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Trump arriva al G7: “Se accogli il terzo mondo, poi lo diventi”. Von der Leyen: “Nessuna pace con il Libano in fiamme”

“Non potrà esserci una pace duratura finché il Libano continuerà a essere in fiamme. Chiediamo un vero cessate il fuoco e il pieno rispetto della sovranità libanese”. Dal G7 francese di Évian-les-Bains, in Alta Savoia, Ursula von der Leyen condanna Israele per l’annuncio di voler continuare l’occupazione del Paese confinante, nonostante l’accordo raggiunto tra Usa e Iran preveda la cessazione delle ostilità anche in quel teatro. Alla conferenza stampa che precede l’avvio del vertice, la presidente della Commissione europea fa sapere di accogliere “con favore” l’intesa, specificando che “la priorità ora è l’attuazione: lo stretto di Hormuz deve riaprire e la libertà di navigazione dev’essere ripristinata senza ostacoli. È essenziale per la stabilità regionale e l’economia mondiale”, afferma, sottolineando che l’accordo dovrà “portare alla fine dei programmi nucleari e balistici iraniani”.

Lunedì pomeriggio al vertice è arrivato anche Donald Trump: l’Air Force One del presidente Usa è atterrato alle 15 all’aeroporto di Ginevra – dove è stato accolto dal presidente svizzero Guy Parmelin – con a bordo anche il Segretario di stato Marco Rubio, quello al Commercio Howard Lutnick e il titolare del Tesoro Scott Bessent. All’Hôtel Royal, sede del vertice, Trump è stato ricevuto per un primo bilaterale dal “padrone di casa”, il presidente francese Emmanuel Macron. Nel viaggio sull’Atlantico, il tycoon ha portato sul suo social Truth un pensiero anti-immigrazione: “Purtroppo, se si accolgono persone provenienti dai Paesi del terzo mondo, si finisce presto per diventare un Paese del terzo mondo e non c’è proprio nulla che si possa fare al riguardo”, ha scritto.

In conferenza stampa, von der Leyen ha parlato anche delle sanzioni europee all’Iran, aprendo a una loro revoca in presenza di “un cambiamento reale sul terreno” da parte del regime di Teheran: “Le sanzioni sono in vigore per cambiare i comportamenti. Quindi, se il comportamento cambia in modo credibile e verificabile, allora le sanzioni possono essere revocate”, ha detto. “Ma vale anche il contrario: finché non c’è un cambiamento di comportamento, non si possono revocare le sanzioni a causa delle violazioni dei diritti umani e della presenza di armi di distruzione di massa“, sottolinea.

In attesa dell’arrivo al summit di Volodymyr Zelensky, previsto per domani, la capa dell’esecutivo Ue ha affermato che “l’Ucraina si trova oggi in una posizione molto più forte rispetto a un anno fa”, mentre la Russia “subisce gli effetti delle sanzioni occidentali e delle crescenti difficoltà della propria economia di guerra” e “non è mai stata così debole“. Concetti, questi ultimi, ripetuti quasi alla lettera dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, in una dichiarazione alla stampa resa all’aeroporto di Berlino prima di partire per la Francia: “Nonostante gli attacchi delle ultime ore l’Ucraina si trova ora in una nuova posizione di forza. La Russia non può vincere militarmente, inoltre la sua economia è indebolita”. Von der Leyen torna anche a chiedere agli Stati membri un maggiore impegno economico nel sostegno a Kiev: “Il nostro pacchetto di prestiti da novanta miliardi di euro copre due terzi del fabbisogno finanziario dell’Ucraina per quest’anno e per il prossimo. Le prime tranche saranno erogate già nel corso di questo mese. Per il terzo restante è necessario che anche gli altri partner aumentino il proprio contributo“.

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Aiuti umanitari, l’Europa gioca in difesa: tanta prudenza, nessun fondo extra

Tanta prudenza e poca audacia. Con una comunicazione congiunta a Consiglio e Parlamento, la Commissione europea e l’Alto rappresentante per gli Affari esteri hanno disegnato la nuova strategia di aiuti umanitari dell’Unione. Sarà fondata su tre “P”: “protect“, affinché l’intervento umanitario sia fornito in modo sicuro e senza impedimenti, “perform“, per efficientare la gestione delle risorse disponibili, e “partner“, per una migliore collaborazione con le istituzioni finanziarie internazionali, il settore privato o la filantropia. L’obiettivo dell’Ue è difendere i propri valori, ma conciliandoli con i propri interessi. Una sintesi, almeno in questo caso, difficile, e infatti dietro al linguaggio burocratico di Bruxelles si nasconde una certezza: l’Ue non ha intenzione di promettere altri fondi per far fronte ai tagli operati dagli Stati Uniti. Per Sandro De Luca, presidente della rete di ong Link 2007, si tratta di una strategia «più difensiva che ambiziosa».

Come riporta la Commissione, i bisogni umanitari oggi sono ai massimi storici, con 239 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza. Tuttavia, il sistema degli aiuti umanitari globali riesce a raggiungere meno della metà di queste persone. Soprattutto, il quadro potrebbe aggravarsi facilmente, da un lato per la mancata risoluzione di crisi come quelle in corso a Gaza, in Ucraina o in Sudan, e dall’altro per i tagli ai finanziamenti dell’ultimo periodo, che potrebbero continuare. In questo scenario, l’Ue e i suoi Stati membri assorbono la quota maggiore di finanziamenti umanitari globali (il 34% nel 2025). Nell’ultimo anno, la sola Commissione ha stanziato quasi 2 miliardi di euro, ma la possibilità che l’impegno finanziario europeo aumenti è tutt’altro che scontata, anzi. «Probabilmente non era questa la sede per fare riferimenti espliciti a un aumento dei finanziamenti», commenta De Luca, «ma da questo documento si evince che l’Ue non è disposta e non ha l’ambizione a farsi garante del sistema degli aiuti a fronte del disimpegno Usa».

Il punto di caduta dichiarato dall’Ue è, infatti, «ridurre la dipendenza dagli aiuti umanitari». Per farlo, intensificherà le attività diplomatiche e riformerà la catena degli approvvigionamenti, puntando soprattuto sugli aiuti in denaro (meno impegnativo a livello politico degli aiuti in beni), sui finanziamenti pluriennali e sul coordinamento con altre fonti di finanziamento. Una logica conservativa, improntata all’efficienza, non espansiva. A confermarlo è la stessa presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. «Con questo pacchetto, garantiamo che gli aiuti salvavita siano consegnati in modo più efficiente, anche negli ambienti più difficili. Allo stesso tempo, stiamo sviluppando la resilienza per ridurre la dipendenza dagli aiuti», ha detto von der Leyen. L’Alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Ue, Kaja Kallas, ha fatto copia e incolla: «Con il nostro nuovo approccio alla diplomazia umanitaria, faremo un uso migliore di ogni strumento a nostra disposizione per salvaguardare l’erogazione degli aiuti, garantire l’accesso umanitario, proteggere i civili e garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario».

Sono due, secondo De Luca, i fattori che determinano la prudenza di questo approccio. Il primo è interno e riguarda la difficile conciliazione tra i valori dell’Unione, i suoi interessi e quelli dei suoi Stati. Nel documento c’è un riferimento esplicito all’aumentare gli sforzi della diplomazia umanitaria tramite una valorizzazione di Team Europa (l’iniziativa che riunisce l’Ue, gli Stati membri incluse le rispettive agenzie esecutive e banche pubbliche di sviluppo, la Banca europea per gli investimenti e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo). «Questo significa addentrarsi nel campo della politica estera dell’Ue, che non è chiara», nota il presidente di Link 2007. «In più, i Paesi membri non sempre hanno gli stessi interessi, basti pensare alla recente crisi nel Sahara Occidentale». Una frammentazione che rischierebbe di portare alla paralisi, motivo per cui allocare troppe risorse potrebbe rivelarsi inutile: preferibile, dunque, usare meglio quello che già c’è.

Il secondo fattore, invece, è esterno e riguarda l’intero sistema degli aiuti umanitari. Il problema principale, sottolinea De Luca, non è tanto la contrazione dei finanziamenti, quanto «l’imprevedibilità» che ne consegue. Se non si sa quante risorse saranno disponibili, avviare una programmazione capillare sarà difficile. Di fronte a questa instabilità, la scelta dell’Ue è quella di riconoscere l’importanza del sistema e di provare a tenerlo in piedi: «Questo è apprezzabile», conclude il presidente di Link 2007, «ma farlo senza prevedere nuove risorse significa che l’Ue non punta a diventare il pilastro del sistema». A Bruxelles, cautela e burocrazia rimangono di casa.

In apertura: Ursula von Der Leyen, presidente della Commissione europea, /AP Photo/Mindaugas Kulbis/Associated Press/LaPresse)

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