
A oltre quattro anni dall’inizio dell’invasione russa del febbraio 2022, il conflitto ucraino è ormai entrato nella sua terza trasformazione operativa. Dopo la fase iniziale caratterizzata dall’offensiva russa su più direttrici e dal tentativo di conquistare rapidamente Kiev per imporre un cambio di governo, è seguita la stagione delle controffensive ucraine, culminata con il recupero di importanti territori tra il 2022 e il 2023. Oggi prevale invece una lunga fase di logoramento, nella quale nessuno dei due contendenti appare in grado di conseguire una vittoria decisiva sul campo in maniera rapida.
La domanda cruciale non è tanto se la guerra continuerà, quanto quale funzione abbiano oggi le operazioni militari. Le forze ucraine cercano realmente di rompere lo stallo attraverso una serie di successi capaci di modificare radicalmente gli equilibri strategici? Oppure le offensive e gli attacchi in profondità costituiscono soprattutto strumenti per migliorare la propria posizione in vista di un futuro negoziato?
Le due ipotesi non si escludono. Nella storia delle guerre moderne, combattimenti e trattative non rappresentano dimensioni alternative ma complementari. Clausewitz ricordava che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi; altrettanto vero è che la politica continua durante la guerra. I canali diplomatici raramente si interrompono completamente, anche nei conflitti più duri. Cambiano intensità, interlocutori e obiettivi, ma continuano a esistere.
Paradossalmente, quanto più si avvicina la prospettiva di un negoziato, tanto più la guerra tende a intensificarsi. Le parti cercano di strappare gli ultimi vantaggi militari utili a rafforzare la propria posizione negoziale, nella consapevolezza che il rapporto di forza sul campo condizionerà inevitabilmente il compromesso diplomatico. È spesso alla vigilia della pace che la guerra mostra il suo volto più feroce.
Gli effetti del conflitto oltre il fronte
L’errore più frequente consiste nell’osservare la guerra esclusivamente attraverso il confronto tra Mosca e Kiev. In realtà il teatro ucraino è inserito in una rete di rapporti molto più ampia, nella quale ogni attore combatte anche per obiettivi differenti da quelli immediatamente militari. Gli interessi di Washington, delle principali capitali europee, della Turchia, della Cina, dell’Iran e delle monarchie del Golfo contribuiscono a definire il quadro strategico almeno quanto le decisioni prese al Cremlino o a Bankova.
Da questo punto di vista, la guerra ha rappresentato per gli Stati Uniti uno strumento utile per provare parzialmente a riaffermare la centralità della NATO e consolidare la propria leadership sugli alleati europei dopo anni di crescenti divergenze. All’interno di alcune interpretazioni geopolitiche, inoltre, il conflitto viene letto anche come un fattore che ha accelerato il distacco energetico tra Germania e Russia, riducendo una forma di interdipendenza considerata potenzialmente problematica per la coesione del blocco occidentale. Si tratta di una lettura discussa, ma che evidenzia come il conflitto abbia prodotto effetti ben oltre il fronte militare.
Ciò non significa che Washington persegua necessariamente una sconfitta totale della Federazione Russa. Al contrario, la linea seguita prima dall’amministrazione Biden e poi, pur con una retorica differente, dall’amministrazione Trump sembra mantenere una costante: sostenere l’Ucraina senza provocare un collasso dello Stato russo. Una destabilizzazione incontrollata della principale potenza nucleare del pianeta rappresenterebbe infatti un rischio difficilmente gestibile.
Allo stesso tempo, una Russia percepita come una minaccia continua a svolgere una funzione politica nei confronti dell’Europa orientale, contribuendo a mantenere la centralità della presenza americana sul continente e, più in generale, la leadership statunitense all’interno della NATO, anche nei confronti della Germania.
In questa chiave di lettura utile ricordare anche il tentativo di rivolta guidato da Evgenij Prigožin nel giugno 2023. In quei giorni Washington invitò gli alleati a non sfruttare la crisi interna russa e a evitare qualsiasi iniziativa che potesse essere interpretata come un coinvolgimento diretto negli eventi, segnalando come l’obiettivo non fosse favorire un collasso del potere statale russo.
Del resto, pur essendo stati rivali per gran parte dell’ultimo secolo, Stati Uniti e Russia hanno sempre evitato uno scontro militare diretto tra le rispettive forze armate. Anche durante le fasi di massima tensione della Guerra fredda, entrambe le potenze hanno privilegiato il confronto indiretto, nella consapevolezza che era utile per entrambe tenere la Germania divisa.
Che cosa serve per un compromesso
La Russia, inoltre, continua a non costituire da sola il principale competitore sistemico degli Stati Uniti. I limiti economici della Federazione ne riducono la capacità di sostenere una competizione globale di lungo periodo. Il vero confronto strutturale di Washington rimane quello con la Cina. Anche per questo motivo appare eccessivo interpretare l’attuale convergenza russo-cinese come un’alleanza priva di contraddizioni. La crescente penetrazione economica di Pechino nello spazio centroasiatico interessa infatti aree che Mosca considera tradizionalmente parte della propria sfera d’influenza, aprendo inevitabili elementi di competizione.
La prosecuzione della guerra dipenderà quindi anche dal modo in cui gli Stati Uniti ridefiniranno il proprio calcolo strategico. Se il conflitto continuerà a produrre benefici geopolitici superiori ai costi, Washington manterrà probabilmente il sostegno a Kiev. Se invece tali costi dovessero aumentare oppure l’attenzione americana dovesse concentrarsi prioritariamente sull’Indo-Pacifico, potrebbero rafforzarsi le pressioni per una soluzione negoziale.
Una simile soluzione, tuttavia, non dipenderebbe esclusivamente dalla volontà americana. Sarebbe necessario il formarsi di un equilibrio internazionale sufficientemente ampio da indurre tanto Mosca quanto Kiev ad accettare un compromesso. In altre parole, occorrerebbe una convergenza tra le principali potenze interessate affinché nessuna delle parti percepisca maggiori vantaggi nella prosecuzione della guerra.
Anche gli episodi apparentemente periferici confermano la natura sistemica del conflitto. I recenti segnali di riavvicinamento diplomatico tra Kiev e Teheran mostrano come persino due Paesi collocati su fronti opposti possano mantenere margini di dialogo quando ciò risponde ai rispettivi interessi. L’Iran occupa una posizione geografica decisiva: controlla uno spazio che collega il Golfo Persico al Mar Caspio, proiettandosi verso il Caucaso, l’Asia centrale, l’Afghanistan e il Pakistan. Si tratta di uno dei principali snodi energetici e geopolitici dell’Eurasia. Anche per questo motivo nessun attore internazionale può permettersi di ignorarne la stabilità.
La coesione interna
La stessa guerra evidenzia inoltre come nessuna società impegnata in un conflitto di lunga durata rimanga perfettamente coesa. L’Ucraina continua a mostrare un elevato grado di mobilitazione nazionale, ma le tensioni legate alla leva, alla gestione dei coscritti e alla distribuzione dei sacrifici stanno assumendo un peso crescente nel dibattito interno. Le recenti modifiche ai vertici politici e militari riflettono anche queste difficoltà. Fenomeni analoghi interessano la Russia, dove le modalità di reclutamento mettono in luce profonde differenze territoriali e sociali. In entrambi i casi, tuttavia, tali contraddizioni non sembrano ancora mettere in discussione la prosecuzione dello sforzo bellico.
Anche l’evoluzione delle operazioni militari appare coerente con questa logica. Gli attacchi ucraini contro infrastrutture energetiche, impianti industriali e nodi logistici della Federazione Russa non puntano soltanto a ridurre le capacità materiali dell’avversario. Essi cercano anche di aumentare il costo economico della guerra, coinvolgendo segmenti della società russa finora relativamente protetti dagli effetti diretti del conflitto. Colpire interessi economici, filiere produttive e gruppi imprenditoriali significa introdurre nuove variabili nella formazione del consenso interno, esercitando pressioni differenti rispetto a quelle derivanti dalle perdite sul campo.
Da parte russa permane invece l’obiettivo di logorare progressivamente la capacità militare, economica e demografica dell’Ucraina, mantenendo l’iniziativa strategica senza assumere rischi tali da compromettere la stabilità interna della Federazione.
La guerra resta dunque sospesa tra due logiche. Da un lato il tentativo di modificare gli equilibri sul terreno; dall’altro la costruzione delle condizioni politiche per una futura trattativa. È probabile che nessuna delle due dimensioni prevalga completamente sull’altra. Ogni offensiva, ogni attacco in profondità, ogni negoziato riservato rappresentano tasselli di un medesimo processo.
La Russia, inoltre, non sembra intenzionata a concentrare tutte le proprie risorse militari sul fronte ucraino. Mosca deve infatti tenere conto della possibilità, per quanto non ritenuta imminente, che possano aprirsi nuove aree di crisi o ulteriori fronti di confronto. Per questa ragione è costretta a preservare una quota significativa delle proprie capacità militari come riserva strategica, evitando di impegnare integralmente uomini e mezzi nel teatro ucraino. La gestione del conflitto, dunque, risponde non solo alle esigenze operative del fronte, ma anche alla necessità di mantenere margini di flessibilità rispetto a possibili sviluppi del quadro internazionale.
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