Intervista a Stefan Mesken: “La traduzione resta uno dei problemi più complessi dell’intelligenza artificiale”
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La cybersecurity è diventata una delle grandi emergenze silenziose del nostro tempo. Non perché manchino tecnologie di difesa, ma perché gli attacchi continuano a crescere nonostante l’aumento degli investimenti, delle procedure e degli strumenti di protezione.
Le aziende installano firewall più evoluti, adottano sistemi di autenticazione multifattore, rafforzano gli endpoint, migliorano backup e monitoraggio. Eppure la superficie d’attacco continua ad allargarsi.
Il motivo è semplice: la sicurezza informatica non riguarda più soltanto macchine, reti e infrastrutture. Riguarda le persone.
Secondo il Data Breach Investigations Report di Verizon, il fattore umano continua a essere coinvolto in una quota rilevante delle violazioni informatiche. Nelle ultime analisi, phishing, credenziali rubate, errori operativi e comportamenti non sufficientemente consapevoli restano tra i principali fattori di rischio. Il report 2026 evidenzia inoltre che il 31% delle violazioni parte oggi dallo sfruttamento di vulnerabilità software, mentre il ransomware compare nel 48% delle violazioni analizzate.
Il quadro economico è altrettanto significativo. Ibm, nel Cost of a Data Breach Report 2025, stima il costo medio globale di una violazione dei dati in 4,4 milioni di dollari. Lo stesso report segnala che il 63% delle organizzazioni non dispone di policy di governance adeguate per gestire l’intelligenza artificiale o prevenire la diffusione dello shadow AI, cioè l’utilizzo non governato di strumenti AI all’interno dell’azienda.
A livello europeo, Enisa ha analizzato 4.875 incidenti nel Threat Landscape 2025, relativi al periodo compreso tra luglio 2024 e giugno 2025, descrivendo un ecosistema di minacce sempre più complesso, caratterizzato da sfruttamento rapido delle vulnerabilità, attacchi ransomware, campagne di phishing, DDoS e pressione crescente su pubbliche amministrazioni, infrastrutture, servizi digitali, trasporti e settore finanziario.
Questi dati raccontano un passaggio ormai evidente: la cybersecurity non è più una funzione isolata del reparto IT. È diventata una questione di continuità aziendale, reputazione, governance e cultura organizzativa.
La maggior parte degli attacchi informatici non inizia con una spettacolare violazione dei sistemi, ma con un gesto del tutto ordinario. Può essere un link aperto di fretta, una password riutilizzata su più account, un allegato scaricato per distrazione o una richiesta urgente accettata senza le dovute verifiche. Il phishing e il social engineering funzionano così bene perché, prima ancora delle falle tecnologiche, colpiscono i meccanismi della natura umana, come la fiducia, l’abitudine, la fretta e la pressione gerarchica.
È proprio in questo spazio vulnerabile, dove la tecnologia incontra il comportamento umano, che si inserisce Leonydas, la piattaforma di intelligenza artificiale sviluppata da Cogit AI.
Questa soluzione va ben oltre la semplice formazione aziendale tradizionale. Leonydas nasce per supportare le organizzazioni nella costruzione di una solida cultura della sicurezza digitale, agendo su prevenzione, responsabilità, conformità normativa e uso sicuro della stessa IA. L’obiettivo finale non è sostituire il fattore umano con le macchine, ma allearsi con l’intelligenza artificiale per rendere le persone la prima, vera linea di difesa dell’azienda.
Nel dibattito pubblico l’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come un moltiplicatore di rischio. Ed è vero: gli attaccanti possono usarla per scrivere email più credibili, personalizzare campagne di phishing, simulare identità e rendere decisamente più sofisticati i tentativi di social engineering. Ma questa è solo una parte della storia. Esiste infatti anche un’intelligenza artificiale utile, capace di supportare concretamente le aziende nella prevenzione, nella formazione continua e nella valutazione del rischio.
Questo tipo di tecnologia permette di rendere comprensibili temi altrimenti complessi, adattando i percorsi di apprendimento al ruolo specifico di ogni lavoratore attraverso la simulazione di scenari realistici. In questo modo è possibile misurare con precisione il livello di consapevolezza interna, trasformando le rigide policy aziendali in esperienze concrete e guidando il personale verso un uso più responsabile degli strumenti digitali.
Il nome Leonydas si ispira al re spartano, simbolo di disciplina, preparazione e capacità di affrontare minacce superiori attraverso l’addestramento. Il parallelismo non riguarda la guerra, ma la cultura della prontezza: Leonida non vinse per il numero di risorse, ma perché guidava persone addestrate e consapevoli.
Questa metafora è cruciale per la cybersecurity. Le aziende non possono muoversi solo dopo un attacco, né limitarsi a una policy da firmare o a un corso annuale. Devono allenare le persone prima che il rischio si presenti, trasformando la sicurezza in un’abitudine quotidiana. È questo il senso profondo di Leonydas: portare in azienda il principio della preparazione continua, per rendere il fattore umano la prima linea di difesa e non la principale vulnerabilità.
La necessità di preparare le persone non nasce solo dall’aumento degli attacchi, ma anche da un quadro normativo europeo sempre più esigente.
Con l’AI Act, l’Unione Europea ha introdotto il principio di AI literacy: chiunque utilizzi o fornisca sistemi di intelligenza artificiale deve garantire che il proprio personale abbia competenze e consapevolezza adeguate. La compliance, quindi, non si ferma più a documenti e policy, ma richiede la capacità reale delle persone di comprendere rischi e responsabilità degli strumenti usati. In parallelo, la direttiva NIS2 rafforza l’obbligo di resilienza cyber e gestione del rischio.
Per le aziende la sfida è concreta: non basta installare la tecnologia, serve dimostrare di aver formato le persone. Sviluppata da Cogit AI, Leonydas nasce proprio per questo: aiutare le imprese a trasformare formazione e conformità normativa in un percorso continuo, integrato nei comportamenti quotidiani e vicino alla realtà operativa.
Per anni le persone sono state definite l’anello debole della cybersecurity. È una formula parziale: il fattore umano è vulnerabile solo se non è preparato. Se messe in condizione di riconoscere i rischi, le persone diventano una risorsa decisiva: un dipendente formato può bloccare un attacco di phishing, un manager consapevole può sventare una frode e un team allenato riduce drasticamente l’esposizione dei dati.
La sicurezza del futuro dipenderà dalla tecnologia, ma soprattutto dalla maturità culturale delle organizzazioni. In quest’ottica, Leonydas non è solo una piattaforma, ma il simbolo di una trasformazione: la cybersecurity diventa una disciplina quotidiana che unisce governance, responsabilità e preparazione continua. Perché nel digitale, come nella storia, resiste solo chi si prepara prima.
L’articolo Cogit AI lancia Leonydas, la piattaforma di intelligenza artificiale per la cybersecurity è tratto da Forbes Italia.
Il nuovo assetto geopolitico mondiale ha messo a nudo una serie di problematiche che sono state trascurate troppo a lungo. In pratica, quello che per anni abbiamo visto accadere nel software, ovvero l’entusiasmo per le nuove feature che andava a coprire la necessità di rendere sicuro il loro utilizzo, si è applicato anche in mille […]
L'articolo Infrastrutture Critiche e Geopolitica: è l’Era dell’Antifragilità proviene da Securityinfo.it.

La fuga di segreti AI nel CI/CD è un rischio sempre più concreto. La rapida adozione di strumenti di coding basati sull'intelligenza artificiale, infatti, sta rivoluzionando lo sviluppo software. Tuttavia, apre anche nuove e inaspettate porte per gli aggressori. Ti sei mai chiesto cosa succederebbe se un'AI potesse essere manipolata con un semplice commento?
Una recente scoperta di Microsoft ha acceso i riflettori proprio su questo pericolo. I ricercatori hanno identificato una vulnerabilità critica in una GitHub Action molto utilizzata, quella di Claude Code di Anthropic. Il risultato? Un agente AI che poteva essere ingannato per leggere file sensibili e far trapelare credenziali direttamente dal workflow di integrazione e deployment continuo.
L'attacco si basa su una tecnica nota come "prompt injection". In pratica, un malintenzionato inserisce istruzioni nascoste all'interno di un input di testo apparentemente innocuo, come un commento a una issue o la descrizione di una pull request. Mentre un revisore umano vedrebbe solo del testo normale, il modello AI lo interpreta come un comando da eseguire. Nel caso specifico di Claude Code, i ricercatori di Microsoft Threat Intelligence hanno scoperto una falla significativa nel modo in cui l'agente gestiva l'accesso ai file. Ecco i dettagli:
In questo modo, l'aggressore otteneva la chiave ANTHROPIC_API_KEY e altre credenziali senza essere scoperto. Il tutto senza richiedere accessi speciali: bastava la possibilità di aprire una issue o inviare una pull request.
Le implicazioni di una simile vulnerabilità sono estremamente serie per qualsiasi team che si affidi a workflow AI automatizzati. Una chiave API o una credenziale esfiltrata può diventare un vero e proprio passe-partout per un aggressore. Pensa alle possibili conseguenze:
Fortunatamente, la falla è stata segnalata responsabilmente ad Anthropic, che ha prontamente rilasciato una patch. Questo evento, però, resta un campanello d'allarme per l'intero settore.
Come possiamo proteggere i nostri workflow CI/CD potenziati dall'intelligenza artificiale? Microsoft ha fornito alcune linee guida pratiche e fondamentali, introducendo un principio chiave: la "Regola dei Due Agenti". Un workflow AI non dovrebbe mai combinare contemporaneamente tutti e tre i seguenti elementi: Elaborare input non attendibili (es. commenti pubblici). Accedere a segreti e credenziali sensibili. Eseguire azioni esterne o modificare lo stato del sistema. Limitando il workflow a un massimo di due di queste capacità, si riduce drasticamente la superficie di attacco.
Non è una novità, ma nel contesto dell'AI diventa ancora più cruciale. Ogni token e chiave API inserita in un workflow deve avere i permessi minimi indispensabili per svolgere il suo compito. Limita lo scope di ogni credenziale solo a ciò che è strettamente necessario. Inoltre, è fondamentale monitorare l'utilizzo delle chiavi, impostando alert per attività anomale, come chiamate da nuovi IP o verso endpoint inaspettati.
Il modo in cui "istruisci" l'AI fa la differenza. Microsoft raccomanda di "rafforzare" il system prompt, ovvero le istruzioni di base che governano il comportamento dell'agente. Devi definire chiaramente cosa è un "dato" da analizzare e cosa è un'"istruzione" da eseguire. Specificando che i contenuti da fonti esterne non sono attendibili, si crea una barriera concettuale che l'AI è meno incline a superare.
L'intelligenza artificiale nei processi di sviluppo non è il nemico. È uno strumento potente che può aumentare la produttività e la qualità del software. Tuttavia, come ogni nuova tecnologia, introduce sfide di sicurezza inedite. L'episodio di Claude Code ci insegna che non possiamo dare per scontata la sicurezza dei nostri workflow. È nostro compito adottare un approccio proattivo, applicando principi consolidati e sviluppandone di nuovi, pensati per la specificità degli agenti AI. I tuoi workflow sono davvero al sicuro?
L'articolo Fuga di segreti AI nel CI/CD: la vulnerabilità di Claude Code proviene da sicurezza.net.

Una nuova vulnerabilità nei sistemi Cisco SD-WAN mette a rischio le reti di numerose aziende, poiché è già sfruttata attivamente per eseguire comandi arbitrari con i privilegi più elevati.
La falla di sicurezza, tracciata come CVE-2026-20245, ha ricevuto un punteggio CVSS di 7.8, classificandola come ad alta gravità. Ma cosa significa per la tua infrastruttura? E, soprattutto, come puoi difenderti? Analizziamo insieme i dettagli di questa minaccia, i rischi concreti e le azioni da intraprendere per proteggere la tua organizzazione.
Il problema nasce da una convalida insufficiente degli input nella command-line interface (CLI) del sistema. In parole semplici, il software non controlla in modo adeguato i file che vengono caricati. Un utente malintenzionato autenticato può sfruttare questa falla caricando un file creato appositamente per ingannare il sistema. Una volta caricato, questo file dannoso può innescare una serie di eventi a catena:
Ottenere l'accesso come utente root equivale ad avere il massimo controllo sul dispositivo. A quel punto, l'aggressore può gestire completamente il piano di gestione SD-WAN.
Ti starai chiedendo: quali sono le conseguenze pratiche di un attacco simile? Un aggressore che ottiene accesso root al tuo Cisco Catalyst SD-WAN Manager può compromettere l'intera rete. Può manipolare le configurazioni, intercettare o reindirizzare il traffico e persino estendere l'attacco ai dispositivi edge connessi. È importante sottolineare che l'attacco richiede privilegi di livello `netadmin`.
Questo significa che un aggressore non può colpire direttamente un sistema dall'esterno senza alcuna autenticazione. Tuttavia, e qui sta il vero pericolo, questa vulnerabilità può essere concatenata con altre. Un aggressore potrebbe sfruttare una falla diversa per ottenere l'accesso iniziale e poi usare la CVE-2026-20245 per scalare i privilegi e prendere il controllo totale. Questo scenario rende il rischio molto più elevato negli ambienti reali.
Cisco ha confermato che la falla è già stata sfruttata in attacchi mirati, dove gli aggressori l'hanno usata per inviare modifiche di configurazione non autorizzate ai dispositivi edge. Questa attività suggerisce un'azione post-sfruttamento finalizzata a stabilire meccanismi di persistenza o a muoversi lateralmente all'interno della rete.
Per verificare una potenziale compromissione, gli amministratori devono ispezionare attentamente i log. In particolare, è fondamentale analizzare il file `scripts.log` nel percorso `/var/log/`. Cisco consiglia di cercare voci sospette, come l'esecuzione dello script `/usr/bin/vconfd_script_upload_tenant_list.sh` con percorsi di file anomali. Attenzione, però: voci simili possono apparire anche durante operazioni legittime, quindi è cruciale un'analisi approfondita per evitare falsi positivi.
Un consiglio fondamentale di Cisco è raccogliere i dati forensi *prima* di applicare qualsiasi aggiornamento. Utilizzando il comando `request admin-tech`, puoi preservare prove critiche che potrebbero essere essenziali per capire l'entità della compromissione e le azioni compiute dall'aggressore.
Al momento della scoperta, Cisco non aveva ancora rilasciato una patch specifica. La raccomandazione ufficiale è di aggiornare il software a una versione fissa precedentemente rilasciata, facendo riferimento a un avviso di sicurezza di maggio 2026. Tuttavia, è essenziale capire un punto chiave: aggiornare non è sufficiente se il sistema è già stato violato. Se identifichi indicatori di compromissione, la sola patch non risolverà il problema. L'aggressore potrebbe aver già installato backdoor o altre forme di accesso persistente.
In questi casi, è indispensabile contattare il supporto tecnico di Cisco (TAC) per una bonifica guidata. La sicurezza non è un traguardo, ma un processo continuo di vigilanza e adattamento. Data la natura di questa minaccia, è fondamentale dare priorità al monitoraggio dei log, al controllo degli accessi e all'analisi costante della configurazione di rete.
L'articolo Vulnerabilità Cisco SD-WAN: un rischio critico per le reti aziendali proviene da sicurezza.net.
Un gruppo cybercriminale di lingua cinese fino a poco tempo fa concentrato prevalentemente sul mercato asiatico sta ampliando rapidamente il proprio raggio d’azione verso Europa e Africa. Secondo le analisi pubblicate da Proofpoint, il gruppo chiamato TA4922 ha aumentato sensibilmente il volume delle proprie operazioni nel corso del 2026, prendendo di mira organizzazioni nel Regno […]
L'articolo Il gruppo criminale cinese TA4922 adesso punta anche all’Europa proviene da Securityinfo.it.

L'allarme sul rischio phishing legato a Burger King sta mettendo in guardia migliaia di clienti in Italia. La causa è una notizia su una potenziale e massiccia fuga di dati.
Si tratterebbe di circa 5 milioni di record del programma fedeltà, un tesoro di informazioni che potrebbe finire nelle mani sbagliate. Anche se al momento mancano conferme ufficiali da parte dell'azienda, la prudenza è fondamentale. Ma cosa sta succedendo esattamente? E, soprattutto, come puoi proteggere i tuoi dati personali da possibili truffe? Vediamolo nel dettaglio.
La notizia che sta circolando è chiara: un furto di dati avrebbe colpito il database del programma fedeltà di Burger King Italia. Parliamo di un numero impressionante di record, circa 5 milioni. Se confermata, questa violazione esporrebbe un'enorme quantità di informazioni sensibili. Pensa ai dati che fornisci per una carta fedeltà: nome, cognome, indirizzo email e numero di telefono. A volte, persino le tue abitudini di acquisto sono registrate.
Questo è un pacchetto di informazioni estremamente prezioso per i cybercriminali, che possono usarlo per orchestrare truffe mirate e molto credibili. È fondamentale sottolineare, però, che per ora si tratta di una segnalazione. Non c'è stata nessuna conferma ufficiale da parte della catena di fast food. Questo non significa abbassare la guardia, anzi: è il momento giusto per agire con prevenzione.
Quando senti parlare di furto di dati, il pericolo più concreto per te ha un nome preciso: phishing. Di cosa si tratta? Immagina di ricevere un'email o un SMS che sembra provenire da Burger King. Il messaggio è allettante: ti promette punti extra, un panino gratis o uno sconto esclusivo. L'obiettivo di questi messaggi è uno solo: convincerti a cliccare su un link. Quel collegamento, però, non ti porterà al sito ufficiale, ma a una pagina web fasulla, creata per assomigliare a quella vera.
Lì, ti verrà chiesto di inserire le tue credenziali, come la password del tuo account. Una volta fornite, i truffatori le avranno in pugno. Ecco perché la presunta fuga di dati è un campanello d'allarme. Con le tue informazioni, i criminali possono creare comunicazioni personalizzate e molto più difficili da riconoscere come false.
La buona notizia è che difendersi è possibile. Basta seguire alcune semplici ma efficaci regole. Non serve essere esperti di informatica, solo un po' più attenti e consapevoli.
Se ricevi un messaggio sospetto che promette vantaggi incredibili, la prima cosa da fare è non fare nulla. Non cliccare su alcun link e non scaricare allegati. Le aziende serie non chiedono mai dati personali o password tramite email o SMS. Controlla sempre l'indirizzo del mittente: spesso contiene errori di battitura o nomi strani.
Hai un dubbio su una promozione? La soluzione migliore è verificare direttamente. Apri l'app ufficiale di Burger King, visita il loro sito web o controlla le pagine social verificate. Se l'offerta è reale, la troverai sicuramente lì. Non fidarti mai di una comunicazione arrivata all'improvviso.
Un'altra mossa intelligente è proteggere i tuoi account. Se usi la stessa password dell'app di Burger King anche per altri servizi, una pratica altamente sconsigliata, cambiala subito. In questo modo, anche se i tuoi dati fossero stati rubati, i criminali non potrebbero accedere ad altri profili. Valuta anche di attivare, dove possibile, l'autenticazione a due fattori (2FA). Si tratta di un ulteriore livello di sicurezza che richiede un codice temporaneo, di solito inviato sul tuo telefono, per completare l'accesso. Questo rende la vita dei truffatori molto più difficile.
In conclusione, mentre attendiamo comunicazioni ufficiali da Burger King, la parola d'ordine è cautela. Diffida di ogni messaggio che ti chiede di agire con urgenza o che ti offre regali troppo belli per essere veri. La tua sicurezza digitale dipende prima di tutto dalle tue abitudini. Pochi secondi di attenzione in più possono fare tutta la differenza e tenerti al riparo da spiacevoli sorprese.
L'articolo Burger king rischio phishing: come proteggersi dopo la fuga di dati proviene da sicurezza.net.
A leggere il nuovo “2026 Cloud Security Report” realizzato da Check Point insieme a Cybersecurity Insiders, sembra proprio che l’adozione dell’intelligenza artificiale nelle aziende stia crescendo più rapidamente della capacità delle organizzazioni di proteggerla. Il report, basato sulle risposte di 1.042 professionisti IT e cybersecurity provenienti da organizzazioni di tutto il mondo, mostra un quadro […]
L'articolo Il 78% delle aziende ha già subito o sospetta incidenti legati all’IA proviene da Securityinfo.it.
Le campagne di SEO poisoning non sono certo una novità nel panorama cybercriminale. Da decenni gli attaccanti manipolano i motori di ricerca per spingere siti malevoli tra i primi risultati, inducendo gli utenti a scaricare malware credendo di visitare pagine legittime. Ma una nuova campagna analizzata da Microsoft Security Blog mostra un’evoluzione particolarmente interessante del […]
L'articolo SEO poisoning e chatbot AI dirottati per un malware miner proviene da Securityinfo.it.
L’epoca d’oro dei bug bounty potrebbe stare entrando in una nuova fase molto più complessa. HackerOne, una delle piattaforme più importanti al mondo per la segnalazione responsabile di vulnerabilità, ha drasticamente ridotto le ricompense economiche del proprio programma Internet Bug Bounty (IBB), provocando forti reazioni nella comunità dei ricercatori di sicurezza. Secondo quanto riportato da […]
L'articolo HackerOne taglia drasticamente le ricompense dei bug bounty proviene da Securityinfo.it.
Nonostante Internet Explorer sia ormai ufficialmente morto da tempo, uno dei suoi componenti storici continua a rappresentare un serio problema di sicurezza per gli ambienti Windows moderni. Si tratta di MSHTA.exe, il Microsoft HTML Application Host, una utility legacy ancora inclusa di default nel sistema operativo e oggi sempre più sfruttata dai cybercriminali per distribuire […]
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Un attacco informatico basato su una vulnerabilità sconosciuta nei router enterprise di Huawei avrebbe causato nel 2025 uno dei più gravi incidenti infrastrutturali europei degli ultimi anni, provocando il collasso temporaneo dell’intera rete telecom del Lussemburgo. Secondo quanto riportato da Recorded Future News, l’incidente avrebbe coinvolto un comportamento non documentato del sistema operativo di rete […]
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La corsa all’AI sta creando nuove superfici di attacco e i cybercriminali stanno iniziando a sfruttarle con tecniche sempre più sofisticate. L’ultimo caso arriva dal mondo dei modelli open source e delle piattaforme collaborative dedicate all’intelligenza artificiale: un repository malevolo pubblicato su Hugging Face è riuscito a spacciarsi per un progetto ufficiale di OpenAI, raggiungendo […]
L'articolo Falso repository OpenAI su Hugging Face distribuisce malware proviene da Securityinfo.it.
L’intelligenza artificiale sta, ovviamente e progressivamente, cambiando anche il modo in cui vengono condotte attività di reconnaissance, threat intelligence e analisi offensiva. Accanto ai tradizionali strumenti OSINT, stanno emergendo nuovi progetti che vanno oltre la pura automazione e puntano sulla capacità di guidare i Large Language Model attraverso metodologie operative strutturate. Uno degli esempi più […]
L'articolo Ecco il GitHub per fare di Claude un operatore OSINT avanzato proviene da Securityinfo.it.
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Quanto è difficile parlare di cybersicurezza con le aziende. E ciò vale anche per quelle dei trasporti: un settore in apparenza lontano dagli attacchi dei cracker, ma che mostra invece parecchie vulnerabilità oltre a un ampio potenziale di rischio. Provare ad affrontare il tema della sicurezza informatica con alcune delle più grandi realtà del paese produce come minimo un irrigidimento; nel peggiore dei casi, il silenzio. Mail senza risposta, telefoni che squillano a vuoto, repliche vaghe: quasi nessuno si presta a rispondere alle domande del cronista, e molti si eclissano dopo un primo contatto di prammatica.
Prendiamo Autostrade per l’Italia (ASPI), la stessa società che qualche anno fa (non molti: era il 2018) finì sotto la lente di ingrandimento per il caso del ponte Morandi, crollato a Genova a metà agosto. Un disastro che aveva sollevato interrogativi profondi sui sistemi di controllo e sulla cultura della sicurezza del gruppo. Ci si aspetterebbe che queste procedure, fisiche e cyber, siano diventate il fiore all’occhiello del gruppo. E che – stando così le cose – non sia un problema comunicarlo all’esterno. Sbagliato. Svariati tentativi di contatto via email sono caduti nel vuoto. Non va meglio al telefono, con l’apparecchio dell’ufficio stampa che squilla senza che nessuno risponda. Quando si attiva la segreteria, lo fa solo per rimandare al medesimo indirizzo di posta elettronica, che rimane muto.
La società Movyon si definisce il “centro di eccellenza per la ricerca e innovazione del gruppo ASPI” e offre “soluzioni tecnologiche end-to-end per gestori di infrastrutture stradali e autostradali, pubbliche amministrazioni e service provider, supportandoli nella creazione di una mobilità più intelligente, accessibile, sostenibile e sicura a favore della comunità”. Il logo si trova, per esempio, sulle sbarre che si alzano e si abbassano ai caselli.
Sembra la porta giusta a cui bussare per parlare di cybersicurezza con ASPI. Del resto, la stessa Movyon sviluppa applicazioni tecnologicamente avanzate come quelle per il monitoraggio delle merci pericolose in viaggio sulla rete, il cosiddetto V2X (vehicle to everything): un sistema che, si legge nella presentazione, “monitora in tempo reale i veicoli che trasportano materiali pericolosi e avvisa i conducenti di eventuali situazioni di pericolo, come la presenza di altri veicoli con merci pericolose nelle vicinanze o situazioni anomale lungo la strada”. Il sistema non si limita al minimo indispensabile, ma, viene spiegato, arricchisce i messaggi con informazioni aggiuntive rispetto agli standard di settore. Lecito chiedersi: cosa succederebbe se venisse attaccato?
Estendendo il discorso, ci sono altre domande da porsi. Cosa accadrebbe se qualcuno tentasse di azzerare tutti i pedaggi, rubare i dati delle carte di credito degli automobilisti, o cambiare i messaggi nei cartelli a led che puntellano la rete, magari consigliando di effettuare deviazioni non necessarie al solo scopo di creare il caos? È già accaduto in passato? Quali misure sono state prese? Chi è il responsabile della sicurezza? Domande la cui risposta possiamo soltanto immaginare, perché neanche Movyon ha risposto alla nostra richiesta di contatto.
Anche il trasporto ferroviario non è esente da rischi cyber. Che possono riguardare gli apparati di gestione elettronica della rete e dei convogli, ma anche il sistema dei pagamenti. Nel mese di novembre 2025 un attore malevolo ha rubato e diffuso online 2,3 terabyte di dati di Almaviva (un provider di servizi web) e Ferrovie dello Stato, che a esso si appoggiava.
L’attacco è stato confermato dalla stessa Almaviva in una nota, dopo essere trapelato alla stampa. Secondo la rivendicazione dei cracker, il leak conterrebbe repository aziendali condivisi e documentazione tecnica riservata, inclusi contratti. Ma ci sarebbero anche dati personali dei passeggeri e dei dipendenti di quasi tutte le società del gruppo FS, da Mercitalia a Rete Ferroviaria Italiana, da Trenitalia a Italferr (da poco ribattezzata FS Engineering).
“L’episodio che ci riguarda è riconducibile a un accesso non autorizzato che ha interessato un vecchio data center in dismissione della società Almaviva”, rispondono le Ferrovie dello Stato a una richiesta di informazioni da parte di Guerre di Rete. “L’attenzione è concentrata sull’accertamento tecnico dei fatti, sulla tutela delle informazioni e sulla piena collaborazione con Almaviva, società obiettivo dell’attacco, e le autorità competenti”. Le FS non forniscono ulteriori dettagli “per rispetto delle indagini”, ma aggiungono che sono in corso “attività di verifica tecnica e monitoraggio di tutti i nostri sistemi”. Almaviva, viene spiegato dalle Ferrovie, ha “informato anche gli organismi competenti per la protezione dei dati personali, mentre il Gruppo FS collabora per ciò che riguarda tutti i profili di propria competenza”.
Che provvedimenti sono stati presi? “Appena emersa la vicenda, il Gruppo FS, grazie alla sinergia tra FS Security e FS Technology e in coordinamento con Almaviva e con le autorità, ha attivato tutte le misure di sicurezza e mitigazione necessarie”, risponde la società. “Sono stati predisposti backup alternativi, rafforzate le attività di monitoraggio e continuità operativa e condivise le azioni da intraprendere con le strutture di Security del gruppo e con gli organismi di vigilanza competenti. Parallelamente, prosegue il monitoraggio del web e dei canali specializzati per intercettare tempestivamente eventuali pubblicazioni di materiali riconducibili all’attacco. Anche Almaviva ha dichiarato di aver isolato l’attacco, attivato il proprio team specializzato e garantito la continuità dei servizi critici”.
FS definisce “fondamentale” il presidio dell’intera filiera tecnologica – considerando che tutti i grandi gruppi si avvalgono di fornitori che possono essere “bucati” – e ammette che non è sufficiente monitorare i sistemi interni. “I fornitori e i partner tecnologici sono tenuti a rispettare requisiti stringenti sul piano della sicurezza informatica, della protezione dei dati, della continuità operativa e della gestione degli incidenti. Tali presidi sono definiti nell’ambito dei rapporti contrattuali, dei processi di qualifica e delle verifiche periodiche, con livelli di attenzione coerenti con la criticità dei servizi affidati”. L’errore è sempre possibile, ed è in queste lunghe catene di fornitura che provano a infilarsi i cattivi della rete.
Già, il problema delle filiere. Sempre più complesse, e, per questo, sempre più vulnerabili. Pensare a un attacco al sistema ferroviario può spaventare, ma immaginare che sia il sistema di controllo di un aeroplano a essere bucato scatena il terrore. Guerre di Rete ha provato a contattare Ita Airways, compagnia di bandiera (o forse non più: dipende dai punti di vista) italiana. Alla nostra richiesta di intervista, gli uffici hanno opposto un no-comment. Non è stato possibile, dunque, parlare con il CISO (chief internet security officer, cioè il capo della sicurezza informatica) né domandare che tipo di procedure di sicurezza, almeno a livello basilare, siano prese a tutela dei viaggiatori.
Ma perché questa paura di parlare, quando si tratta di cybersecurity? A rispondere è l’ENAC, l’Ente nazionale per l’aviazione civile, che fa capo al governo ed è l’autorità che fissa le regole del settore in Italia basandosi su normative europee (come la NIS2) e nazionali. “La sicurezza, in generale, sta alle spalle dei processi operativi: per questo è prassi comune che non se ne parli, e che le misure prese non vengano condivise”, riflette l’ingegnere Sebastiano Veccia, a capo della sicurezza dell’ENAC. Nella sua interpretazione, “non è ritrosia, ma una forma di cultura di sicurezza: si fa, ma non si dice”.
Resta il fatto che il pubblico ha domande sul rischio di volare, soprattutto in tempi di guerre asimmetriche che coinvolgono obiettivi non militari. Chiediamo se è possibile far cadere un aereo per mezzo di un attacco informatico. “Mi sento di escluderlo”, risponde Veccia. “Certo, un caso molto diverso come quello dell’11 settembre insegna che tutto è possibile, ma si tratta di una probabilità estremamente bassa”. È possibile invece inserirsi nei sistemi di comunicazione con i piloti? “I sistemi di comunicazione tra l’aeromobile e la torre di controllo sono avanti anni luce”, risponde il dirigente.
E se invece qualcuno riuscisse a infiltrarsi nelle ditte che producono gli aeroplani, e quindi anche il software che li governa, per inserire codice malevolo? In fondo gli incidenti del Boeing 737 Max paiono legati a sensori difettosi e software. “È il problema ben noto dei cosiddetti insider nell’industria. In Italia e in Europa, per le figure che entrano a contatto con aree e attività sensibili, viene richiesto alle forze di polizia un controllo dei precedenti penali del soggetto. Per ruoli di particolare criticità si richiede, in aggiunta, un background check rafforzato, che non si limita ai precedenti penali, ma guarda anche agli ambienti e alle compagnie che la persona frequenta”. Indagini di intelligence che servono a capire se il soggetto è radicalizzato, o vicino ad aree politiche pericolose. “La prevenzione si fa a monte, e lo stesso approccio degli aeroporti vale anche per i costruttori aeronautici e chi fa manutenzione degli aeromobili. Anche per chi è incaricato di caricare i dati sui pc di bordo c’è una procedura blindata”.
Veccia è consapevole che la sicurezza è un gioco tra guardie e ladri: l’inseguimento è costante. Si prova a isolare i dispositivi critici dal mondo esterno. “Le chiavette di manutenzione vengono controllate, sterilizzate e infine distrutte. Non solo: in aviazione le stesse attività di controllo si espletano in loco e non, come spesso accade oggi, da remoto. La programmazione degli interventi di sicurezza è importante, così come lo è preparare una matrice dei rischi: perché il 90% delle emergenze è dovuto a cattiva pianificazione. Faccio comunque notare che energia nucleare e aeronautica sono sempre stati i due settori più controllati”.
La visione di Veccia è confermata da una nostra fonte interna al settore. Che, al tavolo di un ristorante, racconta come “negli ultimi trent’anni non ci sono mai stati due incidenti aeronautici per lo stesso motivo, e questo perché ogni volta che ne accade uno lo si analizza nei dettagli e si corre ai ripari. Questo, in altri settori dove le procedure sono molto più lasse, viene preso per eccesso di pignoleria”. Un esempio è quello dei trasporti marittimi, con i porti che rappresentano la via di ingresso privilegiata per le merci che finiscono sugli scaffali, per il petrolio, ma anche per molto altro.
Sarebbe sbagliato sottovalutare l’importanza della cybersicurezza nei porti: quantità enormi di merci viaggiano via mare. Ma ci sono anche droga, armi, materiale illegale. E persone. Si comincia dai controlli all’ingresso per camion e autoveicoli. Entrare liberamente nell’area portuale significa avere una sorta di lasciapassare, utilissimo se si sa dove mettere le mani. Sistemi di controllo esistono, certo. Ma, come racconta la nostra fonte, le maglie sono larghe: “Quando si fanno le gare di appalto, per esempio per le telecamere da installare, solitamente si sceglie il prodotto che ha il prezzo più basso, che di norma è cinese. Queste telecamere possono avere delle backdoor, delle porte software nascoste che sono in grado di esfiltrare i dati e che cambiano a ogni aggiornamento. In sostanza, non controllando la tecnologia che usiamo potremmo offrire a un paese straniero la possibilità di fare intelligence sulle nostre informazioni”. Pechino è la principale indagata.
Ma c’è di più. L’andirivieni di un porto è basato su un sistema di riconoscimento delle targhe automobilistiche: camion di autotrasportatori noti trovano porte aperte e sbarre alzate ai varchi. I controlli sono a campione. Facile capire come, con un attacco mirato, sia facile far entrare anche chi non sarebbe autorizzato. Basta inserire una targa in più nel gestionale e il gioco è fatto. Le procedure manuali sarebbero più efficaci, ma sono troppo lente per i volumi di traffico dei grandi hub. Senza considerare che gli spazi sulle banchine sono affittati e gestiti tramite un software gestionale estremamente complesso, che sa esattamente chi e dove farà cosa con mesi di anticipo: anche in questo caso, un cybercriminale che riuscisse a entrare nel sistema potrebbe creare il caos operativo, paralizzando le attività. Guerre di Rete ha contattato il porto di Gioia Tauro, principale scalo merci italiano: nessuna risposta, neanche dopo svariati tentativi telefonici e via mail. Ha risposto, invece, l’autorità portuale di Genova.
“In merito alla richiesta pervenutaci, siamo nella necessità di non poter aderire all’iniziativa proposta”, afferma la replica pervenuta tramite posta elettronica. “La cybersecurity costituisce un ambito di particolare sensibilità per le infrastrutture critiche nazionali, categoria alla quale i sistemi portuali appartengono a pieno titolo. La normativa vigente in materia, unitamente alle linee guida emanate dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), raccomanda la massima prudenza nella comunicazione pubblica relativa a sistemi, procedure e strategie di protezione informatica. La policy dell’Ente prevede pertanto di non rilasciare interviste su tali tematiche al di fuori dei canali istituzionali preposti”. Insomma, nulla da dichiarare.
Il breve viaggio intrapreso offre un quadro allarmante. E le contromisure non possono essere solo tecniche. Veccia, dirigente dell’ENAC, sottolinea quanto la cultura aziendale giochi un ruolo centrale: “La formazione del personale è importante. C’è ancora chi lascia le proprie password attaccate al PC con dei post-it. Per questo va ribadito: anche se fare corsi può sembrare noioso ai dipendenti, quest’attività si rivela utile quando ci si trova di fronte a un caso sospetto, e si torna con la mente alle lezioni in aula per sapere come reagire”.
Ci sono anche altre questioni, più difficili da affrontare. Come spiega la nostra fonte, “molte delle soluzioni di cybersecurity nel nostro paese vengono vendute dallo stesso gruppo di persone, poche decine di soggetti che si conoscono tra loro e che possono essere avvicinati senza grossi problemi da chi è dotato di argomenti convincenti, e di una certa disponibilità economica”. Accade di continuo, spiega. Ma questo è un tema per un altro giorno.
L'articolo Le troppe falle nella cybersicurezza dei trasporti italiani proviene da Guerre di Rete.

by Ashwin Ramaswami
June 2022 saw the publication of Addressing Cybersecurity Challenges in Open Source Software, a joint research initiative launched by the Open Source Security Foundation in collaboration with Linux Foundation Research and Snyk. The research dives into security concerns in the open source ecosystem. If you haven’t read it, this article will give you the report’s who, what, and why, summarizing its key takeaways so that it can be relevant to you or your organization.
This report is for everyone whose work touches open source software. Whether you’re a user of open source, an OSS developer, or part of an OSS-related institution or foundation, you can benefit from a better understanding of the state of security in the ecosystem.
Open source consumers and users: It’s very likely that you rely on open source software as dependencies if you develop software. And if you do, one important consideration is the security of the software supply chain. Security incidents such as log4shell have shown how open source supply chain security touches nearly every industry. Even industries and organizations that have traditionally not focused on open source software now realize the importance of ensuring their OSS dependencies are secure. Understanding the state of OSS security can help you to manage your dependencies intelligently, choose them wisely, and keep them up to date.
Open source developers and maintainers: People and organizations that develop or maintain open source software need to ensure they use best practices and policies for security. For example, it can be valuable for large organizations to have open source security policies. Moreover, many OSS developers also use other open source software as dependencies, making understanding the OSS security landscape even more valuable. Developers have a unique role to play in leading the creation of high-quality code and the respective governance frameworks and best practices around it.
Institutions: Institutions such as open source foundations, funders, and policymaking groups can benefit from this report by understanding and implementing the key findings of the research and their respective roles in improving the current state of the OSS ecosystem. Funding and support can only go to the right areas if priorities are informed by the problems the community is facing now, which the research assists in identifying.
The data from this report was collected by conducting a worldwide survey of:
The survey also included data collected from several major package ecosystems by using Snyk Open Source, a static code analysis (SCA) tool free to use for individuals and open source maintainers.
Here are the major takeaways and recommendations from the report:
Open source software is a boon: its collaborative and open nature has allowed society to benefit from various innovative, reliable, and free software tools. However, these benefits only last when users contribute back to open source software and when users and developers exercise due diligence around security. While the most successful open source projects have gotten such support, other projects have not – even as open source use has continued to be more ubiquitous.
Thus, it is more important than ever to be aware of the problems and issues everyone faces in the OSS ecosystem. Some organizations and open source maintainers have strong policies and procedures for handling these issues. But, as this report shows, other organizations are just facing these issues now.
Finally, we’ve seen the risks of not maintaining proper security practices around OSS dependencies. Failure to update open source dependencies has led to costs as high as $425 million. Given these risks, a little investment in strong security practices and awareness around open source – as outlined in the report’s recommendations – can go a long way.
We suggest you read the report – then see how you or your organization can take the next step to keep yourself secure!
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