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La violenza ha creato il capitalismo?

DAL WEB –  ARTICOLO PUBBLICATO SU THE ECONOMIST 

Come molti piantatori della Giamaica del XVIII secolo, Thomas Thistlewood si arricchì costringendo altri a lavorare per lui sotto la minaccia delle armi. A differenza della maggior parte dei proprietari di schiavi, teneva un registro dettagliato della propria crudeltà. I suoi diari, mai destinati alla pubblicazione, offrono preziose testimonianze sugli orrori quotidiani della schiavitù. In una prosa pragmatica, Thistlewood descrive la fustigazione degli schiavi e lo sfregamento di peperoncino sulle loro ferite; lo stupro di oltre cento donne; e la punizione di un fuggitivo, incatenato, cosparso di melassa ed esposto “nudo alle mosche per tutto il giorno”.

Clifton Crais, storico dell’Università di Emory, utilizza la terribile storia di Thistlewood — e molte altre simili — per sostenere un argomento sorprendente. A suo avviso, brutalità come quella di Thistlewood non furono solo una cicatrice del mondo moderno, ma un elemento essenziale della sua nascita. In The Killing Age afferma che “senza la violenza globalizzata, la Rivoluzione Industriale non sarebbe avvenuta”.

Crais costruisce il suo ragionamento su due idee da tempo popolari nella sinistra accademica. La prima è che l’Occidente sia responsabile della maggior parte dei mali del mondo. Come scrive lo stesso Crais, “uccidere è stato il contributo più profondo dell’Occidente alla storia mondiale”. La seconda è che il capitalismo sia intrinsecamente negativo. “Questo sistema economico è la causa della violenza”, afferma la piattaforma dei Democratic Socialists of America, un movimento politico che include tra i suoi membri Zohran Mamdani, il carismatico nuovo sindaco di New York.

È sempre allettante descrivere il passato in modi che riflettano il presente. Shakespeare accentuò la ripugnanza morale di Riccardo III perché non poteva permettersi di screditare la dinastia Tudor che aveva deposto il re gobbo. Gli imperialisti britannici lodarono l’Impero romano come modo indiretto di giustificare la propria missione “civilizzatrice”.

Quest’anno, mentre gli Stati Uniti celebrano i 250 anni dalla loro fondazione, il mondo MAGA promuove una versione autocelebrativa della storia nazionale. La “Taskforce 250” della Casa Bianca invita a un entusiasmo senza freni per “il più grande viaggio politico” di tutti i tempi. All’opposto, il 1619 Project del New York Times fa risalire la vera nascita della nazione al giorno in cui la prima nave negriera attraccò sulle sue coste e descrive l’ingiustizia razziale come il fatto centrale della storia americana.

Crais avanza un’argomentazione ancora più audace, applicandola su scala globale. In oltre 700 pagine intrise di sangue, sostiene che “il ‘big bang’ del capitalismo — un punto di svolta nella storia del pianeta — non fu altro che l’uso globalizzato della violenza a fini di profitto”.

Il suo ragionamento è il seguente. Alla fine del XVIII secolo la tecnologia delle armi migliorò drasticamente in Occidente. Nuove armi da fuoco, spesso impiegate da compagnie private come la British East India Company, furono utilizzate per conquistare e saccheggiare territori stranieri. Altre vennero vendute a signori della guerra locali, che le usarono per depredare i vicini. Il commercio globale fu così alimentato da una corsa agli armamenti. In tutto il mondo, le popolazioni compravano armi o venivano derubate da chi le possedeva. Per raccogliere i fondi necessari, vendevano ciò che avevano: cera, canfora e nidi di rondine dalle giungle del Borneo; avorio dall’Africa; schiavi provenienti da quasi ogni regione.

Con una raffica di statistiche, Crais mostra che le armi rappresentavano davvero un enorme giro d’affari. Nel XIX secolo, osserva, le importazioni annuali britanniche di nitrato di potassio dall’India erano sufficienti a produrre polvere da sparo per uno o tre miliardi di colpi di moschetto, più dell’intera popolazione mondiale dell’epoca. I profitti derivanti dal commercio di armi, dal saccheggio e dalla schiavitù furono enormi e parte di quel denaro venne investita nelle fabbriche e nelle ferrovie a carbone che diedero forma alla Rivoluzione Industriale. In questo senso, “la distruzione ha creato il mondo moderno” e ha seminato i presupposti della minaccia esistenziale contemporanea, il cambiamento climatico.

Questo argomento presenta però gravi lacune. Non è affatto evidente che il mondo sia diventato più violento dopo la fine del XVIII secolo. Le torture inflitte da Thistlewood, per quanto abiette, non risultano palesemente peggiori di quelle praticate in epoche precedenti o in altri contesti. I Romani, ad esempio, facevano largo uso della crocifissione. I signori della guerra e gli imperialisti del XIX secolo non furono manifestamente più brutali o predatori di quelli del passato, dai crociati che saccheggiarono Costantinopoli ai Mongoli che attraversarono l’Eurasia seminando sangue.

I dati sul passato remoto sono incerti e controversi, ma studiosi come Steven Pinker dell’Università di Harvard sostengono che, nel corso dei secoli, la violenza sia drasticamente diminuita. Nel XIV secolo, i tassi di omicidio in Germania, Italia e Spagna erano rispettivamente circa 70, 200 e 50 volte superiori a quelli attuali. In alcune società di cacciatori-raccoglitori premoderne, fino a un terzo della popolazione moriva in modo violento.
Per i 18 secoli successivi alla nascita di Gesù, il reddito globale pro capite rimase pressoché stagnante. Poi, dopo il 1820, aumentò di quattordici volte. Non è plausibile attribuire questo improvviso arricchimento alla violenza. Ciò che cambiò non fu “l’inhumanity of man to man”, come scrisse Robert Burns nel 1784, ma un’esplosione di innovazione prodotta dai suoi contemporanei. In un solo decennio, ad esempio, vennero inventati il telaio meccanico, il battello a pale, la trebbiatrice e gli occhiali bifocali.

Il motore principale della Rivoluzione Industriale fu l’invenzione, la diffusione e l’applicazione di nuove idee. Questo processo si basava su una tecnologia precedente — la stampa — che ridusse il costo dei libri da mesi di salario a poche ore di lavoro. La conoscenza si accumula e accelera man mano che sempre più persone hanno accesso agli strumenti per apprendere, assimilare e sviluppare le idee esistenti.

I profitti derivanti dalla schiavitù e dal colonialismo accelerarono questo processo, come alcuni sostengono? Forse, ma con ogni probabilità in misura limitata. Le potenze europee con vasti imperi coloniali si industrializzarono più o meno allo stesso ritmo di quelle con colonie marginali. Il commercio degli schiavi non ebbe un peso maggiore nell’economia britannica rispetto all’allevamento ovino, eppure pochi affermano che “l’allevamento delle pecore abbia finanziato la Rivoluzione Industriale”, osserva uno studio di Kristian Niemietz dell’Institute of Economic Affairs.

The Killing Age è un’opera minuziosamente documentata e contiene passaggi affascinanti su chi uccise chi e chi rubò cosa in regioni del mondo spesso trascurate, dal Darfur alla Nuova Zelanda. Offre digressioni interessanti sui danni ambientali causati dai balenieri e dai cacciatori di elefanti del XIX secolo. Ma l’autore, che spesso usa “infinitamente” quando intende semplicemente “molto”, tende all’esagerazione. E la sua tesi centrale non regge. Il mondo moderno è stato maledetto dagli assassini, ma è stato costruito dai tecnici.

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Smartphone e salute mentale dei giovani: un equilibrio difficile ma necessario

Negli ultimi mesi il tema dell’accesso dei più giovani ai social network e all’uso degli smartphone è entrato con forza nell’agenda politica internazionale. In Australia il governo ha introdotto un limite minimo di 16 anni per l’uso dei social media, affidando alle piattaforme l’obbligo di impedire l’accesso ai minori. La misura nasce dalla preoccupazione per l’aumento di ansia, depressione e disturbi del sonno tra gli adolescenti, oltre che per il ruolo degli algoritmi nel favorire dipendenza e esposizione a contenuti dannosi. Un dibattito simile è in corso anche in Unione europea. Accanto alle norme già introdotte con il Digital Services Act, che rafforzano la tutela dei minori online, diversi Paesi e gruppi politici stanno discutendo la possibilità di fissare un’età minima più alta per l’accesso ai social network, ipotizzando soglie comprese tra i 15 e i 16 anni.

Per quanto riguarda l’uso degli smartphone, diversi Paesi, come Francia, Paesi Bassi e Ungheria, hanno già introdotto divieti parziali o totali sull’uso nelle scuole, mentre altri, come la Gran Bretagna, stanno valutando misure simili. La motivazione principale? Migliorare la concentrazione degli studenti, ridurre l’uso dei social media e contrastare fenomeni come il bullismo online.

Ma vietare gli smartphone è davvero la soluzione ai problemi di salute mentale che affliggono le nuove generazioni? Oppure si tratta di un approccio semplicistico a una questione molto più complessa?

Secondo un rapporto del chirurgo generale americano Vivek Murthy, tra il 2009 e il 2019 i sentimenti persistenti di disperazione tra gli adolescenti americani sono aumentati del 40%, mentre il numero di quelli che hanno preso seriamente in considerazione l’idea di suicidarsi è cresciuto del 36%. Ancora più inquietante è il fatto che quasi la metà dei problemi di salute mentale che emergono durante l’adolescenza continuano a influenzare le persone per il resto della loro vita.

Non sorprende, quindi, che molte di queste tendenze siano state associate all’aumento della diffusione degli smartphone e dei social media nello stesso periodo. Tuttavia, stabilire una connessione causale diretta non è facile. Gli smartphone, infatti, “contengono moltitudini”: possono essere usati per scopi educativi o ludici, ma anche per navigare compulsivamente sui social media, un’attività che studi recenti indicano come particolarmente problematica.

Uno studio condotto da Amy Orben dell’Università di Cambridge, pubblicato su Nature Communications, ha analizzato i dati di oltre 17.000 adolescenti di età compresa tra 10 e 21 anni. I risultati mostrano che l’uso intensivo dei social media durante momenti critici dello sviluppo cerebrale – per le ragazze tra gli 11 e i 13 anni e per i ragazzi tra i 14 e i 15 anni – è associato a una significativa diminuzione della soddisfazione personale. Questo evidenzia quanto le transizioni adolescenziali siano fasi vulnerabili, in cui l’uso eccessivo dei social media può avere un impatto più marcato.

Un altro studio condotto da Sapien Labs ha rivelato che l’uso precoce degli smartphone può causare problemi come aggressività e ansia, specialmente tra gli adolescenti più giovani. Tra i 10.500 adolescenti studiati negli Stati Uniti e in India, il 37% dei tredicenni ha riportato comportamenti aggressivi, mentre il 20% ha riferito episodi di allucinazioni. Questi dati suggeriscono che l’età di primo accesso agli smartphone gioca un ruolo determinante nella loro influenza sullo sviluppo psicologico.

Tuttavia, uno studio pubblicato su The Lancet ha dimostrato che vietare gli smartphone nelle scuole, da solo, non è sufficiente per migliorare la salute mentale degli studenti. Lo studio ha monitorato scuole con politiche restrittive sugli smartphone e scuole più permissive, senza trovare differenze significative nel benessere mentale o nel rendimento accademico degli studenti. Questo suggerisce che la chiave non risieda solo nel divieto, ma in un approccio integrato che consideri anche il ruolo educativo delle famiglie e delle scuole.

Un esperimento condotto per il programma Swiped di Channel 4 ha esplorato cosa accade quando gli adolescenti rinunciano agli smartphone per tre settimane. In una scuola dell’Essex, gli studenti hanno riportato miglioramenti significativi: meno ansia e depressione, un sonno più regolare e persino la scomparsa di attacchi di panico. Questo dimostra che una pausa dall’uso compulsivo dello smartphone può avere effetti positivi, ma anche che l’intervento deve essere accompagnato da educazione e consapevolezza.

Un punto di riferimento in questo dibattito è Serge Tisseron, psichiatra francese e autore del progetto “Diventare grandi con gli schermi digitali”, di cui ne abbiamo parlato qui nel 2018. Tisseron propone regole precise per accompagnare bambini e ragazzi verso un uso consapevole delle tecnologie, articolate nel suo metodo 3-6-9-12: fino ai 3 anni, evitare l’uso degli schermi, se non in presenza di un adulto e in modo eccezionale; fino ai 6 anni, introdurre gradualmente l’uso di schermi, ma solo per attività interattive e sotto supervisione; fino ai 9 anni, consentire l’uso di internet, ma sempre in compagnia di un adulto; dai 12 anni in poi, permettere l’accesso ai social media, ma con regole chiare e dialogo costante. Secondo Tisseron, la chiave per mitigare i rischi degli smartphone non è solo imporre divieti, ma insegnare ai giovani a usarli in modo responsabile e consapevole. Questo richiede un’educazione digitale integrata, sia a scuola che a casa, e il coinvolgimento attivo di genitori e insegnanti.

Tisseron sottolinea che i divieti scolastici possono essere utili per stabilire regole chiare, ma non bastano. Gli smartphone sono ormai parte integrante della vita quotidiana, e ignorare questo fatto significa rinunciare a preparare i giovani a gestire le sfide del mondo digitale. Per Tisseron, genitori e insegnanti hanno un ruolo fondamentale: i genitori devono stabilire limiti chiari sull’uso dello smartphone e favorire attività alternative che promuovano la socialità offline; gli insegnanti devono integrare la tecnologia in modo costruttivo, mostrando come usarla per apprendere e sviluppare competenze critiche.

Vietare gli smartphone nelle scuole può limitare alcune distrazioni e abusi, ma non risolve il problema alla radice. La vera sfida è educare i giovani a un uso consapevole e responsabile della tecnologia, coinvolgendo tutta la comunità – famiglie, scuole e istituzioni. Come ci ricorda Serge Tisseron, gli smartphone non sono nemici da combattere, ma strumenti che richiedono educazione e consapevolezza per essere gestiti al meglio. Solo così potremo garantire un futuro digitale più sereno per le nuove generazioni.

 

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Una banca pubblica di cellule per mangiare carne senza allevamenti

Una banca del cibo del futuro può somigliare a una banca dei semi, solo che al posto dei semi conserva cellule, linee cellulari pronte a crescere in laboratorio e a diventare carne coltivata. Il progetto è stato realizzato dal Tufts University Center for Cellular Agriculture insieme al Good Food Institute, con l’obiettivo di salvare e rendere accessibili tecnologie sviluppate da startup che hanno chiuso o ridotto le attività, trasformandole in un bene pubblico per la ricerca e l’industria alimentare.

Negli ultimi anni molte aziende che lavoravano sulla carne coltivata hanno prodotto linee cellulari, protocolli e terreni di crescita avanzati, poi si sono fermate per mancanza di fondi. Invece di lasciare andare persi anni di lavoro, il Good Food Institute ha acquistato queste risorse e le ha affidate a Tufts, che le conserva, le valida e le rende disponibili attraverso una cell bank aperta, con pochi vincoli d’uso. Tra i materiali raccolti ci sono linee cellulari bovine capaci di crescere indefinitamente e colture adattate alla crescita in sospensione, una caratteristica fondamentale per la produzione in bioreattori su larga scala, oltre a formulazioni di terreni di crescita senza componenti animali.

Per capire perché una banca di cellule alimentari conta fuori dai laboratori basta guardare i numeri. A livello globale, la disponibilità media di carne è di circa 44 kg per persona all’anno. In Europa si sale a circa 78 kg per persona all’anno, quasi il doppio della media mondiale. Una parte di questa carne non viene nemmeno mangiata, perché si perde lungo la filiera o finisce tra gli sprechi domestici, ma l’impatto ambientale della sua produzione resta comunque intero.

L’allevamento occupa oltre il 75% delle terre agricole mondiali, tra pascoli e colture destinate ai mangimi, eppure fornisce meno di un quinto delle calorie globali. È un uso enorme di suolo per una resa relativamente bassa, che spinge deforestazione, perdita di biodiversità e competizione diretta tra cibo per animali e cibo per persone. A questo si aggiunge il peso climatico. Le catene di fornitura del bestiame generano circa 7 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente ogni anno, intorno al 14–15% delle emissioni globali di origine umana. Se si guarda all’intero sistema agroalimentare, dalle stalle ai campi fino alla distribuzione, si arriva a circa un terzo delle emissioni mondiali.

La carne coltivata può ridurre alcune di queste pressioni. Coltivare cellule invece di allevare animali interi significa usare meno terra, meno acqua e ridurre drasticamente le emissioni di metano. Il problema è sempre stato la scala, i costi e l’accesso alla tecnologia. Una cell bank aperta interviene proprio lì, abbassa la soglia di ingresso, evita duplicazioni inutili e accelera la ricerca condivisa. In pratica funziona come un’infrastruttura pubblica. Chi fa ricerca o sviluppo può partire da linee cellulari già testate invece di ricominciare da zero. Chi lavora su bioreattori e processi industriali può concentrarsi sulla produzione invece che sulla biologia di base. È un cambio di paradigma, meno segreti industriali chiusi in cassaforte e più conoscenza che circola.

In un mondo che consuma sempre più carne e allo stesso tempo fatica a stare dentro i limiti climatici e ambientali, anche una banca di cellule diventa un pezzo di politica industriale e ambientale. Non risolve tutto, però evita che il futuro del cibo venga rallentato da fallimenti, sprechi di ricerca e barriere artificiali. Una biblioteca biologica per mangiare meglio, con meno impatto e più intelligenza collettiva.

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“Sei morto?” L’app cinese per giovani che vivono soli

In Cina sta diventando un fenomeno sociale un’applicazione per smartphone con un nome (e un fine) alquanto cupo: “Are You Dead?” (Sei morto?),  e conosciuta anche con il nome internazionale Demumu. Questa app nasce con la funzione di chiedere all’utente di confermare periodicamente che è vivo premendo un pulsante sullo schermo. Se l’utente non lo fa per più di due giorni consecutivi, il sistema invia una notifica al contatto di emergenza designato al momento della registrazione e lo avverte che potrebbe esserci un problema di salute o un incidente.

Il progetto è stato lanciato a giugno 2025 da un piccolo team indipendente di tre sviluppatori nati negli anni Novanta e inizialmente è passato quasi inosservato. Nelle ultime settimane però l’app è esplosa nelle classifiche degli store digitali e all’inizio del 2026 è entrata tra le applicazioni a pagamento più scaricate in Cina, raggiungendo posizioni di rilievo anche negli Stati Uniti, a Singapore e in altri paesi.

Il successo è legato a una trasformazione sociale profonda. In Cina sempre più persone vivono da sole, soprattutto giovani che si spostano nelle grandi città per studio o lavoro e anziani che restano isolati. Secondo le stime citate anche dal Global Times, entro il 2030 potrebbero esserci fino a 200 milioni di famiglie monopostali nel paese. Una cifra che racconta un cambiamento demografico enorme e una diffusione capillare della solitudine urbana.
Il funzionamento dell’app è essenziale e non richiede competenze tecniche. Dopo l’installazione si indica un referente di fiducia e poi ogni uno o due giorni si conferma di essere vivi con un semplice tocco sullo schermo. Se questa conferma non arriva entro 48 ore, il sistema invia un avviso via email al contatto di emergenza.

L’app è a pagamento e costa circa 8 yuan, poco più di un euro, una cifra pensata per sostenere i costi di gestione dei server e delle notifiche.

Il nome ha acceso un dibattito intenso sui social cinesi. Molti utenti lo considerano troppo cupo e hanno proposto versioni più rassicuranti come Are You Alive o formule meno dirette. Gli sviluppatori hanno spiegato che la versione internazionale usa il nome Demumu, più neutro e adatto a un pubblico globale, mentre in Cina il titolo originale ha contribuito a rendere virale il progetto.

Dietro questa applicazione c’è qualcosa che va oltre la tecnologia. C’è la paura concreta di morire in silenzio, senza che nessuno se ne accorga, c’è la vita urbana fatta di appartamenti piccoli, orari di lavoro lunghi e relazioni sempre più fragili.

Il suo successo mostra come la solitudine sia diventata una delle grandi questioni sociali del nostro tempo. Non solo in Cina ma ovunque milioni di persone vivono da sole e cercano forme minime di connessione e sicurezza.

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La prima biblioteca del ghiaccio per proteggere la memoria climatica dell’umanità

Oggi, 14 Gennaio 2026, presso la stazione Concordia in Antartide, è stata inaugurata l’ICE MEMORY, la prima biblioteca mondiale di carote di ghiaccio (sezioni di ghiaccio estratte dai ghiacciai che conservano la storia dell’atmosfera e del clima del passato). In una caverna scavata nel ghiaccio dell’altopiano antartico, dove la temperatura media naturale si aggira attorno ai −50 °C, iniziano ora a essere conservati campioni provenienti dai ghiacciai di tutti i continenti. Questo luogo diventa così un archivio fisico della memoria del pianeta, pensato per durare secoli senza bisogno di elettricità o refrigerazione artificiale.

I primi campioni arrivano dalle Alpi, dalle Ande, dalle isole Svalbard nel Mare della Groenlandia, dal Caucaso e dai monti Pamir in Tagikistan. Sono ghiacciai che si stanno ritirando rapidamente e che, con la loro fusione, stanno cancellando informazioni ambientali uniche. Ogni carota contiene bolle d’aria antica, polveri, aerosol, tracce di eruzioni, incendi e attività umane, una registrazione diretta dell’atmosfera del passato.

Uno studio scientifico recente pubblicato su Nature mostra che lo scioglimento globale dei ghiacciai raggiungerà un picco intorno al 2040. Dopo quella data il ritmo calerà, non tanto perchè il riscaldamento globale rallenterà ma perché molti ghiacciai semplicemente non esisteranno più. Le Alpi, in particolare, si stanno riscaldando a una velocità circa doppia rispetto alla media globale, rendendo l’Europa una delle aree dove questa perdita di memoria avanza più rapidamente. Per questo la raccolta delle carote di ghiaccio è diventata una vera corsa contro il tempo, da compiere prima che l’acqua di fusione penetri negli strati e ne cancelli le informazioni.

Thomas Stocker, climatologo e fisico svizzero, già co-presidente del gruppo scientifico dell’IPCC e oggi presidente della Ice Memory Foundation, spiega che la forza di questo archivio riguarda soprattutto il futuro. Negli ultimi cinquant’anni la scienza ha visto nascere tecnologie capaci di misurare quantità sempre più piccole di gas, isotopi e sostanze chimiche. Nei prossimi decenni potrebbero arrivare strumenti in grado di lavorare al livello del picogrammo e della femtomole, aprendo una quantità di informazioni oggi ancora inimmaginabile. Questo significa che una carota di ghiaccio conservata oggi potrà essere interrogata tra cinquant’anni per rispondere a domande che oggi ancora non esistono. Se un nuovo pesticida o un nuovo composto chimico verrà scoperto in futuro, gli scienziati potranno tornare al ghiaccio del 2026 e misurarne la concentrazione nell’atmosfera di allora. Senza questo archivio, quella parte di storia sarebbe perduta per sempre.

Il valore di queste carote va oltre la climatologia. Al loro interno possono esserci tracce di DNA, resti biologici, polveri minerali, elementi che interessano biologi, chimici e geologi. È un archivio trasversale del sistema Terra, che permette di studiare come atmosfera, biosfera e geosfera hanno interagito nel tempo.

Il progetto Ice Memory è anche un esperimento di cooperazione globale. Invita tutti i Paesi con ghiacciai a partecipare. Il Tagikistan è stato il primo a donare ufficialmente una carota, 105 metri di ghiaccio prelevati dal ghiacciaio Chukurbashi, un gesto che trasforma un patrimonio locale in una risorsa dell’umanità. In un mondo segnato da tensioni geopolitiche crescenti, questo santuario del ghiaccio in Antartide rappresenta uno dei pochi spazi dove la scienza continua a superare i confini politici, come accadeva durante la Guerra Fredda.

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16 milioni di posti di lavoro grazie all’energia rinnovabile

L’energia rinnovabile ha supportato oltre 16 milioni di posti di lavoro nel mondo. È questo il dato centrale messo in evidenza dal nuovo rapporto globale di IRENA (Agenzia Internazionale per le energie rinnovabili) uscito pochi giorni fa, che sposta il focus della transizione energetica dalle sole tecnologie alle persone, misurando quante donne e uomini lavorano oggi nelle filiere delle rinnovabili, in quali settori, in quali paesi e lungo quali catene del valore, dai pannelli solari alle turbine eoliche, dalle reti elettriche ai servizi di gestione dell’energia.

Secondo questa pubblicazione, che copre l’anno 2024 ed è stata resa disponibile all’inizio del 2026, il lavoro legato all’energia pulita continua a crescere e a consolidarsi come uno dei pilastri del sistema energetico globale. Questo numero comprende tutte le persone impiegate nella produzione dei componenti, nella costruzione degli impianti, nella loro gestione e nella manutenzione delle infrastrutture. In una fase storica segnata da instabilità economica e transizioni industriali, le rinnovabili restano uno dei pochi settori capaci di generare occupazione diffusa e strutturale.
Il rapporto mette in luce in particolare il peso del fotovoltaico e dell’eolico, che rappresentano le filiere con il maggior numero di addetti grazie alla diffusione di impianti su larga scala e ai sistemi distribuiti nei territori. Accanto a queste tecnologie crescono anche tutte le attività collegate, dalle reti intelligenti ai servizi di efficienza energetica, che moltiplicano l’impatto occupazionale della transizione.

Questa dinamica riguarda sia le economie avanzate sia quelle emergenti. In molte aree del mondo le rinnovabili stanno diventando una leva di sviluppo locale, creando lavoro in zone rurali, nelle periferie urbane e nei distretti industriali che si riconvertono verso tecnologie più pulite.

Dal rapporto emerge anche un messaggio chiaro sulle competenze. La transizione energetica sta già cambiando il mercato del lavoro, aumentando la domanda di tecnici, installatori, ingegneri, specialisti di rete e figure legate alla digitalizzazione dei sistemi energetici. La crescita delle rinnovabili diventa così anche una questione di formazione e politiche attive del lavoro.

A questo link il report

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Lo specchio della longevità

Il futuro della salute entra in casa sotto forma di specchio. Alla fiera dell’innovazione tcnologica più grande al mondo, il CES di Las Vegas 2026 (qui quando ci sono andato nel 2015) la startup NuraLogix ha presentato il Longevity Mirror, un dispositivo che trasforma una normale superficie riflettente in uno strumento di monitoraggio avanzato del benessere.

L’idea è semplice, basta guardare lo specchio per una trentina di secondi perché una telecamera e un sistema di intelligenza artificiale analizzino il volto, i micro movimenti della pelle e le variazioni del flusso sanguigno. Da questi dati il sistema ricava una serie di indicatori biologici e un punteggio di longevità che prova a stimare lo stato reale di salute e la traiettoria di invecchiamento dell’organismo.

La tecnologia alla base si chiama Transdermal Optical Imaging, in pratica la fotocamera legge come il sangue scorre sotto la pelle del viso e usa quei segnali per ricostruire parametri legati al cuore, al metabolismo, allo stress e alla cosiddetta età fisiologica, che spesso non coincide con quella anagrafica. Il risultato è un quadro sintetico che va oltre il semplice “come ti senti oggi” e punta a rispondere a una domanda più scomoda e più interessante, “Come stai davvero, e dove stai andando”.

Lo specchio genera suggerimenti personalizzati su sonno, alimentazione, gestione dello stress e attività fisica, con l’obiettivo di trasformare i dati in scelte quotidiane. Più membri della stessa famiglia possono avere un profilo personale, ognuno con la propria cronologia e i propri obiettivi di benessere.

NuraLogix sottolinea che non si tratta di uno strumento medico e che non fa diagnosi. L’obiettivo è spostare la salute in una dimensione preventiva e continua, dove le persone possano intercettare segnali di rischio molto prima che diventino malattia.

Il Longevity Mirror dovrebbe arrivare sul mercato nel corso del 2026 con un prezzo vicino ai 900 dollari, abbinato a un abbonamento annuale per l’accesso ai servizi di analisi e agli aggiornamenti del sistema.

E mentre lo specchio ti dice quanti anni ha il tuo cuore, vale la pena ricordare che dietro questa tecnologia che arriva dagli Stati Uniti c’è Marzio Pozzuoli, un italiano, ceo di Nuralogix. Perché alla fine noi continuiamo a esportare i cervelli…e poi li ricompriamo sotto forma di specchio!

 

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Batterie al litio-zolfo alimentate dalla luce solare

Un team di ricercatori cinesi ha compiuto un importante passo avanti verso lo sfruttamento del pieno potenziale delle batterie litio-zolfo, una tecnologia da tempo considerata la possibile erede delle attuali celle agli ioni di litio. Un team della Northwestern Polytechnical University ha sviluppato un catodo fotosensibile in grado di utilizzare la luce solare per superare uno dei principali limiti di queste batterie, la lentezza e l’inefficienza della chimica dello zolfo.

Combinando materiali fotocatalitici con un tessuto di carbonio flessibile, la batteria sfrutta la luce per accelerare le reazioni elettrochimiche durante la carica. Il risultato è una capacità di accumulo vicina al limite teorico e la possibilità di una ricarica parziale tramite sola luce solare, una caratteristica che apre scenari interessanti per i sistemi energetici fuori rete.

La crescente scarsità di risorse e l’aumento dell’inquinamento rendono sempre più urgente lo sviluppo di tecnologie energetiche pulite e riciclabili. Le batterie litio-zolfo sono considerate molto promettenti perché possono immagazzinare molta più energia rispetto alle attuali batterie agli ioni di litio. Nelle condizioni reali però le loro prestazioni restano limitate, poiché lo zolfo e i suoi composti intermedi, chiamati polisolfuri, reagiscono in modo lento e poco efficiente.

Un approccio promettente consiste nel favorire queste reazioni tramite campi fisici esterni, in particolare la luce. La fotocatalisi può accelerare la conversione dei polisolfuri e consentire alla batteria di immagazzinare direttamente una parte dell’energia solare, riducendo il fabbisogno di elettricità durante la ricarica. La difficoltà principale sta nel realizzare elettrodi fotosensibili efficienti.

Il team ha sviluppato un fotoelettrodo flessibile e autosufficiente, basato su biossido di titanio modificato con polipirrolo e drogato con azoto, cresciuto su un tessuto di carbonio. Questo sistema riduce uno dei problemi cronici delle batterie litio-zolfo, la migrazione dei polisolfuri a catena lunga che attraversano l’elettrolita e finiscono per formare solfuro di litio, un composto isolante che sottrae materiale attivo. La luce accelera queste reazioni, ma nei dispositivi tradizionali le cariche generate si ricombinano troppo velocemente per essere sfruttate in modo efficace.

Nel nuovo progetto, lo strato di polimero conduttivo e il biossido di titanio cooperano nel creare un campo elettrico interno che mantiene separate le cariche foto-generate. Questo migliora l’uso della luce visibile per innescare le reazioni redox dello zolfo, con un aumento della capacità, una maggiore stabilità ai cicli, un funzionamento ad alta potenza e la possibilità di ricarica diretta tramite luce.

Le prestazioni mostrano miglioramenti evidenti. La velocità delle reazioni dello zolfo aumenta sensibilmente, con una riduzione della pendenza di Tafel da 122 a 48 millivolt per decade, segno di un trasferimento di carica più efficiente. Anche la formazione del solfuro di litio è più rapida, con un tempo di nucleazione che scende da 3600 a 3010 secondi, accompagnato da un aumento della capacità del 17%.

La batteria può quindi raccogliere energia sia dall’elettricità sia dalla luce. L’efficienza di conversione solare-elettrica raggiunge lo 0,33%. In una dimostrazione pratica, una batteria a bottone ha alimentato un’auto giocattolo per 288 centimetri sotto illuminazione, contro 212 centimetri al buio. Dopo due ore di ricarica alla luce solare, la stessa batteria ha fornito energia sufficiente per altri 77 centimetri, confermando la funzionalità della fotoricarica diretta.

I test di durata indicano una buona stabilità, con il 61,7% della capacità iniziale ancora disponibile dopo 328 cicli a 0,5 C. Le analisi mostrano che la luce contribuisce a mantenere basse le resistenze interne e a limitare le reazioni collaterali. In prospettiva, il fotocatodo flessibile potrebbe essere prodotto su larga scala con processi roll-to-roll, aprendo la strada a veicoli elettrici alimentati dal sole e a droni ad alta quota, nei quali ogni fotone conta.

 

I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Nano-Micro Letters.

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La morti-sezione pornografica

Di seguito l’editoriale di questa mattina di Guillaume Erner, sociologo e giornalista di grande prestigio, punto di riferimento del dibattito culturale francese. Conduce ogni mattina una seguitissima rubrica su France Culture, dove analizza con profondità i temi centrali della società contemporanea.

Non parlo della pornografia sessuale, che il diritto disciplina già più o meno, ma di un’altra, più insidiosa: la pornografia compassionevole.

Ci penso guardando quella prima pagina di Paris Match, incorniciata di nero, su cui campeggiano queste parole: «Crans-Montana, i destini spezzati della notte di San Silvestro». Quattro volti di giovani, giovanissimi, morti in un bar svizzero durante il veglione. Quattro vite fissate per sempre, offerte allo sguardo di tutti. Eccoci allora simili a quei curiosi che si arrangiano per osservare le vittime di un incidente stradale.

Certo, quella copertina si riveste degli abiti della pietà e della compassione. E la compassione, da Jean-Jacques Rousseau in poi, è considerata il cuore stesso dell’umanità, il fondamento dell’umanesimo. Ma, in fondo, di che cosa stiamo parlando qui? È davvero compassione gettare in pasto al pubblico i volti dei morti, identificabili, riconoscibili, quando hanno una famiglia, degli amici, un’intimità che non ci appartiene? I loro cari desiderano davvero vedere il proprio dolore esposto all’intera umanità, trasformato in oggetto di consumo mediatico?

Non potremmo, semplicemente, lasciare che i morti riposino — e con loro, coloro che restano? Perché questa copertina, sotto il velo della sollecitudine, mette in atto tutt’altro meccanismo. Un meccanismo antico, analizzato da Sigmund Freud, che il tedesco chiama Schadenfreude: quella gioia maligna che nasce dalla sventura altrui, quella consolazione oscura che sussurra: c’è di peggio di noi.

Siamo all’inizio dell’anno, fa freddo, i tempi sono duri, e a volte la fine del mese comincia già all’inizio del mese. E all’improvviso, quei volti ci ricordano che la nostra situazione, per quanto penosa, potrebbe essere infinitamente più tragica: potremmo essere la famiglia di uno di quei giovani, potremmo aver lasciato un figlio, una sorella, un amico in quella discoteca. La sventura degli altri diventa allora un balsamo avvelenato per le nostre stesse angosce.

Nulla è più volgare di questo meccanismo. Nulla è più indecente di questa strumentalizzazione della morte in nome di una falsa empatia. Quella copertina aggiunge dramma al dramma: c’è il dramma originario, terribile, quello della notte del 31; e poi ce n’è un altro, più silenzioso ma altrettanto violento: negare ai morti e ai loro cari il diritto al riposo.

L'articolo La morti-sezione pornografica proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

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