacchi. Condividere le risposte significa renderle più efficaci.

Un esempio riguarda la proposta della Commissione europea di introdurre un single entry point per la segnalazione degli incidenti. Se una multinazionale opera in tutti i 27 Paesi dell’Unione e subisce un attacco, non dovrebbe presentare 27 comunicazioni separate alle rispettive autorità nazionali. Basterebbe un’unica segnalazione, condivisa secondo criteri prestabiliti.

La proposta ha incontrato l’opposizione di diversi Paesi. È un esempio degli ostacoli non soltanto tecnologici, ma anche culturali e organizzativi. Anche come European cyber security organisation (Ecso), che presiedo, abbiamo sostenuto la necessità di superare queste frammentazioni.

C’è poi la competitività industriale. In un mercato globale, la massa critica degli investimenti è determinante. In alcuni comparti tecnologici l’Europa ha perso terreno, mentre nella cybersecurity siamo ancora competitivi. Per mantenere questa posizione servono investimenti condivisi e alleanze europee. Altrimenti, la marginalizzazione diventerà una certezza. La questione sarà soltanto capire in quanti anni.

Guardando all’Italia e all’Europa, quanto siamo realmente preparati a difenderci dagli attacchi informatici? Qual è il livello di protezione raggiunto dalle istituzioni, dalle grandi imprese e dalle aziende più piccole della filiera, considerando anche le conseguenze che un attacco a un’infrastruttura pubblica può avere sull’intero sistema?

La direttiva Nis2 ha rappresentato un importante salto di qualità. Uno dei suoi meriti è aver chiarito ai consigli di amministrazione che la responsabilità della sicurezza informatica non può essere semplicemente delegata, ma rimane in capo agli organi di governo delle imprese. Questo principio, insieme alle altre misure, ha accelerato il cambiamento. Rimane il problema di un’applicazione disomogenea tra i Paesi europei, ma il bilancio è positivo.

Anche l’esperienza di Leonardo dimostra che l’Europa dispone ancora di capacità importanti. Penso al nostro coinvolgimento nel programma Gcap (Global combat air programme) per il caccia di sesta generazione, dove ci occupiamo non soltanto di cybersecurity, ma anche della gestione del dato. Queste esperienze hanno rafforzato la nostra posizione nelle gare europee, presso la Commissione e le altre istituzioni, fino al programma Protected business network della Nato, al quale partecipiamo insieme ad Accenture per accompagnare la trasformazione dell’infrastruttura digitale  per circa 29.000 utenti dell’Alleanza verso il cloud.

La cybersecurity non è soltanto tecnologia. Comprende una componente significativa di servizi e competenze umane, un ambito nel quale l’Europa e le sue università mantengono una posizione di forza. Abbiamo degli svantaggi, ma la competizione è ancora aperta. Sul fronte della protezione, la semplificazione rimane fondamentale.

Resta una preoccupazione legata al nuovo European competitiveness fund, che, a differenza del precedente strumento, non prevede una voce di finanziamento autonoma per la cybersecurity. La sicurezza informatica potrà trovare spazio in programmi più ampi, ma quando viene messa in competizione con altre priorità non è detto che ottenga risorse sufficienti.

Su questo tema abbiamo scritto una lettera aperta alla Commissione europea e contiamo di proseguire il confronto. Non si tratta soltanto di budget, ma della necessità di riconoscere alla protezione cyber una propria autonomia progettuale.

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La Nato potenzia in Italia il centro di addestramento per il comando e controllo aereo

La Nato potenzia in Italia il centro di addestramento per il comando e controllo aereo

ROMA (ITALPRESS) – La Nato rafforza la propria architettura di comando e controllo aereo con l’ammodernamento dell’Air Command and Control System Training and Testing Facility (Attf), struttura del Deployable Air Command and Control Centre (Daccc) di Poggio Renatico, nel Ferrarese.

Il centro ha ripreso la piena operatività dopo un aggiornamento hardware e software destinato a migliorare l’addestramento degli operatori e la validazione dei sistemi impiegati nelle operazioni alleate. Secondo quanto comunicato dall’Allied Air Command, a settembre la struttura ha ospitato due attività specialistiche.

La prima ha consentito al personale dei Deployable Control and Reporting Centres di familiarizzare con il futuro sistema Idas, mentre la seconda ha coinvolto il Joint Targeting System User Group nella verifica degli aggiornamenti agli strumenti informatici utilizzati per la gestione del targeting.

L’intervento assume particolare rilievo nell’evoluzione della difesa aerea integrata Nato, dove rapidità decisionale, fusione dei dati e interoperabilità costituiscono requisiti essenziali per contrastare minacce convenzionali e asimmetriche.

– Foto Ipa Agency –

(ITALPRESS).

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Katie Zacharia dice che il risultato dell’esame di abilitazione era “irrilevante” e di non aver mai ripetuto la prova

La portavoce della Casa Bianca Katie Zacharia ha dichiarato giovedì sera a Fox News che il risultato dell’esame di abilitazione alla professione forense in California, che non aveva superato nel 2011, era “irrilevante”, dal momento che all’epoca si stava preparando a trasferirsi in Cina. Le dichiarazioni arrivano mentre cresce l’attenzione sulle sue qualifiche professionali in ambito legale e sulle ripetute affermazioni di essere un avvocato.

LEGGI ANCHE: “Lawyer sì, attorney no”: il caso di Katie Zacharia e il significato dei titoli legali negli Usa

I fatti principali

  • Durante un’intervista, il conduttore di Fox News Sean Hannity ha chiesto ripetutamente a Zacharia se avesse sostenuto l’esame di abilitazione una seconda o una terza volta dopo essere stata bocciata al primo tentativo nel 2011. La portavoce ha risposto: “Non l’ho fatto”.
  • Zacharia ha raccontato a Hannity di essersi sposata nella settimana in cui si era laureata alla Pepperdine University e di avere “tutta l’intenzione” di trasferirsi in Cina. Per questo motivo, considerava “irrilevante” il risultato dell’esame di abilitazione al quale si era precedentemente iscritta.
  • Zacharia ha spiegato di aver deciso comunque di sostenere l’esame perché non voleva che nel suo curriculum risultasse un “ritiro” dalla prova. Dopo essersi trasferita in Cina, ha lavorato nell’ambito del “diritto internazionale presso uno studio legale cinese“.
  • Hannity ha ricordato l’affermazione di Zacharia secondo cui le era stato consigliato di potersi definire lawyer, ma non attorney, due termini inglesi che possono essere tradotti come “avvocato”, ma che nel contesto statunitense possono assumere significati differenti. Il conduttore l’ha quindi incalzata su alcuni post pubblicati sui social media nei quali si presentava come attorney.
  • La portavoce ha sostenuto che si trattasse di “retweet”, di aver “rettificato le informazioni” e di non aver “avallato quel titolo”.

Perché Katie Zacharia si è definita avvocato?

Hannity ha messo in discussione anche la distinzione fatta da Zacharia tra lawyer e attorney, chiedendole perché non avesse semplicemente dichiarato “Non ho mai esercitato la professione legale” o ammesso di aver sostenuto una sola volta l’esame di abilitazione, senza superarlo.
La portavoce ha spiegato di non aver mai ripetuto l’esame dopo essere tornata negli Stati Uniti perché aveva avuto quattro figli nell’arco di sei anni e non aveva intenzione di esercitare la professione forense.

Ha aggiunto di aver “consultato avvocati e altri professionisti del settore legale” prima di presentarsi come lawyer durante le apparizioni televisive. Zacharia ha spiegato che alla base di questa scelta c’erano il titolo di studio conseguito alla Pepperdine University e la sua “concreta esperienza in ambito legale“.

“Non venivo pagata per fornire consulenza legale. Mi limitavo a offrire un’analisi generale delle circostanze giuridiche relative alla questione”, ha aggiunto.

Il contesto

Hannity ha incalzato Zacharia anche sulla sua prima apparizione nella sala stampa della Casa Bianca, martedì, che aveva ricevuto numerose critiche. La portavoce ha spiegato di aver accettato l’incarico soltanto pochi giorni prima della sua prima conferenza stampa e di essersi “messa in gioco” con pochissima preparazione, avendo ricevuto il materiale informativo soltanto martedì mattina.

Quando il conduttore di Fox News le ha chiesto se ritenesse che lo staff della Casa Bianca avrebbe potuto prepararla meglio, Zacharia ha risposto: “Avrei potuto limitarmi a una breve presentazione… Invece di rispondere alle domande, probabilmente avrei dovuto farmi da parte”. Ha inoltre affermato di ritenere di aver fatto “del suo meglio”, nonostante la preparazione limitata.

La dichiarazione chiave

In un’intervista rilasciata a Real America’s Voice nella giornata di giovedì, Zacharia ha dichiarato: “Gran parte delle informazioni errate e delle incomprensioni… riguarda il fatto che mi sia definita lawyer. Ho consultato a lungo molte persone del settore, chiedendo: ‘È corretto e accettabile che io mi definisca lawyer, e non attorney at law, e che fornisca analisi giuridiche, non consulenze legali?’. Tutti, senza eccezioni, mi hanno risposto: ‘Assolutamente sì'”.

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Salta la collaborazione IMSA-SRO sul BoP, cancellato il test di Daytona

Dietrofront di IMSA e SRO Motorsports Group, che dopo aver annunciato una collaborazione sul lavoro riguardo il Balance of Performance hanno preferito non portare avanti l'iniziativa.
La novità era stata presentata in occasione della 24h di Spa-Francorchamps del GT World Challenge Europe/Intercontinental GT Challenge dall'organizzazione di Stéphane Ratel, il quale si era detto molto contento ...Continua a leggere

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Donald Trump licenzia anche Paolo Zampolli, dopo lo scontro dell’inviato speciale con il Dipartimento di Stato

Donald Trump ‘licenzia’ anche Paolo Zampolli, già lambito dagli scandali del caso Epstein, suo amico e inviato speciale per le partnership globali. L’atto di destituzione “gli è stato notificato oggi”, hanno detto alcune fonti all’emittente americana Abc. E poco dopo è arrivato il commento del diretto interessato. “Gli incarichi di inviato speciale hanno una durata di un anno. Trump lo ha prorogato per oltre sei mesi”, ha spiegato Zampolli ringraziando il presidente per avergli consentito di servire gli Stati Uniti, aggiungendo che Trump “ha sempre ragione”, e di aver ricevuto dal presidente sempre consigli giusti. “Anni fa mi fece entrare nel settore immobiliare. Ora mi ha chiesto: ‘Perché vuoi lavorare per la pubblica amministrazione quando potresti concludere tutti questi affari?’, ha raccontato Zampolli su X. Dunque, “Ora è il momento di un nuovo capitolo”. L’ex inviato speciale nei mesi scorsi aveva suggerito che l’Italia fosse ammessa al Mondiale 2026 al posto dell’Iran e si è descritto come amico del presidente del Movimento cinque stelle Giuseppe Conte.

Ma, all’interno del Dipartimento di Stato, Zampolli da mesi era alle prese con un braccio di ferro con il vice segretario di Stato Christopher Landau. Secondo quanto riportato dalle testata Politico, i due per mesi si sono scambiati e-mail infuocate in seguito a un disaccordo in merito alla catena di comando. Nelle missive Landau ha esortato Zampolli a limitarsi al proprio ambito di competenza, ovvero le questioni culturali. “Le ordino, ancora una volta, di cessare immediatamente qualsiasi attività su questioni che non siano direttamente legate alla diplomazia culturale”, ha intimato Landau in un messaggio del 14 novembre 2025. “È evidente che ha un problema con me. Quello che sta facendo è fuori controllo, io ricopro questo incarico su mandato del Presidente degli Stati Uniti d’America. L’unica persona che può affidarmi questo ruolo e che può revocarmi l’incarico è il Presidente degli Stati Uniti”, ha spiegato Zampolli a Politico. Una revoca giunta ora.

Per il Dipartimento di Stato si tratta di una seconda brusca uscita nell’arco di pochi giorni dopo quella di Kimberly Guilfoyle, l’ambasciatrice americana in Grecia ed ex di Don Jr, costretta a dimettersi su pressione della Casa Bianca. Guilfoyle è stata travolta da accuse di corruzione proprio mentre il segretario di Stato Marco Rubio era ad Atene, offuscando la visita e facendolo infuriare.

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Usa, sparatoria in una scuola elementare in Oregon: uccisi tre bambini e un insegnante. Morto l’attentatore 16enne

Ennesima strage in una scuola statunitense. Un ragazzo di 16 anni ha fatto irruzione armato nella Silver Rail Elementary School di Bend, in Oregon, e ha sparato uccidendo tre bambini – di 5, 8 e 11 anni – e un insegnante, prima di essere colpito a sua volta da un uomo intervenuto prima dell’arrivo della polizia.

Erano le 12.59, le 21.59 in Italia, quando è partito l’attacco. Il 16enne, secondo quanto reso noto dalla polizia è entrato nella scuola sparando contro le porte chiuse a chiave. Un minuto dopo decine di telefonate al 911 hanno lanciato l’allarme per segnalare spari all’interno della scuola. Un passante, che ha visto l’adolescente entrare nella scuola elementare, lo ha seguito all’interno e ha ingaggiato uno scontro a fuoco, uccidendolo prima dell’arrivo degli agenti, ha riferito il capo della polizia di Bend, Mike Krantz.

Gli agenti sono arrivati sul posto alle 13.02 e hanno trovato i tre bambini e l’adulto morti sotto i colpi di arma da fuoco. Feriti anche un altro bambino di 7 anni e un secondo insegnante, che sono stati trasportati in ospedale.

Non è ancora chiaro se l’autore della sparatoria – identificato dalla polizia come un residente di Bend – avesse qualche legame con la scuola. La dinamica di quanto accaduto non è ancora del tutto chiara e le indagini, a cui sta collaborando anhe l’Fbi, sono ancora all’inizio. “Oggi è un giorno terribile per la nostra comunità. La scuola dovrebbe essere un posto sicuro, dove i bambini possono imparare”, ha detto la sindaca di Bend Melanie Kebler. Questa è la ventunesima sparatoria di massa negli Stati Uniti nel 2026 ed è destinataa riaccendere il dibattito sulle armi in piena campagna per le elezioni di metà mandato.

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AGILE: l’UE accelera sull’innovazione difensiva

Lunedì 12 ottobre 2026 il Consiglio dell’Unione europea ha dato luce verde definitiva al regolamento che istituisce il Programme for Agile and Rapid Defence Innovation (AGILE), un nuovo strumento da 115 milioni di euro pensato per portare le tecnologie difensive dirompenti “dal laboratorio al campo” a velocità finora mai vista negli iter di finanziamento europeo. L’adozione conclude un percorso legislativo insolitamente rapido per gli standard dell’Unione: meno di sette mesi dalla proposta al voto finale, che riflette l’urgenza politica di questo momento storico. Infatti, la guerra in Ucraina ha dimostrato che sul campo di battaglia la velocità di innovazione conta quanto l’innovazione stessa.

AGILE si inserisce nel più ampio quadro di ricostituzione delle capacità difensive europee, avviato dopo la Dichiarazione di Versailles del marzo 2022 e consolidato dal Libro Bianco per la Preparazione alla Difesa Europea 2030 presentato dalla Commissione e dall’Alto Rappresentante nel marzo 2025. Ma mentre strumenti come il Fondo Europeo per la Difesa (EDF) premiano grandi progetti collaborativi e pluriennali, AGILE nasce per fare ciò che Bruxelles non ha mai fatto troppo bene: muoversi in fretta, con procedure snelle, a favore di piccole imprese e start-up.

L’iter di sviluppo: dalla proposta all’adozione

La proposta di regolamento è stata presentata dalla Commissione europea il 25 marzo 2026, su impulso del Commissario per la Difesa e lo Spazio Andrius Kubilius, tra i più convinti fautori di un’Europa della difesa più reattiva. Kubilius ha riassunto la filosofia del programma in una frase: “le guerre e i campi di battaglia stanno cambiando in modo molto drammatico; gli eserciti hanno bisogno di nuove tecnologie, consegne rapide e prezzi molto competitivi”. La logica era chiara già nel testo originario: lo European Defence Fund è strutturato per consorzi complessi e cicli lunghi, mentre EUDIS, lo schema per l’innovazione che assorbe circa il 20% del bilancio annuale dell’EDF, non basta a colmare la cosiddetta “valle della morte” tra prototipo e capacità operativa in cui molte piccole imprese innovative soccombono. La proposta è arrivata in un contesto politico favorevole: la triade irlandese-lituana-greca per la presidenza di turno del Consiglio dell’UE aveva fatto della prontezza difensiva una priorità, e l’eco dell’esperienza ucraina, dove le start-up consegnano droni e sistemi d’intercettazione in settimane e non in anni, ha creato un consenso trasversale piuttosto raro.

Il sostegno, infatti, è andato ben oltre i fautori abituali dell’integrazione difensiva. Al Consiglio, il Coreper ha approvato il mandato di negoziazione il 3 giugno 2026. Al Parlamento, la posizione è stata adottata il 25 giugno nelle Commissioni Industria (ITRE) e Sicurezza e Difesa (SEDE) con 76 voti favorevoli, 8 contrari e 7 astenuti, insieme a un forte mandato negoziale approvato con 83 voti. Persino il gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR, di cui fa parte l’italiano Fratelli d’Italia), tradizionalmente cauto su ogni nuovo strumento comunitario, ha plaudito a un meccanismo “più operativo e più orientato all’industria”, sottolineando la complementarità con le iniziative NATO come DIANA e il NATO Innovation Fund. La vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen ha parlato di un’Europa che “ha il talento e la tecnologia per guidare l’innovazione difensiva”. Il negoziato si è chiuso il 15 luglio 2026, in un unico round negoziale di trilogo (termine tecnico della bolla brussellese per indicare i colloqui tra le tre istituzioni europee maggiori) sotto la presidenza irlandese. Questo è molto raro per una nuova iniziativa in materia di difesa: i precedenti strumenti o sono stati approvati con misure di emergenza (come ASAP ed EDIRPA) o hanno richiesto anni prima di essere approvati, come l’EDIP.

L’opposizione, pur minoritaria, non è mancata. Essa si è concentrata più sulla collocazione del programma che sul suo merito. Il primo ordine di critica riguarda lo stanziamento di risorse: 115 milioni sono una cifra molto inferiore a quelle di programmi come l’EDIP (1,5 miliardi) o l’EDF (7,3 miliardi) e alcuni hanno denunciato il rischio di uno strumento puramente simbolico. Il secondo è politico: al voto finale del 6 ottobre la plenaria del Parlamento ha approvato il testo con 536 favorevoli, ma 101 europarlamentari hanno votato contro e 16 si sono astenuti, con i gruppi più euroscettici e pacifisti critici verso una militarizzazione crescente del bilancio comunitario. Tra questi il gruppo di estrema sinistra The Left (di cui fa parte il Movimento Cinque Stelle) e quello di estrema destra e ultraconservatore L’Europa delle Nazioni Sovrane (di cui fa parte Futuro Nazionale). La terza critica è tecnica: il timore di sovrapposizioni con EUDIS e il rischio che il finanziamento rapido, con minori verifiche, esponga a sprechi.

Nessuna di queste resistenze ha però rallentato l’iter. Dopo il voto del Parlamento del 6 ottobre, il Consiglio ha completato l’iter il 12 ottobre. Il regolamento sarà firmato dai presidenti delle due istituzioni, pubblicato in Gazzetta ufficiale ed entrerà in vigore 20 giorni dopo la pubblicazione, quindi indicativamente a novembre 2026.

Come funziona e quanto è applicabile

AGILE è un quindi programma pilota a ciclo corto, pensato per essere pienamente operativo dal 1° gennaio 2027, con un primo bando atteso all’inizio dell’anno. I destinatari sono le PMI, le start-up e le scale-up che sviluppano prodotti difensivi emergenti e dirompenti, incluse le imprese di origine civile che adattano tecnologie a doppio uso al settore militare. I settori nel mirino sono quelli in cui il tempo di iterazione è più breve e l’impatto potenziale più alto: intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, sistemi senza pilota, sensori specializzati, comunicazioni e contromisure alle nuove minacce sul campo.

Ciò che distingue AGILE dagli strumenti europei finora noti è che la velocità non è un obiettivo, ma è inscritta nella sua architettura giuridica. Le imprese dovrebbero ricevere decisioni di finanziamento entro quattro mesi dalla chiusura del bando, con la possibilità di rifondere spese sostenute fino a tre mesi prima della scadenza. Secondo EU Business, questo è stato pensato per non costringere le piccole imprese a sostenere i costi senza liquidità durante l’attesa. Le tecnologie finanziate devono poter arrivare nelle forze armate entro uno-tre anni, un orizzonte impensabile per i cicli tradizionali degli appalti difensivi, e il programma finanzierà un numero volutamente limitato di venti-trenta progetti selezionati per il loro potenziale operativo più che per la dimensione.

Il programma di lavoro copre due attività strettamente concatenate. Da un lato lo sviluppo di prodotti e tecnologie orientati a missioni specifiche, dirompenti, con le sfide tecniche definite insieme agli Stati Membri in modo che l’innovazione risponda a bisogni operativi reali e non a curiosità di laboratorio. Dall’altro l’accesso accelerato alle strutture di test e certificazione, incontri con i grandi appaltatori della difesa e un ponte verso il mercato, senza il quale anche la migliore tecnologia resta un prototipo ben finanziato.

Quanto alla reale applicabilità, il modello di riferimento è esplicitamente quello ucraino: squadre ingegneristiche collegate direttamente agli utilizzatori operativi, con droni da ricognizione, intercettori e robot terrestri sviluppati sul campo in tempo reale. L’UE cerca di replicare quell’agilità attraverso le capacità di collaudo collettive e i collegamenti tra start-up e appaltatori principali. Il programma è deliberatamente piccolo rispetto ai grandi fondi per gli armamenti anche per quanto riguarda l’oggetto di finanziamento: non svilupperà aerei da combattimento o missili avanzati, ma tecnologie emergenti con costi di sviluppo iniziali contenuti come i sistemi senza pilota, sensori, applicazioni di comunicazione. L’idea è che poi queste possano essere acquistate in grandi quantità. Restano tuttavia i vincoli strutturali: la burocrazia comunitaria, la frammentazione dei mercati nazionali della difesa e la lentezza dei processi di approvvigionamento restano il tallone d’Achille di ogni iniziativa europea nel settore. Quindi AGILE completa EDF, EUDIS, EDIP, ed è affiancato dall’Hub for EU Defence Innovation dell’Agenzia Europea per la Difesa.

Opportunità e rischi

Le opportunità che AGILE apre sono reali e vanno ben oltre i 115 milioni stanziati. Il problema cronico dell’Europa difensiva non è tanto l’innovazione (che resta importante), ma i tempi di produzione: il ciclo che oggi separa un prototipo promettente da una capacità in servizio può durare sette-dieci anni, e AGILE attacca esattamente questa lentezza, comprimendo il periodo a tre anni. In secondo luogo, il programma apre l’industria della difesa a nuovi attori: le barriere all’ingresso del settore come certificazioni, contatti, e capitali hanno finora tenuto fuori le imprese tecnologiche civili che pure possiedono le competenze più avanzate in IA, quantistica e robotica. In terzo luogo, un percorso rapido verso il primo contratto militare è il segnale che il capitale di rischio europeo attende da tempo per investire nel difensivo, oggi sottocapitalizzato rispetto agli Stati Uniti: anche pochi milioni distribuiti con intelligenza possono infatti catalizzare flussi privati ben superiori. Infine, la Commissione ha già indicato che il Fondo Europeo per la Competitività, ovvero la probabile colonna portante dei fondi europei per il periodo 2028-2034 (in gergo tecnico chiamati Quadro Finanziario Pluriennale dell’UE) dovrebbe assicurare continuità ed espansione oltre la fase pilota, facendo di AGILE l’incubatore di un modello permanente di finanziamento difensivo rapido.

I rischi, tuttavia, sono altrettanto concreti. Il primo è la dimensione: resta il dubbio che 115 milioni per il numero di progetti indicati, seppur consistenti per delle piccole imprese o start-up, non siano comunque abbastanza per permettere alle PMI di superare la fase di prototipazione. Senza un aumento di scala, il pericolo è quindi che AGILE resti un precursore di facciata, incapace di cambiare le dinamiche di settore. Il secondo è speculare alla sua principale virtù: le procedure accelerate, rimborsi retroattivi e tempi di valutazione ridotti significano infatti meno verifiche, e quindi più rischi di selezioni affrettate, sprechi o fallimenti scoperti tardi. Proprio per questo il regolamento prevede che l’attuazione sia monitorata da Consiglio e Parlamento. Il terzo riguarda il mercato: favorire start-up “prescelte” nei collegamenti con i grandi appaltatori rischia di creare rendite di posizione e di insediare una logica di favoritismo industriale europea che distorce la competizione. Il quarto, e forse il più serio, è quello della domanda: con i bilanci difensivi europei in crescita ma appalti ancora rigidamente nazionale, le tecnologie finanziate da AGILE potrebbero non trovare acquirenti, replicando il destino dei progetti EDF validi ma mai schierati. La velocità di sviluppo, senza una velocità equivalente di adozione, produce solo prototipi più rapidi.

In conclusione, si potrebbe dire che AGILE è per ora un esperimento culturale più che un programma. L’Unione europea mette in discussione il proprio modello procedurale per adattarsi a una minaccia che evolve a ciclo continuo. La rapidità dell’adozione dimostra che quando c’è volontà politica Bruxelles sa correre. Come ha sintetizzato la rappresentante politica della Presidenza di turno incaricata del negoziato interistituzionale Helen McEntee, “l’Ucraina ci ha mostrato che l’innovazione può essere decisiva per la preparazione e la resilienza difensiva, e AGILE dà alle PMI uno strumento per fare ciò che sanno fare meglio: innovare, solo più in fretta e su scala maggiore”. Il banco di prova verrà nel 2027, con i primi bandi: se consegneranno tecnologie operative alle forze armate nel giro di pochi mesi, AGILE diventerà il modello di finanziamento difensivo europeo. Altrimenti, resterà la dimostrazione del costo di muoversi veloci in un sistema che ai margini resta lento.

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Il caso RAF Fairford e la presenza militare statunitense nel Regno Unito: questioni legali, politiche e strategiche.

Il 27 settembre 2026, la polizia britannica ha ricevuto una chiamata riguardante la presenza di tre furgoni sospetti nelle vicinanze della base RAF Fairford. La chiamata ha fatto scattare un’ampia operazione antiterroristica; l’area attorno ai veicoli è stata evacuata, comprese più di 80 abitazioni nel vicino villaggio di Whelford. Le attività degli artificieri non hanno tuttavia rilevato la presenza di ordigni esplosivi. Cinque cittadini britannici sono stati arrestati sul posto, con l’accusa iniziale di reati previsti dall’Explosives Act e successivamente con il sospetto di preparazione di atti terroristici ai sensi della Sezione 5 del Terrorism Act del 2006, altri due individui con doppia cittadinanza britannica  e iraniana sono stati arrestati in seguito. Al momento tutti gli indagati sono stati rilasciati sotto cauzione.

Al momento dell’allarme, la base del Gloucestershire ospitava una dozzina di bombardieri strategici B-1 dell’Aeronautica statunitense, attivamente impiegati nel conflitto contro l’Iran. L’amministrazione statunitense ha affermato che l’obiettivo dei potenziali attentatori era di creare “grossi danni,” e che fosse stato implicato attore straniero. Il governo britannico ha quindi affermato di avere “forti indizi” di un coinvolgimento iraniano nel presunto complotto. Dal canto suo, Tehran ha respinto ogni accusa. Il 5 ottobre, il presidente Trump ha annunciato il ridispiegamento dei bombardieri statunitensi presenti nella base britannica, citando potenziali rischi per la sicurezza dei velivoli. Al momento, tuttavia, le indagini sono ancora in corso e non è chiara l’effettiva gravità della minaccia nei confronti della base.

Aspetti legali della presenza militare statunitense nel Regno Unito da Fairford a Diego Garcia

RAF Fairford è una delle principali basi che ospita truppe statunitensi sul suolo britannico. Le forze armate statunitensi di stanza nel Regno Unito sono schierate su 13 basi della Royal Air Force (RAF). Queste installazioni comprendono tre basi aeree (Lakenheath, Mildenhall e Fairford), installazioni di comunicazione e radar, depositi di munizioni e centri di comando e amministrativi. Le forze statunitensi sono presenti nel Regno Unito con il consenso di Londra, non sono previste tuttavia restrizioni numeriche al personale schierato, che si attesta generalmente attorno alle 11.000 unità. Lo status giuridico di questa presenza è definito dal NATO Status of Forces Agreement del 1951, incorporato nel Regno Unito con il Visiting Forces Act del 1952.

Dal punto di vista finanziario, le basi rimangono formalmente di proprietà del Ministero della Difesa (MOD) di Londra, mentre i costi operativi sono a carico degli Stati Uniti. La sicurezza delle basi è coordinata tra Stati Uniti e Regno Unito sulla base di un Memorandum del 2007. Le forze di polizia britanniche sono responsabili della sicurezza esterna al perimetro della base, mentre la sicurezza interna delle basi è affidata ai militari statunitensi.

A livello operativo, Il Churchill-Truman Communiqué del 1952 stabilisce che le basi sul territorio del Regno Unito possano essere impiegate in tempo di emergenza dagli Stati Uniti solo a seguito di una decisone congiunta da parte del governo statunitense e britannico. I protocolli che definiscono questo processo decisionale sono contenuti in accordi che rimangono riservati, è tuttavia prevista una valutazione caso per caso da parte di Londra delle richieste di Washington.

Oltre alle basi sul suolo della Gran Bretagna, gli Stati Uniti mantengono inoltre una presenza nella base Diego Garcia nell’arcipelago delle Isole Chagos, con lo status di Territorio Britannico dell’Oceano Indiano (BIOT). Le isole, originariamente territorio dipendente della colonia di Mauritius furono separate come BIOT Indiano nel 1965. Nel 1966 gli Stati Uniti hanno siglato un accordo con il Regno Unito per l’utilizzo dell’isola a fini militari. La base è stata costruita e ampliata nel corso degli anni ’70. La realizzazione dell’installazione militare ha comportato la rimozione forzata della popolazione locale.

L’accordo del 1966, emendato a più riprese tra il 1972 e il 1999, garantisce la sovranità britannica sulla base. Aerei e navi di entrambi gli Stati possono entrare liberamente all’interno della base in circostanze ordinarie, in altre circostanze l’uso della base è anche qui sottoposto alla decisone congiuntadei due governi. Era prevista una durata iniziale dell’accordo di 50 anni, estendibile automaticamente per 20 anni in caso di mancato preavviso di disdetta. Il trattato è stato così rinnovato nel 2016, sebbene la Camera dei Comuni avesse evidenziato gravi criticità sulla trasparenza delle attività statunitensi all’interno della base, legate in particolare alle inchieste sui trasferimenti non autorizzati di detenuti durante la Guerra al Terrore.

A seguito dell’indipendenza nel 1968, la nuova Repubblica delle Mauritius ha chiesto la restituzione dell’arcipelago, scontrandosi con forti resistenze britanniche. Solo a seguito dell’intervento della Corte Internazionale di Giustizia e dell’aumentare della pressione internazionale, Londra ha avviato una negoziazione per il passaggio della sovranità delle isole. Il risultato è stato un accordo siglato nel 2025, che prevede la cessione alle Mauritius della sovranità dell’arcipelago. È previsto che la base rimanga sotto la giurisdizione e la responsabilità britannica per un periodo di 99 anni, estendibile di 40 anni. Il disegno di legge per l’implementazione è stato tuttavia messo in pausa a seguito delle pressioni statunitensi e il governo Burnham ha dichiarato l’intenzione di rivedere l’accordo.

Il ruolo delle basi britanniche in Epic Fury

Le basi britanniche, in particolare Fairford e Diego Garcia hanno un alto valore strategico per gli Stati Uniti, in particolare nel contesto del conflitto contro l’Iran. Queste garantiscono infatti una piattaforma per la proiezione militare statunitense al di fuori della portata di eventuali controattacchi iraniani.  

Nei giorni precedenti all’inizio di Epic Fury, a febbraio, il governo Starmer aveva inizialmente negato l’autorizzazione all’uso delle basi per un attacco preventivo contro l’Iran. Tale decisione era stata presa in un contesto di tensione tra Regno Unito e Stati Uniti proprio per la questione delle Isole Chagos. Negli stessi giorni, Il presidente Trump aveva infatti nuovamente criticato l’accordo siglato da Londra, ribadendo l’importanza della base per contrastare la minaccia iraniana.

Il 1° marzo, Starmer ha tuttavia autorizzato l’uso di Fairford e Diego Garcia per operazioni di natura “difensiva”. Il cambiamento di posizione è stato giustificato sulla base dei pesanti contrattacchi iraniani che avevano messo a rischio civili e personale britannico nel Golfo.

I giorni seguenti hanno visto l’arrivo di un numero senza precedenti di bombardieri strategici B-1 e B-52 presso RAF Fairford (si stima che 29 velivoli diversi abbiano transitato per la base durante l’operazione). L’uso della base permette di ridurre notevolmente la durata delle missioni, che, dagli Stati Uniti, possono durare fino a 37 ore. Fairford è una Forward Operating Location del Global Strike Command, ed è dotata quindi delle necessarie infrastrutture per ospitare bombardieri pesanti, tra cui anche i velivoli stealth B-2 Spirit, che per il conflitto hanno tuttavia operato solo da basi sul suolo statunitense.

Analogamente, anche Diego Garcia ha avuto un ruolo chiave nelle operazioni statunitensi nell’Oceano Indiano. La Naval Support Facility sull’isola serve infatti da importante hub logistico per le forze navali statunitensi, inoltre è anch’essa in grado di ospitare bombardieri strategici.

Sia Fairford che Diego Garcia si trovano a circa 4000 km dal territorio iraniano, ciò le rende sicure per schierare asset ad alto valore al di fuori della portata di eventuali contrattacchi, come quelli verificatisi per le basi nel Golfo. Tehran ha recentemente cercato di ampliare le proprie capacità missilistiche oltre i 2500 km attualmente stimati. Il fallito attacco contro Diego Garcia sembra tuttavia suggerire che l’Iran non sia ancora in grado di esprimere una minaccia credibile sotto questo aspetto. In questa azione sono stati infatti impiegati missili Khorramshahr, modificati per raggiungere Diego Garcia al costo di unadrastica riduzionedella carica esplosiva e della precisione.

Sebbene al momento le principali basi britanniche rimangano relativamente al sicuro da attacchi convenzionali, l’allarme a Fairford e il conseguente ritiro dei bombardieri sarebbe frutto di una preoccupazione per eventuali azioni asimmetriche con l’impiego di droni. Lo scenario è quindi analogo a quello dell’Operazione Spider’s Web, condotta nel giugno 2025 dalle forze armate ucraine contro una serie di basi aeree russe, con l’impiego di droni esplosivi occultati all’interno di rimorchi di camion. Dal canto suo, Londra ha invece riaffermato la sicurezza delle basi sul suo territorio, mentre il segretario di Stato Rubio ha negato il legame tra il fallito attentato e il ridispiegamento dei bombardieri, sostenendo di ritenere il livello di sicurezza delle basi britanniche soddisfacente.

Le basi sul suolo britannico rimangono comunque di particolare rilevanza per la proiezione globale statunitense. Il ritiro dei bombardieri da Fairford non può che limitare la prontezza operativa del Global Strike Command e la capacità di condurre sortite in tempi brevi. Ciò ridurrebbe in maniera limitata il livello di minaccia militare esercitato contro l’Iran, anche in vista di una eventuale ripresa degli attacchi dopo le midtermsdi novembre.

La vicenda Fairford va tuttavia letta alla luce di un contesto più ampio che vede la special relationship tra Londra e Washington sotto pressione a causa de conflitto in Iran. Dopo aver criticato la gestione della sovranità delle Chagos e l’iniziale rifiuto di autorizzare l’uso delle basi, gli Stati Uniti hanno espresso una crescente frustrazione anche per la poca propensione di Londra ad assumere un ruolo proattivo nella campagna contro l’Iran. Dal canto suo, Londra sembra al momento aver adottato una politica di cauto allineamento nei confronti degli Stati Uniti, come dimostrato dall’autorizzazione all’uso delle basi e dal congelamento dell’accordo con le Mauritius. Nonostante le frizioni, per il Regno Unito, gli Stati Uniti rimangono infatti un pilastro irrinunciabileper la propria architettura di sicurezza nazionale.

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Franca rimane a casa: la proprietà torna sui suoi passi, niente sfratto dopo polemiche e appelli

Franca rimane a casa: la proprietà torna sui suoi passi, niente sfratto dopo polemiche e appelli

Dopo le polemiche e gli appelli delle istituzioni, la proprietà fa marcia indietro: l’anziana continuerà a vivere nell’abitazione di Rifredi pagando 450 euro al mese. Lo rivela il Corriere Fiorentino dopo la storia pubblicata due giorni fa e che adesso vede una soluzione.

Franca, 94 anni,  che vive nella stessa casa nel quartiere fiorentino di Rifredi dalla fine degli anni Sessanta, potrà restare nella propria casa senza subire aumenti del canone d’affitto. La decisione della proprietà, come rende noto oggi il Corriere Fiirentino, è arrivata dopo le reazioni suscitate dalla notizia della disdetta del contratto, che prevedeva il rilascio dell’immobile entro la fine di febbraio. La sindaca di Firenze, Sara Funaro, aveva espresso forte preoccupazione per la situazione, sottolineando la fragilità della donna e la regolarità con cui aveva sempre pagato l’affitto. Anche il presidente della Regione, Eugenio Giani, era intervenuto chiedendo alla proprietà di trovare una soluzione. In serata è arrivata la conferma: nessuno sfratto e canone invariato a 450 euro mensili. La proprietà ha precisato che la disdetta rientrava in una procedura formale legata alla scadenza della locazione.

La conclusione positiva della vicenda riporta però l’attenzione sull’emergenza abitativa che interessa Firenze dove si registra una media di uno sfratto ogni due giorni. Sindacati e associazioni chiedono interventi strutturali,  investimenti nell’edilizia pubblica e politiche che affrontino il tema delle case lasciate vuote dei proprietari.

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Il potere americano vacilla nella ricerca della vecchia egemonia

di Luciano Lago

Gli avvenimenti degli ultimi mesi e le pesanti sconfitte che le forze pro atlantiste hanno subito sui vari fronti di conflitto, dall’Iran all’Arabia Saudita e all’Ucraina, inducono vari analisti a considerare quanto sia ormai insostenibile il modello di dominio globale degli Stati Uniti, quello emerso al termine della guerra fredda e dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica, quando Washington si proclamava come unica superpotenza in un mondo caratterizzato da un dominio unipolare.

Era il periodo in cui gli strateghi di Washington elaborarono la Teoria del  “Rebuilding America’s Defenses: Strategy, Forces, and Resources for a New Century: a Project for the New American Century” (PNAC). Un Progetto per il Nuovo Secolo Americano che era integrato dalla cosiddetta “Dottrina Wolfowitz”, nome con cui ci si riferiva comunemente alle linee guida per la difesa nazionale elaborate quando Paul Wolfowitz, collaboratore del vicepresidente Dick Cheney, era Segretario associato alla Difesa. Negli anni ’90 queste erano le linee di condotta che ispirarono l’amministrazione di Washington dei vari presidenti che si alternarono al potere, da George Bush a Bill Clinton, fino alla gestione di Barack Obama. Il dominio americano veniva considerato come elemento essenziale per la stabilità politica globale in diversi documenti programmatici, nei quali veniva anteposta come priorità assoluta la prevenzione dell’emergere (o del riemergere) di un concorrente globale o regionale.

Questo obiettivo includeva la prevenzione del dominio di qualsiasi potenza ostile su regioni strategicamente importanti o ricche di risorse, che avrebbero potuto produrre fonti alternative di potere globale. Il documento sosteneva che le forze armate statunitensi dovevano rimanere sufficientemente forti da scoraggiare potenziali concorrenti, mantenendo la capacità di agire unilateralmente se necessario. La dichiarazione del PNAC auspicava un ruolo di leadership globale continuo per gli Stati Uniti, il che implicava il ricorso alla guerra preventiva contro gli avversari quando necessario.

Tra i firmatari del documento troviamo personaggi come Dick Cheney, Paul Wolfowitz, Scooter Libby, Donald Rumsfeld, Peter Rodman, Elliot Abrams, Eliot A. Cohen, Aaron Friedberg, Donald Kagan, Lewis Libby e Norman Podhoretz. Successivamente, tale dottrina fu considerata molto “favorevole a Israele” e, unitamente all’enorme e crescente potere politico e istituzionale della lobby sionista negli Stati Uniti, fu utilizzata per giustificare gli interventi americani in Medio Oriente nei decenni successivi.

Non è un mistero che gran parte della politica estera USA sia stata plasmata dai numerosi teorici ebrei e sostenitori di Israele che parteciparono alla stesura dei documenti cruciali, i quali affermavano la necessità per Washington di comportarsi in modo aggressivo, compresa la sua partecipazione a conflitti che altrimenti avrebbe potuto evitare, come quelli in corso in Medio Oriente, istigati dalla promozione degli interessi israeliani, proprio come sta accadendo attualmente con l’Iran.

Si può rilevare che quella  dottrina suprematista avrebbe dovuto garantire la supremazia militare americana, compreso l’interventismo per mantenere tale vantaggio, e la stessa impostazione di allora sembra aver preso piede nell’amministrazione del presidente Donald J. Trump, in particolare nelle menti del presidente stesso e del suo Segretario alla Guerra Pete Hegseth. Probabilmente le teste d’uovo della Casa Bianca e del Pentagono non hanno calcolato che il contesto mondiale è radicalmente cambiato dagli anni ’90 e gli USA non sono più l’unica superpotenza mondiale e non possiedono le risorse per esercitare un ruolo di egemonia globale. La conseguenza è lo stallo delle operazioni militari nei vari fronti su cui si sono impegnati. Uno stallo tipico di una superpotenza in declino.

La domanda che in molti si pongono è quale sarà il nuovo assetto del mondo dopo l’inevitabile ridimensionamento del potere americano.

Le variabili sono molte e vanno dal ruolo che si appresta a svolgere la Cina, divenuta la prima potenza economica mondiale, alla nuova collocazione della Federazione Russa, una volta conclusa la guerra in Ucraina, alla posizione dell’India, divenuta una potenza essenziale nel contesto dell’Asia e dell’Indo Pacifico.

Questo senza trascurare quale sarà il comportamento di Israele, una volta che sarà chiaro che la protezione e l’impunità assicurata fino ad oggi dagli Stati Uniti non potrà essere eterna e il gruppo di potere sionista che comanda a Tel Aviv dovrà fare i conti con la realtà di un paese che è il più odiato nel mondo. Il clima sta cambiando e l’impunità assoluta ha un costo in termini di perdita di consenso a cui il gruppo di potere dominante cerca di ovviare stringendo le maglie del controllo.
Questi cambiamenti potrebbero sospingere gli Stati Uniti ad allentare il vincolo che li lega ad Israele e lasciare che l’entità sionista affronti per conto proprio le sfide che si profilano al suo ruolo di pretesa egemonia regionale. L’Iran, dopo la Cina, è la principale sfida per il gruppo di potere sionista ed è evidente che sia a Washington che a Tel Aviv ne abbiano sottovalutato il potenziale.

Esiste tutto un mondo che si sta coalizzando contro l’entità sionista ed i sui piani di espansione e, se gli stati Uniti continueranno a sostenere l’espansionismo di Israele, ne dovranno anche affrontare le conseguenze. L’asse della resistenza è più forte che mai ed ha dimostrato di poter mettere in scacco il potere Stati Uniti/Sion utilizzando come armi indirette il controllo degli stretti.

Sembra che la lezione del Vietnam non sia stata del tutto appresa a Washington e i tentativi di adoperare i vecchi sistemi, assieme agli embarghi, sanzioni e bombardamenti, siano gli unici strumenti preferiti rimasti nell’arsenale dei dominatori.

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Risiko industriale su KNDS. Berlino adesso punta sul controllo alla pari con Parigi

Il governo tedesco starebbe valutando di acquistare l’intera quota del 50% che le famiglie Bode e Braunbehrens detengono in KNDS, il gruppo franco-tedesco che produce i carri Leopard 2 e Leclerc. Se l’operazione andasse in porto, la quotazione in Borsa (finora nei piani) verrebbe definitivamente accantonata e KNDS diventerebbe un’azienda interamente in mano pubblica, con i governi di Francia e Germania al 50% ciascuno. Dopo le reticenze iniziali, Berlino si sarebbe adesso convinta a rilevare l’intera quota, nel tentativo di porsi allo stesso livello di Parigi e di presidiare direttamente un attore cruciale per i piani di riarmo della Bundeswehr.

Cosa è successo

Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt, la holding Wegmann & Co., posseduta dalle famiglie Bode e Braunbehrens, avrebbe rinunciato all’idea di una quotazione in borsa della società e sarebbe pronta a cedere tutte le sue azioni allo Stato federale tedesco. Il governo di Berlino, sempre secondo il giornale, “in assenza di alternative” riterrebbe sensato rilevare l’intera quota.

Il dossier KNDS è sul tavolo del governo tedesco da oltre un anno. Nell’estate del 2025 le famiglie Bode e Braunbehrens avevano informato Berlino di essere pronte a cedere parte della loro quota e il governo aveva iniziato a studiare l’acquisto del 25,1%. È la soglia che permette a un socio di porre il veto sulle delibere più importanti, che generalmente richiedono una maggioranza qualificata. A maggio, il governo tedesco ha trovato un accordo sul 40%, dopo uno scontro tra il ministro della Difesa Boris Pistorius, che puntava alla piena parità con Parigi, e il cancelliere Friedrich Merz, che con la ministra dell’Economia Katherina Reiche avrebbe preferito fermarsi al 30%. A giugno il governo aveva ufficializzato la decisione, prefigurando uno scenario che avrebbe visto l’arrivo in Borsa con Berlino e Parigi al 40% ciascuna, mentre il restante 20% sarebbe andato sul mercato. All’epoca, il Der Spiegel stimava per Berlino un esborso fino a 7,2 miliardi di euro per completare l’operazione.

I mercati, però, non hanno collaborato. A inizio luglio, pochi giorni dopo aver annunciato la quotazione a Parigi e Francoforte, KNDS ha rinviato lo sbarco in Borsa. I titoli della difesa erano in calo e, secondo il Financial Times, gli azionisti avrebbero faticato a convincere gli investitori ad accettare una valutazione superiore ai 12 miliardi di euro. A inizio ottobre l’amministratore delegato Jean-Paul Alary ha ribadito all’Handelsblatt che l’Ipo è “sospesa, ma non annullata” e nel frattempo, secondo Bloomberg, il fondo americano Warburg Pincus avrebbe avviato colloqui con la famiglia per rilevare una quota rilevante. Uno scenario che a Berlino, evidentemente, non deve essere piaciuto. 

Che cos’è KNDS e com’è composto l’azionariato

KNDS nasce nel 2015 dalla fusione tra la tedesca Krauss-Maffei Wegmann e la francese Nexter, con sede legale ad Amsterdam. Specializzata nella difesa terrestre, produce, oltre ai Leopard 2 e ai Leclerc, il veicolo da combattimento Puma, i blindati Boxer, l’obice Pzh 2000 e i semoventi Caesar. Nel 2025 ha fatturato 4,4 miliardi di euro (in crescita del 16% rispetto al 2024). Per il 2026 punta a una crescita del 30%, dispone già di un portafoglio ordini di circa 33 miliardi e impiega circa 11mila persone su 34 siti produttivi nel mondo, undici dei quali in Germania. Ad oggi, il suo capitale è diviso a metà: il 50% fa capo allo Stato francese, tramite Giat Industries, mentre l’altro 50% appartiene alla holding Wegmann, che riunisce le famiglie tedesche Bode e Braunbehrens. Proprio questa ripartizione, perfettamente paritetica, era stata un elemento fondamentale per la riuscita dell’intesa del 2015. 

Le ragioni di Berlino

Più di una ragione spingerebbe Berlino, al netto delle iniziali resistenze dell’esecutivo, a procedere con l’operazione. La prima è politica e riflette la volontà tedesca di giocare un ruolo più assertivo nella dirigenza della società, che da parte francese è detenuta direttamente dal governo di Parigi. Così facendo, Berlino potrebbe far valere le sue ragioni senza passare per un intermediario privato, bilanciando la presenza pubblica francese. La seconda ragione è di natura strategico-industriale. KNDS Deutschland (la ex Krauss-Maffei Wegmann con sede a Monaco) è tra i principali fornitori della Bundeswehr e gioca un ruolo cruciale nei piani di riarmo tedesco. Con il 50% delle azioni, Berlino si garantirebbe un perimetro importante di sovranità su un’industria strategica, evitando peraltro l’inserimento di attori esterni, chiaramente indesiderati in questa fase. Allo stesso tempo, rinunciare alla quotazione in Borsa permetterebbe di mantenere le attività del gruppo più strettamente legate alle esigenze dello Stato

Sullo sfondo di questo Risiko societario c’è un rapporto industriale franco-tedesco già molto teso. A giugno il programma congiunto con Parigi per sviluppare un nuovo caccia di sesta generazione (lo Scaf/Fcas) è definitivamente naufragato, dopo anni di attriti con i partner francesi circa la ripartizione del workshare del progetto. Adesso, Berlino starebbe valutando di inserirsi nel programma Gcap di Italia, Regno Unito e Giappone, mentre Parigi ha deciso di optare per una soluzione interamente nazionale (in altre parole, un Rafale 2.0). A inizio mese, poi, ha fatto scalpore la dichiarazione del generale Fabien Mandon, capo di Stato maggiore francese, che, riferendo al parlamento, ha affermato che Berlino ha intenzione di ritirarsi anche dal programma Mgcs (Main ground combat system), noto altresì come il futuro carro europeo. Il ministero della Difesa tedesco ha smentito tale versione, aggiungendo che la Germania resta impegnata in una “partnership paritaria”, stoccata neanche troppo velata alle ragioni che hanno portato al fallimento dello Scaf. 

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Uruguay: il sogno distopico dell’hi tech libertariano prova a prendere forma con “praxis, la citta’ del futuro”.

“Stiamo costruendo una nuova città in Uruguay. I lavori sono iniziati. I residenti arriveranno nel 2027″. Con questo messaggio, il 22 settembre, Praxis ha annunciato sui social il suo sbarco a Colonia del Sacramento, sull’estuario del Rio de la Plata,...
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Hegseth vuole milioni di droni. Come cambia la strategia militare americana

Il Pentagono punta a investire altri 50 miliardi di dollari per accelerare la produzione di massa dei droni militari. La richiesta, avanzata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth durante l’Ausa annual meeting di Washington, punta a sostenere un obiettivo ambizioso. Rendere disponibili centinaia di migliaia di sistemi autonomi e arrivare, negli anni successivi, a produzioni nell’ordine dei milioni. Una prospettiva che mostra come gli Stati Uniti intendano attribuire alla capacità industriale un peso crescente nella costruzione della propria superiorità militare.

La nuova dimensione della massa

La diffusione dei droni sta modificando il modo in cui gli eserciti valutano il rapporto tra costo ed efficacia delle capacità militari. Accanto alle piattaforme avanzate, destinate a operare per decenni, cresce l’importanza di sistemi relativamente economici, prodotti rapidamente e impiegabili anche in missioni ad alto rischio. Per Washington, disporne in grandi quantità significa poter sostenere operazioni prolungate senza dipendere esclusivamente da mezzi costosi e difficili da sostituire.

La quantità diventa così una componente della superiorità tecnologica. Un drone sofisticato conserva il proprio valore, ma la possibilità di schierare numerosi sistemi meno complessi offre ulteriori opzioni operative. Questa impostazione richiede una capacità produttiva in grado di rifornire continuamente le Forze armate, facendo dei ritmi industriali un elemento sempre più importante della pianificazione militare.

Industria e organizzazione militare

La richiesta di Hegseth si inserisce in una strategia più ampia. La proposta di bilancio della Difesa per il 2027 prevede già 53,6 miliardi di dollari per il programma Drone dominance, che comprende sia l’acquisizione di sistemi senza equipaggio sia lo sviluppo di capacità per contrastarli. I nuovi finanziamenti, ancora subordinati all’approvazione del Congresso, dovrebbero sostenere ulteriormente questa trasformazione.

Il cambiamento interessa anche l’organizzazione militare. Con Project agincourt e il futuro Autonomous warfare command, il Pentagono intende accelerare l’introduzione delle nuove tecnologie nelle unità operative. L’obiettivo è ridurre la distanza tra sviluppo industriale e impiego sul campo, coinvolgendo anche produttori esterni alla tradizionale industria della difesa. La capacità di innovare rapidamente assume così un’importanza paragonabile a quella di produrre su larga scala.

Dagli investimenti alle capacità

Produrre milioni di droni richiede tuttavia molto più delle risorse finanziarie. Occorrono filiere in grado di garantire volumi elevati a costi sostenibili, senza compromettere l’affidabilità dei sistemi. Il programma americano per circa 340mila piccoli droni, con obiettivi di progressiva riduzione del prezzo unitario, mostra come Washington stia cercando di creare le condizioni economiche necessarie per una produzione continuativa.

È su questo terreno che l’ambizione americana dovrà tradursi in risultati. La disponibilità di grandi quantità di sistemi autonomi può ampliare le capacità delle Forze armate, ma il loro valore dipenderà dall’effettiva integrazione nelle operazioni. La produzione industriale diventa quindi parte integrante della capacità di sostenere un conflitto, mentre la velocità con cui i nuovi sistemi possono essere realizzati e sostituiti assume un’importanza crescente rispetto alle sole prestazioni delle singole piattaforme.

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Stagno, riapre il ponte sullo Scolmatore: investimento da 6 milioni di euro

Livorno, 15 ottobre 2026 – Riapre al traffico oggi, giovedì 15 ottobre, il ponte sul canale Scolmatore lungo la strada statale Aurelia, a Stagno. Dopo quasi due anni di chiusura per lavori di manutenzione e adeguamento sismico, l’infrastruttura torna a collegare regolarmente il territorio tra Livorno e Pisa.

L’intervento, realizzato da Anas con un investimento complessivo di 6 milioni di euro, ha interessato un ponte lungo 158 metri, composto da cinque campate. I lavori hanno previsto la demolizione del vecchio impalcato in calcestruzzo, il ripristino delle pile esistenti, l’adeguamento strutturale e sismico delle spalle e la sostituzione degli appoggi con dispositivi antisismici. È stato inoltre realizzato un nuovo impalcato in struttura mista acciaio-calcestruzzo.

Prima della riapertura sono state completate le prove di carico e le verifiche di collaudo.

Parallelamente, è in fase di progettazione, d’intesa con il Comune di Collesalvetti, una passerella per collegare il marciapiede sul ponte al sottopasso esistente sull’Aurelia, in località Stagno, così da consentire ai pedoni di attraversare la strada statale in sicurezza.

Entro la fine dell’anno è previsto anche l’avvio dei lavori sul ponte adiacente, quello sul canale Imperiale. Il cantiere avrà una durata stimata di circa un anno.

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Come si costruisce la sicurezza digitale. Le voci dell’industria a Cybertech

Dall’intelligenza artificiale alla protezione delle infrastrutture digitali, fino alla sicurezza delle filiere produttive. A Cybertech Europe 2026, il 13 e 14 ottobre alla Nuvola di Roma, grandi gruppi internazionali, imprese specializzate e startup hanno portato esperienze e soluzioni differenti, offrendo uno spaccato delle trasformazioni che attraversano il settore. Con Leonardo nel ruolo di main partner, la manifestazione ha messo in evidenza le opportunità dell’innovazione tecnologica, tra sistemi da aggiornare, nuove minacce e risorse limitate. Airpress ha incontrato alcune delle realtà presenti alla fiera, dalle grandi multinazionali alle aziende emergenti, per comprendere quali siano oggi le priorità del settore su cui l’industria sta investendo per rispondere a minacce sempre più rapide e articolate.

Oltre la tecnologia, il problema dei processi

Molte delle vulnerabilità sfruttate dagli attaccanti sono già conosciute. Eppure, continuano a rappresentare un problema per le organizzazioni, soprattutto quando tecnologie e processi non riescono a evolvere con la stessa velocità delle minacce. Lo spiega Dolman Aradori, vice president e head of Cybersecurity di NTT DATA Italia, secondo cui “l’elemento principale spesso dal punto di vista tecnologico è proprio l’aggiornamento”. A complicare il quadro interviene l’organizzazione interna. “Ancora oggi spesso si lavora con silos separati, diversi processi, ognuno guarda il proprio pezzo”, osserva Aradori. La risposta richiede quindi un maggiore coordinamento, accompagnato dall’integrazione tra le tecnologie dei grandi fornitori e le soluzioni innovative sviluppate anche dalle startup.

Un perimetro di sicurezza sempre più ampio

L’intelligenza artificiale sta modificando il modo in cui le aziende costruiscono le proprie difese. L’arrivo dei sistemi agentici, capaci di compiere operazioni in autonomia, impone di proteggere anche le decisioni e gli accessi delle macchine. “Sicurezza e networking non sono più due cose separate”, spiega Renzo Ghizzoni, country leader Sales security di Cisco Italia. La strategia passa dall’integrazione della protezione direttamente nelle reti e nelle applicazioni, limitando le possibilità di movimento di eventuali attaccanti. Ma la diffusione delle nuove tecnologie non procede ovunque allo stesso ritmo. Se nelle grandi organizzazioni l’introduzione dell’IA è generalmente più controllata, nelle Pmi rimane “molto più frammentata e molto meno governata”. Una differenza che, secondo Ghizzoni, richiede soluzioni accessibili e un’offerta più strutturata.

La velocità della risposta

Il tempo è diventato un fattore determinante nella difesa informatica. Luca Nilo Livrieri, senior director, Sales engineering southern Europe di CrowdStrike, richiama un dato particolarmente significativo. “L’ultimo tempo mappato di breakout time di un attaccante abbiamo visto un record di 27 secondi”. Un intervallo che riduce drasticamente le possibilità di intervento e spinge verso l’automazione delle operazioni di sicurezza. I Soc agentici consentono infatti di affidare all’IA parte delle attività di rilevamento, investigazione e contenimento delle minacce. L’obiettivo è raggiungere una risposta “a velocità macchina”, mantenendo però il controllo sulle decisioni più delicate. “Secondo noi si dovrebbe avere un umano soprattutto nelle fasi più critiche”, precisa Livrieri. Il risultato è un diverso impiego degli specialisti, che possono concentrarsi sulla supervisione e sulla gestione degli incidenti più complessi.

La sicurezza come responsabilità condivisa

La protezione delle grandi organizzazioni dipende anche dalla capacità dei loro fornitori di adottare misure adeguate. È su questa interdipendenza che si concentra ResilientX Security, startup nata nel 2022 e oggi operativa a Torino, specializzata nella conformità alle normative europee e nella sicurezza delle catene di fornitura. “Servono soluzioni molto più collaborative tra il cliente e il fornitore”, spiega il ceo Jim Biniyaz. Le imprese più piccole dispongono spesso di risorse limitate, mentre un incidente che coinvolge un fornitore può avere conseguenze sull’intera organizzazione cliente. Per questo è necessario lavorare con le grandi aziende offrendo strumenti anche alle Pmi della loro filiera. “Aiutando la loro catena, i loro fornitori, andiamo ad aiutare i nostri clienti”, osserva Biniyaz. Un approccio che lega la sicurezza delle singole imprese alla resilienza complessiva del sistema produttivo.

Quando il rischio diventa una questione economica

Un altro ostacolo riguarda la difficoltà delle imprese nel comprendere quanto possa costare un incidente informatico. Secure Future Group, società italiana guidata da Lorenzo Roberto Mazzei, ha sviluppato una piattaforma per quantificare le possibili perdite economiche derivanti dalle minacce cyber. “Quasi sempre la quantificazione del rischio economico è al massimo quella della multa”, osserva Mazzei, evidenziando come spesso vengano trascurati i costi legati all’interruzione delle attività e al ripristino dei sistemi. Il problema assume un peso particolare nelle aziende di medie dimensioni, dove perdite inferiori in termini assoluti possono incidere maggiormente sulla capacità di ripresa. Tradurre il rischio in un valore economico permette così di avvicinare il linguaggio dei responsabili della sicurezza a quello del management, rendendo più consapevoli le decisioni sugli investimenti.

Dalle tecnologie sviluppate dai grandi gruppi alle soluzioni delle realtà emergenti, Cybertech Europe restituisce l’immagine di un settore nel quale la capacità di innovare deve confrontarsi con quella di rendere le difese concretamente applicabili. Perché proteggere un’organizzazione significa anche conoscere le proprie vulnerabilità e coordinare le risposte da dover prendere.

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A Palazzo Blu di Pisa le opere di Edward Hopper

Case investite dalla luce del tramonto e fari sull’Atlantico, ponti che attraversano fiumi e ferrovie che portano chissà dove, persone sole davanti a una finestra e paesaggi urbani. Il mondo di Edward Hopper, uno dei maggiori esponenti del realismo americano e fra i più importanti artisti Usa del Novecento, arriva a Palazzo Blu a Pisa con “Edward Hopper: New York e oltre”, organizzata dal Whitney Museum of American Art di New York con MondoMostre, e con il sostegno di Fondazione Pisa.

Dal 14 ottobre e fino al 7 marzo 2027 in mostra oltre 150 opere fra dipinti a olio, disegni, acqueforti, acquerelli e altri lavori che abbracciano l’intera carriera di Hopper, provenienti dalle collezioni del Whitney.

Curata da Kim Conaty e da Barbara Haskell, la mostra propone anche opere comparative di artisti suoi contemporanei e si arricchisce di materiali provenienti dal Sanborn Hopper Archive, acquisito dal museo circa dieci anni fa, che comprende documenti, corrispondenze, fotografie, diari e documenti di vita quotidiana dell’artista.

La mostra, organizzata in cinque sezioni, ne ripercorre la carriera attraverso i luoghi che hanno segnato la sua formazione e il suo immaginario: New York, dove Hopper visse per quasi sessant’anni, rappresenta il centro della sua attività; Parigi, dove soggiornò in tre diverse occasioni, segna il momento di formazione e confronto con la modernità europea; il New England diventa invece luogo di sperimentazione e riflessione sul paesaggio americano.

Foto: Heirs of Jpsephine N. Hopper /SIAE

Illustratore per necessità

Nato nel 1882 a Nyack, nello Stato di New York, una cittadina a venticinque miglia a nord di New York City, lungo il fiume Hudson, figlio di una coppia di piccoli commercianti di tessuti, dopo il diploma si iscrive alla New York School of Illustration con l’obiettivo di apprendere una professione pratica che gli garantisse un reddito sicuro e poi alla New York School of Art, dove incontrò Robert Henri, uno degli insegnanti più importanti per la sua formazione. Fu Henri a incoraggiarlo a guardare la realtà contemporanea, a cercare soggetti nella vita quotidiana piuttosto che nelle convenzioni della pittura accademica.

Al momento, però, c’erano le bollette da pagare, e fino al 1923 Hopper lavorò come illustratore freelance. Non amava quel lavoro e in seguito dichiarò di esservi stato «costretto nel tentativo di guadagnare qualcosa». Quegli anni non furono però inutili. L’illustrazione gli insegnò infatti a costruire una scena con pochi elementi e a individuare il dettaglio capace di suggerire una storia. È una lezione che Hopper avrebbe portato con sé nella pittura: basta una figura, una finestra, un gesto interrotto per mettere in moto l’immaginazione di chi guarda. E poi furono anche i guadagni ottenuti come illustratore ad aiutarlo a finanziare il primo viaggio in Europa.

Foto:@ Heirs of Josephine N.Hopper /SIAE

“Superare Parigi”

Nel 1906 Hopper arriva a Parigi e vi rimane per undici mesi. Vi torna altre due volte, nel 1909 (in mostra Le Pont Royal / Il Ponte Reale) e nel 1910; poi non avrebbe più attraversato l’Atlantico. La capitale francese, però, non lo lasciò mai davvero. Hopper avrebbe raccontato di aver impiegato «dieci anni per superare Parigi» e ancora nel 1962 dichiarava di considerarsi, in qualche modo, un impressionista. Un modo per «superare Parigi» è stato forse dipingere, dopo il ritorno in America, Soir bleu / Sera blu.

Un’opera in qualche modo anomala per un artista come Hopper: il pittore destinato a essere associato a interni rarefatti e figure isolate mette qui insieme un gruppo di personaggi diversi: con quel clown triste e pensieroso, alter ego di Hopper, che si rappresenta così da un lato per simboleggiare il ruolo dell’artista nella società e dall’altro per ragioni personali – delusioni d’amore, pare -.

Quando fu esposta, nel 1915, nella prima vera mostra dedicata all’artista, l’opera non piacque né ai critici perché troppo “europea” e “vecchio stile”, né al pubblico, tanto che Hopper decise di riprendersela e non mostrarla mai più: sarà ritrovata nel suo studio solo dopo la sua morte, nel 1967.

Come al cinema

New York è stata per Hopper una fonte d’ispirazione per tutta la vita. Mentre altri artisti dipingevano grattacieli e attrazioni cittadine, Hopper si concentrava sulle case in pietra a pochi piani, sulle vetrine dei negozi e sui ponti che osservava passeggiando sui marciapiedi o viaggiando sui treni sopraelevati. Ridusse queste strutture a superfici piatte e forme geometriche, trasformando il rumore e il caos di Manhattan in luoghi di solitudine e introspezione.

Queensborough Bridge / Ponte di Queensborough mostra il suo modo di affrontare anche le grandi infrastrutture della modernità non come simboli trionfali del progresso, ma come un intreccio di linee e superfici. Mentre con New York interior / Interno newyorkese, lo sguardo si sposta dentro una stanza. La scena ha qualcosa di quasi cinematografico: lo spettatore sembra essere capitato lì per caso, come se stesse osservando un frammento di vita attraverso una finestra.

A proposito di cinema. Sono molti i registi che hanno guardato al mondo di Hopper, dal David Lynch di Velluto blu a Wim Wenders, ad Alfred Hitchcock, che al momento di scegliere la casa di Psycho guarda proprio a un dipinto di Hopper, e poi al “taglio”, alla costruzione della scena e alla scelta dell’inquadratura tipica dell’artista, per La finestra sul cortile.

Le case di Cape Cod

La mostra ci porta poi in New England. Prima a Gloucester (in mostra Gloucester Harbor / Porto di Gloucester), dove nell’estate del 1923 Hopper ritrova Josephine Nivison, per tutti Jo, che aveva conosciuto anni prima alla scuola di Robert Henri. Anche Jo era un’artista, ed è stata una figura importante nella vita di Hopper.

Fu lei a incoraggiarlo a lavorare con maggiore convinzione all’acquerello. L’anno seguente la sua prima personale in una galleria andò completamente esaurita, permettendogli di abbandonare l’attività di illustratore. Dopo alcune estati passate nel Maine, meta estiva preferita dagli artisti, Hopper e Jo scoprono Cape Cod, dove si trasferiranno.

Da allora Hopper continuò a dipingere case (in mostra Cape Cod sunset / Tramonto a Cape Cod), dune, strade e fari della penisola.

Molto più di una moglie

La mostra racconta del rapporto fra i due artisti. Jo continuò a dipingere e divenne anche la modella di quasi tutte le figure femminili del marito. Ma fu molto di più. Registrava con attenzione la produzione artistica di Edward, annotava le vendite, le esposizioni e i proprietari delle opere, e accanto agli schizzi preparatori aggiungeva spesso proprie descrizioni delle scene, immaginando le storie che potevano nascondersi dietro le figure dipinte. In pratica, mentre Hopper costruiva il proprio mondo sulla tela, Jo contribuiva a costruirne la memoria.

In A woman in the sun / Una donna al sole la modella è ancora lei, ormai settantottenne. Hopper, però, non dipinge un ritratto realistico della moglie, ma la trasforma – così come il resto della scena, ridotta a pochi elementi essenziali – seguendo la propria visione. L’ambientazione, dal taglio voyeuristico e quasi, di nuovo, cinematografico, suggerisce una narrazione e invita l’osservatore a immaginare gli eventi che hanno preceduto la scena rappresentata e ciò che accadrà in seguito. Ancora una volta, il quadro finisce e la storia, invece, continua da qualche parte fuori dalla cornice. In silenzio, probabilmente.

Per i soci, ingresso in convenzione e visite guidate. Previste anche iniziative per gli under 30.

Per informazioni:
palazzoblu.it
hopperpisa.it

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WEC | Cadillac-Jota già sul 2027: arrivano Da Costa e Taylor, salutano Lynn e Bourdais

Cadillac Racing e il Team Jota guardano già al 2027, annunciando gli ingaggi di António Félix da Costa e Ricky Taylor per la nuova stagione del FIA World Endurance Championship.
Il portoghese, che da tempo era ormai ai saluti con Alpine, torna nella squadra inglese con cui era stato protagonista sia in LMP2 che nella annata in Classe HYPERCAR con la Porsche 963.
“È davvero speciale ...Continua a leggere

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L’allarme di Larry Fink: perché fermare i data center significa rischiare la recessione

Gli Stati Uniti andranno incontro a una recessione economica se verrà stabilita una moratoria contro i data center: è il parere espresso mercoledì dal ceo di BlackRock, Larry Fink, il quale sostiene che l’espansione di queste controverse strutture “non è il problema”, mentre gli americani vedono con sempre maggiore negatività i data center e il loro impatto.

I fatti principali

  • In un’intervista rilasciata a Cnbc a seguito dei risultati del terzo trimestre di BlackRock, Fink ha dichiarato che “una sorta di moratoria in questo Paese” porterebbe gli Stati Uniti in recessione, evidenziando come gran parte dell’economia sia legata agli investimenti nei data center.
  • Gli americani sono sempre più critici nei confronti dei data center e dei loro potenziali impatti economici e ambientali, secondo un sondaggio del Pew Research Center, con almeno il 49% degli intervistati che afferma che i data center sono prevalentemente dannosi per l’ambiente, per i costi dell’energia domestica e per la qualità della vita di chi risiede nelle vicinanze.
  • Fink ha affermato che gran parte dei timori sull’espansione dei data center derivano da “disinformazione”, aggiungendo: “I data center non sono il problema”.
  • Fink ha difeso il valore dei data center per la creazione di posti di lavoro, spiegando che hanno generato domanda di lavoratori nel settore dell’edilizia, delle infrastrutture energetiche e dell’hardware per il calcolo dell’intelligenza artificiale.

Nota a margine

Il titolo BlackRock è in lieve rialzo a 1.067 dollari per azione dopo aver pubblicato i risultati del terzo trimestre, superando le attese e registrando un utile netto di 2,6 miliardi di dollari. Le azioni del gigante della gestione degli investimenti sono in calo dello 0,5% dall’inizio dell’anno.

Il contesto

Il data center rappresentano la spina dorsale fisica del boom dell’IA e del cloud computing. Gli investimenti nei data center dovrebbero raggiungere quasi 7mila miliardi di dollari a livello globale entro il 2030, secondo la società di consulenza direzionale McKinsey, che nota come oltre il 40% di tale spesa sia destinato a concentrarsi negli Stati Uniti.

I deputati André Carson (democratico, Indiana) e Alexandria Ocasio-Cortez (Democratica, New York) e il senatore Bernie Sanders (indipendente, Vermont) hanno introdotto durante l’estate l’AI Data Center Moratorium Act, con l’obiettivo di stabilire tutele per i lavoratori e l’ambiente, introducendo anche un divieto alle esportazioni americane di infrastrutture di calcolo per l’IA verso Paesi privi di adeguate garanzie. La legge si trova ancora nella fase iniziale di esame da parte delle commissioni.

Il presidente Donald Trump ha sostenuto con forza la crescita dell’IA e la costruzione dei data center a supporto, esortando le comunità locali ad accogliere queste strutture e a “lasciar regnare i dati”. Il presidente ha sostenuto che i data center saranno una risorsa per i quartieri in cui vengono costruiti, affermando che le comunità che vi si oppongono rimarranno “arretrate e povere”.

L’articolo L’allarme di Larry Fink: perché fermare i data center significa rischiare la recessione è tratto da Forbes Italia.

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Martian moons exploration è sulla rampa di lancio

La missione Martian Moons eXploration (Mmx) è pronta a partire a bordo di un razzo H3 dal Tanegashima Space Center, in Giappone, alle 4:41 ora locale del 20 ottobre 2026 (in Italia, le 21:41 del 19 ottobre 2026). Mmx – una missione guidata dalla Japan Aerospace Exploration Agency (Jaxa), in collaborazione con la Nasa, l’agenzia spaziale francese (Cnes), il Centro aerospaziale tedesco (Dlr) e l’Agenzia spaziale europea (Esa) – sarà la prima a raccogliere un campione dalla luna marziana Phobos e a riportarlo sulla Terra.

Marte ha due lune: Phobos (“paura” in lingua greca, con diametro medio di 22,2 km e massa circa un milionesimo di quella della Luna) e Deimos (“terrore” in lingua greca, con diametro medio di 12,4 km e quasi dieci volte più leggero di Phobos). Nonostante il gran numero di missioni inviate verso il Pianeta rosso, le sue lune rimangono ancora pressoché inesplorate e sollevano ancora grandi interrogativi su come si siano formate e sulla loro composizione. Nessun veicolo spaziale ha mai sostato a lungo nelle loro vicinanze, e le conoscenze raccolte finora si basano essenzialmente su ciò che è stato possibile osservare durante alcuni sorvoli.

Infografica in stile fumetto intitolata «La missione Martian Moons eXploration (Mmx)». I riquadri illustrano le diverse fasi della missione: «Ottobre 2026», Mmx parte dal Tanegashima Space Center, in Giappone; «Agosto 2027», Mmx entra in orbita attorno a Marte; «Settembre 2027», Mmx entra in orbita attorno a Phobos; Mmx osserva Marte dall’orbita, individuando il sito di atterraggio del rover e i siti di campionamento; la sonda principale di Mmx rilascia il rover Idefix, che atterra su Phobos; Mmx raccoglie campioni da Phobos, di due tipi diversi e da due zone differenti della luna; «Novembre 2030», il modulo di ritorno di Mmx inizia il viaggio verso la Terra, sorvolando Deimos e Marte lungo il percorso; «2031», Mmx raggiunge la Terra e rilascia la capsula per il ritorno dei campioni, che atterra nella Woomera Prohibited Area, in Australia; i campioni di Phobos vengono estratti e catalogati, pronti per le indagini scientifiche. Nei decenni a venire, gli scienziati studieranno questi campioni per rispondere a domande come: «Da dove provengono le lune di Marte?», «Che cosa possono rivelarci sull’abitabilità nel Sistema solare?» e «Come sono cambiati Marte e il suo ambiente nel corso del tempo?». Crediti: Esa

Non conosciamo, ad esempio, la loro origine. Potrebbero essere asteroidi catturati dall’attrazione gravitazionale di Marte e rimasti in orbita attorno al pianeta, oppure i resti dei detriti scagliati in orbita in seguito a una gigantesca collisione sulla superficie marziana. Per scoprirlo, Mmx sarà il primo veicolo spaziale a orbitare attorno a Phobos, seguendo un’orbita di tipo “quasi-satellite”, e il primo a raccogliere campioni dalla superficie di una luna diversa dalla nostra. Per consentire l’atterraggio, le manovre e la raccolta robotizzata dei campioni (circa 10 grammi, secondo i piani) nella gravità estremamente ridotta di Phobos, sono state sviluppate tecnologie specifiche.

Mmx impiegherà circa un anno per raggiungere Marte. L’ingresso in orbita attorno al Pianeta rosso è previsto per agosto 2027, mentre l’inizio delle operazioni in orbita attorno a Phobos è previsto a partire da settembre dello stesso anno. Dopo aver studiato Phobos (e Deimos) a distanza, all’inizio del 2029 Mmx rilascerà un rover chiamato Idefix, per poi atterrare essa stessa sulla superficie della luna per raccoglierne i campioni. La missione è dotata complessivamente di 11 strumenti scientifici: sette a bordo della sonda principale e quattro sul rover. La sonda principale è inoltre dotata di un monitor per le radiazioni, due fotocamere ad alta risoluzione e due diversi dispositivi per il campionamento: una carotatrice, che consentirà di raccogliere campioni fino a una profondità di due centimetri, e un campionatore pneumatico, che utilizza gas pressurizzato per sollevare il materiale dalla superficie e convogliarlo in un contenitore. Il rover Idefix, del peso di 25 kg, ha due compiti principali: fornire informazioni utili a preparare l’atterraggio della sonda principale per la raccolta dei campioni e analizzare la composizione e la consistenza della superficie di Phobos. La gravità su questa luna è così debole che, sulla sua superficie, Idefix peserà l’equivalente di appena 15 grammi.

Una volta raggiunto Marte, Mmx potrà anche contare sul supporto di una vera veterana del Pianeta rosso: la sonda Mars Express dell’Esa, operativa dal 2003. L’atterraggio della sonda principale su Phobos per la raccolta dei campioni è previsto per il 2030: il materiale raccolto verrà inserito in un modulo di rientro destinato al viaggio verso la Terra. Il modulo raggiungerà il nostro pianeta nel 2031 e rilascerà una capsula contenente almeno dieci grammi di materiale proveniente da Phobos. La capsula ha un diametro di circa 60 centimetri ed è dotata di uno scudo termico che le permetterà di resistere al rientro nell’atmosfera terrestre. Atterrerà in Australia e verrà trasferita subito all’Istituto di scienze spaziali e astronautiche (Isas) della Jaxa, a Sagamihara, vicino a Tokyo. Qui verrà smontata all’interno di un laboratorio specializzato e i campioni saranno estratti, catalogati e messi a disposizione per le indagini scientifiche. A poterli analizzare, ci sono anche gli scienziati europei: L’Esa sta infatti collaborando con Cnes, Dlr e Jaxa per pubblicare bandi che consentano ai ricercatori di candidarsi a studiare il materiale raccolto.

«Portare i campioni nei nostri laboratori più sofisticati sulla Terra moltiplica le possibilità di fare nuove scoperte, perché i nostri strumenti più precisi sono troppo grandi, complessi o sensibili per essere inviati nello spazio», dice Elliot Sefton-Nash, Project Scientist della missione Mmx all’Esa. «Anche dopo la conclusione della missione, le generazioni future di scienziati potranno studiare i campioni di Phobos con strumenti ancora più avanzati: i campioni riportati sulla Terra sono un dono che continua a dare i suoi frutti».

Guarda il servizio video su MediaInaf Tv:

 

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Il Pentagono accelera sulla guerra autonoma, Hegseth annuncia tagli

Il Pentagono accelera sulla guerra autonoma, Hegseth annuncia tagli

ROMA (ITALPRESS) – La guerra autonoma diventa una priorità strategica del Pentagono, che punta a istituire entro ottobre 2027 un comando interforze guidato da un generale a quattro stelle. Una trasformazione che punta a coniugare produzione industriale, rapidità decisionale e superiorità operativa, ridefinendo l’architettura militare americana. Intervenendo al convegno annuale dell’Association of the United States Army, a Washington, il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha illustrato il progetto Agincourt, destinato a rivoluzionare l’impiego di droni e sistemi robotici. “È il risultato finale di un percorso sul quale lavoriamo fin dal primo giorno”, ha dichiarato, ricordando il miliardo di dollari già destinato alla diffusione dei droni tra i reparti operativi. L’obiettivo è schierare centinaia di migliaia di sistemi d’attacco unidirezionali nel 2026, fino a raggiungere volumi nell’ordine dei milioni negli anni successivi. Il nuovo Autonomous Warfare Command dovrà integrare capacità terrestri, aeree, navali, subacquee e spaziali, garantendone l’impiego coordinato anche in ambienti contesi.

“È questo comando che realizzerà l’integrazione multidominio necessaria per far operare insieme i sistemi autonomi, dallo spazio alle profondità marine”, ha spiegato Hegseth. La riforma si inserisce in una più ampia revisione dello strumento militare, che contempla la riduzione del 20% delle posizioni apicali di generale e ammiraglio e un piano di spesa per la Difesa da 1.500 miliardi di dollari, ancora subordinato all’approvazione del Congresso. Sul versante marittimo, il segretario ad interim della Marina Hung Cao ha confermato che il gruppo della portaerei Uss Theodore Roosevelt, salpato l’8 ottobre, ha integrato un’unità di superficie senza equipaggio, definendola “un moltiplicatore di forza”. Cao ha inoltre richiamato l’impiego di sistemi autonomi nelle operazioni di recupero di aviatori e di contromisure mine nello Stretto di Hormuz. Per l’Aeronautica, il segretario Troy Meink ha indicato nell’autonomia una risposta alla necessità di contenere i costi: “Adattabilità, scalabilità e sostenibilità economica: l’unico modo per affrontare la minaccia è attraverso sistemi autonomi”.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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A Milano la Notte dei senza dimora mette al centro il diritto alla casa

La casa come diritto e non come privilegio. È questo il tema scelto per l’edizione 2026 de La Notte dei senza dimora. L’evento che giunge alla sua 26esima edizione e dà appuntamento sabato 17 ottobre in piazza Sant’Eustorgio a Milano.
L’iniziativa è organizzata dall’associazione Insieme nelle terre di mezzo in collaborazione con numerose realtà milanesi del Terzo settore che offrono sostegno alle persone fragili e in condizioni di marginalità.

La particolarità di quest’anno è la concomitanza con la Giornata Mondiale Onu per la Lotta alla Povertà, che si celebra ogni anno il 17 ottobre. Un’occasione per ritrovarsi a riflettere sulla condizione di chi vive in città senza una casa e su cosa fanno e possono fare insieme le istituzioni e il Terzo settore. Il momento di condivisione inizierà nel pomeriggio alle ore 16 e andrà avanti fino alla notte prevedendo anche numerose attività, giochi e musica per una vera e propria festa insieme. 

Notte dei senza dimora_Milano 2025_1 foto di @IsabellaBalena
Il pomeriggio in piazza Sant’Eustorgio durante l’edizione del 2025 – foto di Isabella Balena

Anche in questa edizione, per chi lo desidera, l’invito a dormire all’aperto è sempre valido: l’organizzazione ha individuato un luogo protetto dove coinvolgere i cittadini che decidono, per una notte, di fare quest’esperienza dimostrando vicinanza alle persone che ogni giorno vivono in strada.  

Il tema dell’abitare riguarda tutti e non solo chi non ha una casa. La manifestazione vuole infatti ribadire che avere una casa non è un privilegio ma un diritto: le associazioni presenti con i loro volontari proporranno riflessioni e attività a tutti coloro che sceglieranno di partecipare all’evento di piazza.

Chiocciole in terracotta

A tutti i partecipanti sarà proposto il gioco “Caccia alle terracotte”, una caccia al tesoro di piccole chiocciole in terracotta in giro per la piazza e contenenti un messaggio sulla casa, per stimolare in modo diverso la visione dello spazio attorno a noi e per interrogarsi sul significato di casa. Il gioco ricalca quello proposto dal progetto di arte partecipata “Risveglia la chiocciola che c’è in te”, dedicato alla casa e ideato da Maurizio De Rosa, docente dell’Università degli Studi di Milano Bicocca, come esperienza di esplorazione per creare occasioni di incontro e differenti esperienze dell’abitare.

Lotta allo spreco alimentare

Alle ore 18 si terrà un incontro sulla lotta allo spreco alimentare, al quale parteciperanno Lamberto Bertolé, assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano; Francesca Sozzi, Fondazione Ibva; Nicola Lamberti, ad di PlanEat, azienda che ha sviluppato una piattaforma di catering che evita lo spreco alimentare e che ha lanciato anche il progetto “Pasto sospeso”. A moderare l’incontro sarà Maria Cristina Ceresa, direttrice di Green Planner.

Il concorso

“La casa non è un privilegio” è anche il tema del Concorso della Fondazione Isacchi Samaja per artisti che vivono per strada, giunto alla decima edizione: saranno esposte in piazza le opere vincitrici di quest’anno per le sezioni narrativa e poesia, arti figurative, fotografia e alle ore 19 si terrà la premiazione. Nella sede della Fondazione (in via Nino Bixio 30 a Milano) si potranno invece ammirare le opere vincitrici di tutti i dieci anni. 

La cena in piazza

Alle ore 20 sarà offerta una cena a tutte le persone con e senza dimora presenti. I piatti saranno preparati dalle associazioni che ogni giorno sono presenti in strada per distribuire pasti caldi: Fondazione Progetto Arca, grazie alla Cucina mobile e ai volontari che serviranno ai tavoli, sfornerà a scelta 300 porzioni di lasagne vegetariane e 300 porzioni di polenta con salsiccia e PlanEat offrirà 400 torte salate.

Notte dei senza dimora_Milano 2025_2 foto di @IsabellaBalena
Gli stand delle organizzazioni partner

La serata proseguirà con la musica in piazza grazie alla presenza di vari artisti: Mitoka Samba, Marina Madreperla, il coro gospel Flowing Spirit Gospel Choir e Stefania Calabrese, in arte Ciglio.
Alla Notte, inoltre, sarà presente il gruppo “Magliando” che, lavorando a maglia, prepara coperte, guanti e berretti per le persone senza dimora. 

Un podcast per comprendere le radici delle disuguaglianze italiane e interrogarsi su come ridurre i divari che attraversano le nostre comunità. Tra patrimoni che crescono e redditi che ristagnano, tra chi eredita opportunità e chi eredita svantaggi.

I volontari di Mia-Milano in Azione saranno impegnati nella raccolta di prodotti igienici che verranno poi confezionati in kit personalizzati donati alle persone senza dimora in base alle esigenze di ognuno. I cittadini possono portare allo stand dell’associazione salviette umidificate, fazzoletti, dentifrici, deodoranti spray, lamette usa-e-getta e schiuma da barba, spazzolini, confezioni di sapone liquido, shampoo e docciaschiuma, assorbenti (si raccomanda che i prodotti siano nuovi e in formato possibilmente da viaggio perché più maneggevole per la vita in strada). Nella scorsa edizione sono stati consegnati 130 kit completi.

Il camper doccia 

Saranno presenti anche i volontari dei City Angels che porteranno il camper utilizzato per offrire la possibilità di fare la doccia a chi vive per strada e i volontari di Croce Rossa Comitato di Milano che proporranno puzzle e sfide di enigmistica per adulti e bambini e allestiranno un grande pannello per contribuire alla sensibilizzazione sul tema dell’abitare: chi lo desidera potrà lasciare un messaggio e dare la propria risposta alla domanda “Cosa significa per te casa?”. 

Le altre “notti”

Il programma della Notte dei senza dimora è disponibile sul sito: lanottedeisenzadimora.org. È online anche il calendario degli eventi in programma in altre città italiane.
Sul sito  della Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora – Fio.Psd è possibile approfondire la tematica e i numeri relativi alle persone senza dimora in Italia.

Le associazioni partner: Avvocato di strada, Caritas Ambrosiana, Casa della Carità, Casa di Gastone, Cena dell’Amicizia, City Angels, Croce Rossa Italiana – Comitato di Milano, Fio.PSD, Fondazione Fratelli di San Francesco, Fondazione Ibva, Fondazione Isacchi Samaja, Fondazione Progetto Arca, Mia-Milano in Azione, Opera Cardinal Ferrari, Opera San Francesco per i poveri, Ronda Carità e Solidarietà, SosMilano, VoCi Volontari Cittadini.

Nell’immagine in apertura le cena offerta delle organizzazioni partecipanti alla Notte dei senza dimora – foto di Isabella Balena, tutte le immagini da ufficio stampa

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Lavoro di cura, come trovare le persone e come convincerle a restare

Abbiamo sempre più bisogno di cura e rischiamo di avere sempre meno persone disposte a sceglierla come professione. Questo paradosso tocca le famiglie, i servizi e le istituzioni ben prima di diventare un tema di politica pubblica. Da qui è partito il webinar “Prendersi cura di chi cura. Come costruire un welfare sostenibile”, nuovo appuntamento di “Agorà Bene Comune”, il percorso di riflessione sui temi più urgenti dell’agenda sociale italiana promosso dalla Direzione Impact della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo insieme a VITA.

Introdotto da Andrea Lecce, responsabile della Direzione Impact di Intesa Sanpaolo, e moderato da Stefano Arduini, direttore di VITA, l’incontro ha visto gli interventi di Francesco Seghezzi, presidente dell’Associazione Adapt, di Maria Grazia Campese, presidente e direttrice generale della cooperativa sociale Spazio Aperto Servizi, di Riccardo Sollini, direttore generale della Fondazione Anffas di Macerata e autore del libro “I care. Curare e prendersi cura”, e di Alessia Minuz, presidente di Koinè Cooperativa sociale.

Guarda il webinar sul canale YouTube di VITA

La cura come infrastruttura

Siamo abituati a considerare infrastruttura soltanto ciò che è materiale, ha osservato Lecce in apertura, ne esiste però una altrettanto essenziale per la coesione e lo sviluppo del Paese: quella costituita dalle persone che educano, assistono, accompagnano le fragilità e contribuiscono a costruire  autonomia e inclusione. Oggi questa infrastruttura è chiamata a confrontarsi con sfide profonde, legate all’invecchiamento della popolazione, all’evoluzione dei bisogni sociali e alla trasformazione delle reti familiari. In questo contesto, ha osservato Andrea Lecce, la riflessione non può limitarsi alla disponibilità futura di operatori qualificati, ma deve concentrarsi sulle condizioni che rendono le professioni della cura attrattive e sostenibili. Per questo, secondo Lecce, non basta chiedersi dove troveremo gli operatori di cui avremo bisogno. La domanda più scomoda è un’altra: «che cosa dobbiamo cambiare perché una persona scelga di lavorare nella cura e scelga, nel tempo, di continuare a farlo». Retribuzione adeguata, qualità organizzativa, opportunità di crescita professionale, ma anche riconoscimento sociale, rappresentano elementi fondamentali per valorizzare chi ogni giorno opera a servizio delle persone e delle comunità.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

È in questa prospettiva che si inserisce l’impegno della Direzione Impact della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo che promuove una lettura dei risultati capace di andare oltre i tradizionali indicatori quantitativi. La misurazione dell’impatto dei finanziamenti a iniziative ad alto valore sociale messo a punto dalla Direzione Impact, consente infatti di comprendere quali cambiamenti concreti generino gli investimenti nelle comunità, nelle organizzazioni e nella vita delle persone, offrendo strumenti utili per orientare in modo più efficace le scelte future. Come ha ricordato Lecce, l’obiettivo è passare  «dal misurare ciò che facciamo al comprendere ciò che cambia». Quando i bisogni di cura diventano sempre più diffusi e complessi, ha aggiunto, la risposta non può che essere collettiva. E’ la finalità degli incontri di Agorà Bene Comune: favorire il confronto tra istituzioni, Terzo settore, mondo economico e società civile per individuare soluzioni condivise e rafforzare le condizioni che rendono il welfare più sostenibile, inclusivo e capace di generare valore per l’intera comunità.

Il sommerso che cresce nei servizi alla persona

È passata quasi inosservata, ha esordito Seghezzi, la notizia che nel 2023, ultimo anno con dati disponibili, il lavoro irregolare in Italia è tornato a crescere dopo cinque anni di flessione. Le unità di lavoro non regolari sono 3,1 milioni, 145mila in più rispetto al 2022 (+4,9%). Il tasso di irregolarità è salito al 12,7% dal 12,5%, e il sommerso è cresciuto al doppio del ritmo dell’occupazione regolare (+2,4%). Il terziario resta l’area più esposta, con un tasso medio del 13,9% che nei servizi alla persona arriva al 40,5%. Per molte famiglie, infatti, le prestazioni non dichiarate continuano a fare da valvola di flessibilità. Nel solo lavoro domestico, secondo le stime di Domina, gli irregolari sono 742mila, in larghissima parte donne (88%) e straniere (69%). Sono lavoratrici senza tutele durante il rapporto e senza prospettiva previdenziale, che lavorano fino a tardissima età per arrivare, nel migliore dei casi, a un assegno sociale che pesa sui conti pubblici.

Sullo sfondo c’è un Paese che invecchia. Secondo le previsioni Istat gli over 65, oggi il 24,7% della popolazione, saranno il 34,5% nel 2050, mentre i 15-64enni scenderanno dal 63,4% al 55,3%. Cresce dunque chi ha bisogno di cura e si riduce chi dovrebbe lavorare, contribuire e fare da caregiver. L’Italia conta 1,5 lavoratori della long-term care ogni 100 over 65, contro una media Ocse di 5. Anche la base professionale invecchia: tra i lavoratori domestici regolari il 27,2% ha almeno 60 anni e appena l’1,6% meno di 25.

Per Seghezzi il problema è insieme vecchio e nuovo. È vecchio perché in Italia non è mai esistito un vero mercato del lavoro domestico e di cura. È nuovo perché la demografia e la crescita dell’occupazione femminile hanno moltiplicato i bisogni e ridotto chi se ne faceva carico. Ne nasce un meccanismo perverso. La cura resta culturalmente legata alle donne, e così l’aumento dell’occupazione femminile si traduce in più lavoratrici in nero, spesso straniere, dentro un sistema che «scarica i costi del lavoro di cura su chi dispone di minori risorse economiche e di tutela». Per uscirne serve un sostegno pubblico a tutti i livelli, con una detassazione e una decontribuzione importanti che favoriscano l’emersione, e serve un ruolo attivo delle relazioni industriali. Prima ancora, però, serve cambiare sguardo: smettere di considerare questi lavori servizi a basso valore aggiunto e misurarne il valore con metriche diverse. Metriche legate agli effetti che la cura produce su persone e famiglie e alle sue ricadute economiche e sociali.

Per trovarli bisogna sapere perché dovrebbero restare

Da quel cambio di metrica è ripartita Maria Grazia Campese, descrivendo un cortocircuito: mentre il bisogno di cura cresce, diminuisce la capacità del sistema di attrarre e trattenere chi deve garantirla. Le cooperative non possono più chiedersi soltanto dove trovare gli operatori. Devono chiedersi che cosa debba cambiare perché una persona qualificata scelga di entrare in imprese come Spazio Aperto Servizi e decida di rimanerci. Campese ha condensato la risposta in quattro parole, senso, crescita, valore ed equilibrio, che chiamano in causa tre livelli.

Il primo sono le politiche pubbliche. Nei servizi ad alta intensità di lavoro, qualità, sostenibilità economica e condizioni dei lavoratori sono legate a filo doppio, e servono finanziamenti e regole coerenti con il costo reale della qualità. Il secondo sono le organizzazioni, chiamate a superare un modello fondato implicitamente sulla disponibilità al sacrificio. Devono costruire condizioni che tengano insieme senso del lavoro, crescita professionale, autonomia ed equilibrio tra vita e lavoro, restituendo spazio alla competenza e spostando l’attenzione dalle prestazioni erogate agli esiti prodotti. Il terzo è il sistema economico e finanziario. Può sostenere investimenti di medio-lungo periodo sulle persone e sull’innovazione, e contribuire a sviluppare metriche capaci di rendere visibile il valore che il welfare genera nel tempo. «La sfida», ha detto Campese, «non è soltanto aumentare le risorse disponibili, ma cambiare la metrica del valore con cui orientiamo le decisioni di investimento».

Dal minutaggio alla comunità

Più radicale l’impostazione di Riccardo Sollini. Per lui il primo passo è liberare il Terzo settore dalla logica di mercato e burocratica, fatta di minutaggi rigidi e di una standardizzazione di stampo ospedaliero, che riduce la cura a mera prestazione. L’alternativa sono i servizi su base comunitaria, nei quali il servizio torna a essere «uno spazio di vita, di incontro e di partecipazione attiva».

Dentro questo cambio di modello Sollini colloca la questione generazionale. Le nuove generazioni non vanno «subite» né considerate soltanto manodopera: vanno inserite in posizioni chiave. Portano infatti nei servizi la spinta al cambiamento metodologico, all’innovazione e al rigore basato sulle evidenze, e rompono le zone di comfort in cui gli enti rischiano di arenarsi. Il ricambio, però, non deve cancellare la storia e l’etica degli operatori storici. Qui entra in gioco il reverse mentoring, uno scambio in due direzioni: i giovani mettono a disposizione metodo scientifico e visione progettuale, i senior trasmettono l’etica della cura e la capacità di gestire la complessità umana. Per Sollini è «l’antidoto al burnout e alle dimissioni volontarie».

Sullo sfondo c’è una lettura politica del lavoro sociale. Il Terzo settore, ha ricordato Sollini, è nato come coscienza critica della società e corpo intermedio, non come fornitore low cost dello Stato. Per tornare a essere strumento di trasformazione della realtà deve saldare il rigore scientifico con la coscienza politica dei diritti. Da qui una proposta concreta: rivedere i piani di studio e portare il Terzo settore nei comitati di indirizzo dei corsi universitari.

Specie rare

Il filo della visibilità è stato ripreso da Alessia Minuz, che ha portato l’esperienza di Koinè, una cooperativa che ha scelto di agire sul riconoscimento simbolico, culturale e professionale del lavoro sociale. La perdita di attrattività delle professioni del welfare, ha spiegato, dipende certo dalla retribuzione, che resta decisiva. Ma pesa anche un immaginario che riduce competenze complesse a vocazione, disponibilità personale o sacrificio. Con la campagna “Specie Rare” Koinè ha trasformato una difficoltà interna alle organizzazioni in una questione pubblica. La campagna rappresenta educatrici, educatori e professionisti sociali come specie in via di estinzione, la cui scomparsa mette a rischio l’intero ecosistema del welfare.

Alla denuncia si è affiancata la prova del valore. Nei 14 nidi d’infanzia che gestisce in Lombardia, Koinè ha realizzato una valutazione d’impatto che ha coinvolto 569 famiglie, l’80% di quelle iscritte nella primavera 2025. Oltre il 95% ha espresso un giudizio molto positivo sul rapporto con educatrici ed educatori. Il 92% ha riconosciuto progressi dei bambini nelle competenze motorie e nell’autonomia, l’88% nella comunicazione e nel linguaggio, l’86% nella gestione delle emozioni e delle relazioni. Sono numeri che restituiscono il nido non come semplice risposta organizzativa all’esigenza di conciliazione, ma come luogo che produce cambiamenti concreti nella vita di bambini, famiglie e comunità. E servono anche a chi ci lavora. Quando una professionista vede documentato che il suo intervento ha sostenuto l’autonomia di un bambino o generato fiducia tra servizio e comunità, ha osservato Minuz, riceve una conferma pubblica della propria competenza. La valutazione diventa così strumento di apprendimento, di miglioramento e di dignità professionale.

Da qui i tre impegni proposti da Minuz. Il primo è raccontare le professioni attraverso le competenze, superando la retorica del sacrificio e della vocazione. Il secondo è misurare i cambiamenti generati e non soltanto le prestazioni erogate, coinvolgendo lavoratori, famiglie e comunità. Il terzo è trasformare le evidenze in decisioni, perché il riconoscimento simbolico diventi anche economico, organizzativo e politico. «Non possiamo prenderci cura di chi cura», ha concluso, «se continuiamo a considerare invisibile il valore che il suo lavoro genera».

Una responsabilità condivisa

Gli interventi partivano da angolature diverse: i dati sul lavoro sommerso, la gestione di un’impresa sociale, il modello di servizio, la valutazione d’impatto. Eppure hanno evidenziato una convinzione comune: riconoscere e valorizzare il lavoro di cura rappresenta una condizione essenziale per garantire la sostenibilità del sistema di welfare nei prossimi anni. In questo percorso, la capacità di misurare gli effetti sociali generati dalle iniziative assume un ruolo sempre più strategico, perché rende visibili i risultati che spesso rimangono nascosti e fornisce evidenze utili per orientare investimenti, politiche e modelli organizzativi.  Per questo la domanda con cui Lecce aveva aperto l’incontro, chi si prende cura di chi cura?, non può che avere una risposta che coinvolge una pluralità di attori: istituzioni, organizzazioni del Terzo settore, comunità e sistema economico-finanziario. Una responsabilità condivisa che richiede visione, collaborazione e capacità di generare impatto misurabile, affinché la cura sia sempre più  «una responsabilità condivisa», riconosciuta come un investimento sul bene comune e sul futuro del Paese.

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Senators Urge Trump to Reverse Diesel Deal With Putin

A bipartisan group of 12 senators called on the president to drop his decision to ease sanctions on Russia’s exports of diesel fuel, saying the deal would help Moscow continue the war in Ukraine.

© Kenny Holston/The New York Times

The letter, led by Senator Richard Blumenthal, Democrat of Connecticut, came just weeks after Congress overwhelmingly approved legislation intended to increase economic pressure on Moscow and its allies.
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Il dilemma del Golfo: sfiducia in Washington, ma nessuna alternativa credibile

La ritorsione iraniana contro le basi statunitensi e i Paesi del Golfo ha segnato il tramonto della “oasi di stabilità”, ovvero l’illusione di Paesi percepiti come quasi impermeabili al disordine mediorientale. L’offensiva iraniana, in risposta all’operazione statunitense Epic Fury condotta assieme al corrispettivo israeliano Ruggito del Leone, ha adottato uno schema che Robert Pape ha definito di “escalation orizzontale“ (danneggiare le fonti di ricchezza e le infrastrutture critiche anziché intensificare gli attacchi su obiettivi militari), colpendo i punti vitali del modello di sviluppo delle monarchie. Con oltre 6.700 missili e droni lanciati contro i soli Paesi del Golfo nei primi quaranta giorni di guerra, Teheran ha dimostrato un’elevata capacità di saturazione delle difese nemiche.

Il conflitto pone una domanda che va oltre il conteggio dei danni materiali: la sfiducia crescente verso l’alleato americano si traduce davvero in un riposizionamento strategico del Golfo, o le monarchie restano vincolate, militarmente e finanziariamente, a Washington?

Le basi statunitensi, da garanzia a bersaglio

Il sistema di deterrenza regionale che perdurava dai primi anni Novanta è entrato in crisi profonda. Teheran, sostenendo che gli Stati ospitanti basi degli USA ne avessero facilitato le operazioni militari, ha attaccato le monarchie del Golfo con l’obiettivo di colpire i mercati ed esercitare pressione su Washington affinché fermasse le proprie offensive. Da ciò è nato un paradosso strategico: le basi, pensate come asset di sicurezza, sono diventate il bersaglio più esposto. Un caso emblematico è la base di Al Udeid (Qatar), la maggiore installazione statunitense nella regione, colpita più volte. Per il Middle East Institute, la vulnerabilità delle monarchie è sistemica, legata al ruolo di hub energetico globale e all’integrazione nelle alleanze di Washington.

Il conflitto ha incrinato il rapporto tra Washington e le monarchie: la crisi di fiducia è nata perché la Casa Bianca ha ignorato gli avvertimenti dei partner regionali prima della guerra, e si è ampliata con l’omissione di un vincolo sui programmi missilistici iraniani dal Memorandum di giugno. Trump ha perseguito i propri interessi, in primis la riapertura di Hormuz, lasciando gli alleati arabi sotto la minaccia di ulteriori raid. Inoltre, in merito al conflitto in Yemen, Trump ha respinto le richieste di Mohammed bin Salman di raid contro gli houthi e offerto solo intelligence, perché intende restare concentrato sull’Iran e Hormuz.

Percependo Washington come imprevedibile, le monarchie hanno avviato consulenze con Ucraina e Corea del Sud in merito a sistemi anti-drone e anti-missile, sebbene diversi analisti avvertano che sostituire l’infrastruttura di sicurezza statunitense richiederebbe uno o due decenni. L’alternativa più concreta è regionale: il 7 agosto Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato il Patto della Mecca, contenente una clausola di difesa collettiva; il Patto, è stato attivato il 5 ottobre a seguito di attacchi degli houthi e si trova ora alla prova dei fatti. Sul piano globale, come osserva l’Institute for National Security Studies, Cina e Russia non dispongono né della volontà politica né della capacità militare per sostituire gli USA.

I danni alle infrastrutture e il paradosso della diversificazione

Gli attacchi iraniani hanno colpito, tra gli altri, impianti di gas, data center di Amazon ad Abu Dhabi, raffinerie in Kuwait e Arabia Saudita, impianti di dissalazione in Bahrain e Kuwait e il porto di Jebel Ali. Nonostante i sistemi Patriot e THAAD abbiano intercettato più del 90% dei missili e dei droni di Teheran, l’Iran ha superato l’ombrello difensivo con tecniche di saturazione. Alcuni dei danni alle infrastrutture energetiche hanno riguardato un generatore della centrale nucleare di Barakah e il complesso di GNL di Ras Laffan. In Qatar, gli attacchi hanno ridotto del 17% la capacità di produzione di GNL per un periodo che potrebbe arrivare fino a cinque anni.

Teheran ha adottato una “strategia economica eseguita tramite distruzione fisica”, colpendo sia l’export di idrocarburi sia gli snodi finanziari e tecnologici. L’economia del Golfo ha fatto affidamento per decenni all’export di idrocarburi attraverso Hormuz, mentre la diversificazione verso turismo, finanza e aviazione ha incrementato le fonti di reddito. Il paradosso strutturale è che tali settori, su cui le monarchie hanno investito molto per svincolarsi dai propri limiti geografici, restano vulnerabili tanto quanto i terminal petroliferi, perdipiù con una maggiore concentrazione di potenziali target.

Kpler ha stimato i flussi di greggio mediorientali a poco meno dell’80% del livello prebellico; tuttavia, senza contare l’Iran, frenato dal blocco navale statunitense, l’export di greggio del Golfo è già tornato ai livelli prebellici, anche grazie agli oleodotti saudita ed emiratino che aggirano Hormuz. Gli attacchi alle navi si sono intensificati nell’ultimo periodo – dodici raid probabilmente iraniani tra il 30 settembre e il 6 ottobre –, mentre Teheran ribadisce che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso finché Washington non accetterà le sue sette condizioni. Il Brent resta sopra i 100 dollari e le riserve strategiche globali sono ai minimi da decenni. Conseguentemente, l’Agenzia Internazionale dell’Energia e i Paesi del G7 hanno concordato l’immissione sul mercato di circa cento milioni di barili di petrolioper calmierare le quotazioni ed evitare carenze.

Lo shock ha ridefinito le gerarchie della crescita: il FMI ha ridotto le prospettive globali al 3%, indicando nel Medio Oriente l’epicentro della crisi, mentre la Banca Mondiale avverte che un blocco persistente porterebbe la crescita all’1,3% e 32 Paesi al default. Le finanze del Golfo ne risentono: il deficit del primo semestre del Qatar ha già superato la previsione annuale e quello saudita ne è al 97%, e i prelievi dai fondi sovrani potrebbero causare il primo calo degli asset in oltre un decennio. Il Qatar, inoltre, ha esteso fino a inizio dicembre la clausola forza maggiore (la sospensione dei propri doveri contrattuali a seguito di un certo impedimento) riguardo alle forniture di GNL, mentre il ripristino di un impianto di gas emiratino è slittato al 2027. Il Golfo non appare più un’oasi di stabilità, bensì il motore della frammentazione economica.

Le diverse strategie all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG)

Nel momento in cui gli interessi di Washington si sono discostati da quelli del Golfo, i primi hanno prevalso, lasciando le monarchie esposte agli attacchi di Teheran. Perciò il conflitto ha accelerato il passaggio dall’ombrello difensivo statunitense a una modello di sicurezza nella quale la relazione con Washington resta centrale, ma viene affiancata dal cosiddetto “omnibalancing”: una strategia con cui uno Stato sviluppa relazioni sia con alleati sia con rivali per proteggersi contemporaneamente da un insieme di minacce interne ed esterne, garantendosi autonomia senza schierarsi in modo esclusivo. Il CCG ha difatti risposto alla condotta statunitense  con tre differenti modelli di hedging(la diversificazione calibrata dei partner di sicurezza ed economici senza rompere apertamente con l’alleato principale).

L’Arabia Saudita, ha rafforzato i legami con la Cina e con il Pakistan e la Turchia attraverso il Patto de La Mecca. perseguendo un hedging assertivo per negoziare con la Casa Bianca da una posizione di maggiore forza. A fine luglio Washington e Riad hanno firmato un accordo di cooperazione nucleare civile, ma Trump ne ha vincolato l’approvazione all’adesione agli Accordi di Abramo: un tentativo di riavvicinare l’alleato mentre la fiducia militare si erode. Il Qatar mantiene una dipendenza esplicita dalle garanzie statunitensi, sancite dall’atto della Casa Bianca del settembre 2025, pur restando un mediatore indispensabile con Teheran. Gli EAU occupano una posizione intermedia: un hedging più “agile”, che combina diversificazione economica, soft power e capacità militari mirate, mantenendosi pronti per ricalibrare la propria posizione quando necessario.

Kuwait e Bahrain seguono in larga parte l’approccio emiratino. Manama è ulteriormente esposta a Teheran in quanto secondo firmatario degli Accordi di Abramo nel Golfo, fattore che ha attirato crescenti pressioni militari iraniane. L’Oman, sebbene colpito dal conflitto, è rimasto fedele al ruolo di mediatore neutrale, avvicinandosi al modello qatariota. Ciononostante, hanno ruoli differenti, in quanto Doha presidia il tavolo negoziale, mentre Mascate ha assunto un ruolo centrale nei colloqui con Teheran sulla gestione della navigazione nello Stretto di Hormuz.

L’Iran ha “calibrato” i propri raid tentando di acuire le divergenze nel CCG, costringendo gli Stati a “combattere sei battaglie distinte”. La rivalità tra Riad e Abu Dhabi si è intensificata: l’uscita degli EAU dall’OPEC confligge con la strategia saudita di prezzi alti per finanziare Vision 2030. Inoltre, mentre Riad perseguiva la via diplomatica, Abu Dhabi, colpita da oltre 3.000 missili e droni, ha percepito la moderazione saudita come un tradimento della solidarietà nei propri confronti.

Il vincolo del dollaro

Un ulteriore aspetto rilevante è quello valutario. Alla crescente sfiducia verso l’ombrello statunitense si contrappone l’assenza di alternative monetarie credibili: nonostante gli EAU abbiano minacciato pagamenti in yuan qualora l’accesso al dollaro si riducesse, e la quota di riserve globali in dollari sia scesa al 56,7% nel secondo trimestre del 2026, il sistema finanziario globale in dollari continua a garantire una liquidità che nessun’altra valuta può eguagliare. La rilevanza del dollaro risiede nella profondità dei mercati finanziari statunitensi e nella centralità della valuta come riserva, mezzo di pagamento e principale fonte di liquidità globale.

Ne emerge un doppio vincolo: le monarchie hanno perso fiducia nella protezione militare di Washington, ma restano ancorate alla sua architettura finanziaria. Il rialzo dei tassi della Fed del 16 settembre, subito seguito da EAU, Arabia Saudita e Qatar, mostra che l’ancoraggio al dollaro (peg) impone loro la politica monetaria statunitense anche in piena crisi: la de-dollarizzazione rappresenta, al momento, più una minaccia negoziale che una traiettoria concreta.

Alla domanda posta in apertura, la risposta è netta: la sfiducia produce hedging tattico, non un riallineamento strategico. Il caso più eloquente è la Cina: Pechino ha superato Washington come primo partner commerciale del Golfo da oltre un decennio, con scambi con il CCG per quasi 298 miliardi di dollari nel 2023 contro gli 80 degli USA. Eppure, anche se Pechino si offre come mediatore, l’egemonia economica non si è tradotta in un’offerta di sicurezza comparabile. Al contempo, il Patto della Mecca, già in una fase di messa alla prova operativa, segnala il tentativo di trasformare la diversificazione in una capacità di sicurezza regionale più autonoma, ma non costituisce, almeno per ora, una reale alternativa all’ombrello americano. Il dilemma delle monarchie resta dunque irrisolto: la fiducia in Washington si erode, ma non esiste, al momento, un sostituto credibile. Strategie di diversificazione e apertura a nuovi partner non implicano, dunque, la sostituzione degli Stati Uniti: nel breve e medio periodo, i costi di un effettivo distacco da Washington restano superiori a quelli del mantenimento del legame strategico.

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Hastings, 1066. La battaglia che generò la storia

Odo di Bayeux, chiamato anche Odone o Oddone di Conteville, vescovo della diocesi di Bayeux, fissa l’“Arazzo della regina Matilde” che lui stesso ha commissionato.

Lo sguardo scorre sulle scene ricamate con la lana sulle pezze di lino grezzo.

Si riconosce in alcune immagini. Nel consiglio di guerra con i fratellastri William e Robert. Alla tavola imbandita. Nel tumulto della mischia, mentre brandisce il nodoso bastone del comando per riportare l’ordine tra i ranghi normanni.

Si concentra sulla scia della Cometa, fausto presagio di vittoria. La ricorda «quattro volte la grandezza luminosa» di Venere, con una luce «uguale a un quarto» di quella della Luna.

Le immagini ricostruiscono fedelmente il naufragio del duca Harold Godwinson, i preparativi dell’invasione e la battaglia di Hastings.

Il 14 ottobre 1066 si sarebbe consumato un grande confronto d’armi tra una fanteria schierata e la cavalleria feudale.

I suoi ricordi si sovrappongono ai ricami colorati. Ma nulla può riprodurre il rumore assordante che precede e accompagna lo scontro, né il cielo ingombro di dardi, frecce e pietre scagliate.

La tempesta dei pensieri, la prospettiva alterata, il battito accelerato.

Il tumulto delle passioni: il coraggio, la paura, lo sgomento, l’odio, l’avidità, l’ambizione.

Fin dalla primavera precedente, il duca William di Normandia aveva cominciato, con i suoi baroni, a reclutare uomini e a preparare l’invasione dell’Inghilterra. Punta al trono dell’isola e fonda le sue pretese sul “favore” del vecchio sovrano inglese, Edward il Confessore. Per l’impresa può contare anche sull’appoggio del pontefice Alessandro II. Glielo ha assicurato Roberto il Guiscardo, signore normanno dell’Italia, che esercita una vigorosa politica ecclesiastica.

In battaglia, i normanni potranno issare persino una bandiera donata personalmente dal Papa.

William ostenta devozione, ma ha i muscoli e l’astuzia di un pirata. Sulla sua cotta d’armi, “due leopardi passanti non maculati”.

Il Duca ha già dimostrato di essere un combattente esperto e un tattico capace di usare la cavalleria insieme alla fanteria e agli arcieri. La perizia e il coraggio gli hanno assicurato la vittoria a Val-ès-Dunes nel 1047, a Domfront nel 1051 e a Mortemer nel 1054.

Tra il 27 e il 28 settembre la sua nave ammiraglia, la Mora, attraversa la Manica da St. Valéry fino a Beachy Head, dove viene raggiunta dal resto della flotta. I normanni costeggiano poi l’isola verso est e trovano a Pevensey un buon porto, protetto dai resti di un antico forte romano.

Mura cariche di edera e di troppi ricordi.

In realtà i piani originali prevedevano la traversata a metà luglio. Il vento contrario e il mare mosso hanno però costretto William a rimandare la partenza. L’inconveniente giocherà a suo favore: con l’arrivo dell’autunno, dall’altra parte della Manica nessuno si aspetta più l’invasione.

A Pevensey la riva è bassa e adatta ad accogliere le truppe, i cavalli e i carriaggi. L’entroterra, al contrario, non è dei più idonei per una battaglia. William sposta quindi l’esercito un po’ più a est e si accampa a circa 10 km dall’attuale Hastings. Lì aspetta per due settimane notizie dal lontano Nord sull’esito dello scontro tra Harald di Norvegia e il nuovo re d’Inghilterra, Harold. Harold è stato incoronato il 5 gennaio precedente, con il sostegno della nobiltà anglosassone, lo stesso giorno del funerale di Edward. Per i normanni è uno spergiuro e un usurpatore.

Sassoni e vichinghi si affrontano il 25 settembre a Stamford Bridge, nello Yorkshire. Lo scontro ha inizio quando un gigantesco norvegese, senza armatura e con un’ascia bipenne in pugno, cerca da solo di contendere all’intero esercito sassone l’attraversamento del ponte sullo Stamford. Con urla disumane sfida i campioni nemici.

Prima di essere abbattuto, il furioso berserkr, guerriero-orso votato a Wotan, riesce a terrorizzare e ad arrestare i sassoni per quasi un’ora.

Ciò permette ad Harald Hardråde, “lo Spietato”, di schierare le proprie truppe sulle alture circostanti. I nemici, lasciati avvicinare, sono costretti a volgere le spalle al fiume. Nonostante la formazione favorevole, i norvegesi vengono sconfitti.

Gli anglosassoni respingono così l’invasione vichinga, appoggiata anche da Tostig, già conte di Northumbria e fratello rinnegato del nuovo re. A fine giornata Harald Hardråde giace morto sul campo di battaglia.

Che William attacchi a Sud quasi in contemporanea con i norvegesi a Nord probabilmente non è del tutto casuale, ma risponde a un piano preciso. L’oro normanno e i legami di sangue hanno forse alimentato la mai sopita sete di rapina dei vichinghi.

All’annuncio del nuovo sbarco, gli anglosassoni, pur provati dal duro confronto con i norvegesi, scendono a tappe forzate verso Sud. Dopo una breve sosta vicino a Londra per riorganizzarsi, il 13 ottobre giungono nei pressi di Hastings, nel basso Sussex.

Il grande medievista inglese Charles W.C. Oman, nel suo The Art of War in the Middle Ages (1885), nota che Harold non aspetta la leva di tutto il regno. Ritiene invece di potersi frapporre tra William e la capitale con le sole truppe a disposizione: i fyrd (6.500 uomini della leva feudale) e la milizia mobilitata in fretta dalle terre del Sud (circa 700 guerrieri). Gli uomini su cui conta davvero, però, sono gli housecarl e i thegn della sua guardia personale. Sono 800 uomini coperti di ferro, addestrati fin da giovanissimi a maneggiare la spada, lo scudo e l’enorme ascia da battaglia. L’ascia è lunga circa un metro e mezzo, ha una lama di oltre 25 centimetri e si può impugnare con una o due mani. Un colpo diretto è tremendo: può uccidere il cavaliere e la cavalcatura.

La forza personale e l’esprit de corps ne fanno avversari formidabili.

Gli housecarl combattono in colonna o in formazione serrata, ma proprio qui sta anche la loro debolezza: sono lenti e vulnerabili alle armi da lancio. Se aggrediti dalla cavalleria, devono mantenere la posizione e serrare i ranghi. Se attaccati a distanza da truppe “leggere”, sono in chiaro svantaggio. Non possono rispondere alla minaccia né raggiungere nemici che si ritirano senza danni davanti al loro impeto.

Winston Churchill, nel primo volume della sua Storia dei popoli di lingua inglese, accenna proprio a proposito di Hastings a una controversia tra gli studiosi. I sassoni fecero bene a cercare subito lo scontro, o sarebbe stata preferibile una tattica più attendista, come quella che i Britanni avevano opposto a Cesare nel suo secondo sbarco?

Churchill, a differenza di Oman, sostiene che per i sassoni dare subito battaglia fosse una scelta quasi obbligata, data la superiorità della cavalleria nemica.

All’approssimarsi di Harold, i normanni si fanno sotto e lo intercettano nel sito che oggi si chiama, appunto, Battle, circa 10 km a nord-ovest di Hastings.

Dalla notte del 13 ottobre i sassoni occupano il crinale di Senlac, là dove la strada per Londra costeggia la foresta del Weald.

È una forte posizione difensiva. Harold assiepa i suoi uomini su un fronte di circa 700 metri, in una formazione densa che ritiene impossibile da accerchiare e capace di resistere agli assalti della cavalleria normanna.

Attorno ai fuochi l’umore è alto. Gli uomini hanno già assaporato il gusto della vittoria e sono pronti a morire per il loro re, per le famiglie e per il proprio diritto sull’isola.

All’alba, sul muro di scudi, i draghi si gonfiano nel vento.

È lo shield wall, la muraglia di legno, ferro e carne che Bernard Cornwell ha trasformato nel cuore pulsante della narrativa storica sull’alto medioevo. Nelle Warlord Chronicles, la sua trilogia arturiana, i sassoni sono gli invasori venuti dal mare, che i britanni di Artù cercano di ricacciare oltre le coste. Nelle Saxon Stories, il ciclo di Uhtred di Bebbanburg ambientato nel IX e X secolo, i ruoli si sono rovesciati. Ora sono i sassoni del Wessex di Alfredo il Grande a difendere la terra contro i danesi, e da quella lotta prende forma, regno dopo regno, l’idea stessa di Inghilterra. Cornwell racconta la lunga gestazione di una nazione. Senlac ne è l’epilogo: la stessa muraglia di scudi che aveva fermato i vichinghi deve ora reggere l’urto dell’ennesima ondata venuta dal mare. È un ciclo che si chiude.

Il volto di Harold è coperto da una maschera che riproduce i lineamenti austeri e feroci degli eroi delle antiche canzoni. Il suo viso, in realtà, non è molto diverso. Lo sguardo misura la forza del nemico. L’aria è piena del clamore delle urla scandite. Le lame percuotono ritmicamente gli scudi.

A sua volta William schiera l’esercito in tre corpi paralleli, in gergo “Battaglie”. A sinistra dispone 2.000 bretoni, comandati dal conte Alain Fergant, suo cugino e vassallo. A destra, i mercenari francesi e fiamminghi agli ordini di Eustache di Boulogne e William fitz Osbern, circa 1.500 uomini. Tiene per sé il centro, con il grosso dei cavalieri normanni, circa 4.000 uomini. Odo è al suo fianco.

Ognuno di questi corpi comprende fanteria e cavalleria.

Ciascuna delle tre ali si articola a sua volta in tre linee. In prima linea, arcieri e balestrieri. L’arco è lungo tra il metro e sessanta e il metro e ottanta; la balestra ha l’arco e la manetta di legno rinforzato. Queste armi, come il controllo di un cavallo in combattimento, richiedono abilità e addestramento professionale. Poi i fanti pesanti. Infine i cavalieri corazzati, con usbergo lungo fino al ginocchio e maniche fino al gomito, armati di lancia da otto piedi.

Martin van Creveld, nel suo Command in War, spiega che William impartisce gli ordini e coordina l’esercito con un rudimentale sistema di comunicazione basato su bandiere e stendardi.

Tra i due schieramenti scorre l’Asten, poco più di un ruscello, che disturba le manovre solo marginalmente.

Lo storico George M. Trevelyan ha descritto così i due eserciti che si fronteggiano il 14 ottobre: «L’assalto a quella collina si dimostrò un’impresa quasi al di sopra delle forze degli invasori, pur con tutta la loro superiorità rilevante di armi e di tattica. I due eserciti rappresentavano due diverse linee di sviluppo del tradizionale metodo di guerra nordico: i risultati, rispettivamente, di due diversi sistemi politici e sociali. Cavalieri normanni e housecarl sassoni (una guardia del corpo composta da fanteria professionale, con armi pesanti, che riceve una paga regolare dal re) indossano infatti un tipo di armatura difensiva assai simile: la prima cotta di maglia dei loro antenati comuni era stata allungata, e trasformata così in un indumento dello stesso materiale, che termina in basso in un camice diviso da una spaccatura, adatto sia a montare a cavallo che a marciare. Gli uni e gli altri portano l’elmo conico e il nasale allora in uso, e sorreggono scudi non più rotondi ma, nella maggior parte dei casi, di una nuova forma a cervo volante, lunghi e appuntiti, in modo da proteggere la coscia del guerriero a cavallo o l’intera figura del guerriero se appiedato. Tutti e due gli eserciti comprendono anche un certo numero di uomini senza armatura o armati a metà, dotati di mezzi meno offensivi: in particolare le truppe della leva in massa delle contee più vicine che ingrossano le file dell’esercito sassone».

Verso le 9, quando la formazione normanna si slancia all’attacco, sono gli arcieri ad aprire l’azione. I difensori sassoni non possono rispondere finché la prima linea nemica non arriva a tiro di giavellotto. Il primo assalto non riesce a scardinare il muro di scudi.

Il duca William lancia allora la cavalleria sui lati, dove la pendenza è meno forte e si può sperare di salire, entrare in contatto con gli inglesi e aprire un varco. L’avanzata è però più lenta del previsto, e i cavalieri sono facili bersagli per giavellotti e pietre. I bretoni, in particolare, cominciano a disunirsi, a sbandare e a indietreggiare. La ritirata della sinistra normanna sembra una rotta. I fyrd che li fronteggiano, vedendo il nemico in fuga, abbandonano la posizione di vantaggio per lanciarsi all’inseguimento. Scesi dal costone, diventano facile preda della cavalleria, che ne fa strage. È in questo momento che si sparge la falsa notizia della morte di William.

Il Duca la smentisce sollevando l’elmo, perché tutti possano vederne il volto, nascosto dall’ampio nasale. Poi chiama a raccolta l’esercito per un nuovo attacco: «Guardatemi bene, sono ancora vivo, e per grazia di Dio sarò vincitore».

William si rende conto che la situazione non è favorevole: stanare gli inglesi dalla cima del costone sembra impossibile.

Dopo vari tentativi falliti, ricorda il successo iniziale, quando molti fyrd, inseguendo i bretoni, si erano ritrovati in pianura indifesi davanti alla cavalleria. Decide così di adottare l’audace strategia delle finte ritirate.

Lentamente l’approccio dà i suoi frutti e apre falle nello schieramento sassone in almeno due occasioni. Il corpo centrale dell’esercito di Harold, però, resiste saldamente sulla cresta.

Solo alla fine William si convince a lanciare il nucleo della cavalleria pesante, sostenuta dal tiro degli arcieri. L’azione congiunta infligge perdite pesantissime ai sassoni. Questi si difendono di fronte e sui fianchi e, a ranghi sempre più ridotti, continuano a mantenere la posizione.

Il dragone del Wessex, protetto dai thegn del re e dai suoi agguerriti housecarl, continua a sventolare.

In realtà sono gli arcieri a decidere la giornata. L’eroico Harold viene colpito a un occhio mentre l’ultima carica normanna irrompe tra le file dei suoi seguaci, che fuggono verso la foresta alle loro spalle.

L’arazzo immortala per sempre quel momento.

Il cadavere di Harold viene ritrovato denudato e massacrato, e la stessa sorte tocca a tutti i suoi uomini caduti.

Così mostra l’arazzo di Bayeux, con le sue raccapriccianti scene di spoliazione e mutilazione.

Odo ricorda la pena, l’ansia e infine la gioia che gonfia il cuore.

La tattica della fanteria pesante schierata in una forte posizione difensiva è stata sconfitta solo dall’uso combinato di arcieri e cavalleria. A Hastings muore il fior fiore dei combattenti anglosassoni, reduci di Stamford Bridge. Con re Harold cadono anche i fratelli Leofwine e Gyrth.

Sul luogo dello scontro William costruirà un’abbazia, per rendere grazie a Dio della vittoria.

Hastings segna l’inizio della conquista normanna dell’Inghilterra. Il giorno di Natale di quello stesso anno il Duca si fa incoronare nell’abbazia di Westminster, a Londra.

Passerà alla storia come William I il Conquistatore, re d’Inghilterra. Qui può imporre una feudalizzazione totale partendo da zero, perché tutte le terre di nuova conquista appartengono soltanto al re.

Rileggendo la battaglia alla luce delle riflessioni di Qiao Liang e Wang Xiangsui, i due colonnelli cinesi autori del fortunato Guerra senza limiti, potremmo dire che William trionfa perché si dimostra, meglio dei suoi avversari, un genio pionieristico. È capace di rompere «le convenzioni (…), superando le limitazioni esistenti e trovando la giusta combinazione di tutti i mezzi a disposizione nella situazione contingente, per eseguire il capolavoro senza tempo – il capolavoro bellico».

La cronologia umana registra migliaia di battaglie, spesso in modo capriccioso, ma solo poche sono davvero importanti, generatrici di storia.

La sera prima di Waterloo, l’imperatore Napoleone I aveva cenato da solo, a “Le Caillou”.

Nella stanza accanto era stata apparecchiata una tavola per i suoi aiutanti di campo. Qualcuno parlò a voce alta della battaglia che li attendeva l’indomani. L’Imperatore entrò allora nella stanza ed esclamò: «Una battaglia, signori! Lo sapete cos’è una battaglia? Ci sono imperi, dei regni – il mondo o niente – tra una battaglia vinta e una battaglia perduta!».

Il colonnello Combes-Brassard, dello Stato maggiore del IV Corpo, disse in seguito che gli era sembrato di ascoltare un oracolo, una sentenza del destino.

Più di un secolo dopo Churchill avrebbe espresso considerazioni analoghe: «le “grandi battaglie” cambiano l’intero corso degli eventi, creano nuovi valori di riferimento, nuovi stati d’animo, negli eserciti e nelle nazioni». Generano onde durature, che si infrangono molto tempo dopo che la prima ondata di orrore e ferocia si è levata dal campo di battaglia.

Le onde di Hastings non si sono ancora spente. Dal 10 settembre 2026 l’arazzo è esposto al British Museum di Londra, la prima volta in Gran Bretagna da quando fu realizzato quasi mille anni fa. I primi biglietti sono andati esauriti in poche ore, e il museo prevede circa un milione di visitatori prima della chiusura, l’11 luglio 2027. Il lungo ricamo è disteso orizzontalmente in una teca di 70 metri costruita apposta. In cambio, il British Museum ha inviato in Francia alcuni dei suoi più importanti reperti anglosassoni, tra cui i tesori di Sutton Hoo. L’ironia della storia vuole poi che la celebrazione della vittoria normanna sia stata con ogni probabilità ricamata proprio in Inghilterra: chi narrava la sconfitta dei sassoni ne aveva le mani. Quasi un millennio dopo, il racconto del Conquistatore torna in patria. Davanti al dragone del Wessex che cade, una nazione insulare fa la fila per contemplare l’ultima volta in cui fu conquistata.

Tra gli scontri generatori di storia, capaci di segnare uno spartiacque e di mutare traiettorie geopolitiche, c’è certamente quello in cui i sassoni si batterono contro una coalizione di invasori tra le colline di Hastings, nell’autunno del 1066.

Quella normanna è infatti l’ultima grande invasione dell’isola. Romani, angli, sassoni, juti, danesi e infine normanni: per oltre un millennio la Britannia è stata terra di approdo e di conquista, raggiungibile da chiunque controllasse la sponda opposta della Manica. Dopo il 1066 nessun esercito straniero riuscirà più a imporre il proprio dominio sull’isola. Né la Spagna di Filippo II con l’Invincibile Armata, né la Francia di Napoleone accampata a Boulogne, né la Germania di Hitler con l’operazione Leone marino.

Da quella lezione nasce la costante geopolitica che orienta la Gran Bretagna fino ai giorni nostri: mai una sola potenza politica al di là della Manica. Londra sa che un continente unificato sotto un’unica egemonia significherebbe, prima o poi, una nuova flotta pronta a salpare da St. Valéry. Per questo, nei secoli, si schiererà sempre contro chi aspira al dominio sull’Europa: gli Asburgo, Luigi XIV, Napoleone, Guglielmo II, Hitler. Lo farà tessendo alleanze, finanziando coalizioni, sostenendo il più debole contro il più forte. L’equilibrio di potenza, la balance of power, è la lunga eco di Senlac. È la cicatrice che il ricamo di Bayeux ha impresso nella memoria strategica di un popolo insulare.

Appendice. Hastings sul tavolo da gioco

Pochi eventi hanno ispirato i progettisti di wargame e giochi da tavolo quanto il 1066. Ecco alcuni titoli che ne restituiscono le diverse scale, dalla geopolitica dell’isola al singolo crinale.

Britannia (Avalon Hill). È un classico di Lewis Pulsipher per quattro giocatori, ciascuno alla guida di più popoli: romani, britanni, sassoni, danesi, normanni e altri. Copre oltre un millennio di invasioni, dalla conquista romana fino all’indomani di Hastings. È la traduzione ludica perfetta della Britannia come “terra d’approdo” e della costante geopolitica descritta sopra.

Hastings 1066 (Strategy & Tactics n. 110). È il gioco tattico, firmato da Richard H. Berg. I normanni vincono se controllano la strada per Londra sulla collina di Senlac o se eliminano tutti gli housecarl. Altrimenti vince il sassone.

1066 (Strategy & Tactics n. 240). È il gioco strategico, di Joseph Miranda, uscito nel 2006. Si gioca da due a quattro, con anglosassoni, normanni, vichinghi e britanni, su turni mensili. La mappa copre Inghilterra, Galles, Scozia meridionale e la costa settentrionale della Francia. Restituisce il “triplo assalto” del 1066 come un’unica partita politico-militare.

Hastings 1066 (edizione polacca, sistema Średniowiecze). Riproduce le tre battaglie della campagna, Fulford, Stamford Bridge e Hastings, diverse per scala, truppe e terreno. Mette in risalto un alto medioevo in cui sul campo dominava spesso la fanteria più della cavalleria. Prevede tre scenari.

Norman Conquests (GMT Games, serie Men of Iron, vol. V). Include Fulford, Stamford Bridge e Hastings, con balestrieri, men-at-arms montati e appiedati, housecarl sassoni e vichinghi e arcieri. Il sistema prevede regole snelle, gioco continuo senza turni e combattimento risolto con un solo tiro di dado.

Una curiosità: Odo e i chierici di Dungeons & Dragons. L’iconografia di Hastings ha lasciato tracce anche nel gioco di ruolo. Gli elmi conici con nasale, le cotte di maglia lunghe fino al ginocchio e gli scudi a mandorla ricamati sull’arazzo sono gli stessi che popolano le illustrazioni dei primi manuali di Dungeons & Dragons, negli anni Settanta. Per quella generazione di autori e disegnatori erano l’immagine stessa del guerriero medievale. Ma c’è un dettaglio più curioso, che riguarda proprio Odo. Nell’arazzo il vescovo di Bayeux compare nella mischia con in pugno un bastone, il baculus, che spesso è stato letto come una mazza. Secondo una tradizione molto diffusa tra i giocatori, da qui nasce una delle regole più celebri di D&D: i chierici possono usare solo armi da botta, mazze, martelli, flagelli, e non lame. L’ecclesiastico, insomma, poteva colpire ma non versare sangue. È un precetto più leggendario che storico: molti prelati medievali combattevano con la spada senza troppi scrupoli. E il bastone di Odo era con ogni probabilità un segno di comando più che un’arma, come suggerisce la scena in cui riordina i ranghi normanni. Eppure l’immagine ha funzionato. Da quasi cinquant’anni, ogni volta che un giocatore crea un chierico e gli mette in mano una mazza, sta ancora ricalcando, inconsapevolmente, un ricamo dell’XI secolo.

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Senators Urge Trump to Reverse Diesel Deal With Putin

A bipartisan group of 12 senators called on the president to drop his decision to ease sanctions on Russia’s exports of diesel fuel, saying the deal would help Moscow continue the war in Ukraine.

© Kenny Holston/The New York Times

The letter, led by Senator Richard Blumenthal, Democrat of Connecticut, came just weeks after Congress overwhelmingly approved legislation intended to increase economic pressure on Moscow and its allies.
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Quartiere La Rosa: incontro aperto ai cittadini sul tema della sicurezza e dell’ordine pubblico

Dal dialogo con i residenti del quartiere La Rosa e dalle richieste di attenzione emerse, su iniziativa del Consiglio di Zona 5, nasce l’organizzazione di un incontro dedicato al tema della sicurezza e dell’ordine pubblico.

L’incontro sarà innanzitutto un’occasione di ascolto e confronto con i cittadini, per raccogliere segnalazioni e preoccupazioni relative a episodi e situazioni che si sono verificati nel quartiere.

 Saranno presenti Giampaolo Dotto, Security Manager del Comune di Livorno e una rappresentanza della Polizia Municipale, per approfondire le questioni sollevate e contribuire a definire un quadro il più possibile completo delle criticità segnalate. 

 Le informazioni raccolte contribuiranno a delineare le esigenze del quartiere, da riportare e approfondire successivamente nei tavoli di confronto con la Prefettura, Questura e forze dell’ordine.

L’incontro si terrà giovedì 15 ottobre alle ore 17.30 nella sala riunioni della Sezione Soci Coop di Livorno, in via delle Margherite 18.

 La partecipazione dei residenti sarà importante per dare voce alle esigenze del quartiere e favorire un confronto concreto con le istituzioni.

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Maricarmen: Continuate a lottare!

Un uomo di 37 anni si è tolto la vita dopo aver ricevuto lo sfratto, a Grosseto un anno fa. Era accaduto pochi giorni prima a Sesto San Giovanni, dove un anziano si era lanciato dal balcone durante lo sfratto. Non sono casi isolati, succede alle persone lasciate sole che, con la perdita della casa, vedono il precipizio della loro vita. Causa della morte: sfratto! 

Maricarmen Abascal, il simbolo della lotta spagnola per il diritto alla casa, non si è suicidata, ma anche per  lei  la causa della morte è la stessa: sfratto!

Una sentenza aveva riconosciuto alla società d’investimento Urbagestión, proprietaria dell’immobile, il diritto a sfrattare l’inquilina che aveva sempre pagato il canone di affitto fino a quando non lo avevano aumentato a 1.650 euro al mese, più dell’intera pensione di 1.350 euro su cui poteva contare.

In Spagna si registrano circa 50 sfratti al giorno, quasi sempre per morosità. I canoni di affitto sono raddoppiati negli ultimi dieci anni e tutto il paese è colpito da una crisi della casa conseguenza del processo di finanziarizzazione del settore, che ha trasformato l’abitazione in un asset finanziario speculativo. Non è successo solo in Spagna.

L’Unione europea sta cercando di affrontare la drammatica carenza di alloggi a costi sostenibili che riguarda l’intera Europa, anche se la competenza del settore resta degli Stati membri e delle amministrazioni locali.

Finalmente consapevole della gravità del problema, a inizio settembre la Commissione ha presentato un piano di azione, l’Affordable Housing Act per far fronte proprio alla crisi alloggiativa. La proposta definisce i criteri per identificare le zone di stress abitativo su cui intervenire, facendo riferimento al rapporto fra il prezzo medio delle case e il reddito della famiglia. Consente alle amministrazioni locali di individuare misure che limitino gli affitti brevi, mentre promuove piani per aumentare l’offerta per l’edilizia sociale, la cui definizione non è chiara. Parla poi di incrementare le costruzioni di case, anche attraverso il recupero di quanto sottoutilizzato. Dunque secondo la Commissione europea le case non si trovano e costano troppo perché non ce ne sono abbastanza.

Sappiamo che non è così, le case ci sono ma non sono accessibili per chi vive del suo salario..

Negli ultimi 10 anni in Europa sono state costruite circa 1,5 milioni di nuove abitazioni all’anno, per un totale stimato superiore a 14-15 milioni di case. Nello stesso periodo la popolazione dell’Unione Europea è aumentata di circa 8 milioni di persone, passando da 444 milioni a circa 452 milioni di abitanti ed è avvenuto grazie all’immigrazione. L’Europa ci dice che servirebbero almeno 10 milioni di abitazioni in più per coprire la domanda attuale e calmierare i prezzi di affitti e compravendite, ma non specifica che tipo di case dovrebbero essere costruite.

Di edilizia pubblica non si parla più, si pensa invece al social housing ma che cosa sia esattamente nessuno lo sa. Di fatto si affida ai privati la soluzione della crisi abitativa, mentre si continua a dismettere il patrimonio pubblico.

Solo a Vienna la pianificazione pubblica sostenuta da finanziamenti costanti nel tempo fa si che circa il 60% della popolazione viva in case popolari o a prezzo calmierato.

In Spagna attualmente, le case popolari rappresentano solo l’1,5% degli alloggi, rispetto alla media europea del 9%. In Italia solo il 3% delle abitazioni fa parte del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, una percentuale che la inserisce agli ultimi posti della classifica europea.

Il governo Sánchez di fronte alla grande mobilitazione scoppiata a seguito dello sfratto di una signora di 87 anni, costretta ad abbandonare l’appartamento in cui viveva da 70 anni, ha portato in parlamento due proposte di legge che prevedevano maggiori tutele contro gli sfratti, proroghe dei contratti di affitto fino al 2030 e interventi per limitare gli affitti temporanei e turistici.

Il Parlamento ha respinto queste misure e Sánchez, dopo essersi dimesso e aver convocato nuove elezioni, ha ripresentato i due decreti al Consiglio dei Ministri che li ha approvati, attaccando duramente nel suo discorso i “fondi avvoltoio” responsabili della crisi e della violenza degli sfratti.

In Italia al contrario il Governo ha pensato  di introdurre procedure più rapide per la liberazione degli immobili, con una nuova legge sugli sfratti, collegata al decreto sicurezza 2026. Sgomberi immediati, dunque, con l’intervento della polizia giudiziaria, senza attendere la conclusione del processo penale. Per gli immobili occupati abusivamente e istituito un nuovo reato che prevede la reclusione fino a sette anni.

In questi giorni sono stati pubblicati dal Ministero dell’Interno i dati relativi agli sfratti del 2025. Sono 61.856 le richieste di esecuzione presentate agli Uffici Giudiziari, 37.122 i provvedimenti esecutivi rilasciati e 18.292 quelli eseguiti con l’intervento della forza pubblica. La principale causa resta la morosità incolpevole: persone che non possono pagare il canone perché i loro redditi non tengono il passo con il costo della vita.

Servono politiche pubbliche per la casa, servono investimenti pubblici per offrire case in affitto a canoni commisurati ai redditi delle famiglie, bisogna frenare la rendita immobiliare produttrice dell’attuale miseria urbana e del saccheggio delle città.

Per non morire più di sfratti: Continuiamo a lottare!

la copertina è di Franklin Vásquez Soliz, tratta da WikiCommons

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[2026-10-16] Chi decide per la città? @ Csoa Gabrio

Chi decide per la città?

Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino
(venerdì, 16 ottobre 18:00)
Chi decide per la città?

Quanto sono stati ascoltati bisogni e voci di chi vive la città nella stesura del nuovo Piano Regolatore Generale dell’assessore Mazzoleni? Abbiamo posto il problema della partecipazione fin dall’inizio dell’iter di approvazione del nuovo piano nel 2023, eppure malgrado sia stata costruita una narrazione di coinvolgimento e di interesse nei confronti delle richieste della cittadinanza, queste sono state in gran parte deluse. È sempre stato così in questa città? Chi la amministra ha sempre deciso da solo il suo futuro?


Per rispondere a queste domande il centro sociale Gabrio ha organizzato, nei propri locali, la mostra “Un’altra Torino: le lotte dei comitati di quartiere anni 60-70” che ripercorre, partendo dai documenti dell’epoca, le mobilitazioni e le rivendicazioni di allora: in quegli anni infatti si costituirono numerosi comitati di lotta nei quartieri per chiedere un miglioramento della vivibilità e dei servizi di Torino. L’amministrazione comunale di allora seppe dialogare e farsi influenzare dalle richieste dal basso, mentre oggi la giunta Lo Russo non ha fatto altro che voltargli le spalle. La mostra resterà aperta da domenica 11 a venerdì 16 ottobre, tutti i pomeriggi, nei locali del 1° piano del CSOA Gabrio.


Proprio venerdì 16 ottobre, alle 18, come Assemblea Un altro piano per Torino, in concomitanza la chiusura della mostra medesima, proporremo un dibattito pubblico dal titolo “Chi decide per la città?” in cui, oltre a costruire un filo tra le lotte del passato e quelle di oggi, ribadiremo la necessità che siano ascoltati i bisogni di chi abita la città, come da quasi ormai 4 anni chiediamo al sindaco Lo Russo e all’assessore Mazzoleni.
Invitiamo tutt* a partecipare al dibattito e visitare la mostra, anche per raccontare le esperienze e gli anni a cui questa fa riferimento.


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Smile, si parte con la scienza

Illuminano i freddi cieli dei poli con colori che vanno dal rosso, al blu fino al verde. Sono le aurore polari. Queste affascinanti luci si formano quando il vento solare, un flusso di particelle energetiche proveniente dal Sole, interagisce con il campo magnetico della Terra che ci difende come uno scudo invisibile. Ad oggi, ci sono ancora varie domande aperte su come si formino queste tempeste geomagnetiche. Inoltre, anche se il nostro pianeta è protetto dal campo magnetico, il vento solare può comunque influenzarci: espone gli astronauti a livelli più elevati di radiazione durante le missioni, e può danneggiare i satelliti e disturbare i sistemi di navigazione, le telecomunicazioni e i servizi meteorologici.

La missione Smile (Solar wind Magnetosphere Ionosphere Link Explorer) per la prima volta permetterà di osservare simultaneamente l’azione del vento solare e la risposta della Terra. Smile è una missione congiunta tra l’Agenzia spaziale europea (Esa) e la Chinese Academy of Sciences. Lo scorso 23 settembre Smile ha ufficialmente avviato la sua attività scientifica, dopo un intenso periodo di in-space commissioning, iniziato quando il satellite è stato lanciato il 19 maggio di quest’anno e ha raggiunto la sua orbita operativa per le attività scientifiche il 20 giugno.

Rappresentazione artistica del satellite Smile. Crediti: Esa

Nella fase di commissioning, una parte importante è stata il collaudo dei quattro strumenti scientifici del satellite: la camera per raggi X a bassa energia (Soft X-ray Imager – Sxi), la camera per le aurore nell’ultravioletto (Uvi), il magnetometro e l’analizzatore di ioni leggeri. Ognuno di questi raccoglierà informazioni utili e diverse per comprendere meglio le tempeste solari, le tempeste geomagnetiche e la meteorologia spaziale.

Il video qui sotto mostra il primo filmato rilasciato da Uvi, la prima camera dal 2008 a catturare l’intero anello dell’aurora boreale intorno al Polo Nord nella luce ultravioletta. Uvi può osservare le aurore per quarantacinque ore consecutive, un vero record. Le immagini sono state riprese il 24 luglio 2026, appena due settimane dopo l’attivazione dello strumento. Mostrano l’attività nell’anello di aurora dovuta a una perturbazione del campo magnetico terrestre causata dalle particelle del vento solare.

Prime immagini della telecamera ultravioletta Uvi di Smile catturate il 24 luglio 2026. Le increspature nell’anello di aurora indicano una perturbazione della magnetosfera terrestre causata dal vento solare. I punti visibili a sinistra sono stelle lontane che emettono luce ultravioletta. Crediti: Esa & Cas/Smile/Uvi

Anche la camera a raggi X (Sxi) è stata attivata con successo. Una delle prime immagini di test, che vedete riportata qui sotto, è stata presa per verificare il corretto funzionamento dello strumento. L’immagine mostra i resti dell’esplosione di una stella lontana. Smile è il primo telescopio spaziale in grado di osservare il campo magnetico terrestre nei raggi X. Rileverà questo tipo di radiazioni emesse ai confini della magnetosfera quando questa viene colpita dalle particelle del vento solare. Sebbene questa telecamera lavori correttamente, attualmente rileva un eccesso di luce diffusa quando è puntata verso la Terra. Per ridurre questo fastidio, gli esperti stanno studiando correzioni specifiche e aggiornamenti software da implementare a bordo. Tuttavia, poiché Smile si sta orientando sempre più lontano dalla Terra e il Polo Nord emette meno luce mentre ci avviciniamo all’inverno boreale, la luce diffusa sta diminuendo naturalmente. Dovrebbe raggiungere un minimo a metà ottobre. A quel punto Sxi catturerà la sua prima immagine nitida della magnetopausa, la zona dove il vento solare incontra il campo magnetico terrestre.

Immagine di test della telecamera a raggi X di Smile che mostra il resto di supernova N132d nella Grande Nube di Magellano, distante circa 160mila anni luce. Crediti: Esa & Cas/Smile/Sxi

L’Esa ha realizzato un film documentario, dal titolo Let’s Smile, che descrive lo sviluppo della missione tra giugno 2024 e maggio 2026. Il video mostra le parti del satellite nelle varie fasi di lavoro: il loro arrivo al centro tecnico dell’Esa nei Paesi Bassi, l’assemblaggio, i test e infine l’invio allo spazioporto europeo in Guyana francese per il lancio. Smile segna inoltre la prima volta in cui l’Esa e la Chinese Academy of Sciences hanno selezionato, costruito e gestito insieme una missione.

«La missione Smile è una testimonianza della fiducia costruita tra i nostri team, della loro dedizione all’eccellenza e della loro determinazione a trovare soluzioni a ogni sfida», dice la professoressa Carole Mundell, Director of Science all’Esa. «Smile ora ha ottenuto il via libera per iniziare le attività scientifiche. Si tratta di un traguardo molto importante – un vero piacere da annunciare – e sono sicura che la nostra eccellente collaborazione fornirà dati rivoluzionari agli scienziati di tutto il mondo».

Guarda il servizio video su MediaInaf Tv:

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Guida (incompleta) al voto di midterm

Il 3 novembre si vota per le elezioni di metà mandato. Si tratta di elezioni di enorme importanza, una frase che si usa spesso ma che stavolta mi pare avere senso per una serie piuttosto lunga di ragioni. La prima è quella di segnalare ai repubblicani che il loro seguire la presidenza Trump può costare loro caro. Qui provo a mettere in fila un numero di informazioni più alto possibile, per orientarsi, seguire, capire.

Per cosa si vota?

Per tutta la Camera dei rappresentanti, che oggi è a maggioranza repubblicana. Al momento siedono alla Camera 218 repubblicani, un indipendente e 214 democratici. I sondaggi fanno pensare a un cambio di maggioranza. Di quale entità? Questo si decide seggio per seggio e candidato per candidato: i collegi sono uninominali, si vince con un voto in più, per questo i sondaggi nazionali sul voto ai partiti non ci dicono nulla se non parlare di una tendenza.

Al Senato i seggi in palio sono 33, la maggioranza è 51 e ai democratici serve di tenere tutti i seggi che detengono che vanno al voto e strapparne quattro ai repubblicani. Difficile, ma i sondaggi dicono sia possibile.

Come a (quasi) ogni elezione di midterm il partito al potere arriva svantaggiato, hanno perso seggi e voti Bush jr, Obama, Trump al primo mandato, Biden. Negli Stati in cui si vota per il Senato e i seggi sono contesi, Bush era sgradito al 60% nel 2006, come Obama nel 2014, i partiti di entrambi i presidenti persero la maggioranza al Senato. Oggi, in quegli Stati, il gradimento di Trump è più basso di quelli di Bush jr. e Obama al momento del midterm.

Cosa potrebbe essere un vantaggio, un paracadute per i repubblicani? Il primo fattore è la mappa dei collegi senatoriali che vanno al voto. Il Senato si rinnova di un terzo ogni sei anni, per cui a ogni ciclo elettorale gli Stati che votano sono diversi; il 2026 favorisce in teoria il Grand Old Party: sono di più gli Stati dove si vota che eleggono più spesso (o praticamente sempre, come in Kansas) senatori del partito del presidente Trump.

Ci sono poi i seggi senatoriali di Michigan e Minnesota dove, i sondaggi ci dicono, i candidati democratici vanno peggio di come va il candidato governatore del loro partito. Del Michigan parlo più giù, in Minnesota la candidata è Peggy Flanagan, vice governatrice dello Stato e molto progressista. Non è una campaigner fenomenale e, nello Stato, non rappresenta il cambiamento in una tornata elettorale dove essere una novità sembra essere un fattore cruciale.

I vantaggi dei repubblicani si fermano qui. La mappa elettorale vantaggiosa del 2026 rischia infatti di trasformarsi in un disastro, nel senso che in diversi Stati dove il senatore uscente è repubblicano e in un clima politico normale, il Grand Old Party non avrebbe problemi a fare en plein. I sondaggi in Texas, Kansas, Alaska ci dicono il contrario. In Alaska i democratici hanno eletto un solo senatore per un solo mandato negli ultimi 45 anni, in Kansas l’ultimo eletto Dem risale all’anno di elezione di Franklin Delano Roosevelt (1932) quando il presidente Dem perse solo 6 Stati. Il Texas è meno rosso repubblicano di Kansas e Alaska ma anche qui l’ultima eletta democratica è la senatrice Ann Richards nel 1991.

Nel midterm si vota anche per 36 governatori e la cosa ci appassiona meno ma è molto importante: pensate alla risposta ai raid dell’ICE da parte di alcuni governatori, al diritto all’aborto, ai rischi per il processo elettorale se nel 2028 le cose fossero sul filo di lana o al gerrymandering, quel giochino per cui le assemblee legislative statali ridisegnano i distretti elettorali della Camera a loro favore – di solito in un anno elettorale questo non avviene, il 2026 fa eccezione, lo hanno fatto prima i repubblicani e i democratici hanno risposto. La figura politica che sembra emergere nella campagna per i governatorati è il candidato democratico in Iowa Rob Sand, che è una figura centrista, parla di tasse basse, di dare la caccia ai politici corrotti di entrambi i partiti, di caccia ed è un politico di talento. Sand sembra essere perfetto per l’Iowa rurale.

Importante: a ogni Stato, a ogni luogo del Paese con un tessuto sociale, un’economia diverse corrisponde una tipologia di candidato. In questo senso la candidatura del progressista El Sayed in Michigan è interessante perché se dovesse vincere romperebbe almeno in parte uno schema.

Quali sono gli scontri al Senato più importanti? Direi nove: Alaska, Georgia, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, North Carolina, Ohio, Texas, di cui sette sono al momento in mano repubblicana. In generale, i democratici sembrano aver individuato quasi ovunque dei buoni candidati per il contesto locale o comunque per rappresentare una gamma ampia di idee e sensibilità.

I seggi democratici sono Georgia e Michigan, nel primo Jon Ossoff cerca la rielezione (quasi certa), nel secondo Abdul El Sayed, candidato progressista ha vinto le primarie con un’agenda piuttosto radicale. El Sayed è avanti nei sondaggi, ma rispetto al candidato governatore democratico nello Stato è qualche punto indietro. El Sayed sconta il nome, gli attacchi repubblicani sull’islamismo e forse anche l’agenda troppo a sinistra (o forse quella lo aiuterà a vincere?). El Sayed è un ottimo candidato in termini di capacità di rispondere a domande difficile, puntuale, molto americano nonostante le origini. Il suo è un seggio importante perché se vincesse sarebbe la prima volta di un progressista in uno Stato di quelli da vincere alle presidenziali. Se perdesse l’ala moderato del partito potrebbe dire: “Vedete? Con questi candidati si vince solo a New York e in California”.

Ossoff vincerà in uno Stato tradizionalmente repubblicano, che ha votato Trump e con un governatore repubblicano. È bravo, giovane, fotogenico, e una vittoria schiacciante potrebbe proiettarlo sulla rampa delle primarie presidenziali del 2028. Ha un problema su Gaza, essendo ebreo ed avendo un po’ balbettato in passato. Qui mi pare che risponda bene (“se è genocidio lo decide la Corte internazionale, Israele ha violato le leggi di guerra, ho votato contro l’invio di armi”).

I sondaggi

Nella grafica qui sotto ho riportato le medie di uno dei diversi siti seri che fanno medie di sondaggi. Alcuni li includono tutti e spesso ci sono sondaggi poco seri, commissionati, appunto, per smuovere le medie. Per questo troverete medie diverse a seconda del sito dove andrete. I sondaggi sono aggiornati al 12 ottobre.

Il gradimento del presidente Trump (medie dei sondaggi)

  • NEW YORK TIMES Approve 37% Disapprove 60%
  • Real Clear Politics Approve 37.80% Disapprove 60%
  • Fifty Plus One Approve 34.60% Disapprove 61.90%
  • Nate Silver Approve 37.30% Disapprove 59.70%

Il Texas e gli altri

L’altro seggio importante è il Texas, dove il giovane James Talarico è in vantaggio sul Procuraotre generale dello Stato, sostenuto da Trump, Ken Paxton. Il rappresentante democratico ha un’aria per bene che difficilmente si può associare a un “comunista lunatico” e così lo si accusa di essere vegetariano (falso) e di avere poco testosterone (Tala freak’o lo chiama Trump). Il candidato Dem usa parabole religiose per proporre le sue idee e metterle in contrasto con quelle del nazionalismo religioso in voga nella destra americana contemporanea. “La giustizia economica è menzionata 3.000 volte nelle nostre Scritture. È un aspetto fondamentale della nostra tradizione, eppure è del tutto assente nel nazionalismo cristiano”. Talarico non è uno di quei candidati progressisti che correranno altrove nelle elezioni di metà mandato, ma non è neppure un moderato.

Ken Paxton è stato sostenuto da Trump alle primarie contro il senatore uscente John Cornyn. Un moderato il secondo, un procuratore generale statale messo sotto impeachment dal suo stesso partito il primo. Paxton è una figura divisiva, quasi tutti i sondaggisti sostengono che lo scontro Talarico-Cornyn, sarebbe stato molto più difficile per il democratico. Negli ultimi cicli elettorali il loro margine delle vittorie repubblicane è sceso in maniera costante. Qui il ritorno a casa democratica degli ispanici potrebbe fare la differenza: nel 2024 votarono in maggioranza Trump, oggi non sono per niente contenti (ICE e prezzi).

A oggi in tutto il paese hanno già votato più di due milioni di persone, gli ispanici stanno votando in anticipo molto più che nel 2022 e nel 2024 (alle presidenziali normalmente vota molta più gente).

Il Maine è il seggio forse più complicato: qui la senatrice eletta è la repubblicana Susan Collins, che spesso ha rotto con il suo partito ed è una formidabile procacciatrice di fondi federali per il suo Stato. Il candidato democratico è Troy Jackson, molto vicino ai sindacati e progressista, ma non un formidabile campaigner. In Maine le primarie Dem le aveva vinte Graham Planter che era il candidato perfetto, se non fosse che era uno che aveva molestato più di una donna in passato. Gli erano state perdonate molte cose (un tatuaggio, l’alcol) ma non (giustamente) questa. Jackson è in vantaggio, ma Collins ha sorpreso più di una volta.

In Alaska (ogni Stato ha bisogno di candidati diversi) la candidata Dem Mary Peltola parla quasi solo di difesa della pesca (e del costo del diesel che è un problema per i pescatori) ed è favorevole a nuove trivellazioni petrolifere. Anche lei è in vantaggio. In Alaska vivono 750mila persone, basta spostare pochi voti.

In Kansas il candidato democratico è un pastore di megachurch, difficile immaginare una figura meno imputabile di essere un estremista. Promette di lavorare anche con gli avversari. Qui c’è un tema che non riguarda necessariamente la moderazione sulle cose, ma sul modo di concepire la politica: Adam Hamilton (così si chiama), come altri in Stati tendenzialmente repubblicani, promette di superare il clima tossico e polarizzato di questi anni. Vedremo se, come e quanto il messaggio funzionerà.

In Ohio l’ex senatore Sherrod Brown spera di riprendersi il seggio perso, Brown è un progressista vecchia maniera che cerca il voto degli operai ed ex working class in uno Stato divenuto progressivamente più repubblicano a partire dal 2012. Qui Trump ha vinto tre volte su tre.

In ogni caso i democratici il giorno dopo il voto, dovessero vincere bene, si troveranno di fronte al dilemma su cosa debbano essere in vista del 2028. Sarà uno scontro durissimo, anche se c’è qualche figura forse in grado di tenere assieme mondi diversi.

I soldi

A oggi le donazioni ai partiti sono più di un miliardo e 700 milioni di dollari, più di un miliardo per i repubblicani e 250 milioni da gruppi di interesse che donano a chi promette di difendere quello che sta loro a cuore (le cryptocurrencies, la lobby filo israeliana Aipac, ecc.). La politica è sempre più cara e uno degli argomenti dei democratici è farla finita con le norme che regolano le donazioni. La cosa è complicata perché ci sono diverse sentenze della Corte Suprema che hanno consentito questa degenerazione del costo delle campagne elettorali.

La maggior parte del denaro è stata donata ai Super PAC (political action committees) che possono legalmente accettare somme illimitate, mentre le campagne hanno regole molto più severe specie su quanto il singolo individuo possa donare. Tra i grandi donatori Soros (ai Dem), Musk, la vedova del magnate di casinò Adelson, i fratelli Winklevoss che guadagnano miliardi con le crypto. Il Texas è per adesso lo Stato dove si è speso di più e questo è un pessimo segnale per i repubblicani, che in uno Stato così, normalmente non devono investire. Le corse più costose a oggi sono texas, Georgia, Ohio, Michigan. I repubblicani hanno un vantaggio netto in termini finanziari, ma quanto peserà alla fine? I soldi servono per la pubblicità radio, Tv e sul Web, per organizzare la campagna, pagare il personale e così via. Ma contenuti che riescono a divenire virale e i volontari possono aiutare a ovviare allo svantaggio finanziario. Non solo: il costo di uno spot Tv per le campagne è regolato dalla legge ed è quindi molto più basso del costo di uno spot comprato da un Political Action Committee.

(questo è un post da American Diner su Substack)

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19° Classic Eleganza Stresa: fascino e storia in riva al Lago Maggiore

Dalle forme eleganti delle grandi classiche alle interpretazioni più audaci del design, la diciannovesima edizione di Classic Eleganza Stresa ha offerto uno spaccato della cultura automobilistica attraverso esemplari capaci di raccontare epoche, stili e vicende differenti. Un incontro tra passione collezionistica e memoria, nel quale ogni vettura ha portato con sé una storia da riscoprire, tra dettagli d’autore e soluzioni stilistiche che hanno fatto epoca.

Un parterre de roi

La manifestazione, che si è svolta questo weekend, ha visto la ricca partecipazione di 50 concorrenti arrivati da tutt’Italia e anche dalla Svizzera ed è stata organizzata come sempre dal Classic Club Italia, sodalizio federato Asi. La base dell’evento è stato lo splendido Hotel Regina Palace di Stresa, che si affaccia sul Lago Maggiore. Proprio il lago è stato uno dei protagonisti, perché nella giornata di domenica alcuni motoscafi Riva hanno “accompagnato” simbolicamente le auto che si dirigevano sul lungolago per sfilare in piazza Marconi ed essere presentate da Gaetano Derosa, caporedattore di Ruoteclassiche.

Una messe di premi

A giudicare le vetture sono state chiamate due giurie: una tecnica composta da giudici Asi e Fiva e una Giuria d’Onore formata da esperti del sodalizio. Originalità, conservazione, qualità del design, finiture, interni, meccanica e storia dell’esemplare saranno tra gli elementi presi in considerazione. Tra le vetture premiate, oltre alla splendida Mercedes vincitrice del Best of Show, anche altri pezzi da 90 come la Citroën 15AL Rosalie del 1934 di Annamaria Temporali (che ha sfoggiato una mise coeva della sua vettura), la Fiat 1100/103 del 1954 di Giulio Roversi (auto di famiglia da sempre), la Lancia Aurelia B24 Spider del 1955 di Salvatore Ignaccolo, la Ford Mustang Sportsroof 250 6 cilindri del 1970 di Daniele Bonato (vettura dal restauro strepitoso), la one-off Ferrari FZ93 Antonio Calleri (sportiva realizzata da Zagato su base Testarossa) e l’Alfa Romeo Montreal di Elisabetta Cozzi. Proprio Elisabetta è stata protagonista a Stresa perché ha dato la possibilità a tutti i concorrenti e agli organizzatori la possibilità di ammirare la celebre rassegna fotografica “Donne e motori, gioie e basta” con i bellissimi scatti di Camilla Albertini.

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Morbo di Crohn

Arriva Mirikizumab, il nuovo pacco farmacologico firmato Eli Lilly per il morbo di Crohn, una patologia infiammatoria cronica e progressiva del tratto intestinale che da noi in Italia colpisce circa 100mila persone.La nuova sbobba chimica è un cosiddetto "farmaco biologico" che stranamente costa molto più dell'oro.Il prezzo per un flaconcino da 15 ml, infatti, è ...continua a leggere "Morbo di Crohn"
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Letteratura russa: da dove iniziare e quali libri leggere

Articolo da Il Mago di Oz - Cultura, libri e pensiero critico

Avvicinarsi alla letteratura russa può mettere un po’ in soggezione. Tolstoj fa pensare immediatamente alle oltre mille pagine di Guerra e pace. Dostoevskij evoca romanzi pieni di conflitti morali e personaggi tormentati. I nomi russi possono sembrare difficili da ricordare e la distanza storica può far pensare a letture riservate soltanto agli appassionati di classici. In realtà non è necessario iniziare dalle opere più monumentali. La letteratura russa comprende romanzi psicologici, racconti brevi, satire, testi fantastici, storie di guerra, poesia e opere capaci di raccontare con ironia persino le assurdità della vita sovietica. La domanda giusta non è quindi semplicemente

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Midnight Mimosa, ancora malware Android installato prima dell’acquisto

La campagna scoperta da Bitdefender colpisce dispositivi Android economici attraverso applicazioni inserite direttamente nel firmware. Il componente malevolo opera con privilegi di sistema, installa altri software senza consenso e può trasformare il telefono in un nodo proxy controllato da remoto. L’Italia è fra i Paesi con più rilevazioni. Uno smartphone nuovo, appena estratto dalla confezione, […]

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Maricarmen, Sánchez e le elezioni

Non c’erano riusciti Trump e Netanyahu, né Putin e l’ultradestra, né tantomeno l’inondazione di Valencia o la crisi migratoria a Ceuta. C’è riuscita Maricarmen, invece, a far cadere il terzo governo Sánchez. Non è normale che un esecutivo cada in seguito a una protesta di piazza, nell’Europa occidentale del XXI secolo, e del resto non è proprio andata così, come vedremo. Però un fatto è certo: se, intorno al caso della pensionata ottantasettenne disabile di Madrid sfrattata dall’azienda immobiliare che ha acquisito l’appartamento dove Maricarmen abitava in affitto dal 1956, non fosse scoppiata la scorsa settimana la più grande ondata di protesta dell’ultimo decennio, il governo sarebbe ancora in piedi.

La scelta di sciogliere le camere e andare a elezioni anticipate, secondo l’art. 115 della Costituzione spagnola, appartiene al presidente del consiglio. È stato Pedro Sánchez, capo del governo da ormai otto anni (il secondo primo ministro più longevo della democrazia spagnola), a decidere di cogliere l’attimo e convocare le elezioni per il prossimo 29 novembre. Ma l’occasione gliel’hanno fornita sicuramente Maricarmen e la piazza: il terzo governo Sánchez, privo di una maggioranza parlamentare dalle elezioni del luglio 2023, è sempre stato un esecutivo dimezzato, assediato dalla crescita dell’estrema destra nei sondaggi e nell’opinione pubblica, ricattato dai partiti di centro-destra basco e soprattutto catalano sul cui appoggio esterno si reggeva in parlamento, privo della forza necessaria a incidere profondamente nella società spagnola, ma allo stesso tempo costretto a rimanere in piedi dalla minaccia della vittoria dell’estrema destra, in attesa di uno scontro finale sempre rimandato. Le mobilitazioni per il diritto alla casa hanno dato a Sánchez l’opportunità di scegliere il terreno di questo scontro, e il leader socialista ne ha approfittato, con l’audacia tattica che anche i peggiori detrattori devono riconoscergli.

(L’analisi di Lorenzo Zamponi sui movimenti, Sanchez e la politica spagnola continua su Jacobin)

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Un mese all’inferno. Autistici/Inventati

Abbiamo già raccontato quanto è accaduto a partire dal 26 agosto scorso al Collettivo Autistici/Inventati (vedi UN n.24 e n.25) e in questo articolo aggiorniamo agli ultimi sviluppi quella storia.

In seguito allo spegnimento dei server gestiti da A/I si è verificata una cosa facilmente prevedibile: migliaia di compagn* in Italia e in tutto il mondo hanno dovuto cercarsi un nuovo indirizzo di posta elettronica che avesse almeno qualcuna delle caratteristiche offerte da quelli che avevano usato fino al 18 settembre. I pochi server gestiti da gruppi di attivist* sono stati presi d’assalto dalle richieste e molt* hanno dovuto ripiegare su e-mail gestite da servizi commerciali che promettono una comunicazione elettronica più sicura.

Il vuoto più grande e meno colmabile è stata la chiusura della piattaforma noblogs.org che da venti anni permetteva la creazione e la gestione di siti a singole persone, collettivi, gruppi di attivisti e attiviste impegnati nella lotta per il cambiamento sociale. Un danno enorme, difficilmente calcolabile e che probabilmente non verrà riparato presto.

In uno dei suoi comunicati, il Collettivo A/I aveva scritto: “Ora mollate il pc, uscite, lottate, abbracciatevi e non perdete il sorriso. Perché noi ci fermiamo. Ma la resistenza e le idee no. Restiamo umani.”.

E il 25 settembre a Firenze e a Roma alcune centinaia di persone hanno auto-organizzato due iniziative in solidarietà e sostegno ad A/I. A Firenze quella che doveva essere una manifestazione statica si è trasformata in un corteo che dall’Ambasciata statunitense è arrivato davanti alla Prefettura.

Anche se si è trattato di iniziative non certo oceaniche il segnale è stato chiaro: l’attivismo digitale non basta ed è necessario uscire dalle “bolle” nelle quali sono confinate anche le posizioni più radicali. In questo momento si stanno organizzando altri momenti pubblici allo scopo di continuare a mantenere alta l’attenzione su questa vicenda.

Dopo lo scioglimento del Collettivo A/I, anche la collegata “Associazione AI ODV” ha iniziato la procedura per la sua chiusura, un percorso reso più complicato dalla decisione di “Banca Etica” di bloccarne il conto corrente. Il primo appuntamento è fissato per il 22 ottobre prossimo, quando a Pisa inizierà la discussione sul ricorso urgente presentato per chiedere la riattivazione del conto dell’Associazione. Come già scritto, ma è necessario sottolinearlo, il comportamento dell’Istituto bancario ha costretto chi gestiva AI ODV in una situazione paradossale. Per sciogliersi, l’Associazione deve devolvere il suo patrimonio a un altro ente senza scopo di lucro, cosa che non è possibile fare stante il blocco del conto.

Paradossi burocratici a parte, sempre restando nel campo istituzionale, le numerose interpellanze e interrogazioni presentate sia al Parlamento italiano che a quello europeo sono, per il momento, ancora in attesa e, se non sono prevedibili i tempi, è più facile prevedere che le risposte non saranno che aria fritta, visto che i problemi che il caso di A/I ha sollevato sono molto, ma molto più grandi di un piccolo collettivo. Si tratta infatti di mettere in discussione il potere di alcuni stati di gestire in modo privato la rete Internet e di avere il quasi completo monopolio di alcuni dei principali canali di funzionamento delle transazioni finanziarie mondiali. Due argomenti che saranno ritenuti in questo momento storico di secondaria importanza, tenuto conto dello scenario attuale, tra guerre in corso e immaginate, problemi di approvvigionamento energetico e crisi economiche.

Sempre in questo campo va segnalata la supplica presentata il primo ottobre da Banca Etica e firmata da altre 14 associazioni alla Commissione Europea e al Governo italiano, anche a sostegno di alcune delle interrogazioni presentate da alcuni parlamentari.

Va anche segnalato l’intervento di un solito noto (a volte ritornano) che ha proposto di “costruire un’alleanza tra “democratici e ribelli”, dove tutti stanno alla pari. Chi fa una banca e chi è accusato di essere, come capita a noi di Mediterranea, una “minaccia alla sicurezza nazionale”. O coloro che sono accusati di essere “terroristi globali” come Autistici/Inventati.” Un personaggio che non ha perso le cattive abitudini visto che ha provato a mettere il suo berretto persino sulle due iniziative citate più sopra: “E già questo percorso di lotta e iniziativa politica che comincia oggi con gli appuntamenti di Roma e Firenze, indica uno spazio sociale e politico sul quale dispiegare le nostre pratiche. Quello europeo.”. Bene, adesso che “abbiamo la linea” possiamo dormire tutti sonni più tranquilli.

Tra i più recenti interventi pubblicati sul caso A/I spicca sicuramente quello della Presidentessa e CEO della “Internet Society” che ha preso le difese del “PIR”, il Registro che ha chiuso il dominio autistici.org, in quanto ha obbedito alla legge ma ha poi ribadito la difesa di “una crittografia forte e comunicazioni private sicure.” Di “politiche che proteggano l’architettura aperta di Internet” e delle “comunità che lavorano per espandere la connettività resiliente.”. In altre parole il lavoro che faceva A/I.

Illusioni democratiche a parte, chi è interessato davvero a un cambiamento sociale dovrà, come sempre, fare affidamento sulle sue forze e sul metodo basato sull’autogestione e sull’azione diretta senza deleghe.

Una strada sicuramente più difficile da percorrere.

Per chi non conosce l’inglese, nell’immagine, che a mio parere è tra i meme di solidarietà migliori che sono stati pubblicati sulla vicenda di A/I, c’è scritto: “Sta bruciando l’Amazzonia sbagliata. Si sta sciogliendo il ghiaccio sbagliato. L’AI sbagliata è stata designata come terrorismo.” I riferimenti sono chiaramente al noto sito di e-commerce, alla famigerata milizia anti-immigrati e all’Intelligenza Artificiale. È stato fatto da “CrimethInc”. In fondo l’indirizzo del sito sul quale reperire maggiori informazioni e aggiornamenti sulla storia di A/I.

Pepsy

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IL RUMORE DEL MONDO, IL SILENZIO DELL’ALTRO

Il rumore contemporaneo non è soltanto quello che ci circonda: è anche la dispersione della nostra attenzione.Heidegger, Simone Weil, Byung-Chul Han e Hartmut Rosa ci aiutano a capire perché ascoltare sia diventato così difficile.Una riflessione filosofica su rumore, distrazione, accelerazione, attenzione e incontro con l’altro. Basta entrare in un bar per accorgersi di qualcosa che […]

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Buon vicinato

Si annidano uno sopra l’altro, cadaveri sotto altri esseri viventi ancora per poco. Me ne sto accovacciata, con il mio corpo ingombrante a fare ombra alla carneficina. Li guardo e provo pietà, un fastidio al centro dello stomaco che non pensavo di poter provare. Ma i loro corpicini, con le zampette così fragili e minuscole, mi spingono per un istante — solo un brevissimo istante — a pensare che anche noi umani, dallo spazio, dobbiamo sembrare così. Colonie, zampe, corpi che scavalcano altri corpi per accaparrarsi il cibo.

Scatto in piedi all’improvviso, infastidita dalla loro stessa morte, quella che io ho provocato. Attraverso la stanza a passi larghi; il mio corpo leggermente incurvato si riflette nel grande specchio dell’armadio. Due gambe lunghe, un paio di mutande di pizzo bianco e la maglia scolorita di un vecchio festival. Eccolo, il mostro. Sulla porta ci ripenso: torno nell’angolino con i pugni stretti contro il seno, le unghie a spingere nella carne delle mani.

Dall’alto siamo una massa scura e informe che attraversa laboriosamente le canaline della scatolina piazzata esattamente sopra la loro tana. Mangiano il veleno, tornano indietro e, nel giro di poche ore, avrò sterminato l’intero nido. Ma qui si tratta di sopravvivenza. Si tratta di questa piccola casa in cui vivo sola, che pulisco sola, che custodisce un unico essere vivente: questo mio corpo.

Per mesi ho incrociato soltanto piccole tracce della colonia. Ogni formica che intercettavo la schiacciavo tra l’indice e il pollice con una forza tale da non lasciare dubbi. Le formiche scricchiolano, ho scoperto. Sono esseri minuscoli, ma così difficili da ammazzare. Sfrego tra i polpastrelli i loro resti e li lascio in giro per casa, sperando sia un monito per le altre. Non lo è mai.

Poi, fino a pochi giorni fa, la svolta. Un’apparizione isolata è un conto, ma una striscia di bestie zampettanti che taglia la camera da letto è una vera dichiarazione di guerra. Le ho ammazzate tutte, non ne è sfuggita nessuna. E poi ho ripescato dall’armadio una vecchia scatola di trappole per scarafaggi ancora sigillata. La specie era diversa, ma l’inganno avrebbe funzionato ugualmente. Dieci euro e cinquanta, scaffale inferiore, quarta corsia del supermercato in fondo alla via, sulla lista nelle note del telefono segnato sotto la voce “spese straordinarie”.

Ne ho piazzate due: una sotto il termosifone della camera da letto, l’altra sotto il lavello del bagno, i nodi di maggiore afflusso.

E ora sto qui a guardarle. Si sono moltiplicate, hanno chiamato le loro sorelle per mangiare: hanno trovato il cibo, hanno trovato la speranza. Hanno trovato la morte, la trappola. E, senza nemmeno saperlo, saranno loro stesse a portare all’estinzione la propria civiltà. Non so cosa mi ipnotizzi di più: se il loro vagare agitato attorno all’involucro o la quantità di formiche che spuntano a fiotti da una crepa tra le piastrelle del pavimento. Sono così tante che potrebbero attaccarmi e divorare la mia carne — e magari pure quella del geco che da giorni abita la mia cucina. Si allontanano e, disegnando un cerchio perfetto, ritornano alla preda.

Sotto il braccio, piegata in due sopra lo scatolone dell’Ikea che fa da comodino, c’è ancora la cartellina di pelle sintetica rilasciata dal notaio 72 ore fa. Atto di compravendita. Centoquarantamila euro di mutuo trentennale, tasso variabile con opzione fissa, tre perizie della banca, garante mio padre che ha dovuto ipotecare pure la dignità, sei anni di collaborazioni occasionali, ritardi nei pagamenti e fatture elettroniche sollecitate con vergogna alle sette del mattino di domenica. Tutto per poter dire: questa è casa mia.

E invece guardale. Quelle stronze non hanno presentato un CUD. Non hanno versato tre caparre di deposito cauzionale. Non hanno dovuto dimostrare di avere un contratto a tempo indeterminato per superare lo sbarramento del primo colloquio con l’agente immobiliare. Sono entrate e basta, sfondando le barriere tra la piastrella ventiquattro e la venticinque.

“E sarei io il mostro?” sussurro alla colonia in fila indiana. La mia voce rimbomba tra le pareti della camera da letto mezza arredata.

È in quel momento che mi rendo conto che qualcosa non va. Il veleno non le sta sterminando: le sta ubriacando. E, cosa ancora peggiore, sembra che la voce si sia sparsa nel quartiere. Dal buco sotto il battiscopa non escono più decine di formiche, ma un fiume nero, festoso, una specie di rave clandestino organizzato a mie spese nel mio bilocale di quarantacinque metri quadri. La scatola rossa del brico ha smesso di essere una trappola per diventare una consolle da DJ per insetti. Le formiche non muoiono: avanzano a scatti, si scontrano tra loro, disegnano traiettorie erratiche e poi tornano indietro, palesemente euforiche. Hanno invitato i cugini, gli zii, forse l’intera fauna invertebrata del condominio.

Mi salgono i brividi lungo la schiena. Un pizzicore improvviso alla caviglia destra mi fa fare un balzo all’indietro. Sferro uno schiaffo sulla carne nuda, ma non c’è niente. Poi un altro pizzicore dietro il ginocchio, un altro sotto la bretella della canottiera. Mi sto contorcendo da sola al centro della stanza a combattere contro un esercito che forse esiste solo nella mia testa.

“Basta,” dico ad alta voce. “Questa è proprietà privata.”

Vado in cucina trascinando i piedi. Afferro le uniche armi da difesa che ho accumulato nei miei anni di vita precaria: un flacone di sgrassatore al limone quasi finito, tre quarti di boccia di aceto di vino bianco e un barattolo di cannella scaduto nel 2022. Torno in camera e mi siedo a gambe incrociate, come uno sciamano metropolitano sull’orlo del crollo psicotico. Traccio un cerchio di cannella attorno alla trappola. Poi uno spruzzo di sgrassatore e un tocco di aceto. La stanza si riempie di odore di strudel di mele e limone avariato.

È allora che da dietro l’armadio fa comparsa il geco. Si arrampica lentamente sul battiscopa. Si ferma. Mi fissa con i suoi occhi tondi e vitrei, la pelle traslucida che riflette la luce della lampadina nuda a sospensione. Guarda me, poi guarda la pozza di aceto e cannella, poi guarda la fila di formiche ubriache. Non batte ciglio. Muove la lingua una volta sola, acchiappa una formica al volo e riprende a fissarmi con la freddezza di un perito della banca.

Il mio fiato corto rallenta. Non sono la proprietaria. Non sono il mostro. Non sono la regina di niente. Il notaio si è sbagliato, la banca si è sbagliata, mio padre si è ipotecato per farmi da garante in una riserva naturale. Io sono soltanto l’unica creatura di questo ecosistema che lavora a partita IVA per pagare la quota condominiale e l’IMU a tutti gli altri.

Mi lascio scivolare con la schiena curvata contro la porta dell’armadio. Lo specchio è freddo. Mi abbraccio le ginocchia.

Una formica, la più ardita tra tutte, ha eluso la trincea di cannella, ha scalato lo scatolone dell’Ikea ed è salita sopra la cartellina del notaio. Cammina con calma sopra il mio nome e cognome stampato in maiuscoletto neretto.

La guardo. Mi sembra che anche lei mi guardi.

“Va bene,” le sussurro, rassegnata, mentre il geco si accomoda sul battiscopa. “La spazzatura si batte il martedì e il venerdì. Ma vedete di non fare casino dopo le undici”.

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Canapa Day, in Valle di Susa la pianta cerca le sue filiere

A fine estate un campo di canapa è quasi al massimo della sua magnificenza: fusti alti due o tre metri, fitti come un canneto, e quell’odore resinoso che arriva prima ancora di vederlo. Poi le piante vengono tagliate, finiscono a terra, e comincia la parte che nessuno racconta. Chi le lavora? Chi ne ricava fibra, …
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Passion Meets Precision at NASA’s Flight Research Lab

4 min read

Preparations for Next Moonwalk Simulations Underway (and Underwater)

One man communicates with a hand-held radio, as two other men wait to the side for the go-ahead command to fly an experiment on a drone.
Derek Abramson, Dale Reed Subscale Flight Research Laboratory chief engineer, left, communicates with the Edwards Air Force Base air traffic control tower for approval to fly the Alta-X drone near NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, on Thursday, Aug. 27, 2026. Justin Link, small uncrewed aircraft pilot, second from left, and laboratory chief pilot Justin Hall await flight clearance. Researchers at NASA’s Johnson Space Center in Houston developed the advanced guidance and navigation system known as the Safe and Precise Landing – Integrated Capabilities Evolution (SPLICE) experiment, which is installed on the Alta-X. SPLICE will help spacecraft land precisely and detect and avoid potential hazards, which is critical for NASA missions to the Moon and to Mars.
NASA/Ryan Kline

Long before they helped shape NASA’s future aerospace breakthroughs, Derek Abramson, Justin Hall, and Justin Link were in their garages and homes building radio‑controlled aircraft, testing new ideas, and flying their creations at hobby events. That early passion now fuels the work of NASA’s Dale Reed Subscale Flight Research Laboratory at the agency’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California.

At NASA Armstrong’s subscale flight lab, the team turns that lifelong enthusiasm into mission-focused innovation. The laboratory supports research that ranges from advanced navigation systems for future landings on the Moon and Mars to emerging aeronautics concepts that need quick, low-cost evaluation. NASA’s small, remotely piloted and autonomous aircraft allow engineers to explore ideas that could be difficult, risky or expensive to test at full scale.

Skilled team

Abramson, Hall, and Link play key roles in that work. Abramson serves as the laboratory’s chief engineer. Hall is the chief pilot. Link is a drone pilot. Together, they integrate emerging aerospace technologies with the lab’s subscale aircraft fleet and, when needed, design and build aircraft or flight experiments to evaluate new concepts.

A boy holds a large radio-controlled black-and-yellow helicopter.
Derek Abramson, chief engineer at the Dale Reed Subscale Flight Research Laboratory at NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, is shown with his Kalt Cyclone radio-controlled helicopter in the mid-1980s. Abramson loved flying this aircraft as a child, and he has been an aviation enthusiast for as long as he can remember.
Derek Abramson

Abramson’s expertise, built through service in the U.S. Navy and the aerospace industry, centers on technical oversight, management, and system design. Hall is known for creative approaches to problem solving and uses practical methods to address technical challenges and maintain flight safety. Link specializes in designing and fabricating research vehicles and draws on extensive hands-on experience to understand what works, and what does not, in flight. 

On weekends, the team often tinkers in their garages or hangars building radio-control aircraft, researching hobby trends, or exploring new technologies. You might see them flying their creations at hobby events or attending trade shows. Their passion for flight brought Abramson, Hall, and Link together years before they one-by-one joined NASA more than a decade ago, though each discovered that spark in a different way.

Early influences

Abramson’s interest began as a child with rubber-band powered stick and tissue aircraft and radio-controlled models. His early aviation pursuits led to his first solo flight while in high school and a pilot’s license. In the Navy, he worked on multiple aircraft, including EA-6B and the F-18, as an avionics technician. As an engineer, he supported the B-1 and CV-22 Osprey aircraft flight tests. As an intern at NASA Armstrong, he used his operational and engineering experience on remotely piloted and autonomous aircraft.

Hall’s interest grew after seeing historic aircraft including the Mach 3 SR-71 fly over his elementary school playground and watching Space Shuttle Challenger land from above his dad’s shoulders. He has built and flown model and remotely piloted aircraft for as long as he can remember. His reputation flying radio-controlled hobby aircraft at fly-ins and trade events led to an offer to fly subscale aircraft at NASA.

Two men stand by a yellow and black radio-controlled aircraft.
Justin Hall, chief pilot at the Dale Reed Subscale Flight Research Laboratory at NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, stands in front of a radio-controlled aircraft with his dad, David Hall, in August 2020. David Hall built the Gee Bee aircraft years earlier but was unable to fly it due to his health. He asked his son to fly the aircraft so he could see it in the air, which Justin did the day of this photo. Shortly afterward, David Hall passed away.
Justin Hall
Two men hold a large radio-controlled aircraft. The aircraft is red with white and black stripes.
Justin link, drone pilot at the Dale Reed Subscale Flight Research Laboratory at NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, and his dad, Don Link, hold a Firebird radio-controlled aircraft on the day of its first flight in September 2023. It was a project they worked on together. Don Link reduced the dimensions of the original larger-scale model aircraft and drew the plans, while Justin Link manufactured composite molds and built the aircraft from scratch.
Justin Link

Link was five years old when he built balsa-wood aircraft with his dad and flew them in a field near their home. As he grew older, his hobby expanded to include radio-controlled cars, boats, helicopters, and aircraft. Aviation runs deep in Link’s family. His great grandfather served in the U.S. Army Air Corps, his grandfathers served in the U.S. Air Force, and his dad was an Air Force avionics technician. Link raced sailplanes, competed with scaled warbird aircraft, and was encouraged by family and friends to pursue an aviation profession. He has worked with large drones for more than 11 years, focusing on research and development, composite materials, and specialized fabrication methods.

Together, the team applies its experience and knowledge in rapid design, fabrication, integration and flight testing to bring new ideas to flight. Their work continues to support NASA’s missions across aeronautics, science, and exploration.

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11 SETTEMBRE. 25 ANNI DI BUGIE. 25 ANNI DI CRIMINI

«… i nuovi documenti pubblicati dall’amministrazione di Zohran Mamdani hanno rivelato come le autorità di New York hanno ingannato il grande pubblico sulla qualità dell’aria a Ground Zero dopo gli attacchi dell’11 settembre dove, nonostante i proclami, si respirava amianto.» [1]

 

Sono 25 anni che la propaganda a reti unificate ci propina l’incredibile versione che le autorità statunitensi hanno accreditato: due aerei hanno abbattuto tre grattacieli, la fusoliera di un altro aereo ha bucato uno dei muri più blindati del Pentagono mentre i due motori non lo hanno nemmeno graffiato e un quarto aereo si è schiantato in un prato senza lasciare i più comuni rottami.

Ora finalmente comincia a sgretolarsi il muro di gomma, almeno per la parte che mette sotto accusa tutte le autorità precedenti di mancato allarme. Nel gioco delle parti della pseudodemocrazia americana non è consentito di più.

Era del tutto impossibile che l’enorme nuvola di detriti sollevatasi a Manhattan non fosse altamente nociva. Le Torri dovevano essere smantellate contenendo alte quantità di amianto. Più facile e infinitamente meno costoso buttarle giù. Il costo lo avrebbero pagato i cittadini di New York e in prima fila i suoi eroici pompieri.

Infatti, secondo quanto emerge dalle 170mila pagine di documenti sulla qualità dell’aria dopo gli attentati pubblicati dall’amministrazione della città, si mostra che l’amianto fu trovato “quasi dovunque” vicino all’area delle torri gemelle mentre le autorità rassicuravano la popolazione del contrario. In seguito le malattie legate a polveri e fumi hanno causato più morti degli attentati, ove morirono 2.977 persone.

La “Guerra al Terrorismo”, inaugurata allora contro un nemico perfetto che loro definiscono di volta in volta in base ai loro interessi, ha portato morte e distruzione in Afghanistan, Iraq, Yemen, Pakistan, Somalia, Libia, Siria, Venezuela, Nigeria e Iran.

Oltre 940.000 morti “diretti”. Di questi, più di 432.000 sarebbero civili. Poi ci sono le morti “indirette (crollo dei sistemi sanitari, fame, malattie, infrastrutture distrutte). Al Jazeera, citando il Watson Institute, indica un range di 3,6–3,8 milioni di morti indirette.

Al cittadino americano finora ciò è costato 5.800 miliardi di dollari a oggi. Coi costi futuri per i veterani: almeno 2,2 trilioni nei prossimi decenni.

Non ci sono le parole per commentare e forse non servono neanche.

 

[1] https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2026/09/09/la-rabbia-dei-pompieri-di-new-york-per-lamianto-nellaria-dopo-l119_c7168942-f9b4-4ba2-ae57-31aad909399f.html

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Cuba denuncia gli effetti del blocco USA: la conferenza stampa integrale di Bruno Rodríguez Parrilla

Transcripción íntegra de la conferencia de prensa del ministro de Relaciones Exteriores, Bruno Rodríguez Parrilla, para la presentación del Informe de Cuba sobre las afectaciones del bloqueo de EEUU contra Cuba 

Moderadora: Saludos a todos los colegas de la prensa nacional, de la prensa extranjera acreditada en el país. Hoy, en conferencia de prensa, el ministro de Relaciones Exteriores de la República de Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla, para presentar el Informe sobre el impacto del bloqueo de Estados Unidos contra nuestro país. Ministro, en la sala se encuentran: 47 corresponsales de 25 medios de 12 países. También saludo a los televidentes, a los usuarios de Internet. Se está transmitiendo en vivo por la televisión cubana, por la radio cubana, por las plataformas digitales de la Cancillería y de la Presidencia. Tenga usted la palabra.

Canciller: Muchas gracias, mis saludos. Aprecio profundamente que compartan este tiempo con nosotros.

El informe que tradicionalmente presenta la República de Cuba al Secretario General de las Naciones Unidas, por su solicitud, aporta información rigurosa sobre los daños económicos, comerciales y financieros del bloqueo del gobierno de los Estados Unidos contra Cuba.

Pongo énfasis en esta ocasión en el impacto tremendo en las personas, en las familias cubanas, en definitiva, en todo nuestro pueblo. Porque el bloqueo no castiga a un gobierno, castiga la vida cotidiana de un pueblo en todos los ámbitos. Es un acto de castigo colectivo, que se expresa en los largos meses viviendo con solo dos o tres horas diarias de electricidad o menos, con los alimentos echándose a perder, el calor que no deja dormir, los padres abanicando a sus bebés, los niños en penumbra haciendo sus tareas escolares, los jóvenes sin conectividad o sin recreación, los abuelos sin televisión o a veces, incluso, radio, toda la vida familiar dañada.

La orden ejecutiva del presidente de los Estados Unidos del 29 de enero, decretó el bloqueo de combustibles que impide los suministros, incluso pagados, por la amenaza de sanciones; intimida a las compañías dueñas de los buques tanqueros y los acosa; amenaza a las navieras y les prohíbe transportar incluso partes y piezas para las termoeléctricas o para sistemas fotovoltaicos.

Un barco de crudo de 100.000 toneladas  permitiría reducir drásticamente los apagones por aproximadamente dos semanas. Si se pudiera importar fuel y diésel para los grupos electrógenos de los conjuntos de motores generadores de la llamada generación distribuida, podría reducirse el apagón al mínimo; pero el bloqueo de combustibles impide importarlos. Hemos cambiado aceleradamente la matriz energética con la fuente solar. Ahora se amenaza a las navieras para que no traigan tampoco paneles solares ni baterías para los nuevos parques fotovoltaicos, que hemos aprendido a instalar en solo 45 días.

El castigo se expresa en las semanas sin abasto de agua. Una fuente de abasto de agua funciona con conjuntos de motores eléctricos que se apagan, obviamente, durante el apagón. Incluso, una breve interrupción eléctrica los desconecta y requiere después varias horas para recuperar la presión de agua en las conductoras. Ocurre lo mismo con las plantas de bombeo, las estaciones de rebombeo y los impulsores en las tuberías. Estos sistemas se protegen con grupos electrógenos, pero estos funcionan también con fuel o diésel que no nos dejan importar.

El bloqueo nos priva de recursos. Tampoco nos permite importar partes y piezas para esos grupos electrógenos. Sin embargo, trabajamos arduamente para movilizar grupos electrógenos con capacidad de funcionar y para asegurar energía fotovoltaica al suministro de agua.

El bloqueo energético castiga a los niños recién nacidos que para sobrevivir dependen del funcionamiento estable de un equipo médico como una incubadora, por ejemplo. Y en el apagón, cuando falla el grupo electrógeno del hospital, los médicos tienen que salvarlos con técnicas aplicadas de forma manual, por ejemplo, para suplir la ventilación asistida. Igual que las personas que esperan una cirugía, entre ellos niños, y saben que el grupo electrógeno que protege el quirófano del hospital depende también de un grupo electrógeno que puede tener dificultades o falta de combustible, de un grupo electrógeno que apenas tiene combustible para funcionar. Han ocurrido hechos dramáticos en que ha habido que terminar algunas cirugías mayores con el alumbrado de lámparas recargables o en algún caso con la luz de los teléfonos móviles del personal médico.

Saben las personas que están pendientes de una cirugía que este servicio está limitado precisamente por la falta de electricidad que genera, sobre todo, la falta de combustible. Se ha hecho un gran esfuerzo con resultados alentadores para proteger con sistemas fotovoltaicos a los hospitales, policlínicos y otros centros de salud. El bloqueo castiga a quienes tienen un enfermo en casa y dificultades para transportarlo al hospital o un familiar que requiere hemodiálisis y conocen las limitaciones por combustibles del servicio de ambulancias y de otros igualmente afectados. Pese a todo, se han adquirido ambulancias, se garantiza un mínimo de combustible para ellas y se asegura el transporte para hemodiálisis.

Sufren los padres o familiares que buscan con angustia un medicamento imprescindible, que puede estar en uno de los más de siete mil contenedores, que las amenazas del gobierno de Estados Unidos a las compañías navieras no dejan llegar a la Isla, o que se produce en Cuba, pero cuyas materias primas o insumos están en otro contenedor.

Los datos muestran un aumento de la mortalidad infantil de cuatro por cada mil nacidos vivos en 2018 a 9,9 en 2025. Son niños, no son números. Son las muertes que no debieron ocurrir por privarse a Cuba y a su sólido y eficaz sistema de salud pública de recursos legítimos.

Hablamos, por ejemplo, del sistema que debe cuidar a una mujer embarazada, tratar a un niño enfermo y atender a quien llega a una urgencia médica. La salud necesita los recursos. Los pacientes necesitan los tratamientos a tiempo que el cerco energético y las medidas contra las navieras impiden llegar a Cuba.

La crueldad del castigo colectivo se expresa en los miles y miles de cubanos y cubanas que luchan a diario sin transporte público para llegar al trabajo porque el parque automotor está prácticamente paralizado sin combustible. Los niños, adolescentes y maestros caminan muchas veces largas distancias para llegar a las escuelas. Pero hemos adquirido y ensamblamos motos, triciclos y vehículos eléctricos. A pesar de tanto daño, Cuba ha logrado la hazaña de haber iniciado el actual curso escolar para sus niños, con más garantías y mejor aseguramiento, en condiciones de universalidad, equidad y calidad, que la que garantizan países latinoamericanos o los propios Estados Unidos en comunidades de bajos ingresos.

Aún bajo las condiciones extremas que encara nuestra economía se asegura el financiamiento anual indispensable para la educación especial de niños y jóvenes con discapacidades auditivas o psicomotoras o intelectuales. Para una familia, ese financiamiento significa oportunidades para que su hijo aprenda, se comunique y participe. Su futuro es más que una cifra en un balance estadístico.

La depresión de los ingresos reales y el encarecimiento de la vida de las familias cubanas por efecto del recrudecimiento aún más extremo del bloqueo, con la Orden ejecutiva del primero de mayo, provoca enormes sufrimientos y angustias. El bloqueo de combustibles y las amenazas contra las navieras producen apagones, impiden el abasto de agua y afectan todos los servicios a la población. La hostilidad y la agresión alcanzan todos los ámbitos de la vida.

No se trata de daños colaterales, frase también inaceptable de la guerra criminal de Estados Unidos contra Cuba. Son las víctimas de un diseño agresivo, de un plan fríamente calculado. Es el objetivo de las medidas que se aplican. Es el castigo colectivo contra los cubanos para buscar objetivos políticos. El bloqueo castiga, queremos vivir en paz. Castiga a todas las familias, queremos que nos dejen en paz.

El presidente Donald Trump dijo el 8 de enero de 2026, al responder una pregunta sobre la política de su gobierno contra Cuba, y cito: “no creo que se pueda ejercer mucha más presión salvo entrar y destrozar el lugar”. El Secretario de Estado que mentía consistentemente diciendo que el bloqueo de combustible no existía, el 7 de agosto declaró y cito: “No hay válvulas de escape. Cada vez que crean un nuevo mecanismo para intentar librarse del cerco, simplemente lo bloqueamos”, señaló. Es el mismo sentimiento despiadado y espíritu destructivo detrás del genocidio que se comete en Gaza. En Cuba es silencioso, sin bombas, pero también mata.

Ya el gobierno de Estados Unidos no logra confundir ni desorientar. Dentro de ese país hay reconocimiento y conciencia creciente sobre el abuso y crecen las voces que reclaman su cese inmediato.

Los días 27 y 28 de octubre próximo, la Asamblea General de las Naciones Unidas considerará nuevamente el tema de su agenda titulado: “Necesidad de poner fin al bloqueo económico, comercial y financiero impuesto por los Estados Unidos de América contra Cuba”. A pesar de la extraordinaria presión e intimidación del gobierno de los Estados Unidos, de su Departamento de Estado, de sus embajadas y misiones diplomáticas, sobre los Estados miembros, nuestro pueblo confía en el respaldo abrumador del planeta al reclamo de que se ponga fin al bloqueo en la votación que tendrá lugar el miércoles 28 de octubre, cerca del mediodía.

El informe que hoy presentamos, y está en toda su extensión en poder de ustedes, incluye los daños ocasionados por la guerra económica contra Cuba entre marzo de 2025 y febrero de 2026. Reúne ejemplos elocuentes, testimonios desgarradores y datos irrebatibles sobre sus efectos en nuestra economía, en los derechos humanos, en la vida cotidiana de las personas.

Detrás de cada cifra hay un rostro humano. Detrás de cada medida de bloqueo hay una tragedia o un drama familiar. Se estiman en 8 mil 83 millones de dólares los perjuicios del bloqueo entre el primero de marzo de 2025 y el 28 de febrero de 2026. Es una cifra récord, por encima del récord del año pasado. Los daños del bloqueo han aumentado en este periodo un 7% superior al nivel récord registrado hace un año. Los daños acumulados en estas décadas de aplicación del bloqueo ascienden a 178 mil 700 millones de dólares a precios corrientes. Es otro récord, un 4,7% más elevado que lo informado antes.

El informe estima que, de no existir el bloqueo, el PIB de Cuba a precios corrientes habría crecido significativamente en 2025. Ese estimado expresa las oportunidades de revitalización del sector productivo, de nuestras capacidades de exportación, de recuperación de nuestra economía, de posibilidades de desarrollo social, perdidas precisamente por efectos directos del castigo colectivo, que provoca también una disminución de la capacidad de nuestro gobierno para continuar desarrollando, perfeccionando, las políticas sociales que son parte de nuestro modelo económico y social.

El informe recoge con datos y amplia explicación el impacto extendido, integral, transversal, profundo, del bloqueo energético en todos los ámbitos de la vida nacional. Esta es una realidad que nadie mínimamente informado o elementalmente honesto pueda decir que desconoce. Habría que identificar qué ocurriría en cualquier otro país que hubiera enfrentado por más de 8 meses un cerco energético absoluto, equivalente a un bloqueo naval que es un acto de guerra, según el Derecho Internacional.

¿Qué país en esas condiciones podría mantener la paz, el consenso social, la estabilidad, la participación de los ciudadanos en las soluciones a las dificultades y la seguridad ciudadana?

Ante este cruel desafío, Cuba trabaja denodadamente; nunca se dejará vencer. Atiende hoy con gran esfuerzo, las necesidades más perentorias de la población, mantiene y se propone mejorar las políticas sociales como máxima prioridad sin que nadie quede desamparado.

Avanzaremos rápida y resueltamente en la aplicación de los cambios económicos y sociales recientemente aprobados por la Asamblea Nacional del Poder Popular, que esperamos produzcan resultados iniciales a corto plazo y que permita avanzar en mejorar las condiciones de bienestar de nuestra población.

Es necesario recordar el diseño original de la política de los gobiernos de los Estados Unidos contra Cuba, recogido en aquel infame memorándum interno del subsecretario de Estado, fechado en 1960, del subsecretario de Estado Lester Mallory, que dice, y cito: “emplear rápidamente todos los métodos posibles para debilitar la vida económica de Cuba, lograr la privación de dinero y suministros, reducirle sus recursos financieros y salarios reales, provocar hambre, desesperación y el derrocamiento del gobierno.” La política vigente del gobierno de los Estados Unidos contra Cuba configura y tipifica un acto de genocidio según las convenciones internacionales, reproduce los objetivos y busca generar una catástrofe como la del holocausto que sufrió el pueblo cubano en la última década del siglo XIX bajo la reconcentración del Capitán General Valeriano Weyler.

Weyler y Lester Mallory reencarnan en algunos políticos estadounidenses y algunos funcionarios del Departamento de Estado.

Se producen a diario declaraciones terribles, no solo de funcionarios oficiales, sino también de congresistas rabiosamente anticubanos, de figuras neofascistas extremadamente conservadoras de la política estadounidense, de herederos, de los esbirros y ladrones que lucraron en la dictadura de Fulgencio Batista, de los que piensan que la solución de Cuba es el tutelaje de los Estados Unidos, o de los que pretenden entregar Cuba a las peores fuerzas de Miami que vivieron siempre de la industria anticubana.

Son los políticos que llaman a la violencia, que amparan acciones terroristas, que instigan a la desestabilización de Cuba y que instan permanentemente al Presidente de los Estados Unidos a una agresión militar directa contra nuestro pueblo.

Cerrar todas las salidas económicas de un país significa asfixiar a una población en su conjunto e intentar en ese empeño inducir una crisis humanitaria por la vía del castigo colectivo.

No habrá una crisis humanitaria en Cuba porque nuestro pueblo es profundamente solidario, comprende y tiene elevada conciencia de las causas de los problemas y sufrimientos que afrontamos, se moviliza colectivamente en estrecha unidad y es sujeto protagonista de los cambios que estamos introduciendo para responder a problemas del pasado y a la durísima coyuntura actual con una actualización y cambios de nuestro modelo económico y también siempre social, orientado a la justicia social, a la igualdad de oportunidades y a la dignidad de las cubanas y cubanos.

No es un ataque a un gobierno con el que el vecino del norte tiene diferencias políticas, no es de ninguna manera un acto de legítima defensa de la principal potencia militar, nuclear, tecnológica y económica del planeta.

No protege ningún interés nacional ni de los ciudadanos ni empresarios estadounidenses. No representa ni responde a la voluntad, los sentimientos ni los intereses de los contribuyentes, de los electores de ese país. Tampoco, en modo alguno, responde a los sentimientos y los intereses de la inmensa mayoría de los cubanos residentes en el exterior, en particular de los residentes en los Estados Unidos ni de sus descendientes, que quieren para sus familias, para su nación, para su patria, lo mejor.

No reacciona el gobierno de los Estados Unidos con estas políticas genocidas a ninguna amenaza inusual y extraordinaria. Sin embargo, asienta ambas órdenes ejecutivas del 29 de enero y el 1 de mayo en esa increíble calumnia. No reacciona a ninguna amenaza real, de ninguna manera.

Cuba no es una amenaza, el bloqueo sí. No es, de ninguna manera, Cuba una amenaza. Somos un país de paz, queremos y merecemos la paz.

Junto al criterio ampliamente mayoritario de la comunidad internacional, reitero ahora y vamos a reiterar en Naciones Unidas: acaben de poner fin al bloqueo.

Déjennos vivir en paz.

Moderadora: Sí Ministro, hemos recibido solicitud de tres medios que están presentes en sala.

La Televisión Cubana, el Canal Cubano de Noticias. Por favor, preséntese.

Periodista: Roxana Arian, del Canal Cubano de Noticias. Ministro, el Secretario de Estado de los Estados Unidos ha declarado en reiteradas ocasiones que su gobierno ha dispuesto 100 millones de dólares de ayuda humanitaria para nuestro país y que Cuba la ha rechazado. ¿Me puede decir cuál es la realidad de esos fondos y qué cantidad de dinero ha entrado a nuestro país?

Ministro: Ellos mienten constantemente. El ofrecimiento de los supuestos 100 millones de dólares en ayuda humanitaria a Cuba se hizo público insólitamente en la Santa Sede, cuando ni siquiera era conocido por las iglesias cubanas ni por nuestro gobierno.

Habría que decir que después de que nuestro gobierno hubiere aceptado y facilitado la ayuda humanitaria por 3 millones de dólares, muy prolongada en el tiempo, en respuesta a los daños que provocó el huracán Melissa, se había hecho un ofrecimiento de 9 millones de dólares adicionales. Alguna aritmética oscura en el Departamento de Estado redujo esta cifra a 6 millones de dólares, inmediatamente aceptada por instituciones religiosas internacionales, altamente reconocidas por las iglesias en Cuba y por nuestro gobierno. De esos que eran 9 y fueron después 6 millones, se ha ejecutado algo más de 1 millón.

Puedo decir que de aquel ofrecimiento de los 100 millones de dólares, del que en un momento fuentes creíbles dijeron que se excluían las medicinas y los alimentos y otras dijeron que demoraría hasta finales de año, puedo informar que se ha ejecutado el envío de un módulo de alimentos y de productos de aseo para 700 familias cubanas. Probablemente calculado su precio según otra tasa, supongo, porque es difícil pensar que 700 módulos para una familia cuesten los 91 mil dólares que se plantean que ha sido así.

Emplazo otra vez, al gobierno de los Estados Unidos, en particular al Departamento de Estado, a que diga cuándo comienza a ejecutarse esa ayuda humanitaria, si incluirá medicinas y alimentos, que es una verdadera prioridad para nuestro pueblo y por qué demora largos meses en ejecutarse, cuándo empezará y sobre todo cuándo terminará.

Por supuesto que Cuba acepta siempre toda ayuda humanitaria ofrecida desde cualquier rincón del planeta, bajo las prácticas internacionales y normas de la cooperación y de la ayuda humanitaria reconocida por las Naciones Unidas, que siempre excluyen totalmente cualquier condicionamiento, cualquier manipulación política; porque no debe nadie lucrar políticamente con la necesidad ni el sufrimiento, y que también excluyen, por supuesto, cualquier fórmula lesiva a la soberanía nacional.

Puedo decir que el gobierno cubano está en estrecho contacto con las iglesias cubanas que participarán en la distribución de esta ayuda y les dará todo su apoyo para que sea rápida y eficaz. Espero que el Departamento de Estado haga algo.

Moderadora: Tenemos también una pregunta de la agencia AP.

Periodista: Buenos días o buenas tardes, Ministro. Andrea Rodríguez, de la agencia de prensa AP.

Señor, hemos en las últimas semanas escuchado muchísimo sobre conversaciones, diálogos, nos vimos, no nos vimos, ¿me podría decir oficial y exactamente en qué momento se encuentran estas conversaciones con Estados Unidos, si es que son reales o no? Y si hay una agenda, o ¿cuál será la hoja de ruta para destrabar esta situación que ya lleva tantos meses? En este sentido, también quisiera saber si las autoridades de Estados Unidos les han hecho llegar algún tipo de comentario sobre las 176 medidas, la aprobación de las 176 medidas, algunas de las cuales son aperturistas en la misma dirección, más allá de los motivos que tenga o no Cuba, de los pedidos de Estados Unidos de una apertura.

Y una precisión, discúlpeme. Usted mencionó ahora unos 8.000 millones de dólares de pérdidas en un año pero que irían hasta el mes de febrero. O sea, contemplando un mes el cerco energético actual. ¿Cuántos millones de dólares le sumaría y cuál sería la proporción de estos seis meses que han sido los más dramáticos y los más incrementados en cuanto al cerco energético y financiero que vive Cuba? Gracias.

Ministro: Como se ha dicho, ha habido conversaciones con el Departamento de Estado. Se mantienen comunicaciones en este sentido. Dichas conversaciones no muestran avances ni progresos, a partir de la falta de voluntad del gobierno de los Estados Unidos.

Cuba reitera que estará dispuesta a continuar dichas conversaciones sobre bases del Derecho Internacional, sin precondiciones, en igualdad soberana, en absoluto pie de igualdad, sobre bases de respeto mutuo, beneficio recíproco para nuestros pueblos, sin injerencia en nuestros asuntos internos.

No ha habido, ni hay en este momento negociaciones, ni hay agendas, ni hojas de ruta. Puedo decir que mantenemos la disposición de continuar esos contactos a pesar de la falta de progresos.

No ha habido ningún pronunciamiento oficial del gobierno de los Estados Unidos sobre los cambios económicos y sociales decididos recientemente por la Asamblea Nacional del Poder Popular. No ha habido esos pronunciamientos y la verdad es que no hace ninguna falta que los haya, porque se refieren al ejercicio de las facultades soberanas de la República de Cuba, que residen indeclinablemente y únicamente en el pueblo cubano.

Sin embargo, sí recibimos constantemente señales y preguntas de amplios sectores de la sociedad estadounidense, de personas, de cubanos residentes en ese país, de empresarios y compañías, personas de negocios, personas de buena voluntad, figuras del Congreso de los Estados Unidos, políticos de distintos Estados, profundamente interesados en conocer mejor y en saber cómo podrían aprovechar las oportunidades que se abren para ampliar vínculos comerciales, de cooperación, de inversión y, sobre todo, contrastan la amplitud de estas transformaciones con el estrechamiento del cerco energético y de la persecución a las navieras que transportan suministros a Cuba y nos preguntan cómo podrían hacerlo en esas circunstancias.

Nos llama la atención que nos pregunten consistentemente en qué vienen esos más de 7 mil contenedores, si esos contenedores han sido pagados ya, si responden a relaciones contractuales, a contratos firmados con navieras internacionales y quiénes son las entidades que en Cuba han contratado esas cargas. Y se asombran cuando le decimos que la mayor parte de esas cargas han sido contratadas por pequeñas, medianas, compañías privadas cubanas, que el grueso de esas cargas son alimentos, medicinas y dispositivos médicos, y que obviamente se trata de cargas previamente contratadas y pagadas según las reglas universalmente aceptadas de comercio internacional; y que es esta política de estrangulamiento energético, impropia de una situación de paz, porque es un acto de guerra que afecta la libertad de comercio y la libertad de navegación.

El cálculo que yo he presentado aquí es un cálculo riguroso, que se basa en una metodología basada en estándares internacionales, que fue hace ya unos cuantos años auditada por una comisión del Congreso de los Estados Unidos que la declaró con arreglo a las prácticas contables internacionales y metodológicamente rigurosa.

Esta cifra no incluye los daños del cerco energético, ni incluye los daños de las sanciones secundarias a partir de que esos efectos, respecto a la Orden del 29 de enero, se produjeron ya desde la semana subsiguiente.

Por tanto, lo más pronto que podamos, trataremos de cerrar las estadísticas de este año, pero nos atenemos a la metodología rigurosa establecida por las entidades cubanas reguladoras desde el punto de vista de la estadística económica, a la metodología de la Resolución de la Asamblea General que solicita al Secretario General informe sobre el estado de cumplimiento de la Resolución o de incumplimiento, pudiéramos decir, y le pide información sobre estos aspectos. No hemos querido alterar esa metodología, pero anticipo que los daños en estos meses multiplican los daños que se produjeron en el periodo precedente.

Moderadora: Ministro, una última pregunta de Alma Plus.

Periodista: Gracias. Nora Becerril de Alma Plus TV. Las recientes órdenes ejecutivas emitidas por Washington califican a Cuba como una amenaza a la seguridad nacional y además endurecen el cerco energético como se hablaba en el informe. ¿Cómo responde Cuba a esta catalogación? ¿Cómo responde a esto? ¿Y qué tan real consideran la amenaza de una acción militar directa?

Ministro: Mienten, mienten constantemente. Por eso la política de agresión y bloqueo contra Cuba concita tanto aislamiento y descrédito internacional para el gobierno de los Estados Unidos.

Si no fuera una amenaza real, si no fuera una amenaza a la existencia de Cuba, que nosotros siempre nos tomamos muy en serio, si no fuera una amenaza que no solo descansa en la retórica, sino en los testimonios de numerosas fuentes serias, analistas, entidades no gubernamentales estadounidenses, que presentan evidencias de que el gobierno de Estados Unidos realiza preparativos militares reales, cuando uno escucha desde el Presidente al Secretario de Estado, y muy recientemente al Secretario de Guerra, diciendo que una agresión militar directa contra Cuba, está entre las opciones que están sobre la mesa del Presidente de los Estados Unidos, claro que uno tiene que tomarse en serio esa amenaza, unida a la experiencia de Cuba al respecto, y en la experiencia de todos en el planeta, que han sufrido y sufren hoy, no solo la destrucción del orden internacional, sino también la proliferación de agresiones más allá de las medidas coercitivas unilaterales, la proliferación de conflictos o las guerras que ha librado o libra hoy el gobierno de los Estados Unidos.

Por tanto, nuestro pueblo, nuestro Estado, las toma muy en serio y se prepara para defender con determinación, a ultranza, nuestra independencia, soberanía e integridad territorial.

Pero si no fuera una amenaza de ese calibre y si no fuera una amenaza que esperamos que nunca se haga realidad, porque provocaría un verdadero baño de sangre, porque provocaría pérdidas de vidas, no solo de cubanas y cubanos, sino también de jóvenes estadounidenses que serían enviados a una guerra que no quieren, que no es suya, que no responde al menor interés nacional ni de los ciudadanos ni del pueblo estadounidense. Y está claro que defenderemos, con igual determinación que en el pasado, nuestra independencia, soberanía e integridad territorial.

Pero, al mismo tiempo, nuestro Estado, nuestro gobierno, trabaja activamente en el ámbito de nuestras políticas económicas y sociales, en respuesta a problemas estructurales de nuestra economía, a problemas de las últimas décadas y al efecto de estrangulamiento que provoca hoy el cerco energético, que repito, equivale a un bloqueo naval que es un acto de guerra. De manera que nuestro pueblo hoy se enfrasca con el mayor esfuerzo en afrontar las dificultades y en resolverlas con la participación y el concurso de todos. Muchas gracias.

Moderadora: Muchísimas gracias. Así concluye la conferencia de prensa.

(Cubaminrex)


Informe de Cuba en virtud de la resolución A/Res/80/4 titulada “Necesidad de poner fin a bloqueo económico, comercial y financiero impuesto por los Estados Unidos de América contra Cuba”

 


Trascrizione integrale della conferenza stampa del ministro degli Affari Esteri, Bruno Rodríguez Parrilla, per la presentazione del Rapporto di Cuba sugli effetti del blocco degli Stati Uniti contro Cuba

Moderatrice: Un saluto a tutti i colleghi della stampa nazionale e della stampa estera accreditata nel Paese. Oggi si tiene la conferenza stampa del Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla, per presentare il rapporto sull’impatto del blocco degli Stati Uniti contro il nostro Paese. Ministro, in sala sono presenti 47 corrispondenti di 25 organi di stampa di 12 Paesi. Un saluto anche ai telespettatori e agli utenti di Internet. La conferenza viene trasmessa in diretta dalla televisione cubana, dalla radio cubana e sulle piattaforme digitali del Ministero degli Affari Esteri e della Presidenza. A Lei la parola.

Ministro: Sì, molte grazie. Vi saluto e apprezzo profondamente il fatto che condividiate questo momento con noi.

Il rapporto che tradizionalmente la Repubblica di Cuba presenta al Segretario Generale delle Nazioni Unite, su sua richiesta, fornisce informazioni rigorose sui danni economici, commerciali e finanziari causati dal blocco del governo degli Stati Uniti contro Cuba.

In questa occasione desidero porre l’accento sul suo enorme impatto sulle persone, sulle famiglie cubane e, in definitiva, su tutto il nostro popolo, perché il blocco non punisce un governo: colpisce la vita quotidiana di un intero popolo in ogni suo ambito. È un atto di punizione collettiva. Lo si vede nei lunghi mesi trascorsi con appena due o tre ore di elettricità al giorno, o anche meno; negli alimenti che vanno a male; nel caldo che non lascia dormire; nei genitori che fanno aria ai propri neonati; nei bambini che svolgono i compiti scolastici nella penombra; nei giovani senza connessione a Internet o senza possibilità di svago; negli anziani senza televisione e, a volte, persino senza radio. Tutta la vita familiare ne risulta danneggiata.

L’Ordine Esecutivo del Presidente degli Stati Uniti del 29 gennaio ha decretato il blocco dei combustibili, impedendone le forniture persino quando sono già state pagate, attraverso la minaccia di sanzioni; intimidisce e perseguita le compagnie proprietarie delle petroliere, minaccia le compagnie di navigazione e vieta loro di trasportare perfino parti e componenti destinati alle centrali termoelettriche o agli impianti fotovoltaici.

Una petroliera con 100.000 tonnellate di greggio consentirebbe di ridurre drasticamente i blackout per circa due settimane. Se potessimo importare olio combustibile e diesel per i gruppi elettrogeni, per i motori e i generatori della cosiddetta generazione distribuita, i blackout potrebbero essere ridotti al minimo, ma il blocco dei combustibili ne impedisce l’importazione. Abbiamo accelerato la trasformazione del mix energetico puntando sull’energia solare. Ora si minacciano le compagnie di navigazione affinché non trasportino neppure pannelli solari e batterie destinati ai nuovi parchi fotovoltaici, che abbiamo imparato a installare in appena 45 giorni.

La punizione si manifesta anche nelle settimane senza approvvigionamento idrico. Una fonte di approvvigionamento d’acqua funziona grazie a sistemi di motori elettrici che, ovviamente, si fermano durante un blackout. Anche una breve interruzione dell’elettricità li disconnette e sono poi necessarie diverse ore per ripristinare la pressione dell’acqua nelle condutture. Lo stesso accade con gli impianti di pompaggio, le stazioni di rilancio e i sistemi di rilancio della pressione nelle condotte. Questi sistemi sono protetti da gruppi elettrogeni, che però funzionano anch’essi con fuel oil o diesel che non ci viene consentito importare.

Il blocco ci priva di risorse. Non ci consente neppure di importare parti e componenti per questi gruppi elettrogeni. Ciononostante, lavoriamo intensamente per mobilitare i gruppi elettrogeni ancora in grado di funzionare e per garantire energia fotovoltaica ai sistemi di approvvigionamento idrico.

Il blocco energetico colpisce i neonati la cui sopravvivenza dipende dal funzionamento stabile di un’apparecchiatura medica, come per esempio un’incubatrice. E durante un blackout, quando il gruppo elettrogeno dell’ospedale smette di funzionare, i medici devono salvarli ricorrendo a tecniche manuali, ad esempio per sostituire la ventilazione assistita. Lo stesso vale per le persone in attesa di un intervento chirurgico, tra cui anche bambini. E sanno che il gruppo elettrogeno che garantisce il funzionamento della sala operatoria dipende anch’esso da un generatore che può avere problemi o trovarsi senza combustibile, o che dispone appena del combustibile necessario per continuare a funzionare. Si sono verificati episodi drammatici in cui è stato necessario portare a termine interventi chirurgici importanti con l’illuminazione di lampade ricaricabili o, in alcuni casi, con la luce dei telefoni cellulari del personale medico.

Le persone in attesa di un intervento chirurgico sanno che questo servizio è limitato proprio dalla mancanza di elettricità, dovuta soprattutto alla carenza di combustibile. È stato compiuto un grande sforzo, con risultati incoraggianti, per dotare di sistemi fotovoltaici gli ospedali, i policlinici e altri centri sanitari. Il blocco colpisce chi ha un malato in casa e incontra difficoltà a trasportarlo in ospedale, oppure chi ha un familiare che necessita di emodialisi e conosce le limitazioni, dovute alla mancanza di combustibile, del servizio di ambulanze e di altri servizi analogamente colpiti. Nonostante tutto, sono state acquistate ambulanze, viene garantito per esse un minimo di combustibile e viene assicurato il trasporto dei pazienti che necessitano di emodialisi.

Soffrono i genitori o i familiari che cercano con angoscia un farmaco indispensabile che potrebbe trovarsi in uno degli oltre 7.000 container ai quali le minacce del governo degli Stati Uniti contro le compagnie di navigazione impediscono di arrivare sull’isola, oppure che viene prodotto a Cuba ma le cui materie prime o forniture si trovano in uno di quei container.

I dati mostrano un aumento della mortalità infantile da 4 ogni 1.000 nati vivi nel 2018 a 9,9 nel 2025. Sono bambini, non numeri. Sono morti che non avrebbero dovuto verificarsi e che sono avvenute perché Cuba e il suo solido ed efficace sistema sanitario pubblico sono stati privati di risorse che spettano loro legittimamente.

Parliamo, per esempio, del sistema che deve assistere una donna incinta, curare un bambino malato e prestare assistenza a chi arriva al pronto soccorso. La sanità ha bisogno di risorse; i pazienti hanno bisogno di ricevere tempestivamente le cure che l’assedio energetico e le misure contro le compagnie di navigazione impediscono di far arrivare a Cuba.

La crudeltà della punizione collettiva si manifesta nelle migliaia e migliaia di cubane e cubani che ogni giorno devono affrontare enormi difficoltà per raggiungere il posto di lavoro a causa della mancanza di trasporto pubblico, perché il parco veicoli è praticamente paralizzato per mancanza di combustibile. Bambini, adolescenti e insegnanti devono spesso percorrere a piedi lunghe distanze per raggiungere le scuole, ma abbiamo acquistato e stiamo assemblando motocicli, tricicli e veicoli elettrici. Nonostante tutti questi danni, Cuba è riuscita nell’impresa di avviare l’attuale anno scolastico per i propri bambini con maggiori garanzie e migliori condizioni, in termini di universalità, equità e qualità, rispetto a quelle assicurate da Paesi latinoamericani o dagli stessi Stati Uniti nelle comunità a basso reddito.

Anche nelle condizioni estreme che la nostra economia sta affrontando, viene garantito ogni anno il finanziamento indispensabile per l’istruzione speciale dei bambini e dei giovani con disabilità uditive, psicomotorie o intellettive. Per una famiglia, quel finanziamento significa opportunità affinché il proprio figlio possa imparare, comunicare e partecipare. Il suo futuro vale più di una cifra in un bilancio statistico.

La riduzione dei redditi reali e l’aumento del costo della vita per le famiglie cubane, conseguenza dell’inasprimento ancora più estremo del blocco con l’Ordine Esecutivo del 1º maggio, provocano enormi sofferenze e angosce. Il blocco dei combustibili e le minacce contro le compagnie di navigazione provocano blackout, impediscono l’approvvigionamento idrico e colpiscono tutti i servizi alla popolazione. L’ostilità e l’aggressione investono ogni ambito della vita.

Non si tratta di “danni collaterali”, espressione anch’essa inaccettabile, della guerra criminale degli Stati Uniti contro Cuba. Sono le vittime di un disegno aggressivo, di un piano freddamente calcolato. Questo è l’obiettivo delle misure che vengono applicate. È una punizione collettiva contro i cubani per perseguire obiettivi politici. Il blocco punisce. Noi vogliamo vivere in pace. Punisce tutte le famiglie. Vogliamo che ci lascino in pace.

Il Presidente Donald Trump, l’8 gennaio 2026, rispondendo a una domanda sulla politica del suo governo nei confronti di Cuba, dichiarò, e cito: «Non credo che si possa esercitare molta più pressione, a meno di entrare e distruggere il posto». Il Segretario di Stato, che mentiva sistematicamente sostenendo che il blocco dei combustibili non esistesse, il 7 agosto dichiarò, e cito: «Non ci sono valvole di sfogo. Ogni volta che creano un nuovo meccanismo per cercare di sottrarsi all’assedio, noi semplicemente lo blocchiamo». È lo stesso sentimento spietato e lo stesso spirito distruttivo che stanno dietro al genocidio perpetrato a Gaza. A Cuba è silenzioso, senza bombe, ma uccide anch’esso.

Ormai il governo degli Stati Uniti non riesce più a confondere né a disorientare. All’interno di quel Paese cresce la consapevolezza dell’abuso e aumentano le voci che ne chiedono l’immediata cessazione.

Il 27 e 28 ottobre prossimi l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tornerà a esaminare il punto all’ordine del giorno intitolato «Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba». Nonostante le straordinarie pressioni e intimidazioni esercitate dal governo degli Stati Uniti, dal suo Dipartimento di Stato, dalle sue ambasciate e missioni diplomatiche sugli Stati membri, il nostro popolo confida nel sostegno schiacciante della comunità internazionale alla richiesta di porre fine al blocco nella votazione che si terrà mercoledì 28 ottobre, intorno a mezzogiorno.

Il rapporto che presentiamo oggi, e che avete a disposizione nella sua versione integrale, comprende i danni causati dalla guerra economica contro Cuba tra marzo 2025 e febbraio 2026. Raccoglie esempi eloquenti, testimonianze strazianti e dati inconfutabili sui suoi effetti sulla nostra economia, sui diritti umani e sulla vita quotidiana delle persone.

Dietro ogni cifra c’è un volto umano; dietro ogni misura del blocco c’è una tragedia o un dramma familiare. I danni causati dal blocco tra il 1º marzo 2025 e il 28 febbraio 2026 sono stimati in 8 miliardi e 83 milioni di dollari. È una cifra record, superiore al record dello scorso anno. In questo periodo, i danni causati dal blocco sono aumentati del 7% rispetto al livello record registrato un anno fa. I danni accumulati in questi decenni di applicazione del blocco ammontano a 178,700 milioni di dollari a prezzi correnti. È un altro record, superiore del 4,7% rispetto a quanto precedentemente comunicato.

Il rapporto stima che, in assenza del blocco, nel 2025 il PIL di Cuba a prezzi correnti sarebbe cresciuto in misura significativa. Questa stima riflette le opportunità perdute di rilancio del settore produttivo, delle nostre capacità di esportazione, di ripresa della nostra economia e delle possibilità di sviluppo sociale, proprio per effetto diretto della punizione collettiva. Essa provoca inoltre una riduzione della capacità del nostro governo di continuare a sviluppare e perfezionare le politiche sociali che fanno parte del nostro modello economico e sociale.

Il rapporto illustra, con dati e ampie spiegazioni, l’impatto esteso, complessivo, trasversale e profondo del blocco energetico in tutti gli ambiti della vita nazionale. Questa è una realtà che nessuno, se minimamente informato o semplicemente onesto, può affermare di ignorare. Bisognerebbe chiedersi che cosa accadrebbe in qualsiasi altro Paese che avesse dovuto affrontare per oltre otto mesi un assedio energetico assoluto, equivalente a un blocco navale, che secondo il diritto internazionale costituisce un atto di guerra.

Quale Paese, in simili condizioni, sarebbe in grado di mantenere la pace, il consenso sociale, la stabilità, la partecipazione dei cittadini alla soluzione delle difficoltà e la sicurezza pubblica?

Di fronte a questa crudele sfida, Cuba lavora instancabilmente. Non si lascerà mai sconfiggere. Oggi affronta con enormi sforzi le necessità più urgenti della popolazione. Mantiene e intende migliorare le politiche sociali come massima priorità, senza lasciare nessuno privo di protezione.

Procederemo rapidamente e con determinazione nell’applicazione dei cambiamenti economici e sociali recentemente approvati dall’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, che auspichiamo producano primi risultati nel breve periodo e consentano di migliorare le condizioni di benessere della nostra popolazione.

È necessario ricordare il disegno originale della politica dei governi degli Stati Uniti contro Cuba, contenuto in quell’infame memorandum interno del 1960 del Sottosegretario di Stato Lester Mallory, che afferma, e cito: «Impiegare rapidamente tutti i mezzi possibili per indebolire la vita economica di Cuba, privarla di denaro e rifornimenti, ridurne le risorse finanziarie e i salari reali, provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo». L’attuale politica del governo degli Stati Uniti contro Cuba configura e integra gli estremi di un atto di genocidio secondo le convenzioni internazionali; riproduce quegli obiettivi e mira a provocare una catastrofe come quella dell’olocausto subito dal popolo cubano nell’ultimo decennio del XIX secolo.

Sotto la riconcentrazione imposta dal Capitano Generale Valeriano Weyler, Weyler e Lester Mallory sembrano reincarnarsi in alcuni politici statunitensi e in alcuni funzionari del Dipartimento di Stato.

Ogni giorno vengono rilasciate dichiarazioni terribili, non soltanto da funzionari governativi, ma anche da parlamentari ferocemente anticubani, da esponenti neofascisti ed estremamente conservatori della politica statunitense, dagli eredi degli aguzzini e dei ladri che si arricchirono durante la dittatura di Fulgencio Batista, da coloro che ritengono che la soluzione per Cuba sia la tutela degli Stati Uniti o da quanti pretendono di consegnare Cuba alle peggiori forze di Miami, che hanno sempre vissuto dell’industria anticubana.

Sono i politici che invocano la violenza, che proteggono azioni terroristiche, che istigano alla destabilizzazione di Cuba e che sollecitano continuamente il Presidente degli Stati Uniti a compiere un’aggressione militare diretta contro il nostro popolo.

Chiudere tutte le vie d’uscita economiche di un Paese significa soffocare un’intera popolazione e tentare, attraverso questo obiettivo, di provocare una crisi umanitaria mediante la punizione collettiva.

Non ci sarà una crisi umanitaria a Cuba perché il nostro popolo è profondamente solidale, comprende e possiede un’elevata consapevolezza delle cause dei problemi e delle sofferenze che affrontiamo, si mobilita collettivamente in stretta unità ed è protagonista dei cambiamenti che stiamo introducendo per rispondere ai problemi del passato e alla durissima congiuntura attuale, attraverso un aggiornamento e cambiamenti del nostro modello economico, sempre anche sociale, orientato alla giustizia sociale, all’uguaglianza delle opportunità e alla dignità delle cubane e dei cubani.

Non si tratta di un attacco contro un governo con il quale il vicino del Nord ha divergenze politiche; non è in alcun modo un atto di legittima difesa della principale potenza militare, nucleare, tecnologica ed economica del pianeta; non tutela alcun interesse nazionale né dei cittadini né degli imprenditori statunitensi; non rappresenta né risponde alla volontà, ai sentimenti o agli interessi dei contribuenti e degli elettori di quel Paese.

Non risponde neppure, in alcun modo, ai sentimenti e agli interessi dell’immensa maggioranza dei cubani residenti all’estero, in particolare di quelli che vivono negli Stati Uniti, né dei loro discendenti, che desiderano il meglio per le loro famiglie, per la loro nazione, per la loro patria.

Con queste politiche genocidarie, il governo degli Stati Uniti non reagisce ad alcuna minaccia insolita e straordinaria; eppure entrambi gli Ordini Esecutivi del 29 gennaio e del 1º maggio si fondano su questa incredibile calunnia. Non reagisce in alcun modo ad alcuna minaccia reale.

Cuba non è una minaccia, il blocco sì. Cuba non è in alcun modo una minaccia. Siamo un Paese di pace, vogliamo e meritiamo la pace.

In sintonia con la posizione largamente maggioritaria della comunità internazionale, lo ribadisco ora e lo ribadiremo alle Nazioni Unite: ponete fine una volta per tutte al blocco.

Lasciateci vivere in pace.

Moderatrice: Sì, Ministro, abbiamo ricevuto richieste di intervento da parte di tre organi di stampa presenti in sala.

La televisione cubana, il Canale Cubano di Notizie. Per favore, si presenti.

Giornalista: Roxana Arián, del Canale Cubano di Notizie.

Il Segretario di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato in diverse occasioni che il suo governo ha stanziato 100 milioni di dollari in aiuti umanitari per il nostro Paese e che Cuba li avrebbe rifiutati. Può dirci quale sia la realtà riguardo a questi fondi e quale somma di denaro sia effettivamente arrivata nel nostro Paese?

Ministro: Mentono continuamente. L’offerta dei presunti 100 milioni di dollari in aiuti umanitari a Cuba fu resa pubblica, in maniera insolita, presso la Santa Sede, quando non ne erano a conoscenza né le Chiese cubane né il nostro governo.

Va ricordato che, dopo che il nostro governo aveva accettato e agevolato un aiuto umanitario di 3 milioni di dollari, la cui attuazione si è protratta molto nel tempo, in risposta ai danni causati dall’uragano Melissa, era stata formulata un’offerta di ulteriori 9 milioni di dollari. Una qualche oscura aritmetica del Dipartimento di Stato ridusse immediatamente questa cifra a 6 milioni di dollari, accettati da istituzioni religiose internazionali altamente riconosciute dalle Chiese a Cuba e dal nostro governo. Di quei 9 milioni, diventati poi 6, è stato effettivamente erogato poco più di un milione.

Posso dire che, per quanto riguarda quell’offerta di 100 milioni di dollari, rispetto alla quale in un determinato momento fonti credibili avevano affermato che sarebbero stati esclusi medicinali e alimenti, mentre altre avevano riferito che l’attuazione sarebbe stata rinviata fino alla fine dell’anno, posso informare che è stato effettuato l’invio di un pacco di generi alimentari e prodotti per l’igiene destinato a 700 famiglie cubane. Probabilmente hanno calcolato i prezzi secondo altri tassi, immagino, perché è difficile pensare che 700 pacchi destinati ad altrettante famiglie costino i 91.000 dollari che sostengono siano stati spesi.

Invito ancora una volta il governo degli Stati Uniti, e in particolare il Dipartimento di Stato, a dire quando inizierà concretamente l’erogazione di questi aiuti umanitari, se comprenderanno medicinali e alimenti, che costituiscono una vera priorità per il nostro popolo, e perché la loro attuazione richieda tanti mesi. Quando inizierà e, soprattutto, quando terminerà?

Naturalmente Cuba accetta sempre qualsiasi aiuto umanitario offerto da qualunque parte del pianeta, nel rispetto delle prassi internazionali e delle norme di cooperazione e assistenza umanitaria riconosciute dalle Nazioni Unite, che escludono sempre e completamente qualsiasi condizionamento o manipolazione politica, perché nessuno deve trarre profitto politico dal bisogno o dalla sofferenza, e che escludono naturalmente anche qualsiasi formula lesiva della sovranità nazionale.

Posso dire che il governo cubano è in stretto contatto con le Chiese cubane che parteciperanno alla distribuzione di questi aiuti e fornirà loro tutto il sostegno necessario affinché tale distribuzione sia rapida ed efficace. Spero che il Dipartimento di Stato faccia qualcosa.

Moderatrice: Abbiamo anche una domanda dell’agenzia AP.

Giornalista: Buongiorno, o buonasera, Ministro. Andrea Rodríguez, dell’agenzia di stampa AP.

Signor Ministro, nelle ultime settimane abbiamo sentito parlare moltissimo di colloqui, dialoghi: sì, no, ci siamo incontrati, non ci siamo incontrati. Potrebbe dirci ufficialmente ed esattamente a che punto si trovano questi colloqui con gli Stati Uniti, ammesso che siano reali? Esiste un’agenda o quale sarebbe la tabella di marcia per sbloccare questa situazione che dura ormai da molti mesi? A questo proposito, vorrei anche sapere se le autorità statunitensi vi abbiano fatto pervenire qualche tipo di commento sulle 176 misure, sull’approvazione delle 176 misure, alcune delle quali prevedono aperture nella stessa direzione — al di là delle motivazioni che Cuba possa avere — delle richieste statunitensi di una maggiore apertura.

E una precisazione, mi scusi. Lei ha appena parlato di circa 8 miliardi di dollari di perdite in un anno, ma il periodo considerato arriva fino a febbraio. Vale a dire che comprende soltanto un mese dell’attuale assedio energetico. Quanti milioni di dollari aggiungerebbe e quale sarebbe la proporzione corrispondente a questi sei mesi, che sono stati i più drammatici e quelli in cui si è maggiormente intensificato l’assedio energetico e finanziario che Cuba sta vivendo? Grazie.

Ministro: Come è stato detto, vi sono stati colloqui con il Dipartimento di Stato. Le comunicazioni in questo senso proseguono. Tali colloqui non mostrano avanzamenti né progressi, a causa della mancanza di volontà del governo degli Stati Uniti.

Cuba ribadisce di essere disposta a proseguire tali colloqui sulla base del diritto internazionale, senza precondizioni, nel rispetto dell’uguaglianza sovrana e in condizioni di assoluta parità, sulla base del rispetto reciproco e del beneficio reciproco per i nostri popoli, senza ingerenze nei nostri affari interni.

Non vi sono state e non vi sono in questo momento negoziazioni, né esistono agende o tabelle di marcia. Posso dire che manteniamo la disponibilità a proseguire questi contatti, nonostante la mancanza di progressi.

Non vi è stata alcuna dichiarazione ufficiale del governo degli Stati Uniti sui cambiamenti economici e sociali recentemente decisi dall’Assemblea Nazionale del Potere Popolare. Non vi sono state dichiarazioni di questo tipo e, a dire il vero, non ve n’è alcun bisogno, perché tali cambiamenti riguardano l’esercizio delle prerogative sovrane della Repubblica di Cuba, che risiedono in maniera inalienabile ed esclusiva nel popolo cubano.

Riceviamo invece costantemente segnali e domande da ampi settori della società statunitense, da singole persone, da cubani residenti in quel Paese, da imprenditori e aziende, uomini e donne d’affari, persone di buona volontà, membri del Congresso degli Stati Uniti e politici di diversi Stati, profondamente interessati a conoscere meglio e a capire come poter cogliere le opportunità che si aprono per ampliare i rapporti commerciali, di cooperazione e di investimento. E soprattutto mettono a confronto l’ampiezza di queste trasformazioni con l’inasprimento dell’assedio energetico e della persecuzione contro le compagnie di navigazione che trasportano forniture a Cuba. E ci chiedono come potrebbero farlo in simili circostanze.

Ci colpisce che ci chiedano sistematicamente che cosa contengano gli oltre 7.000 container, se tali container siano già stati pagati, se siano oggetto di rapporti contrattuali e di contratti firmati con compagnie di navigazione internazionali e quali siano gli enti cubani che hanno commissionato quelle merci. E rimangono sorpresi quando diciamo loro che la maggior parte di questi carichi è stata commissionata da piccole e medie imprese private cubane; che la maggior parte delle merci consiste in alimenti, medicinali e dispositivi medici; e che, ovviamente, si tratta di merci precedentemente ordinate e pagate secondo le regole universalmente accettate del commercio internazionale. Ed è questa politica di strangolamento energetico, impropria di una situazione di pace perché costituisce un atto di guerra, a colpire la libertà di commercio e la libertà di navigazione. E il terzo elemento?

Il calcolo che ho presentato qui è un calcolo rigoroso, basato su una metodologia conforme agli standard internazionali, che diversi anni fa fu sottoposta a verifica da una commissione del Congresso degli Stati Uniti, la quale la dichiarò conforme alle pratiche contabili internazionali e metodologicamente rigorosa.

Questa cifra non comprende i danni causati dall’assedio energetico né quelli derivanti dalle sanzioni secondarie, poiché gli effetti dell’Ordine del 29 gennaio cominciarono a manifestarsi già dalla settimana successiva.

Pertanto, cercheremo di chiudere quanto prima le statistiche relative a quest’anno, ma ci atteniamo alla rigorosa metodologia stabilita dagli organismi cubani competenti in materia di statistica economica e alla metodologia prevista dalla risoluzione dell’Assemblea Generale, che chiede al Segretario Generale di riferire sullo stato di attuazione della risoluzione — o, potremmo dire, sul suo mancato rispetto — e gli richiede informazioni su questi aspetti. Non abbiamo voluto modificare tale metodologia, ma posso anticipare che i danni di questi mesi sono molte volte superiori a quelli registrati nel periodo precedente.

Moderatrice: Ministro, un’ultima domanda da Alma Plus.

Giornalista: Grazie. Nora Becerril di Alma Plus TV.

I recenti Ordini Esecutivi emanati da Washington definiscono Cuba una minaccia alla sicurezza nazionale e, inoltre, inaspriscono l’assedio energetico, come si è detto nel rapporto. Come risponde Cuba a questa definizione? Come risponde a tutto ciò? E quanto considerate reale la minaccia di un’azione militare diretta?

Ministro: Mentono, mentono continuamente. Per questo la politica di aggressione e di blocco contro Cuba provoca un isolamento e un discredito internazionali così profondi per il governo degli Stati Uniti.

Se non fosse una minaccia reale, se non fosse una minaccia all’esistenza di Cuba — cosa che noi prendiamo sempre molto sul serio —, se non fosse una minaccia che non si basa soltanto sulla retorica, ma anche sulle testimonianze di numerose fonti autorevoli, analisti ed enti non governativi statunitensi che presentano prove del fatto che il governo degli Stati Uniti sta compiendo reali preparativi militari; quando si ascoltano il Presidente, il Segretario di Stato o, molto recentemente, il Segretario alla Guerra affermare che un’aggressione militare diretta contro Cuba rientra tra le opzioni sul tavolo del Presidente degli Stati Uniti, è evidente che tale minaccia debba essere presa sul serio. E ciò alla luce dell’esperienza di Cuba in materia e dell’esperienza di tutti coloro che, nel pianeta, hanno subito e continuano oggi a subire non soltanto la distruzione dell’ordine internazionale, ma anche la proliferazione di aggressioni che vanno oltre le misure coercitive unilaterali, nonché il moltiplicarsi dei conflitti e delle guerre che il governo degli Stati Uniti ha combattuto o combatte ancora oggi.

Pertanto, il nostro popolo e il nostro Stato prendono molto seriamente queste minacce e si preparano a difendere con determinazione, fino in fondo, la nostra indipendenza, sovranità e integrità territoriale.

Ma anche se non si trattasse di una minaccia di tale portata, e benché speriamo che essa non si concretizzi mai, perché provocherebbe un vero bagno di sangue, perché causerebbe perdite di vite non soltanto tra le cubane e i cubani, ma anche tra giovani statunitensi che verrebbero mandati a combattere una guerra che non vogliono, che non appartiene loro e che non risponde al benché minimo interesse nazionale né dei cittadini né del popolo statunitense. Ed è chiaro che difenderemo, con la stessa determinazione dimostrata in passato, la nostra indipendenza, sovranità e integrità territoriale.

Allo stesso tempo, però, il nostro Stato e il nostro governo lavorano attivamente nell’ambito delle nostre politiche economiche e sociali per rispondere ai problemi strutturali della nostra economia, ai problemi accumulati negli ultimi decenni e all’effetto di strangolamento provocato oggi dall’assedio energetico che, lo ripeto, equivale a un blocco navale e costituisce un atto di guerra. Il nostro popolo è quindi oggi impegnato con il massimo sforzo ad affrontare le difficoltà e a risolverle attraverso la partecipazione e il contributo di tutti.

Moderatrice: Molte grazie. Grazie davvero. Con questo si conclude la conferenza stampa.

(Traduzione non ufficiale a cura di ANAIC e EmbaCuba-Italia)

 

Link: Ministerio de Relaciones Exteriores de Cuba

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“Situational Awareness (SA): vedere prima, reagire meglio”

Nel mondo del prepping si tende spesso a concentrare l’attenzione su scorte, attrezzature e piani di emergenza. Tutti elementi importanti, ma non sufficienti.
La vera base della preparazione individuale e familiare è una competenza spesso sottovalutata: la consapevolezza situazionale, nota anche come situational awareness.

Essere consapevoli di ciò che accade intorno a noi, comprenderne il significato e anticiparne le possibili evoluzioni consente di ridurre i rischi, evitare decisioni impulsive e affrontare le emergenze in modo razionale, senza ricorrere a comportamenti estremi o allarmistici.

Questo concetto è pienamente coerente con la cultura della protezione civile, che pone al centro la prevenzione, l’autoprotezione e il comportamento responsabile del cittadino prima, durante e dopo un’emergenza.

Cos’è la consapevolezza situazionale

La consapevolezza situazionale è la capacità di osservare l’ambiente, interpretare correttamente le informazioni disponibili e valutare come una situazione potrebbe evolvere nel tempo.
È un principio adottato in ambiti come l’aviazione, la sanità d’emergenza e la protezione civile, dove la corretta lettura del contesto è fondamentale per ridurre il rischio e coordinare interventi efficaci.

Nel prepping civile, questa competenza consente di anticipare criticità e adottare comportamenti adeguati, in linea con le indicazioni delle autorità competenti.

I livelli della Situational Awareness (SA)

La consapevolezza situazionale può essere descritta attraverso tre livelli progressivi, pienamente compatibili con l’approccio della protezione civile.

I livelli sono:

  1. Percezione
  2. Comprensione
  3. Proiezione

Questo concetto è ampiamente utilizzato in ambito aeronautico, militare, sanitario e nella protezione civile, ma risulta altrettanto applicabile alla vita quotidiana e al prepping civile.

1) La Percezione

Il primo livello è la percezione:

  • ciò che si vede
  • ciò che si sente
  • ciò che cambia rispetto alla normalità

Consiste nel notare ciò che accade e ciò che cambia rispetto alla normalità. Segnali come un’interruzione improvvisa dell’energia elettrica, un traffico anomalo o l’indisponibilità di servizi essenziali rappresentano elementi che, se osservati con attenzione, permettono una prima valutazione della situazione.

Esempi concreti possono essere:

  • un’interruzione improvvisa dell’energia elettrica
  • strade insolitamente congestionate
  • servizi pubblici non operativi
  • comportamenti anomali delle persone

Riconoscere ciò che non rientra nella routine è il primo passo verso una corretta valutazione del rischio.

2) La Comprensione

Il secondo livello è la comprensione:

  • è un evento isolato o diffuso?
  • è temporaneo o potrebbe protrarsi?
  • è già accaduto in passato?

In questa fase si attribuisce un significato a ciò che si è osservato. Un blackout che coinvolge più comuni, come accaduto in diverse aree d’Italia, non è solo un disagio temporaneo, ma un evento che può avere conseguenze su mobilità, comunicazioni e accesso ai servizi. È lo stesso principio utilizzato dalla protezione civile per distinguere un evento locale da una criticità più ampia.

Esempi concreti di disagi possono essere:

  • approvvigionamenti
  • mobilità
  • comunicazioni
  • sicurezza

3) La Proiezione

Il terzo livello è la proiezione e riguarda la previsione degli sviluppi:

  • cosa potrebbe accadere nelle prossime ore?
  • quali servizi potrebbero interrompersi?
  • quali effetti secondari potrebbero manifestarsi?

Ovvero la capacità di anticipare possibili sviluppi. Durante eventi come alluvioni, frane, ondate di calore o forti perturbazioni meteo, prevedere gli effetti secondari consente di adottare comportamenti di autoprotezione e di non ostacolare eventuali operazioni di soccorso.

Consapevolezza situazionale e sicurezza personale nei contesti sociali

Quando si parla di pericoli, spesso si pensa a eventi eccezionali o a scenari estremi. In realtà, molte delle situazioni più rischiose nascono in contesti assolutamente ordinari: una piazza affollata, un concerto, una discoteca, una manifestazione, una serata di festa. Nella maggior parte dei casi, non è l’evento in sé a trasformarsi in tragedia, ma il modo in cui le persone reagiscono quando qualcosa cambia improvvisamente.

La consapevolezza situazionale è proprio questo: la capacità di leggere ciò che sta accadendo intorno a noi, coglierne i segnali iniziali e capire quando è il momento di allontanarsi prima che una situazione diventi pericolosa.

Molti episodi avvenuti negli ultimi anni, come il panico in Piazza San Carlo a Torino nel giugno del 2017 o diversi incidenti in locali e discoteche, mostrano un elemento comune: il pericolo non nasce sempre da un crollo, da un incendio o da un’aggressione, ma dalla dinamica della folla. Quando le persone si spaventano tutte insieme, il movimento collettivo diventa incontrollabile. A quel punto non conta più quanto si è forti o veloci: si viene semplicemente trascinati.

Un caso reale: Piazza San Carlo a Torino

Senza ripercorrere nel dettaglio i fatti avvenuti in Piazza San Carlo a Torino, si vuole portare all’attenzione del lettore una conseguenza significativa della fuga incontrollata della folla. Dopo il diradamento delle persone e quando la macchina dei soccorsi è riuscita ad agire, si è infatti verificato un consistente ritrovamento e conseguente accumulo di scarpe e calzature di vario tipo (vedi foto). Nel video dell’articolo linkato è inoltre possibile osservare chiaramente l’effetto della cosiddetta “marea umana”.

Questo elemento, apparentemente secondario, è in realtà molto significativo.
In caso di calca dovuta al cosiddetto effetto “marea umana”, è estremamente facile perdere le calzature, che rappresentano l’unica protezione dei piedi contro oggetti taglienti come cocci di vetro o altri materiali presenti a terra.
La perdita delle scarpe aumenta in modo rilevante il rischio di ferimenti e, di conseguenza, anche il rischio di cadute.
In un contesto di movimento incontrollato della folla, una caduta può rapidamente trasformarsi in una situazione potenzialmente letale a causa del calpestamento.

Questo episodio mostra in modo molto chiaro che, in simili contesti, la consapevolezza situazionale non serve a “gestire” il panico quando è ormai in atto, ma soprattutto a non trovarsi all’interno della dinamica di panico quando questa si innesca.

fonte Rai News

Considerazioni preventive

La prima e più efficace misura di riduzione del rischio sarebbe stata evitare di trovarsi in una situazione di questo tipo. Per la natura stessa dell’evento, il rischio di comportamenti violenti o di movimenti di massa incontrollati era oggettivamente elevato. È tuttavia importante ricordare che dinamiche simili possono verificarsi anche in contesti ritenuti meno critici, come mercatini, sagre paesane o altri eventi molto affollati.

In termini pratici, alcune semplici attenzioni avrebbero potuto ridurre l’esposizione al rischio:

  • osservare preventivamente la conformazione dell’area e individuare non solo le vie di uscita principali, ma anche passaggi secondari o meno evidenti, tenendo conto che il comportamento istintivo porta la maggior parte delle persone a dirigersi verso gli spazi più ampi, con conseguente formazione di colli di bottiglia;
  • mantenersi, per quanto possibile, in prossimità delle vie di fuga già individuate, in modo da poter lasciare l’area tempestivamente ai primi segnali di criticità, evitando di essere coinvolti nel movimento della massa;
  • in presenza di grandi assembramenti, scegliere un abbigliamento adeguato e in particolare calzature chiuse e ben allacciate, che riducano il rischio di sfilarsi e garantiscano una migliore protezione del piede in caso di spinta o di presenza di oggetti a terra.

Un caso reale: tragedia Crans Montana

Altro caso reale è la tragedia avvenuta nella discoteca di Crans-Montana, è utile soffermarsi su alcuni elementi che aiutano a comprendere come, in contesti chiusi e molto affollati, il rischio principale non sia rappresentato solo dall’evento iniziale, ma soprattutto dalle conseguenze che esso genera in termini di comportamento collettivo e gestione dello spazio.

In situazioni di questo tipo, caratterizzate da elevata densità di persone, scarsa visibilità, rumore e stimoli sensoriali intensi, anche un evento inizialmente limitato — come un principio d’incendio, del fumo o un guasto tecnico — può innescare una reazione a catena estremamente rapida.
Inoltre anche l’osservazione delle condizioni del luogo che si va ad occupare per l’evento può lasciare adito a considerazioni personali sulla effettiva sicurezza che questo luogo possa avere.
Il panico, unito alla necessità istintiva di allontanarsi dal pericolo, porta molte persone a muoversi simultaneamente verso le stesse vie di uscita, generando sovraffollamento, compressione e, nei casi peggiori, situazioni di schiacciamento.

In ambienti chiusi, la perdita di orientamento è uno dei primi effetti collaterali del panico. La combinazione di luci, fumo, musica ad alto volume, struttura non correttamente adeguata alle norme di sicurezza e confusione rende difficile comprendere dove ci si trovi e quale sia il percorso più sicuro per uscire.
In queste condizioni, le persone tendono a seguire il flusso della massa, anche quando questo conduce verso colli di bottiglia o zone già congestionate, aggravando ulteriormente la situazione.

Questo tipo di eventi mostra con chiarezza come, in contesti ad alta densità di persone, il fattore critico non sia solo la presenza del pericolo, ma la dinamica della folla che si genera in risposta ad esso.

Considerazioni preventive

Dal punto di vista della prevenzione individuale, alcune semplici attenzioni possono contribuire a ridurre l’esposizione al rischio in contesti simili:

Effetto Spettatore
  • evitare ambienti eccessivamente affollati o che trasmettono una sensazione generale di sovraccarico e disorganizzazione;
  • individuare sempre, al momento dell’ingresso, le uscite principali e secondarie, e mantenere una minima consapevolezza della propria posizione rispetto ad esse;
  • farsi subito un’idea se il locale effettivamente è sicuro e idoneo al tipo di evento a cui si partecipa, verificare la presenza dei presidi di sicurezza minimi (estintori, illuminazione di emergenza, cassette primo soccorso, etc), in caso di assenza di presidi è consigliabile desistere dal permanere nel locale in questione.
  • evitare di posizionarsi stabilmente in zone che appaiono già congestionate o difficili da attraversare;
  • prestare attenzione ai primi segnali di anomalia e non rimandare la decisione di allontanarsi confidando che la situazione si risolva da sola (pregiudizio di normalità) o siano gli altri a risolverla (effetto spettatore).

Anche in questo caso, emerge con chiarezza un principio fondamentale: chi si muove per tempo spesso riesce a evitare di trovarsi coinvolto nella fase più pericolosa dell’evento.

Una lezione generale

La tragedia di Crans-Montana, come altri eventi simili, ricorda che nei luoghi chiusi e affollati il rischio maggiore non è quasi mai legato solo all’evento iniziale, ma alla combinazione tra locali inadeguati, panico, disorientamento e dinamiche di massa.

La consapevolezza situazionale, intesa come attenzione all’ambiente e capacità di riconoscere per tempo i segnali di criticità, rappresenta uno degli strumenti più semplici ed efficaci per ridurre l’esposizione a questo tipo di rischi.

Spesso i segnali ci sono. Prima che una situazione degeneri, l’ambiente cambia: il rumore aumenta, le persone iniziano a voltarsi tutte nella stessa direzione, si percepisce tensione, qualcuno inizia a spingere o a muoversi in modo disordinato. Chi è completamente immerso nel proprio telefono o distratto da quello che sta facendo tende a non notare nulla. Chi invece mantiene un minimo di attenzione all’ambiente circostante si accorge che qualcosa non va, quando c’è ancora tempo per allontanarsi con calma.

Lo stesso principio vale per i rischi di aggressione o rapina. Questi eventi raramente avvengono “dal nulla”. Nella maggior parte dei casi sono preceduti da una fase di osservazione, in cui qualcuno cerca una persona distratta, isolata o disorientata. Una persona che cammina con aria consapevole, che guarda intorno a sé e che sembra sapere dove sta andando, è molto meno attraente come bersaglio rispetto a chi appare completamente assorbito dal telefono o spaesato.

Anche nei locali affollati o nei grandi eventi, la consapevolezza situazionale comincia ancora prima che succeda qualcosa. Entrare in un posto e notare dove sono le uscite, quali sono i passaggi più stretti, dove si concentra più gente, non è paranoia: è semplice buon senso. Se durante la serata si vede che una zona diventa eccessivamente piena, che si fa fatica a muoversi o a respirare, quello è già un segnale di rischio. Oltre una certa densità, le persone smettono di muoversi come individui e iniziano a muoversi come una massa. In quel momento, il controllo personale si riduce drasticamente.

Uno degli errori più comuni è pensare: “Aspetto ancora un attimo e vedo come va”. Purtroppo, quando la situazione peggiora davvero, non c’è più tempo per decidere. Chi si muove per tempo, invece, spesso riesce semplicemente ad andarsene senza nemmeno capire, se non dopo, quanto fosse vicino al problema.

In fondo, la consapevolezza situazionale non è uno stato di allerta permanente e non significa vivere con paura. Significa mantenere un filo di attenzione verso l’ambiente in cui ci si trova, sufficiente per riconoscere quando qualcosa sta cambiando in modo anomalo.

La sua funzione più importante non è aiutare a reagire nel caos, ma evitare di trovarsi nel caos.

Ed è proprio questo che la rende uno degli strumenti più semplici e più efficaci di prevenzione personale e collettiva.

Nei prossimi articoli affronteremo alcuni aspetti psicologici della Consapevolezza Situazionale, tra cui il Gray Man, Normai Bias, Effetto spettatore etc.

Perché la consapevolezza situazionale è centrale nel prepping

Nel contesto italiano, caratterizzato da un territorio fragile e da una frequente esposizione a rischi naturali, la consapevolezza situazionale rappresenta uno strumento fondamentale di prevenzione non strutturale, esattamente come promosso dalla protezione civile.

Essere consapevoli significa:

  • ridurre la probabilità di esporsi inutilmente al rischio
  • alleggerire la pressione sui servizi di emergenza
  • favorire una gestione ordinata e collaborativa delle situazioni critiche

Inoltre la consapevolezza situazionale permette di:

  • intervenire prima che l’emergenza diventi critica
  • proteggere la propria famiglia
  • utilizzare in modo efficiente le risorse disponibili
  • mantenere lucidità anche in situazioni stressanti

Molte emergenze non diventano crisi per chi riesce a leggere correttamente i segnali iniziali.

Il prepper consapevole non si sostituisce alle istituzioni, ma collabora indirettamente attraverso comportamenti corretti e responsabili.

Applicazione nella vita quotidiana

La consapevolezza situazionale non equivale a vivere in costante allerta. È invece una forma di attenzione equilibrata, simile a quella promossa nelle campagne di informazione della protezione civile.

Al contrario, si basa su:

  • osservazione calma
  • attenzione selettiva
  • conoscenza della normalità

Conoscere il territorio in cui si vive, i principali rischi locali (idrogeologici, sismici, climatici) e le procedure di emergenza previste dal proprio comune consente di riconoscere più facilmente le anomalie e di reagire in modo appropriato.

Anche semplici abitudini quotidiane contribuiscono a rafforzare questa capacità, rendendo il cittadino parte attiva del sistema di protezione civile.

Alcuni esempi pratici:

  • osservare le uscite quando si entra in un luogo
  • notare comportamenti fuori contesto
  • ascoltare le comunicazioni ufficiali, senza ignorare i segnali locali
  • conoscere la normalità per riconoscere l’anomalia

Errori comuni da evitare

Una cattiva applicazione della consapevolezza situazionale può risultare controproducente.
Tra gli errori più frequenti si riscontrano:

  1. l’ipervigilanza, che genera stress e decisioni affrettate
  2. la sottovalutazione del rischio, in contrasto con il principio di prevenzione
  3. l’uso di fonti non ufficiali o non verificate
  4. la dipendenza esclusiva dalla tecnologia, che può non essere disponibile in emergenza

La protezione civile insegna che informazione corretta e comportamento adeguato sono elementi chiave della sicurezza.

Come allenare la consapevolezza situazionale

Allenare questa competenza significa sviluppare una mentalità preventiva.
Osservare l’ambiente, analizzare eventi passati e conoscere i piani comunali di emergenza permette di costruire una base solida di consapevolezza. Anche la partecipazione a esercitazioni, incontri informativi o attività di volontariato contribuisce a rafforzare questa capacità.

Più avanti si affronteranno anche esercizi per affinare la propria SA, come ad esempio:

  • il Gioco di Kim
  • LA visione Periferica
  • Caccia agli Oggetti
  • OODA Loop

Prepararsi non significa aspettarsi il peggio, ma sapere cosa fare se accade.

Box – Cosa fare prima, durante e dopo

La consapevolezza situazionale accompagna ogni fase dell’emergenza.

Prima
Prima che si verifichi un evento, è fondamentale conoscere il territorio, i principali rischi locali e le procedure di emergenza. Informarsi attraverso canali ufficiali, preparare un piano familiare e osservare i segnali precoci consente di agire con anticipo e lucidità.

Durante
Durante l’emergenza, la priorità è mantenere la calma, valutare l’evoluzione della situazione e adottare comportamenti di autoprotezione. Seguire le indicazioni delle autorità, evitare spostamenti inutili e non diffondere informazioni non verificate contribuisce alla sicurezza propria e al buon funzionamento del sistema di soccorso.

Dopo
Dopo l’evento, la consapevolezza situazionale aiuta a comprendere quando il pericolo è realmente cessato. È importante continuare a informarsi, verificare eventuali danni, evitare zone a rischio e collaborare con

Box – Consigli AIP

In linea con i principi della protezione civile, l’Associazione Italiana Prepper suggerisce di:

  • conoscere i rischi del proprio territorio
  • informarsi attraverso canali ufficiali
  • adottare comportamenti di autoprotezione
  • mantenere calma e lucidità
  • evitare azioni che possano intralciare i soccorsi

La consapevolezza situazionale è uno strumento di responsabilità individuale al servizio della sicurezza collettiva.

Conclusione

Nel prepping moderno, la consapevolezza situazionale rappresenta la prima e più importante risorsa.
Scorte e strumenti sono utili, ma senza la capacità di comprendere la realtà e anticiparne le evoluzioni perdono gran parte della loro efficacia.

Essere prepper significa essere attenti, informati e responsabili, contribuendo alla propria sicurezza e a quella della comunità.

L'articolo Consapevolezza situazionale: la prima vera risorsa del prepper proviene da Associazione Italiana Preppers.

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Valsusa, Territori Occupati

Di fronte alla prospettiva di dover vivere per chissà quanti anni
a ridosso di un cantiere militarizzato,
si pensa all’alternativa di vendere.
E andarsene piuttosto che vedere la tua casa
occupata (che ho detto mioddio perdono,
sono gli squòtter che occupano!)
abitata da chi ti ci ha cacciato.
Ricorda niente?
Esatto,
Territori Occupati.

Il chilometro “elastico”. Da questa notte per raggiungere la stazione di Susa da San Giuliano è necessario circumnavigare l’area sgomberata, col risultato di trovarsi a percorrere un itinerario lungo più di 12 km (in linea d’aria sono 2,4 km!).

Arrivano nella notte le notizie dalla Valsusa, pronte per mandar di traverso il caffè appena svegli. La polizia ha sgomberato San Giuliano, storico presidio NoTav dove alcuni militanti avevano allestito mobilhomes e tende per poter pernottare.

Nulla di nuovo e nessuna meraviglia.

Il terreno è quello acquisito tempo addietro da oltre un migliaio di persone, ognuno una piccola parte, per rendere complicato l’esproprio annunciato. All’interno dell’area soggetta a esproprio si trovano anche alcune case abitate e al momento non ci è chiaro se verranno espropriati anche questi immobili o se il cantiere vi crescerà intorno.  Fra un commento e l’altro all’interno del nostro gruppo iniziamo a chiederci se e come sia possibile che “lo Stato” possa agire dentro un terreno privato attraverso le “forze dell’ordine”, senza che queste siano chiamate a intervenire dai proprietari. Domande un po‘ naïf se vogliamo ma nel momento in cui si spaccano i maroni da decenni prima con terroni, rom & sinti e poi con gli “extracomunitari” (forse si riferivano agli americani che comprano case in Sicilia) accusati di prendere con la forza le case “agli ‘taliani”, che si faccia spallucce nel momento in cui la polizia in assetto di guerra sgombera il “sacro terreno privato” lo troviamo un segnale quantomeno strano. Perfino La Stampa, mai tenera col movimento, fa notare che i terreni verranno sì espropriati mercoledì prossimo 9 ottobre 2024, ma che il clima del presidio era pacifico e che la situazione sarebbe precipitata in caso di azioni delle “forze dell’ordine”.
Un cambio di paradigma significativo: il presidio NoTav è stato sgomberato in via preventiva tra la notte di domenica 6 ottobre 2024 e questa mattina, mentre era radicato su un terreno ancora oggi di proprietà privata.
La cosa che lascia perplessi è un’“opinione pubblica” così attenta alla roba, alla proprietà, alla “casa occupata”, che fa spallucce al potere poliziesco, il quale fa quel che fa.
Preoccupa che gli abitanti e le autorità di Susa (il Sindaco, cascato dalle nuvole, è al mare), ancorché puntualmente informati da tempo dagli esperti del movimento, non sembrano pensare che siano fatti loro, nemmeno di fronte a esistenze che verranno rese schifosamente difficili per anni dall‘ennesimo cantiere inutile.
Vite già complicate dallo sgombero necessario per far spazio alla rotaia, dicono, mentre da stamattina si devono percorrere dodici chilometri e mezzo per colmare lo spazio di quei 2-3 che separano San Giuliano dalla stazione di Susa.

Abbiamo ragione di pensare che anche a causa della gestione militarizzata dell’emergenza covid degli ultimi anni, del suo linguaggio narrativo, ci sia stata una rimilitarizzazione dell’immaginario.
Un atto di forza evidente, davanti al quale sembra che la maggior parte dell’opinione pubblica si sia abituata.
Nonostante decenni di guerre preventive finite malissimo, l’opinione pubblica fatica – anzi, si ostina – a non capire che il paradigma è Gaza, che sarà Gaza per tutti. E *non possiamo* capirlo a fondo perché è troppo enorme, non saremo mai pronti a capirlo.
Si subisce il rapporto di forza in modo acritico, passivo, rassegnato, al limite fideistico.

Facciamo un po’ ridere, oggi, a scrivere di gas lacrimogeni CS vietati dalla convenzione di Ginevra e usati dai reparti di polizia italiani, quando il paradigma di riferimento che ci siamo dati è Gaza, quando gli orchi hanno fame e chiedono di fare più figli, quando è ormai palese che contro uno stato che si comporta illegalmente, la legalità può soltanto perdere.

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Mattie: la discarica perc*lata

 

Ieri ci siamo imbattuti in questa buona notizia che volentieri segnaliamo.

Molto brevemente, Regione Piemonte e Città Metropolitana di Torino volevano realizzare, di concerto con ACSEL, uno stoccaggio di rifiuti contenenti amianto a Camposordo di Mattie, luogo di una preesistente discarica. Erano già partite le valutazioni di impatto ambientale, sintomo della volontà di un’approvazione repentina.

Il 31 maggio Luna Nuova ha fatto percolare la notizia prima che potessero farlo i liquami contaminati, vanificando in tal modo l’effetto sorpresa.

Una mobilitazione dal basso contro l’avvelenamento del territorio ha spinto sui comuni interessati dal progetto e soci della stessa ACSEL, portando al gioioso epilogo di ieri: dopo 3 ore e mezza di assemblea i sindaci all’unanimità hanno rispedito il progetto al mittente.

L’abbiamo scritto più volte, ne siamo convinti e lo ribadiamo: la mobilitazione non è fatta di sole sconfitte.
Appuntiamolo a memoria: ogni tanto si vince, oggi una volta in più.

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VANCE, IL REPUBBLICANO NUOVO


La corsa di J. D. Vance verso Donald Trump non è stata breve né facile: l’endorsement che gli ha fatto conquistare l’Ohio, il noto autore di Hillbilly Elegy lo ha dovuto sospirare. Ma una volta espiati i precedenti da Never Trumper, la nomina di candidato vice del Tycoon poteva in effetti calzargli a pennello per una serie di ragioni. Per la campagna elettorale orchestrata da Luke Thompson – aggressiva, spericolata ma efficace – che ne ha messo in luce tutto il potenziale. Per l’abilità con cui racconta il redneck e le sue frustrazioni profonde, ma in una favola che rispolvera il più classico sogno americano e con un linguaggio che parla anche al laureato suburbano.

Soprattutto, però, per la sua capacità di attrarre fondi, dati anche i legami con settori dell’economia verso cui Trump, evidentemente, ha uno sguardo sempre più attento. C’è il mondo delle criptovalute ad esempio, con cui Vance ha entusiastici rapporti e le cui aspettative nei confronti di Trump – dopo quattro anni di bastonature democratiche – sembrano alte. E c’è una Silicon Valley sempre meno dem.



Elon Musk
Tecno-ottimisti per Trump

“Certo” – commenta l’informatissimo Teddy Schleifer – “il vostro vicepresidente medio di Google crede ancora nel cambiamento climatico o nei visti H-1B, e andrà a San Francisco per protestare contro il divieto anti-islamico. Ai livelli più alti e più ricchi dell’industria, però, i creatori di tendenze culturali hanno ingoiato la pillola rossa”. Anche perché, a differenza che nel 2016, oggi essere presi di mira da persone di sinistra sui social potrebbe essere commercialmente un vantaggio. Ma al di là di un crescente fastidio per il fanatismo ricattatorio di marca woke, ciò che irrita i magnati del tecno-ottimismo è la stretta fiscale sulle startup o la prospettiva di una IA rigidamente controllata. La proposta di un’imposta sulle plusvalenze non realizzate, ad esempio, è stata la goccia di troppo per Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori di una delle più importanti società di venture capital della Silicon Valley. E analoghi sono i discorsi che si fanno al Cicero Institute di John Lonsdale o dalle parti del suo amico Elon Musk, che oggi incassa contro Biden anche l’appoggio di un megadonatore democratico come Jeff Skoll. Siamo nel mondo della Little Tech Agenda che scalpita sotto i tacchi del GAFAM. Dove Meta o Google – che da anni mantengono, insieme alle loro posizioni dominanti, il baraccone della censura progressista – vengono liquidati come modelli obsoleti. E in cui libertà d’espressione fa rima con libertà dalla stretta politica che si traduce in tasse e burocrazia. Una prospettiva integralmente libertaria e liberista, quindi. Ma non massimalista. Anzi, strategicamente molto scaltra.



Lina Khan, presidente della Federal Trade Commission

Ci si potrebbe stupire ad esempio che la corte trumpiana – pur unita dalla richiesta di un laissez faire radicale – stia imparando a tollerare figure come Lina Khan, l’agguerrita presidente della Federal Trade Commission. Che sostiene da tempo l’idea di una legge sull’antitrust potenziata. Non focalizzata solo su prezzi e tariffe, ma su natura e qualità dei servizi, sul pluralismo dell’offerta, sull’equilibrio tra piccole e grandi aziende. In realtà si capisce che quella suggestione oggi si insinui anche in ambienti conservatori, dove matura la consapevolezza che il modello progressista non si sconfigge depotenziandone le casematte. Semmai, anzi, rafforzandole e sfruttandole.



I conservatori non possono disarmare unilateralmente o non usare il potere del governo per promuovere il loro programma. Lo dice l’esperienza: la struttura amministrativa porterebbe avanti la propria agenda, spesso in contrasto con quella conservatrice, anche sotto un governo conservatore. A meno che non mettano in mano alla burocrazia il potere di promuovere un programma di libertà, non fermeranno la sua marcia anti-libero mercato e di sinistra


Così si legge nel voluminoso Project 2025, patrocinato dalla Heritage Foundation. Ritorcere contro i democratici gli odiati residui post New Deal è il momento tattico fondamentale. Ben venga dunque un antitrust che colpisca gli oligopoli a dispetto dei cavilli. In quanto pericolosi non solo per il consumatore di merci ma anche per il cittadino, fruitore del mercato delle idee. Quindi ben vengano le bordate (quantomeno rumorose) della Khan al GAFAM e il modello teorico che le sostiene. Perché “è ora di smantellare Google”, come dice senza mezzi termini Vance. Il quale del resto appoggia la proposta di revisione della Sezione 230 del Communication Decency Act, che tanto dispiacerebbe a Microsoft. E da tempo è investitore di Rumble, piattaforma alternativa a YouTube.





Giovani Repubblicani crescono

Questa Silicon Valley sempre più plurale, pro-crypto, pro-business, ma disposta alla strategia politica, in Vance trova l’uomo ideale. Perché è essenzialmente uno di loro, ed è capace di tradurne le aspirazioni in parole d’ordine efficaci. Oltretutto non ha ancora quarant’anni, guarda al lungo periodo e ha una vasta rete di relazioni. Non ultima, peraltro, l’amicizia col magnate visionario (e suo megafinanziatore) Alex Thiel, con cui Trump evidentemente mira a ricucire rapporti da tempo gelidi (ne abbiamo parlato qui).Inoltre, Vance incarna un nuovo tipo di attivista repubblicano. Quello rappresentato da gruppi come il Rockbridge Network, di cui è co-fondatore. Una rete di facoltosi sostenitori del GOP che ama la discrezione (il New York Times parlò di Secret Coalition). Ma che in uno dei rari documenti resi pubblici, risalente al 2021, già dichiarava a chiare lettere la propria mission: “sostituire l’attuale ecosistema repubblicano di think tank, organizzazioni mediatiche e gruppi di attivisti che hanno contribuito al declino del Partito con persone e istituzioni più orientate all’azione, più efficaci e focalizzate sulla vittoria”. Concretamente: rinnovare la rete dei media conservatori e le modalità di comunicazione, lavorare su contenziosi strategici, formare nuovo personale politico, strutturarsi capillarmente sui territori. Cultura di governo, non solo vittorie elettorali. E vittorie con largo margine, per assicurarsi spazi egemonici sufficienti. Ma soprattutto declinazione di strategie, obiettivi e risorse come in una sorta di political venture capital, dove ogni donatore è un azionista. Un modello potrebbe offrirlo il fondo d’investimento anti-woke Capital 1789 di Christopher Buskirk e Omeed Malik (non senza i fondi di Mercer e del solito Thiel). L’obiettivo allora era rompere il muro dei tradizionali donatori, scettici su Trump. E lo è verosimilmente anche oggi, dato che i Rockbridge – di solito restii ad invitare candidati in corsa alle loro iniziative – qualche mese fa hanno voluto il Tycoon in un incontro a porte chiuse. Ma oltre questo, c’è la volontà di rimettere in gioco forze giovani per destrutturare le obsolete liturgie repubblicane. “La si potrebbe pensare” avrebbe detto uno dei partecipanti “come una sorta di ambiziosa coalizione di destra che mescola dinamismo americano, nuova tecnologia spaziale, infrastrutture di sicurezza nazionale e innovazione con la politica repubblicana. Tutto molto più cool, sotto ogni punto di vista, rispetto ai tradizionali eventi e alle coalizioni repubblicane che ovviamente non sono cool per definizione“.Di “tecno-populismo” ha parlato subito la stampa liberal. In realtà la prospettiva di Vance – forse contraddittoria, a tratti propagandistica – è esplosiva. E ispirata da un’elaborazione non improvvisata. Nulla di paragonabile alla rete Koch o al Growth Club, polverosi monumenti al GOP che fu, con cui pure ovviamente Trump non disdegna interlocuzioni. Questa è la cifra che distingue Vance da quelli che la stampa dava come i suoi principali concorrenti, Nikki Haley o Tim Scott. Con lui, Trump ha fatto una scelta di campo, anche in questo senso. Vance, in sostanza, si candida ad essere il volto di un trumpismo che ormai sembra definitivamente uscito dalla fase delle malattie infantili.






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CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA

Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?

Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta.
Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana.
Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.

Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran.
La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…

Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro.
L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga.
In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.

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Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

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IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

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LA CATABASI IMPERIALE

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

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LA GUERRA PERDUTA

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

L'articolo LA GUERRA PERDUTA proviene da Giubbe Rosse News.

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Fedeli alla linea (di comando)

✇unit
di: Unit

Sabato 11 maggio alle ore 15 presso CSOA COX 18 in Via Conchetta 18, Milano

LOST, le Lunghe Ombre della Scienza e della Tecnica e Unit hacklab presentano:

Fedeli alla linea (di comando)

registrazione audio a cura di cox18stream e Archivio Primo Moroni

Introduzione al terminale e alla riga di …

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BIDEN ABBASSA LA CRESTA. DA “CI SARANNO CONSEGUENZE” A ” VOGLIAMO COMPETERE”

ALL’INTERVENTO A MUSO DURO DEL NUOVO MINISTRO DEGLI ESTERI QUIN GANG , IL GOVERNO USA ABBASSA I TONI E CERCA DI RAFFREDDARE LA POLEMICA. SI RIVELA LA TIGRE DI CARTA PROFETIZZATA DA MAO.

Il tono minaccioso e la lista delle posizioni criticabili della Cina rispetto alla guerra Ucraina ( mancata condanna della Russia all’ONU, rafforzamento della collaborazione economica russo-cinese, possibilità di invio di armi e munizioni ai russi) si sono dissolte come neve al sole.

Il tono irritante del dipartimento di stato e i solenni avvertimenti a non toccare Taiwan anche. Lo sceriffo si é reso conto di avere a che fare con un osso duro ed é diventato più conciliante. Niente più oscure minacce di ritorsioni: qua la mano !

Nel link sottostante troverete il testo che Biden finse di snobbare, inducendo molti alla imitazione, e che adesso dovrà imparare a memoria. E’ il decalogo cinese per essere coerenti col concetto di pace.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35641&action=edit

In effetti, la storia degli Stati Uniti é caratterizzata dalla violenza e dall’espansione il suo budget assomma al 40% di quello di tutti i paesi del mondo messi insieme ed hanno 800 basi militari sparse in paesi esteri, senza contare le flotte. Difficile dire che lo fanno per la pace.

Aver fatto notare queste verità che sono sotto gli occhi di tutti, la Cina si é vista sbeffeggiare dal presidente Joe Biden che ha snobbato il documento, implacabile ma pacato. Poco dopo il nuovo ministro degli Esteri cinese, ha cambiato il tono ed ha dichiarato che se gli USA continueranno con questi comportamenti miranti a soggiogare, prima psicologicamente, poi economicamente, la Cina, ” lo scontro sarebbe inevitabile”. Una notizia d’agenzia ha fatto circolare la cifra dei coscritti possibili: 20 milioni.

Gli USA – che sono già stati impressionati dal richiamo alle armi di trecentomila uomini fatto dalla Russia e memori della definizione di “unwise” data da Henri Kissinger all’atteggiamento bullesco di affrontare due crisi in contemporanea – hanno cambiato tono e smesso di cercare di stanare la Cina. Ancor oggi non sono riusciti a capire fino a che punto il celeste impero sia coinvolto con l’impero del male. Il timone punta a neutrale.

XI JINPING ha infatti confermato che non c’é stata nessuna cessione di armi ai duellanti, non ha dedicato una sola riga all’Europa e si é concentrato sui temi anticinesi degli USA: Taiwan, TIK TOK vessata quotidianamente, Huawei, le strumentali campagne per i diritti umani a favore degli Uiguri ( una delle sedici etnie presenti in Cina); la costruzione di una catena strategica attorno alla Cina ( AUKUS) , mirante a mortificarla nel suo mare, l’appoggio dato alla Filippine per il contenzioso per le isole Spratly, il riarmo accelerato giapponese. Tutte questioni sollevate ( o risollevate) dagli USA nell’ultimo anno miranti a indebolire XI.

La superiorità intellettuale cinese ha fatto fronte a tutte questi ostacoli affrontati senza ai usare toni aggressivi.

In questo secondo link troverete un estratto di un documento americano che tratta a un dipresso degli stessi temi del cinese, ma lo fa concentrandosi sulla Russia, al punto che affronta la situazione globale senza mai nominare Cina e India, nel tentativo di affrontare un avversario alla volta. Forse pensano che i cinesi siano tanto sciocchi da non averci pensato.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35317&action=edit

L’ultimo link é al più completo documento Rand sulla Russia: Extending Russia ci ho messo un pò a capire che intendevano l’espansione delle spese russe a causa di guerre e rivolte ( indicate analiticamente) fino al punto da provocarne il crollo. Ed é qui che risalta il concetto di competitive advantage, ossia ottenere un vantaggio competitivo provocando una proxy war ( guerra per procura). Non si sono resi conto che , a partire da oggi, molti, sentendo parlare di competition la prenderanno per un sinonimo di guerra. Dovranno spolverare il vocabolario.

https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR3063.html

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Presentazioni autodifesa e cisti

manituana c1

Usciamo dai laboratori dell'hacklab _TO ed entriamo nel camper per lo straordinario tour di presentazioni di alcuni dei progetti che ci hanno fatto faticare in questi ultimi mesi!

Tutti questi incontri e tutti (i numerosi) che verranno sono warm-up in vista dello splendido hackmeeting che quest'anno si terrà a Firenze presso il Next Emerson dal 30 Maggio al 2 Giugno!

Siateci!

6 Aprile, alle 16:30 @CELS

Presentazione di cisti.org

9 Aprile, alle 17:00 @MANITUANA

Corso di autodifesa digitale

11 Aprile, alle 17:00 @AULA C1

Presentazione di cisti.org

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