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Meloni a Seoul, tra geopolitica, semiconduttori e made in Italy

Prima la visita di Giorgia Meloni al cimitero di Seul che onora i soldati caduti per la Nazione, in particolare durante la Guerra di Corea. Poi un punto stampa sul tema della Groenlandia e quindi l’incontro con le imprese italiane, in attesa del bilaterale con il presidente Lee Jae Myung. Dopo 19 anni un premier italiano torna a Seoul, a dimostrazione di una spiccata attenzione verso l’Indopacifico, per una serie di ragioni geopolitiche, economiche, commerciali (e anche personali).

Non è una novità il fatto che Giappone e Corea del Sud nelle logiche di Palazzo Chigi siano visti come due attori non solo affidabili, ma con cui rafforzare il livello delle relazioni di medio-lungo periodo. Si tratta ovviamente di un fazzoletto di mondo gravido di sfide e opportunità: accanto al macro tema geopolitica rappresentato dalle mire cinesi su Taiwan, spicca il link tra Mare Cinese e Mediterraneo e la questione delle terre rare accanto a chip e semiconduttori. Un paniere di temi altamente strategici che il capo del governo intende affrontare di petto, a maggior ragione dopo l’uscita dell’Italia dalla Via della Seta, senza dimenticare un elemento di supporto oggettivo: le società giapponesi e sudcoreane presentano numerose affinità con l’Italia sotto molteplici punti di vista (economici, commerciali e demografici), oltre a condividere i medesimi valori.

LO SHOWROOM HIGH STREET ITALIA

Il made in Italy a quelle latitudini è particolarmente apprezzato, ciò si trasforma in potenziali nuove opportunità legate al nostro export che può contare su questo valore aggiunto rispetto alla produzione di altri paesi. Le filiere interessate sono la moda, la pelletteria, il calzaturiero, il settore alimentare e vitivinicolo, senza dimenticare l’interior design. A proposito di prodotti e fiere, a Seoul nel 2019 ha visto la luce l’High Street Italia, uno showroom di quattro piani aperto in una delle zone più frequentate dello shopping della capitale, nella Garosu-gil, che rappresenta una vetrina per le aziende italiane che qui possono presentare la vasta gamma dei propri prodotti al mercato coreano. Realizzato dall’ICE col supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e in collaborazione con l’ambasciata d’Italia, l’iniziativa rientra nel piano più generale della promozione straordinaria del Made in Italy nella Corea del Sud, che include anche della diffusione di cultura e lifestyle italiani

Le relazioni tra Roma e Seoul sono iniziate nel 1884 e hanno visto da poco il 140° anniversario, celebrato con un Anno dello Scambio Culturale. A tal fine infatti lo scorso 26 giugno l’ambasciata in Italia della Corea del Sud ha illuminato il Colosseo per celebrare le relazioni diplomatiche con Italia.

IL RUOLO DELLA COREA DEL SUD

Oltre a essere un player mondiale nel campo dell’innovazione tecnologica, la Corea è famosa in tutto il mondo anche per la cultura popolare legata a videogiochi, gruppi musicali e film. Settori spesso sottovalutati ma che possono contribuire, in nome della soft diplomacy, a rafforzare intese e cooperazioni. Cultura, conoscenza e qualità sono i tratti in comune tra i due paesi. La Corea del Sud incamera l’1% dell’export italiano per un valore di oltre 5 miliardi di euro, è il terzo mercato in Asia.

Corea del Sud fa rima con semiconduttori, per questa ragione il governo pensa di fare un ulteriore passo in avanti con la costruzione di una fonderia da 3 miliardi di dollari per incrementare la produzione e quindi confermare la propria posizione di leader globale nel settore dei chip grazie a marchi come Samsung Electronics e SK Hynix.

(Foto: Governo.it)

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La battaglia dei chip: Taiwan nel mezzo tra Stati Uniti e Cina

Contenuto tratto dal numero di gennaio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

“Se non sei in grado di produrre i tuoi chip, come puoi difenderti?”. Così si è espresso il segretario del Commercio statunitense, Howard Lutnick, riguardo all’idea dell’amministrazione di Washington di riportare a casa almeno il 40% della produzione dei semiconduttori. Oggi, infatti, gli Stati Uniti importano oltre il 90% dei loro chip avanzati dall’estero, la metà dei quali da Taiwan. I semiconduttori sono fondamentali non solo per il funzionamento di tutti i dispositivi elettronici e dei veicoli elettrici, ma anche, e soprattutto, per le armi e i mezzi militari più moderni, come i caccia F-35, e per lo sviluppo dell’IA. Se non si è capaci di produrli, si mette il destino della propria economia e della propria difesa nelle mani di un paese straniero. I chip sono diventati, perciò, un tema di sicurezza nazionale per la Casa Bianca.

Taiwan al centro del mondo

Dalla seconda metà degli anni Ottanta, le grandi produttrici di semiconduttori made in Usa, per aumentare i profitti, si sono volutamente private dei loro impianti produttivi, ritenuti costosi, energivori e difficilmente gestibili, diventando aziende fabless, cioè prive di fabbriche. Taiwan ne ha approfittato e, grazie anche alla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc), fondata nel 1987, è diventata un centro mondiale di produzione dei chip. Tsmc ha raggiunto oltre il 70% della capacità produttiva globale di semiconduttori e circa il 92% di quelli più avanzati inferiori a sette nanometri. Tra i principali clienti di Tsmc ci sono big tech americane come Apple e Qualcomm.

La cosiddetta ‘diplomazia dei chip’ ha finora garantito la protezione nei confronti delle rivendicazioni territoriali di Pechino. La situazione, però, adesso potrebbe cambiare. Washington vede come un’enorme vulnerabilità la dipendenza da un paese sotto la costante minaccia di invasione da parte del suo principale concorrente. Trump ha prima minacciato dazi fino al 100% sui chip prodotti a Taiwan, poi chiesto che la metà della produzione taiwanese di semiconduttori venga spostata negli Stati Uniti. Tsmc ha risposto promettendo un investimento da circa 100 miliardi di dollari per nuovi siti in Arizona, destinati alla produzione, al testing e all’assemblaggio dei chip sopra i sette nanometri. La produzione di quelli sotto i due nanometri, a più alto valore aggiunto e necessari per lo sviluppo dell’IA, rimarrà nell’isola asiatica. Il governo di Taipei teme che trasferire fuori dall’isola tutta o buona parte della produzione di chip la renderebbe meno indispensabile agli occhi degli Stati Uniti e del mondo occidentale, quindi meno difendibile.

La tattica del porcospino

I nuovi impianti negli Usa necessiteranno di ingenti investimenti e di diversi anni per entrare in funzione. Tsmc stessa è riluttante a uno spostamento in blocco fuori dall’isola per via della mancanza di manodopera specializzata negli Usa. Il governo taiwanese è preoccupato che Trump possa allentare la protezione sull’isola pur di non frenare le trattative commerciali con Pechino. L’ambiguità degli Stati Uniti si protrae dagli anni Settanta, quando riconobbero la Repubblica Popolare Cinese, ma allo stesso tempo promisero di difendere l’indipendenza e l’autodeterminazione di Taipei. A novembre il presidente taiwanese Lai ha annunciato un investimento aggiuntivo di 40 miliardi di dollari nella difesa per i prossimi otto anni e l’obiettivo di alzare la quota di Pil destinata alle spese per la difesa dal 3,3% a più del 5% nel 2030. Lo scopo è incrementare il più possibile le capacità di autodifesa.

Taipei, consapevole della propria inferiorità di mezzi e uomini rispetto a Pechino, punta sulla cosiddetta ‘tattica del porcospino’: una guerra asimmetrica che faccia leva su una strategia di autodifesa, con il coinvolgimento anche della società civile e di armamenti agili, come missili Javelin o Stinger, anziché mezzi pesanti facilmente individuabili e colpibili da aerei e droni. Taiwan, poi, vuole diventare uno dei principali produttori di droni militari al mondo. Da una parte per la propria difesa, dall’altra per cercare di rendersi il più indispensabile possibile agli occhi degli occidentali anche in quel settore nevralgico. Nel 2024 Taiwan aveva esportato circa tremila droni militari; nel 2025 ha già raggiunto i 18mila, di cui 12mila venduti alla Polonia, anch’essa alle prese con un vicino ingombrante come la Russia.

La ‘guerra senza danni’

Per la Cina, invece, la riunificazione con Taiwan è un atto dovuto. Il tema è quando e come. La strategia cinese, secondo Geopolitical Monitor, sarebbe quella di una ‘guerra senza danni’, che partirebbe con un sabotaggio delle infrastrutture critiche e proseguirebbe con attacchi cibernetici e disinformazione, per finire con un accerchiamento militare e un cambio di regime favorevole a Pechino. Il presidente Xi vuole preservare l’integrità economica taiwanese, perché anche la Cina dipende dalle fonderie di chip dell’isola. Taiwan resta strategica, poi, per il controllo sul Mar Cinese Meridionale, da cui passa il 60% del commercio via mare globale. Un blocco prolungato di Taiwan potrebbe ridurre il Pil globale del 5%, con una perdita di 2mila miliardi di dollari, mentre in caso di guerra l’effetto sarebbe del 10%: un impatto doppio di quello della crisi finanziaria del 2008 o del Covid nel 2020.

La Cina è a un bivio: riprendersi Taiwan e rischiare una guerra che potrebbe avere, nel medio termine, effetti devastanti sulla sua stessa economia, oppure mantenere lo status quo. Il caso della Russia in Ucraina ha insegnato che non esistono guerre vinte in partenza e che l’isolamento economico ha conseguenze pesanti nel lungo termine. Trump, se da una parte vuole a tutti i costi riportare il più possibile la produzione di chip negli Stati Uniti e accordarsi sui dazi con Xi, dall’altra non può lasciare campo libero alla Cina su Taiwan, pregiudicando la sicurezza e gli interessi americani nel Pacifico. Il destino dell’isola si deciderà forse al tavolo della trattative commerciali tra Cina e Usa, e la presenza o meno delle fonderie di Tsmc avrà un peso rilevante. A dimostrazione di come tecnologia e geopolitica siano diventate ormai inseparabili.  

L’articolo La battaglia dei chip: Taiwan nel mezzo tra Stati Uniti e Cina è tratto da Forbes Italia.

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Nel 2026 la Cina sarà pronta per la guerra con gli Stati Uniti

Hua Bin huabinoliver.substack.com Trump e il regime statunitense sono in movimento. Dopo aver rapito (o, come alcuni hanno definito, “reverse-ICEato” [*]) Maduro, Trump ha apertamente invocato l’annessione della Groenlandia e l’attacco all’Iran per la sua popolazione oppressa (sul serio? Non per gli ebrei?). Ha minacciato di inviare truppe in Messico e di voler passare poi […]

L'articolo Nel 2026 la Cina sarà pronta per la guerra con gli Stati Uniti proviene da Come Don Chisciotte.

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Italia–Taiwan: visita di una Delegazione parlamentare italiana a Taipei

Diplomazia parlamentare, cooperazione tecnologica e dialogo politico

Tra l’8 e il 12 gennaio 2026, Taiwan ha accolto una Delegazione parlamentare italiana ampia e
politicamente trasversale, una delle più numerose giunte sull’isola. A guidare la missione è stato
l’Onorevole Alessandro Cattaneo, in qualità di Capo Delegazione, insieme ai Deputati Roberto Traversi,Vanessa Cattoi, Fabrizio Benzoni, Emanuele Loperfido, Gerolamo Cangiano e alla Senatrice Simona Flavia Malpezzi.

La Delegazione Parlamentare italiana era composta da esponenti da sei diverse forze politiche, a
testimonianza della sua natura trasversale. Oltre al Capo Delegazione, l’On. Alessandro Cattaneo di Forza Italia, ne hanno fatto parte l’On. Roberto Traversi del Movimento 5 Stelle, la Sen. Simona Flavia Malpezzi del Partito Democratico, l’On. Vanessa Cattoi della Lega, l’On. Fabrizio Benzoni di Azione, nonché gli On.li Emanuele Loperfido e Gerolamo Cangiano di Fratelli d’Italia. La composizione del Gruppo riflette un ampio spettro dell’attuale panorama parlamentare italiano, rafforzando il significato politico della visita.

La visita si inserisce nel quadro delle attività del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia–Taiwan, che sin dall’inizio degli anni Novanta rappresenta uno dei principali canali di continuità del dialogo parlamentare tra i due Paesi, contribuendo in modo costante allo sviluppo delle relazioni bilaterali e al rafforzamento della conoscenza reciproca. La Delegazione è stata accompagnata dal Rappresentante d’Italia a Taipei, Min. Plen. Marco Lombardi, a conferma del coordinamento tra iniziativa parlamentare e rappresentanza italiana a Taipei.

La composizione della Delegazione — con parlamentari appartenenti sia alla maggioranza sia all’opposizione — conferisce alla visita un rilievo particolare, evidenziando come l’attenzione verso Taiwan e la stabilità dello Stretto costituiscano un tema condiviso nel Parlamento italiano, al di là delle appartenenze politiche.

Incontro con il Ministro degli Affari Esteri Lin Chia-lung

L’8 gennaio la Delegazione è stata ricevuta dal Ministro degli Affari Esteri taiwanese, Lin Chia-lung, che ha espresso un caloroso benvenuto e ha sottolineato come la visita si collochi in una fase di rafforzamento dei rapporti politico-parlamentari tra Italia e Taiwan.

Nel suo intervento, Lin ha ricordato la cerimonia di inaugurazione, nel settembre 2025, dei locali rinnovati della Rappresentanza di Taiwan in Italia, alla quale avevano preso parte sedici parlamentari italiani, interpretandola come un segnale significativo dell’interesse e dell’amicizia istituzionale nei confronti di Taiwan. Il Ministro ha inoltre richiamato la tradizione di scambi culturali tra i due Paesi, ricordando l’attrattività dell’Italia per studenti e giovani professionisti taiwanesi nei settori del design, della moda e delle arti, nonché esempi simbolici come la presenza di celebri violini Stradivari nelle collezioni del Museo Chimei.

Accanto alla dimensione culturale, Lin ha posto l’accento sulla crescente cooperazione economica e tecnologica, citando l’apertura, nel 2025, dello stabilimento per wafer da 12 pollici della GlobalWafers a Novara, indicata come esempio concreto di collaborazione industriale e di rafforzamento della resilienza delle catene di approvvigionamento europee nel settore dei semiconduttori.

Europa e Indo-Pacifico: una sicurezza interconnessa

Nel corso delle attività ufficiali, la Delegazione ha partecipato a un pranzo istituzionale durante il quale è intervenuto il Vice Ministro degli Affari Esteri, François Chihchung Wu (吳志中). Nel suo intervento, Wu ha ringraziato il governo e il Parlamento italiani per il sostegno alla pace e alla stabilità nello Stretto di Taiwan, sottolineando come la sicurezza europea e quella dell’Indo-Pacifico siano oggi sempre più strettamente interconnesse.

In questo contesto, è stato evidenziato il ruolo crescente dei Parlamenti Europei nel sostenere l’ordine internazionale basato sulle regole e nel promuovere la stabilità regionale. Italia e Taiwan sono state descritte come partner democratici, con un significativo potenziale di cooperazione in ambiti quali le tecnologie critiche, l’innovazione, la ricerca scientifica, la cultura e l’istruzione superiore.

Il messaggio della Delegazione parlamentare italiana

A nome della Delegazione, l’On. Alessandro Cattaneo ha ringraziato le Autorità taiwanesi per l’invito, sottolineando come la composizione del Gruppo rappresenti un segnale di attenzione condivisa del Parlamento italiano verso Taiwan. Il carattere trasversale della missione evidenzia come la questione della stabilità dello Stretto e il rafforzamento dei rapporti con Taipei siano considerati temi di interesse comune, indipendenti dalle dinamiche politiche interne.

In tale prospettiva, il Gruppo interparlamentare di amicizia Italia–Taiwan continua a svolgere un ruolo di raccordo e continuità, favorendo il dialogo parlamentare e sostenendo iniziative di cooperazione nei settori politico, economico, tecnologico e accademico.

I membri della Delegazione hanno espresso l’intenzione di approfondire la conoscenza della società taiwanese, riconoscendone il pluralismo e la solidità democratica, e di rafforzare la collaborazione nei settori del commercio, dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori, della ricerca e degli scambi universitari. È stata inoltre ribadita la volontà di mantenere la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan all’attenzione dell’agenda parlamentare italiana.

Incontri istituzionali e visite all’ecosistema tecnologico

Nel corso della visita, la Delegazione ha incontrato alte cariche istituzionali taiwanesi e rappresentanti di diversi dicasteri, nonché esponenti del potere legislativo. Particolare rilievo ha avuto la dimensione scientifica e industriale del programma, con visite a importanti istituti di ricerca, al Parco Scientifico di Hsinchu e a strutture dedicate ai semiconduttori e all’intelligenza artificiale.

Queste tappe hanno consentito ai parlamentari italiani di acquisire una visione diretta dell’ecosistema tecnologico taiwanese e di individuare possibili ambiti di cooperazione a medio e lungo termine con il sistema produttivo e della ricerca italiano ed europeo.

Una visita nel quadro del rafforzamento delle relazioni bilaterali

In un contesto internazionale caratterizzato da crescenti tensioni regionali e da una competizione tecnologica sempre più intensa, la visita della Delegazione parlamentare italiana a Taiwan si inserisce nel più ampio processo di rafforzamento delle relazioni tra Italia e Taiwan. La natura trasversale della missione e il coordinamento tra iniziativa parlamentare e rappresentanza italiana a Taipei confermano l’interesse condiviso a mantenere un dialogo costante e costruttivo, fondato su valori comuni e su una cooperazione concreta nei settori di interesse reciproco.

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Ombre cinesi

  Mentre la guerra fra Russia e Ucraina passa in secondo o addirittura terzo piano e i media si concentrano sul conflitto tra Ḥamās (Hamas) e Israele, rischiamo di perdere di vista le notizie che ci informano sulle crisi interne all’Impero del Centro, di notevole e crescente intensità. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a siluramenti […]
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Le elezioni presidenziali a Taiwan, l’insurrezione in Myanmar e altre notizie interessanti

Da domani 16 gennaio la rubrica Il mondo oggi si prenderà una pausa. Tornerà fruibile a inizio febbraio in occasione del lancio della nuova veste grafica del sito web di Limes. TAIWAN L’esponente del Partito progressista democratico Lai Ching-te ha vinto con ampio margine le elezioni presidenziali a Taiwan, sebbene la sua formazione politica abbia perso la maggioranza dei […]
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Carta: Le linee delle rivendicazioni di Pechino nel Mar Cinese Meridionale

Per la versione integrale della carta, scorri fino a fine articolo. La carta inedita a colori della settimana è dedicata alle rivendicazioni di Pechino nelle acque del Mar Cinese Meridionale. La mappa fotografa la “linea dei dieci tratti”, con cui la Repubblica Popolare Cinese si arroga il diritto di esercitare la propria sovranità su gran parte dello specchio d’acqua conteso. La Cina continentale presenta diverse rivalse […]
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ANCHE IL GIAPPONE FU CONVINTO AL LIBERO COMMERCIO CON LA FLOTTA E IL SUO SUPER SUCCESSO AL NUOVO GIOCO, SCHIACCIATO CON LE ATOMICHE.

CENTOSETTANTA ANNI FA, IL COMMODORO MATTEW PERRY DELLA MARINA USA CONVINSE MANU MILITARI IL GIAPPONE AD APRIRSI AI COMMERCI. DA ALLORA LO STOP AND GO CON CUI TENTANO DI RALLENTARNE LA CRESCITA.

Una decina di anni dopo che la flotta inglese piegò la Cina alle esigenze del «  libero commercio » , specie dell’oppio, la Marina da guerra USA, si presentò con quattro navi da guerra e – a nome del presidente Millard Fillmore– consegnò una lettera ultimatum: accettate il libero scambio o vi bombardiamo.

Il Giappone, come la Cina, surclassati dalla superiorità tecnologica anglosassone, si piegarono a firmare trattati di commercio «  ineguali » e iniziarono il loro processo di ammodernamento, specie delle FFAA.

Mezzo secolo dopo, la flotta giapponese sbaragliava quella Russa a Tsushima allarmando il mondo occidentale che tentò in un primo momento negoziati limitativi del nuovo arrivato e quaranta anni dopo li annichiliva con due bombe atomiche sganciate in quattro giorni.

Schiacciati i « paesi giovani » ( Germania, Giappone e Italia) e regolato il nuovo ordine mondiale per ottanta anni, gli USA hanno fatto appello proprio agli sconfitti della seconda guerra mondiale per attuare una politica di «  Containement » a carico di due dei vincitori della guerra passata che a loro volta brigano per un posto al sole: CIna e Russia.

Degli accadimenti occidentali e del riarmo tedesco e italiano, sappiamo l essenziale. Meno noto quel che sta avvenendo in Oriente, dove il Giappone – ottenuto il via libera dagli USA- ha stanziato 315 miliardi di dollari per il prossimo quinquennio raddoppiando gli stanziamenti della Difesa, per far fronte all « espansionismo cinese» assieme alla Corea del Sud e alle Filippine, ma é fuori dubbio che la decisione USA di riarmare il Giappone ( col triplo dei fondi stanziati dalla Germania) é la notizia più importante dell’emisfero ed ha suscitato più sospetti tra gli alleati ( Taiwan, Corea del Sud, Filippine, Indonesia, tutti vittime dei giapponesi nel conflitto scorso), che tra i cinesi.

Si tratta del secondo grande contrordine lanciato al Giappone. All’indomani della guerra, non si lesinarono sforzi per ottenere la conversione delle industrie belliche dalla produzione di carri armati a quella di automobili, e lavatrici. L’azzeramento dei bilanci della difesa produsse un effetto moltiplicatore sulle produzioni «  civili » e oggi Hiroshima e Nagasaki si presentano come due modernissime città rispetto a New York che mostra segni di obsolescenza in tutti i servizi pubblici ( dalla raccolta dei rifiuti e a traporti e illuminazione ) .

Gli anni ottanta videro già un Giappone capace di produrre a costi minori merci e servizi di maggior pregio coi quali invasero anche gli USA.

Il secondo «  contrordine » sta arrivando e – complice la periodica minaccia della Corea del Nord e dei suoi periodici test missilistici a lunga gittata, il Giappone ha fatto più volte proposta di riarmare e mirato a diventare una potenza nucleare.

Finora la resistenza americana in materia ha tenuto, ma l’annuncio del mega stanziamento giapponese e il nuovo ruolo della Cina nell’agone internazionale , le sue ambizioni geostrategiche, il riarmo navale lasciano ritenere che una escalation nell’area del Pacifico sia imminente e , con essa, l’autorizzazione ad esercitare l’opzione nucleare anche per i figli del Sol Levante.

315 miliardi di dollari sul quinquennio rappresentano il terzo stanziamento del mondo per armamenti , dopo gli USA e la Cina e già l’Australia h appena ottenuto di dotarsi di sommergibili a propulsione nucleare. Il primo ministro nipponico Fumio Mishida in un discorso alla base militare di Asaka ( a nord di Tokyo) ha parlato alle truppe di « progressi tecnologici impensabili » Fino a pochi anni fa.

Di certo, non pensava alle alabarde.

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E’ LA VALMY ASIATICA. LA CINA SI FA PORTAVOCE DI DUE TERZI DEL MONDO: DALLA RUSSIA ALL’INDIA, DALL’AZERBAJAN ALLO YEMEN.

Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.

A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.

L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.

Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.

Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.

Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.

Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.

Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.

Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.

Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.

Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.

Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.

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BIDEN ABBASSA LA CRESTA. DA “CI SARANNO CONSEGUENZE” A ” VOGLIAMO COMPETERE”

ALL’INTERVENTO A MUSO DURO DEL NUOVO MINISTRO DEGLI ESTERI QUIN GANG , IL GOVERNO USA ABBASSA I TONI E CERCA DI RAFFREDDARE LA POLEMICA. SI RIVELA LA TIGRE DI CARTA PROFETIZZATA DA MAO.

Il tono minaccioso e la lista delle posizioni criticabili della Cina rispetto alla guerra Ucraina ( mancata condanna della Russia all’ONU, rafforzamento della collaborazione economica russo-cinese, possibilità di invio di armi e munizioni ai russi) si sono dissolte come neve al sole.

Il tono irritante del dipartimento di stato e i solenni avvertimenti a non toccare Taiwan anche. Lo sceriffo si é reso conto di avere a che fare con un osso duro ed é diventato più conciliante. Niente più oscure minacce di ritorsioni: qua la mano !

Nel link sottostante troverete il testo che Biden finse di snobbare, inducendo molti alla imitazione, e che adesso dovrà imparare a memoria. E’ il decalogo cinese per essere coerenti col concetto di pace.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35641&action=edit

In effetti, la storia degli Stati Uniti é caratterizzata dalla violenza e dall’espansione il suo budget assomma al 40% di quello di tutti i paesi del mondo messi insieme ed hanno 800 basi militari sparse in paesi esteri, senza contare le flotte. Difficile dire che lo fanno per la pace.

Aver fatto notare queste verità che sono sotto gli occhi di tutti, la Cina si é vista sbeffeggiare dal presidente Joe Biden che ha snobbato il documento, implacabile ma pacato. Poco dopo il nuovo ministro degli Esteri cinese, ha cambiato il tono ed ha dichiarato che se gli USA continueranno con questi comportamenti miranti a soggiogare, prima psicologicamente, poi economicamente, la Cina, ” lo scontro sarebbe inevitabile”. Una notizia d’agenzia ha fatto circolare la cifra dei coscritti possibili: 20 milioni.

Gli USA – che sono già stati impressionati dal richiamo alle armi di trecentomila uomini fatto dalla Russia e memori della definizione di “unwise” data da Henri Kissinger all’atteggiamento bullesco di affrontare due crisi in contemporanea – hanno cambiato tono e smesso di cercare di stanare la Cina. Ancor oggi non sono riusciti a capire fino a che punto il celeste impero sia coinvolto con l’impero del male. Il timone punta a neutrale.

XI JINPING ha infatti confermato che non c’é stata nessuna cessione di armi ai duellanti, non ha dedicato una sola riga all’Europa e si é concentrato sui temi anticinesi degli USA: Taiwan, TIK TOK vessata quotidianamente, Huawei, le strumentali campagne per i diritti umani a favore degli Uiguri ( una delle sedici etnie presenti in Cina); la costruzione di una catena strategica attorno alla Cina ( AUKUS) , mirante a mortificarla nel suo mare, l’appoggio dato alla Filippine per il contenzioso per le isole Spratly, il riarmo accelerato giapponese. Tutte questioni sollevate ( o risollevate) dagli USA nell’ultimo anno miranti a indebolire XI.

La superiorità intellettuale cinese ha fatto fronte a tutte questi ostacoli affrontati senza ai usare toni aggressivi.

In questo secondo link troverete un estratto di un documento americano che tratta a un dipresso degli stessi temi del cinese, ma lo fa concentrandosi sulla Russia, al punto che affronta la situazione globale senza mai nominare Cina e India, nel tentativo di affrontare un avversario alla volta. Forse pensano che i cinesi siano tanto sciocchi da non averci pensato.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35317&action=edit

L’ultimo link é al più completo documento Rand sulla Russia: Extending Russia ci ho messo un pò a capire che intendevano l’espansione delle spese russe a causa di guerre e rivolte ( indicate analiticamente) fino al punto da provocarne il crollo. Ed é qui che risalta il concetto di competitive advantage, ossia ottenere un vantaggio competitivo provocando una proxy war ( guerra per procura). Non si sono resi conto che , a partire da oggi, molti, sentendo parlare di competition la prenderanno per un sinonimo di guerra. Dovranno spolverare il vocabolario.

https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR3063.html

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