Gli schiavi bambini del neocolonialismo verde
Kabila ha cinque anni e non ha mai visto un’auto elettrica in vita sua. Si sveglia tutti i giorni all’alba per percorrere chilometri a piedi con suo padre e altri bambini come lui, fino alla miniera di Rubaya a Nord Kivu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. È un creuseur: passa anche dieci, dodici ore, infilandosi in cunicoli stretti e bui per scavare a mani nude, in mezzo al fango, minerali grezzi di coltan. Rischia la vita per uno o due dollari al giorno, che bastano appena a sfamare la famiglia. Lo scorso 28 gennaio, la sua miniera è franata, causando la morte di oltre 220 persone, tra cui molti bambini suoi amici. Ma continuare a scavare con le sue piccole mani è l’unico modo per sopravvivere. Intanto, dall’altra parte del mondo, tra i palazzi di cristallo e di acciaio di Bruxelles, la parola d’ordine è Green Deal. Si legifera per salvare il pianeta entro il 2050, anno in cui l’Unione Europea ha stabilito per legge che l’Europa dovrà diventare il primo continente a “impatto climatico zero”. Un piano che mobilita mille miliardi di fondi europei e nazionali entro il 2030, per spingere le imprese private a finanziare il resto della svolta green.
Sfruttati come creuseur per estrarre coltan e cobalto nella Repubblica Democratica del Congo
È la grande ipocrisia della transizione ecologica: l’illusione di un pianeta pulito, sepellendo il futuro dei bambini nel fango e sotto le frane. I numeri del fenomeno sono spietati. Sarebbero centomila i minori sfruttati per l’estrazione delle terre rare, nella Repubblica Democratica del Congo. Almeno 40mila – secondo Human Rights Watch – solo per il cobalto, che rappresenta il 70 per cento dell’esportazione mondiale, necessario per alimentare le batterie al litio. Bambini che lavorano in condizioni estreme, senza alcuna protezione, picchiati e maltrattati, se oltrepassano i confini delle miniere. I rari tentativi di porre rimedio sono falliti. Persino, il Supply chain act, nato per obbligare le multinazionali a rispettare i diritti umani, lungo la filiera, si è rivelato un’arma spuntata. Spesso, infatti, i colossi europei usano lo scudo dei subfornitori per dichiararsi formalmente a posto. Oppure, mescolano i minerali estratti dai bambini con quelli industriali per ripulire la filiera. E mentre anche l’Italia arranca nel tradurre la transizione ecologica in realtà, affidandosi ai miliardi del Pnrr – di qualche giorno fa, un’altra tranche di 12,8 miliardi di euro da parte della Commissione europea – e ai decreti d’urgenza, nel resto del mondo si consuma una guerra silenziosa: quella delle terre rare. Diciassette elementi chimici della tavola periodica, strategici nei processi produttivi della transizione ecologica e per la manifattura di tecnologie in campo civile e militare. In Europa, solo Svezia, Finlandia e Portogallo possiedono giacimenti. Il 60 per cento delle terre rare mondiali viene prodotto dalla Cina, che ne processa e raffina quasi il 90 per cento. Un monopolio globale trasformatosi da una questione di mercato ad un’arma geopolitica. Tanto da portare Donald Trump a imporre dazi al Dragone per frenarne l’avanzata tecnologica, costringendo Xi Jinping a limitare l’esportazione delle terre rare. Per ora, c’è una tregua temporanea: stop a nuovi dazi Usa, in cambio del congelamento delle restrizioni cinesi, ma la dipendenza strategica di Washington resta irrisolta. L’Occidente è costretto, quindi, a cercare nuove alleanze, in Africa e America Latina, soprattutto in Brasile, nuove frontiere come la Groelandia e a stringere nuovi accordi con India, Ucraina e Australia. Con i rischi di nuovi teatri di sfruttamento, nei Paesi del Terzo Mondo.
I tunnel per estrarre mica in Madagascar
Uno degli scenari più drammatici è il Madagascar. Qui, i minori – circa 11mila, secondo l’Unicef – rappresentano circa la metà della manodopera impiegata nelle miniere di mica, fondamentale per isolare le batterie delle auto elettriche e i microchip, ad Anosy, Ihorombe e Androy. Il lavoro in miniera è cresciuto a dismisura a causa della siccità, mentre i salari irrisori costringono le famiglie a portare con sè i figli, a partire dai cinque anni, a lavorare in condizioni difficili e insicure. Infilati ore e ore, dentro tunnel sotterranei precari, che possono cedere da un momento all’altro. Esposti alla polvere che può causare una fibrosi irreversibile, con sangue nella tosse. Privati dei diritti fondamentali, come l’accesso ai servizi sanitari di base e l’istruzione. È il prezzo della transizione verde. I forti impatti ambientali nei Paesi in via di sviluppo della corsa all’oro bianco comportano gravi conseguenze sulle condizioni delle popolazioni.
Il “Triangolo del litio” in America Latina con gravi danni ambientali
Questo paradosso si consuma in America Latina, nel cosiddetto “Triangolo del litio”, con un mercato stimato di circa 116 miliardi di euro all’anno, nel 2030. E poco importa se per bloccare le emissioni delle auto, è scoppiata una guerra che coinvolge Cile, Argentina e Bolivia, dove si trova l’80 per cento delle riserve mondiali. Qui, la transizione ecologica si è trasformata in una nuova forma di colonialismo estrattivo, con un drammatico sfruttamento ambientale e idrico. Secondo gli studi dell’università di Antofagasta in Cile, per ogni tonnellata di minerale estratto sono necessari due milioni di litri di acqua. Uno squilibrio idrico che sta provocando il prosciugamento di fiumi e falde acquifere, compresi i laghi e le zone umide ai margini della distesa di sale e nelle montagne, riducendo le già provate popolazioni indigene allo stremo. Nel 2023, le comunità locali di Jujuy, nel nord dell’Argentina, hanno iniziato una protesta, bloccando le principali strade nazionali, contro la riforma costituzionale a favore dell’industria mineraria e del litio, che dichiara la terra indigena di pubblica utilità, limitando il diritto di protesta. Nel solo Salar de Atacama, in Cile, le compagnie minerarie sprecano oltre 170 milioni di litri d’acqua al giorno, causando l’abbassamento dei livelli d’acqua sotterranea dolce di oltre dieci metri, negli ultimi quindici anni, e lo sprofondamento del suolo a un ritmo di uno, due centimetri l’anno. Per costruire le batterie ecologiche europee, si avalla un sistema economico che condanna minori indigeni alla disidratazione, all’avvelenamento chimico e al lavoro forzato, in condizioni climatiche disumane. Bevono acqua fortemente salmastra o da fonti inquinate da arsenico, litio e altri metalli pesanti, con un grande aumento della mortalità infantile.
La transizione ecologica di Bruxelles rischia di passare alla storia come un grande inganno globale: un’ecologia d’élite che, per curare i giardini dell’Occidente, condanna il futuro dei figli degli ultimi della Terra.
L'articolo Gli schiavi bambini del neocolonialismo verde proviene da Visione TV.