Età media 14 anni, oltre 5mila aspiranti popstar ai casting e un investimento milionario. Warner Music e Rai scommettono sulla prima grande operazione italiana ispirata al K-pop. Dietro il progetto Paolo Meneguzzi, che da idolo dei Duemila si reinventa fabbricante di stelle.
La Corea del Sud ha conquistato il pianeta a colpi di coreografie perfette, ritornelli irresistibili e milioni di adolescenti in adorazione. Adesso l’Italia prova a rispondere. E per farlo tira fuori dal cilindro un nome che i nostalgici degli anni Duemila conoscono bene: Paolo Meneguzzi. Il cantante di Verofalso e Non capiva che l’amavo cambia mestiere, o quasi. Da protagonista delle classifiche diventa il regista di Fourteen, una girlband costruita sul modello dei fenomeni coreani BTS e Blackpink, ma con passaporto decisamente più europeo.
Quattro ragazze, età media appena 14 anni, e un’ambizione che non conosce mezze misure: creare un marchio musicale capace di conquistare pubblico, televisione e piattaforme digitali.
Cinquemila candidate, quattro prescelte e milioni sul tavolo
Le protagoniste sono Viola Scalzo, tredicenne di Biella; Sofia Di Giamberardino, quattordicenne romana che si presenta come Deegee; Cahaya Lovisa Kabuhung, quattordicenne di Barcellona con origini svedesi e indonesiane; e Sofia Peleggi, quindicenne romana in arte Sofy. Per individuarle sono state esaminate oltre 5mila candidature, attraverso selezioni online, audizioni a Roma, Milano e Napoli e una settimana intensiva di prove artistiche. Una specie di accademia del pop in versione accelerata, tra canto, ballo, recitazione e presenza sui social.
Il primo singolo, One More Kiss, è già il biglietto da visita. Ma dietro le quattro adolescenti si muove una macchina industriale ben più imponente. Warner Music Italy ha sottoscritto un accordo per tre album, mentre Rai prepara una serie originale destinata a debuttare nel 2027 su V/BE, il nuovo canale per adolescenti di Rai Kids. In lavorazione anche un film dedicato alla selezione delle ragazze.
Meneguzzi cambia spartito: nasce la fabbrica italiana delle idol
Il progetto, sviluppato da Meneguzzi insieme a Daniele Petirro, ha richiesto cinque anni di preparazione e investimenti che, secondo i promotori, raggiungono cifre milionarie. L’obiettivo non è soltanto vendere dischi. È costruire un universo nel quale musica, televisione, video e comunità digitali si alimentino reciprocamente, puntando soprattutto sulle ragazze tra i 10 e i 14 anni. Una strategia che guarda alla Corea, dove le popstar non pubblicano semplicemente canzoni: diventano fenomeni culturali e commerciali.
La scommessa è affascinante, ma il mercato resta il giudice più severo. Perché mettere insieme quattro talenti è una cosa. Trasformarli nelle nuove Blackpink italiane è tutt’altra faccenda.
La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale. A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.
Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet. Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto. La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria. Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.
Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi. Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo. Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi. Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.
Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata. E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere. Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici). La battuta d’arresto era inevitabile.
Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza. Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.
Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi. Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione. La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile. Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.