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Trump punta a revocare la cittadinanza a Ilhan Omar

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta portando avanti una causa per revocare la cittadinanza alla deputata democratica Ilhan Omar ed espellerla dal Paese, secondo quanto riferito al Wall Street Journal da funzionari statunitensi. L'inchiesta, intensificatasi con un blitz all'alba nella sua abitazione a poche settimane dalle elezioni di metà mandato, si basa sull'ipotesi che l'età di Omar sia stata falsificata nella domanda che le ha conferito la cittadinanza americana nel 2000. Secondo l'accusa, la sua età sarebbe stata indicata come 17 anni anziché 18, un requisito che le avrebbe consentito di ottenere la naturalizzazione attraverso il padre defunto, Nur Omar Mohamed.

La parlamentare ha respinto con fermezza ogni addebito di frode sull'immigrazione, sottolineando tramite il suo ufficio come il presidente stia cercando di eliminare una delle voci progressiste più incisive del Congresso e ribadendo che le affermazioni a suo carico sono totalmente prive di fondamento. Ciononostante, gli inquirenti federali stanno approfondendo la questione: nell'ambito dell'operazione, gli agenti del Dipartimento per la Sicurezza Interna hanno sequestrato il passaporto, il telefono, i computer e i quaderni di Omar a seguito di un mandato di perquisizione approvato dal tribunale. In parallelo, la procura federale guidata da Jeanine Pirro sta conducendo un'ulteriore indagine sulle sue dichiarazioni finanziarie, ignorando il pronunciamento della commissione etica bipartitica del Congresso che all'inizio dell'anno l'aveva completamente scagionata.

L'offensiva giudiziaria si sta allargando anche alla sfera personale della deputata. In Minnesota, un gran giurì ha già emesso oltre una dozzina di mandati di comparizione nei confronti di familiari e conoscenti per riesaminare la documentazione di immigrazione della famiglia. La pressione politica su Omar beneficia anche dell'eco di uno scandalo di frode assistenziale scoppiato nello stesso Stato, che vede coinvolti diversi imputati di origine somala e che la parte repubblicana sta sfruttando per alimentare la campagna contro di lei. Le contestazioni sull'età non rappresentano una novità assoluta: gli investigatori federali avevano già esaminato la pratica durante l'amministrazione guidata da Joe Biden, decidendo tuttavia di archiviarla per l'assenza di elementi di prova a supporto della tesi della frode.

La recrudescenza del caso assume un peso determinante nell'imminenza dell'appuntamento elettorale del 3 novembre. Da anni il Presidente utilizza la figura di Omar come bersaglio politico per mobilitare le frange più radicali dell'elettorato conservatore. La vicenda si intreccia inoltre con il calo dei consensi per l'azione di governo e, in particolare, per la gestione del conflitto con l'Iran. Secondo recenti rilevamenti dell'istituto CNN/SSRS, l'approvazione repubblicana sulle decisioni belliche è scesa dal 73% di marzo al 60%, mentre la maggioranza dei cittadini giudica ormai troppo alti i costi del conflitto. In questo scenario, fonti amministrative citate dal Wall Street Journal riferiscono che la ripresa di eventuali operazioni militari contro Teheran è stata posticipata a dopo le elezioni, mentre la Casa Bianca tenta di contenere il prezzo dei carburanti e arginare le difficoltà elettorali del partito.

 

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Siti petroliferi e Stretto di Hormuz: la mossa della Francia nel Golfo

 

Il Ministero degli Esteri francese ha annunciato l'avvio operativo dell'accordo per la protezione degli impianti petroliferi dell'Arabia Saudita. Il portavoce del ministero, Pascal Confavreux, ha confermato l'attuazione di misure concrete nell'ambito dell'intesa, pur senza fornire dettagli specifici sulle risorse militari e logistiche dispiegate nel Paese arabo. La decisione dà seguito a quanto annunciato dal presidente Emmanuel Macron, che aveva espresso l'intenzione di inviare truppe e sistemi di difesa a tutela di Yanbu, strategica città portuale sul Mar Rosso e nodo fondamentale per il trasporto dell'energia.

In questo contesto di crescente instabilità, il Palazzo dell'Eliseo ha confermato che Macron svolgerà una visita ufficiale in Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Qatar dal 19 al 21 ottobre. Al centro dei colloqui con le autorità locali vi saranno la sicurezza nello Stretto di Hormuz e le ripercussioni dell'aumento dei prezzi dell'energia sui mercati internazionali. Il presidente francese ha sottolineato come i recenti conflitti in Medio Oriente stiano aggravando la crisi energetica globale, auspicando una soluzione diplomatica che garantisca la riapertura dello stretto, senza tuttavia citare le azioni statunitensi contro l'Iran tra le cause primarie delle tensioni regionali.

Macron ha inoltre anticipato che nelle prossime settimane si terrà un vertice con i membri del G7 per esaminare la situazione energetica. L'obiettivo dichiarato è rafforzare la cooperazione tra i Paesi partner ed evitare inutili tensioni, valutando opzioni straordinarie come la revoca delle restrizioni commerciali o il possibile rilascio delle riserve strategiche di greggio.

La mossa di Parigi si inserisce in un quadro di forte escalation geopolitica. Da un lato, gli Stati Uniti hanno rafforzato la tutela delle infrastrutture energetiche in Arabia Saudita e Qatar con l'invio di sistemi missilistici Patriot. Dall'altro, il movimento Ansar Allah ha lanciato un duro avvertimento a Riyadh, minacciando di non lasciare intatto alcun impianto petrolifero se le ostilità continueranno. Negli ultimi mesi, le forze armate yemenite hanno già colpito a più riprese i siti della compagnia Aramco a Jizan, Najran e Abha, oltre a diverse installazioni militari, in risposta ai raid aerei e al blocco imposto dall'Arabia Saudita. Le milizie yemenite hanno ribadito che le operazioni proseguiranno fino al termine degli attacchi, secondo il principio del "blocco contro blocco ed escalation contro escalation".

 

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Reuters: come l'Iran sfida la superiorità militare degli USa nel Golfo

 

Un articolo firmato dall'agenzia di stampa britannica Reuters rivela come l'Iran e i suoi alleati stiano resistendo alla superiorità militare degli Stati Uniti, prendendo l'iniziativa attraverso una serie di attacchi di precisione nel Golfo Persico. Secondo l'inchiesta, missili e droni iraniani hanno colpito infrastrutture strategiche nei Paesi dell'area in almeno 135 occasioni. In diversi casi, le incursioni hanno causato danni di notevole entità che i governi della regione avrebbero preferito non rendere pubblici.

L'indagine documenta nel dettaglio come le azioni di Teheran e delle forze alleate abbiano preso di mira impianti petroliferi, strutture per il gas naturale liquefatto, aeroporti e reti di trasporto degli idrocarburi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein. Complessivamente, sono stati colpiti almeno 84 siti strategici dall'inizio dell'offensiva militare israelo-statunitense contro l'Iran, avviata il 28 febbraio.

Tra i bersagli principali figura il porto emiratino di Fujairah, uno dei più importanti snodi per l'esportazione di greggio situato all'esterno dello Stretto di Hormuz, dove le operazioni logistiche sono rimaste bloccate per settimane. In Qatar, alcuni proiettili hanno danneggiato due unità di refrigerazione presso l'impianto di gas liquefatto di Ras Laffan. Si registrano inoltre attacchi a diverse strutture aeroportuali in almeno quattro Paesi e il danneggiamento di tre stazioni di pompaggio lungo un oleodotto chiave in Arabia Saudita, infrastruttura fondamentale per bypassare il transito via mare attraverso Hormuz.

La compromissione di questi asset strategici ha ostacolato i piani operativi di Washington. L'inchiesta evidenzia come l'efficacia di queste azioni metta in discussione la narrazione di un Iran indebolito, dimostrando la capacità di Teheran di riequilibrare i rapporti di forza attraverso una guerra asimmetrica basata sul sistematico sfruttamento delle vulnerabilità economiche e logistiche dei propri avversari.

L'impatto degli attacchi ha generato forte preoccupazione tra le nazioni del Golfo e contribuito alla spinta rialzista sui prezzi del petrolio, complicando i tentativi statunitensi di mantenere una pressione costante sull'Iran. La combinazione di raid mirati e di restrizioni alla navigazione nello Stretto di Hormuz ha così rafforzato la leva negoziale e politica dell'Iran sia sui Paesi confinanti sia sull'economia globale. Ryan Stevens, ex coordinatore delle operazioni speciali del Corpo dei Marines degli Stati Uniti che ha visionato i dati del rapporto, ha evidenziato come le incursioni iraniane abbiano dimostrato una notevole precisione, pazienza e competenza nella selezione dei bersagli.

La crisi attuale si inserisce nel contesto del conflitto esploso il 28 febbraio, con l'avvio delle operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele. In risposta, le Guardie della Rivoluzione e le forze iraniane hanno lanciato attacchi di rappresaglia contro basi statunitensi in Medio Oriente e obiettivi militari israeliani. Da parte sua, Teheran ha ribadito il monito ai Paesi della regione a non offrire supporto logistico o militare alle operazioni americane e israeliane, sostenendo che la stabilità del Golfo può essere garantita esclusivamente dalla cooperazione tra gli Stati dell'area e non dall'intervento di potenze esterne.

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Francia, il volto repressivo del neoliberismo: quasi 8.000 arresti

La crisi della scuola pubblica francese si trasforma in uno scontro sempre più duro tra studenti e governo. Al 15 ottobre, secondo i dati del Ministero della Giustizia, sono 7.950 le persone arrestate nell’ambito delle proteste che attraversano il Paese. Un dato impressionante: 6.773 dei fermati sono minorenni, mentre gli adulti sono 1.177. Le autorità giudiziarie hanno avviato procedimenti penali contro 2.735 persone e disposto la custodia cautelare in carcere per 26, circa il 65% delle quali maggiorenni.

Numeri che restituiscono la portata della risposta repressiva a una mobilitazione nata per denunciare problemi concreti e ormai strutturali. Le proteste sono iniziate a metà settembre, con gli studenti delle scuole superiori in prima linea contro orari sovraccarichi, carenza di insegnanti e deterioramento delle infrastrutture scolastiche. Successivamente, alla mobilitazione si sono uniti universitari, docenti e personale educativo, ampliando la contestazione contro le politiche del governo di Emmanuel Macron. Nelle piazze, le forze di sicurezza, comprese le Compagnie repubblicane di sicurezza, hanno fatto ricorso a gas lacrimogeni e idranti per disperdere i manifestanti.

Ma la repressione non ha fermato la protesta contro il regime neoliberista, che continua a denunciare l’incapacità delle istituzioni di affrontare le cause profonde della crisi. Gli studenti chiedono interventi strutturali, un piano straordinario per salvare la scuola pubblica e l’abolizione di Parcoursup, la piattaforma utilizzata per l’ammissione all’istruzione superiore. Sotto la pressione delle piazze e dei sindacati, l’esecutivo ha annunciato l’assunzione di 3.000 insegnanti per far fronte alle assenze del personale che restano senza sostituzione. Una risposta che, per ora, non sembra sufficiente a placare la mobilitazione.

La questione va ben oltre le aule sovraffollate e la mancanza di docenti: la rivolta studentesca mette a nudo le contraddizioni di un sistema pubblico impoverito e la crescente distanza tra le esigenze sociali e le priorità del governo neoliberista di Macron. E il ricorso massiccio agli arresti, con migliaia di giovanissimi coinvolti, rischia di alimentare ulteriormente il conflitto invece di risolverlo.


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Zelensky chiede a Trump di fare guerra alla Russia

 

Il leader del regime di Kiev, Volodymyr Zelensky, ha dichiarato in un'intervista alla radio pubblica statunitense National Public Radio che, per porre fine al conflitto in Ucraina, necessita di garanzie di sicurezza da parte dei suoi partner occidentali, incluso l'impegno, da parte degli Stati Uniti, ad attaccare la Russia.

Zelensky ha indicato di voler mantenere l'attuale consistenza delle Forze armate ucraine, definendo l'adesione del Paese alla NATO come "la strada migliore" per raggiungere tale obiettivo. Ha inoltre affermato che impegni diretti da parte di Washington rappresentano una "buona via".

"Garanzie di sicurezza dirette da parte degli Stati Uniti [sono una] buona via. È una buona via, ma servono maggiori dettagli. Che cosa significa? Se Putin ci attacca, Trump attaccherà Putin. Questa è la risposta. Se tutto ciò che ho nero su bianco è questo: se Putin attacca l'Ucraina, Trump attaccherà Putin”.


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Putin parla dopo gli attacchi ucraini alle raffinerie

 

"La Russia risponderà agli attacchi ucraini contro le sue raffinerie di petrolio e altre infrastrutture energetiche e logistiche". Lo ha affermato giovedì Vladimir Putin, denunciando le azioni del regime di Kiev che vanificano ogni tentativo di cosiddetta tregua energetica mediata recentemente dagli Stati Uniti. 

Prima di dare il via alle aggressioni contro obiettivi energetici e commerciali, a Kiev «avrebbero dovuto pensare alle conseguenze», ha ammonito il leader russo intervenendo giovedì con una dichiarazione ripresa dai media russi dopo i nuovi attacchi ucraini. «Non avrebbero dovuto iniziare», ha proseguito.

«Abbiamo dovuto far fronte alle azioni del nemico contro le nostre piattaforme [di e-commerce], sia Wildberries che Ozon. A proposito, continuano a compiere mosse che, francamente, avremmo dovuto prevedere, ma pensavamo che non gli sarebbero venute in mente. Gli sono venute in mente, e stiamo iniziando a rispondere”, ha sottolineato Putin. “Poi si rivolgono immediatamente ai loro sostenitori per chiedere loro di fermarci. È successo così con gli impianti energetici. Hanno tentato di attaccare nostre raffinerie. Ora hanno colpito alcuni siti. Niente di particolarmente grave, ma, nonostante ciò, vanno avanti», ha proseguito.

Lo stesso vale per le piattaforme di e-commerce, ha spiegato il leader. «Hanno fatto il primo passo. Abbiamo iniziato a rispondere. Ora stanno dando fastidio anche al settore energetico e ad altre infrastrutture, come i centri dati, ecc. Hanno iniziato loro. Non avrebbero dovuto farlo. Prima di compiere quel passo, avrebbero dovuto riflettere adeguatamente sulle conseguenze», ha concluso il presidente russo. 

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Brasile, addio al regime 6x1: una vittoria storica per la classe lavoratrice

A cinque mesi da un voto storico alla Camera dei Deputati, il Senato brasiliano ha approvato - in due tornate di voto questo mercoledì - l'abolizione del regime lavorativo "6×1" (sei giorni di lavoro seguiti da un giorno di riposo). Tale modifica, una richiesta di lunga data da parte di sindacati e movimenti di base, è stata sostenuta dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva.

L'eliminazione del sistema "6×1" - che introduce un giorno di riposo settimanale aggiuntivo e riduce l'orario di lavoro settimanale da 44 a 40 ore, senza alcuna decurtazione salariale - ha rappresentato una promessa elettorale fondamentale e una priorità assoluta per Lula nel corso del suo attuale mandato. L'approvazione giunge a soli 11 giorni dal ballottaggio del 25 ottobre, nel quale il leader progressista punta alla rielezione contro il candidato dell'estrema destra neoliberista Flavio Bolsonaro.

VITÓRIA DA CLASSE TRABALHADORA! ???????????????????????? https://t.co/CKsclKo1lr

— PT Brasil (@ptbrasil) October 15, 2026

«Abbiamo lottato, discusso e fatto pressione affinché il Congresso votasse quest'anno per porre fine al regime "6x1". Ma è stata la voce del popolo a guidarmi, consentendoci - tutti insieme - di ottenere più tempo per il riposo, per stare con i nostri figli e con le persone che amiamo», ha dichiarato il presidente nel suo primo commento su X.

Una volta entrato in vigore, il provvedimento stabilirà una settimana lavorativa di 40 ore - articolata in cinque giorni di lavoro e due di riposo - senza alcuna riduzione della retribuzione. L'attuazione avverrà in modo graduale per consentire alle imprese di adattarsi: il limite scenderà a 42 ore nel giro di due mesi, per poi arrivare a 40 ore entro un anno.

Dopo il voto, lo schieramento progressista ha intonato il coro «Ole, ole, ola, Lula, Lula», riconoscendo il ruolo guida del presidente nel sostenere questa misura. Secondo i sindacati, circa 22 milioni di lavoratori beneficeranno di una riduzione del proprio orario di lavoro.

Bolsonaro, esponente dell’estrema destra neoliberista - che si era opposto al cambiamento nell’ambito di un programma incentrato su misure impopolari, tagli alla spesa sociale, smantellamento dello Stato e privatizzazioni - è stato costretto a modificare la propria posizione a causa delle pressioni elettorali. Pur non essendo presente in aula, il candidato alla presidenza per il Partito Liberale (PL) ha espresso il proprio voto da remoto, mentre si trovava a Porto Alegre per alcuni eventi della campagna elettorale.

I senatori progressisti hanno sottolineato l’opportunismo di Bolsonaro e la "volubilità delle convinzioni" dimostrata dal candidato del PL, avvertendo che, in caso di elezione, egli potrebbe tornare ai suoi piani originari.

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"Tradimento del diritto internazionale": Hamas condanna la nuova ambasciata colombiana a Gerusalemme

 

Attraverso un comunicato ufficiale, Hamas ha espresso la sua ferma condanna per la decisione del nuovo governo colombiano di aprire un'ambasciata a Gerusalemme. Nella nota, l'organizzazione definisce la scelta una palese violazione delle risoluzioni ONU e un'inversione di rotta rispetto alla politica estera del precedente presidente Gustavo Petro, il quale aveva interrotto i rapporti diplomatici con Israele. Hamas invita la Colombia a ritrattare immediatamente la decisione, riaffermando lo status di Gerusalemme come territorio occupato.

“Condanniamo con la massima fermezza la decisione del governo colombiano di aprire un'ambasciata nella Gerusalemme occupata, considerandola una flagrante violazione dei diritti del nostro popolo palestinese e una palese violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU, le quali respingono qualsiasi alterazione dello status giuridico di Gerusalemme, e riaffermiamo che Gerusalemme è un territorio palestinese occupato”, si legge nella nota.

Secondo il movimento di resistenza palestinese, “il fatto che il nuovo governo colombiano faccia marcia indietro rispetto alle onorevoli posizioni assunte dall'ex presidente colombiano Gustavo Petro — che aveva interrotto i legami con l'entità sionista per il crimine di genocidio commesso a Gaza — rappresenta un chiaro posizionamento di parte e una scommessa perdente nei confronti di un'entità criminale sempre più isolata a livello mondiale.”

Infine, ha chiesto “al governo colombiano di ritrattare immediatamente questa decisione ingiusta e di non procedere con questa mossa, la quale costituisce una violazione dei diritti del nostro popolo palestinese e un diniego della giustizia della sua causa, nonché del suo diritto all'autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme come capitale.”

 

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Trump lancia un duro avvertimento all'Europa: "Viene divorata viva"

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato ad rivolgere un duro avvertimento all'Europa nell'ambito della sua strategia sulle tariffe commerciali, affermando che il continente rischia di trovarsi in forte difficoltà.

"Quando impongo una tariffa del cento per cento, guardate cosa succede in Europa. Non applicano tariffe e vengono divorati vivi", ha dichiarato il presidente statunitense nel corso di un intervento pubblico tenutosi mercoledì.

L'appello a un cambio di rotta economico

L'inquilino della Casa Bianca ha proseguito sostenendo che i Paesi europei farebbero meglio ad agire con rapidità, ipotizzando che in caso contrario l'assetto del continente potrebbe subire trasformazioni profonde. Ha inoltre osservato che già oggi l'Europa appare molto diversa rispetto a tempi recenti.

Contestualmente, il presidente ha rivendicato i risultati conseguiti dall'economia americana, definendo gli Stati Uniti più forti che mai e sottolineando la crescita delle entrate finanziarie per il Paese.

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CNN: Gli USA potrebbero usare la "madre di tutte le bombe" contro l'Iran

 

Le forze armate statunitensi hanno elaborato nuovi piani d'attacco contro l'Iran che includono l'impiego della GBU-43/B MOAB, nota come la "madre di tutte le bombe". L'indiscrezione emerge in un contesto segnato dal blocco dei negoziati e da crescenti pressioni per porre fine al conflitto.

Secondo fonti statunitensi citate dalla CNN, l'ordigno non nucleare più potente dell'arsenale americano verrebbe impiegato per colpire le infrastrutture energetiche e i siti nucleari iraniani, qualora il presidente Donald Trump desse l'ordine di riprendere le ostilità.

Una fonte ha ipotizzato che gli attacchi potrebbero avvenire "prima del ritiro degli Stati Uniti dall'area di responsabilità del CENTCOM". Ciò suggerisce l'intenzione dell'amministrazione di condurre una serie di bombardamenti decisivi, dichiarare vittoria e procedere a un rapido disimpegno delle truppe sul campo.

Un'arma psicologica per sbloccare i negoziati

Permangono tuttavia forti dubbi sull'effettiva efficacia della MOAB contro i complessi nucleari e i bunker sotterranei fortificati dell'Iran. Come sottolineato da una fonte esperta, la bomba "non è progettata come una testata a penetrazione profonda". Il suo eventuale impiego avrebbe quindi un valore prevalentemente psicologico, mirato a destabilizzare l'avversario e a sbloccare lo status quo negoziale.

La MOAB è una bomba ad alto esplosivo lanciata da velivoli cargo che detona prima dell'impatto con il suolo, generando una devastante onda d'urto in tutte le direzioni. Già nel 2003, durante le fasi finali dei test nell'ambito della guerra in Iraq, i vertici militari la definirono uno strumento pensato primariamente per le "operazioni psicologiche".

Retorica aggressiva e calcoli elettorali

Di fronte allo stallo diplomatico, Trump ha più volte evocato l'impiego della forza militare contro Teheran. In un'intervista rilasciata alla rivista Time e pubblicata il 1° ottobre, il presidente ha sostenuto la necessità di "annientare l'Iran", definendolo l'unico modo per restituire stabilità allo scenario globale.

Negli ultimi giorni, Trump è tornato ad avvertire la Repubblica Islamica minacciando di impartirle "una bella lezione". Ciononostante, la settimana scorsa ha dichiarato che Washington non ha intenzione di sferrare un attacco imminente, almeno non prima delle elezioni di medio termine del 3 novembre.

Tale affermazione appare in netto contrasto con le notizie trapelate poco prima, secondo cui la Casa Bianca avrebbe chiesto al Pentagono di preparare diverse opzioni militari contro obiettivi iraniani da attuare proprio prima del voto, con l'obiettivo di mostrare progressi strategici e calmierare il prezzo del carburante.

La replica di Teheran

Nel frattempo, l'Iran ha rivendicato un forte potenziamento bellico. Il 6 ottobre, il generale di brigata Reza Talei-Nik, portavoce del Ministero della Difesa iraniano, ha dichiarato che negli ultimi sette mesi la capacità produttiva di armi ed equipaggiamenti militari è aumentata di 2,5 volte rispetto al periodo precedente all'esplosione del conflitto scatenato da USA e Israele a fine febbraio.

Il portavoce ha infine ammonito che qualsiasi ulteriore aggressione o minaccia incontrerà una "risposta decisa", destinata a tradursi in "sconfitte ancora più clamorose" per gli avversari.

 

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Lo Yemen rivendica abbattimento jet saudita Typhoon

 

Le forze armate yemenite hanno annunciato di aver abbattuto un aereo da combattimento Eurofighter Typhoon dell'aeronautica saudita nello spazio aereo della provincia di Sa'da, impiegando un missile terra-aria.

Secondo quanto dichiarato mercoledì sera dal portavoce militare, il generale di brigata Yahya Saree, il velivolo saudita — decollato dalla base aerea di Ta'if — è stato colpito in pieno ed è precipitato nella zona.

Attacchi balistici su Riad e sulle truppe saudite

In una seconda nota, il generale Saree ha riferito che le forze yemenite hanno sferrato un attacco contro l'aeroporto internazionale Re Khalid di Riad utilizzando un missile balistico, sostenendo che l'impatto sia stato "preciso e diretto".

Inoltre, il comunicato menziona un'ulteriore operazione condotta con tre missili balistici contro varie concentrazioni di truppe saudite nelle aree di Ras al-Ara e Al-Mudarabah. "Grazie a Dio, gli impatti sono stati accurati e hanno causato un elevato numero di morti e feriti, oltre alla distruzione di diversi veicoli militari", ha aggiunto il portavoce.

Raid su vasta scala contro i siti strategici di Aramco

Mercoledì mattina, l'esercito yemenite ha rivendicato un'operazione militare ad alto impatto contro le infrastrutture della compagnia petrolifera statale Saudi Aramco a Dhahran (nella Provincia Orientale), una raffineria Aramco e nuovamente l'aeroporto Re Khalid nella capitale Riad.

L'attacco di ritorsione avrebbe provocato vasti incendi presso le strutture di Saudi Aramco. Le forze yemenite hanno rivendicato la responsabilità degli attacchi, preannunciando ulteriori azioni militari all'interno del territorio saudita.

Le origini della ritorsione: bombardamenti e blocco navale

La nuova fiammata del conflitto fa seguito ai bombardamenti condotti dall'Arabia Saudita a luglio contro l'aeroporto di Sana'a, che avevano innescato la reazione yemenita contro basi, porti, scali aeroportuali e petroliere nel Mar Rosso.

Il 20 luglio, le autorità yemenite avevano annunciato un'intensificazione delle operazioni militari in risposta al sostegno fornito da Riad al governo con sede ad Aden, imponendo a loro volta un blocco navale all'Arabia Saudita in risposta all'embargo subito dallo Yemen sin dal marzo 2015.

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Qalibaf: Teheran pronta a combattere per imporre le proprie condizioni

 

Il presidente del Parlamento iraniano ha dichiarato che Teheran è pronta a combattere con tutte le sue forze per costringere il nemico ad accettare le richieste del Paese.

Combattiamo e negoziamo, combattiamo con tutte le nostre forze e aumentiamo la nostra prontezza quando necessario, ha dichiarato il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf in un intervento televisivo trasmesso mercoledì, riferendosi al conflitto in corso con gli Stati Uniti.

Il funzionario iraniano ha spiegato che l'Iran combatterà finché non costringerà il nemico ad accettare le richieste della nazione, oppure a prendere atto della sconfitta. Ha tuttavia chiarito che questa linea non implica la volontà di condurre una guerra a tempo indeterminato o di trascinare le trattative senza una fine.

Deterrenza militare, economica e strategica

Il nostro obiettivo è generare una deterrenza reale attraverso il nostro rafforzamento e imprimere questa consapevolezza nella mente del nemico, affinché nessuno osi attaccarci. Chiunque coltivi questo proposito dovrebbe guardare alle esperienze passate e comprendere che non può combattere l'Iran, ha aggiunto Qalibaf inviando un avvertimento diretto agli avversari.

In questo scenario, il rappresentante iraniano ha sottolineato che la deterrenza non può limitarsi al solo ambito militare, pur confermato dalla capacità del Paese di far rispettare il cessate il fuoco e dalle prestazioni dei sistemi di difesa aerea. Deve invece estendersi al fronte della Resistenza, al controllo dello Stretto di Hormuz, alla coesione nazionale e alla tenuta dell'economia.

Accuse di violazione degli accordi a Washington

Qalibaf ha accusato gli Stati Uniti di non aver rispettato gli impegni assunti e di aver infranto la parola data, sostenendo che Washington deve essere punita e deve modificare il proprio atteggiamento. Deve comprendere che è indispensabile raggiungere un'intesa con il popolo iraniano e accettarne le legittime rivendicazioni, ha proseguito.

Rispondendo alle preoccupazioni dell'opinione pubblica iraniana circa la possibilità che la diplomazia possa sventare nuove aggressioni, Qalibaf ha precisato che nessun accordo, da solo, può bastare a scongiurare futuri attacchi. Per questo motivo la linea strategica di Teheran punta a coniugare la prontezza militare con l'azione diplomatica per costruire una deterrenza duratura.

L'evoluzione del conflitto nell'area

Il 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno avviato operazioni militari contro l'Iran, a cui Teheran ha risposto colpendo obiettivi israeliani nei territori occupati e installazioni statunitensi nella regione.

A giugno, Teheran e Washington avevano siglato un memorandum d'intesa finalizzato ad allentare la pressione, ma gli Stati Uniti hanno successivamente violato l'intesa conducendo bombardamenti aerei, imponendo un blocco navale e cercando di ridurre la sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz attraverso la creazione di un corridoio marittimo a ridosso della costa dell'Oman.

A seguito di tali azioni, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e l'esercito regolare iraniano hanno ripreso i lanci di missili e i raid con droni contro le postazioni americane nell'area.

 

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Cina, il commercio estero vola: +18,8% in nove mesi

Il commercio estero cinese continua a crescere a ritmi sostenuti, confermando la solidità del sistema industriale del gigante asiatico. Tra gennaio e settembre, il valore complessivo di importazioni ed esportazioni ha raggiunto 39.940 miliardi di yuan, pari a circa 5.940 miliardi di dollari, con un aumento del 18,8% su base annua. Si tratta del livello più alto degli ultimi cinque anni per lo stesso periodo. Secondo i dati dell'Amministrazione generale delle dogane, le esportazioni sono salite del 16,4%, a 23.200 miliardi di yuan, mentre le importazioni hanno registrato una crescita ancora maggiore, pari al 22,3%, raggiungendo 16.740 miliardi. A settembre, l'interscambio ha superato per la prima volta i 5.000 miliardi di yuan in un singolo mese, segnando un incremento annuo del 27,5%.

A trainare la crescita è soprattutto il comparto tecnologico. Le esportazioni di circuiti integrati sono aumentate del 99,1%, quelle di componenti e accessori per computer sono triplicate, mentre le spedizioni di dispositivi di archiviazione sono più che raddoppiate. Crescono anche i server e i prodotti legati all'intelligenza artificiale, dalla robotica ai dispositivi intelligenti. Risultati che, secondo gli analisti cinesi, dimostrano come gli investimenti nell'innovazione e il costante aggiornamento della capacità produttiva stiano rafforzando la competitività internazionale del Paese. La domanda globale legata all'intelligenza artificiale offre un ulteriore impulso, sostenendo le esportazioni di semiconduttori e prodotti ad alto contenuto tecnologico. Ma mentre i numeri confermano la vitalità del commercio cinese, una parte dei media occidentali continua a concentrarsi sul cosiddetto surplus commerciale di Pechino, presentandolo come una minaccia per le economie concorrenti.

Gli esperti cinesi contestano questa lettura, sottolineando che gli squilibri globali non possono essere attribuiti esclusivamente alla Cina. Tra le cause principali indicano il crescente protezionismo, l'estensione eccessiva del concetto di sicurezza nazionale alle relazioni economiche e l'imprevedibilità delle politiche commerciali. Pechino rivendica inoltre gli sforzi compiuti per ampliare le importazioni e favorire un commercio più equilibrato. La crescita degli acquisti dall'estero, superiore al 20% per sette mesi consecutivi da marzo, rappresenta un segnale in questa direzione. In un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche e interruzioni delle catene di approvvigionamento, la Cina punta così a consolidare il proprio ruolo di partner industriale e commerciale affidabile. L'apertura del mercato interno, anche attraverso la China International Import Expo di Shanghai, mira ad attrarre nuove imprese e prodotti stranieri.

La questione di fondo resta dunque aperta: anziché trasformare il successo industriale cinese in un bersaglio, le economie mondiali dovrebbero affrontare le cause strutturali degli squilibri e puntare sulla cooperazione. Perché la crescita del commercio globale non si ottiene alimentando nuove barriere, ma costruendo condizioni più stabili per gli scambi.

 

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Dal Mossad ai cartelli messicani: il lato oscuro della guerra in Ucraina

Il conflitto in Ucraina è diventato un terreno di addestramento per combattenti stranieri e organizzazioni criminali latinoamericane. Secondo Vasili Prozorov, ex ufficiale dei servizi di sicurezza ucraini, dal 2024 cartelli della droga colombiani, messicani, peruviani ed ecuadoriani inviano propri uomini al fronte per acquisire esperienza nella guerra moderna, soprattutto nell'impiego dei droni.

Prozorov denuncia inoltre il coinvolgimento di agenti del Mossad e dello Shin Bet nell'addestramento di unità ucraine, compreso l'insegnamento di tecniche di interrogatorio illegali e tortura. Mosca denuncia da tempo che personale occidentale, ufficialmente presentato come consulenti e istruttori, partecipi direttamente ai combattimenti.

Intanto l'esperienza acquisita al fronte viene sfruttata dai cartelli latinoamericani per rafforzare le proprie capacità operative.

Dietro le immagini eroiche di propaganda diffuse dalle campagne di reclutamento, emerge così una realtà molto più brutale, segnata da caos, disorganizzazione e corruzione.

 

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Colombia: il governo firma un decreto che criminalizza la protesta sociale

A dodici ore dalla prima mobilitazione nazionale indetta sotto il governo neoliberista di Abelardo de la Espriella, il presidente e il ministro dell'Interno Rodrigo Lara hanno firmato il decreto 1525, datato martedì 13 ottobre, che disciplina la protesta sociale in Colombia. Il testo si intitola "Statuto di reazione, uso e verifica della forza legittima dello Stato e protezione del diritto alla protesta pacifica dei cittadini".

Dietro la facciata rassicurante della "mediazione come regola di preferenza", il decreto prepara in realtà il terreno per la repressione. Il governo sostiene che la mediazione non blocca né rinvia l'intervento della polizia di fronte ad atti di vandalismo, porto di armi, ordigni incendiari, sequestri, aggressioni a squadre mediche e mezzi di informazione, o danni ai servizi pubblici e all'approvvigionamento di farmaci. Sono categorie volutamente vaghe, che lasciano ampio margine discrezionale a chi dovrà applicarle: è il classico meccanismo con cui si trasforma il diritto costituzionale alla protesta in una concessione revocabile.

Il decreto precisa che il blocco delle strade, di per sé, non fa venire meno il carattere pacifico della manifestazione. Ma è una concessione minima, subito bilanciata dall'introduzione della definizione di "ostruzione stradale" - l'occupazione totale o parziale di una carreggiata o di un accesso a un'infrastruttura - che diventa così un presupposto codificato per l'azione repressiva. Nei Posti di Comando Unificato (PMU) siederanno anche rappresentanti delle associazioni di categoria e dell'Istituto Colombiano per il Benessere della Famiglia: una cornice "istituzionale" che serve a legittimare un dispositivo di controllo, non a tutelare chi protesta.

¡Cumplí mi palabra y aquí está el decreto! En Colombia se respeta la protesta pacífica, pero ¡no se toleran la violencia, el vandalismo ni los bloqueos que atropellan los derechos de millones de ciudadanos! Hoy expedí el Decreto 1525 de 2026 para fortalecer las garantías de quienes se manifiestan pacíficamente y asegurar que las autoridades actúen, dentro del marco de la ley, frente a quienes pretendan sembrar el caos. ¡El derecho a protestar no está por encima del derecho a trabajar, estudiar, movilizarse y vivir en paz! A los ciudadanos que protestan pacíficamente, todas las garantías. A los violentos, todo el peso de la ley, con respeto por el debido proceso. ¡Se acabó la guachafita! ¡La protesta se respeta, pero la violencia no se tolera! ¡Lo prometí, lo cumplí y seguiré cumpliendo! ¡Firme por la Patria! ¡Viva Cristo Rey! (A.D.L.E.) ????????????

— Abelardo De La Espriella (@ABDELAESPRIELLA) October 14, 2026

Il cuore repressivo del provvedimento è la scala a cinque livelli di intervento: si parte dai gestori della convivenza dei municipi, poi il dialogo diretto e un'istanza di mediazione; se la violenza persiste, si passa alla dissuasione su ordine del sindaco, impartito in un PMU; e come ultima misura interviene l'Unità di Dialogo e Mantenimento dell'Ordine (UNDMO), già nota come Esmad. La vecchia polizia antisommossa cambia nome, non funzione: la repressione viene semplicemente ricollocata in fondo a una scala che, nella pratica, si percorre in fretta.

Le autorità locali e la Polizia Nazionale dovranno garantire l'apertura e il mantenimento dei "corridoi solidali"; i municipi e i governatorati avranno 72 ore per pubblicare il bilancio ufficiale dei danni e attivare i percorsi di assistenza umanitaria. Ancora una volta, la priorità non è ascoltare le ragioni della protesta, ma gestirne le conseguenze e contabilizzarne i costi.

Ancora una volta, neoliberismo e repressione vanno di pari passo. Un governo che smantella tutele sociali, privatizza beni comuni e consegna il paese agli interessi del capitale non può tollerare che la gente scenda in piazza a contestare. Il decreto 1525 non "regola" la protesta: la mette sotto tutela, la sottopone a condizioni, la trasforma in una pratica da autorizzare e punire. La libertà di manifestare non si difende con gli statuti della forza: si difende garantendo a chi protesta di non essere criminalizzato.

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Cina: fermo sostegno all'Argentina nella disputa con il Regno Unito per le Malvinas

La Cina ha ribadito alle Nazioni Unite (ONU) il proprio "fermo sostegno" all'Argentina in merito alla rivendicazione di sovranità sulle Isole Malvinas, questione oggetto di disputa con il Regno Unito.

"La Cina sostiene fermamente la legittima rivendicazione di sovranità dell'Argentina sulle Isole Malvinas e si è sempre fatta promotrice della risoluzione delle controversie territoriali tra Stati attraverso negoziati pacifici", ha dichiarato Sun Lei, ambasciatore e vice rappresentante permanente della Cina presso l'ONU.

La dichiarazione è stata resa nel corso di un dibattito sulla decolonizzazione presso la Quarta Commissione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York. Nel suo intervento, il diplomatico ha espresso l'auspicio che il Regno Unito "risponda positivamente alle richieste dell'Argentina, riprenda il dialogo e i negoziati il ??prima possibile e trovi una soluzione pacifica, giusta e duratura", in conformità con le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite.

Martedì, il governo argentino ha annunciato di aver presentato al Tribunale internazionale per il diritto del mare una richiesta di "misure provvisorie per impedire l'esplorazione di idrocarburi" da parte del Regno Unito sulla piattaforma continentale del bacino delle Malvine settentrionali.

Una nota ha spiegato che l'istanza rivolta all'organismo con sede in Germania mira a "preservare i diritti sovrani dell'Argentina sulla propria piattaforma continentale" e a "impedire che le attività autorizzate unilateralmente e illegalmente dal Regno Unito aggravino la controversia riconosciuta dalle Nazioni Unite".

Secondo l'atto depositato, l'Argentina ha avviato un arbitrato internazionale contro il Paese europeo il 28 settembre - ai sensi dell'Allegato VII della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) - "per difendere la propria sovranità e le risorse naturali di tutti gli argentini".

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Russia: "Kiev non dà segni di voler cercare una tregua energetica con i suoi nuovi attacchi alle raffinerie"

 

Il vicepremier russo Alexander Novak ha dichiarato mercoledì che il regime di Kiev non dà segni di voler cercare una tregua energetica, come dimostrano i suoi nuovi attacchi alle raffinerie. Intervenendo a margine della Settimana dell’Energia russa, Novak ha denunciato che le forze ucraine hanno attaccato due raffinerie di petrolio nelle province russe di Saratov e Ryazan. «Vediamo che la parte ucraina non mostra alcun progresso verso un cessate il fuoco energetico», ha affermato.

Gli attacchi ucraini sono avvenuti dopo che Donald Trump aveva chiesto a Vladimir Zelensky di sospendere gli attacchi ucraini contro le infrastrutture energetiche russe. Trump ha attaccato Zelensky per gli attacchi alle raffinerie russe, sferrati ignorando i suoi avvertimenti. «Gli abbiamo detto: “Non attaccare le raffinerie, perché questo causa un problema mondiale”. E lui è andato e ha attaccato», ha criticato il presidente, che ha concluso con una proposta incisiva per gli ucraini: «Suggerisco che si trovino un nuovo leader in grado di raggiungere un accordo».

Allo stesso tempo, domenica scorsa il presidente statunitense ha annunciato una «tregua energetica» tra Russia e Ucraina. Dal Cremlino hanno fatto sapere che «i contatti proseguono». «Vi terremo informati non appena avremo qualcosa da dire al riguardo», ha dichiarato Dmitri Peskov, portavoce della presidenza russa, rispondendo alla domanda se Mosca avesse accettato una tregua di questo tipo.

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La presa di posizione dell'Egitto sulla guerra in Yemen e Bab el-Mandeb

 

L'Egitto ha dichiarato che risponderà senza riserve a qualsiasi richiesta di supporto da parte dell'Arabia Saudita nella lotta contro i ribelli Houthi in Yemen, a seguito dei sanguinosi attacchi che hanno colpito le infrastrutture aeroportuali del regno.

«Qualunque cosa chiedano i sauditi, ovviamente risponderemo [...] Forniremo ogni tipo di supporto senza riserve», ha affermato il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty durante un'intervista rilasciata a Bloomberg a margine della riunione annuale del Fondo Monetario Internazionale a Bangkok.

Le dichiarazioni di Abdelatty arrivano all'indomani del raid che ha preso di mira l'aeroporto internazionale King Khalid di Riyadh. 

Escalation e nodo strategico di Bab el-Mandeb

L'improvvisa impennata della violenza giunge a una settimana dal lancio di un'offensiva da parte delle forze guidate da Riyadh per riconquistare i territori sotto il controllo degli Houthi.

Tra le aree chiave oggetto delle operazioni figura lo strategico stretto di Bab el-Mandeb, snodo marittimo fondamentale per il transito e l'approvvigionamento energetico mondiale.

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"Fuggiti dall'Afghanistan, non osano avvicinarsi": il generale Reza Naqdi sulle nuove minacce USA

 

Un alto comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha dichiarato che gli Stati Uniti non oserebbero mai lanciare un'invasione di terra contro l'Iran.

«Se gli Stati Uniti lanciassero un'invasione di terra, farebbero così tanti prigionieri da essere costretti ad alzare bandiera bianca e arrendersi», ha affermato il generale di brigata Mohammad Reza Naqdi, consigliere senior del comandante in capo delle Guardie Rivoluzionarie.

Il generale Naqdi ha sottolineato che Washington parla di un'operazione di terra unicamente nell'ambito della propaganda mediatica. Secondo il comandante, infatti, gli americani non prendono in considerazione questa possibilità nemmeno nelle riunioni più riservate, ben consapevoli delle drammatiche conseguenze che comporta.

«Non credo che nemmeno negli incontri più segreti si sia mai parlato di un attacco di terra. Ne parlano nella propaganda, ma tra di loro non ne fanno accenno perché sanno bene cosa accadrebbe», ha ribadito.

Le dichiarazioni del generale arrivano in risposta alle crescenti speculazioni su un possibile attacco terrestre americano, a distanza di mesi dal fallimento del raid aereo congiunto israelo-statunitense contro il Paese persiano.

Perché un'invasione terrestre dell'Iran sarebbe un disastro per gli USA

Mentre le tensioni e il conflitto continuano a protrarsi senza che gli obiettivi strategici prefissati siano stati raggiunti, lo spettro di un'invasione di terra è diventato un tema centrale nella pianificazione operativa.

Rievocando i passati fallimenti militari americani, Naqdi ha ricordato che Washington ha speso circa 3.000 miliardi di dollari in Afghanistan e 4.000 miliardi in Iraq, combattendo per 20 anni senza centrare gli obiettivi: «Gli USA sono stati costretti a fuggire dall'Afghanistan lasciando sul campo armi per 85 miliardi di dollari, mentre dall'Iraq sono stati espulsi in modo umiliante».

"L'Iran è pronto a qualsiasi scenario"

In un altro passaggio, il consigliere dell'IRGC ha ribadito che le Forze Armate della Repubblica Islamica dispongono di tutte le capacità necessarie per rispondere ad qualsiasi minaccia, dichiarandosi pronte a fronteggiare ogni scenario, dalla diplomazia alla difesa attiva.

Infine, Naqdi ha evidenziato la ritirata delle forze navali americane: nonostante una presenza secolare nel Golfo Persico, la Marina statunitense mantiene da mesi le sue navi a distanza. Secondo il generale, le navi da guerra americane non oserebbero avvicinarsi a meno di 1.000 chilometri dai confini iraniani per timore delle reazioni della difesa locale.

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Emergenza rete elettrica negli USA: rischio blackout in 13 Stati e a Washington

Il segretario all'Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, ha emanato lunedì un ordine di emergenza per garantire la stabilità della rete elettrica in 13 Stati e nel Distretto di Columbia. Il provvedimento è entrato in vigore martedì e resterà valido fino al 16 ottobre. La misura è stata adottata su richiesta di PJM Interconnection, la società regionale che coordina la rete elettrica all'ingrosso in un'ampia area degli Stati Uniti.

Alla base della richiesta figurano un improvviso aumento della domanda di elettricità e possibili carenze nella capacità di generazione o nelle infrastrutture di trasmissione. Gli Stati interessati sono Delaware, Illinois, Indiana, Kentucky, Maryland, Michigan, New Jersey, Carolina del Nord, Ohio, Pennsylvania, Tennessee, Virginia e Virginia Occidentale. Secondo Wright, l'ordine consentirà di mettere a disposizione capacità aggiuntiva di produzione elettrica, comprese fonti di riserva, per far fronte alle condizioni di particolare pressione previste sulla rete.

L'obiettivo dichiarato è garantire a milioni di famiglie e imprese della regione medio-atlantica un approvvigionamento elettrico accessibile, affidabile e sicuro. Il ricorso a poteri di emergenza evidenzia le difficoltà che possono emergere quando la domanda cresce rapidamente e la capacità del sistema rischia di non essere sufficiente.

La misura punta a prevenire criticità nell'approvvigionamento, assicurando margini aggiuntivi di produzione in una fase considerata delicata per la rete elettrica statunitense.


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Trump: "Aspettate di vedere cosa faremo all'Iran. Ora basta"

 

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è tornato a minacciare duramente l'Iran, avvertendo che Washington è pronta a «rimettere Teheran al suo posto».

????"ESPEREN A VER LO QUE LE HAREMOS A IRÁN. YA BASTA" - TRUMP El mandatario estadounidense declaró que su país va a dar a la República Islámica "una buena lección". https://t.co/An2bDw6sV3

— Errete en Español (@erreteespanol) October 14, 2026

«Aspettate e vedrete cosa faremo all'Iran. Gli daremo una lezione [...] Perché ne abbiamo abbastanza, davvero abbastanza», ha dichiarato durante un discorso pronunciato martedì.

Negoziati in totale stallo

I nuovi avvertimenti della Casa Bianca arrivano in un momento di profonda paralisi sul fronte diplomatico. Secondo quanto riportato da Axios, i tentativi di mediazione condotti dal Qatar per favorire una svolta tra le parti hanno finora registrato scarso successo, con Washington e Teheran ferme sulle rispettive posizioni e riluttanti a concedere compromessi.

Di fronte a questo stallo, il Presidente americano ha più volte ipotizzato un’escalation militare contro la Repubblica Islamica, lasciando intendere la possibilità di un attacco su vasta scala. In un'intervista alla rivista Time, Trump si è spinto fino a ipotizzare «l'annientamento dell'Iran», definendolo l'unica strada percorribile per garantire la stabilità globale.

Decisione imminente alle porte

In un successivo incontro con la stampa, l'inquilino della Casa Bianca ha confermato che una scelta strategica sul dossier iraniano verrà presa a breve, considerato il fallimento dei colloqui.

«Dobbiamo prendere una decisione sull'Iran, e la prenderò. L'Iran è stato decimato, quindi l'unica domanda è se sceglieremo la strada più facile o quella più dura. In un modo o nell'altro, lo faremo», ha concluso.

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L'India accelera: crescita al 7% secondo il FMI

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha alzato al 7% la previsione di crescita del PIL dell'India per l'anno fiscale 2026-2027, rispetto al 6,4% stimato a luglio. Il Paese figura tra le economie in più rapida crescita analizzate dall'organizzazione, nonostante l'aumento dei prezzi del petrolio e il rallentamento dell'economia globale.

Secondo il rapporto, la revisione al rialzo riflette un dinamismo superiore alle attese, trainato da una solida domanda interna e da un forte settore dei servizi. L'FMI sottolinea inoltre il potenziale di crescita a lungo termine dell'India, sostenuto da "fattori demografici favorevoli, un mercato interno ampio e in espansione e continue riforme strutturali".

L'organizzazione ha inoltre portato al 7% la previsione di crescita per l'anno fiscale 2027-2028, rispetto al 6,7% precedentemente stimato. Nel frattempo, la banca centrale indiana prevede una crescita del PIL del 7,1% per il periodo in corso.

Le prospettive favorevoli dell'India contrastano con il rallentamento globale. L'FMI prevede per l'economia mondiale una crescita del 3,1% nel 2026, in calo rispetto al 3,5% registrato nel 2025.


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The Atlantic: Zelensky "sta oltrepassando il limite" e "facendo infuriare" Trump

Volodymyr Zelensky sta facendo "infuriare" il presidente statunitense Donald Trump: secondo quanto riferisce 'The Atlantic', che a tal proposito cita un funzionario della Casa Bianca.

"Zelensky sta oltrepassando il limite e facendo infuriare il presidente", ha affermato il funzionario, aggiungendo che Trump "chiede una cosa sola: che smettano di attaccare le raffinerie". "Dovrebbero accontentarlo", ha dichiarato.

Il presidente USA è tornato ad arrabbiarsi con il leader del regime ucraino dopo aver criticato l'accordo tra Usa e Russia sul diesel, siglato tra Trump e Vladimir Putin il 9 ottobre. Diversi media hanno già affermato che per costringere il regime di Kiev a fermare gli attacchi alle infrastrutture energetiche russe, Washington ha minacciato di paralizzare la Lista prioritaria dei requisiti per l'Ucraina, un programma della NATO attraverso il quale i paesi europei acquistano armi per poi trasferirle alle forze armate ucraine.

In seguito all'annuncio dell'accordo energetico raggiunto da Trump e Putin il 9 ottobre, Zelensky ha duramente criticato Washington, definendo l'intesa un segno di "debolezza" che non avrebbe portato la pace nel mondo. In un'intervista, il leader del regime di Kiev ha fatto notare che quel giorno una delegazione negoziale ucraina si trovava in Florida per colloqui con la controparte statunitense, il che lo ha portato a considerare l'accordo una mossa sleale. "Stanno semplicemente usando la nostra squadra come cortina fumogena", ha dichiarato.

La replica di Trump a difesa dell'accordo è stata secca: "Abbiamo bisogno di diesel. I prezzi del petrolio stanno già crollando". Il giorno seguente, il leader statunitense ha criticato aspramente Zelensky, accusandolo di non voler porre fine al conflitto: "Avrebbe potuto risolvere questa guerra innumerevoli volte. E sceglie di non farlo".

Trump ha inoltre attaccato Zelensky per gli attacchi alle raffinerie russe, condotti ignorando i suoi avvertimenti. "Gli avevamo detto: 'Non attaccate le raffinerie, perché questo crea un problema globale'. E lui è andato avanti e le ha attaccate comunque", ha affermato il leader, concludendo con una proposta schietta: "Suggerisco che si dotino di un nuovo leader capace di raggiungere un accordo".

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"Non mi metteranno a tacere": Ilhan Omar attacca Trump dopo il raid dell'ICE

 

L'abitazione a Washington, D.C., della deputata democratica Ilhan Omar è stata perquisita dall'unità investigativa dell'Homeland Security Investigations (HSI), ramo penale dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE). La notizia è stata confermata da tre fonti a conoscenza dell'inchiesta e da una nota del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.

L'operazione si inserisce in un clima di forte tensione politica, preceduta da ripetuti attacchi del presidente Donald Trump e dei suoi alleati legati alla regolarità dei documenti di immigrazione della deputata nata in Somalia.

La reazione di Omar: "Uso politico delle forze dell'ordine"

In risposta al blitz degli agenti federali, la deputata del Minnesota ha denunciato l'azione come un atto di "intimidazione politica" e una "campagna diffamatoria".

Attraverso un messaggio diffuso su X, Omar ha dichiarato:

"Non ci siano dubbi: questo è un tentativo di attaccare gli oppositori politici e di manipolare le forze dell'ordine federali. Per dieci anni, Trump mi ha attaccata con menzogne infondate. Questa è solo l'ultima escalation di una campagna d'intimidazione. Non mi metteranno a tacere."

I dettagli dell'indagine penale

A differenza delle normali operazioni dell'ICE incentrate sui decreti di espulsione, l'indagine è condotta dall'HSI con il supporto diretto del Dipartimento di Giustizia. In una dichiarazione ufficiale, il Dipartimento ha confermato che gli agenti hanno eseguito un regolare mandato di perquisizione nell'ambito di "un'indagine penale federale in corso", incentrata sui documenti d'immigrazione della parlamentare.

Chi è Ilhan Omar e il legame con "The Squad"

Eletta alla Camera dei Rappresentanti nel novembre 2018 come rappresentante dello Stato del Minnesota, Ilhan Omar è stata tra le prime donne musulmane a entrare al Congresso degli Stati Uniti.

Insieme a Rashida Tlaib, Alexandria Ocasio-Cortez e Ayanna Pressley, fa parte del gruppo progressista noto come "The Squad", da sempre al centro di duri scontri verbali con Donald Trump e l'ala conservatrice sui temi dei diritti civili, dell'immigrazione e della politica estera.

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Iran, IRCG in allerta: "Nessuna potenza straniera intervenga a Hormuz"

 

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche dell'Iran (IRGC) ha ribadito con fermezza che nessuna potenza extraregionale ha il diritto di intervenire, esercitare egemonia o minacciare la sicurezza nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico.

In un messaggio ufficiale rilasciato dal comandante in capo dell'IRGC, il generale Ahmad Vahidi, Teheran ha definito la sicurezza del Golfo una questione "endogena e regionale". Vahidi ha descritto la via navigabile come un'arteria fondamentale per il commercio energetico globale e una vera e propria "linea rossa strategica" per la Repubblica Islamica.

Monito ai Paesi occidentali e risposta militare

Il generale Vahidi ha sottolineato che la Marina delle Guardie Rivoluzionarie, in pieno coordinamento con la Marina dell'Esercito iraniano, è pronta a rispondere a qualsiasi "errore di valutazione" o transito non autorizzato nelle acque territoriali e sotto il controllo di Teheran.

Nel frattempo, la situazione sul campo resta estremamente tesa. La Marina dell'IRGC ha confermato di aver colpito una terza superpetroliera nello Stretto di Hormuz. L'imbarcazione, che navigava con il sistema di tracciamento (AIS) disattivato e in violazione delle disposizioni locali, è stata incendiata dopo aver ignorato i ripetuti avvertimenti delle forze iraniane. Si tratta del terzo incidente che coinvolge navi commerciali o petroliere nell'arco di appena 48 ore.

Il calo del traffico marittimo e le condizioni di Teheran

Le limitazioni al transito marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz hanno portato a un crollo drastico del traffico merci e petrolifero, ridotto ormai a pochissime unità al giorno.

Il governo di Teheran ha subordinato la piena riapertura della rotta strategica al rispetto di precise condizioni politiche ed economiche:

  • La revoca del blocco navale e la cessazione delle azioni militari nella regione;

  • La sospensione delle sanzioni internazionali, in particolare quelle dirette alle esportazioni di greggio iraniano;

  • Lo sblocco dei beni e fondi finanziari iraniani congelati all'estero;

  • Il rispetto del cessate il fuoco su tutti i fronti regionali e il risarcimento dei danni di guerra.

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Cisgiordania, Francesca Albanese denuncia: "Da Israele terrorismo quotidiano sui palestinesi"

 

Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, ha espresso profondo sgomento per il persistere dell'inazione politica di fronte alle aggressioni contro i civili palestinesi in Cisgiordania, affermando che nei fatti "il terrorismo è diventato una realtà quotidiana".

Attraverso un intervento diffuso sulla piattaforma X, la rappresentante delle Nazioni Unite ha richiamato l'attenzione sulle denunce riguardanti le incursioni dei coloni israeliani nei territori occupati, accusati di distruggere uliveti secolari e danneggiare il bestiame locale. Nell'occasione, Albanese ha sollecitato un intervento diretto delle istituzioni internazionali, chiedendo quando l'Unione Europea intenda adottare misure concrete nei confronti di Israele.

I am shocked by the political inertia in the face of what Israelis -settlers and soldiers- are doing in Palestine, where terror has become a daily reality. In the West Bank, torching century old trees and poisoning livestock. When will the EU take action against Apartheid Israel?

— Francesca Albanese, UN Special Rapporteur oPt (@FranceskAlbs) October 12, 2026

Tensioni e controversie sul campo

I riflettori dell'opinione pubblica si sono accesi di recente dopo la diffusione di un video girato nel villaggio di Al-Mughayyir, a nord-est di Ramallah, che ritraeva un individuo mascherato, protetto dai soldati israeliani, mentre somministrava sostanze a un gregge di pecore. Fonti palestinesi locali hanno denunciato l'episodio come una provocazione orchestrata per creare pretesti di occupazione dei terreni agricoli.

Incursioni durante la stagione della raccolta delle olive

La denuncia si inserisce in un quadro di forte escalation coincidenti con l'avvio della stagione della raccolta delle olive, una delle principali fonti di sostentamento per migliaia di famiglie palestinesi.

Secondo i dati forniti dal Comitato per la Resistenza al Muro e agli Insediamenti dell'Autorità Nazionale Palestinese, in una sola giornata si sono registrate oltre 18 aggressioni a danno degli agricoltori impegnati nei campi. I raid hanno compreso episodi di percosse, uso di spray al peperoncino, fermi, sequestri di veicoli e raccolti, oltre al danneggiamento sistematico degli alberi. In diversi casi sono stati segnalati il ferimento e il fermo di contadini palestinesi.

Un'escalation in costante aumento

Secondo le rilevazioni dei centri di informazione e delle organizzazioni locali, la pressione militare e dei coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est ha registrato un forte incremento dall'inizio del conflitto a Gaza nell'ottobre 2023, con centinaia di migliaia di controlli, incursioni e restrizioni ai movimenti della popolazione civile.

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Roscongress svela il piano di un "armamento a valanga" della NATO

 

L’Alleanza Atlantica si sta muovendo verso un piano per un inventario di armi a effetto valanga, secondo un rapporto preparato da Roscongress, “Scalabilità e convenienza: un nuovo approccio alla militarizzazione della NATO e dei suoi alleati”. 

«Un’analisi dei piani di approvvigionamento di armamenti degli Stati Uniti e della fiera internazionale Eurosatory 2026 di Parigi rivela segnali di un imminente collasso della consolidata strategia tecnico-militare dei paesi della NATO», afferma il documento ottenuto da RIA Novosti.

Gli autori del rapporto hanno spiegato che, anziché fare affidamento su armi uniche, costose e tecnologicamente avanzate, il blocco sta puntando sulla semplificazione di tutti i componenti. Ciò include anche l’utilizzo di tecnologie civili e di articoli a duplice uso. «Questo approccio non solo riduce il costo del prodotto finale e ne accorcia i tempi di produzione, ma, cosa ancora più importante, consente un rapido aumento dei volumi di produzione. Ciò porterà in definitiva a una diffusione capillare di armi offensive a lungo raggio tra le truppe, siano esse terrestri, navali o aeree», ha spiegato la fondazione.

Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, aveva precedentemente affermato che il blocco non vede segnali di un imminente attacco da parte della Russia, ma ritiene che i paesi europei debbano essere preparati ad affrontare una qualche forma di “minaccia ibrida” a lungo termine. 

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"Manovra spregevole". Teheran risponde alle accuse di Londra sulla base di Fairford

 

L'Iran ha condannato con fermezza le ultime dichiarazioni dei funzionari britannici che cercano di collegare il Paese a un presunto incidente di sicurezza avvenuto presso la base aerea della Royal Air Force (RAF) di Fairford, nel sud-ovest dell'Inghilterra.

In una nota ufficiale rilasciata dal Ministero degli Esteri di Teheran, l'iniziativa di Londra è stata definita una "manovra spregevole" intesa ad alimentare la campagna di "iranofobia" e a sviare l'attenzione dalla responsabilità diretta del Regno Unito nel sostegno alle operazioni militari contro il popolo iraniano.

Teheran convoca l'ambasciatore britannico

In risposta alle affermazioni britanniche, il governo iraniano ha convocato ufficialmente l'ambasciatore del Regno Unito a Teheran per chiedere chiarimenti formali.

Nel corso del colloquio, la diplomazia iraniana ha ribadito che il governo britannico non può sottrarsi alle proprie responsabilità politiche e legali ricorrendo ad affermazioni ambigue e prive di riscontri oggettivi. In particolare, il Ministero degli Esteri ha criticato l'uso da parte dell'intelligence e dei media britannici di espressioni come "altamente probabile" o "quasi certamente", giudicate un chiaro tentativo di attribuire credibilità ad accuse non dimostrate senza assumerne la responsabilità formale.

L'accusa di un'operazione "falsa bandiera"

La nota di Teheran richiama anche i precedenti storici di Londra nell'uso di accuse militari verso Paesi terzi, pratiche che in passato hanno contribuito ad aumentare le tensioni in Medio Oriente.

Il testo della dichiarazione ufficiale recita:

"Il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Islamica dell'Iran respinge categoricamente le accuse infondate e ritiene il governo britannico, così come gli ideatori ed esecutori di questa rozza operazione 'false flag' (sotto falsa bandiera), pienamente responsabili di tutte le conseguenze derivanti da tali falsità."

Il ruolo strategico della base di Fairford

La base aerea di Fairford occupa una posizione centrale nello scacchiere geopolitico attuale. Trattandosi dell'unica struttura nel territorio continentale britannico utilizzata dalle forze armate statunitensi per ospitare bombardieri a lungo raggio, lo scasso è stato autorizzato da Londra a supportare operazioni mirate contro i sistemi missilistici iraniani.

La controversia attuale nasce dagli eventi di fine settembre, quando le autorità britanniche hanno arrestato diversi individui nei pressi del perimetro della base con l'accusa di terrorismo e possesso di materiale esplosivo. I sospetti sono stati successivamente rilasciati su cauzione senza che sia stata presentata alcuna prova pubblica di un presunto legame con Teheran.

Secondo l'Iran, i tentativi di collegare il Paese a questa vicenda rappresentano solo una strategia mediatica per coprire il coinvolgimento attivo del Regno Unito nel facilitare attacchi militari contro il territorio iraniano tramite la messa a disposizione delle proprie infrastrutture strategiche.

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Lo Yemen smentisce i blitz alla Mecca e colpisce gli aeroporti sauditi

 

Le forze armate yemenite hanno annunciato una nuova serie di attacchi di precisione contro obiettivi strategici in Arabia Saudita. Tra i bersagli colpiti figurano l'aeroporto internazionale Re Khalid di Riyadh e la base aerea di Khamis Mushait.

Il portavoce militare yemenita, Yahya Sari, ha confermato il lancio di un missile balistico contro lo scalo della capitale saudita, definendo l'operazione un "successo" e sostenendo che il missile ha centrato con precisione il bersaglio.

L'avviso alle compagnie aeree e la smentita sulla Mecca

A seguito dell'attacco, Sari ha lanciato un esplicito avvertimento rivolto a lavoratori, passeggeri, esperti e compagnie aeree internazionali, invitandoli a evitare gli aeroporti sauditi a causa del rischio di nuovi bombardamenti.

Il portavoce ha tuttavia precisato che tale avviso non si applica allo spazio aereo e agli scali situati nei pressi dei luoghi santi dell'Islam, in particolare le città della Mecca e di Medina, smentendo categoricamente quanto diffuso dalle autorità saudite circa presunti attacchi diretti verso le due città sacre.

Oltre al raid missilistico su Riyadh, le forze yemenite hanno condotto un'operazione condotta con droni contro la base aerea di Khamis Mushait, oltre a prendere di mira infrastrutture nella regione di Najran.

La reazione ai raid sauditi sullo Yemen

Questa nuova ondata di raid si inserisce in un quadro di intensa escalation militare. Nelle ore precedenti, lo stesso Yahya Sari aveva denunciato oltre 119 attacchi aerei e missilistici condotti dall'aviazione saudita in 24 ore su diverse province yemenite, tra cui Sana'a, Al-Jawf, Taiz, Saada, Marib, Lahij, Al-Bayda e Ibb.

Secondo le fonti yemenite, le incursioni aeree saudite — effettuate con caccia F-15 e Typhoon decollati dalle basi di Taif e Khamis Mushait — e i bombardamenti di artiglieria da Najran e Jizan avrebbero colpito diverse aree civili, provocando vittime e feriti tra la popolazione, tra cui donne e bambini. Dall'inizio dell'ultima fase di ostilità, il conteggio totale degli attacchi sauditi sullo Yemen ha superato quota 2.000.

Il contesto: una crisi esplosa a luglio

La recrudescenza del conflitto tra le forze yemenite e la coalizione a guida saudita si è intensificata a partire dallo scorso luglio, in seguito al bombardamento dell'aeroporto di Sana'a da parte di Riyadh.

In risposta, le forze yemenite hanno progressivamente ampliato il raggio d'azione delle proprie ritorsioni, impiegando droni e missili balistici contro aeroporti, porti e basi militari saudite, ed estendendo la minaccia alle navi petroliere e mercantili collegate all'Arabia Saudita in transito nel Mar Rosso.

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Dalla guerra di Gaza alle cure al Cairo: il piano dell'Ordine di Malta per i bimbi feriti

 

Il 14 ottobre il Sovrano Ordine di Malta ospiterà un evento di beneficenza presso l'Ospedale Italiano del Cairo per celebrare la festa del Beato Gerardo, suo fondatore. L'iniziativa sarà focalizzata su un importante progetto di assistenza medica destinato ai bambini palestinesi gravemente feriti a Gaza e attualmente trasferiti in Egitto. Come riferito da Marc Innaro Patris de Breuil, Primo Consigliere e Incaricato d'Affari dell'Ambasciata dell'Ordine di Malta in Egitto, al momento sono 16 i piccoli pazienti coinvolti.

La serata si aprirà alle 18:00 con una Santa Messa celebrata dal Nunzio Apostolico nella chiesa dell'ospedale. Alle 19:00 seguirà un ricevimento durante il quale verrà illustrato il programma di intervento sanitario.

Cure specialistiche per i casi più gravi

Il progetto, realizzato in collaborazione con l'Ambasciata Palestinese al Cairo, prevede il ricovero e la cura in Egitto di bambini con traumi complessi.

Secondo quanto spiegato da Marc Innaro Patris de Breuil, dei 16 bambini attualmente inseriti nel programma (una cifra comunque provvisoria), otto necessitano di interventi neurochirurgici e altri otto di chirurgia ricostruttiva. Alcuni presentano lesioni estremamente severe: un piccolo paziente, ad esempio, ha riportato la perdita di una parte delle ossa craniche e dovrà essere sottoposto a un delicato intervento di ricostruzione.

I trasferimenti verso l'Egitto sono avvenuti negli ultimi mesi prioritariamente per i casi più critici. I bambini sono accompagnati da madri, sorelle o nonne e ricevono assistenza continua da parte delle suore dell'ospedale e da una squadra di psicologi, per un supporto completo lungo tutto il percorso terapeutico.

Équipe internazionali a fianco dei medici locali

Il modello operativo si fonda sulla cooperazione tra il personale dell'Ospedale Italiano e specialisti stranieri giunti su base volontaria.

Le équipe — ciascuna composta da circa sette professionisti tra neurochirurghi, chirurghi plastici, psicologi e protesisti — vedono medici provenienti da diversi Paesi, tra cui Italia, Germania, Polonia, Francia, Austria, Libano, Stati Uniti e Spagna. Gli specialisti mettono a disposizione i propri giorni di ferie, mentre l'Ordine di Malta garantisce la copertura delle spese di viaggio e alloggio.

Si tratta di un modello di collaborazione virtuoso: i bambini palestinesi accedono a cure ad alta specializzazione, i medici egiziani lavorano a contatto con colleghi internazionali e questi ultimi mettono le proprie competenze a disposizione delle strutture locali.

L'Ospedale Italiano del Cairo: un punto di riferimento storico

L'Ospedale Umberto I ha un ruolo centrale nel progetto. Fondato nel 1903 dalla Società Italiana di Beneficenza del Cairo, rappresenta un’istituzione storica della sanità egiziana.

La struttura accoglie pazienti di ogni origine e fede religiosa, offrendo sostegno economico alle famiglie indigenti. Un contributo fondamentale è dato dalle suore italiane presenti nell'ospedale; tuttavia, data la loro avanzata età, sono in corso trattative per individuare soluzioni che permettano di garantire continuità alla loro preziosa opera di assistenza anche in futuro. L'ospedale vanta reparti d'eccellenza proprio in neurochirurgia e ortopedia, i due ambiti chiave per le terapie dei piccoli pazienti palestinesi.

Un'organizzazione umanitaria presente in 130 Paesi

L'iniziativa si inserisce nella secolare missione umanitaria dell'Ordine di Malta, le cui origini risalgono all'XI secolo a Gerusalemme, quando il Beato Gerardo fondò un ospizio per i pellegrini e gli infermi (comunità poi riconosciuta ufficialmente da Papa Pasquale II nel 1113 con la bolla Pie postulatio voluntatis).

Oggi l'Ordine di Malta opera in 130 Paesi con interventi medici, sociali e umanitari, mantenendo relazioni diplomatiche con 115 Stati.

La presenza dell'Ordine in Medio Oriente: da Betlemme a Gaza

In Medio Oriente l'impegno dell'Ordine si concretizza storicamente nell'Ospedale della Sacra Famiglia di Betlemme, centro specializzato in maternità e neonatologia dove dal 1990 sono nati oltre 100.000 bambini (coprendo circa il 60% dei nascite nel distretto).

A Gaza, inoltre, l'Ordine ha inaugurato nel giugno 2026 una clinica di medicina generale — benedetta dal Cardinale Pierbattista Pizzaballa e dal Patriarca greco-ortodosso Teofilo III — coordinata da Malteser International. La struttura conta circa 30 operatori sanitari ed è in grado di assistere fino a 100 pazienti al giorno.

Un primo passo verso futuri interventi

L'evento del Cairo punta a raccogliere i fondi necessari per sostenere i viaggi e la permanenza dei medici volontari. Si tratta di un progetto pilota che l'Ordine intende ampliare progressivamente: l'urgenza immediata è curare i casi più gravi in Egitto, ma a lungo termine si valutano anche forme di intervento diretto all'interno della Striscia di Gaza.

La scelta del 14 ottobre si collega direttamente alla ricorrenza del Beato Gerardo (13 ottobre), tradizionalmente celebrata in forma riservata ma che quest'anno assume una forte valenza benefica e solidale.

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Yemen, la resistenza che mette in difficoltà l’Arabia Saudita

La nuova offensiva dell’Arabia Saudita contro lo Yemen rischia di trasformarsi in un boomerang per le ambizioni economiche di Riad. Secondo un’analisi pubblicata da The Economist, gli attacchi alle infrastrutture strategiche saudite e l’assenza di risultati militari decisivi stanno mettendo sotto pressione i piani del regno, che punta ad attrarre investimenti internazionali e sviluppare il turismo. Nonostante anni di guerra e bombardamenti, le Forze armate yemenite continuano a controllare vaste aree del Paese e mantengono la capacità di colpire obiettivi strategici in territorio saudita. A settembre, le forze yemenite hanno avanzato lungo la costa sud-occidentale, conquistando la città portuale di Mokha e aumentando la pressione su Taiz.

La nuova escalation interrompe la relativa calma seguita alla tregua del 2022, che aveva stabilizzato le linee del fronte senza risolvere un conflitto iniziato nel 2015 con l’intervento militare guidato da Riad. La ripresa dei bombardamenti sauditi, compresi quelli contro l’aeroporto internazionale di Sanaa, ha riacceso lo scontro. Le conseguenze si fanno sentire proprio mentre l’Arabia Saudita cerca di presentarsi come destinazione sicura per i capitali stranieri. Il 26 ottobre Riad dovrebbe ospitare il Future Investment Initiative, importante appuntamento internazionale dedicato agli investimenti. Gli attacchi contro gli aeroporti e le cancellazioni dei voli rischiano tuttavia di compromettere la partecipazione e di alimentare i dubbi sulla sicurezza del Paese.

Secondo The Economist, le incursioni del 10 e 11 ottobre contro l’aeroporto della capitale saudita hanno inoltre sollevato interrogativi sull’efficacia dei sistemi di difesa Patriot e THAAD di fabbricazione statunitense. Le difficoltà nelle intercettazioni, insieme ai timori per la disponibilità di missili difensivi, evidenziano i limiti della protezione delle infrastrutture strategiche. Riad ha cercato sostegno all’estero, ma neppure l’appoggio dei partner internazionali sembra garantire una vittoria decisiva. Gli Stati Uniti, finora, hanno respinto le richieste saudite di attacchi diretti contro le posizioni yemenite. Il dilemma per la monarchia è sempre più evidente: proseguire la guerra significa esporre ulteriormente infrastrutture, investimenti e progetti di diversificazione economica; negoziare, invece, potrebbe richiedere concessioni significative. Le forze yemenite punterebbero a ottenere benefici economici, la fine del blocco dello spazio aereo e altre garanzie.

Dopo anni di intervento militare, l’Arabia Saudita si trova così davanti alle conseguenze di una guerra che non è riuscita a vincere. E mentre Riad cerca di costruire il proprio futuro economico, il conflitto con lo Yemen rischia di diventare uno degli ostacoli più seri alle sue ambizioni regionali.


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L’Europa e il talento di spararsi sui piedi

Mentre la crisi energetica continua a colpire consumatori e industria, emerge una nuova contraddizione occidentale: gli Stati Uniti negoziano con la Russia per assicurarsi forniture di diesel, mentre l’Unione Europea rilancia la guerra economica contro Mosca. Lunedì, i ministri degli Esteri europei hanno approvato quasi 1.600 nuove misure restrittive contro il complesso militare-industriale russo. Kaja Kallas ha inoltre invitato Washington ad aderire alle sanzioni, proprio mentre l’amministrazione Trump cerca di contenere l’aumento dei prezzi energetici.

Dopo un colloquio con Vladimir Putin, Trump ha annunciato un accordo per nuove forniture di diesel russo ai mercati statunitense e internazionale. Washington ha temporaneamente sospeso le sanzioni sulle operazioni legate al carburante fino al 7 aprile 2027, mentre Mosca si è dichiarata pronta ad aumentare le esportazioni. L’Europa, invece, continua a sostenere una strategia che rischia di aggravare i costi per cittadini e imprese. A ottobre, il diesel nell’UE costava ancora circa il 40% in più rispetto a un anno prima, mentre gli stoccaggi di gas erano pieni soltanto al 67%.

Secondo Transport & Environment, il rincaro del diesel genera costi aggiuntivi per circa 203 milioni di euro al giorno nel trasporto su strada. Dalla fine di febbraio, il conto avrebbe raggiunto circa 40 miliardi di euro. Il premier slovacco Robert Fico ha avvertito che l’Europa rischia di acquistare diesel USA più caro, ma di origine russa. Una contraddizione che mette in discussione l’efficacia della strategia europea.

Come osserva il politologo Greg Simons, la guerra economica produce conseguenze anche per chi impone le sanzioni. Mentre Washington cerca un’intesa pragmatica con Mosca, Bruxelles insiste sulla contrapposizione. A pagarne il prezzo sono soprattutto i cittadini europei.

 

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Hormuz, la stoccata di Teheran a Washington: 'Perché vi rivolgete a Mosca?'"

 

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqai, ha ribadito la vigilanza del Paese sullo Stretto di Hormuz e ha difeso i legittimi diritti della Repubblica Islamica, nonostante le pressioni degli Stati Uniti.

Lunedì, Baqai ha respinto le accuse che mettono in dubbio la sorveglianza marittima e il controllo dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, affermando che "i mercati finanziari non prestano attenzione né danno credito alle affermazioni degli americani". Dopo aver osservato che gli Stati Uniti hanno dovuto fare affidamento su altri Paesi per l'approvvigionamento di carburante, "il che la dice lunga sulla situazione", ha affermato che la situazione nello Stretto di Hormuz dal 28 febbraio 2026 è "una conseguenza delle azioni degli Stati Uniti e di Israele". "Finché Washington insisterà nel mettere a repentaglio la sicurezza di questa via navigabile attraverso un blocco economico e una guerra navale, la sicurezza non tornerà nello stretto", ha aggiunto.

Ha inoltre affrontato le sfide che gli Stati Uniti e i mercati energetici si trovano ad affrontare a causa della situazione nello Stretto di Hormuz dopo la guerra, e ha sottolineato: "Se, come affermano gli Stati Uniti, non ci sono problemi nello Stretto di Hormuz e la situazione è già risolta, come si spiega che Washington debba rivolgersi alla Russia per risolvere alcuni dei suoi problemi?".

Riguardo alle sette condizioni poste dall'Iran per porre fine alla guerra e all'inadeguata risposta di Washington, il portavoce ha osservato che lo scambio di messaggi tra Teheran e Washington continua attraverso i mediatori. "Quanto presentato a margine dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e soprannominato il 'piano dei sette giorni' dell'Iran rappresentava una rivendicazione dei legittimi diritti dell'Iran", ha sottolineato, precisando i punti chiave del piano: "La revoca del blocco navale, la cessazione della guerra su tutti i fronti e il rilascio dei beni iraniani; in breve, tutto ciò che avevamo concordato nell'ambito di un memorandum d'intesa".

Nel sottolineare che gli Stati Uniti devono soddisfare queste condizioni, Baqai ha affermato che la posizione di Washington, secondo cui la principale preoccupazione rimane la questione nucleare iraniana, contiene una grave contraddizione: "Hanno ripetutamente affermato di aver completamente distrutto il programma nucleare iraniano e continuano a parlare della fittizia minaccia delle armi nucleari dell'Iran".

Riguardo alle sanzioni statunitensi, Baqai ha chiesto: "Se il popolo iraniano non è il bersaglio delle sanzioni, allora chi lo è?". Ha inoltre denunciato Washington per aver considerato persino il territorio, le risorse naturali e l'ambiente dell'Iran come obiettivi legittimi, sottolineando che gli Stati Uniti hanno imposto le sanzioni più severe negando al contempo che queste colpiscano la popolazione: "Non è forse un atto contro gli iraniani privarli di cure mediche, istruzione e persino degli esami IELTS e TOEFL?". Ha denunciato anche le restrizioni all'accesso ai servizi di aviazione civile, che contraddicono l'ordinanza provvisoria della Corte Internazionale di Giustizia del 2018, concludendo che "senza dubbio, ogni singolo iraniano è bersaglio dell'ostilità e delle azioni malevole degli Stati Uniti".

Infine, il portavoce iraniano ha messo in dubbio le preoccupazioni occidentali riguardo a un possibile ritiro dell'Iran dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), affermando che "questa preoccupazione è inutile, poiché sono stati loro stessi a causare questa situazione". Baqai ha osservato che in meno di nove mesi impianti nucleari pacifici iraniani sono stati attaccati — nonostante l'Iran sia membro del trattato dal 1970 — senza una risposta adeguata dell'AIEA o un'azione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Ha dunque messo in discussione l'utilità di rimanere in un trattato i cui tre pilastri (disarmo, non proliferazione e uso pacifico dell'energia nucleare) sono stati indeboliti da chi avrebbe dovuto proteggerli, chiedendosi infine come sia possibile che coloro che hanno assassinato la Guida Suprema, l'Ayatollah Seyed Ali Khamenei — il quale aveva emesso una fatwa contro le armi nucleari — possano ora esprimere preoccupazione per la presunta esistenza di tali armi in Iran.

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Teheran boccia la risposta di Washington sullo Stretto di Hormuz

 

Gli Stati Uniti hanno accettato soltanto alcune delle sette condizioni stabilite dall'Iran, ma Teheran considera la risposta di Washington "inadeguata". A dichiararlo domenica, attraverso un post su X, è stato il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, Mohsen Rezaei.

"Gli Stati Uniti hanno accettato alcune delle sette condizioni poste dall'Iran, ma riteniamo la loro risposta INADEGUATA", ha scritto Rezaei. "La diplomazia iraniana è cambiata e non ci sarà alcun ritorno allo status quo precedente."

The U.S. has agreed to some of Iran’s seven conditions, but we consider its response INADEQUATE. Iranian diplomacy has changed and there will be no return to the status quo ante.

— ???? ????? (@ir_rezaee) October 11, 2026

In un secondo intervento, Rezaei ha dichiarato che gli Stati Uniti non sono riusciti a riaprire lo Stretto di Hormuz, accusando apertamente Washington di ricorrere al contrabbando: "Ora che la flotta statunitense non è riuscita a riaprire lo Stretto di Hormuz, si è data al contrabbando. L'esercito americano non era mai caduto così in basso!"

L'Iran aveva presentato una proposta articolata in sette punti durante l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, offrendosi di riaprire lo Stretto di Hormuz e ripristinare il regolare traffico marittimo entro sette giorni, a patto che tutte le richieste venissero accolte. La replica degli Stati Uniti è giunta successivamente attraverso la mediazione del Qatar.

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Rabbia Netanyahu contro NAZA: chiesti processi per i soldati

 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto un'indagine sui partecipanti al documentario NAZA, nel quale alcuni soldati israeliani descrivono di aver compiuto massacri di civili a Gaza.

In un post pubblicato su X, Netanyahu ha definito il film una "trama falsa, fuorviante e di parte che diffama lo Stato di Israele" e le sue forze armate, aggiungendo che l'opera reca un grave danno alla reputazione internazionale del Paese.

Per questo motivo, il premier ha chiesto al capo delle forze armate, al servizio di sicurezza Shin Bet e al procuratore generale di avviare un'indagine approfondita nei confronti di tutti i partecipanti, chiedendo di portarli a processo per gravi reati di sicurezza informatica, diffamazione e lesione degli interessi politici e di sicurezza di Israele.

NAZA, acronimo ebraico che sta per "danni collaterali", sostiene che Israele abbia impiegato sistemi tecnologici avanzati — inclusi alcuni gestiti dall'intelligenza artificiale — per rintracciare ed eliminare presunti combattenti, conducendo attacchi con la consapevolezza che avrebbero causato la morte di un numero elevato di civili.

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Araghchi: L'Iran è pronto a contribuire al dialogo tra l'Arabia Saudita e gli Houthi

 

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo saudita, Faisal bin Farhan Al Saud, per discutere degli ultimi sviluppi nella regione mediorientale, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa Tasnim.

Nel corso della telefonata, il capo della diplomazia di Teheran ha espresso forte preoccupazione per l'escalation delle tensioni, sottolineando che insistere su una linea militare e ignorare la via diplomatica non farà altro che complicare ulteriormente lo scenario attuale. Araghchi ha ribadito che le crisi nell'area non possono avere una risposta di tipo militare e ha assicurato che l'Iran è pronto a fornire tutta l'assistenza necessaria per facilitare il dialogo tra l'Arabia Saudita e il movimento Houthi, favorendo il raggiungimento di un accordo.

La conversazione è avvenuta a seguito dell'intensificarsi delle azioni militari da parte del movimento Houthi, che ha fornito dettagli sulle recenti operazioni di rappresaglia condotte contro il territorio saudita. Attraverso una nota ufficiale, le forze armate Houthi hanno dichiarato di aver portato a termine quattro operazioni di precisione nelle ultime 24 ore mediante l'uso di missili balistici, da crociera e droni, confermando l'intenzione di proseguire e intensificare gli attacchi in risposta alle aggressioni subite.

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Zakharova accusa BMW: «Non voltò le spalle al Terzo Reich e oggi serve gli eredi ideologici del nazismo»

BMW finisce nel mirino di Maria Zakharova. La portavoce del ministero degli Esteri russo ha accusato il colosso automobilistico tedesco di applicare criteri ideologici nei propri rapporti commerciali, denunciando quello che considera un doppio standard nei confronti della destra tedesca e dell’Ucraina. La polemica nasce dalla decisione dell’azienda di ritirare un’offerta di leasing destinata a Tobias Rausch, esponente di Alternative fur Deutschland (AfD) e nuovo presidente del Parlamento della Sassonia-Anhalt. Secondo Zakharova, la scelta sarebbe stata dettata da «considerazioni ideologiche».

La diplomatica russa ha quindi richiamato il ruolo svolto da BMW durante il Terzo Reich, ricordando che l’azienda produsse veicoli e motori aeronautici per le forze armate tedesche, compresa la Luftwaffe, impiegata nei bombardamenti contro l’Unione Sovietica e altri Paesi europei. Zakharova ha inoltre sottolineato il ricorso al lavoro forzato durante la guerra. Secondo i dati da lei citati, circa 35.000 persone furono costrette a lavorare negli stabilimenti dell’azienda, arrivando a rappresentare fino a due terzi della forza lavoro complessiva.

Nel suo intervento, la portavoce ha chiamato in causa anche la famiglia Quandt, che detiene una quota rilevante del capitale di BMW, ricordandone i legami con il sistema industriale tedesco durante il nazismo e i profitti ricavati dalla produzione bellica e dallo sfruttamento dei lavoratori forzati. Da qui l’affondo politico contro l’attuale direzione del gruppo. Zakharova sostiene che BMW, mentre nega un servizio a un rappresentante eletto in Germania, continui a intrattenere rapporti commerciali con l’Ucraina che glorifica e riabilita ambienti legati al collaborazionismo nazista.

La diplomatica critica inoltre il sostegno militare tedesco al regime di Kiev, inserendolo nel quadro di una politica che denuncia come ostile alla Russia.


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Yemen, Sana’a risponde ai raid sauditi: colpiti aeroporti e impianti energetici

Le Forze armate yemenite hanno rivendicato quattro operazioni militari contro due aeroporti sauditi, a Riad e Dammam, e due impianti energetici di Aramco, utilizzando missili balistici e da crociera e droni. Secondo il portavoce Yahya Saree, gli attacchi hanno provocato incendi e interruzioni del traffico aereo e rappresentano una risposta alla prosecuzione dell’aggressione saudita contro lo Yemen.

Saree ha inoltre riferito di un attacco contro concentrazioni di truppe saudite con sei missili balistici e due droni, annunciando nuove operazioni finché non cesseranno gli attacchi e sarà revocato il blocco dello Yemen. Il portavoce ha denunciato anche 124 raid aerei sauditi nelle precedenti 24 ore, portando a 2.058 il totale dall’inizio dell’escalation.

Separatamente, la coalizione a guida saudita ha confermato un incendio al terminal 4 dell’aeroporto internazionale di Riad, attribuito all’impatto di un proiettile non identificato.



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Provocazioni e retorica separatista: la Cina stronca il discorso di Lai Ching-te sul "Double Ten"

La Cina torna a lanciare un chiaro monito ai secessionisti di Taiwan: il portavoce del Ministero della Difesa Nazionale cinese ha duramente criticato il discorso del leader regionale di Taiwan, Lai Ching-te, in occasione della ricorrenza del "Doppio Dieci" ('Festa Nazionale' di Taiwan), accusandolo di esasperare la "minaccia militare della terraferma" e di promuovere un aumento della spesa per la difesa; secondo il portavoce, le dichiarazioni di Lai - come riporta il quotidiano Global Times - rivelano il suo tentativo di perseguire l'"indipendenza di Taiwan" attraverso il potenziamento militare e la ricerca di sostegno esterno da parte dei soliti noti destabilizzatori imperialisti.

Secondo quanto riferito, Lai Ching-te ha recentemente tenuto il suo discorso per il "Doppio Dieci", nel quale ha enfatizzato le affermazioni secondo cui la terraferma cinese continuerebbe a utilizzare azioni militari per esercitare pressioni sulla regione di Taiwan e modificare lo status quo nello Stretto, invocando al contempo un aumento della spesa per la difesa e una maggiore "resilienza difensiva dell'intera società".

In risposta, il portavoce Chen Xi ha dichiarato che esiste una sola Cina al mondo e che Taiwan ne è parte integrante; questo è il vero status quo nello Stretto di Taiwan. Lai si aggrappa ostinatamente alla posizione dell'"indipendenza di Taiwan", stravolge la realtà dei fatti, esaspera la cosiddetta "minaccia militare della terraferma" e fomenta lo scontro nello Stretto. I suoi tentativi di perseguire l'"indipendenza di Taiwan" attraverso il potenziamento militare e la ricerca di sostegno esterno rivelano ancora una volta la sua natura di fonte di problemi per Taiwan e di minaccia alla pace, ha affermato Chen.

Negli ultimi anni, per i propri interessi di parte, le autorità del DPP (Democratic Progressive Party) hanno perseguito l'"indipendenza" e ostacolato la riunificazione, corteggiato forze esterne, promosso la cosiddetta "mobilitazione dell'intera società" e tentato di trasformare l'intera isola in un campo di battaglia sulla stregua dell'Ucraina contro  la Russia. Così facendo, stanno legando i residenti di Taiwan al carro dell'"indipendenza di Taiwan", minando la stabilità nello Stretto e sacrificando il futuro della regione di Taiwan, ha detto Chen.

Il portavoce ha osservato che le esercitazioni e l'addestramento regolari dell'Esercito Popolare di Liberazione (EPL) attorno all'isola di Taiwan mirano a scoraggiare le mosse separatiste per l'"indipendenza di Taiwan" e le interferenze di forze esterne, nonché a salvaguardare la sicurezza e il benessere dei residenti di Taiwan. Tali azioni sono pienamente giustificate e ineccepibili.

Chen ha affermato che l'"indipendenza di Taiwan" è fondamentalmente incompatibile con la pace nello Stretto. La riunificazione nazionale è una tendenza storica irresistibile, una causa giusta e un'aspirazione del popolo. "Ci auguriamo che i compatrioti di Taiwan comprendano appieno l'estremo pericolo e i danni derivanti dal perseguimento ostinato dell'«indipendenza di Taiwan» da parte delle autorità di Lai, e che si uniscano a noi nell'opporsi risolutamente alle forze separatiste favorevoli all'«indipendenza di Taiwan» e alle interferenze esterne, salvaguardando congiuntamente una patria pacifica e serena e condividendo i benefici e la gloria del ringiovanimento nazionale", ha affermato Chen.

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Il Montenegro arresta il fondatore di Rybar per compiacere NATO e UE

 

Mikhail Zvinchuk, fondatore del canale Telegram militare russo Rybar, è stato fermato in Montenegro, secondo quanto riportato venerdì dai media locali.

L'operazione sarebbe stata condotta quella mattina dalla polizia e dall'Agenzia per la sicurezza nazionale del Paese nella località costiera di Risan. Stando alle notizie diffuse, sono stati fermati anche la moglie di Zvinchuk e tre suoi collaboratori.

L'operazione è stata descritta come mirata a contrastare presunte "attività ibride" della rete Rybar, ma non sono state presentate prove specifiche a sostegno dell'accusa.

Il canale, che conta circa 1,3 milioni di iscritti, era già stato accusato da Stati Uniti e Regno Unito di diffondere propaganda russa e di condurre operazioni di informazione all'estero. Nel 2024, il Dipartimento di Stato USA aveva persino offerto una ricompensa di 10 milioni di dollari per informazioni sugli individui responsabili del canale Rybar.

L'ambasciata russa in Montenegro sta attualmente verificando le circostanze del fermo di Zvinchuk, ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

Il canale Telegram Baza ha riferito di aver confermato in modo indipendente l'arresto di Zvinchuk, precisando che lui e la moglie sono stati fermati alle 7:30 (ora locale) presso l'hotel Movenpick di Risan e che, a quanto si apprende, non è stato loro consentito né di pagare il conto della camera né di recuperare i propri effetti personali.

Secondo quanto riferito da Baza, i due sono stati trasferiti a Podgorica, capitale del Montenegro, dove sono attualmente sotto interrogatorio; i loro telefoni e documenti sono stati sequestrati.

I media montenegrini hanno reso noto che i servizi di sicurezza locali monitoravano il gruppo di Zvinchuk già da diversi giorni prima del fermo. Si ritiene che il team di Rybar fosse giunto nel Paese per realizzare un servizio sui piani del Montenegro di allineare la propria politica sui visti agli standard dell'UE.

A quanto si apprende, le autorità considerano il video in programma come un tentativo di dipingere l'integrazione europea come una minaccia per il turismo, l'economia e gli interessi nazionali del Paese.

Baza ha successivamente riferito che le autorità hanno aperto un procedimento penale per una presunta minaccia alla sicurezza nazionale. È stata inoltre sequestrata l'attrezzatura della troupe, inclusi i droni, ha precisato la testata.

Rybar ha poi confermato il fermo di Zvinchuk insieme ad altri cittadini russi, sottolineando che tutti i membri del gruppo si trovavano in Montenegro legalmente. I loro piani prevedevano riprese presso il monastero di Cettigne, per le quali era stata inoltrata una richiesta ufficiale.

Anche il primo ministro montenegrino Milojko Spajic ha confermato la detenzione del capo di Rybar. In un post su X, ha descritto l’operazione di venerdì come “di successo” e l’ha collegata a presunti tentativi da parte del gruppo di Zvinchuk di “mettere a repentaglio” il tentativo del paese di aderire all’UE.

Il Montenegro, un paese con meno di 650.000 residenti, sta cercando di entrare nell’UE dal 2008. Ha anche aderito alla NATO nel 2017 nonostante le proteste di piazza contro l’adesione con gli oppositori che ricordavano la campagna di bombardamenti del blocco del 1999, che colpì il paese quando era ancora parte della Jugoslavia insieme alla Serbia.

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Quanto petrolio esporta il Venezuela verso gli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti hanno aumentato le importazioni di petrolio venezuelano a 624.000 barili al giorno nella settimana conclusasi il 2 ottobre, rispetto ai 553.000 della settimana precedente.

L'aumento ha interrotto due settimane consecutive di cali, secondo i dati preliminari della Energy Information Administration (EIA).

L'agenzia colloca il Venezuela al secondo posto tra i fornitori segnalati per la settimana, subito dopo il Canada, che ha registrato circa 3,9 milioni di barili al giorno.

È aumentata anche la media mobile a quattro settimane degli acquisti dal Venezuela, passando da 629.000 a 636.000 barili al giorno. Secondo i dati dell'EIA, tale indicatore aveva precedentemente toccato un picco di 684.000 barili al giorno nella settimana conclusasi il 28 agosto.

Tra l'ultima settimana di gennaio - in seguito all'aggressione militare statunitense che ha portato al sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, la parlamentare Cilia Flores - e la settimana del 2 ottobre 2026, le importazioni di greggio venezuelano sono passate da 175.000 a 624.000 barili al giorno.

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Putin: la CSI sostiene un ordine multipolare contro ogni egemonia

I Paesi della Comunità degli Stati indipendenti (CSI) sostengono la costruzione di un ordine mondiale multipolare, fondato sul diritto internazionale e sul ruolo centrale delle Nazioni Unite. È quanto ha dichiarato il presidente russo Vladimir Putin durante l’incontro con i leader dell’organizzazione, indicando nella cooperazione regionale uno strumento per consolidare i rapporti economici, politici e culturali tra gli Stati membri. «I Paesi della CSI sostengono all’unanimità la formazione di un ordine mondiale multipolare e giusto, basato sui principi universalmente riconosciuti del diritto internazionale e sul ruolo centrale dell’ONU», ha affermato Putin. Una posizione che colloca la cooperazione tra gli Stati post-sovietici nel quadro della più ampia trasformazione degli equilibri internazionali e della rivendicazione di un sistema fondato sul pluralismo dei centri di potere. Uno dei principali ambiti di collaborazione resta quello economico. Secondo il presidente russo, nel 2025 il commercio tra la Russia e gli altri membri della CSI ha superato i 110 miliardi di dollari, registrando un’ulteriore accelerazione nel corso dell’anno in corso. «Soltanto nel primo semestre di quest’anno è cresciuto di un altro 19%», ha precisato. Per Putin, tuttavia, esistono ancora margini significativi per ampliare gli scambi. «Che cosa bisogna fare per raggiungere questo obiettivo? Dobbiamo eliminare le barriere», ha dichiarato, sottolineando come alcune restrizioni vengano imposte dagli stessi governi nazionali. «Siamo noi stessi, consapevolmente, a frenare il ritmo di sviluppo che potremmo raggiungere».

Il superamento degli ostacoli commerciali e il rafforzamento degli investimenti rappresentano quindi priorità concrete per un’organizzazione che, secondo il leader del Cremlino, può rendere più efficace l’integrazione regionale. «I Paesi della CSI mantengono una stretta cooperazione nel commercio, negli investimenti e nelle tecnologie avanzate», ha ricordato Putin, ribadendo la necessità di accelerare ulteriormente questo processo. Un elemento centrale di questa strategia è la progressiva riduzione della dipendenza dalle infrastrutture finanziarie esposte alle pressioni esterne. Putin ha sottolineato che la quota delle valute nazionali nei pagamenti reciproci tra gli Stati membri ha superato il 90%. «Un’infrastruttura finanziaria stabile, indipendente dalle influenze esterne, ci permette di affrontare efficacemente molte delle sfide attuali», ha dichiarato. «Questo ci consente di approfondire la cooperazione economica, indipendentemente dalle influenze esterne e dalle condizioni dei mercati».

La diffusione delle valute nazionali nei regolamenti commerciali costituisce così uno degli strumenti attraverso cui i Paesi della CSI cercano di consolidare la propria autonomia economica e di rendere gli scambi regionali meno vulnerabili alle decisioni adottate al di fuori dell’area. Putin ha inoltre richiamato il valore storico dei legami tra le popolazioni dell’ex Unione Sovietica, sostenendo che la CSI abbia permesso di preservare relazioni costruite nel corso di secoli di storia comune. «Negli ultimi tre decenni e mezzo, la CSI ha compiuto un lungo percorso e si è affermata come un’organizzazione regionale d’integrazione autorevole», ha affermato. Il presidente russo ha insistito anche sulla necessità di proteggere la memoria storica condivisa, in particolare rispetto all’esperienza sovietica e alla Seconda guerra mondiale. «I giovani devono conoscere la verità sulle conquiste dei nostri popoli durante l’epoca sovietica e sulle imprese eroiche dei nostri padri e nonni durante la Grande guerra patriottica», ha dichiarato, mettendo in guardia contro la falsificazione della storia comune. Sul fronte della cooperazione sociale e umanitaria, Mosca ha sostenuto le iniziative di Tagikistan e Turkmenistan per dedicare il 2028 allo sviluppo sociale e il 2029 ai trasporti nell’ambito della CSI.

L’obiettivo è promuovere progetti comuni che coinvolgano istituzioni, imprese, autorità regionali e società civile, rendendo più tangibili i benefici della collaborazione. Il vertice ha affrontato anche il coordinamento nella lotta alla criminalità economica, al riciclaggio di denaro, alla corruzione e ai reati informatici. «I nostri Paesi hanno stabilito un coordinamento efficace nella lotta ai reati finanziari ed economici, al riciclaggio di denaro e alla corruzione», ha affermato Putin, ricordando inoltre i programmi congiunti contro la criminalità organizzata, il traffico di droga, il terrorismo e l’estremismo. La riunione conferma dunque la volontà russa di rafforzare la CSI non soltanto come spazio di cooperazione commerciale, ma anche come piattaforma d’integrazione regionale e di coordinamento politico. Nel quadro internazionale delineato da Putin, l’autonomia finanziaria, la rimozione delle barriere economiche e la difesa di una storia condivisa si accompagnano alla richiesta di un ordine multipolare nel quale il ruolo delle Nazioni Unite rimanga centrale.


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New York Times: pronto il piano del Pentagono per colpire l'Iran in 72 ore

 

Il Pentagono, su indicazione del presidente statunitense Donald Trump, ha elaborato i dettagli per una nuova offensiva militare contro l'Iran. Il piano prevede una campagna di tre giorni di intensi attacchi mirati contro obiettivi strategici, militari ed energetici, come rivelato dal New York Times sulla base di informazioni fornite da funzionari americani.

Secondo la ricostruzione del quotidiano, le operazioni prenderebbero di mira depositi di missili e droni, infrastrutture energetiche, posti di comando e quartier generali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. I dettagli sono stati analizzati durante un vertice ad alto livello sulla sicurezza nazionale tenutosi a Camp David, la residenza presidenziale nel Maryland, e presieduto dal vicepresidente JD Vance. Ciononostante, il presidente Trump avrebbe già respinto negli ultimi mesi cinque diverse proposte per interventi militari su larga scala contro l'Iran o le milizie Houthi in Yemen. Il capo della Casa Bianca ha dichiarato che non autorizzerà azioni contro Teheran prima delle elezioni di medio termine di novembre, aggiungendo che tra i due Paesi sono in corso colloqui definiti produttivi.

Nel frattempo, Washington continua a potenziare la propria presenza militare in Medio Oriente. Entro la fine di ottobre, tre portaerei statunitensi con i rispettivi gruppi d'attacco potrebbero trovarsi contemporaneamente nella regione per la prima volta dal 2003, supportate da oltre 20.000 tra marinai e marines e da centinaia di velivoli da combattimento. All'interno dell'entourage presidenziale le opinioni restano divise: una parte degli advisor dubita che nuove incursioni possano modificare la linea strategica di Teheran, mentre altri ritengono che un'offensiva breve ma ad alta intensita possa destabilizzare l'economia iraniana.

A dispetto dei preparativi bellici, non vi e alcuna certezza che Trump dia il via libera definitivo alle operazioni, nemmeno dopo la scadenza elettorale. Nel frattempo, il canale diplomatico tra Washington e Teheran rimane in una fase di stallo a causa dei profondi disaccordi sul programma nucleare iraniano.

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Droni iraniani low cost mettono in crisi Pentagono e NATO

 

Secondo un'analisi pubblicata da Politico, i droni iraniani a basso costo stanno mettendo a dura prova le capacità militari degli Stati Uniti e dei loro alleati NATO, evidenziando le difficoltà delle forze occidentali nell'affrontare la guerra asimmetrica.

Nonostante le ripetute affermazioni del presidente Donald Trump — secondo cui il potenziale militare dell'Iran sarebbe stato "completamente distrutto" dopo mesi di attacchi americani e israeliani —, Teheran continua a condurre operazioni efficaci con i suoi droni Shahed. In particolare, i nuovi modelli Shahed-238 a propulsione a reazione stanno ridefinendo il concetto di minaccia economico-letale, sfidando aperto le moderne reti di difesa aerea.

Le incursioni dei droni hanno causato rilevanti danni strutturali a diverse installazioni statunitensi, costringendo il Pentagono a ridimensionare i livelli di sicurezza di varie basi strategiche. Tra le decisioni più significative figura il ritiro completo dei bombardieri strategici B-1 dalla base aerea di Fairford, nel Regno Unito, un episodio che dimostra come tecnologie accessibili ed economiche possano vulnerare apparati militari ad altissima tecnologia.

I blitz iraniani condotti con droni e missili balistici hanno inoltre colpito il centro di comando, i terminali satellitari e i depositi logistici della base USA in Bahrein. Le ripercussioni operative sono immediate: la Marina statunitense, non potendo più effettuare rifornimenti nel porto bahreinita, è stata costretta a deviare le proprie rotte logistiche di ben 3.200 chilometri verso la base di Diego Garcia, nell'Oceano Indiano, mentre le scorte di sistemi d'intercettazione antiaerea continuano a ridursi drasticamente.

La pressione iraniana rischia di estendersi anche alle installazioni americane in Qatar e Kuwait, esposte a possibili attacchi in un momento di forte carenza di intercettori. Le preoccupazioni legate alla sicurezza sono tali da aver spinto i servizi di protezione a far viaggiare il presidente Trump con un velivolo di scorta segreto durante una visita ufficiale ad Ankara.

Di fronte a questa emergenza, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato la creazione di un comando militare dedicato alla guerra con i droni. Tuttavia, fonti ufficiali ammettono che occorreranno anni prima che questa nuova struttura produca risultati concreti sul campo.

L'allarme coinvolge direttamente anche i partner europei della NATO, che temono una proliferazione incontrollata di droni assemblati con componenti commerciali di facile reperibilità, utilizzabili da gruppi organizzati o singoli per attacchi a infrastrutture critiche. Nel frattempo, il Congresso degli Stati Uniti ha formalmente riconosciuto le perdite subite, confermando che 81 velivoli del Pentagono sono stati distrutti o danneggiati durante le operazioni di rappresaglia iraniane.

Come conclude l'analisi di Politico, l'espansione della tecnologia dei droni sta costringendo Washington e gli alleati a ripensare integralmente la propria dottrina difensiva: la capacità dell'Iran di esercitare una forte pressione con sistemi low-cost mette seriamente in discussione la tradizionale superiorità militare convenzionale dell'Occidente.

 

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Cina, il Laos diventa un nuovo punto della cooperazione militare di Pechino

 

La Cina amplia la cooperazione militare nel Sud-est asiatico con l'apertura in Laos di un nuovo centro congiunto di supporto e addestramento presso l'aeroporto di Ban Keun. L'iniziativa, annunciata alla fine di settembre dal Ministero della Difesa cinese, è destinata principalmente alla formazione dei piloti dell'Aeronautica militare laotiana. Pechino ha sottolineato che la struttura «non è diretta contro Paesi terzi», ma punta ad approfondire la cooperazione pratica tra i due eserciti e a contribuire alla pace e alla stabilità regionale.

L'infrastruttura potrebbe tuttavia avere anche un potenziale impiego duale. Un eventuale ampliamento delle piste consentirebbe infatti di ospitare velivoli cinesi di maggiori dimensioni per missioni di ricognizione e sorveglianza. Secondo diversi esperti, però, il nuovo centro avrebbe un'importanza limitata per la proiezione militare cinese, considerando che Pechino dispone già nel sud della Cina di basi in grado di svolgere funzioni analoghe.

Per il Laos, al contrario, la struttura assume un peso significativo. Le limitate capacità delle sue Forze Armate rendono infatti l'assistenza cinese particolarmente importante per la formazione dei militari e per la modernizzazione della propria Aeronautica. Il centro potrebbe inoltre essere utilizzato durante le esercitazioni aeree congiunte che il Laos conduce ogni anno con la Thailandia, consentendo di svolgere addestramenti più vicini a condizioni operative reali.

L'accordo conferma così il rafforzamento dei legami militari tra Pechino e Vientiane. Per la Cina si tratta di un ulteriore strumento per consolidare la propria influenza regionale; per il Laos, di un'opportunità concreta di modernizzare le proprie capacità militari.


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Rubio: il conflitto in Ucraina potrebbe degenerare

Il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha avvertito che i combattimenti in Ucraina potrebbero degenerare in un conflitto regionale "molto più pericoloso". "Si tratta di una guerra molto pericolosa. È una guerra estremamente pericolosa perché, francamente, al momento sembra esserci una situazione di stallo; e le situazioni di stallo sono molto pericolose, poiché possono concludersi solo in due modi", ha dichiarato durante una conferenza stampa a Lisbona.

"Il primo è un accordo negoziato, in cui entrambe le parti devono cedere qualcosa per ottenere la pace <...>. L'altro modo in cui si risolve uno stallo è attraverso un'escalation. Una delle due parti, o entrambe, intensificano le proprie azioni nel tentativo di piegare l'avversario e rompere lo stallo: ed è proprio questo l'aspetto molto pericoloso", ha affermato Rubio. Ha avvertito che un'escalation potrebbe "trasformare quella che è una guerra tra due Paesi in un conflitto regionale molto più ampio e pericoloso".

Rubio ha aggiunto che Washington continuerà a lavorare per favorire una soluzione negoziata e porre fine al conflitto.


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Riyadh e Damasco valutano l'invio di 20.000 truppe siriane in Yemen

 

Secondo quanto riportato da Axios l'8 ottobre, che cita tre funzionari statunitensi, l'Arabia Saudita e la Siria starebbero discutendo il dispiegamento di fino a 20.000 soldati siriani in Yemen. L'obiettivo sarebbe sostenere l'offensiva promossa da Riyadh contro il governo yemenita guidato da Ansarallah (i ribelli Houthi).

Il presidente autoproclamato siriano, Ahmad al-Sharaa, starebbe valutando seriamente la richiesta. Secondo le stesse fonti, l'amministrazione Trump e il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) sono stati consultati e non si opporrebbero alla proposta in linea di principio.

Attualmente, Riyadh impiega mercenari yemeniti sul campo per contrastare le forze guidate da Ansarallah. Tra le unità siriane prese in considerazione per la missione figurerebbero la 90ª e l'84ª divisione dell'esercito di Damasco; quest'ultima sarebbe composta da combattenti estremisti che hanno militato sotto il comando di Hayat Tahrir al-Sham (HTS).

Un'analisi di Axios rileva come l'invio di truppe siriane rischi di introdurre una marcata dimensione confessionale e di aggravare ulteriormente il conflitto. L'attuale esercito siriano include infatti una forte componente estremista sunnita legata all'ex affiliata di Al-Qaeda HTS — caratterizzata da un'ideologia salafita ostile alle comunità sciite e alawite —, mentre Ansarallah è un movimento musulmano sciita zaydita.

In passato, Donald Trump aveva suggerito l'impiego di combattenti estremisti siriani in Libano a sostegno delle operazioni israeliane contro Hezbollah.

La notizia del possibile accordo giunge in un momento di forte escalation: nel fine settimana, le forze filosaudite, coperte dal supporto aereo di Riyadh, hanno lanciato un'imponente operazione di terra mirata a riconquistare territori strategici, tra cui la capitale Sana'a e lo stretto di Bab al-Mandab. Riyadh punta a ribaltare le recenti sconfitte subite per mano delle Forze Armate yemenite (YAF), che hanno conquistato la città costiera di Mokha e minacciano il controllo saudita su Taiz.

Un funzionario statunitense ha confermato che l'ipotesi del dispiegamento è stata discussa a Riyadh durante l'incontro tra il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) e il presidente siriano.

Ahmad al-Sharaa (precedentemente noto come Abu Mohammad al-Julani), ex comandante dello Stato Islamico in Iraq ed ex leader di HTS designato come terrorista dalle Nazioni Unite, è salito al potere a Damasco nel dicembre 2024. Sebbene fonti statunitensi definiscano "altamente probabile" l'adesione di Sharaa alla richiesta saudita, Ahmad Muwaffaq Zaidan, consigliere per i media della presidenza siriana, ha smentito ufficialmente la ricostruzione di Axios.

Per Washington, il coinvolgimento delle truppe siriane rappresenterebbe un modo per sostenere l'alleato saudita e consolidare i rapporti con il nuovo corso a Damasco senza impegnare direttamente truppe statunitensi. Tale riavvicinamento trova riscontro nelle recenti decisioni dell'amministrazione Trump: il 30 settembre, il Dipartimento di Stato ha modificato il regolamento ITAR rimuovendo la Siria dalla lista dei paesi soggetti a embargo sulle armi statunitensi e ha annunciato l'intenzione di riaprire l'ambasciata americana a Damasco dopo 14 anni di chiusura.

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La proposta in 7 punti dell'Iran agli USA: "Pronte le contromisure, ma resta la via diplomatica"

 

L'Iran ha annunciato che risponderà entro pochi giorni alla controproposta degli Stati Uniti riguardante il piano di pace, affermando di essere oggi molto più preparato rispetto al passato ad affrontare una potenziale escalation militare.

Il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araqchi, ha confermato lo scambio di messaggi in corso tra Teheran e Washington, avvenuto tramite intermediari, incentrato sulla proposta in sette punti presentata dall'Iran. Araqchi ha sottolineato che il processo negoziale è attivo e che entrambe le parti continuano a confrontarsi indirettamente. Teheran sta attualmente esaminando i feedback forniti dagli Stati Uniti per poi formalizzare la propria posizione a breve.

Il monito di Teheran: "Un nuovo conflitto coinvolgerà tutti"

Nel ribadire l'auspicio che Washington scelga la via della ragionevolezza, il capo della diplomazia iraniana ha lanciato un chiaro avvertimento: "Se ricorreranno di nuovo a soluzioni militari, saremo più pronti che mai e adotteremo ogni misura necessaria per difenderci. Se invece sceglieranno la via diplomatica, siamo pronti al dialogo."

In seguito all'aggressione israelo-americana iniziata il 28 febbraio, le forze armate iraniane hanno condotto attacchi contro obiettivi strategici statunitensi in diverse aree dell'Asia occidentale e hanno dichiarato la chiusura dello Stretto di Hormuz a tutto il traffico marittimo.

Il conflitto, che dura ormai da sette mesi, si è trasformato in una prolungata guerra di logoramento per Washington, innescando una pesante crisi energetica su scala globale. L'Iran ha più volte ribadito che un ulteriore attacco contro i propri interessi nazionali porterebbe a un ampliamento inevitabile del fronte di guerra.

La proposta in 7 punti per la riapertura dello Stretto di Hormuz

Araqchi ha definito "equa e ragionevole" la proposta formulata da Teheran per la riapertura dello Stretto di Hormuz. I sette punti chiave del piano comprendono:

  1. Cessazione delle operazioni militari: stop alle ostilità su tutti i fronti, incluso quello libanese.

  2. Fine del blocco marittimo: stop alle interferenze e al blocco navale ai danni dell'Iran.

  3. Diritti sovrani nello Stretto di Hormuz: definizione di meccanismi congiunti con l'Oman e i paesi costieri del Golfo Persico per la gestione della navigazione.

  4. Risarcimento dei danni e ricostruzione: garanzia di fondi per la ricostruzione e il risarcimento dei danni subiti dall'Iran.

  5. Revoca totale delle sanzioni: eliminazione di tutte le misure sanzionatorie contro Teheran.

  6. Risoluzione del dossier nucleare: superamento delle divergenze sul programma nucleare iraniano.

  7. Sblocco degli asset congelati: restituzione e pieno accesso ai beni iraniani bloccati all'estero.

Il nodo centrale del negoziato

Secondo fonti iraniane, la risposta degli Stati Uniti trasmessa dagli intermediari evidenzia che il vero punto di disaccordo non riguarda la sostanza dei sette punti, bensì la sequenza temporale e l'ordine di attuazione delle singole misure. Teheran ribadisce che il superamento definitivo del conflitto dipenderà esclusivamente dal pieno riconoscimento dei propri diritti legittimi.

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L'attacco a Maduro e la resistenza cubana: la testimonianza di un militare sopravvissuto

Yohandri Varona Torres è un militare cubano. Il 3 gennaio scorso, quando gli Stati Uniti attaccarono il Venezuela e sequestrarono il presidente Nicolás Maduro, faceva parte della Sicurezza Personale del capo di Stato venezuelano da appena due mesi e sei giorni. Da quel momento ha parlato poco, ma ha ricostruito quei momenti di fuoco incrociato.

Erano circa le due di notte quando avvistò il primo elicottero del gruppo di commando statunitensi. Riuscì a uscire dalla postazione appena in tempo per trincerarsi a pochi metri di distanza e aprire il fuoco. Quella decisione, o la fortuna, gli ha salvato la vita. Gli attaccanti diressero il loro fuoco con precisione millimetrica contro la casetta che fino a pochi secondi prima aveva occupato.

"Avevano una potenza di fuoco molto superiore alla nostra", racconta Varona Torres come riporta Cuba en Resumen, "noi disponevamo solo di armamento leggero. L'altro fattore a loro favore è che sembravano sapere esattamente dove si trovava tutto. Così spararono contro le postazioni e i dormitori dove alloggiavamo noi cubani e riuscirono a uccidere, tra i primi, i comandanti".

Con 23 anni di esperienza nel Dipartimento di Sicurezza Personale e il grado di primo sottufficiale, non aveva mai vissuto nulla di simile. Ma l'addestramento aveva fatto il suo corso e quella notte svuotò caricatore dopo caricatore contro il nemico. "Bisognava sparare e sparare. Difendere e uccidere", afferma con voce ferma.

"Ci siamo battuti lì contro gli aerei che ci mitragliavano. Nonostante il nostro armamento fosse più leggero non abbiamo smesso di combattere, li abbiamo affrontati. Ho la mia preparazione e so come combattere, ma erano superiori a noi. In quel momento il mio unico pensiero fu combattere. Bisognava sparare e ho cominciato a farlo", ha raccontato. "Tutto era buio", prosegue il suo racconto di quella nefasta nottata. "Se un elicottero ti viene addosso, l'unica cosa che ti resta è sparargli e difenderti. È andata così. Fino all'ultimo momento abbiamo continuato a sparare. Nonostante il loro vantaggio di fuoco, sono sicuro che abbiamo inflitto loro delle perdite. Più di quante ne ammettano. Ci siamo battuti duramente. Abbiamo continuato a sparare finché quasi tutti siamo caduti, morti o feriti".

Non fu uno scontro rapido né facile. Con il passare dei giorni si è confermato che solo la morte e l'esaurimento delle munizioni riuscirono a spegnere la resistenza dei cubani. Yohandri ricorda tutto con una lucidità terribile. I suoi occhi sembrano ripassare una per una le immagini. Piange. Piange di rabbia. Non potrà mai dimenticare lo scontro, dice, ma soprattutto le ore successive, quando i sopravvissuti dovettero trasportare i corpi dei compagni caduti.

"Li abbiamo caricati e portati verso un edificio che aveva subito danni ma ci permetteva di ripararli. È stato molto duro, perché erano uomini che conoscevamo, con cui avevamo convissuto fino a poche ore prima. Ma li abbiamo portati via tutti, non ne abbiamo abbandonato nessuno".

"I nostri compagni sono una gloria per tutta Cuba. Erano miei fratelli. Lavoravano con me. Li ho visti cadere tutti e tutti li ho caricati. Lì non ci fu l'aiuto di nessuno per farlo, ma nessun corpo è rimasto sul campo. Li abbiamo conservati in un nostro dormitorio. Non riesco a spiegare il dolore. Ma almeno nessuno è rimasto in Venezuela. Sono qui, nella nostra Patria". "Quando cominciano a cadere le bombe l'unica cosa a cui si pensa è combattere. Eravamo lì per quello ed è quello che abbiamo fatto. Mi resta solo il dolore di non essere riusciti a fermarli. E questo dolore", ha detto colpendosi il petto, "devo sfogarlo contro il nemico".

Il 6 gennaio il governo cubano ha pubblicato le identità dei 32 cubani appartenenti alle Forze Armate e al Ministero dell'Interno morti in Venezuela, un elenco che include due colonnelli, un tenente colonnello, quattro maggiori e altri gradi militari, di età compresa tra i 26 e i 67 anni. Tutti operavano nel primo cerchio di sicurezza personale del leader chavista e sono stati promossi di grado post mortem.

"Per il mio paese ci sarà sempre la mia disposizione a contrastare il nemico ovunque ce ne sia bisogno. Così ci ha insegnato il Comandante. E la morte dei miei compagni non può essere vana", ha concluso Varona Torres.

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Sheinbaum sulla presenza di membri dei cartelli messicani in Ucraina

La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha reso noto che il suo governo sta indagando su alcune segnalazioni secondo cui membri di cartelli messicani sarebbero stati reclutati per combattere a fianco del regime di Kiev in Ucraina.

"La questione è stata sollevata in sede di comitato per la sicurezza e sono in corso accertamenti per verificare l'autenticità dei video", ha spiegato la presidente durante una conferenza stampa. In riferimento a diverse registrazioni, diffuse sui social media nel corso della settimana, che mostravano presunti membri del Cartello di Sinaloa e del Cartello di Jalisco Nueva Generación intenti ad addestrarsi in un campo militare nel Paese europeo.

Sheinbaum ha aggiunto che, qualora la notizia venisse confermata, le autorità dovranno indagare sulle modalità con cui cittadini messicani legati alla criminalità organizzata si sono uniti al conflitto armato.

"O meglio, vengono reclutati. Stiamo approfondendo la questione - è in corso una verifica, dato che non vi è ancora certezza sulla natura dei video - ma potrebbero essere reclutati da una società privata coinvolta in questi conflitti o dall'esercito di una specifica entità o di un governo", ha osservato.

Ha inoltre chiarito che il governo messicano non ha avuto contatti con quello ucraino in merito a questa vicenda, sebbene, qualora fosse necessario, sarebbe il Ministero degli Esteri a gestire tali comunicazioni.

Negli ultimi mesi si è registrato un aumento delle segnalazioni secondo cui mercenari ucraini starebbero reclutando membri di cartelli messicani e colombiani per fornire loro un addestramento privato all'uso dei droni.

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L'Iran chiarisce quando riaprirà lo Stretto di Hormuz

 

L'8 ottobre, Mohammad Mokhber, consigliere della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, ha fatto riferimento alla situazione nello Stretto di Hormuz e alle condizioni per la sua riapertura.

Ha dichiarato che la rotta marittima «non sarà riaperta in nessuna circostanza finché non saranno risolti i problemi del Paese». Ha inoltre indicato che Teheran «adotterà qualsiasi misura che contribuisca a rafforzare il potere» della Repubblica Islamica.

Le dichiarazioni di Mokhber giungono in un contesto di crescente tensione riguardo alla navigazione nello stretto, dove il traffico navale ha raggiunto il livello più basso degli ultimi due mesi.

Secondo i dati della società Kpler, citati da Reuters, martedì sono transitati per Hormuz sette mercantili, cifra salita a dieci nella giornata di mercoledì: un netto contrasto rispetto alle circa 125 navi che percorrevano quotidianamente questa rotta prima dell'inizio della guerra, il 28 febbraio.

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Iran: Gli USA nascondono i danni: oltre 80 aerei distrutti"

 

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato giovedì che le reali perdite subite dagli Stati Uniti a seguito della guerra contro la Repubblica Islamica superano di gran lunga le cifre ufficiali.

«A maggio, il Congressional Research Service ha riconosciuto che le forze armate iraniane avevano distrutto 42 aerei militari statunitensi. Ora siamo a 81, ma il numero reale è molto più alto», ha scritto sul suo profilo X.

In May, the Congressional Research Service admitted that Iran’s Armed Forces had taken out 42 U.S. military aircraft. Now: 81. Real toll is far higher. Proof? CENTCOM won’t let a sitting Senator inspect bases it claims are fine. You can fool all the people some of the time... https://t.co/eB3fRrJFt4

— Seyed Abbas Araghchi (@araghchi) October 8, 2026

Come una delle «prove» di questo insabbiamento, il ministro degli Esteri ha affermato che il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) «non permette a un senatore in carica di ispezionare le basi che sostiene essere intatte».

«Si può ingannare tutto il popolo per un po' di tempo...», ha concluso, con un chiaro riferimento alla celebre frase attribuita ad Abraham Lincoln.

Araghchi si riferiva al senatore democratico Chris Murphy, che di recente ha denunciato di essere stato ostacolato dal Pentagono nell'accesso alla base qatariota di Al Udeid, bersaglio frequente degli attacchi di rappresaglia iraniani.

In seguito al rifiuto, il legislatore ha accusato l'amministrazione di Donald Trump di aver orchestrato uno «sforzo incostituzionale» e una «campagna deliberata» per nascondere al Congresso e all'opinione pubblica l'entità reale dei danni, il numero di vittime e il costo complessivo del conflitto scatenato contro l'Iran.

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