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Quo vadis Venezuela? A fianco di ogni popolo, contro ogni governo

L’enorme pressione militare sul Venezuela ha dato i suoi frutti. Senza ricorrere all’invasione di terra, è bastato al governo USA esercitare un’accorta operazione di corruttela su gangli del regime individuati come malleabili e abbordabili per effettuare una specie di colpo di Stato. Sequestrati Maduro e consorte senza che le truppe d’assalto statunitensi versassero una solo goccia di sangue, Trump ha dato il via libera ad un governo costituito dalla stessa élite dell’epoca maduriana. L’ex presidente che diventa presidente, il fratello che apre le porte delle carceri agli oppositori che lui stesso e i suoi accoliti avevano messo dentro, il ministro delle risorse energetiche che stringe i patti con chi vuole mettere le mani sull’oro nero, qualcuno che fa finta di inneggiare al presidente deposto. Insomma una scena da cabaret, se non fosse per il centinaio di morti (tra i quali i trentadue miliziani cubani che costituivano la guardia del corpo: evidentemente Maduro si fidava ben poco dei suoi).

Passati i primi giorni di attesa attraversati dal timore e dalla paura, mentre all’estero i venezuelani festeggiavano per la caduta del presidente, gruppi di manifestanti si sono riversati nelle strade delle principali città del paese per denunciare l’aggressione statunitense e rivendicare l’indipendenza nazionale.

Provenienti dalle periferie, dai sobborghi della capitale, agitando gli emblemi della ‘rivoluzione bolivariana’, erano e sono la dimostrazione più evidente della profonda frattura che divide il Venezuela.

Quando nel 1998 Hugo Chavez – che già nel 1992 fu protagonista di un fallito colpo di Stato per rovesciare il presidente Carlos Pérez accusato di corruzione – vinse con un largo margine le elezioni, affermò di voler governare opponendosi a tutti i segmenti del potere tradizionale della società venezuelana per avviare una rivoluzione del sistema politico nazionale, abbracciando una piattaforma anti-neoliberale.

Chavez non veniva dal nulla, ma era il frutto di una società attraversata da una profonda divisione di classe legata all’ineguale distribuzione dei proventi della vendita del petrolio in una fase di vertiginosa crescita del suo prezzo nel mercato internazionale. Nell’ultimo ventennio del Novecento il Venezuela godeva del più alto tasso di reddito pro capite dell’intero continente, ma questa ricchezza andava ad alimentare sprechi e corruzione, creando ricchezze sempre più ingenti e facendo sprofondare nella povertà settori della popolazione già emarginati per il colore della pelle, per la mancanza d’istruzione, per la precarietà del lavoro.

Le cosiddette terapie d’urto neoliberali, in voga nel periodo, aggravarono la situazione generando conflitti sociali, fuga dei capitali all’estero e aumento del debito estero. In soli 11 anni la percentuale di coloro che vivevano sotto la soglia di povertà passò dal 36% del 1984 al 66% del 1995; quelli che vivevano in condizioni di estrema povertà passarono dall’11% al 36%.

È questo il contesto che portò alla vittoria elettorale Hugo Chavez, che rivolse l’attenzione sua e del suo governo alla lotta contro la povertà e l’emarginazione dei settori più deboli della popolazione. Le prime misure adottate riguardarono l’introduzione per la prima volta nella storia del paese del sistema di sanità universale, l’assicurazione di un pasto giornaliero in migliaia di scuole, la scolarizzazione diffusa, l’inserimento nel processo decisionale politico di vasti segmenti della società tradizionalmente esclusi (donne, popolazioni indigene, persone omosessuali), la riforma agraria tesa a distribuire ai contadini la terra incolta dei grandi proprietari terrieri, la riforma delle aree urbane stabilendo il diritto di proprietà sulle occupazioni illegali e promuovendo l’autogoverno delle comunità tramite l’istituzione di comitati territoriali costituiti da non più di 200 famiglie provenienti dai quartieri poveri. Una serie di misure di stampo sostanzialmente socialdemocratico, ma che in un paese come il Venezuela, governato da due partiti borghesi, assolutamente indifferente alle condizioni di vita dell’80% della popolazione, rappresentarono una rottura nell’ordine delle cose.

Per finanziare queste misure Chavez istituì, per la prima volta nella storia del paese, una serie di tasse per quanti godevano di redditi significativi. Ovviamente le parti più ricche della società non accolsero favorevolmente questa decisione, mentre il ceto medio non ebbe nessuna ricaduta positiva dalle politiche chaviste.

L’11 aprile 2002 un colpo di Stato, orchestrato dalle forze di opposizione in combutta con la presidenza USA, occupata allora da Bush, cercò di scalzare Chavez dal potere. Per 47 ore il presidente venne deposto e sostituito da Pedro Carmona, capo della federazione commerciale, ma imponenti manifestazioni popolari e l’appoggio di settori dell’apparato militare lo rimisero al suo posto.

Il fallimento del golpe rafforzò Chavez, anziché indebolirlo e mise le basi del regime, che venne riconfermato con le elezioni del 2000, 2006 e 2012. Elezioni sulle quali sono state presentate molte denunce relative a irregolarità di vario tipo. La morte di Chavez aprì le porte al suo successore, Maduro, con i risultati che abbiamo visto e dei quali abbiamo scritto nell’articolo di UN del 16 novembre.

Trump deve avere imparato la lezione ricevuta da Bush nel 2002, operando in modo diretto piuttosto che delegare a settori dell’opposizione interna la gestione del golpe contro Maduro.

D’altronde si è trovato ad operare in una situazione in cui l’élite madurista ha dimostrato da tempo di aver messo la sordina all’eredità di Hugo Chavez, proteggendo sostanzialmente i propri privilegi, a scapito delle condizioni di vita non solo dei milioni che hanno dovuto abbandonare il paese sia per motivi economici che politici, ma anche degli stessi loro primitivi sostenitori, spesso e frequentemente repressi nel corso degli scioperi e delle manifestazioni di protesta contro il regime (ricordiamoci delle violenze poliziesche del 2017 con 120 morti nelle piazze).

Il ricorso, sempre più frequente, alla repressione delle opposizioni, l’emarginazioni dei settori critici dello stesso chavismo, la messa fuori legge di partiti come il Partito Comunista, l’arroccarsi in difesa di uno Stato sempre più legato ai proventi del petrolio, l’adozione di forme di governo sempre più dittatoriali accompagnate da politiche economiche fallimentari hanno progressivamente indebolito l’immagine stessa di Maduro, trasformandolo in un capo espiatorio per la salvezza degli interessi dei suoi ex sodali.

Trump vuole il petrolio e soprattutto vuole che non vada in Cina. Preferisce mercanteggiare con il governo chavista piuttosto che si scateni un conflitto tra le correnti venezuelane, tra la borghesia e i ceti popolari, inaugurando una scenario di tipo libanese.

Sta ora, una volta di più, alle componenti storicamente più sfruttate che hanno beneficiato di una politica di redistribuzione della ricchezza sociale, difendere quanto ottenuto. Lo possono fare se solo abbandonano la fiducia nei loro governanti, che proprio in questi giorni hanno dimostrato quanto hanno a cuore i propri interessi invece degli interessi di coloro che agitano in piazza le bandiere chaviste.

E gli stessi che ora si sbracciano per la fine di Maduro stiano molto attenti, perché ottenere la liberazione da un potere esterno comporta sempre la subordinazione agli interessi dello Stato dominante, in una situazione di tipo coloniale.

È un’indicazione questa che dovrebbe essere presente soprattutto in una fase come questa, di ripresa di pratiche di guerra su scala mondiale.

Se vogliamo perseguire la libertà di tutti i popoli bisogna abbandonare le scelte di campo a favore di questo o di quello Stato, di questo o di quel governo.

Nemici di ogni Stato e di ogni governo gli anarchici hanno sempre reclamato il diritto di vivere e di svilupparsi nella piena libertà di tutti i gruppi sociali ed etnici come di tutti gli esseri umani. Ed è per quello che, oggi come allora, siamo a fianco di ogni popolo che lotta per la sua libertà, quella vera, costruita con l’autodeterminazione e nell’autogestione, contro ogni potere interno ed esterno.

In Venezuela, in Palestina, in Iran, in Sudan, in Siria, ovunque.

Massimo Varengo

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Il saccheggio imperialista del Venezuela

Pubblichiamo due contributi sulla situazione venezuelana. Il primo è il comunicato della Federazione Anarchica Francofona scritto subito dopo l’attacco statunitense, il secondo è di varie organizzazioni/gruppi anarchici del latino america uscito i giorni precedenti all’attacco. Nuovi approfondimenti nei prossimi giorni. La redazione web

 

Il saccheggio imperialista del Venezuela

Quello che è accaduto in Venezuela nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 è estremamente grave: l’aeronautica e la marina statunitense hanno bombardato il Venezuela mentre le forze speciali hanno rapito Nicolás Maduro e sua moglie in direzione degli Stati Uniti.

Prima dell’aggressione militare del 2 gennaio, l’amministrazione Trump aveva già affondato diverse navi venezuelane che sospettava di trasportare droga. Questi sequestri di petroliere e questi attentati ai pescherecci (a volte di sussistenza) ovviamente non hanno nulla a che fare con la presunta lotta contro il traffico di droga. Con questo pretesto, Trump e la sua cricca intendono saccheggiare le immense risorse petrolifere del paese attaccato, tra le prime al mondo.

Da parte loro, Nicolás Maduro e il suo regime non sono difendibili sotto alcun piano. Le loro politiche economiche clientelari stanno causando sofferenze all’intera popolazione del Venezuela. Le loro politiche repressive hanno spinto persino i loro ex alleati (chavisti, Partito Comunista Venezuelano, ecc.) a unirsi alle fila degli oppositori. A questo quadro cupo si aggiungono più di un decennio di blocco economico da parte di imperialisti di ogni tipo, in particolare degli Stati Uniti, che soffocano sempre di più il popolo venezuelano.

Siamo indubbiamente entrati in un’era estremamente pericolosa di governo capitalista. Il “diritto internazionale”, presuntamente difeso dai cosiddetti stati liberali, non finge nemmeno più di esistere sulla carta. Le reazioni dei leader internazionali, soprattutto quelli europei, non sono in nulla all’altezza della situazione.

Ieri, l’aggressione russa contro l’Ucraina. Oggi quello in Venezuela degli Stati Uniti. Domani, quella di Taiwan da parte della Cina?

Gli imperialismi stanno portando il mondo al caos e alla guerra per avere sempre più petrolio, terre rare, territori…

La Federazione Anarchica condanna fermamente l’aggressione militare degli Stati Uniti contro il Venezuela.

Solo i venezuelani hanno il diritto di decidere il proprio destino. Spetta a loro e solo a loro gestire la loro società. E’ a loro che spetta il diritto di condannare i loro leader corrotti.

Federation Anarchiste, 4 gennaio 2026

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Comunicato internazionale: Denunciamo l’offensiva imperialista contro il Venezuela

Questo comunicato è stato preparato e firmato da organizzazioni che compongono il Coordinamento Anarchico dell’ America Latina – Coordinación Anarquista LatinoAmerica (CALA). La Black Rose/Rosa Negra (BRRN) è stata invitata a firmare il comunicato come organizzazione sorella.

Il Coordinamento Anarchico dell’America Latina e le organizzazioni sorelle condannano le minacce di intervento diretto in Venezuela da parte del governo USA, condotte dall’amministrazione TRump

Questi tentativi e minacce di intervento non sono incidenti isolati, non sono una risposta temporanea a presunti problemi di “sicurezza”, “traffico di droga”, o “terrorismo”. Al contrario, questi sono parte di una lunga storia di interferenza imperiale in America Latina e nei Caraibi, i cui effetti sono sistematicamente caduti sui popoli e sulle classi oppresse della regione.

La storia è ben nota: ogni volta gli Stati Uniti hanno invocato questi pretesti, il risultato è stato devastazione sociale, perdita di sovranità e violenza. Panama nel 1989, Iraq nel 2003, e molteplici interventi nella nostra regione, mostrano che tutto questo non ha a che fare con il “difendere la democrazia”, ma piuttosto con il controllo politico, militare ed economico. Nel caso del Venezuela, queste minacce arrivano dopo oltre dieci anni blocco economico che ha colpito duramente la vita quotidiana delle persone, inasprendo la carenza di beni di prima necessità, l’incertezza e il deterioramento delle condizioni materiali di esistenza.

Riguardo a questo, è essenziale sottolineare che l’aggressione imperialista non punisce le elite di governo, ma invece cade direttamente sui settori popolari. Blocchi, sanzioni, intimidazioni militari, e soffocamento finanziario non sono strumenti “chirurgici”: sono meccanismi di guerra economica che cercano di rompere la resistenza di un intero popolo, disciplinarlo e forzarlo ad accettare un ordine di subordinazione.

Un esempio recente ed evidente di questa logica è l’atto di pirateria e di furto spudorato di una petroliera venezuelana da parte del personale militare statunitense, che è stata bloccata e sottratta in base a sanzioni unilaterali. Al di là dei tecnicismi legali con cui Washington cerca di giustificare queste azioni, ciò che risulta evidente è un esercizio di pirateria moderna: l’uso del potere militare, giudiziario e finanziario per appropriarsi di risorse. Questo non è solo un attacco allo stato venezuelano, ma anche una diretta aggressione contro la popolazione, perché ogni trasporto sequestrato, ogni asset bloccato, ogni proprietà confiscata, è un peggioramento delle condizioni di vita imposte dal blocco.

Ancora di più, il loro disprezzo per le vite delle persone è evidente nella facilità assoluta con cui hanno lanciato esplosivi alle barche di pescatori a largo della costa venezuelana, prendendosi stavolta non solo i mezzi di sussistenza delle persone, ma anche le loro vite e il loro diritto di difendersi da accuse non provate. Il massacro è stato trasmesso in televisione e celebrato dai vertici del potere.

Questo genere di azioni rivelano chiaramente cosa significa oggi l’ordine internazionale difeso dagli USA: un sistema in cui i principali poteri si arrogano il diritto di decidere chi può commerciare, chi può produrre, e chi merita di essere punito. Il diritto internazionale è selettivo, flessibile per gli alleati e brutalmente rigido per coloro che non si sottomettono. In questo contesto, il sequestro delle navi, il congelamento degli asset, e le sanzioni economiche funzionano come arma di guerra anche se sono presentate come misure amministrative.

La recente assegnazione del Premio Nobel per la Pace a María Corina Machado segue la stessa logica di cinismo e doppio standard. Questo genere di primi non esprime valori universali, ma piuttosto allineamenti geopolitici. Lontana dal rappresentare una difesa genuina dei diritti del popolo venezuelano, questo riconoscimento è un gesto politico da parte di poteri imperiali verso un leader che ha apertamente avallato sanzioni, blocchi economici, e minacce di intervento. La destra venezuelana lontana dall’offrire una via d’uscita per le classi lavoratrici, si presenta come un partner necessario in una strategia che rende più profonda la sofferenza e la dipendenza sociale.

La riapparizione esplicita della Dottrina Monroe nei recenti documenti e dichiarazioni del governo statunitense non fa che confermare questa linea d’azione. Il vecchio slogan “L’America agli americani” – ovvero subordinata agli interessi di Washington – viene nuovamente affermato senza eufemismi, ripristinando l’idea dell’America Latina come zona naturale di dominio. Ciò minaccia non solo il Venezuela, ma tutti i popoli del continente, legittimando interventi, pressioni economiche, colpi di Stato e l’allineamento forzato dei governi che si allontanano dagli interessi imperiali. Un esempio lampante di ciò è stato l’intervento senza precedenti dell’amministrazione Trump in Argentina negli ultimi mesi, in particolare nella politica economica interna, nel mercato dei cambi e persino nel processo elettorale, dando un improvviso impulso al governo di Milei.

Nel contesto attuale, gli Stati Uniti non sono più una potenza incontrastata, ma rimangono un attore centrale in un ordine mondiale basato sulla violenza, il saccheggio e l’imposizione. La loro crescente aggressività riflette anche le loro crisi interne e la loro necessità di riaffermare il controllo su territori strategici ricchi di petrolio, minerali, acqua e biodiversità. L’America Latina, ancora una volta, appare come il bottino e la retroguardia di un progetto imperiale che rimane profondamente pericoloso.

Difendere l’autodeterminazione dei popoli – classi dominate, sfruttate e oppresse all’interno dei cosiddetti contesti “nazionali” – non significa idealizzare i governi o negare le contraddizioni interne inerenti al processo venezuelano, di cui siamo critici, ma piuttosto rifiutare categoricamente l’intervento straniero e affermare il diritto di ogni classe dominata, sfruttata e oppressa di lottare per il miglioramento del proprio destino senza minacce, blocchi o occupazioni. In questo senso, affermiamo che l’organizzazione di fronte a questa situazione non può venire dall’alto né essere delegata alle strutture statali, ma può essere costruita solo dal basso, attraverso l’organizzazione popolare e la partecipazione diretta di coloro che sostengono la vita quotidiana in condizioni di assedio.

Il caso della nave sequestrata, come il blocco economico nel suo complesso, dimostra che l’imperialismo non cerca di “correggere” i governi, ma piuttosto di soggiogare interi popoli attraverso la fame, l’isolamento e la punizione collettiva.

In Venezuela, come nel resto dell’America Latina, anche tra le difficoltà causate dalla burocratizzazione, dai limiti e dalle tensioni con lo Stato che tendono a indebolire l’organizzazione di base, vediamo le comuni, gli spazi territoriali e le forme di organizzazione popolare sostenere la resistenza materiale e sociale quotidiana di fronte al blocco, alla carenza di beni e all’aggressione imperialista.

La nostra lotta va oltre i confini imposti dagli Stati e ci unisce a tutte le classi oppresse. Il governo imperialista del Nord ha assunto una posizione xenofoba, razzista e persecutoria nei confronti delle comunità di migranti presenti sul suo territorio. L’attacco al Venezuela si basa ideologicamente sul razzismo insito nello Stato statunitense – come in altri Stati – che si irradia internamente ed esternamente a favore delle classi dominanti di quel Paese.

Di fronte a questa offensiva, come anarchici denunciamo il governo statunitense e sosteniamo che la soluzione non verrà da Stati più forti o da dispute tra potenze, né dalle cosiddette organizzazioni internazionali create dagli Stati e per gli Stati, ma dalla costruzione di un popolo forte, organizzato dal basso, con indipendenza politica e una reale capacità di contestare il potere.

La storia dell’America Latina dimostra che ogni avanzata dell’imperialismo ha incontrato resistenza anche in condizioni avverse. Ciò sostiene la dignità e la capacità di una risposta collettiva. È la base materiale del potere popolare dal basso.

Di fronte all’imperialismo la neutralità non è possibile. O si sta dalla parte del dominio, del saccheggio e della guerra, oppure si sta dalla parte degli oppressi.

Il nostro impegno è a lungo termine ma chiaro: rafforzare l’organizzazione popolare, approfondire la resistenza e costruire dal basso un orizzonte emancipatorio per le classi oppresse del mondo.

L’imperialismo non passerà!

Viva chi lotta!

Coordinación Anarquista Latinoamerica (CALA)

Federación Anarquista Uruguaya (FAU) – Uruguay

Federación Anarquista Santiago (FAS) – Chile

Coordenação Anarquista Brasileira (CAB) – Brazil

Federación Anarquista Rosario (FAR) – Argentina

Organización Anarquista Resistencia (OAR) – Argentina

Organización Anarquista Tucumán (OAT) – Argentina

Organización Anarquista Cordoba (OAC) – Argentina

Organización Anarquista Santa Cruz (OASC) – Argentina

La Tordo Negro – Organización Anarquista Enterriana – Argentina

Organización Anarquista Impulso – Argentina

Organizzazioni Sorelle

Black Rose Anarchist Federation / Federación Anarquista Rosa Negra (BRRN) – USA

 

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