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Fragole e sangue. Padroni assassini

Il primo giugno ad Amendolara, paese dell’alta Calabria, si è consumata una strage di immigrati: quattro giovani vite di braccianti sono state arse vive dentro un’auto, per mano di altri immigrati che svolgevano la loro sporca e infame funzione di caporalato.
Si chiamavano Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad, Amin Fazal Khogjani e Waseem Khan. Lavoravano nella raccolta delle fragole.
La notizia, data l’efferatezza della barbarie messa in atto, è subito salita, come si suol dire, all’onor di cronaca ed ecco immediatamente venir fuori gli ipocriti piagnistei dei pennivendoli di mestiere, nonché le ipocrite dichiarazioni dei politicanti di maggioranza, di opposizione e dei cosiddetti bonzi sindacali, tutti pronti a gridare e a scrivere “mai più”, “basta stragi di questa natura”. Lacrime di coccodrillo.

Tutti sanno come non solo il territorio nord della Calabria, che va dalla Sibaritide al Metapontino, ma anche altri territori del sud della Calabria (ad es. la tendopoli di San Ferdinando), nonché altri territori ancora, soprattutto dell’Italia meridionale, siano infestati dalla sotto-mafia del cosiddetto caporalato. Una pratica, quest’ultima, spregevole, infame, però non solo tollerata ma addirittura voluta e protetta da una miriade di aziende che pensano in tal modo di tenere meglio ricattati e soggiogati i lavoratori immigrati.
Tutti sanno come gli immigrati vengono ricattati e costretti a logiche di super sfruttamento, a paghe da fame, a vivere e dormire in tuguri, ammassati in dieci, quindici persone in uno spazio di pochissimi metri quadri. Lo sanno i padroni, lo sa il governo, lo sa l’opposizione, lo sanno i bonzi sindacali. Lo sanno ma fanno finta di non saperlo, fino a quando la tragedia non scoppia.
Anzi, non solo le forze politiche istituzionali ma anche non pochi, fra la cosiddetta gente comune, nello sproloquiare sulla sicurezza con rigurgiti a sfondo razzista, sembra che si dilettino nell’indicare gli immigrati come potenziale di delinquenza; c’è chi lo fa in maniera blanda, sottovoce, con savoir faire e chi invece lo fa col megafono in maniera brutale. Il governo, intanto, in cerca di consensi elettorali vara leggi e leggi sempre più repressive, che però guarda caso non vanno a colpire i padroni, il caporalato, bensì coloro che dissentono, coloro che contro padroni e caporalato lottano.
Dal canto loro, l’opposizione istituzionale e i bonzi sindacali, invece, pur sempre in cerca di consensi elettorali ma in opposta sponda, manifestano a parole dissenso contro la logica autoritaria dei governanti, ma intanto lasciano fare.
Insomma, mentre il teatrino istituzionale procede nella propria strada, gli effetti nel mondo reale continuano a produrre la cancrena di sempre: guerre fra poveri, sfruttamento fra le classi lavoratrici e guerre imperialiste nel mondo, in senso lato.

Il 6 giugno, ad Amendolara, un corteo promosso dalla Cgil ha attraversato le vie del paese confluendo in una piazza centrale. Un corteo di alcune migliaia di lavoratori, provenienti soprattutto dalla Calabria e altre regioni meridionali dell’Italia, per dire no al caporalato, per dire no all’atto selvaggio perpetrato da due immigrati caporali che ha tolto la vita a tre braccianti afgani e ad uno pachistano. Quattro giovani vite barbaramente stroncate che per essere considerate semplicemente vite umane hanno dovuto cessare di esistere, altrimenti da vive, stando alle etichette che il linguaggio del potere affibbia a tutti gli immigrati in senso spregiativo, di sicuro sarebbero state considerate semplicemente vite di clandestini, di irregolari, di potenziali delinquenti. Sarebbe ora che gli stati ed i governi con le loro maggioranze e opposizioni, bonzi sindacali, tutti succubi dei padroni, la smettessero con l’ipocrisia ed assumessero le proprie responsabilità nell’aver costruito un mondo di oppressi ed oppressori, di sfruttati e sfruttatori, un mondo in cui ogni giorno si hanno morti sui luoghi di lavoro, un mondo di lavoratori sottopagati (e non solo tra gli immigrati).
Ma considerato come ben ci sguazzano in questo loro sporco mondo, se aspettiamo che lo facciano… il proverbio dice “campa cavallo che l’erba cresce”. Perciò, mai come oggi occorre far ripartire le lotte dal basso nei luoghi di lavoro, nel territorio, nelle piazze. Lotte non mediate da burocrazie sindacali o da chicchessia. Lotte di azione diretta, autogestite ed autogestionarie. Lotte protese ad iniziare a costruire, già nel qui ed ora, un nuovo mondo fondato sulla libertà. Un mondo che la faccia finita con i padroni e gli stati, con l’oppressione e le guerre.

D. Liguori

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[2026-06-15] ASSEMBLEA DI MOBILITAZIONE @ La Polveriera Spazio Comune

ASSEMBLEA DI MOBILITAZIONE

La Polveriera Spazio Comune - Via S. Reparata 12r, Firenze
(lunedì, 15 giugno 20:30)
ASSEMBLEA DI MOBILITAZIONE

Comunicato rivolto a tutte le realtà e individualità affini che attraversano La Polveriera e il territorio.

Durante il picco dell’onda repressiva innescata dalle azioni messe in campo da Piantedosi contro gli spazi sociali autogestiti, La Polveriera Spazio Comune è riapparsa sui titoli di alcuni articoli di quotidiani; a dicembre 2025, infatti, si leggeva “rischio sgombero” a proposito del futuro dell’occupazione intersezionale che da più di 12 anni (r)esiste nel plesso di Sant’Apollonia.

Le ragioni di tale sgombero? La necessità di liberare gli spazi, fra cui quelli autogestiti de La Polveriera, per avviare i lavori di ristrutturazione del complesso situato in via Santa Reparata 12/R.

La risposta collettiva e di supporto mutualistico che si è registrata a partire dalla fine del 2025 è stata forte. Conseguentemente, a inizio 2026 la richiesta di sgombero è stata ritirata dal tavolo del Prefetto e si sono aperte nuove possibilità.

Attualmente è in atto un'interlocuzione con le istituzioni per visionare i progetti del cantiere, capire nel dettaglio quali spazi saranno interessati e ripensare il futuro di Polveriera. A proposito di quest'ultimo punto, ci immaginiamo una progettualità condivisa affinchè i locali attualmente in uso da La Polveriera rimangano destinati ad una gestione studentesca in termini di aula polivalente/studio ed analoghe.

Da queste interlocuzioni è emersa la conferma che la mensa universitaria collocata nel plesso di Sant'Apollonia continuerà regolarmente la sua attività durante la fase di cantierizzazione; poi, facendo riferimento ai tempi tecnici legati al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, si è compreso che non sarà avviato alcun cantiere prima di Ottobre 2026.

I fondi per la riqualificazione del plesso da parte del DSU non sono europei, ma andrannò annoverati al bilancio regionale (800mila) e statale (5 milioni). Questi fondi devono essere destinati principalmente ad alcune modifiche e ristrutturazioni generali per l'agibilità del plesso e della mensa. Dunque per la ristrutturazione dei bagni, la messa a norma delle porte della mensa, il rifacimento delle scale all'entrata, in modo da consentire un accesso più paritario per le persone a ridotte capacità motorie.

Ribadiamo la necessità di salvaguardare la forma autogestita e di occupazione: guardando non solo all'intensificazione della repressione di questa forma aggregativa a livello italiano, ma anche fiorentino. L'autogestione di spazi occupati rimane per noi l'unica forma valida di creazione di realtà alternative in decisa opposizione al deserto che avanza.

Considerando che la fiducia nelle istituzioni non è da considerarsi una risorsa affidabile, in questi mesi Polveriera si è impegnata per portare avanti diverse attività di convergenza per (ri)costruire una rete di azione solidale capace di affrontare i prossimi mesi.

Dal 14 al 17 febbraio ha preso forma una mobilitazione carnevalesca di quattro giorni che ha posto La Polveriera al centro dell’“utopia della città che cura”. L'espressione si riferisce al rivoluzionario esperimento sociale e terapeutico avvenuto a Trieste alla fine degli anni '90 tramite l'istituzione delle "microaree", ossia distretti di cura che non stanno fermi a guardare le persone marginalizzate dall'esterno, ma diventano parte della loro storia, entrando dentro la loro quotidianità, fino a contribuire allo sviluppo di pezzi di soggettività.

Durante la quattro giorni, grazie all'unione delle forze con la Rete Wish Parade e l'assemblea venerala.org, si è svolto un corteo in difesa degli spazi sociali, è sbocciata una passeggiata rumorosa per la riappropriazione della città, si sono tenute numerose iniziative artistiche e culturali dal basso e si è cercato di riprendere il contatto con il quartiere attraverso pranzi sociali e momenti di aggregazione libera per tutti e tutt3. La partecipazione è stata altissima ed entusiasta.

Parallelamente la Venere Biomeccanica è arrivata nel plesso di Sant'Apollonia a portare solidarietà all'esperienza de La Polveriera, creando un nuovo tassello di convergenza e unione.

La storica statua simbolo delle lotte fiorentine contro la desertificazione di inizio millennio entra nel chiostro di Sant'Apollonia per restituire la sua memoria e infuocare le azioni future. Attorno alla Dea è iniziato un percorso di laboratori politici generativi che si sono concretizzati proprio nei "cerchi della Venere", preziose occasioni di riflessione sulle pratiche comunitarie di uso collettivo.

La comunità politica intergenerazionale sorta in seno ai cerchi della Venere ha fatto emergere proposte concrete: segnaletica storica e di buone pratiche in Sant'Apollonia; un documentario; azioni di presenza nel quartiere; la creazione di una fanzina; una mappatura delle isole accoglienti del centro (grazie alla convergenza con il laboratorio re/situazionista di Cartografia Resistente).

Intanto La Polveriera continua a portare avanti le sue attività settimanali per offrire alla comunità una palestra, un cineforum, una sala concerti, un orto, una cucina condivisa, servizi igienici funzionanti. Tutte le iniziative organizzate nello spazio sono gratuite, a dimostrazione della forza dell'autorganizzazione dal basso. Inoltre, in questi mesi, sono stati anche creati appuntamenti per incentivare la formazione legale dell3 compagn3 attraverso incontri, talk e assemblee, per fronteggiare gli episodi repressivi che ci riguardano da vicino.

Oltre alle attività di lotta, culturali e sociali portate avanti dallo spazio, ci sono le attività di cura che Sant'Apollonia richiede. Nonostante il chiostro sia pubblico, è La Polveriera che si occupa costantemente e fatricosamente della sua pulizia e manutenzione, fornendo un servizio pubblico alla comunità e alla mensa. L'assemblea di autogestione de La Polveriera si occupa direttamente anche di gestire le problematiche sociali che quel chiostro si porta dietro e che le istituzioni fanno finta di non vedere.

Facendo di necessità virtù, nel solco della linea politica dettata da quell'utopia della città che cura ideata dallo psichiatra/militante Franco Basaglia, in questi mesi sono stati organizzati decine di laboratori di formazione per la gestione dell'aggressività, la riduzione del rischio e per un coordinamento dello spazio che sia accogliente e più sicuro. In questo ringraziamo la Cooperativa Sociale CAT, che da mesi supporta La Polveriera attraverso con consulenze, consigli e unità di intervento all'interno dello spazio.

In questo quadro di volontà profonda di convergere con le realtà affini, Polveriera chiama una nuova assemblea aperta il giorno 15 Giugno 2026 alle 20.30 per aggiornare nuovamente la comunità sul futuro dello spazio e condividere insieme nuovi immaginari di azione e organizzazione. La necessità è quella di mettersi al centro di una dimensione di possibilità per questa città, accogliendo progetti, assemblee, iniziative in modo orizzontale e intersezionale.

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La trappola della nostalgia e l’illusione della delega: perché il cambiamento politico parte dal basso

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

I comizi della destra globale basano la loro narrazione su un assunto che pretende di essere la risposta semplice a ogni nostro problema. Una risposta che è dentro di noi epperò è sbagliata. La sintesi del ragionamento è quasi banale: una volta si viveva meglio. L’equazione proposta all’elettore è disarmante nella sua semplicità. Si prende il peggioramento delle condizioni materiali di vita e lo si addebita, in blocco, alle conquiste sociali degli ultimi decenni. Se oggi i giovani non comprano casa o gli stipendi sono fermi, la colpa sarebbe di ambientalisti, femministe e diritti civili. Questo racconto funziona perché intercetta

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Il Gattablu di Scampia. Esperienze di de-istituzionalizzazione della psichiatria

Questo testo, curato da Nicola Valentino per le edizioni “Sensibili alle foglie”, racconta l’esperienza del “Gattablu”, uno dei primi centri di riabilitazione psichiatrica e psicosociale espressione del vasto movimento basagliano nato in Campania nei primi anni ’90, durante la fase di  chiusura dell’ex Ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi, il cosiddetto “Frullone”. Un’operazione coraggiosa, affrontata con l’entusiasmo e l’ottimismo di quel momento storico, dal prof. Sergio Piro e da un gruppo di operator3 che occuparono piccole costruzioni in stato di abbandono diventate poi la casa della comunità che cura, di cui questo libro ci racconta.

Qui, come in altri centri diurni con la medesima ispirazione ideale, iniziano i processi di affrancamento dalle solitudini, si inizia ad allenare relazioni e dialogo, si potenziano strumenti e abilità che consentono di raggiungere uno stato di benessere soggettivo, sociale, e funzionale. Il Gattablu rappresenta uno snodo cruciale di quel processo di de-istituzionalizzazione che ha rivoluzionato la psichiatria e che ha contribuito e contribuisce a migliorare la vita degli utenti e delle famiglie.

I pazienti vengono coinvolti a vari livelli nella gestione delle attività del centro, anche la preparazione collettiva del cibo stimola l’attività e la tessitura di relazioni affettive. L’arte ha un ruolo centrale come forma di “autocura” , quando l’esistenza diventa difficile, è una risorsa vitale, un mondo in cui ci si rifugia e che rigenera, un’esperienza che esce dal centro ad incontrare il mondo fuori: “dall’arte reclusa all’arte pubblica”.

Le opere diventano installazioni in giardini pubblici, fanno parte di mostre e incontrano collezionisti o appassionati, sono sul carro di carnevali di quartiere a Napoli. Molte opere hanno trovato acquirenti e il ricavato di ogni vendita è andato a beneficio di tutta la comunità, nell’ottica di qualcosa di proteso verso un futuro diverso per ognun.

La vocazione inclusiva del centro, all’interno dell’ampio movimento associativo creato dal basso in quegli anni, porta il Gattablu a intessere relazioni con una vasta rete di soggetti e situazioni. Al Gattablu, (nome probabilmente derivato da un gatto che abitava le strutture, e il blu un probabile riferimento al cavallo blu basagliano), nei più di trent’anni di attività, sono state organizzate iniziative, incontri con altre associazioni, progetti con scuole, occasioni di socialità.

Il libro cerca di raccontare proprio il valore umano e sociale di questa rete di legami sociali indispensabile per la cura della sofferenza psichica, una rete che tiene insieme, come osservava Sergio Piro, sofferenza individuale e sofferenza sociale.

Per tornare sull’arte come come modo per uscire fuori dal centro diurno e aprirsi al mondo, è molto interessante la vasta produzione artistica che include dipinti, disegni, sculture, scrittura di racconti, poesie, pensieri.

La stessa ristrutturazione delle palazzine è stata impreziosita da mosaici e installazioni che, insieme a quanto è rimasto nella struttura, costituiscono un patrimonio che ha bisogno di essere innanzitutto preservato, in particolare da quando, a gennaio 2026, l’ASL ha chiuso il centro e stabilito di procedere alla demolizione delle strutture. In questa fase di regressione nei metodi della cura della malattia mentale e di tagli alla sanità, l’incontro con l’archivio “arte ir-ritata” della Coop Sensibili alle foglie, assume un particolare valore per la divulgazione e la protezione di questo patrimonio a rischio di dispersione o di appropriazione indebita. In attesa  che si apra una nuova prospettiva di esistenza per questa preziosa esperienza di cura e solidarietà.

 Il Gattablu         

Una narrazione delle attività artistiche e sociali del Centro Diurno di salute mentale di Napoli Scampia  a cura di Nicola Valentino

Edizioni : Sensibili alle foglie (pag. 109)

recensione a cura di Nadia Nardi

 

 

 

 

 

 

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