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Servizi in orbita, anti-drone e filiere. Così si chiude Ila Berlin

Ila Berlin 2026 si chiude come una fiera meno celebrativa e più industriale, segnata da programmi che guardano alla sostenibilità dello spazio, alla difesa contro nuove minacce e alla costruzione di filiere europee più integrate. Dopo l’apertura dominata dalla presenza italiana con l’AW249 di Leonardo, dal contratto per i satelliti Copernicus Sentinel-1 NG e dal ruolo di ELT Group nella difesa elettronica, Berlino ha continuato a produrre annunci che raccontano una traiettoria precisa. L’aerospazio europeo si muove su tecnologie sempre più complesse, spesso duali, e su cooperazioni che devono trasformare ricerca, industria e capacità operative in strumenti disponibili.

Thales Alenia Space e Leonardo nel programma ISOS

Tra gli annunci più rilevanti c’è la selezione di Thales Alenia Space e Leonardo da parte della Commissione europea per due satelliti operativi del programma Isos, dedicato alle operazioni e ai servizi in orbita. Thales Alenia Space guiderà lo sviluppo di Eross Sc, un veicolo pensato per rendez-vous automatizzati e operazioni robotiche nello spazio. Leonardo si occuperà invece di Scope, una piattaforma modulare e multi-missione con bracci robotici, intelligenza artificiale, interfacce standardizzate e capacità di rifornimento.

Il programma punta a costruire un’infrastruttura orbitale europea per manutenzione, assemblaggio, logistica, riciclo e rimozione dei detriti. La posta in gioco è la capacità dell’Europa di rendere più sicuri e sostenibili gli asset spaziali, sviluppando servizi in orbita che finora restano una frontiera industriale e operativa.

MBDA tra droni, attacco di precisione e Ucraina

Mbda ha portato a Ila un pacchetto concentrato sulle esigenze più pressanti della difesa contemporanea. La società ha presentato una soluzione anti-drone che combina il missile guidato Defendair con un’arma laser ad alta energia, pensata per rispondere alla diffusione di minacce senza pilota piccole, rapide e a basso costo. Accanto a questo, ha esposto capacità di Deep precision strike, con sistemi ipersonici e soluzioni subsoniche per attacchi a lunga distanza, oltre a uno strumento di simulazione spaziale per analizzare minacce e catene di impatto.

Sempre a Berlino, Mbda ha firmato un memorandum con Ukrainian Armor per avviare una partnership strategica nei settori Deep strike e counter-Uas. L’intesa punta a combinare esperienza tecnologica europea, capacità produttive ucraine e conoscenza maturata sul campo, con l’obiettivo indicato di arrivare a una collaborazione più strutturata.

OHB Italia e Cosine nella missione Ramses

Nel settore spaziale, OHB Italia ha affidato alla società beneventana Cosine lo sviluppo di Hamlet, un imager spettrale destinato alla sonda euro-giapponese Ramses. La missione, realizzata nell’ambito della collaborazione tra Esa e Jaxa, studierà l’asteroide Apophis durante il suo passaggio ravvicinato alla Terra.

Hamlet servirà a caratterizzare la composizione dell’asteroide e a osservare i cambiamenti prodotti dall’interazione gravitazionale con il nostro pianeta. È un tassello scientifico, ma anche un contributo alla difesa planetaria, perché permette di migliorare la comprensione degli oggetti vicini alla Terra e delle loro reazioni a eventi estremi.

Piemonte e Renania rafforzano la filiera

La chiusura di Ila ha visto anche un accordo tra il Distretto aerospaziale piemonte e AeroSpace.NRW, il cluster aerospaziale della Renania Settentrionale-Vestfalia. Il memorandum punta a rafforzare la collaborazione tra ecosistemi industriali e di ricerca, con attenzione all’aerospazio civile, alla difesa, all’aviazione sostenibile e alle opportunità di mercato internazionali.

L’intesa lega due regioni manifatturiere con competenze complementari e guarda alle reti europee di finanziamento e innovazione. È un segnale meno spettacolare rispetto ai nuovi sistemi presentati nei padiglioni, ma utile a capire la direzione della fiera. La competizione aerospaziale europea passa sempre più dalla capacità di collegare tecnologie, territori e catene industriali in programmi concreti.

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ILA 2026, a Berlino l’Europa dell’aerospazio misura le proprie ambizioni

ILA 2026, a Berlino l’Europa dell’aerospazio misura le proprie ambizioni

BERLINO (GERMANIA) (ITALPRESS) – Con l’apertura ufficiale affidata al cancelliere federale Friedrich Merz, l’ILA Berlin 2026 trasforma l’aeroporto di Berlino-Brandeburgo (BER) nel principale crocevia europeo dell’industria aerospaziale. Fino al 14 giugno, oltre 750 espositori provenienti da 37 Paesi, circa 330 delegazioni istituzionali di più di 60 nazioni e quasi 100 mila visitatori animeranno quella che il Bundesverband der Deutschen Luft- und Raumfahrtindustrie (BDLI) e Messe Berlin presentano come la principale piattaforma continentale dedicata ad aerospazio, sicurezza e innovazione tecnologica.

A completare il quadro saranno circa cento velivoli impegnati tra esposizioni statiche e dimostrazioni in volo, in un’edizione che, sotto il motto “Pioneering Aerospace”, intende evidenziare il legame sempre più stretto tra progresso tecnologico, competitività industriale e autonomia strategica.

La presenza del ministro della Difesa Boris Pistorius, della ministra dell’Economia Katherina Reiche, del ministro dei Trasporti Patrick Schnieder e della ministra della Ricerca, Tecnologia e Spazio Dorothee Bar testimonia il rilievo politico assunto da un comparto considerato cruciale per la sicurezza e la prosperità del continente.

“Questa ILA arriva esattamente al momento giusto”, ha affermato il presidente del BDLI e amministratore delegato di Airbus Defence and Space, Michael Schollhorn. “Germania ed Europa hanno bisogno più che mai di crescita economica, mobilità sostenibile, accesso allo spazio, sicurezza e sovranità. L’industria aerospaziale rappresenta tutto questo e presenta qui una visione strategica per il futuro”.

Sulla stessa linea il direttore operativo di Messe Berlin, Dirk Hoffmann, secondo il quale l’ILA “continua a crescere” e conferma il proprio ruolo di “piattaforma europea leader per l’innovazione aerospaziale”, luogo nel quale “nascono nuove partnership, vengono presentate nuove tecnologie e si discutono i temi che plasmeranno il settore”.

Articolato su tre palchi tematici, il programma riunisce rappresentanti delle istituzioni, dell’industria, della ricerca e delle forze armate per affrontare questioni che spaziano dall’aviazione a basse emissioni alle tecnologie spaziali, dalla digitalizzazione alle competenze necessarie per la futura base industriale europea.

Tra i protagonisti figurano il direttore generale dell’Agenzia spaziale europea Josef Aschbacher, la presidente del Deutsches Zentrum fuer Luft- und Raumfahrt (DLR) Anke Kaysser-Pyzalla, gli astronauti Matthias Maurer, Alexander Gerst e Rabea Rogge, l’ispettore della Luftwaffe Holger Neumann e, in uno degli appuntamenti più attesi, il comandante supremo alleato in Europa della NATO, generale Alexus Grynkewich, che parteciperà a un confronto sulla sicurezza europea insieme al capo della Bundeswehr, generale Carsten Breuer.

L’edizione 2026 riflette inoltre il crescente peso assunto dal comparto difesa. Airbus, Boeing, Leonardo, Lockheed Martin, MBDA, Rheinmetall, Hensoldt, Embraer, General Atomics e numerosi altri protagonisti dell’industria internazionale presenteranno sistemi destinati a caratterizzare il futuro ambiente operativo multidominio.

Tra le principali attrazioni figurano il debutto in volo del drone Heron TP della Bundeswehr, capace di trasmettere immagini ad alta definizione in tempo reale, la prima apparizione all’ILA dell’elicottero da combattimento AW249 sviluppato da Leonardo, il pattugliatore marittimo P-8A Poseidon di Boeing, il Do228 NXT di General Atomics, l’Airbus Beluga, l’Airbus A380 di Emirates e l’Airbus A320neo con la livrea celebrativa del centenario Lufthansa.

Ampio spazio è riservato ai sistemi senza equipaggio, con il nuovo Drone Pavilion e la Drone Cage dedicata alle dimostrazioni dinamiche, mentre lo Start-up Hub offrirà alle giovani imprese innovative un punto di contatto con investitori, industria e amministrazioni pubbliche. Il Talent Hub sarà invece dedicato al reclutamento e alla formazione di ingegneri, tecnici e futuri piloti.

Competitività, tecnologia e sovranità rappresentano il filo conduttore dell’intera manifestazione, che si propone non soltanto come una vetrina delle eccellenze industriali, ma come il luogo nel quale l’Europa cerca di delineare la propria autonomia strategica in un’epoca segnata dal ritorno della competizione tra potenze e dall’accelerazione delle trasformazioni tecnologiche.

Non sorprende, in questo quadro, che il fine settimana aperto al pubblico risulti già completamente esaurito: prima ancora di rivolgersi agli appassionati, l’ILA 2026 parla infatti ai decisori politici, militari e industriali chiamati a definire il futuro dell’aerospazio europeo.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Dai semiconduttori all’Africa. Tutte le intese tra Roma e Seul

Non solo Indopacifico e Hormuz, ma anche capisaldi della geopolitica futura come chip, IA e spazio con nel mezzo il piano d’azione strategico 2026-2030. Ricco il paniere di temi fra Italia e Repubblica di Corea: il vertice di oggi a Villa Doria Pamphilj tra Giorgia Meloni e Lee Jae Myung ha decretato una svolta fra Roma e Seul. Il bilaterale, la cerimonia di scambio degli accordi e il forum imprenditoriale di alto livello, con la partecipazione di una qualificata delegazione di aziende coreane e italiane, racconta di un’accelerazione oggettiva impressa alle relazioni fra i due Paesi.

Si tratta del terzo incontro tra il presidente Meloni e il presidente Lee in meno di un anno (dopo quelli del 19 gennaio 2026 a Seul e del 24 settembre 2025 a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York) che punta forte sulla collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa. Quattro gli accordi siglati nel settore della cooperazione allo sviluppo, nel campo delle scienze, delle tecnologie avanzate e delle tecnologie dell’informazione e comunicazione, nella collaborazione nel campo dell’economia sociale e solidale e nel settore delle micro, piccole e medie imprese.

La delegazione italiana è stata composta dai ministri Tajani, Bernini; dai viceministri Valentini e Bellucci. Per la Repubblica di Corea presenti il vice primo ministro e ministro della Scienza e delle Tecnologie dell’Informazione, Bae Kyung Hoon; il ministro dell’interno e della sicurezza, Yun Ho-Jung; il vice ministro delle PMI e delle Start-Up, Yong-Seok Roh. La visita di Stato in Italia di Lee, che l’11 giugno è stato ricevuto al Quirinale dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si inserisce all’interno dell’ampia missione del leader sudcoreano in Europa, che ha visto il 10 giugno Lee partecipare al Vertice Ue-Corea a Bruxelles.

Il Paese è caratterizzato da un interscambio commerciale con l’Italia da circa 11 miliardi di euro, rendendolo il primo mercato asiatico per l’export italiano in termini pro capite. In cima al dialogo tra i due leader ci sono stati i semiconduttori, settore nel quale la Corea è uno dei leader mondiali, senza dimenticare anche la cooperazione industriale in settori nevralgici come spazio, automotive ed energia. Nel corso del loro incontro il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica di Corea hanno deciso di elevare le relazioni tra le due Nazioni al livello di Partenariato Strategico Speciale e hanno concordato il Piano d’azione strategico per il periodo 2026-2030.

Si tratta di un impegno per rafforzare la cooperazione economica, promuovendo le opportunità di investimento tra i rispettivi settori privati. Verrà creato, per questa ragione, un comitato di coordinamento congiunto per i semiconduttori, le materie prime critiche e la produzione automobilistica, sulla base del Memorandum d’intesa sulla cooperazione industriale firmato il 9 novembre 2023 tra il ministero delle Imprese e del Made in Italy della Repubblica Italiana e il ministero del Commercio, dell’Industria e dell’Energia della Repubblica di Corea. Inoltre verrà data un’accelerata all’attuazione dell’accordo di libero scambio Ue-Repubblica di Corea per massimizzare le opportunità derivanti dall’accordo Ue-Repubblica di Corea sul commercio digitale e verrà consentito ai rispettivi settori privati di cogliere le opportunità comuni nei mercati terzi, inclusa l’Africa.

In questo senso saranno preziose le sinergie tra il Piano Mattei per l’Africa e le iniziative attuate dalla Korea International Cooperation Agency (KOICA) per promuovere la crescita, la prosperità e la creazione di posti di lavoro in Africa. In grande evidenza anche il XIV Programma Esecutivo sulla cooperazione scientifica e tecnologica per il periodo 2026-2028, attraverso progetti congiunti in aree di ricerca prioritarie quali: scienze ambientali e transizione energetica; fisica e scienza quantistica; materiali avanzati e nanotecnologie; patrimonio culturale; intelligenza artificiale in medicina e biotecnologia. Un’alleanza che spazierà anche alla cultura, al turismo, alla sicurezza e alla difesa.

Non solo accordi, anche l’attualità della geopolitica è stata inevitabilmente attenzionata dai leader: lo scambio di vedute è stato “sui principali dossier internazionali, riaffermando il comune impegno per la stabilità e la prosperità dell’Indopacifico e l’intenzione condivisa di contribuire agli sforzi in corso per riaprire lo Stretto di Hormuz”.

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Innovazione, spazio e difesa. Per Avino (Argotec) è il tempo delle scelte industriali

La conferenza “Ripensare lo spazio militare fra dualità, innovazione, nuove minacce e nuove esigenze operative”, promossa dal Cesma dell’Associazione Arma Aeronautica in collaborazione con Argotec e con il contributo dell’Istituto Affari Internazionali e della Fondazione Amaldi, ha offerto un’occasione importante per riflettere sul ruolo che lo spazio sta assumendo nel quadro della sicurezza contemporanea.

Fino a pochi anni fa lo spazio era percepito ed utilizzato prevalentemente come un ambito dedicato alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica. Oggi, invece, rappresenta un’infrastruttura critica dalla quale dipende una quota sempre crescente delle attività economiche, istituzionali e strategiche delle nostre società: dalle telecomunicazioni all’osservazione della Terra, dalla navigazione satellitare, alla gestione delle emergenze, fino alle applicazioni critiche per la sicurezza e la difesa, i servizi spaziali sono ormai integrati nel funzionamento quotidiano degli Stati, delle imprese e delle comunità.

Per questo motivo il tema non è più se lo spazio debba essere considerato un dominio strategico, ma quanto rapidamente Europa e Italia riusciranno a trasformare questa consapevolezza in capacità operative, industriali e tecnologiche.

La questione centrale riguarda proprio la sovranità tecnologica.

Ad esempio, tutti i satelliti costruiti da Argotec sono stati lanciati finora da operatori statunitensi. Non per scelta, ma per necessità.  Questo dato racconta una realtà che l’Europa non può più ignorare: senza un accesso autonomo e competitivo allo spazio, non esiste una vera sovranità spaziale.

Oggi, l’Europa non dispone ancora di un accesso allo spazio che possa definirsi pienamente autonomo e competitivo sul piano commerciale. La dipendenza da operatori esterni non è solo un limite industriale, ma rappresenta un rischio strategico. Chi controlla l’accesso allo spazio controlla una componente essenziale della sicurezza, della sovranità e della resilienza di un sistema Paese. L’Europa deve colmare questo divario per essere protagonista della nuova era spaziale.

Questa situazione non è nata all’improvviso. È il risultato di anni nei quali altri hanno investito con continuità e visione di lungo periodo. Elon Musk ha certamente avuto intuizioni straordinarie, ma il successo di SpaceX non può essere spiegato soltanto attraverso il talento individuale. Dietro c’è stato un sistema capace di assumersi il rischio, sostenere l’innovazione e utilizzare la domanda pubblica come leva per attrarre investimenti privati.

La lezione è chiara. Per recuperare terreno non basta solo tracciare le dipendenze critiche: occorre intervenire rapidamente per ridurle. Alcune sono ormai strutturali, ma molte possono ancora essere affrontate valorizzando le competenze industriali e tecnologiche già presenti nel nostro continente.

Anche l’attuale rapporto tra industria e difesa richiede una riflessione più matura.

Spesso si parla di tecnologie dual use come se fosse possibile trasformare rapidamente un prodotto civile in uno militare. Nel settore spaziale non funziona così. Il dual use non nasce a posteriori: si progetta fin dall’inizio. Significa concepire architetture, piattaforme e sistemi capaci di rispondere contemporaneamente alle esigenze civili e di sicurezza, integrando requisiti militari già nelle fasi iniziali di sviluppo.

Per questo motivo non esistono scorciatoie. Le competenze richieste per operare nel settore spaziale e della difesa si costruiscono nel tempo, attraverso investimenti in ricerca, test e missioni.

L’esperienza di Argotec testimonia quanto rapidamente possa evolvere questo mercato. Quando l’azienda è nata nel 2008, l’obiettivo era lo spazio commerciale. Oggi la difesa rappresenta circa il 30% del fatturato e costituisce uno dei principali driver di crescita. Non perché sia cambiata la natura delle nostre tecnologie, ma perché è cambiato il contesto strategico nel quale esse sono chiamate ad operare.

Allo stesso tempo è cambiato il ruolo dell’industria. Non basta più costruire satelliti. Occorre sviluppare capacità complete: progettazione, produzione, operazioni in orbita, gestione delle costellazioni e valorizzazione dei dati. 

La vera sfida è trasformare la tecnologia in uno strumento utile per chi deve prendere decisioni operative.

La Difesa è diventato un interlocutore sempre più competente, consapevole e preparato, dotato di capacità tecniche e ingegneristiche di altissimo livello, spesso comparabili a quelle presenti nell’industria. Questo non rappresenta una sfida, ma un’opportunità di crescita reciproca. Quanto più il dialogo tra industria e utilizzatore finale è aperto e continuo, tanto più diventa possibile sviluppare soluzioni efficaci, innovative e realmente rispondenti alle esigenze operative.

Infine, è necessario superare una visione tradizionale delle relazioni industriali. Il termine “filiera” richiama un modello gerarchico che non riflette più la complessità dei programmi attuali. Oggi è, invece, necessario parlare di partnership fondate sulla responsabilità condivisa. In una missione spaziale non esistono componenti marginali: il ritardo o la non conformità di un singolo fornitore può compromettere il successo dell’intero programma. La crescita dell’ecosistema passa, quindi, dalla capacità di costruire relazioni paritarie, basate sulla fiducia e su obiettivi realmente condivisi.

La situazione geopolitica suggerisce che il tempo delle analisi è finito. L’orologio ha iniziato a correre. Per rafforzare la nostra autonomia tecnologica e la nostra sicurezza servono visione industriale, investimenti, capacità di assumersi il rischio e una forte collaborazione tra istituzioni, mondo della ricerca e imprese. Prima come sistema Italia, poi come sistema Europa.

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M7, l’Esa ha scelto una missione a guida Inaf

L’annuncio è arrivato ieri da Tenerife, dov’erano riuniti i rappresentanti degli Stati membri dell’Agenzia spaziale europea per prendere decisioni di ampia portata sul futuro del programma scientifico dell’agenzia stessa: la scelta del Comitato consultivo per le scienze spaziali (Ssac, Space Science Advisory Committee) per la prossima missione di classe media – la cosiddetta M7 – è andata a Plasma Observatory, una missione la cui lead proposer è l’astrofisica Maria Federica Marcucci, ricercatrice all’Inaf Iaps di Roma.

«La missione nasce da una visione scientifica maturata nel corso degli ultimi anni grazie al contributo di una vasta comunità internazionale e consentirà di studiare per la prima volta in modo sistematico i processi fondamentali che governano il comportamento dei plasmi nello spazio attraverso osservazioni simultanee su diverse scale spaziali realizzate da una costellazione di sette satelliti», spiega Marcucci «Questa capacità osservativa multiscala senza precedenti permetterà di comprendere fenomeni fondamentali che avvengono nei plasmi che permeano l’intero universo e che hanno effetti diretti anche sull’ambiente spaziale che circonda la Terra».

Il team di Plasma Observatory. Crediti: Esa

«Come lead proposer della missione, insieme ad Alessandro Retinò (co-lead proposer) del Laboratoire de Physique des Plasmas di Parigi, e chair dello science study team», continua Marcucci, «sono particolarmente orgogliosa del ruolo svolto dalla comunità italiana e dall’Inaf durante tutte le fasi dello studio. Ricercatrici e ricercatori dell’Istituto hanno partecipato attivamente ai gruppi di lavoro che hanno contribuito a definire gli obiettivi scientifici della missione. In questo contesto, un contributo fondamentale è stato fornito dall’Università della Calabria, attraverso la partecipazione di Francesco Valentini allo science study team, sul solco di una lunga e fruttuosa collaborazione».

«Desidero inoltre sottolineare il ruolo fondamentale svolto dall’Agenzia spaziale italiana, che ha consentito alla comunità scientifica nazionale di contribuire in modo sostanziale alla maturazione scientifica e tecnologica della proposta», ricorda Marcucci. «La raccomandazione di Plasma Observatory rappresenta anche il riconoscimento di questo investimento strategico perseguito con lungimiranza e continuità, nonché della capacità dell’Italia di valorizzare le competenze maturate ed essere protagonista nei grandi programmi scientifici europei, dalla definizione delle domande scientifiche fino alla realizzazione delle tecnologie necessarie per affrontarle.

Schema del processo di selezione di una missione di classe media dell’Esa. Crediti: Esa/Atg

La proposta del Comitato consultivo dell’Esa – che si avvale di gruppi di lavoro composti da scienziati esterni specializzati in diversi ambiti  – arriva al termine di una durissima selezione: il numero delle missioni in gara, inizialmente 27, si è infatti ristretto progressivamente a cinque, poi a tre e infine, appunto, alla sola Plasma Observatory. Ora il Comitato per il programma scientifico (Spc, Science Programme Commitee) ha preso atto di questa raccomandazione e adotterà una decisione formale in merito nella prossima riunione, prevista per novembre 2026, una volta consolidati gli impegni finanziari relativi allo sviluppo della strumentazione.

 

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Il grande giorno di SpaceX a Wall Street, aspettando OpenAI e Anthropic: le mega-Ipo cambiano la finanza

L’inizio della quotazione a Wall Street di SpaceX, l’azienda di servizi spaziali e intelligenza artificiale di Elon Musk oggi classificata come maggiore compagnia non presente in Borsa al mondo, apre oggi la stagione delle mega-Ipo (Initial public offering, offerte pubbliche iniziali, ndr) con cui i giganti della tecnologia Usa sbarcheranno nella Borsa per antonomasia. A Musk faranno seguito i dioscuri dell’IA, Sam Altman e Dario Amodei, pronti a quotare OpenAI e Anthropic. Si prevede una rivoluzione copernicana nella Borsa americana: complessivamente, SpaceX aggiungerà quasi 1.800 miliardi di dollari di capitalizzazione alla Borsa Usa e altrettanto faranno, sommate, le due compagnie sulla breccia nella corsa all’intelligenza artificiale.

Tutto pronto per le mega-Ipo

SpaceX mira a raccogliere oltre 80 miliardi di dollari, complessivamente le tre Ipo potrebbero garantirne almeno 200. Facendo dei paragoni, è come se a Wall Street Musk e in futuro Altman e Amodei mirino a far entrare l’equivalente di tre listini di Piazza Affari (solo SpaceX la sopravanzerebbe del 50%) raccogliendo dagli investitori l’equivalente del valore, sommato, di Unicredit e Eni. Il giorno più lungo è quello di oggi. Musk contro tutti, ma con molti alle sue spalle: nella finanza internazionale, nonostante molti scetticismi di facciata, il dilemma non è stato se entrare o meno nell’Ipo di SpaceX ma con che forza e con quante risorse.

L’euforia di Wall Street

“Questi debutti rappresentano la più concentrata ondata di capitali dai tempi della bolla delle dot-com” a fine Anni Novanta, e la potenza di fuoco dei tre gruppi potrebbe far sì che “gli investitori impazziscano”, nota Fortune. Musk dà il calcio d’inizio: SpaceX vuole presentarsi come la compagnia egemone nel settore dei lanci spaziali e della strutturazione dell’accesso americano alle orbite, da Starlink ai data center orbitanti vende al tempo stesso un’infrastruttura tecnologica, un sogno di esplorazione e un progetto di sicurezza nazionale, mentre al contempo avendo incluso xAI i prospetti ricordano che secondo gli scenari sarà proprio l’intelligenza artificiale a trainare il suo business. Ad oggi, valutata 1.250 miliardi da compagnia privata, SpaceX capitalizza 92 volte i suoi ricavi e la sua quotazione si baserà su una scommessa chiara: vedere se l’IA farà realizzare i prospetti di una crescita esponenziale da qui a dieci anni, ciò che Musk usa come base per giustificare uno sbarco in borsa anomalo.

L’uomo più ricco del mondo mira a portare SpaceX in Borsa pur mantenendo l’80% dei diritti di voto e a saldare il suo controllo con il piano di remunerazione miliardario di Tesla per ampliare la filiera delle aziende da lui controllate e diventare il primo personaggio nella storia a sfondare quota 1.000 miliardi di dollari di patrimonio. Chi comprerà SpaceX farà un atto finanziario ma anche un voto: accetterà che siano veri i prospetti di Goldman Sachs, secondo cui l’IA darà a SpaceX ricavi centuplicati, a 322 miliardi di dollari, entro il 2030. Oppure guarderà ancora più in la con in mente un dato: 3.400 miliardi di dollari. A tanto Morgan Stanley, che assieme alla concorrente è tra le istituzioni attive per sottoscrivere l’Ipo, nota il Financial Times, prevede ammonteranno i ricavi nel 2040.

Euforia e incertezza

Dei risultati concreti, nota il Ft, sono incoraggianti in tal senso: “I recenti accordi per il noleggio di capacità di calcolo ad Anthropic e Google per un totale di 24 miliardi di dollari all’anno sottolineano il valore dell’infrastruttura terrestre esistente di SpaceX”. Chi ha fatto comunque un affare è proprio Google: comprò per 1 miliardo di dollari l’8% di SpaceX nel 2015 e ora ne detiene il 6,11%: anche se l’Ipo dovesse diluirne la quota, stime di valutazioni della partecipazione capace di arrivare a 100-105 miliardi di dollari sono tutto fuorché esagerate. Questo dà l’idea dell’euforia che attende lo sbarco dell’astronave-madre di Starlink e Starship a Wall Street. Seguiranno le boutique dell’IA per trasformare radicalmente i rapporti di forza in borsa. E anche le prospettive con cui il mercato agirà.

Finora la Borsa ha premiato i vincitori della corsa all’IA, i costruttori di hardware, valorizzandone il boom di attività nel breve periodo per la costruzione di data center e potenza di calcolo. Ora si prevede arrivino i signori degli algoritmi, dei linguaggi di IA e delle tecnologie di frontiera, per i quali la valutazione è prospettica, calcolata sul fatto che si prevede l’IA trasformerà l’economia globale e la produttività in forma radicale. Da un rally che cavalca il presente a aspettative lunghe per una borsa che vuole crescere senza limiti. Da dove arriverà il denaro per le mega-IPO? Nuovi investitori si affacceranno o i capitali ruoteranno seguendo il nuovo paradigma finanziario? E se così farà, chi “perderà” capitalizzazione in un mercato per molti sopravvalutato? Su che parametri saranno valutati i campioni dell’IA oltre che sui fatturati e i flussi di cassa per sostenere queste capitalizzazioni? Sarà euforia o bolla? C’è addirittura chi teme che SpaceX, OpenAI e Anthropic possano prosciugare i mercati esaurendone le disponibilità. Viviamo un momento trasformativo della finanza mondiale. La sensazione è che il 12 giugno 2026 sarà una data spartiacque. Il decollo di SpaceX verso Wall Street sarà quello della borsa verso una nuova era? Lo capiremo presto.

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La sfida dei data center spaziali

Immagine in evidenza rielaborata con Intelligenza Artificiale

I data center divorano l’1,5% dell’elettricità mondiale. Per la precisione: 415 terawattora nel 2024. L’equivalente di quasi l’intero consumo annuo di energia elettrica di una nazione come la Francia. Ma è una quota destinata a più che raddoppiare entro il 2030, spinta soprattutto dall’intelligenza artificiale generativa, che l’Agenzia Internazionale dell’Energia identifica come “il fattore più importante” di questa crescita.

Le reti elettriche globali sono già sotto pressione, ma la costruzione di nuove linee di trasmissione richiede dai quattro agli otto anni nei paesi più avanzati. Nel frattempo, la domanda di calcolo aumenta così velocemente che nessuna infrastruttura terrestre riesce a stare al passo.

È in questo contesto che governi e aziende tecnologiche hanno cominciato a guardare allo spazio. Del resto, lo spazio offre energia solare continua senza competere con le reti terrestri, la possibilità di sfruttare il raffreddamento passivo nel vuoto senza consumare acqua e di elaborare i dati direttamente a bordo dei satelliti che li raccolgono, senza doverli trasmettere integralmente a Terra. Quello che sembrava fantascienza è diventato, nel giro di pochi anni, un programma industriale con date, contratti e lanci già effettuati.

A maggio 2025, la Cina ha lanciato i primi satelliti di una costellazione per l’elaborazione dei dati direttamente nello spazio. Nella stessa direzione si stanno muovendo anche gli Stati Uniti. Le due grandi potenze hanno avviato programmi concreti, ancora in parte sperimentali, per portare calcolo e archiviazione oltre il cielo. Si tratta, però, di un salto tecnologico con una conseguenza politica: in futuro, i dati più strategici di governi, eserciti e grandi aziende potrebbero non trovarsi più in nessuna nazione.

I progetti a stelle e strisce

I satelliti producono quantità enormi di dati, spesso troppo grandi per essere inviati interamente sulla Terra in tempo reale. Processarli in orbita riduce la latenza e la dipendenza dalle stazioni terrestri. Hewlett Packard Enterprise ha dimostrato la fattibilità di questo approccio con il programma Spaceborne Computer. La multinazionale statunitense, leader nelle soluzioni tecnologiche edge-to-cloud (in cui l’elaborazione dei dati avviene in parte sul dispositivo remoto e in parte sui server centrali), ha installato server commerciali standard sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) nel 2017, 2021 e 2024. Questo ha permesso di ridurre fino al 90% il volume dei dati da trasmettere a Terra.

In un’intervista a Via Satellite (novembre 2025), Clint Crosier, già responsabile della pianificazione della U.S. Space Force e oggi direttore Aerospace & Satellite Solutions di AWS, ha illustrato i risultati pratici. In un test con la startup italiana D-Orbit, elaborare i dati direttamente a bordo del satellite ha permesso di trasmettere a Terra solo le immagini realmente utili: il satellite ha continuato a soddisfare tutti i requisiti della missione usando il 42% in meno di banda. Liberando quella banda, lo stesso satellite può inviare quasi il doppio dei dati utili senza alcuna modifica all’hardware. Il vantaggio per le applicazioni militari è evidente (non a caso, il Department of Defense Space Strategy statunitense identifica lo spazio come dominio operativo a tutti gli effetti).

Gli Stati Uniti stanno inoltre sviluppando la Proliferated Warfighter Space Architecture (PWSA) della Space Development Agency (SDA): una costellazione di centinaia di piccoli satelliti in orbita bassa interconnessi otticamente. Una flotta progettata per garantire comunicazioni resilienti e rilevamento missilistico anche in caso di attacchi a infrastrutture terrestri. A dicembre 2025, la SDA ha assegnato contratti per circa 3,5 miliardi di dollari per la costruzione di altri 72 satelliti di tracciamento missilistico. La logica strategica è chiara: in uno scenario di conflitto, gli impianti e le installazioni a terra sono tra i primi obiettivi a essere colpiti. Una capacità di calcolo dislocata nello spazio, interconnessa otticamente e ridondante offre invece maggiore sicurezza e una continuità operativa difficilmente replicabile sulla Terra.

La Cina accelera: la Three-Body Computing Constellation

Dagli Stati Uniti alla Cina. Come già accennato, il 14 maggio 2025 la Repubblica Popolare ha lanciato i primi 12 satelliti della Three-Body Computing Constellation, sviluppata dall’istituto di ricerca Zhejiang Lab e dall’azienda ADA Space di Chengdu. Ogni satellite offre 744 TOPS (tera-operazioni al secondo) e l’intera rete è progettata per espandersi fino a 2.800 satelliti, con una potenza computazionale complessiva di 1.000 peta-operazioni al secondo, paragonabile per ordine di grandezza ai supercomputer terrestri più potenti. I satelliti sono collegati da link laser inter-satellite (un collegamento che usa fasci di luce laser per trasmettere dati direttamente da un satellite all’altro), alimentati da pannelli solari e raffreddati passivamente dal vuoto, eliminando i costosi sistemi di raffreddamento a liquido dei data center terrestri.

Secondo un piano quinquennale citato dall’emittente televisiva cinese CCTV e ripreso dalla Reuters lo scorso 29 gennaio, la CASC (China Aerospace Science and Technology Corporation) ha annunciato la costruzione di un’infrastruttura digitale spaziale da un gigawatt di potenza, identificata come pilastro del 15° Piano Quinquennale cinese, integrando capacità cloud, edge computing e terminali per elaborare dati direttamente in orbita.

Il ruolo delle aziende private

C’è però da osservare che la corsa ai data center orbitali non è più una prerogativa dei governi. A novembre 2025, Starcloud ha lanciato il primo satellite equipaggiato con una GPU NVIDIA H100, realizzando la prima dimostrazione di addestramento AI direttamente in orbita. L’11 gennaio 2026, con la missione Twilight di SpaceX, sono arrivati in orbita i primi due nodi del data center orbitale della statunitense Axiom Space, sviluppati in collaborazione con la canadese Kepler Communications e collegati tramite link ottici da 2,5 Gbps.

Google, con il progetto Suncatcher, punta invece a una costellazione di satelliti dotati di TPU (i processori per l’intelligenza artificiale progettati da Google) alimentati da energia solare, con un primo test, in collaborazione con la società di San Francisco Planet Labs, previsto per il 2027. Secondo indiscrezioni, SpaceX starebbe preparando una generazione aggiornata dei satelliti della sua costellazione Starlink capace di ospitare carichi di calcolo, con link ottici inter-satellite a banda ultralarga.

A rendere economicamente plausibili delle infrastrutture permanenti in orbita è anche la riduzione dei costi di lancio, che – secondo uno studio della NASA – sono passati da circa 54mila dollari al chilogrammo con lo Space Shuttle a 2.700 dollari con il razzo riutilizzabile Falcon 9 della società spaziale di Elon Musk: una riduzione di venti volte in due decenni. Tuttavia, la gestione privata di sistemi potenzialmente critici introduce domande (per ora) senza risposta: a cominciare da chi sia responsabile in caso di violazione dei dati su un satellite commerciale.

Dal canto suo, l’Europa non dispone di un programma comparabile per il cloud orbitale. Il progetto IRIS² – 290 satelliti per comunicazioni sicure, contratto da 10,5 miliardi firmato nel dicembre 2024 con il consorzio SpaceRISE – non include infrastrutture di calcolo orbitale autonome. Sul fronte della ricerca, il progetto europeo ASCEND ha completato nel 2024 uno studio che conferma la fattibilità tecnica dei data center orbitali e si pone l’obiettivo di dispiegare 1 GW entro il 2050. ASCEND è guidato da Thales Alenia Space, joint venture tra Thales e Leonardo: la partecipazione dell’azienda italiana è il contributo più diretto del nostro paese a questo scenario.

C’è poi da notare che D-Orbit, startup comasca già protagonista del test AWS, è tra le realtà italiane più avanzate sul tema dell’elaborazione dati in orbita e ha sottoscritto contratti con l’ESA (l’Agenzia spaziale europea) nell’ambito della costellazione di osservazione IRIDE, finanziata con fondi PNRR. Ma l’Italia non ha un programma nazionale dedicato al cloud orbitale. Il rischio è quello già visto in altri ambiti digitali: competenze industriali elevate senza controllo sull’infrastruttura finale.

Vulnerabilità e limiti

Il 24 febbraio 2022, all’ora esatta dell’invasione russa dell’Ucraina, un attacco informatico ha colpito la rete KA-SAT di Viasat (il gigante californiano delle telecomunicazioni satellitari), disabilitando decine di migliaia di modem satellitari in Ucraina e in Europa. Il malware usato – un wiper chiamato AcidRain – non ha violato nessun satellite in orbita, sfruttando invece una vulnerabilità VPN in server di gestione della rete fisicamente localizzati nel nord Italia, propagandosi fino a disabilitare 5.800 turbine eoliche in Germania. A maggio 2022, Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e una dozzina di governi europei – inclusa l’Italia – hanno attribuito pubblicamente l’attacco al GRU, l’intelligence militare russa.

Il caso Viasat contiene una lezione che vale doppio per i data center orbitali: il punto più vulnerabile di un’infrastruttura spaziale non è il satellite. È tutto ciò che lo gestisce da Terra: stazioni di controllo, reti di uplink, sistemi di autenticazione, catena di fornitura dell’hardware. A questo si aggiunge un problema strutturale specifico dello spazio: il patching. Un data center terrestre può infatti ricevere una patch di sicurezza in pochi minuti. Un satellite in orbita bassa ha finestre di comunicazione limitate, banda ristretta e nessuna possibilità di intervento fisico. Se un sistema orbitale venisse compromesso, la risposta sarebbe strutturalmente più lenta e, in alcuni scenari, impossibile senza un nuovo lancio.

Jamming e spoofing GPS sono già operativi in zona di conflitto e documentati sistematicamente dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) nel Mar Nero, in Medio Oriente e nel Baltico: dimostrano che l’interferenza deliberata sulle infrastrutture spaziali è una realtà, non un’ipotesi. Un attacco a un sistema orbitale porterebbe le stesse complessità a un livello superiore: chi ha giurisdizione, chi può intervenire, con quali strumenti e in quale tempo utile.

Il vuoto normativo

L’Outer Space Treaty del 1967 attribuisce allo Stato di lancio la giurisdizione e il controllo sugli oggetti spaziali, indipendentemente da dove operino. Ma questo trattato non contempla infrastrutture digitali, non regola la proprietà dei dati in orbita, non prevede meccanismi di applicazione in caso di violazione informatica. 

A quasi sessant’anni dalla firma, non esiste nessun trattato internazionale che disciplini specificamente la protezione dei dati nello spazio. Nel 2019, dopo otto anni di negoziato, l’UN COPUOS (la Commissione delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico) ha adottato 21 linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali: volontarie, non vincolanti e relative a detriti, sicurezza operativa e traffico orbitale. La protezione dei dati non è contemplata.

Il primo segnale che la questione stia diventando urgente sul piano normativo è arrivato a gennaio di quest’anno: SpaceX ha depositato all’americana FCC (Federal Communications Commission) una richiesta per lanciare fino a un milione di satelliti definiti esplicitamente “orbital data centers”. Questo è il primo iter normativo al mondo che affronta direttamente il tema, ma riguarda una sola nazione e non tocca le questioni di giurisdizione sui dati.

Payal Arora, professoressa di AI inclusiva all’Università di Utrecht (Olanda), ha sintetizzato il problema in un’analisi pubblicata da Rest of World nel febbraio 2026: se i dati dei cittadini sono elaborati in orbita, la sovranità digitale “diventa ambigua”, sospesa tra il Paese d’origine, lo Stato di lancio e l’operatore commerciale del satellite. Nessuno dei meccanismi esistenti – né il diritto spaziale internazionale, né il diritto cyber nazionale, né i trattati di mutua assistenza giudiziaria – è stato progettato per rispondere a questi aspetti.

Per decenni il potere digitale è stato ancorato a piattaforme fisiche entro confini nazionali. Anche i cavi sottomarini, che trasportano oltre il 95% del traffico internet globale, hanno una giurisdizione di riferimento, con trattati, procedure e responsabilità definite. Il cloud orbitale rompe questo sistema. I dati possono essere archiviati ed elaborati in luoghi che nessuna autorità nazionale può raggiungere, né fisicamente né giuridicamente. In sostanza, per la prima volta, la localizzazione dei dati smette di coincidere con il territorio.

Come spiega Jane Munga, ricercatrice per l’Africa al Carnegie Endowment for International Peace, la sovranità tende a seguire la proprietà dell’infrastruttura: chi non partecipa al suo possesso e alla sua governance rischia di essere relegato a produttore di dati senza alcuna capacità reale di controllo su come siano archiviati, elaborati o usati. Un’incognita che sconfina dal campo dell’innovazione tecnologica. Quello in corso è un passaggio epocale le cui conseguenze sono ancora da scrivere. Il rischio è che si erigano infrastrutture informatiche cruciali per nazioni, imprese e cittadini che superino la sovranità digitale degli Stati. Senza che ci siano le regole per governarle.

L'articolo La sfida dei data center spaziali proviene da Guerre di Rete.

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Sarà Luca Parmitano il pilota di Artemis III

La Nasa ha annunciato oggi la composizione dell’equipaggio della missione Artemis III: Randy Bresnik (comandante, Nasa), Luca Parmitano (Esa), Frank Rubio e Andre Douglas (specialisti di atterraggio, entrambi Nasa). È stato inoltre designato come membro di riserva dell’equipaggio l’astronauta Bob Hines (Nasa). L’equipaggio inizierà ora un rigoroso programma di addestramento per familiarizzarsi con i sistemi della navicella Orion e con il funzionamento dei sistemi di atterraggio con equipaggio umano, in vista di un’ambiziosa serie di dimostrazioni che precederanno la missione di atterraggio sulla Luna.

L’equipaggio della missione Artemis III. Da sinistra: Andre Douglas, Luca Parmitano, Randy Bresnik e Frank Rubio. Crediti: Nasa

Luca Parmitano, astronauta italiano dell’Esa, ha trascorso 366 giorni nello spazio nel corso di due missioni di lunga durata sulla Stazione spaziale internazionale, Volare e Beyond. Durante queste missioni, ha collaborato a centinaia di esperimenti, ha effettuato sei passeggiate spaziali per un totale di oltre 30 ore ed è diventato comandante della Stazione. Da quando è tornato sulla Terra, Parmitano ha ricoperto il ruolo di referente dell’Esa presso il Johnson Space Center della Nasa a Houston, agendo come “CapCom” e addestrando gli astronauti dell’Esa per le passeggiate spaziali e le operazioni robotiche. L’anno scorso Parmitano ha partecipato all’Underway Recovery Test 12 della Nasa, al largo delle coste della California, per simulare l’ammaraggio e il recupero degli astronauti di Artemis da un modello in scala reale della navicella Orion.

«Sono onorato di far parte di questo equipaggio e allo stesso tempo mi sento umile: i miei compagni di missione apportano un bagaglio di esperienze molto variegato, e non vedo l’ora di lavorare con loro, desideroso di imparare e di dare il mio massimo contributo nel mio ruolo. In qualità di pilota collaudatore, questa è davvero una missione da sogno, poiché potremo contribuire a testare i sistemi e a sviluppare le procedure affinché i futuri equipaggi possano spingersi più lontano e, in ultima analisi, riportare l’umanità sulla Luna», ha detto Luca Parmitano. «Sono molto grato all’Aeronautica militare per avermi fornito l’addestramento nelle mie prime fasi; all’Agenzia spaziale italiana – e all’Italia nel suo complesso – per avermi affidato il loro primissimo volo di lunga durata quando ero solo un novellino; all’Agenzia spaziale europea per l’addestramento, il sostegno infinito e le incredibili opportunità che ho avuto da quando sono diventato un astronauta dell’Esa, e alla Nasa per la sua leadership nel riportare l’umanità sulla Luna. È la conferma che l’Esa è un partner affidabile e la continuazione di una solida collaborazione che porterà un europeo sulla Luna».

«Artemis III amplierà i confini delle operazioni spaziali in orbita. La nomina dell’astronauta dell’Esa Luca Parmitano a pilota riflette la profonda competenza europea nel campo dei voli spaziali con equipaggio umano e fa leva sulla sua vasta esperienza operativa in situazioni di forte pressione», ha detto Josef Aschbacher, direttore generale dell’Esa. «Allo stesso tempo, il Modulo di servizio europeo (Esm) dell’Esa fornirà ancora una volta le capacità fondamentali che alimentano Orion, dimostrando il ruolo duraturo dell’Europa nel cuore stesso del programma Artemis. La notizia giunta oggi da Houston è un forte riconoscimento del ruolo dell’Esa nel rendere possibile il ritorno dell’umanità sulla Luna – e un progresso chiave nella nostra collaborazione con la Nasa. Gli europei possono essere orgogliosi di far parte di questo emozionante viaggio».

Fonte: press release Esa

La dichiarazione di Luca Parmitano (in inglese) sul canale YouTube dell’Esa:

 

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Lo spazio come discarica: la corsa senza freni dei satelliti

Lo spazio intorno a noi non è più vuoto come prima.

Fra il 2022 e il 2025 sono stati lanciati nello spazio più satelliti di quanti ne fossero stati messi in orbita in tutta la storia precedente. Fino al 2019 i nuovi satelliti lanciati nello spazio erano mediamente 143 all’anno: nel 2025 sono stati 4510 e il dato è destinato a crescere. Tuttavia, gli oggetti che orbitano sopra le nostre teste hanno un ciclo di vita finito. Una volta dismessi, diventano detriti spaziali: immondizia dalla traiettoria incontrollabile che può entrare in collisione con satelliti ancora in uso. L’interesse per una normativa internazionale vincolante che  assicuri la prevenzione e regoli lo smaltimento di tali detriti non sembra essere maturato a sufficienza. Siamo in un “far west” spaziale: molti rifiuti e poche leggi. Sorgono allora alcune domande: quanti detriti spaziali ci sono in orbita oggi? Qual è attualmente lo stato dell’arte della regolamentazione internazionale sul tema? Perché il problema dei detriti spaziali sembra essere sorto solo di recente, ovvero da quando aziende come SpaceX hanno aumentato la frequenza di lancio?

La corsa privata allo spazio e il rischio di una Sindrome di Kessler

Il significativo aumento di oggetti nello spazio è dovuto principalmente all’apertura del mercato spaziale al settore privato. Sebbene le aziende private abbiano sempre giocato un ruolo attivo all’interno delle filiere produttive, la direzione dei programmi spaziali e delle operazioni in orbita è sempre stata nelle mani di grandi agenzie statali. Storicamente lo scopo del settore spaziale è stato infatti, da un lato, quello della ricerca scientifica, e dall’altro l’affermazione di una supremazia tecnologica, ma non di certo al profitto. Proprio per questo motivo lo spazio è stato, fino a qualche anno fa, monopolio di fatto delle grandi potenze globali, ossia gli unici attori che potevano permettersi di spendere ingenti somme di denaro in attività  che non avrebbero avuto alcun ritorno economico. Tuttavia, la fondazione di SpaceX nel 2002 ha rappresentato uno spartiacque per l’ingresso di nuove aziende private, le quali hanno contribuito a rendere il settore più dinamico e competitivo, introducendo l’elemento della concorrenza e quindi favorendo una propensione volta alla riduzione di costi produttivi e operativi. Da qui il principio dei razzi riutilizzabili, delle sempre più piccole componenti a parità di operatività e dell’utilizzo di materiali meno costosi. Questi fattori, insieme alla naturale evoluzione tecnologica e alle conseguenze dell’ampliamento del settore in termini di economia di scala, hanno contribuito a diminuire sensibilmente i costi incentivando produzione e lancio di nuovi oggetti in orbita. Sono così emersi modelli di business economicamente sostenibili e capaci di offrire nuove tipologie di servizi. L’esempio più virtuoso è di Starlink, che ha recentemente superato la soglia di 10.000 oggetti in orbita, circa il 69% del totale dei satelliti presenti nello spazio. Il progetto si pone l’obiettivo di aumentare la sua costellazione a 42mila satelliti nel prossimo futuro. Numerose aziende, fra cui Amazon LEO, OneWeb, Xingwang e Blue Origin, hanno replicato il modello Starlink prospettando la creazione di nuove costellazioni di satelliti e l’ampliamento di quelle già esistenti.La cifra che tiene traccia del totale dei satelliti che le aziende hanno pianificato di lanciare sfiora ad oggi gli 1,9 milioni.

La crescente attività orbitale non solo aumenterà il numero di oggetti che l’uomo può manovrare, ma anche di quelli che potremmo definire come “effetti collaterali” dell’attività umana nello spazio: i detriti spaziali. Si tratta di oggetti che orbitano intorno alla terra e su cui l’uomo non ha alcun controllo. Questi possono essere sia di grandi dimensioni, come satelliti in disuso o stadi di missili sganciati durante le missioni, sia di medie o piccole dimensioni, solitamente scaturiti dalla collisione involontaria fra due oggetti in orbita. ESA stima che in orbita bassa (LEO) vi siano all’incirca 50mila detriti spaziali superiori ai 10 centimetri, 1,2 milioni compresi fra dieci centimetri e un centimetro, e potenzialmente centinaia di milioni inferiori a un centimetro. Se per i detriti più grandi è possibile conoscere la loro posizione e stimare la loro traiettoria, quelli più piccoli sono poco monitorabili in quanto troppo esigui per essere riconosciuti dai radar. Questo aggiunge il fattore di imprevedibilità al loro già elevato coefficiente di pericolo: viaggiando a 28mila km/h, anche gli oggetti più piccoli possono recare danni irreparabili. Con la prospettiva di un’orbita sempre più trafficata è lecito aspettarsi un aumento delle collisioni tra oggetti in orbita e un conseguente incremento di detriti spaziali. Se consideriamo che ogni collisione crea diverse migliaia di frammenti, ogni incidente aumenta in maniera esponenziale la possibilità di altre collisioni. Si potrebbe quindi innescare una reazione a catena che nel giro di poco tempo potrebbe non solo distruggere la maggior parte dei satelliti presenti nello spazio, con pesanti conseguenze sia in campo civile che militare, ma rendere l’orbita terrestre così densa di detriti da essere impraticabile per nuovi lanci e per qualsiasi altra attività umana nello spazio. Questo scenario è stato teorizzato già nel 1978 dallo scienziato della NASA Donald J. Kessler, e prende il nome appunto di Sindrome di Kessler.

Un quadro giuridico complesso e imperfetto

L’inquinamento nello spazio è una conseguenza inattesa dello sviluppo tecnologico? Certamente no: sin dal 1967, l’Outer Space Treaty entrò in vigore per stabilire la responsabilità sugli oggetti lanciati e gli eventuali danni a cose o persone dei singoli Stati firmatari desiderosi di competere nella corsa allo spazio (artt. VI-IX) e la non-proprietà di alcuno spazio extra-atmosferico e oggetto celeste (art. II). Benché fosse assente una menzione all’inquinamento dello spazio, almeno l’eventualità di incidenti in orbita o su altri oggetti celesti era stata prevista. L’ideale a cui si vorrebbe tendere sarebbe la cooperazione internazionale. Formalmente, la preoccupazione è stata espressa nel 1999 nel “Technical Report on Space Debris” dell’ONU. Oggi le COP cercano ogni anno di creare un’intesa fra Stati partecipanti su come gestire l’inquinamento in molteplici forme e circostanze. Secondo Ciuffa, “[…] il quadro giuridico internazionale, de lege lata, consente di affrontare, in una maniera che si reputa sufficiente, il problema dei detriti spaziali, nonostante la mancanza di un esplicito riferimento testuale di quest’ultimi nei trattati vigenti. Ciò è reso possibile da alcune norme aventi carattere generale e che avvocano per la protezione degli ambienti naturali terrestri […]. Pertanto, nello svolgimento delle attività spaziali, gli Stati dovranno rispettare gli obblighi esistenti circa la protezione dell’ambiente”.

La commissione ONU per gli usi pacifici dello spazio extra-atmosferico ha elaborato delle linee guida specifiche per la mitigazione dei detriti spaziali. Tuttavia sono misure di soft law: non sono legalmente vincolanti per il singolo Stato firmatario, quindi poco efficaci. Tuttavia, secondo l’analisi di Hugo Peter, per ora questi sono gli unici strumenti di mitigazione che, pur inserendo progressivamente la sostenibilità ambientale nel settore, permettono di preservarne lo sviluppo tecnologico. Gli strumenti di soft law permettono almeno di mettere il problema della gestione attenta e sostenibile dei detriti spaziali sul tavolo. L’obiettivo è raggiungere in futuro un’intesa vincolante su come occuparsi del tema.

L’Unione Europea si occupa del tema prevalentemente attraverso attività di monitoraggio, mitigazione e previsione. Lo EU Space Act, iniziativa legislativa della Commissione Europea, ha permesso la definizione di alcuni strumenti di sicurezza, resilienza e sostenibilità, affinché le future attività spaziali battenti bandiera europea siano più sicure e svolte con tecnologie dal moderato impatto ambientale. Su quest’ultimo punto, l’ESA ha redatto la Zero Debris Charter, seguita più tardi dal più specifico Technical Booklet, contenente sia principi-guida non vincolanti a cui le aziende di settore degli Stati Membri dovrebbero ispirarsi, sia obiettivi auspicabili da raggiungere entro il 2030. Un’ambizione su tutte: ridurre la creazione di detriti attraverso un’accurata valutazione di impatto ambientale previa ogni lancio e l’introduzione del modello dell’economia circolare anche in questo settore.

L’amministrazione Trump non ha certamente tra le sue priorità l’implementazione della sostenibilità nella gestione dello spazio. Secondo un’indagine di ProPublica, l’intenzione americana sarebbe quella di rallentare l’iter del provvedimento nazionale volto a impedire alle aziende spaziali commerciali di abbandonare le parti dei loro razzi in orbita terrestre, con obbligo di rimozione entro 25 anni dal loro uso. Tale vuoto legislativo favorirebbe il presentarsi della già citata Sindrome di Kessler, oltre ad aumentare le probabilità di caduta di detriti a terra, con potenziali danni all’ambiente e all’uomo. 

Come scritto dal Guardian, tale reiterata immobilità mista a negazionismo climatico rende più esplicito un favoritismo verso big americane di settore, soprattutto se si aggiunge la politica di snellimento della documentazione previa ai lanci proposta dallo stesso Presidente. Sempre il Guardian riporta che Trump ha proposto di rimuovere la valutazione di impatto ambientale dei lanci per velocizzare le procedure di “colonizzazione” dell’orbita bassa. Un effetto di tale deregolamentazione è l’annuncio di Starlink reso noto da Reuters: la sua flotta di satelliti verrà abbassata da 550 km a 480 km di quota nel corso del 2026. Tale decisione, secondo quanto dichiarato dal vice presidente senior del progetto, Michael Nicolls, è stata presa in seguito ad un incidente con generazione di detriti verificatosi con uno dei satelliti della mega-costellazione di Starlink. Nicolls ha dichiarato che l’abbassamento della costellazione a 480 km di quota ridurrebbe la quantità di satelliti necessari per il progetto e abbasserebbe la probabilità di generare detriti da collisione. Tuttavia, con 4400 satelliti ad altitudine inferiore, il problema dell’affollamento dell’orbita bassa non viene risolto, ma spostato ad un’altra altitudine.
Libertà come quella di Starlink hanno luogo perché, senza norme vincolanti, le aziende di settore agiscono come meglio ritengono. Legiferare nel prossimo futuro per queste attività nello spazio è più che mai necessario perché ne va della salute dell’uomo e dell’ambiente. La comunità internazionale sembra completamente impreparata per affrontare quello che nei prossimi anni sarà un boom di lanci di orbitali che porteranno ad un significativo aumento non solo di oggetti nello spazio, ma anche di potenziali collisioni. Questo percorso può essere praticato solo se si raggiunge un consenso generale fra i grandi attori coinvolti. Nell’attuale cornice di progressivo svuotamento degli organismi sovranazionali sia a livello simbolico che di risorse, questa responsabilità resta sulle spalle delle grandi potenze globali, che sembrano sempre meno inclini alla collaborazione pragmatica in favore di una stagione fatta di reciproca ostilità e diffidenza. Solo attraverso una governance condivisa e responsabile dello spazio sarà possibile trasformare le sfide attuali in un’opportunità di progresso sostenibile per l’intera comunità internazionale.

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