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Longevity Magazine – Puntata del 13/6/2026

Longevity Magazine - Puntata del 13/6/2026

MILANO (ITALPRESS) – Tutto per una sana e lunga vita. Nell’undicesima puntata di Longevity Magazine, format Tv dell’agenzia di stampa Italpress, Antonino Di Pietro, direttore dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis di Milano del Gruppo San Donato, intervista Antonio Antonuzzo, responsabile dell’Area di Medicina e Riabilitazione Ambulatoriale presso l’IRCCS Ospedale Galeazzi – Sant’Ambrogio di Milano, e Giusy Nocca, professore Associato presso la Sezione di Biochimica e Biochimica Clinica del Dipartimento di Scienze biotecnologiche di base, cliniche intensivologiche e perioperatorie dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. I temi al centro del format il lipedema e la cosmetologia a supporto delle terapie oncologiche.

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I malori della 24ª settimana 2026

Los Angeles, California, Stati Uniti d’America: «Ha avuto un malore fatale durante una passeggiata serale: morto William Hasley, lo sceneggiatore dei Puffi». Lo riporta Il Fatto Quotidiano.

 

Monte Nai, città metropolitana di Cagliari: «Costa Rei, malore mentre è al mare con la famiglia: muore un imprenditore di San Vito». Lo riporta L’Unione Sarda.

 

Abano Terme, provincia di Padova: «Malore mentre gioca a padel: broker muore dopo nove giorni». Lo riporta Il Mattino di Padova.

 

Calascio, provincia dell’Aquila: «Malore in bici e caduta nel burrone: muore imprenditore di 54 anni». Lo riporta Il Capoluogo.

 

Peccioli, provincia di Pisa: «Si accascia a terra e muore durante la corsa podistica: malore fatale per un uomo di 61 anni». Lo riporta La Nazione.

 

Campo San Martino, provincia di Padova: «Malore mentre lavora in un cantiere, morto operaio di 45 anni». Lo riporta PadovaOggi.

 

Ravenna: «Malore fatale mentre era in bici. Ex calciatore muore a 47 anni». Lo riporta Il Resto del Carlino.

 

Bassano del Grappa, provincia di Vicenza: «Malore fatale mentre passeggia lungo il Brenta con gli amici: muore papà di 48 anni». Lo riporta Il Giornale di Vicenza.

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Finale Ligure, provincia di Savona: «ucciso da un malore a bordo piscina». Lo riporta La Stampa.

 

Pasian di Prato, ente di decentramento regionale di Udine: «Lutto nel Friuli Collinare: morto per un malore il medico di base e colonna della FIGC». Lo riporta Messaggero Veneto.

 

Marina Romea, provincia di Ravenna: «Colto da un malore mentre va in bici: soccorso dall’elicottero, 45enne grave in ospedale». Lo riporta RavennaToday.

 

Scorzè, citàtà metropolitana di Venezia: «malore alla San Benedetto: muore operaio di 48 anni». Lo riporta La Nuova Venezia.

 

Marina di Ravenna, provincia di Ravenna: «Elicottero del 118 a Marina di Ravenna: malore in spiaggia per un ultrasettantenne». Lo riporta Ravenna Notizie.

 

Vezzano Ligure, provincia della Spezia: «Malore improvviso alla guida, l’auto precipita da un poggio: un morto e un ferito». Lo riporta La Nazione.

 

Udine: «Malore improvviso, morto a 62 anni : aveva guidato i carabinieri di Udine, Gorizia e Trieste». Lo riporta Messaggero Veneto.

 

Sassuolo, provincia di Modena: «malore a 21 anni. Stamattina i funerali. Donati gli organi». Lo riporta Il Resto del Carlino.

 

Marzamemi, provincia di Siracusa: «Maxi rissa davanti al suo locale, ha un malore e muore». Lo riporta ANSA.

 

Bedizzole, provincia di Brescia: «Tragedia lungo il fiume, cade in acqua dopo un malore e muore: la vittima è il 75enne». Lo riporta il Dolomiti.

 

Ballabio, provincia di Lecco: «Grande dolore in Valsassina, giovane papà stroncato da un malore». Lo riporta LeccoToday.

 

Porto Recanati, provincia di Macerata: «Malore fatale dopo essere tornata a casa dal lavoro: morta l’infermiera . Le ultime parole al compagno: “Non sto bene”». Lo riporta Corriere Adriatico.

Baricella, città metropolitana di Bologna: «Morì per un malore, salvati i suoi sedici cani». Lo riporta Il Resto del Carlino.

 

Marotta, provincia di Pesaro e Urbino: «Malore fatale in automobile». Lo riporta CentroPagina.

 

Veroli, provincia di Frosinone: «Malore fatale in un bar. Morto un anziano». Lo riporta Ciociaria Oggi.

 

Bari: «Tragedia a Bari: studentessa trovata senza vita in casa, l’ipotesi è di un malore improvviso». Lo riporta Borderline24.

 

Bellaria Igea Marina, provincia di Rimini: «Il malore, la caduta in acqua e il salvataggio dei bagnini: gravissima una delle sei anziane trentine». Lo riporta Il T Quotidiano.

 

Cremona: «Malore fatale per una 37enne». Lo riporta Crema News.

 

Valvasone Arzene, ente di decentramento regionale di Pordenone: «Malore nel sonno, muore a 29 anni accanto alla fidanzata». Lo riporta Il Gazzettino.

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Villa di Chiavenna, provincia di Sondrio: «Malore fatale: muore escursionista in Valchiavenna». Lo riporta SondrioToday.

 

Scorzè, città metropolitana di Venezia: «Operai morti per caldo e malore». Lo riporta Il Gazzettino.

 

Fano, provincia di Pesaro e Urbino: «Anziana malore morta in auto sulla statale Metaurilia». Lo riporta Corriere Adriatico.

 

Ascoli Piceno: «Malore in acqua, perde la vita un anziano turista». Lo riporta Il Resto del Carlino

 

Lido di Camaiore, provincia di Lucca: «Tragedia alla “Notte dei Giganti”: muore davanti alla moglie, malore fatale per un barista». Lo riporta La Nazione.

 

Castel di Lama, provincia di Ascoli Piceno: «scompare di casa, lo ritrovano morto: malore fatale». Lo riporta Corriere Adriatico.

 

Como: «Malore fatale sul sentiero sopra Como: morto un uomo di 67 anni». Lo riporta QuiComo.

 

Civitanova Marche, provincia di Macerata: «Un malore in casa, morto 80enne». Lo riporta Cronache Maceratesi.

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Penna San Giovanni, provincia di Macerata: «Assessore muore dopo un malore, “Era amato da tutti in paese”». Lo riporta Cronache Maceratesi.

 

Agropoli, provincia di Salerno: «accusa un malore in casa: muore pasticciere 49enne». Lo riporta Il Mattino.

 

Toscolano Maderno, provincia di Brescia: «Malore al rifugio Pirlo allo Spino, soccorso un escursionista di 70 anni». Lo riporta GardaPost.

 

Montegranaro, provincia di Fermo: «Montegranaro in lacrime per l’ex calciatore stroncato da un malore: aveva 63 anni». Lo riporta Corriere Adriatico.

 

Vezzano Ligure, provincia della Spezia: «Malore alla guida e schianto contro il guard rail: muore un volontario». Lo riporta Città della Spezia.

 

Treia, provincia di Macerata: «Treia, uomo di 73 anni stroncato da un malore mentre taglia l’erba: in lacrime per la scomparsa di ». Lo riporta Corriere Adriatico.

 

Modena: «Colto da un malore in farmacia: salvato con il massaggio cardiaco». Lo riporta Gazzetta di Modena.

 

Tolentino, provincia di Macerata: «morta in piscina: dramma a Villa. Ipotesi malore». Lo riporta Corriere Adriatico.

 

Brescia: «Ha un malore e cade in moto: muore a 66 anni». Lo riporta Il Giorno.

 

Venaria Reale , provincia di Torino: «Colto da infarto mentre fa jogging nel parco: salvato da passanti e 118». Lo riporta TorinoToday.

 

Angri, provincia di Salerno: «muore per un malore». Lo riporta Il Mattino.

 

Cordignano, provincia di Treviso: «Malore fatale durante viaggio di fede: opitergino muore a Medjugorje». Lo riporta Oggi Treviso.

 

Brescia, provincia di Brescia: «Stroncata da un malore improvviso». Lo riporta BresciaToday.

 

Monticolo, provincia autonoma di Bolzano: «Sessantenne muore dopo un malore in acqua al lago di Monticolo». Lo riporta TV33.

 

Grosseto, provincia di Grosseto: «Morto in bicicletta per un malore». Lo riporta La Nazione.

 

Treviso, provincia di Treviso: «si è spenta a 61 anni dopo un malore in casa». Lo riporta Oggi Treviso.

 

Reggio Emilia: «Auto ribaltata finisce in canale: muore a 21 anni». Lo riporta Il Mattino.

 

Fano, provincia di Pesaro e Urbino: «colta da malore, martedì i funerali». Lo riporta Vivere Fano.

 

Firenze: «Due vittime sulle strade fiorentine: morto l’84enne colto da malore in auto». Lo riporta Firenze Dintorni.

 

Tolentino, provincia di Macerata: «Cade in piscina: vittima 69enne, ipotesi malore». Lo riporta AnconaToday.

 

Versilia, provincia di Lucca: «Ha un malore sul bus, chiede di scendere e muore». Lo riporta VersiliaToday.

 

Vigolzone, provincia di Piacenza: «Malore fatale per un 86enne». Lo riporta Piacenza Sera.

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Montesilvano, provincia di Pescara: «Malore in spiaggia: muore 60enne». Lo riporta Notizie d’Abruzzo.

 

Venezia: «Maestra d’asilo stroncata dalla malattia a 45 anni: aveva perso il papà pochi mesi fa a causa di un malore». Lo riporta Il Gazzettino.

 

Chieti Scalo, provincia di Chieti: «Malore sul filobus a Chieti Scalo: muore un 64enne». Lo riporta Notizie d’Abruzzo.

 

Civitanova Marche, provincia di Macerata: «malore sul trattore: perde il controllo, si ribalta e muore schiacciato». Lo riporta Corriere Adriatico.

 

Torre del Lago, provincia di Lucca: «s’accascia mentre va al mare con il cane: muore per un malore». Lo riporta Il Tirreno.

 

Lunata, provincia di Lucca: «Malore in auto, muore a 64 anni». Lo riporta LuccaInDiretta.

 

San Venerio, provincia della Spezia: «Malore in strada a San Venerio: muore un’anziana». Lo riporta Città della Spezia.

 

Castenedolo, provincia di Brescia: «Stroncato da un malore improvviso, il calcio bresciano piange». Lo riporta BresciaToday.

 

Vezzano Ligure, provincia della Spezia: «Volontario muore sulla Ripa. Ha avuto un malore alla guida. Stava trasportando un assistito». Lo riporta La Nazione.

 

Messina: «Malore sul bus shuttle: soccorso un passeggero». Lo riporta MessinaToday.

 

Giaveno, provincia di Torino: «Malore a Giaveno: cameriere si sente male al ristorante». Lo riporta L’Agenda News.

 

Salbertrand, provincia di Torino: «Malore sul regionale per Bardonecchia: stop d’emergenza a Salbertrand». Lo riporta Torino Cronaca.

 

Venaria Reale, città metropolitana di Torino: «Malore durante la corsa alla Mandria: 60enne rianimato e ricoverato in gravi condizioni». Lo riporta Giornale La Voce.

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Pont Canavese, città metropolitana di Torino: «Malore in casa, cade e batte la testa: pensionato 77enne elitrasportato alle Molinette». Lo riporta Giornale La Voce.

 

San Clemente, provincia di Caserta: «Malore a bordo dell’autobus, passeggero soccorso dall’autista». Lo riporta CasertaNews.

 

Gemona, ente di decentramento regionale di Udine: «Il portalettere di Gemona soccorre un uomo colto da malore». Lo riporta TG Poste.

 

Rimini: «Detenuto aggredisce le guardie e i medici dopo aver finto un malore». Lo riporta SetteSere.

 

Ancona: «Malore sul treno, 26enne soccorso dalla Croce Gialla». Lo riporta AnconaToday.

 

Brescia: «Malore alla guida in tangenziale sud a Brescia: grave automobilista». Lo riporta Giornale di Brescia.

 

Agrigento: «Malore, donna intubata a Porta di Ponte». Lo riporta Agrigento Notizie.

 

Giussano, provincia di Monza e Brianza: «Operaio 46enne ha un malore sul tetto della ditta: intervengono i vigili del fuoco con l’autoscala, è grave». Lo riporta Il Cittadino di Monza e Brianza.

 

Campo nell’Elba, provincia di Livorno: «Escursionista accusa un malore, interviene l’elicottero dei Vigili del Fuoco». Lo riporta Elbareport.

 

Montefiascone, provincia di Viterbo: «Malore durante una competizione, struttura sportiva sgomberata». Lo riporta RaiNews.

 

Capo Noli, provincia di Savona: «Malore in bici a Capo Noli: sessantenne in codice rosso». Lo riporta Lokkio.

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Riccione, provincia di Rimini: «Malore in strada, bagnino lo salva: “Ho praticato il massaggio cardiaco”». Lo riporta Il Resto del Carlino.

 

Palaia, provincia di Pisa: «Colto da malore e poi da arresto cardiaco: 42enne rianimato e ricoverato in gravi condizioni». Lo riporta La Nazione.

 

Ravenna: «Colto da un malore in bici. Ciclista grave in ospedale». Lo riporta Il Resto del Carlino.

 

Pandino, provincia di Cremona: «Pandino, malore alla guida: 63enne di Crema ricoverato in condizioni critiche». Lo riporta Crema Oggi.

 

Piacenza: «All’udienza di separazione insulta la giudice e viene colto da malore». Lo riporta Libertà.

 

Sacile, ente di decentramento regionale di Pordenone: «Anziano colto da un malore : soccorso da tre studentesse in vacanza». Lo riporta Messaggero Veneto.

 

Odense, Regno di Danimarca: «Nuovo malore in campo per l’ex giocatore dell’Inter Christian Eriksen». Lo riporta Sky TG24.

 

Milano: «Sinner, ieri 4 ore in ospedale dopo il malore: se la macchina di vittorie diventa umana. Il check Up». Lo riporta RaiNews.

 

Catania, provincia di Catania: «Malore per il cardinale Paolo Romeo: l’ex presidente della Cesi ricoverato al San Marco». Lo riporta CataniaToday.

 

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Livorno, addio al dottor Sirio Malfatti: lutto nella sanità per il pioniere delle cure palliative

Livorno, 12 giugno 2026 – Profondo cordoglio nel mondo della sanità livornese per la scomparsa del dottor Sirio Malfatti, medico tra i pionieri delle cure palliative a livello regionale e nazionale.

L’Azienda USL Toscana nord ovest, la Direzione ospedaliera di Livorno, la Zona Distretto e gli operatori sanitari lo ricordano come una figura di grande rilievo umano e professionale, capace di mettere sempre al centro la persona e la dignità del paziente.

Il dottor Malfatti è stato tra i fondatori dell’Associazione Cure Palliative di Livorno, realtà diventata negli anni un punto di riferimento per malati e famiglie.

Nel ricordo espresso dalla dottoressa Costanza Galli, viene sottolineato il suo ruolo decisivo nella nascita e nello sviluppo delle cure palliative in città, insieme alla capacità di unire competenza medica e grande umanità.

L’Azienda sanitaria ha espresso vicinanza ai familiari e a tutti coloro che lo hanno conosciuto e stimato. La cerimonia di saluto si terrà domani, 13 giugno, alle ore 15 nella chiesa della sala mortuaria dell’ospedale di Livorno.

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Medico di famiglia in pensione, Scardigli lascia: come scegliere il nuovo dottore

Livorno, 12 giugno 2026 – Cambiamenti per molti assistiti livornesi: il dottor Massimo Scardigli andrà in pensione e la sua convenzione terminerà giovedì 18 giugno.

I pazienti attualmente seguiti dal medico dovranno quindi effettuare una nuova scelta del medico di famiglia per continuare a usufruire dell’assistenza sanitaria di base.

La procedura può essere svolta comodamente online, tramite computer, smartphone o tablet, evitando così code agli sportelli e con la possibilità di operare in qualsiasi orario.

In alternativa resta disponibile anche il servizio presso gli sportelli dedicati sul territorio.

L’invito è a provvedere per tempo alla nuova assegnazione, così da non incorrere in disagi nei giorni successivi alla cessazione dell’attività del medico.

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Sangue, torna la Donner Summer Week

FIRENZE - Dal 13 al 21 giugno parte la Donor Summer Week, l'iniziativa promossa dalla Consulta Regionale Giovani di Avis Toscana in occasione della Giornata mondiale del donatore di sangue del 14 giugno e della Giornata regionale della donazione del 20 giugno. "Una sfida lanciata dai giovani ai giovani – spiega Niccolò Tomei, coordinatore della Consulta Giovani - per promuovere Continue Reading

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300 studi collegano un pesticida neurotossico a danni multiorgano e malattie croniche.

Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Per decenni, gli enti regolatori hanno considerato il clorpirifos, ampiamente utilizzato negli Stati Uniti e nel resto del mondo, principalmente come una neurotossina in grado di interferire con la segnalazione cerebrale e del sistema nervoso. Tuttavia, una nuova revisione di quasi 300 studi ha rilevato che il pesticida potrebbe danneggiare il cervello, gli ormoni, il fegato, il microbiota intestinale, i muscoli, gli organi riproduttivi e le ossa. Gli studi collegano inoltre il clorpirifos a danni al DNA che potrebbero aumentare il rischio di malattie croniche.

 

Principali risultati:

  • Una revisione di quasi 300 studi riassume le prove che il clorpirifos può danneggiare diversi sistemi in tutto il corpo, tra cui il cervello, gli ormoni, il fegato, il microbiota intestinale, i muscoli, gli organi riproduttivi e le ossa.
  • La rassegna descrive i danni al DNA, l’instabilità cromosomica e le alterazioni epigenetiche che possono modificare il funzionamento dei geni anche molto tempo dopo l’esposizione.
  • Alcuni effetti nocivi si manifestano a livelli di esposizione inferiori a quelli considerati sicuri secondo gli attuali standard di prova per l’esposizione ai pesticidi.

 

Per decenni, gli enti regolatori hanno considerato il clorpirifos, un pesticida ampiamente utilizzato negli Stati Uniti e nel resto del mondo, principalmente come una neurotossina in grado di interferire con la segnalazione nel cervello e nel sistema nervoso.

 

Ma mentre l’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti (EPA) sta riconsiderando se continuare a consentirne l’uso su alimenti come mele e soia, una nuova analisi indica altri danni insidiosi.

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Pubblicata ad aprile sull’International Journal of Molecular Sciences, la revisione sintetizza i risultati di quasi 300 studi condotti in tutto il mondo e pubblicati fino a quest’anno. Questi includono esperimenti di laboratorio, studi su animali, ricerche epidemiologiche, documenti normativi e valutazioni del rischio.

 

Prove sempre più numerose suggeriscono che il clorpirifos possa danneggiare il cervello, gli ormoni, il fegato, il microbiota intestinale, i muscoli, gli organi riproduttivi e le ossa. Gli studi collegano inoltre il pesticida a danni al DNA e a cambiamenti permanenti nell’attività genica che potrebbero aumentare il rischio di malattie croniche.

 

Nel complesso, i risultati descrivono il clorpirifos come quello che i revisori definiscono un «tossico multisistemico» che rappresenta una minaccia per la salute pubblica più significativa di quanto si pensasse in precedenza.

 

Ciò suggerisce che il pesticida agisce sull’organismo in modi che vanno ben oltre l’alterazione della trasmissione nervosa o l’avvelenamento evidente. La gravidanza e la prima infanzia sono periodi particolarmente sensibili all’esposizione a sostanze chimiche.

 

«Ciò che si è realmente evoluto nel tempo è la nostra comprensione del fatto che il clorpirifos causa danni che vanno oltre i suoi effetti sul sistema nervoso, tra cui danni al DNA, alterazioni nell’attivazione o disattivazione dei geni, interferenze con gli ormoni e squilibrio della flora batterica intestinale», ha affermato Dana Boyd Barr, Ph.D., professore presso la Rollins School of Public Health della Emory University ed ex presidente della International Society of Exposure Science.

 

Gli autori avvertono che gli attuali sistemi di regolamentazione potrebbero non cogliere appieno la complessità dei pericoli del clorpirifos per l’organismo. Molti di questi si manifestano a livelli troppo bassi per essere rilevati dagli attuali test di sicurezza, che si concentrano sull’alterazione di un enzima coinvolto nella comunicazione tra le cellule nervose.

 

La revisione collega l’esposizione al clorpirifos a:

  • Cambiamenti biologici associati a infiammazione, malattie croniche e cancro.
  • Danni al cervello e al sistema nervoso, tra cui un QI inferiore e danni allo sviluppo nei bambini, malattie neurodegenerative e alterazioni nella crescita, sopravvivenza e comunicazione cellulare.
  • Danni al DNA e alterazione della regolazione genica che ostacolano la normale riparazione cellulare e modificano il modo in cui i geni vengono attivati ​​e disattivati ​​durante lo sviluppo (epigenetica).
  • Alterazioni ormonali che coinvolgono le vie metaboliche della tiroide, degli estrogeni e del testosterone.
  • Danni al fegato, alterazioni della flora batterica intestinale e disfunzioni metaboliche sono collegati all’obesità e al diabete di tipo 2.
  • Danni all’apparato riproduttivo, muscolare e scheletrico, tra cui riduzione della qualità dello sperma e perdita di massa ossea.

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Reazioni negative da parte del settore, nonostante i danni segnalati.

La revisione giunge mentre l’EPA sta rivalutando se gli usi rimanenti del pesticida soddisfino lo standard di legge di «assenza di effetti negativi irragionevoli». L’azione fa seguito ad anni di rinvii ufficiali, divieti precedenti, ripensamenti politici e ricorsi legali.

 

Nel frattempo, le aziende agrochimiche stanno esercitando pressioni sui legislatori federali e statali affinché proteggano i produttori di pesticidi, tra cui Bayer e la sua controllata Monsanto, da alcune cause legali relative all’erbicida Roundup. Le cause sostengono che i loro prodotti causino il linfoma non Hodgkin, tra gli altri tumori.

 

Nel febbraio 2020, Corteva Agriscience, all’epoca il più grande produttore mondiale di clorpirifos, annunciò l’interruzione della produzione, adducendo come motivazione il calo della domanda.

 

Tuttavia, le scorte esistenti hanno continuato a essere utilizzate. Il prodotto chimico rimane approvato per diverse colture importanti negli Stati Uniti, tra cui mele, fragole, soia, agrumi, grano e pesche.

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Le preoccupazioni per la salute innescano restrizioni e divieti 

Il clorpirifos, principio attivo di Dursban e Lorsban, appartiene a una classe di sostanze chimiche note come organofosfati. Introdotto negli Stati Uniti nel 1965, il clorpirifos è diventato uno degli insetticidi più utilizzati al mondo entro gli anni ’90.

 

Gli agricoltori utilizzano il clorpirifos per controllare le zecche sul bestiame e i parassiti sulle colture. Viene impiegato anche sui campi da golf, nelle serre, sui prodotti in legno come i pali del telefono e nelle aree residenziali.

 

Nel 2001, le autorità di regolamentazione statunitensi hanno vietato l’uso domestico del clorpirifos. Il divieto è giunto in seguito a prove sempre più numerose, tra cui un importante studio della Columbia University, che collegavano l’esposizione a questo prodotto a danni cerebrali nello sviluppo dei bambini.

 

Le prove che il clorpirifos danneggia il cervello dei bambini hanno successivamente portato a divieti o restrizioni in oltre 40 paesi, inclusa l’ Unione Europea.

 

L’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha concluso che non esiste un livello di esposizione sicuro, ma il prodotto è ancora ampiamente utilizzato in altre parti del mondo. Diversi stati degli Stati Uniti, tra cui California, New York, HawaiiOregon e Maryland, mantengono attualmente restrizioni o divieti.

 

Tuttavia, il clorpirifos persiste negli alimenti (inclusi frutta, cereali e verdura), nell’ambiente e nei tessuti umani. Il composto si dissolve facilmente nei grassi e attraversa le membrane cellulari, consentendo il suo accumulo nei tessuti nel tempo.

 

Può anche percorrere lunghe distanze, in alcuni casi oltre 965 chilometri, dal luogo di applicazione. I ricercatori hanno rilevato residui in alimenti, acqua potabile, suolo, pioggia, neve e fauna selvatica. I campioni provengono da diverse zone, dal fiume Mississippi fino alla remota Antartide.

 

Bambini, donne incinte e lavoratori agricoli sono esposti ai rischi più elevati

Secondo gli esperti, gli effetti del clorpirifos sulla salute dipendono dalla dose, dalla durata e dalla via di esposizione. Anche le differenze genetiche possono influenzare la vulnerabilità.

 

Per la maggior parte delle persone, l’esposizione avviene attraverso cibo, acqua e aria contaminati. I lavoratori agricoli sono spesso esposti ai livelli più elevati. Tuttavia, i ricercatori affermano che anche l’esposizione cronica a bassi livelli durante la gravidanza e l’infanzia può comportare dei rischi.

 

I neonati e i bambini rimangono particolarmente vulnerabili perché i loro sistemi di disintossicazione sono ancora in fase di sviluppo. Inoltre, consumano più cibo in proporzione al loro peso corporeo e spesso portano le mani alla bocca.

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I rischi del clorpirifos vanno oltre i danni ai nervi.

Per anni, scienziati e autorità di regolamentazione si sono concentrati su un unico meccanismo principale di danno. Il clorpirifos diventa più tossico dopo che l’organismo lo converte in un composto chiamato clorpirifos-oxon. Questo blocca l’acetilcolinesterasi (AChE), l’enzima che scompone l’acetilcolina nel sistema nervoso.

 

L’acetilcolina è un neurotrasmettitore essenziale per la comunicazione tra le cellule nervose. Contribuisce inoltre a regolare l’attenzione, l’apprendimento, la memoria, il movimento, la respirazione e la frequenza cardiaca.

 

In assenza di acetilcolinesterasi, i nervi si attivano in modo incontrollato. Negli insetti, questo effetto provoca paralisi e morte. Negli esseri umani, un avvelenamento grave può causare convulsioni, insufficienza respiratoria o morte.

 

L’effetto sul singolo enzima è ancora rilevante. Tuttavia, la revisione sostiene che non spiega più l’intera portata della tossicità del clorpirifos.

 

Il clorpirifos agisce sul sistema nervoso non solo bloccando l’attività dell’acetilcolinesterasi (AChE), il suo noto meccanismo tossico, ma anche alterando l’equilibrio lipidico nelle cellule e interferendo con altre vie di segnalazione cellulare. Questi effetti aggiuntivi possono aggravare i suoi effetti dannosi sul cervello e sul sistema nervoso.

 

Il clorpirifos è stato collegato a danni cellulari in tutto il corpo.

I ricercatori descrivono invece prove che il pesticida potrebbe innescare uno stress biologico diffuso in organi e tessuti.

 

Gli studi indicano diversi possibili meccanismi, tra cui l’infiammazione e lo stress ossidativo, in cui le molecole contenenti ossigeno altamente reattive si accumulano, danneggiano le cellule e indeboliscono le difese dell’organismo. Altri meccanismi includono la perturbazione ormonale e l’alterazione della regolazione genica.

 

Il clorpirifos può essere particolarmente dannoso per i mitocondri, le strutture all’interno delle cellule che producono la maggior parte dell’energia del corpo. I mitocondri danneggiati possono rilasciare molecole nocive e altamente reattive che possono danneggiare il DNA, le proteine ​​e le strutture cellulari.

 

La revisione evidenzia anche come il clorpirifos possa causare l’attivazione e la disattivazione dei geni. Gli scienziati ritengono sempre più che questi cambiamenti possano contribuire a spiegare come l’esposizione a fattori ambientali contribuisca allo sviluppo di malattie croniche anni dopo l’esposizione stessa.

 

«Sebbene tradizionalmente caratterizzato dalle sue potenti proprietà inibitorie dell’acetilcolinesterasi, prove sempre più numerose dimostrano che il clorpirifos e il suo metabolita bioattivo, il clorpirifos-oxon (CPO), esercitano effetti tossici ben più ampi, tra cui l’induzione di stress ossidativo, l’intensificazione dei processi neuroinfiammatori e l’innesco di alterazioni epigenetiche persistenti» hanno scritto gli autori.

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I neonati e i bambini sono più suscettibili ai danni causati dal clorpirifos.

L’Accademia Americana di Pediatria avverte che l’esposizione al clorpirifos comporta rischi per feti, neonati, bambini e donne in gravidanza. Il clorpirifos attraversa la placenta e danneggia il sistema nervoso in via di sviluppo prima della nascita.

 

«Il clorpirifos rappresenta un rischio neurotossico significativo per l’uomo, con i feti in via di sviluppo e i bambini particolarmente vulnerabili», hanno scritto. «Gli effetti neurotossici del pesticida sono stati osservati anche a basse dosi».

 

Le difese dell’organismo contro il clorpirifos dipendono in larga misura da un enzima chiamato paraossonasi-1, che contribuisce alla sua metabolizzazione. Tuttavia, l’attività della paraossonasi-1 varia notevolmente tra gli individui a causa di fattori genetici ed età.

 

I neonati e i bambini piccoli presentano naturalmente livelli più bassi. Questo, secondo gli autori, potrebbe anche aumentare la loro suscettibilità alla tossicità.

 

L’esposizione prenatale è collegata a danni cerebrali permanenti e a un QI inferiore

Studi sull’uomo collegano l’esposizione prenatale al clorpirifos a:

  • Deficit di attenzione
  • Ritardo nello sviluppo motorio
  • peso alla nascita inferiore
  • QI ridotto
  • Anomalie strutturali del cervello

 

Ad esempio, uno studio condotto nell’agosto del 2025 su bambini di New York ha rilevato che l’esposizione prenatale al clorpirifos era collegata a diffuse anomalie cerebrali e a una minore capacità motoria negli anni successivi. I ricercatori hanno concluso che l’esposizione prenatale può causare danni cerebrali permanenti. Gli effetti sembravano peggiorare con livelli di esposizione più elevati.

 

Nel frattempo, studi sugli animali dimostrano che il clorpirifos compromette la crescita delle cellule nervose e altera la segnalazione cerebrale legata all’apprendimento e alla memoria. Gli studi suggeriscono inoltre che danneggi le connessioni tra i neuroni durante i periodi critici dello sviluppo.

 

Forse l’aspetto più sorprendente è che, secondo questi studi, il clorpirifos sembra sopprimere il fattore neurotrofico derivato dal cervello (BDNF). Anche il BPA, i ritardanti di fiamma e altre sostanze chimiche tossiche interferiscono con il BDNF, che il dottor Bruce Lanphear descrive come «fertilizzante per il cervello».

 

Il fattore neurotrofico derivato dal cervello (BDNF) aiuta i neuroni a sopravvivere e a formare le sinapsi. Contribuisce inoltre a rafforzare i circuiti di apprendimento e a favorire il recupero dalle lesioni.

 

«Ciò che emerge è un quadro preoccupante: il cervello in via di sviluppo viene plasmato da un mix tossico di sostanze chimiche che agiscono sulle stesse aree cerebrali», ha affermato Lanphear, medico di medicina preventiva e professore alla Simon Fraser University di Vancouver, che studia l’impatto delle sostanze chimiche tossiche sulla salute umana.

 

«Eppure, quando l’EPA valuta il clorpirifos, lo considera principalmente da solo, non insieme ad altre sostanze chimiche che interferiscono con le stesse vie neurali del cervello».

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Alcuni studi indagano i legami tra clorpirifos e cancro.

Gli studi indicano che le modalità con cui il clorpirifos agisce sull’organismo potrebbero contribuire alla crescita e alla velocità di sviluppo dei tumori al fegato, al seno e alle ovaie.

 

Un ampio studio del 2015 condotto su oltre 30.000 donne – mogli di addetti all’uso di pesticidi – ha collegato l’esposizione al clorpirifos a un aumento del rischio di cancro al seno. Sebbene le prove sugli esseri umani rimangano limitate e incoerenti, affermano gli autori dello studio, la combinazione di effetti giustifica un’indagine più approfondita.

 

 

Inoltre, modelli di laboratorio 3D suggeriscono che il clorpirifos potrebbe indurre le cellule tumorali del seno a invadere più attivamente i tessuti circostanti. Studi epidemiologici riportano anche associazioni con tumori ormono-dipendenti, in particolare con forme più aggressive di tumore al seno con recettori ormonali negativi.

 

Gli studi condotti su animali vivi indicano inoltre che l’esposizione a lungo termine a basse dosi di clorpirifos aumenta il rischio di cancro al seno, affermano i ricercatori. Il pesticida può far comparire i tumori più precocemente e aumentarne il numero, probabilmente a causa di un’alterazione ormonale.

 

Parkinson, perdita di memoria e altri effetti neurologici

La revisione cita prove che collegano l’esposizione al clorpirifos a problemi di movimento, deficit di memoria, comportamenti simili all’ansia e danni alle regioni cerebrali coinvolte nelle emozioni e nella cognizione. Uno studio recente riporta che l’esposizione al clorpirifos potrebbe essere associata a un rischio più che doppio di sviluppare il morbo di Parkinson.

 

Secondo i ricercatori, il clorpirifos-oxon (CPO), prodotto dalla metabolizzazione del clorpirifos da parte dell’organismo, potrebbe essere particolarmente pericoloso. A detta dei ricercatori federali, il clorpirifos-oxon è circa 1.000 volte più tossico del clorpirifos stesso.

 

Le ricerche di laboratorio indicano che il clorpirifos-oxon potrebbe alterare i meccanismi legati all’apprendimento, alla memoria, all’infiammazione e alla sopravvivenza delle cellule nervose. Gli studi suggeriscono inoltre che il clorpirifos-oxon danneggi una proteina strutturale chiamata tubulina, potenzialmente compromettendo lo sviluppo cerebrale. La tubulina contribuisce alla crescita e alla formazione delle connessioni tra le cellule nervose.

 

«Nel complesso, la capacità del CPO di interferire con i normali processi di sviluppo del sistema nervoso supera di gran lunga quella del suo composto di origine», hanno scritto gli autori.

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Le alterazioni ormonali sono collegate a problemi di fertilità e metabolici

La revisione rileva prove sostanziali che il clorpirifos può interferire con molteplici sistemi  ormonali (interferenza endocrina) in tutto il corpo. Tra questi, i sistemi tiroideo, estrogenico e del testosterone.

 

La ricerca collega l’esposizione a cicli riproduttivi e sviluppo tissutale anomali, a una riduzione del numero di spermatozoi e a una minore qualità dello sperma. Alcuni studi suggeriscono che causi una riduzione del peso della prostata e un’alterazione della segnalazione ormonale nelle cellule placentari.

 

La revisione evidenzia inoltre che il clorpirifos potrebbe contribuire all’obesità, all’insulino-resistenza e ai problemi di glicemia.

 

Le alterazioni della flora batterica intestinale possono alimentare l’infiammazione e le malattie.

La revisione esamina anche i danni a carico del microbiota intestinale, ovvero l’ecosistema di microrganismi che supporta la digestione, il metabolismo e la funzione immunitaria. Studi sperimentali indicano una riduzione dei batteri benefici e un aumento dei microrganismi potenzialmente dannosi in seguito all’esposizione al clorpirifos.

 

Questi cambiamenti potrebbero essere collegati alla sindrome dell’intestino permeabile, in cui le tossine batteriche entrano nel flusso sanguigno e scatenano un’infiammazione in tutto il corpo. Questo tipo di alterazione dell’asse intestino-fegato potrebbe contribuire all’infiammazione sistemica e alle malattie metaboliche, affermano i ricercatori.

 

Gli studi collegano il clorpirifos a danni al fegato, alle ossa e ai muscoli.

Il fegato stesso emerge come un bersaglio principale del clorpirifos, come dimostrano gli studi sperimentali. I ricercatori descrivono potenziali legami tra il clorpirifos e:

  • Infiammazione epatica cronica.
  • Alterazioni del colesterolo, con livelli più elevati di colesterolo LDL («cattivo») e livelli più bassi di colesterolo HDL («buono»).
  • Danni alle cellule epatiche, tra cui una forma di morte cellulare legata all’accumulo di ferro nelle cellule epatiche (ferroptosi).

 

La revisione collega inoltre il clorpirifos a danni muscoloscheletrici, tra cui una formazione ossea più debole, una ridotta densità ossea e un aumento della degradazione ossea. Alcune alterazioni ossee si sono verificate in concomitanza con problemi neurologici, suggerendo un danno allo sviluppo più ampio.

 

Gli studi mostrano cambiamenti strutturali e funzionali che coinvolgono sia i muscoli a contrazione lenta deputati alla resistenza, sia i muscoli a contrazione rapida utilizzati per i movimenti veloci. Alcuni ipotizzano che il clorpirifos possa danneggiare il diaframma.

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Il clorpirifos causa danni al DNA e alterazioni nell’attività genica, destando preoccupazione.

La revisione evidenzia prove crescenti che il clorpirifos possa danneggiare il DNA. I ricercatori descrivono danni cromosomici e rotture dei filamenti di DNA.

 

Gli studi indicano anche un’alterazione dei microRNA, molecole che contribuiscono a regolare processi come lo sviluppo cerebrale, l’infiammazione e la crescita cellulare. Inoltre, suggeriscono che il clorpirifos alteri la regolazione genica in modi collegati a disturbi dello sviluppo neurologico, malattie metaboliche, infiammazione e cancro.

 

«Nel loro insieme, gli studi sopra citati indicano che il clorpirifos è un agente genotossico multiforme i cui effetti dannosi si estendono ben oltre l’inibizione dell’acetilcolinesterasi, includendo rotture dirette del filamento di DNA, instabilità cromosomica e riprogrammazione epigenetica in vari tipi di cellule, tessuti e specie, rilevabili anche a concentrazioni clinicamente e ambientalmente rilevanti», hanno scritto.

 

Alcuni studi indagano i legami tra clorpirifos e cancro.

Gli studi indicano che le modalità con cui il clorpirifos agisce sull’organismo potrebbero contribuire alla formazione di tumori al fegato, al seno e alle ovaie. Tra queste, si annoverano alterazioni nei processi di danno e riparazione del DNA, nel controllo della crescita cellulare e nell’espressione genica.

 

Studi sperimentali su cellule epatiche e mammarie hanno evidenziato una crescita cellulare anomala e un’alterata progressione tumorale. Alcuni studi epidemiologici riportano associazioni con tumori ormono-dipendenti, in particolare con forme più aggressive di tumore al seno con recettori ormonali negativi.

 

Un ampio studio del 2015 condotto su oltre 30.000 donne – mogli di addetti all’uso di pesticidi – ha collegato l’esposizione al clorpirifos a un aumento del rischio di cancro al seno. Sebbene le prove sugli esseri umani rimangano limitate e incoerenti, affermano gli autori dello studio, la combinazione di effetti giustifica un’indagine più approfondita.

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Gli attuali standard di sicurezza non tutelano la salute pubblica.

Alla base della revisione vi è una sfida più ampia relativa al modo in cui gli enti regolatori valutano la sicurezza del clorpirifos e di altri pesticidi. Gli approcci attuali, affermano gli autori, non tengono adeguatamente conto dei loro effetti, soprattutto durante lo sviluppo fetale e la prima infanzia.

 

«Il sistema di regolamentazione è stato concepito per prevenire avvelenamenti evidenti, ma molte malattie legate ai pesticidi non si manifestano immediatamente. Esposizioni troppo basse per causare sintomi oggi possono compromettere lo sviluppo cerebrale del feto o contribuire al morbo di Parkinson decenni dopo», ha aggiunto Lanphear.

 

«La scienza si è evoluta più rapidamente del quadro normativo. È proprio questo il divario che questa revisione mette in luce».

 

Gli studi epidemiologici suggeriscono che l’esposizione prenatale e nella prima infanzia, anche a livelli ambientali relativamente bassi, potrebbe essere collegata a un’alterazione dello sviluppo neurologico e delle funzioni cognitive.

 

Ciò significa che sia le modalità di esposizione sia l’entità dell’esposizione dovrebbero essere considerate fattori importanti che influenzano gli effetti tossici nella valutazione dei rischi per la salute, affermano.

 

Riprendono inoltre le critiche di lunga data rivolte agli studi sul clorpirifos finanziati dall’industria, utilizzati per decenni per definire i limiti di esposizione federali. Citano il cosiddetto «studio Coulston», una valutazione sulla sicurezza del 1972 finanziata dalla Dow Chemical.

 

In seguito, altri ricercatori hanno messo in discussione alcune parti dello studio, sostenendo che non fosse stato sottoposto a revisione paritaria. Hanno inoltre scoperto che alcuni dati di base erano stati esclusi dall’analisi originale, sottovalutando la tossicità del pesticida.

 

La revisione richiede una rivalutazione indipendente degli studi tossicologici sponsorizzati dall’industria e utilizzati nelle precedenti valutazioni di sicurezza. Gli autori affermano inoltre che si auspicano maggiori tutele per i bambini e le donne in gravidanza, programmi di biomonitoraggio più ampi e alternative più sicure ai pesticidi.

 

Sostengono che la ricerca accademica dovrebbe svolgere un ruolo più incisivo nelle decisioni normative, al fine di fornire un quadro più completo dei danni causati dal clorpirifos. Secondo loro, ricerche indipendenti indicano una potenziale maggiore minaccia per la salute umana, in particolare per i bambini, a causa dell’esposizione a questo pesticida.

 

«I costi sociali associati a questi rischi sono considerevoli, il che evidenzia l’urgente necessità di regolamentazioni più severe sull’uso del clorpirifos», hanno scritto gli autori.

 

Pamela Ferdinand

 

Originariamente pubblicato da US Right to Know.

Pamela Ferdinand è una giornalista pluripremiata ed ex borsista del programma Knight Science Journalism del Massachusetts Institute of Technology, che si occupa dei fattori commerciali che influenzano la salute pubblica.

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Il colesterolo è il precursore della Vitamina D

Il colesterolo è fondamentale per l’organismo umano: senza di esso non ci sarebbe la vita.Questa molecola lipidica infatti non è quel fattore di rischio cardiovascolare tanto esecrato dagli ignoranti in camice bianco, ma un elemento strutturale, protettivo e funzionale insostituibile per la sopravvivenza delle cellule e del cervello.In un uomo adulto (70 kg) il contenuto ...continua a leggere "Il colesterolo è il precursore della Vitamina D"
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Alzheimer e colesterolo: negligenza medica su scala globale

Secondo il dottor Joel D. Wallach - medico veterinario, naturopata americano - “l'Alzheimer è una malattia causata dal medico”.La sua provocazione si basa su un ragionamento che parte dalla mielina, la guaina lipidica isolante e protettiva che avvolge gli assoni, ovvero i fili conduttori dei neuroni, con lo scopo di aumentare la velocità di trasmissione ...continua a leggere "Alzheimer e colesterolo: negligenza medica su scala globale"
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“Il mio segreto è nel mio freezer. Dovete fare un investimento nel proprio piano pensionistico del benessere“: i consigli della giornalista 81enne Angela Rippon

A 81 anni, la giornalista e conduttrice televisiva britannica Angela Rippon mantiene i ritmi lavorativi di una trentenne, senza registrare cali di energia e arrivando a esibirsi, nel 2023, come la concorrente più anziana di sempre nello show Strictly Come Dancing. Il segreto della sua tenuta fisica e mentale non risiede in diete estreme o digiuni calcolati, ma in una pratica domestica accessibile e organizzata: il congelatore. “Ho un sacco di verdure nel freezer tutto il tempo”, ha rivelato la presentatrice in un’intervista a Good Housekeeping. Tornando a casa dopo lunghe giornate di lavoro, Rippon attinge alle sue scorte preparate in anticipo per garantirsi pasti nutrienti immediati, aggirando la stanchezza.

Il metodo del congelatore e i pasti pronti

La strategia di Angela Rippon si basa sulla pianificazione e sulla cottura in serie. Vivendo da sola e cucinando in autonomia tutti i propri pasti, la giornalista ottimizza i tempi preparando grandi quantità di vegetali da conservare termicamente. “La patata dolce arrostita è sempre nel freezer, quindi è facile se ho lavorato tutto il giorno”, ha spiegato nell’intervista. “Torno, tiro fuori un paio di confezioni di verdure e mi riempio un piatto, il che è meraviglioso”. Per organizzare le sue scorte, Rippon utilizza delle semplici ed economiche buste per zuppe e salse acquistate per poche sterline, che appiattisce strategicamente nei cassetti del congelatore per recuperare spazio. Quando non attinge al freezer, predilige grandi cotture uniche, come le teglie mediterranee a base di peperoni, zucchine, melanzane e cipolle, oppure pentoloni di stufato denso con radici, funghi e carne di agnello, pollo o coniglio.

Niente regole ferree, ma attenzione alle intolleranze

A differenza di molte celebrità, l’ottantunenne rifiuta le logiche del digiuno intermittente o i protocolli nutrizionali rigidi. I suoi orari, dettati da un lavoro che impone levatacce e trasferte, rendono la sua alimentazione fisiologicamente irregolare. L’unica vera regola che si impone riguarda gli orari serali: “Non mi piace mangiare tardi la sera, non andrei mai a letto con la pancia troppo piena”.

Le sue scelte a tavola sono guidate principalmente da necessità fisiologiche: “Non sono vegetariana, ma mangio molta verdura”, chiarisce la conduttrice. “Ho difficoltà con il glutine e i latticini, quindi questo decide gran parte di ciò che mangio. Tendo a consumare molte verdure, pesce e pollo”. La carne rossa non è bandita, ma limitata a occasioni sporadiche in cui si concede piatti tradizionali come fegato e cipolle. Per la colazione, il focus è sul mantenimento energetico a lungo termine, privilegiando le proteine e i grassi buoni: “Di solito mangio un uovo e un avocado, o magari dello yogurt con i mirtilli”.

Acqua calda e il “piano pensionistico del benessere”

L’energia mostrata da Rippon sul piccolo schermo non deriva dalla caffeina. A causa dell’intolleranza al lattosio, ha eliminato il tè nero macchiato anni fa. Oltre a un paio di caffè neri occasionali, la sua bevanda di elezione è del tutto inusuale: semplice acqua calda. “Bevo molta acqua calda. Se c’è del limone in giro, va bene. Se c’è una bustina di tè alla menta, va bene. Ma quando sono fuori, è sempre acqua calda”, ha spiegato. Una scelta che ha un duplice scopo: le piace il sapore e, professionalmente, le permette di mantenere la gola umida ed evitare la secchezza vocale durante le lunghe conduzioni. L’alcol è ridotto al minimo, limitato a un occasionale calice di Champagne o di vino Chablis.

La disciplina alimentare di Angela Rippon è strettamente legata al rispetto per il pubblico e alla consapevolezza del tempo che passa. “Faccio questo lavoro da 60 anni. In questo periodo, ho imparato a gestirmi. Quando giro uno show, il pubblico ha bisogno che i livelli di energia siano gli stessi alla fine del programma come all’inizio”. Da qui deriva il suo appello finale alla cura di sé, definito con un paragone finanziario: “Dico sempre: non è mai troppo tardi. È davvero importante, invecchiando, pensare in termini di fare un investimento nel proprio piano pensionistico del benessere. Riconosco l’importanza di prendermi cura del mio corpo. Ne ho solo uno e se non me ne prendo cura, a un certo punto mi abbandonerà”.

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Medicine distribuite in farmacia, la lista si allunga: la proposta di Aifa e il rischio spesa pubblica in aumento. Emilia Romagna dice no

La partita sulla distribuzione dei farmaci si allarga ancora. Dopo le gliflozine, ora tocca alle insuline a lento rilascio e ai farmaci cardiovascolari. Lunedì scorso, durante una riunione tra AIFA e le Regioni rappresentate al tavolo tecnico, è stata presentata la proposta di trasferire verso la distribuzione territoriale, attraverso le farmacie convenzionate, nuove categorie di farmaci oggi gestite prevalentemente attraverso i canali regionali della distribuzione diretta e per conto. Tra i prodotti interessati figurano insuline come Lantus, Abasaglar e Toujeo, utilizzate da centinaia di migliaia di pazienti diabetici, e farmaci come Entresto, terapia di riferimento per lo scompenso cardiaco cronico sviluppata da Novartis.

La proposta arriva in un momento tutt’altro che neutrale. Da mesi il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, farmacista di professione e principale sostenitore politico della riforma della remunerazione delle farmacie e della “farmacia dei servizi”, porta avanti una strategia che punta a rafforzare la sua categoria all’interno del Servizio sanitario nazionale. Una linea che alcune Regioni leggono come un progressivo trasferimento di risorse pubbliche verso il canale delle farmacie private convenzionate che, come scritto dal Fatto Quotidiano, hanno incrementato il loro fatturato nel 2025 di circa 4 miliardi rispetto al biennio 2021-2022, segnato dalla fase più intensa dell’emergenza Covid.

I farmaci oggi distribuiti attraverso i canali regionali vengono acquistati direttamente dalle Regioni, spesso a condizioni economiche vantaggiose grazie alle gare pubbliche e con un onere di servizio per la distribuzione per conto che ha una percentuale variabile da regione a regione. Questi strumenti, insieme al payback sanitario, consentono alle Regioni di mantenere il controllo sulla spesa e sui consumi. Ma lo spostamento verso la distribuzione convenzionata modifica inevitabilmente questo equilibrio. Con la nuova remunerazione delle farmacie, entrata in vigore nel 2024 e sostenuta dal Governo Meloni, ogni confezione dispensata genera infatti una remunerazione specifica per la farmacia, composta da quote fisse e da una componente percentuale. Così per le Regioni più prudenti, il problema resta aperto: ogni nuovo farmaco trasferito dal canale diretto a quello convenzionato rischia di produrre un aumento della spesa. È in questo contesto che si colloca il no dell’Emilia-Romagna. Secondo quanto ci risulta, la Regione guidata dal centrosinistra è stata l’unica a esprimere una netta contrarietà alla proposta presentata da AIFA.

Diverso l’atteggiamento delle altre Regioni presenti al tavolo — Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia — tutte amministrate dal centrodestra e apparentemente più disponibili a valutare lo spostamento di nuovi farmaci. Sul fronte opposto dell’Emilia, Federfarma, in un proprio report, difende la riforma richiamando le valutazioni contenute nella relazione tecnica della Legge di Bilancio e riprese dalla Corte dei Conti. Nel documento si sottolinea che “sebbene sia ancora prematuro formulare valutazioni definitive, le prime applicazioni della riforma consentono già alcune considerazioni”.

Il settore sostiene che il costo effettivo della riforma sia molto più contenuto di quanto spesso viene raccontato: in pratica, non costerebbe così tanto. Il nuovo sistema determina infatti un maggior onere netto per il Servizio sanitario nazionale di circa 53 milioni di euro nel 2024 e di circa 77 milioni di euro annui a regime dal 2025. Le stesse stime governative indicano un incremento lordo della remunerazione pari a circa 227 milioni di euro, ma una parte consistente di queste risorse era già riconosciuta alla categoria attraverso la remunerazione aggiuntiva introdotta negli anni precedenti, per un valore di circa 150 milioni di euro annui. Secondo il presidente di Federfarma Marco Cossolo: “La nuova remunerazione, portata avanti da numerosi governi di diversi orientamenti politici, sostiene questi servizi allineando l’Italia ai parametri europei. Grazie alla nostra capillarità, assicuriamo l’accesso alle cure anche nelle aree più isolate. Potenziare la farmacia dei servizi non costituisce un costo aggiuntivo, ma un investimento strutturale per una sanità territoriale efficiente”

Ma quali siano, i benefici economici e clinici derivanti da questi trasferimenti non è chiaro. Per i farmaci destinati a patologie croniche come il diabete o lo scompenso cardiaco, infatti, una maggiore accessibilità della farmacia sotto casa potrebbe rappresentare un vantaggio per il paziente. Ma perché l’operazione sia davvero conveniente per il Servizio sanitario nazionale, occorrerebbe dimostrare che tale beneficio produca un miglioramento misurabile dell’aderenza terapeutica e il contenimento di altre voci di spesa sanitaria. Ma finché non arriveranno dati trasparenti e verificabili dal Governo Meloni, il dubbio continuerà ad accompagnare ogni nuovo trasferimento proposto da Aifa e sostenuto dal sottosegretario farmacista di Fratelli D’Italia Marcello Gemmato.

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Fruttosio: obesità e steatosi epatica

Il fruttosio è uno zucchero semplice e costituisce la metà del normale zucchero.La quantità di fruttosio nella dieta moderna è schizzata alle stelle negli ultimi decenni, grazie all'industria alimentare (succursale di Big Pharma), con i risultati che stiamo vedendo.Viene usato a bidoni perché NON stimola il senso di sazietà e quindi spinge a sfondarsi delle ...continua a leggere "Fruttosio: obesità e steatosi epatica"
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Andamento della glicemia

Questo grafico è semplice ma illuminante. Mostra l'impatto sulla glicemia (lo zucchero nel sangue) dei macronutrienti: grassi, proteine e carboidrati. Per l'esattezza, mostra lo zucchero nel sangue in funzione del tempo.I carboidrati (zuccheri, cereali, legumi, ecc.) creano il picco glicemico più alto; a seguire troviamo le proteine e, infine, i grassi, con un picco praticamente ...continua a leggere "Andamento della glicemia"
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Prova costume: cosa non fare

Con l’arrivo della bella stagione torna immancabile la prova costume, un appuntamento che, complici i social network, negli anni si è trasformato in un vero e proprio rituale collettivo, troppo spesso accompagnato da una buona dose di disinformazione. La salute richiede, invece, un approccio attento, costante e sostenibile, in cui alimentazione equilibrata e attività fisica diventano parte integrante della quotidianità, tutto l’anno.

Ma, oltre ai consigli su cosa fare, è altrettanto importante soffermarsi su ciò che andrebbe evitato, per non cadere nella trappola di soluzioni veloci e apparenti scorciatoie che, alla lunga, possono rivelarsi più dannose che efficaci, come il ricorso a diete drastiche, che eliminano interi gruppi di alimenti e promettono risultati rapidi. Rientrano in questa categoria, ad esempio, le diete senza carboidrati e, ancora, le diete fruttariane o le diete detox molto estreme. 

Oltre a essere dannose per l’organismo, queste diete non sono sostenibili nel lungo termine e, alla stessa velocità con la quale fanno dimagrire, fanno riprendere il peso perso, nella gran parte delle volte, con “gli interessi”.

Da non trascurare, inoltre, l’impatto psicologico del “da lunedì dieta”, che può generare comportamenti poco sani e frustrazione. Fra i rimedi rapidi e “miracolosi” rientra anche l’esercizio fisico eccessivo che, soprattutto in persone abitualmente sedentarie, rappresenta più uno stress che un beneficio. 

Un approccio così brusco, infatti, non consente di raggiungere reali obiettivi di salute e benessere, che derivano invece da un impegno graduale, costante e proporzionato alle capacità del proprio organismo.

Un’altra cosa da non fare, soprattutto in maniera autogestita e non adeguatamente inserita in un percorso serio di cambiamento delle proprie abitudini alimentari, è assumere prodotti dimagranti “miracolosi”: ci riferiamo a integratori e, addirittura, a farmaci, senza il consiglio di un professionista sanitario e, nel caso dei farmaci, di un medico.

Da questo punto di vista, internet rappresenta un grandissimo pericolo, per i giovani ma anche per i meno giovani, dato che offre la possibilità di acquistare, senza neanche troppa difficoltà, prodotti di diverso genere grazie al potere persuasivo delle immagini, dell’influencer di turno o della persona che sostiene di averlo provato e aver risolto tutti i propri problemi di peso e salute. 

Le app per perdere peso possono essere utili, ma presentano anche rischi e limiti significativi. Monitorare l’attività fisica e l’alimentazione fa crescere la consapevolezza delle proprie abitudini e rappresenta un primo passo positivo. Tuttavia, quando queste piattaforme iniziano a proporre piani alimentari o di allenamento “personalizzati”, è bene ricordare che nessuna app può sostituire il consulto medico e nutrizionale.

Inoltre, diversi studi indicano che l’uso prolungato di applicazioni che contano le calorie può generare ansia e senso di colpa. Quelle che riconoscono gli alimenti tramite foto presentano, invece, un altro limite: possono essere molto imprecise, con errori nella stima dell’apporto energetico di un piatto che possono variare dal 9% fino al 63%, con il rischio che il contenuto calorico venga valutato quasi il doppio o la metà di quello reale.

( A cura di Elisa Troiano)

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La promessa tradita della chimica

Q uando parla della sua chimica, Primo Levi lo fa con gli occhi affascinati dello studente universitario che è stato. In Il sistema periodico, la concepisce come “una nuvola indefinita di potenze future”, capace di prescrivere una legge, “l’ordine in me, attorno a me e nel mondo”. È il 1975, nel mezzo ci sono state la guerra, il campo di concentramento, la vita adulta. Guardare al mondo con gli occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a stabilire l’ordine del suo funzionamento, esplorare l’oscura natura e scandagliarne il funzionamento. La chimica, scrive, ha consentito all’uomo di “farsi signore della materia”. Lungi dall’essere una mera branca scientifica, la chimica diventa l’alfabeto del mondo. Le sue leggi ne descrivono la grammatica. La sua lingua è l’intero universo.

La tavola periodica diventa così “l’anello mancante fra il mondo delle carte e il mondo delle cose”. E la chimica stessa assume un altro peculiare significato: è la capacità di conoscere la verità sperimentandola, analizzandone gli elementi. Non ci sono assiomi, non ci sono dogmi: c’è solo l’intelligenza e la sua abilità di dominare la materia con un dominio che però non è violento o estrattivo, è padronanza, comprensione intellettuale. In questo senso, e alla luce delle sue esperienze di vita, la chimica e la fisica assumono per Levi un valore politico, sono l’antidoto al fascismo, perché sono “chiare e distinte e ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e di vanità, come la radio e i giornali”

Come vedremo, la concezione leviana della conoscenza come fonte di responsabilità, del sapere come condizione minima di qualunque azione, verrà sistematicamente disattesa dall’evoluzione dell’industria chimica italiana, aprendo la strada ad alcuni dei disastri sanitari più gravi e persistenti della storia del nostro Paese.

La chimica come mestiere di uomini
L’esperienza individuale del chimico Levi si sovrappone a quella dell’Italia degli inizi del secolo scorso. La chimica, in quegli anni, divenne mestiere di massa. Nel giro di pochi decenni fiorirono ovunque stabilimenti, capannoni, grandi fabbriche che, nel corso del secolo breve, hanno più volte cambiato vocazione ma mai l’oggetto del proprio lavoro: manipolare gli atomi, creare la materia, stressare la natura. Ed è da quegli stabilimenti, da quei capannoni, da quelle fabbriche che un piccolo Paese agricolo a forma di stivale seppe farsi potenza economica. In questo senso, Il sistema periodico è il manifesto di una trasformazione ontologica del genere umano che ha portato con sé una trasformazione profonda, radicale, della società. E che ha scritto la mappa dello sviluppo industriale del Novecento, dagli stabilimenti di produzione bellica, chimica e del carbone di inizio secolo, a quelli legati alla lavorazione del petrolio, esplosa a cavallo delle due guerre, fino ad arrivare alle produzioni di massa del secondo dopoguerra: automobili, elettrodomestici, plastiche.

Guardare al mondo con gli occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a stabilire l’ordine del suo funzionamento, esplorare l’oscura natura e scandagliarne il funzionamento.
Il cambiamento ontologico che consentì all’essere umano di dominare la natura si tradusse in quello antropologico che spogliò i contadini di stracci e zappe e li vestì di tute, che tolse loro i tempi della semina e del raccolto per consegnare quelli del turno, della sirena. Nella chimica si condensarono innumerevoli promesse. Quella del dominio della natura che spettava ai tecnici, agli uomini col camice che restavano affascinati dalla danza degli atomi. Quella dell’emancipazione, per la massa sterminata di contadini affamati, tornati dalla guerra smagriti e che adesso erano impoveriti. Quella della crescita economica, che traghettò il nostro Paese attraverso due guerre ed esplose nella seconda metà del secolo scorso, regalandoci l’illusione di un benessere che potesse durare per sempre.

Accontentava tutti, la chimica. Giocando con le molecole si poteva debellare la fame, garantendo un’agricoltura più produttiva grazie ai fertilizzanti. Si poteva mangiare, riscaldare, si potevano alimentare motori. La chimica ha inventato il materiale che ha rivoluzionato il ventesimo secolo, quello a partire dal quale tutto è diventato accessibile: la plastica. Nel giro di pochi decenni divenne la lingua della democrazia materiale, il volano delle infinite possibilità che si spalancavano a ogni donna e ogni uomo dopo anni di buio e fame.

C’era una categoria che, più di tutte, si godeva le promesse della chimica: gli industriali. Consci del potenziale del gioco delle molecole, seppero approfittarne grazie ai propri mezzi economici. Da quel momento, la chimica di cui ci parlava Primo Levi smise di essere tale. A un certo punto gli uomini col camice non erano più interessati a interrogare la natura per comprenderne la dignità, ma cominciarono a stressarla, a manipolarla con una finalità decisamente più materiale: garantire profitti alle famiglie proprietarie degli stabilimenti. È per la loro azione che si è determinato quel salto che ha portato la chimica a superare una serie di limiti. Ce ne parla sempre Levi, quando descrive il polietilene come “leggero e splendidamente impermeabile: ma è anche un po’ troppo incorruttibile, e non per niente il Padre Eterno medesimo, che pure è maestro in polimerizzazioni, si è astenuto dal brevettarlo: a Lui le cose incorruttibili non piacciono”.

C’era una categoria che più di tutte ha sfruttato le promesse della chimica: gli industriali. È per via del loro operato che la chimica di cui ci parlava Primo Levi smise di essere tale.
Prenderebbe troppo spazio, adesso, ragionare di plastica come manifestazione materiale della hybris della chimica. Quello che invece è utile sottolineare è che, da un certo punto in poi, di questa hybris abbiamo pagato tutte le conseguenze. E quasi mai le ha pagate chi ne è stato il mandante.

La mappa di un’eredità inattesa
Non a caso, alla mappa dello sviluppo industriale è possibile sovrapporre quella delle contaminazioni, delle eredità tossiche che gran parte di queste attività hanno lasciato nei luoghi che le ospitavano e nel sangue di chi ci ha lavorato. Non si tratta solo di una metafora: esiste materialmente una mappa che stabilisce quali territori sono stati contaminati dalle attività industriali e necessitano di una bonifica urgente, perché mettono in pericolo la salute delle persone che ci vivono e dell’ecosistema.

Sono i 42 Siti contaminati di interesse nazionale per le bonifiche (SIN), più gli altri circa 39.000 Siti di interesse regionale (SIR). Tra le due sigle cambia poco, solo chi dovrebbe finanziare gli interventi per bonificarli, ma è più facile attenerci qui a parlare dei SIN, su cui ci sono dati più chiari e utili a inquadrare il fenomeno. Si tratta di aree in cui lo Stato ha riconosciuto la presenza di una contaminazione tale da renderne necessaria l’interdizione, per tutelare la salute pubblica dei residenti. Levi scriveva: “La nostra è un’arte che rende ricchi, ma fa morire giovani”, e infatti molti dei SIN di oggi, ieri erano sedi di industrie chimiche o petrolchimiche (Bagnoli, Porto Torres, Porto Marghera, Gela, Brescia, Trissino…).

Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un SIN: il 10% della popolazione ogni giorno è esposto a un inquinamento che determina percentuali più elevate della media di malattie, tumori e morti inattese. I numeri di questa correlazione sono riportati da uno studio prodotto dall’Istituto Superiore di Sanità. Si chiama SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio di Inquinamento). I territori analizzati hanno ospitato e talvolta ancora ospitano produzioni pericolose, che coinvolgono sostanze poi diventate illegali, o sostanze assolutamente legali, la cui gestione è stata irresponsabile. Mancata osservanza delle più banali norme di sicurezza, scarichi e smaltimento illecito di rifiuti pericolosi, esposizione incauta di lavoratori inconsapevoli. Sono tanti i fili della trama della contaminazione del nostro Paese, ma hanno tutti un denominatore comune: chi governava quelle produzioni non era quasi mai all’oscuro delle conseguenze.

Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un Sito di Interesse Nazionale per le bonifiche. Significa che il 10% della popolazione è esposto a un inquinamento che determina percentuali più elevate della media di malattie, tumori e morti inattese.
L’ultima edizione del Rapporto, la sesta, è uscita a febbraio 2023 e riporta i dati relativi al periodo 2013-2017. L’aggiornamento di fatto conferma quanto affermato nelle edizioni passate: nei SIN si muore di più che negli altri territori (la media è del 2,6% in più) e c’è un eccesso di ospedalizzazioni (3% in media). SENTIERI è uno strumento utilissimo per tante comunità colpite dalle conseguenze sanitarie della contaminazione, che a lungo si sono scontrate con il negazionismo istituzionale.

La chimica alla sbarra: il processo IPCA
Le conseguenze delle produzioni inquinanti, però, sono arrivate molto prima del rapporto SENTIERI. C’è uno schema ricorrente in ognuna delle storie legate ai SIN. Per un periodo più o meno lungo, le persone che lavorano o vivono nei pressi di determinate produzioni si ammalano. Spesso muoiono. In una prima fase si fa finta di niente, per fatalismo o convenienza. O perché, di fronte alla certezza della fame, anche la possibilità della morte viene assimilata come un rischio possibile, accettabile. In gran parte dei casi la proprietà della fabbrica sa cosa sta accadendo, ma lo tiene nascosto perché dovrebbe interrompere la produzione o spendere davvero tanti soldi per adeguarla a standard sicuri e risarcire chi si è ammalato, o i parenti di chi è morto. A un certo punto qualcuno decide di ribellarsi, alza un polverone, arrivano le indagini, quando va bene i processi.

Il primo caso in assoluto è quello di Ciriè, vicino Torino, che ha coinvolto la produzione di una fabbrica di colori, l’IPCA (Industria Piemontese Colori Anilina). Questa storia comincia poco dopo la Prima guerra mondiale, quando una facoltosa famiglia arrivata da Milano, i Ghisotti, decide di rilevare una piccola fabbrica di pigmenti. Nella nuova produzione trovano un porto centinaia di uomini tornati dalla guerra, che non hanno alcuna intenzione di riprendere le fatiche dei campi e si consegnano con entusiasmo alle fauci di una fabbrica che, svelano le carte del processo, si rivelerà un inferno. Paolo Randi, che in quei capannoni ha lavorato, ricorda che il primo giorno gli fecero l’impressione di Mauthausen, dove era stato in gita due anni prima.

Quella produzione dura mezzo secolo: i prodotti dell’IPCA sono richiesti in tutta Italia e all’estero e, a partire dagli anni Cinquanta, i capannoni ospitano fino a 700 operai. I verbali del processo sono un catalogo di testimonianze di ex lavoratori e vedove che raccontano di sostanze chimiche maneggiate a mani nude, di svenimenti, di incidenti continui. Di nebbia e di acidi che corrodevano le scarpe. Di totale mancanza di dispositivi di protezione. Il tutto a contatto con una serie di molecole, le ammine aromatiche, direttamente connesse all’insorgenza del cancro alla vescica. All’apertura del processo, la comunità scientifica lo sapeva da 80 anni. Aveva perfino dato un nome a quella malattia: carcinoma vescicale da ammine aromatiche. Gli operai, ex contadini semianalfabeti, non ne avevano idea. Lo sapeva già, invece, la proprietà della fabbrica.

Il processo all’IPCA di Ciriè, a cui testimoniò lo stesso Levi, è un momento spartiacque nella storia della tutela del lavoro in Italia. Per la prima volta una dirigenza era imputata non perché qualcuno era accidentalmente morto sul lavoro, ma perché la fabbrica stessa era stata letale per almeno 168 persone.
Lo avevano chiaro anche Benito (ma non gli piaceva, si faceva chiamare Gino) Franza e Albino Stella, due ex operai. Gino aveva lavorato all’IPCA appena sei anni e aveva smesso da dodici quando, nel 1969, a 36 anni, gli arrivò la diagnosi infausta. Volle capirci di più: conosceva le storie dei suoi ex colleghi, i lutti conservati nella discrezione di giovani vedove. Divenne punto di riferimento di quella comunità di moribondi e donne sole, e vi incontrò Albino Stella, anche lui scopertosi malato. Condussero una vera e propria campagna di epidemiologia dal basso. Esplorarono i cimiteri nei dintorni della cittadina, si appuntarono i nomi di tutti quelli che erano stati loro colleghi, contattarono le famiglie e appurarono la causa della morte, quasi sempre un tumore alla vescica.

Il loro lavoro fu indispensabile a ricostruire la catena di morti legate all’IPCA e a portare alle condanne, esemplari per l’epoca, per la famiglia Ghisotti. A quel processo testimoniò anche Primo Levi, per mettere in chiaro che sul banco degli imputati non c’era la chimica ma l’utilizzo che qualcuno aveva deciso di farne.

Lavoravo in una fabbrica dove si usavano prodotti dell’IPCA, e sono qui per solidarietà e testimonianza per le vittime e i loro cari. Come tecnico posso dire che ci troviamo di fronte a un caso estremo di incuria. Questo mestiere non è come gli altri: chimico non vuol dire solo laureato, ma persona deontologicamente a posto. Se la scuola non ti ha dato certe nozioni è il tuo dovere cercarle, approfondirle. Altrimenti sei in colpa più verso te stesso che verso gli altri.

C’è un prima e un dopo IPCA nella storia delle tutele sul lavoro in Italia. Il dibattimento dimostrò una lunga catena di omissioni, inefficienze, sabotaggi e insabbiamenti, complici morali di quelle morti. Era la prima volta che, in Italia, il sindacato si costituiva parte civile. Quel processo è stato il primo in cui una dirigenza era imputata non perché qualcuno era accidentalmente morto mentre lavorava, ma perché la fabbrica in quanto tale era stata letale per almeno 168 (questi i casi che era stato possibile conteggiare) operai.

Quanto verde sarà la riconversione
L’ex IPCA di Ciriè non è un SIN ma un sito orfano, un territorio contaminato in cui la proprietà degli stabilimenti si è dileguata: l’azienda è fallita, o la sua sigla si è sciolta in mille rivoli di cambi di nome o destinazione, e nessuno più è rimasto a pagare il conto del disastro. Il problema principale, con le contaminazioni, è che la responsabilità delle bonifiche è continuamente rimpallata tra nuove e vecchie proprietà degli stessi stabilimenti e, per determinare chi debba pagare, si passa di tribunale in tribunale, spesso girando a vuoto e, in ogni caso, perdendo anni in cui le persone continuano ad ammalarsi, a morire.

Uno dei casi più emblematici è il SIN di Porto Torres. Il petrolchimico nacque nel 1962, in piena stagione dell’industrializzazione sarda, quando la Sir di Nino Rovelli scelse Porto Torres come avamposto della chimica italiana, portando sviluppo e occupazione in un territorio che ne aveva una gran fame. Dopo il crollo finanziario del gruppo, nel 1980 subentrò Enichem, controllata di Eni. Nel 1981 Enrico Berlinguer, allora segretario del Partito comunista italiano, ispezionò gli stabilimenti e volle pranzare con gli operai, chiedendo specificamente: “Com’è la situazione ambientale per la salute dei lavoratori e verso il territorio?”. Era già noto che, quando si trasformava il petrolio, si lavorava a contatto con sostanze pericolose per la salute e l’ambiente. Chi non lo sapeva, ancora una volta, erano i lavoratori che, ignari, lasciavano in fresco le birre nelle vasche di raffreddamento del cloruro di vinile monomero, un gas riconosciuto come potente agente cancerogeno, utilizzato per la produzione di una delle plastiche più diffuse al mondo, il PVC. Esattamente come i loro colleghi a Porto Marghera, d’estate, ci mettevano le angurie perché non si scaldassero nell’afa della laguna.

Non sapevano che si sarebbero ammalati, gli operai di Porto Torres, ma potevano vedere i fumi giallastri, le acque oleose scaricate direttamente in mare, le colline artificiali di scarti e fanghi. Su questo, però, erano clementi: negli anni Settanta il polo dava lavoro, tra interni e indotto, a 10.000 persone. Le conseguenze sono arrivate dopo. Con i tassi di mortalità e incidenza tumorale superiori alla media. E con il processo “Darsena veleni”, che nel 2023 si è chiuso in Cassazione con la condanna definitiva di tre ex dirigenti Syndial, per disastro ambientale colposo; anche se la bonifica non è ancora arrivata e il comune di Porto Torres sta ancora attendendo il risarcimento.

L’eredità della chimica non deve necessariamente tradursi in un presente di danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono casi in cui le priorità sono state gli interessi del territorio e della comunità, come è successo in Germania, nella regione della Ruhr.
Nel 2011 Porto Torres è stata individuata come polo per la transizione ecologica attraverso la “chimica verde” della joint-venture Matrìca (Versalis e Novamont). Il progetto prevedeva, tra le altre cose, la riconversione degli impianti per la produzione di bioplastiche alimentata da coltivazioni locali di cardo. Un rilancio che avrebbe dovuto rispondere a un territorio in cui la deindustrializzazione aveva aggiunto alla contaminazione e alle malattie anche il carico di disoccupazione e deserto sociale. Durante i tredici anni trascorsi dall’accordo, tuttavia, l’attuazione della terza e ultima fase del progetto ha dovuto confrontarsi con sostanziali limiti politici e operativi: la disponibilità di terreni agricoli per il cardo si è attestata intorno ai 500 ettari rispetto alle decine di migliaia previsti. Le difficoltà nella resa della coltura locale hanno impedito di sostituire l’olio di girasole utilizzato fin dall’inaugurazione del primo impianto, nel 2014, e importato via nave da cooperative francesi, complicando il mantenimento del modello a “chilometro zero” inizialmente auspicato.

Il disastro ambientale, in ogni caso, non è un debito impossibile da estinguere. L’eredità della chimica non deve, necessariamente, tradursi in un presente di danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono altre strade. Quando Primo Levi parlava della sua chimica, raccontava di uno strumento utile all’umanità per conoscere la materia. La disciplina che difendeva, anche nei banchi del processo di Ciriè, era al servizio dell’essere umano. Studiarla serviva a migliorare la vita, a difendere gli interessi di tutti. Il punto, sembra dirci Levi, non è la chimica, ma la centralità dell’interesse pubblico.

Ci sono casi in cui le priorità sono state gli interessi del territorio e della comunità. È successo in Germania, nella regione della Ruhr, cuore dell’industria pesante del Novecento e della contaminazione in Europa. Qui il risanamento non è stato gestito come un’emergenza ma come un grande progetto collettivo, affidato a una società di scopo a partecipazione pubblica. In trent’anni i siti contaminati sono diventati laboratori a cielo aperto che hanno creato occupazione; i brevetti per il lavaggio del suolo e la fitodepurazione nati in quelle aree sono oggi competenze che la Germania esporta nel mondo. La bonifica è diventata una voce attiva del PIL.

La bonifica come cura del territorio e della comunità
Quarant’anni dopo il processo, l’area dell’ex IPCA oggi è patrimonio del comune di Ciriè. Nel mezzo ci sono stati un deposito di scarti chimici, diversi cambi di sigla, esorbitanti preventivi di bonifica che nessuno ha voluto pagare. Chi ha inquinato non c’è più. L’IPCA è oggi un sito orfano, uno dei 484 censiti dal ministero dell’Ambiente. Si tratta di scheletri industriali ripudiati dai propri padri, cancellati dalla storia o resi irreperibili dal bailamme dei cambi di sigla. La loro messa in sicurezza, adesso, ricade sullo Stato. Per effettuarla sono stati stanziati 500 milioni di euro del PNRR. Proprio grazie a questo finanziamento, l’area dell’ex IPCA diventerà un parco cittadino con un ecomuseo dedicato alla storia di Albino Stella e Benito Franza. 

A Ciriè, a Porto Torres, a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non è mai stato l’assenza di conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla come guida dell’azione.
La bonifica dei siti orfani intanto procede. L’obiettivo era riqualificare almeno il 70% della superficie entro il primo trimestre del 2026. I numeri dicono che quella scadenza è già superata. Dei 484 siti censiti, solo 225 sono stati finanziati e solo 55 hanno concluso il procedimento. Il rischio concreto è perdere parte di quei fondi o vederli andare altrove.

E non va meglio per i SIN. ISPRA stessa segnala una serie di lacune sui dati. I più aggiornati e completi a nostra disposizione sono di giugno 2024 e ci dicono che la caratterizzazione (cioè l’analisi delle matrici della contaminazione) è stata completata nel 59% dei suoli e nel 55% delle acque sotterranee.

Solo il 13% dei suoli e il 17% delle acque, però, hanno ricevuto l’approvazione dei procedimenti di bonifica. Anzi, tra il 2016 e il 2024, sempre secondo l’Istituto, non ci sono stati sostanziali avanzamenti. Un aggiornamento significativo è che sono in corso le riperimetrazioni di alcuni SIN (finora 10, tra cui Taranto, Priolo, Brindisi e Napoli Orientale). Il processo in teoria dovrebbe ridefinire i confini delle aree contaminate. In pratica però si traduce nella prospettiva inquietante di una riduzione dell’estensione, e quindi degli obblighi di bonifica su alcune aree. Sulle quali, però, nessuno ha mai fatto alcun intervento.

C’è un dato che accomuna le storie raccontate fin qui. A Ciriè, a Porto Torres, a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non è mai stato l’assenza di conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla come guida dell’azione. È quello che Levi contesta al processo di Ciriè, la deontologia che chiede ai chimici: il sapere come fonte di responsabilità. La conoscenza scientifica come condizione minima per qualunque decisione.

Quella condizione oggi vale anche per la politica. Sappiamo quali molecole fanno male; dove sono; in quali corpi sono entrate. Eppure i SIN restano fermi, i fondi del PNRR rischiano di andare altrove e, ancor più grave, molte produzioni inquinanti sono ancora attive. Partire da questi assunti vuol dire ripensare anche la transizione ecologica come processo, partendo da una verità di base: non basta cambiare le fonti energetiche con cui alimentiamo le nostre società o inventare soluzioni tecnologiche per rimangiarci le emissioni inquinanti. Serve far pace con i territori che il secolo scorso ha avvelenato. Non si costruisce un nuovo patto con l’ecosistema su un suolo contaminato. Guarire i territori è la precondizione della transizione.

La chimica che Levi amava non prometteva nulla che non potesse dimostrare. Era l’antidoto ai dogmi, alle affermazioni non dimostrate, agli imperativi che chiedevano di credere senza pensare. Quella stessa esigenza è l’unica base su cui si può costruire una politica all’altezza del disastro che abbiamo ereditato.

L'articolo La promessa tradita della chimica proviene da Il Tascabile.

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O zempic è il nome commerciale di un farmaco capace di intervenire sui meccanismi della fame e della sazietà. Rallenta lo svuotamento dello stomaco e attenua l’appetito, inducendo a mangiare meno e portando, nel tempo, alla perdita di peso. Nato per il trattamento del diabete di tipo 2, è diventato in pochi anni l’esempio più noto di una nuova classe di farmaci dimagranti, che spostano il controllo del peso dal piano della volontà individuale a quello della regolazione farmacologica. A prima vista questo spostamento alleggerisce la pressione sul singolo, poiché non gli si chiede più di “mangiare meno e muoversi di più”. E tuttavia, sotto questa trasformazione rimane inalterato il modo in cui guardiamo i corpi grandi: corpi sbagliati, sgradevoli, da correggere e da riportare a una norma. Il corpo grasso viene letto ancora una volta come una responsabilità individuale e, prima ancora, come una colpa.

Se è vero che l’obesità è stata accertata come fattore di rischio per molte patologie, è anche vero che nel discorso pubblico si tende spesso a trasformare questa correlazione in un giudizio, non solo estetico ma anche morale, sul corpo e sulla persona. La grassofobia agisce su tre dimensioni: il pregiudizio, ovvero l’idea che i corpi grandi valgano meno, lo stigma, ovvero l’attribuzione di qualità negative alle persone grasse (ingorde, pigre, trasandate), e infine la discriminazione, cioè l’insieme delle barriere e dei comportamenti che tendono a tagliare fuori le persone grasse dalla vita sociale e lavorativa.

Questa dinamica non si distribuisce però in modo uniforme. Negli ultimi anni, soprattutto nei contesti di attivismo anglofono legati al movimento fat acceptance, si sono diffuse categorie informali come mid-size, small fat, mid fat, super fat e infinifat, utilizzate per descrivere differenze interne a ciò che viene spesso trattato come un gruppo omogeneo. Si tratta di etichette non scientifiche, nate per rendere visibile un dato empirico: la grassofobia tende a intensificarsi con l’aumentare della taglia. Chi occupa posizioni più vicine ai modelli corporei socialmente accettati può ancora abitare e attraversare, con qualche attrito, spazi e pratiche pensati per corpi standard; man mano che ci si allontana da questi parametri lo stigma si fa più esplicito e le barriere più escludenti.

Chi è vittima di atteggiamenti grassofobici ha maggiori probabilità di rimandare visite e controlli, di ricevere diagnosi tardive o trattamenti meno adeguati, e più in generale di sviluppare un rapporto problematico con il sistema sanitario. 
Anche senza passare in rassegna i dati che documentano ostacoli e trattamenti peggiori nell’accesso a lavoro, scuola e cure, basta guardare agli oggetti più ordinari per vedere come questa logica si traduca nella pratica: sedili di aerei e lettini di ospedale troppo stretti per ospitare certi corpi, brand di abbigliamento che prevedono solo alcune taglie, bilance non tarate su corpi più pesanti. Qui la grassofobia non passa da un giudizio esplicito ma è inscritta in un progetto che decide silenziosamente quali corpi sono previsti e quali no.

Un’analisi pubblicata sull’International Journal of Obesity nel 2025, basata su oltre un milione di risposte raccolte nel tempo, mostra che atteggiamenti negativi verso le persone obese sono diffusi anche tra i medici e gli operatori sanitari, e in alcuni casi risultano persino più marcati tra chi ha un ruolo diretto nella diagnosi e nel trattamento. Questi atteggiamenti non si presentano necessariamente come ostilità aperta; più spesso prendono la forma di associazioni automatiche legate all’idea che il peso sia una questione di volontà, che il corpo grasso indichi scarso controllo o scarsa adesione alle raccomandazioni mediche.

È un tipo di sguardo che tende a semplificare e che può influenzare il modo in cui si interpreta un sintomo o si costruisce un percorso di cura. Le persone che ne sono vittima hanno maggiori probabilità di rimandare visite e controlli, di ricevere diagnosi tardive o trattamenti meno adeguati, e più in generale di sviluppare un rapporto problematico con il sistema sanitario. Secondo alcune ricostruzioni teoriche l’obesità si sarebbe affermata come categoria clinica all’interno di una cornice grassofobica, che a sua volta affonda le sue radici in una storia ben più lunga, legata al colonialismo e alla morale protestante. Ma per comprenderlo occorre fare un passo indietro.

L’epidemia di obesità
Alla fine degli anni Novanta, un articolo sul Journal of the American Medical Association (JAMA) segnò un punto di svolta nel modo in cui parliamo di corpi grassi. Mettendo in fila i dati raccolti tra il 1991 e il 1998, un gruppo di ricercatori dei Centers for Disease Control aveva registrato un aumento significativo della quota di adulti obesi negli Stati Uniti, dal 12 al 17,9% in soli sette anni, con una crescita in tutti gli Stati, in entrambi i sessi e in quasi tutti i gruppi di età. Il fenomeno non era descritto come una semplice tendenza, ma come un’“epidemia di obesità”.

Nello stigma nei confronti dell’obesità delle narrazioni patologizzanti, la responsabilità veniva scaricata sui singoli e sulle famiglie, secondo una logica che ignorava i determinanti sociali, economici e ambientali delle scelte individuali.
Questa connotazione di allarme e urgenza diventò centrale nella campagna mediatica successiva, anche attraverso la diffusione di grafici che mostravano la progressione del fenomeno anno per anno, come se si stesse seguendo l’evoluzione di un contagio. “Epidemia di obesità” divenne una formula sempre più accreditata, utilizzata come base scientifica per la “guerra all’obesità” che ne conseguì: a partire dagli anni Duemila si diffusero linee guida che fissavano soglie numeriche di “peso sano”, interventi sulle mense e sui programmi di attività fisica nelle scuole, normative più stringenti sulla produzione di bevande zuccherate e sulle pubblicità di junk food.

In diversi Paesi anglofoni circolavano spot che facevano leva sulla paura del futuro e su una struttura narrativa del tipo “what if”: in un video della campagna Strong4Life, per esempio, si ripercorre a ritroso la vita di un uomo colpito da infarto, risalendo fino all’infanzia. Man mano che il racconto procede, ogni passaggio viene associato a gesti come il consumo di bevande zuccherate o la visione prolungata di programmi televisivi, suggerendo che la condizione finale sia il risultato diretto e cumulativo delle scelte fatte nel corso della vita, spesso dentro lo spazio domestico e familiare. In questo genere di narrazioni la responsabilità veniva scaricata sui singoli e sulle famiglie, secondo una logica che ignorava i determinanti sociali, economici e ambientali delle scelte individuali, ovvero tutto ciò che rende difficile cambiare abitudini: lavoro precario, marginalità sociale, costo elevato del cibo più sano, città progettate per le auto, stress cronico.

Al di là dell’intenzione comunicativa, questi spot veicolavano un’equazione che oggi ci sembra quasi ovvia, quella tra il corpo magro e il corpo sano, ma che un tempo era impensabile. Per buona parte del Novecento le principali preoccupazioni sanitarie erano state la malnutrizione, le carenze vitaminiche, le malattie infettive che attecchivano su corpi troppo gracili. All’epoca si riteneva che qualche chilo in più potesse fornire un piccolo margine di protezione e la magrezza era considerata un segnale di malattia e decadenza sociale.

Col passare dei decenni, polmoniti e tubercolosi arretrarono progressivamente grazie al miglioramento delle condizioni igieniche e abitative e allo sviluppo di vaccini e antibiotici. Nello stesso tempo, l’aumento della popolazione anziana e i cambiamenti nello stile di vita (primi fra tutti l’alimentazione industriale e la crescente sedentarietà) spostarono l’attenzione verso le patologie non trasmissibili come l’infarto, l’ictus e il diabete di tipo 2, con lo studio dei relativi fattori di rischio. I medici cominciarono a monitorare le persone per anni, a confrontare nel tempo parametri come il peso, la pressione e la glicemia, a notare che chi pesa di più, in media, si ammala prima di certe malattie croniche. Tra gli anni Settanta e Ottanta il grasso diventò a tutti gli effetti un campanello d’allarme e un problema di salute pubblica, soprattutto nei Paesi anglofoni.

Chi ha un corpo più vicino ai modelli socialmente accettati può ancora abitare e attraversare, con qualche attrito, spazi e pratiche pensati per corpi standard; man mano che ci si allontana da questi parametri lo stigma si fa più esplicito e le barriere più escludenti.
All’inizio degli anni Novanta l’Organizzazione mondiale della sanità si trovò davanti a un problema molto pratico: in ogni Paese si usavano soglie diverse per decidere chi è in sovrappeso e chi no, con risultati difficili da confrontare. Si scelse allora di eleggere a criterio ufficiale l’indice di massa corporea (BMI, Body Mass Index), un indicatore dato dal rapporto tra peso e altezza al quadrato. Sulla base di questo criterio, si suddivideva la popolazione in quattro fasce principali: sotto una certa soglia numerica si parla di sottopeso, in un intervallo intermedio di normopeso, oltre di sovrappeso e ancora oltre di obesità.

Nel 1998 gli Stati Uniti si allinearono a queste soglie e abbassarono il limite tra normopeso e sovrappeso. Così, dall’oggi al domani, milioni di persone che il giorno prima erano considerate nella norma diventarono, per definizione, in sovrappeso. Quando, l’anno dopo, l’articolo del JAMA parlerà di “diffusione dell’epidemia di obesità”, troverà quindi un vocabolario, degli strumenti di misura e un immaginario già pronti ad accogliere quella metafora.

Il BMI: che cosa misura davvero
In origine il BMI non nasce nel campo della medicina e non serve a stabilire se una persona sia sana o malata. Il criterio era stato introdotto nell’Ottocento dal matematico e statistico belga Adolphe Quetelet e poi preso in prestito dalle compagnie assicurative, che lo usavano per calcolare, su grandi numeri, la probabilità di morte associata a determinate caratteristiche fisiche, come il rapporto tra peso e altezza, così da fissare il prezzo delle polizze. Chi si discostava da certi intervalli di peso veniva considerato più costoso da assicurare. Il BMI aveva quindi una finalità statistica e descrittiva, non una finalità clinica. È solo in un secondo momento che questo parametro è stato ripreso dalla medicina per fissare “soglie di normalità”, trasformando una correlazione statistica in un criterio di salute individuale.

Questo slittamento rappresenta un punto decisivo, perché cambia completamente il senso dello strumento: una probabilità statistica più alta in un ampio gruppo di popolazione non significa che qualsiasi persona con un BMI alto morirà prima o sia destinata a una cattiva salute. Il BMI, da solo, non distingue tra muscolo e adipe e non dice nulla su pressione sanguigna, glicemia, livelli di infiammazione, capacità cardiorespiratoria o presenza di malattie. Una persona classificata come “sovrappeso” può avere esami del sangue perfettamente nella norma, fare attività fisica regolare e non avere alcun segnale clinico di malattia. Allo stesso tempo, una persona con un BMI “normale” può avere il diabete o altri problemi di salute. Questo perché l’indicatore non considera il funzionamento dell’organismo, ma esprime solo un rapporto matematico. È proprio in questo passaggio, da criterio statistico a misura di normalità, che il BMI smette di essere solo uno strumento tecnico e diventa parte di un più ampio sistema di valori e significati culturali sul corpo.

L’indice di massa corporea (BMI) in origine aveva una finalità statistica e descrittiva, non clinica. Solo in un secondo momento è stato ripreso per fissare delle “soglie di normalità”, trasformando una correlazione statistica in un criterio di salute individuale.
Oggi la valutazione dell’obesità non si basa più esclusivamente sul BMI, che resta uno strumento di primo screening ma viene considerato insufficiente da solo. Uno dei suoi limiti principali è il fatto di essere tarato su popolazioni molto specifiche, prevalentemente europee. Già nel 2004 un gruppo di esperti convocato dall’Organizzazione mondiale della sanità ha mostrato che, in molti Paesi asiatici, il rischio di diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari aumenta a valori di BMI più bassi rispetto alle popolazioni europee, portando alla luce la necessità di proporre soglie differenziate. Nella pratica clinica attuale si adotta (o si dovrebbe adottare) un approccio multifattoriale all’obesità che integra altri indicatori, ad esempio la distribuzione del grasso corporeo e una serie di parametri (fisiologici, come la pressione arteriosa, e metabolici, come la glicemia e il profilo lipidico) che servono a stimare l’impatto reale sulla salute.

La letteratura scientifica recente, inoltre, distingue sempre più chiaramente tra obesità come condizione clinica, quando comporta già un danno funzionale o metabolico, e obesità come fattore di rischio, cioè una condizione che aumenta la probabilità di sviluppare determinate patologie nel tempo senza implicare necessariamente la presenza di malattia in atto. Questa doppia lettura rende il concetto molto più elastico e meno lineare di quanto suggerisca l’uso quotidiano del termine.

La costruzione culturale del sapere medico
Il fatto che la medicina, all’inizio, abbia incorporato il BMI in maniera piuttosto frettolosa e acritica può essere letto come l’esito di un contesto storico-culturale in cui il corpo grasso era già caricato di significati negativi, e in cui queste valutazioni hanno progressivamente colonizzato anche i saperi scientifici. Nel libro Fat Phobia (2022), la sociologa Sabrina Strings presenta l’adozione del BMI da parte della medicina come l’effetto di una genealogia in cui si intrecciano razzismo, religione e gerarchie sociali. Il suo lavoro è spesso citato nei dibattiti contemporanei su body positivity, grassofobia e medicalizzazione del peso, perché mette in discussione l’idea che il discorso medico sul corpo sia neutrale o puramente tecnico.

Nello sguardo coloniale il corpo nero, in particolare quello femminile, viene progressivamente associato all’idea di ingordigia e sensualità incontrollata, mentre per contrasto il corpo bianco viene associato all’idea di misura, controllo e sobrietà.
Un primo elemento di questa storia è la tratta transatlantica degli schiavi, che tra il Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo ha visto la deportazione coatta dall’Africa verso le Americhe, di milioni di persone, impiegate poi nelle piantagioni di zucchero, tabacco e cotone e in altre tipologie di lavoro forzato. Per rendere moralmente e politicamente accettabile la tratta degli schiavi era necessario costruire una differenza oggettiva radicale tra chi schiavizzava e chi veniva schiavizzato, in modo da presentare gli schiavi come persone naturalmente inadatte alla libertà e già predisposte, per loro stessa indole, a essere governate. Nasce così il razzismo scientifico: nello sguardo coloniale il corpo nero, e in particolare quello femminile nero, viene progressivamente associato all’idea di ingordigia e sensualità incontrollata, mentre il corpo bianco viene associato per contrasto all’idea di misura, controllo e sobrietà.

Parallelamente, questa contrapposizione viene sostenuta anche dalla diffusione, tra Europa settentrionale e Nord America, della cultura protestante e di una morale religiosa sempre più attenta al controllo del corpo. Nella morale protestante la frugalità e il dominio sugli appetiti diventano una forma di disciplina quotidiana e insieme un segno visibile di virtù e vicinanza allo stato di grazia, mentre il grasso tradisce un’anima dominata dall’eccesso (“gluttonynella letteratura storica e teologica anglofona), spiritualmente povera, lontana da Dio. È dall’incrocio di queste due linee che emerge l’idea che il corpo magro e bianco sia l’unico corpo legittimo, moralmente superiore e “adatto” a rappresentare la nazione. Un’idea che attraversa anche la cultura iconografica e visuale, come testimoniano le raffigurazioni realizzate tra Ottocento e Novecento, che propongono un’immagine esuberante e ipersessualizzata della fisicità femminile nera.

Secondo Strings, dunque, la scelta del BMI come indice dello stato di salute è figlia di secoli di rappresentazioni non neutrali del corpo. Figure citate nel libro, come quella del medico George Cheyne, che racconta la propria “conversione” a una dieta quasi ascetica a base di latte, semi, pane e frutta, ci permettono di riconoscere una certa “parentela”, seppur lontana, con la moderna diet culture: dimagrire non è solo una questione di salute, ma molto più spesso è una questione di status.

Oggi impera una cultura per cui il corpo “riuscito” è quello che elimina o nasconde ogni traccia di sforzo e di fatica: deve comunicare uno stile di vita e una posizione sociale più che raccontare una storia e un processo.
Dentro uno scenario che trasforma il peso corporeo in un segnale di status e valore personale si inserisce, probabilmente, anche il successo di farmaci come Ozempic. Il controllo del peso, oggi, non passa più soltanto dalla disciplina individuale, ma da una scorciatoia che agisce direttamente sui meccanismi biologici, garantendo una gratificazione rapida. Questo spostamento si colloca in una cultura in cui il corpo “riuscito” è quello che elimina o nasconde ogni traccia di sforzo e di fatica: il corpo deve comunicare uno stile di vita e una posizione sociale più che raccontare una storia e un processo. Anche quando la fatica viene rappresentata (basti pensare ai tanti gym content che popolano Instagram e TikTok) non compare quasi mai nella sua forma “grezza” (con tutto ciò che comporta: disordine, sudore, affanno, scompostezza), ma in una forma estetizzata, levigata e controllata.

Il passaggio dal primato della volontà alla regolazione farmacologica del corpo, comunque, non rompe la struttura precedente ma la riorganizza. Intanto perché agisce sul corpo così come si presenta, lasciando intatte le condizioni socioeconomiche che possono averlo plasmato: i ritmi di lavoro che rendono difficile una gestione regolare dei pasti, la struttura dei prezzi che penalizza il cibo fresco a favore di quello industriale, le città disegnate intorno alla mobilità automobilistica, la riduzione progressiva del tempo non assorbito da lavoro e spostamenti, contesti di vita iperstimolanti che favoriscono una relazione impulsiva con il cibo.

E poi perché il corpo magro, adesso più tecnicamente raggiungibile, resta l’orizzonte desiderabile. La differenza principale si sposta sul piano dell’accesso, con nuove forme di esclusione (chi può permettersi il “corpo Ozempic” e chi no) e una rinnovata ossessione per la magrezza come capitale estetico e sociale.

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BallAbile Reiv, il rave che ancora non c’era

AA Melegnano, alle porte di Milano, l’inclusione sociale ha trovato una nuova e rivoluzionaria frequenza acustica. La cooperativa sociale Eureka! ha investito trent’anni di risparmi per trasformare una cascina del Cinquecento, Cascina Cappuccina, in un polo socioeducativo all’avanguardia e in un’officina di autonomia. Questo spazio innovativo abbatte le barriere sensoriali e architettoniche, dimostrando che il divertimento e la socialità sono diritti di ogni essere umano.

Il cuore pulsante di questa trasformazione si manifesta in due anime strettamente connesse: da un lato, l’abbattimento dei limiti fisici attraverso la “Cattedrale” del suono, un salone dotato di un sound system immersivo e pannelli fonoassorbenti pensato specificamente per tutelare le persone con neurodivergenze dalle “trappole sensoriali” dei locali commerciali; dall’altro, il superamento dell’assistenzialismo.

Qui, infatti, i ragazzi con neurodivergenze non sono semplici ospiti dei servizi diurni, ma abitanti e cittadini protagonisti: imparano l’indipendenza quotidiana nei Servizi di Formazione all’Autonomia – Sfa, lavorano nei 60mila metri quadrati di orti e serre della cooperativa Eureka Verde e arrivano alla consolle come dj tecnici e trascinanti durante il BallAbile Reiv. Un ecosistema di un welfare a chilometro zero e a energia pulita, capace di unire l’housing sociale per fasce vulnerabili con l’outdoor education, ridefinendo l’idea stessa di divertimento notturno e integrazione nel territorio milanese e lodigiano.

La cattedrale del suono

Uno dei paradossi del divertimento moderno è che spesso, per chi soffre di neurodivergenze, i luoghi della socialità si trasformano in trappole sensoriali. I volumi esasperati e le distorsioni acustiche dei normali locali commerciali possono infatti innescare crisi o profondi malesseri psicofisici. Per disinnescare questo rischio, Eureka! ha messo in campo un investimento di ben 80mila euro per il trattamento acustico della “Cattedrale”, il grande salone della cascina destinato agli eventi.

«Abbiamo installato pannelli fonoassorbenti su tutte le pareti per eliminare le riflessioni sonore contro i muri, quelle distorsioni che costringono ad alzare il volume a livelli dannosi», spiega Guglielmo Prati, musicista, dj e presidente del Circolo Culturale Cascina Cappuccina. Il risultato è un sound system immersivo di nuova concezione che, anche a volumi contenuti, permette alla musica di propagarsi con una qualità purissima e di arrivare dritta al corpo attraverso le vibrazioni fisiche. 

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Un’innovazione tecnologica ed etica che “fa respirare” il cervello. Nicolò è un ragazzo con una grave ipoacusia che durante il BallAbile Reiv ha “riempito” la pista: non potendo sentire pienamente con le orecchie, percepiva perfettamente la spazialità della musica attraverso il corpo. «La dimensione della festa è fondamentale per l’essere umano, è il luogo in cui esprimersi con creatività senza la paura del giudizio o del diverso», ricorda la presidente e fondatrice di Eureka!, Eleonora Bortolotti

Dai laboratori alla console: i ragazzi non sono ospiti, sono abitanti

A Cascina Cappuccina l’inclusione rifiuta lo schema della delega e dell’assistenzialismo. I giovani con disabilità intellettiva che frequentano lo Sfa e il Centro diurno non sono semplici utenti passivi, ma cittadini protagonisti. Frequentano la cascina dalle 9 alle 16 per percorsi pluriennali volti a conquistare quei piccoli, enormi pezzi di indipendenza quotidiana: dal sapersi fare la colazione all’imparare a prendere l’autobus da soli, fino al delicato lavoro di distacco emotivo dalle famiglie d’origine. 

Questo percorso passa anche dalla consolle. Molti dei ragazzi ospiti della Casa di Robi – la struttura residenziale dedicata al “Dopo di noi” – hanno infatti seguito un laboratorio esperienziale per dj utilizzando lo stesso impianto professionale destinato agli artisti internazionali. Il risultato? Durante il BallAbile Reiv, a far ballare la folla c’erano proprio loro, talmente tecnici e trascinanti che il Circolo Culturale sta ora pensando di produrli musicalmente. 

L’esperienza di Melegnano: terra, musica e diritti

Il polo di Melegnano dimostra come la cooperazione sociale possa generare un welfare a chilometro zero, capace di tenere insieme la tutela dei minori e il pronto soccorso sociale con la transizione ecologica (la cascina viaggia interamente a energia solare e rinnovabile certificata). I 60mila metri quadrati di frutteti, orti e grandi serre ospitano l’AgriSfa e la cooperativa di inserimento lavorativo Eureka Verde, dove persone con neurodivergenze trovano contratti di qualità nella manutenzione del verde e nella cura degli animali (cavalli, asini e oche), sperimentando il valore terapeutico dell’outdoor education in tutte le stagioni. 

Stiamo attenti ai bisogni e ai desideri degli abitanti e costruiamo insieme quello che serve ma che ancora non c’è

Eleonora Bortolotti, presidente Eureka!

Allo stesso tempo, gli spazi della cascina diventano un rifugio temporaneo di housing sociale per donne in fuga dalla violenza con i loro figli o per padri separati. Realtà umane diverse, che la sera si mescolano agli abitanti del vicino quartiere popolare Montorfano e ai giovani della movida milanese e lodigiana durante i festival musicali del Circolo. «Stiamo attenti ai bisogni e ai desideri degli abitanti e costruiamo insieme quello che serve ma che ancora non c’è», conclude la presidente Bortolotti. 

Foto inviate da Eureka!

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Servizio sanitario e liste d’attesa, qualcosa si muove. Ma lentamente

Il Servizio sanitario nazionale presenta ancora tante criticità sui tempi di attesa, in aumento rispetto al 2024 e diffuse su tutto il territorio: è quanto emerge dal Rapporto Pit Salute 2026, che Cittadinanzattiva presenterà ufficialmente il prossimo 11 giugno, a cui interverrà anche il Ministro della Salute Schillaci.

In particolare, in quasi due casi su tre i cittadini parlano di tempi lunghi e non rispettosi dei codici di priorità e in più di un terzo di agende chiuse o bloccate.  

Per gli esami diagnostici nel 2025, oltre la metà segnala il mancato rispetto del codice di priorità, e il 40% delle visite specialistiche urgenti non veniva erogata entro i tre giorni stabiliti dalla legge.

«Alla luce di quanto ci raccontano i cittadini, il miglioramento dei tempi di attesa fra primo quadrimestre 2025 e stesso periodo del 2026, reso noto oggi da Agenas nell’ambito della presentazione dell’aggiornamento della piattaforma nazionale sulle liste di attesa, ci sembra un buon segnale, in termini di trasparenza dei dati, e soprattutto di approccio condiviso alla responsabilità sul tema da parte del Governo centrale e delle singole Regio, afferma Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva.

«Sono evidenti tuttavia anche alcune delle questioni essenziali sulle quali è necessario lavorare, affinché la stessa piattaforma risulti davvero uno strumento utile per i cittadini, nonché uno strumento efficace per il superamento delle disuguaglianze territoriali segnalate anche dal direttore dell’Agenzia, Angelo Tanese», osserva Mandorino.

«Innanzitutto, mancano i dati riferiti alle singole Asl, così come sarebbe necessario entrare nel dettaglio –  sia a livello territoriale, che di motivazioni – delle mancate accettazioni del cittadino del primo appuntamento offerto dal CUP».

Ancora, «non ci sono dati sufficienti sui percorsi di garanzia attivati e gestiti, ossia quelli che consentono al cittadino di avere la prestazione nei tempi utili laddove non ci sia posto nel canale pubblico, così come andrebbe integrato il monitoraggio delle visite di controllo, in particolare per i pazienti cronici e fragili».

Fondamentale anche «analizzare il fenomeno delle prescrizioni non prenotate, per comprendere in che misura sia legato a problemi di inaccessibilità dei CUP o al passaggio a canali privati. Tutti indicatori che crediamo sia utile integrare, man mano, nell’aggiornamento periodico della stessa Piattaforma. Diamo in tal senso la nostra disponibilità a lavorare in tale direzione, anche alla luce di quanto i cittadini ci segnalano sul tema»; conclude Mandorino. 

Foto Unsplash

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Azzardo e divorzio: la dipendenza che consuma anche le relazioni

Se leggiamo la notizia di una famiglia distrutta perché uno dei due coniugi fa uso di droga, beh, quasi non è nemmeno una notizia. Ovvio che sia così. Se poi scopriamo che i vicini di casa hanno divorziato perché uno dei due è alcolista, ci dispiace, ma non ci stupisce più di tanto. Quante volte invece abbiamo saputo di separazioni causate dall’azzardo?

Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione Matrimonialisti Italiani – Ami, con casi simili ci ha a che fare spesso. «Le stime ci dicono che circa il 10% delle coppie si separa per motivi legati all’azzardo». Se si considera che in Italia si separano mediamente circa 87mila coppie l’anno – solo quelle eterosessuali, che rappresentano la quasi totalità delle pratiche seguite dai matrimonialisti -, stiamo parlando di circa 8.700 famiglie ogni anno distrutte dall’azzardo. Si tratta però di una stima: non è mai stata condotta in Italia un’indagine epidemiologica sistematica che incroci i dati su chi gioca in modo problematico o patologico con lo stato civile e le variabili familiari.

I numeri che abbiamo

La correlazione tra gioco d’azzardo patologico e rottura del matrimonio è tra le più solide della letteratura psichiatrica sul gambling. I dati più citati vengono infatti dal Gambling Impact and Behavior Study condotto nel 1999 dal National Opinion Research Center (Norc) per la National Gambling Impact Study Commission statunitense: il tasso di divorzio nel corso della vita è del 18,2% nella popolazione generale, sale al 39,5% tra i giocatori problematici e raggiunge il 53,5% tra i giocatori patologici, quasi tre volte la media. Numeri che erano sostanzialmente validi anche nel 2012.

In Europa uno studio più recente su Bmc Psychiatry (2023), basato sull’intero registro clinico norvegese, ha confermato una prevalenza di separazione e divorzio superiore di circa 5 punti percentuali rispetto ai controlli abbinati per età e genere. Questo non perché i giocatori d’azzardo siano cattivi partner. Piuttosto, perché la dipendenza dal gioco crea sistematicamente condizioni che distruggono le relazioni: inganni finanziari, promesse non mantenute, indisponibilità emotiva, erosione della fiducia. E in oltre la metà delle famiglie colpite, sfocia nella violenza domestica.

A pagare il conto non è solo il coniuge. La letteratura scientifica infatti ha sviluppato il concetto di Affected Others (AOs): ogni giocatore problematico coinvolge negativamente in media dalle 7 alle 8 persone. Tra queste, il partner è la figura più colpita. Inoltre, una studio del 2025 pubblicato su Addiction (Tipping, Wardle, Pryce, Università di Glasgow) ha rilevato un’associazione significativa tra i punteggi di gambling problematico del coniuge e il deterioramento del benessere emotivo e della salute mentale del partner. Uno studio italiano su Frontiers in Psychology (2022, Università di Firenze) ha analizzato i familiari durante il lockdown: il 77% degli Affected Others erano donne, con livelli di paura, stress e ansia superiori persino a quelli dei giocatori stessi.

La livella di Totò

Quello che l’avvocato Gassani rileva con certezza dal proprio osservatorio è che il profilo tipico del giocatore e della giocatrice è quello del ceto medio e medio-basso, e che è trasversale per età, provenienza geografica e orientamento politico. «C’è una livella alla Totò, pazzesca, quando si parla di azzardo. Nord, Sud, Centro, giovani, meno giovani, non c’è alcuna differenza. E la dipendenza non si nutre di casinò e di grandi puntate: si alimenta di gratta e vinci, schedine, giocate da cinque euro al tabaccaio. Quei giochi che apparentemente sembrano più innocenti sono quelli più pericolosi».

Il meccanismo è insidioso anche dal punto di vista della tracciabilità. «Il denaro viene prelevato al bancomat e usato in contanti, invisibile nei rendiconti bancari. Per quattro, sei mesi vai avanti, ti arrangi, poi esce il bubbone». Il partner si accorge quasi sempre del problema quando il danno è già grave: il mutuo non si paga, la retta scolastica nemmeno, il frigo è vuoto. È quasi sempre l’aspetto economico a portare in tribunale: dopo le bugie e la perdita di fiducia, è l’impossibilità di immaginare un futuro insieme a diventare un ostacolo insuperabile. «Puoi perdonare un tradimento, ma quando non ci sono più soldi, soprattutto se ci sono figli, non c’è psicoterapia che tenga».

Sul fronte del genere, «gli uomini sviluppano dipendenza con maggiore frequenza, ma il trend tra le donne è in crescita». E c’è un’asimmetria nella risposta del partner: «Sono le donne a essere particolarmente intolleranti nei confronti del coniuge dipendente». C’è poi un rischio molto frequente che aggrava ulteriormente la situazione. «Per salvare il salvabile si chiedono soldi in prestito. Gli usurai ci marciano, richiedono interessi a strozzo e si crea un meccanismo criminale da cui è molto difficile uscire». Il problema familiare diventa così anche un problema penale: chi gioca alimenta il mercato dell’usura, che è un reato.

Da doppia spirale

Non solo l’azzardo distrugge i matrimoni, ma il divorzio stesso aumenta il rischio di sviluppare un disturbo da gioco. Lo stesso studio longitudinale norvegese su BMC Psychiatry (2023) ha dimostrato che chi ha vissuto un divorzio ha 2,83 probabilità volte in più, rispetto alla popolazione generale, di sviluppare successivamente un disturbo da gioco. Specularmente, il matrimonio funziona come fattore protettivo: chi è sposato ha probabilità inferiori del 43% di sviluppare una dipendenza da azzardo.

Il legame affettivo stabile, in altre parole, funziona come ancora di prevenzione. Mentre la sua perdita è una vulnerabilità. Si identifica così un meccanismo circolare: l’azzardo distrugge il matrimonio e la rottura del matrimonio può alimentare ulteriormente l’azzardo.

Il profilo legale: quando il giudice addebita il gioco

Sul piano legale, la giurisprudenza italiana ha riconosciuto che il disturbo da gioco d’azzardo, quando compromette i doveri coniugali di assistenza morale e materiale e provoca un danno grave al coniuge o ai figli, in particolare attraverso la dilapidazione del patrimonio comune, può giustificare l’addebito della separazione al coniuge giocatore, purché sia fornita prova del nesso causale. Le conseguenze sono significative: la perdita del diritto all’assegno di mantenimento e, in caso di divorzio, la perdita dei diritti successori.

L’addebito tuttavia non è automatico: il giudice valuta caso per caso, e anche in caso di addebito, se il coniuge dipendente si trova in stato di bisogno ha diritto al sostentamento minimo, non al mantenimento completo. Il problema pratico, segnalato dagli avvocati matrimonialisti, è che il coniuge giocatore è quasi sempre diventato un nullatenente, rendendo difficile l’esecuzione dei suoi obblighi.

Gassani avanza una proposta concreta: una tessera personale del giocatore, con un tetto massimo di spesa, esaurito il quale non si può più giocare. Una soglia oltre la quale il sistema si blocca automaticamente. «L’azzardo patologico è un problema sociale e a volte, per proteggerlo, bisogna violare principi di libertà individuale». Perché il conto dell’azzardo, alla fine, non lo paga solo chi gioca.

In apertura, fotografia di Samuel Yongbo su Unsplash

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Oltre la ricerca: ecco come cambiare la vita con la sclerosi multipla

Superare le profonde disuguaglianze territoriali nell’accesso a cure, riabilitazione, sostegni e percorsi di presa in carico, investendo in modo strutturale su ricerca, servizi, continuità assistenziale, integrazione tra ospedale e territorio e piena applicazione della riforma della disabilità, affinché ogni persona con sclerosi multipla possa partecipare pienamente alla vita sociale, lavorativa e relazionale.

È questo il quadro di priorità che saranno al centro dell’incontro istituzionale alla Camera dei Deputati di oggi in occasione Settimana Nazionale della Sclerosi Multipla e della Giornata Mondiale della sclerosi multipla del 30 maggio. Durante l’incontro l’Associazione italiana sclerosi multipla Aism e la sua Fondazione Fism presenteranno alle istituzioni la nuova Agenda della SM 2030, documento strategico con cui Aism insieme agli stakeholder definisce la propria visione e le priorità di cambiamento per i prossimi cinque anni, e i dati emersi dal Barometro 2026.

«Il punto non è solo potenziare i servizi dove ancora mancano, ma far funzionare in modo coerente e accessibile ciò che oggi è già possibile. Oggi il Terzo Settore non si limita a rappresentare i bisogni: partecipa alla costruzione delle politiche pubbliche e dei modelli di cambiamento» dichiara Francesco Vacca, presidente nazionale Aism, che «porta nei luoghi decisionali sessant’anni di esperienza, i dati del Barometro della SM e le priorità dell’Agenda, contribuendo ogni giorno a trasformare conoscenza e bisogni reali in cambiamenti concreti e agibili. La sfida oggi è passare da un sistema a cui le persone devono adattarsi a un sistema capace di adattarsi alle persone».

L’Agenda 2030

Negli ultimi vent’anni la ricerca ha fatto passi da gigante. Diagnosi sempre più precoci, efficaci e personalizzate, strumenti avanzati di monitoraggio e l’accesso ai percorsi di cura consentono oggi di rallentare la progressione della malattia posticipando di decenni il raggiungimento di una disabilità grave. Quello che ancora manca è un sistema di servizi integrato perfettamente funzionante e una società realmente inclusiva. L’Agenda SM 2030 definisce priorità e direzioni di cambiamento per migliorare qualità della vita, diritti, partecipazione e presa in carico delle persone con sclerosi multipla e patologie correlate nei prossimi cinque anni, mettendo al centro gli impatti reali sulla vita delle persone.

«L’Agenda 2025 era organizzata con quattro linee di missione che erano le priorità strategiche» spiega Paolo Bandiera, direttore affari generali e relazioni istituzionali. Le quattro linee, erano, infatti: presa in carico e diritti; inclusione e partecipazione; ricerca; comunicazione e competenze della rete Aism. Tutto ciò non sparisce, ma viene ricombinato sotto una nuova ottica ecosistemica. «Nell’Agenda 2030 si vuole superare tale struttura, chiara sul piano teorico ma meno immediata da trasformare in azione concreta per migliorare la qualità di vita delle persone. Si è pensato quindi di andare oltre questa separazione funzionale» e adottare una logica più sistemica. L’Agenda 2030 evidenzia gli impatti, quindi quale futuro si vuole costruire per le persone con SM; poi i cambiamenti, quindi, cosa deve cambiare nei sistemi sanitari, sociali, lavorativi, culturali, e le leve trasformative che li rendono possibili. L’Agenda, poi, è frutto della consultazione e partecipazione allargata a tutti gli stakeholder: per la sua stesura, racconta Bandiera, «abbiamo incontrato i territori, una consultazione che è durata dei mesi durante i quali abbiamo attraversato in lungo e in largo l’Italia». Una partecipazione permanente, in linea con il modello di governance condivisa che Aism promuove e richiede da tempo.

L’Agenda della SM e patologie correlate 2030 si inserisce, inoltre, nel percorso di attuazione della riforma della disabilità e del nuovo modello di Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato, rispetto al quale Aism è impegnata nei tavoli istituzionali nazionali e nei processi di sperimentazione territoriale.

Il Barometro 2026

Il divario ancora profondo tra ciò che oggi la ricerca rende possibile e ciò che le persone riescono realmente a vivere ogni giorno emerge anche dai dati del Barometro della SM e patologie correlate 2026, consueto rapporto annuale di analisi e monitoraggio della situazione, mostrano un Emerge così che è ferma al 35,4%, la quota di Centri SM che lavora con percorsi diagnostico terapeutici Pdta strutturati, che assicurano continuità e interdisciplinarità dei percorsi. Significa, per le persone e le famiglie quando mancano, doversi organizzare le cure in modo autonomo e quindi trovarsi e prenotare le prestazioni da sé. II 31,6% si è dovuto rivolgere al privato pagando da sé per avere riabilitazione, che è una componente essenziale della cura, il 41,1% lo ha fatto per vedere altri specialisti, il 61,2% per ricevere supporto e terapia psicologica. Il quadro dei servizi sociali e socio sanitari è ancora più problematico: oltre il 57% delle persone con bisogno di assistenza domiciliare dichiara di non riceverla. Per molte persone la gestione quotidiana della malattia continua a tradursi in opportunità sottratte al lavoro, alle relazioni e al proprio progetto di vita. Il costo sociale della SM raggiunge oggi 6,9 miliardi di euro l’anno e la perdita di produttività e autonomia di persone e caregiver rimane uno degli impatti più pesanti per la comunità.

Non solo. Oltre il 60% delle persone con SM riferisce di subire discriminazioni nella vita quotidiana e il 65,8% incontra ostacoli e barriere in almeno un luogo della propria vita, con conseguenti limitazioni all’autonomia, alla partecipazione sociale e alla qualità della vita.

Un terzo delle persone con SM sente di non potersi realizzare nella vita, e il dato supera il 50% tra quelle con disabilità moderata e raggiunge il 60% per chi la ha in forma grave. Il livello di disabilità impatta in modo drammatico sia sulla possibilità di trovare e mantenere un lavoro adatto, non ci riesce il 57,7% di chi ha disabilità moderata e il 69,5% di chi l’ha grave, che di vivere liberamente il proprio tempo libero: non può farlo il 59% di chi ha disabilità moderata e il 71,2% di chi l’ha grave.

Foto di Aism

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