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Operaio morto in cantiere Alta Velocità a Firenze: il ‘mai più’ che si ripete

Operaio morto in cantiere Alta Velocità a Firenze: il ‘mai più’ che si ripete

Si chiamava Ayoub Abourabil, l’operaio di 31 anni di origine marocchina, residente da tempo a Firenze, morto ieri nell’infortunio mortale all’interno dell’area complementare del cantiere Foster di vi Circondaria. Lunedì sciopero indetto dai sindacati confederali e di categoria. Secondo le prime ricostruzioni della Polizia e dei tecnici della sicurezza, l’operaio è stato travolto e ucciso dall’impatto con un pilone/trave  durante le operazioni di scarico da una gru.

 

Prima la notizia della morte, lo choc, il cordoglio, la rabbia, le dichiarazioni, le richieste, gli appelli a fermare questo stillicidio e poi gli scioperi. Una ripetizione quasi automatica, unarama tragicamente nota, se non fosse che nel mezzo c’è una vita in meno. Un essere umano che non torna a casa. Un futuro interrotto in un presente in cui le morti sul lavoro sono tragicamente divenute una costante. Stavolta è toccato ad un operaio 31enne nel cantiere dell’Av a Firenze. Sarebbe stato colpito da una grossa trave  mentre era all’ interno di un rimorchio nell’area complementare al cantiere. I vigili del fuoco hanno portato sul posto una gru per spostare la grande trave in metallo. La Cisl, a cui la vittima era iscritta, ha  sottolineato che il 31enne, sposato, era un operaio esperto del Consorzio Florentia, aveva lavorato anche in altri cantieri di grandi opere, e conosceva le norme di sicurezza. E allora? Cosa è successo, come è successo, per colpa di chi e di cosa? Domande al centro delle verifiche dell’Asl  e degli inquirenti mentre i sindacati confederali e di categoria hanno indetto un’ora di sciopero per lunedì davanti al cantiere fiorentino dell’infrastrutura dove solo lunedì scorso c’era stata un’assemblea proprio su salute e sicurezza, formazione e prevenzione.  Il sindacato di base Usb torna a chiedere il reato di omicidio sul lavoro e richiama allo sciopero del 30 ottobre. Un fratello della vittima, lavoratore in un altro cantiere è subito accorso appresa la notizia. Tre operai che hanno assistito all’infortunio mortale sono seguii all’ospedale di Careggi da un supporto psicologico.   Lo ha reso noto il presidente della Regione ToscanaEugenio Giani, intervenuto sul posto insieme alla sindaca Sara Funaro.  Tutto è avvenuto a poche centinaia di metri da via Mariti, dove nel febbraio 2024 sono morti cinque operai. Allora venne ribadito più volte ”mai più”. Ma nulla si è fermato tranne le vite di altri lavoratori.
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Raimondo fa sognare il Frosinone, Sassuolo al tappeto per 4-2

Raimondo fa sognare il Frosinone, Sassuolo al tappeto per 4-2

FROSINONE (ITALPRESS) – Proseguono i sogni di gloria del Frosinone, che ottiene un’altra vittoria pesante: è 4-2 sul Sassuolo nel segno di Raimondo (tripletta). I neroverdi spingono in avvio con Laurientè e Caleta-Car, ma la reazione ciociara è prepotente. Ghedjemis saggia i riflessi degli avversari e al 9′, dopo un pallone perso da Bakola, i giallazzurri passano: merito del tiro potente di Calò, che spiazza Muric. Il Sassuolo traballa sul tiro di Bracaglia, ma pareggia subito: Bakola si riscatta, assist per Berardi e 1-1 (14′). Il Frosinone risponde immediatamente vedendosi annullare il vantaggio firmato da Kvernadze e continua ad attaccare, dando inizio al Raimondo-show. Al 26′ l’attaccante approfitta dell’errore di Muric e sigla il 2-1, quattro minuti dopo ecco il tris del Frosinone e la sua doppietta: nuovamente disastroso il portiere, ex Man City e Ipswich. L’attaccante entra così nel ristretto club dei giocatori con tre o più marcature multiple in stagione: come lui solo Yamal (tre), meglio solo Raphinha (quattro). Non c’è spazio per rilassarsi allo Stirpe, che assiste a un primo tempo da cinque reti e all’immediato 3-2 del Sassuolo: lo firma Thorstvedt, bravo a sfruttare l’assist di uno spento Esposito (37′). La ripresa si apre con le chances ciociare per Schmid e Kvernadze, e al 57′ arriva la tripletta di Raimondo: tocco sottomisura per correggere la conclusione di Ghedjemis e i gol salgono a sette in sette gare. L’attaccante da un gol ogni 82′ supera così Malen (6 gol) ed è, ora, il capocannoniere della Serie A: una forte candidatura per la Nazionale, nella finestra di novembre. Il Frosinone può così gestire la gara, nonostante il Sassuolo passi alle due punte e provi a farsi vedere con Lipani e Laurientè. Vincono 4-2 i laziali, che salgono a quota 13 punti: notte al quarto posto per Alvini, insieme al Cagliari. Il suo Frosinone si conferma inarrestabile in casa: sconfitte Venezia, Como e Sassuolo. I neroverdi, invece, si fermano a quota 8 punti e non danno seguito alle buonissime prove contro Milan e Juventus.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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Cina, al via quinto Congresso di archeologia cinese nello Shanxi

Cina, al via quinto Congresso di archeologia cinese nello Shanxi

TAIYUAN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Il quinto Congresso di archeologia cinese si è aperto ieri a Yuncheng, nella provincia settentrionale cinese dello Shanxi, incentrato sul tema “Archeologia: il passato e il futuro”.
In programma fino a sabato, il congresso riunisce centinaia di archeologi cinesi e stranieri, e prevede discorsi programmatici e 28 sessioni parallele, con oltre 570 presentazioni accademiche e 22 conferenze pubbliche.
Yuncheng, la città ospitante, è il luogo in cui 100 anni fa è stato effettuato lo scavo del sito di Xiyin, nella contea di Xia. Il sito risale al Neolitico. Sono stati portati alla luce migliaia di frammenti di ceramica e altri reperti associati alla cultura di Yangshao, che ha avuto origine intorno al corso medio del fiume Giallo e che risale a un periodo compreso tra 4.700 e 7.000 anni fa.
Condotto dall’archeologo cinese Li Ji e dal geologo Yuan Fuli, si è trattato del primo scavo archeologico scientifico moderno eseguito autonomamente da studiosi cinesi, inaugurando una nuova era per l’archeologia cinese e diventando una pietra miliare dell’archeologia moderna del Paese.
Marie Louise Stig Sørensen, professoressa di Preistoria europea e Studi sul patrimonio culturale presso il Dipartimento di archeologia dell’Università di Cambridge e ospite del congresso, ha affermato di essersi interessata all’archeologia relativa alla cultura di Yangshao dopo aver lavorato con alcuni giovani studiosi sulla rilevanza di questa cultura.
“E’ una parte davvero affascinante della nostra storia mondiale e, allo stesso tempo, la sua archeologia è per certi versi molto simile a quella di cui mi occupo in Europa”, ha dichiarato.
Istituito nel 2016, il Congresso di archeologia cinese mira a presentare lo stato attuale e i risultati dell’archeologia cinese, promuovendo una maggiore apertura e gli scambi accademici internazionali e favorendo lo sviluppo complessivo dell’archeologia cinese.

– Foto Xinhua –
(ITALPRESS).

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Cina, spesa per ricerca e sviluppo in aumento dell’8,2% nel 2025

Cina, spesa per ricerca e sviluppo in aumento dell’8,2% nel 2025

PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – La spesa cinese per la ricerca e lo sviluppo (R&S) è aumentata dell’8,2% su base annua nel 2025, raggiungendo i 3.930 miliardi di yuan (circa 584,5 miliardi di dollari). Lo ha reso noto oggi l’Ufficio nazionale di statistica (NBS).
Durante il periodo del 14esimo Piano quinquennale (2021-2025), la spesa del Paese per l’R&S è cresciuta a un tasso medio annuo del 10%, rendendo la Cina il secondo maggiore investitore al mondo nel settore, ha dichiarato Luo Qiushi, statistico dell’NBS.
L’intensità della spesa cinese in questo ambito, misurata in rapporto al PIL, è aumentata lo scorso anno di 0,11 punti percentuali, raggiungendo il 2,8%. Il dato ha superato per la prima volta la media OCSE del 2,72%, collocando il Paese al 12esimo posto a livello mondiale.
Per tipologia di attività, la spesa per la ricerca di base, la ricerca applicata e lo sviluppo sperimentale è aumentata rispettivamente del 13,3%, del 3,2% e dell’8,4% su base annua, raggiungendo i 283,46 miliardi, i 444,16 miliardi e i 3.200 miliardi di yuan.
La spesa delle imprese per la ricerca e lo sviluppo ha superato per la prima volta i 3.000 miliardi di yuan, rappresentando il 77,4% del totale.
Secondo l’NBS, le imprese hanno rappresentato oltre il 77% della spesa complessiva del Paese per l’R&S per quattro anni consecutivi. Il loro contributo all’aumento complessivo ha raggiunto il 73,7%, consolidandone il ruolo di principale motore dell’espansione della spesa cinese nel settore.
– Foto Xinhua –
(ITALPRESS).

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Proteste degli studenti, Meloni “Tutte le forze politiche condannino le violenze”

Proteste degli studenti, Meloni “Tutte le forze politiche condannino le violenze”

BRUXELLES (BELGIO) (ITALPRESS) – “Sono sempre molto contenta delle manifestazioni, ne ho organizzate tantissime, e sono sempre molto contenta quando c’è partecipazione”, ma “ho letto dichiarazioni dei leader dell’opposizione sulle proteste, non riescono a dire una parola di condanna delle violenze, sulle forze dell’ordine che vengono picchiate, che sono rimaste ferite”. Così sulle manifestazioni odierne del mondo delle scuola la premier Giorgia Meloni a margine del Consiglio europeo a Bruxelles. “Non voglio polemizzare su questo, ma chiedo a tutte le forze politiche italiane chiarezza. Chiedo che tutti condannino la violenza e non abbiano timidezze, è un fatto di responsabilità”, ha aggiunto Meloni, che ha poi riferito di aver parlato “con il primo ministro Sanchez: faremo lavorare nostri i nostri ministri degli Interni per sostituire le forme in essere con altre forme di cooperazione. Valuteremo altre situazioni, sicuramente continuando il nostro monitoraggio in ottica Schengen ma garantendo anche la difesa dei confini della nostra nazione”. Al Consiglio europeo “abbiamo discusso di migrazione, mi pare molto importante l’annuncio della Commissione UE di nuove misure per capire come si possa mettere in campo una cornice di misure per dare risposte immediate in caso di emergenza, parlo di Ceuta per esempio – ha aggiunto -. Abbiamo posto il problema mesi fa, anche prima di Ceuta, e anche oggi questo elemento italiano viene ripreso e riconosciuto”.

– foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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Cina, Fuzhou ospiterà la Giornata mondiale delle città 2026

Cina, Fuzhou ospiterà la Giornata mondiale delle città 2026

NAIROBI (KENYA) (XINHUA/ITALPRESS) – Fuzhou, in Cina, ospiterà la Giornata mondiale delle città 2026, che avrà come tema “Rigenerare la città: alloggi adeguati per tutti”, come annunciato dal Programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani (UN-Habitat).
Le celebrazioni di quest’anno si terranno il 31 ottobre presso il Centro internazionale conferenze ed esposizioni dello Stretto di Fuzhou, capoluogo della provincia sud-orientale cinese del Fujian, come riferito da UN-Habitat in una nota diffusa a Nairobi, capitale del Kenya.
L’evento rappresenta il momento conclusivo dell'”Urban October” di UN-Habitat, una campagna della durata di un mese dedicata alla promozione dello sviluppo urbano sostenibile e di alloggi adeguati per tutti.
“La Giornata mondiale delle città 2026 metterà in evidenza come la rigenerazione urbana contribuisca al raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG), in particolare dell’SDG 11 sulle città e comunità sostenibili, e a portare avanti l’attuazione della Nuova Agenda Urbana”, si legge nella nota.
La prossima celebrazione a Fuzhou esaminerà come una rigenerazione urbana mirata possa contribuire ad alleviare la crisi abitativa globale, ha osservato UN-Habitat. Le discussioni si concentreranno sulla rivitalizzazione degli spazi urbani esistenti, sull’ampliamento dell’accesso ad alloggi adeguati e sulla promozione di città più inclusive, resilienti e sostenibili.
L’evento riunirà alti funzionari delle Nazioni Unite e rappresentanti di governi nazionali, autorità locali, organizzazioni internazionali, istituzioni accademiche, settore privato e reti comunitarie, per condividere le migliori pratiche e promuovere soluzioni concrete alle sfide urbane comuni.
Le celebrazioni globali per la Giornata mondiale delle città faranno parte di un programma di tre giorni che si svolgerà dal 31 ottobre al 2 novembre.
Il programma comprenderà anche la consegna del Premio globale per lo sviluppo sostenibile nelle città, giunto alla sua quarta edizione, noto anche come Premio di Shanghai, che riconosce i risultati conseguiti dalle città nello sviluppo urbano sostenibile.
Il programma prevede una cerimonia di apertura di alto livello, forum tematici, eventi collaterali che riuniranno responsabili delle decisioni e operatori del settore urbano, esposizioni specializzate e visite guidate della città.
Istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2013 e celebrata per la prima volta nel 2014, la Giornata mondiale delle città mira a promuovere la solidarietà globale per favorire l’urbanizzazione sostenibile.

-foto Xinhua-

(ITALPRESS).

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Telefonata tra Leone XIV e Putin, il Papa ha chiesto la tregua a Oleshky

Telefonata tra Leone XIV e Putin, il Papa ha chiesto la tregua a Oleshky

CITTA’ DEL VATICANO (ITALPRESS) – Papa Leone XIV ha avuto oggi un colloquio telefonico con il presidente russo Vladimir Putin. Nel corso della conversazione, il Pontefice ha espresso “viva preoccupazione” per la grave situazione umanitaria a Oleshky, nella regione ucraina di Kherson, chiedendo una tregua per consentire l’arrivo di aiuti alimentari e sanitari e l’evacuazione volontaria e sicura della popolazione civile. Lo riferisce la Santa Sede, precisando che il Papa ha infine ribadito l’impegno del Vaticano a favore del dialogo e della pace. (ITALPRESS).

Fonte: Ipa Agency

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Casa, dalla Ue l’Affordable Housing Act: in Italia frenano costruttori e agenti

Casa, dalla Ue l’Affordable Housing Act: in Italia frenano costruttori e agenti

ROMA (ITALPRESS) – Un regolamento europeo per contrastare la crisi abitativa, ma in Italia costruttori e agenti immobiliari frenano. Lo riporta idealista/news, testata del portale idealista, spiegando che la Commissione europea ha presentato il 9 settembre l’Affordable Housing Act, proposta con cui l’Unione vuole rafforzare la capacità di Stati membri e amministrazioni locali di intervenire soprattutto nei territori in cui la domanda supera ampiamente l’offerta. Il testo fa parte del Piano europeo per l’edilizia abitativa accessibile, presentato a dicembre 2025, e riguarda famiglie a basso reddito, giovani, studenti, lavoratori e ceto medio.
Il regolamento, si legge nell’analisi, “fissa criteri comuni per individuare le aree a forte pressione abitativa e offre alle amministrazioni un quadro più chiaro per valutare eventuali restrizioni su affitti brevi, seconde case e immobili sfitti. Le misure dovranno essere giustificate dalle condizioni locali e rispettare i principi di necessità, proporzionalità e non discriminazione. A esso si affianca una raccomandazione che punta ad aumentare l’offerta di alloggi accessibili, sociali e per studenti, con un uso più efficiente dei terreni, il recupero degli edifici esistenti, procedure urbanistiche più semplici e un maggiore impiego di risorse europee e nazionali”.
In Italia la proposta, assegnata alle commissioni il 22 settembre, è all’esame della Commissione Politiche Ue del Senato, dove sono state ascoltate Ance, Fimaa Italia- Confcommercio e Fiaip. Il presidente dell’Ance, Antonio Ciucci, ha definito il regolamento “una risposta prematura e inadeguata”, sottolineando il forte disallineamento tra domanda e offerta di case. Per Alessandro Simonetto, vicepresidente di Fimaa, gli obiettivi sono condivisibili ma le misure sono “del tutto sproporzionate”, basate su criteri “eccessivamente ampi e automatici” e senza considerare le specificità del mercato italiano.
Il presidente di Fiaip, Fabrizio Segalerba, ha chiesto che l’Italia sostenga il ritiro o una profonda revisione del testo, ricordando che nel Paese “convivono milioni di abitazioni non occupate con una forte carenza di offerta nelle aree metropolitane. La funzione sociale della proprietà non può trasformarsi nell’obbligo del proprietario di destinare il proprio bene all’utilizzo che la politica ritiene preferibile”, conclude il presidente Fiaip.
“L’impatto potrebbe farsi sentire soprattutto nelle grandi città e nelle località turistiche, ma molto dipenderà anche dalle politiche nazionali. La proposta deve ancora completare l’iter europeo, con il confronto tra Parlamento e Consiglio, e il testo finale potrebbe cambiare – conclude idealista/news -. Non si tratta di una legge già approvata, nè di un provvedimento che introduce automaticamente tetti agli affitti o divieti generalizzati delle locazioni turistiche”.

– foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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Cina: Yu Jinxiu, Dong Minfang e Yin Yuzhen tra le 100 eroine della FAO (3)

Cina: Yu Jinxiu, Dong Minfang e Yin Yuzhen tra le 100 eroine della FAO (3)

ROMA (XINHUA/ITALPRESS) – Yin Yuzhen partecipa alla cerimonia dedicata alle “100 eroine dei sistemi agroalimentari e dello sviluppo rurale” dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), a Roma, il 15 ottobre 2026.

Yin Yuzhen, pioniera cinese nella lotta alla desertificazione, è stata inserita tra le 100 eroine nell’ambito di un’iniziativa di riconoscimento globale promossa dalla FAO. Yin ha dedicato oltre quattro decenni alla lotta contro la desertificazione nell’area sabbiosa di Maowusu, nella regione autonoma della Mongolia Interna, nella Cina settentrionale. Dopo decenni di instancabile piantumazione di alberi, lei e la sua famiglia hanno trasformato porzioni di paesaggio un tempo arido in una distesa verde, superando condizioni difficili e l’avanzata delle sabbie. La sua storia ha anche dato vita a un’amicizia duratura con Ronald Sakolsky, insegnante statunitense in pensione, che decenni fa raccolse 5.000 dollari per sostenere il suo lavoro di imboschimento.

-Foto Xinhua-

(ITALPRESS).

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Cina: Yu Jinxiu, Dong Minfang e Yin Yuzhen tra le 100 eroine della FAO (2)

Cina: Yu Jinxiu, Dong Minfang e Yin Yuzhen tra le 100 eroine della FAO (2)

ROMA (XINHUA/ITALPRESS) – Il direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), Qu Dongyu (a sinistra), consegna il premio a Dong Minfang durante la cerimonia dedicata alle “100 eroine dei sistemi agroalimentari e dello sviluppo rurale” della FAO, a Roma, il 15 ottobre 2026.

Dong è presidente della cooperativa professionale specializzata in macchinari agricoli Fengrui nella contea di Yueyang, nella provincia dello Hunan, nella Cina centrale.

Yu Jinxiu e Dong Minfang sono state inserite tra le 100 eroine della FAO, nell’ambito di un’iniziativa di riconoscimento globale promossa dall’organizzazione. Da anni condividono le proprie competenze per aiutare migliaia di persone a trovare lavoro e avviare attività imprenditoriali, contribuendo ad aumentare i redditi degli abitanti delle zone rurali. Le Nazioni Unite hanno proclamato il 2026 come Anno internazionale della donna agricoltrice per valorizzare il contributo delle donne ai sistemi agroalimentari e promuovere politiche e investimenti che ne migliorino l’accesso ai finanziamenti, alle conoscenze e ai servizi.

-Foto Xinhua-

(ITALPRESS).

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Cina: Yu Jinxiu, Dong Minfang e Yin Yuzhen tra le 100 eroine della FAO (1)

Cina: Yu Jinxiu, Dong Minfang e Yin Yuzhen tra le 100 eroine della FAO (1)

ROMA (XINHUA/ITALPRESS) – Il direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), Qu Dongyu (a sinistra), consegna il premio a Yu Jinxiu durante la cerimonia dedicata alle “100 eroine dei sistemi agroalimentari e dello sviluppo rurale” della FAO, a Roma, il 15 ottobre 2026.

Yu è una terapista specializzata in moxibustione della contea di Qichun, nella provincia dello Hubei, nella Cina centrale.

Yu Jinxiu e Dong Minfang sono state inserite tra le 100 eroine della FAO, nell’ambito di un’iniziativa di riconoscimento globale promossa dall’organizzazione. Da anni condividono le proprie competenze per aiutare migliaia di persone a trovare lavoro e avviare attività imprenditoriali, contribuendo ad aumentare i redditi degli abitanti delle zone rurali. Le Nazioni Unite hanno proclamato il 2026 come Anno internazionale della donna agricoltrice per valorizzare il contributo delle donne ai sistemi agroalimentari e promuovere politiche e investimenti che ne migliorino l’accesso ai finanziamenti, alle conoscenze e ai servizi.

-Foto Xinhua-

(ITALPRESS).

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FAO: dopo 26 anni separati, due vecchi amici sollevano insieme un premio a Roma

FAO: dopo 26 anni separati, due vecchi amici sollevano insieme un premio a Roma

ROMA (XINHUA/ITALPRESS) – Scrutando il pubblico presente nella sede dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), Yin Yuzhen ha indicato il suo amico statunitense Ronald Sakolsky. Invitato a salire sul palco, Sakolsky l’ha stretta in un forte abbraccio, mentre un’ondata di applausi risuonava nella sala plenaria.

Pochi istanti prima, Yin aveva ricevuto un trofeo di cristallo come riconoscimento per essere stata nominata una delle 100 eroine dei sistemi agroalimentari e dello sviluppo rurale della FAO. Al suo fianco, Sakolsky ha unito le mani, visibilmente commosso, prima che entrambi sollevassero il premio davanti alla platea che applaudiva.

La loro amicizia è iniziata 27 anni fa, quando Sakolsky, allora in Cina per uno scambio didattico, raccolse 5.000 dollari per sostenere l’impegno di Yin nella piantumazione di alberi. Nessuno dei due avrebbe potuto immaginare l’emozionante incontro che li attendeva decenni dopo.

Yin è stata l’ultima persona premiata a essere annunciata durante la cerimonia di ieri. L’agricoltrice cinese ha dedicato oltre quattro decenni della sua vita alla lotta contro la desertificazione nell’area sabbiosa di Maowusu, nella regione autonoma della Mongolia Interna, nella Cina settentrionale, contribuendo a trasformare un paesaggio un tempo arido in una distesa verde.

Un breve video proiettato sul grande schermo ha mostrato Yin intenta a piantare alberi, insieme a immagini dei due amici da giovani e del loro ricongiungimento in Cina ad agosto. Man mano che le immagini scorrevano, entrambi si sono commossi fino alle lacrime.

Salito sul palco con il microfono in mano, Sakolsky ha faticato a parlare, con la voce che si è spezzata più volte per l’emozione.

“Ha piantato molti semi e all’inizio solo pochi sono germogliati. Ma lei non si è arresa. Ha piantato altri semi e ne sono sopravvissuti alcuni in più”, ha raccontato, ricordando la determinazione di Yin nei primi anni del suo lavoro.

Asciugandosi gli occhi, ha aggiunto: “Oggi la nostra storia ha piantato un seme per tutti i presenti”.

Quando è arrivato il suo turno di parlare, Yin era altrettanto commossa e ha faticato a trattenere le lacrime mentre si rivolgeva al pubblico.

“Io e Sakolsky, che considero un fratello maggiore, non ci vedevamo da 26 anni. Non avrei mai pensato che, poco più di due mesi dopo, ci saremmo ritrovati qui”, ha affermato, ringraziandolo per averla aiutata a rinverdire il deserto.

In mattinata, i due amici avevano visitato il giardino sul tetto della sede della FAO. Sotto un ulivo, Yin si è chinata a raccogliere alcune olive nere cadute e le ha esaminate con attenzione nel palmo della mano. Il suo sguardo attento, affinato da quattro decenni di lavoro di rimboschimento, era naturalmente attratto dal verde circostante ovunque andasse.

Quella mattina nel giardino sono stati piantati tre alberi di lagerstroemie, uno dei quali da Yin, che ha scritto con cura il proprio nome e la data sul tronco.

“Questo riconoscimento non appartiene soltanto a me, ma anche alle tante persone generose che mi hanno aiutata nell’area sabbiosa di Maowusu e a innumerevoli altre”, ha dichiarato Yin.

-Foto Xinhua-

(ITALPRESS).

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Zelensky “Intercettori sufficienti per inverno, Mosca non vuole tregua energetica”

Zelensky “Intercettori sufficienti per inverno, Mosca non vuole tregua energetica”

BRUXELLES (BELGIO) (ITALPRESS) – Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ribadito la necessità del sostegno europeo per affrontare il prossimo inverno, sottolineando che “l’Europa dispone di abbastanza intercettori PAC-2 e PAC-3 perchè l’Ucraina possa superare l’inverno”. In conferenza stampa a Bruxelles, al termine del suo intervento al Consiglio europeo, Zelensky ha ringraziato l’Ue per il sostegno ricevuto, affermando: “Sento il pieno sostegno dell’Europa, soprattutto nell’ultimo mese. L’Europa è molto unita, è consapevole di tutti i rischi e ciò non mette a rischio le relazioni con gli Stati Uniti”. Sul fronte diplomatico, il presidente ucraino ha dichiarato di ritenere possibile avviare un dialogo con Mosca, affermando che “l’Europa sta compiendo alcuni passi per seguire una propria strada, che rappresenti i suoi interessi”. “Possiamo trovare un formato per parlare con i russi, penso che tutto questo accadrà”, ha aggiunto, precisando che ciò “non significa che escluderemo qualcuno da questi processi”. Zelensky ha inoltre riferito che anche negli Stati Uniti sono in corso iniziative parallele: “Vorremmo avere una serie di percorsi che possano offrire questa opportunità di avvicinarci a soluzioni pacifiche”. Kiev, ha spiegato, mantiene contatti costanti con Washington. “Stiamo parlando con il team negoziale americano. So che la nostra squadra è in contatto costante e che nei prossimi giorni si terrà un incontro a un certo livello”, ha dichiarato. Zelensky ha tuttavia espresso sorpresa per alcuni sviluppi nei rapporti tra Stati Uniti e Russia, citando l’intesa sul diesel e la revoca delle sanzioni. “L’accordo sul diesel avviato tra Stati Uniti e Russia era un’intesa di cui non eravamo a conoscenza. Anche la revoca delle sanzioni è stata una sorpresa”, ha affermato. Il presidente ucraino ha ricordato che la proposta di Kiev era quella di una tregua energetica, che aveva ricevuto il sostegno pubblico del presidente americano. “La nostra proposta era molto semplice: una tregua energetica”, ha dichiarato, aggiungendo che, se questa soluzione non è sul tavolo, “bisogna dimostrare passi concreti di de-escalation. E tutto dipende dalla Russia”. Mosca, ha sostenuto, non ha accettato l’iniziativa e continuerà a colpire le infrastrutture energetiche ucraine. “Attaccheranno la nostra rete energetica, senza una tregua sul fronte energetico”, ha avvertito, concludendo: “Quello che sta accadendo mi sembra strano”. Il presidente ucraino ha infine richiamato l’attenzione sul rallentamento del sistema satellitare Starlink, utilizzato dalle forze ucraine per contrastare i droni russi Shahed. “Noi non usiamo Starlink per attaccare la Russia o per rispondere agli attacchi russi, noi usiamo Starlink per fermare gli Shahed che attaccano la nostra popolazione”, ha dichiarato. “Rallentando Starlink, si rende più pericolosa la linea del fronte”, ha aggiunto, riferendo che Kiev ha già allertato gli Stati Uniti e spera che “la velocità del sistema Starlink venga ripristinata ai livelli precedenti”. (ITALPRESS).

Foto: Ipa Agency

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Kairós di Alessia Conforti: recensione

Articolo da Il Mago di Oz - Cultura, libri e pensiero critico

Kairós di Alessia Conforti è un libro che mi ha accompagnata in un viaggio interiore tra emozioni, ricordi, dolore e insicurezze. Durante la lettura sono riaffiorate immagini del passato e riflessioni personali che mi hanno portata a interrogarmi sul rapporto con me stessa, sull’importanza di ascoltare le proprie emozioni e sulla possibilità di trasformare il dolore in una forza capace di spingerci verso il cambiamento. Ci sono libri che si leggono e libri che, mentre li leggiamo, ci portano a guardarci dentro. Libri che fanno nascere domande, riportano alla luce ricordi e ci invitano a osservare con occhi diversi aspetti

L'articolo Kairós di Alessia Conforti: recensione sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

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Referendum caccia, la Cabina di Regia “Firme raccolte lontane dalla soglia utile”

Referendum caccia, la Cabina di Regia “Firme raccolte lontane dalla soglia utile”

ROMA (ITALPRESS) – Si è conclusa la raccolta delle sottoscrizioni per i due referendum abrogativi in materia di caccia promossi dall’associazione Rispetto per tutti gli animali. Alla chiusura, spiega una nota, sulla piattaforma del Ministero della Giustizia risultano 109.861 e 109.125 firme online rispettivamente per “Vietare la caccia in Italia – art. 19 ter” e “Vietiamo la caccia – art. 842”: circa un quinto delle 500.000 firme necessarie al raggiungimento del quorum. Il quadro complessivo dovrà poi essere completato con le sottoscrizioni raccolte in formato cartaceo, il cui dato nazionale non è ancora disponibile.
La Cabina di Regia del mondo venatorio, che comprende le associazioni venatorie nazionali riconosciute (Federcaccia, Enalcaccia, Arcicaccia, ANLC, ANUUMigratoristi, Italcaccia) e il CNCN – Comitato Nazionale Caccia e Natura, “legge questo dato anche alla luce dei recenti sondaggi commissionati sul tema, che hanno registrato una presenza significativa di posizioni favorevoli all’abolizione o alla limitazione dell’attività venatoria”.
“Sondaggi e raccolte firme misurano realtà differenti, ma il dato delle sottoscrizioni referendarie offre un ulteriore elemento di riflessione: le opinioni critiche rilevate nelle interviste non sembrano, infatti, essersi tradotte in reale preoccupazione e mobilitazione di pari intensità – sottolinea Maurizio Zipponi, Presidente del CNCN, a nome della Cabina di Regia -. E’ quindi opportuno usare cautela nel descrivere la caccia come un tema capace di generare un allarme sociale diffuso, capace di rappresentare una particolare priorità per i cittadini”.
Il mondo venatorio, conclude la nota, “auspica che il confronto pubblico sul tema della caccia si sviluppi nel merito, a partire dai dati e dalle conoscenze scientifiche, senza semplificazioni e senza inutili allarmismi. Una gestione moderna, efficace e responsabile della fauna selvatica, capace di tenere insieme tutela della biodiversità, sicurezza, agricoltura, sanità animale e presidio del territorio, richiede infatti pianificazione, controlli e collaborazione fra istituzioni, mondo scientifico, mondo venatorio, territori e tutti i soggetti coinvolti”.

– foto www.pexels.com –
(ITALPRESS).

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Cina: Hong Kong istituisce centro per promuovere uso industriale di IA incarnata

HONG KONG (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Il primo polo internazionale di Hong Kong dedicato alle applicazioni dell’intelligenza artificiale (IA) incarnata è stato inaugurato ieri, nell’ambito degli sforzi della città volti a promuovere l’impiego industriale dell’IA.

Il polo, avviato dall’Hong Kong Industrial Artificial Intelligence & Robotics Center, che fa capo all’Hong Kong Productivity Council (HKPC), riunirà sette partner per il supporto tecnologico e otto partner globali per gli scenari di simulazione, con l’obiettivo di ampliare l’impiego dell’IA incarnata nella produzione manifatturiera, nella logistica intelligente, nei servizi al dettaglio, nella manutenzione e nei servizi pubblici.

La chiave per sviluppare l’IA incarnata risiede nella capacità di adattare i robot umanoidi a diversi contesti, ha dichiarato il presidente dell’HKPC, Sunny Tan. Il polo addestrerà gli umanoidi attraverso simulazioni ispirate ad attività della vita reale svolte in Paesi e regioni di tutto il mondo, per aiutare gli sviluppatori ad accelerare l’ingresso nei mercati della Cina continentale e all’estero.

Intervenendo alla cerimonia di inaugurazione, Sun Dong, segretario per l’Innovazione, la tecnologia e l’industria del governo della regione amministrativa speciale di Hong Kong (HKSAR), ha sottolineato che i robot umanoidi e l’IA incarnata rappresentano tecnologie rivoluzionarie, in grado di stimolare la trasformazione industriale. Hong Kong, ha aggiunto, farà leva sui propri punti di forza per portare la tecnologia nelle fabbriche e promuovere una nuova industrializzazione.

Portando avanti la propria strategia a favore dell’IA, il governo di Hong Kong investirà un ulteriore miliardo di dollari di Hong Kong, pari a circa 127 milioni di dollari statunitensi, nel programma di sovvenzioni dedicato all’intelligenza artificiale. Predisporrà inoltre entro quest’anno un fondo industriale da 10 miliardi di dollari di Hong Kong per convogliare gli investimenti di mercato verso l’IA e i robot umanoidi, ha dichiarato Sun.

(ITALPRESS).

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Ue, Mattarella “Avanti con determinazione sulle riforme”

Ue, Mattarella “Avanti con determinazione sulle riforme”

ROMA (ITALPRESS) – “Quello del futuro del nostro progetto europeo
è tema di estrema attualità, come mostra la realtà della
congiuntura internazionale, segnata da profonde trasformazioni
degli equilibri geopolitici, dal riemergere di conflitti e
tensioni alle frontiere dell Europa. L’Unione Europea si trova
dinanzi a sfide straordinarie che investono la sua sicurezza, la
sua prosperità, la sua capacità di agire con autorevolezza sulla
scena internazionale, con conseguenze rilevanti sulla vita dei
nostri cittadini. Nessun Paese del Continente può pensare a un
futuro separato da quello degli altri: sarebbe una fuga dalla
realtà e, ancor più che un’illusione, un atto autolesionista. Dai
dati più recenti dell’Eurobarometro risulta che circa il 90% dei
nostri cittadini chiede una maggiore unità tra gli Stati membri.
L’interesse della generazione di oggi e di quelle future richiede
che si prosegua con determinazione con le riforme interne
necessarie”. Così il presidente della Repubblica, Sergio
Mattarella, parlando al vertice Arraiolos in Slovenia.
Il capo dello Stato ha poi sottolineato come “l’Unione ha indispensabile bisogno di modalità di decisione più snelle e veloci”, oltre alla “necessaria accelerazione del processo
di allargamento, dai Paesi dei Balcani occidentali a Ucraina e
Moldova: Una Unione di ben oltre trenta membri non potrebbe vivere con le attuali modalità di decisione”.
(ITALPRESS).
-Foto: Quirinale-

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Cina: spesa per ricerca e sviluppo in aumento dell’8,2% nel 2025

Cina: spesa per ricerca e sviluppo in aumento dell’8,2% nel 2025

PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – La spesa cinese per la ricerca e lo sviluppo (R&S) è aumentata dell’8,2% su base annua nel 2025, raggiungendo i 3.930 miliardi di yuan (circa 584,5 miliardi di dollari). Lo ha reso noto oggi l’Ufficio nazionale di statistica (NBS).
Durante il periodo del 14esimo Piano quinquennale (2021-2025), la spesa del Paese per l’R&S è cresciuta a un tasso medio annuo del 10%, rendendo la Cina il secondo maggiore investitore al mondo nel settore, ha dichiarato Luo Qiushi, statistico dell’NBS.

L’intensità della spesa cinese in questo ambito, misurata in rapporto al PIL, è aumentata lo scorso anno di 0,11 punti percentuali, raggiungendo il 2,8%. Il dato ha superato per la prima volta la media OCSE del 2,72%, collocando il Paese al 12esimo posto a livello mondiale.

Per tipologia di attività, la spesa per la ricerca di base, la ricerca applicata e lo sviluppo sperimentale è aumentata rispettivamente del 13,3%, del 3,2% e dell’8,4% su base annua, raggiungendo i 283,46 miliardi, i 444,16 miliardi e i 3.200 miliardi di yuan.
La spesa delle imprese per la ricerca e lo sviluppo ha superato per la prima volta i 3.000 miliardi di yuan, rappresentando il 77,4% del totale.

Secondo l’NBS, le imprese hanno rappresentato oltre il 77% della spesa complessiva del Paese per l’R&S per quattro anni consecutivi. Il loro contributo all’aumento complessivo ha raggiunto il 73,7%, consolidandone il ruolo di principale motore dell’espansione della spesa cinese nel settore.

– Foto Xinhua –
(ITALPRESS).

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Ucraina, von der Leyen “No revoca sanzioni finchè Russia non pone fine a guerra”

Ucraina, von der Leyen “No revoca sanzioni finchè Russia non pone fine a guerra”

BRUXELLES (BELGIO) (ITALPRESS) – “L’obiettivo, entro la fine dell’anno, è aprire gli ultimi due cluster, così da entrare nel vivo delle riforme indispensabili per l’adesione. Naturalmente, discuteremo della preparazione all’inverno, ovvero di come sostenere l’Ucraina durante la stagione fredda ormai alle porte.
La Russia sta tentando in ogni modo di distruggere le infrastrutture energetiche e idriche, ma noi siamo al vostro fianco. Vi sosterremo, come abbiamo fatto negli inverni passati.
Ce la faremo”. Così la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in un punto stampa con il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e al presidente del Consiglio europeo, Antònio Costa. “Abbiamo sostenuto la proposta del presidente Zelensky per una tregua energetica, ma la Russia non l’ha rispettata, nemmeno per un minuto. Al contrario, la Russia ha intensificato le ostilità; di conseguenza, dobbiamo aumentare la pressione su di essa”, ha aggiunto. “Stiamo lavorando al ventiduesimo pacchetto di sanzioni e un punto è assolutamente chiaro: non revoceremo alcuna sanzione finchè la Russia non porrà fine alla guerra. Infine, esamineremo le vostre necessità in ambito finanziario, di bilancio e militare, non solo per il 2026, ma anche per l’anno successivo, il 2027”, ha concluso von der Leyen.
(ITALPRESS).
-Foto: Ipa Agency-

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“Ploom Flavour Garden”, a Milano musica, creatività e innovazione al centro

“Ploom Flavour Garden”, a Milano musica, creatività e innovazione al centro

MILANO (ITALPRESS) – Musica, creatività e innovazione sono state al centro di Ploom Flavour Garden – Something New Is Growing, l’appuntamento organizzato da JTI a Milano.
Ispirata alla metafora del giardino come luogo in cui idee, persone e talenti possono crescere, l’iniziativa ha riunito artisti provenienti da percorsi differenti in un’esperienza costruita intorno alla musica e alla nuova gamma LYO, la linea di stick senza tabacco contenenti nicotina di Ploom.
L’appuntamento, spiega una nota, “si inserisce nel percorso di innovazione di JTI, fondato sull’ascolto dei consumatori adulti e sullo sviluppo di proposte in linea con l’evoluzione delle loro preferenze. In questo quadro, l’Italia rappresenta per il Gruppo un mercato strategico e un contesto nel quale mettere in relazione tecnologia, cultura e creatività”.
“In JTI consideriamo l’innovazione una leva fondamentale per creare valore e rispondere in modo concreto all’evoluzione delle esigenze dei consumatori adulti – ha detto Igor Dzaja, Presidente e Amministratore Delegato di JTI Italia -. E’ un impegno che nasce dall’ascolto, dalla ricerca e dalla capacità di integrare tecnologia, cultura e creatività. L’Italia riveste un ruolo strategico in questo percorso e iniziative come Ploom Flavour Garden testimoniano la nostra volontà di continuare a investire nel Paese, sviluppando proposte ed esperienze sempre più rilevanti per il pubblico adulto”.
Protagonista della serata è stato Ernia, che ha guidato il momento principale della programmazione musicale. Accanto a lui, una line-up di artisti emergenti ha accompagnato il pubblico lungo le diverse fasi dell’appuntamento, mettendo in dialogo percorsi, linguaggi ed esperienze musicali differenti. La musica ha rappresentato così il filo conduttore dell’intera serata e l’elemento di raccordo tra il racconto della crescita, i talenti coinvolti e l’esperienza Ploom.
L’evento ha inoltre accompagnato la comunicazione della nuova gamma LYO attraverso un percorso legato alle preferenze individuali. Gli ospiti adulti hanno potuto esplorare quattro ambienti ispirati alle referenze Arctic Mint, Wild Berry, Golden Pear e Winter Apple, ciascuno caratterizzato da colori, elementi visivi e installazioni dedicati. Il tema della scelta ha rappresentato il punto di incontro tra l’esperienza musicale e il racconto della gamma, offrendo ai partecipanti la possibilità di conoscere referenze differenti all’interno di un percorso coerente con il concept dell’evento.
“La musica è uno dei territori attraverso cui Ploom costruisce un dialogo contemporaneo con i consumatori adulti. Ploom Flavour Garden si inserisce in questo percorso e accompagna la comunicazione della nuova gamma LYO con un’esperienza che mette al centro le preferenze individuali. Il concept della serata traduce il valore della scelta in un racconto concreto, nel quale musica e creatività permettono di conoscere le diverse referenze della gamma attraverso un linguaggio vicino ai territori culturali presidiati da Ploom”, ha dichiarato Akira Yamaguchi, Marketing Director di JTI Italia.

– news in collaborazione con JTI Italia –
– foto f12/Italpress –
(ITALPRESS).

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Scuola Normale: al via il nuovo anno tra le proteste degli allievi

PISA - Scuola Normale: al via il nuovo anno tra le proteste degli allievi. La cerimonia  di inaugurazione del 216° anno accademico della Scuola Normale Superiore è cominciata almeno 30 minuti dopo l'orario prestabilito. Gli allievi della Scuola hanno bloccato l'accesso alla Sala Azzurra che avrebbe dovuto ospitare la cerimonia guidata dal direttore Alessandro Schiesaro. Allora i docenti pronti con Continue Reading

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Cina: 4 siti aggiunti alla lista delle strutture irrigue del patrimonio mondiale

PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Quattro opere irrigue cinesi sono state inserite nella lista delle strutture irrigue del patrimonio mondiale (WHIS), portando il totale nazionale a 46. Lo ha reso noto ieri il ministero delle Risorse Idriche.

Le opere, situate nelle province di Henan, Gansu, Jiangxi e Fujian, hanno ottenuto il riconoscimento mercoledì durante la 77esima riunione del Consiglio esecutivo internazionale della Commissione internazionale per l’irrigazione e il drenaggio (ICID), a Marsiglia, in Francia.

Risalente a oltre 2.200 anni fa, un sistema di irrigazione a canali nella provincia centrale cinese dello Henan si serve della deviazione idrica senza l’uso di dighe per irrigare circa 34.000 ettari di terreni agricoli a Jiyuan e Jiaozuo. Questi terreni costituiscono un’importante area di produzione cerealicola della provincia.

Nella provincia nord-occidentale cinese del Gansu, un sistema di irrigazione delle oasi nel corridoio di Hexi, un’arteria fondamentale dell’antica Via della seta, risale alla dinastia Ming (1368-1644). Irriga circa 63.200 ettari di terreno e rappresenta un esempio tipico di irrigazione delle oasi nelle regioni aride dell’Eurasia.

L’opera nella città di Shangrao, nella provincia orientale cinese del Jiangxi, risale alla dinastia Song (960-1279). La sua rete irrigua, alimentata per gravità, è composta da canali, sbarramenti e bacini.

Un altro antico sistema di irrigazione, nel distretto di Changtai della città di Zhangzhou, nella provincia sud-orientale cinese del Fujian, vanta una storia di oltre 800 anni. Caratterizzato da dighe basse e da una rete di sbarramenti, bacini e canali, irriga circa 1.850 ettari di terreno.

La Cina vanta una lunga tradizione nell’ingegneria irrigua. Il sistema di irrigazione di Dujiangyan, nella provincia sud-occidentale cinese del Sichuan, costruito nel 256 a.C., è tuttora in funzione ed è stato inserito nella lista WHIS nel 2018.

Istituito dall’ICID nel 2014, il riconoscimento WHIS mira a tutelare e valorizzare le opere irrigue per il loro valore storico e le conoscenze scientifiche che testimoniano.

(ITALPRESS).

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Cina: Yin Yuzhen tra le 100 eroine della FAO per la lotta alla desertificazione

Cina: Yin Yuzhen tra le 100 eroine della FAO per la lotta alla desertificazione

ROMA (XINHUA/ITALPRESS) – La cinese Yin Yuzhen, pioniera nella lotta alla desertificazione, è stata inserita tra le “100 eroine dei sistemi agroalimentari e dello sviluppo rurale” della FAO, nell’ambito di un’iniziativa di riconoscimento globale promossa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).

Ieri è stato reso omaggio alle persone selezionate durante una cerimonia presso la sede della FAO a Roma, nell’ambito del Forum mondiale dell’alimentazione di quest’anno.

Yin ha dedicato oltre quattro decenni della sua vita alla lotta contro la desertificazione nell’area sabbiosa di Maowusu, nella regione autonoma della Mongolia Interna, nella Cina settentrionale. Dopo decenni di instancabile piantumazione di alberi, lei e la sua famiglia hanno trasformato vaste aree di paesaggio un tempo arido in una distesa verde, superando condizioni difficili e l’avanzata delle sabbie.

La sua storia ha anche dato vita a un’amicizia duratura con Ronald Sakolsky, insegnante statunitense in pensione, che decenni fa raccolse 5.000 dollari per sostenere il suo lavoro di rimboschimento.

Yin ha riferito a Xinhua che questo riconoscimento ha rafforzato la sua determinazione a proseguire il lavoro. “Come un cavallo mongolo, continuerò ad andare avanti con perseveranza e determinazione, svolgendo bene il mio lavoro e restituendo alla natura ciò che mi ha dato”, ha affermato.

Seduto tra il pubblico alla cerimonia, Sakolsky ha applaudito il successo di Yin. “Yin merita tutto ciò che le viene riconosciuto. È lei l’eroina”, ha riferito a Xinhua.

Inaugurata dalla FAO in occasione dell’Anno internazionale delle donne agricoltrici 2026, l’iniziativa globale premia 100 donne per il loro straordinario contributo all’agricoltura, ai sistemi alimentari e allo sviluppo rurale.

– Foto Xinhua –
(ITALPRESS).

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Cina: iniziata a Guangzhou la 140esima Fiera di Canton (3)

Cina: iniziata a Guangzhou la 140esima Fiera di Canton (3)

GUANGZHOU (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Alcuni acquirenti stranieri osservano una motocicletta di ZXMOTO durante la Fiera di Canton a Guangzhou, nella provincia meridionale cinese del Guangdong, il 15 ottobre 2026.

La 140esima edizione della China Import and Export Fair, nota anche come Fiera di Canton, ha aperto oggi ai visitatori, con la partecipazione prevista di oltre 30.000 aziende espositrici e circa 340.000 acquirenti stranieri. L’evento si svolge in tre fasi a Guangzhou dal 15 ottobre al 4 novembre. Negli ultimi 70 anni, la Fiera di Canton è diventata il più grande e longevo evento commerciale internazionale della Cina, con la gamma di prodotti più completa, il maggior numero di acquirenti e il più elevato volume di transazioni.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: iniziata a Guangzhou la 140esima Fiera di Canton (2)

Cina: iniziata a Guangzhou la 140esima Fiera di Canton (2)

GUANGZHOU (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Un acquirente straniero sceglie alcuni frullatori durante la Fiera di Canton a Guangzhou, nella provincia meridionale cinese del Guangdong, il 15 ottobre 2026.

La 140esima edizione della China Import and Export Fair, nota anche come Fiera di Canton, ha aperto oggi ai visitatori, con la partecipazione prevista di oltre 30.000 aziende espositrici e circa 340.000 acquirenti stranieri. L’evento si svolge in tre fasi a Guangzhou dal 15 ottobre al 4 novembre. Negli ultimi 70 anni, la Fiera di Canton è diventata il più grande e longevo evento commerciale internazionale della Cina, con la gamma di prodotti più completa, il maggior numero di acquirenti e il più elevato volume di transazioni.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: iniziata a Guangzhou la 140esima Fiera di Canton (1)

Cina: iniziata a Guangzhou la 140esima Fiera di Canton (1)

GUANGZHOU (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Alcuni acquirenti stranieri osservano prodotti realizzati con la stampa 3D durante la Fiera di Canton a Guangzhou, nella provincia meridionale cinese del Guangdong, il 15 ottobre 2026.

La 140esima edizione della China Import and Export Fair, nota anche come Fiera di Canton, ha aperto ieri ai visitatori, con la partecipazione prevista di oltre 30.000 aziende espositrici e circa 340.000 acquirenti stranieri. L’evento si svolge in tre fasi a Guangzhou dal 15 ottobre al 4 novembre. Negli ultimi 70 anni, la Fiera di Canton è diventata il più grande e longevo evento commerciale internazionale della Cina, con la gamma di prodotti più completa, il maggior numero di acquirenti e il più elevato volume di transazioni.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: l’alta velocità Harbin-Yichun favorisce lo sviluppo dello Heilongjiang (3)

Cina: l’alta velocità Harbin-Yichun favorisce lo sviluppo dello Heilongjiang (3)

HARBIN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Alcuni passeggeri salgono a bordo di un treno sotto la guida di un addetto presso la stazione ferroviaria di Harbin Ovest, nella provincia nord-orientale cinese dello Heilongjiang, il 14 ottobre 2026.

La ferrovia ad alta velocità Harbin-Yichun, la più settentrionale della Cina, che attraversa una regione caratterizzata da permafrost discontinuo nello Heilongjiang, è entrata ufficialmente in servizio il 28 settembre. Con una velocità di progetto di 250 chilometri orari, la linea di 318 chilometri ha ridotto il tempo di percorrenza tra Harbin e Yichun da circa sette ore a sole due. Si prevede che il servizio ferroviario efficiente e comodo agevolerà la libera circolazione di talenti, passeggeri, materiali e tecnologie, promuovendo lo sviluppo regionale coordinato nello Heilongjiang e creando un corridoio fondamentale per lo sviluppo di alta qualità della regione.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: l’alta velocità Harbin-Yichun favorisce lo sviluppo dello Heilongjiang (2)

Cina: l’alta velocità Harbin-Yichun favorisce lo sviluppo dello Heilongjiang (2)

HARBIN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Alcuni passeggeri camminano lungo la banchina presso la stazione ferroviaria di Yichun Ovest, nella provincia nord-orientale cinese dello Heilongjiang.

La ferrovia ad alta velocità Harbin-Yichun, la più settentrionale della Cina, che attraversa una regione caratterizzata da permafrost discontinuo nello Heilongjiang, è entrata ufficialmente in servizio il 28 settembre. Con una velocità di progetto di 250 chilometri orari, la linea di 318 chilometri ha ridotto il tempo di percorrenza tra Harbin e Yichun da circa sette ore a sole due. Si prevede che il servizio ferroviario efficiente e comodo agevolerà la libera circolazione di talenti, passeggeri, materiali e tecnologie, promuovendo lo sviluppo regionale coordinato nello Heilongjiang e creando un corridoio fondamentale per lo sviluppo di alta qualità della regione.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: l’alta velocità Harbin-Yichun favorisce lo sviluppo dello Heilongjiang (1)

Cina: l’alta velocità Harbin-Yichun favorisce lo sviluppo dello Heilongjiang (1)

HARBIN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Una foto aerea, scattata da un drone il 25 settembre 2026, mostra un treno proiettile della ferrovia ad alta velocità Harbin-Yichun durante una corsa di prova attraverso la città di Yichun, nella provincia nord-orientale cinese dello Heilongjiang.

La ferrovia, la più settentrionale della Cina, che attraversa una regione caratterizzata da permafrost discontinuo nello Heilongjiang, è entrata ufficialmente in servizio il 28 settembre. Con una velocità di progetto di 250 chilometri orari, la linea di 318 chilometri ha ridotto il tempo di percorrenza tra Harbin e Yichun da circa sette ore a sole due. Si prevede che il servizio ferroviario efficiente e comodo agevolerà la libera circolazione di talenti, passeggeri, materiali e tecnologie, promuovendo lo sviluppo regionale coordinato nello Heilongjiang e creando un corridoio fondamentale per lo sviluppo di alta qualità della regione.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: Anhui, contea di Changfeng promuove sviluppo del settore delle sementi (3)

Cina: Anhui, contea di Changfeng promuove sviluppo del settore delle sementi (3)

HEFEI (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Un membro del personale controlla la crescita di frutta e verdura in una serra automatizzata presso la Anhui Jianghuai Horticulture Seeds Co., Ltd., nella contea di Changfeng, a Hefei, nella provincia orientale cinese dell’Anhui, il 13 ottobre 2026.

Changfeng si sta impegnando a promuovere lo sviluppo delle proprie principali imprese sementiere attraverso un sostegno politico e finanziario. Ha inoltre istituito una piattaforma per promuovere la formazione di una filiera industriale integrata che comprende la selezione, la moltiplicazione e la commercializzazione delle sementi.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: Anhui, contea di Changfeng promuove sviluppo del settore delle sementi (2)

Cina: Anhui, contea di Changfeng promuove sviluppo del settore delle sementi (2)

HEFEI (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Alcuni membri del personale controllano la crescita di frutta e verdura in una serra automatizzata presso la Anhui Jianghuai Horticulture Seeds Co., Ltd., nella contea di Changfeng, a Hefei, nella provincia orientale cinese dell’Anhui, il 13 ottobre 2026.

Changfeng si sta impegnando a promuovere lo sviluppo delle proprie principali imprese sementiere attraverso un sostegno politico e finanziario. Ha inoltre istituito una piattaforma per promuovere la formazione di una filiera industriale integrata che comprende la selezione, la moltiplicazione e la commercializzazione delle sementi.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: Anhui, contea di Changfeng promuove sviluppo del settore delle sementi (1)

Cina: Anhui, contea di Changfeng promuove sviluppo del settore delle sementi (1)

HEFEI (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Un membro del personale controlla la crescita di frutta e verdura in una serra automatizzata presso la Anhui Jianghuai Horticulture Seeds Co., Ltd., nella contea di Changfeng, a Hefei, nella provincia orientale cinese dell’Anhui, il 13 ottobre 2026.

Changfeng si sta impegnando a promuovere lo sviluppo delle proprie principali imprese sementiere attraverso un sostegno politico e finanziario. Ha inoltre istituito una piattaforma per promuovere la formazione di una filiera industriale integrata che comprende la selezione, la moltiplicazione e la commercializzazione delle sementi.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: aperto al traffico nuovo ponte al confine con Repubblica popolare democratica di Corea su fiume Yalu

Cina: aperto al traffico nuovo ponte al confine con Repubblica popolare democratica di Corea su fiume Yalu

SHENYANG (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Ieri è stato ufficialmente aperto al traffico il nuovo ponte tra la Cina e la Repubblica popolare democratica di Corea (RPDC) sul fiume Yalu, con le due parti che hanno tenuto congiuntamente una cerimonia di inaugurazione per questa arteria transfrontaliera.

Il ponte strallato sul fiume Yalu funge da collegamento di trasporto transfrontaliero tra la città di Dandong, nella provincia nord-orientale cinese del Liaoning, e la città di Sinuiju, nella provincia del Pyongan settentrionale, nella RPDC.

Il ponte, dotato di due piloni e due piani di stralli, presenta un impalcato largo 28,5 metri, progettato con quattro corsie per il traffico bidirezionale, mentre il suo spazio libero per la navigazione è progettato per consentire il passaggio di imbarcazioni fino alla classe delle 3.000 tonnellate.

Il nuovo ponte agevolerà ulteriormente il commercio e gli scambi tra le popolazioni dei due Paesi, ha dichiarato la portavoce del ministero cinese degli Esteri Mao Ning.

La Cina e la RPDC sono Paesi vicini e amici, e sono collegati da montagne e fiumi: il nuovo ponte rappresenta un’importante infrastruttura per la connettività tra i due Paesi, ha osservato Mao durante un regolare briefing con la stampa.

Dandong ospita il più grande valico commerciale di frontiera della Cina con la RPDC. Prima della costruzione del nuovo ponte stradale, il ponte sul fiume Yalu, noto anche come Ponte dell’Amicizia Cina-RPDC, fungeva da collegamento misto stradale e ferroviario. Il vecchio ponte, tuttavia, poteva consentire soltanto il transito stradale a senso unico di camion di peso non superiore a 20 tonnellate.

Nel 2010, la Cina e la RPDC hanno concordato di costruire un nuovo ponte stradale a valle di quello esistente.

– Foto Xinhua –

(ITALPRESS).

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Gasolio fuorilegge al distributore, sequestro di 6.400 litri nel Vibonese

Gasolio fuorilegge al distributore, sequestro di 6.400 litri nel Vibonese

VIBO VALENTIA (ITALPRESS) – Oltre 6.400 litri di gasolio sequestrati, per un valore commerciale di circa 15.500 euro, e un impianto di carburanti finito sotto sigilli. E’ il bilancio di un’operazione congiunta condotta dalla Guardia di Finanza di Vibo Valentia e dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) per contrastare le irregolarità nella vendita di carburanti sul territorio provinciale.
I controlli, che hanno interessato sei distributori stradali, sono stati eseguiti con il supporto del Laboratorio Mobile dell’ADM per verificare la qualità dei prodotti erogati direttamente dalle pompe. L’anomalia è emersa nell’impianto di Dasà, dove i primi test sul gasolio hanno rivelato un punto di infiammabilità pari a circa 50°C, al di sotto della soglia minima di 55°C stabilita dalla normativa vigente.
La conferma definitiva è arrivata dalle successive analisi di laboratorio, che hanno registrato un valore di 49,5°C. I finanzieri e il personale dell’ADM hanno quindi fatto scattare il sequestro preventivo d’urgenza di 6.444 litri di gasolio per autotrazione e del serbatoio da 15 metri cubi (del valore di circa 10.000 euro) che lo conteneva, impedendone l’immissione sul mercato. L’operazione è stata segnalata alla Procura della Repubblica di Vibo Valentia per l’ipotesi di reato di frode nell’esercizio del commercio. Gli investigatori sono ora al lavoro per ricostruire la filiera di approvvigionamento del carburante non a norma e individuare le relative responsabilità.

– Foto: Ufficio stampa Guardia di Finanza –

(ITALPRESS).

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Enav “Riduzione del traffico aereo per anomalie alla rete di trasmissione dati”

Enav “Riduzione del traffico aereo per anomalie alla rete di trasmissione dati”

ROMA (ITALPRESS) – ENAV informa che nella notte sono state riscontrate anomalie sulla rete geografica di trasmissione dati a supporto dei servizi di controllo del traffico aereo sull’intero territorio nazionale. “Grazie all’attivazione dei sistemi di contingency previsti – si legge nella nota – ENAV ha garantito fino alle 6 di questa mattina la regolare gestione del traffico aereo, senza alcuna riduzione della capacità operativa. A partire dalle 6, in considerazione del progressivo aumento del traffico aereo e del persistere delle anomalie, per continuare a garantire la massima sicurezza delle operazioni sono state introdotte misure di regolazione dei flussi, che comportano una temporanea riduzione della capacità di gestione degli aeromobili nello spazio aereo italiano. Le verifiche tecniche, tuttora in corso, hanno individuato l’origine delle anomalie nella rete di trasmissione dati. ENAV sta lavorando per individuare le cause e ripristinare la piena operatività dei sistemi. Si esclude che le anomalie siano riconducibili ad attività malevole”.

– Foto: Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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Sparatoria a scuola in Oregon, uccisi tre bambini e ucciso anche l’attentatore

Sparatoria a scuola in Oregon, uccisi tre bambini e ucciso anche l’attentatore

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Tragedia a Bend, una cittadina dell’Oregon negli Stati Uniti. Un ragazzo di 16 anni ha sparato in una scuola elementare e il bilancio, ancora provvisorio, parla di quattro vittime, tra cui tre bambini di 5, 8 e 11 anni. Ucciso anche l’attentatore, colpito a morte
da una persona presente a scuola e armata. In quel monento i bambini della Silver Rail Elementary School, erano in parte alla mensa per il pranzo. Quando la polizia è arrivata l’aggressore era stato ucciso.

– Foto: Ipa Agency –

(ITALPRESS).

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Celta Vigo ribaltato, la Juve fa il bis in Europa League

Celta Vigo ribaltato, la Juve fa il bis in Europa League

VIGO (SPAGNA) (ITALPRESS) – Basta mezz’ora con le due punte, alla Juventus, per ribaltare il risultato e fare due su due in Europa League. I bianconeri proseguono a punteggio pieno e sconfiggono 2-1 il Celta Vigo, ottenendo una preziosa vittoria esterna. Spalletti cambia modulo e uomini, nel suo ritorno in Europa: sei novità nell’undici titolare, è 3-4-2-1 con Alajbegovic e Conceiçao a supportare Woltemade. Il Celta Vigo bussa per primo dalle parti di Vicario, col tiro non irresistibile di Swedberg, e i ritmi della sfida non sono elevati. Molta densità in campo, pochi spazi e tanta prudenza nei primi minuti, col Celta Vigo che è più efficace e passa al 18′. Merito di Javi Rueda, che buca la difesa della Juventus e propizia la rete di Hugo Alvarez: tocco da due passi e 1-0. I bianconeri sprecano subito con Koopmeiners, ma faticano a proporsi e si risvegliano solo nel finale di tempo: Conceiçao è pericoloso, alto il tiro di Woltemade. Nella ripresa Spalletti non tocca il suo undici in avvio, ma alza il baricentro di una Vecchia Signora che opta per un maggior possesso palla e trova gli esterni con più frequenza. Conceiçao si rende ancora pericoloso, ma per trovare il pari serve un “aiuto” del Celta Vigo: Marcos Alonso sbaglia e serve di fatto Woltemade col petto, l’ex Stoccarda non sbaglia e insacca all’angolino. Siamo dunque sull’1-1 al 59′ e Spalletti si gioca i due potenziali spacca-partita dalla panchina: dentro Kolo Muani e Nico Gonzalez per una Juventus con quattro riferimenti offensivi, che torna al 4-2-3-1. Nonostante queste mosse, la sfida si riaccende solo nel finale, quando il Celta termina le energie e alza bandiera bianca. Nico Gonzalez sfiora il gol-vittoria, che arriva però al 92′: Cambiaso pesca Kolo Muani, colpo di testa e nulla da fare per Radu. Le due punte funzionano e Spalletti sorride, con la Juve a quota 6 punti e prima nella League Phase. Ko bruciante per il Celta Vigo, che aveva fatto la partita per buona parte del tempo a Balaìdos, ma subisce la seconda sconfitta in Europa League.
– foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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L’Atalanta parte bene in Conference, battuto il Pafos 3-1

L’Atalanta parte bene in Conference, battuto il Pafos 3-1

BERGAMO (ITALPRESS) – L’Atalanta sorride anche in Europa. I nerazzurri vincono 3-1 contro il Pafos: le reti di Elmas, Raspadori e Scamacca – tutte nel primo tempo – hanno regalato alla Dea la vittoria nella prima giornata della league phase di Conference. Nel prossimo turno i bergamaschi affronteranno l’Ajax in trasferta (22 ottobre, ore 21) mentre domenica ci sarà la sfida di San Siro contro il Milan.
Le tante emergenze non hanno modificato l’assetto tattico della Dea, Sarri ha confermato il 4-2-3-1 proposto contro il Venezia: in avanti spazio a Scamacca (al posto di Krstovic) supportato da Elmas, Raspadori e Zalewski. In mediana si è rivisto Pasalic con la fascia di capitano. Il Pafos ha schierato un 4-3-3 in fase offensiva, con l’ex Chelsea David Luiz a guidare la difesa. I padroni di casa hanno impiegato 46″ per passare in vantaggio, un’azione sarriana col recupero palla di Raspadori sulla trequarti e l’assist per Scamacca, poi il velo per Elmas, libero di concludere a rete. La reazione cipriota è stata timida, quasi inesistente: al 17′ Zalewski si è procurato un rigore trasformato subito dopo da Raspadori (uscito poi per un problema fisico).
Il Pafos ha faticato a gestire il possesso, l’Atalanta ha affondato sia per vie centrali che sulle corsie esterne: al 44′ è arrivato il tris di Scamacca su suggerimento di De Ketelaere. Gli ospiti ci hanno provato su calcio di punizione con Dragomir, ma Carnesecchi ha deviato in corner.
Nella ripresa la Dea ha gestito il possesso del pallone abbassando i ritmi, il Pafos nonostante i due cambi iniziali non ha dato la svolta sperata al match: al 22′ della ripresa De Ketelaere è andato vicino al poker, il belga ci ha provato (senza successo) anche qualche minuto più tardi. L’unica nota stonata del match è stato il gol subito al 43′ del secondo tempo, con Biel che ha trovato la rete del definitivo 3-1.
– foto Image –
(ITALPRESS).

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L’Ocean Park di Hong Kong celebra i 50 anni con nuove strutture e iniziative

L’Ocean Park di Hong Kong celebra i 50 anni con nuove strutture e iniziative

HONG KONG (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – L’Ocean Park di Hong Kong martedì ha annunciato che celebrerà il suo 50esimo anniversario, che ricorrerà nel gennaio 2027, con nuove strutture dedicate alla cura degli animali, iniziative interne e celebrazioni in tutta la città.

Il parco inaugurerà un nuovo centro per la conservazione dei mammiferi marini a gennaio e un nuovo padiglione dedicato ai panda giganti nel terzo trimestre del prossimo anno.

Promuoverà inoltre iniziative con opere di artisti locali per attirare più visitatori.

Dopo 50 anni di fruttuoso impegno in queste attività, il parco continuerà a promuovere la sensibilizzazione alla conservazione della natura nelle scuole e ad avvicinare la natura alle comunità di Hong Kong, ha dichiarato Rosanna Law, segretaria per la cultura, lo sport e il turismo del governo della regione amministrativa speciale di Hong Kong.

Per contribuire a creare un archivio dei ricordi dell’ultimo mezzo secolo, tutti i residenti sono invitati a inviare fotografie e testi sul parco entro il 15 dicembre.
(ITALPRESS).
-Foto Xinhua-

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Show Cisse in Europa League, il Milan travolge il Salisburgo 4-0

Show Cisse in Europa League, il Milan travolge il Salisburgo 4-0

SALISBURGO (AUSTRIA) (ITALPRESS) – Il miglior Milan della stagione si impone con un netto 4-0 a Salisburgo e festeggia così la prima vittoria europea dell’anno. Sono una tripletta del gioiellino Cisse e una rete di Ramos a regalare i tre punti alla formazione di Amorim.
I rossoneri si fanno vedere già all’8′, quando Bartesaghi mette in mezzo un buon cross arretrato sul quale Rabiot impatta bene, ma un’involontaria deviazione di Cisse manda la palla fuori. I rossoneri spingono e al quarto d’ora passano meritatamente in vantaggio. Hutchinson crossa dalla destra e Cisse sbuca alle spalle di Camarda, anticipando il diretto marcatore e infilando il portiere con un preciso colpo di testa nell’angolino. L’occasione del raddoppio si presenta due minuti più tardi. Rabiot verticalizza per Loftus-Cheek che prova a saltare Zawieschitzky senza successo con uno scavetto, ma la sfera resta giocabile e Hutchinson va al tiro, trovando però Boma pronto a salvare i suoi sulla linea a portiere battuto. Il dominio continua e al 32′ arriva il 2-0. Rabiot pesca Bartesaghi in area con un preciso cambio di gioco e l’esterno mette al centro una palla perfetta di prima sulla quale si avventa nuovamente Cisse, che da due passi trafigge ancora Zawieschitzky di prima intenzione. Si va al riposo sul 2-0. Cisse è inarrestabile e al 4′ della ripresa firma una clamorosa tripletta. Rabiot se ne va in progressione sulla sinistra, entra in area e serve al centro un pallone perfetto per il giovane talento azzurro, che in scivolata mette dentro. Al 22′ ci vuole un miracolo di Zawieschitzky sul sinistro ravvicinato di Hutchinson per evitare il poker. Il 4-0 si concretizza ugualmente al 27′. Mazurek perde un pallone sanguinoso a ridosso del limite dell’area, Jashari glielo ruba e serve subito il neo entrato Ramos, che con il sinistro supera facilmente Zawieschitzky. L’unica nota stonata della serata per Maignan e compagni arriva al 38′, quando Terracciano viene giustamente espulso per un fallo fuori area da ultimo uomo ai danni di Schmid. Il risultato non cambierà più. Il Milan raccoglie così i primi tre punti della sua Europa League. Tra una settimana, sarà ospite del Bournemouth.
– foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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Sindaci italiani al Global Mayors Dialogue, “Esperienza cinese esemplare”

Sindaci italiani al Global Mayors Dialogue, “Esperienza cinese esemplare”

ZHENGZHOU (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Recentemente, Roberto Di Stefano, sindaco del comune italiano di Sesto San Giovanni, ha partecipato a una passeggiata per le vie di Luoyang, antica capitale di tredici dinastie cinesi. Edifici in stile antico si sono susseguiti davanti ai suoi occhi, spingendolo a scattare di continuo foto con il cellulare.

“Sebbene la città abbia attraversato cambiamenti culturali, gli elementi chiave che rappresentano il carattere e l’identità di Luoyang sono stati preservati”, ha affermato, elogiando l’approccio della città nel tramandare le tradizioni storiche e definendolo “degno di essere mostrato e promosso nel mondo”.

Dal 9 all’11 ottobre, a Luoyang, nella provincia centrale cinese dello Henan, si è tenuto il Global Mayors Dialogue 2026, dedicato al tema “Tramandare l’eredità delle antiche capitali e imparare reciprocamente dalle civiltà urbane”.

Sindaci e rappresentanti di diverse città italiane, tra cui Sesto San Giovanni, Bologna e Dolo, hanno visitato luoghi di interesse culturale locali per scambiare opinioni su temi quali la tutela del patrimonio culturale e la riqualificazione urbana.

Come preservare la memoria storica di una città, rivitalizzando al contempo gli antichi spazi urbani, è diventata una sfida comune per Cina e Italia, due Paesi con una lunga e ricca storia.

Yu Jie, responsabile dell’Istituto di ricerca delle Grotte di Longmen, ha affermato che, quando Luoyang pianificò un nuovo distretto industriale negli anni Cinquanta, scelse deliberatamente un’area lontana dal centro storico della città per evitare di danneggiare i resti archeologici. Negli ultimi anni, la città ha sviluppato parchi archeologici e musei dei siti archeologici, rendendo il proprio patrimonio storico più accessibile al pubblico.

Stefano Mazzetti, Capo di Gabinetto della Città metropolitana di Bologna, ha ricordato che i portici di Bologna sono stati inseriti nella Lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 2021. Queste strutture storiche non soltanto offrono riparo dal sole e dalla pioggia, ma collegano anche i singoli edifici e creano spazi pubblici condivisi per l’interazione quotidiana tra i residenti.

A suo avviso, il patrimonio culturale non dovrebbe essere costituito soltanto da edifici che i visitatori possono ammirare, ma dovrebbe diventare parte integrante della vita urbana. Preservare la cultura storica e uno sviluppo urbano moderno non sono in contraddizione. La chiave sta nel trovare un modo affinchè i due elementi si completino a vicenda.

Questo concetto si riflette chiaramente nei quartieri storici di Luoyang.

Al calare della sera, l’antica città di Luoyi si è illuminata di lanterne colorate. I visitatori, vestiti con abiti tradizionali in stile Han, hanno passeggiato per le strade, dove mostre dedicate al patrimonio culturale immateriale, spettacoli culturali e ristoranti caratteristici hanno creato un’atmosfera vivace.

Sia Bologna sia Luoyang stanno esplorando modi per integrare il patrimonio culturale nella vita moderna. Stefano Mazzetti ha affermato che la conservazione e lo sviluppo urbano richiedono di tenere pienamente conto delle opinioni dei cittadini, rendendo i residenti protagonisti attivi nella riqualificazione urbana.

Gli scambi tra antiche capitali non hanno soltanto creato visioni condivise, ma hanno anche generato una cooperazione concreta.

Il 9 ottobre, una delegazione di Dolo, comune della città metropolitana di Venezia, in Italia, ha visitato il Politecnico di Luoyang. Gianluigi Naletto, sindaco di Dolo, e Ren Yang, vice rettrice del Politecnico di Luoyang, hanno firmato un accordo di cooperazione a nome delle due parti. In base all’accordo, le due città approfondiranno la cooperazione nei settori dell’istruzione professionale, della conservazione del patrimonio culturale, dell’arte, del turismo culturale e in altri ambiti attraverso scambi di docenti e studenti, programmi di studio per i giovani e progetti pratici congiunti.

“Dolo e Luoyang possono fungere da modello da cui altre città storiche e culturali del mondo possono trarre insegnamento e ispirazione”. Gianluigi Naletto ha affermato che entrambe le città stanno esplorando come preservare la cultura storica, sviluppando al contempo un’economia basata sulla conoscenza e guardando al futuro.
(ITALPRESS).
-Foto Xinhua-

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Webuild: firmato contratto del tunnel subportuale di Genova, il più lungo d’Italia

Webuild: firmato contratto del tunnel subportuale di Genova, il più lungo d’Italia

ROMA (ITALPRESS) – E’ stato firmato oggi al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti il contratto da 803 milioni di euro tra Autostrade per l’Italia e Webuild per la realizzazione del Lotto B del tunnel subportuale di Genova, progetto del Gruppo Aspi che ridisegna la mobilità e l’aspetto paesaggistico dell’intera area portuale e del capoluogo ligure. La firma segue l’aggiudicazione dello scorso luglio ed è avvenuta alla presenza del Viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Edoardo Rixi, del Subcommissario per la Ricostruzione di Genova Carlo De Simone, dell’Amministratore delegato di Autostrade per l’Italia Arrigo Giana e dell’Amministratore delegato di Webuild Pietro Salini.
“La firma del contratto per il Lotto B è un passaggio concreto verso la realizzazione di un’opera strategica per Genova. Stiamo trasformando una visione attesa da anni in un’infrastruttura capace di migliorare la mobilità urbana, rafforzare la competitività del porto e restituire spazi alla città. Genova ha bisogno di opere realizzate, non di promesse: questo è il metodo con cui stiamo lavorando”, ha commentato il Viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi.
“La firma del contratto per il Lotto B segna un passo decisivo verso un’opera strategica che rafforzerà l’efficienza del porto e migliorerà la qualità della mobilità urbana – ha sottolineato il Subcommissario per la Ricostruzione di Genova, Carlo De Simone -. Nel frattempo, il lotto A si avvia verso il completamento con interventi strategici realizzati quali la Nuova Galleria Ferroviaria, il giro Lanterna, la nuova viabilità portuale, la realizzazione dello scolmatore del Rio San Bartolomeo. E’ la dimostrazione che a Genova le grandi opere si possono fare, con metodo, determinazione e attenzione al territorio. Come Struttura Commissariale assicureremo il massimo coordinamento con Autostrade per l’Italia, Webuild, il Comune di Genova e tutte le istituzioni coinvolte, perchè a un’opera che porterà nuova occupazione e restituirà alla città spazi e qualità urbana corrisponda un cantiere sicuro, trasparente e rispettoso della comunità”.
“Il tunnel subportuale – ha affermato l’Amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Arrigo Giana – è un’opera in cui si esprime al meglio la sinergia tra le varie competenze del nostro Gruppo. Da quella ingegneristica e progettuale di Tecne, fino alla capacità realizzativa di Amplia che ha completato in linea con il cronoprogramma e con la previsione di spesa tutte le attività della prima fase. Consegnare nei tempi previsti alla città di Genova un’infrastruttura unica nel Paese per complessità e visione paesaggistica è stato e continua ad essere per noi una priorità. Confidiamo che, con la fase che si apre oggi, si proceda con la stessa determinazione che ci ha accompagnati fin dalla nascita di questo progetto, segno tangibile del nostro impegno verso la città”.
“Portiamo a Genova il meglio dell’ingegneria italiana per realizzare il primo tunnel sottomarino del Paese, un’opera che rappresenta una sfida ingegneristica di altissimo livello – le parole di Pietro Salini, Amministratore Delegato di Webuild -. E’ la stessa eccellenza che abbiamo già messo al servizio della Liguria contribuendo a realizzare alcune delle opere più importanti per il futuro del Paese, destinate a cambiare strutturalmente la competitività del sistema logistico italiano. Dal Ponte Genova San Giorgio, nato da una straordinaria sfida collettiva, alla Nuova Diga Foranea, fino al Terzo Valico dei Giovi-Nodo di Genova e da oggi al Tunnel Subportuale, continuiamo a investire in competenze ingegneristiche, innovazione e capacità esecutiva per creare infrastrutture che generano valore duraturo per il territorio e rafforzano il ruolo di Genova quale porta strategica di accesso dell’Europa meridionale”.
Il tunnel subportuale è un’opera unica nel Paese per complessità ingegneristica. L’infrastruttura, progettata da Tecne, società di ingegneria del Gruppo Autostrade per l’Italia, prevede un tracciato di circa 4,2 chilometri, di cui oltre 3 chilometri costituiti da due gallerie separate, una per ogni direzione di marcia. Il tunnel, che collegherà il ponente e il levante cittadino, è stato concepito come un approccio altamente sostenibile sia in termini ambientali che sociali, configurandosi come un intervento di ricucitura e riqualificazione dell’area metropolitana e restituendo alla città 6 ettari di verde grazie al nuovo parco della Lanterna.
Il Lotto B comprenderà la realizzazione della parte centrale del tracciato, sviluppata sotto il porto e il tessuto urbano cittadino. Si tratta della sezione più complessa dell’intervento, che fa del tunnel subportuale una delle opere sotterranee più impegnative da realizzare in Italia. Per lo scavo, Webuild impiegherà una TBM con un diametro di circa 16 metri, tra le più grandi mai utilizzate nel Paese. E’ prevista la creazione di oltre 700 posti di lavoro tra diretti e di terzi.
La firma di oggi apre una nuova fase di lavorazioni, in continuità con le attività partite nel 2024 e affidate ad Amplia, società di costruzione del Gruppo Aspi. Nell’ambito del cosiddetto lotto A sono state infatti completate, oltre alle opere di demolizione e preparazione dell’area, anche una galleria ferroviaria di 410 metri, la nuova viabilità portuale e lo scolmatore del Fosso San Bartolomeo.

– foto ufficio stampa Webuild –
(ITALPRESS).

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Campioni delle due facce della Luna in mostra al 16esimo Airshow China

Campioni delle due facce della Luna in mostra al 16esimo Airshow China

PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Campioni lunari provenienti dal lato visibile e da quello nascosto della Luna saranno esposti alla 16esima edizione dell’Esposizione internazionale dell’aviazione e dell’aerospazio della Cina, nota anche come Airshow China, ha dichiarato martedì l’Amministrazione statale per la scienza, la tecnologia e l’industria per la difesa nazionale (SASTIND).

I visitatori potranno osservare da vicino le differenze tra i campioni lunari riportati dalla missione Chang’e-5 dal lato visibile della Luna e quelli riportati dalla missione Chang’e-6 dal lato nascosto, ha dichiarato Yi Lin, funzionaria della SASTIND, durante una conferenza stampa convocata a Pechino per annunciare i dettagli dell’esposizione.

Il salone è in programma dal 7 al 13 dicembre a Zhuhai, città costiera della provincia meridionale cinese del Guangdong.

Secondo Zhang Hu, vice governatore esecutivo del Guangdong, le dimensioni del salone di quest’anno sono state ampliate, con un’area espositiva al coperto di 135.000 metri quadrati. E’ prevista l’esposizione di oltre 3.000 articoli di equipaggiamento, di cui circa il 10% in anteprima.

Nell’area espositiva principale saranno presentati oltre 170 velivoli. Più di 1.100 imprese provenienti da quasi 50 Paesi e regioni si sono iscritte al salone, ha aggiunto Zhang.

Per la prima volta, il salone di quest’anno utilizzerà tre aree espositive: un’area centrale principale, un’area dedicata agli equipaggiamenti senza pilota e un’area per le attrezzature marittime.

Saranno esposti alcuni dei più recenti risultati raggiunti dalla Cina nello sviluppo aerospaziale. La China Aerospace Science and Technology Corporation porterà diversi modelli, tra cui quello del motore del primo stadio di un veicolo di lancio per carichi pesanti e la sonda principale di Tianwen-2. La Aero Engine Corporation of China esporrà quasi 90 tipi di motori aeronautici, materiali avanzati e altri prodotti.

E’ inoltre previsto un forum a margine dell’esposizione, con scambi tra operatori del settore su temi quali lo spazio commerciale, la medicina spaziale e la salute umana.

Quest’anno ricorre il 30esimo anniversario della fondazione dell’Airshow China. Dalla sua istituzione nel 1996, il salone è diventato un’importante vetrina per presentare tecnologie ed equipaggiamenti avanzati nei settori dell’aviazione e dell’aerospazio, sia nazionali che internazionali. E’ inoltre diventato una piattaforma internazionale per promuovere la cooperazione commerciale nel campo delle tecnologie e degli equipaggiamenti aeronautici e aerospaziali.
(ITALPRESS).
-Foto Xinhua-

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Suzuki Rally Cup 2026, a Sanremo l’ultima tappa

Suzuki Rally Cup 2026, a Sanremo l’ultima tappa

ROMA (ITALPRESS) – Cinque round in giro per l’Italia, su e giù lungo le prove speciali più difficili, spettacolari e combattute del continente, per arrivare a giocarsi a Sanremo l’ultimo round della Suzuki Rally Cup 2026. È stato uno spettacolo finora il trofeo promosso da Suzuki Italia e riservato alle Swift Sport Hybrid preparate per le competizioni, un botta e risposta continuo, uno scontro generazionale che ha portato fino in Liguria l’attesa per incoronare i nuovi vincitori.

La 73^ edizione del Rallye Sanremo sarà così l’ultimo grandioso atto della stagione, un ballo di fine anno che su oltre 150 km di prove di caratura mondiale, con il meteo sempre incerto e alcuni dei passaggi più leggendari del rallysmo italiano e non solo, farà calare il sipario su quest’annata dominata da Roberto Pellè.

Sarà infatti proprio l’esperto trentino della scuderia Destra4 a partire, affiancato da Luca Franceschini sulla prima Suzuki Swift Sport Hybrid gommata Extreme Tyres, con i favori del pronostico. Pellè già a Cassino aveva ipotecato la Suzuki Rally Cup, e di fatto a Sanremo dovrà gestire la gara arrivando al palco d’arrivo, affacciato sul mare, per poter festeggiare il successo e la tanto attesa vittoria nel monomarca.

La matematica tiene aggrappato alla speranza e alla velocità mostrata nell’ultima gara anche il giovane Jean Claude Vallino, navigato da Sandro Sanesi, che a quota 100 punti dista 30 lunghezze dai 130 di Pellè. Il torinese portacolori della Bluthunder Racing però vorrà comunque dimostrare di aver il passo per vincere, così come l’altro giovane arrembante Giovanni Villardi, in coppia con Fabio Andrian.

Villardi infatti è cresciuto esponenzialmente questa stagione, e con i colori della Alma Racing soprattutto nelle Power Stage punterà al tutto per tutto per dare prova del proprio percorso, e per andare a caccia del secondo posto e dei montepremi tuttora in palio. Occasione d’oro per portare a termine la miglior stagione nella Suzuki Rally Cup per l’equipaggio della famiglia Vitali, composto da Stefano e Maurizio, alfieri della scuderia Calibra e quarti in classifica a 73 punti con ben tre podi in cinque gare.

Stagione che è tornata a crescere fino al 4° posto al Lazio anche per i portacolori della BS Sport, Nicola Guerrato e Pietro Bergamelli, che vorranno chiudere l’anno nel migliore dei modi.

Obiettivo massimizzare l’esperienza e la crescita del 2026 invece per Giorgio Basso Corradi, affiancato da Nicolò Ventoso per la scuderia Promotor, mentre dopo diverse uscite positive vorrà alzare l’asticella Marco Scalzotto con Mattia Benedet.

Torna in gara dopo Alba poi il giovane Andrea La Cola, navigato da Mattia Verrando, mentre chiudono l’elenco iscritti dell’ultimo atto della Suzuki Rally Cup Edoardo Sala con Andrea Sala e Lorenzo Olivieri con Lucrezia Viotti, entrambi a caccia di riscatto e conferme.

-Foto ufficio stampa Suzuki-
(ITALPRESS).

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Cina: inaugurato nuovo ponte al confine con DPRK sul fiume Yalu (2)

Cina: inaugurato nuovo ponte al confine con DPRK sul fiume Yalu (2)

DANDONG (CINA) (XINHUA) – Questa foto, scattata il 14 ottobre 2026, mostra una veduta del nuovo ponte tra Cina e Repubblica popolare democratica di Corea (DPRK) sul fiume Yalu. La nuova infrastruttura è stata ufficialmente aperta al traffico oggi, con entrambe le parti che hanno tenuto congiuntamente una cerimonia di inaugurazione di questa arteria transfrontaliera.

-Foto Xinhua-

(XINHUA)

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Cina: inaugurato nuovo ponte al confine con DPRK sul fiume Yalu (1)

Cina: inaugurato nuovo ponte al confine con DPRK sul fiume Yalu (1)

DANDONG (CINA) (XINHUA) – Questa foto, scattata il 14 ottobre 2026, mostra una veduta del nuovo ponte tra Cina e Repubblica popolare democratica di Corea (DPRK) sul fiume Yalu. La nuova infrastruttura è stata ufficialmente aperta al traffico oggi, con entrambe le parti che hanno tenuto congiuntamente una cerimonia di inaugurazione di questa arteria transfrontaliera.

-Foto Xinhua-

(XINHUA)

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Scuola, in Sicilia oltre 4mila tra studenti e docenti agli Stati Generali

Scuola, in Sicilia oltre 4mila tra studenti e docenti agli Stati Generali

PALERMO (ITALPRESS) – “La scuola siciliana è viva e gode di sana e robusta costituzione”. A tirare le fila della due giorni degli Stati Generali dell’Istruzione a Palermo, è l’assessore regionale all’Istruzione e Formazione professionale, Mimmo Turano: “Un bilancio positivo di un’iniziativa che ha visto la partecipazione di migliaia di persone tra studenti e docenti, provenienti da tutta la Sicilia. Erano 25 anni che non si celebravano gli Stati generali della scuola siciliana e di questo sono particolarmente orgoglioso – ha detto dal palco del Cinema De Seta ai Cantieri culturali alla Zisa -. Dal percorso di ascolto di questo viaggio nei territori, culminato in questa manifestazione, sono emerse tantissime idee e necessità per la scuola siciliana: dai condizionatori negli istituti, che stiamo già finanziando nella legge di variazione di bilancio in discussione all’Ars, agli sportelli di ascolto e supporto psicologico degli studenti a scuola, ai quali lavoreremo insieme all’Università di Palermo – ha sottolineato l’assessore -. Tra le proposte anche l’idea di raccontare la storia del professore Sebastiano Tusa, archeologo siciliano tragicamente scomparso nel 2019, attraverso un lungometraggio per le scuole”.
Promossi dall’assessorato regionale dell’Istruzione e della Formazione professionale in collaborazione con l’Ufficio scolastico regionale per la Sicilia e da INDIRE (Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa), gli Stati Generali hanno registrato una partecipazione straordinaria: più di 4 mila persone tra studenti e docenti arrivati da ogni angolo della Sicilia per dare voce a idee, sogni e necessità concrete.
Protagonisti dell’iniziativa sono stati gli studenti, che hanno potuto partecipare a laboratori creativi e esperienziali, mentre l’artista Igor Scalisi Palminteri ha realizzato un murales nell’ambito del progetto @LabSchool contro le dipendenze giovanili. Spazio anche all’innovazione e all’intelligenza artificiale con gli studenti che hanno potuto vivere un’esperienza immersiva muniti di visori e misurarsi con le nuove frontiere della robotica. Docenti e dirigenti scolastici sono stati impegnati, invece, in attività formative.
Il dibattito ai Cantieri Culturali ha visto una stretta e proficua interazione con le istituzioni europee, rappresentate da Vito Borrelli, vicecapo della rappresentanza della Commissione Europea in Italia, che ha sottolineato “l’importanza del dialogo con i giovani per capire le loro aspettative e presentare le molteplici opportunità del programma Erasmus, che da oltre dieci anni si è aperto anche alle scuole, alla formazione professionale, alla gioventù, al volontariato e allo sport, offrendo borse di studio e percorsi di volontariato sia dentro che fuori l’Ue, per promuovere valori fondamentali quali pace, democrazia e rispetto”.
Una sinergia rimarcata da Sara Pagliai, coordinatrice dell’Agenzia nazionale Erasmus+ INDIRE, che ha annunciato un piano d’azione innovativo per il territorio: “Per noi è fondamentale essere stati in un evento di questa portata per raccontare quali sono le opportunità del programma Erasmus. Inoltre, alcuni fondi che la Regione ha a disposizione tramite il Fondo sociale europeo saranno utilizzati per accrescere le opportunità di Erasmus e permettere a un numero sempre più grande di ragazzi, studenti e docenti di potersi esprimere”.
A tracciare la rotta per i prossimi anni è stato il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale (USR) per la Sicilia, Filippo Serra: “Gli Stati Generali rappresentano un’importante occasione per valorizzare i risultati raggiunti e riflettere sulle prospettive della scuola siciliana – ha spiegato -. L’impegno del ministero dell’Istruzione e del Merito e dell’Ufficio scolastico regionale ha contribuito a consolidare un’offerta formativa ampia e diversificata. Su queste basi, possiamo guardare a nuove opportunità di sviluppo, valutando anche la creazione di poli specialistici territoriali che, attraverso la condivisione di competenze e risorse, consentano di qualificare ulteriormente i percorsi di studio, valorizzando le vocazioni dei territori e i talenti dei nostri giovani”.
Sul palco Salvo Piparo, con un reading in dialetto siciliano; Luca Abete, comunicatore e autore, che ha tenuto un incontro dedicato al coraggio, alla fiducia nelle proprie capacità e alla possibilità di trasformare difficoltà e insuccessi in opportunità; Stefania Petyx che ha dato voce ai ragazzi per raccontare il territorio e Raffaele Di Placido che si è soffermato sul contrasto alla dispersione scolastica e sull’importanza di creare ambienti educativi stimolanti.
A chiudere la seconda giornata degli Stati Generali dell’Istruzione, prevista per stasera, sarà il concerto acustico del cantautore palermitano Davide Shorty, una festa in musica per celebrare il futuro della scuola e del territorio.
-foto ufficio stampa Stati Generali Istruzione –
(ITALPRESS).

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Cina: MOC, disposti a promuovere commercio di beni a duplice uso con l’UE

PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – La Cina è pronta a collaborare con l’Unione europea (UE) per continuare a valorizzare il ruolo del meccanismo di dialogo sul controllo delle esportazioni e promuovere lo sviluppo del commercio bilaterale di beni a duplice uso, come dichiarato oggi da un portavoce del ministero del Commercio (MOC).

Il portavoce del ministero He Yadong ha rilasciato queste dichiarazioni durante una regolare conferenza stampa, rispondendo a una domanda dei media sulle licenze di esportazione di terre rare verso l’UE.

La Cina è disposta a continuare ad agevolare l’approvazione di tali licenze e auspica che l’UE offra agevolazioni per la risoluzione reciproca dei principali casi relativi alle licenze riguardanti la Cina nel settore dei beni a duplice uso, ha concluso He.

(ITALPRESS).

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Cina: 70 anni di Fiera di Canton, focus su innovazione e IA nel commercio globale

Cina: 70 anni di Fiera di Canton, focus su innovazione e IA nel commercio globale

GUANGZHOU (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – La 140esima edizione della China Import and Export Fair, nota anche come Fiera di Canton, ha aperto oggi a Guangzhou, capoluogo della provincia meridionale cinese del Guangdong, con oltre 30.000 aziende espositrici e circa 340.000 acquirenti stranieri attesi.

Considerata un barometro e un indicatore del commercio estero cinese, la fiera di quest’anno celebra il suo 70esimo anniversario, all’insegna di innovazione, tecnologie intelligenti, maggiore specializzazione e qualità superiore.

La Fiera di Canton è una delle poche piattaforme commerciali al mondo che offrono, in un unico luogo, una gamma completa di prodotti, garantendo comodità ed efficienza e riunendo al contempo i prodotti e le tecnologie più recenti.

Circa il 64% degli espositori applica nuove tecnologie come l’Internet industriale e l’intelligenza artificiale (IA). I prodotti innovativi e quelli ecologici rappresentano rispettivamente il 23,2% e il 26% degli articoli esposti, raggiungendo in entrambi i casi livelli record, e si terranno oltre 700 eventi di lancio di nuovi prodotti.

La fiera ha ulteriormente migliorato le proprie operazioni digitali e intelligenti, introducendo per la prima volta 22 scenari applicativi intelligenti e 16 applicazioni basate sull’IA, mentre il sistema di navigazione tra gli stand copre ora l’intera sede espositiva. “Abbiamo sempre collaborato con espositori e acquirenti per sostenere congiuntamente il sistema commerciale multilaterale e promuovere la creazione di un’economia mondiale aperta”, ha dichiarato Zhu Yong, direttrice del Centro cinese per il commercio estero.

La 140esima edizione si svolgerà in tre fasi a Guangzhou dal 15 ottobre fino al 4 novembre.

Negli ultimi 70 anni, la Fiera di Canton è diventata il più grande e longevo evento commerciale internazionale della Cina, con la gamma di prodotti più completa, il maggior numero di acquirenti e il più elevato volume di transazioni.

-Foto Xinhua-

(ITALPRESS)

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Funzionari italiani, esperienza cinese in tutela di antiche capitali è esemplare

Funzionari italiani, esperienza cinese in tutela di antiche capitali è esemplare

ZHENGZHOU (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Recentemente, Roberto Di Stefano, sindaco del comune italiano di Sesto San Giovanni, ha partecipato a una passeggiata per le vie di Luoyang, antica capitale di tredici dinastie cinesi. Edifici in stile antico si sono susseguiti davanti ai suoi occhi, spingendolo a scattare di continuo foto con il cellulare.

“Sebbene la città abbia attraversato cambiamenti culturali, gli elementi chiave che rappresentano il carattere e l’identità di Luoyang sono stati preservati”, ha affermato, elogiando l’approccio della città nel tramandare le tradizioni storiche e definendolo “degno di essere mostrato e promosso nel mondo”.

Dal 9 all’11 ottobre, a Luoyang, nella provincia centrale cinese dello Henan, si è tenuto il Global Mayors Dialogue 2026, dedicato al tema “Tramandare l’eredità delle antiche capitali e imparare reciprocamente dalle civiltà urbane”.

Sindaci e rappresentanti di diverse città italiane, tra cui Sesto San Giovanni, Bologna e Dolo, hanno visitato luoghi di interesse culturale locali per scambiare opinioni su temi quali la tutela del patrimonio culturale e la riqualificazione urbana.

Come preservare la memoria storica di una città, rivitalizzando al contempo gli antichi spazi urbani, è diventata una sfida comune per Cina e Italia, due Paesi con una lunga e ricca storia.

Yu Jie, responsabile dell’Istituto di ricerca delle Grotte di Longmen, ha affermato che, quando Luoyang pianificò un nuovo distretto industriale negli anni Cinquanta, scelse deliberatamente un’area lontana dal centro storico della città per evitare di danneggiare i resti archeologici. Negli ultimi anni, la città ha sviluppato parchi archeologici e musei dei siti archeologici, rendendo il proprio patrimonio storico più accessibile al pubblico.

Stefano Mazzetti, Capo di Gabinetto della Città metropolitana di Bologna, ha ricordato che i portici di Bologna sono stati inseriti nella Lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 2021. Queste strutture storiche non soltanto offrono riparo dal sole e dalla pioggia, ma collegano anche i singoli edifici e creano spazi pubblici condivisi per l’interazione quotidiana tra i residenti.

A suo avviso, il patrimonio culturale non dovrebbe essere costituito soltanto da edifici che i visitatori possono ammirare, ma dovrebbe diventare parte integrante della vita urbana. Preservare la cultura storica e uno sviluppo urbano moderno non sono in contraddizione. La chiave sta nel trovare un modo affinché i due elementi si completino a vicenda.

Questo concetto si riflette chiaramente nei quartieri storici di Luoyang.

Al calare della sera, l’antica città di Luoyi si è illuminata di lanterne colorate. I visitatori, vestiti con abiti tradizionali in stile Han, hanno passeggiato per le strade, dove mostre dedicate al patrimonio culturale immateriale, spettacoli culturali e ristoranti caratteristici hanno creato un’atmosfera vivace.

Sia Bologna sia Luoyang stanno esplorando modi per integrare il patrimonio culturale nella vita moderna. Stefano Mazzetti ha affermato che la conservazione e lo sviluppo urbano richiedono di tenere pienamente conto delle opinioni dei cittadini, rendendo i residenti protagonisti attivi nella riqualificazione urbana.

Gli scambi tra antiche capitali non hanno soltanto creato visioni condivise, ma hanno anche generato una cooperazione concreta.

Il 9 ottobre, una delegazione di Dolo, comune della città metropolitana di Venezia, in Italia, ha visitato il Politecnico di Luoyang. Gianluigi Naletto, sindaco di Dolo, e Ren Yang, vice rettrice del Politecnico di Luoyang, hanno firmato un accordo di cooperazione a nome delle due parti. In base all’accordo, le due città approfondiranno la cooperazione nei settori dell’istruzione professionale, della conservazione del patrimonio culturale, dell’arte, del turismo culturale e in altri ambiti attraverso scambi di docenti e studenti, programmi di studio per i giovani e progetti pratici congiunti.

“Dolo e Luoyang possono fungere da modello da cui altre città storiche e culturali del mondo possono trarre insegnamento e ispirazione”. Gianluigi Naletto ha affermato che entrambe le città stanno esplorando come preservare la cultura storica, sviluppando al contempo un’economia basata sulla conoscenza e guardando al futuro.

-Foto Xinhua-

(ITALPRESS)

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Maderna (Anama) “Cargo aereo, l’Italia perde traffico a vantaggio di altri Paesi”

Maderna (Anama) “Cargo aereo, l’Italia perde traffico a vantaggio di altri Paesi”

MILANO (ITALPRESS) – Le nuove tariffe sui pacchi extra-Ue rischiano di penalizzare ulteriormente il cargo aereo italiano, già alle prese con il rallentamento dell’e-commerce e le difficoltà legate alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. A lanciare l’allarme è Paolo Maderna, presidente di ANAMA, l’Associazione Nazionale Agenti Merci Aeree, intervistato da Italpress. “Anche solo l’annuncio dei 2 euro di handling iniziali, fatto alla fine dell’anno scorso, aveva già portato una riduzione di più del 30% del traffico in Italia”, sottolinea Maderna. “Molti traffici sono stati dirottati, quindi il sistema Italia ha perso traffico”. A preoccupare è anche l’introduzione di ulteriori costi. Il presidente di ANAMA ricorda che un primo dazio di 3 euro è già entrato in vigore il 31 luglio, mentre a novembre è previsto l’arrivo di altri 2 euro di handling fee a livello europeo. “La nostra speranza è che questo non sia solo un problema italiano, ma sia un problema europeo”, afferma Maderna, evidenziando come alcuni Paesi che ancora non applicano queste misure stiano beneficiando dei flussi di merce dirottati dall’Italia. Il 2026 sta segnando una battuta d’arresto dopo un 2025 positivo, quasi oltre le aspettative iniziali. A incidere sono stati soprattutto la contrazione dell’e-commerce e le tensioni geopolitiche. Le difficoltà del trasporto marittimo hanno però favorito, almeno in parte, il ricorso all’aereo. “Il cargo aereo viene visto un pò come una rotta rifugio, appunto, per le tensioni geopolitiche attuali”, spiega Maderna. ANAMA rappresenta circa 300 aziende, tutti gli agenti IATA italiani. Un settore strategico per il valore delle merci movimentate. Se il trasporto aereo incide per circa il 5% sul totale delle merci trasportate in Italia, il valore dei beni movimentati supera il 35%. “La merce di valore viaggia sicuramente via aerea, quindi questo è un asset importante del sistema Italia”, rimarca il presidente dell’associazione. Tra le priorità per rafforzare la competitività del comparto c’è anche la modernizzazione degli scali. “Digitalizzare di più” è la richiesta rivolta agli aeroporti italiani, per migliorare lo scambio di informazioni con gli operatori, ridurre i tempi di attesa e rendere più efficienti le procedure. Maderna richiama inoltre la necessità di potenziare le strutture dedicate alle merci sensibili, in particolare quelle farmaceutiche, per garantire una migliore gestione della catena del freddo. “Purtroppo il cargo viene visto da parte degli investitori degli aeroporti non come il settore nel quale investire di più perchè gli aeroporti vivono di passeggeri. E il cargo ne risente”, conclude. (ITALPRESS).

-Foto Italpress-

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FAO: capo economista invita alla cooperazione globale sulla sicurezza alimentare

FAO: capo economista invita alla cooperazione globale sulla sicurezza alimentare

ROMA (XINHUA/ITALPRESS) – L’aumento dei prezzi, più che la carenza di cibo, rappresenta attualmente il rischio maggiore per la sicurezza alimentare globale, ha riferito un esperto delle Nazioni Unite (ONU) in una recente intervista a Xinhua.

Intervenendo alla vigilia del Forum mondiale dell’alimentazione, il capo economista dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) Maximo Torero ha chiesto un migliore coordinamento e una maggiore innovazione per rendere i sistemi agroalimentari più resilienti agli shock.

I prezzi dei generi alimentari includono ora un “premio per il rischio”, ha dichiarato Torero, e aumentano non perché il cibo scarseggi, ma perché i mercati temono future carenze.

Le interruzioni nello Stretto di Hormuz, una rotta utilizzata per il trasporto di fino al 30% dei fertilizzanti commercializzati a livello internazionale, le nuove restrizioni alle spedizioni di cereali nel Mar Nero e una probabilità del 90% che si verifichi un forte El Niño stanno tutti contribuendo ad aumentare i rischi, ha spiegato.

La pressione è già evidente. L’Indice FAO dei prezzi alimentari, un parametro di riferimento per i prezzi internazionali delle materie prime alimentari, si è attestato in media a 136,0 punti a settembre, in aumento dell’1,5% rispetto ad agosto e del 5,8% rispetto a un anno prima.

Torero ha dichiarato che la situazione è più complessa rispetto al 2022, quando altri esportatori riuscirono a compensare rapidamente la perdita dei cereali ucraini. L’approvvigionamento del 25-30% dei fattori di produzione agricola è ora soggetto a restrizioni e occorrono dai cinque ai dieci anni per creare nuova capacità produttiva di fertilizzanti.

Gli agricoltori stanno utilizzando meno urea, il che potrebbe ridurre le rese future, e stanno passando dalle coltivazioni di grano e mais a quelle di soia. Con l’aumento dei costi di trasporto e le restrizioni anche alla navigazione attraverso il Canale di Panama e il Mar Rosso, “ci stiamo muovendo verso un mondo in cui ci si prepara a ogni eventualità”, ha dichiarato.

Le scorte globali di cereali restano comunque abbondanti, ha affermato Torero, con la FAO che prevede un rapporto tra scorte e consumo del 31,7% per la stagione 2026/27. Il problema più urgente è l’accessibilità economica degli alimenti: i primi a essere colpiti saranno i Paesi importatori netti di prodotti alimentari in Africa, alcuni in Asia e i piccoli Stati insulari in via di sviluppo.

Poiché occorrono dai tre ai sei mesi prima che i costi delle materie prime si riflettano sui prezzi al dettaglio, i consumatori ne avvertiranno l’impatto a partire dalla fine di quest’anno. Il mondo non si trova ancora in una crisi alimentare, ma la situazione si sta lentamente deteriorando, ha avvertito Torero.

L’esperto ha sottolineato che la Cina, il maggiore produttore e consumatore mondiale di prodotti alimentari e uno dei principali importatori, si sta preparando ad affrontare i rischi sia naturali sia geopolitici diversificando le importazioni, mantenendo aperto il proprio mercato e migliorando la gestione delle scorte.

Le esportazioni cinesi di urea stanno contribuendo a ridurre i prezzi, ha osservato, esprimendo l’auspicio che questo trend continui ed esortando i principali produttori e importatori a non distorcere i mercati né a limitare le esportazioni dei fattori di produzione agricola.

Per rafforzare la resilienza, Torero ha chiesto un coordinamento più stretto tra banche di sviluppo, istituzioni finanziarie e donatori. Ha inoltre sollecitato maggiori investimenti in alternative ai fertilizzanti, come l’ammoniaca verde, in un uso più efficiente dei fertilizzanti, nelle energie rinnovabili per l’agricoltura e in previsioni più accurate.

La sua posizione richiama il tema del Forum mondiale dell’alimentazione 2026, “Innovare oggi. Nutrire domani”. Il suo evento principale, attualmente in corso presso la sede della FAO a Roma dall’8 al 16 ottobre, riunisce giovani, scienziati e investitori, con 38 Paesi che presentano opportunità di investimento.

Il sistema agroalimentare ha resistito a ripetuti shock negli ultimi anni, ma “c’è un limite alla resilienza”, ha sottolineato Torero. Mentre non è possibile evitare El Niño, i conflitti possono essere evitati e “in questo momento dobbiamo monitorare ogni rischio”, ha dichiarato l’esperto.

-Foto Xinhua-

(ITALPRESS)

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Caravaggio e gli 80 anni della Repubblica Italiana in mostra a New York

Caravaggio e gli 80 anni della Repubblica Italiana in mostra a New York

NEW YORK (ITALPRESS) – Un Caravaggio mai esposto prima negli Stati Uniti e gli ottant’anni della Repubblica italiana celebrati nel Paese che festeggia il 250° anniversario della propria indipendenza. L’Istituto Italiano di Cultura di New York ha inaugurato mercoledì sera, davanti a un pubblico numerosissimo che ha riempito completamente la sala, due mostre dedicate a momenti fondamentali dell’identità italiana: Maria Maddalena in estasi e 1946: The Birth of the Republic.
A presentarle il direttore dell’Istituto, Claudio Pagliara, insieme al console generale Giuseppe Pastorelli e al vicepresidente della Camera dei Deputati Giorgio Mulè. Presenti anche l’ambasciatore italiano alle Nazioni Unite Giorgio Marrapodi e il presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga.
«Due momenti di trasformazione e rinnovamento», li ha definiti Pagliara, sottolineando come arte e storia possano raccontare l’Italia contemporanea.
Pastorelli ha svelato il retroscena dell’arrivo del Caravaggio a Manhattan. Il dipinto si trovava a Berlino ed era destinato a Guadalajara, in Messico, per un’esposizione collegata alla grande fiera internazionale del libro, dove l’Italia sarà protagonista. Durante il trasferimento, grazie a un’intuizione di Pietro Folena e dell’organizzazione Metamorfosi, si è presentata l’opportunità di una tappa americana.
«Sono occasioni che non si possono perdere», ha spiegato il console, evidenziando l’importanza della collaborazione tra Consolato, Istituto di Cultura, istituzioni e imprese italiane per realizzare iniziative altrimenti impossibili.
Il momento centrale della serata è stato l’intervento di Mulè, che ha collegato le due esposizioni attraverso il valore della cultura come strumento di diplomazia.
«La cultura è la più alta espressione della nostra identità e una delle maggiori risorse nelle relazioni internazionali», ha affermato, ricordando che gli Istituti Italiani di Cultura non promuovono soltanto arte, letteratura e musica, ma favoriscono il dialogo tra popoli.
Soffermandosi sulla Maddalena in estasi, attribuita a Caravaggio dalla storica dell’arte Mina Gregori nel 2014, Mulè ha invitato a riscoprire il valore della contemplazione. In un’epoca dominata dalla produzione frenetica di immagini, fermarsi davanti a un solo dipinto significa vivere un’esperienza emotiva e intellettuale profonda.
Il vicepresidente della Camera ha descritto la Maddalena con la testa reclinata, gli occhi chiusi e le lacrime sul volto: un’immagine nella quale «il dolore incontra l’abbandono spirituale». Non una semplice scena religiosa, ma la rappresentazione di un’esperienza interiore universale.
Passando alla mostra sulla nascita della Repubblica, Mulè ha proposto un parallelo tra la storia costituzionale italiana e quella americana, richiamando Thomas Jefferson e i principi di libertà, democrazia e ricerca della felicità della Dichiarazione d’indipendenza del 1776.
Ha quindi ricordato il lavoro dell’Assemblea Costituente italiana, dove generazioni e culture politiche differenti riuscirono a costruire insieme le fondamenta democratiche del Paese. Particolare attenzione è stata dedicata alle donne e a Teresa Mattei, tra le protagoniste di quella stagione.
Il passaggio più significativo ha riguardato Giorgio La Pira, futuro sindaco di Firenze, e un episodio del dicembre 1947, durante le ultime discussioni sulla Costituzione. Il deputato cattolico propose di inserire nel testo un preambolo che richiamasse esplicitamente Dio.
Per Mulè, quell’episodio rappresenta lo spirito della Costituente: la capacità di ascoltare posizioni diverse, confrontarsi e trovare un consenso politico rispettoso delle minoranze e del dialogo tra maggioranza e opposizione.
«We the People», recita il preambolo della Costituzione americana. «La sovranità appartiene al popolo», stabilisce quella italiana. Due formule che, ha osservato Mulè, esprimono un fondamento comune: la libertà e la democrazia appartengono ai cittadini.
Pastorelli ha inoltre annunciato una prossima iniziativa alle Nazioni Unite, con Fedriga e la rappresentanza italiana, dedicata al ruolo di Trieste come centro internazionale della ricerca scientifica. Al centro, l’esperienza del Centro internazionale di fisica teorica, nato anche grazie all’impegno del premio Nobel Abdus Salam, esempio di cooperazione scientifica aperta ai ricercatori del Sud globale.
In chiusura Pagliara ha ricordato che le celebrazioni americane proseguiranno con un omaggio a un italiano legato a Jefferson e ai principi di uguaglianza.
La serata è proseguita con il taglio del nastro e la visita alle due esposizioni.
-foto xo9/Italpress
(ITALPRESS).

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Kallas “Sull’Ucraina l’Ue ha un approccio diverso dagli Usa”

Kallas “Sull’Ucraina l’Ue ha un approccio diverso dagli Usa”

BRUXELLES (BELGIO) (ITALPRESS) – L’Unione europea “ha un approccio diverso” dagli Stati Uniti rispetto alla guerra in Ucraina. Lo ha dichiarato l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue, Kaja Kallas. “Pensiamo che occorra fare pressione sull’aggressore, perchè ponga fine al conflitto, e non sulla vittima perchè si arrenda”, ha detto Kallas parlando con i giornalisti prima dell’inizio dei lavori del Consiglio europeo.
(ITALPRESS).
-Foto Ipa Agency-

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Engineering lancia EngSure, piattaforma agentica per la cybersicurezza

Engineering lancia EngSure, piattaforma agentica per la cybersicurezza

ROMA (ITALPRESS) – In occasione della partecipazione al Digital Innovation Forum 2026, Engineering lancia EngSure, la nuova piattaforma agentica di cybersecurity che utilizza l’Intelligenza Artificiale per rafforzare la difesa degli asset digitali delle organizzazioni e proteggere l’ecosistema AI lungo tutto il suo ciclo di vita.
L’Intelligenza Artificiale sta trasformando profondamente lo scenario della sicurezza informatica: da una parte rende gli attacchi più rapidi, credibili e scalabili; dall’altra introduce nuovi elementi da proteggere, come modelli, dati, prompt, agenti, applicazioni e workflow integrati nei processi aziendali. La crescente autonomia dei sistemi AI, capaci di accedere a informazioni, utilizzare strumenti e avviare operazioni, apre poi una nuova sfida: non soltanto assicurarne le performance e proteggerli dalle minacce, ma anche mantenerne il controllo, garantendo che l’AI operi entro limiti definiti, sotto supervisione e in condizioni di sicurezza.
EngSure risponde a questa evoluzione integrando in un’unica piattaforma due esigenze complementari: utilizzare l’AI per aumentare la velocità e l’efficacia della difesa informatica e, allo stesso tempo, proteggere e governare l’AI stessa. La soluzione crea infatti le condizioni di fiducia necessarie per affidare agli agenti AI attività rilevanti e accompagnarne l’adozione nei processi operativi di imprese e Pubbliche Amministrazioni.
In concreto, la piattaforma può correlare segnali provenienti da fonti diverse per riconoscere e contenere più rapidamente un attacco esterno, come un accesso anomalo o un tentativo di compromissione dei dati (phishing o furti di credenziali); allo stesso modo, può rilevare se un agente AI prova a consultare dati o attivare operazioni fuori dal proprio perimetro autorizzato, bloccandolo o richiedendo l’intervento umano. Combinando automazione e competenze specialistiche, EngSure rende così modelli, dati e agenti AI sicuri, osservabili e governabili, prevedendo livelli di supervisione coerenti con il rischio e mantenendo le decisioni sotto la responsabilità delle persone.
Durante il suo intervento al panel dedicato ad AI, cybersecurity e crittografia post-quantum, l’AD di Engineering Aldo Bisio ha spiegato: “La cybersicurezza è una condizione imprescindibile per la competitività e per la fiducia nell’innovazione digitale. Con IS-IA abbiamo definito il nostro approccio a un’Intelligenza Artificiale governabile, trasparente e sicura, che consente alle organizzazioni di mantenere il controllo su dati, modelli, infrastrutture e processi. EngSure completa questa strategia, estendendone i principi alla cybersicurezza e proteggendo l’AI quando entra concretamente nei processi aziendali”.
EngSure si inserisce nella strategia IS-IA, l’architettura di Engineering che consente a imprese e Pubbliche Amministrazioni di orchestrare e governare l’intero ciclo di vita dell’AI, integrando EngGPT 2 e mantenendo l’interoperabilità con modelli e piattaforme differenti.
EngSure completa questa architettura estendendone i principi alla cybersicurezza attraverso un framework di agenti AI proprietari, coordinati in quattro moduli specializzati: SHIELD monitora continuamente modelli, agenti e applicazioni AI in produzione, rileva anomalie e attacchi specifici e supporta le attività di risposta e contenimento; PROBE simula attacchi e comportamenti avversari per individuare vulnerabilità e verificare la resilienza dei sistemi prima e durante il loro utilizzo;
CERTIS trasforma controlli, test ed evidenze tecniche in informazioni utilizzabili per governance, audit e compliance;
PROVENANCE analizza provenienza, qualità e affidabilità di dati e modelli, supportandone la valutazione del rischio nei diversi contesti applicativi.
EngSure porta questi controlli direttamente nei processi operativi dei clienti e trasforma test ed evidenze tecniche in informazioni utilizzabili per governance, audit e compliance. La piattaforma consente inoltre di definire e verificare il perimetro operativo degli agenti AI, assicurando che agiscano entro autorizzazioni e livelli di supervisione prestabiliti. EngSure accompagna così l’AI dalla sperimentazione all’impiego operativo, con responsabilità definite e condizioni di sicurezza che ne rendono possibile l’adozione su scala.
Se IS-IA permette di costruire, orchestrare e governare l’ecosistema AI dell’organizzazione, EngSure ne orchestra la difesa. Engineering porta sicurezza e governance dentro i processi concreti delle organizzazioni: dalla progettazione dei sistemi AI alla verifica prima del rilascio, fino alla sorveglianza continua durante il loro utilizzo.
In linea con IS-IA, EngSure abilita inoltre un approccio alla cybersecurity modulare, interoperabile e proporzionato. La piattaforma può essere adottata progressivamente e operare con modelli, framework e infrastrutture differenti, applicando livelli di sicurezza, governance e controllo coerenti con il caso d’uso, i requisiti normativi e il profilo di rischio dell’organizzazione.
-foto ufficio stampa Engineering-
(ITALPRESS).

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Cina: razzo Zhuque-2E colloca 10 satelliti nello spazio (2)

Cina: razzo Zhuque-2E colloca 10 satelliti nello spazio (2)

JIUQUAN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Un razzo vettore Zhuque-2E Y4, che trasporta 10 satelliti, decolla dalla zona pilota per l’innovazione spaziale commerciale di Dongfeng, nel nord-ovest della Cina, il 14 ottobre 2026. Il lancio è stato effettuato ieri con successo. Il razzo è decollato alle 19:40 (ora di Pechino) e ha collocato 10 satelliti nelle orbite prestabilite. La missione sperimentale di volo è stata dichiarata un completo successo.

-Foto Xinhua-

(ITALPRESS).

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Cina: a Macao il 19esimo Festival culturale e turistico di A-Ma (3)

Cina: a Macao il 19esimo Festival culturale e turistico di A-Ma (3)

MACAO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Degli artisti si esibiscono durante la cerimonia di apertura della 19esima edizione del Festival culturale e turistico di A-Ma a Macao, nella Cina meridionale, il 13 ottobre 2026. Una statua di Mazu, una divinità cinese del mare, è stata portata in processione per le strade della regione amministrativa speciale cinese di Macao, in occasione dell’apertura dell’evento. Alla cerimonia di apertura presso il Villaggio culturale di A-Ma sono seguiti riti tradizionali in onore della dea, mentre la processione si è svolta nel pomeriggio. Il festival presenta l’artigianato tradizionale tipico della provincia orientale cinese del Fujian. Una mostra inaugurata lunedì ha esposto 56 opere, tra cui ceramiche, sculture in legno e oggetti laccati.

-Foto Xinhua-

(ITALPRESS).

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Cina: a Macao il 19esimo Festival culturale e turistico di A-Ma (2)

Cina: a Macao il 19esimo Festival culturale e turistico di A-Ma (2)

MACAO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Degli artisti eseguono la danza del leone durante la cerimonia di apertura della 19esima edizione del Festival culturale e turistico di A-Ma a Macao, nella Cina meridionale, il 13 ottobre 2026. Una statua di Mazu, una divinità cinese del mare, è stata portata in processione per le strade della regione amministrativa speciale cinese di Macao, in occasione dell’apertura dell’evento. Alla cerimonia di apertura presso il Villaggio culturale di A-Ma sono seguiti riti tradizionali in onore della dea, mentre la processione si è svolta nel pomeriggio. Il festival presenta l’artigianato tradizionale tipico della provincia orientale cinese del Fujian. Una mostra inaugurata lunedì ha esposto 56 opere, tra cui ceramiche, sculture in legno e oggetti laccati.

-Foto Xinhua-

(ITALPRESS).

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Cina: a Macao il 19esimo Festival culturale e turistico di A-Ma (1)

Cina: a Macao il 19esimo Festival culturale e turistico di A-Ma (1)

MACAO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – La cerimonia di apertura della 19esima edizione del Festival culturale e turistico di A-Ma si svolge a Macao, nella Cina meridionale, il 13 ottobre 2026. Una statua di Mazu, una divinità cinese del mare, è stata portata in processione per le strade della regione amministrativa speciale cinese di Macao, in occasione dell’apertura dell’evento. Alla cerimonia di apertura presso il Villaggio culturale di A-Ma sono seguiti riti tradizionali in onore della dea, mentre la processione si è svolta nel pomeriggio. Il festival presenta l’artigianato tradizionale tipico della provincia orientale cinese del Fujian. Una mostra inaugurata lunedì ha esposto 56 opere, tra cui ceramiche, sculture in legno e oggetti laccati.

-Foto Xinhua-

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Agroalimentare, l’Italia protagonista a SIAL Paris 2026

Agroalimentare, l’Italia protagonista a SIAL Paris 2026

PARIGI (FRANCIA) (ITALPRESS) – L’eccellenza agroalimentare italiana torna protagonista a SIAL Paris 2026, uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati al food & beverage, in programma dal 17 al 21 ottobre a Paris Nord Villepinte. L’area espositiva italiana organizzata, prodotta e coordinata da Universal Marketing riunirà oltre 200 aziende italiane e sette Regioni tra la Hall 1 e la Hall 5A, offrendo una rappresentazione ampia e articolata del sistema agroalimentare italiano. L’area sarà una delle principali vetrine dedicate al Made in Italy agroalimentare all’interno di SIAL Paris, offrendo alle imprese un’importante occasione di incontro con buyer, distributori e operatori provenienti dai mercati internazionali. Universal Marketing, agente esclusivo per l’Italia del SIAL Group, cura l’organizzazione, la produzione e il coordinamento dell’area nell’ambito della consolidata collaborazione con il network SIAL.
Tra le novità dell’edizione 2026 ci sarà Tuttopizza International, un progetto sviluppato in partnership da Comexposium, Regione Campania e Universal Marketing che porta all’interno di SIAL un’area interamente dedicata alla pizza italiana, alla sua filiera e alla cultura che rappresenta nel mondo.
La partecipazione italiana a Parigi vedrà anche la presenza di rappresentanti istituzionali delle Regioni e dei distretti coinvolti, tra cui Sicilia, Calabria, Campania, Molise, Lazio e Sardegna, rafforzando un progetto che mette insieme imprese e territori con l’obiettivo di sostenere la presenza e la competitività del food italiano sui mercati internazionali.
“L’Italia è da tempo partner di SIAL, a Parigi e nel mondo, anche quest’anno sarà il primo Paese espositore a SIAL Paris, con complessivamente 729 aziende italiane presenti alla manifestazione – ha detto Jean-Gabriel Mollard, Direttore di SIAL Paris -. La nostra partnership globale con Universal Marketing porta grandi aziende alle nostre fiere e quest’anno, grazie alla nostra collaborazione, ospiteremo per la prima volta Tutto Pizza International durante il SIAL di Parigi, mettendo in luce sia il settore della pizza che il savoir-faire napoletano”.
“Anche quest’anno è per noi un grande piacere portare a SIAL Paris una rappresentanza così ampia delle eccellenze agroalimentari italiane – ha sottolineato Donato Cinelli, Presidente di Universal Marketing e agente unico per l’Italia del SIAL Network -. L’appuntamento di Parigi è particolarmente sentito dalle nostre aziende e dai territori perchè rappresenta un momento di confronto diretto con i principali mercati internazionali. Come Universal Marketing lavoriamo perchè l’area espositiva italiana che organizziamo, produciamo e coordiniamo riesca a raccontare la ricchezza e la varietà del nostro sistema agroalimentare, valorizzando le singole imprese e, allo stesso tempo, l’identità dei territori da cui provengono”.

– credit foto: GP Communications North America INC. –
(ITALPRESS).

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Cina: campioni delle due facce della Luna in mostra al 16esimo Airshow China

Cina: campioni delle due facce della Luna in mostra al 16esimo Airshow China

PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Campioni lunari provenienti dal lato visibile e da quello nascosto della Luna saranno esposti alla 16esima edizione dell’Esposizione internazionale dell’aviazione e dell’aerospazio della Cina, nota anche come Airshow China, ha dichiarato martedì l’Amministrazione statale per la scienza, la tecnologia e l’industria per la difesa nazionale (SASTIND).

I visitatori potranno osservare da vicino le differenze tra i campioni lunari riportati dalla missione Chang’e-5 dal lato visibile della Luna e quelli riportati dalla missione Chang’e-6 dal lato nascosto, ha dichiarato Yi Lin, funzionaria della SASTIND, durante una conferenza stampa convocata a Pechino per annunciare i dettagli dell’esposizione.

Il salone è in programma dal 7 al 13 dicembre a Zhuhai, città costiera della provincia meridionale cinese del Guangdong.

Secondo Zhang Hu, vice governatore esecutivo del Guangdong, le dimensioni del salone di quest’anno sono state ampliate, con un’area espositiva al coperto di 135.000 metri quadrati. È prevista l’esposizione di oltre 3.000 articoli di equipaggiamento, di cui circa il 10% in anteprima.

Nell’area espositiva principale saranno presentati oltre 170 velivoli. Più di 1.100 imprese provenienti da quasi 50 Paesi e regioni si sono iscritte al salone, ha aggiunto Zhang.

Per la prima volta, il salone di quest’anno utilizzerà tre aree espositive: un’area centrale principale, un’area dedicata agli equipaggiamenti senza pilota e un’area per le attrezzature marittime.

Saranno esposti alcuni dei più recenti risultati raggiunti dalla Cina nello sviluppo aerospaziale. La China Aerospace Science and Technology Corporation porterà diversi modelli, tra cui quello del motore del primo stadio di un veicolo di lancio per carichi pesanti e la sonda principale di Tianwen-2. La Aero Engine Corporation of China esporrà quasi 90 tipi di motori aeronautici, materiali avanzati e altri prodotti.

È inoltre previsto un forum a margine dell’esposizione, con scambi tra operatori del settore su temi quali lo spazio commerciale, la medicina spaziale e la salute umana.

Quest’anno ricorre il 30esimo anniversario della fondazione dell’Airshow China. Dalla sua istituzione nel 1996, il salone è diventato un’importante vetrina per presentare tecnologie ed equipaggiamenti avanzati nei settori dell’aviazione e dell’aerospazio, sia nazionali che internazionali. È inoltre diventato una piattaforma internazionale per promuovere la cooperazione commerciale nel campo delle tecnologie e degli equipaggiamenti aeronautici e aerospaziali.

-Foto Xinhua-

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Cina: Hong Kong, Ocean Park celebrerà 50 anni con nuove strutture e celebrazioni

Cina: Hong Kong, Ocean Park celebrerà 50 anni con nuove strutture e celebrazioni

HONG KONG (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – L’Ocean Park di Hong Kong martedì ha annunciato che celebrerà il suo 50esimo anniversario, che ricorrerà nel gennaio 2027, con nuove strutture dedicate alla conservazione degli animali, iniziative interne e celebrazioni in tutta la città.

Il parco inaugurerà un nuovo centro per la conservazione dei mammiferi marini a gennaio e un nuovo padiglione dedicato ai panda giganti nel terzo trimestre del prossimo anno.

Esso promuoverà inoltre iniziative con opere di artisti locali per attirare più visitatori.

Dopo 50 anni di fruttuoso impegno in queste attività, il parco continuerà a promuovere la sensibilizzazione alla conservazione della natura nelle scuole e ad avvicinare la natura alle comunità di Hong Kong, ha dichiarato Rosanna Law, segretaria per la cultura, lo sport e il turismo del governo della regione amministrativa speciale di Hong Kong.

Per contribuire a creare un archivio dei ricordi dell’ultimo mezzo secolo, tutti i residenti sono invitati a inviare fotografie e testi sul parco entro il 15 dicembre.

-Foto Xinhua-

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Cina: ministro Esteri incontra omologo russo Sergei Lavrov

BAKU (AZERBAIJAN) (XINHUA/ITALPRESS) – Ieri il ministro cinese degli Esteri Wang Yi ha incontrato il ministro russo degli Esteri Sergei Lavrov a Baku. Wang, anche membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista cinese, si è congratulato con la Russia per il positivo svolgimento delle elezioni per la Duma di Stato.

I presidenti dei due Paesi hanno tenuto incontri fruttuosi a maggio e agosto, orientando il continuo sviluppo ad alto livello del partenariato strategico globale di coordinamento tra Cina e Russia per una nuova era, ha affermato.

Ricordando che la Riunione dei leader economici dell’APEC si terrà il mese prossimo a Shenzhen, in Cina, Wang ha espresso fiducia nel fatto che, con il sostegno della Russia e delle altre parti, l'”Anno della Cina” dell’APEC produrrà risultati fruttuosi e che tutte le parti lavoreranno insieme per dare nuovo slancio allo storico processo di creazione di una comunità dell’Asia-Pacifico e per imprimere un forte impulso allo sviluppo e alla cooperazione nella regione.

Wang ha affermato che il continente eurasiatico è vasto e ospita civiltà diverse e che i Paesi della regione aspirano a mantenere la pace e la stabilità e ad approfondire il coordinamento multilaterale.

In vista del prossimo vertice della Conferenza sulle misure di interazione e rafforzamento della fiducia in Asia (CICA), la Cina è pronta a collaborare strettamente con i membri della CICA, tra cui la Russia, per mettere in pratica un autentico multilateralismo e contribuire al miglioramento della governance globale, ha dichiarato Wang.

Lavrov ha affermato che, sotto la guida strategica dei due capi di Stato, Russia e Cina hanno continuato a promuovere le relazioni bilaterali e la cooperazione in vari settori, ottenendo risultati fruttuosi che rispondono agli interessi fondamentali di entrambi i Paesi.

La Russia sostiene pienamente la Cina nell’organizzazione di una riunione di successo dei leader economici dell’APEC, ha dichiarato Lavrov. Sottolineando che Russia e Cina condividono posizioni simili sugli affari internazionali, Lavrov ha affermato che la Russia è pronta a rafforzare ulteriormente il coordinamento con la Cina nell’ambito di organismi multilaterali come le Nazioni Unite, il G20, l’APEC e il gruppo BRICS, e a sostenere congiuntamente l’equità e la giustizia internazionali.

Le due parti hanno inoltre coordinato le rispettive posizioni sugli scambi di alto livello tra Cina e Russia e sulle principali questioni internazionali e regionali di interesse comune, raggiungendo nuovi consensi.

(ITALPRESS).

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Ucraina, Tajani “All’Europa serve un portavoce comune”

Ucraina, Tajani “All’Europa serve un portavoce comune”

BRUXELLES (ITALPRESS) – “L’importante è che l’Europa abbia un portavoce abilitato a trattare a nome e per conto dell’intera Unione” sull’Ucraina. “Serve che l’Europa, per contare di più, abbia un portavoce di tutti. L’importante è che lo si decida in termini rapidi”. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a margine del prevertice del Ppe a Bruxelles.
“La figura può essere di diverso tipo, possono essere un gruppo di Stati, può essere una persona: l’importante è che ci sia una posizione univoca, perchè altrimenti la politica europea apparirebbe debole”. Alla domanda se il ruolo possa essere svolto dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, risponde: “E’ una figura autorevole”, “può essere lui, può essere un’altra persona, l’importante è che ci sia. Il problema è che deve essere fatta una scelta condivisa e chi parla deve parlare a nome per conto di tutti”.
-foto Ipa Agency-
(ITALPRESS).

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Bankitalia, Panetta “Le tensioni geopolitiche frenano lo sviluppo”

Bankitalia, Panetta “Le tensioni geopolitiche frenano lo sviluppo”

ROMA (ITALPRESS) – “Le tensioni geopolitiche, i conflitti e la frammentazione economica stanno assumendo un ruolo sempre più determinante nell’economia globale. Nel 2026, le nuove interruzioni delle forniture di energia e fertilizzanti, nonchè delle reti logistiche, hanno alimentato l’inflazione, indebolito la fiducia e limitato i consumi. Gli effetti ricadono in misura sproporzionata sulle economie emergenti e in via di sviluppo (EMDE), le cui limitate riserve di bilancio e finanziarie, insieme alla minore diversificazione delle fonti energetiche, ne riducono la capacità di assorbire gli shock. Di conseguenza, in diversi Paesi i progressi sul fronte dello sviluppo hanno subito una battuta d’arresto, mettendo a rischio risultati conseguiti con grande fatica”. Lo afferma il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta al 114mo incontro del Development Committee della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale a Bangkok.
“In questo contesto – aggiunge – il nostro Collegio elettorale sostiene fermamente il Gruppo della Banca mondiale (WBG) nei suoi sforzi volti a sviluppare soluzioni e strumenti innovativi per sradicare la povertà e promuovere lo sviluppo attraverso una crescita inclusiva, la creazione di posti di lavoro, gli investimenti nel capitale umano e nelle infrastrutture, un migliore accesso ai finanziamenti e sistemi di protezione sociale solidi. L’azione per il clima, il buon governo, la trasparenza e la parità di genere dovrebbero essere integrati in tutte le strategie e nella loro attuazione. Il multilateralismo e la cooperazione internazionale restano essenziali per conseguire progressi duraturi”.
-foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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IGEA assume 14 operai a tempo indeterminato, Cani “Risorsa strategica per la Regione Sardegna”

IGEA assume 14 operai a tempo indeterminato, Cani “Risorsa strategica per la Regione Sardegna”

CAGLIARI (ITALPRESS) – Igea S.p.A., la società in house della Regione Sardegna impegnata nella gestione, custodia e realizzazione degli interventi di messa in sicurezza e riassetto ambientale delle aree minerarie dismesse di competenza regionale, ha indetto una selezione pubblica, per titoli ed esami, per l’assunzione di 14 unità di personale nella categoria contrattuale operaio, con contratto a tempo pieno e indeterminato. La selezione si inserisce nel percorso di rafforzamento organizzativo della società, in coerenza con le Linee guida del Piano industriale 2025-2029, recentemente approvate, che delineano nuovi obiettivi strategici e prospettive di ampliamento delle attività aziendali. “Igea rappresenta una risorsa strategica per la Regione Sardegna, non soltanto per il lavoro fondamentale che svolge nella messa in sicurezza e nella riqualificazione delle aree minerarie dismesse, ma anche in vista delle nuove opportunità che si stanno delineando per il nostro territorio”, dichiara l’assessore dell’Industria, Emanuele Cani. “Il progetto dell’Einstein Telescope – sottolinea – comincia a prendere forma e richiede una visione di lungo periodo, capacità operative e competenze adeguate per affrontare le sfide che si prospettano. In questo contesto, il rafforzamento di Igea e la valorizzazione delle sue professionalità possono contribuire al percorso di sviluppo della Sardegna, mettendo a disposizione del territorio un patrimonio di competenze ed esperienza nella gestione ambientale e nella conoscenza dei siti minerari”.

“L’ampliamento dell’organico risponde alla necessità di rafforzare la struttura operativa di Igea e a sviluppare nuovi ambiti di intervento”, afferma l’amministratore unico di Igea S.p.A., Salvatore Mattana. “Le Linee guida del Piano industriale 2025-2029 – spiega – indicano un percorso di crescita che richiede risorse umane adeguate, professionalità qualificate e una maggiore capacità di intervento sul territorio. Con questa selezione intendiamo investire sulle competenze e sulla solidità organizzativa della società, creando le condizioni per rispondere in modo efficace alle responsabilità attuali e ai nuovi obiettivi strategici”. Il bando prevede l’assunzione di sette operatori ambientali polivalenti, di cui sei con sede di lavoro a Iglesias, nella località di Miniera Campo Pisano, e uno a Lula, presso la Miniera di Sos Enattos. È inoltre prevista l’assunzione, con sede a Iglesias, di un manutentore meccanico con competenze da motorista, elettrauto o carrozziere auto e di un operaio conduttore mezzi. Completano il quadro delle assunzioni due manutentori meccanici saldo carpentieri e due manutentori elettrici ed elettronici in possesso della qualifica PES, con sedi di lavoro a Iglesias e Lula, oltre a un manutentore elettrico ed elettronico con qualifica PAV, destinato alla sede di Lula.

Le domande di partecipazione dovranno essere presentate entro il 13 novembre 2026, secondo le modalità e i requisiti indicati nel bando ufficiale. Il testo integrale dell’avviso e tutte le informazioni relative alla procedura selettiva sono disponibili sul sito istituzionale di Igea S.p.A. al seguente indirizzo: http://www.igeaspa.it/it/bando_detail.wp?contentId=BND6978.

– foto ufficio stampa Regione Sardegna –

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Il Papa ha trascorso bene la notte al Gemelli

Il Papa ha trascorso bene la notte al Gemelli

ROMA (ITALPRESS) – “Il Papa ha trascorso bene la notte in ospedale, si è alzato e ha fatto colazione”. E’ l’aggiornamento della Sala Stampa della Santa Sede, sulle condizioni di salute di Papa Leone XIV ricoverato al Policlinico Gemelli dopo l’operazione del 13 ottobre per la rimozione totale di un adenocarcinoma polmonare.
-foto Ipa Agency-
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Clamorosa rimonta del Real all’Olimpico, Roma sconfitta per 4-3

Clamorosa rimonta del Real all’Olimpico, Roma sconfitta per 4-3

ROMA (ITALPRESS) – Nel giorno del ritorno di Josè Mourinho all’Olimpico, tre calci d’angolo nel finale condannano la Roma alla prima sconfitta in Champions e nella stagione. La squadra di Gasperini sfiora l’impresa contro il Real Madrid, ma subisce la beffa della rimonta dal 3-1 al 3-4 contro i Galacticos. Quella che sembrava essere la serata perfetta, si trasforma in un incubo per i giallorossi che perdono anche per infortunio Manu Kone, mentre Paulo Dybala e Matias Soulè sono usciti acciaccati. E’ un colpo difficile da digerire per la Roma che si illude con la doppietta di Malen e il vantaggio iniziale di De Roon in uno stadio che ha dedicato la più calorosa delle accoglienze allo Special One. Nel primo tempo la formazione di Gasperini fa la partita, completando più passaggi (264 a 220) e affacciandosi più volte dalle parti del portiere. L’infortunio muscolare di Kone costringe però i giallorossi a cambiare dinamiche di gioco, pur senza rinunciare a costruire con coraggio. Anche con Pisilli in campo la Roma palleggia bene e pressa con meccanismi consolidati. L’1-0 giallorosso al 20′ nasce da uno scambio di compiti. Dybala fa il De Roon e recupera un pallone in zona offensiva. E poi è De Roon a fare il Dybala scagliando dal limite dell’area la conclusione di prima intenzione che sorprende Courtois anche grazie ad una deviazione di Rudiger. La rete del vantaggio giallorosso dura però pochissimo. E al 25′ Mbappè – alla presenza numero 100 in Champions League – punisce la prima disattenzione giallorossa: Hermoso sbaglia l’intervento e spalanca un corridoio al francese che lascia partire un tiro deviato quel che basta da Mancini per mettere fuori gioco Gollini. All’intervallo si ferma anche Dybala a causa di un risentimento muscolare. Al suo posto tocca a Rodrigo Mora, a cui bastano sei minuti per incidere. Dopo l’ennesimo recupero alto della Roma, il giovane portoghese serve col contagiri Malen che a tu per tu con Courtois non sbaglia (ancora con la complicità di una sporcatura). Sei minuti dopo la Roma firma il tris. Stavolta l’assist è di Soulè. Ciò che non cambia è la freddezza di Malen che fulmina ancora Courtois. Per Letexier è fuorigioco, ma il Var fa esultare ancora una volta l’Olimpico. Mourinho corre ai ripari. Fuori uno spento Vinicius, dentro Endrick, obiettivo di mercato dei giallorossi in passato. Nel giro di due minuti la Roma rovina la sua partita perfetta sugli sviluppi di un calcio d’angolo. E’ proprio Endrick a colpire di testa in entrambi i casi: nel primo caso Gollini devia sui piedi dell’altro neo entrato Espì che riapre tutto, nel secondo gonfia direttamente la rete con lo stacco aereo. E infine è l’ex Rudiger a punire Gollini per il terzo calcio d’angolo consecutivo. I calci piazzati erano l’arma segreta della Roma di Mourinho. Così lo Special One ha punito la sua ex squadra. La gara dei sentimenti finisce con le lacrime dei tifosi giallorossi.
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La Cina presenta un piano per l’innovazione sci-tech del settore ferroviario

La Cina presenta un piano per l’innovazione sci-tech del settore ferroviario

PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – La Cina, che gestisce la più grande rete ferroviaria ad alta velocità al mondo, ha pubblicato un piano per l’innovazione scientifica e tecnologica nel settore ferroviario per il periodo del 15esimo Piano quinquennale (2026-2030).
Il piano delinea i compiti principali nei settori della ricerca di base e delle tecnologie di frontiera, della costruzione ingegneristica, delle attrezzature tecniche, dei servizi di trasporto, delle ferrovie digitali e intelligenti, della sicurezza e dello sviluppo sostenibile e a basse emissioni di carbonio.

Il documento, pubblicato recentemente dall’Amministrazione ferroviaria nazionale (NRA), propone di istituire sostanzialmente, entro il 2030, un sistema di innovazione scientifica e tecnologica che guidi la modernizzazione ferroviaria.

Nel periodo 2026-2030, la Cina prevede di costruire circa 30 nuove basi per l’innovazione scientifica e tecnologica dell’industria ferroviaria sotto la supervisione della NRA, di realizzare progressi decisivi in almeno 100 tecnologie fondamentali chiave e di ottenere non meno di 500 importanti risultati scientifici e tecnologici.

Il Paese prevede inoltre almeno 20 scenari applicativi tipici o progetti dimostrativi in ambiti quali il sistema operativo dei treni ad alta velocità da 400 km/h.

Per quanto riguarda le attrezzature tecniche, il piano propone di portare avanti in modo costante e ordinato la ricerca sulla tecnologia dei treni a levitazione magnetica ad alta velocità da 600 km/h, nonchè i test e la verifica delle tecnologie chiave per la produzione nazionale.

Nel settore dei servizi di trasporto, il piano promuoverà l’aggiornamento della piattaforma ufficiale di biglietteria 12306, trasformandola da un servizio dedicato esclusivamente all’acquisto di biglietti a un sistema di servizi smart che copre l’intero viaggio, fornendo soluzioni di spostamento intermodali integrate che rispondano con precisione alle esigenze “personalizzate, differenziate e diversificate” dei passeggeri.

Secondo il piano, la Cina accelererà la realizzazione di modelli di grandi dimensioni, set di dati e infrastrutture di capacità di calcolo nel settore ferroviario e istituirà almeno 20 set di dati settoriali di alta qualità e oltre 20 scenari applicativi tipici dell’intelligenza artificiale.
Per quanto riguarda lo sviluppo sostenibile e a basse emissioni di carbonio, il piano prevede la promozione dell’esercizio dimostrativo di locomotive diesel a basse emissioni e a basso consumo di carburante, nonchè di locomotive e materiale rotabile alimentati da più fonti energetiche, come batterie e idrogeno, l’istituzione e il perfezionamento di un sistema di gestione delle emissioni di carbonio e il raggiungimento del picco delle emissioni complessive di carbonio del settore ferroviario entro il 2030.
(ITALPRESS).
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Nicola è il nuovo allenatore del Venezia, contratto fino a giugno 2028

Nicola è il nuovo allenatore del Venezia, contratto fino a giugno 2028

VENEZIA (ITALPRESS) – E’ Davide Nicola il nuovo allenatore del Venezia. Il tecnico piemontese, 53 anni, specialista in salvezze, ha firmato un contratto fino a giugno 2028. Reduce dall’esperienza alla guida della Cremonese nella scorsa stagione, Nicola, che prende il posto dell’esonerato Giovanni Stroppa, torna in panchina con l’obiettivo di mantenere i lagunari nella categoria. “Ho scelto il Venezia perchè in questa società vedo una visione a lungo termine, grande voglia di costruire e delle prospettive di crescita importanti. Poi la presenza del direttore Antonelli, che già conoscevo, ha rivestito un ruolo decisivo nella scelta perchè mi ha fatto sentire voluto. Ho visto la squadra giocare in queste prime partite e nei giocatori ho visto una chimica positiva. Da parte mia c’è un entusiasmo e una fame pazzesca, ho un desiderio incredibile di rimettere piede in campo e di centrare l’obiettivo della salvezza. Nel mio lavoro l’aspetto che più sento importante è la capacità di regalare emozioni e scrivere delle pagine di storia che rimangano nel tempo. Questo deve essere il nostro obiettivo e dobbiamo farlo insieme alla nostra gente”, le sue prime parole. Nato nel 1973 a Luserna San Giovanni, in provincia di Torino, Nicola ha iniziato la carriera da allenatore nel 2010 alla guida del Lumezzane, in Serie C. Nel 2012 è passato al Livorno, conquistando la promozione in Serie A attraverso i playoff. Dopo l’esperienza al Bari, nel 2015 ha portato il Crotone a una storica salvezza nella massima serie. Successivamente ha guidato Udinese e Genoa, centrando con i liguri una rimonta che ha consentito al club di mantenere la categoria partendo dall’ultimo posto in classifica. Nel gennaio 2021 è approdato al Torino, ottenendo un’altra salvezza in Serie A. Nella stagione successiva si è ripetuto alla guida della Salernitana, protagonista di una rimonta decisiva. Nel gennaio 2024 è subentrato all’Empoli, riuscendo ancora una volta a mantenere la squadra nella massima serie. Nel campionato successivo ha allenato il Cagliari, chiudendo al quindicesimo posto con 36 punti, prima dell’ultima esperienza alla Cremonese. Contestualmente all’arrivo di Nicola, che debutterà sabato al ‘Penzò contro il Napoli sulla panchina dei lagunari, a zero punti dopo sei giornate di campionato, entrano nello staff tecnico della prima squadra Manuele Cacicia, come collaboratore tecnico, Gabriele Stoppino, nel ruolo di preparatore atletico, e Lorenzo Squizzi, come preparatore dei portieri.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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Prima sconfitta in Champions per il Como, Feyenoord vince 3-2

Prima sconfitta in Champions per il Como, Feyenoord vince 3-2

ROTTERDAM (OLANDA) (ITALPRESS) – Il Como si illude, va in vantaggio ma poi finisce ko nella tana del Feyenoord per 3-2. Sono Zechiel, Moussa e un autogol di Sanchez a vanificare la rete iniziale di Diao. Inutile, nel finale, la marcatura di Douvikas per la prima sconfitta in Champions della squadra di Fabregas dopo il bell’esordio con il Lipsia. I lariani partono forte e passano in vantaggio al 18′. Ramon lancia lungo dalla difesa, Diao brucia in velocità Javi Lopez, entra in area e trafigge Ernst con un preciso sinistro all’angolino. L’1-0 dura appena due minuti. Valente serve Zechiel al limite dell’area, che si gira alla grande sul destro e batte Sanchez con una forte conclusione a mezza altezza. Al 23′, Fabregas è costretto a sostituire Diao per un problema fisico. Gli ospiti si fanno rivedere al 33′ con Baturina, ma il suo destro dal limite viene parato in tuffo da Ernst. In pieno recupero, gli olandesi si rendono nuovamente pericolosi quando è costretto all’intervento su una conclusione dal limite di Targhalline. Si va al riposo sull’1-1. Nella ripresa, i padroni di casa partono meglio e firmano il sorpasso al 7′. Diarra cambia fronte trovando sulla destra Moussa, il quale si porta la sfera sul mancino e sorprende Sanchez sul suo palo con un preciso rasoterra mancino. Il primo guizzo dei lombardi si materializza al 19′, quando il neo entrato Douvikas riceve in area un cross dalla sinistra di Valle ma incorna a lato. Al 35′, Moussa sgasa sulla destra e ci prova con un destro da posizione defilata, ma Sanchez è attento e devia in corner. La partita si chiude al 36′. Moussa va al tiro dal limite, Ramon devia sul palo e la palla carambola sul tacco di Sanchez che, in fase di caduta, sigla una sfortunata autorete. Allo scadere del recupero, Ramon lancia nello spazio Douvikas che si invola verso Ernst e lo infila con il destro, firmando il 3-2. Pochi istanti dopo, l’arbitro fischierà la fine della gara. Il Como andrà a caccia del riscatto tra una settimana, quando al Sinigaglia ospiterà il Manchester United.
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Cina, in arrivo standard internazionali per l’istruzione professionale

Cina, in arrivo standard internazionali per l’istruzione professionale

PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Lunedì il ministero cinese dell’Istruzione ha annunciato che sta per essere pubblicato un quadro di riferimento per gli standard mondiali in materia di istruzione professionale, sviluppato per promuovere il riconoscimento reciproco degli standard di istruzione professionale e delle qualifiche professionali tra i vari Paesi.

Basato sulle pratiche cinesi in materia di istruzione professionale e attingendo all’esperienza dei Paesi di tutto il mondo, il “Quadro di riferimento per gli standard mondiali in materia di istruzione professionale e tecnica”, il primo del suo genere al mondo, copre settori chiave di interesse globale nell’istruzione professionale, tra cui valori, sistemi, governance, sostegno e misure, secondo il ministero.

Il quadro, la cui elaborazione è stata guidata e promossa dalla Cina, sarà pubblicato ufficialmente durante la Conferenza mondiale sullo sviluppo dell’istruzione professionale e tecnica 2026, che si terrà nella municipalità di Tianjin, nella Cina settentrionale, dal 15 al 17 ottobre.

Le autorità dell’istruzione, i dipartimenti industriali e le associazioni di categoria di oltre 40 Paesi sono stati invitati a partecipare alle discussioni e a contribuire al perfezionamento del testo durante più di un anno di stesura e consultazioni, ha dichiarato Peng Binbai, funzionario del ministero.

Finora, 46 Paesi hanno espresso il proprio riconoscimento e sostegno al quadro, ha aggiunto Peng.

La Cina dispone attualmente del più grande sistema di istruzione professionale al mondo, con oltre 10 milioni di diplomati ogni anno. Durante il periodo del 14esimo Piano quinquennale (2021-2025), l’istruzione professionale ha formato oltre il 70% dei lavoratori altamente qualificati aggiuntivi destinati ai settori industriali moderni del Paese.

La Cina ha inoltre istituito 38 Laboratori Luban in 32 Paesi, offrendo percorsi di istruzione accademica a oltre 30.000 studenti e formazione non finalizzata al conseguimento di un titolo di studio a più di 160.000 partecipanti.

Dal 2022, il ministero dell’Istruzione ha organizzato due edizioni della Conferenza mondiale sullo sviluppo dell’istruzione professionale e tecnica.

“L’influenza internazionale della Cina nel campo dell’istruzione professionale continua a crescere e la conferenza è diventata un’importante piattaforma per gli scambi internazionali nel settore”, ha dichiarato Liu Yong, un altro funzionario del ministero.
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Innovazione e sostenibilità, la sfida della competitività al Forum Remind

Innovazione e sostenibilità, la sfida della competitività al Forum Remind

ROMA (ITALPRESS) – Innovazione, sostenibilità, infrastrutture e digitalizzazione al centro del Forum Italiano Innovazione e Sostenibilità organizzato da Remind a Roma, nella Sala Europa di Palazzo delle Generali. Istituzioni, imprese e mondo finanziario si sono confrontati sulle strategie per rafforzare la competitività del sistema Paese.

Ad aprire i lavori Paolo Crisafi, Cavaliere di Gran Croce, Presidente di Remind, che ha ringraziato i partecipanti ribadendo: ‘L’innovazione e la sostenibilità non sono più due tematiche parallele, sono lo stesso obiettivo nazionale che richiede educazione, abitudini nuove, stili comunitari e una cultura della custodia del creato che coinvolga mente, cuore e manì.

Sul fronte dei pagamenti digitali, Fabrizio Burlando, amministratore delegato di Bancomat, ha annunciato che ‘a breve le carte domestiche europee si potranno pagare in Bancomat, inizialmente in tredici Paesi, fino poi a espandersì.

Il rapporto tra innovazione e sostenibilità ha caratterizzato l’intervento di Paolo Grasso, capo di gabinetto del vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini. ‘Innovazione e sostenibilità non possono essere considerati obiettivi alternativi, ma devono viaggiare sulla stessa linea. E’ importante favorire la ricerca scientificà, ha dichiarato.

Nel videomessaggio al Forum, il ministro per gli Affari europei, il PNRR e le Politiche di coesione, Tommaso Foti, ha posto l’accento sui risultati del Piano nazionale di ripresa e resilienza e sulla necessità di consolidarne il metodo. ‘Il PNRR non è stato un piano finanziario, ma una significativa opportunità per accompagnare una profonda trasformazione strutturale dell’Italià, ha detto, indicando tra le priorità la semplificazione dei procedimenti, il rafforzamento della pubblica amministrazione e la capacità di tradurre gli investimenti in risultati concreti per cittadini e imprese.

La sottosegretaria al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Fausta Bergamotto, ha definito innovazione e sostenibilità ‘le due componenti fondamentali e inscindibili dello sviluppo modernò. Al centro del suo intervento gli investimenti in ricerca e sviluppo, l’autonomia strategica nazionale ed europea e una transizione capace di coniugare tutela ambientale e crescita industriale.

Sulla spesa pubblica, Vittorio de Pedys, presidente di Simest, ha osservato: ‘Dal punto di vista della spesa pubblica è il 20% del Pil. Abbiamo avuto investimenti negativi sulla crescita, mentre quelli più recenti sono stati tra spesa pubblica ed edilizia, che hanno moltiplicatori bassì.

Felice Squitieri, commissario straordinario per il Piano Casa, ha aggiunto: ‘Penso che una norma non esca mai perfetta, ma che possa essere corretta col tempo. Qui penso che bisogna fare meglio da questo punto di vistà.

Le grandi opere ferroviarie sono state al centro del contributo di Tommaso Tanzilli, presidente di Ferrovie dello Stato Italiane, che ha ricordato: ‘Stiamo realizzando la Napoli-Bari per raggiungere il Sud sul lato adriatico. Abbiamo anche iniziato sulla Salerno-Reggio Calabrià.

Per Antonino Turicchi, presidente di Autostrade per l’Italia, la rete autostradale rappresenta un’infrastruttura strategica attraversata ogni giorno da ‘cinque milioni di veicolì.

La società, ha precisato, ha investito tre miliardi di euro nell’ultimo anno e mezzo. Sul versante ambientale, Laura D’Aprile, capo del Dipartimento Sviluppo sostenibile del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, ha illustrato un investimento da 500 milioni di euro basato sull’impiego di satelliti e sulle competenze dell’industria nazionale, destinato a fornire strumenti di sicurezza ambientale al Paese.

Fabrizio Candoni, presidente del Gruppo Wegreenit, ha invece posto l’accento sulla sostenibilità attraverso la rivalutazione di terreni e infrastrutture dismesse.

La capacità di trasformare le risorse in opere di qualità è stata evidenziata da Silvia Paparella, che ha spiegato il ruolo di Sogesid, società di ingegneria ambientale dello Stato, a supporto delle amministrazioni. ‘La sfida del presente non è soltanto reperire le risorse, ma trasformarle rapidamente in opere di qualità. Le risorse finanziarie devono essere accompagnate da competenze, strutture tecniche e capacità amministrativà, ha dichiarato, richiamando anche gli interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico.

Ricerca e trasferimento tecnologico sono stati i temi affrontati da Marcello Cattani, presidente di Farmindustria e consigliere di Remind. ‘Nell’industria farmaceutica la ricerca genera salute, competenze e crescita, e il trasferimento tecnologico è decisivo per trasformare rapidamente le scoperte scientifiche in nuove possibilità di curà, ha spiegato, sottolineando l’importanza di attrarre investimenti e rafforzare la collaborazione tra imprese e mondo scientifico.

Il capitale umano è stato al centro dell’intervento di David Della Morte Canosci, professore ordinario all’Università di Roma Tor Vergata e consigliere del ministro dell’Università e della Ricerca per la ricerca scientifica. ‘L’Università rappresenta una delle principali infrastrutture strategiche su cui si costruisce il capitale umano del Paese, soprattutto nella salutè, ha osservato, indicando nella capacità di trattenere talenti e competenze qualificate una priorità anche per il Servizio sanitario nazionale.

Sul tema della sanità digitale, Angelo Tanese ha richiamato la necessità di integrare ospedale e territorio attraverso prevenzione, telemedicina e intelligenza artificiale. ‘L’obiettivo è far viaggiare i dati, non le personè, ha affermato, sottolineando il ruolo delle competenze digitali e della collaborazione tra istituzioni per migliorare l’accessibilità e la qualità dei servizi sanitari.

Per Cristiano Cannarsa, amministratore delegato di Sogei, le tecnologie digitali svolgono un ruolo centrale nell’attuazione della riforma fiscale e del concordato preventivo biennale. ‘Abbiamo elaborato cinque miliardi di datì, ha riferito. L’innovazione richiede anche collaborazione e attenzione alle esigenze delle persone.

‘La collaborazione per confrontarci è bella, sfruttiamo le possibilità che la tecnologia ci può darè, ha detto Marco Fischetto, Public Sector Director di Microsoft.

Marianna Plafoni, Regional Manager Centro di UniCredit, ha evidenziato come ‘la digitalizzazione è diventata una scelta strategica per migliorare la relazione con i clienti e rispondere a contesti economici sempre più complessì, ribadendo che la tecnologia deve essere ‘al servizio delle personè.

Le trasformazioni del settore immobiliare sono state analizzate da Ugo Giordano, secondo cui ‘la vera sfida dell’innovazione non è adottare nuove tecnologie, ma trasformarle in capacità industriale e valore misurabilè. Dati, PropTech e intelligenza artificiale possono contribuire a migliorare la gestione degli immobili, la produttività e la sostenibilità.

Invece Piero Crivellaro, Group Head of Public and Regulatory Affairs di Nexi, ha posto l’accento sulla sicurezza delle infrastrutture di pagamento.

Sul tema della salute, il benessere e il capitale umano, Patrizia Angelotti, Amministratore Delegato Accurate, ha dichiarato: ‘In sanità, innovare significa trasformare conoscenze e tecnologie in competenze concrete, capaci di migliorare la qualità delle cure e ridurre il rischio clinico. La simulazione avanzata, l’intelligenza artificiale e i nuovi modelli formativi possono contribuire a questo cambiamento’.

Il sostegno all’internazionalizzazione delle imprese è stato al centro del contributo di Davide Bergami, consigliere di SACE ed esperto del ministro degli Affari Esteri. ‘Il nostro compito non è soltanto accompagnare le imprese dove il mercato già esiste, ma contribuire a rendere possibili nuove traiettorie di crescita, trasformando rischio e incertezza in opportunità attraverso garanzie, conoscenza dei mercati e capacità di costruire connessionì, ha spiegato.

Carlo Corazza, direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, ha richiamato il legame tra competitività, sicurezza e integrazione europea. ‘Nel contesto geopolitico di guerra ibrida e conflitti non esiste un’alternativa a rafforzare l’Unità europea. La nostra sicurezza e indipendenza sono direttamente legate alla capacità di rafforzare la base industriale e la competitività, attuando i Rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta. Per questo serve investire di più a livello Ue su innovazione e sostenibilità’, ha dichiarato.

Sul rapporto tra innovazione, sostenibilità e finanza pubblica è intervenuto anche Renato Loiero, che ha ringraziato Remind per la continuità del confronto tra istituzioni, imprese e ricerca. Loiero ha sottolineato che la sostenibilità non è soltanto ambientale e sociale, ma anche economica e finanziaria, evidenziando il legame tra crescita duratura e innovazione costante.

Francesco Burrelli, vicepresidente di Remind e presidente di Anaci, ha posto l’accento sull’impiego delle nuove tecnologie per migliorare la qualità della vita. ‘Dobbiamo partire dalla casa intelligente e dalla città intelligente, utilizzando strumenti come la telemedicina per offrire assistenza alle persone più fragili, soprattutto agli anziani, e rendere i servizi sanitari più accessibili ed efficientì, ha affermato, sottolineando i benefici sociali di questi progetti.

L’educazione finanziaria è stata al centro dell’intervento di Marcello Presicci, presidente dell’Advisory Board della Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio (FEduF). Presicci ha evidenziato che ‘l’educazione finanziaria è una leva strategica per la crescita del Paesè, richiamando l’importanza di collegare il risparmio privato ai mercati dei capitali e alle politiche industriali per sostenere innovazione, competitività e sviluppo.

E’ intervenuto sul tema “Investimenti strategici e sostenibilità” Fabrizio Iaccarino Responsabile Affari Istituzionali Italia Enel.
A concludere il Forum sono stati i videomessaggi istituzionali della ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, e del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.

‘La sostenibilità non è una dichiarazione di intenti, è ricerca, tecnologia e competenze, quindi sceltè, ha affermato Bernini, ricordando gli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza in partenariati estesi, ecosistemi dell’innovazione e mobilità sostenibile. ‘La sfida non è scegliere tra crescita e sostenibilità, ma crescere grazie alla sostenibilità: è proprio questa l’innovazione di cui l’Italia ha bisognò, ha concluso.

Urso ha ribadito il legame tra innovazione, sostenibilità e competitività, sottolineando il ruolo strategico della trasformazione industriale. ‘Il nome del Forum mette assieme due parole che per troppo tempo sono state in contrapposizione. Innovazione e sostenibilità sono invece due facce della stessa sfida, quella della competitività. Un Paese manifatturiero come l’Italia cresce soltanto se innova continuamentè, ha affermato. Il ministro ha inoltre richiamato gli investimenti nella sicurezza energetica, nelle fonti rinnovabili e nel nucleare di nuova generazione, evidenziando la necessità di sostenere la capacità innovativa delle imprese e rafforzare il sistema produttivo nazionale e restando a disposizione per approfondire i temi emersi durante il Forum Remind.

– Foto ufficio stampa Remind –
(ITALPRESS).

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Due cinesi inserite nell’elenco delle “100 eroine” della FAO

Due cinesi inserite nell’elenco delle “100 eroine” della FAO

ROMA (XINHUA/ITALPRESS) – Due donne cinesi sono state inserite nell’elenco delle “100 eroine” della FAO nell’ambito dell’iniziativa “Sistemi agroalimentari e sviluppo rurale”, secondo una lista di 99 persone selezionate pubblicata recentemente dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).

Si tratta di Yu Jinxiu, terapista specializzata in moxibustione della contea di Qichun, nella provincia centrale cinese dello Hubei, e di Dong Minfang, presidente della Cooperativa professionale di macchinari agricoli Fengrui nella contea di Yueyang, nella provincia centrale cinese dello Hunan.

Inaugurata dalla FAO per celebrare l’Anno internazionale della donna nell’agricoltura 2026, l’iniziativa globale riconosce 100 figure femminili per i loro contributi eccezionali all’agricoltura, ai sistemi alimentari e allo sviluppo rurale.

La cerimonia di premiazione si terrà il 15 ottobre presso la sede della FAO a Roma, nell’ambito del World Food Forum di quest’anno. Secondo quanto appreso da Xinhua, il nome dell’ultima persona premiata sarà annunciato durante la cerimonia.

La FAO ha dichiarato di aver ricevuto 609 candidature da 131 membri. Il processo di selezione ha previsto una verifica dei requisiti di ammissibilità, una valutazione, una graduatoria stilata dall’alta dirigenza e due cicli di deliberazioni.

Secondo il sito della FAO, Yu è una delle principali esperte della terapia di moxibustione di Qichun, riconosciuta in Cina come patrimonio culturale immateriale nazionale. Ricopre inoltre il ruolo di ambasciatrice del marchio di servizi professionali “Terapista di moxibustione di Qichun”.

Negli ultimi due decenni, Yu ha formato oltre 30.000 terapisti professionisti di moxibustione e aiutato migliaia di persone a trovare lavoro o ad avviare attività imprenditoriali, aumentando i redditi degli abitanti delle zone rurali, in particolare delle donne e delle persone con disabilità.

Dong è a capo della Cooperativa professionale del riso Runsheng e della Cooperativa professionale di macchinari agricoli Fengrui. Dopo aver lasciato una carriera aziendale di successo per tornare a dedicarsi all’agricoltura nella propria città natale, ha guidato gli sforzi volti a espandere la produzione meccanizzata di cereali e a sostenere i piccoli agricoltori. Ha inoltre contribuito a creare opportunità di occupazione, formazione e imprenditorialità per le donne delle aree rurali.

Le Nazioni Unite hanno proclamato il 2026 Anno internazionale della donna nell’agricoltura per mettere in evidenza il contributo delle donne ai sistemi agroalimentari e promuovere politiche e investimenti che migliorino il loro accesso ai finanziamenti, alle conoscenze e ai servizi.
(ITALPRESS).
-Foto Xinhua-

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Il Fiore della salute

Ragazzi, se in giro vedete questo fiore, evitate di chiamare un botanico per fare i saputelli e, per carità, lasciate in pace le forze del disordine (che hanno già abbastanza grattacapi con i parcheggi in doppia fila e le multe per bestemmie in pubblico).Mandate una foto e la geolocalizzazione direttamente a me. Per pura curiosità ...continua a leggere "Il Fiore della salute"
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Lettera a Carlo Giuliani

Di Tomas Rothaus

[da CrimethInc.]

«Se parliamo seriamente di rivoluzione, dobbiamo guardare alla storia con occhi severi e vederne le conseguenze, non solo se falliamo, ma persino se trionfiamo. Le rivoluzioni significano sangue, morte e sofferenza. Se non siamo disposti ad accettarlo, allora non dovremmo invocarle.»

Le lezioni di Genova, Barricada #8, estate/settembre 2001

Scrissi quelle parole un tempo, Carlo, quando il tuo sangue era ancora fresco sull’asfalto e il tuo nome era ancora su ogni giornale e in ogni televisione. Le pubblicai sulla nostra rivista anarchica, Barricada, e continuo a condividerle. Ma ti prego, non fraintenderle. Mi dispiace che tu non ci sia più e vivo la tua morte come una tragedia. Ancora oggi ti penso più di quanto tu possa immaginare. Spero di non essere il solo, in questo.

Per anni e anni, finché ho potuto, mi sono assicurato che ogni 20 luglio la rabbia che portavamo nel cuore per la tua morte venisse diretta contro i nostri nemici. In città a caso, in qualunque paese mi trovassi, ci assicuravamo che le bottiglie molotov illuminassero la notte, che piovessero pietre nell’oscurità contro le banche, che venissero tese imboscate alle pattuglie degli sbirri, che il tuo nome venisse inciso sui muri di Boston, Gottinga, Parigi, Berlino. A volte, per celebrare la tua vita e non la tua morte (oltre che per depistare gli sbirri), sceglievamo di vendicarti nel giorno del tuo compleanno, il 14 marzo, anziché nel giorno della tua scomparsa.

Oggi, decenni dopo quel 20 luglio 2001, mi capiti spesso in mente nei modi più inaspettati. Vedo una persona sui quarant’anni. Vestita decorosamente, in ordine, magari con un completo da ufficio o una divisa da lavoro. Un essere umano abbastanza adulto da sembrare segnato dagli inevitabili stress della vita, dell’amore e del lavoro, ma ancora abbastanza giovane perché la sua giovinezza traspaia da dietro l’ombra della barba di fine giornata e un principio di pancia da birra. Perché quando vedo questa persona qualunque, una persona qualsiasi che ha all’incirca l’età che avresti tu oggi, mi torna in mente il giorno in cui il proiettile di un carabiniere ti ha portato via la vita e il tuo futuro.

Non mi indigna tanto la tua morte, quanto tutta la vita di cui sei stato derubato. [leggi tutto…]

Avevamo un’affinità nella lotta, ed è stata solo la sorte a metterti in quello specifico scontro, in quella determinata piazza; quella in cui io e i miei amici per caso non eravamo. L’unica volta, in quella particolare giornata, in cui le forze dell’ordine non hanno puntato le armi contro il cielo, ma contro la testa di un essere umano. La tua testa.

Da quello che mi dicono, se fossimo vissuti nella stessa città, ci sono buone probabilità che non saremmo andati molto d’accordo. Mi dicono che eri uno dei punkabbestia di Genova, il che (da quello che ho capito) sono simili ai chaos punk, i punk di strada che avevamo dalle mie parti. Non particolarmente organizzato, a volte presente a qualche assemblea politica ma decisamente non un attivista, un militante o un quadro di qualche tipo. Le Tute Bianche, le cui affermazioni ancora oggi ho ovvie riserve a prendere per buone, ti definirono «non particolarmente politico». Dissero che eri solito passare il tempo in Piazza delle Erbe, a «chiedere l’elemosina e cazzeggiare con amici e cani randagi». Cosa contro cui non ho assolutamente nulla, ma sappiamo tutti che i punk di strada e i giovani anarchici ortodossi e ossessivi spesso non andavano molto d’accordo.

Niente di tutto questo importa, però. Ciò che importa è che ti hanno congelato nel tempo. Sarai per sempre un giovane punk di strada, se è davvero quello che eri, privato dell’opportunità di fare qualsiasi cosa ti desse gioia e ti facesse sentire completo come persona negli anni e nei decenni che ti sarebbero dovuti rimanere. Forse la tua ribellione iniziale alla fine si sarebbe affievolita, avresti finito gli studi universitari, preso una laurea, saresti andato avanti, guardando con disprezzo ai tuoi giorni sulla strada come ribelle ed emarginato. O forse li avresti guardati con malinconica nostalgia, come un capitolo sano che hai attraversato nella tua esistenza prima di assimilarti, trovare un buon lavoro sindacalizzato grazie ai contatti di tuo padre, metter su famiglia e lanciare una moneta alla generazione successiva di punkabbestia incrociandoli per le strade che un tempo erano le tue. O, chissà, magari saresti diventato un vecchio punk con i capelli grigi ma ancora libero, con il cane al fianco, a fare la colletta per Genova fino a questo preciso giorno.

Ma ti hanno rubato il futuro, quindi non sarai mai nessuna di queste cose. Non ci tradirai, non andrai avanti, non camminerai tra noi. E, anche se le mie avventure non mi avessero esiliato dall’Europa e potessi ritrovarmi ancora una volta a Genova, non rievocheremmo mai insieme quella caldissima e assolata giornata estiva in cui saresti potuto andare al mare e invece, sdegnato per l’invasione poliziesca della tua città, ti sei unito a noi nello scontro.

Non avrai mai la possibilità di voltare pagina, di pentirti delle tue scelte, di rinnegare gli eccessi della tua giovinezza o di passare tutta la vita a rimanere loro fedele. Sarai per sempre, come ti ricordava il tuo migliore amico Daniele solo pochi giorni dopo il tuo assassinio:

«uno che aveva quel male dentro, quello che c’è qui nell’aria, che abbiamo tutti. Non si integrava nella società, nel sistema. Soffriva molto, e siccome era più sensibile di noi, più generoso e più buono, era anche più fragile».

Per sempre un ventitreenne, poco più di un ragazzo, che ci guarda da una foto sbiadita dal tempo, o che mi ricorda il prezzo brutale della ribellione mentre l’immagine di te sdraiato in una pozza di sangue mi balena costantemente in testa.

Così come sono indignato per il fatto che ti sia stato rubato qualsiasi futuro ti restasse da scegliere, allo stesso modo guardo con allarme il tuo ricordo svanire nel tempo dalla coscienza collettiva di chi è venuto dopo di te. Non so nemmeno perché ti stia scrivendo questa lettera. Non credo nell’aldilà, e dubito che ci credessi tu. Forse è solo il mio modo disperato di aggrapparmi a un senso di controllo su ciò che sembra inevitabile: che il tempo, alla fine, ci divora tutti. Che, per quanto le circostanze possano essere diverse, sia la morte che il passare degli anni un giorno verranno a prendere me, proprio come sono venuti a prendere te. Eppure, e qui presumo che siamo simili nello spirito, solo perché è inevitabile non significa che questo mi impedirà di cercare di evitarlo.

Tuttavia sono trascorsi molti anni, Carlo, e anch’io ho dovuto deporre le armi. Quindi, dato che non posso più fare la mia parte per mantenere viva la tua memoria attraverso l’azione, eccoci qui: un anarchico senza Dio che scrive una lettera a un punkabbestia morto. Con la speranza che altri la leggano e chiedano di te, delle condizioni, dei sogni e delle avventure che portarono alla marea montante del nostro movimento, e dell’onda che quel giorno si è portata via la tua vita. È l’unica arma utile che riesco a trovare oggi nel mio arsenale per combattere l’idea che tu venga dimenticato, ridotto a una semplice nota a piè di pagina nello scontro lontano di una stagione ormai rimossa. Il tuo volto, le tue speranze, i tuoi sogni e infine il tuo nome destinati a svanire nei libri di storia.

Combattiamo la battaglia per la tua memoria dal giorno in cui sei stato ucciso. Abbiamo fatto del nostro meglio per esserle fedeli. Per non attribuirti ruoli o aspirazioni che avresti potuto rifiutare. Ma non è stato facile, e ti chiedo scusa se non ti abbiamo rappresentato come avresti voluto. Su Barricada, senza esitazione e con audacia, ti abbiamo bollato come anarchico, senza mai sapere se ti identificassi in quella parola. A nostra difesa, non puoi immaginare cosa siano state quelle ore, quei giorni, quelle settimane e quei mesi dopo la tua morte.

C’era chi tra noi, con buone intenzioni ma fuorviato, ti ha fantasticato come un militante anarchico organizzato. Un combattente in prima linea del black bloc. Volevano trasformarti in un martire consapevole che ha sacrificato volentieri la propria vita per la causa. Ma so che non hai scelto questo, anche perché eri a un passo dal non presentarti nemmeno, quel giorno. E, cosa più importante, perché nessuno di noi lo sceglie. A differenza dei fascisti, noi celebriamo la vita, non la morte.

«Carlo vive – i morti siete voi.»

Poi ci sono stati i pacifisti e i riformisti. Di questi tempi cerco di stare lontano dal linguaggio iperbolico e settario dell’anarchismo della mia giovinezza, ma quando mi ricordo di loro, delle loro azioni e delle loro parole quando parlavano di te, quel vocabolario torna con violenza. Se tu avessi potuto vedere le lacrime di coccodrillo della feccia di quel movimento! Invocavano il tuo nome, fingevano di tenere in alto la tua memoria, ma ti celebravano e ti ricordavano solo perché eri morto. Nello stesso tempo, hanno infamato coloro che avevano agito con te, come te; che erano tuoi compagni quel giorno ma che il destino non ha messo sulla traiettoria del proiettile di un carabiniere in Piazza Alimonda. Hanno detto che eravamo noi i responsabili della violenza, che avevamo attirato la rabbia dello Stato sui “manifestanti buoni”. Che indirettamente eravamo noi i responsabili della tua scomparsa, non lo Stato, non il carabiniere che ha sparato. Hanno diffuso assurde teorie del complotto secondo cui il black bloc e la resistenza di massa, generalizzata e dignitosa, fossero opera di poliziotti infiltrati e fascisti.

Alla deriva nella realtà parallela creata dalla loro narrazione, hanno cercato di attaccarci, hanno cercato di espellerci dal movimento, spingendoci verso gli sbirri, dandoci dei fascisti e dei teppisti. E il giorno dopo, mentre ci muovevamo per vendicare la tua morte, hanno indirizzato i loro cori di «Assassini!» contro di noi tanto quanto contro la polizia. Anche loro hanno fatto di tutto per rivendicarti come martire del loro movimento, ma nel loro caso con l’incredibile cinismo e l’ipocrisia di rivendicare il tuo ricordo mentre denunciavano tutti gli altri che avevano agito come te. Per loro, eri meglio da morto che da vivo. Un teppista da vivo, un martire da morto.

Quelli di ATTAC, il Genoa Social Forum, le Tute Bianche, i partiti, i riformisti e tutta la zuppa di aspiranti gestori del malcontento: tutti hanno cercato di fare di te una vittima. Un giovane sfortunato e fuorviato, assassinato dallo Stato. Volevano privarti della tua capacità di azione, come fanno spesso con coloro le cui scelte non riescono a capire o non rispettano. Non sono ancora sicuro di quanto ci fosse di cinico opportunismo e quanto del fatto che non riescano proprio a concepire alcuna forma di lotta al di fuori delle manovre politiche e degli scontri mediati. Così, ogni volta che mettevamo in fuga i sbirri, ogni volta che si aprivano abbastanza fronti da tenerli a bada, così che alcuni di noi avessero la possibilità di decostruire con calma il paesaggio del capitalismo e prendersi pause tanto necessarie quanto meritate tra un combattimento e l’altro, svaccati sugli arredi urbani delle banche che avevamo piazzato in strada con la spensieratezza di un falò nel cortile di casa, loro fantasticavano su qualche grande piano supremo della polizia per giustificare la repressione contro l’intero movimento no-global. Noi che eravamo sopravvissuti eravamo fascisti, teppisti e provocatori, mentre tu, per il solo fatto di essere morto, diventavi una vittima e un martire. Semplicemente non potevano accettare che la ribellione a Genova non fosse solo organica e autentica, ma anche vincente.

Sei morto precisamente perché, in quel giorno e in quel momento, stavamo vincendo. Gli sbirri stavano ripiegando. Non so se tu l’abbia mai saputo, ma non succedeva solo lì in Piazza Alimonda: erano in fuga in tutta la zona. So che questo sarà controverso, ma date le circostanze, non sono nemmeno sicuro che sia corretto dire che ti abbiano “assassinato”. Risparmierò a entrambi la voyeuristica ricostruzione dei dettagli dei tuoi ultimi momenti. Ci sono stati anni di infinite discussioni sul fatto che il proiettile ti avesse colpito direttamente o avesse rimbalzato su qualcosa, se stessi lanciando l’estintore o lo stessi solo tenendo in mano. Alla fine si è stabilito che il militare che ti ha sparato ha agito per legittima difesa ed è stato assolto da ogni accusa. Non sono nemmeno sicuro che importi, a dire il vero, a parte il bisogno di molti compagni, persino compagni anarchici, di ricercare il ruolo di vittima della brutalità poliziesca, come se posizionarci nella parte di perenni vittime di fronte al Grande Stato Cattivo ci conferisse una qualche superiorità morale agli occhi della società. È un atteggiamento disfattista e lo odio, e presumo che lo odieresti anche tu. La giustizia che cercavamo non è mai stata quella dello Stato e dei suoi tribunali.

A proposito di paura, ecco cosa disse al giudice il militare che ti ha sparato, Mario Placanica, poco dopo aver preso la tua vita:

«Ho sparato perché avevo paura di morire. Non so cosa sia successo. Ricordo che ci stavano circondando, ci attaccavano, la jeep era un inferno. Mi tremavano le mani e ho sparato senza guardare fuori.»

Non fraintendermi: non sono certo un amico di sbirri o militari, ma non faccio alcuna fatica a credergli. All’epoca aveva vent’anni, poco più di un ragazzino, mandato per le strade di Genova quel giorno dopo che i suoi superiori gli avevano detto di «stare all’erta» perché i manifestanti avrebbero «lanciato sacche di sangue infetto» e ci sarebbero stati «attacchi terroristici». Ha detto: «La sensazione era come se stessimo andando in guerra».

Mi sono trovato in situazioni simili, anche in altri luoghi di Genova in quello stesso giorno. Sono stato al posto tuo, ma in un momento diverso e in un luogo diverso, e ho guardato negli occhi la persona in divisa davanti a me. Se fossi stato io il poliziotto o il soldato, anch’io avrei avuto paura. Forse anch’io avrei premuto il grilletto, specialmente se fossi stato un giovane soldato, credente in Dio e nella patria, di fronte a un’orda avanzante e apparentemente incontrollabile di anarchici incappucciati.

Per quel che vale, l’uomo che ti ha ucciso ora è l’ombra di un essere umano. Congedato dai carabinieri nel 2005 per problemi psichiatrici, oggi si descrive come un «uomo distrutto, solo e consumato» che combatte contro la depressione.

Com’è prevedibile, non ho quasi alcuna simpatia per la sua condizione. Ma è personalmente un assassino? Non lo so. Non siamo mai riusciti a deciderci davvero su questo, tanto che la quarta di copertina del numero di Barricada che abbiamo pubblicato subito dopo la battaglia di Genova, a te dedicato e in cui promettevamo di vendicarti, riporta la frase «Carlo non è stato una vittima della brutalità poliziesca», proclamando al contempo: «Hanno assassinato un anarchico».

Per quanto disprezzo provi per l’uomo che ti ha tolto la vita, qualche anno fa ha detto qualcosa che mi aiuta a capire perché io, come tanti altri anarchici, mi sia identificato così fortemente in te e abbia sentito la tua scomparsa in modo così personale e passionale:

«Quel giorno per me resta un trauma, un trauma per la morte di un ragazzo come me, anche lui vittima in quel giorno tragico. Non sono un carnefice, non sono un vendicatore. Quel giorno non impugnavo la pistola per Mario Placanica, la impugnavo per i Carabinieri, per lo Stato italiano».

Per un momento, ignoriamo l’autocommiserazione e la falsa equivalenza con cui si dipinge come una vittima tuo pari, dato che entrambi sappiamo che non era un coscritto ma un professionista che ha scelto volontariamente il suo mestiere. Ha comunque ragione nel dire che è stato lo Stato italiano a mettere la pistola in mano a questo soldato bambino e a dargli carta bianca per sparare contro chi si ribellava. Ti hanno sparato perché eri “uno di noi”.

“Uno di noi”. Lo abbiamo scritto sui muri per anni. Uno tra le decine e decine di migliaia nelle strade di Genova che quel giorno avevano scelto di insorgere. Uno di noi, uno identico a noi, a prescindere dall’etichetta politica che ci appiccichiamo addosso, a prescindere che alcuni passino le giornate a curare riviste anarchiche e a pianificare azioni mentre altri passano il tempo a fare la colletta e a cazzeggiare con i propri cani per la propria città.

Uno di noi. Tutti noi, al di là delle nostre motivazioni più specifiche, eravamo lì quel giorno perché vedevamo questo mondo come un ingranaggio rotto e ci rifiutavamo di stare a guardare. Hai scelto di ribellarti, proprio come noi, con una pietra in mano, il volto coperto, la testa alta e la tua dignità. Nessun intermediario, nessuna messa in scena o spettacolo a uso e consumo dei presunti gusti delle masse. Solo il tuo corpo come arma e i compagni al tuo fianco come forza. Hai scelto questa strada non per morire, ma per vivere. Perché volevi vivere, libero e senza catene.

Così libero, così senza catene, che so che la nostra affinità probabilmente esisteva solo nelle strade, nello scontro diretto contro coloro che riconoscevamo come nemici comuni. Non cederò a toni nostalgici su che persona fantastica tu fossi, anche se tuo padre dice che gli hai dato «la forza dei tuoi ideali» e gli hai insegnato a non giudicare la gente da «una maglietta strappata, i buchi nei pantaloni o i capelli colorati». Non ci sarà alcun voyeurismo del dolore qui; gli avvoltoi della stampa ne hanno già fatto abbastanza all’epoca.

Uno di noi. Forse non un attivista o un militante, non un quadro di alcuna organizzazione o struttura, ma uno di noi perché hai scelto di lottare. Di lottare al nostro fianco, spalla a spalla. Uno di noi: ed è per questo che ti hanno sparato. Sappiamo tutti che il proiettile che ha trovato te avrebbe potuto trovare benissimo chiunque di noi. Era destinato a uno qualsiasi di noi, a tutti noi.

Nei mesi e negli anni successivi alla tua morte, ho capito quanto questo fosse dolorosamente e visceralmente vero, mentre un compagno dopo l’altro cadeva sotto i proiettili dello Stato o le lame dei fascisti. Lo stesso anno in cui sei morto tu, lo Stato ha scatenato una pioggia di fuoco che ha ucciso decine di persone in Argentina. Non ho potuto fare a meno di ricordarmi di te mentre mi riparavo dietro le nostre barricate improvvisate, senza sapere se i proiettili che sfrecciavano verso di noi fossero di gomma o di piombo. Anni dopo, quando un poliziotto ha assassinato un anarchico di quindici anni ad Atene, molti di noi che avevano condiviso le strade con te a Genova hanno fatto piovere fuoco sugli sbirri fuori dal Politecnico occupato. Eri nei nostri pensieri anche allora.

Quello che sto per dire ora potrebbe sembrare contraddittorio, ma risulterà chiaro ad altri combattenti. Dopo molti anni, sono arrivato alla conclusione che è questo che siamo: combattenti. Certo, non andiamo in guerra, e non pretendo di spacciarci per ciò che non siamo. È vero che non c’è paragone tra i rischi associati ai conflitti a cui partecipiamo e le condizioni di un vero scontro bellico. Ma le mie esperienze di vita e quelle di chi mi circonda comportano una costante vicinanza alla morte, al carcere, alle lesioni gravi, all’esilio. Non sono le esperienze, i traumi, che la maggior parte dei civili vive in questa parte del mondo, almeno, non ancora.

Come combattente, credo a due cose contemporaneamente, anche se suonano contraddittorie.

Primo: la tua morte è stata tragica. Vorrei che non fosse mai accaduta. Abbiamo cercato disperatamente di vendicarti, sia per principio che per una questione di pura autodifesa. Per mandare un messaggio allo Stato: il sangue dei ribelli, degli anarchici, si paga a caro prezzo.

Ma allo stesso tempo, ed è qui che molte persone non la pensavano come noi, la tua morte era inaspettata? Probabilmente no. Dovremmo chiamarlo assassinio? Forse in senso lato, ma la questione sembra quasi irrilevante. Soprattutto: la tua morte era un motivo per fermare i nostri sforzi? Assolutamente no. La ribellione è importante. Ma i ribelli muoiono, in particolare quando le insurrezioni iniziano ad avere successo e lo Stato inizia a prendere sul serio i suoi nemici. E quando lo Stato toglie loro la vita, mi mancano e amo anche quelli che non ho mai incontrato.

Suona come demagogia dire che ti manca una persona che non hai mai incontrato e con cui probabilmente non saresti nemmeno andato d’accordo. Ma è così. Mi manchi come mi mancano Dax e Carlos, portati via dalle lame dei fascisti a Milano e Madrid; come mi manca Clément, caduto combattendo i fascisti a Parigi; come mi mancano Pocho Lepratti a Buenos Aires, Alexis ad Atene e Tortuguita ad Atlanta, tutti portati via dai proiettili della polizia. O come mi manca quel ragazzo a Gottinga che un giorno è entrato nel nostro infoshop, di cui non ricordo nemmeno il nome, e che mi vergogno di dire di non aver mai preso sul serio, che poi è andato a dare la vita combattendo contro il fascismo islamico e per la rivoluzione nel Rojava, come tanti altri volontari internazionali. Mi mancano loro e ogni altro compagno che non c’è più, perché quei proiettili e quelle lame erano puntati contro tutti noi. Mi mancano perché facevano tutti parte della lotta per un’idea comune. Mi mancano, così come mi manchi tu, perché anche se posso non conoscere la persona, conosco la specie.

Carlo, non ti conoscevo, ma mi dispiace che tu non ci sia più. Non ti ho mai incontrato, ma mi manchi. Terrò per sempre alta la tua memoria e cercherò di vendicare la tua morte, perché il sangue dei nostri compagni non si compra a poco prezzo. E anche se non riesco ancora a trovare l’ottimismo per credere in un comodo e bellissimo aldilà, non posso fare a meno di sperare che tu abbia sorrisi di approvazione da lassù per i nostri sforzi.

Questo testo è adattato dal libro From Riot to Insurrection: The G8 Summit of 2001 & The Battle of Genoa di Tomas Rothaus.

L'articolo Lettera a Carlo Giuliani proviene da Rivista Malamente.

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Free party contro i data centers

Racconto di un fine settimana di mobilitazione e di caldo torrido contro il tecnofascismo

pubblicato su lundimatin#526, 30 giugno 2026

Lo scorso fine settimana in Belgio si è tenuta la prima azione di protesta festosa del movimento Code Rouge contro l’installazione dei data centers. Tra un’ondata di perquisizioni avvenuta pochi giorni prima, la canicola e i temporali, gli eventi hanno preso una piega inaspettata. Ecco un breve resoconto frammentario e fotografico sulle lezioni apprese in quel fine settimana.

Data center che spuntano come funghi

In Belgio, questo fine settimana ad Aiseau, vicino a Charleroi, ha preso il via la lotta contro i data centers. I giganti della tecnologia hanno scelto il Belgio come una terra privilegiata per installare i loro data centers. Google, ad esempio, negli ultimi vent’anni ha investito miliardi in data centers nei dintorni di Charleroi, cinque miliardi solo per i prossimi due anni (2026-2027). In un raggio di 40 km, in Vallonia, l’azienda ne conta otto: cinque attualmente attivi, due in costruzione e uno per il quale è stato appena acquistato il terreno. Se la gente vallona è nota per essere cordiale e accogliente verso chiunque, il governo di questa regione riserva invece la propria ospitalità alle grandi aziende che vengono a devastare i suoi territori, ad accaparrarsi le sue risorse, il tutto ovviamente alla ricerca di una qualche possibilità di evasione fiscale. Questo fine settimana un’azione di Code Rouge, in collaborazione con attivisti locali, aveva deciso di occupare un sito in costruzione destinato a un data center di Google. Non è però il resoconto di questa azione che verrà proposto qui, ma solo alcune note significative sulla riconfigurazione delle condizioni di lotta, sulle mutevoli condizioni della guerra in corso per coloro che intendono ancora, nonostante tutto, opporsi all’Impero.

Forse è utile, prima di queste note, spendere qualche parola sui data centers. Potremmo raccogliere statistiche («i data center rappresentano già il 4% del consumo energetico belga, si prevede che raggiungano almeno il 10% nel 2035», ecc.) che ci danno ragione e mettere insieme sufficienti argomenti per invocare l’urgenza di distruggere queste infrastrutture. Questo lavoro di base, consistente nel condividere ciò che per molti è ovvio, per quanto possa essere tedioso, è importante e necessario (soprattutto quando la costruzione dei data centers avviene in un clima di voluta opacità): non tanto per attirare il sostegno dei media (anche se non possiamo permetterci di esentarci dal fetido gioco mediatico) quanto per stringere preziose alleanze che fondano una comunità di lotta. Qui ci risparmieremo questo lavoro, condividendo semplicemente il discorso della Fronde Liégeoise Anti-Militariste (FLAM), uno dei tre discorsi pronunciati all’inizio dell’azione in un accampamento militante allestito ai margini di una cascata: [leggi tutto…]

Cos’è un data center se non l’infrastruttura del disastro per eccellenza? Che cos’è un data center se non l’ultima infrastruttura strategica del capitalismo per garantire il proprio rinnovamento al prezzo di sacrificare più che mai il vivente? Come molti già sanno, l’insediamento dei data center – grandi magazzini che archiviano i dati digitali – si basa su una logica predatoria a ben quattro livelli:

  • predazione della terra, e in particolare dei terreni coltivabili che potremmo utilizzare per nutrirci.
  • predazione delle terre rare, dei minerali necessari per i server dei data centers e, più in generale, per tutte le tecnologie digitali – terre rare di cui l’Europa dispone in quantità molto limitate e che deve procurarsi altrove, in particolare nei paesi del Sud. La digitalizzazione del mondo, la costruzione dei data centers, tutto ciò si basa su una logica neocoloniale e su processi imperialisti di una violenza inaudita. Per comprendere il genocidio in corso in Congo, forse non occorre andare molto oltre. Le tasche in cui infiliamo i nostri smartphone sono macchiate del sangue dei congolesi, proprio come le nostre dita e le nostre voci, rese ottuse quando rivolgono domande a un’intelligenza artificiale.
  • Sfruttamento predatorio dell’acqua per il raffreddamento dei server, in un momento in cui l’acqua sta per diventare un bene raro.
  • Sfruttamento colossale dell’energia… una richiesta a un’intelligenza artificiale comporta un consumo energetico dieci volte superiore a quello di una semplice interrogazione di un motore di ricerca.

Questa logica predatoria è tanto più acuta e letale in quanto i sostenitori dell’Economia costruiscono sempre più data centers e data centers sempre più grandi. Basterebbe la sola dimensione palesemente ecocida e neocoloniale di queste infrastrutture a giustificare la nostra urgenza di impedire con ogni mezzo possibile e inimmaginabile qualsiasi costruzione di data centers. Ma, in quanto collettivo antimilitarista, noi della FLAM vorremmo insistere anche su un’altra dimensione dei data centers. Vorremmo considerarli come infrastrutture chiave non solo della visione societaria promossa da ciò che oggi viene definito “tecnofascismo”, ma anche come infrastrutture chiave delle guerre imperialiste in corso e a venire.

Per cogliere innanzitutto la portata dell’orrore tecnofascista, occorre immergersi nel manifesto pubblicato lo scorso 18 aprile da Palantir: un testo in cui l’azienda presenta chiaramente le sue posizioni suprematiste proclamando, ad esempio, che «alcune culture hanno permesso progressi essenziali; altre rimangono disfunzionali […] si sono rivelate mediocri, se non addirittura regressive e nefaste».

Questa azienda ha appena aperto un ufficio a Bruxelles per stipulare contratti con il Belgio. Palantir fornisce software per favorire il mantenimento dell’ordine autoritario; Palantir ha collaborato al genocidio a Gaza; Palantir è stata inoltre utilizzata come supporto per le retate delle milizie fasciste di Trump; Palantir ha un presidente apertamente maschilista, filosionista e neofascista. Ma il potere funesto di Palantir dipende strettamente dai data centers. Il manifesto di Palantir costituisce infatti «un cambiamento radicale di regime, in cui lo Stato deve essere messo a disposizione di un gruppo capitalista». I nostri cosiddetti “rappresentanti”, i nostri “democraticamente eletti”, intendono vendere se stessi e noi ad attori che manifestano chiaramente le loro ambizioni autoritarie e genocidarie!

Il progetto tecnofascista mira così ad assicurare il controllo autoritario delle popolazioni non solo diffondendo tecnologie di sorveglianza basate sull’intelligenza artificiale praticamente ovunque nello spazio pubblico, ma anche infiltrando il digitale e l’intelligenza artificiale in ogni angolo della nostra vita quotidiana per conoscere meglio, e quindi controllare meglio, i sudditi del potere. Occorre sottolineare la dinamica totalitaria del progetto tecnofascista, per non parlare dell’impatto deleterio di queste tecnologie sulla nostra salute mentale.

Per quanto riguarda le guerre imperialiste, assistiamo oggi alla sperimentazione di nuove forme di guerra, in cui i robot solcano i campi di battaglia, i droni minacciano dai cieli e numerose armi sono dotate di intelligenza artificiale, ovvero di un’intelligenza che si misura in base alla sua capacità letale. E il governo belga vorrebbe investire un miliardo di euro entro il 2030 per costruire data centers riservati esclusivamente all’esercito. Va da sé che gli investimenti sempre più massicci a favore del complesso militare-industriale avvengono a scapito di altri settori: il nostro antimilitarismo deve essere collegato all’attuale sciopero del settore istruzione e a qualsiasi altro sciopero selvaggio che intenda attaccare il neoliberismo autoritario.

Per concludere, vorremmo aggiungere un punto. L’orizzonte che si profila davanti a noi, con le guerre, il tecnofascismo, il degrado delle condizioni di vita sulla Terra, può sembrare opprimente e ineluttabile. Ma bisogna ricordare che possiamo sabotare questo orizzonte, modificarne i connotati. Perché le guerre, il tecnofascismo, l’ecocidio, tutto questo si fabbrica a casa nostra, come qui con il data center di Aiseau. È importante quindi radicare la lotta, creare collettivi che vogliano riappropriarsi del proprio territorio. Non possiamo invocare la liberazione della Palestina o del Congo senza liberare i nostri territori dalla macchina da guerra imperialista.

Con la FLAM abbiamo quindi deciso di condurre una guerra contro la guerra che si sta preparando a Liegi e di lanciare la campagna Disarmiamo Liegi. Perché a Liegi c’è un numero impressionante di aziende del settore degli armamenti. Iniziamo questa campagna ora, prendendo di mira Thalès, una delle peggiori aziende del complesso militare-industriale. Thalès ha siti produttivi e numerosi collaboratori di vario genere a Liegi; ha inoltre una partnership con l’Università di Liegi per dotare i razzi di intelligenza artificiale. Due settimane fa, con un blocco determinato, abbiamo impedito al commissario europeo alla Difesa, Andrus Kubilius, di recarsi presso la sede di Thalès e della FN Herstal per firmare dei contratti!

Ovunque ci troviamo, dobbiamo indagare intorno a noi per portare alla luce tutti gli anelli di questo complesso militare-industriale e del tecnofascismo, costituire collettivi di lotta e trovare il modo di agire efficacemente insieme per disarmare i nostri territori e riappropriarcene.

Per tutti questi neofascisti e altri mercanti di morte che hanno deciso di diffondere l’inferno sulla terra vogliamo che, a loro volta, la loro vita diventi un inferno. Questo contrattacco è necessario per poter vivere tutti quei bei momenti collettivi di gioia, di senso ritrovato e di solidarietà, come quello che stiamo vivendo oggi, come ogni volta che ci riuniamo per dare vita a un altro mondo e attaccare il mondo del nemico. Fanculo l’imperialismo e le sue guerre, abbasso il tecnofascismo, Free Palestine, Free Congo, e viva le lotte di liberazione!

Siamo quelle stelle che nel caos…

L’organizzazione di questa azione Code Rouge è stata più che perturbata. Il fatto che abbia avuto luogo non è tanto un miracolo quanto il risultato di una grande determinazione che ha dato vita ad alcuni momenti di grazia.

Due settimane prima di questa azione, che invitava a un’occupazione festosa contro il tecnofascismo, un’ondata di perquisizioni ha colpito Code Rouge in tutto il Belgio: 19 persone perquisite, 6 deferite al giudice istruttore, 2 poste sotto sorveglianza elettronica. Questa ondata è stato il risultato di un coordinamento tra diverse forze di polizia a livello nazionale e ha fatto seguito a un’azione di massa che lo scorso anno aveva preso di mira la Cargill (la più grande azienda agroalimentare del mondo, famigerato colosso americano così potente da plasmare a suo volere le politiche agricole), causando diversi milioni di euro di danni al sito attraverso energici atti di smantellamento. A questa repressione, che mirava anche a destabilizzare Code Rouge prima della sua prossima azione, si è aggiunta l’ondata di caldo. Come affrontare un’azione di massa, un certo conflitto con il braccio armato dello Stato capitalista, come mantenere un’occupazione festosa, magari per diversi giorni, sotto la pressione della polizia e con temperature che possono raggiungere e superare i 40°? I giovani della generazione X verranno a fare un’azione del genere con 40°? Che si tratti di logistica, di assistenza, delle possibilità fisiche di portare avanti questa o quella azione, si sono posti – e continueranno a porsi negli anni a venire – molti problemi un po’ nuovi. Bisogna rifletterci fin da ora, non per allarmare sul cambiamento climatico, ma per prepararci a lottare quando «davanti a noi il Diluvio!». Uno degli effetti concreti dell’ecocidio in corso, il riscaldamento globale, è quindi venuto a sconvolgere ciò che da diversi anni cerca con ogni mezzo di porre un freno d’emergenza a questa catastrofe. Code Rouge (Codice Rosso) pare proprio un nome azzeccato.

L’azione deve tenere conto di questo contesto e, partendo da lì, dotarsi di obiettivi politici comunque pertinenti, anche se l’antagonismo non potrà essere così intenso come nelle ultime edizioni di Code Rouge: 1. sensibilizzare il territorio sulla nocività dell’infrastruttura e consolidare le prime alleanze; 2. volgere il turbamento a nostro vantaggio trasformandolo in uno slancio di gioia.

Dunque, allestiamo un accampamento di protesta a pochi chilometri dal sito, in riva alla cascata, bloccando il ponte attraverso il quale la polizia, visibile a poche centinaia di metri di distanza, potrebbe tentare di irrompere. Fa un caldo torrido, la pelle è umida e il sudore imperla il corpo; gli interventi al microfono ci ridanno vigore, poi ci prendiamo il tempo di rinfrescarci nella cascata. All’inizio della serata smontiamo l’accampamento e diamo il via a una marcia rumorosa e musicale in direzione del sito, attraversando il villaggio, mentre la polizia è all’erta.

Ma all’avvicinarci al luogo della manifestazione, che si trova in riva alla Sambre, deviamo e costeggiamo il corso d’acqua, attraversiamo un ponte per raggiungere l’altra sponda e risaliamo in senso inverso il fiume, sulla cui superficie si spengono gli ultimi riflessi del giorno. Lungo il percorso, una struttura metallica su ruote, equipaggiata con un potente impianto audio, sbuca da una strada perpendicolare per unirsi a noi. Il bolide pompa musica a palla e prende la testa del corteo lungo l’alzaia; i fumogeni avvolgono il corteo di rosso, di nero e di fiamme, e si balla. Ci riversiamo su un’enorme lastra di cemento, appena ridipinta, proprio di fronte al data center. Proiezioni luminose decorano un traliccio elettrico, sul fianco di una collina boscosa, mentre sulla riva del data center vengono proiettate queste poche lettere giganti: «FUCK GAFAM». Intorno all’impianto audio prende forma un villaggio in festa: giradischi per accogliere i nostri DJ ospiti, uno stand RDR, un tavolo per il cibo in arrivo.

Fa caldo, molto caldo: è l’inizio della festa e delle tradizionali chiacchierate notturne, ma all’orizzonte alcuni lampi e grosse nuvole che sembrano avvicinarsi a grandi passi lasciano intuire che tra poco avremo un po’ di refrigerio. Prima si scatena un vento violento, che mette a rischio i gazebo facendoli quasi volare via, poi un acquazzone che, unito al vento impetuoso, ci colpisce come una grandinata. L’impianto audio sputa coraggiosamente e si continua a ballare, fradici, mentre il cielo si squarcia in lungo e in largo: lampi regolari, di dimensioni e geometria notevoli, di un colore a volte sorprendente che tende all’arancione, illuminano la pista da ballo e il data center. Fermo immagine (sublime): ci sono chiaramente due mondi nemici che si fronteggiano, quello dei data centers e quello della dance floor, e se la guerra non è potuta scoppiare in questo fine settimana, se il suo potenziale resta latente, dal rovescio in cui ci troviamo il cielo scatenato ci ricorda la violenza: quella di cui i data centers sono i vettori tecnologici, quella che in un certo senso non potremo fare a meno di rivendicare per smantellare queste infrastrutture e tutti coloro che le difendono.

Si balla quindi, per un po’, tra venti e violenti acquazzoni, sotto lampi mozzafiato, free party. Curiosamente, si sentono diverse persone citare il film Sirat come se fossimo una sua nuova scena. Un mondo strano e spesso denigrato, o non apprezzato nel suo giusto valore, quello del free party. Persino tra i rivoluzionari a volte si fatica a riconoscere la politica di cui il free party è portatore: ci si dice che l’energia della festa sarebbe meglio spesa altrove, si prova in fondo un po’ di disprezzo per tutti quei corpi strani che si muovono di notte, occupano luoghi in totale illegalità, si dedicano a rituali inconsueti. Eppure bisogna aver visto, come questo fine settimana (ma anche durante altre azioni politiche infuocate, quest’anno, in Belgio), l’ingegnosità collettiva e gli atti coraggiosi per cercare di innestare in vari modi la festa nell’azione politica, per tenere viva la festa in tempi proto-apocalittici, per offrire uno spazio-tempo di sfogo così gioioso in tempi così cupi.

Non c’è da stupirsi nel vedere come la free sia una vera ossessione per i politici reazionari: incarna infatti una sorta di bug nella gestione normativa del tempo, dello spazio, dei corpi. E più che mai, di fronte a un data center, la presenza della free preannuncia una politica futura: la politica del bug. Quella in cui si cerca di ostacolare la digitalizzazione del mondo attaccandone l’esoscheletro, in cui ci si arrangia nelle intemperie per far vivere momentaneamente una collettività, in cui si improvvisano le proprie tecnologie che da una parte abbelliscono la festa e dall’altra contrattaccano (fasci luminosi sufficientemente potenti possono servire a decorare il luogo della festa ma anche a disturbare il funzionamento dei droni…), in cui la collettività festante sa che la polizia è una minaccia alla quale bisogna saper far fronte, in cui si sperimenta lo sconvolgimento delle normatività del potere. Non ignoriamo i lati oscuri della festa, gli abissi che può aprire sotto i nostri piedi, i circoli viziosi in cui può trascinare le nostre menti allontanandole dall’organizzazione politica. Ma esiste eccome un’organizzazione del tutto politica del party, lontana dai centri culturali alternativi per cool kid, e crediamo fermamente che questa politica della festa sia una componente essenziale di una politica rivoluzionaria.

A un certo punto la pioggia diventa troppo forte, i fulmini troppo minacciosi, bisogna spegnere la corrente e la musica. Il tempo si sospende, l’atmosfera è lunare, piove forte, non si sa più se fa caldo o freddo, se è il caso di andarsene o restare, se si è in preda alla stanchezza o all’estasi. In quel momento arrivano altri festaioli, scoprono una festa messa in pausa dal violento temporale: è il gioco. Poi la pioggia smette, il suono riprende, i fuochi d’artificio esplodono nel cielo, i vari tavoli vengono rimontati e si ricomincia da capo, per tutta la notte. L’estasi ha la meglio sulla stanchezza e si scatena. La polizia, fino all’alba, svolgerà il suo compito: tentare di schedare, infastidire, reprimere, stroncare gli slanci vitali di ribellione, rendersi sempre più odiosa.

In pista

La repressione colpisce, il tempo impazzisce, ma noi non ci arrendiamo. Regoliamo l’offensiva e la ripensiamo in base al contesto, stringiamo alleanze, trasformiamo la festa in una forza, ci concediamo il tempo di una gioia condivisa in attesa del momento in cui bisogna colpire. C’è da temere o da gioire, a seconda della parte che si occupa nella linea del fronte, nel vedere la crescente determinazione a disarmare con ogni mezzo i data centers.

Questo è un invito a unirsi presto alla danza.

L'articolo Free party contro i data centers proviene da Rivista Malamente.

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Interviste: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026).

La guerra per l’attenzione è una guerra totale
Intervista di Catherine Marin a Yves Marry e Florent Souillot, “Reporterre”, www.reporterre.net

La «guerra per l’attenzione» ci fa passare il nostro tempo davanti agli schermi, scrivono Yves Marry e Florent Souillot. E i GAFAM si arricchiscono. Di fronte a questa “influenza emotiva”, gli autori promuovono spazi di disconnessione.

Yves Marry è stato dipendente di una ONG prima di diventare dirigente dell’associazione Lève les yeux! (Alza gli occhi!), che ha co-fondato nel 2018 con Florent Souillot, responsabile del digitale presso le edizioni Gallimard-Flammarion. Hanno scritto insieme La guerra per l’attenzione. Come non perderla, (Edizioni Malamente, 2026; ed. originale: L’échappée, 2022). L’associazione Lève les yeux! e il suo Collettivo per la riconquista dell’attenzione intervengono in particolare nelle scuole, dalla materna alle superiori, per sensibilizzare bambini, ragazzi e genitori sui pericoli sanitari e psichici dell’abuso degli schermi e promuovere momenti di disconnessione.

Reporterre: Con La guerra per l’attenzione avete scritto un libro contro l’espansione incontrollata del digitale in tutti gli ambiti della vita sociale. Da quale esperienza ha tratto ispirazione la vostra analisi?

Yves Marry: Il primo shock emotivo l’ho avuto in Birmania. Lavoravo lì tra il 2014 e il 2018, quando il paese è stato coperto dalla rete 4G. Improvvisamente ho visto tutti i birmani, persone solitamente molto dignitose e rette, chinare il capo per immergersi nei loro smartphone, catturati dalle applicazioni digitali. La straordinaria animazione che fino ad allora riempiva ogni pomeriggio le strade di Yangon, con persone che suonavano la chitarra, altre che chiacchieravano, è svanita molto rapidamente. Le persone non parlavano più tra loro! È stato un vero shock e una grande tristezza… Ho visto l’alienazione stringersi molto rapidamente su menti che ammiravo per la loro maturità e la loro capacità di attenzione sostenuta grazie alla pratica della meditazione buddista. Una vera e propria colonizzazione dell’immaginario, come direbbe Serge Latouche. [leggi tutto…]

E poi, viaggiando molto tra il 2014 e il 2017, dal Sud-Est asiatico al Sud America, passando per la Russia, ho potuto constatarlo ovunque: in pochissimo tempo, il mondo intero aveva abbassato la testa!

Florent Souillot: Per me, il fattore scatenante è stato duplice: in primo luogo, è stato condividere con Yves questa sensazione di invasione degli schermi in tutte le relazioni sociali e amicali, un’invasione che ci stava facendo perdere qualcosa. Da qui la creazione dell’associazione Lève les yeux! nel 2018, poi del collettivo.

Inoltre, lavorando nell’editoria come responsabile digitale, al servizio quindi di questo formidabile strumento di sviluppo dell’attenzione che è il libro, mi occupo costantemente della questione dell’equilibrio tra carta e digitale.

Scrivete che questa cattura dell’attenzione è la manifestazione di un nuovo “capitalismo dell’attenzione”. Cosa intende dire con questo?

Yves Marry: Il capitalismo vede i suoi profitti minacciati dalla rarefazione delle risorse naturali: è grazie allo sfruttamento di queste risorse, come l’acqua, il petrolio, ecc., che è stato possibile accumulare profitti giganteschi. Con lo sviluppo tecnico digitale è apparsa una nuova risorsa: l’attenzione umana. Catturando questa risorsa è possibile vendere pubblicità mirata, raccogliere dati personali da rivendere, ecc. È ciò che chiamiamo «capitalismo dell’attenzione», espressione utilizzata per la prima volta da Yves Citton nel 2014.

In che modo l’uso del digitale da parte del capitalismo vi sembra così problematico?

Yves Marry: Il digitale sta determinando un’evoluzione di ordine antropologico nella nostra capacità di prestare attenzione a ciò che conta. Prendiamo ad esempio il caso dei minori di 18 anni. Circa il 90% dei contenuti che guardano su Internet sono pagine di social network, video, videogiochi e serie a volte molto violente, come GTA e Call of Duty, o pornografia. Se i ragazzi sono attratti da questo tipo di contenuti, è innanzitutto perché i progettisti di servizi digitali si rivolgono in primo luogo alle loro emozioni, suscitando paura ed eccitazione per rafforzare il loro potere di attrazione.

Questa immersione nel digitale fin dalla più tenera età ha gravi effetti sul loro sviluppo (ritardi linguistici o cognitivi) e, quindi, su scala sociale, conseguenze di ordine antropologico. Cattura l’attenzione, la disposizione a comprendere il mondo, a favore dell’“intrattenimento” e della dipendenza consumistica.

Nel vostro libro descrivete in dettaglio i danni subìti da bambini e ragazzi sovraesposti agli schermi (fino a 14 ore al giorno) da quando la scuola non è più un luogo protetto: disturbi del sonno, obesità, miopia, disturbi autistici, ecc. Il quadro che dipingete è terribile!

Yves Marry: Sì, a noi fa paura. Gli schermi hanno dimostrato la loro nocività per i bambini, dal punto di vista sanitario e cognitivo. Alcuni studi scientifici citati da M. Desmurget in Il cretino digitale (Rizzoli, 2020) hanno persino dimostrato che, sovraccaricando i loro riflessi, gli schermi hanno effetti deleteri sullo sviluppo della corteccia prefrontale, la zona del cervello che permette di proiettarsi nel tempo e di costruire progetti.

Al contrario, nessuno studio ha ancora dimostrato il loro interesse pedagogico. Gli schermi connessi hanno un costo economico ed ecologico enorme, ma lo Stato continua ostinatamente a voler dotare tutti i bambini francesi di tablet per l’apprendimento. È davvero incredibile.

L’influenza emotiva vale anche per gli adulti?

Florent Souillot: Assolutamente sì. Guardate come siamo costantemente spinti su Internet a valutare i servizi o le prestazioni ricevute, a mettere “mi piace” o meno, a dare la nostra opinione, preferibilmente negativa perché un’opinione negativa sarà più condivisa di una positiva. Anche sui siti di incontri, non si tratta di riconoscere l’altro, ma di “valutarlo”.

Gli effetti di questa influenza si vedono anche in ambito politico. I social network hanno sicuramente svolto un ruolo importante nella costituzione dei recenti movimenti sociali, dalla Primavera araba ai Gilet gialli.  Ma il loro contributo è ambivalente, perché impongono una logica di flusso permanente. Tutto è fatto in modo che la parola sia rapida, tagliente, persino violenta, se non altro per il numero massimo di parole consentite in un tweet. E subito una lotta ne sostituisce un’altra: siamo sovrainformati, sovramobilitati da innumerevoli petizioni online… ma senza essere coinvolti in azioni che obbediscano alla logica dell’impegno collettivo basato sul dibattito e sulla concertazione. I presunti vantaggi per le mobilitazioni sono un’illusione. Fuori dal bozzolo digitale, la realtà sfugge.

Nel vostro libro si ha la sensazione che questa «guerra per l’attenzione» sia al centro di una battaglia culturale tra la civiltà digitale, con il suo immaginario di continua crescita e transumanista, e una civiltà ecologica in divenire.

Yves Marry: Sì, ci sembra che questa sarà la questione centrale dei prossimi anni. Vediamo chiaramente le gravi crisi ecologiche che ci attendono, con la rarefazione delle risorse, ecc. Di fronte a questa realtà, il discorso dominante, fortemente diffuso dai media, è tecnosoluzionista e rimanda effettivamente al sogno di un superuomo, di un uomo-macchina potenziato da chip, protesi, schermi, che rassicura, credo, molti esseri umani. Ma ricordiamoci che i propagatori di questo sogno, i miliardari della Silicon Valley, mandano i propri figli nelle scuole Waldorf, istituti costosissimi dove i bambini non hanno schermi prima dei 14 anni, giocano tra gli alberi e sono circondati da molte persone, umane, che si prendono cura di loro…

La propaganda però è forte. Il mito della «crescita verde», con le sue «energie pulite» e le sue «città intelligenti», è lì per alimentare la speranza che saremo in grado di mantenere i nostri livelli di vita e persino di continuare a crescere raggiungendo la neutralità carbonica. Un’enorme farsa, ma che permette ai grandi interessi economici di perpetuarsi, con la convergenza delle lobby del nucleare, delle auto elettriche, delle reti elettriche, ecc.

È quindi necessario opporre a tutto questo una visione di riconciliazione con il vivente capace di entusiasmare. Si tratta di un’aspirazione che, del resto, è profonda nell’essere umano. Dai sondaggi pare che questa utopia ecologista di sobrietà e legame con la natura sia preferita dalla maggioranza delle persone rispetto all’utopia tecnofila.

Florent Souillot: Di fronte a questo tecnosoluzionismo e alle sue mistificazioni, vorrei ricordare che la decrescita è anche una battaglia culturale da combattere: come vivere in modo diverso il rapporto con se stessi, con il vivente, per considerare con più calma il rapporto con una necessaria sobrietà? A questo proposito, insistiamo molto sul fatto che la questione della disconnessione è fondamentale: l’interiorità deve poter essere preservata.

Ciò è tanto più necessario in quanto questa «guerra per l’attenzione» di cui parliamo è una guerra particolare: non è immediatamente visibile. Eppure è una guerra totale: riguarda tutti, ovunque, in tutti i settori dell’esistenza (dall’istruzione alle relazioni amorose, passando per il lavoro) e tutte le classi sociali, soprattutto le più povere. Crea dei “signori della guerra”, i GAFAM, che registrano profitti astronomici, e molte vittime.

Tuttavia, non c’è un dibattito democratico su tali questioni: in che modo il digitale è utile? Dove ne abbiamo bisogno? In che misura? Noi pensiamo invece che questo dibattito debba aver luogo, che sia finalmente giunto il momento che abbia luogo. La nostra speranza è che sia portato avanti dagli ecologisti, dai movimenti per il clima e dai rappresentanti politici, in relazione alle questioni della transizione ecologica e della decrescita. Una ricca tradizione di ecologia politica ci invita a farlo: da Bernard Charbonneau a Jacques Ellul, Ivan Illich, Murray Bookchin… Sì, questa è la speranza del libro: che il concetto di «disconnessione» serva a riconquistare l’attenzione a beneficio di tutti gli esseri viventi.

Quali misure potrebbe proporre l’ecologia politica per favorire questa controcultura dell’attenzione?

Yves Marry: Mi sembra che una delle idee principali potrebbe essere quella di moltiplicare i rifugi di disconnessione nelle città, con una politica urbana che favorisca i luoghi senza schermi, come i giardini collettivi, liberi le strade dagli schermi pubblicitari, ecc. Bisognerebbe anche preservare le scuole elementari dagli schermi e promuovere una politica di prevenzione rivolta a genitori e bambini molto più ambiziosa di quella attuale: niente schermi prima dei 5 anni, come raccomandato dall’OMS, niente smartphone prima dei 15 anni, ecc. E sviluppare un diritto alla protezione dell’attenzione.

Florent Souillot: In inglese, “fare attenzione” si dice “to pay attention”: rende bene l’idea che l’attenzione ha un prezzo. Purtroppo, la lingua francese è più ambivalente (si “presta” attenzione), e quindi spesso si ha l’idea che l’attenzione sia qualcosa che si percepisce, ma che non ha valore. Questa questione semantica è interessante, perché ci porta a interrogarci sul prezzo reale della nostra attenzione, sul fatto che oggi siamo un bersaglio, che siamo trasformati in oggetti, ma che abbiamo anche le chiavi per reagire!

La decrescita, con i suoi luoghi che favoriscono la disconnessione, non appare più solo come una gestione misurata delle risorse naturali, ma come un nuovo orizzonte di realizzazione personale. Quindi proteggere l’attenzione significa anche questo: percepire il nostro valore, il valore della nostra attenzione, e difenderlo.

L’attenzione è la nuova risorsa rara da proteggere
Intervista di Édouard Laugier a Yves Marry e Florent Souillot, “Le nuovel economiste”, www.lenouveleconomiste.fr

È in corso una guerra per conquistare la nostra attenzione. E noi la stiamo perdendo, sostengono Yves Marry e Florent Souillot. I due autori, fondatori dell’associazione Lève les yeux! (Alza gli occhi!), mettono in guardia dai numerosi danni causati dal digitale, che ci fa trascorrere la maggior parte del nostro tempo davanti a uno schermo. Obesità o disturbi del sonno nei più giovani, isolamento e perdita dei legami sociali, dittatura delle emozioni e isterizzazione del dibattito pubblico e, naturalmente, catastrofe ecologica.

Yves Marry e Florent Souillot mostrano come il nostro tempo cerebrale disponibile sia diventato il nuovo oro grigio delle multinazionali digitali. Propongono quindi soluzioni politiche concrete per riconquistare collettivamente la nostra attenzione. Una di queste è un’azione piuttosto semplice: disconnettersi. Trascorrere una serata o un fine settimana senza smartphone… bastava solo pensarci. Non è poi così stupido, e infatti perfino alcune aziende stanno iniziando a imporre ai propri dipendenti dei periodi di disconnessione. Allora, quando vedremo l’avvertenza: «l’uso eccessivo degli schermi nuoce gravemente alla salute»?

Édouard Laugier: Gli schermi sono ovunque. In media sette schermi per famiglia. I tempi di utilizzo sono impressionanti: 10 ore per gli adulti e fino a 13 ore e mezza per i giovani tra i 16 e i 24 anni! A leggere il vostro libro, gli usi principali riguardano soprattutto l’intrattenimento. Le coppie diventano mute, i genitori assenti. Come siamo arrivati a questo punto?

Florent Souillot: L’arrivo massiccio degli smartphone negli ultimi dieci anni e poi la crisi sanitaria sono stati fattori di accelerazione nell’aumento massiccio del tempo trascorso davanti allo schermo. E questo è solo l’inizio, ci attende l’imminente esplosione del numero di oggetti connessi promessa dalle industrie digitali. Se Internet prometteva trasparenza e condivisione, gli ultimi anni hanno visto trionfare la mercificazione e il controllo, con logiche ormai difficili da comprendere per i cittadini e servizi basati su algoritmi controllati solo da pochi grandi attori egemonici. Siamo passati dall’era dei baroni del petrolio e della predazione delle risorse naturali a una nuova fase del capitalismo in cui è il nostro cervello a essere preso di mira e sfruttato senza regole: il capitalismo dell’attenzione.

È un’epoca caratterizzata dall’estrema concentrazione della ricchezza mondiale e del potere nelle mani di poche aziende, i famosi GAFAM, che mantengono la loro redditività tecnologica grazie ai dati raccolti, al tempo trascorso davanti allo schermo e al coinvolgimento degli utenti.

Quali sono i principali danni di questa dipendenza generalizzata?

Yves Marry: Sono molteplici! Quasi ogni settimana, un nuovo studio dimostra le drammatiche conseguenze della nostra sovraesposizione agli schermi… Per riassumere, riteniamo che ci sia un’urgenza nei confronti dei più giovani, che sono i più vulnerabili: ritardi nel linguaggio, calo della concentrazione, della memoria, dell’intelligenza, del sonno, aumento dell’obesità, dell’aggressività, del malessere. La loro salute fisica e mentale è realmente e fortemente compromessa, non si può più negarlo.

Inoltre, più in generale, c’è l’isolamento in quello che Alain Damasio chiama il «bozzolo tecnologico», un calo dell’empatia, un aumento del narcisismo, una difficoltà ad ascoltare l’altro, a mobilitare la razionalità piuttosto che l’emozione, e quindi un’isterizzazione del dibattito pubblico che rappresenta una seria minaccia per le nostre democrazie.

Infine, pensiamo che questa era del “tutto digitale” sia una catastrofe ecologica: estrazione di terre rare, uso massiccio e crescente di elettricità, raffreddamento dei centri dati, riciclaggio inadeguato… Il costo energetico è enorme, come hanno dimostrato moltissimi studi.

Eppure gli schermi ci facilitano la vita, ci rendono più autonomi…

Yves Marry: Bisognerebbe chiedere al 40% delle persone che non riescono più ad accedere ai propri diritti – essenzialmente a causa della “dematerializzazione” – se sono d’accordo… E allo stesso modo a tutti coloro che non possono più fare a meno del proprio smartphone per cose semplici come orientarsi, discutere, scambiare opinioni, contemplare un paesaggio. Siamo diventati dipendenti da questi strumenti in misura preoccupante.

Senza dubbio è necessario mettersi d’accordo sul termine autonomia. Per essere autonomi, è necessaria una distanza critica, che risiede nella corteccia prefrontale, e che si va esaurendo nell’era dello zapping permanente, quando l’attenzione “riflessiva” prende il sopravvento sull’attenzione profonda. La tecnologia digitale ci offre dei servizi, accelera i processi e, in alcuni casi, può aumentare l’efficienza delle procedure. Una piccola parte di noi, spesso i più integrati socialmente, è agile e abile con i propri schermi, il che dà un’illusione di fluidità e facilità. Ma, fondamentalmente, rendendoci sempre più dipendenti da strumenti che non comprendiamo, rinchiudendoci in un comfort astratto, i nostri schermi ci fanno perdere la nostra forza vitale (tatto, vista, olfatto, senso dell’orientamento, empatia, ecc.): portano all’alienazione, che è l’opposto dell’autonomia.

Il vostro libro mette in luce una guerra per conquistare l’attenzione, il «nuovo oro grigio», ovvero la disponibilità del nostro cervello. Scrivete che «l’estrazione dell’attenzione è diventata la pietra angolare dello sviluppo dei GAFAM». In che modo queste multinazionali ci rendono dipendenti?

Florent Souillot: La captologia (nuova scienza il cui nome deriva da “computers as persuasive technology”) mette in atto i metodi di manipolazione offerti dalla tecnologia. Ponendola al centro della loro strategia industriale, i GAFAM e i loro satelliti impiegano team composti da ricercatori in scienze cognitive e sviluppatori il cui obiettivo è quello di progettare servizi in grado di colpire i punti deboli del nostro cervello (i “bias cognitivi”) stimolando o inibendo i nostri diversi regimi di attenzione. La sfida è quella di rendere questi servizi indispensabili e abituali, anche a costo di creare bisogni dal nulla.

Le tecniche possono essere piuttosto grossolane, ma il più delle volte sono nascoste (si parla allora di dark patterns). Si pensi allo scroll infinito sorretto da ricompense casuali su Facebook e Instagram, alla gratificazione sociale costante sui social network, ai cicli di feedback sempre più rapidi, ecc. Tutti questi esempi fanno parte dello stesso sforzo per attirare l’utente e fidelizzarlo nel tempo, garantendo enormi profitti tecnologici.

Dati, velocità, potenza di calcolo: i captologi fanno di tutto per aumentare il nostro tempo davanti allo schermo, il nostro coinvolgimento, per raccogliere i nostri dati e prevedere i nostri comportamenti. E dal momento in cui agiamo su queste piattaforme, collaboriamo a questo sistema. In concreto, ciò significa che alcune delle aziende più ricche del pianeta possono ora, grazie alla captologia, influenzare in tempo reale le azioni di miliardi di esseri umani.

L’economia dell’attenzione è il motore del capitalismo digitale. Tuttavia, stiamo assistendo a una ripresa del controllo politico. Sembra che si stia delineando un percorso verso una prospettiva più responsabile. Si tratta di una svolta o di un miraggio?

Florent Souillot: Una svolta è in atto, ma è ancora troppo timida. Da un lato, infatti, c’è la presa di coscienza ecologica, con la constatazione condivisa della finitezza delle nostre risorse e dei rischi di perpetuare un modello di crescita mortale per il nostro pianeta e per gli esseri umani. D’altra parte, c’è una presa di coscienza da parte dei regolatori, degli insegnanti, dei genitori e dei cittadini: non passa giorno senza che nuove testimonianze e studi informino sui danni causati dagli schermi. Ciò che manca ora sono azioni politiche forti volte alla disconnessione e alla regolamentazione.

È necessario proteggere i più esposti, i più giovani e i più vulnerabili. Bisogna proteggere la scuola, che non deve diventare la testa di ponte della digitalizzazione, ma restare uno spazio preservato dalla mercificazione del mondo, in grado di formare cittadini informati e attivi. Bisogna smettere di correre avanti nella digitalizzazione dei servizi pubblici e lasciare la scelta ai cittadini. Bisogna rafforzare il diritto alla disconnessione dei lavoratori, delle famiglie, degli insegnanti. Ne va delle nostre libertà e dei nostri figli, del nostro modello di società e del nostro futuro comune. Infine, dobbiamo reimparare a discutere serenamente di queste questioni.

Per uscire da questa alienazione tecnologica, auspicate una «politica dell’attenzione». Quali sono i suoi grandi principi guida?

Yves Marry: A problema politico, risposta politica. Desideriamo che la protezione dell’attenzione diventi un nuovo pilastro del progetto di transizione ecologica. L’attenzione è una nuova risorsa rara da proteggere. Proponiamo che siano garantiti tempi e spazi di disconnessione, proponiamo dei “divieti”, anche se la parola fa paura: niente tablet per i bambini di età inferiore ai 3 anni, niente smartphone almeno prima dei 12 anni, per esempio. Desideriamo anche una maggiore prevenzione e, naturalmente, il ricorso a dibattiti democratici sulle scelte tecnologiche, il che sarebbe già un notevole passo avanti. Questa politica potrebbe articolarsi attorno a un nuovo «diritto alla protezione dell’attenzione», mobilitabile per opporsi agli schermi pubblicitari nelle strade, agli schermi nelle scuole, alla pubblicità mirata, alle tecniche di manipolazione delle applicazioni digitali…

Tra poche settimane, i francesi eleggeranno il loro presidente. È già possibile misurare l’impatto politico che questa economia dell’attenzione ha sul nostro sistema democratico?

Florent Souillot: Costretti a immergersi nella guerra per l’attenzione, i nostri rappresentanti politici diventano a loro volta influencer, concentrati sulle nostre emozioni piuttosto che sulla nostra ragione. Tutto porta a credere che le elezioni di aprile (2022) saranno, da questo punto di vista, peggiori delle precedenti. L’ascesa di Éric Zemmour, Donald Trump, Matteo Salvini o Jair Bolsonaro, illustra perfettamente il potere dell’emozione in questa nuova agorà. Il fascismo esisteva prima di Twitter, ma la struttura del dibattito digitale, che favorisce lo scontro netto, gli mette le ali di fronte a tutti i difensori della ragione.

Ma non fraintendiamo: l’obiettivo dei GAFAM è quello di venderci il comfort di una vita individualizzata e digitalizzata, alimentata da immagini, una forma di sicurezza che solo loro sarebbero in grado di offrirci in un momento di pericoli sociali e climatici. In sostanza, l’esatto contrario della democrazia e delle sue lentezze istituzionali, della collettività e delle sofferenze da condividere, di una comunità morale ed empatica.

Perché i giganti del web vogliono renderci dipendenti dagli schermi
Intervista di Agathe Perrier a Yves Marry, “Marcelle”, www.marcelle.media.

L’attenzione è l’oro del XXI secolo. Come per il petrolio, le grandi aziende vogliono accaparrarsela. A cominciare dai GAFAM, i giganti del digitale che spendono miliardi per tenerci incollati ai nostri schermi. Un fenomeno pericoloso, che Yves Marry e Florent Souillot analizzano nel loro libro La guerra per l’attenzione. Come non perderla.

I due autori descrivono le conseguenze di una società travolta dal «rullo compressore digitale». Lungi dall’essere un semplice saggio, le sue pagine contengono anche consigli per disconnettersi e, soprattutto, proposte politiche. Perché, come per molte battaglie, il cambiamento non dipende solo dalle azioni individuali, ma anche da un’indispensabile azione politica.

Agathe Perrier: Da dove è nata l’idea di dedicare un libro alla sovraesposizione agli schermi?

Yves Marry: Dalla nostra esperienza sul campo. Per quanto mi riguarda, è stata in Birmania, dove ho vissuto per quattro anni a partire dal 2014. Quando sono arrivato, non c’era Internet per strada, né smartphone. Io che venivo dalla Francia e ne avevo conosciuto lo sviluppo, mi ero riabituato a una vita senza. Mi sono immerso in questa cultura molto sorridente, con persone premurose. Ogni sera suonavo la chitarra sotto casa mia con i miei vicini! Quando la rete internet si è diffusa nel paese, tutti si sono dotati di uno smartphone. Ho letteralmente visto le persone abbassare lo sguardo. Non suonavamo più musica insieme, perché ognuno era davanti al proprio schermo. È stato uno shock. Anche Florent ha vissuto la stessa esperienza in Francia. Abbiamo quindi creato la nostra associazione, Lève les yeux!, per fare educazione popolare, in particolare tra i bambini, per prevenire gli effetti dell’eccessiva esposizione agli schermi e per sensibilizzare l’opinione pubblica. Questo ci ha portato a scrivere questo libro.

Nel libro si trovano sia constatazioni che soluzioni…

Sì. Nel libro si fanno delle constatazioni, piuttosto dure bisogna ammetterlo, su tutti i problemi legati alla dipendenza dal digitale. Obesità, disturbi del sonno e della concentrazione, isolamento, senza contare la messa in pericolo dei legami sociali e del dibattito democratico e l’accelerazione della catastrofe ecologica. L’elenco non è ovviamente esaustivo. Ci siamo basati su ciò che vediamo noi stessi sul campo e che è descritto in molti studi.

Analizza in particolare l’economia dell’attenzione. Come funziona? Come genera denaro? Quali tecniche vengono utilizzate per renderci dipendenti? Perché dietro c’è un vero e proprio progetto economico e politico, ideato dai grandi capi della Silicon Valley: Elon Musk, Bill Gates, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos. Infine, facciamo proposte concrete affinché questo libro non sia solo un saggio. Spieghiamo in particolare come la protezione dell’attenzione possa integrarsi in un progetto di transizione ecologica.

Lei parla di «guerra» dell’attenzione. È un termine forte…

È un po’ violento, è vero, ma è giustificato. Bisogna essere consapevoli che è in corso una vera e propria battaglia per attirare la nostra attenzione. Miliardi di euro vengono spesi per catturarla, in primo luogo da coloro che controllano le grandi aziende digitali. Ovviamente i GAFAM – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft – ma anche tutti gli attori della lobby digitale. Hanno un grande potere economico e una grande capacità di influenza. Nel loro discorso, la crescita e la transizione ecologica passeranno attraverso il digitale. E hanno tutto l’interesse a perpetuare questa idea. Sostengono che guadagneremo in efficienza energetica, che l’intelligenza artificiale ci consentirà di essere più performanti, efficienti…

Non è così, secondo lei?

Nel libro dimostriamo che si tratta di chiacchiere. I piccoli guadagni in termini di efficienza pesano meno degli effetti contrari, del costo dello stoccaggio dei dati, dell’enorme quantità di oggetti da produrre… Il digitale rappresenta già oggi tra il 3% e il 4% dei gas serra. Con il 5G, l’esplosione degli oggetti connessi, la banda larga – tra le altre cose – la stima salirebbe almeno al 10% entro venti anni. Per non parlare dei rifiuti elettronici di cui non sappiamo cosa fare, e delle terre rare che vanno estratte. Dal punto di vista ecologico, non è sostenibile.

Considerando quanto il digitale occupi un posto centrale nella nostra vita quotidiana, non abbiamo forse già perso questa guerra?

Molti lo pensano, compresi coloro che sono impegnati nella nostra causa. Ci sono motivi per crederlo, basta guardare come è stata gestita la crisi del Covid. Le uniche soluzioni immaginate sono state quelle di accelerare con il digitale. C’è una spinta evidente, che viene chiamata «rullo compressore digitale». Il governo e le istituzioni europee sono convinti dai discorsi di questa industria. Per loro, il digitale è LA soluzione per preservare la crescita.

Ci sono comunque motivi per rimanere ottimisti?

In effetti ci sono motivi per pensare che la guerra non sia persa. Negli ultimi anni si è assistito a un’enorme presa di coscienza ecologica. In particolare tra i giovani, che sono il futuro. E soprattutto in tutto il mondo. I discorsi di propaganda industriale incontrano sempre più resistenza. Se il numero di menti critiche aumenta, se i politici assumono posizioni ambiziose, si può davvero agire.

Questo intervento politico appare indispensabile…

Esattamente. In La guerra dell’attenzione cerchiamo proprio di spiegare che, parallelamente alla prevenzione sul campo, c’è una battaglia politica da combattere. Sensibilizzare le persone ad essere più autonome e ad avere una maggiore distanza critica non è sufficiente, anche se i comportamenti individuali sono importanti. Ciò che fa la differenza sono le soluzioni collettive, come del resto nella lotta contro il cambiamento climatico.

L'articolo Interviste: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026). proviene da Rivista Malamente.

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Maledette zanzare

Come sterminarle con la biotecnologia “gene drive”

Di Luigi

Da Rivista Malamente, n. 38 (nov. 2025) QUI IL PDF

La zanzara è quell’animale capace di mettere a dura prova anche i più convinti antispecisti. Ah… potersene sbarazzare e godersi l’estate senza la loro fastidiosa presenza! Ma le zanzare non sono tutte uguali. Le specie con cui abbiamo a che fare alle nostre latitudini sono certamente antipatiche ma non potenzialmente letali come quelle in grado di trasmettere la malaria e altre malattie. Quest’ultime pare che stiano per fare una brutta fine: le biotecnologie genetiche hanno trovato il modo di sterminarle, eradicarle, cancellarle dalla faccia della terra. L’applicazione in campo aperto di questa tecnologia (“gene drive”) è davvero alle porte. Ma non è tutto pacifico come sembra. Ogni essere vivente ha il suo ruolo in un ecosistema interconnesso e nessuno sa – ammettono gli stessi scienziati – quali ripercussioni a lungo termine può avere questo intervento. Inoltre, perché limitarsi alle sole zanzare? Altri studi, su altri animali, sono in corso. Non è di buon auspicio nemmeno il fatto che i principali finanziatori di queste ricerche siano, guarda caso, le agenzie militari.

Andrea Crisanti. Come dimenticare questo nome? È stata una delle virostar più in voga ai tempi della pandemia. Ricordiamo, tra l’altro, il suo entusiasmo nel cantare il motivetto di Natale “Sì sì Vax” sulle note di Jingle Bells, «se tranquillo vuoi stare, i nonni non baciare…».[1] Ma il Covid è stato per lui solo un diversivo rispetto al suo principale oggetto di studio: le zanzare. Crisanti, insieme ad altri manipolatori genetici, è infatti uno dei protagonisti di una nuova frontiera biotecnologica: il gene drive. [leggi tutto…]

Le zanzare sono gli animali più letali del mondo. Ne esistono circa 3.500 specie, 50 delle quali sono in grado di trasmettere all’uomo malattie che, ogni anno, causano la morte di circa 700.000 persone. In particolare, le zanzare del genere Anopheles trasmettono il parassita della malaria, quelle del genere Aedes trasmettono infezioni virali come dengue e febbre gialla. Oggi la tecnologia promette di liberarci da tutto questo, ma a quale prezzo?

Chinino e DDT

Già in passato la tecnologia aveva dato prova di saper metter toppe peggiori del buco. Guardando al caso italiano, a cavallo tra Otto e Novecento la malaria che infestava le zone paludose come Agro pontino e Polesine era stata praticamente debellata, grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sociali, all’uso di zanzariere, al chinino (sostanza estratta dalla corteccia della Cinchona con cui venivano, tra l’altro, riempiti cioccolatini da regalare ai bambini) e, successivamente, alle famose bonifiche del fascismo. Poi, però, nei difficili anni della Seconda guerra mondiale il problema si era ripresentato.

Cessati i bombardamenti, la soluzione arrivò dall’ultimo ritrovato dei laboratori scientifici che si era visto come sterminasse non solo le zanzare, ma anche i pidocchi e tanti altri infestanti. Parliamo del DDT, che venne copiosamente spruzzato in stalle e abitazioni rurali. Una vera e propria tabula rasa di pulito: casi di malaria ridotti a zero, ma effetti collaterali che possiamo solo immaginare. Rimaneva fuori la Sardegna, ma ancora per poco; ben presto intervennero infatti i finanziamenti della Fondazione Rockfeller che garantirono anche all’isola le sue massicce dosi di insetticida, irrorato copiosamente e a tappeto (solo nel 1978 il DDT verrà messo al bando in Italia). Questa strategia alquanto discutibile verrà replicata pari pari nei decenni successivi nelle aree povere e rurali del mondo, sotto l’egida dell’appena costituita OMS, almeno fino a quando non iniziarono a svilupparsi zanzare resistenti al DDT. Una dinamica che dovrebbe per lo meno insegnarci qualcosa.

Successivamente, alla fine degli anni Novanta, a livello mondiale la strategia di contrasto alla malaria cambia. Con un passo indietro rispetto alla chimica tossica si ritorna agli strumenti che avevano dimostrato efficacia già nel secolo scorso: zanzariere (le zanzare responsabili della malaria pungono principalmente nelle ore serali e notturne, mantenerle fuori casa mentre si dorme si stima apporti una riduzione del 70% delle infezioni), accesso alle cure per tutti, rafforzamento dei sistemi sanitari e delle misure igieniche.

Troppo poco, in anni in cui si stanno realmente mettendo le mani sul DNA degli esseri viventi per piegarlo all’utilità umana: intorno al 2000 Crisanti e altri zanzarologi, dopo stagioni passate a coltivare sciami di insetti, “producono” in laboratorio le prime zanzare geneticamente modificate, impossibilitate a trasmettere la malaria.[2]

Gabbie del Laboratorio di confinamento ecologico del Plo GGB di Terni
Gabbie del Laboratorio di confinamento ecologico del Polo GGB di Terni

Hybris

Passare dal laboratorio al mondo esterno non è però un passo facile, ancor più arduo diffondere la mutazione genetica da un pugno di individui all’intera popolazione mondiale di una certa specie di zanzare. Ma non è tutto. Gli apprendisti stregoni puntano ancora più in alto: usare la genetica per cancellare dalla faccia della terra, una volta per tutte, le specie di zanzare responsabili della trasmissione della malaria. Ovvero sovvertire con un colpo di mano le regole dell’evoluzione perfezionatesi nel corso di milioni e miliardi di anni, perfettamente consapevoli, afferma Crisanti, di «dover affrontare una sfida alla natura di dimensione prometeica».[3] Hybris: insolenza e tracotanza.

È a questo punto che arrivano in soccorso i benefattori. La Fondazione Bill & Melinda Gates stanzia in prima battuta 10 milioni di dollari per sostenere il progetto che viene denominato Target Malaria. Obiettivo: sopprimere la capacità riproduttiva di intere popolazioni di zanzare, al fine di eradicarle.

I primi risultati non sono in realtà entusiasmanti perché, se all’inizio la sterilità si diffonde a macchia d’olio, dopo poche generazioni la natura pareva ribellarsi alla propagazione di questo assoluto svantaggio selettivo. Ma l’uomo – cartesianamente «signore e padrone della natura» – non ci sta. Le leggi che regolano la materia vivente devono piegarsi al suo volere tanto che, dopo ulteriori tentativi e sovvenzioni milionarie, alla fine, la soluzione arriva: si chiama gene drive, o reazione genetica a catena. Per la prima volta diventa possibile deviare il percorso evolutivo di una popolazione di animali dirottandolo verso una rapidissima estinzione.

Gene drive

Il meccanismo gene drive utilizza il CRISPR-Cas9, una tecnologia di editing genomico che permette di modificare il DNA in maniera molto precisa (più o meno…); evitiamo qui di addentrarci nei dettagli tecnici di questa tecnologia, rimandando ad altri articoli che abbiamo pubblicato in passato sulla Rivista.[4] Basti sapere che, in sostanza, il gene drive funziona da acceleratore della diffusione ereditaria di determinate caratteristiche: se in natura un gene ha il 50% di probabilità di essere trasmesso da un genitore a un figlio, se trasportato da un drive le sue possibilità sfiorano il 100%. Pertanto, truccando i dadi delle probabilità, nel giro di qualche generazione (avendo un ciclo vitale di poche settimane, le generazioni di zanzare si susseguono rapidamente) un gene programmato per danneggiare una specie può propagarsi con un effetto domino in tutta la popolazione, fino a farla collassare.

Gli zanzarologi lavorano in due direzioni, spiega Crisanti: «La prima consiste nel distruggere il cromosoma X durante la formazione degli spermatozoi, in modo che nascano solo maschi, che non pungono e non trasmettono la malaria. Lo sbilanciamento nel rapporto tra i sessi è destinato a causare il collasso della popolazione con un effetto domino. La seconda consiste nel distruggere un gene che è coinvolto nella fertilità delle femmine ma è inutilizzato nei maschi, che quindi lo diffondono, trasmettendolo alle femmine che diventano tutte sterili».[5] Riassumendo: si punta a far scomparire le femmine fertili di una specie, portandola di conseguenza all’estinzione.

Nel luglio 2018 Target Malaria ha avviato la Fase 1, ovvero il primo rilascio di insetti geneticamente modificati, nello specifico zanzare di sesso maschile e sterili, a Bana e Sourkoudingan, in Burkina Faso. La Fase 3, che dovrebbe partire nel 2027, dopo aver completato i vari adempimenti burocratici, prevede il rilascio di vere e proprie zanzare gene drive nell’Africa tropicale.

Nel frattempo vanno avanti gli esperimenti di laboratorio condotti da Crisanti & C. Prima su piccola scala, poi nelle grandi gabbie del Polo d’innovazione di genomica, genetica e biologia, a Terni, dove è stato ricreato un ambiente tropicale artificiale.[6] La tecnica ha funzionato, ma quel che si osserva all’interno di un laboratorio di confinamento ecologico dice poco o nulla rispetto a quali saranno le ricadute negli ecosistemi reali. Sponsor e sostenitori della ricerca sul gene drive si sono impegnati ad assicurare degli standard di biosicurezza condivisi e spergiurano che è tutto trasparente e sotto controllo, unicamente diretto al bene collettivo e che ogni passo sarà condiviso con le comunità interessate (ci crediamo, come quando l’oste dice che il vino è buono).[7]

Imprevedibilità

Ma quale sarà l’impatto sull’ambiente diventato, esso stesso, laboratorio di sperimentazione? Sono prevedibili tutte le ricadute, sapendo che lo scambio tra organismi ed ecosistemi è fatto di interazioni complesse che non possono essere ridotte a un meccanicismo genetico progettato a tavolino? Quali effetti ci saranno sulla salute degli altri animali e dell’uomo? Cosa accadrebbe se i geni modificati passassero ad altre specie di zanzara: eventualità giudicata «non trascurabile» secondo alcuni studi?[8]

E ancora: quanto ci vorrà prima che dalle zanzare si passi ad altri animali “nocivi”? Le stime ci dicono che in media il 10-15% dei raccolti si perde a causa dei parassiti: perché non risparmiare pesticidi e sterminarli tutti a forza di “bombe genetiche”? La Nuova Zelanda ha già annunciato l’intenzione di eliminare i ratti, gli opossum e gli ermellini entro il 2050, considerandoli specie invasive che causano enormi danni alla flora e alla fauna locale.[9] Al di là delle ripercussioni incontrollabili sull’intero ecosistema di cui tali animali sono parte integrante, chi può garantire che la sperimentazione non travalichi i confini dell’isola (basta qualche ratto che si imbarca casualmente, o deliberatamente) e finisca per diffondere l’estinzione a livello globale?

C’è un curioso precedente di tentato controllo biologico, fallito con effetti a catena devastanti e inaspettati. Fu quando la Cina di Mao decise di sterminare i passeri nell’ambito della campagna propagandistica contro le “quattro piaghe” promossa dal governo. I passeri, infatti, mangiavano il grano prima del raccolto. Tuttavia, si è scoperto che i passeri mangiavano anche i parassiti agricoli. La Cina si è vista costretta a limitare i danni importando successivamente passeri dalla Russia, ciononostante, la decimazione della popolazione di passeri ha portato a un enorme calo dei raccolti ed è stata probabilmente una delle cause principali della carestia che ha provocato la morte per fame di 30-45 milioni di persone tra il 1958 e il 1962.[10]

Un altro aspetto importante, che indirettamente fa capire molte cose, riguarda i flussi di denaro. Chi è diventato il più grande finanziatore al mondo della ricerca sul gene drive? I militari. La DARPA statunitense (Defense advanced research projects agency) ha investito subito 100 milioni di dollari (due e mezzo andati direttamente a Crisanti) e continua a sostenere gli sviluppi del progetto. Non ci vuole molto per capire come il gene drive, al di là delle zanzare, apra le porte alla possibilità di sviluppare armi biologiche utilizzandolo, ad esempio, per eradicare insetti importanti e benefici per l’agricoltura in una determinata regione. L’interesse dell’agenzia militare statunitense è ovviamente quello di padroneggiare tale tecnologia prima che qualche stato canaglia ci metta le mani…[11]

Queste e altre preoccupazioni attraversano anche gli stessi ambienti della ricerca scientifica. Nel 2016, ricercatori e attivisti riuniti a Cancún per la COP13 della Convenzione sulla diversità biologica (CBD) hanno lanciato un appello all’ONU chiedendo una moratoria sulle ricerche relative al gene drive. Nella lettera A call for conservation with a conscience: no place for gene drives in conservation scrivevano: «Il gene drive ha il potenziale di trasformare radicalmente il nostro mondo naturale e persino il rapporto dell’umanità con esso. […] L’assunzione di un tale potere è una soglia morale ed etica che non deve essere superata senza grande cautela».[12] Niente di particolarmente luddista: quel che chiedevano era solo una migliore valutazione e una regolamentazione della materia, nel solco dei tanti appelli alla prudenza lanciati nel corso dei decenni dagli stessi ricercatori ai loro colleghi (almeno, per quel che riguarda il tema da vicino, dalla Conferenza di Asilomar del 1975 sul DNA ricombinante): tutti scavalcati senza colpo ferire e risoltisi in un nulla di fatto. “Non si può fermare il progresso!” – con le armi e gli armigeri del progresso.

Una nuova proposta di moratoria emerge due anni dopo, alla COP14 (tenutasi in Egitto); proposta rigettata per non aver ottenuto il consenso unanime. Chi rappresentava un paese come l’Uganda in quel contesto? Uomini legati a Target Malaria (che lavorano in stretta collaborazione con il governativo Uganda virus research institute). Ulteriori proposte di moratoria internazionale, inascoltate, emergono anche negli anni successivi.

Un maggior senso di giustizia e moralità lo troviamo invece nell’opposizione dal basso, nei non specialisti che reclamano il diritto di parola dimostrando che c’è ancora una speranza, anche se di fronte alla potenza della tecnoscienza le forze dell’umanità appaiono troppo deboli. Attivisti di Burkina Faso, Senegal, Costa d’Avorio, da anni si stanno mobilitando e battendo per opporsi ai disegni di Target Malaria e della Fondazione Bill & Melinda Gates.[13]

Due documentari – A Question of Consent: Exterminator Mosquitoes in Burkina Faso e Gene Drives in Africa: Civil Society Speaks Out – danno voce all’opposizione della popolazione locale.[14] «Essere le cavie da laboratorio per un esperimento del genere è ragione di grande inquietudine», afferma Daouda Kambe Ouattara, dell’associazione Y’n a Marre. Ali Tapsoba dell’associazione Terre à vie denuncia la mentalità colonialista di Target Malaria: «non possono imporci un modo di curare la malaria senza prima chiedere la nostra opinione», tanto più visti i precedenti. È noto, ad esempio, quali danni abbia causato e come sia poi miseramente fallita l’esperienza di introduzione del cotone geneticamente modificato (Monsanto BT): «sappiamo che quando arriva questa gente, non si muove per il bene della popolazione, ma per i loro interessi», aggiunge Naufou Koussoube, della Fédération national des groupements de Naam. C’è poi una questione di tipo etico sollevata dagli attivisti che si chiedono per quale motivo si spendano miliardi in ricerche che sono potenzialmente pericolose (per la salute, per l’ambiente, e di riflesso potenzialmente dannose per l’economia locale), quando esistono soluzioni indigene per curare la malaria. In primo luogo, si chiedono quindi investimenti nell’igiene, nella bonifica, nella sanificazione dei villaggi.

Intanto, notizia di agosto 2025, il Burkina Faso ha ufficialmente ordinato la sospensione definitiva del progetto Target Malaria, quindi la chiusura dei laboratori e la distruzione dei campioni, opponendosi ai disegni di “neocolonialismo scientifico” della Fondazione Gates e dei suoi accoliti: questi presunti filantropi che investono in tecnologie brevettate e trasformano ogni “causa umanitaria” in un’opportunità finanziaria.[15]

In conclusione, sono in molti a paventare il rischio che qualcosa di irreversibile venga provocato agli ecosistemi africani e mondiali ancora prima che gli scienziati abbiano compreso appieno il funzionamento di questa tecnologia. Ai danni, qualora vi saranno, si risponderà elaborando nuove soluzioni tecnologiche. Con nuovi effetti collaterali imprevisti. E così via. Fino a dove? Ma anche se andasse fortuitamente tutto bene, resta la questione di fondo della distanza insormontabile tra chi vuol continuare a vivere da essere umano e chi rincorre la volontà di potenza: «anche se siete interessati ai problemi dell’Africa – ha detto un attivista africano a un ricercatore del MIT – ciò che ci preoccupa è il mondo che state lasciando».[16]

Per una disamina più approfondita di tutte gli interrogativi emersi in questo articolo si veda il sito della campagna Stop Gene Drive (www.stop-genedrives.eu) che riunisce circa 240 organizzazioni attive nella conservazione della natura, nella protezione dell’ambiente, nel benessere degli animali e nei campi dell’agricoltura e della cooperazione internazionale.


[1] <www.youtube.com/watch?v=rLzRGIaoYMw>.

[2] Flaminia Catteruccia [et al.], Stable germline transformation of the malaria mosquito Anopheles stephensi, “Nature”, 405, (2000), p. 959-962, DOI: 10.1038/35016096.

[3] Andrea Crisanti, Reazione genetica a catena: capovolgere le regole dell’evoluzione, Bologna, Il Mulino, 2025, p. 89.

[4] Cfr. E l’uomo creò l’uomo. CRISPR e le nuove frontiere dell’editing genomico, “Rivista Malamente”, n. 25, giu. 2022; Dio è morto in laboratorio, ivi, set. 2023; Verso il transumanesimo: crispizzare bambini, ivi, ott. 2024.

[5] Reazioni genetiche a catena. La frontiera dei “gene drive” parla italiano, intervista ad Andrea Crisanti, <https://crispr.blog>.

[6] Kyros Kyrou [et al.], A CRISPR–Cas9 gene drive targeting doublesex causes complete population suppression in caged Anopheles gambiae mosquitoes, “Nature biotechnology”, 36, (2018), p. 1062-1066, DOI: 10.1038/nbt.4245;  Andrew Hammond [et al.], Gene-drive suppression of mosquito populations in large cages as a bridge between lab and field, “Nature communications”, 12, 4589, (2021), DOI: 10.1038/s41467-021-24790-6.

[7] Clauda Emerson et al., Principles for gene drive research. Sponsors and supporters of gene drive research respond to a National Academies report, “Science”, 358, 6367, (2017), p. 1135-1136, DOI: 10.1126/science.aap9026.

[8] Virginie Courtier-Orgogozo [et al.], Evaluating the probability of CRISPR-based gene drive contaminating another species, “Evolutionary Applications”, 13, 8, (2020), p. 1888-1905, DOI: 10.1111/eva.12939.

[9] Kevin M. Esvelt, Neil J. Gemmell, Conservation demands safe gene drive, “PLOS Biology”, 16 nov. 2017, DOI: 10.1371/journal.pbio.2003850.

[10] Jemimah Steinfeld, China’s deadly science lesson: How an ill-conceived campaign against sparrows contributed to one of the worst famines in history, “Index on Censorship”, 47, 3, (2018), p. 49, DOI: 10.1177/0306422018800259.

[11] Arthur Nelsen, US military agency invests $100m in genetic extinction technologies, “The Guardian”, 4 dic. 2017, <www.theguardian.com>.

[12] <https://www.boell.de/en/2016/11/16/offener-brief-fur-naturschutz-mit-gewissen-kein-platz-fur-gene-drives>.

[13] Sulle opposizioni ai progetti di Target Malaria (ma anche per una disamina delle linee guida del filantrocapitalismo e, dall’altra parte, dei movimenti per la sovranità alimentare e territoriale) si veda Maura Benegiamo, The Target Malaria project and the gene drive experiment: for an ontological politics of the neoliberal bioeconomy and its controversies, “Rassegna italiana di sociologia”, 4, 2024, p. 959-986, DOI: 10.1423/115307

[14] I documentari, sottotitolati in italiano, sono disponibili sul canale youtube di Resistenze al nanomondo.

[15] Enrica Perucchietti, No al “neocolonialismo scientifico”: Il Burkina Faso vieta le zanzare OGM di Bill Gates, “L’indipendente”, 25 ago. 2025.

[16] Cit. in Maura Benegiamo, The Target Malaria project and the gene drive experiment, cit.

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Occupazione al polo Volponi dell’Università di Urbino

Le studentesse e gli studenti di Urbino si sono mobilitati contro un governo complice del genocidio, che rivendica oggi una pace fittizia, che sarà un nuovo inferno per i palestinesi.

La mobilitazione di lunedì 13, con grande partecipazione studentesca e cittadina, è terminata nell’occupazione dell’aula cinema del complesso Volponi di Urbino.

Data la posizione avanzata del nostro Ateneo rispetto alla situazione in Palestina – esplicitata dalla “Dichiarazione del Senato Accademico dell’Università di Urbino Carlo Bo sulla guerra in Palestina” – abbiamo ritenuto necessario portare alla luce alcune contraddizioni, tra cui le collaborazioni con le industrie belliche sul territorio (Benelli Armi) e con le multinazionali, come Coca-Cola HBC ITALIA, promotrici dell’occupazione e del genocidio del popolo palestinese.

Le nostre richieste, oltre alla cessazione di tali rapporti, comprendono l’istituzione di uno spazio di discussione politica, dove tutti gli studenti e le studentesse possano informarsi e organizzarsi e l’introduzione di insegnamenti decoloniali da parte dei docenti che sentono la necessità fare informazione sulla questione palestinese.

L’occupazione è continuata il giorno seguente.

Abbiamo ottenuto un primo colloquio nell’aula occupata con il Rettore dell’Università e siamo tutt’ora in trattativa.

SCARICA QUI IL DOCUMENTO CON LE RIVENDICAZIONI DELL’ASSEMBLEA DI OCCUPAZIONE

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One Piece è arrivato al porto

Rivista Malamente, n. 38 (nov. 2025)

di Redazione

Da qualche settimana la bandiera di One Piece sventola anche ad Ancona. Uno degli effetti più miracolosi delle formidabili manifestazioni per la Palestina nel capoluogo della nostra regione è stata l’apparizione della Generazione Z, finalmente nei cortei. Quando qualche migliaio di persone hanno travolto la ridicola linea di contenimento della digos e sono entrate nel porto commerciale di Ancona, la bandiera del pirata manga sventolava senza pensieri.

Le ultime settimane di settembre e poi lo sciopero generale del 3 ottobre e la manifestazione ardente di Roma il giorno dopo, hanno visto un’accelerazione di eventi, idee ed emozioni come non si vedeva da un po’. Il genocidio palestinese ha evidentemente raggiunto un livello di tale intollerabilità da alterare degli equilibri sociali che sembravano congelati.

Il 22 settembre, in solidarietà con l’iniziativa della Global Sumud Flotilla, più di 8.000 persone hanno occupato il porto di Ancona con un corteo e un presidio fisso, partecipando a due iniziative diverse che sono risultate complementari nonostante le differenze e la difficile comunicazione tra gli organizzatori, il Coordinamento Marche per la Palestina e i Centri sociali delle Marche. A distanza di meno di dieci giorni, quando la Flotilla di solidarietà con Gaza è stata sequestrata dai corsari israeliani, l’Italia è stata svegliata dal primo vero sciopero generale dopo vent’anni di torpore. Anche ad Ancona si è data la convergenza seppure difficoltosa di sindacalismo di base, CGIL e movimento per la Palestina.

Il 3 ottobre i manifestanti e le manifestanti, determinati e indisciplinati, sono riusciti con la loro pressione a entrare fin dentro il porto commerciale e a bloccare per ore le attività di carico e scarico di una mega nave della compagnia MSC. Lo stesso è accaduto ai traghetti in arrivo e in partenza. Alla fine della giornata un corteo spontaneo ha bloccato uno degli snodi più importanti del capoluogo e ha fronteggiato la polizia in assetto antisommossa che sbarrava l’accesso alla stazione ferroviaria. Proprio in quel momento si sono palesati al grido di “Palestina libera!” i fantasmagorici maranza, l’incubo di Piantedosi da quando Ramy è stato ammazzato a Milano da una volante dei carabinieri. Il tappo non è saltato, almeno per ora, ma sono nate delle amicizie e qualche complicità.

Durante queste giornate, e anche in quelle con minore partecipazione ma grande energia, abbiamo visto persone che pensavamo scomparse, la generazione sotto i trent’anni: determinata, curiosa, aperta. Ci sono stati incontri e si è riaperto un senso inedito di possibilità di cambiamento. Una posizione etica, contro un mondo insopportabile ha riaperto la possibilità di criticare tutto il resto, le condizioni materiali della miseria capitalista, la crisi ecologica, l’autoritarismo del fascismo degli algoritmi. Eppure i rapporti di forza sono ancora molto sfavorevoli. La minaccia di una guerra in Europa aumenta di livello e la Palestina viene maltrattata sempre di più nonostante una crescente solidarietà globale dal basso. L’intervento diplomatico di Trump per il cessate il fuoco a Gaza ha tanto il sapore di una grande operazione globale di contro-insurrezione preventiva, sulle spalle di una resistenza palestinese stremata e tradita dagli stati arabi.

Ci riempie il cuore il sorriso dei bambini e delle bambine di Gaza che forse per un po’ vivranno senza il suono delle bombe. Ma sappiamo che quella storia non finisce qui. Quello che abbiamo visto nascere è un movimento incredibile e necessario, quanto fragile e minacciato da tanti pericoli. Dobbiamo averne cura. Come rivista continuiamo a offrire uno spazio di crescita, confronto e critica a chi non si accontenta del presente e non vuole chiudersi in identità settarie ed escludenti.

Su questo numero continuiamo quindi ad approfondire i temi che ci stanno a cuore, per non rinunciare a formarci, per affinare capacità critica, creatività politica e culturale. Le pagine si aprono e si chiudono con due spazi anarchici di parola e cooperazione: il Bologna Anarchist Book Fair e l’intervista con il sempreverde Tomás Ibáñez, anarchico spagnolo di grande esperienza ed etica. Quel che c’è in mezzo ve lo lasciamo scoprire. Infine, lanciamo un saluto al Raduno intergalattico di Genuino Clandestino, ospitato a metà ottobre dalla CIURMA a Urbino: mercato contadino, festa, discussioni, convivialità… ne parleremo diffusamente sul prossimo numero.

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La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo

Nessun impianto, nessun rimorso: alcune considerazioni e un racconto a più voci della mobilitazione dello scorso febbraio

Lo scorso 9 febbraio una quindicina di escursioni hanno punteggiato la dorsale appenninica e l’arco alpino al grido La montagna non si arrende. Dopo l’esperienza di Reimagine winter (marzo ’23) e Ribelliamoci AlPeggio (ottobre ’23) decine di associazioni, spazi sociali, comitati di abitanti, climattiviste si convocano in risposta alla chiamata dell’Associazione Proletari Escursionisti.
Un primo dato interessante sta proprio qui: realtà diverse, associative e militanti, singoli oppositori o gruppi organizzati riflettono le proprie voci di dissenso a progetti che disegnano una prospettiva di turismo sempre più aggressiva basata sulla depredazione dei territori. Troviamo che questa saldatura descriva due importanti momenti. Tanto per cominciare, sappiamo che in questa fase le lotte locali fanno paura al potere e sono tra le poche efficaci. Basti qui ricordare la pesantissima repressione NoTav, le manganellate al parco Don Bosco di Bologna, le forze dell’ordine sempre più spesso mandate a monitorare gruppi e iniziative di protesta locale o ancora le lotte contro il furto d’acqua e le dighe d’Oltralpe. Unire queste lotte a partire dall’urgenza dello sperpero olimpico e metterle in connessione tra loro non farà che rafforzarle e migliorarne l’efficacia, rendendo una volta ancora più esplicito il trait d’union che le accomuna: la necessità di sviluppare comunità disposte a interagire con i territori e a ragionare di come starci dentro e non sopra, insieme alll’improrogabilità di opporsi a prospettive che minacciano e calpestano luoghi ogni anno più fragili. Visioni superate, fuori tempo massimo, che strizzano ancora dopo aver spremuto. Idee sepolte, energivore, idrovore e che possono essere tranquillamente descritte come negazioniste del cambiamento climatico.

In questo solco la proposta di una giornata di mobilitazione sincrona che riconosce nei Giochi olimpici invernali 2026 l’elemento apicale di una lunga sequenza di iniziative nocive e imposte, che drenano risorse pubbliche e minano la vita non solo umana nei territori coinvolti, può fungere da apripista a una galassia di resistenze contro cave e miniere, grandi opere stradali sovradimensionate, impianti eolici industriali, estrazione di fonti fossili, nuovi impianti di risalita. Un cartello capace di interrogare e interrogarsi su possibili forme di mutuo appoggio, produzione di spazi di confronto e formazione, impellenza di far emergere le lotte con lo scopo di portare a casa piccoli e grandi risultati utili a infondere fiducia nel binomio stop nocività / riprogettazione dal basso. Tutto nasce dall’appello: «Le terre alte bruciano. Non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai si sfaldano, il permafrost si scioglie, le alluvioni devastanti sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come i giochi olimpici invernali.

La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e unici».

I numeri, le opere (e i giorni) di una crisi

Il versante sud delle alpi paga per primo il costo della crisi climatica: 260 impianti sciistici dismessi, oltre 170 in funzione “a intermittenza”, i bacini per l’innevamento artificiale crescono del 10% toccando la cifra record di 158 secondo il Rapporto Neve Diversa di Legambiente. Sempre in tema di dati, le prime analisi della Rete Open Olympics illustrano l’economia della promessa olimpica a partire dagli open data pubblicati sul sito di SiMiCo, l’SpA a controllo pubblico e principale stazione appaltante delle infrastrutture del ticket Milano-Cortina 2026. Dati che raccontano il modello spompo di una nazione al collasso che dopo essere implosa nell’industria e nella sua capacità di produzione non sa far altro che iniettare liquidità per generare reddito sottraendo spazi di cittadinanza. E così si ruba acqua a comunità che necessitano di autobotti per bagnare gli orti, si progettano impianti che abbattono boschi, si trasformano rifugi alpinistici in resort di lusso. La logica della turistificazione genera souvenir finto-artigianali, attrae gruppi di investimento, cancella servizi essenziali per le comunità. Il risultato di questo “favore al turismo” costi quel che costi altro non è che l’annientamento di economie locali, la crescita dei prezzi e l’impossibilità di vivere e sviluppare relazioni dove si è nati e cresciuti, quando anche vi ci si volesse rimanere.
L’esplosione e l’atomizzazione del tessuto sociale.

Scritte contro l’eccessiva invadenza del turismo all’Alpe di Siusi

A un anno dallo start nella gestione del cantiere olimpico 2026, la metà delle opere risulta ancora in progettazione o in gara, le attese di una VAS nazionale sono state tradite e sulla Lombardia insiste il carico più alto (50% ca. di 3,38 miliardi) sia per numero di opere che per costo. La conclusione di diverse opere di “legacy”, che per il 70% sono stradali e per il 30% ferroviarie) è già in agenda per il 2028, 2030, 2032. Il binomio fretta/ritardo, distrattamente salutato come pura imperizia, costituisce una leva fondamentale della logica commissariale e della sua capacità di accelerare i processi di trasformazione territoriale bypassando i processi democratici di ascolto, interlocuzione, cessione di potere all’agognata sovranità popolare. A questo scenario si aggiungono i costi per la realizzazione dei Giochi veri e propri, in carico alla Fondazione Milano Cortina 2026 per 1,6 miliardi di euro.

Il 70% delle opere collaterali alle Olimpiadi – in una nazione in cui crollano ponti, si sfaldano guardrail e lo stato di edifici pubblici a cominciare dalle scuole è pessimo, in cui le case non a norma, abusive, e a forte rischio in caso di evento sismico o meteorologico è disarmante, in cui  la manutenzione è inesistente e la priorità è spostare masse di turisti nel grand tour dell’invasione – sono strade. La politica pretende di ridurre gli intasamenti stradali aumentando il numero delle carreggiate – come nel caso del Passante di Bologna – e delle carrozzabili – come per la tangenziale di Bormio – senza ammettere che così facendo fa aumentare il volume del traffico e torna al “via”, a dover ampliare e costruire ancora e ancora.
Opere per giustificare opere: infrastrutture per raggiungere borghi e città tronfi di mattone e bonus edilizi, centri urbani tirati a lucido e gentrificati, in preda alla smania di decoro e respingenti. Un Paese ricco di infrastrutture turistiche mal progettate che chiamano ciclabili. Opere inutili rispetto all’idea originaria – agevolare la mobilità interna -, che quando non contribuiscono a causare disastri, come in Emilia, sottraggono spazio ai marciapiedi e pedoni.
L’ottica turistica nasconde nocività sotto al tappeto e inventa peculiarità e tradizioni, economie e bella vita, in una valanga schizofrenica che si ingigantisce e travolge tutto quel che incontra. Impianti anacronistici e funi ricollocate nella tradizionale destinazione d’uso, come nel caso dell’ovovia di Trieste, «una vetrina commerciale per le sue [di Leitner, ndr] cabinovie urbane, dato che il cambiamento climatico preclude altri impianti in quota». Meleti pervasivi che occupano il territorio in maniera tossica, fatta di fitofarmaci e pesticidi, mentre si invita la gente a voltarsi dall’altra parte per ammirare funivie che trasporteranno la frutta da stoccare. È questo il progetto Melinda che, vestiti i panni di novella Grimm, racconta una Biancaneve al contrario fatta di una funivia, riduzione del traffico di camion, buone mele “green” e biodiversità. Come se non fosse una presa per i fondelli parlare di biodiversità mentre si impone una monocoltura (o bi-coltura, se includiamo i vigneti) nociva.
Come se la costruzione e il mantenimento di un impianto non fossero energivori, non impattassero sul territorio non inquinassero; come se, tolte poche centinaia di metri al trasporto su gomma – l’”ultimo miglio” – i camion non continuassero a portar merce dai produttori alla stazione di partenza della funivia, e dalla cella ipogea della cava di stoccaggio ai centri di distribuzione.

In Trentino, la regione “illuminata” in cui l’invasione di animali umani inizia a produrre più noie che reddito, la Provincia preferisce millantare invasioni di una fauna anch’essa re-introdotta a uso turistico, salvo non garantirle il minimo spazio vitale e negarle corridoi di dispersione per poterla poi additare a emergenza criminale e pretendere di abbatterla.
La negazione della vita per l’aleatorietà del fatturato perché, grattata la vernice, la menzogna si svela per quello che è: altro che interesse per l’ambiente, rispetto per le comunità, scelte lungimiranti per la collettività.

Interesse privato e pittate di vernice, stop

Per i Giochi è previsto l’arrivo di 1,8 milioni di presenze, che a mezzo stampa si usa arrotondare a 2 milioni, ma che in realtà è un modo curioso di parlare di 500.000 persone, per intenderci un settantesimo del giubileo capitolino.
Il Rapporto di sostenibilità, impatto e legacy è una lettura di sicuro svago per gli amanti della chiarezza circa gli obiettivi dell’impresa: rafforzare la posizione sia di Milano, come città met dinamica e votata ad ospitare eventi internazionali, che di Cortina, quale località nel cuore delle Dolomiti e della regione alpina, attrazione turistica e polo leader a livello mondiale per sport invernali. Se solo escludiamo i nomi di località e discipline che riportano la parola alpina o alpino questa è l’unica volta in cui le Alpi sono citate in 164 pagine di documento. A titolo di paragone il lemma Milano (sede di gara della maggior parte delle discipline) restituisce oltre 250 risultati.

Narrazioni dunque, cumuli di narrazioni che mirano a intruppare e a spostare l’attenzione dal cuore del problema: il modello di business distruttivo.
Ecco perché è importantissimo questo inizio di “camminata larga”, ecco perché ci auguriamo che la contestazione fuori e oltre, al tema stretto “Milano-Cortina”, si allarghi. Partire dalle singole opere, dagli impianti, dai progetti – che siano in alto come in basso, in città come in piccoli borghi semi-disabitati –; partire dai sommovimenti e dalle lotte, metterle in “rete”. Perché le narrazioni attorno all’Olimpiade o a qualsiasi altro soggetto speculativo si adattano di volta in volta succhiando respiro, ma sono accomunate dalla stessa logica, perfettamente sovrapponibile a quella che anima l’assalto a tutto lo stivale: soldi, sfruttamento, impoverimento sociale.

Leggere la dinamica aiuta a allargare lo sguardo, apre riflessioni di respiro, e sposta il piano. In questa logica non ha senso controbattere alla produzione immaginifica del monolite olimpico fatto di mille piedi, stare sul pezzo delle Olimpiadi come evento anacronistico, immaginare un unico motore no-olimpico.

Come bene ha scritto Alberto di Monte, il nostro compagno Abo, su Umanità Nova: «L’importante non è vincere, oggi è importante non partecipare». Ne siamo convinti, le montagne meritano una nuova diserzione, le olimpiadi meritano diserzione, questo mondo merita diserzione.
Disertare le loro battaglie e le loro costruzioni del nemico, spostare l’asse verso il conflitto giusto: non contro le narrazioni sognanti e distorcenti che produce il capitale, ma contro esso stesso.

Bormio – Fake snow, real profit!

La comitiva in arrivo in pullman da Milano è accolta a Bormio dalla prima neve di stagione, che da qualche giorno scende copiosa in alta valle. Le centocinquanta persone partecipanti inscenano un’escursione-manifestazione-perlustrazione fino all’imbocco della Valdidentro prima di ripiegare nel centro storico per un pomeriggio di presidi itineranti. Sì perché la contestazione olimpica non è ben accetta dall’amministrazione locale né dalla questura di Sondrio e diverse iniziative sono state precettate nel tentativo di scorare i dimostranti e di tenere a distanza le sensibilità più curiose. L’epilogo di fronte all’ecomostro delle tribune al piede delle piste, lungo la via che dovrebbe intercettare il traffico della nuova tangenzialina, è la fotografia plastica dei “Giochi della sostenibilità”.

Lo ski stadium di Bormio durante il presidio

Per raggiungere Bormio abbiamo risalito la Valle Camonica e scavallato il passo dell’Aprica. Lungo il tragitto, sopra le nostre teste nubi dense contrastano con un paesaggio brullo, fatto per l’ennesimo inverno consecutivo di scarsissime precipitazioni, sia piovose che nevose.
Attraversando la valle scorgiamo Montecampione, località sciistica fallita, e per fortuna: per tutta la bassa valle non s’intravede nemmeno una spruzzata di bianco. È febbraio ma sembra autunno.
Più a Nord la situazione non è migliore, qualche incrostazione dalla Presolana, dal Pizzo Badile camuno e dalla Concarena in su, macchia appena monti di oltre 2000m di quota.
All’Aprica, poco meno di 1200 mslm, scorgiamo i primi spazzaneve, i primi fiocchi. Siamo quasi stupiti, siamo in cinque ed è la prima neve dell’anno che vediamo. La località è triste: poca gente per la via centrale, ancor meno sulle piste, lingue bianche e artificiali a dividere masse verdi d’abete. Forse anche la gente si sta stancando di sport invernali senza inverno.

Il passo dell’Aprica la mattina del 9 febbraio

Scendiamo in Valtellina: a Tirano monti e fondovalle sono asciutti quanto quelli camuni. Man mano che ci inerpichiamo verso Bormio riprendono i fiocchi, “sta a vedere che portiamo il dono più prezioso al nemico”. Arriviamo a Bormio in leggero anticipo, la Piana dell’Alute è magnifica, ampia, di un verde che comincia a imbiancare.
I bormini le sono molto legati, la amano per la sua storia, per il suo valore paesaggistico, per quello che è. Andrebbe vista, visitata, protetta; la nuova amministrazione invece la vorrebbe devastare per farci passare la “tangenzialina”. Altro che tangere, sventrare una piana stupenda per proiettare il vomito-massa nel cuore di Bormio. Chissà se reggerà a queste sollecitazioni. Chissà se questo piccolo microcosmo resisterà all’infarto.

Cercando un parcheggio attraversiamo piazza Kuerc dove ancora non c’è nessuno. Lasciamo l’auto, calziamo gli scarponi e torniamo in centro. Bormio fa la stessa impressione dell’Aprica: pochi turisti, poco movimento in pista e fuori, i vecchi fasti delle località sciistiche sono passati, resistono giusto i comprensori-mastodonte come il Tonale, luogo di un’altra camminata di questo 9 febbraio.
In piazza ci dirigiamo verso un bar per un caffè, due ragazze ci fermano e chiedono se sia qui il ritrovo. «Sì, e manca poco. Speriamo che il meteo non rovini la giornata».
Al bar veniamo accolti bene, le ragazze che lo gestiscono ci chiedono se siamo qui per via della manifestazione, sono curiose. Fuori le stesse scene, qualche passante ci saluta e chiede, così come gli agricoltori che hanno approntato un mercatino sotto la copertura della piazza.
La storiella dei valligiani chiusi, dei montanari ostili ai movimenti e felici di vedere “soldi per lo sviluppo” si scioglie come i fiocchi che cadono sul selciato di questa piazza.
Il pullman da Milano è in ritardo, cogliamo l’occasione per salutare qualche conoscenza e per conoscere persone nuove che nel frattempo si stanno radunando. Il pericolo è scongiurato, gente ce n’è.
A un certo punto avvertiamo una presenza chiassosa, svolto l’angolo e intravedo uno striscione che recita «Milano-Cortina 2026. Dalle Montagne alle città. Olimpiadi insostenibili».
È arrivato il pullman, e bene: la questura ha vietato di tutto un po’, cortei compresi, ma la cosa non preoccupa né impensierisce troppo.
Ci muoviamo quasi subito dietro lo striscione, ci sono anche alcune bandiere e intoniamo cori. I milanesi hanno studiato un canzoniere simpatico, provocatorio, scherzoso.
Il corteo si fa, e attraversa tutto il paese. Qualche curioso si sporge dalle finestre, qualcun’altra chiede. Un signore è incuriosito dalla bandiera palestinese che sventola. «Cosa c’entra con questa iniziativa?», chiede. «Le lotte si tengono assieme, così si dà senso alle cose, alle sorellanza».
Capisce. Annuisce. Se ne va sorridendo.
Attraversiamo il fondovalle costeggiando il canale termale e poi pieghiamo a destra, inerpicandoci nei boschi, la neve attacca e meglio così, sotto di lei insidiose lastre di ghiaccio fanno pattinare e battere le natiche a terra a più di uno di noi. Ma fa presa anche negli animi, i cani ci zampettano felici, qualcuno ci si tuffa, si comincia una divertita battaglia a palle di neve. Nel frattempo tre digos stanchi, compito ingrato, ci seguono a sempre maggior distanza.
Disinteressati.

I locali hanno preparato alcuni interventi che danno il senso della giornata: la tangenziale, il progetto spalti della pista Stelvio che è già costato decine di milioni di euro e che altrettanti ne mangerà, la gentrificazione, la difficoltà del vivere ai margini dell’impero.
C’è di tutto, ce n’è per tutti; quello che una volta tanto manca è la frustrazione, il senso di impotenza, e forse questa è la cosa più importante.
Il senso della giornata, il motivo dell’umore positivo è dato alla perfezione da uno degli interventi del pomeriggio, di nuovo in Piazza del Kuerc, nel primo dei presidi mobili a cui i divieti questurini di corteo ci hanno obbligato. Tessere, unirsi, combattere. Essere consci che non è una battaglia per vincere, che le olimpiadi si faranno, ma che su qualche opera si può vincere e se su quelle vittorie si costruisce consapevolezza si segna un punto importante, si aggrega, si rilancia.
Ci sarebbe di che confrontarsi, ce ne sarà occasione: i problemi bresciani risuonano in quelli valtellinesi, che fanno eco a quelli milanesi, del tutto simili a quelli appenninici, «che al mercato mio padre comprò»; se saremo bravi sarà semplice intersecare le lotte, riportarle a quello che sono: un’unica grande battaglia contro un unico nemico arrogante.

Durante il rientro attraversiamo boschi di abeti e larici, vallette, passiamo dietro ai bagni di Bormio (ora irrimediabilmente chic), ci immergiamo in questa testimonianza silente delle peculiarità di un territorio maestoso e delicato. Lungo il cammino e prima della foto di rito da un belvedere, a fine camminata, è previsto un altro breve intervento che – appunto perché la lotta è una – include anche il racconto di quello che è successo al lago Bianco, dove si è pensato di posare tubi al fine di sfruttare il bacino per l’innevamento artificiale. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, prosciugando una torbiera e la sua complessità ecologica, a dimostrazione che è tutto sott’attacco, anche le aree più fragili e che pensavamo tutelate.

La camminata è stata intensa, avvolta dall’odore e da quel senso di ovattamento sempre più raro che regala la neve, che aiuta a riflettere, che fa meglio percepire le sinapsi. Torniamo in piazza, mangiamo qualcosa e ci prepariamo per l’ultima parte della giornata, fatta di presidi dinamici che descrivano il senso dell’iniziativa e i cantieri “insostenibili”, con ultima tappa sotto le colate di cemento della già citata pista Stelvio.
Si uniscono a noi comitati locali, due arzilli avanti con gli anni volantinano e raccolgono firme per i trasporti gestiti da regione Lombardia, contro il suo assessore, contro Trenord. Altro piccolo legame tra le due valli unite nello scempio: in quella camuna si va sviluppando il primo progetto italiano di treno a idrogeno su una linea capace di offrire soltanto disservizio, da anni.

A causa di un piccolo acciacco e della conseguente sofferenza di uno di noi ce ne andiamo poco prima della fine e dei saluti, non partecipando all’ultimo dei presìdi, del resto “si parte e si torna insieme”. Ce ne andiamo però soddisfatti, pieni del senso di una giornata proficua, necessaria.
Le connessioni ci sono tutte, le volontà anche. Non resta che cospirare.

Caldarola – Anche in Appennino: la montagna non si arrende
(a due passi dai Sibillini)

Ci ritroviamo a camminare nell’Appennino maceratese a distanza di diversi mesi dall’escursione che ci portò a osservare dall’alto l’area interessata dal progetto monster degli impianti di Sassotetto e a diversi anni dalla fantastica Festa di Alpinismo Molotov del 2018. In questa fascia di montagna, a rispondere all’appello per la giornata di mobilitazione sono state due associazioni locali: C.A.S.A. Cosa Accade se Abitiamo e L’Occhio Nascosto dei Sibillini, ma la partecipazione come vedremo è stata poi molto più ampia, sia da parte di singoli che di realtà del territorio. Ma partiamo dalle basi, sottolineando un aspetto che non smetteremo di evidenziare: le dinamiche predatorie e speculative che interessano quest’area sono le stesse che ritroviamo in tutte le terre alte (e non solo in quelle), con l’aggravante che vanno a insistere su un territorio che ancora mostra tutte le ferite del sisma 2016/2017. Ferite visibili, fatte di case e paesi ancora – quando va bene – in fase di ricostruzione e di un tessuto sociale sempre più in difficoltà. Quando, nei primi mesi del post-terremoto, parlavamo di un territorio che rischiava di essere ancor più sotto attacco perché reso più debole dalle scosse e dalla mala gestione dell’emergenza (prima) e della ricostruzione (poi), facevamo una previsione fin troppo semplice.

Per questo mobilitarsi in queste aree ha a avrà per lungo tempo una doppia valenza, una “di base” e una specifica sulle varie tematiche che si intendono affrontare. Questa volta gli interventi che hanno unito i nostri passi si sono concentrati su tre temi di base: i progetti turistici sui Sibillini, il Gasdotto SNAM che attraversa queste zone, il parco eolico che dovrebbe sorgere proprio dove stiamo camminando. Quest’ultimo tema è quello su cui ci si è soffermati maggiormente, anche ma non solo per il luogo scelto per l’escursione di questa giornata.
Riprendiamo dall’appello: “(…) a ridosso del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, tra i comuni di Caldarola, Camerino e Serrapetrona, in provincia di Macerata, dovrebbe sorgere un parco eolico con aerogeneratori alti 200 m. A conferma di come l’energia rinnovabile, di cui ovviamente condividiamo la necessità alla base, non sia buona “di per sé” ma vada comunque sempre inserita in un contesto di rapporti sociali, politici ed economici e valutata considerando anche l’impatto sull’ambiente, sulle comunità e sull’intero territorio. Non è illogico riconoscere che dietro la famigerata transizione ecologica si nascondano altri interessi (il parco eolico in questione è stato richiesto appunto da una multinazionale norvegese con sede anche in Italia) che non hanno nessuna ricaduta positiva sulle comunità – defraudate di qualunque potere decisionale – perpetuando in chiave “green” lo stesso sistema economico che ci ha portato fino a questo punto.”
Riportiamo queste considerazioni perché sono tornate più volte nel corso degli interventi e perché se sostituiamo il parco eolico con gli impianti di risalita o con il gasdotto il risultato finale non cambia: nessuna ricaduta positiva sui territori ed estrattivismo da parte del capitale. Su queste basi ci ritroviamo lungo il sentiero che da poco più avanti l’abitato di Castiglione si muove verso i Prati delle Raie e Croce di Valcimarra. Ci muoviamo intorno ai mille metri di quota e una fitta nebbia ci accompagna fin dalla partenza, siamo 100? 120? 90? È persino difficile contarsi e nel lungo serpentone si riconoscono le sagome solo dei dieci avanti e dietro ciascuno di noi. Una composizione variegata e di tutte le età, compagne e compagni che si incontrano sia in piazza che lungo i sentieri di montagna ma anche appassionati di escursionismo e persone del luogo sensibili agli argomenti trattati. Chi conosce questi posti racconta di come normalmente il panorama da quassù sia fantastico, da un lato le vette dei Sibillini che a tratti spuntano dietro ogni curva, dall’altro la vallata e Camerino in lontananza. Oggi la nebbia rende tutto surreale e qualcuno aggiunge che “oggi non avremmo visto neanche le pale se le avessero già piazzate”.

Durante le prime due soste sul gasdotto e – soprattutto – sul parco eolico sono tante le domande e le considerazioni che si accavallano e chi ne sa di più prova a rispondere, non tanto sui tecnicismi quanto sull’assurdità del progetto in sé. Qualcuno ricorda che solo nelle Marche sono più di cento le pale eoliche – alte 250 metri – che dovrebbero essere installate lungo i crinali appenninici, tanto che sempre oggi sul Monte Strega è in corso un’altra escursione sempre sullo stesso tema.
Continuiamo a salire e si iniziano a vedere i primi scampoli di cielo blu, giusto in tempo per la foto di rito con uno striscione realizzato con su scritto a caratteri cubitali “La montagna non si arrende”. Dopo poche centinaia di metri accompagnati dal sole l’itinerario ci porta a ripiombare nella nebbia per l’ultima “pausa narrata” sui progetti da decine di milioni di euro che andranno a impattare sui Sibillini con la scusa della “transizione turistica”, che ovviamente non viene chiamata così, ma sembra troppo affine alla transizione ecologica per non fare un accostamento.

Scendendo ci siamo chiesti cosa avesse significato questa giornata e l’opinione di tutti è che, nonostante il meteo e un territorio che negli ultimi anni ne ha passate di tutti i colori, c’è ancora una spinta a mobilitarsi su questi temi. Spinta che ci auguriamo sia solo il primo passo di una rincorsa verso i prossimi appuntamenti, perché l’escursione di oggi ci ha dimostrato che nonostante tutto gli spazi di possibilità ci sono. Sempre.

Ponte di Legno – Ri-pensare le terre alte per la loro salvaguardia

La camminata a Ponte di Legno – pensata e condotta da APE Brescia, MTO2694, Unione Sportiva Stella Rossa, Collettivo 5.37 e L’Oco! Orco che orto – ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, nonostante una fitta nevicata lungo il sentiero e pioggia battente all’imbocco della Val Sozzine, luogo di ritrovo della manifestazione, ma non è stata che l’apice di un percorso preparatorio di respiro.
Va infatti fatta una doverosa premessa: in Valle Camonica sono state organizzate tre serate preparatorie alla camminata del 9 febbraio, con l’intento di coinvolgere una popolazione che sobbolle disorientata, di mettere a fuoco le tante questioni camune sul tavolo – Terme di Ponte di Legno, depredamento del bacino del Lago Bianco per realizzare un nuovo impianto di innevamento artificiale, ampliamento del comprensorio del Monte Tonale, Montecampione, terra di progetti di turistificazione varia – tra i quali spicca Imago nei parchi Nazionali delle Incisioni Rupestri. – e di tentativi di costruire relazioni stabili tra cittadini sparsi, associazioni, comitati e collettivi locali che si stanno opponendo o che ragionano criticamente su singoli progetti, per rinforzare la protesta.
Tre serate molto partecipate e vivaci, organizzate da realtà strutturate che sono state in grado di aprirsi e accogliere la partecipazione non scontata di tanti singoli sparsi, sensibili ai temi ambientali e sociali del territorio. Tre assemblee grazie alle quali si è generato un passaparola propedeutico a allargare lo sguardo e le presenze del 9 febbraio.

Nel suo complesso, la mobilitazione è infatti stata molto più larga rispetto a quella che ha frequentato il serpentone colorato del 9; sintomo di una tematica sentita e della capacità di intercettare molte istanze e soprattutto molti volti nuovi rispetto a quelli a cui ci la militanza camuna è abituata.
Il  percorso scelto si è snodato lungo la ciclabile che da Ponte di Legno sale verso il Passo del Tonale, una camminata adatta a tutti, con punti panoramici dai quali osservare direttamente i luoghi delle criticità trattate e sufficientemente visibile perché i turisti in risalita verso le piste del Tonale se ne accorgessero. Ad accogliere i partecipanti giunti in auto e con un pullman, una micro delegazione delle forze dell’ordine che, una volta rassicurate rispetto all’idea pacifica della mobilitazione e della mancanza di volontà di bloccare le piste – voce preoccupata e forse messa in circolo con una certa malizia – si è allontanata salutando. Di altro tenore l’interesse della stampa locale, presente con rappresentanti di tutte le emittenti, che si è presentata per produrre servizi e articoli una volta tanto piuttosto potabili.
Il meteo non è stato clemente, ma un percorso ben studiato ha consentito a chi non fosse attrezzato o si trovasse in difficoltà a camminare sotto la neve di seguire gli interventi muovendosi da una sosta all’altra, lungo la strada. Gli interventi hanno rivendicato maggiore vivibilità, sia economica e sociale che ecologica e ambientale. Hanno messo in luce la scarsità di prospettive e di servizi per i camuni: spopolamento, mancanza di servizi, redditi inferiori rispetto a quelli di pianura, impossibilità di non avere un’auto a causa dell’inefficienza della mobilità pubblica, aggravata dal progetto di Trenord di realizzare una linea sperimentale a idrogeno e ribadito contrarietà al continuo sperpero di risorse per ampliare i demani sciabili.
La Valle Camonica infatti, anche se non sarà direttamente impattata dalle Olimpiadi, fa parte di quei territori che continuano a drenare fondi collettivi per cercare di rilanciare il turismo con nuovi comprensori, cannoni e sbancamenti, senza pensare minimamente di diversificare le proposte o gettando lo sguardo a un turismo più responsabile e meno impattante.

Immaginando le tappe di avvicinamento e la giornata di mobilitazione, si è scelto un percorso indagante, morbido e inclusivo ben riassunto da questa dichiarazione del comitato MTO2694: «Progetti come quello sul Monte Tonale Occidentale, poco chiaro e ancora fumoso, che  in alcune ipotesi prevede lo sbancamento della cima e il disboscamento della Valle del Lares, sono un attacco all’ambiente e alla biodiversità». Un progetto «anacronistico, fuori tempo massimo». […] «Le critiche sono tante e addirittura alcune sono condivise da Regione Lombardia. La stessa Regione Lombardia che ha parzialmente finanziato questi impianti. Le criticità sono davanti agli occhi di tutti». Siamo contrari agli ampliamenti dei demani sciabili con nuovi impianti perché ci sembra una forzatura, non solo nei confronti dell’ambiente ma anche del clima che cambia. Noi non siamo contro lo sci, siamo contro le forzature».

Per concludere, questa scelta, premiata da una folta partecipazione complessiva, ha dimostrato che stimolando un dibattito serio ci sono forze per continuare a sviluppare percorsi di critica, e si riesce anche a attrarre nuove presenze, fino all’8 febbraio per nulla scontate.

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Fonti istituzionali

Cruscotto con lo stato di avanzamento delle opere in carico a Simico

Dossier di candidatura

Rapporto di Sostenibilità, Impatto e Legacy 2023

Proposta Programma per la Realizzazione dei Giochi Olimpici

 

Fonti open

Primo report OpenOlympics

Secondo report OpenOlympics

Rapporto Neve diversa 2024

 

Fonti compagne

La montagna non si arrende (utili in calce alla pagina “materiali audio” e “cose interessanti”)

Tracce (immagini satellitari impianti sciistici in lombardia dal 2016, Off Topic Lab)

Umanità nova (articolo di Alberto “Abo” di Monte)

Video integrale convegno Off Topic

Video Duccio Facchini – Altreconomia

L'articolo La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

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Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi

Per il 9 febbraio c’è una chiama imprescindibile.
Non solo le Olimpiadi di cui abbiamo scritto un anno fa, ciò che accade nelle terre interne, lungo i rilievi di tutta la penisola, non può lasciare indifferenti.

Mentre la terra brucia per via della crisi climatica in cui siamo immersi, annusatone il sangue, i predoni dell’estrattivismo che fa rima con accanimento apparecchiano un banchetto di corvi sulla pretesa carogna di intere comunità, decisi a spremere dal turismo tutto quel che possono.
Disboscano foreste giunte al limite di sopportazione e colpite da bostrico, Vaia e dissesti assortiti, percorrono la strada della cementificazione esasperata per nuove strutture, infrastrutture e palazzetti dal gusto distopico. Attraggono mosche sullo zucchero di non-altrove utili a mettere in scena experience fotocopia, fatte degli stessi panorami fitti di vetro e cemento, degli stessi sapori, odori, colori e ritmi; le rinchiudono a sciare in cattedrali post-atomiche, a passeggio per i “corsi” di ex villaggi di pastori e stalle, ingozzandosi degli stessi cibi di lusso.
Venghino siori venghino, il ceto medio si indebiti per una settimana bianca all-inclusive, terme-spa-motoslitta e pesce di mare. Per un giro a Cortina a respirare la stessa aria di Milano e replicarne le stesse pose fatte di vasche dello shopping e apericena.

Sono gli ultimi colpi di maglio di un capitalismo – col capitale degli altri però (cioè soldi nostri) – che mette la sua rovina in scena, che non immagina altro che portare allo sfinimento un modello fatto in questo caso di altri piloni e di cannoni via via più performanti (si legga: idrovori).
Beautiful che incontra il sogno di soldi facili e il fatalismo della corsa all’oro nel Klondike, l’eterno presente capitalista la cui mentalità viene diffusa a pioggia da soap opere eterne, con Ridge in decadenza che giunto all’ottantesima stagione – i primi impianti coincidono grossomodo con l’Italia repubblicana – è costretto a recitare aggrappato al deambulatore e col catetere infilato.

Un modello che attrezza pacchetti divertimento per qualsiasi gusto purché non siano rispettosi nemmeno quando sono causa dell’agonia di luoghi in cui non spingono a calarsi incuriositi, ma a colonizzare; all’occorrenza si può sempre far sbriluccicare specchietti conditi dalla retorica del “recupero” della montagna abbandonata, dal recover washing si potrebbe dire.

Champagne e motori; sfarzo sguaiato e arroganza, il requiem della nostra decadenza fatta di topi festanti mentre la nave affonda, quando non andrebbero spazzati via soltanto questi abbagli di uno sviluppo che non c’è se non nei conti in banca di chi lo sfrutta, andrebbero rimosse anche tutta un’infrastrutturazione nociva, le narrazioni sull’aria sana, i miti romantici dell’alpe e del quanto si stia bene in montagna.
Tutto ciò non è emendabile, non è perfettibile, non c’è compensazione o posti-lavoro-in-cambio che tenga. È da abbattere in toto, fino a festeggiarne il cadavere. Solo allora sarà possibile provare a immaginare qualcosa che possa avere senso.

Il quadro che abbiamo tracciato è piuttosto apocalittico, e tutt’attorno ai monti non è meglio. L’intero pianeta umano sta subendo scosse telluriche forti, capaci di disarticolare e annichilire il pensiero dei più positivi.
È frustrante trovarsi immersi in questo clima, sa dell’amara perdita di ogni speranza e voglia di rimettersi in gioco.

Del resto i primi a rendersi conto che la pacchia del turismo invernale è finita sono proprio i costruttori di impianti di risalita, che infatti cercano grottescamente di rifilare le loro cabinovie alle città, spacciandole per mezzi di trasporto urbani sostenibili ed eco-friendly.

È successo a Kotor in Montenegro, sta succedendo a Trieste, prossimamente succederà a Genova. A Trieste la mobilitazione spontanea di cittadini e comitati di quartiere è per ora riuscita a fermare un progetto ad alto impatto ambientale, che prevede la distruzione di un bosco protetto per permettere la costruzione di una cabinovia al servizio delle navi da crociera e del loro indotto. Diciamo “per ora” perché dopo due anni di mobilitazioni e di azioni legali è finalmente saltato il finanziamento PNRR; ma l’ineffabile ministro Salvini ha promesso un finanziamento ad hoc, con fondi ministeriali, perché lo Stato e la ditta appaltatrice, la Leitner, non possono permettersi di essere messi in scacco da un’accozzaglia di pezzenti.

Proprio per questo è ancora più importante esserci a ogni latitudine, tener duro e non abbandonarsi al fato.
Siamo in ottima compagnia, la rete che sta stringendo le maglie è larga e importante, dobbiamo darle continuità e forza ben oltre alle Olimpiadi, perché ne va anche delle nostre vite, della differenza che corre tra arrancarvici e viverle.

Abbiamo deciso di aderire all’appello La montagna non si arrende e di mettere a nudo le difficoltà che attraversano noi e l’intero paesaggio.
Ci sono iniziative di tutti i tipi, sono ben accette anche piccole testimonianze pressoché individuali, contribuiamo a propagare l’onda, partecipate, inventatevi qualcosa e stringete rapporti.
Dal canto nostro, noi non ci concentreremo su una manifestazione singola ma contamineremo e ci faremo contaminare, spalmandoci e stando nella galassia di iniziative che si vanno a creare.
Restituiremo le esperienze dei nostri corpi. A dopo il 9, ancora e ancora.

L'articolo Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

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Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione (seconda puntata)

Nella prima parte di questa disamina abbiamo affrontato due differenti approcci: quello che pretende che il potere garantisca la fruizione in sicurezza dell’adrenalina facile e quello colpevolizzante verso l’escursionista per scaricare su di lui le responsabilità di politica e marketing, cioè di chi l’ha invogliato a andare in montagna promettendo adrenalina facile e sicura.
In questo secondo pezzo vorremmo dar conto della visione Molotov, che è radicalmente opposta a entrambi agli approcci precedenti, perché li considera facce della stessa medaglia: l’estrattivismo turistico che va contestato in maniera radicale. La voce molotova promuove la conoscenza e il rispetto del territorio, la consapevolezza dei propri limiti e la responsabilità nell’assunzione del rischio. Per farlo, a seguito di una prima analisi, utilizzeremo un esempio assurto alle cronache quest’estate.

PARTE TERZA
– La versione Molotov –

Le vere lacune, quello che manca in toto nel dibattito, sono conoscenza e consapevolezza di quel che si sta andando a fare. È più che evidente. E infatti si commentano drammi senza capacità di analizzarli, additando.
Se ipotizzassimo una libertà di scelta consapevole e informata non sarebbe necessario garantire qualcuno, ma semplicemente assumere responsabilità senza pretesa di voler distribuire colpe. Come in ogni cosa della vita se ci si infila nei casini ci si arrangia, se non si è sicuri si evita.

Detto in pratica, secondo noi la responsabilizzazione avrebbe senso se servisse a smontare l’idea che tanto, dovesse andar male qualcosa, qualcuno dall’alto dei cieli aiuterà se non si è capaci, se non si è ragionevolmente al sicuro.
Semplicemente deve essere reso chiaro come dato ambientale che non ci si può fidare al 100% di nessun cavo, che non ci si può fidare di nessun sentiero, mappa, tacca, cartello, app, di niente e nessuno.
Ci si può fidare di quello che si sa valutare, si impara a farlo non fidandosi, e non si è comunque del tutto immuni dal rischio. Riassumendo va sviluppata competenza a saggiare il territorio, a calarcisi dentro e non a starci sopra: la mappa non è il territorio.

La consapevolezza di una scelta, in questo caso estrema: Hansjörg Auer in solitaria e slegato sulla Via attraverso il pesce alla Punta Rocca in Marmolada.

C’è caso e caso: c’è chi assume la propria responsabilità conscio di quel che affronta e c’è chi non ha il senso dello stare in montagna tenendo conto degli altri.
Tornare ‘slegati’ da un sentiero impervio e selvaggio, anche attrezzato, oppure scegliere di salire ‘slegati’ un itinerario alpinistico, osare quindi, è una cosa. E fa parte del gioco, pericoloso certo ma consapevole. Altra cosa è mettersi in mostra in una situazione turistica, non sapere cosa si rischia e si fa rischiare a chi è intorno.
Per un sacco di ragioni. La prima che ci viene in mente è che se il terreno è isolato o poco frequentato si rischierà in proprio. I pericoli oggettivi sono comunque dietro l’angolo, ma non più che in ogni cosa della vita.

Conoscere bene una zona e i propri limiti aiuta a saper valutare con sufficiente precisione e a ‘mettersi in sicurezza’. La stessa persona, con la stessa esperienza, saprà cambiare approccio di salita o discesa in relazione a un contesto diverso, da parco divertimenti. Ecco perché se si è su un tratto attrezzato zeppo di gente non è buona prassi passare slegati. Perché si fa rischiare, oltre a rischiare in proprio. L‘appiattimento di sfumatura che porta con sé l’iper-frequentazione non dà ragione di queste dinamiche spicce, figuriamoci di altre, ben più delicate.

OUTRO
– Un esempio –

Prendiamo un esempio di cronaca e una ferrata che risponde al criterio dello snaturamento storico in ottica turistica: la Bepi Zac alle cime di Costabella.
Una ferrata storica importante, in una regione a vocazione turistico-alpina talmente forte che va tenuta in piedi a qualsiasi costo. Ricordiamo qui che i grimaldelli che tengono in vita con accanimento questo come altri percorsi, sono l’inserimento delle infrastrutture della grande guerra tra i beni culturali protetti dal codice Urbani e la “sicurezza”.

L’invasività dei lavori di consolidamento e “messa in sicurezza” della Ferrata Bepi Zac alle creste di Costabella.

Il fatto è il seguente:
alcune famigliole portano i bambini slegati sulla ferrata Bepi Zac che percorre sfasciumi in quota e sale fino attorno ai 2700mslm. Le foto sono state scattate nel secondo tratto, in zona Costabella.
Di pericoli oggettivi ce ne sono, caduta massi ad esempio, ma non è nemmeno questo il punto, è proprio che ci sono passaggi esposti (come nella quasi totalità dei casi quando c’è un cavo) e portarsi un pargolo in braccio perché incapace a percorrerla (e forse spaventato) non pare il caso, tout court.
A cadere su un terreno del genere ci si può far male-male; se si cade con un bimbo in braccio ci si è comportati idioti.
Premesso questo, e che portare figli piccoli senza attrezzatura è promuovere l’incultura e non la cultura della fruizione della montagna, il dibattito a cui normalmente si assiste in questi casi è fuorviante, e suona più o meno sempre allo stesso modo: «criminali», oppure «se i tizi fossero dei super esperti della zona che avessero valutato quello che stavano facendo e non dei turisti sprovveduti?»

Per quanto ci riguarda restano vittime del marketing. Possono essere tra i più esperti dell’Universo, sono però in un ambiente altamente frequentato, in cui il pericolo oggettivo è in primis l’affollamento (le scariche di sassi che ne possono derivare, attese lunghe e estenuanti fissi a un cavo, cadute altrui…).
Altrettanto oggettivo è il fatto che un figlio piccolo non può essere esperto, che il genitore sta decidendo per lui (al punto che in alcuni scatti il genitore se lo carica in collo).
Se ti cade un etto di sasso sul braccio che fai?
È la visione indotta del marketing, in cui l’escursionista-consumatore viene preso in trappola, è la modalità di vendita della fruizione a proiettare l’immagine per cui basta spendere, comprare l’attrezzatura cara, per essere sicuri e al sicuro.
Aggiungiamo poi che se il terreno di gioco è quello alpinistico, in cui il potere d’acquisto applicato alla retorica e al terreno acrobatico, al linguaggio spesse volte ricalcato da quello bellico – militarista –, essere indotti nell’abbaglio del superuomo che fa tutto da solo è un passo brevissimo.
Comportamenti del genere su terreni a zero possibilità di sperimentazione, che obbligano a seguire un tracciato più pedissequamente che una via alpinistica o un sentiero, sono stupidi e non del tutto consapevoli.
È una protesi del gioco che l’imprenditoria e la politica stanno costruendo sulla pelle delle valli e delle cime.

In conclusione non caschiamo nel gioco: sono le scelte di indirizzo a generare i mostri cui la politica che le ha prodotte non vuole rispondere in maniera proficua.
La responsabilità è politica, la colpa è del modello economico che ha intenzione di sfruttare ancor di più la montagna in ogni modo, oltre qualunque limite di ragionevolezza.
In altre parole: se si precludono i corridoi faunistici agli orsi che si è ‘preteso’ di importare sul territorio anche per aumentare l’afflusso turistico, salvo poi lamentarsi del loro sovrannumero e proporre come unica soluzione l’abbattimento, si sta giocando con la pelle degli animali non umani.
Se si rendono instagrammabili i sentieri, con panchine giganti e ammiccamenti acchiappa click, perché si vuol far crescere il turismo in maniera esponenziale e incontrollata ma poi li si chiude quando qualcuno si fa male, si sta giocando con la pelle degli animali umani.
Se si trova normale spendere valanghe di soldi per alimentare i comprensori sciistici (o per realizzare skidome al chiuso in assenza di neve), per alimentare la speculazione edilizia, per realizzare Olimpiadi che lasceranno scheletri e macerie; se si pretende eliminare il rischio nelle attività ludiche criminalizzando per decreto o divieto ma si dà per assodata l’alta probabilità di farsi male in quell’obbligo alienante che è il mondo del lavoro si sta giocando con la pelle della società.

Così facendo le amministrazioni e governi dimostrano di prendere scelte politiche di indirizzo che non manifestano rispetto alcuno verso i luoghi, verso le differenti specie animali che abitano quei luoghi, nessun rispetto anche verso le persone che abitano la montagna o che vengono da fuori, invogliate ad andare a ‘fare il ponte tibetano’ con la stessa spensieratezza con cui andrebbero nell’ennesimo inutile nuovissimo iper mega centro commerciale.
In questi precisi ambiti queste scelte vanno censurate e attaccate.
Servono cultura e capacità interpretative, sensibilizzazione, non overdose di emozioni indotte, normate da chi al primo guaio provocato si lava le mani e risponde con l’unico strumento che padroneggia: la repressione.

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Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione

INTRO
– inquadramento-

La storia dell’alpinismo, in genere, è una storia coloniale ed elitaria: il ricco, il nobile (“il” perché questa storia porta con sé anche un approccio maschilista) arriva ai monti inizialmente per ragioni cartografiche ed esplorative, in seguito per ragioni di conquista e blasone.
In questa narrazione l’abitante, ‘il montanaro’, è un esserino grezzo e impaurito, che non sa godere delle bellezze della montagna, che non fa passeggiate o arrampicate per “vivere le cime” – con tutto il fascino di verticalità, desolazione e pericolosità – ma che tutt’al più “serve” perché conosce i luoghi circostanti a quelli che abita e può indicarli, e perché da bravo spallone può farsi portatore di strumenti e vettovaglie*.

Il monte come luogo piacevole e d’incanto, salubre, unito alla massificazione turistica cominciata tra gli anni ’60 e ‘70, porta allo sviluppo di un nuovo terreno di gioco, anche se non particolarmente originale, basti pensare alle similitudini con l’impiego di corde fisse. Se prima la ferrata era turistica e poi fu utilizzata per scopi militari, ora finte élite di eroici bardati assaltano il percorso ‘di massa’, un combinato da logica turistica: colonizzazione dello spazio e appiattimento dell’immaginario.

Addentrarsi in questo ambiente è provare a sviscerare un tema tecnico e ispido, sul quale scegliamo di non intervenire, però qualche considerazione e riflessione generale crediamo vada fatta.

 

La successione di cenge attrezzate per mettere in sicurezza l’itinerario. Bocchette centrali di Brenta.

Ci sono varie tipologie di ferrata: talune, storiche, nascono con l’idea di mettere in sicurezza percorsi già frequentati, altre, specie quelle dolomitiche o di bassa quota non sono realizzate per portare in un dato luogo ma esplicitamente per cercare la difficoltà.
Fino ad una certa fase, forse, lo sviluppo di alcune ferrate assurde ha avuto a che fare con echi di arrampicata in artificiale, con diversi mezzi ma la medesima propensione a non porsi problema di manomissione del contesto.
Un esempio di itinerario con logiche di artificiale, scale come staffe: ferrata Castiglioni alla Cima d’Agola.

Possiamo distinguere grossomodo tre tipi di ferrate e conseguenti tipi di fruizione.

  1. Opera militare mantenuta o ristrutturata a scopo turistico. Quasi assente in alpi occidentali;
  2. attrezzatura fissa di un itinerario che semplifica una via alpinistica, rendendola accessibile a escursionisti ‘esperti’, e che di solito serve ad arrivare in cima o a traversare. È il caso della ferrata Bolver-Lugli a Cima Vezzana nelle Pale di San Martino o della Arosio al Corno di Grevo, nel gruppo dell’Adamello;
  3. ferrata estrema, acrobatica, mozzafiato-adrenalina, tipicamente fine a sé stessa, in ottica di lunapark, di solito ridondante di infrastruttura: scalette, ponti, ecc., più orientata a palestrati che ad alpinisti/escursionisti. Non infrequente in alpi occidentali anche francesi, la ferrata Du Diable risponde sicuramente al caso lunapark.

A sinistra la ferrata du Diable in tutta la sua insensatezza.
A destra la ferrata Arosio al Corno di Grevo, già via alpinistica di cresta. Per anni è stata accompagnata da polemiche, più volte ne sono stati sabotati i fittoni e un tempo erano visibili scritte come «no ferrata» e «CAI Cedegolo incivile».

Che ad esempio nei tardi anni ’30, in Dolomiti di Brenta, si sia pensato di attrezzare un percorso sfruttando le sequenze di cenge lì esistenti e ne siano così nate le Bocchette Centrali, può essere una cosa ragionevole.
Il problema tuttavia, più che l’attrezzatura dei percorsi in sé, è la fruizione che se ne fa, la turistificazione intensiva dovuta al boom e al conseguente aumento del potere d’acquisto del ceto medio.
Da qui nascono i ‘ferrata adventure park’ o percorsi come quello delle Aquile in Paganella e Intersport nel Donnerkogel. Tra questi ultimi e gli itinerari classici, storici, dovrebbe esserci una gran differenza.

Sopra la  ferrata delle Aquile in Paganella.
Sotto la ferrata Intersport al Donnerkogel.

PARTE PRIMA
– l’approccio sceriffo –

Ci pare che negli ultimi anni le modalità di fruizione abbiano appiattito le sfumature costruttive in virtù di un’unica fruizione possibile.

Così già da tempo (immagine del 2016): botta-risposta su un noto blog dedicato al tema.

Si vendono – si compra-vendono – ferrate. L’espansione tremenda della frequentazione alpina e del movimento dell’arrampicata sportiva, se da un lato testimoniano di una moda, dall’altro concorrono alla creazione e all’ingigantimento del problema. Notiamo che il modo di stare sulla ferrata, la terminologia di che ne racconta le difficoltà, gli entusiastici report fotografici che ne seguono, descrivono atteggiamenti assimilabili al tipo 3.

Ci si concentra sull’adrenalina e si riflette poco – o per nulla – di sicurezza o rispetto dell’ambiente col quale si interagisce. Non si dice mai ad esempio, ed è disonesto, che una caduta su ferrata è potenzialmente molto più pericolosa di una in arrampicata. Senza tutto un sistema di dissipazione in ordine, senza competenze specifiche (spesso risolte con ‘compra l’attrezzatura’), si possono generare fattori di caduta nettamente più alti che scalando, con sollecitazioni che, per come sono progettati, moschettoni e corde non possono reggere. E se resistessero, non lo farebbe il corpo umano. La strada che si sta percorrendo – stiamo ragionando per ipotesi – è quella del «vorrei ma non posso, però c‘è la ferrata». È così che questi percorsi si sono guadagnati e si stanno guadagnando una larga ‘fetta di mercato’.

Come per gli orsi e i lupi, come per il Natisone, buona parte delle criticità che stanno alla base  del discorso sono la turistificazione e lo sfruttamento, il rilassamento delle sinapsi preposte all’accortezza, in favore della deresponsabilizzazione collettiva: ci si diverte, si provano ‘brividi’, si racconta l’atto acrobatico con la go-pro. Nel frattempo si intasa, si erode, si sovra-alimenta la bulimia del profitto, e così ferrate che potevano tranquillamente rientrare nella categoria 1, quella di opera militare manutenuta come il Sentiero dei Fiori in Adamello, grazie al battage pubblicitario schizzano dritte nella 3: adrenalina.

Passerelle si materializzano al ritmo dei ponti tibetani, lavori degni di grandi opere, appalti con imprese e eccesso di infrastruttura. Nomi evocativi, da marketing, come nel caso dell’Epic trail.
L’epica dell’Odissea, de Il mucchio selvaggio, messe a disposizione per pochi spicci a chi passa le settimane sfruttato sul luogo di lavoro, con giubilo dei geometri che progettano siffatti percorsi.

Tram a Milano pubblicizzano il sentiero dei fiori.

Se questa è la logica, ci sentiamo di affermare che, indipendentemente da quel che si pensi della loro bontà, una volta che una ferrata esiste chi va in montagna tende a pensare che sia in ordine. Che sia sufficiente fissare il moschettone a un cavo che terrà, i cui chiodi non salteranno via come bottoni, e seguirlo camminando. Su questo aspetto risulta impossibile colpevolizzare l’escursionista, e infatti si gioca alla deresponsabilizzazione, al ‘ludico gestito dalla legge’. Soprattutto se gli escursionisti vengono attratti e invogliati a percorrere quella ferrata dagli opuscoli delle Pro Loco.

In alcune zone – Dolomiti su tutte – si esaspera il ruolo di parco giochi dei sentieri attrezzati, pensati esplicitamente per cercare la difficoltà e frequentati da individui accessoriati. In altre la dimensione tecnica conta molto meno, i percorsi sono stati conservati come retaggi militari o sono nati soprattutto per poter dire «li abbiamo anche qui», anche se non sono nemmeno lontanamente paragonabili ai primi e salvo poche eccezioni hanno molto meno senso.
Se si costruiscono parchi giochi si promuove una certa idea per cui si paga il biglietto – leggi “compra l’attrezzatura giusta e cool per agganciarti alle pareti e il più è fatto” – ed è ragionevole che il consumatore pretenda che lo spettacolo fili liscio: che la messa in scena sia sicura e l’attrezzatura che userà sarà in buono stato, funzionante e certificata.

PARTE SECONDA
– l’approccio bimbominkia –

Nei cantieri sono di solito posti cartelli in cui si elencano i vari strumenti di protezione e si invita i lavoratori a usarli. Della pericolosità del lavoro in sé niente, non si sa, non si dice.
Aspetti diversi, certo, il cui trait d’union è che si può – si deve visto che si fa poco o nulla per evitarlo – morire di lavoro. Attraverso il marketing si raccontano domatori di montagne su ferrata salvo poi drammatizzare i sentieri per tenere alla larga rogne legali come capitato, ad esempio a San Felice in Circeo.

Ordinanza di chiusura sentieri del comune di San Felice in Circeo. Stando al sito del parco del Circeo, nel momento in cui scriviamo il sentiero 750 risulta ancora interdetto (clicca qui per leggere l’ordinanza completa).

Manovre per le quali non è difficile immaginare la funzione di anticamera per stabilire parcelle di soccorso, nella cornice di un attacco al tempo libero, alla preservazione della ‘carne-lavoro’.
Il tema delle garanzie e dei diritti – compreso quello alla sicurezza – vengono insomma innestati su aspetti della vita in cui non entrerebbero – o non dovrebbero entrare – per nulla, come gli ambienti naturali.
La frequentazione di ambienti ‘selvaggi’ con tale mentalità, avviene dando per scontato che ‘qualcuno’ si occupi di ‘far funzionare’ tutto, che sia un preciso diritto del fruitore, che se qualcosa non funziona ci deve per forza essere qualcuno che ne ha colpa.

In questo contesto a poco vale, è anzi fuorviante, l’idea lanciata dal CAI sulle pagine de Lo Scarpone di predisporre un non meglio descritto codice di ‘autoresponsabilità sui sentieri’. Proposta che suona stonata quanto la colpevolizzazione dell’atteggiamento individuale di fronte a altri due macro-temi: la crisi climatica e la gestione pandemica appena trascorsa.

A una lettura di superficie del dispositivo che dovrebbe responsabilizzare si potrebbe rispondere con qualcosa come: «Alla buon’ora. Bene.»
Tuttavia rileggendo l’articolo de Lo Scarpone le certezze vanno sgretolandosi.
Anzitutto si scrive solo di sentieri e escursionisti, e non si fa cenno a tutte quelle situazioni e manovre dove responsabilità ‘altre, dall’alto e collettive’ potrebbero esserci: come è attrezzata una via alpinistica, da quanto? Quanto sono manutenute una ferrata o una falesia (ecc.)? Ce lo chiediamo perché in fin dei conti una via di roccia, misto o ghiaccio – e a maggior ragione una ferrata – non sono altro che sentieri tecnicamente più difficili.
In secondo luogo leggiamo: «i volontari che si occupano della manutenzione della rete sentieristica non possono essere responsabili di chi s’incammina lungo i sentieri con troppa leggerezza».
Questa frase suona un po’ come uno scarico di responsabilità
post tragedia in Marmolada.
O post alluvione: non si muove un dito per piani di assesto idrogeologico, per uno studio approfondito e conseguente messa in sicurezza del territorio, in generale si continua ovunque nell’opera di cementificazione.
Si irride il rischio, si perseguono disboscamenti e depauperamenti dei territori, si realizzano grandi opere. Ma se succede qualcosa, se questo qualcosa si ripete con sempre maggior frequenza, tocca che si renda d’obbligo l’assicurazione, che l’individuo paghi.

Vecchio gioco applicato all’alpe: quando mai non si è sovraccaricato il singolo di comportamenti non corretti per la morale corrente?
Criminalizzare l’individuo è una mossa del cavallo tipica, utile a tutelare l’amministrazione pubblica di turno e il profitto dell’indotto.
Molti sentieri sono manutenuti dai comuni, enti, o associazioni da questi riconosciute. Con l’iper-turistificazione in atto nelle terre alte ci si auto-sgrava da quel che si produce: intasamento e scarsa conoscenza.
In rete e sui blog si leggono sempre più richieste del tenore: «la (tal ferrata) è percorribile d’inverno?», «è aperta anche se ha fatto molta neve? Fa freddo: se c’è ghiaccio ci si può andare?», come se un percorso fosse equiparabile o assimilabile a un impianto di risalita. Col relativo gestore a attivarne e regolarne la corrente, il flusso.

L’idea di indagare Comuni e centri meteo a seguito della tragedia in Marmolada era pessima, le ipotesi di reato sono state archiviate, pare però che il CAI voglia espungere dal discorso quell’ipotesi per sovraccaricare il singolo di un altrettanto presunto e assurdo comportamento scorretto.
Teniamo inoltre presente che a decidere non sarà uno specialista di monti, ma un giudice che non potrà applicare attenuanti, che anzi sarà messo in condizione di aggravare la posizione individuale sulla scorta di una valutazione di tipo morale.

Una proposta che non impedirà comunque chiusure arbitrarie di percorsi in nome del securitarismo, della ‘sterilizzazione del pericolo’. Un’idea che rafforzerà la caccia alle streghe, i discorsi allucinati sulle responsabilità del capo-gita o cordata, individuato come ‘il più capace’ e dunque responsabile in toto della salute di interi gruppi amicali e/o parentali. Il meccanismo piuttosto ricorrente, insomma, per cui si nasconde sotto al tappeto la responsabilità collettiva e si individua un capro espiatorio. E dal momento in cui tutto è acquistabile, non è difficile immaginare qualcosa di simile a vecchie proposte come il patentino di montagna o l’obbligo assicurativo per le calamità naturali o per sciare in pista. «Per sgravarsi dalla responsabilità su sentiero va pagata la guida», che è un po’ quello che già succede con l’obbligo di Artva, pala e sonda: «non conta dove vai o cosa fai, ma cosa possiedi. Compra l’attrezzatura, anche quella inutile o che non sai usare, e godrai di un trattamento ‘riservato’».
Il fatto che nell’articolo si dica che molti dei lavori di manutenzione sono fatti da volontari fa puzzare la situazione, perché se dall’altra parte c’è il dito puntato sulla responsabilità individuale si corre il rischio di allontanarli, in fin dei conti sono individui pure loro.

Fin qui ci siamo concentrati su due diversi approcci: quello dell’escursionista che pretende che il potere gli garantisca la fruizione in totale sicurezza dal momento che ha speso e acquistato materiale – confondendolo con l’esperienza – e quello del potere che dopo aver creato quest’illusione scarica in toto le responsabilità sull’individuo. Non sono due modi separati, stanno assieme e descrivono una sorta di double bind, di «grazie alla nostra ferrata puoi salire in sicurezza ma se il cavo si rompe e cadi è colpa tua».
Per non restare intrappolati in questa costrizione bisogna allora ribaltare la prospettiva. Lo faremo nella prossima puntata, dando conto della nostra idea di come frequentare la montagna, rispettandola e rispettandosi.

 

*Segnaliamo per attinenza, fra i libri di storia dell’alpinismo, Montagne della mente. Storia di una passione di Robert Macfarlane (Einaudi tascabili, 2020).

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Giuliano, ciao

Clicca sull’immagine per ascoltare la sua “Ironica la vita”.

Due giorni fa è mancato Giuliano Contardo, musicista amato e stimato nonché fratello del nostro compagno Daniele.
Quando manca un fratello, un compagno di vita, ci si stringe attorno alla casa comune.

Ci uniamo al passo e al cordoglio della famiglia, si parte e si torna insieme.

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Valsusa, Territori Occupati

Di fronte alla prospettiva di dover vivere per chissà quanti anni
a ridosso di un cantiere militarizzato,
si pensa all’alternativa di vendere.
E andarsene piuttosto che vedere la tua casa
occupata (che ho detto mioddio perdono,
sono gli squòtter che occupano!)
abitata da chi ti ci ha cacciato.
Ricorda niente?
Esatto,
Territori Occupati.

Il chilometro “elastico”. Da questa notte per raggiungere la stazione di Susa da San Giuliano è necessario circumnavigare l’area sgomberata, col risultato di trovarsi a percorrere un itinerario lungo più di 12 km (in linea d’aria sono 2,4 km!).

Arrivano nella notte le notizie dalla Valsusa, pronte per mandar di traverso il caffè appena svegli. La polizia ha sgomberato San Giuliano, storico presidio NoTav dove alcuni militanti avevano allestito mobilhomes e tende per poter pernottare.

Nulla di nuovo e nessuna meraviglia.

Il terreno è quello acquisito tempo addietro da oltre un migliaio di persone, ognuno una piccola parte, per rendere complicato l’esproprio annunciato. All’interno dell’area soggetta a esproprio si trovano anche alcune case abitate e al momento non ci è chiaro se verranno espropriati anche questi immobili o se il cantiere vi crescerà intorno.  Fra un commento e l’altro all’interno del nostro gruppo iniziamo a chiederci se e come sia possibile che “lo Stato” possa agire dentro un terreno privato attraverso le “forze dell’ordine”, senza che queste siano chiamate a intervenire dai proprietari. Domande un po‘ naïf se vogliamo ma nel momento in cui si spaccano i maroni da decenni prima con terroni, rom & sinti e poi con gli “extracomunitari” (forse si riferivano agli americani che comprano case in Sicilia) accusati di prendere con la forza le case “agli ‘taliani”, che si faccia spallucce nel momento in cui la polizia in assetto di guerra sgombera il “sacro terreno privato” lo troviamo un segnale quantomeno strano. Perfino La Stampa, mai tenera col movimento, fa notare che i terreni verranno sì espropriati mercoledì prossimo 9 ottobre 2024, ma che il clima del presidio era pacifico e che la situazione sarebbe precipitata in caso di azioni delle “forze dell’ordine”.
Un cambio di paradigma significativo: il presidio NoTav è stato sgomberato in via preventiva tra la notte di domenica 6 ottobre 2024 e questa mattina, mentre era radicato su un terreno ancora oggi di proprietà privata.
La cosa che lascia perplessi è un’“opinione pubblica” così attenta alla roba, alla proprietà, alla “casa occupata”, che fa spallucce al potere poliziesco, il quale fa quel che fa.
Preoccupa che gli abitanti e le autorità di Susa (il Sindaco, cascato dalle nuvole, è al mare), ancorché puntualmente informati da tempo dagli esperti del movimento, non sembrano pensare che siano fatti loro, nemmeno di fronte a esistenze che verranno rese schifosamente difficili per anni dall‘ennesimo cantiere inutile.
Vite già complicate dallo sgombero necessario per far spazio alla rotaia, dicono, mentre da stamattina si devono percorrere dodici chilometri e mezzo per colmare lo spazio di quei 2-3 che separano San Giuliano dalla stazione di Susa.

Abbiamo ragione di pensare che anche a causa della gestione militarizzata dell’emergenza covid degli ultimi anni, del suo linguaggio narrativo, ci sia stata una rimilitarizzazione dell’immaginario.
Un atto di forza evidente, davanti al quale sembra che la maggior parte dell’opinione pubblica si sia abituata.
Nonostante decenni di guerre preventive finite malissimo, l’opinione pubblica fatica – anzi, si ostina – a non capire che il paradigma è Gaza, che sarà Gaza per tutti. E *non possiamo* capirlo a fondo perché è troppo enorme, non saremo mai pronti a capirlo.
Si subisce il rapporto di forza in modo acritico, passivo, rassegnato, al limite fideistico.

Facciamo un po’ ridere, oggi, a scrivere di gas lacrimogeni CS vietati dalla convenzione di Ginevra e usati dai reparti di polizia italiani, quando il paradigma di riferimento che ci siamo dati è Gaza, quando gli orchi hanno fame e chiedono di fare più figli, quando è ormai palese che contro uno stato che si comporta illegalmente, la legalità può soltanto perdere.

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Metalli rari: una minaccia per le nostre montagne

Clicca sulla mappa per consultarla (è a circa metà articolo)

Siamo in piena crisi energetica e le politiche europee galoppano in retromarcia.
Su sollecitazione europea l’Italia si appresta a sostenere la ricerca di giacimenti di metalli rari.

Rileviamo inoltre che mentre per le fonti rinnovabili è stata data delega alle regioni, sarà il governo stesso a gestire la questione di quelle fossili.
Dopo le concessioni per trivellare in mare, mentre non si fa nulla per contrastare la crisi climatica, si passa al capitolo estrattivismo, un ritorno al futuro a tinte distopiche.
Metalli rari indispensabili allo “sviluppo”, che servono, stando al nuovo mantra energivoro, alla “transizione ecologica”.
L’arco alpino, la Sardegna e tutta la costa tirrenica sono le zone maggiormente minacciate, ma è l’intera penisola a essere in grave pericolo.

In Valsusa e nel Pinerolese ci sono parecchie miniere “storiche”, la cosa mostruosa è che una buona parte dei siti segnalati in mappa (appoggiare il mouse per leggere i nomi) sono in quota anche in posti impervi e per ora lontani da strade.

Facciamo alcuni esempi di siti censiti:
– in bassa valle “Cruino” (che dovrebbe essere Cruvin, ndr) praticamente un alpeggio nel vallone del Prebec, a circa 1700 metri;
– in Val Pellice “Castelluzzo” (Castlus), un appicco selvaggio tra l’altro luogo della resistenza valdese, a circa 1400 metri di quota;
– in Friuli è segnata la val Aupa. Si tratta si una valle selvaggia pochissimo abitata, percorsa da una strada in cui se due macchine si incrociano una deve fare un km di retromarcia. Un posto         bellissimo;
– in Val Germanasca “Vallon Cros” (anche Valloncrò), altro alpeggio. Dovrebbe essere il vallone che porta al colle del Beth, a quota 2700, zona di miniere dal sec. XVIII. Oltretutto la rete escursionistica della zona è basata in gran parte sulle splendide mulattiere costruite proprio per le miniere o per scopi militari. Due reti sono praticamente indistinguibili e insistono sullo stesso territorio.

Negli ultimi trent’anni le mulattiere sono parecchio deteriorate, ma fino agli anni ‘80 erano ben conservate e godibilissime. L’idea di strade e camion a 2700 metri è agghiacciante. Un vero massacro. E le valli in questione sono ormai quasi spopolate, per cui anche resistere allo scempio sarà difficilissimo.
Per fortuna per ora in elenco mancano la grande quantità di miniere ancora più a monte. L’intera Val Germanasca è un paradiso e ne è piena, l’idea che venga consegnata alle compagnie minerarie è terrorizzante.

Utilizzare la lotta al fossile per rendere politicamente corretto l’estrattivismo è come usare la lotta all’antisemitismo per rendere politicamente corretto il genocidio dei palestinesi.
Invitiamo chiunque a osservare la mappa al link e a mobilitarsi per difendere il proprio territorio.

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Riflessioni sulla morte di tre ragazzi nel fiume Natisone

In passato ci siamo occupati di sicurezza in montagna a proposito del crollo del ghiacciaio della Marmolada. All’epoca abbiamo fatto delle riflessioni che a nostro avviso hanno una valenza più generale, e possono essere applicate ad altre situazioni in cui ci si approccia ad ambienti naturali o semi-naturali. Torniamo ora sull’argomento in seguito a un episodio che ha riempito le cronache, verificatosi alcuni giorni fa a Premariacco, nel Friuli orientale, sul greto del Natisone. In breve: tre giovani (due ragazze e un ragazzo) sono stati sorpresi dalla piena del fiume mentre si trovavano su un ghiaione normalmente frequentato come spiaggia e, presi dal panico, sono rimasti bloccati per una decina di minuti mentre il livello dell’acqua e la forza della corrente aumentavano rapidamente, fino ad essere sommersi e poi trascinati nella forra a valle.

 

Ad oggi sono stati recuperati i corpi delle due ragazze, e sono ancora in corso le ricerche del corpo del ragazzo. Il modo in cui i media stanno parlando dell’episodio è molto simile a quello in cui era stato affrontato l’episodio della Marmolada: da un lato c’è la colpevolizzazione dei giovani, con punte di crudeltà insostenibili, una miscela micidiale di carogneria da paese e di cinismo da social. Dall’altro la ricerca di un capro espiatorio istituzionale (la protezione civile, i vigili del fuoco, il sindaco, il 118, il 112…), insomma la via giudiziaria alla risoluzione dei problemi. Qualcuno ovviamente propone interventi securitari, come il divieto di avvicinamento al fiume a prescindere; qualcun altro invece si frega le mani prefigurando appalti per la “messa in sicurezza” del luogo. La cosa che quasi nessuno dice, invece, è che la leggerezza con cui i tre ragazzi si sono mossi è conseguenza della non conoscenza del territorio, che a sua volta è conseguenza dell’interruzione della trasmissione orale di tale conoscenza. C’è stato un tempo, che nel Friuli orientale è finito intorno alla metà degli anni ottanta, in cui i paesi situati vicino ai fiumi vivevano di e sul fiume. Nel fiume si pescava e si raccoglieva la legna dopo le piene, i contadini in estate di sera facevano il bagno per lavarsi via il sudore e la polvere, i ragazzini passavano l’estate a tuffarsi e nuotare.  Tutti sapevano quali erano i punti pericolosi, e soprattutto *quando* erano pericolosi. Si sapevano leggere i segni di una piena in arrivo, si teneva d’occhio il livello e il colore dell’acqua. Cose che non si sapevano per scienza infusa, ma perché da piccoli te le insegnavano i grandi. La gente affogava anche allora, sia chiaro, ma c’era una consapevolezza del rischio che ora manca. I bei tempi non ci sono mai stati, lo diciamo sempre. Il punto è che non ci sono nemmeno adesso, non ci sono *soprattutto* adesso. Per un paio di decenni le rive dei fiumi sono diventate non-luoghi, o luoghi da cuore di tenebra. E dopo 20 anni di oblio si è cominciato a parlare di “riscoperta” e di “valorizzazione” (che, ricordiamolo, significa “messa a valore”), è arrivato il tempo dei luoghi pittoreschi, poi diventati “instagrammabili”, decontestualizzati dall’ambiente naturale e antropico circostante; il tempo in cui si può progettare una “Premariacco beach” su un ghiaione che si trova tra lo sbocco di una forra e l’ingresso della forra successiva, un luogo tranquillo e sicuro per gran parte dell’anno, sì, ma pericolosissimo in occasione di piogge abbondanti nelle montagne retrostanti.

Come per la montagna, si è persa la consapevolezza che il letto di un fiume è un ambiente naturale che presenta dei rischi, che non possono essere eliminati o tenuti sotto controllo, ma possono essere conosciuti e valutati di volta in volta. In generale, si dimentica una cosa che dovrebbe essere ovvia: nessuna autorità può garantirci l’incolumità di fronte a un fenomeno naturale, per il semplice fatto che autorità e fenomeni naturali sono concetti che appartengono a piani discorsivi e di realtà distinti. Questa amnesia, se ci si pensa, è alla base anche dell’antropizzazione scriteriata delle aree prossime ai fiumi, con le conseguenze su vasta scala che stiamo sperimentando sempre più spesso.

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