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Sono 5 mesi che aspetto il regalo del signor Temu: voglio i miei pennarelli!!!

Signor Temu, mia moglie mi aveva detto che ero un fesso a pensare che veramente Lei mi avrebbe mandato in regalo più di 300 pennarelli acrilici!
Ma io amo il popolo cinese, da ragazzo vendevo per strada il libretto rosso di Mao e 52 anni fa sono venuto in Cina.
E invece devo dare ragione a mia moglie.
I 300 pennarelli acrilici in regalo non sono arrivati! Mia moglie ieri mi ha detto: “Ma come fai ad aspettarti che il signor Temu ti mandi i pennarelli? Ma sei rincoglionito? In regalo? Ma figurati!!!”

Va beh… In regalo… Cioè io avevo fatto una giochino, con 3 bicchieri, mi sembra, e avevo vinto una confezione, poi due poi 3… E, va beh, poi è venuto fuori che in realtà dovevo comprare 43 euro di prodotti. E allora li ho comprati anche se non mi servivano… Tanto, ho detto tra me e me, più di 300 pennarelli valgono molto più di 300 euro.
Ora, signor Temu, è chiaro che i pennarelli Lei non me li manda più.

Ora non posso dire che lei sia un truffatore che mi ha imbrogliato, sicuramente i suoi avvocati potranno dimostrare che sono uno stupido… Ma lei signor Temu lo sapeva che stava usando un amo per i polli!!!
E anche se è uno degli uomini più ricchi del mondo, anche se ha più avvocati dei denti che ha in bocca, io le voglio dire che non le è convenuto illudermi.
Perché io amo la Cina, fin da ragazzino.
E allora io difenderò l’onore della Cina.
E guardi, non so quanto camperò ancora, ma io continuerò a raccontare che Lei con me non si è comportato bene, anche se magari i suoi avvocati dimostreranno che non ha commesso un reato.

E alla fine i 43 euro che io le ho mandato non saranno per lei un buon affare. Io continuerò a lamentarmi. E, guardi, io ho molti amici che mi vogliono bene, e sono sicuro che condivideranno questo articolo sui loro social. E poi ho 3 figli e 3 nipoti, e gli ho fatto giurare che continueranno a raccontare che il loro padre, il loro nonno, è stato preso in giro dal Signor Temu, uno degli uomini più ricchi del mondo che ha convinto un povero vecchio a spendere 43 euro per avere un regalo.
Diranno: “Forse nostro padre, forse nostro nonno, non era molto furbo e l’emozione di avere più di 300 pennarelli acrilici in regalo aveva offuscato la sua mente. Ma il signor Temu non si è comportato bene.”

Signor Temu, i miei antenati hanno distrutto l’esercito di Federico Barbarossa ad Alessandria e le hanno suonate ai nazisti e ai fascisti.
Siamo gente testarda.
E lei non fa un bel servizio alla Cina.

E ora vorrei dire due parole alla signora Meloni:

Signora Meloni, Lei che difende gli italiani, Le par bello che si permetta che degli anziani vengano presi in giro con delle promesse di regali di più di 300 pennarelli acrilici che poi non arrivano e io ho comprato pure 43 euro di sciocchezze che non mi servivano?
Ma non esiste il reato di circonvenzione di incapace? Io mi dichiaro incapace. Non esiste una legge che vieta di fare promesse da marinaio, di ciurlare per il manico, di dire Roma per toma? La faccia questa legge!!!
Non fate niente per proteggere i cittadini dai furbi di internet. Lo sa quanto poliziotti avete assegnato alla Polizia Postale? Lei dovrebbe saperlo! Io non lo so ma son sicuro che sono pochi perché continuo a sentire di gente che ha subito dei perculamenti e anche dei raggiri e perfino delle truffe.
In internet rubano più soldi di tutte le rapine e i furti nelle case. E non li pigliate mai. E a nessuno in Parlamento gliene frega niente.

Ma lei è per la legge o solo per la pubblicità?

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I monaci di Cellole aprono le porte ai giovani e ai prof a San Gimignano: ritiri ed esperienze vissute nel ritmo della comunità

Il monastero di Cellole, secondo la Regola di Bose, apre le porte ai docenti e ai ragazzi. La comunità monastica situata sulle colline di San Gimignano, dal 27 luglio al primo agosto ospiterà una settimana estiva rivolta ai giovani tra i 18 e i 35 anni dal titolo “L’Arte di Vivere e i suoi linguaggi” mentre dal 24 al 27 agosto organizzerà il sesto ritiro spirituale e formativo rivolta a insegnanti, educatori e dirigenti scolastici con Franco Vaccari, psicologo e fondatore di Rondine Cittadella della Pace, e Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, tra le voci più autorevoli in Italia sui temi dell’educazione e dell’accompagnamento delle giovani generazioni.

La prima iniziativa nasce dal desiderio di offrire ai giovani uno spazio in cui interrogarsi sul senso dell’esistenza, sulle sfide del nostro tempo e sulle forme attraverso cui l’essere umano esprime la propria ricerca di significato. Per sei giorni i partecipanti vivranno accanto alla comunità monastica di Cellole, condividendone ritmi, attività quotidiane e momenti di incontro.

Ogni pomeriggio sarà dedicato a un tema specifico attraverso il dialogo con ospiti che hanno trasformato la propria professione in una ricerca esistenziale e umana. Martedì 28 luglio sarà a Cellole, Omar Pedrini, cantautore rock, ex leader dei Timoria per parlare del del linguaggio della musica; mercoledì 29 luglio il relatore sarà il poeta Marco Piatti, che guiderà una riflessione sul linguaggio della poesia mentre il ì 30 luglio toccherà a Giovanni Covini, regista ad approfondirà il linguaggio della cura.

Venerdì 31 sarà fratel Emiliano Biadene, monaco, ad accompagnare i partecipanti nel linguaggio dell’Interiorità. Accanto agli incontri culturali, il programma prevede attività manuali insieme ai monaci (orto, giardinaggio, cucina e manutenzione del monastero), momenti di confronto, spazi di amicizia e la possibilità di partecipare liberamente alla preghiera monastica.

La partecipazione non prevede una quota fissa. La comunità chiede a ciascuno un contributo libero secondo le proprie possibilità, con una spesa orientativa media di circa 250 euro a persona, nella convinzione che nessuno debba essere escluso per motivi economici. Le iscrizioni sono aperte tramite il modulo online predisposto dal monastero.

Il secondo appuntamento per i docenti avrà come tema “Allenare alla vita attraverso la conoscenza del conflitto”, promosso nell’ambito del progetto “Educare alla vita”. Franco Vaccari guiderà una riflessione dal titolo “Dallo scontro all’incontro: un percorso di rinascita”, mentre Alberto Pellai affronterà il tema della “Generazione fragile: come allenare alla vita”, interrogandosi su ciò che accade oggi nell’età evolutiva e su quali strumenti siano necessari ai più giovani per affrontare le sfide della vita.

“Siamo molto contenti di offrire questa opportunità di confronto e riflessione. Siamo immersi in una cultura aggressiva e competitiva, che crea scarti e marginalità umane. È importante riacquisire la consapevolezza che ciò che apparentemente sembra solo dannoso e di ostacolo, nasconde a volte una possibilità di rinascita e ripartenza nella vita”, afferma fratel Emiliano. Altre informazioni si possono trovare sul sito della comunità oppure scrivendo a ospiti@monasterocellole.it.

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Estate 2026: al mare spopola il turismo libertino

Estate 2026: al mare spopola il turismo libertino

La mappa delle spiagge italiane Adults Only:

 

Lazio, Emilia Romagna, Campania, Calabria e Toscana le regioni più battute dagli swingers

 

Secondo il social network Wyylde, sempre più coppie italiane scelgono spiagge per soli adulti. Il fenomeno coinvolge soprattutto persone tra i 30 e i 50 anni alla ricerca di esperienze condivise, privacy e nuove forme di socialità.

 

Le relazioni aperte e il turismo libertino non sono più un fenomeno di nicchia. Secondo Wyylde, piattaforma europea dedicata all’esplorazione della sessualità libera e consensuale, cresce anche in Italia il numero di coppie che scelgono vacanze orientate a libertà relazionale, esperienze non convenzionali, ambienti adult only e socialità open minded.

 

Secondo un’indagine condotta da Wyylde nella sua community italiana, che conta oggi oltre 20mila iscritti, alcune delle spiagge più frequentate dai social network per swinger si trovano proprio in Italia. Nella maggior parte dei casi si tratta di spiagge pubbliche ad accesso libero, senza tessere o ingressi dedicati, ma con aree storicamente frequentate dalla community libertina. I frequentatori si riconoscono attraverso community online, passaparola e app dedicate; gli incontri avvengono spesso nelle zone più appartate, soprattutto al tramonto. In alcuni casi esistono anche beach club privati, resort adults only ed eventi organizzati all’interno del circuito lifestyle e libertino, di cui Wyylde è oggi uno dei principali punti di riferimento in Europa.

 

Dai dati e dall’osservatorio Wyylde emerge inoltre che il fenomeno riguarda sempre più coppie tra i 30 e i 50 anni, professionisti e viaggiatori alto-spendenti interessati al turismo esperienziale e ai circuiti swinger e libertini. Sebbene in Italia non esistano spiagge ufficialmente dedicate allo scambismo, alcune aree balneari sono diventate nel tempo punti di ritrovo storicamente associati a incontri tra adulti consenzienti, cultura swinger, dogging, turismo libertino. A tal proposito Wyylde ha stilato una mappa delle 10 spiagge più note e frequentate dalla sua community, anche per l’estate 2026.

 

 

Capocotta (RM) — il simbolo storico della trasgressione romana

Le dune e le aree più isolate di questa spiaggia sono diventate nel tempo luoghi simbolo della trasgressione romana.

Bassona / Lido di Dante (RA) — la più citata nelle cronache recenti

È probabilmente la spiaggia italiana oggi più associata al fenomeno swinger. La pineta retrostante viene spesso citata come luogo di incontri tra adulti.

Focene (RM) — il litorale “after dark” vicino Roma

La sua notorietà deriva soprattutto dal passaparola e dalle community online dedicate agli incontri outdoor.

Marina di Camerota (SA) — Spiaggia del Troncone

Pur essendo conosciuta principalmente come spiaggia naturista, negli anni è stata citata nelle community swinger italiane come meta discreta e appartata. La conformazione della spiaggia e delle aree circostanti ha favorito questa reputazione.

Pizzo Greco (KR) — Calabria

Località spesso citata nelle community libertine del Sud Italia per privacy, isolamento e turismo adulto alternativo. La notorietà è soprattutto underground e legata ai circuiti online.

Nido dell’Aquila (LI) — Toscana

Nel tempo è diventata una delle spiagge toscane più conosciute nei forum dedicati a naturismo, incontri e coppie open minded. Molto apprezzata per l’atmosfera discreta e rilassata.

Baia di Sistiana (TS) — Trieste

Grazie alla forte influenza mitteleuropea e alla cultura FKK dell’area, è stata associata negli anni a turismo libertario, incontri tra adulti e frequentazione internazionale.

Acquarilli (LI) — Isola d’Elba

Spiaggia di Acquarilli. Piccola baia isolata, spesso citata nei forum lifestyle per privacy, discrezione E frequentazione adulta.

Piscinas (CI) — Sardegna

Le enormi dune e l’isolamento naturale hanno reso la spiaggia popolare tra coppie, turismo libertario e viaggiatori alla ricerca di privacy assoluta.

Arenauta (LT) — la “spiaggia dei 300 gradini”

Storicamente frequentata da un pubblico adulto e da coppie in cerca di discrezione, isolamento e ambiente non convenzionale. La conformazione appartata ha contribuito alla sua fama alternativa.

 

Il decalogo delle spiagge per swingers

 

L’accesso a queste spiagge è libero e non esistono regolamenti dedicati allo “swinging”. Tuttavia, nelle community internazionali e nei circuiti libertini vigono regole comportamentali condivise da Wyylde, fondamentali per la convivenza tra tutti i frequentatori.

La prima regola riguarda il consenso, sempre imprescindibile: ogni interazione tra adulti deve essere esplicitamente consensuale e rispettare la volontà di tutte le persone coinvolte. Allo stesso modo, è considerato fondamentale il principio del divieto di fotografare o filmare senza consenso, poiché la tutela della privacy rappresenta uno dei valori centrali della cultura libertina.

 

A questo si aggiunge la necessità di mantenere la massima discrezione. Molti frequentatori scelgono infatti questi luoghi proprio per la possibilità di vivere la propria esperienza in un contesto riservato e anonimo. Il rispetto dei segnali, dei limiti e delle eventuali manifestazioni di disinteresse è una condizione essenziale per una frequentazione serena. È importante ricordare anche che non esiste alcuna aspettativa automatica: il fatto che una spiaggia sia nota all’interno di determinati circuiti non implica che tutti i presenti condividano le stesse intenzioni o siano disponibili a interagire. Ugualmente, occorre prestare attenzione alla legalità, poiché comportamenti espliciti in luoghi pubblici possono essere soggetti a sanzioni secondo la normativa vigente.

 

Tra i principi più condivisi rientra inoltre il rispetto dell’ambiente: pulizia, attenzione agli spazi comuni e comportamento civile contribuiscono alla conservazione e alla vivibilità di questi luoghi. Nelle dinamiche swinger, inoltre, vale la regola secondo cui la coppia è sempre un’unità decisionale, e qualsiasi scelta o interazione deve basarsi su un consenso condiviso.

Un altro aspetto caratteristico è che molte interazioni nascono online, attraverso community e piattaforme dedicate che consentono alle persone di conoscersi e organizzare eventuali incontri prima di ritrovarsi in spiaggia. A fare da cornice a tutte queste regole resta infine il principio più importante: la privacy è la regola principe. La discrezione e il rispetto della riservatezza altrui rappresentano infatti il fondamento su cui si regge l’intero ecosistema delle community open minded.

 

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OLTRE 15.000 PERSONE HANNO PARTECIPATO A RENEST

OLTRE 15.000 PERSONE HANNO PARTECIPATO A RENEST, TESTIMONIANZA DI UNA CITTA’ IMPEGNATA E ATTIVA NEL RIPENSARE IL FUTURO

Il progetto realizzato da Nestlé a Milano ha trasformato un’esperienza partecipativa in un manifesto aperto di consapevolezza, cultura e responsabilità

 

Milano, 12 maggio 2026 – In un contesto in cui il settore Food & Beverage si conferma tra i più affidabili per gli italiani, con un livello di fiducia pari al 71% secondo l’ultimo approfondimento settoriale dell’Edelman Trust Barometer1, i numeri di ReNest dimostrano la forte domanda di informazione e trasparenza sulle filiere alimentari: oltre 15.000 partecipazioni, più di 40 panel, 120 visite guidate e oltre 50 testimonianze sul palco.

Si chiude così ReNest. Dalle radici al futuro. Un viaggio dentro al cibo, il progetto promosso dal Gruppo Nestlé in Italia, con il patrocinio del Comune di Milano e di Assolombarda, che dal 12 al 24 maggio ha trasformato Piazza Elsa Morante in un percorso esperienziale e multisensoriale aperto alla città. Un’iniziativa pensata per rendere accessibili temi complessi come sostenibilità, spreco alimentare e agricoltura rigenerativa attraverso installazioni interattive, incontri, laboratori, showcooking, visite guidate e momenti di dialogo con il pubblico. Al centro del percorso, il Nido – logo e simbolo storico di Nestlé e cuore dell’esperienza – è diventato uno spazio di incontro, ascolto e crescita in cui costruire consapevolezza condivisa sul valore del cibo.

Ma la chiusura dell’evento non rappresenta un punto di arrivo.

Al contrario, inizia oggi un altro viaggio, quello della responsabilità condivisa e delle scelte di ciascuno. Come in ogni nido si cresce, si impara e si costruiscono le prime forme di relazione con il mondo, così ReNest ha accompagnato le persone a guardare il cibo da una prospettiva più ampia, non solo come consumo, ma come gesto di cura verso sé stessi, gli altri e l’ambiente. “ReNest Yourself” è dunque l’invito di Nestlé a portare fuori dal Nido – che sia la casa, la scuola, il lavoro o la città – una nuova consapevolezza sul valore del cibo, delle risorse e dei gesti quotidiani. Un manifesto aperto promosso da Nestlé che chiama cittadini, imprese ed istituzioni a continuare a costruire insieme un rapporto più consapevole con ciò che mangiamo. Una dichiarazione di intenti che sintetizza l’eredità del progetto e che rilancia alcune direttrici.

Primo passo, in coerenza con questo approccio, è il viaggio che intraprendono i materiali dell’installazione di ReNest e che avranno infatti una seconda vita in luoghi diversi tra sedi aziendali, spazi educativi e realtà del territorio. Diversi elementi, tra cui la passerella, le panche, il recinto e il pavimento del nido in legno, oltre ai totem dedicati a sostenibilità, riciclo e lettura delle etichette saranno destinati a Croce Rossa Italiana. Inoltre, da aprile a giugno sono previste donazioni destinate a tre food hub di Milano gestiti da Fondazione IBVA e Banco Alimentare, con una prima donazione pari a 1.300 kg di prodotti.

Alcuni elementi simbolici, come l’arco realizzato con capsule esauste di caffè e i totem dedicati al caffè e all’economia circolare, saranno trasferiti presso l’Headquarter Nestlé di Assago mentre altri materiali arricchiranno la fabbrica e il Museo Perugina di San Sisto.

Con ReNest abbiamo voluto creare uno spazio aperto, accessibile e partecipativo, capace di rendere concreti temi che spesso vengono percepiti come complessi o distanti come la sostenibilità, le filiere, e l’economia circolare.” – dichiara Valeria Norreri, Head of Corporate Brand & Content Strategy Nestlé Italia. – “I numeri di queste due settimane ci raccontano una forte partecipazione ma il risultato più importante è quello culturale. ReNest ci ha fatto capire che le persone hanno voglia di saperne di più, di confrontarsi e sentirsi parte di un cambiamento possibile. Per questo ReNest non si chiude qui. Il suo lascito è un invito a continuare, insieme, a trasformare la consapevolezza in scelte e gesti quotidiani di cura”-

 

E quali sono dunque i cinque punti del manifesto “RENEST YOURSELF”?

  1. Guardare il cibo come un sistema, non come un prodotto
    Dietro ogni alimento ci sono filiere, risorse, ingredienti, persone, territori, conoscenze e scelte. ReNest invita i cittadini a conoscere questo sistema, aiutando a comprendere ciò che spesso resta invisibile nella quotidianità, e a riconoscere il cibo come parte di una rete di cura che unisce persone, comunità e ambiente.
  2. Rendere la conoscenza accessibile a tutti
    La sostenibilità, la nutrizione, la circolarità e la rigenerazione sono temi complessi, ma possono essere raccontati in modo semplice e verificabile così da essere accessibili per tutti. ReNest invita aziende e partner a divulgare le proprie esperienze con una modalità diretta e concreta, facendo dialogare le persone che rendono possibili i processi di filiera.
  3. Coltivare uno sguardo più consapevole e critico

Capire il futuro del cibo significa anche imparare a orientarsi tra informazioni, dati e messaggi, verificando le fonti, superando semplificazioni e falsi miti, e leggendo le connessioni tra produzione, consumo, spreco, benessere e ambiente. ReNest intende collaborare con i partner culturali per supportare l’informazione sui social e sui canali più vicini alla collettività per supportare scelte consapevoli.

  1. Trasformare la consapevolezza in gesti quotidiani
    Il cambiamento non vive solo nelle grandi decisioni, ma anche nelle piccole abitudini ripetute ogni giorno: leggere meglio le etichette, ridurre gli sprechi, valorizzare le risorse, fare scelte più informate e riconoscere il valore di ciò che può avere una seconda vita. ReNest ha mostrato come pratiche semplici possano davvero fare la differenza e continuerà a promuovere una cultura della consapevolezza fatta di gesti concreti, informazioni chiare e scelte più responsabili.
  2. Costruire alleanze per generare continuità
    Il futuro del cibo riguarda tutti: cittadini, imprese, istituzioni, scuole, comunità scientifica, partner e territori. È più importante che mai saper riconoscere il cibo come linguaggio comune, capace di unire persone, generazioni, culture e territori. ReNest invita alla creazione di alleanze virtuose che siano in grado di generare un beneficio dallo scambio delle culture, delle generazioni, degli interessi collettivi.

Gruppo Nestlé

 

Il Gruppo Nestlé, presente in 187 Paesi con più di 2000 marche tra globali e locali, è l’azienda alimentare leader nel mondo, attiva dal 1866 per la produzione e distribuzione di prodotti per la Nutrizione, la Salute e il Benessere delle persone. Good food, Good life è la nostra firma e il nostro mondo.

Nel 2023 Nestlé ha celebrato 110 anni di presenza in Italia, rinnovando il suo impegno con azioni concrete per esprimere con i propri prodotti e le marche tutto il buono dell’alimentazione.

L’azienda opera in Italia in 9 categorie con un portafoglio di numerose marche, tra queste: Meritene, Pure Encapsulations, Vital Proteins, Optifibre, Modulen, S.Pellegrino, Acqua Panna, Levissima, Bibite e aperitivi Sanpellegrino, Purina Pro Plan, Purina One, Gourmet, Friskies, Felix, Nidina, Nestlé Mio, Nespresso, Nescafé, Nescafé Dolce Gusto, Starbucks, Orzoro, Nesquik, Garden Gourmet, Buitoni, Maggi, Perugina, Baci Perugina, KitKat, Galak, Smarties, Cereali Fitness.

Seguici sui nostri canali: nestle.it |  @nestleit |  fb.com/NestleIT |  Nestlé Italia

 

Contatti ReNest

 

Renest@edelman.com

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Viaggiare con Travilioo: un nuovo modo di scoprire il mondo con l’aiuto di agenti locali

Viaggiare con Travilioo: un nuovo modo di scoprire il mondo con l’aiuto di agenti locali

Personalizzazione, connessione locale ed esperienze autentiche lontane dal turismo di massa che trasformeranno il modo di viaggiare degli italiani

 

In un mondo in cui il modo di viaggiare evolve costantemente, i viaggiatori cercano sempre più di fuggire dai viaggi di massa, dai pacchetti chiusi, e ricercano esperienze sempre più personalizzate, in cui i veri protagonisti sono loro. Da questo concetto nasce Travilioo, una piattaforma pioniera in Italia specializzata nella creazione di viaggi completamente su misura dei gusti e delle preferenze dei propri clienti.

 

Attraverso il suo sistema, il processo inizia quando il cliente condivide i propri gusti, interessi, budget e stile di viaggio, il che consente alla piattaforma di metterlo in contatto direttamente via email, o tramite una chat, con esperti locali della destinazione scelta per progettare insieme un itinerario completamente su misura. Questo modo di prenotare un viaggio si allontana dalle offerte standardizzate e non consiste semplicemente nel riservare servizi come hotel, voli ed escursioni, bensì nel costruire un’esperienza completa, coerente e adattata a ogni dettaglio, dove ogni decisione risponde a un’intenzione precisa.

 

“Una delle ragioni per cui viaggiare con Travilioo risulta particolarmente vantaggioso è la qualità del servizio offerto, che collega direttamente con agenti locali, eliminando intermediari non necessari e garantendo proposte molto più autentiche e allineate con la realtà della destinazione, come partenze flessibili o itinerari modulari. Questi esperti locali non si limitano a progettare il viaggio, ma accompagnano il viaggiatore prima e durante l’esperienza, offrendo consulenza continua, capacità di adattamento agli imprevisti e raccomandazioni che vanno ben oltre il convenzionale. In questo modo, il viaggiatore ottiene non solo un itinerario, ma anche sicurezza, supporto e accesso a esperienze che difficilmente troverebbe da solo.” commenta Gaetano Pistone Amministratore Delegato de Travilioo.

 

Per iniziare a organizzare un viaggio con Travilioo, il processo è semplice: la prima cosa che l’utente deve fare è registrarsi sulla piattaforma per creare il proprio profilo di viaggiatore e accedere alla pianificazione personalizzata. Da lì, si avvia un processo guidato in cui vengono definiti gli aspetti chiave del viaggio, come la destinazione desiderata o il tipo di esperienza cercata, che sia avventura, romantica, culturale, gastronomica o di relax, nonché le preferenze personali in termini di ritmo, budget, alloggi e attività. Tutte queste informazioni consentono agli agenti locali di progettare un itinerario completamente personalizzato, tenendo conto non solo di ciò che il viaggiatore vuole fare, ma anche di come vuole vivere il viaggio, creando una proposta unica che evolve attraverso il dialogo e l’adeguamento continuo fino a soddisfare perfettamente le sue aspettative.

 

Gaetano Pistone illustra alcuni dei vantaggi di prenotare un viaggio con Travilioo:

 

1. Tranquillità assoluta con tutto organizzato

Dai trasferimenti alle attività quotidiane, passando per gli alloggi e le raccomandazioni gastronomiche, tutto è progettato con coerenza e previsione, il che consente al viaggiatore di concentrarsi unicamente sul godersi il viaggio senza preoccuparsi di imprevisti logistici o decisioni dell’ultimo minuto. Inoltre, questa tranquillità non si sperimenta solo prima del viaggio, ma anche durante, poiché di norma si dispone di assistenza continua o contatto diretto con gli esperti locali, che possono risolvere qualsiasi inconveniente o adattare l’itinerario in caso di cambiamenti, generando una costante sensazione di supporto che trasforma l’esperienza in qualcosa di molto più rilassato e sicuro.

 

2. Esperienze completamente personalizzate

Un altro grande vantaggio è la possibilità di vivere un viaggio completamente adattato ai gusti, agli interessi e al ritmo di ogni persona, il che elimina la rigidità dei pacchetti turistici tradizionali e permette di progettare ogni dettaglio in base a ciò che davvero motiva il viaggiatore. Questa personalizzazione consente anche di adattare il viaggio a diversi profili, dalle fughe romantiche ai viaggi in famiglia o alle esperienze esclusive, facendo sì che ogni itinerario sia unico e abbia un valore emotivo molto maggiore.

 

3. Accesso a una conoscenza locale autentica

Avvalersi di agenti locali significa accedere a un livello di conoscenza difficilmente ottenibile attraverso guide di viaggio o ricerche su Internet, poiché questi professionisti conoscono in prima persona le destinazioni, i loro usi e i loro angoli meno conosciuti. Ciò permette di scoprire luoghi ed esperienze lontani dal turismo di massa.

 

4. Ottimizzazione del tempo di viaggio

Uno dei problemi più comuni quando si viaggia da soli è la cattiva gestione del tempo, ma con un viaggio progettato su misura ogni giornata è organizzata in modo strategico per sfruttare al massimo ogni momento senza cadere in frette inutili. Questo consente di equilibrare attività e riposo, evitando spostamenti superflui e assicurando che ogni giorno abbia senso all’interno dell’insieme del viaggio.

 

5. Maggiore qualità nelle esperienze

Essendo ogni elemento del viaggio attentamente selezionato da esperti, risponde a standard qualitativi più elevati, privilegiando esperienze autentiche rispetto alle opzioni turistiche convenzionali o di massa. Ciò garantisce che il viaggiatore investa il proprio tempo e denaro in proposte davvero di valore, evitando delusioni o attività poco rilevanti.

 

6. Riduzione dello stress nella pianificazione

Pianificare un viaggio può essere un compito complesso e opprimente, ma questo tipo di servizio consente di delegare tale responsabilità a professionisti che si occupano di strutturare tutto in modo efficiente e coerente. In questo modo, il viaggiatore risparmia tempo ed evita il sovraccarico decisionale, godendosi il processo senza pressioni.

 

7. Flessibilità e capacità di adattamento

A differenza dei viaggi tradizionali, questo modello offre una grande flessibilità sia prima che durante il viaggio, permettendo di adattare l’itinerario secondo le esigenze o le circostanze del momento. Questa capacità di adattamento è fondamentale per migliorare l’esperienza e rispondere a eventuali imprevisti senza compromettere il godimento del viaggio.

 

8. Supporto all’economia locale e turismo sostenibile

Lavorando direttamente con agenti locali, l’85% del costo del viaggio per il cliente va alle agenzie locali, promuovendo in questo modo un turismo più equo e sostenibile. Inoltre, si incoraggiano pratiche responsabili che rispettano la cultura e l’ambiente, contribuendo a un impatto positivo.

 

9. Sicurezza e supporto professionale

Viaggiare con il supporto di esperti offre una maggiore sensazione di sicurezza, specialmente in destinazioni sconosciute, poiché si dispone di consulenza e assistenza in ogni momento. Questo supporto riduce i rischi e permette di godere del viaggio con maggiore fiducia e tranquillità.

 

10. Un modo diverso e più arricchente di viaggiare

Questo tipo di viaggi rappresenta un nuovo modo di intendere il turismo, dove il focus è sull’esperienza completa e non solo sulla destinazione. Il risultato è un viaggio più significativo, autentico e memorabile, che lascia un’impronta molto più profonda nel viaggiatore.

 

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Ebola: come monitorare un’epidemia open source attraverso dati pubblici, fonti locali e piattaforme internazionali

Quando si parla di Ebola, l’attenzione tende a concentrarsi sulle immagini provenienti dalle aree colpite, sui centri di trattamento e sugli aggiornamenti diffusi dalle organizzazioni internazionali. In realtà, molto prima che un focolaio raggiunga le prime pagine dei giornali, esiste un articolato ecosistema informativo che consente ad analisti ed esperti, giornalisti investigativi, ricercatori e operatori umanitari di seguirne l’evoluzione quasi in tempo reale attraverso fonti aperte. La raccolta di informazioni open source relative a Ebola rappresenta infatti uno degli esempi più interessanti di come dati pubblici, report istituzionali, piattaforme umanitarie e strumenti geospaziali possano essere integrati per costruire un quadro operativo estremamente dettagliato e affidabile senza essere sul posto.

La prima regola dell’analisi OSINT in ambito sanitario consiste nel comprendere che il dato epidemiologico nasce sempre sul territorio e solo successivamente viene trasmesso alle organizzazioni internazionali. Per questo motivo, chi desidera monitorare un’epidemia in modo efficace deve partire dalle fonti più vicine possibile all’informazione.

Nel caso della Repubblica Democratica del Congo, uno dei Paesi storicamente più colpiti dal virus Ebola, la fonte primaria di riferimento è l’Institut National de Santé Publique (INSP) della RDC. L’istituto pubblica regolarmente Situation Reports, comunemente chiamati SitRep dell’andamento epidemiologico. Attraverso questi documenti è possibile conoscere il numero di casi sospetti e confermati, la localizzazione geografica dei focolai, le attività di laboratorio, le operazioni di contact tracing e le misure adottate dalle autorità sanitarie. Un esempio recente è il Situation Report n.26 sulla Malattia da Virus Ebola del 9 giugno 2026, che offre una panoramica dettagliata della situazione sul campo e rappresenta una fonte di enorme valore per chiunque svolga attività di monitoraggio.

Siamo già stati in Congo per raccontare Ebola. Oggi vogliamo ritornare e raccontare l’ennesima tragedia di questo popolo. Aiutaci con una donazione a questo link

Una volta raccolte le informazioni provenienti dalle autorità nazionali, il passo successivo consiste nel confrontarle con le valutazioni e gli aggiornamenti della World Health Organization (WHO). In particolare, la sezione Disease Outbreak News (DON) costituisce uno dei principali punti di riferimento per la comunità internazionale. Qui vengono pubblicati aggiornamenti ufficiali sugli outbreak in corso, analisi del rischio, informazioni tecniche e valutazioni sull’eventuale diffusione internazionale della malattia. Ancora più utile per chi segue gli eventi nel continente africano è il portale di WHO AFRO, l’ufficio regionale africano dell’OMS, che spesso pubblica aggiornamenti più frequenti e maggiormente focalizzati sulle dinamiche locali.

Il processo di verifica richiede inoltre il confronto con altre organizzazioni specializzate nella sorveglianza sanitaria. L’Africa CDC svolge un ruolo centrale nel coordinamento delle attività di monitoraggio a livello continentale, pubblicando aggiornamenti e valutazioni sui principali focolai presenti in Africa. Parallelamente, il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) degli Stati Uniti e l’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) producono analisi epidemiologiche, studi tecnici e valutazioni del rischio che permettono di comprendere le possibili implicazioni internazionali di un focolaio.

In Congo siamo già stati per seguire da vicino una delle più gravi emergenze sanitarie degli ultimi anni: Ebola. Oggi vogliamo tornare sul campo per documentare una nuova crisi che continua a colpire milioni di persone nell’indifferenza generale. Se credi nell’importanza del giornalismo indipendente, sostienici con una donazione a questo link.

Una delle domande più frequenti riguarda l’esistenza di sistemi di monitoraggio in tempo reale. In ambito epidemiologico il concetto di “tempo reale”, soprattutto in contesti così complessi e frammentati, deve essere interpretato con cautela, poiché la velocità di aggiornamento non coincide necessariamente con l’affidabilità del dato. Tra le piattaforme più utili vi è sicuramente IFRC GO Platform, sviluppata dalla Federazione Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa. Attraverso dashboard interattive, mappe e statistiche, la piattaforma consente di seguire le attività di risposta sul terreno e di visualizzare rapidamente le aree interessate dalle emergenze sanitarie.

Per comprendere realmente la dinamica di un’epidemia, tuttavia, non basta conoscere il numero dei casi. È necessario capire dove si trovano, come si muovono le persone e quali infrastrutture collegano le aree colpite. In questo contesto assumono un’importanza fondamentale le piattaforme geospaziali. La più rilevante è probabilmente l’Humanitarian Data Exchange (HDX), il grande archivio dati umanitario delle Nazioni Unite, che ospita dataset relativi a popolazione, strutture sanitarie, reti stradali, centri abitati, movimenti di sfollati e confini amministrativi. Integrando queste informazioni con i dati disponibili su OpenStreetMap è possibile costruire mappe operative avanzate e identificare potenziali corridoi di diffusione del virus, punti di attraversamento delle frontiere, aree isolate e vulnerabilità che potrebbero influenzare l’andamento dell’epidemia.

L’analisi OSINT più avanzata non si limita però ai numeri ufficiali. Spesso le informazioni più interessanti emergono da quelli che gli analisti definiscono “segnali deboli”: l’apertura di nuovi centri di trattamento, l’arrivo di laboratori mobili, l’incremento degli acquisti di dispositivi di protezione individuale, l’attivazione di campagne informative nelle comunità locali, il rafforzamento dei controlli sanitari alle frontiere o la mobilitazione straordinaria di personale medico. Questi elementi, apparentemente marginali, possono fornire indicazioni preziose sull’evoluzione di una crisi sanitaria ancora prima che essa si manifesti pienamente nei dati ufficiali.

Molte delle tragedie che colpiscono il continente africano restano invisibili fino a quando non diventano impossibili da ignorare. Il nostro obiettivo è raccontarle prima, con rigore, presenza sul campo e attenzione alle popolazioni coinvolte. Per aiutarci a documentare queste realtà e dare voce a chi spesso non ne ha, puoi contribuire con una donazione a questo link.

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Pagine di diario: la zia bigliettaia, il traffico di Roma e le parodie a Matilde Serao

Ho una zia inglese che ha appena compiuto 100 anni. Alla fine degli anni ’50 faceva la bigliettaia sugli autobus a Liverpool. Fra i clienti abituali della sua linea c’erano due ragazzini: salivano con le loro chitarre al piano superiore, dove era permesso fumare. Una volta quei due salirono a bordo con un terzo amico, anche lui con la chitarra. Dopo un po’ mia zia li sentì suonare una canzone bellissima, piena di ritmo, con tanto di coretti, e ne rimase davvero colpita. No, non erano Paul, George e John.

Nel 1921 Matilde Serao pubblicò un libro piuttosto bizzarro. Intitolato Preghiere, conteneva fra le altre la Preghiera della moglie che sta per tradire il marito per sentimento e la Preghiera del marito ingannato. I parodisti dell’epoca si sbizzarrirono. Achille Campanile aggiunse la Preghiera del debitore che forse non pagherà la cambiale (Dolce Gesù, domani mi scade la cambiale. Dovrei affannarmi tutt’oggi, bussare a molte porte perché ancora non ho il becco di un quattrino. Che devo fare, mio dolce Gesù? Busserò. Non hai tu detto: ‘Bussate e vi sarà aperto’? Ma devo per questo affannarmi tanto? Che accadrebbe, dopotutto, se non pagassi la cambiale? Sarebbe la fine del mondo? No! Non hai tu detto, mio dolce Gesù: ‘Il domani provvederà a se stesso’? Ebbene, la cambiale scade domani. Oggi non pensiamoci più! Domani mi proteggerai come sempre, mio dolce Gesù. Amen).

Cesare Zavattini la Preghiera della cocotte che esce di casa verso l’Ave Maria (Madonnina santa, fatemi la grazia di non farmi incontrare sul marciapiede nessun malvivente. Ci sono tante persone buone a questo mondo: fate che questa sera incontri soltanto persone buone. Qualche persona anziana, possibilmente, seria, qualche padre di famiglia che abbia, venendo con me, molta paura delle chiassate. Io mi accontento di così poco, dopotutto. Aiutatemi sempre, Madonnina mia! Amen!) e Guido Da Verona la Preghiera del ladro che sta per rubare un cero alla Vergine (Vergine santa, il sagrestano è finalmente uscito. La chiesa è deserta e mi vedete solo voi, vergine misericordiosa. Quali di questi due ceri devo rubare? Il più grosso o il più piccolo? Consigliatemi voi, madre pietosa, assistetemi voi! Non mi rispondete? Ah, lo capisco, Vergine santa: non vi importa nulla né del più grosso né del più piccolo. Anche senza la luce di questi due ceri, voi siete ugualmente splendida. Stella mattutina! Li prenderò dunque tutti e due. Grazie, mater dolorosa).

Tempi moderni. L’altro giorno a Roma una mia amica frena di colpo la Mini perché un pedone si è buttato impavido sulle strisce. Da dietro arriva una moto in velocità e inchioda all’ultimo momento. Il motociclista l’affianca e comincia a urlarle frasi di una volgarità inaudita. Arrivano al semaforo, è rosso. Quello continua a trascendere accanto al suo finestrino come un cocainomane rettiliano. La mia amica cerca di mantenere la situazione sotto controllo: “Che dovevo fare? Metterlo sotto?” Ma quello è irrefrenabile: “Sei frigida! Sei così perchè hai preso pochi cazzi!”.

La mia amica: “Lei è veramente maleducato. Mi chiedo che educazione le ha dato sua madre”. E a questo punto quello se ne esce con un argomento incredibile: “Mia madre m’ha dato un’ottima educazione. E sai perché? Perché mia madre prendeva un sacco di cazzi!” La mia amica, voce dal sen fuggita: “Eh, certo, perché era una puttana“. Lui resta di sale, scatta il verde, lei sgomma via. (Tutto vero.).

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Le "cuoche" del carcere di Rebibbia

Dodici detenute della casa circondariale femminile Germana Stefanini hanno imparato a cucinare come chef stellate, ma lo fanno dietro le mura del carcere. Dopo 5 mesi di corso, l'esame finale: un pranzo che è un traguardo e anche un nuovo futuro

© RaiNews

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Disabilità nello sport e nelle fiabe: dal ParaMondiale al Mago di Oz, passando per due letture

di Marco Pozzi

In questi giorni d’inizio mondiale di calcio mi è capitato di discutere con amici sulla possibilità di organizzare un ParaMondiale, dopo il torneo principale, alla maniera in cui le Paralimpiadi seguono sempre le Olimpiadi: calcio integrato, per non vedenti, in carrozzina: discipline già esistenti o ancora da progettare.

D’altronde, Olimpiadi e Mondiali sono due eventi simili per portata planetaria, che scandiscono il nostro tempo, alternandosi ogni due anni, come un metronomo delle società.

Insieme alla divagazione sul ParaMondiale di calcio, qui mi piace segnalare due bei libri sulla disabilità, che ho letto da poco. Il primo è Eccentrico di Fabrizio Acanfora (editore Effequ, 2022): a 39 anni all’autore viene diagnosticata una forma di autismo. C’è un prima e un dopo quel momento, un sé prima e un sé dopo, diverso. Una specie di tortura, “vigilanza permanente”, che rende ogni secondo faticosissimo, soprattutto se si fa musica, come l’autore, e si è ossessionato dai rumori, e “il canale preferenziale di entrata delle informazioni esterne è l’udito” (p. 102).

Il libro è un racconto sincero e intenso, un reportage di sé stesso, di com’è star chiuso nei propri pensieri, crearsi routine e ripetibilità per non cedere alle distrazioni laterali, com’è vivere con ridotta capacità di astrazione rispetto alla capacità di vedere i pensieri (quando si pensa un appuntamento, quando si scrive un racconto, tutti i dettagli afferrano l’attenzione), e di come si riempiono le giornate con la musica, studiando clavicembalo e pianoforte.

Il secondo libro è Deforme di Amanda Leduc (editore Nottetempo, 2025), dove l’autrice, che soffre di una lieve paralisi cerebrale e di emiplegia spastica, analizza le disabilità presenti nelle fiabe, spesso elemento centrale della storia: la bestia in Bella e la bestia, la strega con la stampella di Hansel e Gretel, le trasformazioni nelle favole dei fratelli Grimm, i brutti principi e i ranocchi; oppure le disabilità nei cartoni animati, quali il gobbo di Notre Dame, i nani che aiutano Biancaneve, il naso deforme di Pinocchio, o la Fiona in Shrek, trasformata da principessa in orchessa per maledizione di una fata.

Viene in mente la commovente Elsa, in Frozen, col suo potere di manipolare ghiaccio e neve, all’inizio incontrollabile, tanto da costringerla a lasciare la città e ritirarsi da eremita, prima d’essere salvata dalla cara sorella, che Elsa involontariamente aveva quasi ucciso mentre scopriva i suoi poteri. Il superpotere come disabilità, come scarto nefasto dalla normalità (lo dimostra anche l’ultimo “ragno” di Nicolas Cage in Spider-Noir, fra quei supereroi che vorrebbero essere “normali”).

Nelle fiabe particolare è il Brutto Anatroccolo, diverso, emarginato, il quale cresce e si scopre diventare un bellissimo cigno. E il cigno, qui animale simbolo di bellezza (un super potere quasi), lo è altrettanto di bruttezza nei Cigni selvatici di Andersen e nei Sei cigni dei fratelli Grimm, dove undici principi e sei fratelli vengono trasformati in cigni da una matrigna e da una regina malvagia. Si è belli o brutti a seconda del paragone: l’essere cigno, in fiabe diverse, in realtà diverse, può essere un privilegio oppure una condanna.

Per tornare allo sport, il discorso fa venire in mente i quattro personaggi del Mago di Oz: lo Spaventapasseri senza cervello, l’Uomo di Latta senza cuori, il Leone senza coraggio, oltre a Dorothy, che è sola in terra straniera. Ognuno ha una disabilità, insieme sono una squadra impegnata verso un obiettivo comune, che è raggiungere Oz. I quattro hanno obiettivi individuali – il cuore, il coraggio, il cervello, tornare a casa – ma gli obiettivi individuali si fondono in un agire condiviso, che li porta a collaborare l’un l’altro, ciascuno coi propri punti di forza a coprire i punti di debolezza del compagno. Sembra di ascoltare alcuni discorsi di Julio Velasco, che nella definizione dei ruoli identifica un meccanismo chiave per il funzionamento della squadra sul campo.

La durezza dell’Uomo di Latta spezza i pungiglioni delle api nere, le cornacchie sono uccise dallo Spaventapasseri, il ruggito del leone mette in fuga i minacciosi Winkie. Ciascuno con le sue abilità e disabilità, in un viaggio che è una partita, il campo che è l’intero Regno di Oz (una realtà altra rispetto al Kansas di Dorothy), come in un nuovo sport inclusivo.

C’è poi un aspetto mentale. Il “Grande e Terribile Oz” si presenta ai quattro in maniera diversa: una grande testa a Dorothy, una donna magnifica allo Spaventapasseri, un mostro all’Uomo di Latta, una sfera di fuoco al Leone. La suggestione si rompe quando i protagonisti scoprono che Oz è in realtà un anziano e piccolo ventriloquo, arrivato in mongolfiera e scambiato dagli abitanti locali per divinità. Ma l’illusione non svanisce, solo s’interrompe: per soddisfare il desiderio dello Spaventapasseri Oz gli mette in testa crusca e spilli, all’Uomo di Latta infila nel petto un cuore di seta, al Leone offre una bevanda presentandola come coraggio liquido.
Questa la storia dei quattro atleti del Mago di Oz.

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Messico: il mondiale parallelo delle famiglie dei 135 mila desaparecidos

Messico

Mentre il Messico si appresta a dare il via alla Coppa del Mondo FIFA 2026, migliaia di persone, soprattutto donne, stanno organizzando una marcia fuori dallo stadio, nella capitale del Paese. “Non giocate con il nostro dolore” è il loro slogan, un grido che dà voce a oltre 134.000 persone scomparse che lo Stato sembra voler dimenticare.

A partire dall’11 giugno, la capienza complessiva per i singoli match nei tre impianti messicani scelti per il torneo FIFA sarà di oltre 184mila posti: lo Stadio Azteca di Città del Messico ospita fino a 83mila spettatori, il Monterrey nel Nuevo León 53.500 e l’Akron a Jalisco, 48mila. Nello stesso momento, secondo gli ultimi dati ufficiali del Registro Nazionale, le persone svanite nel nulla in Messico sono 134.845 (dal 1952 ad oggi). Significa che l’esercito dei desaparecidos messicani potrebbe riempire da solo l’intero Stadio Azteca durante la partita inaugurale lasciando fuori ancora una folla immensa, o che da solo supererebbe di gran lunga il numero di spettatori di una partita a Monterrey riempiendo quell’impianto per due volte e mezzo.

“In Messico ci sono più persone scomparse di quante assisteranno alla partita inaugurale di questi Mondiali”, ha confermato Edith Olivares Ferreto, direttrice esecutiva di Amnesty International Messico. L’organizzazione supporta da anni le associazioni dei familiari degli scomparsi che, proprio in occasione dei Mondiali, hanno deciso di sfruttare i riflettori globali e l’arrivo dei turisti per rompere il silenzio su un grave problema di cui si sta occupando anche l’ONU. Per farsi ascoltare da spettatori vicini e lontani, i collettivi hanno messo in campo una serie di iniziative nelle città che ospiteranno le partite.

Città del Messico: l’Axolotl rosa presidia lo stadio

I collettivi impegnati nella ricerca dei desaparecidos stanno organizzando una protesta pacifica in concomitanza con il match inaugurale all’Azteca (lo stadio che consacrò l’Argentina di Maradona nel 1986). “Non giocate con il nostro dolore” è il loro slogan, un grido che trasforma i numeri dei seggiolini degli stadi nei volti di chi non c’è più. Si prevede la partecipazione di migliaia di familiari che manifesteranno in onore dei propri cari, molti dei quali reclutati con la forza dai cartelli della droga o uccisi per aver opposto resistenza. In Messico, le sparizioni avvengono per molteplici ragioni, spesso legate alla criminalità organizzata. I gruppi criminali utilizzano frequentemente le sparizioni come strumento di controllo e intimidazione.

Nelle scorse settimane, sempre fuori dallo stadio di Città del Messico, sono stati affissi i manifesti con le foto degli scomparsi ed è stata avvistata anche una bizzarra mascotte, l’Ajolote Buscador (l’Axolotl cercatore), che è anche il simbolo della città in occasione dei Mondiali di calcio. Si tratta di una salamandra in grado di rigenerare quasi tutto il suo corpo se ferita e, per tale motivo, simbolo della resistenza delle famiglie che continuano a cercare i propri cari. Per rafforzare il concetto, la mascotte ha in mano una pala, attrezzo usato dai familiari per cercare i corpi.

L’album di figurine degli scomparsi a Jalisco

Nello Stato di Jalisco, il collettivo di Luz de Esperanza ha trasformato i classici avvisi di ricerca in figurine simili a quelle del celebre album ufficiale dei Mondiali, dove a indossare la maglia della nazionale messicana non sono più i calciatori, ma gli scomparsi. I manifesti sono stati affissi nei pressi del FIFA Fan Festival e nei luoghi più turistici della città di Guadalajara.

Il gruppo non è contro l’evento sportivo ma contesta apertamente il fatto che il governo locale abbia investito milioni di pesos nei preparativi per le quattro partite della fase a gironi, ignorando la crisi umanitaria di Jalisco, epicentro del crimine organizzato messicano e, secondo la Comisión Interamericana de Derechos Humanos, detentrice del record nazionale di sparizioni forzate: circa 16mila in appena dieci anni. “L’errore sta nello smettere di nominare coloro che devono essere nominati e nello smettere di cercare”, ha dichiarato all’agenzia EFE Héctor Flores, membro dell’organizzazione.

Mondiali blindati, cittadini abbandonati

Oltre ai fiumi di denaro stanziati a livello locale, a finire al centro delle polemiche è l’intera filosofia del piano di sicurezza nazionale, concepito per blindare il torneo ma non i cittadini. La strategia, battezzata piano “Kukulkán”, è nata per contenere i timori di un’escalation della violenza dei cartelli dopo la recente uccisione del leader del cartello Jalisco Nueva Generación, Nemesio Oseguera Cervantes, alias El Mencio. Il piano prevede il dispiegamento massiccio di 100mila uomini tra agenti di polizia, truppe dell’esercito e sicurezza privata per la sorveglianza dello spazio aereo, marittimo, terrestre e del cyberspazio, supportata da sistemi di monitoraggio continuo e di allerta precoce.

Un dispiegamento di forze e tecnologie senza precedenti che stride con la realtà del territorio: proprio nello Stato di Jalisco, lo scorso gennaio, sono stati trovati centinaia di resti umani in fosse comuni. Il ritrovamento non si deve all’efficienza dei reparti speciali o del monitoraggio statale, ma al lavoro autogestito dei collettivi di ricerca costituiti dalle famiglie delle persone scomparse.

A Nuevo León i manifesti apposti sulle fioriere del governo

Anche l’associazione United Forces for Our Disappeared in Nuevo León (FUNDENL) ha presentato la sua “nazionale messicana”: una squadra di 21 “giocatori desaparecidos”, ognuno con il proprio nome, numero e la data dell’ultimo avvistamento sulla maglia. Solo nel 2026, in questo stato sono scomparse 367 persone, di cui 262 risultano ancora disperse.

I membri dell’associazione hanno di recente denunciato un fatto increscioso, riportato anche dalla testata messicana La Jornada: il tentativo del governo dello stato di Nuevo León di coprire i volti e le foto degli scomparsi nella Plaza de las y los Desaparecidos a Monterrey, nascondendoli dietro a dei grandi vasi di fiori ornamentali. Il collettivo ha definito l’azione un’offesa alla società e ha risposto affiggendo i manifesti direttamente sui vasi, mostrando un simbolico “cartellino rosso” alle autorità locali per le sistematiche omissioni nelle indagini.

Tra fosse comuni e narco-politica, l’Onu lancia l’allarme sul Messico

Nonostante l’introduzione di meccanismi giuridici internazionali, le sparizioni forzate rimangono una ferita aperta. I collettivi sottolineano come le riforme legislative promesse non siano mai state attuate. “Otto anni dopo la creazione della Commissione locale di ricerca mancano ancora piani concreti, come l’istituzione di programmi di medicina legale presso l’Universidad Ciudadana di Nuevo León”, attacca FUNDENL. Al momento sarebbero oltre 70mila i corpi non identificati in custodia dello Stato.

Il dramma messicano è da tempo uscito dai confini nazionali per diventare un caso internazionale. Lo scorso aprile, il comitato dell’ONU che si occupa di sparizioni (CED) ha attivato una procedura d’emergenza (l’articolo 34) e ha chiesto di portare il caso del Messico davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Per la CED le sparizioni in Messico non sarebbero casi isolati, ma così diffusi e sistematici da essere definiti “crimini contro l’umanità”.

La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha negato tali accuse sostenendo che per parlare di crimini contro l’umanità servirebbe una politica deliberata di attacco ai civili da parte dello Stato, mentre la colpa delle sparizioni sarebbe da imputare esclusivamente ai cartelli della droga e alla criminalità organizzata.

Secondo la CED, tuttavia, ci sono prove che in molti casi i funzionari pubblici e la polizia avrebbero favorito i criminali attraverso l’omertà e la complicità. Di fronte a una crisi che le autorità locali non riescono più a gestire, l’ONU ha chiesto alla comunità internazionale di inviare in Messico aiuti finanziari e specialisti. Si vogliono mappare le fosse comuni, analizzare i resti umani non ancora identificati e indagare sui legami corrotti tra politica e narcotraffico; ma si vuole anche garantire protezione ai familiari che rischiano la vita per cercare i loro cari.

Nonostante la presidente del Messico abbia difeso l’operato del governo, ha comunque dovuto riconoscere i gravi ritardi delle procure locali: “È meglio che il fascicolo venga aperto dall’inizio, perché questo garantisce la ricerca”, ha dichiarato, lasciando aperta la porta a un cambio di rotta istituzionale che le famiglie degli scomparsi aspettano da anni.

Nove “madres buscadores” su dieci subiscono violenze

Le donne, le cosìdette madres buscadoras, sono la vera forza trainante di questa battaglia. Si organizzano, battono le strade, scavano sotto terra, visitano gli obitori e si spingono fino alle zone controllate dai cartelli per cercare le persone scomparse. Una dedizione che pagano a carissimo prezzo.

Secondo un rapporto di Amnesty International relativo al 2025, il 97% delle donne impegnate nelle ricerche ha riferito di aver subito violenze. I rischi includono: minacce (45%) ed estorsioni (39%); aggressioni fisiche (27%) e sfollamento forzato (27%); torture (10%), rapimenti (6%), violenze sessuali, ma anche omicidi.

Tra il 2019 e il 2024, ben 16 attivisti impegnati nelle ricerche sono stati assassinati. Tredici di loro erano donne. Madri che hanno pagato con la vita la colpa di aver cercato una verità che spesso si nasconde sotto terra, a pochi passi dagli stadi di questi Mondiali.

A tutto questo si aggiunge lo stigma sociale. Una donna su due viene colpevolizzata o isolata dalle autorità e persino dalle proprie comunità. Il logorio è anche economico: “Essere ricchi o poveri non è la stessa cosa”, denunciano molte madri nel report. “Se scompare un ricco la procura si muove subito; per mio figlio non riesco nemmeno a fissare un appuntamento”. Ma è anche sanitario: il 70% dichiara gravi problemi di salute fisica e mentale. Araceli Rodríguez, che cerca suo figlio da 15 anni, racconta di aver avuto difficoltà a respirare e di aver perso i denti per lo stress. 

Le procure aspettano tre giorni prima di denunciare una scomparsa

Nonostante ciò, solo il 17% delle donne denuncia le aggressioni subite durante le ricerche, a causa della totale sfiducia nelle istituzioni e della percezione di una forte collusione tra funzionari pubblici e criminalità organizzata. Anche gli investigatori e i tecnici forensi molto spesso non dispongono della formazione e delle risorse necessarie per svolgere il loro lavoro, mentre testimoni e vittime sono spesso terrorizzati da ritorsioni per aver collaborato alle indagini e le autorità non sono in grado o non sono disposte a proteggerli. Sebbene l’emittente KYMA abbia recentemente riportato l’ennesima direttiva per eliminare formalmente ogni attesa, molte procure locali continuano illegalmente a chiedere alle famiglie di aspettare 72 ore prima di avviare le ricerche.

Ora, mentre i riflettori del mondo si accendono sugli stadi, i familiari degli scomparsi chiedono che il governo accetti l’aiuto e le tecnologie di altri Paesi. “Mentre decine di milioni di persone in tutto il mondo si preparano a seguire quella che la FIFA definisce ‘la più grande cerimonia di apertura del mondo’, migliaia di donne coraggiose in Messico coglieranno l’occasione per scendere in piazza e ricordare che le ricerche continuano”, conclude Edith Olivares Ferreto, di Amnesty International.

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La domenica bestiale con l’edizione del sabato: un’edizione speciale che attraversa i temi del Pride Month e della Green Week 2026

13 e 14 giugno in Cascina Cuccagna a Milano
La domenica bestiale con l’edizione del sabato: un’edizione speciale che attraversa i temi del Pride Month e della Green Week 2026

 

Laboratori per grandi e piccoli, pratiche collettive, cinema e attività creative

per trascorrere il fine settimana

 

Il fine settimana di attività culturali gratuite in Cascina Cuccagna a Milano di sabato 13 e domenica 14 giugno, La domenica bestiale con l’edizione del sabato, attraversa i temi del Pride Month e della Green Week 2026, con riflessioni su sostenibilità, inclusione, identità, attraverso laboratori, performance e incontri dedicati a tutte le età̀. Il pubblico è invitato a partecipare alle iniziative creative e di socialità informale, nelle sale interne della cascina, e all’esterno, nelle corti, in giardino e nell’orto.

 

Tra gli appuntamenti centrali dell’edizione di giugno, sabato prende il via il programma dedicato alla Green Week con Milano come Città Spugna: Soluzioni Basate sulla Natura per la Resilienza Urbana (11:00-13:00), un incontro aperto alla cittadinanza che affronta il tema delle Nature-Based Solutions e dei nuovi progetti urbani legati alla resilienza climatica. Per tutta la giornata, il Passamano Cuccagna – Cerchio del Dono (11:00-18:00), il progetto di riuso e gratuità a cura di Giacimenti Urbani, concepito come per favorire la circolazione libera degli oggetti e delle risorse.

 

Il weekend dedica ampio spazio anche ai temi del Pride Month: le iniziative proposte riflettono su rappresentazione, identità e inclusività. Sabato pomeriggio Non binarismo e oltre: intervento e laboratorio sull’identità di genere (15:30-17:30), a cura di CIG Arcigay Milano e Circolo Culturale Timé di Fondazione Lighea, apre uno momento di confronto e ascolto sui temi dell’identità di genere e sessuale, rivolto a partecipanti dai 15 anni in su. Real Ads è invece il progetto artistico che reinterpreta campagne pubblicitarie internazionali in chiave queer attraverso una mostra visitabile sabato (17:30- 20:30) e domenica (10:30-17:30). Sabato sera il progetto prende vita anche dal vivo con una performance drag di Povera Crystal (19:00-19:30), tra ironia, cultura pop e partecipazione del pubblico.

 

Non mancano le attività dedicate alla creatività e alla sperimentazione manuale. Sabato il laboratorio Second Leaf – La seconda vita delle foglie a cura di Nantoo e ACCC (15:00-17:30) invita adulti e bambini a realizzare carta artigianale utilizzando foglie vere, mentre il Laboratorio di Serigrafia (15:30-19:30), a cura di VerySeri Lab e rivolto dai 15 anni in su, propone un’esperienza pratica di stampa artigianale contemporanea. Sempre sabato, dalle 17:00 alle 18:30 e dalle 18:30 alle 19:30, gli appuntamenti a cura de Le Cosmiche, tra ritualità̀ astrologica e lettura dei tarocchi, trasformano il Nuovo Vicolo Cuccagna in uno spazio dedicato all’introspezione e alla condivisione.

 

La domenica è all’insegna della cura collettiva e delle pratiche sostenibili, con la raccolta rifiuti organizzata da Plastic Free (9:30-12:00) nelle vie attorno alla cascina e con Uncinetto arcobaleno con Magliando (10:30-12:30), laboratorio partecipativo aperto dai 12 anni in su che unisce creatività, socialità e simboli del Pride.

 

Grande attenzione è dedicata anche alle attività per le famiglie. Domenica il Laboratorio di mosaico (11:30-12:30), curato dal Gruppo Archeologico Ambrosiano, coinvolge bambine e bambini dai 6 anni nella realizzazione di mosaici ispirati alle domus romane, mentre nel pomeriggio Salotto sonoro: Pride, l’apina che volava libera (15:00-16:00) propone un’esperienza immersiva, dai 4 ai 9 anni, tra racconto, musica e costruzione di strumenti musicali. A seguire, All’orto all’orto (16:00-17:30), dai 5 anni in su, invita a prendersi cura dell’orto della cascina. Nel corso della giornata continuano gli appuntamenti dedicati alla sostenibilità e alla produzione culturale indipendente, con Leonardo Poltronieri – Progetti Sostenibili, come La sostenibilità a portata di mano (11:30-12:30) e il laboratorio aperto di fanzines Libro: Lab (16:00-19:00), per partecipanti dai 16 anni.

 

 

Chiude il weekend, il cineforum Parigi Brucia (21:00-23:00), il documentario cult di Jennie Livingston dedicato alla ballroom culture newyorkese degli anni ’80 e alle comunità queer afroamericane e latinoamericane.
Come da tradizione, il fine settimana si conclude con la Tavolata bestiale, la cena condivisa che invita il pubblico a fermarsi ancora un po’, trasformando la cascina in uno luogo conviviale aperto all’incontro tra vecchi e nuovi amici.

La domenica bestiale con l’edizione del sabato è un progetto di ACCC Associazione Consorzio Cantiere Cuccagna, con il patrocinio del Municipio 4 del Comune di Milano, che mese dopo mese, rinnova il proprio impegno nel costruire uno spazio culturale aperto e partecipato, in cui la città possa ritrovarsi attraverso esperienze accessibili e inclusive. Le attività sono a ingresso libero, alcune sono a pagamento con sconto tesserati, o prevedono la sottoscrizione alla Tessera della Cuccagna.

Il programma completo è consultabile sul sito di Cascina Cuccagna.

 

 

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Italia dei Diritti De Pierro, a Terni case ATER abbandonate all’incuria creano disagi ai residenti della zona

Italia dei Diritti De Pierro, a Terni case ATER abbandonate all’incuria creano disagi ai residenti della zona
Nei pressi di piazza della Pace nella città umbra, il giardino di un appartamento di edilizia popolare vuoto sta diventando l’habitat naturale per ratti e bisce creando disagio ai residenti della zona, Italia dei Diritti De Pierro si mobiliterà affinché il problema venga risolto
Terni 11 giugno 2026: In un Paese dove esiste la crisi abitativa, ci sono situazioni limite con appartamenti di edilizia popolare vuoti e abbandonati all’incuria come ci descrive Carlo Spinelli responsabile nazionale per la Politica Interna del movimento Italia dei Diritti De Pierro:” Ci troviamo a Terni in piazza della Pace dove ci sono appartamenti di edilizia popolare gestiti dall’Ater. Alcuni di questi sono stati riscattati e diventati di proprietà, altri sono ancora gestiti dall’ATER, e tra questi uno in particolare risulta essere vuoto. Il problema è che non essendo al momento abitato, nessuno si sta curando della manutenzione soprattutto del verde essendoci un piccolo giardino che dà su via Giovanni XXIII. L’erba ormai ha infestato per intero il piccolo angolo verde e addirittura si sta riversando sulla strada, le chiamate da parte di alcuni residenti della zona all’ATER Umbria che ne ha competenza, rimangono inascoltate, l’ incuria alla quale è lasciato questo appartamento e in particolar modo il giardinetto, sta causando gravi problemi ai residenti della zona perché si sta trasformando in un habitat naturale per ratti e bisce. A questo punto non resta che fare dei passi ufficiali attraverso comunicazioni certificate sia all’ATER, che al comune di Terni per fare in modo che la situazione torni alla normalità e come Italia dei Diritti De Pierro faremo questo sperando – conclude Spinelli – che il problema si risolva nel più breve tempo possibile.

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CENTONZE DONA UNA SUA OPERA NELL’ASTA DI BENEFICENZA PER AZIONE VERDE

CENTONZE DONA

UNA SUA OPERA

NELL’ASTA DI BENEFICENZA

PER AZIONE VERDE
Sabato 20 giugno 2026 ore 19:00

Alvino Relais Mulino Contemporaneo
Via Marconi 28 – Matera

Opera donata: “Capannone”, 2026
Tecnica mista – 21×30 cm

Per informazioni e prenotazioni
Rosanna Agatiello 338 8834094

 

CENTONZE DONA “CAPANNONE”
PER L’ASTA DI BENEFICENZA DI AZIONE VERDE
MATERA – Sabato 20 giugno 2026, alle ore 19:00, all’Alvino Relais Mulino Contemporaneo, in via Marconi 28 a Matera, Mimmo Centonze donerà una sua opera per un’asta di beneficenza a favore dei bambini di Opera Don Bonifacio – Azione Verde, nell’evento per festeggiare i 30 anni di Ginnica Dance.

L’evento è organizzato dal Museo MUDIC e dalla Casa Museo – Casa Studio Mimmo Centonze, in collaborazione con Ginnica Dance e Opera Don Bonifacio – Azione Verde.

Nell’occasione Centonze sarà anche speciale banditore d’asta. L’opera proposta in aggiudicazione sarà “Capannone”, 2026, tecnica mista, 21×30 cm, realizzata e donata dall’artista per contribuire alla raccolta fondi.

Il ricavato sarà destinato al progetto umanitario in Nigeria promosso da Opera Don Bonifacio – Azione Verde.

Centonze ha dichiarato:
“Donare un’opera significa mettere l’arte a servizio di una causa concreta. Questa asta nasce per sostenere il progetto umanitario di Opera Don Bonifacio – Azione Verde, a favore dei bambini. Ringrazio Rosanna Agatiello per l’impegno costante che porta avanti da anni e tutti coloro che parteciperanno contribuendo alla raccolta fondi”.

 

L’opera donata:
“Capannone”
Mimmo Centonze, 2026
Tecnica mista – 21×30 cm
Realizzata e donata per la raccolta fondi a favore dei bambini di Opera Don Bonifacio – Azione Verde

Chi è Mimmo Centonze
Celebrato come il più giovane artista in assoluto ad aver avuto l’onore di una mostra personale al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Mimmo Centonze ha iniziato a studiare le tecniche dei grandi maestri della pittura già a 14 anni.

Ha esposto in prestigiosi musei ed istituzioni culturali internazionali tra i quali la Biennale di Venezia, il Pratt Institute di New York, in musei, università e spazi culturali in 13 città della Cina e a Dubai.

Da molti anni cura progetti espositivi in tutta Italia, tiene regolarmente conferenze, spettacoli, lectio magistralis sull’arte e corsi di disegno e pittura per lo sviluppo della parte destra del cervello, anche all’estero.

Ha fondato due musei a Matera – Capitale Europea della Cultura 2019, dei quali è anche direttore artistico: il “MUDIC – Museo Diffuso Contemporaneo” nei Sassi, e la “Casa Museo – Casa Studio Mimmo Centonze” dove sono esposte più di 200 opere d’arte, di 40 artisti dal Cinquecento ai giorni nostri.

È inoltre molto attivo sui social per divulgare la conoscenza delle opere d’arte esposte in musei e luoghi culturali di tutto il mondo

Guarda il breve video
“La storia di Mimmo Centonze”
 

Per informazioni e prenotazioni:
Rosanna Agatiello
338 8834094
 

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Cotie’ Couture – La Moda incontra la Settima Arte, l’evento esperienziale che trasforma la passerella in linguaggio cinematografico e l’alta moda in racconto visivo.

Roma, giugno 2026 – Approda nella Capitale Cotie’ Couture – La Moda incontra la Settima Arte, l’evento esperienziale che trasforma la passerella in linguaggio cinematografico e l’alta moda in racconto visivo.

L’appuntamento è fissato per il 13 giugno 2026 alle ore 21.00 nella prestigiosa cornice di Villa Brasini a Roma, per una serata esclusiva patrocinata dalla Commissione Cultura – Camera dei Deputati e condotta da Antonella Salvucci. Un progetto ideato da MariaCarla e Loredana Rodomonte, founders del brand, con il concept creativo firmato da Anna Mazzucotelli.

Il cinema è un sogno che si guarda. L’alta moda è un sogno che si indossa”.
È da questa visione che nasce un format capace di superare i confini tradizionali tra moda, arte e spettacolo, dando vita a una vera opera immersiva dove ogni abito diventa sceneggiatura, ogni dettaglio una sequenza perfetta.

Al centro della serata ci sarà esclusivamente l’universo creativo di Cotie’ Couture, protagonista assoluto di una sfilata pensata come esperienza narrativa contemporanea, elegante e cinematografica. Nessun altro brand moda sarà presente: una scelta precisa che rafforza l’identità artistica del progetto e ne sottolinea il carattere culturale.

L’evento si svilupperà attraverso diversi momenti esperienziali: accoglienza con welcome drink, sfilata couture ispirata al linguaggio del cinema, performance musicali live, contenuti audiovisivi e interventi dedicati al rapporto tra moda e settima arte, fino alla dinner experience conclusiva. La serata sarà impreziosita dagli interventi di Maurizio Mastrini, tra i più apprezzati pianisti e compositori italiani nel panorama internazionale, che con la sua musica regalerà agli ospiti momenti di intensa suggestione.

Il tema della serata sarà “Nuova Roma”: una città immaginata come ponte tra tradizione e futuro, artigianato e innovazione, memoria e visione contemporanea.

Dietro l’organizzazione dell’evento c’è la visione di Mason Mariacarla | Bespoke Luxury Events & Experiences, hub creativo specializzato nella progettazione di eventi ad alto profilo, dove rigore istituzionale e ricerca estetica convivono in equilibrio. Il progetto nasce con l’obiettivo di ridefinire gli standard dell’event planning attraverso esperienze costruite come autentiche narrazioni visive.

La collaborazione tra Mason Mariacarla e Cotie’ Couture rappresenta infatti un modello innovativo nel panorama degli eventi luxury: un dialogo tra organizzazione, immagine e sartoria d’alta gamma che estende il concetto di “su misura” dall’evento alla persona.

Non segue tendenze, racconta la tua storia” è la filosofia che guida entrambe le realtà, accomunate dall’idea di un lusso mai ostentato ma profondamente identitario, costruito attraverso estetica, emozione e racconto.

L’iniziativa coinvolgerà professionisti della moda, del cinema, della cultura, stampa di settore, opinion leader e creativi selezionati, con l’obiettivo di creare un format destinato a evolversi e replicarsi nel tempo.

Cotie’ Couture – Nuova Roma 2026 rappresenta infatti il primo capitolo di un percorso che vuole unire moda, arte e cinema in una chiave contemporanea, sofisticata e profondamente narrativa.

Sponsor della serata: Fairness Magazine event partner, Ma Maison – Hair Studio & Barber Shop, Cleopatra Intimates, LJ, Roses 44, Atena Nike e Franco Franchi Edizioni.

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Le ONG in Italia tra spinta ideale e logica manageriale 

 

A che punto è la cooperazione internazionale italiana? E quale è stata l’evoluzione politica ed economica di organizzazioni nate negli anni Sessanta e Settanta in stretta relazione con i movimenti di base e con una cultura di solidarietà internazionale? A queste domande prova a rispondere un libro di agile lettura che unisce ricostruzione storica e indagine sullo stato delle cose. ONG in Italia. Storia, organizzazione, prospettive (Carocci, 2025) di Fiorenzo Polito, che porta a maturazione anni di studio sulle ONG italiane, trasformando una ricerca di dottorato in un libro che, affronta una questione complessa: il dibattersi delle ONG tra missioni e visioni originarie che ne hanno animato il lavoro e i dettami di un sempre più diffuso managerialismo. È infatti con il consolidarsi del neoliberismo, dagli anni Ottanta in avanti, che si diffonde e afferma l’idea che anche le organizzazioni non profit debbano essere guidate da logiche manageriali: professionalizzazione, misurazione dei risultati, omogeneizzazione delle pratiche.

La forza del volume sta proprio nell’accogliere la complessità, senza proporre una spiegazione semplicistica o di mero giudizio morale. Polito non descrive genericamente l’“istituzionalizzazione” del settore, ma la colloca dentro una cornice più ampia in cui mutano le logiche della cooperazione e degli aiuti, i rapporti tra donatori e beneficiari, la politica degli ultimi trent’anni e, infine, la configurazione stessa della società civile organizzata. La sua analisi mostra come l’incontro-scontro tra un ethos movimentista e i requisiti di efficienza, misurabilità e professionalizzazione (quest’ultima mai rinnegata da chi lavora nell’ambito o vissuta come una perdita, piuttosto identificata come un guadagno), abbia portato verso logiche aziendali che, nel contesto italiano, danno vita a un “managerialismo incompleto”, popolato da attori piccoli, plurali, radicati e difficilmente riconducibili ai modelli organizzativi dei colossi della cooperazione anglosassoni.  Quel che emerge dal volume è un settore trasformato, attraversato da tensioni verticali — tra grandi ONG internazionali e realtà minori — e da divisioni interne, in cui la spinta verso l’omogeneizzazione gestionale ha prodotto riflessioni, frammentazioni ed esclusioni. Ma anche un settore che continua a resistere strenuamente e che, nonostante gli standard imposti da governi, donatori e dalla logica competitiva, racconta di molte ONG italiane, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, che vogliono e riescono a mantenere un’identità radicata nel lavoro di prossimità nei territori e nei legami con il resto della società civile.

Dopo una quanto mai necessaria ricostruzione storica, Polito si concentra sull’ambiente organizzativo delle ONG italiane. Il libro va letto ovviamente nella sua interezza ma ci soffermeremo sulle tre dimensioni individuate dall’autore — identitaria, economica, relazionale — che permettono di cogliere la complessità di un settore collocato dentro una policrisi mondiale e segnato da fratture, ambivalenze e forme di resistenza. 

Nel paragrafo dedicato all’identità organizzativa, viene mostrato con chiarezza il paradosso che attraversa oggi la cooperazione internazionale non governativa: mai come ora — in un mondo segnato da instabilità geopolitica, devastazione climatica, guerre prolungate e crisi finanziarie — i valori fondativi delle ONG appaiono necessari; eppure proprio questi sono sempre più difficili da sostenere nella pratica quotidiana. Dalle interviste riportate emerge una consapevolezza diffusa, ovvero che il tradizionale “modello italiano” — associazioni piccole, radicate, con pochi dipendenti, progetti limitati territorialmente e una forte dipendenza da fondi istituzionali — non è facilmente sostenibile nel lungo periodo. La vitalità storica dell’associazionismo, frutto di spontaneità e capillarità, diventa oggi un elemento complicato che per alcune realtà è un pluralismo da difendere; per altre un fattore di frammentazione, destinato prima o poi a produrre un processo di “selezione naturale” in cui le realtà minori verranno assorbite dalle maggiori. È qui che Polito intercetta il nodo cruciale della trasformazione: la crescente pressione ad assumere forme e logiche quasi aziendali — ampliamento, specializzazione, centralizzazione — come unica via per la sopravvivenza. Una traiettoria che rischia di scardinare proprio la natura relazionale, politica e solidaristica che ha storicamente caratterizzato la cooperazione dal basso in Italia. 

La seconda dimensione analizzata riguarda il terreno più scivoloso e meno discusso della sostenibilità economica. La natura non profit delle ONG non le mette al riparo dalle logiche di mercato, ma al contrario, le espone a una precarietà strutturale che condiziona scelte strategiche, priorità operative e perfino identità organizzative. La dipendenza quasi totale da finanziamenti esterni costringe le ONG a impostare il lavoro seguendo criteri economici e burocratici sempre più stringenti di cui le lavoratrici e i lavoratori sono consapevoli e dalle quali si sentono spesso soffocare. Come ricorda un’intervistata, i progetti si realizzano grazie alle persone ma, ad esempio, proprio le spese legate al personale sono sempre più difficili da giustificare nei budget di progetto, rendendo insostenibili molte attività cardine e prospettive desiderate.

Infine, la terza dimensione, quella relazionale, è uno dei contributi cruciali del libro. Polito ricostruisce la fitta rete di rapporti che le ONG intrattengono lungo la “catena della cooperazione” — con attori politici, istituzioni, enti finanziatori, media, opinione pubblica — mostrando come tali relazioni abbiano un peso notevole nell’ambiente operativo del settore. Il quadro che emerge è caratterizzato da un evidente arretramento della sfera politica.
Molte persone intervistate sottolineano la perdita di centralità dei temi della cooperazione internazionale nel dibattito pubblico, il disinteresse dei partiti, anche di centrosinistra e, quindi, la dissoluzione dei legami politici storici che per decenni avevano sostenuto le ONG. Oggi gli interlocutori principali sono i governi e i ministeri. Anche sul fronte dell’opinione pubblica, il quadro non è meno critico. Un mondo sempre meno propenso ai valori della solidarietà, che spesso viene criminalizzata, nonché un’evidente messa in discussione, soprattutto e paradossalmente dall’alto, dei principi democratici, vede la società civile organizzata indebolita. A questo si aggiunge, nel nostro paese, una delegittimazione politica e mediatica aggressiva, culminata nella campagna contro le ONG impegnate nei soccorsi in mare, dal 2017 in poi, fino alla retorica dei “porti chiusi” e dei “taxi del mare”. In questo contesto, diverse voci riportate nel volume rivendicano la necessità di tornare a una postura più attivista, capace di ricollocare le ONG non solo come erogatrici di progetti, bisognose di fondi ma pur sempre come soggetti capaci di incidere sui cambiamenti sociali, culturali e politici.

Le conclusioni del volume mettono quindi in evidenza un contesto complesso e contraddittorio, in cui la pressione del managerialismo si intreccia con le aspirazioni originarie. Il modello manageriale, a cui alcune organizzazioni si adeguano e altre resistono, esercita una forza costante, obbligando le ONG a trovare un delicato equilibrio tra l’adesione ai requisiti dei donatori e la conservazione della propria identità. L’innovazione che sembra sempre più necessaria, non è un semplice strumento di crescita, ma diventa una condizione necessaria per garantire la sostenibilità dei progetti e degli ideali di cambiamento e trasformazione, che permetterebbe alle ONG di mantenere rilevanza e incisività in un contesto globale sempre più conservatore, frammentato e competitivo. Ma Polito mette in luce anche le risorse e le strategie di resilienza del settore. Le ONG italiane, pur consapevoli dei vincoli economici, burocratici e politici, mostrano una capacità significativa di adattamento, cercando di coniugare l’urgenza dell’azione con l’attenzione ai principi etici della cooperazione. Questo equilibrio tra pragmatismo e idealità, seppur infragilito, costituisce uno degli elementi più interessanti evidenziati, perché suggerisce che la società civile organizzata può continuare a esercitare un ruolo trasformativo, anche in contesti e condizioni difficili. Polito, evocando Gramsci, sottolinea come «affinché si verifichi una trasformazione reale, è necessario sviluppare un senso di autocoscienza condiviso e creare alleanze tra le diverse organizzazioni della società civile, cosa che la competizione e le gerarchie interne spesso ostacolano». ONG in Italia. Storia, organizzazione, prospettive si configura così come un contributo prezioso per chi voglia comprendere le tensioni strutturali del settore della cooperazione non governativa italiana. Ma lo è anche per ampliare, come sarebbe necessario, lo sguardo su un attacco alla democrazia che vede nella delegittimazione della società civile la possibilità concreta di restringere gli spazi di azione, neutralizzare il dissenso e ridefinire la politica come mera gestione del potere. 

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Presente assente

È a causa della data in cui è avvenuto, il 12 agosto del 1949, che la protagonista di Un dettaglio minore di Adania Shibli non riesce a togliersi dalla testa un incidente di cui ha letto per caso sul giornale. È proprio con la minuziosa descrizione del fatto in questione che l’autrice palestinese apre il suo romanzo, scritto nel 2017 e tradotto per La Nave di Teseo da Monica Ruocco nel 2021, dettagliando passo per passo il rapimento e stupro di gruppo di una giovane beduina da parte di un gruppo di soldati israeliani, nei pressi di Nirim, nel Negev. I soldati poi avevano ucciso la ragazza e l’avevano seppellita nel deserto. A colpire la protagonista, tuttavia, non è la crudeltà di questa vicenda, ma che il fatto sia avvenuto esattamente a distanza di venticinque anni dalla sua nascita.

La storia che apre e mette in moto Un dettaglio minore è vera: si tratta del cosiddetto caso Nirim, oggetto di una lunga indagine di Aviv Lavie e Moshe Gorali per Haaretz. Dopo essere stato poco più di una diceria, un riferimento di una riga nei diari di Ben Gurion, il caso è stato riportato alla luce dai due giornalisti nel 2003. Secondo alcuni testimoni del fatto, la ragazza all’epoca avrebbe potuto avere dieci o quindici anni; i soldati, che l’avevano presa in ostaggio, dopo aver ucciso l’uomo assieme a cui era stata trovata, avevano votato a maggioranza se fosse meglio ucciderla o stuprarla. Dopo averla violentata ‒ racconta l’articolo ‒ il gruppo di soldati avrebbe scavato una buca nel deserto e, quando la ragazza aveva provato a fuggire, le avrebbero sparato alle spalle per poi seppellirla sotto un sottile strato di terra. Riportarla dove l’avevano trovata, avevano deciso, sarebbe stato uno spreco di benzina. Un report ufficiale del 15 agosto 1949 inviato dal sottotenente Moshe, descrive in sintesi l’accaduto e si chiude con queste parole: “la prima notte i soldati l’hanno abusata e il giorno seguente ho ritenuto opportuno toglierle la vita.”

La protagonista del romanzo di Shibli è cosciente che la coincidenza della data con il suo compleanno è un “dettaglio minore rispetto agli altri dettagli più rilevanti che possono essere definiti come assolutamente tragici”, quasi una fissazione narcisistica. Tuttavia spiega che

ciò dipende dal fatto che nel racconto nel suo complesso io non ho notato nulla fuori dall’ordinario, soprattutto se paragonato a quanto accade quotidianamente in un posto dominato dal tumulto di un’occupazione militare e dalle continue uccisioni. Far saltare in aria un edificio è soltanto uno dei tanti esempi. Come gli stupri. Che non si verificano soltanto in tempo di guerra, ma quotidianamente.

Il caso Nirim era rimasto segreto militare per cinquantaquattro anni, ma agli autori dell’inchiesta la certezza della responsabilità dello stupro e del delitto non era stata data da minuziose indagini forensi, bensì delle stesse parole dei soldati: il fatto in sé era stato considerato tanto privo di conseguenze da poter essere incluso in un messaggio ufficiale, lo stesso che i giornalisti hanno potuto citare per intero nel loro articolo. In seguito all’incidente, si legge sempre, il sottotenente era stato condannato a quindici anni per omicidio (ma scagionato per stupro), con una condanna poi ridotta successivamente, e anche il resto dei soldati del plotone aveva subito ripercussioni; tuttavia queste misure, spiega bene l’articolo, vanno lette come sanzioni legate all’indisciplinatezza delle truppe, più che come conseguenza del delitto commesso.
A due anni dallo stupro di un detenuto palestinese a Sde Teimen, le uniche persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti.

Le parole della protagonista del romanzo e la casualità della violenza a cui fa riferimento ci spingono a fare un parallelo con la pubblicazione del video dello stupro di un detenuto palestinese nella prigione di Sde Teimen, fatto circolare dai media nell’estate del 2024, che ha provocato disordini in tutto il Paese e una serie di arresti. Infatti, come ricorda anche la giornalista di Al Jazeera Nida Ibrahim, la sola ragione per cui politici e cittadini israeliani erano insorti, anche in modo piuttosto violento, aveva a che vedere con il danno di immagine che quella notizia provocava allo stato di Israele, invece che con il crimine in questione. A due anni dal fatto, le uniche persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti a marzo di quest’anno.

È in questo solco che per la protagonista del romanzo di Shibli questo “dettaglio minore” diventa una sorta di presagio, “il segno che finirò ancora una volta per oltrepassare qualche limite”. Da quando lo ha letto, si dice, “ogni giorno cerco di convincermi che dovrei lasciar perdere, per non rischiare di fare nulla di avventato”. A questo punto, però, la storia si è messa in moto: l’ossessione per questo episodio spinge la donna a volerlo indagare a sua volta, trovandosi a ripercorrere i passi della giovane beduina, morta venticinque anni prima della sua nascita. Un dettaglio minore, con la sua prosa scarna e diretta, racconta come sia impossibile essere innocenti sotto un regime che discrimina: anche se si farà “molta attenzione per evitare di commettere la minima imprudenza”, dove il concetto di colpa e movente sono arbitrari, esiste solo il potere di decretare vita e morte. “Finalmente avrei scoperto la verità” pensa tra sé la donna, prima di rendersi conto che la verità, del resto già presentata dall’articolo di Haaretz, così come quella presentata oggi dai video e dalle inchieste, non ha il potere di spezzare la catena dell’ingiustizia.

C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e fantasmatica di sé. La vicenda della beduina descritta nei dettagli dall’inchiesta di Haaretz e poi nel libro, pur appartenendo al passato, pur essendo inserita in maniera chiara in una linea del tempo, non può davvero concludersi, perché non può concludersi il suo lutto: da una parte il suo corpo non è stato riportato sulla propria terra perché venga seppellito con gli onori dovuti, dall’altra, come ricorda la protagonista del romanzo, questi eventi accadono quotidianamente e, come abbiamo visto, nella maggior parte dei casi restano impuniti. A margine, a proposito di lutti interrotti, torna in mente la definizione che la studiosa di psicoanalisi Jacqueline Rose dà di Israele, presa a prestito dal lavoro di Alexander e Margarete Mitscherlich, come di una nazione caratterizzata dal diniego del lutto. Israele, spiega Rose, ha trasformato la tragedia dell’Olocausto in una celebrazione collettiva, ma mostra una forma di disprezzo per la diaspora perché gli esuli si erano dimostrati “deboli nella lotta contro il nazismo” e per i sopravvissuti perché rappresentavano una testimonianza troppo concreta dell’orrore che era accaduto. Questo paradosso impedisce il lutto.

È per questa risoluzione impossibile che in Un dettaglio minore l’ossessione della protagonista risveglia il passato più che risolverlo; la letteratura in questo senso non può offrire una chiusura netta, piuttosto rende visibile l’inanellarsi di vicende, il passaggio di corpo in corpo di una testimonianza storica, che assume dunque un aspetto spettrale. Come la beduina è condannata per la colpa della sua sola esistenza, così, qualsiasi cosa decida di fare la protagonista, mettendosi sulle tracce di quella storia finirà per fare qualcosa di avventato; difatti quando parla di “oltrepassare il limite” questo va letto nel suo senso più letterale, poiché per poter recarsi sul luogo del delitto, come agli archivi e musei che ne conservano traccia, dovrà superare i confini delle zone A e B per entrare nella C, alla quale la sua carta di identità non dà accesso. Questo obbligato superamento del limite/confine, insieme metaforico e fisico, la mette in pericolo proprio in virtù della sua identità, rendendola vulnerabile all’arbitrarietà del diritto, del comportamento dei soldati, così come era successo nella storia che apre il romanzo.

C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e fantasmatica di sé.
Il senso del fantasmatico è dunque presente nella letteratura palestinese perché il passato non cessa di accadere. Alla Nakba, la grande espulsione dei palestinesi dai loro territori e case nel 1948, infatti, continua a seguire una lunga e indefinita seconda Nakba, i cui contorni sono riproposti quotidianamente dalle dichiarazioni di Netanyahu di occupare il 70% di Gaza (secondo un report di Forensic Architecture e Drop Site, l’esercito israeliano ha oggi il controllo del 60% della Striscia di Gaza, su cui sta costruendo postazioni militari permanenti) e, in maniera persino più chiara, in Cisgiordania, dove i coloni attaccano, intimidiscono e uccidono i palestinesi, distruggendo e occupando in maniera illegale i loro terreni e case. Gli stessi territori poi, grazie a misure approvate in parlamento, di fatto vengono annessi a Israele, nel silenzio della stampa e del mondo politico occidentale.

È proprio nel contesto della prima Nabka, inoltre, che viene coniato il termine “presente-assente” per indicare gli sfollati interni, ossia i palestinesi che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre i confini precedentemente assegnati. La definizione di “presente-assente” deriva dal fatto che è impedito loro di tornare alle proprie case e, pur essendo presenti sul territorio, così come lo sono le case e i relativi atti di proprietà, essi risultano assenti (involontari) dalle proprie abitazioni. Una serie di regolamenti emanati in via emergenziale a partire dal 1948 e poi diventati permanenti, ne impediscono la riacquisizione, mettendo le proprietà sotto il controllo del Custodian of Absentees’ Property; lo stesso accade per i terreni agricoli.

Nel 1950 il numero dei presenti-assenti era di 46.000 persone. Stime successive risultano meno certe, ma riferiscono cifre ben superiori: nel 2015 il 14% della popolazione palestinese rispondeva ai criteri per essere considerata “presente-assente”; altri studi offrono un dato che si muove tra le 150.000 e le 420.000 persone ‒ se, per esempio, si considerano i 110.000 beduini espulsi dalle aree del deserto di Negev, lo stesso da cui proveniva la ragazza protagonista del caso di Nirim, narrato in Un dettaglio minore.

In the Presence of Absence (2006) è anche il titolo dell’ultimo libro di Mahmoud Darwish, considerato il poeta nazionale palestinese, che ne scrisse nel 1988 la dichiarazione d’indipendenza, proclamata poi da Yasser Arafat. In questo volume scritto prima della morte, Darwish intreccia i temi dell’autobiografia, dell’esilio e del ritorno, mostrando come la fondamentale fonte di tensione all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza. Scrive qui: “Chi è nato in un paese che non esiste, a sua volta non esiste. Se, metaforicamente, avessi sostenuto che venivi da un non-luogo, ti sarebbe stato risposto: ‘Non c’è posto per un non-luogo’”. Il concetto di presente-assente, allora, si pone in posizione limitrofa a quello del fantasma, in questa sua costitutiva doppiezza e natura liminale.

Il termine “presente-assente” indica gli sfollati interni, ossia i palestinesi che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre i confini precedentemente assegnati.
Quel passaggio è citato anche in Corpi e confini (2026), memoir della giornalista americano-palestinese Sarah Aziza, tradotto da Gioia Guerzoni e pubblicato da Gramma Feltrinelli, in cui questi temi emergono di nuovo in maniera chiara. Al racconto della propria anoressia e del successivo ricovero in una clinica, Aziza intreccia la storia familiare paterna, segnata dalla Nakba prima e poi dalla fuga in Arabia Saudita e negli Stati Uniti, dove lei nasce. Parlando dei suoi nonni Horea e Musa e di suo padre, Aziza racconta della caduta della loro città natale, ‘Ibdis, nel luglio del 1948, dopo aver respinto gli attacchi del febbraio dello stesso anno. Fuggiti a ovest, verso la città di Gaza, si dicono che “sarebbero tornati a casa presto”, una promessa infranta poi di lì a poco.

Così, racconta Aziza, lei cresce sempre più lontana dalle proprie radici, le quali, al tempo stesso, Israele ha provato a cancellare, demolendo ‘Ibdis, ma le cui tracce pure persistono nel corpo e nella memoria del padre e, ancora di più, della nonna. È proprio questa figura a diventare centrale nella coscienza della giornalista: nel corso del memoir si rende conto di come questa anziana donna, conosciuta da bambina, sia stata poi da lei rifiutata, perché percepita come estranea e persino inaccettabile dal contesto bianco e protestante che la circonda. È questo disallineamento a provocare nella giornalista una prima forma di alienazione dalla propria provenienza, che pure aveva tentato di risanare studiando e occupandosi di Medio Oriente. Al centro di questo memoir, infatti, appare una presenza fantasmatica che perseguita la donna: è il ricordo della nonna che da dolce assume contorni minacciosi, quasi la infestasse.

Ed è proprio quando Aziza decide di costruire un archivio di storie familiari che il passato torna a tormentarla, a emergere con sintomi fisici, come profondi e lancinanti dolori che la bloccano a letto e visioni dello spettro della nonna che la spingono al limite della sanità mentale. “Costruendo un archivio familiare di storie”, dichiara, “mi apro completamente, lasciando che la loro lingua penetri in me… Questa Palestina è diversa, è molto più che spostare le dita sul mappamondo, più di quello che ho scoperto negli anni trascorsi a studiarne la storia. Diversa anche dai notiziari, dai paesaggi frammentari che ho visto da adulta. Questa è la Palestina che eredito: brillante, complessa e in via di estinzione. Piena di corpo e arti. Mi butto su di lei, affamata. Senza notare il tremore che aumenta piano”.

È solo attraversando quella soglia, quella che lei chiama “portale” o “porta-coltello” e che separa la presenza dall’assenza, ma non si risolve in nessuna delle due, che Aziza si riappropria della sua voce. Adesso lo spettro della nonna muta in una nuova forma. “Di giorno”, scrive, “la nonna sembra un’aureola, un bagliore agli angoli dei miei occhi. Sento la sua presenza nel mio corpo, debole e piegato dal dolore”. Continua poi: “Ricordo l’orrore che mi attanagliava ogni volta che faticava a muoversi. Trasalivo alla vista delle sue caviglie gonfie, delle sue gambe mentre si trascinava sul pavimento”, mostrando come anche qua il disprezzo per la debolezza si trasforma in una forma di lutto mai concluso. Si accorge però che “fino ad ora, ho usato il suo ricordo come rifugio, un grembo dove risposare. L’ho resa mitica o banale, ma in entrambi i casi l’ho sminuita. Non ho quasi mai considerato il suo corpo come parte del mio lignaggio. Ma la sua sofferenza aveva un’origine, e non era la sua condizione di nascita. Dentro di sé custodiva decenni”.

Mahmoud Darwish mostra come la fondamentale fonte di tensione all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza.
Corpi e confini si occupa di questo difficile lavoro di ritessitura in assenza ‒ quella della nonna, ma anche quella della Palestina come luogo vissuto, della casa che Horea e Musa avevano abbandonato. Ed è proprio il ritorno a quei luoghi a rappresentare alcune delle migliori pagine del libro. Racconta Aziza di quanto, accompagnati da un cugino, Horea e suo figlio (suo padre), guidano verso ‘Ibdis, con lo stesso nervosismo che prova la protagonista di Un dettaglio minore, di fronte alla possibilità di incontrare soldati, non perché quello che fanno sia illegale, ma perché “il corpo di chi vive sotto occupazione è comunque un intruso e in qualsiasi momento potrebbe diventare preda”.

Arrivano finalmente al villaggio e “dove un tempo sorgevano novantuno case, trovarono muri crollati, stanze smembrate”. Restano “una palma tutta storta e un grande sicomoro [che li] osservano silenziosi… In mezzo alle macerie, Horea chiese aiuto alla memoria. Laggiù c’era il diwan. Il nostro campo era di là”. La casa dunque esiste nel ricordo e nei segni fantasmatici lasciati attorno: certo, non esiste più fisicamente, rasa al suolo per impedire ogni ritorno, tuttavia la sua presenza riverbera nei corpi di chi la ricorda e di chi viene dopo di loro. È questa memoria fisica ed esistenziale che Aziza prova a rimettere insieme in questo libro, che dunque non potrebbe essere che costruito per frammenti e accumuli.

Come fare, dunque? Sono le parole di Murid Barghuthi, poeta palestinese scomparso nel 2021 e che ha passato la vita tra molteplici esili, separazioni e morti, a indicare una via. Le riporta Aziza nel libro quando scrive che “quello di cui c’è bisogno qui è la lentezza. Ci vorrà tempo prima che le vibrazioni del passato possano calmarsi e trovare una forma in cui riposare… Dobbiamo vivere il nuovo lentamente e intensamente”. Ripensando a queste parole e a quel luogo di soglia tra presente e assente, Aziza riflette che “in assenza di risposte, questo rappresenta un inizio. Il primo accenno di riverenza per le mie rovine, che sono anche un monumento alle catastrofi superate. Palestina è accettare una vita che nomina e tiene vivi gli strappi creati dell’amore. Prendersi cura come rifiuto di dimenticare”.

Il riferimento alla catastrofe di queste righe, mi riporta alla mente un recente intervento di Naomi Klein su Equator che ha molto a che fare con questo senso di presenza-assenza, e con la spettralità della storia. Scrive la studiosa che la visione lineare della storia ci impedisce di vederla per quello che è, di comprenderla. Riflette Klein che, di fronte al genocidio che il popolo palestinese sta subendo, all’alleanza tra sionismo e nazionalismo bianco, alla mancanza di prese di posizione della maggior parte dei governi occidentali e alla violenza impartita dalle loro amministrazioni di fronte al dissenso, se osserviamo il presente aspettandoci che la storia si limiti a ripetersi identica a sé, allora pare che né i musei, né i progetti didattici e i documentari sull’Olocausto siano stati capaci di impedire il presente in cui ci muoviamo. Tuttavia, se la domanda “Come è possibile?” pare non avere risposta, forse è perché la prospettiva che assumiamo è inadeguata.

Una prospettiva più utile è quella a cui alludeva Walter Benjamin quando nel 1940 scriveva che “dove ci appare una catena di eventi, [l’angelo della storia] vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”: le liste di controllo che dovrebbero dirci se il nostro Paese sta scivolando del fascismo non funzionano perché il fascismo non è stato una frattura temporale in Europa, ma (come disse il futuro primo ministro indiano Jawaharlal Nehru) è piuttosto l’uso sul proprio suolo, da parte delle forze europee, dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti attraverso l’imperialismo.

Il fascismo in Europa non è stato una frattura temporale, ma è piuttosto l’uso sul proprio suolo dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti attraverso l’imperialismo.
Il corso della storia non è una ripetizione, dunque, ma rovina che si accumula su altra rovina. Non è un caso che a comprendere la vera natura del fascismo sia stato chi l’imperialismo lo aveva subito, mentre in Occidente facciamo fatica a notarlo: è la mancata volontà di fare i conti con il nostro passato coloniale ad averci reso ciechi di fronte alla sua natura non semplicemente ricorsiva. Come scriveva Benjamin, inoltre, la storia non è materiale inerte: ciò che è stato si aggiungerà alle rovine che lo hanno preceduto, in un moto senza fine, che prende nuovo slancio, muta forma, si congiunge in un nuovo particolato e crea nuovi e inediti composti con cui ci troviamo impreparati a fare i conti; ci spinge in avanti, travolgendoci come tempesta. Come ricorda Klein, le parole di Benjamin si ritrovano anche nell’espressione coniata dalla storica palestinese Sherene Seikaly, “l’età della catastrofe”, dove un genocidio è usato per giustificarne un altro.

Bisogna però comprendere cosa sia un fantasma, come questa presenza-assenza non sia solo luogo di rovine, un passato che vive spettrale nei corpi di chi viene dopo, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, come Aziza dice di aver fatto con sua nonna, in un simbolo, mitico e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della storia. È infatti solo nel momento in cui Aziza si lascia invadere dalla sua storia fisica ed emotiva palestinese che il dolore che prova cambia di segno e la donna può attraversare quella soglia che prima rappresentava solo una minaccia, ricongiungendosi con un passato che la rende più presente, in grado allora di recuperare una voce e una prospettiva su di sé. Sono l’inconsapevolezza e il rifiuto a obbligarla a essere perseguitata dai fantasmi, invece che potervi vivere assieme.

Il fantasma, infatti, è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese è eroica e tragica per la sua totale asimmetria di forze, ma al tempo stesso costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni. E non è un caso che nel momento di massima catastrofe del popolo palestinese, la repressione della libertà di parola abbia assunto tratti estremamente preoccupanti.

Qualcosa di simile si legge in Entra il fantasma (2025), romanzo magistrale della scrittrice anglo-palestinese Isabella Hammad, pubblicato in Italia da Marsilio con traduzione di Maurizia Balmelli. Il fantasma che compare in copertina e che attraversa le pagine di questo magnifico romanzo è quello di Amleto, dramma shakespeariano che Sonia, la protagonista del libro, attrice inglese di origini palestinesi, si trova a mettere in scena durante una visita alla sorella Haneen che vive a Haifa. Mariam, regista teatrale e amica di Haneen, la coinvolge perché reciti la parte di Gertrude. La pièce debutterà in Cisgiordania, scelta che comporta forte preoccupazione negli attori e nella produzione per la possibile reazione delle forze dell’ordine, sia per i taciuti e taciti legami politici della troupe teatrale, sia perché, come ricordava Aziza “chi vive sotto occupazione è comunque un intruso”.

Bisogna comprendere cosa sia un fantasma, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, in un simbolo, mitico e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della storia.
È chiaro tuttavia che il fantasma non si limiti al padre di Amleto. Durante una prova, gli attori discutono se questo dramma sia solo un dramma teatrale o una sorta di grande metafora per la Palestina: se per Sonia Gertrude è solo Gertrude, per un altro “simboleggia la Palestina”, perché “parte di lei tradisce il vecchio re… dimentica la lealtà… come i traditori dell’interno, e la gente che ha venduto la terra agli ebrei”. C’è qualcosa ‒ e il romanzo lo rende immediatamente chiaro ‒ di eccessivamente semplicistico in questa visione. È piuttosto come se nel corso di Entra il fantasma la storia della Palestina, il presente di Israele e della Cisgiordania filtrassero nel dramma e vi si fondessero.

A Wael, per esempio, il giovane e popolare attore-cantante che viene scelto per recitare Amleto, manca l’esperienza per riuscire a interpretare il protagonista; in una scena a metà romanzo Mariam, la regista, gli chiede “di ritrovare la cupa immobilità che aveva raggiunto a Ramallah”, quando era stato fermato a un checkpoint. Scrive Hammad “non ha detto Pensa ai soldati, ma di sicuro lui li aveva in testa”. In un altro punto, Sonia va a visitare la casa di famiglia a Haifa; la sua non è una storia di Nabka e la casa era stata venduta solo qualche anno prima, nel progressivo e malinconico sfaldamento del nucleo familiare, tra trasferimenti e morti. In una telefonata con il padre a Londra, Sonia racconta la freddezza e la lieve minaccia con cui l’ha accolta il nuovo proprietario. Dice: “È un ebreo, con la famiglia. Non gli è piaciuto trovarci lì, davanti a casa”, al che il padre risponde: “Gli hai fatto paura. Per lui sei come un fantasma… Li ossessioniamo. Ci vogliono ammazzare, ma noi non moriremo. Neanche adesso che abbiamo perso quasi tutto”.

Dunque, il fantasma è una presenza che neppure la morte cancella e che per questo terrorizza. Tuttavia il romanzo di Hammad non si limita a cambiare di segno la presenza spettrale, a renderla minacciosa: è vero, lo spettro del padre suggerisce ad Amleto che il suo trono è stato usurpato dallo zio, ma il dramma di Shakespeare è essenzialmente una tragedia in cui non sappiamo quale sia la natura della convinzione di Amleto, se, per caso, non sia solo pazzo. Si tratta di un dramma in cui la lotta contro il nemico pare inesorabilmente destinata alla sconfitta, in cui il protagonista è paranoico o forse davvero osservato. Di rimando, in Entra il fantasma la possibilità che la pièce venga messa in scena è continuamente messa in discussione, minata, resa difficoltosa, gli attori si sentono pedinati, continuamente monitorati dai soldati. In entrambi i casi una vera risoluzione pare impossibile e l’avanzamento della storia è impedito da un senso di ineluttabilità che si mescola alla ripetizione del passato.

Di fronte a questa impasse, che è storica, politica, esistenziale ben oltre i protagonisti del romanzo, Hammad apre il fondale, rompe in qualche modo la finzione scenica. “Il mio punto di vista è cambiato,” dice Sonia più si avvicina alla prima,

e quasi fossi in un sogno e la mia prospettiva fosse stata squarciata, mi muovevo come un drone di sorveglianza e vedevo il nostro progetto dall’alto, fragilmente collocato nel tempo e nello spazio, in quest’estate, da questo lato del muro. La visione era accompagnata da una paura, quasi una premonizione, che comunque tutto fosse scritto, che tutto fosse stato deciso in anticipo, mentre noi ci limitavamo a recitare delle parti che ci erano assegnate, e adesso era stato messo in moto un meccanismo inesorabile che presto o tardi avrebbe gettato i nostri sforzi in pasto al pubblico, demolito le nostre illusioni, lasciandoci rannicchiati di fronte agli dei senza volto di Fato e Stato.

Il fantasma è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni.
È vero, come sa la regista, come capisce Sonia, che questo dramma prende senso e forza dal contesto in cui viene recitato, che è la sofferenza della Palestina a dare corpo al loro Amleto, che è metaletterario, come è metaletterario in partenza il testo di Shakespeare, in cui Amleto dichiara che farà “recitare qualcosa di simile all’assassinio di mio padre davanti a mio zio” alla troupe di attori che si è fermata a Elsinore e che si conclude con la frase di Fortebraccio “ordinate ai soldati di sparare”. Eppure, come i fantasmi di questi libri ci hanno mostrato, forse figure troppo occidentali per tradursi del tutto nel contesto palestinese, come la presenza-assenza indica, come l’angelo di Benjamin insegna, contrariamente alla visione nichilista dove tutto si trasforma in niente, queste rovine, questi frammenti non si limitano a riproporsi, a comparire uguali a prima, ma si accumulano, vivono di una forza loro, tragica e necessaria, e così muovono una storia che continua a mutare, a rivelarsi, e ci spingono in avanti con essa.

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Studiare i movimenti sociali in tempi difficili come i nostri

Che cosa sono i movimenti sociali? Sono attori normali nella politica e nella società nei periodi di calma o sono attori straordinari nei periodi di forte tensione? Naturalmente, sono entrambe le cose, poiché tendono ad adattarsi alle circostanze: ricorrono a strategie organizzative più o meno radicate nella loro base sociale, a repertori di lotta più o meno dirompenti, e a identità più o meno radicali. A volte vengono sconfitti e a volte riemergono; a volte si adattano alla normalità e a volte la sfidano.

Inoltre, le due temporalità possono interagire nello stesso periodo storico. Concetti come cicli e ondate di lotte hanno da tempo indicato i modi in cui le proteste convergono nel tempo. Momenti di svolta, eventi trasformativi, proteste dense di avvenimenti sono concetti che indicano come i movimenti sociali non solo si adattino alle opportunità politiche e alle risorse disponibili, ma mettano in moto cambiamenti che producono nuove opportunità e risorse.

Empiricamente, inoltre, mentre i movimenti alternano visibilità e latenza, le memorie e l’eredità delle lotte passano da una fase intensa all’altra; nei periodi di stasi, il quadro di riferimento per pensare i conflitti, le reti organizzative, i repertori di mobilitazione vengono ricordati, alimentati e trasmessi da una generazione all’altra di attivisti.

La ricerca sui movimenti sociali è stata stimolata da momenti di conflitti intensi—come le mobilitazioni anticoloniali degli anni ’50, i cicli di protesta del ’68, compresa la ripresa della lotta di classe, le nuove proteste femministe per i diritti riproduttivi negli anni ’70, la solidarietà internazionale contro l’apartheid in Sudafrica e contro le guerre imperialiste negli anni ’80, ma anche, e con un ritmo accelerato, il movimento per la giustizia globale negli anni 2000, la Primavera Araba e le proteste contro l’austerità negli anni 2010, e le proteste per una Palestina libera e contro il genocidio israeliano negli anni 2020. Inoltre, ogni paese ha le proprie storie di intensificazione delle mobilitazioni dal basso — come, ad esempio, momenti di radicalizzazione come la violenza politica e la repressione, o gli episodi di democratizzazione che hanno trasformato la società e la politica.

Tuttavia, gli studi sui movimenti sociali si sono sviluppati in una fase “fordista” e hanno guardato soprattutto alle condizioni di “normalità”. Come ha osservato William Sewell, il fordismo ha fornito le basi per il positivismo nell’analisi dei movimenti sociali – soprattutto negli Stati Uniti – con l’assunto dell’universalismo, dell’empirismo metodologico e di una presunta neutralità priva di valori. Ciò che il positivismo aveva tralasciato, e che doveva essere reintrodotto, era la contestualizzazione di concetti e teorie, la loro storicizzazione. In contrapposizione alla ricerca di leggi generali, è emersa la necessità di considerare la congiuntura e l’azione.

Riflettendo su queste tendenze generali, il mio contributo allo studio dei movimenti sociali è stato guidato da alcuni punti di riferimento che trovo particolarmente utili per affrontare tempi difficili e intensi, caratterizzati da policrisi, snodi critici, cambiamenti di paradigma, rivolte e resistenze.

Gli elementi principali dell’approccio dinamico che ho utilizzato possono essere sintetizzati come segue:

  1. a) la dimensione processuale, in quanto radicata in una storia complessa
  2. b) la dimensione relazionale, che guarda agli attori nelle loro interazioni
  3. c) la dimensione della costruzione, considerando che i soggetti agiscono sulla base della propria valutazione del contesto esterno e del proprio ruolo in esso.

Nell’affrontare momenti di trasformazioni rapide e profonde, ho trovato la ricerca di solidi meccanismi causali (come li definivano McAdam, Tarrow e Tilly) più congeniale alla mia sensibilità storica “weberiana”, orientata alla comprensione piuttosto che alla ricerca di correlazioni e causalità volte a spiegare, o addirittura a prevedere. Così, nella ricerca sulla violenza politica o sui processi di democratizzazione, in tempi di pandemia o di genocidio, ho riflettuto sui meccanismi relazionali, cognitivi e affettivi che possono portare a cambiamenti nelle strutture politiche e sociali e al consolidamento delle relazioni in un processo di rotture, scosse e sedimentazione (…).

In sintesi, sono cresciuta insieme all’espansione degli studi sui movimenti sociali, contribuendo ai loro successi così come alle controversie, al loro consolidamento, alle sfide. Queste sono state molte, ma affrontate con spirito aperto grazie a ciò che possiamo definire eclettismo teorico e pluralismo metodologico. Ciò non significa che il campo d ricerca fosse privo di conflitti interni, selettività e pregiudizi – come qualsiasi altro settore – ma è rimasto aperto grazie alle continue evoluzioni dell’oggetto stesso su cui concentravamo la nostra attenzione, che ha portato nel mondo accademico nuove generazioni di studiosi con interessi e gusti specifici.

Sono rimasta molto legata agli studi sui movimenti sociali, per diverse ragioni. Innanzi tutto, la maggior parte dei ricercatori in questo campo è mossa da un sincero interesse a migliorare il mondo. Le esperienze di impegno sociale e politico sono state spesso criticate dagli studiosi più mainstream, ma ho scoperto che si sono rivelate molto fruttuose nello sviluppo del quadro cognitivo e nel miglioramento del clima tra gli studiosi del settore. In un momento in cui la “neutralità” viene predicata come requisito del valore scientifico, è fondamentale rivendicare, con Michael Burawoy, il valore di una visione critica della scienza che affronti problemi sociali che non sono affatto “apolitici”,

Inoltre, le vicende politiche hanno imposto una costante innovazione teorica con una propensione agli scambi reciproci tra approcci diversi. Gli studiosi dei movimenti hanno provenienze differenziate –  dalla sociologia delle organizzazioni allo studio delle interazioni simboliche, dalla teoria sociologica alle scienze politiche – e hanno costruito un bagaglio di concetti e ipotesi di ricerca combinando spunti provenienti da diversi campi del sapere. Questa tendenza si è ampliata nel tempo, dalla sociologia alle scienze politiche, estendendosi fino a includere la geografia, la storia, l’antropologia, la teoria normativa, il diritto e (persino) l’economia, man mano che ogni nuova ondata di conflitti politici portava nuove generazioni nella ricerca sui movimenti sociali.

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Raccontare il carcere

È del 19 maggio il XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone, associazione indipendente che, dal 1991, lavora per sorvegliare e mantenere le garanzie sui diritti nel sistema penale e penitenziario. Il rapporto, che viene pubblicato annualmente, è a oggi la ricerca sulla detenzione più completa che abbiamo in Italia. Quello del 2026 (che fa quindi riferimento all’anno 2025) è intitolato Tutto chiuso, una scelta eloquente, come viene spiegato nell’editoriale introduttivo, in riferimento all’involuzione del sistema penitenziario italiano che, tramite circolari e i due decreti sicurezza del nuovo governo, ha irrigidito il regime penitenziario, con tra le altre cose un inasprimento delle condizioni di Alta sicurezza e dell’uso dell’isolamento, una militarizzazione della vita interna al carcere, l’introduzione del delitto di rivolta e di indagini sotto copertura in carcere e una diminuzione dell’accesso a fondamentali pratiche riabilitative come le attività culturali e scolastiche.

A questo si sono aggiunti nuovi reati e innalzamenti di pena: nello specifico, come si legge nel capitolo I numeri della detenzione: “L’attuale Governo dalla sua entrata in carica ha introdotto oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti, che intervengono sul codice penale e su leggi speciali. A questo si aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori. Un quadro che fa tremare i polsi, a fronte del quale ci sarebbe da restare sorpresi se tutto questo non producesse condanne sempre più lunghe, e dunque presenze in carcere sempre maggiori”. I costi del sistema penitenziario, oltre che ovviamente umani, sono economici e derivano per esempio dalla reiterazione dei reati laddove non è stato possibile un reinserimento sociale, dagli investimenti in sicurezza privata e dai danni patrimoniali. Un capitolo a parte, poi, quello dedicato al tema purtroppo risaputo del sovraffollamento delle carceri (dagli ultimi dati dei 190 istituti penitenziari italiani 168 sono sovraffollati) e del numero di suicidi (91, il dato più alto da quando si hanno indagini in merito, è del 2024, appena due anni fa).

Per Antigone, l’unico modo per uscire dal terrificante quadro delineato dal rapporto è investire su percorsi di integrazione sociale e di effettiva preparazione dei detenuti al momento del reinserimento. Il governo, infatti, è apertamente passato da un mandato di rieducazione a uno di neutralizzazione, interpretando le sanzioni penali come uno strumento punitivo e il carcere come un mero spazio di limitazione della libertà, con l’identificazione di nemici da stigmatizzare (gli attivisti politici, i “maranza”, i migranti, come è reso evidente dai DDL sicurezza 2025 e 2026) per ottenere consenso politico. Anche il circuito dell’Alta sicurezza è oggetto del XXII rapporto di Antigone e anche in questo caso si assiste a un inasprimento della pena, con maggior tempo di permanenza in cella e diminuzione delle attività culturali e sociali a cui è possibile partecipare, come quelle universitarie o il lavoro nelle redazioni delle riviste carcerarie. Un aspetto, questo, regolato da una serie di circolari emesse dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP).

In questo panorama sconfortante è ancora una volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei diritti costituzionali. Le pubblicazioni editoriali dedicate al carcere e, più in generale, alle forme di oppressione e controllo sono svariate e alcune di queste nel corso dell’ultimo anno sono state oggetto di grande dibattito pubblico, a dimostrazione del vivo interesse da parte del “fuori” verso quello che succede “dentro” e della presa di posizione attiva sulla lenta corrosione di diritti fondamentali.

Di fronte all’involuzione del sistema penitenziario italiano è ancora una volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei diritti costituzionali.
AS3 è anche il titolo di un libro di Valerio Callieri, uscito in questi mesi per Fandango: Alta sicurezza 3, la sezione penitenziaria dove vengono recluse le persone che stanno scontando una pena per reati di narcotraffico o di appartenenza a un’associazione di stampo mafioso (articolo 416 bis del codice penale). Il testo di Callieri nasce dal suo lavoro come insegnante di scrittura nel laboratorio di narrativa dell’Alta sicurezza del carcere di Rebibbia, a Roma, e racconta le vicende intrecciate di tre detenute. I personaggi hanno nomi fittizi, però le storie raccontate sono reali, arricchite con vicende appartenute ad altre persone ma tutte reali. Si parla di reati di narcotraffico, ricettazione, furti a mano armata, ma le storie dietro queste vite raccontano una realtà sfaccettata che si svolge parallelamente alla realtà su cui si esprime il tribunale: maternità negate, fughe da genitori abusanti, mariti violenti, figli con problemi di tossicodipendenza. La vicenda raccontata da Callieri si svolge tra le mura del carcere, salvo i flashback che seguono le storie personali delle tre protagoniste, Anna, Monica e Virginia, ed è facile per il lettore percepire il senso di oppressione e di straniamento sperimentato dalle detenute.

In una vita fatta di linguaggi burocratici, richieste semplici che è difficile o impossibile ottenere (da uno specifico tipo di biscotti, a un farmaco per far passare il mal di testa) e pareti e altre pareti ancora come unico orizzonte, l’incontro tra le detenute e con le sporadiche persone che vengono dal “fuori” diventa fondamentale per mantenere un legame umano e un’abitudine a uno scambio sociale. Nel libro di Callieri questo scambio avviene attraverso due attività di tipo culturale. La prima è la partecipazione a un concorso di scrittura (partecipazione deludente a causa di un cavillo burocratico relativo proprio al regime di Alta sicurezza), la seconda è la discussione a partire dall’Antigone di Sofocle. L’Antigone, che è stata oggetto anche dei laboratori gestiti da Callieri, diventa oggetto di dibattito e scontro dialettico tra le tre detenute, che escono dal sé, dalle proprie vicende personali, per proiettarle sulla vicenda fittizia (proiezione che di fatto è proprio la funzione intrinseca alla tragedia greca). Chi ha ragione allora, Antigone o Creonte? Di chi è la colpa? E cos’è “colpa”?

Tutto il romanzo di Callieri si sviluppa come un lungo dialogo tra le detenute, con una riflessione continua sul linguaggio e con oggetti di discorso che aprono l’orizzonte delle detenute, aiutandole a definire un significato nella propria storia personale e nella propria esperienza carceraria. Per questi aspetti, il libro riflette bene come in un contesto di sovraffollamento, alti tassi di suicidio e scarse risorse economiche per poter garantire una cura adeguata della salute mentale dei detenuti, le attività di stampo ricreativo e culturale abbiano importanza sia sul piano del benessere mentale, sia sul piano del reinserimento sociale al momento del rilascio. Eliminarle provoca un inevitabile effetto di sottrazione: sottrazione di benessere, sottrazione di scambio umano, sottrazione di elaborazione individuale.

La deriva securitaria a cui stiamo assistendo coinvolge carcere e istituzioni democratiche, piazza e vita dei cittadini, dal decreto contro i rave ai due DDL sicurezza. Questo libro è illegale, pubblicato da Altreconomia nel 2025 e curato dalle associazioni Osservatorio repressione e Volere la luna, presenta un glossario di ventuno contributi di voci esperte di diritto ‒ come docenti, avvocati, giornalisti e attivisti ‒, dedicati ciascuno a una parola che, come da sottotitolo, “insidia la sicurezza”: Abitare, Blocco stradale, Carcere, Daspo e molte altre. La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto, dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti. Con quella che potremmo definire una militarizzazione della democrazia, o una legalità autoritaria, come scrive nell’introduzione al testo la docente di diritto costituzionale Alessandra Algostino, il diritto al dissenso rischia di venire meno.

La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto, dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti.
Il libro si propone quindi come una sorta di manuale per delineare lo stato d’assedio della democrazia sociale, fornire al lettore spunti storici e, in alcuni casi, vere e proprie istruzioni per l’uso: per esempio con la spiegazione del reato di blocco stradale, del magistrato Livio Pepino, che può riguardare tutti i comuni cittadini che esercitano il libero diritto di manifestare. Un’altra voce che mette in luce l’inesorabile restrizione dei diritti dei cittadini è quella dedicata alle zone rosse del docente di sociologia della devianza Vincenzo Scalia, che sottolinea come, nonostante i dati indichino una progressiva diminuzione dei reati, vengano proposte misure orientate al controllo dissuasivo e punitivo dello spazio pubblico, con una risposta populista a una percezione di insicurezza aumentata dalle stesse voci politiche.

La “repressione preventiva del dissenso”, come la definisce Scalia, si innesta su una dinamica di controllo e gentrificazione delle maggiori città italiane, che smettono di essere luoghi dell’abitare, per diventare esclusivo oggetto di rendita. In questo senso, tutte le forme di cittadinanza che vengono concepite come ostili al modello vengono progressivamente espulse, vuoi dall’aumento dei costi, vuoi da una legislazione sempre più repressiva che passa inevitabilmente dalle zone rosse. E “zona rossa” come può non ricondurci automaticamente a Genova? Il G8 del 2001, una ferita di “abusi, violenze, torture e falsificazioni” che le istituzioni non sono mai state capaci di rimarginare: il giornalista Lorenzo Guadagnucci, lo inserisce nella “catena di occasioni mancate” per una possibile democratizzazione della polizia. La violazione dei diritti umani che si è consumata a Genova non solo non è stata il punto di partenza per delle necessarie riforme (come l’obbligo di codici identificativi per le forze dell’ordine), ma vediamo oggi come elementi come l’aumento dei reati e delle aggravanti siano indice di una torsione autoritaria della gestione della democrazia.

Il carcere come laboratorio di militarizzazione della società è indagato anche dall’antropologa e ricercatrice Francesca Cerbini nel saggio Prison lives matter (Eleuthera, 2025). Con alle spalle anni di studi nei penitenziari, in particolare in aree dell’America meridionale, Cerbini si concentra sulla necessità di ridefinire il carcere a fronte dell’evidenza di un’istituzione in cui il confine tra il dentro e il fuori è sfumato. Lo studio di Cerbini è prima di tutto antropologico e mette, come da titolo, al primo posto l’esperienza del soggetto detenuto. La marginalità viene quindi rimessa al centro e viene data dignità e valenza a voci di persone escluse dalla società, prima ancora che nel carcere, fuori dal sistema penitenziario, dal momento che, nella maggior parte dei casi, appartengono a fasce sociali marginalizzate e razzializzate.

Scrive Cerbini: “Le carceri sovraffollate da questi tipi umani sono lo specchio di un processo di differenziazione della risposta penale e di un’eccessiva fiducia nelle élite concretizzata nell’indulgenza verso i criminali potenti, i quali, paradossalmente, continuano a godere di stima e credibilità ‒ cioè non sono moralmente riprovevoli ‒ anche quando commettono reati”. Il carcere è quindi l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea, questa, fortificata anche dal proliferare di narrazioni mainstream in cui il detenuto, il “criminale”, viene definito univocamente come “cattivo”.

Il carcere è l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea fortificata anche da narrazioni mainstream in cui il criminale” è definito univocamente come cattivo”.
Se l’abitudine quindi è quella di considerare il sistema penale come la risposta razionale al crimine, può piuttosto essere fonte di nuove prospettive la riflessione di stampo abolizionista su quali dati ci siano effettivamente a disposizione per confermare “l’utopia riabilitativa” per cui il carcere è un efficace strumento di prevenzione del crimine e di trasformazione delle persone. Ci troviamo invece di fronte, citando il primo capitolo del libro, al “fallimento del sistema carcerario”, laddove “è ben documentato come molte persone, già escluse dalla cittadinanza liberaldemocratica e dai vantaggi del mercato globale, peggiorino attraverso la reclusione le proprie condizioni di vita e quelle della propria famiglia”.

Il libro di Cerbini si sviluppa con il racconto di una serie di ricerche antropologiche concentrate sulla costituzione di forme ibride all’interno di penitenziari dell’America meridionale in cui emergono forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate. Queste esperienze marcano lo status del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione occidentalista della pena detentiva come espressione di ordine sociale. La lente etnografica permette in questo modo di decolonizzare il discorso sul carcere e ripensarne il funzionamento, come scrive Cerbini “partendo dai soggetti che lo vivono, o meglio dalla loro visione del mondo”.

Se quello di Cerbini è un testo che muove da una visione protocollare del carcere per andare a individuarne nuove, possibili strutture, alle forme protocollari stesse il sociologo Enrico Gargiulo ha dedicato un breve saggio uscito sempre per Eleuthera nel 2026. Si intitola Protocollo: uno strumento di potere. Il protocollo, spiega Gargiulo, è uno strumento più flessibile della legge vera e propria, un “infradiritto” che interviene laddove c’è un vuoto di normativa, andando però a creare un contesto comunque vincolante per chi ci si deve sottoporre. Il protocollo controlla senza porsi necessariamente come mezzo coercitivo, per questo viene percepito come un dispositivo neutro, mentre riproduce in forma diversa una dinamica di potere validando specifiche procedure e specifici comportamenti.

I protocolli possono essere di vario tipo, come quelli sanitari (per esempio le indicazioni su come lavarsi le mani durante la pandemia da Covid-19), ma anche di polizia e carcerari: pensiamo alle norme di visita dei detenuti da parte dei famigliari o degli avvocati, che possono variare tra i diversi penitenziari. Gargiulo dà avvio al libro con una genealogia del protocollo, per analizzarlo poi nelle sue ramificazioni. Il protocollo è per l’autore parte integrante di una logica di oppressione e dominio in quanto riproduce nel quotidiano, con un processo all’apparenza tecnico, una visione della società di stampo gerarchico.

Forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate marcano lo status del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione della pena detentiva come espressione di ordine sociale.
In una lunga intervista di Veronica Marchio su Machina rivista, Gargiulo ha approfondito l’utilizzo del protocollo nell’attività poliziesca: laddove mancano leggi o norme che prescrivano nel dettaglio cosa fare e non fare, l’utilizzo proprio e improprio di dispositivi come i lacrimogeni o i manganelli, l’uso della forza viene normato all’interno di manuali, indicazioni operative e codici deontologici. Dice Gargiulo: “Degli strumenti protocollari la polizia fa un uso ambivalente. Assume infatti l’argomento dell’imprevedibilità e dell’inclassificabilità a priori delle situazioni che è chiamata ad affrontare per sostenere che non è possibile normare in dettaglio le sue azioni, giustificando così l’assenza di regolazione. Si tratta di un fatto indicativo, che esprime la mancata volontà di tracciare un confine netto tra lecito e illecito, appropriato e inappropriato”. E ancora: “Nei fatti, le indicazioni operative non vengono applicate in modo rigido, venendo piuttosto adattate alla situazione contingente. Del resto, manuale o no, l’atto di sparare un lacrimogeno ad altezza uomo – magari colpendo un manifestante alla testa – non è considerato automaticamente una violazione della legge, dato che una legge vera e propria capace di vietarlo non esiste”.

Tornando al saggio pubblicato con Eleuthera, i protocolli, se adeguatamente costruiti, possono avere una funzione egualitaria, poiché livellano le differenze producendo effetti analoghi in situazioni differenti. Ma dal momento che la loro applicazione avviene in scenari diversi, anche altamente conflittuali, il potenziale egualitario rimane inespresso. Questo dipende, secondo l’analisi di Gargiulo, dal carattere politico che abbiamo già indicato, per cui gli effetti di un protocollo escono dal piano amministrativo andando a coinvolgere la vita sociale e collettiva.

Alcuni esempi di uso della forza riportato come “regolamentare” sono raccontati dalla responsabile di Antigone Lombardia e sociologa del diritto Valeria Verdolini in Abolire l’impossibile (Add, 2025). “Siamo realisti, chiediamo l’impossibile!” è lo slogan dei moviment-i sessantottini che Verdolini riprende per introdurre una prospettiva abolizionista su dinamiche e istituzioni che all’apparenza risultano insostituibili. Verdolini si appoggia all’analisi di alcuni processi di abolizione, per esempio quella della schiavitù negli Stati Uniti ‒ che tuttavia non ha potuto modificare l’humus culturale in cui questa si è sviluppata, dando luogo a nuove disuguaglianze ‒ o a quella dei manicomi con Basaglia in Italia, per andare a evidenziare altri ambiti di intervento possibili ‒ come le prigioni ‒ o impossibili ‒ come il razzismo ‒ su cui sviluppare un discorso, o quantomeno una tensione, abolizionista.

La distinzione di Verdolini tra queste due tensioni abolizioniste risiede proprio nella possibilità, o meno, di intervenire attraverso processi legislativi: restando su carcere e razzismo, uno può essere dismesso per via legislativa, l’altro, in virtù di una radice storico-culturale interiorizzata, no. Per intervenire sulle istituzioni o sugli immaginari, Verdolini si appoggia sul rovesciamento basagliano, che indica la necessità di un ribaltamento concettuale per cui, così come il malato psichiatrico deve essere curato e non segregato, lo stesso principio deve valere per le persone detenute nelle carceri, che possono seguire un processo riabilitativo che non necessariamente contempli l’isolamento.

Per abolire il carcere serve mettere l’accento sulla permeabilità dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della società civile.
Immaginare un’istituzione alternativa al carcere sembra possibile anche in riferimento ai dati a nostra disposizione, che indicano la presenza di oltre 90.000 persone in Italia che stanno attualmente seguendo misure alternative alla carcerazione. Inoltre, nonostante il nostro Paese non sia quello con il maggior numero di detenuti in valore assoluto, presenta uno degli indici di sovraffollamento più alti nel continente europeo. Per abolire il carcere serve allora ancora una volta mettere l’accento sulla permeabilità dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della società civile. Come scrive Verdolini: “Ovunque nel mondo le statistiche dimostrano che l’incarcerazione di massa non abbatte realmente il numero dei reati, ma produce recidiva, disgrega comunità, cronicizza la povertà e stabilizza gerarchie razziali. Il carcere non rieduca, non costruisce, […] è una soluzione fittizia a problemi reali”.

Praticare l’utopia significa immaginare traiettorie possibili e, a fronte di un’involuzione del sistema penitenziario, a un aumento della sofferenza sociale e alla costruzione di un immaginario di minaccia in cui il nemico è rappresentato dalle frange sociali più emarginate, chiedere che le risorse a disposizione vengano usate per superare la visione di un carcere punitivo, in favore di un’effettiva integrazione sociale che guarda a quello spazio liminale e poroso che è il confine tra il dentro e il fuori.

L'articolo Raccontare il carcere proviene da Il Tascabile.

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Cesena, presidio del Partito Comunista contro guerra e riarmo davanti all’Ospedale Bufalini

Domani sabato 23 Maggio alle ore 10.30 a Cesena si terrà il presidio presso l’area parcheggio piastra – Ospedale Bufalini. Organizzato dal Partito Comunista – Cesena

Per ricordare come l’invio di armi in una guerra fatta per procura stia massacrando il nostro paese, nella sanità e non solo!

L’Italia verserà altri 13 miliardi di euro per continuare ad armare l’Ucraina e alimentare la guerra.

• 700 miliardi di euro per acquistare gas liquefatto statunitense, fino a quattro volte più costoso di quello russo.
• 800 miliardi destinati al riarmo dell’Unione Europea.
• 42 miliardi per il riarmo dell’Italia, decisi dal Governo Meloni con il consenso dell’opposizione di centrosinistra.

Tutto questo mentre milioni di cittadini rinunciano a curarsi o sono costretti a indebitarsi per sostenere i costi delle terapie. Mancano medici e infermieri, mentre ogni anno oltre 360.000 persone si ammalano di cancro e necessitano di cure e assistenza adeguate.

Crescono le malattie professionali, gli infortuni e le morti sul lavoro, spesso causati dalla mancanza di prevenzione e controlli.
Salari bloccati, pensioni insufficienti, licenziamenti, cassa integrazione, piccoli artigiani e commercianti in difficoltà: questa è la realtà del Paese.
Nel frattempo, banche, multinazionali e industrie belliche continuano ad accumulare profitti.

BASTA!

Fermiamo il folle disegno dell’Unione Europea che punta a un confronto diretto con la Russia.

• NO all’invio di armi in Ucraina.
• NO al riarmo UE/NATO.
• NO alle sanzioni contro la Russia.

CONTRO LA GUERRA per LA PACE!

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L'articolo Cesena, presidio del Partito Comunista contro guerra e riarmo davanti all’Ospedale Bufalini proviene da IL PARTITO COMUNISTA - Sito Ufficiale.

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#ItalianLockdown – effetti e cause della “giusta motivazione” in sostituzione delle prassi mediche

Lockdown: il mondo s’è fermato! Han premuto il tasto “Pausa”. Ma a ben vedere c’è lockdown e lockdown e non sono mica tutti uguali. Se osservato bene, il modo in cui ogni paese applica, gestisce e narra il modo in cui gestisce l’emergenza rivela molte più cose di quanto sembri a prima vista.

Pure quello che ci riguarda, il lockdown all’italiana, è una lente di ingrandimento che amplifica problemi, storture, rapporti di potere, arretratezze, bagaglio culturale, opinioni diffuse, tipicità, errori ricorrenti, tic narrativi e possibili errori futuri del Belpaese. Ecco perchè vale la pena osservarlo a trecentosessanta gradi.

INDICE

Non trovi il cerotto? Allora amputiamo!
Come osi?
C’era una volta un virus
Colpisci il capro! Colpiscilo! Ancora, ancora!
#ConfinatiInCasa a causa di un sistema emergenziale inadatto
Italian Lockdown
Chinese Lockdown
Stendere il virus con multa e manganello
Il virus circola, la polizia vuole #TuttiAlChiuso
Schizofrenia mediatica
Sicurezza sanitaria o giusta motivazione?
Italiani incontrollabili?
Gli untori solitari
Gli untori di massa
I Teleassembramenti
Oltre i teleassembramenti
Profezie autoavveranti
Aria, Asfalto, Asintomatici, Mascherine
The day after

 

Non trovi il cerotto? Allora amputiamo!

Siamo nel bel mezzo di una pandemia globale gestita con modalità assai diverse a seconda della nazione o regione coinvolta. Modalità in molti casi caratterizzate da approcci impacciati e contraddittori se non addirittura criminosi ma che nella maggioranza dei casi rivelano la debolezza sistemica di diversi paesi che si son trovati improvvisamente a dover subire gli effetti dei propri problemi strutturali. Problemi che, nel loro insieme, stan contribuendo a rendere quest’emergenza assai peggiore di quanto potrebbe essere se gestita in modo piò oculato e se certe cose fossero state già risolte.

A grandi linee questi elementi possono essere riassunti in:

– Mala gestione di chi inizialmente non ha saputo valutare o addirittura ha tentato di negare la gravità della situazione.

– Il mancato ascolto di chi, nei decenni passati, ha più volte avvertito del possibile pericolo di diffusione su scala globale di pandemie e della necessità di prepararsi all’evenienza. Mancato ascolto che non ha fatto sufficiente tesoro dell’esperienza maturata nel corso di episodi simili come ad esempio la diffusione di SARS e MERS, dell’aviaria, della febbre suina e di quella bovina, giusto per citare i più recenti. Ciò ha fatto sì che gran parte dei paesi industrializzati s’è dovuta rendere improvvisamente conto di non avere piani di contenimento sufficienti né procedure adeguate da seguire; di non avere né scorte di materiale indispensabile né sistemi autonomi per produrlo. Il tutto si è così tradotto in gestioni improvvisate ed emergenziali fatte spesso un tanto al chilo, come ad esempio le iniziali disposizioni di lockdown regionali in cui si son viste chiudere le scuole ma non i centri commerciali o le restrizioni all’uso di tamponi e mascherine emesse perché non c’e n’erano abbastanza.

– La mancata presa di coscienza della catena di correlazioni che unisce con un filo rosso la distruzione di interi ecosistemi, le condizioni igieniche spaventose dell’industria dell’allevamento e la diffusione di pandemie, così come il costante peggioramento della qualità dell’aria, da più parti indicato come molto probabilmente correlato all’incidenza del contagio.

– Una politica economico-finanziaria che in occidente ha indebolito la sanità pubblica, l’istruzione (medica e non) e l’istituzione di sistemi di prevenzione per emergenze aperiodiche mentre nei paesi più poveri ha impedito lo sviluppo di sistema sanitari adeguati. Le disuguaglianze derivanti dagli attuali sistemi di produzione ora verranno pagati a carissimo prezzo a livello planetario rivelando ancor di più la necessità di ridurre tali disuguaglianze: i paesi più poveri ora rischiano di diventare degli immensi focolai a scapito delle persone più deboli facendo tra l’altro anche saltare la produzione di quei beni su cui è fondato il sistema di produzione stesso.

– Comparti economici che hanno lavorato attivamente contro ogni forma di contenimento e prevenzione anteponendo il proprio interesse speculativo ad ogni altra cosa, al costo di negare l’epidemia. Il caso della mancata zonizzazione della Val Seriana per salvaguardare le sue industrie e manifatture ne è un esempio evidente.

– Media mainstream eccessivamente dipendenti da interessi economici che, senza soluzione di continuità, inseguono e cavalcano notizie che alimentano il panico ma al tempo stesso diffondono messaggi tranquillizzanti, aumentando a dismisura quella schizofrenia delle notizie che immancabilmente si ripete nelle situazioni. Panico e allarme che oggi trovano nei media mainstream commerciali un terreno perfetto per la loro diffusione.

– La scarsa coordinazione internazionale per problemi di ordine globale. Ciò che avviene con la pandemia del SARS-CoV-2 ripropone in scala accelerata ciò che avviene da decenni riguardo all’emergenza climatica, ossia la mancata applicazione del concetto che in un mondo globalizzato, i problemi e le cattive condotte di UN paese sono un problema drammatico per TUTTI i paesi. Mancata coordinazione che il mondo scientifico s’è immediatamente adoperato per superare mentre al contrario diversi governi si ostinano a rifiutare, chiudendosi a riccio e cogliendo l’occasione per imporre agende nazionaliste.

 

Documento del 22 dicembre 2010 in vui veniva valutata la gestione della pandemia del virus H1N1 nella regione Lombardia rilevando già in quella data numerosi problemi (LINK a file PDF)

 

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: paesi e regioni che eseguono test a tappeto, altri eseguono test mirati ed altri ancora che faticano a procurarsi il materiale per eseguire i tamponi; criteri di conteggio differenti che non possono essere paragonati tra loro sballando rilevazioni e statistiche; quotidiani e politici che hanno alternato allarmi eccessivi a pericolose e immotivate banalizzazioni; morti che vengono celate o fatte passare per non attinenti al coronavirus; regioni ricchissime ridotte al collasso da sistemi sanitari perlopiù privati o semi-privati che vengono aiutati da ONG e paesi decisamente più poveri ma che hanno sistemi sanitari pubblici; medici ed infermieri che cercano di fare quel che possono con quel poco che hanno (mancanza di personale, dispositivi di protezione, posti letto, ospedali da campo…) e che quindi si contagiano e muoiono; amministratori locali impanicati che per reazione strafanno optando per soluzioni militari eccessive coadiuvate da forze di polizia che applicano divieti privi di valenza medica, contraddittori e/o completamente assurdi. Big tech, Grande Distribuzione Organizzata e comparti della logistica e del delivery che sfruttano l’occasione per lucrare grazie alle proprie posizioni dominanti e che aumentano il proprio campo d’azione ed ingerenza su economia e politica (Google, Twitter ed Apple hanno già annunciato che inizieranno iniziative volte a facilitare il tracciamento degli utenti).

L’industria della sorveglianza che coglie la palla al balzo per far testare sui civili tecnologie di controllo con l’entusiastica partecipazione delle forze di polizia e movimenti politici destrorsi che premono affinché i governi implementino soluzioni di sorveglianza digitale nonostante si siano rivelate di dubbia utilità in quanto le prassi applicate nei paesi che meglio han saputo rispondere all’emergenza erano valide anche a prescindere dei tracciamenti digitali.

Come osi?

Capiamoci, una pandemia globale è un evento imponente e drammatico che per forza di cose genera allarme e problemi di diverso tipo portando immancabilmente a restrizioni, limitazioni e grossi problemi di varia natura indifferentemente dal tipo di sistema politico/economico/sanitario/organizzativo che ci si è dati.

Detto ciò bisogna però ribadire che il modo in cui un’emergenza viene gestita può fare una grandissima differenza: una gestione sensata e ben organizzata dell’emergenza è certamente più efficace di una gestione improvvisata ed eccessiva. Pur non esistendo formule magiche né sistemi perfetti che avrebbero certamente evitato tutto ciò con equanime consenso di medici, economisti, lavoratori, politici, movimenti per i diritti civili e quant’altro, osservare quello che in questo momento non sta funzionando a dovere è un passo indispensabile per poter fare meglio ed evitare di proseguire su strade che causano infiniti danni collaterali di ordine sociale, psicologico, economico e politico.

 

Un “criticone”

 

Non v’è alcuna alternativa: il miglioramento dell’esistente può iniziare solo da una critica dello stesso. L’importante è che questa critica sia ragionata ed aperta alla confutazione. Senza critica, insomma, si accetta che storture ed errori proseguano anche in futuro così come sono o, peggio, se ne avalla pure l’enfatizzazione.

Ciò che differenzia una sana critica da indignazione, sfogo e vuota polemica risiede nella qualità dell’analisi: una critica durissima ma sensata, logica, precisa e documentata è certamente un qualcosa di più utile e rispettoso di qualsiasi forma di supporto acritico e tolleranza di facciata. Criticare la gestione dell’emergenza comporta necessariamente anche la messa in discussione delle sue premesse, ossia di quegli elementi preesistenti che hanno impedito fin dall’inizio di mettere in campo una gestione migliore. Non solo: la critica non può esimersi nemmeno dall’evidenziare quegli elementi dell’attualità che preannunciano inquietanti sviluppi che si potrebbero manifestare in futuro.

 

 

C’era una volta un virus

C’è molto da dire sul modo in cui questa pandemia è stata narrata dai grandi media mainstream. Concentrandoci sull’Italia, dopo un iniziale spaesamento in cui abbiamo visto quotidiani, politici e associazioni industriali alternare confusamente urla di panico ed appelli alla normalità, nell’arco di qualche settimana la narrazione mainstream della pandemia s’è andata più o meno assestando su alcuni punti e formule fisse (ma non va dimenticato che le narrazioni non smettono mai davvero di evolvere).

 

Con un video pubblicato il 28 febbraio, la Confcommercio di Bergamo lanciava questo hashtag e la relativa campagna mediatica

 

Sulla costruzione di questa narrazione dominante sono necessarie numerosissime osservazioni perché al suo interno confluisce un po di tutto: dalle premesse sul sistema economico ai tic ricorrenti della narrazione nazionale italiana, dalle contraddizioni sistemiche ai format discorsivi sul decoro ecc.

 

Osservazioni su tutti questi aspetti non son certo mancate in queste settimane: articoli, discussioni online, podcast e trasmissioni radio estremamente puntuali capaci di cogliere ed esporre questi diversi elementi e le loro sfacettature, mettendone a nudo contraddizioni, storture e non-detti. Osservazioni che purtroppo non sorprende abbiano trovato poco o nessuno spazio sui media mainstream, troppo dipendenti da quegli stessi interessi economici e politici dominanti interessati a confermare lo status quo.

Ma se i media mainstream non danno troppo spazio a queste argomentazioni possiamo almeno farlo qui, segnalando giusto alcuni articoli consigliabili::

Apocalittici e messianici

Cent’anni di isolamento: come l'”emergenza nomadi” prosegue nell’emergenza coronavirus

Coronavirus: cosa sta succedendo?

Coronavirus: l’aereo

Criminalizzare chi fa jogging e passeggiate: le ordinanze dell’Emilia Romagna analizzate sotto la lente del giurista

Dalle denunce penali alle supermulte: le nuove sanzioni per chi cammina “senza motivo” analizzate da un giurista

Diario virale 1 – I giorni del coronavirus a Bulågna

Diario virale 2 – Bulågna brancola nel buio delle ordinanze

Diario virale 3 – Contro chi sminuisce l’emergenza

“E’colpa di quelli come te se c’è il contagio”. Abusi in divisa e strategia del capro espiatorio nei giorni del coronavirus

“Fate parlare gli esperti” Chi si deve occupare di una pandemia?

I benedetti dell’epidemia

I veri numeri del contagio a Brescia e in Lombardia

L’Africa rischia di perdere anni di progressi nella lotta contro la povertà

La lotta di classe dietro la pandemia

La viralità del decoro – controllo e autocontrollo sociale ai tempi del Covid-19 (prima puntata)

La viralità del decoro – controllo e autocontrollo sociale ai tempi del Covid-19 (seconda puntata)

L’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’occhio del ciclone

Per un socialismo del disastro

Proteggere i detenuti è fondamentale per arginare il virus

Quando e come finirà l’isolamento?

Serve un’amnistia per sfollare le carceri

Sul terrore a mezzo stampa – “il virus è nell’aria”, un titolo che farà molti danni

Solo la politica può evitare l’apocalissi

Sul terrore a mezzo stampa – le foto delle vie piene di untori

Un nuovo mondo per la collaborazione scientifica

Una società grande quanto un supermercato

Usare #stateacasa per diffamare e licenziare i lavoratori: cosa possiamo imparare, anche in Italia, sul caso Amazon/Smalls

L’unico elemento che al momento pare non esser stato trattato con troppo interesse, forse perché dato per acquisito dalla maggior parte dei commentatori, è l’impatto che ha avuto negli anni passati la diffusione nel discorso pubblico delle idee NoVax, che hanno preso in ostaggio delle giuste critiche sulle storture di un’industria farmaceutica in mano alle multinazionali, facendone però il tramite per timori antiscientifici privi di fondamento.

Timori cavalcati e sfruttati da politici poco lungimiranti giusto per questioni di bassa strategia e che han contribuito a diffonderli trasversalmente nel discorso pubblico influenzando di conseguenza l’intero mondo politico rendendolo così meno propenso ad tener in considerazione le richieste del mondo scientifico.

Il mondo è a colori: non in bianco e nero nè in scala di grigi

Va aggiunta un’ulteriore postilla che purtroppo non è così scontata, specie tra chi solitamente non è propenso all’analisi critica e metodica della realtà: la critica in sè non corrisponde necessariamente alla negazione dell’oggetto preso in considerazione. Purtroppo il livello discorsivo diffuso tende ad appiattire e banalizzare la critica dello status quo per rifiutarla in toto e non affrontarla.

Detto in soldoni: criticare il lockdown non equivale a dire “tana libera tutti: comportiamoci come se la pandemia non esistesse” allo stesso modo per cui essere contrari alla violenza non equivale necessariamente a rifiutarsi di tirare un cazzotto in faccia a qualcuno che minaccia di ucciderci.

La realtà è complessa, ambigua, contraddittoria e densa di sfumature. Rifiutae ciò e banalizzarla in un ritratto in bianco e nero (“o stai con le misure imposte dal governo o sei uno scellerato”), è il modo migliore per non vederla così com’è e, di conseguenza, non esser mai in grado di migliorare alcunchè.

Allo stesso modo è svilente e deviante l’uso del “ricatto della soluzione”, ossia il rifiuto della critica attuato imponendo a chi osserva un malfunzionamento di fornire allo stesso tempo anche soluzioni immediate. Insomma: non sono un meccanico ma se mi accorgo che i freni della macchina non funzionano e dico a gran voce, non ha molto senso zittirmi con “troppo facile criticare i freni se non sai ripararli!!11!!1!!1”.

Colpisci il capro! Colpiscilo! Ancora, ancora!

Nelle situazioni di panico e pericolo, la ricerca di un capro espiatorio è una ricorrenza tristemente consueta, tanto più quando il pericolo è generalizzato ed impalpabile. Il bisogno di scaricare la propria rabbia e frustrazione contro una figura definita e tangibile sulla quale poter appiccicare la colpa per eventi che in realtà hanno cause molto complesse e ramificate nasce da impulsi emotivi antichi e profondi che nel corso dei millenni si son manifestati nelle forme più varie.

Dopo gli attentati dell’11 settembre, ad esempio, l’impossibilità di correlare rabbia e timori tanto immensi contro uno sparuto numero di terroristi o verso le entità politiche che hanno sfruttato tali eventi per portar avanti la propria agenda imponendo una narrativa incentrata su patriottismo e militarismo, la reazione è stata quella demonizzare in modo generalizzato l’intero mondo arabo e/o islamico.

I media mainstream, che si attengono alle regole del mercato ed alle linee editoriali imposte dalla proprietà più che che all’analisi critica del mondo, non fanno altro che cavalcare questa generalizzazione gettando benzina sul fuoco ed alimentando queste reazioni insensate.

Insensate ma utili all’agenda politica degli editori e della proprietà dei grandi media, attentissima a “dare il La” alle discussioni da social decidendo gli argomenti di cui far parlare la popolazione e/o impostando la chiave con cui leggere gli eventi.

Ciò può esser osservato anche nel modo in cui i maggiori media italiani cavalcano, alimentano ed indirizzano il sentimento anti-migranti in funzione di interessi politici e non per reale interesse nei confronti di queste persone.

Tutto ciò genera un circuito chiuso in cui media, social network e politica si alimentano e confermano a vicenda senza lasciar spazio a critica alcuna, consolidando lo status quo.

Liberarsi dalla narrazione mainstream quindi è un’impresa assai impegnativa, sia per la difficoltà di affrontare analisi complesse ed imparare ad informarsi in modo preciso e metodico che per il fatto che la narrazione mainstream non è necessariamente fatta di notizie false ma si caratterizza soprattutto per la sproporzione data ad elementi del reale. In sostanza i grandi media, più che a raccontare menzogne tout court tendono ad alterare la realtà dando grandissimo peso ad alcuni fatti reali selezionati, “inquadrandoli” in un certo modo o, soprattutto, per semplificazione, ossia fornendo informazioni reali parziali e scontornate dal quadro generale, in modo da poterle usare in un quadro completamente diverso.

Per capirci basterà citare l’esempio dei dati sulla criminalità in Italia che pur essendo costantemente in calo da decenni vengono narrati dando enorme peso solo a quella parte di dati che, estrapolati dal loro contesto, possono essere enfatizzati per dipingere un quadro opposto alla realtà: il leggero aumento temporaneo di un certo tipo di reato, presentato dai quotidiani come “record di furti” impone con tre parole una falsificazione percettiva della realtà attraverso dati reali decontestualizzati. Smontare tale narrazione è sempre possibile ma richiede necessariamente un gran sbattimento per poter reinserire quel dato nel contesto originario e si scontrerà con un’opinione pubblica che quel dato già lo conosce e quindi ciò che andrà decostruito non è il dato in sé ma l’intero contesto in cui è inserito.

Il temibile e temerario babau giallo che ha tenuto in scacco il Veneto… semplicemente saltando un posto di blocco.

 

Poiché è dai margini che il centro diventa più evidente, nell’osservazione di vicende secondarie e marginali questi meccanismi risultano ancor più espliciti e facili da studiare e questo vale anche nella costruzione di capri espiatori. Notevole a questo proposito l’epopea di Igor il russo o l’assurda vicenda dell’Audi Gialla; episodi in cui, soprattutto a distanza di tempo, risultano particolarmente evidenti le forzature con cui i protagonisti di queste narrazioni son stati eletti a puri e semplici feticci su cui convogliare pulsioni, paure, paranoie, fantasie e pregiudizi inespressi.

In tutti questi casi il capro-feticcio diviene una figura a sé, separata ma sovrapposta al suo rappresentante reale: nel caso del post 11 settembre un americano di terza generazione di origine libanese e di religione cristiana poteva esser narrato come uno pseudo-jihadista saudita che simpatizza per i tagliateste e che segretamente anela a circondarsi di spose bambine e distruggere l’occidente; nel caso dei migranti l’ingegnere nigeriano di fede pentecostale figlio di famiglia borghese che fugge dall’impoverimento diviene un allevatore di capre troglodita ignorante che pratica il voodoo in una capanna di sterco e fango che viene qui a rubarci le donne e il lavoro pur essendo troppo scansafatiche per lavorare e inoltre… scandalo dello scandalo… è addirittura colpevolmente possessore di uno smartphone!

 

 

Il criminale serbo Norbert Fehler diviene Igor il russo, una sorta di supercattivo dei fumetti a metà tra James Bond e Rambo, imprendibile e capace di tenere in scacco oltre duemila carabinieri, avvistato ovunque ma introvabile come Bigfoot, cattivissimo ed abilissimo, geniale e scaltrissimo; un’automobile gialla che salta un posto di blocco diviene l’imprendibile Audi Gialla guidata da criminali dell’est e che scorrazza a tutta velocità per il Veneto per dimostrare con un gesto di spregio che le genti slave possono fare ciò che vogliono “a casa nostra”.

Tale meccanismo è particolarmente presente nella cultura di coloro cui son affidati compiti di controllo sulla popolazione in quanto definire un nemico tangibile permette di agire attivamente ed in forme materiali, visive e quindi spettacolari (l’inseguimento del corridore solitario sulla spiaggia o l’esibizione dei droni a scansione termica sono intrinsecamente degli atti teatrali). Anche qui non si tratta di un meccanismo necessariamente voluto: se in alcuni casi capro espiatorio e spettacolarità sono ricercati a tavolino, nella maggioranza dei casi sono un effetto complementare di un modo di vedere le cose altamente interiorizzato. A questo proposito basta citare alcuni commenti provenienti da gruppi Facebook di forze dell’ordine in cui per osservare l’insensata acredine immediatamente maturata dopo l’imposizione del lockdown per quelli che vanno in giro con il cane, visti come dei “furbetti” che usavano i propri animali da compagnia come passepartout per aggirare la legge e l’immediata nascita di leggende metropolitane su cani diventati magrissimi perché obbligati a camminare per ore.

#ConfinatiInCasa a causa di un sistema emergenziale inadatto

La diffusione del SARS-CoV-2 è un problema innanzitutto sanitario e dunque la prima cosa da tenere a mente per qualsiasi ragionamento sono proprio le indicazioni sanitarie su come effettuare il suo contenimento. Indicazioni che possono essere riassunte in:

  • Riduzione dei contatti fisici (distanziamento fisico / limitazione degli spostamenti / isolamento / uso di dispositivi di protezione)
  • Sanificazione (disinfezione ambienti / potenziamento delle prassi igieniche)
  • Monitoraggio (tamponi / verifica della catena di trasmissione)

Le modalità di applicazione di queste indicazioni possono variare molto e non sono esenti da discussioni tra medici e preoccupazioni di varia natura: il distanziamento fisico comporta la cessazione di numerose attività economiche indispensabili e non; l’isolamento applicato in forma preventiva è causa di numerosissimi problemi; i dispositivi di protezione sono utili solo se usati correttamente, altrimenti possono contribuire a diffondere il virus; la disinfezione degli ambienti richiede una certa preparazione; mancano materiali; la verifica della catena di trasmissione se fatta con mezzi informatici può avere dei risvolti catastrofici sulla privacy ecc.

Il tutto é ulteriormente complicato dal fatto che le problematiche pregresse (sistema sanitario indebolito da decenni di tagli e privatizzazioni, mancanza di personale medico, mancanza di un piano di contenimento già preventivato, dotazioni non sufficienti ecc.) han portato a compensare tali mancanze con un intervento meramente poliziesco tradottosi infine nel lockdown generale, nel #restiamoacasa, e nel teatrino dei decreti e delle autocertificazioni emesse in serie.

La riduzione dei contatti fisici attraverso limitazioni di mobilità ed assembramento è il metodo più drastico per contenere la diffusione del contagio (anche se diversi studi suggeriscono che i lockdown hanno efficacia diversa a seconda dei luoghi e delle modalità con cui viene effettuato e che, addirittura, in determinati casi si rivela controproducente) e può essere attuata in diversi modi, ossia limitando la mobilità tra aree diverse (a livello di nazione, regione, provincia, area, comune, quartiere) ed impedendo qualsiasi attività che preveda la compresenza ravvicinata di più persone. Ciò può essere effettuato in modo selettivo con la creazione di cordoni sanitari mirati (come isolare molto duramente una certa area ma applicare limitazioni meno stringenti in un’altra oppure presidiare i luoghi ad alto rischio concentrando gli sforzi sui potenziali focolai ed imporre solo norme di distanziamento nei luoghi a basso rischio). In generale il mondo medico suggerisce l’interruzione degli spostamenti a grande distanza, degli assembramenti di massa, mantenere un costante distanziamento fisico e buone prassi di disinfezione, ma non parla mai di confinamento totale e preventivo nelle abitazioni.

E’solo nel peggiore dei casi che questo viene applicato in maniera generalizzata, ossia il lockdown totale in cui viene bloccata ogni attività ed impedito ogni spostamento sul territorio.

Ricorrere al lockdown generale è una soluzione estrema sintomatica di una situazione oggettivamente fuori controllo oppure, più semplicemente, di una situazione non si è stati capaci di gestire. In altre parole è il risultato del fallimento delle misure preventive e di contenimento iniziale. Una grossa presa di coscienza della propria impreparazione, insomma.

Ma la gestione dell’emergenza come s’è detto varia notevolmente da paese in paese e le differenze di approccio derivano da fattori politici, sistemici, economici e territoriali di cui bisogna tenere ben conto quando si effettuano paragoni. Quando si parla del lockdown in Nuova Zelanda, per esempio, si parla di due isole grandi come l’Italia ma una popolazione di soli 5 milioni di abitanti. Nel caso di Cuba si parla di un’isola grande un terzo dell’Italia ma con un sesto dei suoi abitanti e che vanta non solo il miglior sistema sanitario dell’America latina ma pure il maggior numero di medici pro capite nel mondo. Hong Kong e Singapore sono sostanzialmente delle città-stato ad altissima densità abitativa. Insomma: è una banalità far notare che gestire la pandemia a Hong Kong è diverso che gestirla nelle campagne del Marlborough neozelandese ma a quanto pare questa banalità sembra sfuggire a gran parte dei media nostrani, che insistono soprattutto sulla questione dei test fatti a tapeto sull’intera popolazione in Corea del sud e sul tracciamento digitale delle persone, promuovendolo come inevitabile.

Se da un lato i nostri media insistono su test e tracciamento, dall’altro si son però rivelati assai imprecisi nel descrivere l’applicazione del lockdown negli altri paesi, per la gran parte molto meno restrittivi dell’Italia.

L’ostracismo dei comparti economici bergamaschi che hanno impedito il lockdown della Val Seriana e l’impreparazione generalizzata del governo italiano e delle amministrazioni locali che ha contribuito a posticipare oltre il dovuto l’applicazione di procedure emergenziali mirate, sono indubbiamente i principali responsabili del tracollo che ha portato all’imposizione di un lockdown durissimo che sulla penisola è stato applicato con un tono del tutto peculiare caratterizzato da una forma di militarizzazione che fatta eccezione per alcuni regimi dittatoriali trova forse dei paralleli solamente in Spagna.

Tutto chiuso e tutti al chiuso. L’ordine generale si è tradotto di fatto in un contenimento di massa che ha confinato l’intera popolazione agli arresti domiciliari nella speranza di riuscir a rallentare la diffusione del contagio affinché prosegua entro livelli gestibili dal sistema sanitario nazionale e questo nonostante il parere contrario di diversi medici che non mancano di far notare che la presenza prolungata in ambienti ristretti comporti molti più rischi che starsene all’aria aperta.

L’equazione è semplice: minore è la capacità del servizio sanitario nazionale di rispondere all’emergenza e maggiori sono le restrizioni imposte. Detta brutalmente: non avendo un sistema emergenziale efficace né un sistema sanitario tarato sulle reali esigenze della popolazione, adesso è la popolazione stessa a dover tarare le proprie vite per far in modo che sia il contagio ad adattarsi ai ritmi che questo sistema sanitario prosciugato da decenni di tagli può sostenere.

Italian Lockdown

Osservare l’ordine temporale con cui si è giunti al lockdown in Italia rivela molte cose: tra novembre e dicembre 2019 i medici cinesi iniziano a rilevare morti sospette e interrogarsi; il 31 dicembre viene avvertita l’OMS e la TV pubblica cinese avverte la popolazione della presenza di un virus ancora sconosciuto. Nei primi giorni di gennaio diversi paesi iniziano ad effettuare verifiche negli aeroporti sulle persone provenienti da Wuhan. A metà gennaio il virus viene identificato ed al contempo giunge la conferma della sua presenza anche al di fuori dalla Cina: a Taiwan, in Corea del sud e negli USA. Il 23 gennaio viene attuato il lockdown di Wuhan mentre i casi in Cina aumentano vertiginosamente. Nel giro di pochi giorni arrivano conferme della presenza del virus da sempre più paesi sparsi sul globo ed il 31 gennaio 2020 l’OMS dichiara che v’è il pericolo che si sviluppi una pandemia globale.

Nello stesso giorno vengono sospesi i voli dalla Cina all’Italia. A Roma due turisti cinesi risultano positivi al virus. In questo momento i grandi media italiani trattano la notizia perlopiù come un qualcosa di marginale che riguarda solo la Cina ed i suoi abitanti ed a livello politico/gestionale non vengono intraprese particolari procedure di contenimento al di là della verifica delle persone provenienti dalla Cina. Questo fino al 21 febbraio quando irrompe la notizia dei primi morti italiani per coronavirus a Codogno (Lombardia) e, a breve giro, a Vò Euganeo (Veneto). I media italiani a questo punto lanciano allarmi di panico. Nel giro di pochi giorni alcuni dei comuni coinvolti vengono dichiarati zona rossa (ma non tutti) e le regioni colpite iniziano ad emettere ordinanze atte a limitare assembramenti per attività ritenute non indispensabili (scuole, centri sportivi, sagre, manifestazioni), permettendo tuttavia gli assembramenti per attività lavorative, nei centri commerciali, mezzi di trasporto pubblico ecc. Le contraddizioni insite in queste ordinanze le rendono, di fatto, inutili.

 

 

Campagna a favore della diffusione del contagio del 26 febbraio 2020

 

Verso fine febbraio i comparti economici, spaventati dall’allarme mediatico e dal contraccolpo economico che stava causando, attraverso i propri responsabili media lanciano campagne tranquillizzatrici come #MilanoNonSiFerma e #BergamoIsRunning che, coinvolgendo diversi media, influencer, social e personaggi politici a loro affini, tentano di negare e minimizzare la realtà dei fatti attraverso una campagna stampa prontamente e acriticamente rilanciata sui social commerciali da una schiera di utili idioti. Al contempo pure alcuni quotidiani pubblicano articoli atti a minimizzare l’emergenza.

 

In questa immagine i titoli di sinistra vanno dal 22 al 25 febbraio mentre quello di destra è del 27

 

Il numero dei contagi tuttavia aumenta e con due decreti in rapidissima successione, tra l’8 ed il 9 marzo il governo italiano dichiara l’intero paese zona rossa impedendo alla popolazione di uscire dalla propria regione di residenza ma permettendo ancora l’apertura dei negozi ed il lavoro nelle fabbriche. A seguito dell’annuncio diverse migliaia di persone si è allontanano dalla città, perlopiù per tornare nelle proprie regioni di origine (o verso seconde case, con enorme fastidio della gente del posto). Le stime più alte parlano di trenta o quarantamila persone. Queste partenze improvvise vengono narrate dai media con discreto allarme generando diverse polemiche.

 

Consigli utili soprattutto a diffondere il contagio

 

L’11 marzo il governo impone una nuova stretta con la chiusura di tutti i negozi tranne supermarket, banche, farmacie, edicole e poche altre tipologie ed il divieto per la popolazione di lasciare il proprio comune. Le forze di polizia applicano le disposizioni dandogli una lettura particolarmente restrittiva impedendo, di fatto, ogni tipo di attività all’aperto anche se solitaria e svolta in sicurezza. L’autoisolamento in casa, già attuato preventivamente da milioni di persone s’inaspriva rendendo di fatto illegale uscire dalla propria abitazione.

 

Non controlli sanitari ma solo di polizia

 

Tra polemiche, gogne social verso chi “non si attiene alla legge” e concessioni minimali, si assesta una applicazione del lockdown in cui il diritto ad una circolazione limitata è concesso non in base a criteri di sicurezza sanitaria ma in base al principio della “giusta motivazione”: andare a far la spesa al supermercato più vicino o a lavorare in fabbrica è concesso, passeggiare no. Nel frattempo vengono preparati alcuni ospedali provvisori. Le fabbriche tuttavia restano attive, pur costituendo i maggiori focolai.

 

 

Solo il 21 marzo vengono chiuse anche le fabbriche, fatta eccezione per quelle ritenute “essenziali” (tra cui l’industria bellica). Nel corso delle settimane successive diverse aziende riescono comunque ad ottenere il permesso di tornare a produrre e Confindustria preme affinché venga concessa una riapertura di quasi tutte le attività. Già nella seconda settimana di aprile, nonostante non vi sia alcun segno di un calo dei contagi, numerose fabbriche iniziano a riaprire, il governatore del Veneto Zaia dichiara che di fatto il 60% delle aziende della regione sono attive ed in tutt’Italia le aziende riaprono autocertificandosi come essenziali, spesso con motivazioni del tutto inconsistenti. Due terzi degli italiani, in un modo o nell’altro, continua a lavorare.

Questa è a grandissime linee la cronologia dell’imposizione del lockdown nel Belpaese fino a questo momento, da cui risulta particolarmente evidente il ruolo di primo piano che ha giocato il comparto economico nel remare contro l’applicazione delle misure sanitarie di contenimento, l’indecisione della politica e la schizofrenia con cui i media han trattato il tutto.

Chinese Lockdown

A termine di paragone è interessante osservare le tempistiche del lockdown a Wuhan, in quanto, pur tenendo in considerazione le differenze sociali/ambientali/politiche/economiche, il lockdown di Wuhan si differenzia da tutti gli altri per via della sua eccezionalità (trattandosi dell’epicentro del contagio) ed il modo in cui è stato applicato evidenzia differenze d’approccio molto forti rispetto ai lockdown occidentali, tra cui quello italiano.

Il 23 gennaio viene annunciato il divieto di uscire dalla città di Wuhan e che il trasporto pubblico sarebbe stato interrotto entro poche ore, causando un esodo di massa nelle ore antecedenti alla sua interruzione (si calcola che solamente via treno furono circa 300.000 le persone che abbandonarono Wuhan). Vengono chiuse anche le autostrade. Il giorno dopo le stesse imposizioni sono state applicate in comuni limitrofi. Si iniziano subito ad applicare le misure di contenimento (che vedremo meglio dopo). Il 13 febbraio vengono chiuse tutte le fabbriche non essenziali. Il 20 febbraio vengono chiuse anche le scuole. A partire dal 13 marzo, a scaglioni si inizia a permettere nuovamente lo spostamento all’interno dei comuni ed a riaprire alcune fabbriche. L’8 aprile termina il lockdown di Wuhan ma proseguono le norme di distanziamento fisico e sicurezza.

 

Checkpoint all’ingresso di un blocco residenziale di Wuhan

 

Le tempistiche rivelano con chiarezza come l’approccio cinese sia stato fin da subito più deciso e netto mentre quello italiano (e di molti altri paesi occidentali), ma il tutto risulta ancor più interessante osservando le caratteristiche applicative del contenimento di Wuhan, da cui si possono evincere le enormi differenze strutturali e organizzative e rispetto all’Italia Innanzitutto va osservato che le chiusure sono state fatte principalmente per comunità: paesi, villaggi, aree urbane son stati chiusi al contatto esterno imponendo spesso un unico accesso controllato con checkpoint, con livelli di rigidità proporzionali al livello di contagi all’interno della comunità stessa. La spesa nei mercati era permessa a giorni alterni. Per realizzare queste compartimentazioni fra zone molte strade sono state bloccate.

 

All’interno delle comunità isolate ci si è organizzati per offrire servizi all’interno della comunità in forme sicure.

 

Circa quarantamila medici da ogni zona del paese sono giunti rapidamente a Wuhan e nelle città limitrofe per dare manforte al personale locale ed evitare il collasso della struttura sanitaria locale. Allo stesso tempo sono stati realizzati in tempi rapidissimi due nuovi ospedali specifici per i pazienti più gravi e dieci ospedali temporanei all’interno di centri fieristici e sportivi per curare i pazienti meno gravi. I medici delle singole comunità hanno fatto materialmente il giro di ogni singola abitazione per verificare la presenza di sospetti malati, le situazioni a rischio, stabilire se imporre la quarantena alle persone che vivevano assieme a chi era stato ricoverato, decidere se ci fossero casi da monitorare ed effettuare tamponi mirati.

 

Le persone che si sospettava potessero esser state contagiate sono state sistemate in alloggi isolati (ad esempio in camere d’albergo) e tenute sotto osservazione per almeno due settimane

 

Oltre a questo sono stati istituiti centinaia di ricoveri temporanei per separare le persone a rischio e far trascorrere due settimane o più in quarantena (spesso in isolamento) e osservazione a chi era stato dimesso o fosse stato a contatto con persone contagiate. Il governo ha fornito cibo e servizi base alle persone in quarantena tramite l’esercito.

Ciò che ha caratterizzato il lockdown di Wuhan è stato innanzitutto un livello di compartimentazione estremamente capillare e metodico grazie ad un’organizzazione basata sul principio delle comunità, sull’utilizzo delle reti locali e utilizzando l’esercito in funzione delle esigenze del personale medico: se all’interno di un complesso abitativo vi era un contagiato, l’intero complesso poteva esser messo sotto quarantena impedendo ai suoi inquilini di uscire ma se dopo un certo lasso di tempo (minimo due settimane) veniva rilevato che i soli contagiati erano quelli di un determinato appartamento, le limitazioni ai residenti degli altri appartamenti potevano esser rivedute. All’interno di comunità prive di contagi la restrizione di movimento era applicata solo al di fuori dell’area della comunità stessa (quartiere, villaggio) ma non vi era necessariamente il divieto di uscire al di fuori di essa.

Non va però dimenticato che la gestione ha presentato tratti anche assai feroci, con esercito ed amministrazioni che han agito con estrema durezza per far applicare la quarantena, spesso imponendola, ad esempio minacciando di staccare la corrente a chi non collaborava.

E’dunque necessario un esercizio di separazione: il lockdown effettuato a Wuhan è stato indubbiamente gestito in maniera militarista e totalitaria e in questo può solo esser rifiutato, ma (qui la separazione) va osservato che il tutto è stato fatto ponendo al centro di ogni ragionamento le esigenze mediche.

Niente distribuzioni di pseudo-mascherine nè aperture furbette di fabbriche o mancati lockdown a causa delle pressioni dell’industria locale.

Altro aspetto Interessante è che l’utilizzo di tecnologie di tracciamento pare esser stato decisamente molto meno utile e centrale rispetto a quanto vien riportato dai grandi media occidentali; piuttosto sembra esser stata usata soprattutto per intimidire la popolazione facendole percepire la presenza costante dello sguardo delle forze di controllo sui propri movimenti attraverdo app di tracciamento e micacciosissimi droni con altoparlante.

Stendere il virus con multa e manganello

In Italia il lockdown si è imposto come un divieto generalizzato di effettuare qualsiasi attività “non giustificata” all’aperto e nell’esperienza comune di ogni cittadino il rapporto con il governo non comprende medici che vengono a verificare la situazione casa per casa né membri dell’esercito agli ordini dei medici ma solamente forze dell’ordine che controllano che chi sia in giro abbia una “giusta motivazione”. Questo perchè qui s’è imposto il puro e semplice #RestiamoInCasa generalizzato (anche se, come altri han notato, #RestiamoDistanziati, #MinimoDueMetri o altre formule del genere sarebbero certamente state più oneste, utili e sane) per compensare l’incapacità di concepire una gestione più ragionata dell’emergenza.

La forma con cui sono state applicate le restrizioni in Italia è tra l’altro anche un segno tangibile della sproporzione tra spesa militare e spesa sanitaria del paese: non è un caso se militarizzare le strade sia risultato più semplice che attuare protocolli sanitari d’emergenza sul territorio perché notoriamente l’Italia investe più nell’esercito e nelle forze di polizia (vedi anche qui e qui) che sulla salute della popolazione. L’Italia è pure il paese europeo col maggior numero di effettivi nelle forze di polizia, dato che risulta ancor più impressionante se rapportato al numero di abitanti ed alla superficie del territorio.

Al contrario, se si osserva il rapporto tra PIL e spesa sanitaria si osserva subito che sono diversi i paesi che, in proporzione, investono più dell’Italia nel servizio sanitario, ad esempio, tra questi: Moldavia, Lesotho, Ruanda, Serbia, Kiribati, Palau, Uganda, Costa Rica, Haiti.

Anche riguardo all’istruzione la situazione è simile e si rileva che l’Italia è tra gli ultimi paesi in Europa per spesa nell’istruzione eanche a livello internazionale non siamo messi bene (superati ad esempio da Benin, Malawi, Afghanistan, Mongolia e Sierra Leone). Cuba, per esempio, investe oltre tre volte più dell’Italia nell’Istruzione. Non è un casoi se ci mandano i medici, ecco.

Non stupisce dunque che diversi gli indicatori riportino un drammatico calo delle capacità degli studenti italiani. Non è un caso, dunque, se scarseggiano medici ed infermieri ma le forze dell’ordine non mancano mai.

Giusto per fare un esempio sulle differenze di spesa, non è mancato chi ha fatto notare che i soldi impiegati per acquistare un solo F-35 sarebbero stati meglio investiti nella realizzazione di 1350 posti letto per cura intensiva.

 

Non importa solo quanto spendi, ma anche il come

Insomma, in un paese con grandi apparati militari e polizieschi ma apparati sanitari e scolastici sottodimensionati era tristemente prevedibile che la gestione di un’emergenza sanitaria in Italia sarebbe stata trattata soprattutto come un generico problema poliziesco.

Va osservato che questo forte sbilanciamento a favore degli apparati di controllo influisce su diversi piani e moltissimo anche a livello culturale: quando le amministrazioni locali hanno iniziato a capire che la questione del virus fosse un problema serio, queste, anche se in maniera spesso pasticciata, vi si sono approcciate pensandolo proprio in ottica poliziesca, partorendo difatti ordinanze e divieti che non avevano alcun senso dal punto di vista sanitario e che han toccato solo e soltanto quelle forme di assembramento tipicamente più soggette all’intervento poliziesco (manifestazioni, scioperi, eventi di piazza, scuole, centri sociali) senza toccare le forme di assembramento che riguardavano i luoghi destinati a produzione, commercio e tradizione (centri commerciali, fabbriche, chiese, case di riposo). Solo successivamente a queste disposizioni poliziesche hanno iniziato a fornire informazioni sanitarie basate più o meno su indicazioni mediche.

Anziché un problema sanitario gestito con l’ausilio della forze di polizia, il lockdown italiano é stato caratterizzato fin da subito come un problema di polizia motivato da questioni sanitarie. Una differenza non da poco.

 

 

Il virus circola, la polizia vuole #TuttiAlChiuso

Il risultato si è tradotto nell’affermazione di una serie di attività di controllo (di dubbia costituzionalità) sulla popolazione che non hanno alcuna giustificazione di tipo sanitario e che colpiscono persone intente in attività che in nessun modo potrebbero essere ritenute veicoli di contagio. Attività di controllo subito fatte proprie dal circuito mediatico-politico, felicissimo di potersi affrancare dalle proprie responsabilità e scaricare le colpe su anonimi signor nessuno. Ecco che, fin da subito, media e politica hanno alimentato una caccia all’untore dai tratti paradossali.

 

9 aprile 2020: sulla spiaggia di Pescara, un finanziare rincorre un temibile “untore” rossovestito in una spiaggia deserta. Nessun pericolo di contagio, è chiaro, ma é vietato… perchè è vietato (VIDEO)

Dall’imposizione del lockdown si son iniziate ad attaccare mediaticamente e sui social persone a passeggio da sole in luoghi isolati e senza la benché minima possibilità di contatto con altre; si sono inaugurate le cacce al runner anche con pestaggio e tramite droni a scansione termica; a coppie che vivono assieme è stato intimato di non tenersi mano nella mano; si son contestate le persone che han fatto spese poco sostanziose perché ciò comporta un ritorno frequente al supermercato (ma s’è pure contestato chi faceva spese troppo grosse perché toglieva il cibo di bocca d’altri); son state lanciate accuse di assembramento a tre-quattro persone che si recavano al lavoro a piedi stando a due metri di distanza l’una dall’altra.

 

Tamponi no, visite mediche no, controlli dei casi sospetti no, ma… controllo della popolazione coi droni si, quello sì  LINK

 

In questa caccia all’untore il circuito media-politica-social si è dimostrato particolarmente stretto, alimentandosi a vicenda nel mantenere al centro del discorso l’azione di controllo poliziesca: persone allarmate dai media han espresso allarmi sui social che sono stati amplificati dai media ed han indirizzato le decisioni politiche; l’interpretazione eccessivamente restrittiva da parte delle forze di polizia plaudita da utenti reazionari sancendone mediaticamente la validità

 

Il governatore della Toscana emette ordinanze non in base a dati reali nè in base a pareri medici ma per via di articoli di giornale (che in molti casi han solo preso ed amplificato delle gogne da social) LINK

 

Il circuito è tanto stretto da render difficile osservarlo separando nettamente i confini tra i suoi componenti: la denuncia di un tizio che ha acquistato delle bottiglie di vino (bene ritenuto non indispensabile e quindi privo di “giusta motivazione”) diviene subito notizia ricevendo risalto dalla gogna social, influendo sull’interpretazione delle restrizioni da parte delle forze di polizia che a quel punto si sentono autorizzate a riprendere i cittadini per cosa hanno acquistato.

Schizofrenia mediatica

Alcune giravolte mediatiche viste in queste settimane sono state non da poco. Non solo il passaggio repentino dal panico allo “stiamo calmi” di fine febbraio: fin dai primi giorni di lockdown son circolate un gran numero di foto che ritraevano città spettrali e deserte ma poi, per un certo numero di giorni, sui media son comparse strane immagini di strade affollatissime di gente tutta ammassata. Su queste immagini torneremo più avanti ma qui, ciò che importa, è osservare la contradditorietà delle informazioni passate dai media mainstream.

10 marzo 2020. Repubblica pubblica video di una Roma deserta e spettrale LINK

Altro esempio: all’inizio i media han insistito sulle foto di scaffali dei supermercati vuoti ma poi queste immagini son cessate di colpo, probabilmente per non generare situazioni di panico oppure perché era molto facile osservare che queste immagini erano state realizzate tutte all’orario di chiusura e solo in alcuni supermercati di grandi centri urbani in cui erano effettivamente state fatte delle spese molto consistenti, ma non si erano certo verificati assalti al supermercato nè risse (tranne in un unico caso, prontamente mediatizzato). Nell’esperienza comune chiunque ha sempre potuto osservare che i supermercati han continuato ad essere sempre riforniti (fatta forse eccezione per farina e lievito, cosa che ha generato una certa ilarità su un paese che si dedica alla panificazione).

 

21 marzo 2020: Repubblica pubblica un video di una Napoli spettrale e deserta molto simile alla Roma mostrata pochi giorni prima, solo che qui la telecamera si concentra sulle poche persone in strada per “dimostrare” che c’è troppa gente in giro LINK

Nei primi tempi, insomma, i grandi media ancora impreparati sul come trattare questa situazione, hanno fornito molte immagini e informazioni contraddittorie. Nell’arco di qualche settimana la narrazione è andata delineandosi, pur non rinunciando mai ad altalenare tra allarme e rassicurazione e riproponendo a volte alcune formule prima scartate: a inizio marzo gli appelli di Confindustria a far finta di niente son stati smorzati a favore delle direttive governative che hanno confermato ed inasprito le restrizioni poliziesche del lockdown su scala nazionale, per poi ripresentarsi pian piano in forme meno evidenti, puntando sul “buonsenso” e sul bisogno di “salvare l’economia”, insistendo sulla riapertura delle fabbriche.

Sicurezza sanitaria o giusta motivazione?

Dunque, ricapitolando: nelle prime ordinanze emesse dai governi locali i principi alla base delle restrizioni non erano di tipo sanitario ma erano grossolanamente tesi ad evitare gli assembramenti ritenuti non indispensabili. Sono state chiuse scuole ed istituti sportivi, vietate sagre, manifestazioni e scioperi. Al tempo stesso però sono state mantenuti aperte fabbriche e centri commerciali, non si è provveduto a trovare una soluzione al pericoloso sovraffollamento delle carceri (dando vita a proteste mai viste prima in questa proporzione) nè di altre situazioni a rischio come i campi rom ed in alcuni casi addirittura si è provveduto a ridurre il numero di corse dei mezzi pubblici impedendo alle persone obbligate ad andare al lavoro per la mancata chiusura delle fabbriche di poter mantenere le distanze di sicurezza.

Contenimento pandemia alla cinese: verifiche sanitarie

Lo stesso concetto di zonizzazione è stato inteso ed imposto fin da subito come una rigida chiusura generale effettuata senza tener conto delle singole realtà né della letteratura scientifica che evidenzia come una mobilità controllata da regioni con forte diffusione del contagio, se gestita da personale sanitario con quarantene mirate, osservazione da parte di personale medico e ponendo livelli di isolamento differenziati (come nel modello del lockdown di Wuhan), controintuitivamente permette di ridurre il carico sui sistemi sanitari della regione in difficoltà. Una forma di monitoraggio e contenimento, insomma, avrebbe contribuito ad alleggerire il sovraccarico sull’inefficiente sistema sanitario lombardo ora al collasso.

Contenimento pandemia all’italiana: controllo autocertificazioni

Una volta passati dalle regioni “zona rossa” al lockdown nazionale non si è fatto altro che inasprire i principi di natura poliziesca delle ordinanze regionali riassumendole nel principio della “giusta motivazione” limitando la mobilità all’interno del proprio comune*. E’la motivazione, dunque, ad aver valenza prioritaria nell’Italian Lockdown. La sicurezza sanitaria vien dopo.

[* Più o meno: poichè nei fatti chi si rifornisce in supermercato/negozio/edicola che non sia quello più vicino alla propria residenza viene contestato]

Avendola impostata solo in questi termini (giustificato/non giustificato ossia legale/illegale), la questione delle restrizioni viene immediatamente caratterizzata da un frame discorsivo deviante perchè impostato sulla legalità e non su principi scientifici, che porta, appunto, a giustificare la prosecuzione del lavoro in condizioni di totale insicurezza per attività ritenute “indispensabili”, giustificare il divieto di sciopero degli operai preoccupati per la propria salute e al tempo stesso ad additare come untore chi scende un attimo al parco per fumarsi una sigaretta in solitudine.

Porre l’accento sulla legalità non fa che spostare sia il piano discorsivo che quello attuativo dal problema reale ad una sua ridicola rappresentazione burocratico-legalitaria che criminalizza comportamenti che non sono di alcun rischio mentre ne giustifica altri, pericolosissimi.

E’evidente che in quest’emergenza i concetti di “legale” e “illegale” sono particolarmente disgiunti da quelli di giusto o sbagliato.

Agli osservatori più attenti non può sfuggire il fatto che tale tipo di meccanismo è sostanzialmente una versione estremamente amplificata di quello in atto nell’ideologia del decoro secondo il quale non si caccia il senzatetto steso sulla panchina perché stia facendo qualcosa di male ma semplicemente perché “non ci si può stendere sulle panchine”, in base alla presunzione ideologica che il senzatetto che veste male e si stende sulle panchine sia indecoroso e dunque pericoloso (un uomo in giacca e cravatta steso sulla panchina non genererebbe la stessa reazione), motivo per cui viene vietato a tutti di stendersi sulle panchine (anche all’uomo in giacca e cravatta).

 

Dunque una presunzione di pericolosità (contagiosità) stabilita non in base a criteri sanitari ma per legge. Un tizio che volesse sfuggire la monotonia del confinamento facendosi semplicemente un giro in bici con guanti e mascherina nelle campagne del proprio comune senza mai scendere dal proprio mezzo nè avvicinarsi a nessuno non corre alcun rischio di contagiarsi né di contagiare nessuno, ma se gira senza “giusta motivazione” per legge si presume preventivamente possa forse diventare un potenziale rischio.

La chiusura degli ambienti chiusi ad alta capienza, l’obbligo di mantenere le distanze, quello di indossare i dispositivi di protezione in determinate situazioni (spesa al supermercato), così come un certo grado di limitazione degli spostamenti nelle aree ad alto rischio, sono restrizioni giustificabili con la necessità di limitare la trasmissione del contagio entro livelli gestibili, ma è ben più difficile trovare giustificazione per restrizioni che contraddicono le stesse linee guida di sicurezza: che senso ha denunciare una persona che se ne cammina da sola, senza entrare in contatto con nessuno, quando le indicazioni dell’OMS dicono chiaramente che mantenendo la distanza minima di un metro con le altre persone le possibilità di contagio sono praticamente nulle? Altresì non ha alcuna motivazione medica l’imporre di mantenere tale distanza in pubblico a due persone che coabitano.

Estremizzando, se si uscisse di casa indossando una tuta hazmat disinfettata seguendo tutte le prassi anticontagio applicate nei laboratori di virologia per andare a fare due passi in un parco completamente deserto si rischierebbe una denuncia mentre, al contrario, se si uscisse senza alcuna accortezza per andare a lavorare al chiuso a strettissimo contatto con altre venti persone non ci sarebbe alcun problema perché è la motivazione che conta, non il rispetto delle misure di sicurezza.

Passeggiare è comunque vietato. Anche se in totale sicurezza.

Se prevenzione ci dev’essere, quella in atto in questa forma è prevenzione di cosa?

Non sfugge un altro parallelismo: quello con le paranoie antiterroristiche. Parallelismo che torna spesso nei commenti social e nell’atteggiamento di forze di polizia e certi amministratori che additano a “terroristi” i presunti untori. A quasi vent’anni dagli attentati dell’11 settembre le norme antiterrorismo e le operazioni come “strade sicure” più che produrre vere azioni antiterrorismo hanno soprattutto aumentato il livello d’insicurezza percepita, comportato diverse morti per suicidio tra i membri dell’esercito ed espulso numerose persone dall’Italia in via preventiva e con motivazioni non sempre solide.

 

 

Tuttavia sono pratiche ancora attive, normalizzate nel nostro quotidiano che ha assimilato il concetto di lotta al terrorismo permanente. Allo stesso modo, quante delle pratiche messe in moto nel lockdown rimarranno anche dopo la sua conclusione contraddistinguendo i prossimi vent’anni da come quelli della “prevenzione permanente”?

Poichè, come visto, le prassi in atto sono solo secondariamente basate sulla prevenzione del contagio, vien naturale chiedersi cosa si vorrà davvero prevenire nei prossimi anni. Soprattutto vien da chiedersi che scenari potrebbe elaborare una mente reazionaria dopo aver visto quanto è stato facile confinare l’intera popolazione mondiale nelle proprie celle.

Italiani incontrollabili?

Uno dei mantra con cui viene giustificata la durezza delle restrizioni dell’Italian Lockdown è “se lo facessero tutti…” Mantra solitamente riportato così, senza aggiungere altro dopo i puntini di sospensione, suggerendo la presenza di un nesso logico tra una causa nota e… non si sa bene cosa, lasciando che tale vuoto venga riempito dalla fantasia di chi ascolta.

“Non posso neanche passeggiare in sicurezza tenendomi a distanza da tutti rispettando appieno le prassi anticontagio?”

“Certo che no! Se lo facessero tutti…”

“In effetti: che potrebbe succedere se le persone che rispettano distanze di sicurezza e prassi anticontagio andassero tutte a passeggio?”

-silenzio-

Il punto è che questo quesito non va fatto. Non va nemmeno preso in considerazione. Vien dato per scontato a prescindere che non sia possibile applicarlo: l’idea stessa che la maggior parte delle persone possa rispettare delle prassi sociali sanitarie come tenersi ad un paio di metri di distanza, lavarsi le mani con frequenza ed imparare ad usare i dispositivi di sicurezza nel modo corretto viene rifiutato a prescindere.

 

Ordinatissime fila… di “indisciplinati”?

 

Presa di posizione che appare alquanto ridicola considerando che per esperienza comune in questi giorni nei supermercati e per strada si sta tutti distanziati, da ogni parte c’è gente che ti richiama e ti filma se anche solo sospetta tu sia in giro senza “giusta motivazione” o troppo vicino alla tua compagna, insomma: la realtà è che siamo tutti sufficientemente allarmati e che la stragrande maggioranza delle persone si attiene alle prassi di distanziamento fisico.

Anche osservando le realtà straniere appare evidente che gli italiani non risultano essere meno più o meno diligenti rispetto al resto del mondo. Piuttosto quel che si evince è che riguardo al virus “tutto il mondo è paese” ancor più del solito: in ogni parte del globo la gente si attiene spontaneamente a prassi anticontagio ed ovunque c’è solamente una frazione meno che infinitesimale di persone che non lo fanno; frazione che per via dei media sembra molti più sostanziosa di quanto sia in realtà.

Va però ricordato che molti atteggiamenti che in Italia non sono tollerati nella maggior parte dei paesi invece lo sono (come allenarsi, andare in giro in due, ecc.) col risultato che da noi potrebbero risultare più “furbetti” proprio a causa della presenza di norme più restrittive. E’un primo caso di profezia autoavverante: siccome si teme vi siano tanti “furbetti” si creano norme restrittive esagerate che per forza di cose tante persone non potranno rispettare e quindi le tante multe/denunce emesse “dimostreranno” che effettivamente c’è tanta gente incivile.

L’idea alla base dei principi polizieschi che caratterizzano l’applicazione del lockdown in Italia, é difatti proprio l’idea che la popolazione italiana sia composta perlopiù da scellerati menefreghisti inaffidabili da cui non ci si può aspettare alcuna collaborazione*.

[*ironico osservare che si tratta di un non-detto presente soprattutto in chi si riempie la bocca di motti patriottardi ed elogi allo spirito italico, che al tempo stesso sono gli stessi che invocano con più enfasi la diffusione delle armi in stile americano, pene corporali per i detenuti e l’instaurazione di regimi di polizia, a dimostrazione di quanto essi stessi siano coloro che meno si fidano di quei compatrioti che decantano]

 

Vittimista puccioso

 

Ciò non suona affatto nuovo, essendo una autorappresentazione radicatissima della mentalità nazionale e basata sui principi del vittimismo e del familismo amorale che, immancabilmente, portano a percepire l’altro essenzialmente come un potenziale approfittatore, un “furbo” incapace di curarsi del bene comune.

 

Il melodrammatico vittimismo del Canto degli italiani (“Noi siamo da secoli calpesti, derisi”) è un esempio abbastanza eclatante di quanto tale atteggiamento mentale sia tra i caratteri fondanti della mentalità del Belpaese

 

Rappresentazione dell’altro che ha come diretta conseguenza quella di giustificare la propria furbizia approfittatrice a favore dei propri interessi, intendendola come mezzo necessario di autodifesa dagli altri che si comporterebbero così -per primi-.

 

“Non sono un ladro ma devo rubare perché son tutti gli altri ad esser ladri”

 

Questa autorappresentazione giustificazionista è pure connessa al falso mito degli “italiani brava gente”, nato per celare nefandezze che in nessun modo potrebbero rientrare nell’idea vittimista degli italiani che possono fare del male solo per autodifesa.

Autorappresentazione dunque talmente radicata nella mentalità nazionale da esser presente ovunque e venir quindi cooptata anche dal circuito media-politica-social che le incoraggia ed alimenta, facendone però un uso mirato. Se in alcuni casi l’applicazione di questa mentalità viene giustificata, in altri, invece, viene condannata.

In queste settimane questa autorappresentazione è tornata nuovamente utile per distogliere le attenzioni dalle responsabilità politiche di chi ha gestito in maniera tanto pessima il contenimento del contagio.

Il topos dei “soliti furbetti” risulta particolarmente utile per non muovere accuse verso chi ha davvero grosse responsabilitò

 

Confindustria ed il mondo politico responsabile della malagestione dell’emergenza, dopo un primo momento di confusione, dall’imposizione del lockdown hanno iniziato ad indirizzare i propri canali mediatici sul tasto degli anonimi untori, spostando la colpevolizzazione su persone da etichettare come “furbetti”.

Gli untori solitari

Complice il teatrino delle ordinanze succedutesi in ordine rapidissimo e le indicazioni spesso assai vaghe che han lasciato libertà di interpretazione alle forze di polizia le quali spesso le han applicate in modo assai restrittivo, nel corso delle ultime settimane abbiam visto succedersi su media e social una vera e propria giostra di personaggi topici su cui scagliare l’accusa di esser untori: i runner, quelli che portano in giro i cani, quelli che non vanno a fare la spesa al supermercato più vicino, quelli che fanno spese da pochi euro solo per uscire, quelli senza mascherina, quelli che passeggiano per ore, quelli con la casa in montagna. Inutile far notare che nessuna delle figure qui elencate sia intrinsecamente un vettore di contagio ed altrettanto inutile far notare che i focolai sono principalmente fabbriche, ospedali, prigioni e case di riposo.

L’acquisto di tre bottiglie di vino porta a una denuncia. L’acquisto di farina per fare sculture di pasta invece? LINK

 

Il circo di bizzarri untori è stato rapidamente preso di mira dalla gogna social la quale al contempo non ha potuto fare a meno di cogliere l’ironica assurdità insita in questa rappresentazione secondo cui il Mario Rossi che attraversava mezza città per andare al lavoro era a posto mentre quello che si faceva una passeggiata per i fatti suoi era un untore, generando una caterva di battute e meme.

 

Alla periferia di una Faenza spettrale, giocare a tennis anche se tra coinquilini non è ammesso LINK

 

Gli untori di massa

La demonizzazione degli untori solitari è stata però utile a rafforzare l’accusa più generica e allargata che ci fosse “ancora troppa gente in giro”. Dall’applicazione del lockdown TG e giornali per un certo periodo hanno dipinto il paese come percorso da una sorta di festa in strada permanente con migliaia di persone accalcate che se ne fregavano delle disposizioni.

 

La popolazione si è adattata subito al rispetto delle distanze di sicurezza

C’era solo un piccolo problema: a tutti gli effetti, in giro, non si vedeva quasi nessuno. I giornali hanno pubblicizzato con grande enfasi le cifre ufficiali di controlli effettuati e denunce emesse descrivendoli come numeri abnormi, solo che, a ben vedere, quegli stessi numeri rivelavano una situazione molto diversa. A fine marzo difatti veniva sbandierata la strabiliante cifra di “novantaseimila denunciati” che, a ben vedere, rappresenta lo 0,15% della popolazione. Sostanzialmente si tratta di una percentuale fisiologica all’interno della quale solo una sotto-frazione ancor minore teneva comportamenti effettivamente a rischio contagio. Ben poca cosa, considerando che l’Italia conta sessanta milioni e mezzo di abitanti.

 

L’esperienza di chiunque è quella di città spettrali

Il fatto che media e social al tempo stesso mostrassero città vuote, file ordinate e queste notizie su masse di disobbedienti non ha fatto altro che alimentare ulteriormente il tasso di schizofrenia informativa e portare, immancabilmente, a far radicare nell’opinione pubblica l’ipotesi peggiore. Strade deserte ma al tempo stesso assembrate, gente ordinata e rispettosa ma al contempo “furbetta”: nel dubbio meglio pensar male.

Al netto di grandi media e social commerciali, la realtà osservata tra esperienza personale, testimonianze dirette di conoscenti sparsi sull’intero territorio e analisi dei dati su controlli e denunce emesse dipinge in realtà una popolazione preoccupata che si attiene stoicamente ai mantra sullo #StareACasa e sull’ #IndossareLaMascherina minimizzando ogni attività all’aperto e mettendo alla gogna chi, anche solo apparentemente, non fa altrettanto.

 

La caccia all’untore è stata imposta come elemento principale su cui far riversare rabbia e risentimento

 

Ma quindi, se sia le esperienze dirette che i dati ufficiali delle forze di polizia fotografano una situazione in cui praticamente non v’è nessuno in giro, da dove saltano fuori questi fantomatici assembramenti di untori, questa “troppa gente in giro” denunciata dai grandi media e dai social network?

Per capirlo è necessario ricordare che comunque una minima quantità di persone in giro c’è sempre: chi va a fare la spesa, a comprar le sigarette, giornali o quant’altro, chi va a lavorare e chi va portare a spasso il cane. Sono queste le persone accusate di fare assembramenti: persone che nella gran maggioranza dei casi sono in giro per “giusta motivazione”. In sostanza siamo noi stessi.

Quando la legge si fa dura, rabbia e frustrazione fanno il delatore

 

Le pochissime testimonianze dirette su “troppa gente in giro” provengono perlopiù da accuse via social di utenti che evidentemente prendono per oro colato gli allarmi lanciati sui canali mainstream ove la realtà è dipinta come si è visto. Questi utenti dunque vedono “assembramenti” in banali gruppetti di 3-4 persone che camminano distanziate tra loro, in famiglie che mangiano sul balcone, o migranti che vivono assieme seduti sull’uscio di casa. Tutte persone che questi utenti riprendono dalla finestra di casa postandone le foto sui social con commenti indignati. Il tutto senza nessuna attenzione alla privacy e generando anche situazioni drammatiche  e che ha portato forze di polizia e quotidiani a chiedere di smetterla di inviare segnalazioni inutili e dannose.

Le pratiche della delazione, dello sfogo indignato sui social e dell’attacco verso il vicinato, esattamente come il lockdown su base della “giusta motivazione”, solo apparentemente sono basate sul problema del contagio: attaccare il corridore solitario in realtà ha più a che fare con un meccanismo del tipo “se io non lo faccio non devi farlo nemmeno tu” giustificato su base legale.

 

Una delle tante foto postate sui social da “sceriffi da balcone” accompagnate da commenti velenosissimi su questo “assembramento” che in realtà mostra delle persone che camminano mantenendosi a regolare distanza fra loro

 

Sembra, insomma, di essere di fronte a quelle fotografie sfocate ritraenti macchie e riflessi in cui i rispettivi autori vedono invece la prova dell’esistenza degli UFO.  In questo caso la sfocatura non è nell’immagine ma solo nella testa di chi, anzichè osservare per davvero. vi vede solo quel che vuol vedere.

 

Altra foto postata da “sceriffi da balcone” e postata sui social. L’assembramento, anche qui, è solo nella testa di chi ha scattato la foto

 

Ennesimo “assembramento” denunciato sui social che in realtà mostra persone che camminano distanziate

Ma tra le numerose foto ne sono però apparse anche alcune in cui non vediamo poche persone che se ne stanno ben distanziate o in fila, bensì orde di gente ammassata in strette stradine. Si tratta di strane foto iniziate ad apparire tra fine marzo ed inizio aprile. Foto strane, perchè non mostrano assembramenti ma dei #Teleassembramenti.

I Teleassembramenti

Una grandissima parte delle persone non ha alcuna dimestichezza con le basi della fotografia, il che sotto certi aspetti è un po buffo, data l’estrema importanza e diffusione nella cultura e nelle società moderne di questa tecnologia con cui si ha a che fare da oltre un secolo e mezzo. Nel corso della nostra vita difatti vediamo milioni e milioni di immagini fotografiche e migliaia di ore tra film, Tv e riprese video eppure ignoriamo completamente le caratteristiche base dell’immagine fotografica (NB: non si parla necessariamente di tecnica ma banalmente della lettura dell’immagine fotografica). E’un po come se fossimo navigatori che non ne capiscono niente di barche, insomma.

Per imparare a leggere le immagini di teleassembramenti, quindi, è necessario riassumere brevemente un paio di principi base di fotografia, cominciando dalle caratteristiche delle immagini riprese con teleobiettivo.

Teleobiettivo

Gli obiettivi fotografici sono apparecchi che “vedono” in maniera diversa rispetto all’occhio umano e quindi ognuno di essi “altera” ciò che riprende in un proprio modo specifico.

Il teleobiettivo (o “obiettivo a focale lunga”) è un tipo di obiettivo usato per riprendere soggetti molto distanti. Più questi sono distanti e più il teleobiettivo li ingrandisce e ciò modifica fortemente la percezione delle distanze tra gli oggetti che stanno davanti da quelli che stanno dietro, appiattendole (iu termini tecnici si parla di “profondità di campo”). Lo stesso effetto può essere ottenuto anche con l’uso di zoom ottici.

Alcuni esempi di un soggetto ripreso con obiettivi differenti. Maggiore è la focale usata (espressa in mm) e più lo sfondo risulta vicino e piatto

 

Si noti come nella foto con la focale maggiore (200mm) gli oggetti sullo sfondo appaiano molto più grandi e vicini rispetto alle foto con focali inferiori

 

Le ipotesi sono due: o si tratta di immagini scattate con teleobiettivo o la luna in realtà è tanto vicina da poterla toccare

 

L’effetto finale è abbastanza noto agli appassionati di sport: è osservabile ad esempio nelle moviole di calcio quando si osserva che in alcune riprese con teleobiettivo due calciatori sembrano praticamente toccarsi mentre la stessa scena ripresa con un diverso obiettivo o da una differente angolazione rivela che invece stavano a diversi metri di distanza.

 

In un’immagine bidimensionale, osservare le linee prospettiche è indispensabile per comprendere la profondità di campo e tentar di capire le distanze reali

 

L’uso dell’angolazione difatti è il secondo principio da tenere a mente e di questo possiamo fare esperienza anche ad occhio nudo: se si mettono in fila degli oggetti ad una certa distanza l’uno dall’altro e si osservano di lato o dall’alto li si vedrebbe uno accanto all’altro capendo perfettamente la distanza a cui si trovano, ma se invece li si osservasse da una posizione più frontale, questi apparirebbero uno dietro l’altro e si avrebbe una certa difficoltà a capire le distanze.

Per meglio comprendere la cosa è possibile osservarne gli effetti in questa serie di foto realizzate da Naivespeaker:

 

FOTO 1: una fila di pupazzi posti a distanza regolare. Fotografati di lato e dall’alto le distanze appaiono chiare

 

FOTO 2: Sempre dall’alto ma da una diversa angolazione si può osservare che i pupazzi più lontani appaiono decisamente più ravvicinati tra loro rispetto a quelli più vicini Eppure sappiamo che le distanze sono uguali

 

FOTO 3: Un dettaglio zoommato della foto precedente. Mostra solo i pupazzi più lontani. Sembrano quasi toccarsi

 

 

 

FOTO 4: Con la giusta combinazione di angolazione ed obiettivo (o zoom) i pupazzi sembrano schiacciati l’uno sull’altro senza alcuna distanza tra loro. Una fila lunga due metri qui pare compressa in venti centimetri. Eccolo il teleassembramento

 

Un’immagine di “assembramento” girata sui social. La rassomiglianza con la foto precedente è particolarmente evidente)

 

Ricapitolando: riprese con focale lunga e tipo di angolatura dei soggetti ripresi contribuiscono ad alterare la percezione delle distanze, appiattendole.

Ebbene, gli “assembramenti” mostrati su giornali, social e TG che cos’hanno in comune tra loro? L’essere tutti ripresi con teleobiettivo o zoom ed usare angolazioni frontali. Dei #teleassembramenti appunto: assembramenti creati col teleobiettivo (Qui un video che mostra chiaramente come si “costruisce” un teleassembramento)

 

Uno dei tanti #teleassembramenti denunciati dai giornali. L’effetto “schiacciamento” è particolarmente evidente e tutte le persone presenti in una via di diverse decine, se non centinaia di metri, appaiono come fossero vicinissime

 

In pratica quelle che vengono riprese sono delle persone che si trovano in uno stesso luogo, preferibilmente stretto e lungo (come una via dritta o una fila di bancarelle del mercato) e che camminano stando ad uno, due, tre, dieci metri di distanza tra loro ma poiché vengono riprese da lontano con un teleobiettivo e con un’angolatura specifica, sembra che queste stiano a pochi centimetri di distanza gli uni dagli altri, ammassati come sardine.

 

Lo stesso effetto visto con i pupazzi in fila, qui si ripete tale e quale ma poichè in questi casi la gente non è disposta in file regolari, l’effetto finale è quello di un ammasso ancor più consistente. É come se avessimo più file affiancate che, fotografate come s’è detto, appaiono come un muro fatto di persone

 

Su La Repubblica viene mostrata questa foto per dimostrare l’affollamento nella zona del Quadrilatero a Bologna

 

La stessa via, ripresa dall’alto, mostra che in realtà le persone si distanziano spontaneamente tra loro

 

Sui social, la gente che risiede nelle zone fotografate ha immancabilmente fatto notare che qualcosa non andava in quelle immagini di teleassembramento, producendo documentazione fotografica alternativa che mostrava realtà ben più in linea con l’esperienza comune, ossia poca gente in giro sempre ben distanziata.

 

Un breve filmato che mostra persone sui Navigli di Milano è stato quello maggiormente citato sui social a dimostrazione che c’è #TroppaGenteInGiro. Anche qui, in realtà, un banalissimo schiacciamento da teleobiettivo

 

Sono stati mostrati anche alcuni teleassembramenti video, ad esempio a Napoli ed a Milano. Il filmato di Milano, in particolare, è stato quello che più di tutti ha contribuito a diffondere e consolidare l’idea che le strade italiane fossero cortissime e piene di gente che se ne fregava delle distanze di sicurezza.

 

Anche qui banale schiacciamento da teleobiettivo

 

Mercati e strade commerciali sono le ambientazioni preferite da chi realizza teleassembramenti fotografici perchè abbinano una certa quantità di gente in ambienti lunghi e stretti, perfetti per massimizzare l’effetto schiacciamento dei teleobiettivi.

 

Sia Repubblica che l’Huffington Post han pubblicato foto e video di una Napoli affollatissima, sempre con teleobiettivo in vie lunghe e strette

 

Le caratteristiche dei teleassembramenti si ripetono costantemente: una volta imparato a distinguere le immagini realizzate con teleobiettivo ed a “leggere” l’alterazione delle distanze queste appaiono immediatamente visibili e la continua ricorrenza a mercati e vie molto lunghe non fanno che riconfermare il tutto.

 

Verificare le effettive misure dei luoghi in cui sono stati ritratti teleassembramenti dimostra in modo definitivo l’inconsistenza degli stessi

 

 

Oltre i teleassembramenti

La stagione dei teleassembramenti é durata ben pochi giorni, giusto quel tanto perché il concetto che c’è #TroppaGenteInGiro si diffondesse e radicasse a sufficienza. Fin da subito difatti sono circolate controprove da parte di chi abita nei luoghi fotografati e polemiche locali, come nel caso del teleassembramento di Sestri in Liguria. Cittadinanza locale che non ci sta ad esser presa in giro ed amministrazioni comunali che non voglion esser tacciate di inefficienza han contribuito a far smorzare l’uso di teleassembramenti sui media commerciali ma ciononostante, una volta diffuso il concetto, nei giorni successivi è stato sufficiente pubblicare articoli in cui il teleassembramento veniva dichiarato ma non mostrato, anche se spesso ciò ha portato ad esiti abbastanza ridicoli: articoli e servizi TG che dovevano comunque mostrare delle immagini hanno denunciato la presenza di #TroppaGenteInGiro mostrando foto di strade deserte in cui l’unica presenza era quella della polizia o uno sparuto numero di persone.

 

 

Così tanta gente in gir… si vedono solo due poliziotti!

 

…ancora poliziotti

 

Troppa gente in giro: una giornalista e dei piccioni…

 

 

L’ennesimo cortocircuito si è poi verificato tra la prima e seconda settimana di aprile con la riapertura di diverse aziende che ha portato ad un aumento di persone in giro per “giusta motivazione” prontamente denunciata come un criminoso aumento di “furbetti” anche da quelle stesse persone che hanno invocato la riapertura delle attività produttive.

Una volta consolidato il refain, la macchina ha potuto proseguire per inerzia. Oggi è sufficiente una notizia su una singola persona che se ne stava in giro senza “giustificato motivo” per riavvivare la gogna social e riconfermare mediaticamente la presenza di #TroppaGenteInGiro

I pochissimi casi in cui effettivamente le distanze tra persone non son state rispettate ovviamente son state sommate al calderone, in una giostra ove questi pochissimi casi indiscutibili son serviti solo a confermare l’autenticità dei numerosissimi teleassembramenti posticci facendo credere che il fenomeno fosse enormemente più diffuso di quanto fosse in realtà.

Profezie autoavveranti

La paura degli assembramenti genera assembramenti… che diffondono l’indignazione contro gli assembramenti!

E’il caso dei blocchi stradali “antifurbetti” attuati dalle forze di polizia perchè convinte che troppa gente non stia rispettando la legge. In questi blocchi vengono controllate uno ad uno i veicoli su un determinato tratto stradale causando un blocco del traffico che, anche con poche auto in giro, ovviamente genera code (specie se ciò avviene nei pressi di grandi centri urbani).

In pratica è il blocco stesso a generare le code che, fotografate, vengono raccontate dai media come “esodo di furbetti”, diffondendo così ulteriormente la convinzione che vi siano masse abnormi di persone in strada e perdipiù senza “giusta motivazione”.

Fantastica serie di post de La Repubblica che dopo aver lanciato un allarme-fuffa viene costretto a rettifiche continue a causa delle numerose controprove e testimonianze dirette

 

Anche in questo caso, però si rileva che i numeri coinvolti riguardano una percentuale infinitesimale della popolazione urbana e, di questa, solo una frazione minima (grossomodo tra l’1,5% ed il 3% dei fermati) risulta essere priva di “giusta motivazione” (il che, ribadiamo, non vuol necessariamente dire contagioso)

Aria, Asfalto, Asintomatici, Mascherine

Runner e pisciatori di cani sono pur sempre dei personaggi-feticcio ben identificabili ed i teleassembramenti un qualcosa di distante dal percepito quotidiano. Ma, si sa, se si vuol scatenare una paura profonda, indiscutibile e capace di far dire a tutti spontaneamente #RestiamoAlChiuso bisogna ricorrere ad un orrore lovecraftiano, un orrore che ci circonda ovunque e che è intrinseco alla realtà stessa. Anche questa strada è stata battuta: non sono mancati difatti articoli che, pur contraddicendo tutto quel che vien riferito dall’OMS, han sostenuto che il virus potesse circolare per diverse ore nell’aria e resistere per giorni nell’asfalto o in altri materiali comuni. Il virus nell’aria e nei materiali comuni significherebbe sostanzialmente che tutto è contagioso! Tutto al di fuori di quella minima porzione che controlliamo direttamente, ossia la casa.

Moltiplicare e generalizzare le possibili fonti di contagio non fa che aumentare i livelli di paranoia e spostare ulteriormente l’attenzione dalle problematiche reali e sistemiche: l’inquinamento della val Padana (una delle zone più inquinate d’Europa), le polveri sottili e gli allevamenti intensivi, da più parti sospettati di essere correlati all’incidenza del contagio, spariscono dal discorso pubblico a favore di runner, materiali vari e contagio nell’aria. E dunque #RestiamoAlChiusoInCasa: il terrore è ovunque! Nell’aria, nei materiali di costruzione, magari anche nell’acqua, nei fili d’erba e nei canarini che cantano!

La paura per un qualcosa di impalpabile e presente ovunque, come già visto, porta irrimediabilmente alla creazione di capri espiatori e feticci e se questa paura riguarda l’intera materialità del mondo, la feticizzazione avviene… su ciò che ci difende da questa materialità! Ecco che fin da subito si è provveduto a pratiche come la disinfezione del manto stradale nonostante lo stesso ministero della salute dica che non vi sono prove scientifiche che possa servire a qualcosa (oltre ad inquinare il terreno), o l’insensata disinfezione delle zampe degli animali.

Se la paura per l’aria e per le superfici rischia di essere troppo totalizzante e sconnessa dalla realtà scientifica, è nella figura dell’asintomatico che invece si riscontra il mix perfetto attraverso il quale mantenere viva la paura.

La figura dell’asintomatico ripropone il topos cinematografico dell’appestato invisibile: “sembra come noi, parla come noi… ma è il male”. Come nel film La Cosa o ne L’invasione degli ultracorpi, il terrore verso un orrore invisibile che si nasconde nell’altro è totale. Chiunque rappresenta presumibilmente un pericolo potenziale ed è dunque per il semplice fatto che gli asintomatici esistano che si giustificano misure marziali. Come ogni arabo-islamico post 11 settembre è stato considerato una potenziale minaccia, oggi ogni persona che non mostra alcun segno di malattia vien considerata una potenziale minaccia.

L’idea di una pandemia globale è già molto radicata nell’immaginario collettivo (a sinistra The Walking Dead, a destra The Coronavirus)

E’interessante osservare che nel dopo 11 settembre il mondo del cinema e della letteratura fantastica ha esplorato con un certo interesse l’idea di pandemia globale. Da Contagion a 28 giorni dopo, The Walking Dead, il remake de L’alba dei morti viventi, Stake land e La terra dei morti viventi solo per citare alcuni tra i più noti, si osserva che il terreno maggiormente esplorato è quello dell’apocalisse zombi, ossia di un mondo post-pandemia completamente stravolto, in cui la paura invisibile del terrore globale e di massa è esorcizzata facendosi orrore manifesto: gli zombi sono riconoscibili a differenza degli ultracorpi e per quanto terribile, saper riconoscere con chiarezza il male è comunque un qualcosa di rassicurante. Tuttavia l’inquietudine permane su un altro livello e si sposta all’interno di una società allo sfascio in cui ognuno pensa solo a sé stesso. Il vero male, nelle opere di apocalisse zombi, è una società residuale che fa male a sè stessa. Pandemia e zombi, terrorismo e paura dell’altro, legati in modo indissolubile.

La figura dell’asintomatico, rappresenta dunque una paura ancora da esorcizzare, un qualcosa da cui proteggersi e che a sua volta deve proteggere gli altri da sé stesso, da segregare e tener lontano da noi attraverso…qualsiasi cosa. E così come la paura dell’asfalto contagioso è stata esorcizzata col feticcio della disinfezione del manto stradale, la paura dell’asintomatico viene adesso esorcizzata con la feticizzazione delle mascherine.

Gli operatori sanitari sono chiari in proposito: le mascherine sono utili se usate adeguatamente, in determinate condizioni e se abbinate a corrette prassi di igienizzazione delle mani. Se usate in maniera incorretta, al contrario, rischiano addirittura di diventare una fonte di contagio.

Quella che si sta imponendo invece è una narrazione feticistica della mascherina, descritta come una sorta di oggetto-talismano che secondo alcuni governatori locali bisognerebbe utilizzare addirittura sempre quando si sta all’aperto (nonostante il ministero della salute ribadisca chiaramente il contrario) e che viene distribuita senza sufficienti indicazioni su tutte le prassi da seguire per il suo utilizzo corretto.

Con una mossa ben poco avveduta, il governatore del Veneto ha distribuito mascherine del tutto inadatte al loro scopo. L’operazione riflette appieno l’idea di feticizzazione della mascherina-talismano LINK

Mascherina o no, probabilmente nei prossimi tempi osserveremo un assestamento della narrazione sulla figura degli asintomatici con tutto ciò che questo potrebbe comportare a livello di spettacolarizzazione politica, ossia l’uso obbligatorio delle mascherine nei luoghi pubblici, impossibilità di fare il tampone a tutti, la possibilità che i guariti contraggano di nuovo il virus ma senza presentare sintomi, ecc.

Già oggi diversi indicatori come i dubbi sull’effettività degli anticorpi lasciano intendere che le misure di prevenzione potrebbero dover essere applicate a lungo e ciò potrebbe dunque portare anche all’estensione del lockdown generalizzato. Al tempo stesso si assistono a diversi tira-e-molla dovuti al variare degli interessi in gioco: se all’inizio è stato osservato che il virus colpiva quasi esclusivamente persone molto anziane e/o già indebolite da altri fattori, successivamente l’ondata di panico mediatico ha enfatizzato il fatto che il virus colpisse persone di tutte le età. A metà aprile 2020, con le pressioni per la riapertura delle aziende, molti quotidiani hanno improvvisamente ridotto le informazioni su decessi tra persone giovani e di mezz’età.

Il punto anche qui è lo stesso: una cosa sono le misure di contenimento per evitare la diffusione del contagio, ma tutt’altra cosa è usare la paura nei confronti degli asintomatici per imporre forme di controllo di tutt’altra natura con la scusa della prevenzione. Forme di controllo che non rallenteranno la diffucìsione del virus con cui rischiamo di dover convivere per decenni.

The day after

Un contenimento anche molto rigido ma gestito globalmente in base a criteri medici e con un’attenzione particolare sulle prassi sanitarie anticontagio permetterebbe forse di giungere in tempi relativamente rapidi ad una situazione di normalità. Di certo, un contenimento incentrato su meri principi legalitari, peraltro disgiunti da criteri medico-scientifici, per forza di cose non potrà che prolungare la durata dell’emergenza.

Di certo, in ogni caso, quello che si prospetta è il passaggio ad un “dopo” che avverrà a scaglioni/ondate.

Ma di che razza di “dopo” stiamo parlando? Come ogni momento di crisi, anche la pandemia globale ha messo a nudo numerose debolezze sistemiche e contraddizioni globali ed in molti si augurano che ciò faccia aprire gli occhi a sufficienza perché nel “dopo” queste siano risolte e superate. Dal superamento del PIL come metro del benessere ai redditi di cittadinanza, dalla creazione e miglioramento di un sistema sanitario pubblico globale ad un senso di collaborazione internazionale più forte, passando per forme di produzione rispettose dell’ecosistema, sono numerose le richieste e speranze che circolano.

È però necessario fare tesoro delle esperienze passate e cogliere i segnali che giungono quotidianamente da più parti: anche al termine dello sconvolgimento della Grande Guerra, la prima guerra globale della storia, serpeggiavano speranze di un futuro senza più conflitti (concetto che in qualche modo potrebbe aver pure aiutato lo scoppio della seconda guerra mondiale). Forse si tratta, almeno in parte, di una risposta umana dinnanzi a crisi profonde.

Prospettare un futuro migliore e lavorare per esso è doveroso, ma guai a confondere l’ideale con l’illusorio.

Ciò si riflette anche nelle parole di Evgeny Morozov che ricorda che nonostante le prospettive migliorative siano tutte realizzabili e sensate, la resilienza del sistema attuale è talmente forte e pervasiva che il rischio è che molto probabilmente il “dopo” virus significherà essere catapultati solamente in una fase più avanzata del tardo capitalismo caratterizata da quello che definisce il “soluzionismo” ossia una sorta di T.I.N.A. thatcheriano alla massima potenza in cui le peggiori imposizioni verranno da governi totalmente demandati a logiche aziendali che faranno di tutto per dissuadere sviluppatori, hacker, attivisti e altri dall’usare le loro capacità e le risorse esistenti per sperimentare forme alternative di organizzazione sociale e che al tempo stesso vorranno incasssare una parte dei profitti che derivano dalla sorveglianza. Il tutto imponendo nella società l’idea che

“[…] si possa evitare di affrontare le cause di un problema, concentrandosi invece sull’“adeguare” i comportamenti individuali alla crudele, ma immutabile, realtà.

Oggi siamo tutti soluzionisti: il covid-19 sta allo stato soluzionista come l’11 settembre sta allo stato di sorveglianza. Tuttavia le minacce che (il soluzionismo) pone alla democrazia sono più sottili, e quindi più insidiose.”

[…] il mondo tecnologico in cui viviamo oggi è stato progettato per garantire che non possa emergere alcuna alternativa a un ordine globale basato sulle logiche di mercato.”

Il mondo del “dopo” virus rischia appunto di veder affermare una realtà in cui il pensiero dominante normalizzerà l’idea che ‘le cose stanno così, quella che propone il governo è l’unica soluzione e ti conviene accettarla perchè non ci sono alternative e se la critichi non sei dei nostri ma sei uno degli altri’. Una visione in cui

“[…] i corpi e le istituzioni intermedie scompaiono […] esistono (solo) cittadini-consumatori, aziende e governi. In mezzo non c’è molto altro: né sindacati, né associazioni di cittadini, né movimenti sociali, né istituzioni collettive tenute insieme da sentimenti di solidarietà.

Non è un caso, difatti, se le attuali piattaforme commerciali di comunicazione e socializzazione sono incentrate principalmente su intrattenimento e spettacolarità rivolte al singolo individuo anzichè su dibattito costruttivo, collaborazione e socializzazione e questo fa sì che all’interno di esse non sarà mai possibile costruire nulla di valido perchè

“Sarà, nel migliore dei casi, l’ennesimo parco giochi per soluzionisti. Nel peggiore, una società totalitaria fondata su controllo e sorveglianza diffusi”

Questo è il mondo che andava lentamente prospettandosi prima del Coronavirus ed è questo il mondo in cui probabilmente ci troveremo catapultati nel “dopo” emergenza.

 

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Mastodon, il Fediverso ed il futuro decentrato delle reti sociali

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A breve distanza dalla prima panoramica su Mastodon é già possibile aggiungere alcune nuove osservazioni.

In primo luogo va notato che diverse persone, già ben avvezze all’uso dei maggiori social network commerciali (Facebook, Twitter, Instagram…) siano inizialmente spaesate dal concetto di “decentralizzazione” e di “network federato”.

Questo perché l’idea diffusa e radicata di social network é quella di un luogo unitario, indifferenziato, monolitico, con regole e meccanismi rigidamente uguali per tutti. In sostanza il fatto stesso di poter concepire un universo di Istanze separate e indipendenti é per molti un cambio di paradigma di non immediata comprensione.

[l’articolo é stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale]

Nell’articolo precedente in cui si era descritto il social network Mastodon, il concetto di Istanze federate era stato paragonato ad una rete di club/circoli privati associati fra loro.

Alcuni aspetti esposti nell’articolo é forse necessario chiarirli ulteriormente a chi si avvicina al concetto di network federato:

  1. Non ci si iscrive “a Mastodon”, ma ci si iscrive ad una Istanza Mastodon! Qui torna comodo il paragone con i club/circoli: l’iscrizione ad un circolo permette di entrare in contatto con tutti gli altri che fanno parte della stessa rete: non ci si iscrive alla piattaforma, ma ci si iscrive ad uno dei club della piattaforma e che assieme agli altri club ne forma la rete. La piattaforma é software, é un qualcosa che esiste solo virtualmente mentre un’Istanza che usa tale piattaforma é il suo aspetto reale, materiale. É un server che si trova fisicamente da qualche parte, gestito da persone in carne ed ossa che lo gestiscono ed amministrano. Dunque ci si registra ad una Istanza e poi, da questa, si entra in contatto con le altre.
  2. Le diverse istanze hanno la possibilità tecnica di entrare in contatto fra loro ma non é detto che lo facciano. Metti caso ci sia un’istanza composta da 500 utenti italiani appassionati di letteratura chiamata mastodon.letteratura: questi utenti si conoscono fra loro proprio perché sono membri della stessa istanza ed ognuno riceve i post pubblici degli altri altri membri. Ecco, ognuno di loro avrà probabilmente anche altri contatti tra utenti registrati su Istanze diverse (abbiamo tutti degli amici che esulano dal nostro “solito giro”, no?). Se ognuno dei 500 utenti di mastodon.letteratura seguisse ad esempio 10 membri di altre Istanze, l’Istanza mastodon.letteratura avrebbe sì una rete locale di 500 utenti, ma anche una rete federata di ben 5000 utenti! Bene. mettiamo che tra questi 5000 non ci sia nemmeno un solo membro dell’Istanza giapponese incentrata sulla fisica nucleare japan.nuclear.physics: quest’altra istanza potrebbe avere magari 800 membri ed avere una rete federata di ben 8000, ma se tra la rete “italiana” e quella “giapponese” non vi fosse nemmeno un amico in comune, queste potrebbero teoricamente non venire mai a contatto l’una con l’altra. In realtà, per la legge dei grandi numeri, é abbastanza raro che Istanze di una certa dimensione non entrino mai in contatto fra loro, ma l’esempio serve a far capire i meccanismi su cui si regge un network federato (che anzi, proprio basandosi sulla legge dei grandi numeri e sui principi dei gradi di separazione, conferma il presupposto che più la rete é grande e meno saranno isolati utenti ed Istanze).
  3. Ogni singola Istanza può decidere volontariamente di non entrare in contatto con un’altra, in base a proprie scelte, regole e policy interne. Questo punto é evidentemente poco capito dai diversi commentatori che non riescono ad uscire dall’idea del “social monolitico”. Se su Mastodon vi fosse un’alta concentrazione di suprematisti bianchi orfani di Gab, o blogger porno orfani di Tumblr, ciò non significa che l’intero social network chiamato Mastodon diventerebbe un “social network per suprematisti bianchi e porno”, ma solo alcune Istanze che probabilmente non entreranno mai in contatto con Istanze antifasciste o ultrareligiose. Le difficoltà di far comprendere tale concetto rendono di conseguenza difficile far capire anche le potenzialità di una struttura di questo tipo. In un network federato, una volta data la possibilità tecnica di interagire tra Istanze e utenti, ognuno di questi può poi regolarsi in maniera del tutto indipendente sul come utilizzarla. Possiamo supporre ad esempio:  ISTANZA ECOLOGISTA, creata, mantenuta e supportata economicamente da un gruppo di appassionati che vuol avere un luogo per discutere di natura ed ecologia, stabilisce che sull’Istanza non si postano link esterni né immagini pornografiche; ISTANZA COMMERCIALE, creata da una piccola azienda che ha un buon server ed una capacità di banda pazzesca ed a cui ci si iscrive a pagamento e le cui regole le ha stabilite già in precedenza l’azienda; ISTANZA SOCIALE, creata da un centro sociale i cui utenti sono perlopiù i frequentatori del centro stesso e che si conoscono anche di persona; ISTANZA VIDEOGIOCHI, nata come Istanza interna dei dipendenti di un’azienda tecnologica ma di fatto aperta a chiunque si interessi di videogiochi. In questo scenario a quattro Istanze già é possibile descrivere alcune interazioni interessanti: l’Istanza ecologista potrebbe consultare i propri utenti e decidere di bannare l’istanza commerciale perché al suo interno é ampiamente diffusa una cultura contraria all’ecologismo, mentre l’Istanza sociale potrebbe invece mantenere i contatti con l’Istanza commerciale ma scegliere di silenziarla preventivamente sulla propria timeline, lasciando ai suoi singoli membri la scelta personale di entrare in contatto con i suoi utenti o meno. Sempre l’Istanza sociale potrebbe però bannare l’istanza videogiochi perché forte serbatoio di mentalità reazionaria. In sostanza, i contatti “insostenibili/inaccettabili” vengono spontaneamente limitati dalle singole Istanze in base alle proprie policy. Qui il quadro d’insieme inizia a diventare molto complesso, ma basta osservarlo da una sola Istanza, la propria, per capirne i vantaggi: le Istanze che ospitano troll, disturbatori e gente con cui proprio non si riesce a discutere le abbiamo bannate, mentre quelle con cui non c’é molta affinità ma neanche motivi di astio, le abbiamo silenziate, in modo che se uno di noi le vuol segue non c’é problema ma sarò una sua scelta personale
  4. Ogni utente può decidere di silenziare altri utenti ma pure intere Istanze. Se hai particolare interesse ad evitare i contenuti diffusi dagli utenti di una certa Istanza che però non viene bannata dall’Istanza che ti ospita (metti caso che la tua Istanza non chiuda le porte ad un’Istanza chiamata meme.videogamez.lulz la cui comunità tollera comportamenti molto sopra le righe ed in aria di trolling pesante che però alcuni trovano divertente), tu sei comunque libero di silenziarla per te soltanto. Sostanzialmente, in presenza di gruppi di utenti a te non graditi provenienti da una stessa Istanza/comunità, é possibile bloccarne in un colpo solo diverse decine o centinaia bloccando (per te) l’intera Istanza. Se la tua Istanza non avesse un accordo unanime su come comportarsi nei confronti di un’altra Istanza, si potrebbe facilmente lasciare la scelta agli iscritti dato che hanno comunque questo potente strumento. Un’Istanza potrebbe anche scegliere di moderare solo i propri utenti o non moderare affatto alcunché, lasciando ogni utente completamente libero di silenziare o bannare chi gli pare e piace senza mai interferire o imporre una propria etica.

Il Fediverso

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Logo del Fediverso

Messi meglio a fuoco questi aspetti, possiamo ora affrontare il passo successivo. Come già anticipato nel post precedente, Mastodon é parte di un qualcosa di più ampio chiamato Fediverso (Federazione + Universo).

In sostanza, Mastodon é una rete federata che usa alcuni strumenti di comunicazione (si tratta di diversi protocolli ma i principali sono chiamati ActivityPub, Ostatus e Diaspora, ognuno dei quali ha i propri vantaggi, svantaggi, sostenitori e detrattori) utilizzati anche da altre realtà federate (social network, piattaforme di blogging ecc) che le mette in contatto l’una con l’altra  a formare un’unico grande universo di reti federate.

Per dare un’idea, é come se Mastodon fosse un sistema planetario che ruota attorno ad una certa stella (la stella é Mastodon ed i pianeti sono le singole Istanze), ma questo sistema planetario fa parte di un universo in cui esistono numerosi sistemi planetari tutti diversi ma in comunicazione gli uni con gli altri.

Tutti i pianeti di un dato sistema planetario (le Istanze, i “club”)  ruotano attorno ad un sole comune (la piattaforma software). L’utente può scegliersi il pianeta che preferisce ma non può certo stare sul sole (“non ci si iscrive alla piattaforma, ma ci si iscrive ad uno dei club della piattaforma che assieme agli altri club ne forma la rete”).

All’interno di questo universo, Mastodon é semplicemente il “sistema planetario” più grosso (é quello di maggior successo e col maggior numero di utenti) ma non é detto che sarà sempre così: altri “sistemi planetari” si stanno irrobustendo ed ingrandendo.

[NB: ogni singola piattaforma qui discussa usa nomi propri per definire i Server indipendenti su cui é ospitata. Mastodon li chiama Istanze, Hubzilla li chiama Hub e Diaspora li chiama Pod. Tuttavia, per semplicità e linearità con l’articolo precedente, nell’articolo si userà solo il termine “Istanza” per tutti].

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La struttura dell’intero Fediverso

Su Kum.io é possibile trovare una rappresentazione interattiva del Fediverso così come appare al momento. Ogni “ciuffo” rappresenta una rete diversa (o “sistema planetario”). Sono le diverse piattaforme che compongono la federazione. Mastodon é solo una di questi, quella più grossa, in basso.

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Le interazioni di Mastodon con le altre reti

Selezionando Mastodon é possibile vedere con quali altri network/sistemi del Fediverso é in grado di interagire. Come si può osservare, interagisce con gran parte degli altri network ma non proprio con tutti.

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Le interazioni di GNU Social con le altre reti

Selezionando invece un’altro social network, GNU Social, si osserverà che questo ha interazioni diverse: condivide il grosso delle interazioni di Mastodon ma ne ha alcune in più ed altre in meno.

Questo dipende principalmente dal tipo di strumenti di comunicazione (protocolli) che ogni singola rete utilizza. Una rete può utilizzare anche più di un protocollo per avere il massimo numero di interazioni, ma ovviamente ciò li rende più complessi da gestire. Questa ad esempio é la strada scelta da Friendica e GNU Social.

A causa dei diversi protocolli utilizzati, dunque, alcuni network non possono interagire proprio con tutti gli altri. Il caso più importante é Diaspora, che utilizza un proprio protocollo (chiamato a sua volta Diaspora), che può interagire solo con Friendica e Gnu Social ma non con le reti basate su ActivityPub come Mastodon.

Le cose all’interno del Fediverso sono però in costante evoluzione e la fotografia appena mostrata potrebbe dover essere aggiornata già a breve. Al momento la maggior parte dei network sembrerebbe si stia indirizzando verso l’adozione di ActivityPub come strumento unico. Non sarebbe affatto male avere un protocollo di comunicazione unico che permettesse davvero ogni tipo di connessione!

Torniamo però un attimo all’immagine dei sistemi planetari. Kum.io mostra le connessioni tecnicamente possibili tra ogni diverso “sistema planetario” e per farlo collega genericamente i diversi soli. Ma come abbiamo ben visto le connessioni reali avvengono tra i pianeti e non tra i soli! Una mappa stellare che mostrasse le connessioni reali dovrebbe mostrare per ogni singolo pianeta (ossia ogni singolo “baffo” dei ciuffi di Kum.io), decine o centinaia di linee di connessione con altrettanti pianeti/baffi, sia tra le Istanze della propria piattaforma che tra Istanze di piattaforme diverse! La quantità e complessità delle connessioni, come ben immaginabile, formerebbe un groviglio da mal di testa e graficamente illeggibile. Solo immaginarlo rende l’idea della quantità e complessità delle connessioni possibili.

E non finisce qui: ogni singolo pianeta può stabilire o interrompere i contatti con gli altri pianeti del proprio sistema solare (ossia, l’Istanza Mastodon A può decidere di non aver contatti con l’Istanza Mastodon B), ed allo stesso modo può stabilire o interrompere i contatti con i pianeti di sistemi solari differenti (l’Istanza Mastodon A può entrare in contatto o interrompere i contatti con l’Istanza Pleroma B)! Per fare un’esempio drastico si può ipotizzare di avere dei cugini stronzi, ma stronzi davvero, che abbiamo cacciato dal nostro pianeta (mastodon.terra) e allora se ne sono costruito uno proprio (mastodon.saturno)  stando comunque nelle nostre vicinanze perché boh, si trovano bene col nostro sole “Mastodon”. Fin da subito decidiamo di ignorarci a vicenda. Questi cugini però sono davvero tanto stronzi, tanto che anche i nostri parenti ed amici vicini dei pianeti vicini (mastodon.giove, mastodon.venere ecc.) ignorano i cugini stronzi di mastodon.saturno. Nessun pianeta del sistema Mastodon se li caga. I cugini però non sono del tutto privi di rapporti ed anzi, hanno tanti contatti con pianeti di sistemi solari diversi. Ad esempio sono in contatto con alcuni pianeti del sistema Peertube peertube.10287, peertube.gattini, peertube.cartoni, ma anche con pleroma.pizza del sistema Pleroma e friendica.giardinaggio del sistema Friendica. Di fatto ai cugini stronzi sta bene vivere sul loro pianetino nel sistema Mastodon ma preferiscono avere contatti con pianeti di sistemi diversi.

Dei loro pianeti amici, a noi di mastodon.terra, non ce ne può fregar di meno: sono stronzi tanto quanto i nostri cugini ed abbiamo bloccato pure loro. Tranne uno. Su pleroma.pizza ci sono degli utenti nostri amici che sono contemporaneamente anche amici di alcuni dei cugini stronzi di mastodon.saturno. Ma non é un problema: eccheccavolo! Abbiamo collegamenti interstellari e ci dovremmo preoccupare di una cosa così? Nientaffatto! Il blocco che abbiamo attivato su mastodon.saturno é tipo una barriera energetica che funziona in tuuuutto l’universo! Se fossimo coinvolti in una conversazione in cui partecipano sia un amico di pleroma.pizza che un cugino stronzo di mastodon.saturno, semplicemente, il cugino stronzo non sentirebbe quel che esce dalla nostra bocca e noi non sentiremmo quel che esce dalla sua. Ognuno dei due saprà che l’altro é lì, ma nessuno dei due potrà mai vedere l’altro né sentirlo. Certo, potremmo dedurre qualcosa da ciò che dirà il nostro amico comune di pleroma.pizza ma vabbé, più di così che cosa si può pretendere? 😉

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Quest’immagine, può fornire un’idea del modo in cui le Istanze (pianeti) si connettono tra loro. Se poi si considera che le Istanze del Fediverso conosciute sono migliaia, la complessità del quadro é ben immaginabile. Un aspetto interessante é proprio il fatto che le connessioni tra Istanza e Istanza non dipendono dalla piattaforma usata. Osserviamo nell’immagine l’Istanza mastodon.mercurio: é un’istanza piuttosto isolata rispetto alla rete di Istanze Mastodon, i cui unici contatti sono mastodon.nettuno, peertube.gattini e pleroma.pizza. Nulla vieta che mastodon.mercurio venga a conoscenza di tutte le altre Istanze Mastodon non attraverso scambi di messaggi con mastodon.nettuno, ma attraverso i commenti ai video di peertube.gattini. Anzi, é addirittura più probabile perché mastodon.nettuno é in contatto solamente con altre tre Istanze Mastodon ma peertube.gattini é in contatto con tutte le Istanze Mastodon. Cercar dì immaginare le vie attraverso cui possano venire in contatto le diverse Istanze di quest’immagine che “non si conoscono” permette di farsi un’ulteriore idea del livello di complessità che si può raggiungere. In un sistema abbastanza grande, dotato di un vasto numero di utenti ed Istanze, isolarne una parte non comprometterà in alcun modo la ricchezza di connessioni possibili. Una volta create tutte le connessioni possibili é anche possibile fare un’esperimento diverso, ossia immaginare connessioni che s’interrompono fino a formare due o più reti perfettamente separate, contenenti ognuna delle Istanze Mastodon, Pleroma e Peertube.

E per aggiungere complessità alla complessità, possiamo fare un’esperimento ulteriore, ragionando non più a livello di Istanze ma a livello di singoli utenti delle Istanze (ipotizzare 5 utenti per Istanza potrebbe bastare a rendere le diverse casistiche). Alcuni casi ipotizzabili: 1) siamo su un’Istanza Mastodon e l’utente Anna ha appena scoperto attraverso il commento ad un video su Peertube l’esistenza di una nuova Istanza Pleroma, quindi adesso lei ne conosce l’esistenza ma, scegliendo di non seguire tale Istanza, di fatto non rende nota la scoperta agli altri membri della sua Istanza; 2) sulla stessa Istanza Mastodon l’utente Luca blocca l’unica Istanza Pleroma conosciuta. Così facendo, se quest’Istanza Pleroma facesse conoscere altre Istanze Pleroma con cui é in contatto, Luca dovrebbe aspettare che un’altro membro della sua Istanza gliele facesse conoscere perché si é precluso la possibilità di essere tra i primi dell’Istanza a venirne a conoscenza. 3) In realtà, il primo utente dell’Istanza ad entrare in contatto con le altre Istanze Pleroma é Mario. Ma non le viene a conoscere dall’Istanza Pleroma con cui sono già in contatto (quella che Luca ha bloccato), ma attraverso il suo unico contatto su GNU Social.

Sembra complesso ma in realtà non é altro che una replica di meccanismi umani cui siamo tanto abituati da darli per scontati: potremmo tradurre i diversi esempi appena esposti: 1) La nostra amica Anna, habitué del nostro bar, va in piazza ed incontra una persona che gli dice di essere habitué di un nuovo bar di una città poco distante. Anna però non si scambia il numero di telefono col tizio e quindi non saprà dare informazioni agli amici del suo bar riguardo al nuovo bar dell’altra città. 2) Nel solito bar, Luca di Milano evita Lara di Ferrara. Quando Lara porta nel bar le altre sue amiche ferraresi Mara e Sara, non le presenta a Luca. Solo più avanti, gli amici del bar che hanno stretto amicizia con Mara e Sara, potranno poi presentarle a Luca indipendentemente da Lara. 3) In realtà Mario aveva già conosciuto Mara e Sara, ma non grazie a Lara, bensì attraverso Filippo, il suo unico amico di Rovigo.

Per avere un’idea dell’ampiezza del Fediverso, si può dare un’occhiata a diversi siti che cercano di fornirne una fotografia completa. Oltre al già citato Kum.io, che cerca di rappresentarlo con una elegante veste grafica che ne evidenzia le interazioni, c’é anche Fediverse.network che tenta di elencare ogni singola Istanza esistente indicando per ognuna di esse i protocolli usati e lo stato del servizio, o Fediverse.party, che é un vero e proprio portale da cui partire per scegliere quale piattaforma usare e registrarcisi. Anche Switching.social, una pagina che illustra tutte le alternative libere ai social e sistemi di comunicazione proprietari, indica alcune reti federate tra le alternative a Twitter e Facebook.

(Per completezza: inizialmente si tendeva a dividere tutta questa megarete in tre “universi” sovrapposti: chiamati “Federazione” quello per le reti basate sul protocollo di Diaspora, “Fediverso” per quelle che usavano Ostatus e “ActivityPub” quelle che usavano… ActivityPub. Oggi invece sono considerati tutti parte del Fediverso anche se a volte lo si chiama pure Federazione)

Tanti Network…

Vediamo dunque le principali piattaforme/network e cos’hanno di diverso tra loro. Giusto un paio di premesse: alcuni di queste piattaforme sono pienamente attive mentre altre sono in via di sviluppo più o meno avanzato. Per questo motivo in alcuni casi l’interazione tra le diverse reti non é ancora pienamente funzionante. Inoltre, data la natura open e indipendente dei diversi network, é possibile che singole Istanze apportino modifiche e personalizzazioni “non standard” (un esempio é la lunghezza caratteri su Mastodon: lo standard é di 500 caratteri ma un’Istanza può decidere di impostare il limite che vuole; un’altro é l’uso di stelline e retweet, che un’Istanza può permettere e l’altra vietare). In questo paragrafo, di base, non si son tenute in conto queste personalizzazioni ed incompatibilità.

Mastodon (simile a: Twitter)

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Mastodon é una piattaforma di microblogging molto simile a Twitter perché é basato su post molto brevi. E’il più famoso network del Fediverso. E’accessibile da smartphone attraverso un certo numero di App sia per Android che iOS. Uno dei punti di forza é il design ben concepito ed il fatto di avere già un “parco utenti” abbastanza corposo (quasi 2 milioni di utenti nel mondo, di cui alcune migliaia in Italia). Da desktop si mostra come una serie di colonne personalizzabili, ognuna delle quali mostra le diverse Timeline, sulla falsariga di Tweetdeck. Al momento Mastodon é l’unica piattaforma social federata accessibile con applicazioni Android ed iOS.

Pleroma (simile a: Twitter e DeviantArt)

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Pleroma é la rete “sorella” di Mastodon: fondamentalmente sono la stessa cosa in due versioni un po diverse. Pleroma offre qualche funzione in più riguardo alla gestione delle immagini e permette di base post più lunghi. A differenza di Mastodon, su desktop Pleroma mostra un’unica colonna con la Timeline selezionata, rendendolo molto più simile a Twitter. Attualmente molte Istanze Pleroma hanno un gran numero di utenti che s’interessano di illustrazione e manga, pertanto come ambiente può ricordare vagamente DeviantArt. Le App di Mastodon per smartphone possono essere usate per accedere anche a Pleroma.

Misskey (simile a: un mix tra Twitter e DeviantArt)

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Misskey é una sorta di Twitter che vuol ruotare principalmente attorno alle immagini. Offre un livello di personalizzazione maggiore di Mastodon e Pleroma ed una maggior attenzione alle gallerie immagini. E’una piattaforma che ha ottenuto buon successo in Giappone e tra gli appassionati di manga (e si vede!)

 

Friendica (simile a: Facebook)

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Friendica é un network estremamente interessante. Riprende grossomodo la struttura grafica di Facebook (con amici, notifiche ecc) ma in più permette l’interazione con diversi network commerciali che non fanno parte del Fediverso. E’dunque possibile connettere il proprio account Friendica a Facebook, Twitter, Tumblr, WordPress oltre che generare feed RSS ecc. Insomma, Friendica si propone come una sorta di hub di contenuti da diffondere su tutte le reti disponibili, siano esse federate o no. In sostanza Friendica é l’asso-piglia-tutto del Fediverso: un’Istanza Friendica al massimo delle sue funzioni si connette con tutti e dialoga con tutti.

Osada (simile a: un mix tra Twitter e Facebook)

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Osada é un’altro network che per impostazione può ricordare una via di mezzo tra Twitter e Facebook. Tra le piattaforme che ricordano Facebook questa é quella dal design più pulito.

 

GNUsocial (simile a: un mix tra Twitter e Facebook)

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GNUsocial é un po’ il “nonno” di tutte le reti sociali qui elencate; in particolare di Friendica ed Osada (di cui é il predecessore).

Aardwolf (simile a: Twitter, forse…)

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Aardwolf non é ancora pronto, ma si prospetta come una sorta di alternativa a Mastodon. Stiamo a vedere.

 

PeerTube (simile a: Youtube)

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PeerTube é la rete federata di hosting video molto, ma molto simile a YouTube, Vimeo e altri servizi simili. Con un catalogo in via di costruzione, Peertube appare già un progetto molto solido.

Pixelfed (simile a: Instagram)

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Pixelfed é sostanzialmente l’Instagram della Federazione. E’in fase di sviluppo ma pare essere a buon punto. Gli mancano solo delle App per smartphone per poter essere adottato come alternativa. Pixelfed ha il potenziale per diventare un membro molto, ma molto importante della Federazione!

NextCloud (simile a: iCloud, Dropbox, GDrive)

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Nextcloud é un servizio di file hosting (nato dal precedente ownCloud) molto simile a Dropbox. Ognuno può far girare NextCloud su un proprio server che offre inoltre servizi di condivisione contatti (CardDAV), calendari  (CalDAV), media streaming, bookmarking, backup ed altro. Gira pure su Windows e OSX ed é accessibile da smartphone attraverso App ufficiali. E’parte del Fediverso poiché utilizza ActivityPub per comunicare diverse informazioni ai propri utenti come cambiamenti ai file, attività calendario ecc.

Diaspora (simile a: Facebook e un pò anche Tumblr)

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Diaspora é un po il “cugino” del Fediverso. Funziona attraverso un protocollo di comunicazione tutto suo e dialoga con il resto del Fediverso principalmente attraverso GNU social ed all’asso-piglia-tutto Friendica, anche se sembra stia circolando l’idea di far usare a Diaspora (l’applicazione) sia il proprio protocollo che ActivityPub. Si tratta di un gran bel progetto con una solida base di utenti affezionati. Al primo impatto può ricordare una versione estremamente minimalista di Facebook, ma l’attenzione alle immagini ed un interessante sistema di organizzazione dei post per tag permette di paragonarlo in qualche modo anche a Tumblr.

Funkwhale (simile a: SoundCloud e Grooveshark)

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Funkwhale assomiglia a SounCloud, Grooveshark o altri servizi simili. Come uno YouTube per l’audio, permette di condividere tracce audio ma su rete federata. Con qualche implementazione potrebbe diventare anche un ottimo servizio di hosting per Podcast audio

Plume, Write Freely e Write.as (piattaforme di blogging)

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Plume Write freely e Write.as sono piattaforme di blogging molto minimali che fanno parte della Federazione. Non hanno la ricchezza di funzioni, temi e personalizzazioni di WordPress o Blogger ma fanno il proprio dovere in modo leggero.

Hubzilla (simile a: ….TUTTO!!)

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Hubzilla é un progetto ricchissimo e complesso che permette di gestire sia social network che data storage, calendari condivisi, web hosting, il tutto in maniera decentrata. Hubzilla insomma si propone di fare in una volta sola quello che fanno diversi dei servizi qui elencati. Come avere un’unica Istanza che ti faccia da Friendica, Peertube e NextCloud. Non male! E’da tenere sott’occhio!

GetTogether (simile a: MeetUp)

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GetTogether é una piattaforma utile a pianificare eventi. Simile a MeetUp, serve a far fare rete a persone diverse unite da un’interesse comune e portare tale interesse nel mondo reale. Attualmente GetTogether non é ancora parte del Fediverso, ma sta implementando ActivityPub e quindi a breve sarà dei nostri.

Mobilizon (simile a: MeetUp)

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Mobilizon é una nuova piattaforma in via di sviluppo che si propone come alternativa libera a MeetUp ed altri software utili ad organizzare meeting ed incontri di vario genere. Il progetto nasce fin da subito con l’intento di usare ActivityPub e far parte del Fediverso, in linea con i valori di Framasoft, associazione francese nata con lo scopo di diffondere l’uso di software libero e di reti decentrate. Qui la presentazione di Mobilzon in italiano.

 

Plugin ActivityPub per WordPress

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Sono disponibili diversi Plugin per WordPress che lo rendono in tutto e per tutto un membro della Federazione! Altri plugin sono Mastodon AutoPost, Mastodon Auto Share, ma anche Mastodon Embed, Ostatus for WordPress, Pterotype, Nodeinfo e Mastalab comments.

Prismo (simile a: Pocket, Evernote, Reddit)

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Prismo é un’applicazione ancora in fase di sviluppo che si propone di diventare una sorta di versione decentralizzata di Reddit, ossia una rete sociale incentrata sulla condivisione di link ma che potenzialmente potrebbe evolvere in forme simili a Pocket o Evernote. Le funzioni base sono già funzionanti.

 

Socialhome

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Socialhome é un social network che utilizza una visualizzazione a “blocchi”, inserendo i singoli post come in un collage di fotografie di Pinterest. Al momento comunica sono attraverso il protocollo di Diaspora ma dovrebbe implementare a breve ActivityPub

 

E non solo!

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Ci sono ancora altre app e reti sociali che adottano o stanno per adottare ActivityPub, rendendo ancor più strutturato il Fediverso. Alcune sono molto simili a quelle già elencate, mentre altre sono ancora in fase di sviluppo e non sono ancora pronte per essere consigliate come alternativa ai sistemi commerciali più noti. Ci sono pure piattaforme già pronte e funzionanti che potrebbero entrare nel Fediverso implementando ActivityPub: NextCloud ne é un esempio (era già una realtà solida quando ha deciso di entrare nel Fediverso); il plugin di WordPress é a sua volta uno strumento che permette di federare una piattaforma già esistente; GetTogether é un’altra realtà che si sta federando. Piattaforme già consolidate  (penso a Gitter, ma é giusto un’esempio tra i tanti) potrebbero trarre vantaggio dal federarsi diventando parte di una grande famiglia allargata). Insomma: c’é movimento dentro ed attorno al Fediverso!

…un solo Grande Network!

Fin qui abbiamo visto tante versioni alternative di strumenti noti che, presi singolarmente possono anche essere interessanti, ma che danno il meglio quando collaborano. Qui viene il bello: il fatto che condividano gli stessi protocolli di comunicazione elimina l’effetto “gabbia dorata” del singolo network!

Ora che sono state descritte le singole piattaforme é possibile fare qualche esempio veramente concreto:

Sono su Mastodon e mi appare il post di una persona che seguo. Nulla di strano, se non fosse che quella persona non é un utente di Mastodon, ma un utente di Peertube! Difatti si tratta di un video di un panorama. Sempre da Mastodon io commento scrivendo “bello” e questa persona vedrà comparire il mio commento sotto il suo video, su Peertube.

Sono su Osada e posto una riflessione aperta un po lunga. Questa riflessione viene letta da una mia amica su Friendica che la boosta ai suoi followers, alcuni dei quali sono su Friendica, ma altri sono su altre piattaforme, ad esempio uno che sta su Pleroma che mi risponde e con cui inizio a dialogare.

Pubblico una foto su Pixelfed e viene vista e commentata da un mio follower su Mastodon.

In sostanza ognuno può mantenere i contatti con i propri amici/followers dal proprio network preferito anche se questi ne frequentano di diversi.

Facendo un paragone con i social commerciali, é come poter ricevere su Facebook i tweet di un amico che sta su Twitter, le immagini postate da un’altra persona su Instagram, i video di un canale YouTube, le tracce audio su SoundCloud ed i nuovi post da diversi blog e siti personali e commentare e interagire con ognuno di essi perché tutti questi network collaborano assieme formando un’unico grande network!

Ognuna di queste reti potrà scegliere il modo in cui vuole gestire queste interazioni (ad esempio, se volessi una vita social monodirezionale potrei scegliere un’Istanza Pixelfed  in cui gli altri utenti possono contattarmi solo commentando le foto che io pubblico, oppure potrei scegliere un’Istanza Peertube e pubblicare video che non possono essere commentati ma che potranno girare in tutto il Fediverso, o scegliere un’Istanza Mastodon che obbliga i miei interlocutori a comunicare con me in maniera concisa.

Certi dettagli vanno ancora definiti (per esempio: potrei inviare un messaggio diretto da Mastodon ad una piattaforma che non permette ai suoi utenti di ricevere messaggi diretti, senza esser mai avvertito del fatto che il destinatario manco avrà modo di sapere che gli ho inviato qualcosa). Si tratta di situazioni ben comprensibili all’interno di un ecosistema che deve adattarsi a realtà tanto diverse ma nella maggior parte dei casi si tratta di dettagli di facile gestione. Quel che importa é che le possibilità di interazione sono potenzialmente infinite!

Connettività totale, esposizione dosata

Tutta questa connettività condivisa va osservata tenendo a mente che  nonostante i vari network sian stati qui trattati per semplicità come dei network centralizzati, sono in realtà reti di Istanze indipendenti che interagiscono direttamente con le Istanze degli altri network: la mia Istanza Mastodon filtrerà le Istanze Peertube che postano video razzisti ma si connetterà con tutte le Istanze Peertube che ne rispettano la policy; se seguo un certo mio amico su Pixelfed io vedrò solo i suoi post, senza che nessuno mi obblighi a vedere tutte le foto di tramonti e gattini dei suoi amici su quel social!

La combinazione di Istanze autonome, massima interoperabilità tra le stesse e libertà di scelta permette una serie di combinazioni estremamente interessanti che i social commerciali non si possono nemmeno sognare: l’utente é qui membro di un’unica grossa rete in cui può scegliere:

  1. Lo strumento di accesso preferito (Mastodon, Pleroma, Friendica)
  2. La comunità in cui più si sente a suo agio (l’Istanza)
  3. La chiusura a comunità indesiderate e l’apertura a comunità che gli interessano

Tutto questo senza però rinunciare ad interconnettersi con utenti che hanno scelto strumenti e comunità diverse. Ad esempio posso scegliere una certa Istanza Pleroma perché mi piace il design, la comunità che ospita, le policy e la sicurezza generale ma da qui, seguire ed interagire principalmente con utenti di una certa Istanza Pixelfed portandone contenuti ed estetica nella mia Istanza.

A questo si aggiunge il fatto che le singole Istanze possono essere letteralmente installate ed amministrate da ogni singolo utente su proprie macchine, permettendo un controllo totale dei contenuti. Minuscole istanze casalinghe e solide Istanze di lavoro, Istanze scolastiche ed Istanze collettive, Istanze con migliaia di utenti ed Istanze da un solo utente, Istanze di quartiere e di condominio, tutte unite a formare una rete complessa e personalizzabile, che permette virtualmente di collegare chiunque ma al tempo stesso di evitare il sovraccarico d’informazioni. E’una sorta di ritorno alle origini di Internet, ma un ritorno maturo, da web 2.0, che si porta dietro l’esperienza dell’esser passati attraverso la centralizzazione  della comunicazione nelle mani di pochi grossi attori internazionali che ha rafforzato con ancor più convinzione la certezza che la struttura decentrata é quella umanamente più sana e proficua.

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Viva Mastodon! Il social network libero, decentrato e adattabile

Social network = gioie e dolori. Oramai é evidente a chiunque che i social network sono diventati degli strumenti sempre più odiosi. Devi starci perché sennò ti tagli fuori dal mondo, si; e devi starci anche perché oramai tutte le comunicazioni passano da lì; però si tratta oramai di una vetrina mediatica in cui devi agire con grandissima cautela. Fare un post sbagliato o toccare certi argomenti sensibili può portarti a passare ore ed ore a battagliare con persone che magari nemmeno conosci. Per non parlare delle ripercussioni che il tuo profilo social può causare sul tuo lavoro, del tracciamento dati da parte di Facebook ecc.

[ l’articolo é stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale ]

1.Un’idea semplificata del mondo

Che lo si voglia o meno i social network sono oramai parte della tua vita. Anche se li frequenti pochissimo o se non hai nemmeno un account, sei perfettamente cosciente del fatto che sui social si forma una fetta importantissima del pensiero dominante.

Questo però comporta diversi problemi.

Uno di questi é che i social network (da qui in poi SN) sono strutturati in modo tale da premiare i contenuti più spettacolari e rumorosi. E’esperienza comune il fatto che i SN non sono l’ambiente migliore in cui fare ragionamenti pacati e costruttivi: basta l’intervento di un paio di disturbatori (coloro che fanno rumore) per mandare in vacca ogni discorso serio.

Qui il problema consiste nel fatto che tutti i commenti ricevono egual peso: non importa che tu sia una persona esperta in una determinata cosa ed abbia scritto un post preciso e corretto se a commentarlo negativamente arriva qualcuno che dell’argomento non sa niente ma quel che scrive fa più colpo ed ottiene più likes.

La struttura dei SN insegna ai propri utenti ad esprimersi con un linguaggio più simile a quello pubblicitario che ad instaurare un normale dialogo umano. Per funzionare i Post devono essere brevi e contenere pochi concetti netti ma d’impatto.

SEGUIAMO IL FILO:

(1) L’opinione pubblica si forma sui SN. (2) I SN son strutturati in modo da premiare contenuti semplificati (3). Il mondo in cui viviamo é assai complesso. (4) I SN formano un’opinione pubblica con un’idea semplificata del mondo.

2. Luoghi del non-dialogo?

Blastatore

Persone diverse possono usare i SN in modi molto diversi, ma devono per forza muoversi all’interno delle regole del SN e della sua struttura.

Questo significa che nel dialogare su un certo argomento, la struttura dei SN darà al commento dell’utente ignorante ed al commento dell’utente litigioso lo stesso peso del commento dell’esperto calmo.

Questa cosa rende nei fatti impossibile portare avanti qualunque tipo di dialogo importante: bastano uno o due commenti infuocati per trasformare ogni tuo discorso in litigio e farti passare la voglia di intervenire perché non hai né tempo né voglia di impelagarti in battaglie fatte a colpi di battute, frecciate ed insulti.

Il fatto che i SN siano luogo di non dialogo fa sì che un Post, per essere davvero di successo, oltre ad avere contenuti semplificati, deve essere anche anti-dialogo.

Cosa significa? Significa che avrai più likes con un Post indignato tipo “Ma questi sono dei farabutti che andrebbero gettati in galera a marcire” che con un Post del tipo “Si, hanno sbagliato e bisognerà correre ai ripari, ma credo che gettarli in galera sarebbe un errore”. Questo perché il primo é un post anti-dialogo, é come un pugno che tappa la bocca a chiunque volesse rispondere: puoi solo essere d’accordo e applaudire o tacere. Altrimenti si litiga. Il secondo Post invece é un invito a sedersi e ragionare.

Per permettere dei dialoghi civili, dunque, i SN sono dovuti correre ai ripari. In particolare Facebook, con la creazione dei “gruppi”, permette a degli utenti amministratori di selezionare persone specifiche con cui intrattenere dialoghi su certi argomenti.

I SN dunque ti portano a queste soluzioni: (1) litigare (2) startene zitto (3) formare dei gruppi più o meno chiusi.

3. E’tutto un gioco

Personaggio e le sue caratteristiche

Probabilmente il termine gamification suonerà nuovo a molti. Si tratta però di un concetto con cui abbiamo sempre più a che fare, ossia la trasformazione di tantissimi aspetti della nostra vita in una specie di eterno gioco (Game) che coinvolge premi, punteggi, ricompense virtuali, livelli di difficoltà.

Non é un termine buttato lì a caso: i processi di gamification vengono studiati ed implementati in campi diversissimi per legare il cliente/utente al servizio/prodotto.

In pratica si tratta di meccanismi che ti portano a fare delle cose per ottenere dei “premi” virtuali.

La gamification é quella cosa che ti fa fare la tessera punti di un negozio regalandogli moltissime informazioni su di te in cambio di qualche sconticino. E’quella cosa che ti fa scrivere un commento in cambio di qualche like o stellina.

La gamification é quella cosa che ti obbliga a descriverti sui social mostrando la tua personalità e le tue caratteristiche così come il personaggio di un videogioco: cosa ti piace, chi frequenti, dove vivi, dove lavori, rendendo la tua utenza su Facebook indistinguibile dalla pagina che descrive un personaggio dei Sims.

Ogniqualvolta ci si trova dinnanzi a meccanismi di premio, buoni da usare entro una certa data, lotterie ed estrazioni, ricariche e punti, carte vantaggi, tessere premium che “sbloccano” diverse opportunità prima precluse, siamo di fronte ad applicazioni pratiche di gamification nella vita reale.

E’ facile osservare quanto SN siamo il luogo ideale per la gamification: se fai un Post abbastanza semplificato ed anti-dialogo il SN ti premierà con tanti likes, stelline o punti.

Perché quando scrivi un post su un SN non stai dialogando con nessuno: stai facendo a gara. Stai vendendo la tua opinione in cambio di un riconoscimento virtuale da parte di sconosciuti. Quando invece tu sei colui che dà riconoscimenti virtuali ad altri (dando stelline, cuoricini, “mi piace” ecc.), stai facendo lavoro non pagato per il SN, in quanto gli fornisci informazioni importantissime senza ottenerne nulla in cambio.

In base ai tuoi “mi piace” il SN sa che ti piacciono i gatti ma non i cani, le tue opinioni riguardo determinati argomenti; i tuoi gusti personali, le persone che frequenti, l’opinione dei tuoi amici su di te. Una volta ottenute, il SN può usare tutte queste informazioni per unire i puntini e fare un ritratto della tua persona che arriva a dedurre particolari della tua persona che, direttamente, no hai mai fornito.

4. Minimo comun denominatore

Applaudire o far battaglia

Il gioco a chi scrive il Post di maggior successo si può vincere in un solo modo: dare alla gente quello che di sicuro piace alla maggior parte delle persone, ossia spettacolo e rumore.

Non si vince proponendo cose veramente nuove (le avanguardie culturali vivono ai margini anche dei SN): si vince proponendo rivisitazioni inedite di spettacoli e rumori già visti.

Spettacolo e rumore che però devono essere al tempo stesso semplificati ed anti-dialogo.

Insomma: i SN sono il luogo ideale per far girare roba tipo Striscia la notizia, Le Iene, i blast di questo o quel personaggio tipo Sgarbi, Grillo, Feltri o Mentana: se qualcuno pubblica un Post seguendo le regole che abbiamo appena visto, avendo un certo numero di followers, il tempismo ed il guizzo “giusto” ed una certa dose di fortuna potrebbe vederlo diventare un Post di successo.

Quel che bisogna davvero comprendere é che rumore e spettacolo semplificati ed anti-dialogo non possono mai aver a che fare con progresso e spinte in avanti. Perché tutto ciò che riguarda il progresso richiede dialogo e sforzo.

No, quando si ha a che fare con le battutine acide, il buttare tutto in facile ironia, il blastare un dialogo interrompendolo e tutta quella roba lì, siamo SEMPRE di fronte ad un qualcosa che frena il progresso, che porta indietro, che preferisce confermare ciò in cui crede che metterlo in dubbio e guardare avanti; che preferisce l’illogico al logico, la panza alla testa.

La panza. E’questo il minimo comun denominatore che accontenta sempre tutti. Gli istinti primari e la paura.

C’é una persona che dice che il mondo é rotondo e per spiegarcelo fa tutta una serie di ragionamenti e calcoli difficili? “Hahahahaha! Ma che idiota! “Ma se il mondo fosse tondo gli australiani dovrebbero cadere verso il cielo!” Tié! Blastato e affondato. Cinquecento likes. E chi credeva che il mondo fosse piatto godrà della conferma di quel che crede.

5. Rendere i Social dei luoghi veramente social

Per poter dialogare in maniera costruttiva sui SN abbiamo già visto che la prima cosa da fare é metter da parte gli utenti che minano la bontà del dialogo.

NO ANTIDIALOGO: Tenere fuori dal dialogo tutti coloro che minano a distruggere il dialogo stesso: provocatori, disturbatori e troll.

NO FALSA PREPARAZIONE: Allo stesso modo va limitata la possibilità di intervento di quelle persone che pur non conoscendo gli argomenti in questione vogliono aver lo stesso peso di chi invece ne sa.

La seconda cosa da fare invece é più complessa. Si tratta di ridurre il più possibile quelle caratteristiche strutturali dei SN che rovinano la natura stessa del discutere.

NO VOTI/PREMI: Un primo esempio riguarda l’eliminazione dei voti (likes, mi piace, stelline, contatore condivisioni, cuoricini…). Se togli i voti dal SN, riduci drasticamente il meccanismo di gioco ad inseguire il minimo comun denominatore.

NO TESTI RISTRETTI: Alcuni SN come Twitter permettono di scrivere solo messaggi molto brevi in cui é impossibile esprimere pensieri complessi. Questo non é necessariamente un male, a patto che esista la possibilità di aggirarla qualora il limite fosse troppo castrante (su Twitter, ad esempio, si possono concatenare diversi tweet uno dopo l’altro)

La terza cosa consiste nel permettere di mantenere la vita reale il più possibile separata da quella virtuale.

SI ANONIMATO: Nella vita reale non hai un cartellino con scritto chi sei, i tuoi gusti, chi sono i tuoi amici ed i luoghi che frequenti. Il bello dei social é poter discutere liberamente senza le maschere che indossi nella vita reale. La posizione SI ANONIMATO, assieme alla posizione NO ANTIDIALOGO si rivela una risorsa preziosissima per ogni forma di progresso. Permettere ad uno stesso utente di avere diverse identità, frequentare gruppi diversi ed immedesimarsi nell’altro é una delle più grandi e preziose libertà che Internet permette

Per finire, la quarta cosa riguarda il pericolo dei SN trattati come fonte a sé stante.

SOCIAL APERTI: I SN, per loro stessa natura, tendono a far sì che l’utente si autoconfini nel SN. Un dialogo nato su un SN tendenzialmente si sviluppa e muore sullo stesso SN. Ma un SN, per permettere un dialogo sano, ha bisogno di una maggior interazione tra ambienti di dialogo differenziati. Pensiamo ad esempio ad un dialogo nato su un Forum, che ad un certo punto prosegue su un SN dove prende una piega diversa generando così due discorsi paralleli in due ambienti diversi ed infine confluiscano entrambi in un post su un secondo SN che a sua volta genererà un terzo discorso.

Insomma: i SN funzionano al loro meglio se non dimenticano la loro funzione di ponte tra luoghi di discussione diversi. Quest’ultimo punto però richiede un tipo di attenzione da parte degli utenti, più che soluzioni tecniche da parte del SN in sé.

6. Chi decide cosa e perché?

Chi possiede il Social possiede la tua identità

A questo punto bisogna affrontare una serie di problemi al tempo stesso tecnici ed etici: di chi é il SN in cui interagisci con altre persone? Chi é che decide quali sono le sue regole? Con che criteri?

Nella stragrande maggioranza dei casi quando si pensa ad un SN si pensa a Facebook o Twitter o Instagram: piattaforme commerciali che appartengono ad aziende che guadagnano proprio da questi social.

Va da sé che queste aziende commerciali decideranno di preferire regole che ne massimizzano potere e guadagni.

A Twitter, Facebook etc. importa innanzitutto che i suoi utenti scrivano ed interagiscano molto; interessa riuscire a profilarti, ossia sapere piò cose possibile su di te per vendere queste informazioni ad altre aziende commerciali.

Per esempio: il fatto che nella tua zona tante persone diverse abbiano scritto post contro l’amministrazione comunale é un’informazione vendibile a qualcuno che potrebbe cavalcare quest’onda e gettare benzina sul fuoco per dare l’illusione che l’amministrazione comunale sia ancor peggiore di quanto non sia in realtà.

A Facebook non importa niente della qualità etica di ciò che uno scrive. A Facebook non fa né caldo né freddo se sul suo SN c’é un gruppo di nazisti che si batte per ridurre i diritti civili degli stranieri e dire che la terra e piatta. Non gli importa niente e non li bloccherà finché continueranno a scrivere roba, interagire con altri ed a fornire informazioni per profilarli. Basta giusto-giusto che non scrivano cose illegali.

Ma a Facebook sanno benissimo che questo loro menefreghismo alla lunga può infastidirti e quindi, per difenderti dalla sua mancanza di posizione, ti offre la possibilità di creare una sorta di gruppo chiuso in cui puoi stare alla larga dai nazi-terrapiattisti. In questo modo tu ed i tuoi amici limiterete i contatti con i nazi-terrapiattisti e viceversa. Ma non limiterai Facebook. Facebook continuerà a sapere tutto sia di ognuno di voi che dei nazi-terrapiattisti.

Il gruppo chiuso, insomma, é un contentino che Facebook concede ai propri utenti: convincendoti che devi difenderti dagli altri utenti ti fa dimenticare che dovresti innanzitutto difenderti da Facebook stesso!

7. I rischi

Poche mega-aziende che detengono il controllo dei maggiori SN rappresentano un grosso pericolo sociale. Oltre a quanto già visto riguardo il tipo di comunicazione che i SN diffondono, un colosso come Facebook é in grado di pilotare i contenuti che vediamo in modo da indirizzare il nostro sentimento politico.

Inoltre Facebook potrebbe rivelarsi uno strumento pericolosissimo in paesi con un governo dittatoriale o semi-dittatoriale. Come ti comportesti se salisse al potere un partito che imponesse a Facebook di rivelare i nomi di tutti coloro che lo hanno criticato (tra cui ci sei pure tu) e ciò comportasse perdita di sussidi, assegni familiari, diritti ecc?

Come potresti difenderti da una profilazione arbitraria se, in base ai dati raccolti da Facebook  (chi sono i tuoi amici, i tuoi interessi, i tuoi likes), fossi classificato come un potenziale terrorista?

8. Riprendersi i Social Network

Sono tanti, i motivi per voler dei SN diversi. Ma che siano diversi per davvero. Serve dunque un’idea nuova che permetta da un lato di riprenderne il controllo ma al tempo stesso farlo in maniera semplice, che non richieda chissà che razza di sforzi e complicazioni.

Da qui l’idea di una rete sociale decentrata, cioè non basata su di un unica, enorme centrale di controllo, ma di tante piccole realtà separate, ognuna con le proprie regole ma che dialogano fra loro.

A questo punto di solito si dovrebbero dare alcune informazioni tecniche su questo tipo di rete, ma qui gli aspetti tecnici ci interessano relativamente. Basterà sapere che l’idea di servizi internet decentrati non é particolarmente nuova ma negli ultimi anni, essendo sempre più evidenti i pericoli di servizi troppo centralizzati, si sta diffondendo sempre più: social network decentralizzati, servizi di video streaming, motori di ricerca, monete virtuali. Inoltre si tratta di servizi realizzati soprattutto con software libero, ossia privo di un proprietario, liberamente controllabili, verificabili e modificabili da chiunque e per questo tendenzialmente molto più sicuri di software non libero.

Tra i diversi SN decentrati oggi disponibili, quello sicuramente più interessante é Mastodon.

9. Mastodon

 

Vedi su PEERTUBE

Cos’é e come funziona Mastodon? Innanzitutto lo si può descrivere come un SN strutturato in maniera simile a Twitter, fatto da utenti slegati dall’identità reale e messaggi (chiamati “Toot”) lunghi solitamente al massimo 500 caratteri.

La prima cosa che spiazza quando vuoi creare un account Mastodon sul suo sito principale, Joinmastodon.org é che non lo puoi creare così, genericamente su Mastodon: in realtà devi subito scegliere a quale Istanza Mastodon iscriverti.

Qui può essere utile l’immagine dei circoli privati o club: pensa a Mastodon come una tessera che ti permetta di entrare in un’enorme numero di circoli privati e club. Questa tessera però viene rilasciata singolarmente dai singoli club. O meglio: ognuno di questi circoli privati rilascia la propria tessera Mastodon e questa ti permetterà non solo di entrare nel circolo in cui ti sei iscritto, ma anche di entrare in contatto con gli altri circoli e club associati.

Ognuno di questi circoli o club é chiamato Istanza. Nei fatti é un server gestito da volontari o cooperative, centri sociali o volendo anche da aziende (il che può sembrare una contraddizione con quanto detto sopra ma vedremo sotto che non é così).

Iscriversi ad un’Istanza NON é un matrimonio indissolubile: é abbastanza comune iscriversi ad un’Istanza e dopo un po decidere che ci si trova meglio su un’altra Istanza, così come provare più Istanze contemporaneamente.

Una volta registrati, si può accedere attraverso l’interfaccia web della propria Istanza oppure da smartphone attraverso applicazioni client. Ce ne sono diverse, disponibili sia per Android che iOS. Non esiste un’App “ufficiale” di Mastodon.

9.1 Diverse Istanze, diverse regole.

Cosa cambia tra un’Istanza e un’altra? Beh, può cambiare molto. Come già detto un’Istanza é nei fatti un server ossia un computer sempre attivo, gestito da delle persone che dedicano il proprio tempo perché funzioni tutto correttamente ed amministrarlo.

Ogni Istanza ha dunque le sue regole ed i suoi amministratori. Per esempio tu potresti scegliere un’Istanza che si trova in Italia e che banna al suo interno qualsiasi contenuto fascista, razzista, omofobo e commerciale. Oppure potresti preferire un’Istanza che si trova fisicamente in America che filtra tutti i contenuti pornografici e fascisti ma che permette di avere utenti commerciali. Oppure ancora potresti preferire un’Istanza canadese i cui utenti sono principalmente programmatori con la passione per la fantascienza ma che in realtà non filtra alcun tipo di contenuto. Anche qui può essere utile l’esempio dei circoli privati o club.

I motivi che possono farti preferire questa o quell’istanza dipendono esclusivamente da te. Se sei un razzista che picchia i bambini potrai forse iscriverti ad una Istanza in cui si considera accettabile essere razzisti e picchiare i bambini ma i tuoi contenuti non appariranno mai agli utenti iscritti ad un’Istanza che ha come regola quella di bannare in toto quel genere di contenuti e le Istanze che le tollerano.

Una volta registrato, il tuo nome utente sarà più o meno simile ad una email: utente@istanza

9.2 Bida

Tra le varie Istanze disponibili la mia scelta é caduta su Bida. Qui (mastodon.bida.im) é possibile leggerne le caratteristiche dell’Istanza, le sue regole ed i princìpi a cui si attiene, chi lo amministra ecc. Tutto ciò che segue é basato sull’esperienza fatta su Bida (esperienza che risulta alquanto positiva anche a sentire altri utenti).

9.3 All’interno dell’Istanza: la Timeline locale

 

Accedendo a Mastodon da browser ci si ritrova dinnanzi ad una struttura divisa in diverse colonne (chi utilizza Tweetdeck si sentirà a casa) che mostrano graficamente le diverse timeline. Accedendo da cellulare invece l’esperienza é più simile alla colonna singola di Twitter o Facebook.

All’interno della tua Istanza puoi vedere i messaggi pubblici degli altri utenti dell’Istanza. Questi compaiono in ordine cronologico nella Timeline Locale. Ovviamente puoi interagire con loro e commentare i Toot. Non serve essere “amici” di questi utenti: la Timeline locale mostra tutti i messaggi pubblici di tutti gli utenti della tua istanza. Puoi “stellinare” un Toot (é tipo cliccare “mi piace” su Facebook), ma non c’é alcuna enfatizzazione di post che hanno ottenuto molte stelline: in questo modo non si genera mai la gara ad “ottenere più like”. Puoi anche “boostare” il Toot di un altro utente (ciò equivale al “retweet” su Twitter o alla “condivisione” su Facebook) e pure qui non v’é alcun contatore pubblico che dica quante volte un Toot é stato boostato. Se proprio volessi sapere quante volte tale messaggio sia stato boostato basterà aprire il messaggio per saperlo, ma anche qui non v’é alcuna enfasi.

Non esistono i “Trending Topics”, ossia non v’é una Classifica/tabella punti sugli argomenti più discussi.

Detto questo il funzionamento non é molto diverso da Twitter e quindi chi già ha esperienza su Twitter non avrà bisogno di grandi spiegazioni. In caso di problemi o dubbi é facilissimo entrare in contatto con gli admin: é uno dei pregi dei circuiti locali che nessuna megastruttura come Facebook avrà mai.

9.4 Relazioni tra Istanze: la Timeline federata

Qui le cose iniziano ad essere molto diverse dagli altri SN e bisogna spendere qualche parola per capire i concetti base della relazione tra istanze e tra utenti di diverse istanze. Per far questo riprendiamo l’esempio dei club privati. Se tu sei iscritto ad un circolo privato e lo frequenti sei a conoscenza delle persone che lo frequentano e dei loro discorsi, anche se non sei propriamente loro amico. Questo é ciò che abbiamo già visto riguardo la Timeline Locale.

Il circolo, però, a meno che non sia del tutto chiuso ai contatti esterni (si é possibile: un Istanza può anche essere del tutto chiusa ai contatti esterni, se vuole), é frequentato anche da amici dei soci provenienti da altre Istanze.

In sostanza, un utente dell’Istanza “Bida” può seguire un’utente di un’altra Istanza “xyz” (qui “seguire” é ciò che Facebook definisce “amicizia”) e quando ciò avviene, tutti gli utenti di Bida vedranno i messaggi pubblici di questo tuo amico di “xyz” sulla Timeline federata della tua Istanza.

La Timeline federata insomma, mostra i messaggi pubblici sia degli utenti della tua Istanza che quelli degli “amici” dei suoi membri.

Tornando all’esempio dei circoli privati: per poter essere presente nel circolo o devi iscrivertici o devi conoscere qualcuno che é già iscritto. In sostanza si tratta di un meccanismo che ricalca quelli che sono le relazioni nella vita reale: se entro in un circolo/bar/pub posso conoscere i frequentatori fissi così come i loro amici, ma non posso conoscere i frequentatori di un altro circolo che sta in un’altra città se non vi entro e se non conosco nessuno dei suoi frequentatori.

Quando si cercano utenti, hashtag o Istanze dal modulo di ricerca della propria Istanza, i risultati che verranno dati riguarderanno sempre e solo utenti, hashtag o Istanze con cui la propria Istanza é già entrata in contatto.

Per intenderci: se sull’Istanza Bida cerchi l’hashtag #startrek e non venisse trovato niente, questo non significa che sull’intera rete di Mastodon non c’é nessuno che parla di #startrek: significa solo che l’Istanza Bida non é in contatto con nessuno che parli di quell’argomento. Potrebbe ad esempio esserci un’intera istanza di appassionati di Star Trek con cui però nessuno di Bida é mai entrato in contatto.

Può sembrare una limitazione che in realtà viene superata dal fatto che le Istanze fanno rete fra loro: più le Istanze e gli utenti interagiscono fra loro mettendosi in contatto reciproco e più sarà facile anche per l’argomento più di nicchia, uscire ed essere disponibile a persone lontane.

9.5 Amici degli amici e gente che non si conosce ancora.

Quando un’utente di un’altra istanza compare sulla Timeline federata si tratta pur sempre di un’utente che “risiede altrove” e conoscere lui non significa conoscere i suoi amici.

Torniamo ancora all’esempio dei circoli privati: sulla tua Istanza c’é Tizio che é amico di Dracula, un utente iscritto su una istanza di vampiri transilvani. Nella tua Istanza nessuno ha alcun contatto con nessun altro vampiro transilvano al di fuori di Dracula, perciò anche se sai che Dracula ha 500 amici all’interno della sua Istanza d’origine, se clicchi sul suo profilo vedrai solo il nome dei contatti che già conosci.

Per conoscere gli altri suoi amici sull’Istanza transilvana o lui li presenta (ad esempio condividendo i loro messaggi) o tu puoi iscriverti sull’istanza transilvana e farti direttamente un giro da quelle parti per conoscerli.

In questo modo, registrandoti su una seconda Istanza, avrai due diversi account Mastodon. Magari poi va a finire che preferirai usare come tua “base regolare” l’Istanza vampiresca ed invitare lì solo alcuni degli utenti dell’Istanza che frequentavi prima.

A questo punto verrebbe da chiedersi come può esser possibile entrare in contatto con utenti registrati su un’Istanza sconosciuta. Torniamo nuovamente all’esempio di #startrek paragonando la situazione a ciò che avviene nella vita reale: se nei giri dei tuoi conoscenti non c’é nessuno-nessuno-nessuno che s’interessa ad una certa cosa, com’é possibile che invece TU te ne interessi? La risposta é che l’unico modo é uscendo al di fuori dei tuoi giri.

In sostanza, le tue frequentazioni indipendenti (siti, blog, forum), che poco o nulla hanno a che fare con le tue solite reti sociali, possono portarti a conoscere altre reti sociali che, se non fosse stato per il tuo uscirne, non sarebbero mai entrate in contatto.

Nulla vieta che tu venga a sapere su un forum web di appassionati di Star Trek che alcuni di essi hanno aperto un’Istanza dedicata.

La tua Istanza di riferimento potrebbe essere in costante contatto con 20, 30 Istanze. La nuova Istanza di Star Trek che hai conosciuto al di fuori di Mastodon potrebbe essere invece in contatto con altre 15, 25 Istanze. Il tuo metterti in contatto con l’Istanza di Star Trek non può che rafforzare la conoscenza reciproca dell’intera rete di Mastodon.

Qui non si può citare la teoria dei sei gradi di separazione, la quale presuppone che una rete di certe dimensioni permetterebbe già al suo interno di connettere ogni utente con qualsiasi altro utente.

9.6 Utenti e Istanze bannate o ammutolite

Se tra le regole fondamentali della tua Istanza c’é il ban totale di utenti razzisti e sessisti e la tua Istanza si accorgesse che l’utente Puffetta, registrata su un’Istanza di puffi, posta proprio contenuti razzisti, questa verrebbe bannata e tu non avresti più modo di seguirla. Non solo: se la tua Istanza si accorgesse che l’intera istanza dei puffi é un covo di utenti razzisti e fascisti, potrebbe bannare l’intera istanza in un colpo solo, impedendogli di entrare in contatto con te e gli altri utenti della tua Istanza.

Ci possono essere anche casi meno drastici. Per esempio, Bida non banna i contenuti commerciali presenti su altre istanze ma si limita a silenziarle sulla Timeline federata. Ciò significa che tu sei libero di seguire l’account commerciali di questa o quella azienda che posta solo pubblicità di magici prodotti per l’allargamento del pene, però questi post non compariranno mai nella Timeline federata di Bida visibile agli altri utenti dell’Istanza.

Nel primo caso insomma, si tratta di utenti che “se stai qui diamo per inteso che non li vuoi vedere nemmanco col binocolo”, mentre nel secondo caso si tratta di utenti  che “vabbé, é roba che a te può anche interessare ma non venirci ad intasarci la timeline con quella roba”.

Qui entra in gioco il rapporto di fiducia con gli amministratori dell’Istanza che ti sei scelto, il senso di comunità all’interno della stessa, la condivisione di regole e princìpi, il modo in cui gli amministratori prendono decisioni e le comunicano. Se per stare su Facebook puoi solo scegliere se accettarne o meno le regole, qui hai invece numerosissime possibilità che possono essere piò o meno restrittive e seguire logiche ed interessi diversissimi ed assai personali.

Non sei d’accordo con le policy della tua Istanza? Puoi sceglierne un’altra. Non ti piacciono le Istanze con regole troppo restrittive? Puoi iscriverti ad un’Istanza che non pone alcun filtro e vedere che succede ad aggiungere amici sia da un’Istanza nazista che da un’Istanza antifascista. Vorresti cambiare certe cose della tua Istanza? Se é gestita da un’associazione di cui fai parte puoi far cambiare alcune cose tramite votazioni interne. L’Istanza a cui sei registrato non é d’accordo con la tua apertura agli sciachimisti? Puoi cercare una Istanza che accoglie gli sciachimisti. Puoi anche scegliere di avere diversi account per tener separati i contatti o addirittura metter su un’Istanza tutta tua e decidere in totale indipendenza le tue regole. Puoi pure creare un’Istanza chiusa che non ha contatti con le altre Istanze. E puoi sempre decidere di silenziare _per te stesso_ intere istanze che la tua Istanza approva: ti trovi in accordo con tutte le regole della tua Istanza e sei amico di molti dei suoi frequentatori, ma proprio non sopporti l’apertura a quell’Istanza di foodies in cui postano ogni momento foto di sushi e piatti ricercati? La puoi silenziare per conto tuo pur restando sulla tua Istanza che invece non ha nulla in contrario contro aperitivi e delicatezze regionali. Insomma: le possibilità sono numerosissime.

9.7 il Fediverso

Cercando sempre di evitare il discorso tecnico, bisogna però far notare Mastodon usa delle tecnologie di comunicazione utilizzate anche da altri SN decentrati. Questo vuol dire che su Mastodon si può interagire con utenti di altri SN, alcuni dei quali possono interagire con ancora altri SN formando una rete assai complessa chiamata Fediverso (Federazione+Universo).

Per fare un esempio di fantasia é un po come se tu scrivessi un post su Facebook, ricevessi un commento scritto da Twitter e questo commento generasse una nuova discussione su Tumblr (che interagisce con Twitter ma non con Facebook). Questo aspetto é assai complesso e variegato, pertanto meriterebbe forse un post a parte.

(Aggiornamento: il “post a parte” é stato scritto: Mastodon, il Fediverso ed il futuro decentrato delle reti sociali

 

9.8 Altre caratteristiche

Ci sarebbero poi tante altre caratteristiche specifiche da illustrare, come i diversi permessi di lettura dei post che invii (leggibili solo dagli utenti citati, oppure solo da chi ti segue, o da chiunque o da chiunque ma senza che questo sia pubblicato sulla timeline), oppure la possibilità di “mascherare” il tuo messaggio dietro una bandierina d’avvertimento o ancora le diverse funzioni dei client per smartphone. Tuttavia già quel che é stato descritto dovrebbe bastare per capire l’altissimo potenziale di Mastodon e del Fediverso.

10. Conclusioni

Per concludere non c’é che da aggiungere che al momento Mastodon sembra avere tutte le caratteristiche per diventare la vera alternativa ai SN commerciali grazie ad una struttura completamente differente, un approccio più personalizzabile ed umano ed un grandissimo mix di opzioni che permettono agli utenti di riprendere possesso delle proprie reti sociali, di proteggersi dalle interferenze comunicative organizzate e di rendere più costruttivi questi ambienti di comunicazione.

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Colonia curva nord

 

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Nella notte tra il 31 dicembre 2015 e l’ 1 gennaio 2016 a Colonia, in Germania, sono avvenuti fatti gravissimi. Fatti che nonostante fossero già di per sé estremamente gravi sono stati fin da subito cristallizzati e presi in ostaggio dal frame dello scontro fra civiltà rendendo estremamente difficile leggere gli eventi semplicemente per quel che son stati privandoli dei colori attribuitigli da teorie preconcette capaci solo di provocare reazioni isteriche.

Per meglio tentar di comprendere cosa sia avvenuto quella notte a Colonia é però utile farsi prima un’idea generale del luogo e contesto in cui sono avvenuti.

Ma prima ancora della lettura, un assaggio di “superiorità morale dei giovani occidentali”, giusto per far sbollire un po gli animi ricordando che la realtà non é fatta di monolitici bianchi e neri ma di una serie infinita di colori e sfumature che si fondono e si separano continuamente.

 

https://www.youtube.com/watch?v=WndSJTO5BvY

[il post é stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale]

Questo post é organizzato in cinque sezioni:

  1. Premesse sulla città, l’ambiente, il momento ed il clima precedenti alla notte in questione
  2. Descrizione cronologica degli eventi
  3. Descrizione cronologica del modo in cui gli eventi sono stati comunicati dai media
  4. Considerazioni finali
  5. Conclusioni

1.0 COLONIA

1.1 LA CITTA’

Colonia, con il suo milione d’abitanti che quasi raddoppiano considerando l’agglomerato urbano che immediatamente la circonda, é la più grande città della Renania Settentrionale-Westfalia. E’ la quarta città della Germania per dimensioni. Si trova più o meno a metà strada tra Düsseldorf e Bonn, da cui dista rispettivamente 34Km e 24Km circa, con le quali forma la “regione metropolitana Colonia-Bonn“. Colonia, quindi, pur essendo formalmente una città da un milione di abitanti, che diventano quasi due con l’hinterland, é in realtà il centro vitale di una “città estesa” di oltre tre milioni di abitanti.

Sviluppata sui due lati del fiume Reno, il centro città vero e proprio é l’Innenstadt, nel cui cuore si trova la città vecchia divisa in Altstadt-Sud ed in Altstadt-Nord. Quest’ultima rappresenta il centro del centro: é nell’Altstadt-Nord che sorgeva la città romana su cui si é sviluppata la città moderna, che si trovano il Duomo, l’Alter Markt (il mercato vecchio), le principali aree pedonali e la stazione centrale dei treni.

Colonia

L’Innestadt di Colonia, a forma di mezzaluna, al cui interno troviamo l’Altstadt-Nord (in verde) e l’Altstadt-Sud (in rosso)

1.2 COLONIA, LA GERMANIA E L’IMMIGRAZIONE DAL DOPOGUERRA AL 2001

Come in tutta la Germania, durante il boom economico tedesco degli anni ’60 e primi ’70, Colonia ha visto una fortissima immigrazione di lavoratori chiamati soprattutto dalla Turchia ed in misura minore anche dall’Italia e altri paesi mediterranei. La regione della RenaniaSettentrionale-Westfalia é la più ricca della Germania ed in assoluto una delle regioni più ricche d’Europa. Qui l’industria pesante del carbone e dell’acciaio ha contribuito al miracolo economico tedesco nel secondo dopoguerra e non stupisce che quindi sia stata quella col maggior tasso d’immigrazione. Non stupisce nemmeno che la maggior parte degli immigrati sia giunta proprio dalla Turchia, dato il secolare rapporto tra Turchia e Germania. Giusto per dare un’idea di misura: ad oggi nella regione del Nord Reno-Westphalia vive 1/3 dei tedeschi d’origine turca.

 

Per i primi trent’anni si può parlare di convivenza più che di vera e propria integrazione: inizialmente i lavoratori giungevano come Gastarbeiter (lavoratore-ospite) con un contratto triennale non estendibile Ma già alla fine degli anni ’60 questo limite venne meno soprattutto per il volere delle aziende cui un turnover triennale stava stretto. Negli anni a cavallo tra i ’60 ed i ’70 si vedono arrivare numerosi mogli e figli degli operai per ricongiungimento famigliare. La popolazione tedesca, non essendo etnicamente molto diversificata, accoglie questi lavoratori temporanei con un certo scetticismo.

Nel 1973 a Colonia nasce il centro di cultura islamica.

I nuovi arrivi provocano qualche brusio di risentimento razziale in tutto il paese. Dopo il colpo di stato in Turchia del 1980 si assiste ad una nuova ondata migratoria, stavolta di richiedenti asilo. La tensione razziale sale ed il discorso pubblico vede favorevolmente azioni di contenimento degli arrivi e di aiuti economici a chi decidesse di tornare ai luoghi d’origine ma tali progetti si risolsero in un nulla di fatto: si stava giungendo alla seconda generazione ed i nati in Germania non erano intenzionati a lasciare la Germania per il paese d’origine dei genitori che non avevano mai visto.

Dal 1984 a Colonia ha sede l’unione turco-islamica degli affari religiosi, una delle più grandi organizzazioni religiose tedesche. Dal 1986 sempre a Colonia ha sede il concilio islamico per la Germania e dal 1989, sempre a Colonia, ha sede la comunità alevitica tedesca.

Gli anni ’80 vedono rinvigorirsi numerosi focolai neonazisti che organizzano manifestazioni ed atti violenti a sfondo razziale, inclusi incendi ed omicidi che hanno un picco tra il 1990 e ’92, immediatamente dopo il crollo del muro di Berlino, e proseguono durante tutto il decennio della riunificazione delle due Germanie fino ai primissimi anni del 2000.

Dal 1994 proprio a Colonia ha sede il consiglio generale dei mussulmani in Germania. La città si conferma un punto di riferimento per le diverse comunità islamiche tedesche.

Tuttavia é proprio durante gli anni ’90 che si vede maturare un netto e costante distanziamento dell’opinione pubblica da queste manifestazioni estremiste.

 

1.3 QUALCHE NUMERO

Dati del 2011, anno dell’ultimo censimento, relativi alla sola città di Colonia riportano che su poco più di un milione di abitanti, 147.603 é cittadino tedesco ma ha un “background migratorio”, 117.343 sono cittadini provenienti da paesi extraeuropei (metà di questi dalla sola Turchia) e 55.502 sono cittadini provenienti da altri paesi europei

[Purtroppo non abbiamo trovato dati relativi all’agglomerato urbano che circonda immediatamente la città, pur sapendo che é abitato da circa 800.000 persone o dell’intera regione. Partendo però dal presupposto che solitamente chi arriva in Germania dal di fuori dell’Europa ha un tenore economico mediamente basso, così come i turchi-tedeschi, si può supporre che la percentuale di cittadini extraeuropei nell’hinterland di Colonia sia maggiore di quello rilevato al centro] 

A marzo 2015 risultavano esserci circa 5500 rifugiati a Colonia, numero oggi sicuramente maggiorato dal drammatico aumento migratorio degli ultimi mesi, considerando che nel solo settembre 2015 sono giunti in Germania tra i 270.000 ed i 280.000 rifugiati: più del totale di arrivi dell’intero 2014. Ci si aspetta circa un milione di nuovi rifugiati durante il 2016.

 

1.4 COLONIA, LA GERMANIA E L’IMMIGRAZIONE DAL 2001 AD OGGI

Tentando di fare una fotografia della situazione dei turchi-tedeschi tra il 2001 ed il 2010 si potrebbe riassumere così: convivenza sufficiente, integrazione non sufficienteProprio la più ampia delle minoranze presenti sul territorio tedesco é quella che presenta il tasso d’integrazione tra i più bassi.

Anche in Germania, dopo il 2001, il sentimento anti immigrati é stato catalizzato dall’anti-islamismo conseguentemente ai fatti dell’ 11 settembre.

Giunti alla terza generazione, nella scena pubblica sono oramai presenti numerosi artisti e sportivi di origine turca, tuttavia il tasso di abbandono scolastico é molto più alto tra i turco-tedeschi e conseguentemente lo status economico che questi raggiungono é mediamente inferiore rispetto alla media nazionale. Per i turco-tedeschi l’accesso al credito é mediamente più difficoltoso ed hanno più probabilità di ottenerlo da banche turche che da banche tedesche.

Come quasi sempre nei casi d’integrazione culturale, anche qui é facile osservare sia una certa resistenza sommessa da parte della popolazione tedesca ad un’integrazione effettivamente compiuta che un rafforzamento del sentimento identitario dei turco-tedeschi, il che non giova a favore di un maggiore avvicinamento culturale.

Negli ultimi quattro-cinque anni vi é stato un rapidissimo sviluppo di questi equilibri: la Germania é uno dei paesi europei in cui si é stabilito un numero elevatissimo di migranti e rifugiati e sia per la quantità che per la rapidità con cui ciò é avvenuto era quasi inevitabile non nascesse del malcontento, soprattutto laddove esisteva già un qualche tipo di disagio (per esempio nell’area dell’ex-DDR, economicamente più arretrata rispetto all’ovest). Come negli anni ’60, la ricchissima area di Colonia é stata ovviamente una delle mete preferite dai migranti.

Appena fuori dall’Innenstadt é stata da poco realizzata una grande moschea dal design futuristico commissionata da un’organizzazione di turchi-tedeschi.

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fonte: Wikipedia

Nel 2007, all’annuncio della costruzione, hanno protestato associazioni di estrema destra provenienti anche da Austria e Belgio, ma si é trattato di episodi marginali relativi a poche centinaia di persone di chiaro indirizzo neonazista.

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(2007) 150 membri di Pro-Köln marciano protestando contro la costruzione della moschea Fonti: Telegraph e Spiegel

Anche a Colonia si registrano episodi di razzismo quotidiano del tutto esplicito; in alcuni locali notturni a Colonia i buttafuori impediscono l’ingresso a chi non é di pelle bianca.

Nel 2014 a Dresda (ex DDR) viene fondata Pegida, un movimento politico a puro carattere anti-islamico che conquisterà un certo rapido successo: a gennaio 2015 capeggerà una marcia di 25.000 persone in una manifestazione contro gli attacchi di Parigi ed a giugno otterrà quasi il 10% dei voti alle elezioni municipali di Dresda. Il caso di Pegida, per quanto contenuto, suona però come campanello d’allarme in quanto manifestazione di un sentimento anti-immigrati ed anti-islamico molto più diffuso, trasversale, esplicito e socialmente accettato rispetto a solo pochissimi anni prima.

Il 26 Ottobre 2014 a Colonia migliaia di hooligans anti-islam (HoGeSa) ubriachi manifestano violentemente provocando forti scontri con passanti e polizia. La manifestazione aveva destato scalpore e tensione fin dal suo annuncio. Da un’altra parte della città é organizzata una contro-dimostrazione cui partecipano circa 10.000 persone. Ci sono scontri nell’area intorno alla stazione (link 1, link 2). in quanto tra gli 800 ed i 1000 contro-dimostranti di sinistra tentano di impedire agli hooligan di HoGeSa di uscire dalla stazione. Cannoni ad acqua, spray urticanti, arresti da entrambe le parti.

A metà dicembre 15.000 persone rispondono ai fatti di fine ottobre manifestando contro il razzismo.

In quegli stessi giorni Pegida indice una manifestazione a Colonia per il 5 gennaio successivo. L’arcidiocesi della città reagisce spegnendo le luci della Cattedrale.

Ai primi di settembre 2015 un’eccezionale ondata migratoria proveniente principalmente dalla Siria al suo quarto anno di guerra, migliaia di tedeschi s’attivano e manifestano a favore dell’accoglienza ai rifugiati. Anche a Colonia e Bonn associazioni si organizzano per portare un primo conforto ed appoggio ai rifugiati che giungono coi treni.

Fonte: Fanzeit

Fonte: Fanzeit

Più di recente, il 17 ottobre 2015, il giorno prima del voto alle elezioni comunali la candidata sindaco Henriette Reker (58) é stata pugnalata gravemente al collo da un disoccupato quarantaquattrenne noto per le posizioni vicine all’estrema destra neonazista negli anni ’90 che disapprovava le posizioni liberali della Reker a favore dei rifugiati. 24 ore più tardi il voto eleggerà la Reker a nuovo sindaco, che ne riceverà l’annuncio dall’ospedale.

La Germania insomma ha maturato oltre mezzo secolo di rapporti intensi con comunità di immigrati, soprattutto di religione islamica provenienti dalla Turchia. Tra alti e bassi ha tutto sommato intrapreso una strada che punta attivamente all’integrazione culturale ma oltre a scontrarsi con la resistenza che s’incontra spesso in questo tipo di situazioni, l’attuale crisi dei rifugiati e gli attentati terroristici su territorio europeo, stanno alimentando sempre più sentimenti xenofobi e reazionari che non mancano di manifestarsi in maniera violenta. In Germania la polarizzazione su immigrazione ed islam é decisamente maggiore, più organizzata e manifesta rispetto alla situazione italiana.

 

1.5 CRIMINALITA’ A COLONIA

La quarta città per grandezza della Germania é la seconda per tasso di criminalità. Dal 2003 il crimine più diffuso é il borseggio, perlopiù da parte di persone provenienti dal’ Africa del Nord che mirano al furto di smartphone. Negli ultimi tre anni vi sono stati 11.000 casi di furti e violenze in città. I giorni di carnevale registrano un’impennata dei borseggi. Il secondo crimine per frequenza sono i furti per cui la polizia accusa soprattutto bande dell’est Europa che non vivono in città. I borseggi in particolare sono d’interesse per quanto riguarda i fatti presi in esame in questo post. Un gran numero di questi avviene nei dintorni della stazione dei treniCome avvisa il sito di publica utilità della polizia tedesca i casi più frequenti riguardano situazioni di ressa (tipo i mercatini di Natale) e sono effettuati soprattutto da stranieri che mirano tendenzialmente ai portafogli posti nelle tasche posteriori, che contano sull’annebbiamento della vittima che abbia alzato un po il gomito durante una giornata di festa. Altro metodo ben conosciuto dalla polizia tedesca é distrarre la vittima spintonandola mentre un complice la deruba, ma soprattutto é noto che questo tipo di furti avviene più con azioni fulminee e “fisiche” e non con silenziosa destrezza e sono compiuti perlopiù da persone provenienti dal’ Europa dell’est e dall’Africa del Nord.  Un’altra variante é quella di distrarre la persona toccandola. Un’ulteriore variante meno usata é quella di circondare la vittima in gruppo impedendole ogni tipo di movimento per poi dividersi rapidamente dopo averla derubata. La polizia della Renania Settentrionale-Westfalia diffonde manuali come questo per prevenire i numerosi casi di taccheggio. La zona della stazione é luogo di spaccio di gruppi di nordafricani che non di rado si danno pure al taccheggio.

 

1.6 L’AREA DELLA STAZIONE-DUOMO

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Altstadt-Nord. In Rosso é indicata la piazza tra Stazione e Duomo. In giallo la piazza del chiostro e più a sud la Roncalliplatz. La linea verde sul tetto del Duomo indica 100 metri.

 

La Bahnhofsvorplatz é una piazza pedonale di forma triangolare che, come dice il nome, sorge dinnanzi alla stazione centrale dei treni di Colonia che ne occupa il lato est. Sul lato ovest ci sono un paio di palazzi e l’angolo di una chiesa mentre a sud c’é il maestoso Duomo la cui base é cinque-sei metri più in alto rispetto alla piazza della stazione. Tra la piazza e il Duomo c’é la Trankgasse, una strada percorsa da automobili che però si oltrepassa facilmente con un sovrapassaggio che funge da scalinata del Duomo. Proseguendo verso il centro, proprio attorno al Duomo s’incontrano altre due piazze pedonali: la piazza del chiostro ad ovest e la Roncalliplatz a sud.

La stazione di Colonia é molto grande. Ci passano giornalmente 280.000 persone. Tra i negozi e ristoranti al suo interno si trova sempre tantissima gente.

L’area attorno al Duomo e della stazione é comunemente nota come un luogo di taccheggio e spaccio di Marijuana in cui  stazionano regolarmente bande di spacciatori-taccheggiatori prevalentemente di origine nordafricana. Non é un mistero: chiunque abiti a Cologna lo sa ed é pure indicato nelle guide per i turisti. Lo scorso luglio una retata della polizia ha identificato una rete di 40 persone che operavano in quelle piazze.

L’intera area é dunque un’importante zona di passaggio: impossibile andare in centro a Colonia senza passare dalla zona della stazione. Da qui si passa per attraversare l’Hohenzollernbrucke: uno dei tre ponti che collegano il centro all’altra sponda del Reno su cui le coppiette attaccano i lucchetti.

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1.7 CAPODANNO A COLONIA

Nella notte di San Silvestro migliaia di persone si recano a Colonia per ammirare i fuochi d’artificio. Il capodanno di Colonia é “IL” capodanno del Reno Settentrionale-Westfalia ed attira anche numerosi turisti stranieri. Famiglie con bambini, compagnie di amici e coppiette in giro dappertutto. Come ad ogni capodanno ci si ritroverà con gli amici, si brinderà assieme con birra e spumante, si faran scoppiare i petardi e così via.

Un tipico capodanno tra amici per le strade di Colonia é più o meno come in questo video del 31 dicembre 2014:

E lo spettacolo di fuochi che ci si aspetta attorno alla mezzanotte é questo:

Come in ogni capodanno, o meglio, come in ogni grande evento di piazza, esattamente come avviene in tantissime città del mondo, si verificano numerosi casi di borseggio e molestie, ci saranno compagnie di ragazzi ubriachi, incidenti coi petardi e pure qualche rissa. (Nell’ultima edizione dell’Oktoberfest sono stati denunciati 40 casi di molestie, nessuna delle quali a carico di “nordafricani o immigrati”)

 

1.8 I LUOGHI DEL CAPODANNO

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I luoghi principali in cui si svolge il capodanno nel centro di Colonia sono grossomodo le aree pedonali dell’Altstadt-Nord che vanno dalla stazione dei treni e l’adiacente duomo alla piazza alberata dell’Heumarkt ed il lungarno. Alla mezzanotte molte persone si spostano sul lungoreno e sui ponti per ammirare lo spettacolo dei fuochi d’artificio.

 

2.0 CAPODANNO 2015/2016

  • Nei giorni precedenti erano state diffuse notizie riguardanti possibili attacchi terroristici nelle maggiori città europee per capodanno.
  • La polizia locale di Colonia chiese rinforzi per la notte di Capodanno ma il ministero li aveva negati.
  • I fatti qui elencati sono stati ricostruiti in base alle testimonianze e dichiarazioni giunte nei giorni successivi.
  • L’elenco delle aggressioni é particolarmente corposo. Qui ne sono state selezionate solamente alcune per fornire un’immagine il più completa possibile degli orari di inizio/fine e delle diverse modalità d’esecuzione.

19:00 Una ragazza viene circondata da 5 persone ed afferrata mentre cammina

19:30 Parcheggio della stazione. Una ragazza si trova all’interno della propria macchina ferma. Un uomo le bussa sul finestrino e le indica di guardare le ruote. La ragazza esce dal veicolo e vi gira intorno osservando le ruote. Rientrata nell’abitacolo scopre che la sua borsetta é scomparsa.

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eventi tra le 19 e le 21 (dati aggiornati all’ 11/01/16)

20:30 Nella Banhofsvorplatz (la piazza antistante la stazione dei treni, indicata in rosso nell’immagine sopra) inizia a formarsi una folla composta da diverse centinaia di persone, perlopiù di origine nordafricana.

21:00 Nella piazza sono presenti circa 400/500 persone, quasi esclusivamente giovani uomini nordafricani e mediorientali tra i 15 e 35 anni. Alcuni stanno in piedi divisi per gruppetti nella piazza a far esplodere petardi.  Altri stanno sulle gradinate del Duomo a guardare la scena. Per terra ci sono bottiglie di birra. Sono molto rumorosi. Si sentono continui fischi dei mazzetti in volo e ogni volta che uno di questi esplode si sentono fischi e “Oooooh”.  Una persona viene derubata all’interno della stazione. Decine di cellulari riprendono quel che succede. Alcuni gruppetti lanciano pericolosamente i petardi addosso ad altri gruppetti in un “gioco” decisamente irresponsabile. Alcune delle persone che escono dalla stazione preferiscono aggirare in fretta il centro della piazza piuttosto che passare in mezzo alle esplosioni. Qualcuno si ferma a vedere che succede. C’é un caso di accoltellamento per cui arrivano la polizia ed un’ambulanza ed altre risse.

21:30 Polizia locale, polizia federale e rappresentanti del comune tengono un briefing sulla situazione alla piazza della stazione. Si propone di far intervenire la polizia antisommossa per le 22:00

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eventi tra le 21 e le 22 (dati aggiornati all’ 11/1/16)

22:00 La folla davanti alla stazione si é fatta più aggressiva. Chi passa di lì ne é intimorito. Molti di loro sono ubriachi ed “inconsapevoli di dove si trovassero“. Probabilmente molti han consumato anche droghe. Le bottiglie di birra vuote vengono frantumate per terra. Ci sono diverse chiazze di vomito. Lo scoppio continuo di petardi rende il tutto ancor più caotico. Ad ogni passo si calpestano vetri rotti. Due uomini bloccano delle donne vicino alla cattedrale e queste, urlando, tentano di reagire. Ci sono diverse risse nella stazione e la polizia tenta di contenerle ma sono troppe e c’é una difficoltà oggettiva nel focalizzarsi su ogni singola rissa. Si sente una ragazza urlare, piangere e scappare da un uomo che le urla contro puntandole il dito per poi inseguirla assieme ad altri. C’é un secondo briefing tra le polizie ed il Comune. L’intervento della polizia antisommossa é rimandato alle 22:30. Ubriachi lanciano petardi addosso ad altra gente. Iniziano le prime aggressioni: branchi da 2 fino a 20 persone individuano delle vittime, quasi esclusivamente giovani ragazze, le circondano e continuando a camminare al passo delle vittime vi si stringono addosso impedendone la fuga. A questo punto diverse mani iniziano a toccare aggressivamente la vittima da più parti: mani sul sedere, mani sul seno, tra le gambe. Mani che afferrano le braccia e che tirano la giacca. In alcuni casi mani che s’infilano dentro ai pantaloni. Intanto il branco rivolge frasi oscene alle vittime, le chiama “Bitch” o “Schlampfe” (Troia) e gli dice “Ficki, Ficki” (Scopiamo, scopiamo). Una macchina della polizia sosta davanti al Duomo e viene bombardata di petardi.

22:15 Una donna viene assalita e toccata mentre esce dalla stazione. Contemporaneamente c’é un tentativo di rubare la borsa del marito.

22:25 In piazza giungono dieci poliziotti antisommossa.

22:30 Due ragazze vengono assalite all’ingresso della stazione. Gli assalitori le toccano dappertutto, compresi i genitali. (Si tratta dell’episodio più grave e che porterà a due denunce per stupro). Una ragazza passa nel bel mezzo di una folla. Successivamente si accorge di esser stata derubata. Un petardo esplode sulla spalla di una ragazza ustionandola. Un’altra ragazza giunta da Bonn testimonia che scesa dal treno vede in stazione quasi esclusivamente maschi nordafricani. Ubriachi. La folla é tanto densa da potersi a malapena muovere e diverse mani la toccano sul sedere. “non avevano la sensazione di star facendo qualcosa che é vietato

22:40 Un ragazzo e due ragazze alla stazione. Mentre queste vengono circondate e toccate lui viene derubato.

22:50 Tutte le squadre antisommossa sono ora nel piazzale. Sei tratta di 142 poliziotti. All’interno della stazione invece ci sono 70 poliziotti federali i quali determinano che all’interno della stazione c’é un grande numero di uomini e ragazzi.

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eventi tra le 22 e le 23 (dati aggiornati all’ 11/1/16)

23:00 Le persone radunate nella Banhofsvorplatz adesso sono circa un migliaio. Secondo alcuni 1.500. Più rumore, più petardi. Più caos. C’é una situazione caotica con gente “completamente disinibita” che urla, fumo di petardi esplosi ovunque. Gran parte delle persone é ubriaca o intossicata. Nessuno si cura più di tanto della presenza della polizia. Si stanno verificando ancora aggressioni all’interno della folla ma la polizia antisommossa non se ne accorge. Passa un’ambulanza e viene bersagliata di petardi. In un angolo della piazza alcuni stanno litigando. Altre risse. Per la maggior parte sono ragazzi e giovani uomini nordafricani o mediorientali. Non é più una situazione tranquilla: raggiungere la stazione dei treni é ora oggettivamente pericoloso per i passanti e le persone in piazza si stanno facendo aggressive. Alcuni ragazzi si sono messi a far scoppiare petardi nel bel mezzo dell’adiacente sottopasso impedendo l’eventuale passaggio delle automobili. Nel frattempo sono giunte diverse macchine e camionette della polizia. Un’altra ragazza testimonia di esser stata toccata nelle parti intime più o meno a quest’ora nel piazzale della stazione.

https://www.youtube.com/watch?v=FrNUwzUTVSI

23:15 Due ragazze vengono circondate e toccate dalla folla. Cade la borsetta. Vengono derubate di cellulare, contanti e gioielleria. La polizia decide di sgomberare la scalinata del Duomo.

23:30 La polizia decide d’intervenire prima che accada qualcosa di grave ed inizia lo sgombero della piazza. Con qualche difficoltà circondano la zona ed iniziano a disperdere le persone presenti allontanandole dalla zona della stazione. La polizia di Colonia informa della situazione la LZPD, l’organo di coordinamento delle polizie del Länder. La LZPD chiede se siano necessari rinforzi ma la polizia di Colonia dichiara di non ritenerlo necessario.

23:35 La polizia inizia a sgomberare la scalinata del Duomo.

23:40 Una ragazza si trova nella folla. Viene toccata e derubata.

principali eventi denunciati tra le 23 e le 24

principali eventi tra le 23 e le 24 (dati aggiornati all’ 11/1/16)

00:00 Mezzanotte: festeggiamento del nuovo anno.

00:05 Ragazza viene toccata sul sedere da stranieri. In seguito si accorge che le é stato rubato il cellulare.

00:15 La scalinata del Duomo é ora sgombra.

00:20 Vittima testimonia di esser stata “toccata dappertutto”

00:27 Il grosso dei festeggiamenti é finito e da questo momento in poi molte persone dovranno recarsi alla stazione per tornare a casa. La polizia decide di riaprire l’accesso alla piazza e alla scalinata. Sempre la polizia dichiarerà successivamente che da questo momento la situazione in piazza si era “calmata notevolmente

00:30 Madre e figlia vengono assalite. Uno degli assalitori tenta di baciare la ragazza mentre un’altro le tira fuori il portafoglio dalla borsa. Una ragazza viene circondata da 5 uomini che tentano di toccarla sotto alla gonna mentre un’altro le strappa via la borsetta. Tra la mezzanotte e adesso la polizia ha controllato tra le 30 e le 50 persone. Una squadra viene spostata in un’altra zona della città. Alcune donne dichiarano agli agenti di non esser state aiutate dai poliziotti presenti in stazione. C’é il primo arresto per borseggio.

00:45 La polizia dichiarerà successivamente che a quest’ora era stata disperso il grosso della folla presente in piazza. Tuttavia vi sono diverse testimonianze che affermano il contrario. Ad esempio la testimonianza di una ragazza, il fidanzato e due amiche che trovatisi nel piazzale a quest’ora vengono circondati da diversi uomini che iniziano a toccarli dappertutto, anche in zone intime. Dopodiché, ancora in stato di shock, han raggiunto dei poliziotti all’interno della stazione che immediatamente sono scattati nel tentativo di catturare gli aggressori. Aggressioni simili avvengono sia all’interno che al di fuori del piazzale della stazione.

00:50 La polizia dichiarerà in seguito che solo a quest’ora viene informata per la prima volta che ci son state molestie sessuali. Vicino al duomo c’é un tentativo di stupro.

00:57 Gruppo di cinque femmine ed un maschio vengono circondati da 30-50 persone. Le femmine vengono molestate ed il maschio derubato.

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eventi tra le 00 e le 01 (dati aggiornati all’ 11/1/16)

01:00  Amir, un 37enne iraniano residente da 17 anni in Germania, testimonia che a quell’ora é entrato alla stazione con la fidanzata e i suoi genitori per tornare tutti a casa. Un poliziotto cerca di impedirgli l’accesso finché lui non gli dice “Siamo una famiglia e vogliamo tornare a casa”. Entrati nella stazione vedono vomito dappertutto. Giorni dopo testimonierà: “Ho avuto paura” – “E’qualcosa che non avevo mai visto in Germania”. Durante la serata, davanti alla stazione dei treni la polizia ha identificato 70 delle persone presenti. La polizia si apposta all’ingresso della stazione per permettere alle persone di raggiungere i binari in sicurezza. Tre ragazze vengono circondate e toccate dappertutto da un gruppo di nordafricani. C’é un tentativo di rubare una borsetta. Viene rubato un cellulare.

01:20 La polizia deve ancora contenere delle aggressioni tentando d’impedire l’assembramento di persone “che apparentemente si raggruppavano per commettere crimini o celarli

01:30 Una ragazza viene separata dal suo ragazzo, toccata dappertutto e derubata della borsetta ed il suo contenuto.

01:40 Ai binari una ragazza viene toccata sotto gli abiti nell’area genitale.

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principali eventi tra le 01 e le 02 (dati aggiornati all’ 11/1/16)

 

02:00 Attorno alla stazione c’é ancora gente. Ci sono diverse risse. Ubriachi che lanciano le bottiglie rischiando di colpire passanti. Un gruppo di uomini infastidisce delle ragazzine nella metropolitana ma un signore tedesco interviene e queste riescono ad allontanarsi.

02:30 Ragazzo e ragazza vengono molestati mentre camminano dall’Heumarkt al Duomo

03:15 Ragazzo e ragazza vengono circondati. L’uomo viene derubato.

04:00 La polizia dichiarerà che a quest’ora la situazione si é ulteriormente calmata.

04:15 Ragazza viene toccata dappertutto.

04:30 Una ragazza esce da un bar e viene derubata del cellulare.

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eventi tra le 02 e le 05 (dati aggiornati all’ 11/1/16)

05:00 Viene mandata via una delle squadre di poliziotti dalla stazione

05:05 Vengono rilasciate le prime persone che erano state arrestate e trattenute in cella.

06:40 Ragazzo in bici nei pressi della stazione. Dalla giacca gli vengono rubati cellulare, documenti e carte di credito.

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eventi dalle 05 alle 12 (dati aggiornati all’ 11/1/16)

Dopo le 5 la situazione é ritornata quella di una giornata normale.

 

3.0 I GIORNI SUCCESSIVI

[fra parentesi quadre ed in rosso alcune considerazioni che si é preferito inserire qui anziché nella quarta sezione] 

Venerdì 1 Gennaio 2016 POLIZIA NEGA, I SOCIAL NETWORK S’INFERVORANO

Alle 08.57 viene rilasciata una relazione della polizia segnala che “la celebrazione del capodanno é stata perlopiù pacifica” e che all’indomani dei festeggiamenti il clima é “ritranquillo”. Si segnalano 20 casi di danneggiamento (l’anno precedente furono 25), 78 colluttazioni, 80 interventi della polizia, 80 casi di festeggiamenti eccessivamente rumorosi e il fatto che poco prima di mezzanotte si é dovuta sgomberare l’area del Duomo per evitare la formazione di una ressa pericolosa causata da circa 1000 persone intente a far esplodere fuochi pirotecnici.

Sul gruppo Facebook “Nett-Werk Köln” vengono pubblicati dei post sugli assalti ma gli amministratori del gruppo li cancellano in quanto contrarie alle regole contro l’incitamento

Il Köllner Express pubblica un articolo intitolato: “Notte di San Silvestro: giovani donne molestate sessualmente” in cui riporta la testimonianza di una giovane donna (28) che dichiara che nei pressi della stazione alle 00:45 lei, il fidanzato e due amiche sono stati circondati da diversi uomini che hanno iniziato a toccarli dappertutto, anche in zone intime. Dopodiché, ancora in stato di shock, han raggiunto dei poliziotti all’interno della stazione che immediatamente sono scattati nel tentativo di catturare gli aggressori.

 

Sabato 2 Gennaio 2016 PRIME AMMISSIONI DELLA POLIZIA

La polizia dichiara che una trentina di uomini “di aspetto nordafricano” ha agito assalendo diverse vittime circondandole in gruppi per immobilizzarle e distrarle mentre le derubavano di portafogli e cellulare e che in alcuni casi sono andati oltre toccando le parti intime delle vittime dei furti.

 

NOTA RIGUARDANTE I DIVERSI CORPI DI POLIZIA TEDESCA

Nel piazzale della stazione di Colonia a capodanno intervenivano due diversi corpi di polizia:

Bundespolizei (polizia federale tedesca, dipendente dal ministero degli interni. Ha il controllo della ferrovia e della stazione dei treni fino ad una distanza di 30 metri da essa, il che include tutta la piazza antistante.)

Kölner Polizei (o Landespolizei Köln, polizia locale di Colonia, dipendente dal proprio Länder di appartenenza. Ha il controllo del territorio)

Inoltre alcune dichiarazioni verranno rilasciate dal leader locale del GdP, ossia il principale sindacato di polizia.

Ciò ha provocato a volte una qualche confusione sui media riguardo le dichiarazioni dei diversi “capi della polizia”.

 

Domenica 3 Gennaio 2006 A COLONIA NON SI PARLA D’ALTRO

A Colonia non si parla d’altro soprattutto sui social network a causa della scarsa copertura mediatica che già qualcuno indica come voluta.

Il “Köllner Express” pubblica un nuovo articolo in cui riporre più un dettaglio la testimonianza del primo articolo. La giovane donna, che dichiara di essere nativa di Colonia, si chiama Katia L (28) e specifica che l’assalto é avvenuto nei pressi della vecchia sala d’attesa aggiungendo “Quando uscimmo dalla stazione fummo molto sorpresi dal gruppo che incontrammo fuori” – “erano solamente uomini stranieri” („Als wir aus der Bahnhofshalle kamen, waren wir sehr verwundert über die Gruppe, die uns da empfing“ – „Es handelte sich ausschließlich um junge ausländische Männer”), che “sarò stata toccata 100 volte in 200 metri” mentre gli uomini le dicevano “Schlampen” (troie) e “Ficki, Ficki” (scopare, scopare) e che “per fortuna indossava giacca e pantaloni perché una gonna le sarebbe stata sicuramente strappata”. Una delle due amiche racconta che il gruppo era di 40 o forse 100 uomini e che collant e mutande le son state quasi completamente tolte. Tornate alla stazione hanno avvertito subito la polizia ma non son state in grado di dire chi le avesse toccate né dove. Katia L. aggiunge “spero che li catturino o non scenderò in piazza al Carnevale”. L’articolo termina informando che la polizia ha iniziato un’attività di verifica dei fatti e che 35 donne hanno già fatto denuncia ma la cifra é destinata ad aumentare. In totale sono state fatte 60 denunce, il 25% delle quali includeva molestie sessuali.

 

Lunedì-Martedì 4 -5
Gennaio 2006 LA NOTIZIA FA IL GIRO DEL MONDO

Il capo della polizia di Colonia, Wolfgang Albers, dichiara che il numero di denunce é arrivato a 60. Parla di “una dimensione completamente nuova di crimine“. La sindaco Reker annuncia una riunione apposita.

Sull’Huffington Post tedesco si fa notare come i fatti di Colonia incredibilmente non abbiano avuto eco sui media nazionali nonostante la gravità e che le uniche fonti sono, oltre a brevi dichiarazioni su WDR, il “Köllner Express” e “Focus Online“, entrambi di noto indirizzo conservatore e non proprio adatti a fungere da fonte primaria. Si parla di disinformazione, censura ed eccessiva prudenza. Poco dopo la pubblicazione dell’articolo, però, la notizia riceverà una copertura internazionale.

Il ministro della giustizia tedesco Maas parla di attacchi “vili e odiosi”. La cancelliera Merkel chiede una risposta severa della legge. La sindaco di Colonia dichiara misure restrittive per i prossimi eventi pubblici. La polizia dichiara che le denunce sono salite a 90, alcune delle quali per molestia, alcune per furto e alcune per furto con molestia. In un caso v’é una denuncia per stupro. La sindaco Reker dichiara che non v’é alcuna prova che vi fossero rifugiati tra gli assalitori e diffonde alcuni “consigli utili” per evitare in futuro situazioni simili che scatenano ilarità e critiche. Quello che appare subito chiaro é che non ci sono dei veri sospetti e non é chiaro il loro numero ma “Non si é trattato di mille assalitori, come ripete la stampa, ma di persone che si sono mescolate nella folla.

La notizia viene riportata dai media internazionali che sostanzialmente riprendono quanto scritto sul “Köllner Express” e “Focus Online“. Ciò che passa é sostanzialmente “Nella notte di Capodanno a Colonia mille arabi o nordafricani ubriachi ed aggressivi hanno assalito dalle 60 alle 90 donne”, così come lo riporta la BBC, il DailyMail,

In Italia la notizia giunge così:

 

Schermata 2016-01-10 alle 00.28.57

 

Schermata 2016-01-10 alle 00.31.52

 

Schermata 2016-01-10 alle 00.33.59

 

Schermata 2016-01-10 alle 00.19.56

 

Schermata 2016-01-10 alle 00.35.09

 

Schermata 2016-01-10 alle 00.23.19

 

 

[Da una parte i quotidiani di estrema destra parlano di “stupri di massa”, dall’altra alcune incomprensioni diffuse sui termini “molestie”, “attacchi” e “gruppi” e il patatrac é fatto! Da questo momento in Italia si parla di “mille rifugiati mussulmani ubriachi che si sono organizzati in massa per stuprare in branco le nostre donne”]

 

Mercoledì 6 Gennaio 2006 SALE L’HYPE

Salta fuori un foglio in cui sono riportate sia in arabo che in tedesco frasi come: “Voglio scopare con te”, “belle tette” e “ti ammazzo”.

Una donna di lingua araba informa la polizia che alcuni rifugiati di Duisburg le avrebbero rivelato di esser stati a Colonia per il capodanno. Alcuni cellulari rubati sarebbero stati rinvenuti presso abitazioni di rifugiati o nelle loro vicinanze, ma la polizia non conferma.

Duecento donne manifestano contro il sessismo davanti al Duomo di Colonia.

[In GERMANIA dapprima si é parlato del ritardo con cui la notizia é giunta ai notiziari nazionali accusando la polizia di aver voluto mantenere in silenzio i fatti, poi ci si é concentrati sul fatto che molti media hanno dato scarso risalto alla nazionalità/origine degli assalitori indicandoli come “probabilmente nordafricani” o “indicativamente di aspetto arabo”; poi si é proseguito con le accuse di incompetenza verso la polizia e allo stesso tempo si son toccate appieno le politiche di accoglienza del governo in carica, passando per il senso di sicurezza generale.  

In ITALIA invece il livello del discorso é ben esemplificato qui: C_4_articolo_2152734_upiImagepp

Si é parlato di “stupri organizzati”, “rete internazionale degli stupri di massa”, “attacco organizzato” equiparando i fatti di Colonia ad un atto terroristico.

Come sempre in questi casi sui social network ottengono maggio risalto le voci più estremiste e informazioni vere si legano a bufale di facile presa. Foto risalenti ad altre notizie, falsi palesi, dettagli ingigantiti, voci date per buone ed un video delle aggressioni che poi si scopre esser risalente ai fatti del Cairo del 2012 (NB pur non riferendosi ai fatti di Colonia il video é utile in quanto le modalità delle aggressioni di Colonia é praticamente identica a quella mostrata nel video in questione) . Il tutto ovviamente per dipingere i fatti in modo ancor più drammatico di quanto non siano già. 

Ciò che molto velocemente é stato messo in secondo piano sia in Germania che in Italia é la possibile discussione sul trattamento delle donne nei luoghi pubblici. Già a questa data i “fatti di Colonia” sono diventati merce di propaganda politica incentrata sulla tesi dello scontro di civiltà e cioé immigrazione, Islam, Europa, accordi di Schengen ecc. Le vittime dei fatti sono già diventate un mero numero da spendere e l’interesse vige più sulla nazionalità/origine degli aggressori che su ciò che han passato le vittime (Quanti erano rifugiati? Quante molestie? Quante donne? Quanti disoccupati? Quanti?)

Il fatto é decisamente interessante soprattutto se paragonato ad un recente episodio che presenta alcuni particolari analoghi:

https://www.youtube.com/watch?v=4vznKyl_4A8

Roma, 18-19 febbraio 2015, un migliaio di ultras olandesi del Feyenoord perlopiù ubriachi, tengono in ostaggio diverse zone del centro con risse, danneggiamenti, vandalizzazioni, scontri con la polizia. Vengono danneggiati 15 autobus e la fontana del Bernini in quelle che vengono descritte da più parti “scene di guerriglia“. In quel caso oltre a qualche ovvia critica sull’operato della polizia é interessante osservare in che modo sono stati descritti gli ultras del Feyenoord sulla stampa più critica:

“orda sbronza”, “teppaglia” che forse han dovuto sfogare la loro frustrazione di vivere in una città brutta (Libero

“teppisti” che hanno compiuto “barbarie” (Libero)

“teppisti” (Libero)

“tifosi ubriachi” (Il Giornale)

“tifosi-vandali”, “nuovi lanzichenecchi” (Il Giornale)

“barbari”, “hooligan” (Il Fatto Quotidiano)

“bestie completamente ubriache”, “energumeno”, “esaltati” “soliti imbecilli” (Il Fatto Quotidiano

Qui la tesi dello scontro di civiltà non é scattato. Perché? Non si inneggiato contro la “razza olandese” né contro la “cultura nordica”, né contro la “violenza repressa dei protestanti”: i tifosi ubriachi sono contestati semplicemente per il fatto di essere dei tifosi ubriachi. La loro origine viene considerata solo come appiglio su cui costruire delle immagini colorite (barbari, vandali, lanzichenecchi) ma non é mai elemento centrale della critica. Gli ultras olandesi sono condannati in quanto ultras e non in quanto olandesi. Mai, mai, mai é stata proposta una lettura razziale-culturale di ciò che gli olandesi hanno fatto a Roma. Mai si é accennato alla loro fede protestante. Al contrario, per i fatti di Colonia, i teppisti nordafricani e mediorientali vengono condannati in quanto nordafricani e mediorientali secondo l’equazione “nordafricani e mediorientali = teppisti”. ].

 

Giovedì 7 Gennaio 2006 NOTIZIE A CATENA

Sull’Huffington Post tedesco si prende atto che moltissima stampa ha abusato dei termini “1000 uomini”, “rifugiati” in quanto a questa data nessun elemento indica che effettivamente vi fossero mille persone implicate, né che vi fossero coinvolti rifugiati ma che oramai la vulgata dell’evento é “mille rifugiati hanno molestato donne tedesche” [se avesse letto i giornali italiani molto probabilmente l’autore avrebbe sostituito “molestato” con “stuprato”] .

[Le dichiarazioni della polizia hanno fatto si che si smorzassero le voci sui “mille stupri”. Nel frattempo alla notizia di Colonia si sommano anche le segnalazioni di molestie avvenute in altre città europee da Amburgo a Zurigo passando per Helsinki. Da questo momento ogni molestia, furto, violenza o rissa di un seppur minimo interesse verrà collegata ai fatti di Colonia e troverà spazio sulla stampa: si andrà da un gruppo di 500 uomini che han tentato di forzare l’ingresso in una discoteca a Bielefeld (la polizia di Bielefeld però rimarcherà che i fatti di Colonia non c’entrano niente con quanto avvenuto a Bielefeld e che le voci in rete hanno ingigantito e snaturato) ai  6 (sei) casi di molestie avvenuti la stessa notte a Zurigo. Ciò non deve stupire in quanto risponde perfettamente ad una nota tendenza dei news-media, ossia la creazione di notizie-catena ottenute relazionando forzatamente fatti scollegati per cavalcare l’onda dell’interesse per la notizia iniziale col risultato di amplificare agli occhi del pubblico la portata dei fatti. Un esempio illuminante é il caso delle “morìa di uccelli del 2011.]

Il Consiglio centrale dei mussulmani tedeschi, con sede a Colonia, riceve centinaia di email e 50 telefonate telefonate minatorie. Sono costretti a staccare i telefoni.

 

Venerdì 8 Gennaio 2006 LICENZIATO IL CAPO DELLA POLIZIA LOCALE

Il capo della polizia di Colonia viene mandato in pensionamento anticipato. La polizia federale dichiara di aver identificato 31 persone sospettate di aver preso parte alle aggressioni, tra cui 18 richiedenti asilo ma la polizia specifica che non sono sospettati di molestie sessuali ma di furto. Fra gli identificati vi sono 9 algerini, 8 marocchini, 4 siriani, 5 iraniani, 1 iracheno, 1 serbo, 1 statunitense e 2 tedeschi (secondo alcune fonti tre) . Sono perlopiù persone già note alla polizia di Colonia e non sono tra i profughi arrivati di recente. Vengono inoltre arrestate due persone: un sedicenne di origine marocchina ed un ventitreenne di origine tunisina. Le denunce sono salite a 200. Tra telecamere a circuito chiuso e telefoni cellulari sono state raccolte 350 ore di filmati divisi in circa 250 files.

 

Sabato 9 Gennaio 2016 SCONTRI TRA MANIFESTANTI

A Colonia il partito anti-Islam Pegida organizza una manifestazione anti-rifugiati cui partecipano circa 1700 persone mentre nel piazzale della stazione dei treni si é tenuta una contro-manifestazione. Mentre quest’ultima si é svolta pacificamente quella di Pegida é sfociata in scontri. Discorsi di grande violenza verbale, che hanno acceso ancor più gli animi: “Angela Merkel peggior cancelliere dopo Hitler”, “Islam cancro e Pegida la sua cura”, “Profughi invasori che violentano donne e bambini”, alcune delle frasi più roboanti pronunciate dagli oratori.

https://www.youtube.com/watch?v=tkNTKaNEP5U

La polizia di Colonia dichiara che 100 detective stanno investigando su 379 denunce, di cui circa il 40% include molestie sessuali e che le indagini sono focalizzate su persone originarie del nordafrica, perlopiù “richiedenti asilo e persone che vivono in Germania illegalmente”

Sulla rete nazionale tedesca i fatti di Capodanno vengono definiti un “campanello d’allarme” che illumina sulle difficoltà che incontra la Germania nell’integrare i nuovi arrivati, ma si dichiara altresì che “non bisogna cedere alle paure” per “non perdere ciò che abbiamo raggiunto”.

Una nuova manifestazione contro il sessismo sulle scalinate del Duomo.

La cancelliera Merkel presenta la proposta “che i profughi possano perdere il diritto d’asilo in caso di reati, anche per quelli in cui è prevista la condizionale

 

Domenica 10 Gennaio 2016 PROSEGUONO LE INDAGINI. AUMENTANO LE DENUNCE

La polizia locale di Colonia dichiara di star indagando su 19  sospetti: 10 richiedenti asilo e 9 presunti clandestini, fra cui alcuni “rifugiati arrivati in Germania negli ultimi mesi“. Quattro di essi sono già in stato di fermo accusati di furto. Nessuno di essi é residente a Colonia. Il direttore generale dell’anticrimine del Reno Settentrionale-Westfalia fa inoltre sapere che “dalle indagini sulla notte di San Silvestro finora non risulta che gli attacchi alle donne a Colonia siano stati “organizzati o guidati” e utilizza il termine “Tarraush gamea, utilizzato nei paesi arabi (ma anche in India e Bangladesh) per indicare le molestie sessuali di gruppo in luoghi pubblici

Le denunce sono salite a 516. La percentuale di denunce che include anche o solo molestie sessuali resta del 40% circa.

Di questi episodi, 107 includono il furto.

Si sono verificate aggressioni ai danni di persone dall’aspetto nordafricano e mediorientale. La polizia indaga per verificare se vi sia collegamento con un gruppo di hooligan, rocker e buttafuori che avrebbe lanciato su Facebook una “caccia all’uomo nel centro storico di Colonia”.

[Nel frattempo l’hype sulla notizia é ancora alto e dopo le prime reazioni indignate adesso i media iniziano a diffondere le proprie letture dell’accaduto, a volte andando al nocciolo della questione e a volte raggiungendo picchi dell’orrido (ma alcuni se ne accorgono)]

 

Lunedì 11 Gennaio 2016 LA LISTA DELLE DENUNCE

Il presidente della polizia federale tedesca Heiko Maas dichiara a proposito delle aggressioni: «deve esserci dietro una qualche forma di organizzazione. Nessuno può venirmi a raccontare che non sia stato preparato o concordato […] Normalmente una cosa del genere viene organizzata sui social network […] non si tratta di criminalità organizzata […] » e che dietro agli assalti «[…] non ci sia nessun tipo di gruppo strutturato». La polizia indaga tra decine di sms, chat ed email. Si continua a parlare di “regia unica” anche sulla stampa ma non c’é alcuna evidenza di ciò e la polizia locale invece smentisce. [1. Heiko Maas parla chiaramente di una sua ferma convinzione non ancora confermata da prove. Molta stampa però trasmette incorrettamente l’informazione “gli attacchi erano organizzati” dandola già per certa. 2.Il sospetto che traspare da diverse dichiarazioni é quello della “grande rete internazionale dei mussulmani organizzati per attaccare l’occidente” e dice molte più cose su chi la sostiene che delle persone sospettate]

Per il momento si indaga su 19 sospetti di cui 10 profughi.

Bild Zeitung pubblica la relazione del Ministero in cui sono elencate una ad una le descrizioni degli assalti denunciati

A Lipsia (ex DDR) Pegida sfila in un corteo anti-immigrati. Ci sono scontri, danneggiamenti ed arresti. La notizia trova eco internazionale poiché viene incatenata ai fatti di Colonia.

Rolf Jaeger, ministro del Land del Reno Settentrionale-Westfalia, dichiara“I testimoni e i rapporti della polizia locale, così come i resoconti della polizia federale, puntano sul fatto che i reati sono stati commessi quasi esclusivamente da persone dell’ambiente dei migranti“, punta il dito contro la polizia locale, affermando che questa non avesse chiesto rinforzi citando anche la nota stampa rilasciata il primo gennaio in cui si dichiarava la situazione “tranquilla” e dichiara che secondo le indagini non risulta che gli attacchi siano stati “organizzati” o “guidati”

Martedì 12 Gennaio 2016 L’ATTENZIONE INIZIA A CALARE

Il procuratore Ulrich Bremer dichiara che le denunce sono salite a 563, che la percentuale di queste che include molestie sessuali é ora del 50% e che i sospettati identificati dalla polizia sono 23. Rolf Jaeger, ministro del Land del Reno Settentrionale-Westfalia, ha rilasciato nella notte un report in cui dichiara quanto che la polizia sapesse della situazione. Vengono resi noti i tempi, gli orari dei briefing, il numero di poliziotti presenti, l’osservazione che le forze fossero in realtà insufficienti e che ciò abbia lasciato ampi margini di manovra agli aggressori, il fatto che la polizia di Colonia non sentì necessario avere rinforzi dal LZPD. Si rende noto che tra le ore 20:00 del 31 dicembre e le ore 07:00 del 1 gennaio sono giunte 1267 chiamate d’emergenza che hanno portato ad eseguire 873 controlli, di cui 53 nell’area della stazione, 12 dei quali riguardavano molestie, furti e/o percosse. Si parla di errori di valutazione, incapacità di adattamento e disorganizzazione (sovraccarico di lavoro per le forze ordinarie.

[Da questo momento i “fatti di Colonia” non trovano più spazio sulle prime pagine internazionali]

4.0 Alcune considerazioni:

4.1 RADUNO SPONTANEO?

Possibile che mille, millecinquecento persone si siano radunate nello stesso luogo senza alcun coordinamento? Finora nulla ha fatto emergere la presenza di un coordinamento generale. Vi sono però diversi elementi che possono spiegare come ciò sia stato possibile:

Nell’area della stazione stazionano sempre piccoli gruppi di nordafricani dediti allo spaccio ed al taccheggio. Altri gruppi di nordafricani sono giunti a Colonia passando proprio dalla stazione. Il punto di ritrovo della piazza é la scalinata del Duomo. E’sulla scalinata che ci si da appuntamento e ci si trova. La scalinata però é involontariamente al tempo stesso anche una perfetta platea: basta che una persona nel piazzale inizi ad attirare l’attenzione che la gente sulla scalinata si trasformi volente o nolente in pubblico e quella sera c’era gente in piazza che tirava razzi e petardi. Non serve molto perché gruppi di persone sulla scalinata inizino ad incitare quelli che tirano i petardi e perché altri gruppi giunti successivamente si fermino lì nel piazzale sommandosi alla folla preesistente. Non va nemmeno dimenticato che molti tedeschi già vedendo i primi assembramenti di nordafricani han preferito non mescolarsi, facendo sì che tale folla mantenesse la propria omogeneità iniziale (giovani maschi di origine tendenzialmente nordafricana).

Che alcuni di questi gruppi si siano dati appuntamento alla stazione non sembra affatto strano, così come non sembra nemmeno strano se alcuni gruppi di assalitori si siano coordinati sul momento via chat (stupisce che nel 2015 vi siano giovani che interloquiscono via chat e social network?)

 

4.2 LA POLIZIA HA NEGATO L’EVIDENZA?

Ci sono ancora indagini e discussioni in corso é già chiaro che i corpi di polizia di Colonia abbiano gestito malissimo la situazione in piazza sottostimandone il rischio potenziale ed agendo tardivamente con mezzi limitati. Purtroppo capire esattamente perché sia successo richiederebbe approfondimenti sulla situazione, sugli equilibri interni e funzionamento dei corpi di polizia della città che francamente esula dall’interesse di questo post ed a meno che non saltino fuori rivelazioni stravolgenti basterà sapere che c’é stata disorganizzazione da parte della polizia ed all’indomani s’é tentato di sorvolare sull’accaduto.

 

4.3 ERANO TUTTI NORDAFRICANI?

Tutte le testimonianze concordano nel descrivere la folla in piazza ed in stazione come composta quasi unicamente di nordafricani o mediorientali. Le persone sospettate di aver assalito le ragazze provengono da Algeria, Marocco, Siria, Iran, Iraq, Serbia, Stati Uniti e Germania. Si può dunque già affermare che per la stragrande maggioranza si: si parla di persone la cui origine é ascrivibile al nordafrica ed al medio oriente. Magari salterà fuori che tra gli assalitori c’erano pure dei russi, brasiliani o italiani e ci sarà chi pungolerà sul paese di origine dei genitori di questi russi, brasiliani e italiani ma sono questioni di lana caprina in quanto l’origine delle persone coinvolte non é fondamentale nelle dinamiche di quanto accaduto

 

 

4.4 LA VIOLENZA SULLE DONNE E’ UN PROBLEMA DEL MONDO MUSSULMANO?

E’ un problema che coinvolge ANCHE il mondo mussulmano: le aree di provenienza delle persone coinvolte sono caratterizzate da società fortemente maschiliste e patriarcali in cui sono comunemente diffusi stereotipi sessisti sulle donne occidentali. Ciò non toglie che allo stesso tempo anche in Germania (e in Europa e nel cosiddetto “mondo occidentale”) sia ancora fortemente radicata una cultura maschilista e patriarcale. Le differenze tra “mondo occidentale” e “mondo islamico” sul rapporto con il genere femminile, quando ci sono, son soprattutto differenze esteriori relative al grado di accettazione sociale di tale impostazione. Il rapporto disequilibrato fra i generi non é dunque un problema spiccatamente mussulmano: se da una parte v’é una manifestazione più esplicita di una visione maschilista, dall’altra, nel “mondo occidentale”, si finge che tale visione non sia diffusa illudendosi che i pur numerosi segnali contrari siano solo casi isolati o eccezioni.

 

4.5 DUNQUE, RIASSUMENDO…

  • Mille, millecinquecento tra ragazzi e giovani uomini accomunati perlopiù dal fatto di essere tutti maschi venire quasi esclusivamente dal nordafrica o dal medio oriente si sono radunati nel piazzale della stazione.
  • Le persone presenti in piazza sono accomunate dal fatto di appartenere a gruppi sociali perlopiù scarsamente integrati tra la popolazione tedesca.
  • Anche se alcuni gruppi si erano accordati sull’incontrarsi alla Banhofsvoorplatz, non c’é alcun meta-coordinamento di tutta la folla.
  • Il piazzale della stazione é un luogo pubblico di grandissimo passaggio: chi giunge a Colonia dal circondario spesso vi giunge in treno e passa obbligatoriamente dalla stazione.
  • Il piazzale della stazione di Colonia é notoriamente luogo di spaccio e borseggio. Gruppi di spacciatori e borseggiatori perlopiù di origine nordafricana vi s’aggirano costantemente ed é lecito ritenere fossero presenti anche durante gli eventi in questione
  • Borseggi e furti sono il crimine principale a Colonia.
  • Durante tutti i grandi eventi di piazza s’assiste ad un notevole aumento de borseggi e molestie, seppur in numero decisamente inferiore rispetto ai fatti di Colonia.
  • Uno dei metodi noti dei borseggiatori consiste nell’accerchiare la vittima per impedirne ogni reazione. Un secondo metodo consiste nell’urtarla mentre una seconda persona la deruba. Un terzo prevede di distrarla strattonandola.
  • Le persone presenti in piazza hanno iniziato a “festeggiare” il capodanno in maniera vandalica e l’atmosfera si é scaldata sempre più nell’arco di alcune ore.
  • La folla non é giunta tutta assieme ma si é formata nell’arco di diverse ore.
  • C’é stato un forte abuso di alcolici da parte delle persone in piazza ed é lecito ritenere anche l’utilizzo di altre sostanze stupefacenti. Di fatto buona parte delle persone presenti era evidentemente intossicata.
  • Fino alle 21:30-22:00 la situazione può dirsi tutto sommato normale (si verificano alcuni episodi di borseggio quantitativamente in linea con quanti ne avvengono in una giornata normale) ma é già chiaro che la folla stava aumentando sia in quantità che in aggressività.
  • Gli assalti in piazza iniziano ad intensificarsi tra le 22 e le 23, aumentano man mano che si avvicina la mezzanotte allargandosi in alcuni casi anche in aree non nelle immediate vicinanze della stazione per poi diminuire nuovamente. Tra le 2 e le 5 si verificano ancora degli episodi sparsi e solo dopo le 5 si ritorna ad una situazione di piena normalità registrando solo alcuni episodi di taccheggio.
  • Le aggressioni si sono sempre verificate in gruppo con modalità atte ad immobilizzare la vittima impedendone ogni reazione.
  • Con l’approcciarsi della mezzanotte e l’aumentare delle persone in piazza, non solo le aggressioni, ma anche i “festeggiamenti” delle persone il piazza si son fatti più aggressivi, eccessivamente violenti e pericolosi per il prossimo.
  • La polizia teneva sotto osservazione la situazione in piazza fin dalle 21:00 ma ha iniziato ad intervenire attivamente in piazza alle 22:30.
  • Per le 00:45 termina l’azione di dispersione della polizia e la piazza viene sostanzialmente svuotata.
  • Le azioni di polizia sono state insufficienti, tardive e malgestite.
  • Le vittime sono state nella stragrande maggioranza dei casi giovani donne. Le vittime di sesso maschile sono state assalite solo se erano da sole oppure se accompagnavano una o più giovani donne.
  • Ci sono state molestie sessuali nel 50% dei casi denunciati.
  • Alcuni casi di molestie possono non comprendere il furto semplicemente perché questo non é andato a buon fine.
  • 2 sono le denunce per stupro riguardanti un’unico episodio la cui dinamica é in linea con quella degli altri casi.
  • La polizia ha inizialmente dichiarato di non aver avuto nessuna percezione del fatto che si stessero verificando violenze tra la folla.
  • C’erano un sacco di telefoni che riprendevano ciò che accadeva.
  • Gli assalti sono avvenuti perlopiù nel piazzale dinnanzi alla stazione e nelle immediate vicinanze. Solo dopo le 00:30 s’iniziano a registrare un certo numero di aggressioni in altre aree del centro.
  • Gli assalti sono stati effettuati da gruppi di persone (composti da minimo 2, massimo 50 membri. Mediamente 20) che accerchiavano compatti le vittime oppure si sono verificate mentre la vittima si trovava all’interno di una folla.
  • Gli assalti sono stati perlopiù molto rapidi, tanto da non dare il tempo alle vittime di reagire, né di identificare gli assalitori, anche se in qualche caso c’é stata insistenza sulle vittime per lunghi tragitti.
  • Considerando che in città, come nel resto della Germania, v’è una fortissima polarizzazione sul tema degli immigrati con diverse associazioni coinvolte sull’argomento e vista la natura dei fatti di capodanno, non si può escludere a priori che alcune delle denunce, soprattutto quelle dell’ultimo minuto, possano esser state fatte ad arte per ingigantire mediatamente il caso o per frode assicurativa. Non vi sono elementi per affermarlo e quindi si tratta di un’ipotesi che andrebbe presa in considerazione solamente nel caso in cui si rilevassero incongruenze nelle denunce.

 

 

5.0 Conclusioni

L’impressione é che durante i fatti di Colonia si siano intersecati diversi fatti distinti che si sono legati tra loro:

 

A) CURVA. Il raduno spontaneo di numerosi giovani maschi intossicati d’origine nordafricana che, complici alcool, clima festoso, anonimato della massa ed esibizioni di machismo é rapidamente degenerato in un mix tra la peggior curva da stadio ed una sorta di spring break di soli maschi.

B) GHETTIZZAZIONE. Da un lato le diverse persone e gruppi di nordafricani e mediorientali han preferito stare tra di loro e dall’altro i tedeschi han fin da subito evitato di mescolarsi nella piazza. Per quanto possa esser stata una volontà bidirezionale, ciò ha portato sostanzialmente ad una sorta di ghettizzazione che ha permesso la formazione di un’assembramento omogeneo di giovani maschi.

A+B) Questi due elementi, uniti al fatto che ciò sta avvenendo in un luogo di grande passaggio ove inevitabilmente transitano diversi gruppi di persone, tra cui gruppi di nordafricani e mediorientali, porta a far ingrandire una folla che alimenta un clima da stadio. Molti sfruttano la confusione della folla per palpeggiare le ragazze.

C) TACCHEGGIATORI. Alcune decine di noti taccheggiatori mescolatisi alla folla hanno iniziato ad assalire giovani donne che dovevano obbligatoriamente passare dalla stazione con l’intento di derubarle.

A+B+C) A quanto già detto si aggiungono i taccheggiatori che non agiscono all’interno di una folla normale, ma in una folla infuocata. Questo provoca inevitabilmente effetti a catena con taccheggiatori che vengono imitati da altri maschi ubriachi interessati solo a palpeggiare le ragazze. Le molestie diventano così più aggressive ed esplicite.

D) MALGOVERNOLa polizia ha agito in maniera disorganizzata sottostimando le forze necessarie ed agendo tardivamente. Ciò ha permesso da un lato la formazione di un assembramento eccessivamente ampio ed al tempo stesso ha permesso in questi lo sviluppo di una sensazione d’onnipotenza, alimentandone l’aggressività.

A+B+C+D) Ghettizzazione ed auto-ghettizzazione, atmosfera aggressiva, folla, taccheggiatori all’opera, polizia inefficace e insufficiente, alcool, petardi che scoppiano di continuo, giovani maschi che seguono l’andazzo e colgono l’occasione per allungare le mani, sensazione di forza degli aggressori esaltata dall’ubriachezza e dall’inefficienza delle forze dell’ordine.

Servono altri elementi per spiegare le dinamiche per cui una folla di maschi ubriachi non integrati con un background fortemente maschilista e patriarcale degeneri nei comportamenti visti a Colonia?

Colpisce molto il fatto che l’ipotesi di “situazione degenerata” risulti tanto difficile da applicare a questo caso solamente perché i protagonisti sono considerati innanzitutto in base alla loro origine. Se i protagonisti di questo episodio fossero stati bianchissimi e biondissimi tedeschi figli, nipoti e pronipoti di tedeschi probabilmente ci si sarebbe limitati ad evocare “questa gioventù senza valori” che però é normale e che di solito va a far caciara a Ibiza, a Malta, a Barcellona…

Uno dei problemi evidenziati da molti é quello del rapporto con le donne nella società islamica.

 

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Cosa c’é di tanto difficile nel vedere che all’interno di situazioni così…

…posson prender vita i nostri mostri che fingiamo continuamente non esistano?

 

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Erodiamo le cornici culturali

Antique frame collection

 

Se di fronte a centinaia di persone sostenessi che il Sole gira attorno alla Terra verrei deriso e preso per pazzo e tutti mi urlerebbero contro che in realtà é la Terra a girare attorno al Sole.

Se chiedessi però loro di dimostrare quanto sostengono, ovvero che é la Terra a girare attorno al Sole, ben pochi saprebbero come fare. Come si dimostra che la Terra gira attorno al Sole? 

L’esperienza pratica (notte/giorno, firmamento che ruota, assenza di venti dovuti ad una eventuale rotazione, ecc.) non offre nessun indizio del fatto che sia la Terra a ruotare attorno al Sole anziché il contrario.

Eppure se affermassi il contrario avrei contro centinaia di persone che pur non sapendo dimostrare la bontà delle loro affermazioni le difenderebbero a spada tratta, arrivando pure a schernirmi violentemente.

Si comporterebbero così perché nella loro comunità vien considerato un dato di fatto che la Terra ruoti attorno al Sole. Perché gli é stato insegnato a scuola. Perché questo é quello che sostengono tutte le persone che gli stanno intorno. Perché gli scienziati concordano su ciò. Perché qualcuno ha lanciato nello spazio strumenti che lo dimostrano. Perché qualcuno ci ha scritto dei libri.

Io avrei dalla mia parte l’inconfutabilità dell’esperienza diretta di chiunque (vediamo il sole che al mattino é a Est ed alla sera é ad Ovest ma non sentiamo alcun giramento, non ci sono spostamenti d’aria derivanti da un’eventuale rotazione del pianeta e tutti i filmati che mostrano la terra ruotare attorno al sole sono animazioni o collage). Loro mi indicherebbero libri, testi, fotografie, filmati e mille altre testimonianze indirette che so già essere di parte, inattendibili e faziose.

Perché loro sbagliano. Sono solo degli arroganti radicali che credono a tutto quello che gli vien raccontato sui libri. Mascherano con la loro paventata cultura un distacco dalle cose reali che invece quelli come me mantengono orgogliosamente. Sono dei poveri boccaloni bastiancontrari che mirano solo a distruggere la cultura e le tradizioni che fanno parte di noi. Lo sanno tutti che il Sole gira intorno alla Terra!

TWITTER. ANNO 1700 D.C.

A: “Lo sanno tutti che il Sole gira intorno alla Terra ma certi stupidi snob han la testa per aria e non vedono la realtà”

B: “Guarda che la scienza dimostra che é la Terra a girare intorno al Sole: l’hai letto il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo?”

A: “Pfft! E tu credi alle stronzate scritte da quell’eretico condannato dalla Chiesa?”

B: “Condannato o meno, la teoria che propone, basata sul De revolutionibus orbium coelestium di Copernico, trova sempre più consenso tra i maggiori uomini di scienza come ad esempio Isacco Newton

A: “Vedi? Vedi? Mi citi sempre e solo questi pomposi dottori con la puzza sotto il naso che pretendono di avere la verità in mano! Che arroganza! Son tutti voli mentali di questa gente che vive più nei libri che nella realtà! Sono solo teorie senza dimostrazione pratica [NB: in effetti solo nel 1851, tramite l’esperimento del Pendolo di Foucault, si poté dimostrare la rotazione della Terra, dando una prima dimostrazione pratica della correttezza del sistema eliocentrico]

B: “Vero: al momento una dimostrazione pratica ancora non c’é ma i modelli matematici danno tutti ragione a Galileo”

A: “Guarda che anche il grande Tolomeo diceva che la terra é immobile e sta al centro dell’Universo! E nessuno lo ha mai potuto contraddire!”

B: “In realtà già gli antichi greci Eraclide Pontico e Aristarco di Samo nel IV° e III° secolo AC teorizzarono che la Terra ruotasse attorno al Sole, così come Cleomede e successivamente Seleuco di Seleucia . Anche alcuni astronomi dalle terre d’India e diversi studiosi mussulmani nei secoli passati hanno mosso ragionevoli dubbi sul fatto che la Terra sia immobile e al centro dell’universo”

A: “Ma ragioni quando parli? Greci, Indiani, Mussulmani: tutta gente mai sentita e che é contraria a prescindere! Sei il solito arrogantello con la puzza sotto il naso! Ti senti “moralmente superiore” solo perché hai sempre il naso tra i libri ma sei troppo cieco per vedere la realtà! Ciao, ciao: ti blocco e W LA TERRA CHE STA FERMA E IL SOLE CHE GLI RUOTA ATTORNO!!!11!!11!1!!!!!11!!!11!!!!!

 

 

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DESCRIZIONI DELLA REALTÀ

C’é chi non controlla le fonti, poi c’é chi non mette mai in dubbio quelle cui si affida di solito ed anche chi non vuol mettere mai in dubbio le proprie convinzioni.

Poi però c’é anche chi conosce bene un qualche argomento ma viene schiacciato da chi ne sa molto meno, che solitamente sono la maggioranza delle persone.

Allo stesso tempo é indubbio che nessuno può essere ferrato su qualunque argomento e che prima o poi capiterà sempre di doversi affidare a qualcuno che ne sa più di te.

Saper ammettere le proprie ignoranze é importante tanto quanto saper testare e mettere in dubbio le proprie convinzioni per verificarne l’efficacia.

Non avendo metri di giudizio adeguati per qualunque argomento, l’unica cosa che si può fare quando ci si muove in campi sconosciuti é affidarsi a diverse fonti competenti e riconosciute, criticando e analizzando continuamente la coerenza e l’affidabilità attraverso logica e confronto con altre fonti che a loro volta riceveranno lo stesso trattamento.

Nessuno possiede verità assolute ma idee di realtà (o di parti specifiche di essa) che possono essere più o meno valide.

 

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USCIRE DALLA CORNICE

Il primo, primissimo passo consiste sempre nell’abbattere le “cornici culturali” entro cui si sono relegati interi mondi.

Sono infinite le etichette applicate sbrigativamente o a sproposito, il cui utilizzo limita fortemente dialogo e ragionamento sia di chi le usa che di chi le subisce.

Snob, fascista, comunista, radical chic, populista, zecca, finocchio, terrone, compagno, onore, rispetto, superiorità morale, potere alle masse, obbedienza ai superiori, l’arroganza della sinistra, l’ipocrisia della destra, il numero é potenza, Italia agli italiani, siamo il 99%, basta invasione, non ne possiamo più.

Quello che può nascere come un semplice aggettivo, una descrizione, uno slogan  o una battuta,  si trasforma facilmente in una gabbia di significato dalla quale é difficilissimo uscire poiché, proprio in quanto struttura chiusa, non vuole essere aperta e modificabile.

Tutti usiamo queste “cornici” (frame) ed é giusto che sia così: sono lo strumento che ci permette di prendere decisioni in tempi rapidi, senza fermarsi a ragionarci per ore.

L’utilizzo dei frame però ha una brutta controindicazione: tende a disabituarci a ragionare sul modo in cui ragioniamo (metapensiero), ossia tende a non farci pensare a quanto l’oggetto su cui stiamo ragionando venga definito dalla cornice che gli abbiamo applicato.

Cantante algerino? Scrittore danese? Attore greco? Cuoco portoghese? Politico inglese? Architetto russo? Regista tedesco? Showman francese?

Musicista algerino
Scrittore danese
Militare israeliano
Politico inglese
Marinaio portoghese
Regista tedesco
Giornalista francese

Solo quando si comprendono i limiti di un frame si può osservare il soggetto con occhio non velato.

É tuttavia una situazione da gatto che si mangia la coda: rimuovere il frame fa osservare il soggetto per quel che é, ma é proprio osservarlo per quel che é che permette di rimuovere il frame.

 

 

 

 

 

 

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Paninaro. Denudado.

PN

Qualche giorno fa sullo spagnolo Jot Down Magazine é stato pubblicato l’articolo Paninaro: una revolución consumista. che tratta ovviamente dell’omonimo “movimento” italiano anni’80.  Articolo perfetto nel raccontarne storia ed estetica, ma forse un po timido nel mettere a nudo il nocciolo della questione. Impossibile trattenersi dal riempire tale vuoto:

– l’articolo é stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale-
[Sorry, I don’t speak Spanish] 
Italy here! Just some observations
1) ALL the (ex?) paninari will say that they didn’t have any social/political/ethical idea just because “we were young and only interested about fun and fashion”
2) ALL the (ex?) paninari grown up developing right-wing sympathy
3) The paninari were openly racist against people from southern Italy (calling them “terroni”: southern douchebag), against every kind of left-ish movement (calling them “china”: chinese communist) and people with un-fashioned clothing and lower economic opportunities (calling them “truzzi”: roughs). If you can read italian language you will easily recognize these features in all the paninari-comicbooks [one example here: http://docmanhattan.blogspot.it/2011/03/ledonismo-violento-dei-fumetti-del.html ] where usually a cool, rich and stylish north-italian guy, subdues and humiliates some south-italian Carabiniere or a bunch of un-fashioned socialists (both portrayed as idiotic losers and cheaters) and ends up conquering a beautiful easy girl.
4) The paninaro style came up in couple of posh High-Schools in Milano, but the media seized it immediately, shaping it trough commercial advertising
5) It’s quite impossible to separate the “paninaro” movement/style/fashion from the commercial brands with which is linked. If you remove Moncler, El Charro, Timberland, Burghy and so on, what remains are only class discrimination and racism. The fact that many (ex?) paninaro still refuse to admit it is because of hypocrisy or because they are still unaware of their true nature.
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Manca però un sesto punto che parli del cosiddetto “disimpegno” dei paninari. Gli anni ’80 vengono raccontati come un decennio che cercò di scrollarsi di dosso le brutture degli anni di piombo con una “botta di vita” ma é particolarmente evidente come questo “scrollarsi di dosso” (ed i paninari sono un’ottima rappresentazione di QUESTO aspetto di quegli anni) non fu affatto un superamento delle tensioni sociali, economiche ed ideologiche che caratterizzarono il decennio precedente, bensì un generale “volgersi da un’altra parte”.

Ubriacarsi per dimenticare / Ballare per non pensare Se vi fu una condanna del decennio precedente fu meramente una condanna “estetica” e non etica: si condannarono genericamente gli eccessi ma senza affrontare le questioni di base.

Bandiera bianca: ognuno resti nella propria trincea e tiriamo fuori il vino!

QUEGLI anni ’80, gli anni ’80 dei paninari, son stati anni mascherati da day-after party: ai primi accenni di doposbornia dal decennio precedente si é semplicemente voluti passati ad un diverso tipo di ubriacatura che ha mascherato i sintomi esteriori negativi pur continuando ad alimentare ciò che li aveva causati.

RACCONTARSELA che un cambio di stile sia segno di un cambio di natura é il tratto tipico di chi non vuole fare i conti con la storia e vuole/deve celare agli altri (e magari pure a sé stesso) proprio quella natura che non affronta apertamente.

Non disimpegno, quindi, ma ipocrisia e conformismo, (mal)celati attraverso l’originalità di una codificazione estetica che ironicamente si rivela cartina al tornasole dei tratti essenziali (elitismo, classismo, razzismo, snobismo) da cui se ne comprende facilmente l’etica sottostante.

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Piccolo vademecum per riconoscere le fonti inattendibili

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E’inutile avere notizie corrette, informazioni oneste ed imparziali, fonti non schierate e trasparenza delle istituzioni.

E’inutile per colpa TUA.

E’inutile perché TU, per primo, non ti osservi, non ti metti in discussione e non ti accorgi di essere sbilanciato, di parte, male informato e privo di strumenti adatti a valutare la validità di ciò che leggi.

Il risultato é che anche mettendoti sotto gli occhi dati e informazioni corrette ed imparziali, TU premierai sempre e solo quelle fonti che s’allineano al tuo modo di vedere le cose, che spesso ha più a che fare col tuo inconscio, coi tuoi pregiudizi e con la tua ignoranza che non con i fatti veri e propri.

Certo, hai dei “margini d’accettazione” entro cui sei in grado di accogliere idee che non t’appartengono, ma non ti rendi assolutamente conto di quanto questi tuoi margini siano stretti e superficiali. Il solo fatto di averli, questi margini, t’illude d’essere una persona molto più aperta di quanto tu non sia realmente.

Vivere immersi nelle proprie convinzioni non é diverso dal viaggiare in automobile: il tuo “sapere” é lo strumento/mezzo che ti sei costruito per muoverti più velocemente, raggiungere mete e scansare pericoli. Ma ti fidi a viaggiare su un qualcosa che non hai mai messo VERAMENTE alla prova? Sei la cavia di te stesso e se non sottoponi mai le tue convinzioni a dei test di revisione non potrai mai sapere quanto siano valide e sicure.

Qui si parla di test VERI, capaci di mettere in discussione la validità delle fondamenta di quanto credi. Non illuderti d’averlo già fatto: un vero crash-test può arrivare a spezzare il telaio di una macchina, mentre tu, probabilmente ti sei limitato a distruggere la carrozzeria.

Magari ti accorgi di aver viaggiato tutta la vita su un mezzo capace di superare solo certi ostacoli o che va benissimo solo sulle strade che percorri abitualmente ma s’impantana su percorsi leggermente diversi! Al contrario potresti scoprire che questo mezzo é molto più performante di quanto tu immaginassi perché non l’avevi mai sfruttato fino in fondo. Non lo saprai mai a meno che non sia TU a sottoporre le tue stesse convinzione a stress-test sempre più stringenti.

Ciò significa, tra l’altro, che é inutile attaccare le tue fonti d’informazione quando sei TU il primo ad aver paura di ridiscutere le tue convinzioni.

Casomai, qualora proprio-proprio vi fosse qualche brandello di dubbio nelle tue convinzioni, o ti fossi deciso ad una sana opera di “collaudo e revisione” partendo da ciò che leggi, ecco qui, come spunto iniziale un piccolo Vademecum dei principali tratti comuni delle fonti inattendibili: ossia quei segnali che, qualora rilevati, devono far scattare dei campanelli d’allarme

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ALLARMISMO EMOTIVO CICLICO

Compito di una fonte d’informazione é soprattutto dar notizia di quel che non funziona. Ciò che caratterizza la fonte inattendibile é il ricorso continuato ad allarmi dalla forte connotazione emotiva che vengono “spinti” per un determinato lasso di tempo per poi passare ad allarmi più “freschi” in un continuum ciclico infinito.

BANALIZZAZIONE

Una notizia può essere comunicata in maniera riassunta, ridotta all’essenziale, asciugata dei dettagli e rimanere tuttavia ancora corretta. La fonte inattendibile però compie questo lavoro di “asciugatura” in maniera incorretta, tralasciando (volutamente/inconsciamente) aspetti importanti, semplificando troppo e banalizzando la notizia stessa.

MANCANZA DI FONTI / FONTI INATTENDIBILI

Una fonte inattendibile solitamente non indica le proprie fonti o si basa su fonti inattendibili. L’argomento é già stato trattato in un’altro post, ma può esser riassunto così: “Se mi dai un’informazione ma non mi dimostri che é vera e non mi dici come l’hai avuta io devo dubitare”

ESIBIZIONE D’INDIPENDENZA/LIBERTA’

E’ironico notare come le fonti più schierate, di parte e chiuse al dialogo siano spesso quelle che mettono più enfasi nell’esibirsi “liberi pensatori, menti aperte, indipendenti, non schierati”. Che sia il nome della fonte, il suo slogan o la sua bio su Twitter, la forzosa esibizione di queste caratteristiche, ironicamente, é quasi sempre garanzia del suo contrario. Esiste anche la variante “rivelo i segreti” ossia l’insistenza sul fatto che le notizie trasmesse siano state “tenute nascoste” o “censurate” (poco importa che siano su Youtube da anni o che vengano vendute regolarmente in edicola)

SIMPATIA AVVALORANTE

Una fonte, perché sia seguita, deve avere maturato un certo grado di affidabilità. Caratteristica delle fonti inattendibili é spesso quella di essere avvalorate più dalla simpatia popolare che dall’effettivo valore delle informazioni/analisi che dispensa. Capita cioè che un personaggio dello showbiz che magari si limita a esprimere opinioni condivisibili ma banali e poco profonde, goda spesso di un’aura di credibilità superiore a quella di chi propone analisi e descrizioni degli eventi molto più attente e valide, ma meno frizzanti.

SBERLEFFO FORZOSO

La fonte inattendibile spesso attua la sua opera di BANALIZZAZIONE attraverso l’utilizzo sistematico dello sberleffo. Spesso utilizzato in maniera sottile (a alcuni casi non lo si nota ad una prima lettura) l’informazione dello sberleffo non si limita ad essere metafora parziale della realtà (compito della satira) ma pretende d’essere una rappresentazione esatta, anche se buffa, della realtà stessa! Con abile raggiro, ironicamente, a volte lo fa proprio dipingendosi da satira!

SCHIERAMENTO MANICHEO

Va da sé che una fonte visibilmente schierata abbia un’attendibilità parziale e vada sempre presa con le pinze. Attraverso BANALIZZAZIONE e SBERLEFFO FORZOSO la fonte inattendibile ricondurrà sempre allo schema amico/nemico > buono/cattivo > bene/male > bianco/nero. La fonte attendibile, al contrario, non rifiuta di mostrare i diversi “gradi di grigio” della realtà anche nei casi in cui ciò andasse contro il proprio schieramento (una fonte può mantenere un buon grado di attendibilità pur essendo apertamente schierata, se vuole).

DEMONIZZAZIONE DEL NEMICO

Una fonte inattendibile sfrutta ogni occasione per demonizzare il proprio nemico ricorrendo perlopiù a SBERLEFFO FORZOSO ed alla diffusione di notizie pure in MANCANZA DI FONTI. La demonizzazione si differenzia dalla critica in primo luogo per i toni, ma soprattutto per il fatto che la critica é uno scontro di idee, mentre la demonizzazione é semplice tirar fango.

AGGRESSIVITA’ LINGUISTICA

Chi non ha argomenti a favore delle proprie affermazioni aggredisce. In presenza di articoli urlati, titoli allarmistici ed esplosioni d’indignazione sappiamo di trovarci dinnanzi ad una probabilissima fonte inattendibile (a meno che non si tratti di un articolo MOLTO ben documentato e lo scandalo in questione sia proporzionato al tono usato). In questi casi una doccia fredda fa sempre bene.

 

Ci sarebbero poi altri punti come la coerenza interna, la messa in dubbio e la capacità autocritica della fonte, o l’attendibilità pregressa, ma non possono far parte di questo breve vademecum perché la capacità di vederli ed analizzarli vien dopo l’aver imparato a riconoscere e soppesare i punti già elencati: solo smettendo di giustificare le proprie fonti in base alle proprie convinzioni personali e iniziando un lavoro di critica alle stesse, si potrà capire quanto queste risultino valide o meno.

 

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Le fonti! Le fonti! Perché nessuno controlla mai le fonti?

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Oggi TUTTO é “notizia”. Un articolo di giornale, un post su un blog, un tweet, una foto su Instagram, una mail virale, un filmato su Youtube, una clip televisiva: sono tutti strumenti che trasmettono continuamente ROBA.

Video buffi, meme, haiku, barzellette, opinioni personali, battute acide o brillanti, storie personali, bufale, esperienze di vita, balle colossali. Tutto viene trattato più o meno allo stesso modo.

Senza grande distinzione tra una uno scandalo internazionale ed una soubrette fotografata senza mutande, a fare le spese di questo livellamento é soprattutto l’informazione popolare (ossia quell’ammasso di ROBA che la gente ha assorbito e che ritiene essere informazione valida) , non solo perché tratta allo stesso modo lo scandalo e la soubrette, ma perché sempre meno capace di distinguere cosa, di tutta questa ROBA sia una notizia e cosa no.

Il comun denominatore di tutto ciò é l’entertainment: l’interesse verso una notizia é dato dalla sua maggior o minor capacità di suscitare emozioni e raccontare una storia interessante, anziché dall’importanza dei fatti descritti.

Colpa del mercato, della tecnologia, dei lettori e dei giornalisti. Il risultato é che nell’ “era dell’informazione” la maggioranza della popolazione non sa distinguere notizie, gossip e propaganda elettorale.

Spesso, poi, chi anche riesce ancora a comprenderne la differenza non é in grado di affermare se la notizia che legge ha valore o meno.

Bisogna innanzitutto capire cosa sia una notizia, quanto sia utile e quanto sia attendibile.

  • Una notizia può dirsi tale solamente se contiene informazioni attendibili.
  • L’utilità di una notizia dipende dal contesto e dal suo grado di valore per la comunità in cui viene diffusa.
  • L’attendibilità di una notizia dipende dalla propria coerenza e dalla verificabilità ed attendibilità delle sue fonti.

La distinzione tra notizie attendibile ed inattendibile é di certo la più importante perché é una distinzione che funge da grimaldello nel dedurne successivamente il grado di verità, neutralità ed utilità.

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A) VERIFICABILITA’ DELLE FONTI

Chi diffonde una notizia deve garantire la verificabilità delle fonti, ossia deve mettere il lettore  in condizione di poter accedere il più direttamente possibile la fonte originaria delle informazioni su cui la notizia é basata.

Maggiore é la distanza tra il lettore e le fonti originarie dell’informazione (utilizzo di fonti secondarie o terziarie), minore é la sua verificabilità.

Una fonte verificabile non é automaticamente veritiera: il fatto che una fonte sia verificabile la rende aperta al controllo sulla sua veridicità.

Una fonte non verificabile é automaticamente non attendibile. Ciò non significa che sia falsa ma che il lettore non é messo in condizione di controllare SE sia vera.

Qualora la fonte fosse particolarmente nota, diffusa e conosciuta, l’indicazione esplicita della fonte diventa superflua (Se la notizia riguardasse ad esempio un evento importante avvenuto il giorno stesso e disponibile su diverse piattaforme, siti e trasmissioni tv é lecito ritenere che chi legga sappia benissimo di cosa si stia parlando e come accedervi. Se invece la notizia riguardasse un particolare decreto legge da poco approvato, citarne il  testo e linkare la versione integrale sarebbe doveroso)

 

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B) ATTENDIBILITA’ DELLE FONTI

Le fonti di una notizia sono considerate più o meno attendibili a seconda del loro grado di autorevolezzaneutralità, molteplicità, diversificazione e coerenza.

Più le fonti rispondono a queste voci, maggiore sarà la loro attendibilità.

Il rapporto di queste voci e la fonte ha diversi gradi d’importanza a seconda del contesto e del soggetto in esame. Da ciò ne deriva che a seconda del contesto e del soggetto in esame, una fonte potrebbe essere ritenuta attendibile anche se rispondesse debolmente a queste voci, così come potrebbe esser ritenuta non attendibile per il fatto di non rispondere anche ad una sola di queste voci.

 

AUTOREVOLEZZA

L’autorevolezza di una fonte é sempre e solo relativa al soggetto in esame. Nessuna fonte insomma può esser ritenuta autorevole di per sé. (Un eccellente chirurgo non é necessariamente un esperto di dietologia, così come un bravo cantante non é automaticamente un esperto di politica).

Vi sono ovviamente diversi gradi di autorevolezza in relazione al soggetto in esame attribuibile alla fonte in base al grado di competenza riconosciuta e dimostrata.

L’acquisizione della competenza é relativa agli studi ed all’esperienza sul soggetto in questione.

Il riconoscimento della competenza può manifestarsi con titoli di studio, accettazione in peer review (anche in alcuni casi al di fuori dell’ambito scientifico, qualora all’interno di una comunità relativa al soggetto in questione vi fosse ampia convergenza sulla valutazione della competenza della fonte)

La competenza della fonte può anche esser dimostrata, qualora fosse comprovata da prove scientificamente inconfutabili.

Maggiore é la robustezza con cui la competenza della fonte viene dimostrata e riconosciuta, maggiore sarà il suo grado di autorevolezza. Il fatto che la fonte abbia acquisito competenza  anche molto alta sul soggetto in esame, non gli dà autorevolezza se questa non é stata riconosciuta e/o dimostrata.

Ciò non esclude che vi siano fonti che abbiano altissima competenza in grado di fornire informazioni migliori, ma se queste fonti non han mai dimostrato e fatto riconoscere la propria competenza non gli si può attribuire autorevolezza.

 

NEUTRALITA’

Una fonte neutrale é una fonte equilibrata nei confronti del soggetto in esame. (Un inventore che parla della propria invenzione non é una fonte neutrale, così come un politico schierato pro o contro all’immigrazione non é una fonte neutrale quando diffonde dati sull’immigrazione)

Più la fonte é distaccata ed in grado di fornire una descrizione bilanciata dei fatti, maggiore sarà il suo grado di neutralità.

Per descrizione bilanciata dei fatti s’intende una descrizione dei fatti non macchiata da opinioni esterne alla stessa e che mantiene equidistanza dai diversi attori che riguardano la notizia stessa senza favorirne alcuno.

Per fonte distaccata s’intende una fonte che non abbia alcuna forma di vantaggio nella diffusione della notizia in questione.

 

MOLTEPLICITA’

Più sono le fonti che confermano le informazioni relative alla notizia, maggiore sarà l’attendibilità della notizia. Il valore della molteplicità é strettamente connesso alla sua diversificazione.

 

DIVERSIFICAZIONE

Le fonti diversificate sono fonti non neutrali tra di loro, ossia fonti che prese singolarmente hanno caratteri di autorevolezza e neutralità ma che per alcuni motivi dipendenti dal contesto non possono esser considerate relativamente neutrali. (Un’informazione confermata da 10 studiosi provenienti dalla stessa scuola di pensiero é meno diversificata di un’informazione avallata da 4 studiosi provenienti da 4 diverse scuole di pensiero in contrasto fra loro) 

Il tipo di diversificazione dipende dal contesto. (Intervistare 100 persone diversissime fra loro, ma tutte provenienti da Milano e sostenitrici del partito X, é una diversificazione minore che intervistare 100 adulti maschi di cinquant’anni da tutt’Italia che votano partiti diversi tra loro, se l’argomento é la politica del Paese)

 

COERENZA

Per coerenza s’intende una collaborazione congrua e non contraddittoria delle diverse informazioni relative ad una data notizia, sia tra di loro che con l’esperienza comune dell’autore e delle fonti.

Maggiore é la coerenza tra le fonti, maggiore é l’attendibilità delle informazioni stesse. (Se le informazioni provenienti da diverse fonti sono incoerenti tra loro non si avrà una notizia attendibile).

 

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UNA NOTIZIA ATTENDIBILE E’ UNA NOTIZIA CHE PERMETTE LA PROPRIA SMENTITA

Una notizia basata su fonti attendibili che indica apertamente é una notizia che fornisce al lettore gli elementi per poterla verificare e volendo anche smentire. In caso contrario, una notizia basata su [non si sa bene che informazioni] che [non si sa da dove provengono] é qualcosa di indistinguibile da una teoria personale o una bufala poiché la sua verifica richiede lo stesso tipo di impegno.

Non significa che per questo sia vera: significa che é stata diffusa in modo corretto, dando la possibilità a chi legge di informarsi il meglio possibile e di correggere e smentire eventuali falsità.

Non significa nemmeno che sia neutrale: l’autore della notizia, pur basandosi su fonti autorevoli e neutrali, potrebbe aver esposto il tutto in una forma non neutrale.

Non significa nemmeno che sia utile: una notizia vera e neutrale redatta come si deve e basata su fonti attendibili e verificabili che riguardasse il nuovo taglio di capelli del cantante del momento, per quanto seguito, forse interesserà i suoi fan e il mondo della moda, ma non il notiziario nazionale.

 

ALCUNI ESEMPI

Se l’informazione da trasmettere é “c’é una coda sulla A2”, tre persone diverse che si trovano in quella coda e intervistate telefonicamente posso esser ritenute fonti abbastanza attendibili per valutare la situazione in quanto, nonostante non siano responsabili del traffico e siano coinvolti emotivamente nel fatto, relativamente al soggetto in esame il loro grado di attendibilità é più che sufficiente, poiché valutare se c’é o non c’é una coda non richiede grandi livelli di attendibilità.

Al contrario, se l’informazione da verificare é un crimine di guerra avvenuto in zone remote e con pochi testimoni, il grado di attendibilità richiesto sarà altissimo.

In casi in cui mille di persone diversissime e non toccate direttamente dal soggetto in esame, tra cui anche alcuni specialisti sul soggetto in esame, diffondessero diverse informazioni coerenti relative ad una determinata notizia, il fatto che tutte queste fonti siano legate da una comune appartenenza culturale-politico-religiosa non neutrale nei confronti del soggetto in esame, minerebbe alla base l’attendibilità di tutti i mille

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2+2=5 (La muraglia cinese che divide la Louisiana dall’Arizona)

2+2=5

Due più due fa cinque. Bisogna accettarlo: E’COSI’ PERCHE’ LO DICONO TUTTI.

Non importa essersi informati, aver seguito centinaia di lezioni, imparato a memoria le tabelline, ottenuto una laurea in matematica: se ti trovi di fronte due o più persone che sostengono che 2+2=5 tu, che sostieni faccia 4, sei un povero sfigato bastiancontrario in minoranza che “non capisce”.

O peggio: se anziché limitarti a sostenere che “due più due fa quattro e non cinque” hai l’ardire di indicare prove materiali a tuo favore (schemi delle tabelline, testi di matematica ecc), con ogni probabilità verrai tacciato d’esser [ noioso / pesante / arrogante / antipatico / stressante / fondamentalista / troppo rigido ].

ATTENZIONE: qui non si parla di divergenze d’opinioni ma di pura e semplice negazione di fatti.

OPINIONI VS. DESCRIZIONI DELLA REALTA’

Se Gianni sostiene che “il Gran Canyon é più bello della muraglia cinese” e Pinotto che “la muraglia cinese é più bella del Gran Canyon” si tratta di una divergenza d’opinioni, ossia considerazioni personali non misurabili e prive di valore oggettivo.

Se Gianni invece sostenesse che “la muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona” non ci troveremmo più di fronte ad un’opinione personale ma ad una descrizione della realtà che pertanto può esser misurata in gradi di veridicità a seconda della sua maggior o minor capacità di rappresentare coerentemente la realtà conosciuta.

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A GIANNI NON INTERESSA LA REALTA’

Se Gianni sostenesse che “la muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona“, per dimostrare che la muraglia cinese sta in Cina potresti mostrare fotografie, guide di viaggio, atlanti, documentari, testimonianze di amici cinesi, libri di storia. Ma tutto ciò potrebbe essere inutile.

Non per colpa dei tuoi atlanti o delle tue fotografie. Non per colpa del tuo amico cinese o delle tue guide di viaggio. Ma per colpa di Gianni stesso. Si perché fondamentalmente A GIANNI NON INTERESSA LA REALTA’. Non cerca riscontri oggettivi alle proprie credenze. Non mette in discussione le proprie convinzioni.

STOCKHOLM SYNDROME

Gianni é talmente abituato a stare nella sua prigione di convinzioni (anche se non é detto ci si trovi poi così comodo) che  la difenderà a spada tratta, percependo come un attacco qualunque cosa potesse anche solo potenzialmente intaccarla. Perché Gianni ha paura ad uscire da quella prigione che conosce benissimo ed in cui sa come muoversi. Ecco che quindi Gianni bollerà tutte le prove in grado di distruggere la sua convinzioni  come “roba noiosa da leggere, poco interessante, di parte e magari anche falsa”.

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Brooks, dopo aver passato l’intera vita in carcere, alla notizia della sua scarcerazione tenta di uccidere un altro detenuto per prolungare la sua stessa prigionia (Le ali della libertà)

UN CRIMINE

Se la stupidità é una condizione sfortunata e pericolosa e l’ignoranza é una condizione risolvibile, la negazione della conoscenza é certamente un crimine.

Negando di affrontare l’evidenza, quindi, Gianni commette un crimine di cui é il solo responsabile.

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COLPA DI GIANNI E DI CHI LO NUTRE

Pur non discolpando Gianni é comunque innegabile che la sua negazione della realtà derivi ANCHE all’humus culturale in cui é immerso. Perché vi sono anche molti altri “Gianni” a cui fa comodo che Gianni stesso resti com’é e fanno di tutto per alimentarlo e stimolarlo con cibi adatti a mantenerlo così.

Come un alcolizzato che fin da giovane é stato spinto a preferire i liquori in base al maggior tasso alcolico e non in base ad un gusto addestrato da corsi da sommelier, a Gianni é sempre e solo stato insegnato a descrivere/descriversi grossolanamente la realtà; più con la pancia che attraverso analisi logica e riscontri oggettivi.

A ciò hanno contribuito l’ambiente in cui é cresciuto, la famiglia in cui ha vissuto, gli amici che si é scelto, gli insegnanti che più l’hanno coinvolto, le cose che ha letto e sentito.

Se Gianni non ha una propensione personale a documentarsi e l’ambiente in cui é cresciuto lo ha abituato a leggere poco e/o a leggere male sarà sicuramente molto più a suo agio nella fruizione di testi che rispondono con semplicità alla sua pancia. Si troverà più a suo agio coi brevi servizi di Striscia la Notizia e con gli schiamazzi populisti che con la lettura di OpenData come dati Istat ed Eurostat o con testi troppo articolati e complessi.

Se poi Gianni si trova in un ambiente particolarmente avverso ai valori di precisione, merito, ricerca, dialogo ed analisi come l’Italia attuale (NB: non che all’estero sia tutto meglio, ma qui gli italici modelli di riferimento stan facendo danni a livelli diversissimi e in tutti i campi) una certa colpa va addossata pure all’humus di cultura popolare italiana.

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HUMUS CULTURAL-POPOLARE ITALIANO

Nell’Italia che legge poco e principalmente i libri acquistabili al supermercato, con almeno un terzo della popolazione dichiarata analfabeta funzionale, in cui l’istruzione scolastica fornisce una preparazione scarsa (rapporto OCSE 2014), con una copertura internet arretrata e conseguente alto analfabetismo digitale, in cui la gente legge più riviste settimanali che quotidiani, e s’informa principalmente attraverso Tv e Social Network, appare chiaro quante difficoltà può trovare il nostro Gianni.

Viste le premesse non stupisce il fatto che il dialogo nazionale vada avanti a colpi di emergenze emotive. Con la spinta degli introiti da grandi numeri e la scusante esteriore della simpatia si é lasciato sempre più spazio ad un tipo di comunicazione eccessiva, semplicistica ed inaccurata.

PROPAGANDA AUTORIGENERANTE

Ogni giorno escono a ritmi frenetici migliaia di articoli, post, commenti, tweet e servizi formanti un flusso mastodontico che investe la persona, la quale ormai si percepisce sempre meno figura che deve cercare le informazioni utili, e più utente raggiunto dalle notizie.

La mole di notizie che investono la persona la obbligano ad impiegare il suo tempo in un’operazione di rapidissima e frenetica scrematura quantitativa dei dati. Per ogni articolo letto per intero sono stati scartati decine e decine di titoli e foto che tuttavia, passando davanti agli occhi della persona vengono letti ed assorbiti.

A causa del gran numero e la rapidità con cui questi brandelli d’informazione passano sotto gli occhi di tutti, DI FATTO l’immaginario popolare viene plasmato più facilmente da immagini come questa che da argomenti che illustrano la realtà scientifica dei fatti (ossia che i migranti che giungono in Italia sono più sani degli italiani stessi):

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(bufala priva di fondamento)


Allarmi di questo tipo vengono lanciati continuamente sui social network per esser visualizzati, rigirati, riportati, riscritti, copiati, rilanciati e, qualora ottenessero un certo successo, fatti proprio da blogger, giornalisti e politici che, per ottenere visibilità/visualizzazioni/consenso rilanceranno con maggior forza.

Il nostro Gianni, dopo aver esser stato raggiunto qualche decina o centinaia di volte da notizie simili avrà sicuramente assorbito il meme “gli immigrati portano l’ebola” e non andrà ad informarsi oltre: se ha già pregiudizi verso gli immigrati avrà già fatto sua quest’idea. Poco importa che sia tutta una balla e la realtà sia esattamente l’opposto (ossia che gli immigrati, più che portare malattie si ammalano quando arrivano in Italia).

Oltre alle bufale vere e proprie circolano allo stesso modo mezze verità, letture parziali dei fatti, esagerazioni gargantuesche ed ipersemplificazioni in un deleterio mix in cui un servizio al telegiornale può parlare di uno scambio di tweet tra un politico ed una soubrette a proposito di un’allarme-bufala lanciato da un blog che ha citato una frase falsa attribuita alla moglie del direttore del telegiornale, scatenando schiere di tifosi da smartphone che si lanciano in battaglie a suon di tweet, post e like a favore o contro la notizia. L’informazione diventa intrattenimento-spettacolo e le diverse opinioni vengono irregimentate in tifo da stadio. La natura stessa dei social network tende a premiare proprio quest’ultimo aspetto, livellando i dialoghi al minimo comun denominatore (tu tiri pietra – io lancio sasso) rendendolo DI FATTO il modo moderno di “dialogare”.

TUTTO QUESTO SENZA MAI VERIFICARE LA VERIDICITÀ’ DELLE AFFERMAZIONI LETTE E SOSTENUTE

La mancata distinzione tra informazione ed intrattenimento crea di fatto una forma di propaganda autorigenerante in cui sono le stesse persone suggestionate ad alimentare unilateralmente ciò che li ha suggestionati riproponendolo e rinnovandolo, distruggendo la distinzione fatta ad inizio di questo articolo, tra opinione e descrizione della realtà.

Ecco come negli ultimi anni il chiacchiericcio del momento é stato preso in ostaggio dai diversi Frame (sempre nuovi perché lo storytelling deve sempre essere fresco e affascinante):

“pericolo lavavetri”, “imprenditori suicidi”, “boom stupri”, “mandiamo a casa la casta”, “Berlusconi innocente”, “Toghe rosse”, “scandalo auto blu”, “Corona incarcerato per una foto”, “i clandestini ci stanno invadendo”, “questo governo non é stato votato”, “ridateci i nostri marò”, “L’Europa ci comanda” oltre a decine e decine di “rivelazioni” mai fatte, “ricerche” irreperibili. Il tutto utilizzando perlopiù un linguaggio urlato a volte cartoonesco,  ma sempre attento più alla forma accattivante che all’attendibilità del contenuto.

Il risultato é l’aver impantanato ogni dialogo nazionale in uno sciocco chiacchiericcio monopolizzato da meme che sostituiscono la realtà dei fatti e che all’orecchio di chi si é preso la briga di documentarsi suonano assurde come  “La muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona” o “due più due fa cinque”. Ma guai a negarle! Se ci provassi verresti subito tacciato di essere via via noioso / poco interessante / di parte / arrogante / radical chic / il solito sessantottino / uno dei centri sociali / fascista / anarchico / marziano.

Non c’é che adattarsi. Prendere una pastiglia omeopatica, farsi fare un massaggio shiatsu, chattare su Facebook a proposito di quel post letto di sfuggita e mi ha indignato tanto per poi andare in centro (stando ovviamente lontano tutti i negri per non prender malattie) a comprare quel nuovo prodotto “bio” che tutti dicono faccia benissimo. Ma prima dovrò prelevare dei contanti alla mia banca che sarà certo in mano a degli ebrei.

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