Tucker Carlson, Marjorie Taylor Greene e Joe Kent fondano un nuovo movimento politico. Alla base dei malumori la guerra in Iran, letta come il tradimento definitivo delle promesse elettorali del tycoon.
È nato ufficialmente “America First”, il nuovo movimento politico fondato dall’ex volto di punta repubblicano Tucker Carlson, in aperta rottura con il partito e con l’ala dei fedelissimi MAGA. Tra i suoi promotori anche la deputata Marjorie Taylor Greene e Joe Kent, ex funzionario per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, dimessosi a inizio anno. L’obiettivo dichiarato è indebolire l’establishment repubblicano in vista delle presidenziali del 2028, in un momento già delicato per il Grand Old Party, a ridosso delle midterm del 3 novembre. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la gestione della guerra in Iran da parte della presidenza Trump. Carlson, un tempo tra i più strenui sostenitori del presidente, ha dichiarato pubblicamente di provare “profondo rimorso” per averlo appoggiato in passato, scrivendo sui social: “Il movimento MAGA è stato tradito, tutti lo siamo stati. È il momento di un nuovo percorso da seguire”.
Ancora più diretta Taylor Greene: “Avevamo detto basta guerre e lo intendevamo davvero. Abbiamo sostenuto Trump perché aveva fatto questa promessa. Ma lui ci ha traditi tutti.” Parole che fotografano con precisione il nodo della rottura: l’intervento militare in Iran ha smentito clamorosamente la promessa di tirare fuori l’America da guerre insensate che rappresentano solamente un elevato costo sociale e d’immagine per il Paese, minandone gli interessi strategici. Una promessa che aveva conquistato proprio quell’elettorato isolazionista stanco dell’interventismo bellico che oggi si sente abbandonato, se non ingannato.
Non solo l’Iran
Il malcontento ha anche altre radici. C’è il sostegno pressoché incondizionato garantito a Israele. C’è il rincaro dei carburanti, già bersaglio degli attacchi di Taylor Greene contro l’amministrazione nelle scorse settimane. E c’è, più in generale, la sensazione diffusa che il movimento MAGA sia stato silenziosamente riassorbito da quello stesso establishment che prometteva di smantellare. Non a caso, per citare un esempio, qualche settimana fa Laura Loomer, attivista conservatrice storicamente vicina a Trump, ha sorpreso tutti abbracciando pubblicamente la causa di Kiev, incontrando Zelensky.
Le conseguenze politiche
Joe Kent ha chiarito che la strada verso un terzo partito resta comunque in salita: “Presentarsi come candidati di un terzo partito è complicato. Non impossibile, ma è molto difficile.” Resta però il segnale politico, tutt’altro che trascurabile: una frattura aperta nell’ala più identitaria eideologicamente motivata dell’elettorato, proprio sul tema che più di ogni altro aveva definito la campagna elettorale di Trump. Se i mal di pancia dovessero continuare, l’impatto sulle midterm di novembre e sulla tenuta stessa del Partito Repubblicano potrebbe rivelarsi tutt’altro che marginale.
Sono ben conosciute le prime parole del Manifesto del Partito Comunista: «Uno spettro si aggira per l’Europa». Oggi, due «spettri» dotati di una realtà concreta sembrano aggirarsi nel mondo capitalista e pesare sul destino dell’umanità: Donald Trump e l’intelligenza artificiale (IA). Come si relazionano tra loro? Verso quale mondo potrebbero condurci?
Sono numerosi i termini utilizzati per definire il periodo che stiamo attraversando. In un recente testo, lo storico Quin Slobodian e lo scrittore Ben Tarnoff ne elencano molti: “Sono state proposte diverse visioni e diversi inquadramenti concorrenti. Si è parlato così di capitalismo di Stato, capitalismo della catastrofe, capitalismo delle piattaforme, capitalismo dei colli di bottiglia, capitalismo avvoltoio, capitalismo a ragnatela, capitalismo arcipelagico, capitalismo dei gestori patrimoniali, capitalismo della sorveglianza, e persino di capitalismo del collasso. I teorici hanno suggerito che viviamo nell’era del neofeudalismo, del tecno-feudalismo, del tecno-libertarismo, del tecno-autoritarismo, del tecno-populismo, del tecno-fascismo, del fascismo della fine dei tempi, del neofascismo, del fascismo neoliberista, del post-neoliberismo, del paleopopulismo, del neopatrimonialismo, dell’iperpolitica e della geoeconomia.” [1] Da parte loro, questi due autori propongono il termine «muskismo» (che meriterebbe una discussione).
Il numero di questi termini riflette forse una sorta di smarrimento di fronte a qualcosa di cui si percepisce male la traiettoria, e ciascuno di essi contiene senza dubbio una parte di verità, ma spesso pone l’accento su un aspetto particolare. Sembra preferibile concentrarsi sulla sostanza e sulla dinamica dei processi attuali, al di là delle loro caratteristiche specifiche. L’espressione utilizzata dal giurista e filosofo americano Bernard E. Harcourt per caratterizzare la presidenza di Donald Trump, una «controrivoluzione moderna»[2], sembra la più appropriata a questo scopo.
Una controrivoluzione è infatti all’ordine del giorno, non solo negli Stati Uniti ma, in misura diversa, in gran parte del pianeta. Essa è caratterizzata dall’ossessione di cancellare, in tutto o in parte, le conquiste sociali e ideologiche del periodo che va dal dopoguerra agli anni ’80, nonché le aspirazioni emancipatorie che ancora perdurano. E alcuni non esitano a sventolarne lo stendardo. L’attivista pro-Trump Christopher Rufo ha dichiarato nell’aprile 2025 al New York Times: “Quello che stiamo facendo è davvero una controrivoluzione. È una rivoluzione contro la rivoluzione” (citato da Bernard E. Harcourt). Durante la gigantesca manifestazione di estrema destra del 13 settembre 2025 a Londra, anche Tommy Robinson, il suo principale organizzatore, ha dichiarato: «Noi siamo la controrivoluzione.»[³] Su un altro piano, e di data più remota, questa proclamazione del libertario Murray Rothbard del 1992[⁴]: «Suoniamo la campana a morto per la socialdemocrazia. Suoniamo la campana a morto per la Grande Società. E anche per lo Stato sociale […] Cancelleremo il ventesimo secolo». È da notare che il presidente argentino Javier Milei ha chiamato Rothbard uno dei suoi tre cani (che portano tutti i nomi di economisti neoliberisti che egli considera suoi ispiratori).
In Francia, sulla stessa linea, nel 2007 un dirigente dell’associazione dei datori di lavoro ha dichiarato: «Oggi si tratta di uscire dal 1945 e di smantellare metodicamente il programma del Consiglio nazionale della Resistenza!»[⁵] Questi riferimenti, e altri ancora, giustificano l’affermazione di Bernard E. Harcourt: «Le azioni del presidente Trump nei primi cento giorni del suo secondo mandato costituiscono l’ultimo episodio di una vasta controrivoluzione moderna e coerente, che si inserisce in una prospettiva storica più ampia e la cui portata internazionale è più estesa.» Per Harcourt, questa controrivoluzione è in atto negli Stati Uniti da diversi decenni, in particolare a partire dalla presidenza di Ronald Reagan.
Controrivoluzione? Certamente, oggi non esiste alcun pericolo rivoluzionario per i possidenti (almeno negli Stati del «Nord»), a differenza del contesto della grande ondata reazionaria che, dal 1918 agli anni ’40, ha attraversato, tra gli altri, l’Ungheria, la Germania, l’Italia, il Giappone, il Portogallo, la Romania, … poi l’Austria e nuovamente la Germania, quindi la Spagna e infine la Francia sulla scia della sconfitta del 1940 (anche se, a partire dall’inizio degli anni ’20, la spinta rivoluzionaria conseguente alla rivoluzione russa si indebolì). Un’ondata che ha dato origine a regimi reazionari e dittatoriali, ciascuno dei quali presentava però caratteristiche proprie, in particolare per quanto riguarda le modalità di ascesa al potere, le istituzioni e il bilanciamento tra riferimenti alla tradizione (e compromessi con la vecchia classe politica) e parvenze di rottura, se non addirittura di «rivoluzione» (una delle ultime incarnazioni fu la «Rivoluzione nazionale» proclamata dal regime di Pétain). Nonostante la loro diversità, all’epoca questi regimi potevano essere tutti definiti fascisti (anche se, più recentemente, gli storici sottolineano le loro differenze). Negli anni ’70, sono state spesso denunciate come fasciste anche le dittature militari cilene, argentine, brasiliane e uruguaiane, soprattutto a causa del loro carattere repressivo. La caratterizzazione della dittatura greca (1967-1974) è stata oggetto di dibattito (si veda una sintesi delle posizioni di Nikos Poulantzas[⁶]).
Oggi è vero che alcuni esponenti della corrente MAGA negli Stati Uniti (Christopher Ruffo, Steve Bannon, Elon Musk a modo suo…) e dell’estrema destra europea considerano l’evoluzione della famiglia, la legalizzazione dell’aborto, i diritti delle persone LGTBI, l’immigrazione e la mescolanza delle popolazioni, … non come trasformazioni sociali o come frutto delle lotte di determinati settori sociali, ma come il risultato di una congiura rivoluzionaria dei «wokisti» e dei cospiratori del «grande rimpiazzo». Un complotto, di fronte al quale sarebbe urgente reagire per non rischiare l’alterazione definitiva della «civiltà bianca e occidentale». Anche se questa non è l’analisi dominante negli ambienti dei vari poteri, queste farneticazioni possono essere più o meno riprese e strumentalizzate da diverse correnti politiche per ampliare la propria base al fine di servire i loro obiettivi controrivoluzionari poiché, se la rivoluzione non è un orizzonte prossimo, «la controrivoluzione non ha bisogno di attendere una rivoluzione imminente; può agire in modo preventivo, annullando le conquiste del passato e reprimendo la resistenza», come scrive Richard Donnely nel testo sopra citato su Tommy Robinson. Soprattutto in un contesto di crisi sistemica come quella che sta attraversando il capitalismo.
Va tuttavia sottolineato che, per quanto riguarda il «Sud», occorre fare alcune precisazioni: dalle «rivoluzioni arabe» ai recenti movimenti in Sri Lanka, Bangladesh, Nepal, Madagascar… le insurrezioni popolari hanno sì rovesciato dei governi, ma finora non sono riuscite a mettere in atto alternative alle classi dominanti, che hanno mantenuto la loro egemonia attraverso l’esercito o i nuovi poteri provenienti dalla «società civile». In alcuni di questi paesi, tuttavia, la nuvole rivoluzionarie continuano a incombere minacciose e, ad esempio, in Egitto, il maresciallo al-Sissi ne è certamente consapevole.
Il sociologo e attivista russo Ilya Budraitskis distingue, dal canto suo, la controrivoluzione da quella che definisce «antirivoluzione»: «L’antirivoluzione cerca di impedire una rivoluzione immaginaria […] Questa rivoluzione immaginaria che si profila non ha radici evidenti nella società e non dispone di un soggetto politico apparente dotato di una forte volontà […]. — Ma questa rivoluzione immaginaria conduce un’esistenza a sé stante nella coscienza dei dirigenti dello Stato. Ed è stata descritta da esperti in decine di documenti. »[7] Se si traspone questa analisi al di fuori della Russia, si constata, ad esempio in Francia, che i dirigenti e i loro media, così come alcuni intellettuali, denunciano giorno dopo giorno spettri che si suppone mettano in pericolo l’intera vita sociale: il «wokismo», il «separatismo islamico», l’«incivilimento» dei giovani delle periferie urbane, ecc. Le forze di polizia, non solo sorvegliano costantemente questi fenomeni e gli individui potenzialmente considerati «sospetti», ma si preparano a reprimere ogni «eccesso». Proprio come alcuni temi MAGA citati in precedenza, tutto ciò rientra ampiamente nella «rivoluzione immaginaria». La problematica di Budraitskis ha dei fondamenti e spiega perché l’«antirivoluzione» possa essere più in progress delle controrivoluzioni che abbiamo conosciuto. Sembra tuttavia preferibile attenersi al termine di controrivoluzione, che ha maggiori risonanze storiche e politiche.
Si tratta quindi di una controrivoluzione, ma di una controrivoluzione moderna che utilizza tutte le nuove tecnologie per costruire un mondo dispotico non solo rispetto alla democrazia liberale borghese, ma anche rispetto al processo di produzione e di lavoro, come ha descritto Juan Carbonell a proposito dell’IA[⁸]. Marx ha applicato il termine «dispotico» sia al processo di produzione («dispotismo di fabbrica») sia ad alcuni Stati come l’Impero tedesco bismarckiano. Si può quindi ritenere che, per caratterizzare la controrivoluzione moderna nelle sue diverse dimensioni, l’espressione «tecno-dispotismo» sia forse la più appropriata.
Ovunque si osserva, in misura diversa, un restringimento della democrazia liberale borghese tradizionale, un aumento della repressione poliziesca e delle tecniche di sorveglianza, nonché della militarizzazione, attacchi alle conquiste sociali, un razzismo sempre più esacerbato, discorsi identitari e nazionalisti. Per riprendere un’espressione di Claude Serfati riguardo alla Francia, gli Stati «si radicalizzano»[⁹]. E questo vale per l’Europa, anche quando al potere ci sono «centristi» e socialdemocratici. In alcuni paesi (Polonia, Stati Uniti…), prosperano discorsi, pressioni e persino decisioni giuridiche che mettono in discussione il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.
Questi elementi si combinano con le caratteristiche del sistema economico: diffusione delle nuove tecnologie, comparsa di colossi aziendali strettamente legati agli Stati e la cui posizione di forza consente loro di percepire rendite, declino dei movimenti sindacali, esplosione delle disuguaglianze… Relativizzazione, ignoranza (se non addirittura aperta negazione, come nel caso di Javier Milei e Donald Trump) dei pericoli ecologici, delle loro implicazioni sempre più immediate per l’umanità e dell’urgenza di agire. Ma anche un’espansione senza precedenti dell’impero della merce, con una corsa alle innovazioni che permette alle aziende di contrastare le pressioni al ribasso sul tasso di profitto, innovazioni che i cittadini sono costretti ad assimilare non solo per spirito di imitazione, ma perché diventano indispensabili alla vita quotidiana (in sinergia con le politiche degli Stati volte alla distruzione dei servizi pubblici di prossimità).
Infine, contrariamente al discorso «democratico» in voga nell’Unione europea, la controrivoluzione ha una dimensione sociale essenziale. I regimi definiti «illiberali» attuano riforme neoliberiste – dello stesso tenore di quelle dei paesi «democratici» – come la riforma dell’orario di lavoro in Ungheria, l’innalzamento dell’età pensionabile in Russia, l’allentamento del diritto del lavoro in Turchia, ecc.
Oggi si pongono parecchie domande:
Quali sono le forze motrici della controrivoluzione?
Come si articola con la situazione economica?
Questa controrivoluzione è fascista?
E, naturalmente, come affrontarla, ma questo non è l’argomento del presente contributo.
1. Le forze motrici
Fino a tempi relativamente recenti, la responsabilità delle tendenze e delle pressioni autoritarie veniva attribuita, dalla maggior parte della stampa e da numerosi politologi, a forze di estrema destra «fuori dal sistema», spesso definite «populiste», termine comodo per metterle sullo stesso piano delle forze di sinistra più o meno radicali, anch’esse definite populiste. Questi populisti fanno leva sul risentimento reale o presunto del «popolo» nei confronti delle élite e dell’establishment, nonché sul suo nazionalismo latente. In alcuni paesi (soprattutto in Europa), la crescente intercambiabilità dei partiti politici e la convergenza delle loro politiche offrono all’estrema destra l’occasione di conquistare gli elettori e le elettrici posizionandosi ai margini del consenso.
Non c’è dubbio che in diverse fasce popolari esista ciò che Trotsky definiva «disperazione controrivoluzionaria»[¹⁰], rafforzata nel mondo odierno dal declino dell’organizzazione collettiva che favorisce l’atomizzazione degli individui e/o il loro rifugio in identità reazionarie (razziali, religiose o di altro tipo). O, per dirla in altro modo, «l’estrema destra sta vincendo la battaglia per la leadership della frustrazione verso una radicalizzazione reazionaria»[¹¹], tanto più che sa fare un uso efficace di Internet e dei social network. Ma la pressione dal basso e da parte di gruppi «fuori dal sistema» riassume davvero l’evoluzione attuale?
In un’opera dedicata alla Brexit e pubblicata nel 2021, due sociologi francesi hanno contestato l’interpretazione comune del risultato, secondo cui esso sarebbe il frutto della frattura tra i vincitori e i perdenti della globalizzazione. Essi dimostrano come importanti settori capitalisti, in particolare una parte del mondo della finanza – i fondi di investimento e gli hedge fund – abbiano finanziato la campagna del Leave. La loro conclusione è chiara: sebbene un’ampia fetta delle classi popolari fosse contraria all’Unione europea (UE), il finanziamento del «Leave» dimostra, secondo loro, che «i vincitori della globalizzazione non hanno perso contro i suoi perdenti, ma sono stati i vincitori stessi a non essere d’accordo tra loro»[12]. Spiegano così il loro approccio: «… una parte della ricerca critica nelle scienze sociali ha analizzato la Brexit e l’elezione di Trump dal punto di vista della geografia sociale del voto e del risentimento delle classi medie e popolari bianche di settori deindustrializzati, discriminati e emarginati, nei confronti delle élite urbane, vincitrici della globalizzazione, spesso collegate tra loro a livello regionale o mondiale. Non ci opponiamo a queste analisi, ma non bisogna comprendere questi due eventi storici, la Brexit e l’elezione di Trump, esclusivamente dal punto di vista delle motivazioni degli elettori. […] Abbiamo ritenuto necessario andare a vedere cosa stesse accadendo dal lato dei dominanti, capire quali fossero i loro interessi, sia nel caso della Brexit che in quello dell’elezione di Trump.»[13].
La «seconda finanza» vedeva nelle normative europee un ostacolo alla propria libera attività e i suoi attori sarebbero favorevoli a un libertarismo autoritario. Si profilerebbe, come tendenza, la fine del neoliberismo. Alcune delle conclusioni dei ricercatori (che Marlène Benquet ha approfondito in un’opera più recente, *La finance aux extrêmes*, 2026) sono discutibili sia per quanto riguarda i due poli della finanziarizzazione sia per quanto riguarda la fine del neoliberismo, ma i loro lavori hanno avuto il merito di dimostrare che gli sviluppi politici non sono solo il prodotto della manipolazione delle masse da parte dei demagoghi, ma la scelta consapevole di frazioni del capitale.
Il loro approccio è stato ripreso da alcuni analisti del trumpismo; si veda in particolare «The Capitalist Interests Behind Donald Trump», di Vladimir Bortun, Jacobin, 24/02/2026[14]. L’autore sottolinea: «L’interpretazione dominante del trumpismo lo considera come “una rivolta che viene dal basso” guidata da gruppi sociali emarginati e lasciati indietro dalla globalizzazione (neo)liberale. C’è più di un fondo di verità in questa analisi (anche se la percentuale di elettori della classe operaia di cui beneficia Trump è spesso sopravvalutata). Ma questo riflette tutta la realtà? […] È del tutto possibile che Trump sia lì solo per il proprio arricchimento personale e quello della sua famiglia. È del tutto possibile che non disponga né di un’ideologia coerente in sé né di un vero e proprio progetto di classe. Ma il trumpismo va oltre la figura di Trump stesso. Comprende una coalizione di frazioni capitaliste e di frazioni provenienti dalle classi subordinate (sia piccolo-borghesi che operaie).»
Diversi settori economici appaiono così sempre più favorevoli a poteri che non pretendono di regolamentarli né di aumentarne l’aliquota fiscale, anche se sono nazionalisti e autoritari: la finanza più speculativa, le industrie dei combustibili fossili, i settori degli armamenti e della sorveglianza e, infine, i grandi gruppi delle nuove tecnologie. Altri settori, intuendo da che parte tira il vento, sono pronti ad accettare i discorsi reazionari, la prospettiva di politiche sistematicamente antisindacali (mentre in Europa i sindacati fungevano spesso da «partner» nel sistema delle relazioni sociali), o addirittura le violazioni dell’attuale democrazia con i suoi limiti. Il Medef (la principale organizzazione dei datori di lavoro francesi) ha significativamente deciso di invitare Javier Milei al proprio raduno annuale (quest’ultimo avrebbe infine declinato l’invito). Negli Stati Uniti, Elon Musk o Peter Thiel (Palantir, che si è recentemente stabilito nell’Argentina di Milei) non nascondono il loro attivismo reazionario e autoritario. In India, Narendra Modi è sostenuto dai principali settori capitalisti.
Gli Stati e gli esponenti delle classi dominanti sono quindi i principali attori dei processi attuali. Per quanto riguarda gli Stati, essi possono essere attori attivi pur prendendo talvolta le distanze dalle correnti di estrema destra, come nel caso di Emmanuel Macron che si autoproclama «progressista».
Gli Stati ricorrono a diversi argomenti per giustificare la corsa all’autoritarismo, la sorveglianza delle popolazioni e la militarizzazione: il pericolo terroristico, i disordini causati da scioperi e manifestazioni, la presunta invasione dei migranti (anche se il «grande rimpiazzo» e la «rimigrazione» rimangono ancora termini appannaggio dell’estrema destra, sebbene questa tematica si stia diffondendo più ampiamente), il traffico di droga, la microcriminalità e, in Europa, le manovre russe. I testi legislativi e regolamentari si accumulano anno dopo anno. Il governo francese ha così appena aggiunto un nuovo strumento alla già ampia gamma di regimi di eccezione con lo «stato di allerta di sicurezza nazionale», che potrebbe essere decretato per due mesi, prima di essere sottoposto al Parlamento.
La rielezione di Donald Trump e il suo comportamento rappresentano innegabilmente un fattore di accelerazione. Tanto più che torna al potere con elementi di programma e collaborazioni non legate ai capi del Partito Repubblicano. Ma ovunque, le destre politiche «si stanno spostando a destra» (la presa di potere di Trump sul Partito Repubblicano con la messa al passo dei critici ne è un esempio) e le destre estreme, un tempo emarginate, sono sempre più frequentate dai circoli dominanti del capitale. Tanto più che, in Europa, quelle tra queste forze che sono in grado di accedere al potere hanno dato garanzie su due temi: l’Unione europea (UE) e il sostegno a Israele (poiché la denuncia della politica di questo paese è ormai equiparata all’antisemitismo, sostenerlo diventa una prova di non antisemitismo). In Italia, il governo Meloni concilia l’autoritarismo (con l’adozione di diversi «pacchetti» di misure di sicurezza) e una linea economica liberale (si veda su questo sito l’articolo di Fabrizio Burattini pubblicato il 6 luglio 2026).
Tuttavia, anche negli Stati più avanzati sul percorso della controrivoluzione, i leader politici rimangono ancora (ad eccezione della Cina, che non rientra in questo tipo di analisi) soggetti al processo elettorale (come ha dimostrato la sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni parlamentari ungheresi). Nel 2002, due politologi americani hanno definito questo tipo di regime con il termine di «autoritarismo competitivo»[15]. In un sistema di questo tipo, un partito sale al potere attraverso un processo elettorale più o meno democratico per poi erodere il sistema dei controlli e contrappesi. L’esecutivo riempie la pubblica amministrazione e le nomine chiave – compreso il potere giudiziario – di fedelissimi. I media, le università e le organizzazioni non governative vengono poi presi di mira per ridurre la critica pubblica e influenzare gli elettori a favore del partito al potere. I diritti dei partiti di opposizione e quelli dei cittadini vengono limitati. Questo tipo di regime, che tende a diffondersi, persiste soprattutto perché una forma troncata e manipolata di multipartitismo può risultare più gestibile sul piano interno e più «presentabile» a livello internazionale rispetto a un sistema monopartitico. Ma l’autoritarismo competitivo può assumere diversi gradi: se Viktor Orbán ha perso le elezioni, è quasi inimmaginabile che lo stesso accada a Vladimir Putin, mentre Recep Tayyip Erdoğan sta attualmente facendo di tutto per evitarlo. Occorre menzionare ancora un caso, oggi estremo, di limitazione dei diritti: quello degli Stati le cui istituzioni sono considerate democratiche dal pensiero dominante, ma in cui alcuni abitanti sono ridotti allo status di cittadini di seconda classe. È il caso dell’India di Narendra Modi per i musulmani e i cristiani, considerati popolazioni meno legittime rispetto agli indù. Con il sostegno o almeno la tolleranza delle autorità e della polizia, essi sono oggetto di un sospetto permanente e di violenze. Per caratterizzare questa situazione, il ricercatore Christophe Jaffrelot utilizza l’espressione di «democrazia etnica»[16]. Questa qualifica è stata a lungo utilizzata per Israele (si veda ad esempio Alain Dieckhof, «Quale cittadinanza in una democrazia etnica?»[¹⁷]): i non ebrei (essenzialmente gli arabi palestinesi) vi sono, di fatto e in parte, privati dei diritti e, dal 1948, sono stati considerati meno legittimi e discriminati. Questa situazione è stata sancita dalla legge del 19 luglio 2018: «Lo Stato di Israele è lo Stato-nazione del popolo ebraico, che vi esercita il proprio diritto naturale, culturale, religioso e storico all’autodeterminazione. La realizzazione di questo diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è riservata esclusivamente al popolo ebraico». Nei territori occupati, le discriminazioni e le oppressioni sono ancora più evidenti. Al di là di questi due casi emblematici e moderni, altri Stati, in misura diversa, discriminano settori interi della loro popolazione.
Nel complesso, anche negli Stati comunemente definiti «democratici», si registra una tendenza verso l’autoritarismo. I governi ricorrono sempre più spesso al clientelismo, politicizzano direttamente la funzione pubblica, rafforzano le forze dell’«ordine», limitano il diritto di manifestare e gli spazi di contestazione, nonché le libertà universitarie, alimentano il razzismo, mentre la libertà dei media tende a essere erosa a discrezione dei gruppi capitalisti che li controllano. D’altra parte, lo spettro della guerra viene agitato ovunque, ben al di là delle guerre reali (il cui impatto non è trascurabile).
La controrivoluzione sembra quindi guidata soprattutto dagli apparati statali, in collaborazione – aperta o meno – con un’estrema destra che non è necessariamente rappresentata direttamente al potere. I diversi Stati sono più o meno direttamente coinvolti in questo processo: la Gran Bretagna, ad esempio, lo è meno della Francia, che a sua volta è in ritardo rispetto agli Stati Uniti e, soprattutto, all’India, alla Russia, alla Turchia o a Israele. Tuttavia, in Francia, l’ascesa alla presidenza della Repubblica di Marine Le Pen o di Jordan Bardella (Rassemblement National) accelererebbe notevolmente il processo verso l’autoritarismo e la «nazionalizzazione» dei diritti sociali, tanto più che la Costituzione della V Repubblica conferisce al presidente un peso molto maggiore rispetto, ad esempio, a un capo di governo italiano come Giorgia Meloni.
Questi sviluppi relativi agli Stati e l’insistenza sulla controrivoluzione potrebbero forse suscitare un dibattito con le analisi incentrate soprattutto sull’estrema destra e sulle forze neofasciste. Torneremo su questo punto.
2. In che modo si articolano la controrivoluzione e la situazione economica?
In un testo del novembre 2019 intitolato “The end of neoliberalism and the rebirth of history”, il «premio Nobel per l’economia» Joseph Stiglitz sottolinea che «Alla fine della Guerra Fredda, il politologo Francis Fukuyama scrisse un famoso saggio intitolato “La fine della storia?”. Secondo lui, il crollo del comunismo avrebbe rimosso l’ultimo ostacolo che separava il mondo intero dalla sua destinazione finale: la democrazia liberale e l’economia di mercato. Molti condividevano questa opinione. Oggi, […] l’idea di Fukuyama sembra superata e ingenua.»[18].
Il tema della fine del neoliberalismo è in voga soprattutto in voga
soprattutto in Francia; l’economista e giornalista Romaric Godin scrive infatti in un recente libro[¹⁹]: «Il progetto neoliberista era quello di una democrazia inquadrata dal capitalismo, che accettasse le regole ritenute necessarie all’accumulazione. […] La crisi del neoliberismo segna l’inizio di un periodo di separazione per la coppia democrazia-capitalismo». L’autore, tuttavia, adotta anche formulazioni caute, spiegando che democrazia e capitalismo non sono intrinsecamente legati e che la democrazia è accettabile per il capitalismo solo se mantiene il consenso necessario al suo funzionamento. Di fronte alla crisi del neoliberismo in atto dal 2008, «l’opzione che si delinea è quella di uno Stato autoritario che reprime le contestazioni, garantisce la stabilità sociale e tutela gli interessi del capitale». Per Romaric Godin, la fase attuale è quella di un nuovo capitalismo di Stato in cui lo Stato, al servizio del capitale, si sostituisce al mercato per facilitare l’accumulazione.
È vero che, dalla crisi del 2008-2009, il capitalismo è sempre più sostenuto dagli Stati, ma, anche se lo fa con una certa cautela, il legame tra neoliberismo e democrazia evidenziato da Godin è molto discutibile. Altri autori sostengono un punto di vista opposto e si basano su una storia che abbraccia diversi decenni. Si citi un’opera dal titolo inequivocabile: *La scelta della guerra civile. Un’altra storia del neoliberismo*[²⁰], il cui primo capitolo è dedicato al Cile di Pinochet e alla politica esaltata da Friedrich Hayek, altro «premio Nobel» per l’economia e ispiratore di Margaret Thatcher. Gli autori passano in rassegna la lunga storia dei pensatori neoliberisti a partire dagli anni ’30 e le compiacenze di alcuni (con più o meno riserve) nei confronti dei regimi fascisti dell’epoca. Per loro, «stiamo vivendo il momento in cui il neoliberismo genera dall’interno (sottolineato da noi) una forma politica specifica che combina autoritarismo antidemocratico, nazionalismo economico, concorrenzialismo generalizzato e razionalità capitalista estesa. Questa governamentalità originale assume pienamente il carattere assolutista, autoritario e (se necessario) dittatoriale del neoliberismo senza assomigliare al fascismo storico». Due punti sono importanti in questa analisi: in primo luogo, la svolta autoritaria non mette in discussione il neoliberismo ma si inserisce nella sua continuità; in secondo luogo, ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso dal fascismo storico (ci ritorneremo).
Dare per spacciato il neoliberismo sembra prematuro. Per il momento, le classi dominanti sono all’offensiva e mettono in discussione, in modo più o meno frontale, «zona» per «zona» e Stato per Stato, tutto ciò che limita la libertà del capitale. Uno dei primi decreti emanati da Donald Trump il 20 gennaio 2025 ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo globale sulla tassazione minima delle multinazionali, che pure era poco oneroso per queste ultime. Trump porta avanti un’azione volta a smantellare gli organismi di controllo e regolamentazione; è anche un promotore delle criptovalute. In Europa, nell’industria piovono licenziamenti e i tagli ai servizi pubblici si intensificano, mentre in molte capitali la speculazione e l’aumento degli affitti allontanano le classi popolari. Certo, la politica degli Stati si inserisce ormai più apertamente negli scambi commerciali e, in misura minore, negli investimenti internazionali o addirittura nella promozione di determinate attività (in primo luogo quelle relative all’intelligenza artificiale) ma ciò non significa la fine della globalizzazione, bensì la lotta dei diversi imperialismi per stabilirne le condizioni e/o difendere la propria «fetta di torta» in questo «capitalismo della finitezza»[21].
Ciò in un contesto in cui gli Stati Uniti vogliono mantenere la propria preminenza nei confronti della Cina. Per quanto riguarda le nuove tecnologie, esse portano a forme rinnovate di intreccio tra attività private e Stato; come scrivono Slobodian e Tarnoff, ben lungi dall’essere libertario, «un principio fondamentale del “muskismo” è la fusione tra pubblico e privato; l’utilizzo dello Stato come finanziatore, facilitatore e rete di sicurezza per progetti ad alto rischio e ad alto rendimento – ciò che chiamiamo simbiosi statale. Lo si vede chiaramente con SpaceX, Starlink e Tesla. Musk è un accanito critico della burocrazia e di certi tipi di regolamentazione, ma certamente non dello Stato in quanto tale. Al contrario, ha sistematicamente strumentalizzato lo Stato come fonte di potere e di profitto. Lo fa promettendo di aiutare i governi ad adempiere alle loro funzioni sovrane avvalendosi delle sue infrastrutture: una dinamica che descriviamo come la «sovranità come servizio»[22].
La simbiosi tra Stato e aziende digitali è rafforzata dal fattore militare: i numerosi esempi di collaborazione tra queste aziende e le forze armate e di polizia dimostrano che «lontano dalle fantasie tecno-libertarie secondo cui le grandi aziende tecnologiche si renderebbero autonome rispetto allo Stato, esiste un complesso militaro-digitale». [23] Del resto, Palantir, nonostante le tirate libertarie di Peter Thiel, vive in stretta simbiosi con gli Stati e le loro forze armate e di polizia.
3. Questa controrivoluzione può essere definita fascista?
Trump e le varie correnti di estrema destra si presentano come forze di rottura rispetto al famoso acronimo thatcheriano TINA («There is no alternative»): ciò trova una certa risonanza in un contesto di crescente disuguaglianza in cui «quelli di sotto» si sentono disprezzati, mentre le sinistre del capitale (i democratici negli Stati Uniti, i socialdemocratici in Europa) appaiono nel migliore dei casi come impotenti, nel peggiore come corresponsabili della situazione. Poiché né l’estrema destra né (ovviamente) la destra tradizionale radicalizzata intendono affrontare realmente le disuguaglianze e il potere del capitale, lo spauracchio sbandierato è l’immigrazione, l’Islam, la comunità LGBTI… e, in modo oggi più velato, un presunto complotto ebraico.
Donald Trump, come abbiamo già sottolineato, si colloca al crocevia tra la radicalizzazione dello Stato e l’ascesa dei neofascisti. In generale, cosa si può dire di un processo in cui l’evoluzione dello Stato e delle classi dominanti crea progressivamente le condizioni non solo per una partecipazione al potere (come già avviene in molti Stati), ma anche per una presa di controllo delle istituzioni da parte di coalizioni di politici di estrema destra e neofascisti, che probabilmente rispettano i codici di comportamento degli altri politici (anche se alle loro spalle si accalcano gruppi meno civili)? Queste coalizioni potrebbero del resto essere eterogenee su alcuni fronti (discorsi più o meno nazional-socialisti, ad esempio), proprio come lo erano i partiti fascisti della prima metà del XX secolo.
Le diverse accezioni del termine «fascismo» sono al centro di numerose analisi[²⁴], spesso interessanti ma che, a nostro avviso, risultano nel complesso discutibili per descrivere il processo controrivoluzionario moderno. A meno che non si voglia fare del fascismo un concetto atemporale, sulla scia dell’Ur-fascismo (il fascismo eterno) di Umberto Eco[²⁵]. E a dimenticare che si tratta di una strategia politica.
Come spiega Enzo Traverso (che parla, per il periodo attuale, di «una sorta di postfascismo»), «non siamo di fronte a una ripetizione della storia, a un ritorno al passato; ci troviamo di fronte a nuovi problemi e a nuove minacce, ma disponiamo solo di concetti ereditati dal passato per analizzarli e interpretarli. È ovviamente frustrante: queste parole non descrivono bene l’incertezza del nostro tempo, che sembra preannunciare una terribile tempesta.»[26]
Non si tratta certo di sottovalutare i rischi della situazione attuale, che può portare a scenari catastrofici come alcuni dei regimi fascisti degli anni ’30. L’invasione dell’Ucraina, la guerra genocida a Gaza, le guerre per procura per le risorse dell’est della Repubblica Democratica del Congo ne sono alcuni esempi. Un altro esempio è il rifiuto o la relativizzazione degli impatti della catastrofe ecologica in corso: nonostante le dichiarazioni e le conferenze internazionali, prevalgono le false soluzioni e il «business as usual».
È necessario comprendere le trasformazioni in atto del capitalismo e i loro impatti politici, sociali ed ecologici, nonché le fratture all’interno delle borghesie. Ciò presuppone di uscire dal solo dibattito sul «fascismo».
Esiste tuttavia un argomento che può giustificare, nonostante la sua inadeguatezza e al di là delle analisi, l’uso del termine «fascista»: ci riporta su un terreno conosciuto ed è quindi politicamente utile e potrebbe così consentire di mobilitare una resistenza di massa. La studiosa brasiliana Angela de Castro Gomes spiega così che la parola «fascista» (pur essendo intellettualmente molto discutibile per caratterizzare diverse correnti o governi attuali) «è una risorsa efficace per combattere tali esperienze, nella misura in cui, sulla base di una memoria storica condivisa, funziona molto”.[27]
Per quanto riguarda la conferenza internazionale antifascista tenutasi a Porto Alegre dal 26 al 29 marzo 2026 (senza voler qui discutere il modo in cui ha affrontato questa o quella questione), la sua dichiarazione finale afferma senza mezzi termini: «Il sistema capitalista-imperialista sta attraversando una crisi profonda e un marcato declino economico, sociale e morale. La risposta delle potenze imperialiste a questo declino è stata la promozione del fascismo ovunque, l’imposizione di politiche neoliberiste, le aggressioni militari contro le nazioni più deboli e la loro ricolonizzazione.»[28]
Note
1
Il «muskismo» come «fordismo» – Progetto LPE, traduzione francese su A l’encontre, 28 aprile 2026, Dibattito. Il «muskismo» come «fordismo»? – A l’encontre
2
Bernard E. Harcourt, 1 maggio 2025 Una controrivoluzione moderna – The Ideas Letter, traduzione francese su Esprit, maggio 2025, «Una controrivoluzione moderna» | Rivista Esprit
3
Richard Donnelly, «We are the counter-revolution»: Tommy Robinson and the remaking of British fascism, International Socialism / Traduzione francese su A l’Encontre, maggio 2026
4
A Strategy for the Right | Mises Institute
5
Denis Kessler: «Si tratta di smantellare metodicamente il programma del CNR» | Le Club
6
Panagiotis Sotiris, «Leggere Poulantzas per comprendere l’autoritarismo neoliberista e l’estrema destra», Contretemps, 12 luglio 2023
7
Ilya Budraitskis, «Dissident among dissidents: Ideology, Politics and the Left in Post-Soviet Russia», 2022. Vedi anche The Extraordinary Adventures of Guy Fawkes –
8
«Un taylorismo potenziato. Critica dell’intelligenza artificiale», di Juan Sebastian Carbonell, ed. Amsterdam, 2025
9
Claude Serfati, «Lo Stato radicalizzato», La Fabrique, 2022.
ev Trotsky, «Il fascismo, in quanto movimento di massa, è il partito della disperazione controrivoluzionaria», La svolta dell’Internazionale Comunista e la situazione in Germania, 26 settembre 1930
11
Martín Lallana, Júlia Martí, «Il potere e l’urgenza nella crisi ecologica», Inprecor, 30 maggio 2026
12
Marlène Benquet, Théo Bourgeron, La finanza autoritaria – Verso la fine del neoliberismo, pag. 54, Raisons d’agir éditions, 2021
13
Intervista a Marlène Benquet e Théo Bourgeron, «Le classi dominanti hanno finanziato le opzioni politiche xenofobe, negazioniste sul clima e sessiste che hanno portato ai cosiddetti voti populisti», 01/02/2021 (sito Quartier général)
Steven Levitsky, Lucan Way, «The New Competitive Authoritarianism», Journal of Democracy, Johns Hopkins University Press, gennaio 2020.
16
Le Monde, In India, «la democrazia etnica» di Modi
17
Alain Dieckhof, «Quale cittadinanza in una democrazia etnica?», Confluences Méditerranée, 2005
18
Joseph Stiglitz, «The end of neoliberalism and the rebirth of history», 26 novembre 2019, Social Europe
Romaric Godin, «Il problema dei tre corpi del capitalismo», pagine 208-209, La Découverte, 2026.
20
Pierre Dardot, Haud Guéguen, Christian Laval, Pierre Sauvêtre, La scelta della guerra civile: un’altra storia del neoliberismo, Lux éditeur, 2022.
21
Arnaud Orain, Il mondo confiscato, Edizioni Flammarion, 2025
22
Slobodian & Tarnoff, testo citato.
23
Sebastien Broca, «Le nozze tra IA e Stato», Le Monde diplomatique, aprile 2026.
24
Cfr. per la Francia i lavori di Ugo Palheta, tra cui le opere più recenti *Come il fascismo conquista la Francia*, edizioni La Découverte (2025) e *La nuova internazionale fascista*, Textuel, 2025.
25
Umberto Eco, «Ur-fascism», 1995. Traduzione francese «Come riconoscere il fascismo», Grasset, 2010.
26
Enzo Traverso, aprile 2026, articolo pubblicato sulla rivista *Viento Sur*.
27
«Il governo Bolsonaro: né fascismo né populismo, autoritarismo radicale» | Politika
28
Dichiarazione di Porto Alegre – Unità contro il fascismo e per la sovranità dei popoli – Attac France
di Daniel Albarracín e Manuel Garí (da Viento Sur)
1.Il leone che si sente con le spalle al muro è più pericoloso.
In questa fase di crisi capitalista, che coincide con il declino dell’egemonia statunitense, la violenza dell’amministrazione Trump ha infranto il quadro socio-storico della globalizzazione liberale multilaterale. Il governo americano sta cercando di imporre unilateralmente, con la forza e il ricatto, nuove regole per sé stesso, per i propri vassalli e per le colonie che aspira a conquistare, con l’obiettivo di conservare il proprio potere imperiale, almeno nel continente americano e in Europa, di fronte al sorpasso delle potenze emergenti.
Dopo un primo mandato, Trump, rappresentante del potere delle grandi imprese private, dei giganti della tecnologia e dei gruppi ultraconservatori autoritari, è tornato al potere e ha attuato il suo programma massimalista, incarnato nella sua Strategia di sicurezza nazionale, sia contro il «nemico interno» che contro i suoi avversari stranieri. In un mondo multipolare caratterizzato da tensioni geopolitiche, gli Stati Uniti cercano di consolidare l’egemonia del dollaro, di espandere lo «spazio vitale» dell’impero economico e territoriale yankee e di appropriarsi delle risorse altrui per il proprio progetto neoimperialista e tecno-industriale.
Dopo aver calpestato i principi più fondamentali del diritto internazionale dinanzi alle istituzioni internazionali, prendendosela con numerose persone e diversi paesi, si sono scagliati contro il Venezuela – con un intervento militare che ha provocato l’uccisione di 80 persone e il rapimento del presidente Maduro – ricattando questo Paese caraibico affinché fornisse petrolio agli Stati Uniti in cambio della fine di tale ingerenza. Sta cercando di impedire gli approvvigionamenti alla Russia e alla Cina e di minare il progetto del nuovo sistema di pagamento e di moneta dei BRICS. Sta cercando di impedire che il petrolio venga negoziato in euro o in yuan, e tanto meno in petro. Attua una politica di promozione della guerra genocida, come in Palestina, e di destabilizzazione permanente, al fine di imporre pacificazioni accompagnate da condizioni unilaterali, dai risultati caotici, che servono gli interessi dei super ricchi che lo sostengono. In Ucraina è in corso una guerra che rischia di trascinare l’Europa in una spirale militarista a vantaggio del complesso militare-industriale statunitense e di alcune imprese militari europee. Sul piano interno, si è caratterizzato per una disobbedienza costituzionale volta a creare un potere costituente totalitario, illegale e illegittimo. Si tratta di un sintomo di disperazione che crea avversari a tutti i livelli, durante un periodo di durata incerta in cui emergono nuovi mostri, generati da una razionalità predatrice.
Detto questo, per contestualizzare, in questo contributo ci concentreremo sugli aspetti legati all’economia politica del trumpismo.
2.Che cos’è la «Trumponomics» e come è nata? Si tratta di un «cigno nero»?
Dalla caduta della cortina di ferro ad oggi, gli Stati Uniti sono stati l’economia che ha dominato il mondo in modo quasi incontrastato. Tuttavia, almeno due fenomeni minacciano, anche se a fuoco lento, questa posizione dominante.
Il primo è la crisi di lunga durata, iniziata negli anni ’70 e che si è intensificata dopo il 2008. Stiamo attraversando una fase di accumulazione debole, irregolare e contraddittoria, caratterizzata da crisi più frequenti e da riprese fragili. Ciò erode i parametri convenzionali di legittimità del sistema, fondati sulla crescita, dando luogo a conflitti materiali più marcati. Poiché la scelta della ridistribuzione viene scartata dalle élite, la situazione impedisce la conclusione di ampi patti sociali stabilizzatori. Essa genera nuove vittime, nuovi conflitti e costituisce un terreno fertile per la sofferenza e il rifiuto. Produce, da un lato, nuovi servitori e, dall’altro, nuovi nemici del sistema. Il compito di coloro che vogliono superare il sistema consiste nel conciliare gli interessi delle vittime con un progetto di classe universale che superi le cause di tutte queste tensioni e risponda ai diversi bisogni del popolo.
Il secondo riguarda l’influenza economica e geopolitica della Cina che, insieme ad altre economie e allo stesso gigante asiatico, costituisce i BRICS. I BRICS, che rappresentano il 45% della popolazione mondiale, nel 2024 rappresentavano il 25% del commercio mondiale in termini di PIL mondiale nominale. I BRICS stanno rafforzando la loro collaborazione, sebbene siano in preda a tensioni interne, con accordi che potrebbero portare alla creazione di una nuova valuta di riferimento internazionale, con il renminbi digitale al centro. Un polo emergente che, tutto sommato, rivaleggia con l’antica potenza, ma che tuttavia non offre un’alternativa al capitalismo.
Per decenni, gli Stati Uniti e l’Europa hanno deciso di delocalizzare i propri investimenti in Asia. Si diceva che i cinesi fossero solo fornitori, che il loro unico merito fosse quello di copiare processi e prodotti, per diventare «la fabbrica del mondo». Ma è chiaro che l’orientamento della politica del governo cinese, con una gestione pianificata del sistema industriale e un controllo degli investimenti stranieri, ha dato i suoi frutti, con una crescita relativamente più vigorosa. L’India segue questa tendenza. La Cina ha messo in atto misure di adeguamento salariale e di reinvestimento delle eccedenze, poi, a partire dal 2008 e soprattutto dal 2020, ha progressivamente rafforzato la domanda interna, in linea con la sua politica orientata all’esportazione. La Cina non è una semplice fabbrica di esportazione, che vende solo in Europa e negli Stati Uniti. Ha sviluppato i propri assi di innovazione tecnologica, all’avanguardia in diversi settori (batterie, pannelli solari, veicoli elettrici, 5G, droni commerciali, Internet delle cose, pagamenti mobili) e ha ridotto il divario in materia di intelligenza artificiale. Dispone di enormi risorse sul proprio territorio – terre rare, torio, carbone… – e ha sviluppato un’ambiziosa politica di investimenti pubblici nel campo delle energie rinnovabili, delle auto elettriche e dell’intelligenza artificiale, il che le consente non solo di essere competitiva, ma anche di superare i propri limiti e di occupare segmenti strategici della catena del valore globale. A ciò si aggiungono accordi economici con le economie del Sud che consolidano la sua presenza in ogni angolo del mondo. Una situazione compatibile con uno sviluppo contraddittorio, profondamente inegualitario, influenzato da bolle destabilizzanti (immobiliare, credito e investimenti) e appesantito dalla sua dipendenza dal commercio mondiale – che tende a stagnare – e dall’uso eccessivo del carbone come fonte energetica.
In questo nuovo contesto, le élite americane agiscono in preda alla disperazione e cercano di fermare l’ascesa della Cina. Lo fanno in un modo che potrebbe ritorcersi contro di loro, mettendo inoltre l’umanità in pericolo esistenziale. Per poter criticare e combattere questo progetto, è necessario comprenderne la natura.
Trump ha inaugurato il suo mandato con una svolta protezionistica. Nel «Giorno della Liberazione» ha proclamato una lista di dazi doganali esorbitanti, che ha poi adeguato in base alla risposta più o meno docile dei suoi concorrenti o, se del caso, come frusta politica selettiva.
Per i liberali benpensanti, le sue politiche sono l’espressione di una follia inspiegabile e irrealizzabile. Ma dopo il suo primo anno al potere, la perplessità deve lasciare il posto a un’interpretazione della razionalità del suo progetto e delle sue conseguenze. Questo progetto, promosso, tra gli altri attori delle classi dominanti americane, dall’ultraconservatrice Heritage Foundation, concretizza nel suo rapporto Project2025 il programma al servizio delle élite di una certa frazione del capitale americano, guidata dal complesso militare-industriale e dalle grandi aziende tecnologiche. Lo Stato, che ha generalmente svolto il ruolo di rappresentante generale degli interessi del capitale, non si limita a favorire il suo nucleo oligarchico, ma gli apre le porte affinché occupi direttamente posizioni di comando all’interno del governo, nonostante le tensioni interne in un difficile equilibrio tra i giganti della tecnologia, i falchi militaristi e Wall Street.
Si tratta di un progetto che dà forma a una nuova generazione di misure statali, favorevoli alle grandi imprese e diverse da quelle della fazione liberale, finanziaria, multilateralista, liberista e globalista. Il progetto trumpista incarna metodi di gestione capitalista ultranazionalisti, protezionisti, unilaterali, tecno-industriali e iper-estrattivisti, che mirano ad ampliare lo spazio vitale delle proprie imprese in un processo di globalizzazione ormai saturo, in cui gli Stati Uniti stanno perdendo terreno sul piano economico.
Lo fa anche al suo interno, attraverso una politica sociale xenofoba, suprematista e reazionaria, con l’obiettivo di consolidare i privilegi di una minoranza di super-ricchi sotto la copertura di ideologie patriottiche egoistiche e aggressive. Rafforza così la gerarchia sociale che, lungi dal promettere ulteriori gradini verso la cima della scala sociale, ne crea di nuovi verso il basso, al fine di disciplinare, intimidire, segmentare e ridurre il costo della manodopera.
3. L’economia politica della squadra di Donald Trump.
Secondo Brenner e Riley (2024), in un contesto di stagnazione come quello che stiamo vivendo, le misure di ridistribuzione diventano un gioco a somma zero. Pertanto, gli attori capitalisti si organizzano per influenzare le politiche pubbliche esercitando pressioni a favore di politiche che li avvantaggiano, a scapito di altri.
Trump ha promosso una strategia economica basata sul protezionismo e sulla reindustrializzazione degli Stati Uniti. Considera prioritario ridurre il deficit commerciale e introdurre dazi doganali unilaterali o negoziati, una volta minata l’influenza delle istituzioni multilaterali. La politica protezionista mira a incoraggiare il ritorno dei capitali negli Stati Uniti.
Questa linea argomentativa nasconde altre strategie elaborate dal suo team economico, che presenta una doppia composizione tra l’ala finanziaria favorevole a Wall Street e l’ala protezionista («Trade Warrior»), presieduta da Trump a causa delle sue inclinazioni verso un programma protezionista punitivo.
I dazi doganali hanno svolto il ruolo di minaccia e di esca per una nuova gerarchia con gli Stati Uniti come figura centrale, che negozia faccia a faccia con gli altri per sottometterli e stabilire regole di vassallaggio bilaterale. Una mossa di scacchi concepita per un obiettivo più ambizioso.
In questo senso, questa vecchia idea ci ricorda la politica dell’Impero britannico nel XIX secolo. Era un mondo in cui l’impero si imponeva con la forza, in un’epoca in cui il capitalismo era una novità, in cui c’erano territori da conquistare e in cui le regole medievali stavano crollando. Pur proteggendo i propri mercati interni, l’Impero britannico imponeva il libero scambio, per via diplomatica, commerciale o militare, alle proprie colonie o ai propri partner commerciali. Basti ricordare la diplomazia delle cannoniere che impiegava contro l’impero Qing cinese per imporre trattati commerciali a vantaggio della metropoli. Oggi gli Stati Uniti si trovano in un mondo saturo e stanno riprendendo le politiche del XIX secolo, in un contesto in cui si sentono superati e in cui la forza militare si sta svincolando dalla diplomazia. Ma stanno anche definendo una nuova economia politica: la «trumponomics».
Questa politica economica mira a conciliare tre elementi difficilmente compatibili: svalutare in modo significativo il dollaro, mantenere l’egemonia del dollaro e ridurre i tassi di interesse.
Nel 2025, il dollaro ha perso il 10% del suo valore rispetto alle principali valute (Roberts, 2025). Ciò può in parte rilanciare la rilocalizzazione del capitale industriale negli Stati Uniti (sia esso americano, tedesco o giapponese). Ciò rafforza la competitività dei prodotti destinati all’esportazione. Tuttavia, questo fenomeno ha anche un effetto opposto. Svaluta il capitale investito in questa valuta. Durante le crisi mondiali, il dollaro, in quanto valuta di un paese forte, tendeva ad apprezzarsi, nonostante fosse una moneta fiduciaria. Questa volta, gli investimenti si stanno orientando verso l’oro, che raggiunge livelli storici, un bene rifugio ancora più fondamentale e sicuro. Inoltre, protegge dall’inflazione futura, proprio a causa della politica tariffaria attuata.
Il dollaro è una valuta singolare, il cui valore non è correlato alla produzione del proprio Paese, poiché dipende da dinamiche globali, dalle transazioni petrolifere denominate in questa valuta o dagli acquisti delle banche centrali per riposizionare le proprie valute nazionali, tra gli altri fattori. Di conseguenza, gli Stati Uniti possono finanziare i propri bilanci, i propri piani di investimento, il proprio debito e il proprio deficit commerciale come nessun’altra economia. Ecco perché è essenziale per gli interessi finanziari statunitensi che il dollaro rimanga la valuta di riferimento internazionale. Non possono accettare che il petrolio venga pagato in un’altra valuta. Vogliono consolidare la politica del petrodollaro messa in atto da Nixon.
Per misurare la portata della sua importanza, ricordiamo che le guerre, condotte e orchestrate dagli Stati Uniti, sono state scatenate contro l’Iraq di Saddam Hussein, non solo perché aveva invaso il Kuwait, ma anche perché voleva denominare gli scambi petroliferi in euro. Allo stesso modo, contro Gheddafi, perché voleva promuovere il dinaro come valuta regionale per una parte dell’Africa. Maduro è stato preso in ostaggio perché negoziava il suo petrolio in una valuta diversa dal dollaro. Non sappiamo se la Cina e i BRICS finiranno per lanciare un’ipotetica moneta digitale comune. Per il momento, si sono concentrati sullo sviluppo di un sistema di pagamenti digitali tra le loro valute nazionali (BRICS Pay, come alternativa a SWIFT e al dollaro) e di piattaforme di valute digitali interoperabili.
In terzo luogo, la squadra di Trump sta esercitando una pressione inimmaginabile sul governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, affinché riduca i tassi di interesse e stimoli gli investimenti, sebbene lo statuto della Banca centrale stabilisca che la priorità sia il controllo dell’inflazione. Alla fine, nel 2025, i tassi sono scesi dal 4% al 3,75%. Il nuovo governatore che succederà a Powell potrebbe abbassarli ulteriormente.
Va sottolineato che questi tre pilastri sono alla base della politica protezionistica, che non è altro che uno strumento al servizio di tutte queste misure. È tuttavia difficile risolvere questa equazione.
In primo luogo, perché la politica di rilocalizzazione favorisce l’apprezzamento del dollaro. In secondo luogo, perché se il dollaro si svaluta, ciò mina la credibilità della moneta fiduciaria per eccellenza. In terzo luogo, perché il calo dei tassi di interesse rende gli investimenti nazionali meno costosi, ma rende meno attraente per i capitali stranieri investire sul suolo americano. A maggior ragione in un contesto di feroce concorrenza globale in cui esistono avversari più efficienti e redditizi, in particolare nei paesi emergenti.
Da qui il ruolo della legge «Grande e Bella», come regalo ai super ricchi e come incentivo sotto forma di svalutazione fiscale del capitale, per trattenerlo o attirarlo, e compensare il significato delle altre misure e le loro conseguenze.
Tuttavia, non facciamoci illusioni. Il protezionismo è solo una bandiera apparente. Serve politicamente a esercitare un controllo, ma nasconde anche importanti insidie per lo stesso capitale americano. L’attività del capitale transnazionale americano dipende fondamentalmente dai profitti derivanti dai suoi investimenti all’estero. Il deficit commerciale, che sembra ossessionare Trump, è una questione del tutto secondaria per gli interessi del capitale americano. Questo deficit commerciale implica che altri paesi esportino di più verso gli Stati Uniti rispetto al contrario. È il segno di una minore competitività americana. Testimonia inoltre, per ora, della sottomissione di altre economie al suo mercato. Ad esempio molti beni prodotti all’estero tornano negli Stati Uniti per essere riesportati o per soddisfare la forte domanda interna. Finché la valuta di riferimento internazionale rimarrà il dollaro, gli Stati Uniti potranno far fronte a questa situazione. A maggior ragione in un’economia dei servizi finanziarizzata e internazionalizzata, in cui gli Stati Uniti registrano un surplus della bilancia dei servizi (anche se questo non compensa ancora il deficit commerciale) [1]. Gli investimenti industriali che verranno rilocalizzati, senza che si sappia in che misura, offriranno un rendimento ben inferiore ai profitti internazionali dei grandi gruppi multinazionali, che torneranno solo in parte, come prevede ad esempio Apple, al fine di sfuggire alle sanzioni dei dazi doganali e delle quote che limitano il commercio.
Inoltre una politica di reindustrializzaizone efficace richiede un coordinamento o una politica di pianificazione industrialemolto diversa dalla tradizione neoliberista americana. Sebbene Trump, ispirandosi alla Cina, stia apportando correzioni selettive in alcuni settori. Lo Stato riduce di un decimo il pubblico impiego federale, con una spesa pubblica che è passata dal 39,4% previsto alle proiezioni al 35% alla fine del 2025, includendo una chiusura parziale e temporanea del settore pubblico, il che priva la popolazione di qualsiasi protezione sociale. Non rinuncia tuttavia a un intervento selettivo su specifici settori strategici. Sebbene sia ben lontano da un capitalismo di Stato diretto, come il modello cinese, invocando ragioni di «sicurezza nazionale», lo Stato acquisisce parzialmente aziende strategiche (US Steel nel settore siderurgico, MP Materials nella difesa e nelle terre rare, Intel nei chip…) oppure istituisce meccanismi di controllo delle esportazioni (per NVIDIA e AMD, riguardo alla vendita di chip alla Cina in cambio del 15% dei ricavi).[2]
La quadratura del cerchio consisterebbe nel creare posti di lavoro per gli elettori che hanno sostenuto l’elezione di Trump. Tuttavia, nel 2025 l’occupazione è rimasta stagnante, secondo il Bureau of Labor Statistics statunitense, con un tasso di disoccupazione del 4,3% ad agosto, il più alto dal 2021. [3]
A causa dell’automazione e della digitalizzazione, la quota dei nuovi investimenti destinata alla creazione di posti di lavoro nel settore industriale è in costante diminuzione. Trump, dal canto suo, se dovesse scegliere tra gli interessi della classe operaia e quelli di Wall Street, non c’è dubbio che farebbe prevalere questi ultimi.
Infine, la politica protezionista è un modo maldestro per aumentare la competitività. Mette i bastoni tra le ruote ai concorrenti. Ma senza una politica di investimenti, pianificazione, sviluppo scientifico e innovazione, l’efficienza della propria economia non migliorerà. Forse perché gli attacchi e la divisione della classe operaia orchestrati dalla politica di Trump sono il preludio a una diminuzione dei salari reali e a un’intensificazione ancora maggiore del lavoro, e questi sono i mezzi per ripristinare la competitività e il tasso di profitto negli Stati Uniti?
Il protezionismo può fungere da misura punitiva per sanzionare il governo di Lula e sostenere Bolsonaro, oppure per dimostrare chiaramente chi comanda, come è avvenuto con l’Unione europea. Ma le sue conseguenze macroeconomiche sono nefaste e destabilizzanti:
• Complica le transazioni, rendendole più costose o impedendole, il che genera carenze e inflazione.
•Deteriora il potere d’acquisto o il valore del capitale creditizio.
•Favorisce contromisure che riproducono il problema, con effetti netti negativi sia per chi applica la misura sia per chi la subisce, e frequenti effetti boomerang.
4. Libero scambio e varianti del protezionismo!
Abbiamo già riflettuto a lungo su questa questione durante il primo mandato di Trump (Albarracín, D.; 2019). Forse è semplicemente opportuno sottolineare gli aspetti chiave del dibattito tra libero scambio e protezionismo.
Si tratta di una discussione che si articola su più livelli. Siamo soliti, a ragione, criticare le conseguenze nefaste e inique della liberalizzazione del commercio mondiale. Essa implica un modello in cui il mercato viene valorizzato come uno spazio in cui le imprese più forti, spesso sostenute in origine da Stati imperialisti, possono abusare della loro posizione e imporre le proprie condizioni.
Gran parte della sinistra si è guardata bene da queste false idee del «mondo libero», dove l’unica libertà è quella del più forte. Nel nostro schieramento sociale, tendiamo a privilegiare forme di regolamentazione (e, per quanto possibile, cambiamenti nei rapporti sociali di produzione, che rendano possibile la partecipazione democratica della classe operaia al destino della propria economia).
Detto questo, è opportuno distinguere diversi modelli di protezionismo. Alcuni di essi non possiamo adottarli. Uno di questi è quello sostenuto da Trump.
l modello di Trump ricorda quello introdotto in Europa nel 1880, che portò a un aumento dei dazi doganali e ad altre restrizioni al commercio internazionale in tutti i paesi europei. In un contesto di tensioni interimperialiste, ne seguì la Prima guerra mondiale. Si tratta di un protezionismo punitivo che cerca, paradossalmente, di aumentare la competitività limitando la concorrenza. Genera situazioni in cui alcuni vincono e altri perdono, e in cui, alla fine, tutti finiscono generalmente per perdere. Non si protegge nulla, ma si attacca l’altro, si erigono barriere, si impongono condizioni.
Ci sono stati altri modelli, come quelli proposti dallo sviluppismo latinoamericano o dal gollismo francese. In questi modelli, il protezionismo era accompagnato da politiche di sostituzione delle importazioni, di pianificazione indicativa e di investimento nell’industrializzazione, combinate con politiche settoriali di coordinamento, talvolta difese da parte di governi socialdemocratici o keynesiani, che facevano leva sul potenziale di sviluppo endogeno e su una politica di stimolo della domanda interna.
È stata diffusa anche una difesa acritica del piccolo produttore rispetto al grande, come sostenuto dai liberali, che idealizzavano la concorrenza perfetta come soluzione, senza mettere in discussione il mercato come meccanismo di allocazione. Ricordiamo che la difesa dei piccoli produttori e dei rapporti di prossimità, sebbene ispirino nostalgia e romanticismo, non garantisce un modello giusto ed egualitario. Non implica una migliore soddisfazione dei bisogni né presuppone maggiore efficienza o sostenibilità ambientale. Non è solo una questione di dimensioni o di distanza, ma piuttosto del tipo di relazione e dei criteri che guidano la pratica economica. A questo proposito, un’impresa pubblica o una cooperativa sociale, dotata di un assetto democratico e ben regolamentata, non potrebbe forse migliorare i risultati delle PMI che, in fin dei conti, non sono altro che organizzazioni capitalistiche più piccole e inefficienti?
Nella maggior parte dei casi, come avviene nell’UE, si osserva un modello duale basato sul libero scambio interno e sul protezionismo nei confronti dell’estero. Sebbene dopo il 1995, con l’OMC, questo modello si sia reso più flessibile a favore di una maggiore liberalizzazione internazionale multilaterale, è stato accompagnato anche da una politica di promozione dei «grandi campioni» – grandi imprese private sostenute dagli Stati o da istituzioni sovranazionali continentali – al fine di competere su un mercato internazionale più ampio.
Non condividiamo queste diverse forme di protezionismo. La politica alternativa che merita di essere perseguita introduce normative non per proteggere i profitti economici né per «competere meglio», ma per tutelare i bisogni sociali, territoriali e ambientali. Si tratta di promuovere un modello di regolamentazione che non si limiti ai mercati o alle imprese, ma che vada oltre la logica del capitale. Ciò implica sostituire i principi economici tradizionali (redditività, merce, sviluppo diseguale) con principi nuovi, con il sostegno della forza sociale delle classi popolari auto-organizzate.
La politica ecosocialista alternativa non si limita a incentivare o a sanzionare, ma mette le risorse socio-economiche al servizio di una pianificazione economica di natura democratica che includa criteri di progettazione ecocompatibile sostenibile e di priorità sociale. Si tratterebbe piuttosto di una regolamentazione che non riguarda solo gli scambi economici, che non si limita allo scambio di beni e servizi, ma che comprende anche i movimenti di capitali. Una regolamentazione e una pianificazione ecosocialiste che integrino nell’equazione la priorità data al commercio di prossimità, al fine di ridurre al minimo i costi ambientali dei trasporti e rafforzare i legami e la cooperazione comunitaria. Esse prevedono inoltre la possibilità di un modello economico basato sulla cooperazione e sulla complementarità delle economie, dal basso verso l’alto e in modo aperto. Vale a dire aperto alla cooperazione con le regioni adiacenti (commercio, produzione e investimenti condivisi), senza sottostare a confini astratti, ma piuttosto a criteri e progetti che abbiano a cuore le persone e proteggano la biosfera, evitando il produttivismo orientato al profitto, tenendo conto degli impatti legati all’estrazione e ai rifiuti, nonché del tipo e della quantità di materie prime ed energia consumate.
Un modello in cui gli scambi a lunga distanza siano selettivi, moderati, regolamentati e reciprocamente vantaggiosi, fondato su un internazionalismo solidale con i popoli che collaborano tra loro, un modello sovranazionale aperto, compatibile con l’espansione del socialismo alla scala più internazionale possibile.
In sintesi, non è consigliabile cadere in una falsa dicotomia tra libero scambio e protezionismo, poiché si tratta innanzitutto di definire gli obiettivi delle normative e delle politiche, nonché le persone o gli enti a cui sono rivolte.
Note
Nel luglio 2025, il BEA (Ufficio di analisi economica) ha registrato un disavanzo complessivo (beni + servizi) pari a 78,3 miliardi di dollari USA, con un disavanzo nel settore dei beni di 103,9 miliardi e un surplus nel settore dei servizi di 25,6 miliardi di dollari USA, a testimonianza del persistere di uno squilibrio commerciale.
Daniel Albarracín è docente presso il Dipartimento di Economia Applicata II dell’Università di Siviglia e Manuel Garí è un economista ecosocialista. Entrambi sono membri del comitato consultivo della rivista «Viento sur».
Nell’era di Trump, caratterizzata dalla competizione con una Cina in piena ascesa e dalla guerra di invasione condotta dalla Russia contro l’Ucraina, è utile tornare sul concetto di imperialismo – che alcuni, talvolta persino progressisti, si ostinano a disprezzare, in particolare nei paesi… imperialisti. L’idea è quella di ricordarne l’origine e alcune delle controversie e dei dibattiti più importanti relativi a questo fenomeno economico, politico e militare, affinché siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda concettuale. Comprendere di cosa stiamo parlando ci aiuta ad affrontare le discussioni attuali in questo periodo di grandi sconvolgimenti che sta attraversando il sistema internazionale: perché la svolta bellicista e neocoloniale degli Stati Uniti; qual è il grado di radicalità dei cambiamenti nell’imperialismo egemonico con l’estrema destra al potere alla Casa Bianca; quale ruolo svolgono attualmente la Cina e la Russia e come caratterizzarle. (Si veda, sulla Cina e la Russia, l’articolo di Peter Drucker: Gli scontri interimperialisti e i loro limiti.)
Il carattere internazionale, planetario, dell’espansione capitalista è stato sottolineato fin dall’inizio e in modo esplicito nel Manifesto del Partito Comunista del 1848. Nel Capitale, analizzando il modello capitalista inglese per comprendere il funzionamento e le regole generali del sistema nel suo complesso, Marx cita spesso il commercio estero come elemento internazionale. Ma è nel famoso capitolo 24 del volume I che si trova l’indicazione più chiara: quando tratta dell’accumulazione primitiva, o originaria, o meglio ancora, in inglese, della «previous accumulation», egli ricorda che, proprio come le recinzioni avvenute in Europa (con l’espropriazione dei contadini), le cosiddette scoperte delle Americhe e delle terre asiatiche – vale a dire l’invasione da parte degli europei dei territori dell’attuale Sud del mondo –, sono state fondamentali per l’accumulazione e l’industrializzazione dei centri europei e, in seguito, degli Stati Uniti. Marx era ancora ben lontano dal parlare di imperialismo. Non visse abbastanza a lungo per vederlo maturare in tutte le sue sfaccettature.
L’imperialismo, in quanto nuovo (all’epoca) modello di funzionamento essenziale per lo sviluppo capitalista, comincia a delinearsi nell’ultimo quarto del XIX secolo, quando nel sistema diventano del tutto evidenti cambiamenti fondamentali. Nel 1880, in occasione della Conferenza di Berlino, le potenze europee concordano di spartirsi l’Africa. Negli anni Settanta dell’Ottocento scoppia una grave crisi economica europea e, a partire dalla fine degli anni Novanta dell’Ottocento, mentre Engels era ancora in vita, all’interno della II Internazionale si aprì un ampio dibattito sulla nuova situazione del capitalismo, in particolare a causa della sua evidente espansione internazionale, dell’ascesa in Europa del capitalismo tedesco, del colonialismo rafforzato da nuovi metodi più violenti di espropriazione delle ricchezze dei colonizzati, nonché dei rullii di tamburi di guerra tra i paesi imperialisti.
Il dibattito europeo
È impossibile riassumere in questa sede l’ampiezza e la profondità delle riflessioni, dei dibattiti e dei contributi di questa generazione di socialisti europei. Hanno contribuito in modo particolare alla concezione marxista dell’imperialismo l’inglese John A. Hobson, l’economista politico austriaco Rudolf Hilferding – entrambi autori di opere fondamentali per comprendere il predominio della finanza nell’economia capitalista –, i leader tedeschi Karl Kautsky e Rosa Luxemburg – contrapposti nella polemica concreta sulla politica socialdemocratica di fronte alla guerra; i «russi» Bucharin, Lenin, Parvus e, in misura minore, Trotsky, con la sua idea di «sviluppo diseguale e combinato».
Lo scoppio della guerra, nel 1914, aveva notevolmente inasprito il dibattito già in corso. Kautsky, allora considerato il principale dirigente del Partito socialdemocratico tedesco, il più grande partito della Seconda Internazionale, conduce una politica nazionalista (cioè anti-internazionalista) disastrosa di sostegno di fatto all’imperialismo tedesco, con l’approvazione da parte del gruppo socialdemocratico, in parlamento, dei fondi di guerra. Nello stesso anno, il 1914, Kautsky pubblica un testo in cui ipotizza la possibilità che il capitalismo possa evitare la guerra se tutte le potenze imperialiste si unissero a tal fine, sul modello di un cartello tra imprese. Egli non dà un nome a questo concetto, ma la sua concezione errata assume il nome di ultra- o iperimperialismo.
Lenin si oppone a Kautsky sul piano teorico e politico, ribadendo che la tendenza della nuova configurazione capitalista portava, tra l’altro, a guerre tra potenze. “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, pubblicato nel 1916 mentre infuriavano i combattimenti, è il frutto di una discussione collettiva. Lenin sintetizza brillantemente il dibattito, vi apporta i propri contributi, ma sempre in dialogo e facendo propri, nel senso positivo del termine, elementi tratti da testi precedenti, quali “L’imperialismo, uno studio” di Hobson del 1902, “Il capitale finanziario” di Hilferding del 1910 e “L’economia mondiale e l’imperialismo” di Bucharin (1915, completato nel 1917).
Va sottolineato che l’idea leninista rimanda a un’epoca, a un nuovo modo di funzionare del capitalismo. Non si tratta di un fenomeno specifico di invasioni e spoliazioni, sebbene tali vettori siano parte integrante del fenomeno.
•In primo luogo, è l’epoca del predominio sistemico dell’associazione tra capitale bancario e capitale industriale, ovvero l’era del capitale finanziario.
•In secondo luogo, la crescente tendenza all’oligopolizzazione o alla monopolizzazione del capitale, ovvero la fine della libera concorrenza. Quest’ultima non esiste più; la concorrenza si esercita tra grandi gruppi che dominano i settori e, talvolta, un’intera economia nazionale.
•In terzo luogo, il divario sempre più ampio tra lo sviluppo dei paesi industrializzati imperialisti dell’Europa e degli Stati Uniti, che stavano avviando la loro seconda rivoluzione industriale, e quello di regioni lontane dedite alla produzione primaria o a un’industrializzazione agli albori.
•In quarto luogo, la tendenza delle nazioni industrializzate, per necessità dei propri capitali, ad estendere il proprio potere politico, militare ed economico sulle altre nazioni, in particolare su quelle più arretrate nello sviluppo industriale e più povere.
•In quinto luogo, la crescente rivalità tra gli imperialismi e la tendenza alle guerre interimperialiste.
L’imperialismo in trasformazione
Questa forma avanzata di capitalismo ha assunto numerose forme diverse nel corso della storia:
•Il periodo delle guerre, ovvero il periodo compreso tra il 1914 e il 1946, durante il quale è stata distrutta una parte significativa delle forze produttive dell’umanità.
•I «30 anni gloriosi», dopo la Seconda guerra mondiale, durante i quali gli Stati Uniti si affermarono come imperialismo egemonico al posto dell’Impero britannico, che ne era stato il pioniere. Le potenze dell’epoca conclusero un accordo sulle regole di funzionamento del sistema internazionale, con il sistema aureo per il dollaro, il FMI, l’ONU e tutte le sue istituzioni. Fu anche un periodo di grande sviluppo economico dell’Unione Sovietica e del suo blocco, della rivoluzione cinese e del movimento di decolonizzazione in Asia e in Africa.
In America Latina e in Oriente, i nazionalismi borghesi si appoggiavano a basi popolari: Nasser, Gheddafi, il partito Ba’ath in Iraq e in Siria; in America Latina, Perón, Vargas in Brasile, Velasco Alvarado in Perù. È l’epoca della rivoluzione cubana e delle rivolte del 1968, che, partite dalla Francia, si sono diffuse in tutta Europa e negli Stati Uniti, contro la guerra controrivoluzionaria in Vietnam, con ripercussioni in quello che allora veniva chiamato il «Terzo Mondo».
•Il tumultuoso periodo di transizione degli anni ’70. Le crisi degli anni ’70 sono manifestazioni dirette o indirette dei tassi di profitto insufficienti e della tendenza al ribasso del tasso di accumulazione. Nel 1971 si assiste all’abbandono unilaterale del sistema aureo da parte degli Stati Uniti; nel 1973, alla crisi petrolifera; all’inizio della restaurazione capitalista in Cina con gli accordi tra la Cina e gli Stati Uniti.
Contributi dalla periferia
Nel corso del periodo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale agli anni ’70, si svolgono numerosi dibattiti sull’imperialismo, poiché si assiste a un’enorme ascesa dell’anticolonialismo nel mondo, di cui fanno parte la rivoluzione cubana, la decolonizzazione in Africa, la rivoluzione e la guerra anti-imperialista del Vietnam, le rivoluzioni nicaraguense e salvadoregna in America Centrale. Da queste lotte nasceranno numerosi contributi provenienti dal Sud del mondo. Ne citiamo due fondamentali.
A seguito del periodo precedente, si assiste, in quella che viene definita la periferia del sistema, allo sviluppo di alcuni paesi che non si integrano del tutto nel centro, ma smettono di essere semplicemente periferici. Mandel partecipa a questa discussione e li definisce paesi a industrializzazione tardiva. Wallerstein, esponente della corrente che si rifà a Marx, Weber e Braudel, li definisce «semi-periferici». E dalla teoria marxista della dipendenza latinoamericana, che costituisce l’ala sinistra degli strutturalisti sviluppisti della CEPAL (Commissione economica per l’America Latina), più precisamente di Ruy Mauro Marini, emerge l’idea di «sottoimperialismo»[1]. Nel contesto dei cambiamenti nella divisione internazionale del lavoro dopo la Seconda guerra mondiale, Marini studia il fenomeno dei paesi «medi» dipendenti che combinano (a) un grado di sovrasfruttamento della manodopera e di disuguaglianza che limita la realizzazione del valore all’interno dei confini nazionali; (b) il che li costringe a orientare gran parte della loro produzione industriale verso l’esportazione, pur (c) iniziando a trarne profitti ed esercitando un’influenza geopolitica sui paesi più fragili della loro regione, (d) senza tuttavia smettere di trasferire ricchezze e di subordinarsi politicamente all’imperialismo egemonico. Si tratta di paesi che si comportano da imperialisti nelle loro regioni, ma che sono subordinati a un imperialismo più potente (Concetto di cui Patrick Bond abusa un po’, definendo ad esempio la Russia «sub-imperialista» e attribuendo un’eccessiva importanza geopolitica ai «sub-imperialisti» dei BRICS, gruppo eteroneneo che, oltre all’imperialismo regionale russo, comprende la Cina, oggi completamente distinta dai paesi “a reddito intermedio”).
Il secondo contributo è quello della corrente nota come “transizione egemonica”, di Giovanni Arrighi. Arrighi si basa sull’opera e sulla concezione di Wallerstein, ereditata da Braudel, incentrata sui cicli egemonici dell’evoluzione capitalista (città italiane nel XV secolo, Paesi Bassi nel XVI e XVII secolo, Inghilterra a partire dal XVIII e Stati Uniti a partire dal XX) per indicare in modo pionieristico l’emergere di un ciclo capitalista cinese. Il suo *Adam Smith a Pechino* risale al 2007!
Esiste una terza corrente di pensiero importante, in quel periodo, che si rifà al marxismo, ma che non è nata alla «periferia del sistema»: si tratta di quella che vide la luce negli anni ’50 attorno al russo-polacco naturalizzato statunitense Paul A. Baran, all’economista Paul Sweezy e allo storico Leo Huberman, della rivista Monthly Review. Il concetto di gruppo capitalistico monopolistico (o di periodo monopolistico del capitale a partire da quegli anni) ha affascinato, fin dagli anni ’60, il giovane ricercatore e militante egiziano Samir Amim, maoista e terzomondista, che esercitava un’influenza intellettuale e militante su settori della sinistra in Africa, in Asia e in America Latina. Amim è ancora oggi rivendicato dalla «Tricontinentale» e dalla sinistra campista in generale, per la sua politica anticolonialista «di fronte popolare» volta a rilanciare il movimento dei paesi non allineati nato in occasione della storica conferenza di Bandung (Indonesia, 1956).
Il periodo neoliberista
Torniamo alla periodizzazione: con le vittorie della Thatcher nel 1979 e di Reagan nel 1980, ha inizio il periodo di piena attuazione del regime neoliberista in tutto il mondo. Questo nuovo modo di funzionare del sistema capitalista-imperialista sarà caratterizzato, sulla scia del boom delle tecnologie dell’informazione, da una globalizzazione della finanza, ovvero dalla deregolamentazione dei sistemi finanziari nazionali a favore di un sistema finanziario veramente internazionale, dalla creazione di catene di produzione globali, dalla ristrutturazione produttiva accompagnata da una riduzione dei diritti, il crollo dello Stato sociale, gli attacchi ai sindacati, la delocalizzazione dell’industria verso l’Asia.
È questo regime che ha sfiorato il collasso nel 2008, con la crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti e la recessione che ne è seguita. All’aggravarsi delle disuguaglianze globali, della povertà anche tra i cosiddetti ricchi, tra i paesi centrali e quelli non centrali, nonché all’accelerazione della crisi ambientale, si è aggiunto l’aggravarsi della crisi economica strutturale. Il 2008 segnerà l’inizio di un lungo periodo di recessione del sistema, che la Cina riesce ad aggirare. I piani di salvataggio da diversi miliardi di dollari messi in atto dagli Stati a favore delle banche e delle imprese riescono a contenere momentaneamente la crisi, ma non a ripristinare i modelli neoliberisti di profitto e di accumulazione.
La pandemia rende più difficile la ripresa.
Ascesa dei neofascismi
Nel periodo compreso tra il 2007-2008 e il 2016 si osservano i primi segnali di rafforzamento e di avanzata dei gruppi e dei movimenti di estrema destra in Occidente e in Oriente: questo fenomeno accelera a partire dal 2008, poiché esiste un legame tra la crisi del neoliberismo e le destre estreme – neo- o post-fasciste – nel mondo. Settori sempre più ampi delle borghesie imperialiste e periferiche adottano una nuova strategia politica che abbandona la democrazia borghese come modello politico e si orienta verso l’autoritarismo. Il fatto che attraggano settori delle masse è legato anche al fallimento delle esperienze di sinistra che si sono disposte a co-amministrare il gioco democratico neoliberista, come la socialdemocrazia europea e i progressismi latinoamericani. In ogni caso, il progetto neofascista o post-fascista è un tentativo di uscire dalla crisi attraverso la violenza, la repressione, l’esclusione, l’espropriazione e l’eliminazione di esseri umani.
Il periodo 2024-2025 segna una nuova svolta nell’era imperialista?
Mi sembra che la risposta debba essere affermativa. L’estrema destra americana sale al potere per la seconda volta nella potenza egemonica, in una posizione ben più forte rispetto al 2016: dispone di un vantaggio elettorale più consistente sui propri avversari, controlla per il momento il Congresso e può contare su una maggioranza conservatrice alla Corte Suprema. Si tratta di un cambiamento molto significativo nei rapporti di forza e nella geopolitica mondiale. Anche il blocco attualmente al potere negli Stati Uniti (la coalizione delle Big Tech, della criptofinanza, delle industrie obsolete – come il settore petrolifero –, dell’agroindustria e dei nazionalismi cristiani tradizionalisti) cerca di distruggere il regime democratico del proprio Paese, per trasformare gli Stati Uniti in una nazione fascista.(Anche nell’aprile 2026, mentre l’opposizione alla sua amministrazione si fa sentire nelle piazze e all’interno di organizzazioni di ogni tipo della società civile americana, e il suo indice di disapprovazione raggiunge livelli record, con la guerra scatenata contro l’Iran, oltre il 30% della popolazione sostiene ancora Trump. Di fronte alla probabilità di perdere, a novembre, il controllo almeno della Camera dei Rappresentanti, il trumpismo punta sulla manipolazione del processo elettorale, Stato per Stato. Ci riuscirà?)
Sulla scena internazionale, non è un caso che l’amministrazione Trump sia stata la principale sostenitrice del genocidio palestinese a Gaza. Settori sempre più influenti negli Stati Uniti, tra cui ex sostenitori del presidente all’interno del movimento MAGA, sottolineano l’«errore» di Trump nel sostenere la frenesia espansionistica di Netanyahu in Iran e in Libano, a costo di compromettere il «buon funzionamento» (i profitti) dell’economia mondiale.
Gli Stati Uniti avevano già fornito nuovi esempi della portata della loro «Strategia di sicurezza nazionale» il 3 gennaio, con il rapimento della coppia presidenziale venezuelana, che costituisce in realtà la «presa di controllo» del governo del Venezuela e la sua trasformazione in colonia. Continuano il loro ricatto tariffario nei confronti dell’UE per «acquistare» la Groenlandia e costringerla ad aumentare le spese militari, le loro minacce al Canada e la costituzione unilaterale di un cosiddetto «Consiglio di pace», presieduto a vita da Trump, per la presunta ricostruzione di Gaza.
Il quadro mostra una rottura significativa con l’approccio imperiale degli ultimi 80 anni. L’obiettivo è quello di riconquistare con la forza l’egemonia del dopoguerra; continua a considerare la Cina come un avversario strategico in ambito tecnologico, economico e militare; tralascia la Russia, con una mossa strategica; di fatto, rompe l’alleanza con l’Europa degli ultimi 80 anni e integra apertamente il Canada e l’America Latina nel proprio «territorio».
L’offensiva degli Stati Uniti è il risultato del declino della loro egemonia negli ultimi tre decenni. Essa esprime la disperazione del capitale yankee alla ricerca di una via d’uscita per frenare questa caduta. Di fronte all’ascesa della Cina, alla proiezione e all’autonomia incontrollabile della Russia, alla situazione altrettanto inedita per gli Stati Uniti in America Latina e in Africa — dove la Cina è entrata con forza sul piano economico —, questi settori hanno sostenuto Trump per una svolta neocolonialista aggressiva.
Si è verificato un cambiamento qualitativo nella bellicosità, nella violenza e nella natura apertamente colonialista dell’imperialismo. Si tratta del colonialismo senza veli di una potenza egemonica che ha un disperato bisogno di trovare il modo di recuperare i tassi di accumulazione (Husson) e di profitto (Roberts) precedenti al 2008. Come afferma Matveev, «il radicalismo di Trump è, in ultima analisi, [anche] una risposta, per quanto sconnessa e irrazionale possa essere, ai cambiamenti globali guidati in gran parte dalla Cina e, in misura minore, dalla Russia».
Se il popolo e i lavoratori americani non li fermeranno, ci saranno ulteriori forme di sfruttamento attraverso l’espropriazione, l’invasione, il saccheggio e la spoliazione. Paradossalmente, l’obiettivo è esattamente lo stesso che Putin e Trump perseguono insieme nei confronti delle ricchezze dell’Ucraina, e quello che Trump, Israele e gli Emirati petroliferi intendono fare con la Palestina. Nulla di tutto ciò significa tuttavia che sia possibile attribuire agli Stati Uniti di Trump la definizione kautskiana di «iperimperialismo», come fanno alcuni settori del «campismo», incapaci di riconoscere la Cina come potenza capitalista emergente e la Russia come imperialismo regionale.
La politica di Trump, secondo l’interpretazione di Lenin, favorisce l’aggravarsi delle rivalità interimperialiste, in particolare con la Cina, ma anche con la Russia. Sebbene il linguaggio e le azioni (come nei Caraibi, in Venezuela e in Iran) siano di natura politico-militare, e nonostante si osservino segnali significativi di una nuova corsa agli armamenti e al nucleare, è ancora troppo presto per definire la situazione internazionale come una guerra mondiale. Il brusco e violento cambiamento della forma politico-economica dell’imperialismo egemonico provocherà grandi contraddizioni intra-borghesi, problemi all’interno degli Stati Uniti e tra le nazioni, nonché reazioni popolari che non potrà controllare.
Lo scenario che ci si presenta è del tutto nuovo e incerto. Lascia più domande aperte che risposte definitive. Stiamo assistendo a una bipolarità (Stati Uniti contro Cina), come sostengono i compagni dell’APS brasiliana, oppure a un mondo disarticolato/disorganizzato, come afferma Matveev? Qual è il grado di autonomia della Russia rispetto alla Cina? Gli Stati Uniti riusciranno davvero a imporre una disconnessione economica della Cina dal mercato mondiale? Arriveranno al punto di annettere territori nell’emisfero occidentale, come la Groenlandia? Le loro iniziative bellicose comprometteranno gravemente il ruolo del dollaro come valuta di riserva? Come si evolverà la loro presenza militare in regioni chiave del mondo, quali l’Africa, l’Indo-Pacifico e l’Artico? Per il momento, possiamo solo avanzare ipotesi. L’importante è che non saranno solo le decisioni di Trump a determinare l’esito, ma anche le reazioni nazionali e globali a tali decisioni.
Riferimenti:
Amin, Samir. L’impérialisme et le développement inégal. 1976
Wallerstein, I. Le système mondial moderne I (1974) et II (1980)
Marini afferma nel 1992 nella sua opera “America Latina: dipendenza ed integrazione”«Il subimperialismo corrisponde all’espressione perversa della differenziazione subita dall’economia mondiale, risultato dell’internazionalizzazione dell’accumulazione capitalistica, che ha contrapposto al semplice schema della divisione del lavoro – cristallizzato nel rapporto centro-periferia, che preoccupava la CEPAL – un sistema di relazioni ben più complesso. In questo sistema, la diffusione dell’industria manifatturiera, aumentando la composizione organica media nazionale del capitale, ovvero il rapporto esistente tra i mezzi di produzione e la manodopera, dà origine a sottocentri economici (e politici), dotati di una relativa autonomia, sebbene rimangano subordinati alla dinamica globale imposta dai grandi centri. Come nel caso del Brasile, paesi quali l’Argentina, Israele, l’Iran, l’Iraq e il Sudafrica assumono – o hanno assunto, in un determinato momento della loro recente evoluzione – un carattere subimperialista, accanto ad altri sottocentri in cui questa tendenza non si è pienamente manifestata o si è appena abbozzata, come, in America Latina, il Messico e il Venezuela» (MARINI, 1992) .
Matveev, Ilia. «The World Disjointed – China, Russia and the coming era of inter-imperialist rivalry» (Il mondo frammentato: Cina, Russia e la futura era della rivalità interimperialista), Spectre Journal, autunno 2025, pp. 25-39.
Il Vicepresidente del Consiglio dei Ministri e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano, Antonio Tajani, ha sottolineato la natura strategica delle relazioni tra Riad e Roma, descrivendo il rapporto dell’Italia con l’Arabia Saudita come uno dei pilastri dell’impegno italiano nella regione.
In un’intervista rilasciata ad Asharq Al-Awsat, ha affermato che l’Arabia Saudita è diventata un partner essenziale nella promozione del dialogo, della stabilità regionale e della crescita sostenibile, sottolineando che è in corso un coordinamento tra Arabia Saudita e Italia per contenere quella che ha definito una profonda incertezza regionale.
«Da Roma abbiamo ribadito il nostro impegno comune con l’Arabia Saudita a salvaguardare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, nel Mar Rosso, a Bab el-Mandeb, nel Golfo di Aden e in tutte le rotte marittime internazionali», ha affermato, descrivendo il Golfo come un partner fondamentale dal punto di vista politico, economico e della sicurezza.
La partnership tra Arabia Saudita e Italia
Riguardo alla partnership tra Arabia Saudita e Italia, Tajani ha dichiarato: «A Roma, insieme alla mia controparte, il Ministro degli Affari Esteri dell’Arabia Saudita, il Principe Faisal bin Farhan, abbiamo adottato un’importante dichiarazione politica che ribadisce non solo il crescente partenariato strategico tra l’Italia e l’Arabia Saudita».
Ha aggiunto: «Siamo andati oltre e abbiamo dichiarato il nostro impegno comune a rendere il Mediterraneo allargato un’area di pace, prosperità e crescita sostenibile. La dichiarazione ribadisce inoltre la nostra ferma condanna della violenza degli insediamenti estremisti e il nostro rifiuto di qualsiasi forma di annessione».
Coordinamento tra Arabia Saudita e Italia per contenere la profonda incertezza nella regione
Interrogato sull’ultimo coordinamento tra Arabia Saudita e Italia volto a rafforzare la sicurezza e la stabilità nella regione e ad affrontare le sfide derivanti dal conflitto tra Stati Uniti e Iran, Tajani ha dichiarato: «La collaborazione tra l’Italia e l’Arabia Saudita non è mai stata così importante come oggi. In un momento di profonda incertezza a livello regionale, i nostri due Paesi condividono una visione strategica comune fondata sul dialogo, sulla stabilità e su una leadership responsabile».
Ha aggiunto: «L’Italia considera la situazione regionale nel contesto più ampio di una crescente instabilità internazionale. La nostra partnership strategica non si limita ai confini geografici tradizionali, poiché la nostra visione del Mediterraneo allargato si estende naturalmente al Golfo e oltre».
Ha proseguito dicendo: «Consideriamo quindi il Golfo un partner fondamentale dal punto di vista politico, economico e della sicurezza, e riteniamo che il nostro rapporto con il Regno sia uno dei pilastri dell’impegno dell’Italia nella regione. L’Arabia Saudita è diventata un partner indispensabile nella promozione del dialogo, della stabilità regionale e della crescita sostenibile, una visione che l’Italia ha costantemente sostenuto in seno al G7, all’Unione europea e alla NATO».
Ha aggiunto: «Uno dei maggiori punti di forza dell’Italia è la sua capacità di dialogare contemporaneamente con tutti i principali attori coinvolti nelle crisi regionali. Questo ci permette di mantenere aperti tutti i canali diplomatici e di contribuire all’allentamento delle tensioni anche nei momenti più difficili».
Sicurezza marittima… Una visione strategica condivisa
Sullo sfondo delle tensioni nello Stretto di Hormuz e a Bab el-Mandeb e delle minacce alla navigazione nel Mar Rosso, Tajani ha dichiarato: «La sicurezza marittima rimane una delle principali priorità nazionali per l’Italia. Una quota significativa dei nostri scambi commerciali transita attraverso lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb, rendendo la libertà di navigazione in queste acque essenziale non solo per l’Italia, ma anche per la sicurezza energetica ed economica globale».
Ha aggiunto: «Insieme all’Arabia Saudita, abbiamo ribadito il nostro impegno comune a salvaguardare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, nel Mar Rosso, a Bab el-Mandeb, nel Golfo di Aden e in tutte le rotte marittime internazionali».
Secondo Tajani, l’Italia sta già dando un contributo concreto grazie al suo ruolo di primo piano nelle operazioni navali dell’UE EUNAVFOR ASPIDES, a tutela della navigazione mercantile nel Mar Rosso, e ATALANTA nell’Oceano Indiano nord-occidentale.
Ha sottolineato che Roma e Riad condividono sempre più non solo interessi comuni, ma anche una vera e propria visione strategica per la regione.
Tajani ha dichiarato: «Apprezziamo enormemente il crescente ruolo diplomatico del Regno nella promozione del dialogo e della stabilità regionale, e intendiamo rafforzare un partenariato già eccellente, fondato sulla fiducia, sul rispetto reciproco e sull’ambizione condivisa di un Medio Oriente più stabile, sicuro e prospero».
Tajani ha aggiunto: «La proposta dell’Arabia Saudita di istituire un’Alleanza Globale per la Difesa Marittima riflette la crescente attenzione internazionale rivolta alla sicurezza marittima e alla libertà di navigazione, obiettivi che l’Italia condivide pienamente. Continueremo a lavorare a stretto contatto con il Regno e con i nostri partner internazionali per promuovere questi obiettivi comuni, con fiducia, determinazione e un senso condiviso di responsabilità per la stabilità e la prosperità della regione».
Soluzione dei Due Stati
Riguardo alla situazione a Gaza e ai principali risultati degli incontri dell’Alleanza Globale per l’Attuazione della Soluzione dei Due Stati che si sono tenuti a Roma negli ultimi giorni, Tajani ha dichiarato: «La tragedia che si sta consumando a Gaza richiede ben più che semplici espressioni di preoccupazione».
Ha aggiunto: «Richiede leadership politica, un impegno diplomatico costante e la determinazione a continuare a lavorare per la pace anche quando gli ostacoli sembrano insormontabili. L’Italia sta svolgendo un ruolo diplomatico centrale nel promuovere una soluzione politica alla crisi».
Ha dichiarato: «L’incontro dell’Alleanza Globale per l’Attuazione della Soluzione dei Due Stati, tenutosi recentemente a Roma, ha dimostrato chiaramente il nostro impegno a promuovere soluzioni politiche e a creare spazio per il dialogo nel contesto di una delle crisi più difficili che il Mediterraneo e il Medio Oriente si trovano ad affrontare».
Tajani ha aggiunto: «Si tratta di un impegno che abbiamo portato avanti con orgoglio insieme ai nostri amici sauditi. L’Arabia Saudita ha dato prova di una leadership straordinaria nel mantenere vivo l’orizzonte politico della soluzione dei due Stati, e vorrei esprimere il mio apprezzamento per l’eccezionale livello di cooperazione che abbiamo sviluppato insieme».
Ha proseguito dicendo: «Il messaggio proveniente da Roma è stato chiaro: la soluzione dei due Stati rimane l’unica opzione credibile per garantire la sicurezza di Israele e consentire al contempo la nascita di uno Stato palestinese libero, democratico e pacifico che conviva fianco a fianco con Israele. Per questo motivo, il disarmo di Hamas è essenziale ed è necessaria un’Autorità Nazionale Palestinese forte, in grado di esercitare un’autorità effettiva su tutti i territori palestinesi».
Tajani ha dichiarato: «Rimaniamo fermamente impegnati a perseguire l’obiettivo dei “due popoli, due Stati”, una posizione resa possibile dalle nostre relazioni di lunga data con tutti gli attori chiave della regione. Israeliani, palestinesi, libanesi e i nostri partner del Golfo sanno bene che Roma è un luogo in cui si incoraggia il dialogo, si costruisce la fiducia e si offre alla diplomazia ogni opportunità di successo».
Ha sottolineato che l’Italia attribuisce particolare importanza al dialogo interreligioso in quanto ponte essenziale per cambiare le narrazioni e preparare il terreno politico per la pace. Ha affermato che una forte dimostrazione di questo impegno è stata la partecipazione del cardinale Pierbattista Pizzaballa, del Presidente della Conferenza dei rabbini europei, il rabbino Pinchas Goldschmidt, e dello sceicco Mohammed Al-Issa alla riunione dell’Alleanza Globale tenutasi presso il Ministero degli Affari Esteri.
Il nostro impegno a Gaza è saldo
Il funzionario italiano ha aggiunto: «Oltre al nostro costante impegno nell’ambito dell’iniziativa “Food for Gaza”, abbiamo recentemente stanziato ulteriori 10 milioni di euro a sostegno dell’Autorità Nazionale Palestinese attraverso le Nazioni Unite. Abbiamo inoltre formato un gruppo di diplomatici palestinesi a Torino in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) e istituito percorsi universitari che consentono ai giovani palestinesi di studiare presso le principali università italiane. Crediamo fermamente che la diplomazia tra i popoli sia uno degli investimenti più significativi che possiamo fare per costruire una pace giusta e duratura».
Ha aggiunto: «L’Italia continua inoltre a svolgere un ruolo di primo piano sul fronte della sicurezza attraverso la sua missione di assistenza bilaterale alle forze di sicurezza palestinesi e attraverso la partecipazione dei nostri Carabinieri alla Missione di assistenza alle frontiere dell’UE a Rafah (EUBAM Rafah)».
La crisi in Libano
Riguardo alla valutazione dell’Italia sull’attuale situazione in Libano e ai suoi sforzi in tal senso, Tajani ha affermato: «La stabilità del Libano non è solo fondamentale per il popolo libanese, ma è essenziale anche per la sicurezza e la stabilità dell’intera regione. Ecco perché l’Italia ha profuso un grande impegno diplomatico a sostegno del dialogo e del rafforzamento delle istituzioni legittime del Libano».
Ha sottolineato che l’Italia sta svolgendo un ruolo importante come mediatore e sede del dialogo tra le parti coinvolte. Ha affermato che non è una coincidenza che Roma sia stata nuovamente scelta come sede dell’ultimo ciclo di colloqui tra Israele e Libano mediati dagli Stati Uniti, aggiungendo che ciò riflette la fiducia che entrambe le parti ripongono nella capacità dell’Italia di facilitare il dialogo e contribuire a creare le condizioni per una stabilità duratura.
Tajani ha spiegato che l’approccio dell’Italia alla risoluzione della crisi in Libano è incentrato sul ripristino della piena sovranità del Paese e sul rafforzamento delle sue istituzioni legittime. Ha sottolineato che il suo governo sostiene con forza il Presidente Joseph Aoun e sta collaborando con i propri partner internazionali per garantire che lo Stato libanese possa riacquistare progressivamente l’effettiva autorità su tutto il territorio nazionale. Un altro pilastro fondamentale di questa strategia, ha affermato, è il disarmo definitivo di Hezbollah.
Ha aggiunto: «Sosteniamo con forza il Presidente Joseph Aoun e stiamo collaborando con i nostri partner internazionali per garantire che lo Stato libanese possa riacquistare progressivamente l’effettiva autorità su tutto il territorio nazionale. Per assicurare la stabilità a lungo termine, ci stiamo inoltre concentrando sulla gestione di qualsiasi futura transizione in materia di sicurezza dopo la fine della missione UNIFIL».
«La nostra priorità è evitare pericolosi vuoti di sicurezza, preservando al contempo la stabilità nel Libano meridionale in stretta collaborazione con i nostri alleati. Abbiamo tenuto una serie di incontri a Roma nell’ambito dei nostri continui sforzi volti a facilitare il dialogo. Rimaniamo convinti che il dialogo sia l’unica via sostenibile verso una pace duratura».
Quelli che seminano vento… e raccolgono tempesta. Quelli che devastano interi territori e accusano chi gli resiste di devastazione. Quelli che preparano la guerra e accusano gli altri di essere violenti. Quelli che accusano di terrorismo gli indignati che protestano, essendo loro, i potenti d’ogni colore, terrorizzati all’idea che la gente capisca i loro giochi perversi, e reagisca. Di questa immensa esibizione d’ipocrisia, di cui è zeppa l’immagine del mondo nella sua attuale caduta agli inferi, la vicenda ormai multi-decennale del TAV in Valle Susa ci offre una perfetta sintesi, esemplare per unità di spazio (il cantiere di Chiomonte e le sue metastasi nei dintorni) e di tempo (sabato 25 luglio).
Lo sanno tutti che quello è il giorno del furore, in cui la Valle presenta il conto per le infinite ingiurie, ferite e vessazioni che ha ricevuto e continua a ricevere. Ogni anno la cosa si ripete, come le fasi lunari o le maree. E ogni volta ecco tutti gli opinionisti di sistema e i politici rigorosamente bipartisan a strapparsi le vesti per l’”intollerabile sfida alla legalità”, l’inusitato livello di violenza, l’entità dei danni alle attrezzature, i contusi tra le forze dell’ordine (i feriti tra i manifestanti non fanno notizia) fingendo un soprassalto di stupore mai neppure rinnovato nei toni e nei modi. Sono trent’anni che le rivendicazioni e le proteste della popolazione della Valle si sono ripetute, prima sommesse, sostenute da solide argomentazioni, da robusti apparati di dati, da analisi tecniche raffinate, poi sempre più massificate, con i paesi al completo in corteo, l’intera catena delle generazioni, i nipoti insieme ai nonni, ai padri, ai fratelli, i sindaci e i parroci, le comunità religiose e le associazioni laiche, i militanti politici e i volontari della società civile. E sono trent’anni (trent’anni!!!) che le loro voci sono state bellamente ignorate, cancellate, derise. Trent’anni in cui i decisori pubblici, attenti esclusivamente al conto profitti e perdite dei loro mandanti in affari, hanno regolarmente tirato dritto, a testa bassa, gli occhi fissi sui propri progetti di un futuro insostenibile, a pianificare disboscamenti, trivellazioni, spianamenti e sbancamenti, cambiando una decina di itinerari, perché rivelatisi assurdi, ma mai rinunciando al baricentro del business, quel tunnel-mostro di 57,5 chilometri a due canne “la più lunga galleria ferroviaria mai costruita”), che è il simbolo dell’assurdità e insieme dell’intoccabilità. Oltre che il grande contenitore del pacchetto di miliardi, via via crescente, che si è accumulato nel tempo, fino a raggiungere ora la cifra, provvisoria, di 25 miliardi. E ci si stupisce se ogni tanto la valvola dell’indignazione salta, e la protesta dilaga? Con le forme che la compressione violenta subita, quasi per legge naturale produce.
So bene che il pensiero dominante tra le oligarchie che pretendono di monopolizzare lo spirito del tempo cancella il peso dei processi storici, in generale del passato e del futuro, in nome di un presentismo totalizzante. Ma se diamo uno sguardo a tutto ciò che negli ultimi decenni ci è stato raccontato, promesso, spacciato come verità indiscutibile per ottenere il risultato voluto, qualcosa di più possiamo capire sugli stati d’animo di chi quel dispotismo dell’interesse ha dovuto subire. Prendiamo per esempio le previsioni di traffico. Una trentina di anni fa, nella seconda metà degli anni ’90, quando si trattava di far passare l’idea del Grande Buco, i suoi fautori avevano sparato cifre iperboliche sul volume di merci previsto, numeri fuori misura, da economic fantasy: si parlava di un volume di traffico merci tra Italia e Francia destinato a salire, entro il 2030, alla cifra record di 100, 110 milioni di tonnellate distribuite tra i tre valichi di Ventimiglia, Monte Bianco e Frejus. Un’onda di piena che avrebbe saturato la “linea storica” Torino Lione, la cui portata era valutata a un massimo di 20 milioni di tonnellate annuo, entro il 2010! E che sarebbe potuto salire, su quella tratta, a 40 milioni di tonnellate nel 2030, una volta realizzata la nuova Grande Opera (spudorati, si lanciavano anche nella precisazione dei dettagli: 29,5 milioni di t. sulla nuova linea, 9,5 sull’Autostrada ferroviaria). Che fosse una balla spaziale lo si constatò già nel 2010, verifica del primo “traguardo”, quando i milioni di tonnellate in transito sulla linea storica che avrebbe dovuto saturarsi non raggiunse nemmeno i 4 milioni di tonnellate, meno di un quinto del previsto, all’incirca il 30% della portata potenziale della linea. Ma non importa: il partito del buco rilanciò, tacciando gli scettici che s’intestardivano a citare i numeri, di regressismo, localismo, incomprensione del valore del progresso, nemici dell’integrazione economica con i vicini frontalieri, indifferenti alle prospettive di interscambio con l’amica Francia. Oggi i numeri ci dicono che quell’interscambio è aumentato, nel quarto di secolo che ci sta alle spalle, è vero, ma solo in valori monetari (da 54 miliardi nel 2010 ai circa 90 attuali) mentre il volume delle merci in tonnellate è addirittura diminuito: dai 40 milioni del 2010 ai 35 milioni di oggi. Distribuiti tra i valichi di Ventimiglia, del Bianco e del Frejus… Sulla linea storica – che avrebbe dovuto essere satura da 15 anni -, transitavano fino a qualche anno fa, prima che la frana nella Maurienne azzerasse il traffico ferroviario, all’incirca 2 milioni e mezzo di tonnellate (una saturazione inferiore al 20% rispetto alla portata della linea storica). E il volume delle merci trasportate su gomma, attraverso il Frejus e l’autostrada Torino Bardonecchia era rimasto al palo nell’ultimo quindicennio, con una media annua di circa 800.000 mezzi pesanti all’anno, 65.000 al mese, poco più di 2.000 al giorno (si consideri che sulla Torino Piacenza i mezzi pesanti giornalieri sono circa 13.000, giusto per fare un confronto). La ragione è semplice, la capirebbe anche un bambino, e sta nella progressiva smaterializzazione delle merci scambiate, e nella trasformazione produttiva delle aree connesse: tra Italia e Francia viaggiano sempre meno oggetti pesanti (automobili, macchinari, componentistica, i prodotti della vecchia company town Torino e del suo indotto metalmeccanico) e sempre più cose leggere, (farmaceutica, chimica, abbigliamento, roba che occupa poco spazio e pesa come una piuma). Continuare a ragionare con le categorie del fordismo quando questo è finito ormai da quasi mezzo secolo è un errore imperdonabile. O un modo truffaldino di truccare le carte. Ciò non toglie che i violini di spalla degli antichi e dei nuovi padroni non abbiano mai smesso di cantare “le sorti magnifiche e progressive” del supertreno ad alta capacità, indifferenti a qualunque replica dei fatti e dei numeri, occhi e orecchie ben tappati ma la bocca ben aperta a replicare in loop la narrazione edificante che tanto piace a chi sta in alto.
Idem, a dinamiche invertite, per quanto riguarda i costi dell’opera. Mentre i volumi di traffico diminuivano, crescevano in misura esponenziale i miliardi da spendere. Rispetto alle cifre della prima ora, già di per sé abnormi, l’aumento (aggiornato all’inizio del 2026) è stato del 127%. Così, almeno, l’ha valutato la Corte dei Conti europea (un +23% dal solo 2020), annotando anche che “le prospettive sono più pessimistiche rispetto a sei anni fa, e ben lontane da quanto inizialmente pianificato”. La cifra di 25 miliardi (quasi 15 per il tunnel di base, altri 3 per la tratta Orbassano-Avigliana, 6 o 7 per gli ulteriori raccordi) a cui si riferisce la Corte, appare fin d’ora ampiamente sottostimata, viste le difficoltà geologiche incontrate nello scavo e il prolungarsi dei tempi di realizzazione. Altra pietra dello scandalo perché il termine di conclusione lavori, fissato all’inizio nel 2015, è stato travolto prima ancora che un solo metro di tunnel fosse scavato, e quello attale, del 2033 (di quasi vent’anni successivo) appare fin d‘ora totalmente irrealistico, vista la velocità (si fa per dire) con cui procede il lavoro: la tanto
La “talpa” Viviana
decantata “talpa” (la mitica “Viviana”), l’unica attualmente sperimentata sul versante francese, che avrebbe dovuto procedere di una quindicina di metri al giorno, ne ha fatti a malapena 80 centimetri finché ha funzionato, ed è “attualmente ferma per problemi tecnici e complicanze geologiche, dopo aver scavato circa 250 metri” (così almeno certifica la tanto acclamata Intelligenza artificiale interpellata in proposito, precisando anche che la macchina è lunga 115 metri, la metà dello scavo effettuato). La prima delle sei commissionate per il versante italiano, consegnata con grande strepito acclamante dalla solita stampa compiacente nel marzo scorso, richiederà almeno un anno per essere assemblata, e forse entrerà in funzione nel 2027 (mah…). Prodotta nella fabbrica tedesca di Herrenknecht, ha una lunghezza complessiva di 235 metri, una testa rotante del diametro di 10,16 metri, il peso di diverse migliaia di tonnellate e costa circa 35 milioni di euro. Monta 13 motori capaci di una potenza complessiva di 4.550 kW e un consumo elettrico, sempre giornaliero, di 109.200 kWh (l’equivalente del fabbisogno di 15.000 famiglie, la popolazione di una media città, una bolletta giornaliera di circa 30.000 euro): per alimentarla sarà necessaria una linea dedicata collegata direttamente all’alta tensione. Salvo “sorprese”, dovrebbe scavare una decina di metri al giorno (in attesa che le altre sue cinque sorelle arrivino a darle il cambio), bevendosi quotidianamente circa 1 milione e mezzo di litri d’acqua per raffreddare i motori e abbattere le polveri sottili.
E visto che parliamo di acqua, diamo un’occhiata anche all’impatto che l’ecomostro in costruzione è destinato ad avere sull’assetto idrogeologico del Mont Ambin e dell’intero massiccio del Moncenisio. Dal momento che i lavori di perforazione delle due canne centrali e delle relative discenderie incrociano “centinaia di venute d’acqua … con portate complessive iniziali superiori a 100 litri al secondo” (così dichiara LFT, titolare dei lavori), ci si troverà durante l’attività di cantiere e poi completata l’opera a dover gestire qualcosa come una quantità variabile tra i 60 e i 120 milioni di metri cubi d’acqua all’anno (il fabbisogno idrico di una città di un milione di abitanti): acque che saranno riversate all’estremità sud del tunnel nei fiumi Arc e Dora Riparia, dopo essere state debitamente raffreddate dato che si presenteranno all’uscita con una temperatura intorno ai 30 gradi, il che comporterà possibili effetti sullo scorrimento a valle, mentre a monte del tunnel potrà essere modificato anche gravemente l’assetto delle acque in superficie (fonti, scoli, ruscelli, reti d’irrigazione, acquedotti di paese e di borgata).
Tutto questo sconquasso sistemico per un’opera che probabilmente non vedrà mai la luce (già ora sono del tutto incerti tempi e modi per il suo finanziamento, scaduta la disponibilità dei fondi europei dall’inizio di luglio di quest’anno le spese sono del tutto a carico dei contribuenti). E anche qualora giungesse a conclusione, sboccherebbe nel nulla dal momento che la Francia ha posticipato a dopo il 2038 la progettazione e gli eventuali contributi per completare il percorso in superficie secondo il nuovo assetto, mentre la Corte dei conti transalpina da anni ormai considera i costi dell’opera sproporzionati rispetto ai benefici (nonostante le penose argomentazioni delle società beneficiarie degli appalti, il rapporto costi-benefici non sarà mai positivo e neppure in pareggio, tenuto conto degli ammortamenti miliardari, dei costi di manutenzione e di gestione, compresa la necessità di raffreddare un tunnel che nei punti di massima profondità presenterà temperature intorno ai 50 gradi, dell’energia consumata dalle motrici elettriche, ecc. ecc.) a meno di prevedere flussi di traffico fantascientifici, anzi fanta-economici…
Di tutto questo inviterei a tener conto quanti oggi deprecano i costi delle proteste, i danni alle attrezzature dei cantieri e alle reti di protezione, il disturbo alla quiete pubblica e accusano i manifestanti di sabotare l’economia locale e nazionale. A conti fatti ci si potrebbe accorgere che gli autori di quell’ opporsi testardo, fuori dai ranghi e dal coro, sgradevole per i cultori dell’ordine formale, insomma i “cattivi” per antonomasia, sono in realtà loro (quantomeno nella grande maggioranza) i “benefattori”, quelli che si oppongono alla dilapidazione delle risorse pubbliche, allo spreco inusitato (quello sì) del denaro di tutti, mentre gli altri, i “buoni”, infrattati nelle loro redazioni climatizzate, nei consigli d’amministrazione delle banche, nelle aule parlamentari, specialisti del bon ton istituzionale, sono quelli che tirano le fila del saccheggio. Vent’anni fa, dopo la grande manifestazione di dicembre 2005 in cui ci si riprese il pianoro di Venaus, Luciano Gallino scrisse un memorabile articolo su Repubblica – già allora ferocemente schierata a favore del TAV – nella cui conclusione immaginava che da lì a qualche decina d’anni, in quella tormentata Valle, avrebbe potuto esserci – da scienziato rigoroso e onesto qual era usava il condizionale – un buco vuoto che non avrebbe portato da nessuna parte, con all’entrata una lapide e una scritta: “La popolazione della Valsusa si oppose e aveva ragione”. Gallino non era certo un misoneista (un “odiatore del nuovo”), si era formato in quel tempio della modernità industriale che fu l’Olivetti di Adriano, era l’uomo più pacifico del mondo, rispettoso dell’opinione altrui e di ogni argomentazione purché razionale. Se si convinceva ad azzardare una simile profezia, destinata a rivelarsi vera ogni giorno che passa, lo faceva solo dopo aver studiato le carte, come si dice, e i numeri (cosa di cui era maestro), aver ben valutato gli attori sociali e le loro pratiche nell’azione collettiva. Suggerirei a tutti, in primo luogo ai giornalisti di quel quotidiano così ostinatamente schierato, di andarselo a rileggere quell’articolo prima di emettere le loro scomuniche di rito.
Certo, neanche a me piacciono le immagini degli scontri nei boschi un tempo fiabeschi, le nuvole dei lacrimogeni, le pietre che volano, le fiamme delle bottiglie incendiarie, i corpi diventati bersaglio da una parte e dall’altra delle barricate. Odio l’estetica della violenza, perché ne conosco la spaventosa potenza di contagio, e so che si mangia l’anima in primo luogo di chi se ne affascina. Fin dal 2001, subito a ridosso del G8 di Genova, l’assassinio di Carlo Giuliani, la repressione feroce delle centinaia di migliaia di manifestanti, la macelleria messicana della Diaz e le torture di Bolzaneto, “mi sono fatto persuaso” – come direbbe Camilleri – che solo una condivisa pratica nonviolenta avrebbe potuto permettere al movimento “alter-mondialista” di espandersi e conquistare la dimensione “oceanica” necessaria a contrastare le dinamiche distruttive portate avanti da quei poteri di cui gli otto asserragliarti nella “zona rossa” erano la sintesi apicale, senza rischiare di essere schiacciato dalla enorme potenza distruttiva del “sistema” o di subire una regressiva deriva mimetica rispetto all’avversario che si vuole contrastare. Ci scrivemmo anche un libro, con l’indimenticabile Lidia Menapace e Fausto Bertinotti, per tentare di proporre l’azione nonviolenta come asse portante dei movimenti del secolo che si apriva. D’altra parte, nonviolenti erano gli originari fondatori del movimento NO Tav in Valle. Nonviolento era sicuramente Alberto Perino, gandhiano di ferro, dotato di una capacità di sopportazione infinita. Nonviolenti lo erano Chiara Sasso, Claudio Cancelli, e tutti quelli che avevo incontrato nel surreale e straordinario Convegno tenutosi a Venaus alla fine di novembre del 2005, che avrebbe dovuto servire come copertura al concentramento per contestare l’apertura del cantiere e invece si era trasformato in una meravigliosa esperienza conoscitiva. Gli stessi che poi avrei ritrovato nei grandi cortei e nelle infinite assemblee in Valle, per analizzare dati, approfondire ipotesi scientifiche, convincere anche i più riottosi dell’assurdità dell’Opera.
Era la lunga fase aurorale, quella ancora dominata dalla fiducia nella forza delle idee, dall’illuministica illusione che mostrando la verità questa avrebbe prima o poi trionfato. Che dimostrando – nel doppio senso della parola, scendendo in piazza e anche ragionando con logica – si sarebbe con-vinto. E’ andata avanti a lungo quella fase, nonostante il rifiuto sistematico di ascoltare da parte dei grandi decisori, Governo, Regione, Segreterie dei Partiti che contano, Tribunali civili e penali. Ogni volta, a ogni decisione unilaterale del potere di turno, a ogni denuncia o esposto ignorati da un giudice, a ogni documento respinto senza motivazioni convincenti da una Commissione, rispondendo con nuovi dati, nuove analisi, nuovi pareri di esperti indipendenti. Tutta la vicenda, da quando sono state fatte le prime trivellazioni e aperti i primi cantieri è costellata di illeciti amministrativi, d’infiltrazioni sospette, di forzature di leggi e regolamenti, sistematicamente denunciati con atti sistematicamente ignorati. Poi, a un certo punto, si è fatta strada la constatazione che nonostante tutto il possibile per “convincere” delle proprie ragioni fosse stato fatto, nulla sarebbe cambiato. Chi possedeva di fatto il monopolio della decisione non avrebbe ascoltato ragioni. E’ stato allora che ha incominciato a manifestarsi un sia pur lento e lenticolare mutamento nell’asse portante del movimento. I “fondatori” non hanno abbandonato ma sono passati nelle seconde file. L’azione informativa che aveva caratterizzato la parte più consistente dell’attivismo è apparsa via via esaurita o comunque secondaria dal momento che pressoché tutto era stato mostrato e pressoché nulla era successo nel fronte determinato a fare l’opera ad ogni costo, affidandosi alla forza più che alla ragione. Ampliando il controllo militare dell’area, trasformando il cantiere in una sorta di maniero militare presidiato in armi, con l’esercito e i blindati Lince, le vie d’accesso controllate, i movimenti della popolazione resi difficili dai posti di blocco e dalle barriere in materiali di ultima generazione sormontate da rotoli di filo spinato, dietra cui stazionano in permanenza circa 400 uomini tra polizia, carabinieri, militari con un costo giornaliero oscillante tra i 50 e i 70.000 euro (tra diarie, indennità di missione, vitto, alloggio, ecc.) per un importo annuo di circa 20 milioni di euro. Da allora il baricentro del discorso e dell’azione ha incominciato a spostarsi dal tema dell’opera a quello dell’occupazione militare, dal rifiuto del “treno” al contrasto dell’apparato repressivo, dal terreno del dissenso attivo a quello delle prove di forza sul quale più dei “vecchi saggi” erano i giovani incazzati a dare i toni alla protesta. A mio parere un indebolimento rispetto alla tradizionale forza di convinzione e di coinvolgimento transgenerazionale delle fasi precedenti, un “di meno” di potenza espansiva anziché un “di più” di energia conflittuale, che riflette anche in questo angolo di mondo lo spirito del tempo.
Detto questo – e andava detto! – non ci sto a partecipare al grande gioco mediatico-politico della stigmatizzazione indignata dei manifestanti condotto da chi ignora testardamente le ragioni della protesta. Sono convinto che quei “giovani incazzati” abbiano mille ragioni per la loro incazzatura (in primo luogo il fatto che gli si sta cancellando il futuro) e per la loro impazienza (la consapevolezza che non c’è più tempo). Se non approvo alcune delle forme di lotta non è certo perché le consideri ingiustificate o eccessive (tutt’al più inadeguate alla dimensione dei guasti e dei pericoli che i vari poteri generano in forma via via accelerata), ma perché autolesionistiche. Non mi convince nemmeno la posizione (che va per la maggiore tra i commentatori che si considerano “di sinistra”, progressisti e ben orientati – penso ai vari Serra, Manconi, al “campo largo”, e così via – che tracciano linee ben nette tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi, i pacifici cittadini di buona volontà e il blocco nero, i casseur di professione che inquinano tutte le mobilitazioni, l’internazionale anarchica con le sue “centrali occulte”. Non ne sottovaluto la pericolosità, a Genova li ho visti all’opera e ne ho subito i danni. Ma in questo caso il riflesso condizionato che porta a formulare sempre la stessa fatwa non mi sembra convincente. C’erano è vero ragazzi da molte parti d’Europa saliti in Valle per la ricorrente “ginnastica di disobbedienza”, ma non credo che stessero dentro un piano di provocazione come si tende a sostenere. Penso che sarebbe meglio provare a ragionare sulle possibili cause di questo tipo di “partecipazione”. Sul fatto che lì, a metà di quella valle, è stato costruito un enorme totem – il cantiere blindato e armato -, un gigantesco monumento all’arroganza del potere e alla sua indisponibilità all’ascolto. Qualcosa di molto simile alla “zona rossa” di Genova nel 2001. Ci si stupisce se intorno a quel totem finiscono per accorrere da tutta Europa le tribù ribelli, ognuna con le sue ragioni per partecipare all’assedio?
Sarò ingenuo – anzi, lo sono senz’altro e non me ne vergogno -, ma resto convinto che basterebbe poco per interrompere il loop dei “disordini” in Valle. Forse anche solo un gesto, un segnale di ripensamento, e di disponibilità all’ascolto, da parte di chi oggi è all’attacco – TELT, Ministeri (non solo quello dei trasporti con il grottesco Salvini) Commissari europei. Sarebbe sufficiente anche solo una pausa di riflessione, l’accettazione dei dati più clamorosi che privano di fondamento le possibili ragioni SI TAV, per abbassare di colpo la tensione, e riportare il confronto sul terreno dell’argomentazione. Ma nessuno di loro lo farà mai, e questo non tanto perché continuino a nutrire una qualche fiducia sulla fattibilità (non dico l’utilità) dell’opera in tempi non biblici e fondi disponibili, ma per una ragione più banale, e misera: per paura delle conseguenze di una rinuncia, a questo punto dell’impresa (e della spesa). Per il timore che venga richiesto loro il pagamento dei “danni erariali”, che al momento hanno già raggiunto una cifra vicina ai dieci miliardi di euro (cinque quelli dichiarati per i lavori sul breve tratto scavato del tunnel di base, due o tre per interventi di contorno, tra i 300 e i 500 milioni di progettazioni varie, altrettanti per consulenze di tipo ingegneristico, geologico e geotecnico, legale, in totale una cifra oscillante tra 1 e 2 miliardi di spese accessorie). Per il terrore che di quel gigantesco errore prima o poi qualcuno presenti il conto a chi l’ha commesso e sostenuto. E dato che sono in tanti a temere, il coro di chi sostiene che a questo punto la rinuncia all’opera “costerebbe di più della sua prosecuzione”, li farà tirare ancora una volta diritto. Verso il nulla.
Il tempo di Pangloss – l’ottuso apologeta dello stato di cose presente inventato da Voltaire – non è ancora finito. L’infaticabile maestro di “stoltologia” (così lo definiva l’ironico padre dell’Illuminismo) continuerà a magnificare quello in cui chi ha la forza decide anche contro la Ragione come “il miglior mondo possibile”. Mentre intanto il “giardino” di Candide è devastato, e quel che ne resta presidiato in armi.
Mercoledì sera un incendio è divampato in uno dei locali di Spin Time Labs, l’occupazione abitativa dell’Esquilino, in centro a Roma, dove vivono circa 400 persone e hanno sede varie organizzazioni. La comunità si è subito attivata per mettersi al sicuro, facilitando l’ingresso dei vigili del fuoco. Una volta uscita dallo stabile per mettersi in sicurezza, però, agli abitanti del grande palazzo ex-Inpdap sito in via Santa Croce in Gerusalemme non è stato più permesso di rientrare se non per recuperare pochissimi beni di prima necessità. Da allora soprattutto bambine/i e le persone più fragili, hanno trovato alloggi momentanei, altre persone sono ospitate in strutture messe a disposizione da diverse associazioni e qualche spazio del primo municipio, ma moltissime/i continuano a dormire davanti a Spin Time in via Santa Croce di Gerusalemme.
Questi, in breve, i fatti salienti. Poi c’è tanto altro. C’è una comunità che si attiva in fretta, nonostante il caldo, nonostante molte persone siano già in ferie, nonostante non si capisca sempre benissimo chi coordini cosa, e in meno di 24 ore davanti a Spin Time accorrono centinaia di persone solidali con beni di prima necessità, pronte e pronti a difendere una delle occupazioni più simboliche della capitale, con i propri corpi e con la propria solidarietà attiva e militante.
Renato Ferrantini
Ci sono i movimenti sociali che portano generatori, condizionatori, teli per proteggersi dal caldo, piscinette per far giocare i bambini e le bambine, che mettono in piedi un presidio sanitario, si attiva il quartiere che da anni convive serenamente con l’occupazione (checché ne dicano schifose pagine social pronte a costruire falsi), privati cittadini/e portano quello che possono.
Questa città brutale che quando serve si (ri)scopre solidale, aiutando le centinaia di persone sbattute per strada. È una macchina straordinaria, con la Chiesa che fa la sua parte, il centro anziani, il Polo Civico dell’Esquilino e molte altre.
La Protezione Civile coordinata dal Comune di Roma monta qualche gazebo, distribuisce cibo e. dopo due giorni, attiva i nebulizzatori. Con le persone lasciate per strada e nessuna soluzione nel breve periodo, si apre una battaglia politica che dopo quasi tredici anni potrebbe sbloccare la situazione del palazzo: la proprietà, uno dei fondi di investimento che privatizzano e gentrificano mezza città, sembra finalmente disposta a vendere e l’Amministrazione comunale a comprare per avviare un percorso simile a quello che ha riconvertito in edilizia popolare un’altra storica occupazione, quella di Porto Fluviale.
Renato Ferrantini
I tempi, però, non sono necessariamente brevi, nonostante l’impennata di questi giorni – nel momento in cui scriviamo, sabato 1° agosto, pare siano in corso trattative, con l’interessamento anche del Vaticano che già in passato si era espresso per Spin Time: come ha scritto Giuliano Santoro su “il manifesto”di oggi, «premono per una soluzione positiva, che passa per la rimozione del sequestro giudiziario che grava sul palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme, il papa e il sindaco. Questa versione postmoderna di Don Camillo e Peppone, l’eterogenesi dei fini del potere temporale e di quello secolare, è l’ennesimo miracolo postmoderno di Spin Time».
Nel via vai di politici e istituzionali, chi passa (tanti) e chi invece garantisce una presenza solidale (pochissimi), l’assessore al Patrimonio e alle Politiche Abitative Tobia Zevi va in assemblea sia mercoledì che giovedì, parla dei negoziati in corso, prova a rassicurare, anche se purtroppo senza un dialogo reale, senza uno scambio con chi è riunito in piazza (abitanti e solidali). Spiega, in sintesi, che bisogna aspettare.
Non ricorda che è dal 2023, quando è stato approvato il Piano Strategico per il diritto all’Abitare, che l’Amministrazione si sarebbe dovuta impegnare ad avviare i progetti di recupero per Spin Time e per il MAAM di Metropoliz entro l’anno, come «modello di sperimentazione delle nuove politiche abitative». Dal 2023 le persone che lì abitano sono in attesa.
Ad agosto 2026, devono ancora aspettare, fino a quando non è chiaro, forse lunedì ci saranno novità, quando si riunirà il prossimo tavolo tecnico, anche fosse sarebbero cinque notti e quattro giorni interi in condizioni disumane, con più di 40 gradi reali, mentre dentro ci sarebbero le case, piccole come ha detto una occupante, ma le loro, quelle costruite in anni e anni di fatica.
L’assemblea delle e degli abitanti di Spin Time ha deciso, ieri sera dopo l’incontro con Zevi, di continuare a resistere, di continuare a lavorare per poter rientrare prima possibile, di rimanere unite/i – e noi con loro. I tempi della burocrazia e della politica non coincidono mai con quelli della vita, con quelli dei bisogni reali ed elementari delle persone. Dovrebbe essere la politica però a uniformarsi ai tempi della vita e non viceversa. Invece centinaia di persone sono in attesa che qualcosa emerga da tavoli lontani e complessi, sopra le loro teste. Ieri quando Zevi parlava già da diversi minuti, senza venir interrotto, da un’assemblea fin troppo civile, qualcuno ha urlato «vogliamo rientrare a casa» e tutti si sono sciolti in un applauso liberatorio. Non è difficile da capire. Ci sono centinaia di persone che vogliono rientrare a casa e non vogliono continuare a stare per strada con quaranta gradi, nel pieno di una crisi climatica, e senza prospettive per i prossimi mesi. Le istituzioni possono e devono fare molto di più.
Renato Ferrantini
Quindi il presidio permanente continua e non si sposta dal palazzo, lo presidia con i propri corpi, i teli per l’ombra, le piscinette d’acqua, le tende, le brandine. Quasi tutto portato e organizzato dagli spazi sociali, dalle associazioni, dal volontariato, dal vicinato, con la protezione civile che più che intervenire sui bisogni reali (come docce, bagni, posti letto), ordina e sanziona lo spazio, come abbiamo visto fare in altre emergenze.
Per chiunque si trovi a Roma l’appello è di raggiungere Spin Time, nonostante il caldo e le difficoltà logistiche, bisogna andare al presidio e mantenere alta l’attenzione. Tutte le informazioni su cosa portare e i vari appuntamenti si possono trovare sulle paginesocial di Spin Time, ed è anche aperta una raccolta fondi per aiutare con i beni di prima necessità in questi giorni.
SolidalƏ e complicƏ con chi resiste.
Immagine di copertina di Renato Ferrantini
Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580
Domenica 26 luglio, poco dopo le 13:30, un vasto incendio si è sviluppato lungo via Laurentina, nel tratto tra l’Eur e Tor Pagnotta, spinto dal vento e dalle temperature altissime che da settimane mettono a dura prova la città. Le fiamme hanno raggiunto in poco tempo il Grande Raccordo Anulare, obbligando alla chiusura del tratto tra gli svincoli Laurentina e Pontina in entrambe le direzioni, con code chilometriche e traffico paralizzato sotto il sole.
Fuoco, fumo e diossina: l’emergenza ambientale del Municipio IX
Il giorno dopo, lunedì 27, un secondo fronte ha interessato un terreno in cui si sospetta la presenza di rifiuti interrati, complicando ulteriormente le operazioni di bonifica dell’area. Non ci sono dubbi sulla natura dolosa dei roghi, in una stagione che, secondo i dati forniti dalla Protezione civile del Lazio, ha già fatto contare centinaia di incendi nella regione dalla metà di giugno, molti dei quali di tipo boschivo.
A distanza di qualche giorno arriva il dato più preoccupante: il campionatore installato dall’ARPA Lazio lungo via Laurentina ha misurato, tra il 27 e il 28 luglio, una concentrazione di diossine pari a 0,39 picogrammi per metro cubo, superiore alla soglia di 0,3 pg/m³ che la stessa agenzia regionale indica come segnale della presenza di una fonte emissiva localizzata, riconducibile alla combustione del rogo. Sono ancora in corso le verifiche di laboratorio su benzo(a)pirene e policlorobifenili.
Per giorni i residenti delle zone limitrofe – Vallerano, Castel di Leva, Spinaceto, Torrino – hanno segnalato un odore acre persistente, mal di gola, mal di testa e nausea, ricevendo dal Comune l’indicazione di tenere le finestre chiuse e lavare accuratamente frutta e verdura coltivate in zona.
Consiglieri comunali e municipali hanno chiesto interventi urgenti a tutela della salute pubblica, ma la lentezza della risposta istituzionale nei giorni successivi al rogo si è fatta sentire forte e chiara. Una gestione dell’emergenza che si intreccia con un problema più strutturale: la manutenzione insufficiente delle aree verdi e incolte di questo quadrante, terreno ideale per la rapida propagazione delle fiamme.
Il quartiere dormitorio che non doveva essere: la cementificazione di Fonte Laurentina
Quello che brucia non è un’area marginale e disabitata, ma il cuore di uno dei processi di espansione edilizia più intensi degli ultimi vent’anni a Roma sud. Fonte Laurentina nasce all’interno di un piano di zona, sul terreno dell’antica tenuta di Tor Pagnotta, e prende il nome da una sorgente di acque minerali chiusa nel 2004 per inquinamento dovuto a infiltrazioni fognarie: quella sorgente, con un paradosso che racconta bene il rapporto tra Roma e il suo territorio, è oggi ricoperta di cemento e trasformata nel parcheggio di un centro commerciale, proprio davanti agli edifici residenziali.
Pensato come quartiere modello, capace di offrire servizi e spazi comuni, si è trasformato – secondo le denunce ripetute negli anni dal comitato di quartiere e dagli stessi residenti – in un “quartiere dormitorio”: palazzine costruite in sequenza senza che venissero mai completati i servizi pubblici né gli spazi di aggregazione previsti nei piani originari, mentre i casali storici dell’Agro romano, che avrebbero potuto diventare luoghi di cultura e socialità, restano da anni in stato di abbandono.
Non è un caso isolato. Pochi chilometri più a nord, il quartiere Laurentino racconta da decenni una parabola simile: un progetto urbanistico di grande scala, pensato negli anni Settanta per ospitare decine di migliaia di persone, che non è mai riuscito a dotarsi dei servizi collettivi previsti nel progetto originario ed è diventato, anch’esso, sinonimo di periferia dormitorio e di abbandono istituzionale. È lo schema che si ripete in tutta la fascia sud della città: costruire prima, e spesso mai dotare il territorio delle infrastrutture necessarie a sostenerlo.
Blackout e reti al collasso: quando il cemento supera la capacità della città
La stessa logica di crescita senza pianificazione si misura oggi anche sul fronte energetico. Da settimane Roma è alle prese con blackout diffusi in più zone della città, aggravati dal caldo eccezionale e dal conseguente aumento dei consumi per il condizionamento: la rete gestita da Areti ha più volte toccato i propri picchi massimi di potenza immessa, con centinaia di squadre tecniche impegnate a fronteggiare guasti che si susseguono senza sosta.
Cabine elettriche datate e cavi sotterranei, surriscaldati dal calore accumulato nel sottosuolo, cedono uno dopo l’altro, lasciando interi palazzi senza corrente per ore: cibo che va perso nei frigoriferi, ascensori bloccati, difficoltà per gli anziani, semafori spenti. Le segnalazioni sono arrivate da diversi quadranti della città, dal centro alla periferia, comprese le zone di Roma sud.
Diffusione crescente di condizionatori, aumento delle colonnine di ricarica per veicoli elettrici ma soprattutto costruzione di decine di nuove abitazioni sono i principali fattori di stress su una rete infrastrutturale mai davvero adeguata alla crescita edilizia degli ultimi decenni. È qui che il cortocircuito si chiude: quartieri come Fonte Laurentina e i suoi dintorni sono cresciuti senza che venissero potenziati, di pari passo, gli impianti e le reti chiamate a sostenerli. Il risultato è una città che aumenta i propri volumi edilizi senza aumentare, nella stessa proporzione, la capacità reale di reggerli – né sul piano ambientale, né su quello dei servizi essenziali.
Un esempio recente di questa dinamica arriva proprio dal quartiere Papillo, in via Giorgio Vigolo, dove da anni è in corso un processo di trasformazione edilizia che i residenti raccontano come emblematico di questo modello di sviluppo.
Il caso Papillo: un cantiere infinito tra cemento e assenza di servizi
Lì dove, secondo il progetto originario, avrebbero dovuto sorgere degli spazi polisportivi, oggi si erge un serpentone di oltre 130mila metri cubi di cemento. Gli abitanti denunciano un cantiere aperto ormai da anni, la sostituzione quasi integrale del verde con superfici cementificate che raggiungono quasi il 100% della totalità del lotto, disagi quotidiani legati a polveri sottili e rumore e lamentano che l’ennesimo grande volume edilizio si aggiunga a una rete di servizi – dall’illuminazione alla fornitura elettrica – che nello stesso quartiere ha già mostrato in passato segni di cedimento.
Negli anni i residenti hanno presentato numerose segnalazioni relative alla sicurezza del cantiere, denunciando la presenza di operai visti lavorare privi delle dotazioni di protezione individuale, in bilico su semplici tavole di legno a diversi metri di altezza. Ricorrenti anche le proteste per il mancato rispetto degli orari consentiti per i lavori rumorosi, oltre alle critiche sull’impatto estetico del complesso, giudicato dagli abitanti fuori scala e in evidente contrasto con lo stile delle altre costruzioni della zona. A oggi, secondo quanto riferito dai residenti, una parte del comprensorio risulta parzialmente abitata dopo un ritardo nella consegna di oltre diciotto mesi rispetto ai tempi previsti, mentre l’altra metà del complesso è ancora un cantiere aperto.
Il complesso residenziale c’è. I servizi previsti da regolamento no. Secondo la normativa regionale sull’urbanizzazione secondaria, ogni costruttore privato è obbligato a fornire servizi collettivi di quartiere a causa dell’allargamento della domanda futura di infrastrutture: asili e scuole dell’obbligo, mercati di quartiere, presidi socio sanitari, parchi pubblici.
Nel quartiere, che potremmo definire senza errori, “quartiere fantasma” sono assenti le più basilari strutture. Non c’è infatti un supermercato, un tabaccaio, un mercato, un luogo di ritrovo. Dal 2006, anno di costruzione del primo lotto abitativo, è stata costruita una sola scuola primaria e il quartiere è collegato esclusivamente da una linea bus, definita dai residenti «ai limiti del tollerabile».
Inoltre, Secondo il Regolamento edilizio di Roma Capitale sulla Sostenibilità, nei lotti liberi ogetto di nuova costruzione è richiesta al costruttore una quota minima di superficie permeabile non inferiore al 50% e l’inserimento di alberi per mitigare le isole di calore. Allo stato attuale niente di tutto questo è stato fatto per la collettività, ma molto è stato fatto per il profitto privato.
Si tratta di un vissuto locale, riportato dai comitati di quartiere e dagli stessi residenti, che meriterebbe verifiche puntuali da parte degli enti competenti – a partire dalla direzione lavori e dagli organi di vigilanza sulla sicurezza nei cantieri. Se confermato nei suoi dettagli, il caso Papillo rappresenterebbe un ulteriore tassello dello stesso modello di sviluppo urbano già visto a Fonte Laurentina e al Laurentino, in cui il cemento cresce più velocemente dei servizi, della sicurezza e della cura del territorio.
Un unico problema: il territorio sacrificato agli interessi privati
Incendi, cementificazione e blackout non sono tre emergenze separate, ma tre facce dello stesso fallimento nel governo del territorio. Per anni le amministrazioni che si sono succedute a Roma hanno autorizzato la costruzione in aree agricole e semi-naturali dell’Agro romano, spesso a ridosso di terreni incolti o boschivi che oggi si rivelano tra i più esposti al rischio di incendio, anche a causa di una carente manutenzione ordinaria del poco verde esistente.
Ogni nuova lottizzazione riduce gli spazi naturali che fungono da cuscinetto ecologico, mentre aumenta il carico su reti idriche, elettriche e di trasporto pensate per una città più piccola.
Il cambiamento climatico non fa che amplificare le crepe di un sistema già fragile: ondate di calore più lunghe e intense, vegetazione secca pronta a incendiarsi, reti energetiche progettate per un clima che non esiste più. In questo contesto, ogni ettaro di verde ceduto a nuovi complessi residenziali o commerciali non è solo la perdita di uno spazio naturale, ma un moltiplicatore di rischio per tutta la città che verrà. La vicenda della Laurentina, con la sua diossina nell’aria e i suoi quartieri costruiti in fretta e mai completati, resta la fotografia più nitida di cosa succede quando l’urbanistica smette di essere pianificazione collettiva e diventa terreno di conquista per pochi: a pagarne il prezzo, ancora una volta, sono l’ambiente, la salute pubblica e chi in quei quartieri ci vive ogni giorno.
la copertina è di un residente esi riferisce all’incendio di un ristorante nel quartiere Valleranello, Roma Sud.
Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580
Nella torrida estate del 2026, il ruolo della polizia è tornato prepotentemente al centro del dibattito pubblico. La drammatica morte di Abderrahim Fakir durante un intervento delle forze dell’ordine a Bologna ha riaperto interrogativi profondi sull’uso della forza da parte dello Stato, alimentando dolore, rabbia e richieste di verità e giustizia. Saranno le indagini ad accertare le eventuali responsabilità individuali e, se del caso, quelle penali. Sarà il conflitto politico e sociale a misurarsi con le responsabilità politiche. Rimane sullo sfondo una domanda più profonda: che cosa ci dice un caso come questo del modo in cui una democrazia organizza, disciplina e controlla il proprio monopolio della forza?
È una domanda che raramente trova spazio nel dibattito pubblico. La cronaca, quasi inevitabilmente, spinge a discutere il singolo episodio: cosa è accaduto, chi ha sbagliato, quali responsabilità devono essere accertate. Più raramente ci si interroga sull’architettura istituzionale entro cui quei fatti prendono forma. Eppure è proprio lì che si gioca una parte decisiva della qualità democratica di un ordinamento. Come viene disciplinato l’uso della forza? Quali margini di discrezionalità sono riconosciuti agli operatori e alle operatrici? Chi controlla l’operato delle forze dell’ordine? Come sono configurati i meccanismi di responsabilità e di accountability?
È questo il terreno su cui si colloca Il potere coercitivo. Polizie, diritti e democrazia in Italia (Carocci, 2026), il volume di Giuseppe Campesi, professore ordinario di Filosofia e sociologia del diritto all’Università di Bari, e Carlo Caprioglio, assegnista di ricerca nello stesso ateneo, Il libro non è un’inchiesta sugli abusi di polizia, né un pamphlet contro le forze dell’ordine. È un’indagine sul posto che la polizia occupa all’interno dello Stato democratico, sulla sua architettura giuridica e istituzionale e sul delicato equilibrio tra sicurezza, diritti e democrazia. Gli autori ricostruiscono il modo in cui il potere di polizia viene organizzato, regolato, esercitato e sottoposto a controllo, mostrando come sia proprio questa architettura istituzionale a determinare la qualità democratica del rapporto tra polizia, cittadine e cittadini. È qui, prima ancora che nei singoli episodi, che si creano le condizioni per prevenire, limitare oppure rendere possibili gli abusi.
Uno dei principali meriti del volume è quello di rendere accessibili temi e prospettive spesso confinati nel dibattito specialistico. Attraverso un costante sforzo di chiarezza e sistematizzazione, gli autori costruiscono un libro capace di parlare non soltanto al mondo accademico, ma anche a chi, da prospettive molto diverse, si confronta quotidianamente con questi temi: avvocate e avvocati, operatori e operatrici del diritto, attiviste e attivisti, organizzazioni della società civile e, più in generale, chiunque voglia comprendere meglio un tema tanto urgente quanto complesso.
Il risultato è un contributo prezioso per sottrarre la discussione agli spazi angusti della cronaca e affrontare politicamente una questione che troppo spesso oscilla tra due posture opposte ma tendenzialmente speculari: la difesa incondizionata delle forze dell’ordine e l’indignazione confinata al singolo episodio.
Come mostra il libro, la polizia vive un paradosso strutturale: è l’istituzione chiamata a garantire i diritti fondamentali, ma è anche l’unica autorizzata a limitarli ricorrendo alla forza. Per questo il modo in cui una società organizza, disciplina, controlla e rende responsabile il proprio potere coercitivo dice molto della qualità della sua democrazia.
Ne abbiamo parlato con gli autori del libro.
Perché è importante interrogarsi sul modo in cui il potere di polizia viene organizzato, regolato e controllato? In che termini i recenti fatti di cronaca – l’ultimo dei quali a Bologna, con la tragica morte di Abderrahim Fakir durante un intervento delle forze dell’ordine – testimoniano quanto questa discussione sia indispensabile?
G.C.: La morte di Abderrahim Fakir evidenzia, a mio modo di vedere, due aspetti cruciali: il primo attiene alle condizioni strutturali di esercizio del potere di polizia che producono determinati esiti violenti; il secondo riguarda fattori di ordine intermedio, relativi alle forme di regolazione di tale potere.
Sotto il primo profilo, la tragica fine di Abderrahim Fakir evidenzia la tendenza strutturalmente espansiva delle prerogative di polizia, cui, in questo caso specifico, sono stati delegati compiti di gestione della sofferenza mentale che potrebbero e dovrebbero essere affidati ad altre agenzie pubbliche. Tale tendenza riflette un carattere originario del potere di polizia, cui storicamente è stato affidato un mandato generale di governo delle fasce sociali marginalizzate. Un mandato che soltanto con lo sviluppo del welfare state era stato in parte circoscritto.poli
La fase storica che viviamo è caratterizzata da un’evidente espansione delle prerogative e dei poteri di polizia, ma tale crescita è soprattutto il precipitato di un più profondo processo di recupero, da parte della polizia, delle sue più tradizionali funzioni di governo della popolazione e di mediazione violenta del conflitto sociale, che nei decenni centrali del XX secolo erano state erose. Intere fasce della popolazione hanno oggi nella polizia il primo, se non l’unico, punto di contatto istituzionale e, proprio per questo, le loro esigenze finiscono per essere inquadrate e interpretate attraverso le categorie del “pensiero” della polizia: pericolo, disordine, crimine.
Non soltanto la risposta istituzionale offerta dalla polizia in questi casi tende a essere strutturalmente criminalizzante e, come nel caso di Abderrahim Fakir, la sofferenza mentale viene trasformata in una minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblica, ma nell’interagire con soggetti che percepisce come “sua proprietà”, affidati al suo esclusivo mandato in quanto ritenuti ontologicamente minacciosi, la polizia tende ad avere meno remore, meno freni morali prima ancora che giuridici, nell’esercizio della coercizione.
Veniamo così al secondo profilo che intendevo sottolineare, quello relativo alla regolazione delle prerogative di polizia. Nel nostro Paese tutte le forme di regolazione del potere di polizia sono ampiamente inadeguate, e la nostra ricerca lo mostra chiaramente. È tuttavia lecito domandarsi quanto, in simili condizioni strutturali, anche una migliore formazione e l’introduzione di più adeguati standard operativi riuscirebbero a esplicare pienamente la propria efficacia regolativa, senza che venga neutralizzata gran parte dei freni morali all’esercizio della coercizione che essi dovrebbero instillare negli operatori.
In definitiva, la morte di Abderrahim Fakir ci ricorda che non è possibile tematizzare il rapporto tra polizia, democrazia e diritti prescindendo da un’analisi complessiva dell’architettura dei poteri di polizia e circoscrivendo la questione del loro controllo alla sola dimensione delle regole operative.
C.C.: Rispetto a quanto detto da Giuseppe, mi sento di aggiungere brevemente due questioni: una che ha a che fare con la regolazione dei poteri di polizia; l’altra, invece, con il ruolo che la polizia svolge e la comprensione sociale di esso. Rispetto al primo, il caso di Fakir è, tra le altre cose, il primo test rispetto all’impatto che le nuove norme introdotte dal governo a tutela della polizia hanno sull’accertamento dei fatti e delle responsabilità nei casi di uso della forza e di violenza poliziesca. Come sappiamo, infatti, in applicazione del c.d. scudo penale (definizione, a mio avviso, fuorviante, ma la uso qui per semplicità), i poliziotti intervenuti al Pilastro non sono stati iscritti nel registro degli indagati ma nel nuovo “modello” previsto per i casi in cui appaia evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una scriminante: nello specifico, con buona probabilità, l’adempimento di un dovere di ufficio (art. 51 c.p.). Se così fosse, sarà interessante vedere quale specifico dovere d’ufficio, visto che nessuna norma autorizza, né tantomeno impone, la contenzione fisica di un soggetto in stato di agitazione da parte della polizia. A ogni modo, questo è solo uno dei diversi profili che l’uccisione di Fakir chiama in causa, sollecitando con urgenza una riflessione critica sulla regolazione dei poteri delle polizie in Italia (una discussione cui stanno contribuendo in molti e molte, anche per via della coincidenza con il venticinquesimo anniversario del G8 di Genova).
In relazione al secondo aspetto, che si collega a quanto diceva Giuseppe sulla storica funzione di governo delle marginalità sociali della polizia, la drammatica vicenda del Pilastro pone un interrogativo all’apparenza semplice: perché chiamiamo la polizia? Detta altrimenti, si tratta di chiedersi se la polizia sia davvero l’attore istituzionale cui appellarsi quando in gioco c’è una mera richiesta di “rassicurazione” di fronte a una persona come Fakir, in stato di agitazione, oppure affetta da problemi di salute mentale, o ancora, sotto l’effetto di sostanze (non mi risulta sia questo il caso di Fakir), ma che, in ogni caso, non rappresenta una minaccia per nessuno. Come ho già scritto altrove, riprendendo le riflessioni dell’avvocata statunitense Derecka Purnell, la questione è che più si coinvolge la polizia nella gestione della vita quotidiana delle comunità e delle persone marginalizzate, più aumenta la probabilità che si verifichino casi come quello del Pilastro. La risposta alla domanda è dunque chiaramente negativa: la polizia non dovrebbe essere l’agenzia pubblica chiamata a intervenire in casi come questi. E attenzione, non si tratta di colpevolizzare chi al Pilastro ha chiamato la polizia: tanto più che dall’audio della telefonata, diffuso dai media, emerge con chiarezza come l’intenzione fosse di chiedere soccorso per Fakir, non un intervento coattivo volto a neutralizzare un soggetto “pericoloso”. Il punto però è che in quartieri e contesti sociali sempre più governati attraverso il dispositivo poliziesco, sistematicamente privati di servizi pubblici e in assenza di politiche pubbliche pensate insieme alle comunità, secondo il modello imposto dal c.d. decreto Caivano, la polizia finisce per diventare l’unica istituzione cui rivolgersi per affrontare problemi che richiederebbero invece competenze e strategie diverse, che nulla hanno a che vedere con le funzioni che, almeno formalmente, sono attribuite alle forze dell’ordine.
Qual è stata l’urgenza accademica e politica che vi ha spinto a immaginare e scrivere questo libro?
G.C.: Il libro rappresenta solo un primo tassello di una più ampia ricerca empirica sulla regolazione del potere di polizia, i cui risultati, al momento, sono stati pubblicati soltanto sotto forma di report di ricerca. Sinceramente, non avevamo in programma di scrivere un contributo autonomo di natura teorica sul rapporto tra polizia, democrazia e diritti in Italia. La ricerca che avevamo inizialmente immaginato era più circoscritta e di carattere esclusivamente empirico.
Tuttavia, nel corso del lavoro preparatorio alla fase empirica, ci siamo progressivamente resi conto della necessità di ricostruire con maggiore sistematicità le diverse dimensioni del rapporto tra potere di polizia, democrazia e diritti, anche per provare a sganciare il dibattito sull’accountability delle forze di polizia dalla sola questione della responsabilità penale dei singoli operatori, cui ci sembrava fosse confinato.
In quest’ottica, avvertivamo anche l’esigenza di rivitalizzare una tradizione di studi teorici sul potere di polizia che, in particolare nel campo delle scienze giuridiche, si era nel tempo parzialmente atrofizzata e frammentata nei rivoli degli specialismi propri delle diverse discipline, perdendo la capacità di cogliere le questioni nel loro insieme e di rivolgersi a un pubblico più ampio. Ci siamo assunti il rischio, accademicamente parlando, di affrontare il tema da un punto di vista dichiaratamente “non disciplinare”, quale quello della filosofia e della sociologia del diritto, nella speranza di avviare un dialogo aperto anche con studiosi appartenenti a discipline che, in passato, hanno offerto un contributo fondamentale all’elaborazione di una “dottrina” dei poteri di polizia.
Sotto questo profilo si colloca forse una delle principali, se non la principale, urgenza propriamente “accademica” che ci ha spinto a scrivere il libro: il nostro è anche un appello alla dottrina giuridica italiana, che ci sembrava avesse largamente abdicato al proprio compito di elaborazione teorica sul potere di polizia, lasciando questa materia ai “pratici” o all’elaborazione “interna” all’apparato di pubblica sicurezza.
L’accountability è uno dei concetti chiave del libro. Perché è qualcosa di diverso dalla semplice responsabilità? E perché ritenete che rappresenti uno dei punti più critici del sistema italiano di governo e controllo della polizia?
G.C.: In qualche modo, un primo accenno di risposta a questa domanda è già contenuto in alcune delle nostre risposte precedenti. Il concetto di accountability, com’è noto, non ha un equivalente esatto nella lingua italiana e tende spesso a essere ricondotto all’idea di responsabilizzazione del personale per le condotte illecite o scorrette. Sin dal principio, tuttavia, non siamo mai stati soddisfatti di questa accezione circoscritta del concetto. Le forme di controllo e di responsabilizzazione delle forze di polizia non possono essere comprese prescindendo dall’analisi dell’architettura istituzionale dei poteri di polizia, dei modelli di governo della polizia, delle forme di regolazione dei poteri e delle prerogative a essa attribuiti, nonché del ruolo degli organismi giudiziari o indipendenti nel controllo e nel monitoraggio del loro esercizio. Naturalmente, non riteniamo che la responsabilità dei singoli operatori sia irrilevante: al tema dedichiamo, del resto, uno dei capitoli più lunghi del libro. Ridurre l’accountability a questa sola dimensione significa però, in qualche modo, accettare implicitamente la retorica delle “mele marce”.
C.C.: Sul punto, collegandomi alla risposta di Giuseppe, che condivido, mi sento qui di sottolineare una questione che approfondiamo ampiamente nel libro: l’affidamento in via prioritaria, e sostanzialmente esclusiva, al diritto penale del ruolo di strumento di responsabilizzazione della polizia porta con sé limiti strutturali che contribuiscono a svuotare di efficacia il complessivo sistema di accountability delle forze dell’ordine italiane. Tra i vari limiti del diritto penale che analizziamo nel libro, vorrei accennare a due che mi sembrano particolarmente importanti.
Il primo riguarda la natura personale e, quindi, individuale della responsabilità penale che, nel focalizzare l’attenzione sulla condotta dei singoli agenti, rende estremamente difficile l’accertamento del ruolo della c.d. catena gerarchica che, con scelte organizzative o addirittura decisioni operative (mi riferisco qui, in particolare, ai contesti di ordine pubblico), ha contribuito al verificarsi della lesione dei diritti di un soggetto terzo: sia esso un/a manifestante o il presunto autore/autrice di un reato. Non è un caso che questi aspetti emergano, invece, con chiarezza nelle varie sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’operato della polizia italiana, dove l’attenzione si sposta dalle responsabilità personali dei singoli agenti a quelle dello Stato nel prevenire e sanzionare le violazioni dei diritti fondamentali.
In secondo luogo, il diritto penale ha, per così dire, soglie di intervento relativamente elevate e richiede in molti casi che la vittima svolga un ruolo attivo nell’attivare il meccanismo repressivo. Questo fa sì che gli abusi di polizia più banali, routinari e quotidiani (lo schiaffo, l’insulto, un piccolo fermo di polizia prolungato, e così via), difficilmente emergano e siano sanzionati. Come scriviamo nelle conclusioni del libro, però, la violenza di polizia va compresa come un continuum che va dai “piccoli” abusi ai fatti più gravi, come quello del Pilastro. È necessario quindi spezzare questo continuum per prevenire eventi drammatici come la morte di Fakir e il diritto penale non sembra essere lo strumento più adatto a farlo.
Pur affrontando temi giuridici e istituzionali complessi, il libro è scritto con uno sforzo costante di chiarezza. Quale utilizzo immaginate possa avere dentro e fuori dall’università, tra operatori e operatrici del diritto, movimenti, istituzioni e società civile?
G.C.: Onestamente, è difficile immaginare quale utilizzo gli altri possano fare di questo libro. L’auspicio è di essere riusciti a scrivere un testo che, senza indebite semplificazioni, riesca a rivolgersi a un pubblico più ampio di quello costituito dagli specialisti delle scienze giuridiche o dagli esperti del tema.
Ciascuno dei capitoli identifica uno o più nodi problematici relativi al modo in cui, nel nostro Paese, si articola l’equilibrio tra poteri di polizia, controllo democratico e tutela dei diritti. Per questa ragione, ci sembra che il libro tocchi alcuni dei punti nevralgici dell’architettura istituzionale di uno Stato democratico di diritto. Il controllo politico sull’operato delle forze dell’ordine, i limiti costituzionali dei poteri di polizia, il controllo indipendente sul loro esercizio e sull’azione dei singoli operatori sono questioni che dovrebbero essere sottratte alla sola discussione specialistica e riportate al centro del dibattito pubblico.
C: Concordo sul fatto che il libro, come ogni libro, una volta pubblicato, sia destinato a seguire un percorso che, in larga parte, prescinde dalla volontà e dalle aspettative degli autori. Mi farebbe piacere, tuttavia, se il nostro lavoro contribuisse ad alimentare un dibattito, anche al di fuori dell’accademia, sui poteri e sul ruolo delle forze di polizia in Italia. Ho l’impressione che negli spazi e nei contesti “sociali” la discussione su questi temi sia spesso polarizzata tra posizioni, da un lato, per così dire, “radicali”, abolizioniste o anti-autoritarie, in cui non trova alcuno spazio il tema di come riformare la polizia; dall’altro, riformiste “deboli”, incentrate, per esempio, sui codici identificativi o sul miglioramento della formazione degli agenti. La ricostruzione proposta nel libro, invece, mette in luce criticità strutturali del sistema di regolazione delle forze di polizia in Italia di cui si discute ancora troppo poco, nonostante siano concausa di quegli abusi e di quelle violenze che troppo spesso siamo costrettə a denunciare. In questo senso, penso che il libro possa contribuire a un dibattito in cui, senza rinunciare a posture radicali, si prenda sul serio la necessità di riforme capaci di limitare i poteri della polizia, rafforzare i meccanismi di controllo e prevenire, per quanto possibile, il ripetersi di casi come l’uccisione di Fakir al Pilastro. In quest’ottica, credo sia possibile insistere sull’urgenza di alcune riforme, tecnicamente praticabili, senza pensarle come alternative a un progetto di trasformazione radicale, bensì come passaggi all’interno di un più ampio processo di cambiamento politico e culturale, coerente con una prospettiva abolizionista o quantomeno “riduzionista”.
In Italia il dibattito sulla polizia oscilla spesso tra difesa corporativa e indignazione – inevitabile, ma talvolta insufficiente – suscitata dal singolo caso di cronaca. Perché è così difficile costruire una discussione pubblica più strutturale? Cosa manca oggi al dibattito italiano?
G.C.: Sui limiti del dibattito specialistico, e sul modo in cui essi hanno in parte inciso sulla qualità della discussione pubblica, mi sono già soffermato. Anche i riferimenti a istanze di natura abolizionista, che iniziano ad affacciarsi nel dibattito non soltanto specialistico italiano, mi sembrano talvolta formulati in maniera generica, per non dire puramente retorica.
Sono personalmente convinto che le posizioni abolizioniste invitino a un salutare esercizio di decostruzione del potere di polizia, a condizione, però, che non si risolvano in una rappresentazione semplificata dell’architettura istituzionale e delle funzioni della polizia in una democrazia avanzata.
Per esempio, anziché richiamare un generico abolizionismo, nel libro sosteniamo la necessità specifica di abolire tutti i poteri preventivi, che costituiscono il principale veicolo di espansione dei poteri di polizia nell’Italia contemporanea; di eliminare la scriminante speciale relativa all’uso della forza, retaggio di una concezione autoritaria dei rapporti tra potere di polizia e libertà individuali; e, ancora, di sopprimere qualsiasi regime speciale di procedibilità per i reati commessi dalle forze dell’ordine.
Non è possibile comprendere la natura del potere di polizia in Italia senza cogliere l’enorme margine di agibilità giuridica che questa architettura istituzionale lascia all’esercizio della coercizione.
C.C.: Rispetto al tema dell’abolizionismo, sono sostanzialmente d’accordo con Giuseppe, per le ragioni che accennavo nella risposta precedente. Al di là di quale sia il punto politico di caduta – se l’abolizione della polizia o una riduzione radicale del suo ruolo nella società –, come ci insegna l’abolizionismo statunitense, si tratta in ogni caso dell’esito di un percorso che chiama in causa ambiti, fattori e processi diversi, non solo istituzionali, ma anche culturali e sociali. In questa prospettiva, le riforme che abbiamo individuato nel libro sono, a mio avviso, coerenti con questo tipo di posture critiche radicali.
Detto questo, rispetto al perché sia così difficile oggi costruire una discussione pubblica più strutturale sulla polizia in Italia, penso che due fattori, tra gli altri, abbiano un peso rilevante. Il primo è lo storico atteggiamento deferente della sinistra italiana istituzionale verso la polizia, che oggi si traduce nell’incapacità dei partiti di centrosinistra di prendere posizione sulle questioni fondamentali che riguardano il funzionamento delle forze dell’ordine. Il secondo, invece, è lo scarso spazio che trovano nel dibattito pubblico italiano, soprattutto rispetto ad altri contesti nazionali, le comunità e le soggettività razzializzate che sono esposte in misura sproporzionata agli abusi di polizia. In altri Paesi, infatti, il dibattito critico sulla polizia, dentro e fuori le università, è storicamente animato proprio da persone nere, afrodiscendenti, ispaniche o comunque da movimenti e organizzazioni che nascono all’interno di comunità appunto razzializzate e marginalizzate. Mi sembra che, anche a causa della limitata mobilità sociale che caratterizza la società italiana contemporanea, questo accada ancora troppo poco. Quantomeno su questo secondo fattore, però, sia l’accademia che i movimenti sociali possono fare di più nel dare spazio, includere e amplificare il punto di vista e le riflessioni che vengono dalle soggettività che fanno esperienza quotidiana del modo di operare della polizia italiana.
Se doveste indicare tre priorità per una riforma democratica della polizia in Italia, da dove partireste? Quali sono, oggi, gli interventi più urgenti e realisticamente perseguibili?
C.C.: Riallacciandomi a quanto detto da Giuseppe nella sua risposta precedente, un’agenda di riforma democratica della polizia italiana non può che partire dall’abrogazione delle norme introdotte in materia negli ultimi anni attraverso la sequela di decreti sicurezza adottati dal Governo, tra cui spiccano l’espansione dei già ampi poteri preventivi attribuiti alla polizia (con l’introduzione del fermo preventivo) e il già richiamato “scudo penale”. Dopodiché, si pone il tema delle scriminanti: una riforma che riconduca l’uso legittimo delle armi (art. 53 c.p.) dentro i confini della legittima difesa – attuale, non quella senza limiti che vorrebbe il Governo –, e che quindi nei fatti abroghi questa scriminante speciale pensata appositamente per la polizia, appare quanto mai necessaria per riportare il ricorso alla coercizione all’interno di un perimetro di legalità costituzionale.
Un ulteriore profilo che riguarda l’istituzione di polizia, piuttosto che la regolazione dell’attività operativa degli agenti, è quello della trasparenza: in Italia molti dati sull’operato delle forze di polizia non sono disponibili al pubblico ed è addirittura probabile che non siano proprio raccolti e tantomeno sistematizzati né a livello locale né centrale. In materia di uso della forza, per esempio, non sappiamo quasi nulla su quante volte la polizia ricorra agli strumenti di coazione, né quali strumenti ricorra, in quali circostanze e con quali esiti. Questa mancanza di trasparenza si riflette evidentemente anche sul grado di accountability delle forze dell’ordine, e costituisce un ostacolo a qualsiasi tentativo di promuovere dall’esterno dei cambiamenti nell’organizzazione e nelle modalità operative delle polizie. Infine, una riforma di cui si parla da anni, ma che oggi sembra quanto mai distante, è l’istituzione di un organismo indipendente di tutela dei diritti umani che abbia una competenza sull’azione di polizia nel suo complesso. Un organismo che manca nel sistema italiano, nonostante sia invece presente, con diverse declinazioni, in quasi tutti gli ordinamenti democratici. Per avere un’idea del significato di tale assenza, basta pensare all’impatto che avrebbe sul controllo esterno sui luoghi di privazione della libertà personale l’eliminazione dell’attuale sistema dei garanti dei detenuti.
G.C.: Sono naturalmente d’accordo con Carlo nel ritenere che i poteri preventivi di polizia, la scriminante speciale relativa all’uso della forza e i regimi di procedibilità specifici per il personale appartenente alle forze di polizia rappresentino tre caratteristiche strutturali particolarmente problematiche dell’architettura istituzionale dei poteri di polizia in Italia. Si tratta di elementi che si pongono in grave ed esplicita tensione con i principi costituzionali e che rivelano una matrice profondamente autoritaria, rispetto alla quale non è possibile intervenire se non attraverso la loro radicale abolizione.
Un altro tema che abbiamo cercato di porre nel libro è quello dei rischi di cattura politica delle forze di polizia. Si tratta di una questione sulla quale la storiografia e la letteratura sociologica – penso, in particolare, ai lavori di Di Giorgio e Palidda – si erano soffermate in passato e che noi cerchiamo di inquadrare dal punto di vista delle sue condizioni istituzionali di possibilità, evidenziando i principali nodi problematici dell’architettura di governo delle forze di polizia in Italia.
C’è, infine, un tema che mi sta particolarmente a cuore e che forse emerge in maniera meno esplicita nel libro, ma sul quale abbiamo raccolto una mole significativa di materiale empirico, cui speriamo di dare presto la visibilità che merita: quello dell’architettura gerarchica e militarizzata delle organizzazioni di polizia.
Occorre, in sostanza, chiedersi seriamente come possano organizzazioni strutturate attorno al potere pressoché assoluto dei superiori nei processi di valutazione e di controllo disciplinare interno rappresentare un presidio a tutela dei diritti fondamentali. Organizzazioni di questo tipo, oltre ad avvilire l’autonomia e la professionalità dei propri membri, li abituano alla vessazione quotidiana come principio di regolazione e criterio guida dell’azione, rafforzando un modello di obbedienza cieca e acritica che costituisce una delle principali condizioni organizzative per il riprodursi di una cultura professionale autoritaria, violenta e incline all’abuso di potere.
In definitiva, la polizia italiana si configura come un apparato dotato di poteri esorbitanti, fortemente esposto alle pressioni politiche e incapace, a causa dei rigidi vincoli gerarchici interni, di sviluppare anticorpi in grado di prevenire il riprodursi di condotte abusive. Di fronte a un quadro di questo tipo, il controllo esercitato dalla sola magistratura non rappresenta un contrappeso adeguato, se non è accompagnato da forme di controllo democratico e civile alle quali le forze politiche e istituzionali sembrano talvolta aver abdicato.
Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580
Ogni anno all’avvicinarsi del 3 di agosto il popolo ezida si prepara a ricordare il genocidio del 2014, arrivato come uno tsunami implacabile sui suoi villaggi nel distretto di Shengal, nel nord-ovest dell’Iraq. Tutto è stato travolto, a partire dalle vite spezzate di uomini, donne anziane e ragazzi uccisi e gettati in fosse comuni, quelle scoperte fino a oggi sono più di ottanta, e da quelle piegate delle donne, delle bambine e dei bambini rapiti dallo Stato Islamico. Più di diecimila morti, oltre seimila persone rapite, le donne ridotte in schiavitù e i bambini addestrati come soldati del Califfato, circa il 75% di sfollati e sfollate (oltre 350.000 persone su una popolazione che in quel momento si aggirava intorno ai 500.000 individui) e tra il 70% e l’80% di case e infrastrutture distrutte. La città di Shengal ridotta in macerie. Questo per restare solo al calcolo nudo e crudo dei numeri.
Lo Stato Islamico ha cercato il genocidio degli ezidi, l’ha pianificato e l’ha messo in pratica. Per l’Is, organizzazione terroristica jihadista, che ha seminato il terrore tra Siria e Iraq ma anche in diverse città europee e non solo, il popolo ezida meritava la violenza a cui è stato sottoposto per la sua venerazione dell’Angelo Pavone, quell’angelo caduto che per cristiani e musulmani corrisponde a Lucifero.
Ma l’Is era interessato anche alle terre degli ezidi perché collocate su quella linea di continuità tra le due città più importanti già conquistate: Mosul, in Iraq, e Raqqa, la capitale dell’autoproclamato Califfato, in Siria.
I villaggi ai piedi della montagna degli ezidi e quelli ancora più a valle, insieme alla città di Shengal, capoluogo del distretto, sono stati occupati con facilità dallo Stato Islamico perché i peshmerga del Kdp (Partito democratico del Kurdistan), stanziati nell’area per difenderla, si sono ritirati poco prima che l’orda jihadista arrivasse.
In quei villaggi le famiglie ezide vivevano dagli anni ‘70 e ‘80, trasferite di prepotenza dal Ba’th, il partito guidato da Saddam Hussein, per dare seguito alle campagne di arabizzazione che stavano prendendo piede. Fu proprio il raìs a ordinarle e colpirono anche altre comunità, come quelle curde, turkmene e assire.
Il Monte Shengal è un pezzo della storia identitaria del popolo ezida perché è il suo monte sacro, ricco di templi appartenenti a questa cultura. La rimozione forzata della popolazione serviva proprio a questo scopo, ossia spezzare il potente vincolo identitario che univa la comunità alla sua terra, stravolgendo la quotidianità a cui era abituata, tra la pastorizia e l’agricoltura, in un luogo di legami ancestrali e sociali che mantenevano in vita questo antico culto, quello ezida per l’appunto.
Improvvisamente gli ezidi si sono ritrovati a lavorare per altri, in condizioni difficili e di povertà. I loro figli e le loro figlie servivano da mano d’opera per il padrone e a farne le spese non è stata solo la loro infanzia ma anche la loro istruzione.
La vicinanza dei villaggi collettivi ezidi con le comunità arabe e il lavoro svolto per queste doveva favorire la loro assimilazione, cosa che però non è mai avvenuta. L’oppressione ha lavorato nel senso contrario, rafforzando le radici identitarie da trasmettere orgogliosamente alle nuove generazioni.
Sul Monte Shengal solo poche famiglie sono riuscite a evitare la deportazione e diverse di loro non hanno lasciato la loro terra nemmeno quando l’Is stava avanzando. L’organizzazione jihadista non ha mai conquistato il Monte Shengal che è stato difeso sul terreno dalle Ybs e dalle Yjs, le unità di resistenza ezide, nonché dal Pkk insieme alle Ypj e Ypg, unità di protezione curde provenienti dal Rojava, dai peshmerga e dalla Coalizione internazionale anti-Is con i bombardamenti dal cielo.
Cimitero ezida, foto di Mirca Garuti
Quando nel 2017 lo Stato Islamico è stato sconfitto in Iraq e ha abbandonato anche i villaggi ezidi, alcune famiglie di questa comunità hanno da subito fatto rientro nel distretto. Diverse non hanno più trovato le loro case, distrutte dai jihadisti in ritirata, e hanno cominciato a ricostruirle riprendendosi la montagna. Hanno trascorso anni nelle tende lasciate sul terreno dall’Unhcr e da Save the children quando hanno deciso di concludere la loro missione. Oggi alcune di queste sono state trasformate in magazzini o garage per le macchine perché le prime case ricostruite iniziano a rendere evidente la ripartenza della comunità.
Tuttavia le difficoltà sono ancora molte perché Shengal continua a essere una zona pericolosa, tra le cellule dell’Is non distanti dal suo territorio e la contesa tra il governo centrale di Baghdad e quello del Kurdistan iracheno, entrambi interessati a governare l’area, che rallenta la ricostruzione dei servizi e impedisce il rientro delle famiglie sfollate che continuano a vivere nei campi profughi. Il rischio è che in questo modo possa compiersi una sostituzione etnica nel distretto.
A rendere la situazione più complicata è la povertà diffusa per la scarsità di opportunità di lavoro, che fa sognare ai giovani meno coinvolti politicamente di lasciare l’Iraq.
C’è però chi resiste, non se ne va e lavora per ridare pienamente vita a quei luoghi, nonostante le tensioni e i pericoli.
La politica aggressiva della Turchia, che nel distretto di Shengal prende di mira le figure più esposte dell’Amministrazione autonoma di Shengal, accusandole di essere una costola del Pkk, espone infatti ogni membro della comunità al rischio di perdere la vita sotto i bombardamenti dei droni turchi, come è accaduto nel giugno del 2022 a un ragazzino ezida di dodici anni, ucciso a Sinune dall’azione di un drone che ha colpito l’edificio del Consiglio del popolo, situato vicino al negozio dove lavorava.
Molti paesi occidentali hanno riconosciuto il genocidio del 2014 ma tra questi non c’è l’Italia, sebbene a febbraio del 2025 il parlamento abbia votato la mozione presentata dall’on. Laura Boldrini che chiede al governo di procedere in tal senso. La legislatura sta volgendo al termine e sarebbe un gesto politico importante se il governo riconoscesse la tragedia vissuta dal popolo ezida a causa del brutale attacco dell’Is, così come il Taje (Movimento per la libertà delle donne ezide) ha chiesto con la lettera inviata nel luglio dell’anno scorso a diciannove governi, tra cui quello italiano.
Foto di copertina di Mirca Garuti
Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580
Racconto dalla terra della Rivoluzione delle Donne – Rojava del Kurdistan, 12 marzo 2026
Amelia Zumaglino, internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf dell’Accademia di Jineoloji in Rojava
Dopo un inverno in cui la guerra è tornata a serpeggiare in Rojava e ha sottoposto tutto il territorio a violenze senza precedenti, la primavera di questi primi giorni di marzo si fa strada lentamente, regalandoci un verde intenso e i primi germogli. Fa quasi impressione ora vedere e sentire l’insistenza della vita, nelle piante di ulivo così come nelle mani delle yade anziane che nei villaggi preparano i giardini, tessono e insistono nella cura del quotidiano.
Vi scrivo come internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf, struttura internazionalista dell’Accademia di Jineoloji in Rojava, per provare a restituire parte della realtà che la Rivoluzione nel territorio del Nord-Est della Siria sta attraversando. Conosciamo bene le difficoltà nel cogliere il cambiamento di questi tempi da territori lontani, come possono esserlo quelli italiani, e per questo mi propongo di aprire in queste pagine un racconto onesto che possa riportare la realtà della società, più che quella del quadro geopolitico.[1]
La guerra – iniziata il 6 gennaio con gli attacchi ai quartieri autogestiti nella città di Aleppo – non è arrivata inaspettata, perché sono diversi anni che ogni inverno diventa qui scenario di guerra, tuttavia questa ha obbligato a una trasformazione politica senza precedenti. La cooperazione tra il governo di transizione siriano, lo stato turco con le sue milizie sul territorio e i miliziani dell’ISIS colpisce immediatamente per le apparenti contraddizioni tra loro, che tuttavia non hanno impedito di lavorare uniti al massacro. Con uno sguardo meno in superficie è infatti immediatamente chiaro come non ci sia niente di contraddittorio tra queste forze sul livello profondo di come approcciano la vita e l’etica, il potere e – non meno importante – la morte. [leggi tutto…]
Fin da subito, negli attacchi in Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, i due quartieri di Aleppo organizzati nella forma del Confederalismo Democratico, si sono visti miliziani di HTS e turchi con il patch dell’ISIS appuntato sul petto e i corpi delle donne, combattenti così come civili, sono stati presi di mira con atti di violenza dalla brutalità ostentata e simbolica. Buttate giù da palazzi o calpestate con forza; attaccate sul piano simbolico con l’abbattimento delle statue che le celebravano; massacrate e poi sottratte delle loro trecce, esposte e vantate come trofeo di guerra: la linea della furia patriarcale, in opposizione a quello che è il cuore di questa Rivoluzione, è stata affermata in ogni modo.
A tutto questo la società non ha esitato a rispondere in maniera chiara: dai convogli di civili partiti per Aleppo durante gli attacchi per portare solidarietà, aiuto medico e recuperare i feriti, fin all’organizzazione dei quartieri con tutta la società civile coinvolta e organizzata secondo il sistema delle comuni. Nelle città si son tenute manifestazioni e presidi ogni giorno, con l’atto di intrecciarsi i capelli a simboleggiare che la dignità e l’orgoglio delle donne e della loro resistenza non sono stati danneggiati da questi atti brutali. Con il gesto semplice e quotidiano di intrecciarsi i capelli, ripetuto per cento, seicento, mille e più donne di ogni età e cultura, nelle piazze così come sui social media, una nuova forza è stata affermata.
Per una treccia sottratta, innumerevoli altre sono state create, ma non si tratta solo di un atto simbolico, perché il vero significato di questo gesto è il rendere esplicita la volontà delle ragazze – tantissime – e delle donne in risposta a questi attacchi. Vuol dire «noi siamo pronte, non faremo passi indietro». Sono le stesse donne che si sono unite in massa alle diverse strutture e unità di difesa, militari e civili, dando vita a nuovi battaglioni, nuove comuni e organizzando in modo diretto la loro volontà rivoluzionaria.
Quando si chiama questa terra “Rivoluzione delle Donne” è perché quella delle donne organizzate è realmente la realtà fondante qui, e in questi mesi di guerra è stato più esplicito che mai.
Le YPJ, le Unità di Difesa delle Donne, e la loro storia rivoluzionaria sono ormai note al mondo, mentre un altro esempio importante di forze civili di difesa è l’HPC-Jin, le Forze di Difesa della Società delle Donne, che esistono in Rojava da più di dieci anni. Negli scorsi mesi nuove donne si sono unite alle HPC e le si incontra per esempio nella notte agli incroci delle città, raccolte attorno al fuoco per tenere i turni di difesa. Le HPC non fanno parte delle SDF (Forze Democratiche Siriane), come invece le YPJ, e sono composte da giovani donne così come da madri e da anziane che insieme organizzano la difesa della vita, ossia la difesa della società nei loro quartieri.
Dall’inizio della guerra, infatti, l’organizzazione sociale si è intensificata sotto la guida delle donne e nelle città, in ogni quartiere, le comuni si sono moltiplicate: una responsabile dell’acqua, una della produzione e distribuzione del pane, altre per la difesa notturna e diurna o ancora per l’elettricità… ogni persona ha preso parte all’organizzazione della vita e della difesa facendo crollare la distinzione tra le due: non è la presa delle armi quel che rende forte l’autodifesa della società, ma una salda e organizzata consapevolezza di cosa si sta difendendo.
Mi dilungo su questo punto dell’organizzazione della società perché è ciò che sta continuando anche ora che la guerra non è più tanto sul fronte militare e si è spostata al livello di una difficile e scivolosa lotta al tavolo dei negoziati.
Qualcosa di molto forte in questa rivoluzione è la decisione di rimanere dove si è e scegliere di difendere il proprio villaggio o quartiere nei momenti degli attacchi, non solo in quanto rivoluzionarie o forze di difesa militare, ma in quanto civili, in quanto persone inseparabili dalla realtà del villaggio e del quartiere in cui vivono. Questa è la guerra popolare rivoluzionaria e questa è ancora oggi la realtà del Rojava.
Quando a metà gennaio la popolazione del Bakur, il Kurdistan nel territorio turco, ha iniziato a fare pressione sul confine che ha diviso la città di Qamişlo tra il territorio siriano e quello turco, anche da questo lato del muro le persone si sono radunate. Dovete immaginare attorno le 500 persone raccolte in balli, cerchi di donne che cantano sulla Rivoluzione, gruppi di bambini che si arrampicano sui cumuli di terra per sventolare più in alto possibile le bandiere delle YPJ e YPG… e poi, questa gente tutta insieme, che si avvicina al cancello che segna il confine. La bandiera turca sventolava alta e un paio di militari guardavano la scena restando immobili, dritti, fino a che sono stati costretti a indietreggiare e chiamare rinforzi, perché la massa di persone, tutte civili e diversissime tra loro per età e genere, sono avanzate fino ad aprire il cancello con forza, gridando «Yek yek yek gelê kurd yek e!» (uno uno uno il popolo curdo è uno!).
Il confine è stato varcato e la bandiera dello stato turco tirata giù e calpestata con gioia e forza da ragazzi e ragazze al grido di «Berxwedan Jiyan e» (la resistenza è vita), giusto prima che i militari raggiungessero nuovamente la loro postazione e costringessero tutte e tutti ad arretrare facendo fuoco. Per ore la situazione è continuata in questo modo: una schiera di militari turchi sparava in aria, bloccando l’accesso alla terra oltre il cancello e difendendo una linea di separazione che, come tutti i confini, ha un aspetto violento e tragico e uno ridicolo agli occhi dei popoli. Nel mentre però, la gente non smetteva di avanzare e alzare le mani nell’universale segno di pace, che qui in Medio Oriente ha negli anni acquisito un significato di pace radicata nella resistenza.
Il sole era alto nel cielo e all’uso degli idranti per allontanare le persone diversi arcobaleni sono apparsi tra la folla, creando una situazione surreale in cui le armi, gli spari e le divise militari turche, normalmente elemento di pericolo mortale, sono diventate completamente insignificanti. In prima linea ragazze giovani si tenevano strette le une alle altre in un cordone di resistenza, dettando il rimo degli slogan che tutti gli altri dietro seguivano e rilanciavano gridando. Una grande cassa con la musica si è fatta spazio tra la folla, trasportata di spalla in spalla, e attorno a essa giovani e bambini hanno iniziato a ballare sotto gli spari e l’acqua degli idranti. Questo è lo spirito che vive qui, questo è il morale della resistenza della gente. «Fede ed entusiasmo non mancano mai» ha riassunto la comandante YPJ e membro del Comando Generale delle SDF Rohilat Afrin.
Da quel giorno ci sono state anche diverse persone ferite da questa parte del confine e diversi morti, tra cui bambini, dall’altra parte, in Bakur. Tuttavia, un messaggio più che chiaro è stato affermato e continua a guidare la vita ancora in questi giorni: la volontà di pace è insistente e troverà ogni via per continuare ad affermarsi.
Un punto fondamentale da avere chiaro è che questa è una guerra ideologica, in cui si sono contrapposte due mentalità, due paradigmi mentali completamente opposti e divergenti. Da un lato la linea fascista, patriarcale delle milizie fondamentaliste, dall’altra i valori della rivoluzione del Rojava, l’unione delle differenze, la liberazione delle donne e di genere, la democrazia radicale e l’ecologia sociale. L’attacco qui è alla proposta di vita che con l’Amministrazione Autonoma aveva trovato una sua prima forma pratica e politica, ossia quella della Nazione Democratica, la “comune delle comuni”. Al posto di uno stato con un unico potere, un’unica lingua e una realtà violentemente omogenizzata, la nazione democratica si impegna a tenere insieme in una convivenza organizzata tutti i colori della società, le diverse identità, religioni, lingue…
L’intero sistema ha una leadership molto chiara, che è quella delle donne, il soggetto veramente in grado di portare la linea dell’unità e della lotta. La liberazione delle donne è qui nel concreto l’unica possibilità di vera liberazione della società. Grazie a questo, la rivoluzione non è mai stata la corsa alla “presa del Palazzo d’Inverno”, al potere, bensì un lavoro sottile e al contempo massiccio e costante per l’educazione e la trasformazione sociale, ossia il cambio di mentalità e la trasformazione delle relazioni tra persone, tanto quanto con la terra.
Dove la famiglia è la cellula base dello stato, nella nazione democratica è invece la comune la struttura di base su cui tutta la società si fonda e le comuni delle donne sono la struttura che garantisce la saldezza della lotta al patriarcato nella realtà della Rivoluzione. Per questo, anche l’economia si articola su base comunale, grazie all’uso delle cooperative ecologiche e a pratiche di economia di scambio, circolare, il più possibile, ossia fin dove la guerra, che sempre minaccia questa terra, lo permette.[2]
Ovviamente non è una proposta che finisce ai confini di questo territorio, ma qui si è data come primo modello concreto di autogoverno democratico su larga scala. In risposta a questa esistenza-resistenza che da 15 anni lavora nel segno della trasformazione sociale e socialista, la strategia di guerra messa in atto dagli attacchi voleva esser volta alla sua distruzione materiale per quanto riguarda i territori e la liquidazione della resistenza, e al contempo alla distruzione ideologica per quanto riguarda la volontà di imporre la linea di uno stato nazionale siriano più o meno unificato (ricordiamo la non-questionata occupazione di Israele nel sud della Siria) che si inserisce nel piano più ampio e guidato dalle potenze egemoni come gli Stati Uniti per ridisegnare l’intero Medio Oriente.
Gli attacchi sono stati brutali in particolar modo contro le istituzioni delle donne, ad Aleppo così come nelle zone a maggioranza araba di Raqqa e Tabqa. Dalle comuni alle librerie delle donne e ai centri di ricerca e ritrovo, tutto è stato bruciato o distrutto, perché la situazione sociale rispecchiava il fatto che fossero le donne le principali portatrici di emancipazione, partendo nella loro lotta dal mettere in discussione il loro status di prigioniere nelle case o proprietà del marito o oppresse da un’interpretazione patriarcale e fondamentalista del loro credo. Dove l’Islam stava assumendo forza in quanto religione democratica e le donne si stavano lasciando alle spalle per davvero la vita di oppressione violenta vissuta sotto l’ISIS e il Regime di Baath, gli attacchi sono stati particolarmente chiari nell’affermare che per la linea del governo attuale, così come per quella degli stati egemonici che lo sostengono e manovrano, il libero pensiero, la libertà nella fede e l’emancipazione della volontà e della vita delle donne non possono essere accettate. È chiaro che quanto la Rivoluzione afferma sin dall’inizio, ossia che sono le donne organizzate e le comuni delle donne il primo seme rivoluzionario, è vero anche nelle valutazioni – e nelle paure! – della controparte nemica.
C’è in questo punto qualcosa di difficile da affrontare all’interno di un racconto breve come questo, ma che è importante aprire perché costituisce un nodo importante nella realtà della società sul territorio, ossia la “guerra speciale” (nel senso di non ortodossa) portata avanti sul campo tanto quanto nei media per fomentare la separazione su base etnica tra popolazione araba e curda.
Questa è attualmente una strategia che in parte della società sta anche attecchendo, perché sfrutta a proprio favore la paura, il “sospetto per il proprio vicino” che in una guerra come questa è molto facile che emerga, così come sfrutta ciò che i molti anni di vita sotto un regime d’odio e separazione hanno creato nelle psicologie della gente. Inoltre, durante quest’ultima guerra anche gli sforzi delle milizie nemiche nel documentare uccisioni di donne e uomini curdi e non arabi è stato incredibile. Numerosissimi sono i video, da Aleppo a Raqqa, in cui si mostrano civili ammassati e tenuti fermi sotto minaccia di morte e in cui le voci dei miliziani dicono cose come «questi sono cani, sono curdi, vanno ammazzati. Loro no, sono arabi e non li ammazziamo»; così come ben noto è il video del bambino a cui vien chiesto chi è e alla risposta «sono curdo» viene brutalmente tolta la vita.
Questa è stata anche la realtà di questi mesi in questa terra, ma al contempo è bene essere molto consapevoli che non è affatto vero che la popolazione araba è stata “risparmiata”. In primis perché l’operazione mediatica che questi video portavano avanti è in realtà molto chiara sul piano ideologico e non dobbiamo cascarci, e poi perché la resistenza è stata del popolo, non solo curda, e lo testimoniamo le e i numerosi martiri arabi che han dato la vita per la difesa della Rivoluzione, la gente ferita e quella sopravvissuta. Inoltre, non venire uccise ma dover tornare sotto il regime di forze come l’ISIS o HTS non dà alcun tipo di sollievo. Nella regione di Tabqa e Raqqa, un paio di giorni dopo che queste forze ne hanno preso il controllo, sono state distribuite copie del Corano e veli neri per ogni donna, casa per casa. Un solo ordine, un solo potere, un unico dio: questa è la loro linea, che porta morte e fascismo.
In questo, la questione della mentalità è centrale, perché per comprendere con serietà questa guerra, così come questa fase di negoziati per l’integrazione, raccontata ora dal cinismo alienato dell’Occidente come “la fine del Rojava” o il “dopo la Rivoluzione”, serve andare più a fondo nella realtà della società.
Ancora una volta, torniamo alla comune delle donne.
Quando, prima della guerra, siamo state al Centro delle donne di Zenobia in Raqqa, abbiamo sentito storie di resistenza quotidiane, una lotta che iniziava prima ancora dell’incontrarsi lì, perché è già qualcosa per cui hanno dovuto lottare: passare oltre alle volontà del marito e alle aspettative sociali e uscire di casa recandosi in un posto in cui si sarebbero trovate con altre donne, è già iniziare una rivoluzione. Da questo coraggio che le porta fuori dalle case inizia il sovvertimento dell’ordine generale e creare una comune di donne che ogni giorno organizza la propria vita sulla base della volontà comune e non su quella del marito o della famiglia opprimente, significa creare un motore di liberazione che molto velocemente apre la strada anche alle altre donne. Questo non sul piano teorico, ma proprio guardando come è andata la storia fin qui.
La comune delle donne di Aleppo nei primi giorni di guerra è stata quella che ha dettato la linea del decidere di non lasciare i quartieri e rimanere a difendere fino alla fine; una donna che ne fa parte ci ha detto: «La comune delle donne deve essere la base di un vero socialismo, perché se le donne di una società non sono liberate, la società non può essere libera».
“Rivoluzione” vuol dire rivolgimento, volgere di nuovo, ossia è una parola che ci parla di movimento, di trasformazione e cambiamento. Nella storia però questo non avviene semplicemente sostituendo il vecchio col nuovo e l’oppressione e la liberazione non sono né fatti né oggetti, bensì processi, che riposano sul piano materiale tanto quanto su quello della mentalità.
Per costruire la mentalità dell’oppressione e dei popoli oppressi, secoli e secoli di orrende pratiche hanno sviluppato “ottimi” strumenti, patriarcato e stato in primis. Questi sono una realtà materiale tanto quanto una mentalità. La mentalità della mascolinità dominante va insieme a quella burocratica, che legge la realtà come statica nelle sue forme, che categorizza la vita, una mentalità controllante, volta al monopolio e al profitto.
Cosa vuol dire per un popolo vivere a lungo sotto un regime di questo tipo? (Cosa vuol dire per noi?) E quindi cosa vuol dire rivoluzionare la mentalità di un’intera società? Quanto tempo può impiegare? Cosa permette al nuovo di sedimentare e poi di venir passato di generazione in generazione?
Possiamo farci queste e altre domande anche a partire dalle nostre “vite europee”, perché nonostante tutti i diritti e le possibilità conquistate da secoli di lotte, ancora non siamo libere da queste mentalità e, per esempio, ora facciamo fatica a comprendere che una rivoluzione non cade con un’integrazione delle forze militari, non finisce con il cambio della forma o dei “confini”, non è un oggetto che puoi sostituire con un altro, bensì un movimento storico che agisce molto più in profondità. Se si fosse seguita la linea della lotta militare fino in fondo per “proteggere i territori della rivoluzione”, avrebbe voluto dire essere disposti a considerare l’opzione del genocidio. E questo, per un’amministrazione socialista e democratica che rifiuta di mettere la propria esistenza prima di quella del popolo che la compone, sarebbe stato semplicemente tradimento.
Quale mentalità della sconfitta guida i nostri pensieri quando caschiamo in queste semplici trappole del vedere bianco/nero, di non riuscire a uscire dagli occhi dello stato? Cosa vuol dire avere un tale livello di sfiducia nella lotta dei popoli?
Se scordiamo il significato di “rivoluzione” e la appiattiamo sul controllo delle terre, delle risorse e delle forze militari, facciamo il gioco degli stati. Anche di quelli rossi che furono.
Fare una rivoluzione socialista con la liberazione di genere come primo pilastro vuol dire prendersi la responsabilità storica di non ripetere l’errore del socialismo reale, sia per quanto riguarda la creazione di uno stato o di un’entità analoga statica e barricata in se stessa, sia per la lotta di genere contro il patriarcato.
Ora anche noi internazionaliste e internazionalisti, ovunque nel mondo, dobbiamo restituire questa serietà alla Rivoluzione e chiederci con che occhi guardiamo alla sua storia e alla sua realtà attuale: sono quelli dello stato o della comune?
Il processo di integrazione qui in Nord-Est della Siria, così come il processo di pace con la Turchia aperto dall’Appello per la Pace e la Società Democratica lanciato nel febbraio 2025 dal leader curdo Abdullah Öcalan, non sono fatti o momenti che chiudono la lotta e anzi, questa si è molto intensificata, aprendo una nuova fase per l’esistenza-resistenza curda, così come per l’internazionalismo. Il Confederalismo Democratico come proposta e quindi l’intero sistema delle comuni, dei consigli e della Nazione Democratica non si è mai dato come una forma chiusa e pronta all’uso. Si tratta di forme organizzative della società per la società, che quindi seguono i suoi bisogni tanto quanto i suoi tempi di cambiamento e di lotta.
Ora si tratta di avere profonda fiducia politica nei 15 anni (una cinquantina se li si conta dalla fondazione del PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan) di lavoro rivoluzionario nella e della società. Un lavoro che in generale è impossibile annullare, perché è una realtà in cui le avanguardie sono state e sono ancora le donne della società, cuore del tessuto del popolo. Ci sono ormai diverse generazioni di giovani cresciute con un modo di approcciare la vita che non ha niente a che vedere con quello del patriarcato e dello stato. E ci sono donne che ora sorridendo dicono «qui sono nata di nuovo», indicando Jinwar, il villaggio autonomo di donne in Rojava. C’è qui un radicamento geografico e storico che è tanto fatto pratico quanto intimo di ognuna. L’antico – il ricordo delle civiltà mesopotamiche raccolte attorno alle Dee Madri – guida verso il nuovo, in un movimento lento e costante di cui le comuni delle donne si fanno custodi. Come dicevo all’inizio, questa è la terra in cui la vita è in grado di essere davvero insistente e come mi ha detto un’amica – semplice e insieme poetica come tutte le rivoluzionarie: «la Rivoluzione delle donne è un ricordo del futuro».
[1]Per completezza, segnalo invece l’analisi politico-ideologica pubblicata sul sito di Jineoloji a fine gennaio. Porta il titolo di Difendere la vita e comprendere la realtà della guerra e in questa sede può essere utile per inquadrare le forze coinvolte negli attacchi alla Rivoluzione e le dinamiche politiche e ideologiche nelle motivazioni di questa guerra. <https://jineoloji.eu/it/2026/01/26/difendere-la-vita-e-comprendere-la-realta-della-guerra>.
[2] Ne abbiamo parlato recentemente anche in cinque brevi episodi podcast, ascoltabili online anche in italiano su Youtube, sotto il titolo Defending Life. <https://youtu.be/8FIZfbNJxes?si=boVqMyXm7XhpnV9O>.
Affogare il cellulare, distruggere gli schermi Delaunay Matthieu, “Mediapart”, blogs.mediapart.fr.
Dopo aver rovinato i nostri corpi con pesticidi, automobili, acqua inquinata, nucleare, grassi e zuccheri, ecco che il tecnocapitalismo – versione 2.0 del capitalismo – si scaglia senza pietà sulla nostra capacità di essere al mondo. La sua ultima vittima: l’attenzione.
Lo intuivamo. Lo sapevamo. Lo vedevamo. Un malessere. Quei colli indolenziti dal sostenere una fronte assorta verso luci blu. Quei pollici doloranti dal toccare interfacce multicolori. Quegli occhi arrossati e cerchiati dal vegliare sulle serie Netflix. Quei bronci debilitanti, rovinati dalle app. L’oggetto di questo malessere aveva un nome: gli schermi. A loro rimanevamo attaccati, come sanguisughe alla mammella di una mucca. Potrebbe essere storia antica. La lettura del libro La guerra per l’attenzione. Come non perderla ci aiuterà a prendere la decisione salvifica di affogare i nostri telefoni cellulari e fracassare i nostri schermi.
Questo libro è la cronaca della perdita di uno dei fondamenti della nostra capacità umana di vivere liberi e bene: l’attenzione. Dopo aver descritto in dettaglio le conseguenze della colonizzazione delle nostre esistenze da parte degli schermi, i suoi autori – membri del collettivo Lève les yeux! – spiegano in dettaglio il prezzo che paghiamo lasciando che distraggano la nostra attenzione. La società senza contatto, l’infanzia con il sonno traumatizzato da incubi alimentati dai social network, la finta democrazia offerta da queste piattaforme, l’illusione della crescita verde o ancora il lavoro dei captologi pagati profumatamente per rubare la nostra attenzione sono i punti centrali di questo testo incisivo. [leggi tutto…]
Ricordiamo il ritornello: «se il digitale ha conseguenze negative sulla nostra esistenza, è perché non siamo educati al suo utilizzo». Ecco perché l’Unione Europea raccomanda di abituarcisi fin dall’infanzia, nel suo Piano d’azione per l’educazione digitale 2021-2027. Altrimenti, saremo ancora una volta in ritardo, e nessuno vuole essere in ritardo. Tutti vogliono guidare il grande mezzo. E se ciò non bastasse, perché siamo decisamente troppo stupidi, allora sarà necessario un maggiore controllo per «combattere le derive del digitale». Se c’è una cosa a cui prestare attenzione nelle tecnologie NBIC (nano, bio, informatiche e cognitive), sono proprio le derive. Non le tecnologie in sé, no, solo le loro derive…
“Deriva” è una bella parola. Secondo il dizionario, significa «allontanarsi dalla propria direzione; andare alla deriva sotto l’effetto del vento, di una corrente». È dolce come le onde trasparenti che lambiscono la sabbia di una spiaggia delle Maldive. Peccato che non corrisponda alla portata del disastro. Detto questo, in ambito militare, si usa per indicare un proiettile «che si allontana dalla traiettoria di tiro». Almeno è più chiaro.
Ma chi decide come proteggerci da queste derive? Lo Stato, ovviamente! Quello stesso Stato che permette al ministro Blanquer di assegnare 350 metri quadri di locali adiacenti al ministero dell’Istruzione al suo amico Stanislas Dehaene. Sapete, quel neuropsicologo, professore al Collège de France, per il quale i bambini «sono supercomputer» a cui bisogna dare «i dati di cui hanno bisogno». Voi pensavate che i bambini avessero bisogno di imparare delle cose e che per farlo avessero bisogno di un’attenzione costante, di metodi didattici vari e di tempo libero. Che antiquati! Date loro dei dati tramite tablet connessi al 5G, lo faranno molto meglio degli esseri umani in carne e ossa!
I lobbisti che bazzicano ai piedi del ministero dell’Istruzione non devono sforzarsi: i politici amano troppo spendere fortune di fondi pubblici per regalare ai loro amministrati gadget prodotti da aziende private. Si sentono importanti non appena parlano di innovazione. Con un iPad in una mano e l’altra che accarezza il collo del loro elettorato, criticano beffardamente «coloro che non sono nulla», gli Amish spaventati dalle onde radio. Uno schermo per ciascuno e la felicità connessa per tutti: ecco a cosa lavora questo bel mondo dall’inizio del XXI secolo.
Ma c’è un dettaglio che queste persone omettono di menzionare e che questo libro vuole ricordare: i loro discendenti non frequentano le stesse scuole della gente comune. Dove studiano non ci sono strumenti digitali. Si usano il gesso e la lavagna, la penna e la carta. E soprattutto, soprattutto, niente internet! Se vi stupite, potrebbero rispondervi che i loro figli «non sono uguali, capite? Sono diversi e probabilmente hanno un alto potenziale». Mentre per i ragazzi delle periferie non è molto grave se seguono corsi online o passano notti in bianco sui loro telefoni. E poi, cosa sono queste insinuazioni? Abbassate piuttosto lo sguardo sul vostro Snapchat o sul vostro account Instagram e lasciate che siano quelli che sanno a dirvi cosa imparare!
Le elezioni imminenti dimostrano ancora una volta che è impossibile contare sulla sinistra ufficiale per occuparsi dell’essenziale: la conservazione delle nostre facoltà cerebrali. È quindi più che mai tempo di agire da soli. È questa la bellezza di questo testo, che nella parte finale offre molteplici proposte per prendere il toro per le corna della disconnessione.
Alla fine di queste righe, si capisce l’imperiosa necessità di disconnettersi. In modo radicale, poiché i metodi soft hanno dimostrato la loro inefficacia. Anche se ci è stato venduto il contrario. Ma questo era prima… quando avevamo ancora schermi e cellulari. Da allora, leggiamo libri. La guerra per l’attenzione, ovviamente, e poi tutti gli altri eccellenti libri che si sono dati la missione di combattere l’inevitabile.
Ed Tech o Ad Tech Alexandre Chollier, “Le courrier”, lecourrier.ch
La guerra per l’attenzione fa parte della moltitudine di libri dedicati alle questioni digitali in generale e alla dipendenza dagli schermi in particolare. Con un tono decisamente critico, delle prese di posizione informate ma soprattutto fondate e articolate su una pratica civica, senza tralasciare le questioni spinose né le soluzioni concrete, questo è senza dubbio un libro da mettere nelle mani e sotto gli occhi di chiunque desideri informarsi, comprendere e agire.
È una lettura che cattura, senza giochi di parole, la nostra attenzione. In particolare la parte dedicata alla captologia, scienza alla base dell’economia dell’attenzione, che è innanzitutto un’economia della cattura. In poche pagine illuminanti, gli autori, Yves Marry e Florent Souillot, tornano sulla svolta operata in seguito alla crisi della bolla Internet del 2000-2001. È in quel momento che la società Google, allora guidata da Eric Schmidt, capisce che per diventare e rimanere una Big Tech dovrà prima diventare e rimanere una Ad Tech, una società la cui attività principale è la pubblicità. Google svilupperà così il suo “ecosistema” in funzione di questo unico obiettivo: offrire sempre più servizi gratuiti per catturare sempre più la nostra attenzione, trasformandola in una merce per gli inserzionisti. Ha funzionato così bene che oggi, quasi vent’anni dopo, e ora sotto l’egida della casa madre Alphabet, Google detiene più di un quarto del mercato mondiale degli annunci online. L’unica ombra, per così dire, è che ora è diventata dipendente da questa attività, da cui ricava oltre l’80% dei suoi proventi (si parla di 147 miliardi di dollari per il 2020), e non è l’unica: Facebook si trova praticamente nella stessa situazione. La concorrenza è agguerrita e bisogna cercare costantemente nuove fonti di attenzione.
Da dove provengono questi dati? Dall’ultimo rapporto di Human Rights Watch (HRW) dedicato alle applicazioni digitali utilizzate in ambito scolastico (Ed Tech). Pubblicato il 25 maggio, lo studio How dare they peep into my private life? (Come osano ficcare il naso nella mia vita privata?) ci mostra un aspetto ancora poco conosciuto del mondo dell’Ed Tech e del ruolo che Google vi svolge, direttamente o indirettamente. Il suo contenuto è a dir poco esplosivo.
Condotto tra marzo e agosto 2021 in 49 paesi, lo studio mostra che, su 164 applicazioni dedicate, 146 offrivano a terzi – principalmente società attive nel settore pubblicitario – un accesso privilegiato ai dati personali degli studenti senza che questi ne fossero consapevoli, né del resto le autorità competenti. Quattro quinti delle applicazioni effettuavano questo tipo di raccolta tramite applicazioni Google. Per quanto riguarda i dati raccolti, molto spesso non si limitavano alle mura della classe virtuale e riguardavano anche familiari e amici.
Se non c’è dubbio che l’urgenza imposta dai vari lockdown in tutto il mondo abbia spinto le autorità a rinunciare a misure precauzionali adeguate, possiamo essere certi che il mondo dell’Ed Tech – di cui Google fa parte – ha saputo cogliere l’occasione che gli è stata offerta. Lo scenario è noto da tempo: si offre all’autorità competente un prodotto, spesso senza che questa debba sborsare denaro, assicurandole che non pone alcun problema di utilizzo. In questo modo, come osserva HRW, si trasferisce il costo dell’operazione sugli studenti, che lo pagheranno rinunciando, loro malgrado, al loro diritto alla privacy. Anche quando i governi hanno sviluppato le proprie applicazioni, si è scoperto che la maggior parte di esse violava tali diritti.
HRW raccomanda che ogni paese, compresi quelli che non sono direttamente interessati da questo studio, conduca immediatamente delle verifiche. Tutti i dati personali raccolti dovrebbero essere identificati e cancellati il più rapidamente possibile. L’ONG ricorda infine un’ovvietà, tuttavia ignorata da molte amministrazioni pubbliche: è normale pagare per uno strumento, digitale o meno. Se è gratuito, è perché il prodotto è la vostra attenzione. In questo caso parliamo di quella dei bambini e dei giovani, la più preziosa di tutte.
Abderrahim Fakir è morto a Bologna mentre si trovava immobilizzato, ammanettato e disteso a terra durante un intervento di polizia. La sua morte interroga una città che ama rappresentarsi come accogliente, progressista e capace di includere le differenze. Ma, soprattutto, costringe a interrogare il modello di sicurezza che si sta affermando in Italia: un modello fondato sempre più sulla forza, sul sospetto e sulla neutralizzazione dei comportamenti percepiti come anomali, e sempre meno sulla capacità di riconoscere, dietro quei comportamenti, una persona in difficoltà.
Ci sono immagini che non consentono a una città di voltarsi dall’altra parte e quelle degli ultimi minuti di vita di Abderrahim Fakir, che tutti abbiamo visto, appartengono a questa categoria.
Una volta a terra Abderrahim chiede aiuto, domanda dell’acqua, dice di non riuscire a respirare. Viene immobilizzato durante un intervento della polizia in via Italo Svevo, nel rione Pilastro e dopo pochi minuti di fermo, i suoi movimenti cessano. Abderrahim muore così.
La causa precisa della morte deve ancora essere stabilita con certezza. Sono attesi gli esiti degli accertamenti medico-legali, che dovranno chiarire il ruolo delle modalità di immobilizzazione, dello spray urticante, delle condizioni di salute dell’uomo e dei tempi di soccorso. La Procura sta inoltre esaminando altri filmati, le registrazioni delle bodycam e il comportamento delle persone intervenute, compresi gli agenti e gli operatori sanitari.
Attendere l’autopsia e gli accertamenti ufficiali è necessario. Usare questa attesa per fingere che le immagini non sollevino già alcuna questione sarebbe, però, disonesto. La domanda, infatti, non riguarda soltanto che cosa abbia materialmente provocato il decesso, ma il modo in cui una persona confusa o in evidente difficoltà viene percepita dalle istituzioni prima ancora di essere trattata: come un individuo da soccorrere oppure come un corpo da neutralizzare.
Quando qualcuno viene immediatamente classificato come aggressivo, incontrollabile o pericoloso, la sua individualità rischia di scomparire. Le sue parole, i suoi gesti e perfino le sue richieste di aiuto vengono interpretati attraverso l’immagine costruita nei primi momenti dell’intervento: la persona concreta lascia il posto alla categoria, all’idea che ci si fa dell’individuo. Diventa quindi un una minaccia da contenere o un elemento di disordine da riportare sotto controllo ad ogni costo.
È precisamente in questo passaggio, dalla “persona” al “problema”, che il confine tra soccorso e repressione rischia di dissolversi.
Il Pilastro non è soltanto lo sfondo
La morte di Fakir non è avvenuta in un punto qualunque di Bologna. È avvenuta al Pilastro, un quartiere che porta nella propria struttura urbana e nella propria memoria collettiva la storia delle migrazioni, della casa popolare, dell’emarginazione, delle lotte per il riconoscimento e della violenza istituzionale.
Nato negli anni Sessanta per rispondere alla necessità di abitazioni economiche, il Pilastro accolse inizialmente migliaia di famiglie provenienti soprattutto da altre regioni italiane. I primi abitanti si trovarono a vivere in un quartiere incompleto, povero di servizi e fisicamente separato dal resto della città. Furono le mobilitazioni degli inquilini a conquistare scuole, autobus, riscaldamento, strutture sanitarie, impianti sportivi e una biblioteca.
Il Pilastro, dunque, non è stato soltanto costruito dall’urbanistica pubblica o dall’interventismo statale, ma è stato costruito socialmente dai suoi abitanti, dalle loro rivendicazioni e dalla loro capacità di trasformare una periferia assegnata dall’alto in uno spazio di appartenenza e agency collettiva.
Negli anni successivi sono cambiate le provenienze degli abitanti, ma non il meccanismo attraverso cui il resto della città guarda al quartiere. Il Pilastro continua a essere rappresentato, alternativamente, come laboratorio di integrazione o come zona problematica da presidiare. Le periferie spesso sono parte della comunità quando servono a confermare l’immagine di una città inclusiva, ma diventano territori estranei quando emergono conflitto, disagio o comportamenti non conformi. È una contraddizione tipicamente bolognese.
Il quartiere Pilastro viene celebrato quando bisogna raccontare la Bologna solidale. Viene militarizzato o stigmatizzato quando emergono conflitti, disagio e rabbia. È incluso nella narrazione ufficiale della città, ma non sempre nella distribuzione effettiva della sicurezza sociale, della salute mentale e della fiducia nelle istituzioni.
Questo stigma a lungo andare ha finito per influenzare il modo in cui vengono interpretati i comportamenti di chi lo abita. La stessa condotta può essere letta come fragilità, eccentricità o bisogno di aiuto in un contesto socialmente protetto e abitato da cittadini prevalentemente italiani e come pericolosità in un quartiere multiculturale già associato al disordine.
Foto Gianluca Rizzello
Una crisi da curare o una minaccia da reprimere?
Secondo le ricostruzioni disponibili, la polizia era stata chiamata perché Abderrahim si comportava in maniera aggressiva e avrebbe danneggiato un’automobile. Alcuni filmati precedenti alla fase finale mostrerebbero gli agenti mantenere inizialmente le distanze e tentare di tranquillizzarlo.
Anche questi elementi devono essere considerati, perchè isolare pochi minuti dal resto dell’intervento produrrebbe una ricostruzione incompleta e rischierebbe di sostituire l’analisi con una narrazione già chiusa. Ma riconoscere la complessità iniziale dell’intervento non significa sospendere ogni domanda su ciò che avviene dopo. Quando una persona già immobilizzata ripete di non riuscire a respirare, quelle parole non possono essere trattate come semplice resistenza verbale. Non dopo George Floyd, non dopo decenni di studi sui rischi della contenzione prona e non in presenza di personale sanitario.
Tornando al discorso della classificazione iniziale, se una persona è stata classificata come aggressiva fin dal principio, anche una richiesta di aiuto può essere letta come manipolazione, opposizione o tentativo di sottrarsi al controllo. La prima etichetta finisce per orientare l’interpretazione di tutto ciò che segue, e il problema diventa ancora più grave quando questa rigidità percettiva si combina con un forte squilibrio di potere.
Chi è a terra, immobilizzato e ammanettato non ha più la possibilità di correggere l’immagine che gli altri si sono costruiti di lui. La sua parola perde credibilità proprio nel momento in cui il suo corpo dipende completamente da chi lo sta trattenendo.
La questione non consiste nel sostenere che ogni poliziotto sia violento. Sarebbe una generalizzazione ideologica, ma occorre respingere anche l’idea opposta, altrettanto ideologica, secondo cui criticare un intervento significherebbe automaticamente odiare le forze dell’ordine. Una democrazia adulta non protegge la polizia sottraendola alle domande. La protegge imponendo formazione, proporzionalità, trasparenza e responsabilità.
Protegge gli agenti anche riconoscendo che le istituzioni non possono affidarsi esclusivamente alla buona volontà individuale. Devono predisporre protocolli capaci di limitare gli errori di valutazione, le reazioni automatiche e le escalation che possono prodursi quando più operatori confermano reciprocamente la stessa lettura della situazione.
Il metodo ICE e la sua versione italiana
Il paragone con l’ICE statunitense, richiamato anche nel dibattito internazionale seguito alla morte di Abderrahim Fakir, non deve essere inteso come un parallelismo vero e proprio. La polizia italiana non è l’Immigration and Customs Enforcement degli Stati Uniti, Abderrahim non è morto durante un’operazione di espulsione e le leggi del governo italiano non corrispondono a quelle del governo americano.
Però è opportuno sviluppare un parallelismo tra il metodo politico e culturale americano e quello italiano.
Il metodo ICE comincia quando lo straniero, il povero, il senzatetto o la persona in crisi smettono di essere riconosciuti come individui e diventano categorie di rischio. Comincia quando la presenza di un corpo considerato fuori controllo viene interpretata immediatamente come una minaccia, quando la sicurezza non consiste più nel proteggere le persone, ma nel rimuovere rapidamente dalla vista tutto ciò che disturba l’ordine.
Ogni società costruisce dei confini, spesso invisibili, tra chi viene considerato pienamente parte della comunità e chi vi appartiene soltanto a determinate condizioni. Non sono necessariamente confini geografici o giuridici. Sono confini che separano le vite considerate degne di protezione da quelle percepite soprattutto come fonti di rischio, disturbo o paura.
In Italia questa impostazione si manifesta attraverso l’espansione dei poteri di polizia, la criminalizzazione del disagio, l’ossessione per il decoro, la retorica dei quartieri difficili e la tendenza a presentare qualsiasi richiesta di controllo democratico come un attacco agli agenti.
Ricordiamoci che il richiamo al decoro non è mai completamente neutrale: stabilisce quali corpi, quali comportamenti e quali forme di presenza siano compatibili con l’immagine legittima della città. Il povero che dorme in strada, il migrante che occupa rumorosamente lo spazio pubblico, la persona in crisi psichica o chi manifesta un comportamento imprevedibile diventano elementi da allontanare prima ancora che persone da comprendere.
C’è poi un dettaglio che pesa sulla storia personale di Abderrahim. Secondo i suoi legali, l’uomo viveva una paura, ritenuta immotivata, di essere mandato via dall’Italia, mentre era coinvolto in una procedura riguardante il permesso di soggiorno. Questo elemento non prova che quell’intervento della polizia avesse natura razzista, né spiega da solo il comportamento di Abderrahim. Mostra però quanto la precarietà amministrativa possa trasformarsi in paura concreta, soprattutto per chi vive da decenni nel Paese ma continua a percepire la propria permanenza come revocabile.
L’incertezza giuridica non rimane confinata negli uffici amministrativi, ma chiaramente entra nell’esperienza quotidiana di chi la subisce, modifica il rapporto con le istituzioni e può produrre una condizione di allerta permanente. Chi teme di perdere il diritto a restare può vivere anche un incontro ordinario con l’autorità come una minaccia esistenziale.
Il modello ICE non arriva necessariamente con agenti mascherati e furgoni destinati alle deportazioni. Può avanzare anche attraverso una cultura pubblica che divide le persone tra cittadini da rassicurare e presenze da controllare.
La Bologna progressista davanti al proprio limite
Bologna non è una città come le altre rispetto a questo tema. La sua identità pubblica è costruita attorno all’antifascismo, all’accoglienza, ai servizi sociali, al mutualismo e alla partecipazione. Proprio per questo la morte di Abderrahim Fakir apre una ferita più profonda.
Ogni comunità costruisce un’immagine ideale di sé: questa immagine non è necessariamente falsa, ma tende a selezionare gli aspetti della realtà che la confermano e a rimuovere quelli che la contraddicono.
Bologna si pensa come città solidale e progressista, e la morte di Abderrahim costringe quindi la città a confrontare la propria identità dichiarata con una scena concreta di immobilizzazione, sofferenza e morte.
Di fronte a questa contraddizione, la reazione più facile che parte della città ha avuto consiste nel proteggere l’immagine del tessuto sociale bolognese espellendo simbolicamente la vittima dalla comunità. Si insiste allora sulla sua aggressività, sul danneggiamento dell’automobile, sulla sua condizione di alterazione. In questo modo non si nega necessariamente ciò che è accaduto, ma lo si rende meno perturbante: la vittima viene rappresentata come responsabile della situazione che ha condotto alla propria morte.
È facile dichiararsi città dei diritti quando i diritti rimangono un principio astratto, ma è più difficile difenderli quando la persona coinvolta urla, danneggia qualcosa, appare incontrollabile e mette alla prova la capacità delle istituzioni di intervenire senza disumanizzarla.
Il diritto alla vita, al soccorso e a un uso proporzionato della forza non dipende dalla compostezza della vittima. Non è riservato alle persone innocue, educate o immediatamente comprensibili. I diritti servono esattamente nei momenti in cui la persona non riesce a presentarsi nella forma rassicurante che la società si aspetta.
La violenza delle proteste non cancella la domanda originaria
Dopo la diffusione dei filmati, Bologna è stata attraversata da manifestazioni, alcune delle quali si sono trasformate in scontri contro le forze dell’ordine.
Ognuno è libero di ritenere che la violenza possa essere uno strumento di giustizia o meno in risposta alla morte di un cittadino. Ma è importante fare un ragionamenti: questi fatti, purtroppo, permettono alla discussione pubblica di spostarsi dalla morte di un cittadino al concetto di ordine pubblico.
E questo spostamento non è casuale, perché nei conflitti sociali l’attenzione collettiva tende spesso a concentrarsi sull’evento più visibile, spettacolare e immediatamente condannabile.
Un’automobile incendiata produce immagini più semplici da interpretare rispetto a una morte avvenuta durante un delicato e in qualche modo necessario intervento istituzionale. Consente una divisione netta tra colpevoli e vittime, ordine e disordine, civiltà e violenza.
La morte di un uomo durante un’operazione di polizia, invece, impone domande più scomode. Costringe a esaminare procedure, responsabilità, rapporti di potere e forme di violenza esercitate in nome dell’autorità. Impone riflessione, prima di trasformare il dibattito in chiacchere da bar.
E’ quindi una manipolazione usare gli scontri successivi per assolvere preventivamente l’intervento precedente, ed è sempre utile scendere in piazza con questa consapevolezza, per non finire con il cadere nel tranello dei media mainstream, che produrrà una retorica basata sulla classificazione dei collettivi di sinistra e dei manifestanti come bolle criminali, oscurando la rabbia e l’indignazione che si è manifestata da parte di una grande fetta dei cittadini bolognesi di ogni età.
Corteo a Pilastro, Foto Gianluca Rizzello
Chi controlla i controllori?
La morte di Abderrahim Fakir impone infine una domanda istituzionale: quali strumenti possiede oggi un cittadino per verificare realmente l’operato delle forze dell’ordine?
Le bodycam possono essere utili, ma non bastano se le immagini rimangono esclusivamente nelle mani dell’apparato coinvolto. I numeri identificativi sulle uniformi, protocolli pubblici sull’immobilizzazione, una formazione specifica per gli interventi nelle crisi psichiche e organismi di controllo realmente indipendenti non sono misure contro la polizia, sono garanzie per i cittadini e anche per gli agenti che operano correttamente.
Ogni istituzione dotata del potere legittimo di usare la forza costruisce inevitabilmente una propria cultura interna: un insieme di linguaggi, solidarietà, gerarchie, abitudini e interpretazioni condivise, e questa coesione è necessaria per consentire agli operatori di agire in situazioni difficili, ma può diventare problematica quando produce chiusura corporativa, conformismo di gruppo o resistenza al controllo esterno.
La domanda “chi controlla i controllori?” riconosce un principio elementare della democrazia: quanto maggiore è il potere esercitato da un’istituzione, tanto più forti devono essere gli strumenti di verifica.
In casi come quello di Abderrahim occorre garantire che l’accertamento sia pieno, trasparente e comprensibile alla cittadinanza. La fiducia nelle istituzioni non nasce dalla richiesta di credere senza vedere., ma nasce dalla possibilità di verificare, comprendere e contestare le decisioni pubbliche.
Dal Pilastro, una domanda rivolta a tutta la città
La vicenda di Abderrahim non racconta soltanto gli ultimi minuti di un uomo. Racconta il confine tra cura e repressione, tra sicurezza e forza, tra cittadinanza dichiarata e appartenenza realmente riconosciuta.
Racconta anche il Pilastro: un quartiere nato dall’immigrazione interna, cresciuto attraverso le lotte per i servizi e ancora oggi costretto a difendersi dalle rappresentazioni che lo descrivono soltanto attraverso l’emergenza o la devianza.
Da lì arriva una domanda che Bologna non può confinare in periferia: che cosa significa essere una città accogliente quando una persona perde il controllo? Chi viene riconosciuto come qualcuno da proteggere e chi, invece, viene percepito immediatamente come un problema da immobilizzare?
La questione riguarda il modo in cui una comunità stabilisce chi merita empatia. L’empatia pubblica non viene distribuita in maniera uniforme ed è più facile identificarsi con chi appare simile, innocente, composto e rispettabile. È invece molto più difficile riconoscere pienamente l’umanità di chi urla, spaventa, rompe un oggetto, vive una crisi o non riesce a spiegare il proprio comportamento.
Ma è proprio in quel momento che una società rivela la reale estensione dei propri valori: una città non è accogliente soltanto quando celebra la diversità nelle campagne istituzionali o durante i pride. Lo è quando le sue strutture riescono a intervenire su un corpo disordinato, impaurito o aggressivo senza trasformarlo in un corpo sacrificabile.
L’autopsia potrà chiarire la causa medica della morte. La magistratura dovrà accertare eventuali responsabilità individuali. Ma la responsabilità politica e culturale è già visibile: costruire istituzioni capaci di fermare una persona senza smettere di vederla come una persona.
Perché il compito dello Stato non è soltanto mantenere l’ordine, è impedire che l’ordine diventi più importante di una vita. È fare in modo che chi viene affidato alla sua forza ne esca vivo.
la copertina è di Gianluca Rizzello
Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580
Francisco Solar, Joaquín García: Sulla situazione di salute del compagno Juan Aliste Vega Sulla situazione di salute del compagno Juan Aliste Vega di Francisco Solar e Joaquín García È stato…
Scontri in Ucraina. Oltre 200 persone hanno attaccato i militari e ribaltato un veicolo per il reclutamento (Leopoli, Ucraina, 8 luglio 2026) Gravi scontri tra civili, militari e forze dell’ordine…
Per anni l’idea di un attacco informatico condotto interamente da un agente di Intelligenza Artificiale è rimasta confinata ai laboratori di ricerca e alle presentazioni dei vendor. Oggi non è più così. La piattaforma Hugging Face, punto di riferimento mondiale per lo sviluppo e la distribuzione di modelli AI open source, ha confermato di essere […]
La guerra in Ucraina non si combatte solo sul terreno, nel mare o nello spazio aereo. Il cyberspazio è uno degli scenari più attivi, dove vengono perpetrati quotidianamente decine di attacchi mirati alle infrastrutture civili e militari. Il continuo bersagliamento di infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e servizi pubblici ha praticamente trasformato l’intero Paese in […]
L’intelligenza artificiale sta entrando nelle aziende con una velocità che non ha precedenti, ma la sua diffusione sta facendo emergere una realtà che molti responsabili della sicurezza stanno iniziando a sperimentare direttamente: i tradizionali strumenti di difesa non sono stati progettati per proteggere sistemi che ragionano attraverso il linguaggio naturale. Firewall, Web Application Firewall e […]
Il nuovo assetto geopolitico mondiale ha messo a nudo una serie di problematiche che sono state trascurate troppo a lungo. In pratica, quello che per anni abbiamo visto accadere nel software, ovvero l’entusiasmo per le nuove feature che andava a coprire la necessità di rendere sicuro il loro utilizzo, si è applicato anche in mille […]
A leggere il nuovo “2026 Cloud Security Report” realizzato da Check Point insieme a Cybersecurity Insiders, sembra proprio che l’adozione dell’intelligenza artificiale nelle aziende stia crescendo più rapidamente della capacità delle organizzazioni di proteggerla. Il report, basato sulle risposte di 1.042 professionisti IT e cybersecurity provenienti da organizzazioni di tutto il mondo, mostra un quadro […]
Vi invitiamo alla presentazione di due libri di Massimo Filippi: Laika, forse Docu-romanzo che ricostruisce il breve passaggio su questo pianeta della cagnetta Laika. Il libro si snoda in quattro movimenti: la vita di una piccola randagia tra le … Continua a leggere→
Ottavo episodio del Podcast “La Cassetta degli Attrezzi” ECOLOGIA E LIBERTÀ: CONTRO IL CAPITALE, PER LA TERRA Dal Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, un nuovo strumento per analizzare il presente e costruire l’alternativa. 15 minuti di riflessione per liberare l’ecologia … Continua a leggere→
Divenire rivoluzionari.e Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi. ( Derive Approdi ) Incontro con Robero Ciccarelli. Nel centenario della nascita (1925) e nel trentennale della scomparsa (1995) di Gilles Deleuze, il libro di Roberto Ciccarelli propone una nuova lettura di … Continua a leggere→
IMMAGINA L’immaginazione è ciò che precede ogni creazione, ogni rivoluzione, ogni cambiamento personale. MA CHE FINE HA FATTO? Pubblichiamo il video dell’incontro con Stefano Laffi, autore di “Immagina” ( Feltrinelli ) tenutosi domenica 18 gennaio 2026 alle ore 16:00 al … Continua a leggere→
Nuovo Episodio: LA GUERRA: CONTRO I CONFLITTI, PER LA PACE SOCIALE Dal Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, un’analisi diretta sulle logiche belliche che incendiano il presente. Mercoledì 14 gennaio riflessione per smascherare gli interessi dietro i conflitti globali. Ascolta qui … Continua a leggere→
L’immaginazione è ciò che precede ogni creazione, ogni rivoluzione, ogni cambiamento personale. MA CHE FINE HA FATTO? Ne discutiamo con Stefano Laffi, autore di “Immagina” ( Feltrinelli ) domenica 18 gennaio 2026 alle ore 16:00 al Circolo Anarchico Ponte della … Continua a leggere→
La Cina e le vie marittime del commercio: via della seta o posizionamento militare? Incontro con Fabrizio Eva, geografo politico. La Cina e le vie marittime del commercio: via della seta o posizionamento militare? Il confronto economico USA – Cina … Continua a leggere→