La protesta degli autotrasportatori: i blocchi al via dall'alba, in Calabria e buona parte del sud


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di Fabrizio Verde
Gustavo Petro ha provato a confondere le acque e smarcarsi, ma al XXX Seminario Internazionale sui partiti e la nuova società ha trovato un muro di indignazione. Definire il petrolio venezuelano un "bottino" finito nelle mani di Donald Trump e accusare Caracas di non aver saputo proteggere le proprie risorse è stata una provocazione che la delegazione del PSUV non ha lasciato passare.
Prima ancora che la deputata Tania Díaz prendesse la parola, era stato un altro esponente del PSUV, Jesús Faría, a interrompere Petro con un grido che ha sorpreso la sala: "Questa è una menzogna! Non è vero quello che sta dicendo. Dica la verità, questa è una menzogna. Petro, devi avere dignità".
Tania Diaz: Militarmente esa noche (3 de enero) no se pudo. Pero ¿qué pasó al día siguiente? ¿Cuántas narrativas no se cayeron con el sacrificio del presidente Nicolás Maduro? ¡Viva Nicolás Maduro! ¡Viva Cilia Flores! Y lamentablemente hubo gobiernos de la región, aliados, que no reconocieron al gobierno del presidente Nicolás Maduro. Deslegitimaron la acción democrática de un pueblo que es revolucionario, es chavista y que hoy día es mayoría política en Venezuela. Y se metieron y lo secuestraron, pero nadie salió a defender a la derecha el 3 de enero. Allí salimos, los millones de militantes del Partido Socialista Unido de Venezuela. Salimos a pedir que regresaran a Nicolás Maduro. Se demostró el 3 de enero, como se demostró el 13 de abril y como se demostró en tantas otras oportunidades, que el poder de Venezuela no está solamente en el Palacio de Miraflores. ?????@taniapsuv
— El Político (@elpoliticove) October 9, 2026
Díaz ha poi portato il dibattito nel vivo della ferita ancora aperta, inchiodando l'ex presidente colombiano alle sue responsabilità. Ha descritto la portata dell'attacco militare del 3 gennaio 2026, con oltre cento velivoli e elicotteri da combattimento puntati su Caracas, culminata nel sequestro illegale di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores. "Si è dovuta fare un'invasione militare per poter tirare fuori Nicolás Maduro dal Venezuela", ha affermato la parlamentare. Poi, il colpo più duro, quello sferrato guardando Petro negli occhi: "Io so che lei era al corrente dell'operazione militare contro il Venezuela e se ne è rimasto zitto".
Díaz ha tracciato un parallelo amaro con le divisioni seminate da Santander ai tempi di Bolívar, ma ha anche voluto chiarire una cosa: "Dal Venezuela non riceverete nessuna espressione di confronto tra fratelli, e tanto meno tra fratelli bolivariani". E ha chiuso citando il Libertador: "Uniamoci o l'anarchia ci divorerà".
A fare da cornice a questa denuncia c'è la memoria di un sacrificio che non può essere strumentalizzato, come ha fatto Petro citando la testimonianza di un militare cubano che faceva parte della sicurezza di Maduro in quella nefasta notte. Come ha ricordato su X Jorge Arreaza: "Il nostro riconoscimento eterno ai 32 fratelli cubani e agli 87 venezuelani che hanno dato la vita per difendere la sovranità del Venezuela e della Nostra America". E poi, rivolto a chi usa quel dolore come arma politica: "Interpretare testimonianze così dolorose per cercare di creare fratture tra i nostri popoli non è etico ed è inutile".
Nuestro reconocimiento eterno a los 32 hermanos cubanos y a l@s 87 venezolan@ que dieron su vida por defender la soberanía de Venezuela y Nuestra América. Interpretar testimonios tan dolorosos para tratar de crear fracturas entre nuestros , pueblos, no es ético y es inútil.
— Jorge Arreaza M (@jaarreaza) October 10, 2026
Le accuse di Díaz non cadono dal vuoto, ma si scontrano con una narrazione che per mesi ha dominato il dibattito regionale. Quella narrazione, però, si è rivelata una colossale operazione psicologica. L'apparato di propaganda della Casa Bianca ha finito per inciampare nei propri stessi ingranaggi. Nel tentativo di dare credibilità alla tesi dell'illegittimità di Maduro, l'amministrazione Trump ha spinto per la declassificazione di documenti dei servizi segreti, convinto di trovare la prova regina di un sistema di frode elettronica.
Il risultato è stato un boomerang storico. Quei stessi rapporti della CIA, analizzati a mente fredda, rivelano che gli analisti di Langley non hanno mai potuto confermare "in modo definitivo che sia stata commessa una frode elettronica su larga scala in specifiche elezioni in Venezuela". Il documento ammette esplicitamente che le preoccupazioni sul sistema di voto non si sono mai tradotte in prove concrete. Anzi, gli stessi servizi segreti degli USA si vedono costretti a riconoscere che "vi sono altri fattori che spiegano meglio i risultati elettorali". In altre parole, la forza del chavismo si spiega con la coesione sociale della sua base e la frammentazione dell'opposizione, non con hackeraggi fantasma. La CIA ha dovuto confessare che le proprie fonti su queste presunte frodi erano "limitate", alimentate per anni da racconti di parte dell'opposizione locale e da operazioni di disinformazione, prive di qualsiasi riscontro sul campo.
Quindi bisogna rileggere le parole dei governi progressisti della regione all’epoca per capire la portata di quel voltafaccia, che ha contribuito in maniera determinante a isolare il Venezuela di Maduro e confermare la falsa narrazione spinta da Washington. Quando una radio brasiliana chiese a Lula se accettasse la vittoria di Maduro, la risposta fu un laconico: "Non ancora. Non ancora. Lui sa di dovere una spiegazione alla società brasiliana e al mondo". Da Santiago, Gabriel Boric fu ancora più esplicito: "Se avessero vinto in modo netto, avrebbero mostrato i famosi verbali elettorali". Petro, dal canto suo, aumentò il carico delle accuse contro Maduro: "Con il presidente Lula abbiamo concordato un punto fermo: se non vengono presentati i verbali, non c'è riconoscimento". E parlò di un "errore di fondo", perché "si è messa una società a disputare il potere politico senza libertà". Spingendosi finanche a definire Maduro un “dittatore”.
Oggi quelle stesse parole risuonano come un'accusa contro chi le ha pronunciate. Perché se la CIA ha dovuto ammettere che non c'erano prove di brogli, allora quelle richieste di verbali e quelle condanne preventive non erano atti di responsabilità democratica, ma il preludio diplomatico a un'aggressione che tutti, in qualche modo, hanno contribuito a rendere possibile.
Eppure, guardare solo a Petro significherebbe perdere di vista una trasformazione interna ancora più preoccupante. Quello che è successo dopo il 3 gennaio 2026 merita una riflessione onesta, perché su quella giornata e sulle sue conseguenze permangono grossi dubbi e zone d'ombra molto inquietanti. Il linguaggio usato recentemente da Delcy Rodríguez all'Assemblea Generale dell'ONU segnala un cambio di passo inequivocabile. Non si parla più di resistenza o di contrapposizione frontale all'imperialismo. I termini d'ordine sono diventati "transizione democratica", "riconciliazione" e "riforma della giustizia", con un'enfasi particolare sugli accordi energetici con Washington, presentati come una svolta storica.
È il ritratto di un chavismo che cerca di sopravvivere addomesticandosi. La nuova leadership sembra voler dimostrare di essere un interlocutore affidabile per gli Stati Uniti, accettando di fatto i margini di manovra definiti dall'esterno dopo il rapimento di Maduro. Come avvenuto con l’accordo petrolifero nettamente sbilanciato a favore degli Stati Uniti che possono ottenere petrolio venezuelano a prezzo di favore. Il rischio è che il progetto bolivariano si svuoti della sua anima conflittuale e trasformativa, diventando una versione edulcorata e innocua di se stesso, normalizzata sotto la tutela di chi ha orchestrato il colpo di mano.
Ed è proprio in questo contesto che vanno rilette le dichiarazioni di quei leader latinoamericani che, all'epoca, contribuirono a costruire la narrazione dell'illegittimità.
Tutto questo ci costringe a riflettere su un errore di fondo che serpeggia in certa sinistra progressista latinoamericana: la tendenza a considerare la democrazia liberale e formale come l'unico modello valido, ignorando che di democratico, spesso, ha ben poco. Il Venezuela di Chávez e Maduro ha sempre puntato a una democrazia sostanziale e partecipativa.
Non si tratta di propaganda, ma di fatti verificabili. La Costituzione del 1999 ha blindato diritti civili e politici, garantendo la separazione dei poteri e una rappresentanza reale a donne, indigeni e comunità afro-venezuelane. Il sistema elettorale, dotato di votazione elettronica biometrica dal 2004, è stato definito dall'ex presidente statunitense Jimmy Carter come "il migliore al mondo" per la sua trasparenza.
La vera misura di una democrazia, tuttavia, sta nella sua capacità di garantire dignità a un popolo. A differenza dei regimi neoliberisti, come l'Argentina di Javier Milei, dove le politiche economiche rendono una conquista quotidiana persino il diritto a un pasto dignitoso per le famiglie, la Rivoluzione Bolivariana ha mantenuto al centro la giustizia sociale. Programmi di assistenza, alloggi per tutti e istruzione sono stati difesi a oltranza, anche sotto il peso schiacciante delle sanzioni illegali.
Che senso ha parlare di democrazia guardando all'Europa, dove la volontà popolare viene costantemente scavalcata da tecnocrazie economiche, o a governi che affamano il proprio popolo in nome del mercato? Il sistema bolivariano di Chavez e Maduro, con tutti i suoi difetti e le immani sfide affrontate, ha dimostrato che si può andare oltre la fasulla democrazia liberale. Ha scelto la strada della sovranità e del multipolarismo. Difendere questa scelta, oggi, significa rifiutare le narrazioni tossiche di chi, come i vari Petro, Lula e Boric hanno dimenticato da che parte della storia si dovrebbe stare.
Il tempo, si sa, è galantuomo e prima o poi farà piena luce su quanto è realmente accaduto in Venezuela, chiarendo anche eventuali responsabilità interne che oggi restano nell'ombra. Ma fino ad allora, una cosa è certa: personaggi come Gustavo Petro non hanno alcun diritto morale di mettere sotto accusa il Venezuela, né di dare lezioni a chicchessia, alla luce del loro agire ambiguo e delle pesanti complicità che si sono lasciati alle spalle.

CENTOSETTANTA ANNI FA, IL COMMODORO MATTEW PERRY DELLA MARINA USA CONVINSE MANU MILITARI IL GIAPPONE AD APRIRSI AI COMMERCI. DA ALLORA LO STOP AND GO CON CUI TENTANO DI RALLENTARNE LA CRESCITA.
Una decina di anni dopo che la flotta inglese piegò la Cina alle esigenze del « libero commercio » , specie dell’oppio, la Marina da guerra USA, si presentò con quattro navi da guerra e – a nome del presidente Millard Fillmore– consegnò una lettera ultimatum: accettate il libero scambio o vi bombardiamo.
Il Giappone, come la Cina, surclassati dalla superiorità tecnologica anglosassone, si piegarono a firmare trattati di commercio « ineguali » e iniziarono il loro processo di ammodernamento, specie delle FFAA.
Mezzo secolo dopo, la flotta giapponese sbaragliava quella Russa a Tsushima allarmando il mondo occidentale che tentò in un primo momento negoziati limitativi del nuovo arrivato e quaranta anni dopo li annichiliva con due bombe atomiche sganciate in quattro giorni.
Schiacciati i « paesi giovani » ( Germania, Giappone e Italia) e regolato il nuovo ordine mondiale per ottanta anni, gli USA hanno fatto appello proprio agli sconfitti della seconda guerra mondiale per attuare una politica di « Containement » a carico di due dei vincitori della guerra passata che a loro volta brigano per un posto al sole: CIna e Russia.
Degli accadimenti occidentali e del riarmo tedesco e italiano, sappiamo l essenziale. Meno noto quel che sta avvenendo in Oriente, dove il Giappone – ottenuto il via libera dagli USA- ha stanziato 315 miliardi di dollari per il prossimo quinquennio raddoppiando gli stanziamenti della Difesa, per far fronte all « espansionismo cinese» assieme alla Corea del Sud e alle Filippine, ma é fuori dubbio che la decisione USA di riarmare il Giappone ( col triplo dei fondi stanziati dalla Germania) é la notizia più importante dell’emisfero ed ha suscitato più sospetti tra gli alleati ( Taiwan, Corea del Sud, Filippine, Indonesia, tutti vittime dei giapponesi nel conflitto scorso), che tra i cinesi.
Si tratta del secondo grande contrordine lanciato al Giappone. All’indomani della guerra, non si lesinarono sforzi per ottenere la conversione delle industrie belliche dalla produzione di carri armati a quella di automobili, e lavatrici. L’azzeramento dei bilanci della difesa produsse un effetto moltiplicatore sulle produzioni « civili » e oggi Hiroshima e Nagasaki si presentano come due modernissime città rispetto a New York che mostra segni di obsolescenza in tutti i servizi pubblici ( dalla raccolta dei rifiuti e a traporti e illuminazione ) .
Gli anni ottanta videro già un Giappone capace di produrre a costi minori merci e servizi di maggior pregio coi quali invasero anche gli USA.
Il secondo « contrordine » sta arrivando e – complice la periodica minaccia della Corea del Nord e dei suoi periodici test missilistici a lunga gittata, il Giappone ha fatto più volte proposta di riarmare e mirato a diventare una potenza nucleare.
Finora la resistenza americana in materia ha tenuto, ma l’annuncio del mega stanziamento giapponese e il nuovo ruolo della Cina nell’agone internazionale , le sue ambizioni geostrategiche, il riarmo navale lasciano ritenere che una escalation nell’area del Pacifico sia imminente e , con essa, l’autorizzazione ad esercitare l’opzione nucleare anche per i figli del Sol Levante.
315 miliardi di dollari sul quinquennio rappresentano il terzo stanziamento del mondo per armamenti , dopo gli USA e la Cina e già l’Australia h appena ottenuto di dotarsi di sommergibili a propulsione nucleare. Il primo ministro nipponico Fumio Mishida in un discorso alla base militare di Asaka ( a nord di Tokyo) ha parlato alle truppe di « progressi tecnologici impensabili » Fino a pochi anni fa.
Di certo, non pensava alle alabarde.
