Ora solare, impatto +24% consumi energetici: ecco come alleggerire la bolletta




Dopo mesi di braccio di ferro, il governo Meloni e la Commissione europea hanno raggiunto un’intesa preliminare sul decreto Bollette. Il via libera definitivo non c’è ancora: Roma dovrà presentare a Bruxelles un nuovo testo delle misure per ridurre il costo dell’elettricità, che dovrà passare al vaglio sugli aiuti di Stato. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin parla di “un primo passo importante” e annuncia che “a breve notificheremo alla Commissione Ue un nuovo testo della norma”, coerente con il quadro temporaneo di aiuti per la crisi in Medio Oriente, il Metsaf. “È stata una trattativa lunga, ma costruttiva, che ha portato a un risultato importante”, ha commentato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che si è detta “molto contenta” dell’accordo che aprirebbe la strada a una soluzione simile alla cosiddetta “eccezione iberica”, quella accordata a Spagna e Portogallo nel 2022 proprio per limitare l’effetto del costo del gas sul prezzo dell’elettricità.
Per capire la posta in gioco tocca partire dal prezzo dell’elettricità e da come viene calcolato. In Italia viene prodotta con rinnovabili: solare, eolico, idroelettrico. Ma anche con il gas. E nel mercato all’ingrosso il prezzo viene spesso determinato dall’ultima centrale necessaria a soddisfare la domanda, che generalmente è quella alimentata a gas. Se per esempio eolico e fotovoltaico non bastano a coprire il fabbisogno e serve anche una centrale a gas, con costi più elevati, il prezzo di mercato viene fissato in base a quest’ultima e riconosciuto anche agli altri produttori. Così, quando rincara il gas, l’aumento può ricadere su tutto il mercato, anche sull’elettricità prodotta con le rinnovabili.
Per attenuare questo effetto, tra le ipotesi negoziate dal governo c’è un tetto convenzionale al costo del gas utilizzato dalle centrali elettriche, e compensazioni pubbliche, finanziate attraverso un meccanismo da definire, a copertura della differenza con il costo effettivo del combustibile. Il tetto permetterebbe così di abbassare il prezzo all’ingrosso dell’elettricità, compresa quella prodotta dalle rinnovabili. I dettagli del meccanismo, però, non sono ancora confermati e andranno verificati sul nuovo testo. Bisogna infatti rispettare le regole europee sulla concorrenza ed evitare che le centrali destinatarie delle compensazioni ottengano un vantaggio ingiustificato rispetto agli operatori di altri Paesi europei.
Resta invece fuori dall’intesa la compensazione dei costi dell’Emission Trading System (Ets), il sistema europeo che obbliga le centrali a pagare per le emissioni di anidride carbonica. Anche questa spesa contribuisce ad aumentare il prezzo dell’elettricità, ma Bruxelles ha chiarito che i rimborsi potranno coprire soltanto il rincaro del gas, non il costo delle emissioni. La Commissione vuole infatti evitare che le compensazioni annullino il costo delle emissioni, pensato proprio per scoraggiare l’uso dei combustibili fossili e incentivare le fonti rinnovabili. La Commissione precisa inoltre che le compensazioni saranno temporanee, finanziate solo dai consumatori che ne beneficeranno e dovranno tradursi interamente in una riduzione dei prezzi per gli utenti finali. Resta da conoscere il contenuto definitivo del decreto che l’Italia invierà a Bruxelles, il costo delle compensazioni e in quale misura, una volta approvato, il meccanismo riuscirà a trasferire i benefici alle bollette. “Sono molto contenta dell’accordo Ue, le abbasserà“, assicura Meloni. L’intesa politica è raggiunta, l’autorizzazione europea deve arrivare.
L'articolo Decreto Bollette, primo passo verso l’intesa con Bruxelles: come funziona il tetto al gas e perché l’Ets resta fuori proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un dato che racconta meglio di altri la mutazione “genetica e sociologica” che sta vivendo la città di Milano. “Negli ultimi anni quattrocentomila milanesi hanno dovuto lasciare la città perché non ce la facevano più a vivere qui” racconta Gianni Barbacetto, giornalista de Il Fatto Quotidiano che ha promosso insieme ad Altreconomia il convegno “Modello Milano, Anatomia di un sistema-città” ospitato nel salone milanese dell’Acli. Due giorni di incontri e riflessioni con studiosi, docenti universitari e scrittori per provare a raccontare come Milano è diventata la città “più cara d’Italia”. Il cosiddetto “modello Milano” è all’opera da almeno una quindicina d’anni, secondo Barbacetto” e si è basato “sulla crescita edilizia, sullo sviluppo immobiliare, sulla cosiddetta rigenerazione urbana con l’obiettivo dichiarato di rendere la città internazionale e attrattiva”. Un obiettivo che è stato raggiunto. “Milano è diventata la città prima in Europa per investimenti immobiliari, soprattutto provenienti dai fondi immobiliari internazionali”. Ma come si è arrivati a questo obiettivo? “Primo, abbassando le quote di prelievo pubblico sulle attività edilizie con gli oneri di costruzione più bassi d’Europa e con monetizzazioni degli standard generalizzate e concesse a prezzi bassissimi – spiega Barbacetto – secondo, abbassando la soglia delle regole urbanistiche, per esempio dilatando il concetto di ristrutturazione usandolo anche per le nuove costruzioni”. I fondi internazionali sono arrivati a Milano per investire “perché costruire qui era più facile e meno costoso”.
L'articolo Barbacetto: “A Milano è in corso una mutazione genetica, 400mila persone hanno lasciato la città per colpa dei costi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il modello Milano ha distrutto ogni regola liberale di governo del territorio non solo qui ma in tutta Italia, perché è ormai dilagato in tutto il paese”. L’allarme arriva dall’urbanista Paolo Berdini nel corso del convegno “Modello Milano, Anatomia di un sistema-città” promosso da Il Fatto Quotidiano e da Altreconomia nel salone milanese dell’Acli. Due giorni di incontri e riflessioni con studiosi, docenti universitari e scrittori per provare a raccontare come Milano è diventata la città “più cara d’Italia”. “Il modello Milano ha indubitabilmente estratto risorse della collettività pubbliche – spiega il direttore di Altreconomia Duccio Facchini – e l’urbanistica da questo punto di vista è una cartina al tornasole perfetta per concentrarle nelle poche mani di grandi operatori privati, non solo dei tanto chiacchierati fondi in investimento stranieri ma in realtà anche di operatori italianissimi che hanno approfittato di una situazione totalmente sregolata sotto il profilo delle regole urbanistiche”. Una trasformazione che ha avuto un’accelerazione dopo Expo 2015.
“Dopo il grande evento, Milano diventa da tutti i punti di vista una global city – spiega lo storico economico Luca Mocarelli – e quello che succede a tutte le global city è che aumentano i prezzi, aumenta la sperequazione del reddito e quindi ovviamente si crea una situazione dove molti hanno tanto, ma ci sono anche tanti che hanno poco e quindi questa cosa qui per la tenuta sociale di Milano è un problema”. E in questo contesto le amministrazioni pubbliche che si sono succedute, secondo il giornalista de Il Fatto Quotidiano Gianni Barbacetto, “hanno via via ridotto il peso del loro intervento di regolazione della dinamica di sviluppo, hanno rinunciato a guidare le trasformazioni consegnando di fatto la regia agli operatori privati e arrendendosi ai processi di finanziarizzazione dell’abitare e della città”. Ma che cosa si intende per finanziarizzazione? “Siamo parlando della trasformazione dei beni immobili in prodotti finanziari” racconta Alberto Bortolotti, Politecnico di Milano. Un processo che non riguarda solo il settore privato. “Questa finanziarizzazione sta passando soprattutto attraverso l’edilizia sociale – avverte la ricercatrice indipendente Sarah Gainsforth – e l’housing sociale sta diventando appunto il cavallo di Troia per l’ingresso del mondo della finanza e dei fondi immobiliari”. Che fare dunque? “stiamo in un momento decisivo nel senso che è intervenuta la magistratura – spiega l’urbanista Berdini – ci sono sentenze anche favorevoli, qualcuna no, però c’è un nuovo percorso da costruire in cui la parte che ha a cuore la città come bene comune può riprendere a pensare a una città che non è solo la valorizzazione ma è la valorizzazione sociale, la valorizzazione umana”. Serve un cambio di passo. “Noi vogliamo che la trasformazione materiale di questa città venga rivolta in un altro senso – conclude la ricercatrice indipendente Lucia Tozzi – a favore dei cittadini e non a favore di chi transita”.
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WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Rafforzare la collaborazione transatlantica nel settore dell’innovazione tecnologica e sostenere gli investimenti nell’intelligenza artificiale, ampliando al contempo le opportunità per le imprese italiane sui mercati internazionali. Sono queste le priorità indicate da Michele Pignotti, amministratore delegato di SACE, intervenuto a margine di un evento dedicato alla cooperazione tra Italia e Stati Uniti.
“Siamo molto contenti di partecipare a questo evento che mira proprio a sviluppare la collaborazione transatlantica con focus sull’innovazione tecnologica”, ha dichiarato Pignotti, sottolineando il ruolo degli strumenti finanziari a sostegno dei grandi investimenti necessari per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie.
“SACE ha molti strumenti innovativi per contribuire a finanziare tutti questi grandi investimenti necessari allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie”, ha spiegato, evidenziando le potenzialità di una collaborazione tra istituzioni finanziarie pubbliche e private italiane e americane.
Un altro asse strategico riguarda la diversificazione dei mercati di destinazione delle esportazioni italiane, con particolare attenzione all’Africa e ai Paesi coinvolti nel Piano Mattei. “Fino ad adesso abbiamo garantito negli ultimi due anni dalla partenza del Piano Mattei ben cinque miliardi di nuovi progetti che consentono la partecipazione alle aziende italiane”, ha affermato Pignotti.
Nel quadro delle strategie di SACE rientrano inoltre nuove iniziative per favorire lo sviluppo delle esportazioni e sostenere le filiere produttive nazionali attraverso il coinvolgimento dei capitali privati.
“Oltre a questo stiamo lavorando su altre direttive strategiche per far fluire capitale privato direttamente alle filiere produttive italiane”, ha concluso.
– foto xp6/Italpress –
(ITALPRESS).
PALERMO (ITALPRESS) – Si rinnova la grande festa a Palermo per la Targa Florio Classica 2026, appuntamento decisivo del Campionato Italiano Grandi Eventi e Ferrari Tribute to Targa Florio. Alla manifestazione, realizzata in collaborazione con l’Automobile Club d’Italia, oltre 200 straordinarie vetture tra i marchi automobilistici più blasonati: Alfa Romeo, Aston Martin, Austin, Ferrari, Fiat, Jaguar, Lancia, Mercedes, Porsche. A dare a Palermo il benvenuto ai partecipanti e agli sportivi, il presidente dell’Aci Geronimo La Russa.
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ROMA (ITALPRESS) – Il debito pubblico italiano scende leggermente ad agosto, ma resta su livelli elevati. Secondo i dati provvisori della Banca d’Italia, a fine mese il debito delle Amministrazioni pubbliche si è attestato a 3.200,8 miliardi di euro, in diminuzione rispetto a luglio. Il quadro cambia se si guarda all’andamento degli ultimi mesi: dall’inizio del 2026, infatti, il debito è aumentato di oltre 100 miliardi, confermando le difficoltà dei conti pubblici. La riduzione registrata ad agosto è arrivata nonostante il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche. A contenere il debito hanno contribuito l’utilizzo delle disponibilità liquide del Tesoro e i rimborsi dei titoli a medio e lungo termine. Sul fronte dei detentori, continua a ridursi la quota di debito in mano alla Banca d’Italia, mentre gli investitori stranieri mantengono una presenza significativa. Un quadro che riflette la distribuzione del debito tra i diversi soggetti che finanziano lo Stato. Le ultime revisioni statistiche hanno inoltre confermato il peso del debito sull’economia italiana: nel 2025 il rapporto tra debito pubblico e Pil si è attestato al 136,7%, in aumento rispetto all’anno precedente.
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Francia e Germania si accordano su un “approccio comune volto a garantire il futuro dell’industria automobilistica europea“. E provano a trascinare gli altri Paesi europei sulla loro linea. Il compromesso raggiunto da Emmanuel Macron e Friedrich Merz punta ufficialmente a conciliare due obiettivi: concedere più “flessibilità” alle case automobilistiche nella transizione dai motori a combustione e rafforzare la produzione industriale europea. Di fatto, Berlino ottiene un allentamento degli obiettivi climatici, Parigi punta a legare più strettamente il sostegno pubblico alla produzione nell’Unione. Stellantis festeggia: “Accogliamo con favore l’accordo come un passo importante verso la finalizzazione del pacchetto europeo per il settore automobilistico. Insieme alle discussioni in corso al Parlamento europeo e alle posizioni già espresse da diversi Stati membri, riteniamo che possa contribuire a concludere rapidamente il processo, garantendo al nostro settore le flessibilità e la chiarezza di cui ha bisogno, affinché possa concentrarsi su ciò che sa fare meglio: innovare e offrire soluzioni ai propri clienti”.
È “approccio equilibrato” che permetterà all’Ue di perseguire i suoi obiettivi climatici e, in parallelo, rafforzare la sovranità tecnologica, la base industriale e la competitività internazionale della sua industria automobilistica, rivendica la dichiarazione diffusa dall’Eliseo. La Germania, che ospita big come Volkswagen, Bmw e Mercedes, vuole ridurre la pressione su un settore messo alle strette dalla concorrenza cinese, i costi industriali e una domanda di auto elettriche inferiore alle attese. La Francia vuole evitare che il mercato europeo diventi uno sbocco per veicoli e componenti prodotti prevalentemente all’estero. Il compromesso scambia dunque flessibilità normativa con protezione industriale. Ma per Transport & Environment (T&E), organizzazione europea che si occupa di trasporti sostenibili, si tratta di “un errore storico”: l’accordo rischia di essere un boomerang e finirà per rallentare gli investimenti nelle tecnologie del futuro. Secondo le sue stime, con regole meno stringenti la quota di veicoli elettrici nell’offerta delle case automobilistiche nel 2030 scenderebbe dal 57% previsto con gli obiettivi attuali al 43%.
La normativa europea ora in vigore prevede dal 2035 una riduzione del 100% delle emissioni medie di CO₂ allo scarico delle nuove auto e dei nuovi furgoni rispetto ai valori di riferimento del 2021. La Commissione ha proposto di annacquarla passando a un taglio del 90% mentre il restante 10% verrebbe compensato attraverso l’utilizzo di acciaio a basse emissioni di carbonio prodotto nell’Unione o da combustibili sintetici e biocarburanti. L’intesa franco-tedesca va oltre: secondo quanto illustrato da Merz, l’obiettivo sarebbe una riduzione del 90% dal 2035, senza obbligo di compensare il restante 10%. Resteranno vincoli sulle emissioni medie delle flotte e le condizioni dovranno essere definite dalla normativa europea. Il cambiamento sostanziale è che verrebbe abbandonato l’obiettivo di azzerare le emissioni allo scarico delle nuove auto, lasciando maggiore spazio a tecnologie diverse dall’elettrico puro. Francia e Germania ribadiscono comunque l’obiettivo di sviluppare e produrre in Europa la prossima generazione di veicoli elettrici. La tesi è che la transizione debba proseguire senza imporre una traiettoria tecnologica troppo rigida a un’industria che attraversa una fase difficile.
L’altro pilastro dell’intesa è il rafforzamento della produzione europea. Il principio è utilizzare incentivi pubblici, appalti e altri strumenti di sostegno per favorire gli investimenti nell’Unione, anziché alimentare le filiere dei concorrenti extraeuropei. Ma stabilire che cosa significhi prodotto in Europa non è semplice visto che molte componenti arrivano da oltre confine. È il caso delle batterie, destinate ad avere un peso crescente nel valore delle auto elettriche.
Transport & Environment critica proprio i requisiti prospettati per il contenuto europeo delle batterie, almeno il 10% nel biennio 2028-2029 e il 20% nel 2030-2031. Secondo l’organizzazione, le soglie sono insufficienti a proteggere gli investimenti europei, considerando che nel 2025 oltre il 50% delle celle impiegate nelle auto elettriche vendute nell’Ue era già prodotto in Europa. Il rischio è che un’auto assemblata nell’Unione possa beneficiare della qualifica di prodotto europeo pur utilizzando batterie cinesi. L’organizzazione avverte che questi vincoli potrebbero compromettere gli investimenti nelle gigafactory europee, mettendo a rischio una capacità produttiva stimata in 164 GWh nel 2027 e 254 GWh nel 2030. “Germania e Francia stanno commettendo un errore storico”, dice Andrea Boraschi, direttore di T&E Italia.
Il ragionamento è che se gli obiettivi climatici diventano meno impegnativi, i costruttori possono avere meno necessità di accelerare lo sviluppo e la commercializzazione dei modelli elettrici. Nel breve periodo questo potrebbe aiutare a contenere i costi e difendere i margini delle auto tradizionali. Nel lungo periodo, però, rischia di ritardare gli investimenti nelle tecnologie che stanno trasformando il mercato mondiale. Allo stesso modo la maggiore gradualità potrebbe proteggere temporaneamente i posti di lavoro legati ai motori tradizionali e alla componentistica, ma non garantisce la creazione di nuove attività nelle batterie, nell’elettronica e nel software. Se queste filiere si sviluppassero soprattutto fuori dall’Europa, la difesa delle lavorazioni esistenti non sarebbe sufficiente a salvaguardare la competitività futura.
In ogni caso l’intesa a due ha davanti una lunga strada prima di tradursi eventualmente in una modifica delle regole europee. Sarà necessario trovare un’intesa con gli altri Stati membri e con il Parlamento europeo, dove restano differenze sulle modalità e sui tempi della transizione. Parigi e Berlino si dicono “determinate” a “lavorare rapidamente con i partner europei” per giungere a un accordo. “Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri lavoratori, delle nostre industrie e dei nostri cittadini: far sì che l’Europa resti un attore di primo piano nella trasformazione globale dell’industria automobilistica”, concludono, ribadendo l’obiettivo di creare “un’industria automobilistica europea competitiva, innovativa e decarbonizzata, che produca in Europa e crei i posti di lavoro di domani”. Secondo Merz, l’Italia è “ampiamente d’accordo”. Anche se non è stata invitata a partecipare.
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Con la prossima legge di bilancio sono in arrivo fino a 100mila euro a testa per i magistrati. Secondo il Sole 24 ore, nelle tabelle del Documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles c’è un “fondo sentenze” da 1,9 miliardi. In particolare, a disposizione delle toghe ci sono 970 milioni di euro, che diventano costi lordi a carico dello Stato, divisi in arretrati una tantum (circa 70mila euro a testa) e aumento fisso in busta paga (20mila euro l’anno). A incassare di più saranno gli oltre 10mila magistrati in servizio già dal 2018, anche se tutti, in modo proporzionale, riceveranno qualcosa.
La misura si spiega andando a vedere il meccanismo di calcolo dei trattamenti economici, utilizzati dall’Istat per far crescere le buste paga dei lavoratori non contrattualizzati. Il sistema fino ad ora utilizzato è stato bocciato dal Consiglio di Stato: per la categoria dei magistrati erano state escluse indennità che invece sarebbero dovute essere pagate. Gli stipendi dei magistrati, infatti, per legge non vengono contrattati anno per anno bensì ogni tre anni e, a partire dal 2018, gli aumenti di stipendio non sono stati calcolati in modo consono. La prossima legge di bilancio, quindi, conterrà i decreti che adeguano le retribuzioni per la magistratura dal 2018 al 2023. Per farlo, il ministro Giorgetti sta rinunciando ai tagli Irpef per il ceto medio e alla detassazione delle tredicesime.
In bilico rimangono le retribuzioni del triennio 2024-26, che potrebbero in futuro essere oggetto di revisione e successiva compensazione. Interessati a questo pagamento ritardato sono pure professori universitari e militari: anche loro fanno parte della categoria “personale di diritto pubblico“, e anche per loro il calcolo dell’Istat potrebbe essere stato sbagliato. I sindacati di ricercatori e docenti si sono già messi in moto per un ricorso collettivo.
“Le somme indicate sono il frutto di una stima priva di fondamento: gli importi effettivi sono di gran lunga inferiori a quelli riportati dal quotidiano: si parla per un magistrato con 20 anni di esperienza di una cifra che non arriva a un quarto di quanto scritto dal quotidiano”, ha spiegato all’Adnkronos l’Associazione nazionale magistrati (Anm) in merito a quanto pubblicato dal ‘Sole 24 Ore’ secondo cui ai magistrati italiani con la legge di bilancio 2027 potrebbero arrivare quasi 100mila euro a testa, in media, tra arretrati e aumenti di stipendio.
La misura nasce dall’obbligo di dare attuazione a una serie di sentenze del Consiglio di Stato relative alla modalità di calcolo dell’indicatore per l’adeguamento triennale di stipendi e indennità del personale di magistratura ed equiparati. “Si tratta, peraltro, di componenti stipendiali dovute per legge, che l’amministrazione ha omesso per anni di corrispondere – osserva l’Anm – Il loro ammontare è la diretta conseguenza dei ritardi accumulati nel pagamento”.
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Due titoli di Stato, entrambi della durata di cinque anni, ma con una differenza fondamentale: incassare gli interessi ogni tre mesi oppure riceverli tutti insieme alla scadenza, nell’ottobre 2031. Da lunedì 19 a venerdì 23 ottobre il ministero dell’Economia e delle Finanze offre la doppia possibilità di investimento: il Btp Valore tradizionale e il nuovo Btp Valore Insieme. I tassi minimi garantiti sono già stati fissati: fino al 4,7% annuo per il primo, il 22,25% complessivo per il secondo. Ma quanto rendono concretamente? E quale conviene scegliere?
Il Btp Valore tradizionale paga una cedola, cioè gli interessi maturati, ogni tre mesi. Il tasso annuo lordo è del 3,7% per i primi due anni, sale al 4,1% per i successivi due e arriva al 4,7% nell’ultimo. Investendo 10mila euro, si incassano complessivamente 2.030 euro lordi, che diventano 1.776,25 euro dopo la tassazione del 12,5%. Alla scadenza, ovviamente, viene restituito anche il capitale iniziale.
Il Btp Valore Insieme funziona diversamente: non paga nulla durante i cinque anni, ma riconosce un’unica maxi-cedola finale del 22,25%. Con gli stessi 10mila euro, gli interessi lordi sono 2.225 euro, pari a 1.946,88 euro netti. I calcoli non comprendono eventuali costi e imposta di bollo.
Quale conviene? Dipende dalle esigenze. Il tradizionale è indicato per chi vuole disporre periodicamente degli interessi, anche per reinvestirli. Insieme si rivolge invece a chi può attendere, rinunciando agli incassi intermedi e preferendo accumulare una somma per obiettivi futuri. Attenzione però: il 22,25% finale non significa necessariamente un rendimento finanziario superiore. Come spiega Davide Iacovoni, direttore del Debito pubblico, i due titoli hanno lo stesso rendimento all’emissione: cambia il momento in cui si ricevono gli interessi. Il confronto tra gli incassi complessivi, del resto, non considera la possibilità di reinvestire le cedole trimestrali.
Inoltre, è possibile acquistarli entrambi, anche contemporaneamente, con un investimento minimo di mille euro per ciascuno. Basta rivolgersi alla propria banca o all’ufficio postale, disponendo di un conto corrente e di un deposito titoli, oppure utilizzare l’home banking abilitato agli investimenti. Il collocamento termina alle 13 del 23 ottobre, salvo chiusura anticipata. I tassi annunciati sono minimi garantiti, che significa che il Tesoro potrà modificarli soltanto al rialzo alla conclusione dell’offerta. Quella che inizia lunedì 19 è l’ultima emissione del 2026 riservata ai piccoli risparmiatori.
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L’Europa o l’Africa? Chi è più inconcludente e meno indipendente? Gli ultimi sviluppi in campo economico-finanziario, oltre che politico, assegnano il podio all’Europa. Lo dimostra anche l’avvio dell’Africa Credit Rating Agency (AfCRA) a Port Louis, Mauritius, da parte dell’Unione Africana (UA).
L’UA dice basta alla dittatura finanziaria delle “sorelle del rating”, Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. L’intenzione è di elaborare delle valutazioni più veritiere su Paesi e imprese africani. L’Unione Europea e i singoli Paesi europei, invece, si accontentano e gioiscono per i resoconti e le pagelle loro “donati” dalle tre agenzie americane private.
Non bisogna mai dimenticare il ruolo centrale e nefasto svolto dalle “Three Big” nella grande crisi finanziaria del 2007-2008, quando elargirono a piene mani il massimo voto, la tripla A, a banche, imprese, titoli e derivati che fallirono poche settimane dopo. Le conseguenze furono devastanti per l’intera economia mondiale! Non sono accuse formulate da qualche buontempone amante delle cospirazioni, bensì i risultati delle indagini del Congresso americano, come il “Financial Crisis Inquiry Report” del 2011.
È noto che i rating del credito influiscono sui costi d’indebitamento e sulla fiducia degli investitori. Se la percezione del rischio non riflette la realtà economica e viene esagerata, i governi possono trovarsi ad affrontare costi di finanziamento più elevati, con la conseguente riduzione delle risorse disponibili per infrastrutture, sanità, istruzione e sviluppo.
L’Economic Commission for Africa dell’ONU stima che i premi per il rischio costino all’Africa circa 75 miliardi di dollari l’anno in maggiori oneri per interessi. Ridurre detti premi rende meno pressante il ricorso al debito pubblico.
Secondo l’Unione Africana, l’onere annuo del servizio del debito estero dell’Africa è salito a 163 miliardi di dollari nel 2024, rispetto ai 61 miliardi del 2010. In molti Paesi, la spesa per interessi ha superato i budget annuali destinati a settori sociali chiave come la sanità e l’istruzione. Una situazione che potrebbe avere conseguenze negative durature per un continente caratterizzato dalla popolazione più giovane e in più rapida crescita al mondo. L’UA ha anche osservato che le economie africane ricevono in media un rating compreso tra B e B-, rispetto a BB per le altre regioni emergenti, un divario che potrebbe limitare la partecipazione di alcuni investitori e aumentare i costi di finanziamento.
L’AfCRA, invece, offrirebbe l’opportunità di affrontare lo squilibrio nelle valutazioni, apportando una comprensione più approfondita delle economie, dei dati e dei percorsi di riforma africani, ampliando così le informazioni a disposizione degli investitori. Potrebbe prendere in considerazione anche la ricchezza del continente, le risorse minerarie ed energetiche, le terre rare, le grandi prospettive di lavoro e le potenzialità della crescita della popolazione. L’obiettivo non è quello di ottenere rating più favorevoli per i Paesi africani, ma di garantire che le loro economie siano valutate con maggiore accuratezza. Essa si concentrerà inoltre sull’approfondimento dei mercati locali e regionali, consentendo ai fondi pensione e alle compagnie di assicurazione africane di investire una quota maggiore dei propri attivi a livello locale anziché all’estero.
Secondo l’Africa Finance Corporation, istituzione multilaterale panafricana creata dai governi del continente, il mercato dei capitali africano ha un valore di circa 4.000 miliardi di dollari. Tuttavia, meno del 5% degli strumenti finanziari possiede un rating.
A leggere le passate valutazioni delle tre agenzie americane viene da piangere. Per 23 Paesi africani non esistono e, per altri 32, esse sono una sorta di copia e incolla di frasi prese da alcuni articoli di analisi molto superficiali e poco documentate. Si evidenziano sempre l’instabilità politica e l’insicurezza rispetto agli investimenti in loco, per cui si sovrastima il rischio d’insolvenza dei mutuatari africani, facendo lievitare il costo del capitale e, con esso, peggiorando le numerose condizioni e garanzie richieste.
L’agenzia sarà indipendente dall’Unione Africana e nessun governo o ente a capitale pubblico potrà avere quote di proprietà o esercitare alcun controllo su di essa. Ciò per salvaguardarne l’indipendenza, la credibilità e l’integrità commerciale. Sarà per un terzo controllata da Plus94, una società sudafricana di ricerca e intelligence con esperienza nel campo dei rating creditizi e delle analisi di mercato. Il resto sarà posseduto da entità economico-finanziarie private.
In Africa, mercati dei capitali più solidi, istituzioni finanziarie più credibili e informazioni creditizie affidabili sono essenziali per sostenere gli investimenti regionali e la trasformazione economica, anche attraverso l’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA), il mercato comune africano in formazione.
La creazione dell’agenzia, pertanto, si inserisce nel più ampio impegno africano volto a riformare l’architettura finanziaria internazionale.
Tuttavia, rating differenti, o migliori, da soli non risolvono le sfide dell’Africa in materia di finanziamento e di sviluppo. Occorrono una gestione macroeconomica oculata, la mobilitazione delle risorse interne, politiche fiscali responsabili e dati economici affidabili. E, naturalmente, meno corruzione e più impegno e responsabilità sociale da parte delle élite e dei governi nazionali.
Al riguardo, chi è senza peccato scagli la prima pietra. I moralismi europei sono fuori luogo, per non parlare dell’America di Donald Trump.
* Mario Lettieri, già deputato e sottosegretario all’Economia; Paolo Raimondi, economista e docente universitario.


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“Abbiamo scritto soltanto i titoli, adesso bisogna svolgere il tema”. Antonio Tajani, vicepremier e leader di Forza Italia, mette le mani avanti sulla prossima manovra e ammette che il confronto sulle misure è ancora tutto da fare. La lunga lista di proposte della maggioranza, a partire dal taglio dell’Irpef per il “ceto medio”, si scontra con la mancanza di risorse: per “misure fiscali” ci sono stando al Documento programmatico di bilancio solo 2,1 miliardi, insufficienti per finanziare l’allargamento a 60mila euro dello scaglione Irpef con aliquota al 33% che al momento arriva fino a 50mila.
A disposizione, se si escludono i 14 miliardi di deficit da utilizzare per difesa e sicurezza energetica, restano meno di 10 miliardi. Di cui peraltro 5 attesi da un nuovo contributo da banche e assicurazioni che lo stesso Tajani non vuole, anzi sostiene “non esistere” a meno che non si tratti di “una scelta concordata e non una scelta imposta”. Di non concordato al momento non c’è nulla: l’Abi ha fatto sapere che la notizia è arrivata senza preavviso. Il “dialogo forte, concreto con tutto il mondo finanziario e con quei settori che possono dare un contributo volontario” sognato dal forzista è tutto da avviare. Ma il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti conferma che l’intervento ci sarà eccome perché “riteniamo che il sistema finanziarlo possa sostenerlo” e “credo che non morirà nessuno“. Del resto, “tenere sotto controllo lo spread è nell’interesse di tutti”, anche delle banche che hanno a bilancio miliardi di euro di Btp il cui valore diminuisce quando i rendimenti salgono.
Tajani quell’intervento non l’ha mai voluto, visto che tra gli interessati c’è anche la Mediolanum che fa capo al gruppo della famiglia Berlusconi. Ma sull’allargamento della seconda aliquota fa mostra di non demordere: “Pensiamo all’abbassamento dell’Irpef, pensiamo anche a far sì che il nostro sistema possa avere una complessiva riduzione della pressione fiscale”. E in aggiunta propone di allargare l’esenzione dal bollo (al momento in vigore solo per il 2027, va ricordato) a tutte le prime auto, oltre a “dare libertà sull’utilizzo nei primi anni del Tfr”.
“Un altro tema importante per noi è la sanità”, aggiunge. “Come sapete, oggi si possono detrarre le spese sanitarie nell’anno successivo a quello nelle quali vengono effettuate. Noi diciamo di anticipare nell’anno stesso, vediamo in quale forma: ci può essere per esempio una card che permette magari agli anziani di poter avere una somma a disposizione per effettuare spese sanitarie, penso alle cure dentali, alle cure oculistiche, quelle che sono fuori dal Servizio sanitario nazionale, o l’acquisto di medicine particolarmente costose”. Nei giorni scorsi era emerso il tentativo di cercare di anticipare le detrazioni Irpef per le spese sanitarie o un bonus a forfait che vada anche a chi non ha capienza fiscale.
Ma intanto dal libro dei sogni di Tajani esce per l’ennesima volta, come da attese, la detassazione delle tredicesime: “Questo rimane sul tavolo ma sarà per una prossima manovra vista la situazione economica”. E chi vivrà vedrà. Visto che “abbiamo ottenuto flessibilità per due tipi di spesa, quella per il risparmio energetico – e lì ci saranno provvedimenti anche a favore delle famiglie e delle imprese – e per la sicurezza”, tocca accontentarsi di “un tema molto importante che riguarda la previdenza dedicata ai militari”.
L'articolo Manovra senza risorse, Tajani spera nella “card per le spese sanitarie degli anziani”. Tramonta (di nuovo) la detassazione delle tredicesime proviene da Il Fatto Quotidiano.
MILANO (ITALPRESS) – Musica, creatività e innovazione sono state al centro di “Ploom Flavour Garden – Something New Is Growing”, appuntamento organizzato da JTI a Milano. Ispirata alla metafora del giardino come luogo in cui idee, persone e talenti possono crescere, l’iniziativa ha visto come protagonista il rapper Ernia, che ha guidato il momento principale della programmazione musicale accanto a una line-up di artisti emergenti.
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(Video in collaborazione con JTI Italia)
Il compromesso c’è, anche se le posizioni restano abbastanza lontane. Però il segnale è arrivato. Nella notte del Consiglio europeo, dove le partite di Giorgia Meloni sull’energia erano più di una, è arrivata una prima vera convergenza sul meccanismo per la tassazione delle emissioni, che molti Paesi, Italia in testa, affiancata dalla Confindustria, vorrebbero rivedere in profondità. Nella convinzione che far pagare le imprese produttrici di energia in base all’inquinamento prodotto sia una delle concause dell’aumento del costo dell’elettricità.
Le posizioni, si diceva. Da una parte il gruppo dei Paesi del gruppo di Visegrad, Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia, che mira a rinviare l’Ets2 (il nuovo sistema dell’Unione europea per lo scambio di quote di emissione di CO2 creato per affiancare il vecchio sistema Ets1) al 2030, mentre i più convinti sostenitori delle energie rinnovabili puntano i piedi e ribadiscono l’indiscutibilità della transizione green e le sue tempistiche, anche a costo di affossare l’industria. Una posizione di mezzo, e qui viene il compromesso, è quella dell’Italia che, pur facendo asse con il Gruppo di Visegrad, non chiede uno slittamento dei termini, ma punta piuttosto a strappare una “eccezione temporanea nazionale”, sul modello di quella concessa a Spagna e Portogallo nel 2023, quando fu concessa la fissazione di un price cap sull’elettricità.
L’accordo del Consiglio sul capitolo Ets si è fatto attendere sino a tarda notte e il punto di caduta si è trovato su una formulazione delle conclusioni finali che “invita la Commissione europea ad aggiornare la valutazione di tutti gli impatti dell’ETS2, in particolare la sua concezione e le sue garanzie”. Il Consiglio europeo, si legge nelle conclusioni, “sottolinea che la transizione energetica rimane la strategia più efficace per conseguire l’autonomia strategica dell’Europa, rafforzare la resilienza, ridurre in modo strutturale i prezzi dell’energia e fornire l’energia pulita, abbondante e prodotta internamente necessaria per alimentare l’economia del futuro, accelerando l’elettrificazione e diffondendo le fonti energetiche rinnovabili e a basse emissioni di carbonio, le reti nonché lo stoccaggio di energia, come anche promuovendo l’efficienza energetica”.
Tuttavia, “nel contesto del riesame in corso del sistema Ets, e al fine di sostenere la competitività industriale europea, il Consiglio europeo ribadisce la necessità di garantire con urgenza un mercato del carbonio ben funzionante, trasparente e prevedibile, proteggere efficacemente dalla rilocalizzazione delle emissioni di CO2, ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e attenuare il suo impatto sui prezzi dell’energia elettrica, preservando nel contempo il ruolo essenziale dell’Ets nella transizione climatica ed energetica attraverso un segnale di prezzo basato sul mercato per le emissioni di carbonio che stimoli gli investimenti e l’innovazione”. Tradotto, la transizione non si tocca, né tanto meno si discute, però il tema dei prezzi dell’energia non può essere ignorato.
Una questione, quella del costo dell’energia che si ripercuote sulla vita quotidiana, a cominciare dai generi alimentari, planata d’altronde sullo stesso tavolo del Consiglio, il quale “sottolinea l’importanza cruciale di affrontare il problema dei prezzi elevati dell’energia. Ha discusso l’impatto dell’attuale contesto geopolitico sulle catene di approvvigionamento globali, sulla sicurezza energetica e sui prezzi dell’energia e dei carburanti, nonché gli effetti sui cittadini , sull’industria e sull’economia nel suo complesso”. Eppure, per Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, non c’è troppo da gioire. “A me pare che quanto uscito dal Consiglio europeo sia solo un ributtare la palla in tribuna, un segno inequivocabile della grande contraddizione nella quale è imprigionata l’Europa”, spiega Tabarelli, raggiunto telefonicamente da Formiche.net.
“L’Europa si è data l’ambizioso, anzi direi ambiziosissimo, obiettivo di ridurre le emissioni del 55% entro il 2040: un obiettivo, diciamocelo, quasi impossibile considerando che oggi siamo a -37% di emissioni. Ora, se la tassazione del carbone, ovvero l’Ets, si alza ancora, allora forse una possibilità c’è, ma questo significherebbe stroncare quel poco di industria rimasta. E in questo momento per molti Paesi alzare le tasse della decarbonizzazione sulle imprese non sarebbe concepibile. Dall’altra, se invece l’Ets cominciamo a smontarlo, è inutile continuare a parlare di transizione anche solo per un altro minuto. Eccola la contraddizione, fermare l’Ets e chiudere il discorso decarbonizzazione o renderlo ancora più pesante ma chiudere imprese e industrie. Per questo, il compromesso uscito dal Consiglio non risolve molto la faccenda”.
LIVORNO - Questo venerdì 16 ottobre si è svolta nella sede camerale di piazza del Municipio, la prima riunione del nuovo Consiglio della Camera di Commercio della Maremma e del Tirreno che resterà in carica fino al 2031. Il Consiglio appena insediato ha confermato il presidente Riccardo Breda, che al suo terzo mandato, guiderà l’Ente per i prossimi cinque anni. Continue Reading
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La Banca d’Italia conferma le stime sul Pil diffuse nei giorni scorsi in Parlamento, riviste al rialzo rispetto a giugno, ma avvisa della forte incertezza che in caso di scenario avverso e un nuovo balzo del greggio potrebbe ridurre la crescita a zero quest’anno e portarla in negativo nei due successivi. Nelle proiezioni macroeconomiche per l’Italia nel triennio 2026-28 la crescita del pil prevista per il 2026 è a +1%, che si ferma a +0,9% tenendo conto delle variazioni stimate su dati trimestrali destagionalizzati e corretti per il numero di giornate lavorative. Per il 2027 la previsione è di +0,7 e 0,8%. Ma, spiega il bollettino economico, in caso di “rincari particolarmente marcati delle materie prime” e di un aumento dell’inflazione la recessione sarebbe alle porte, con il pil in calo di 0,3% in entrambi gli anni.
Rispetto alle proiezioni di giugno di Palazzo Koch le stime di crescita sono riviste al rialzo per 0,4 punti percentuali nel 2026 e 0,3 punti nel 2027. La revisione per l’anno in corso è riconducibile a un impatto della crisi energetica meno marcato delle attese e al buon andamento degli investimenti connessi con la transizione digitale ed energetica e, nel trimestre estivo, del turismo. All’andamento del pil nel 2027 contribuiscono anche le ipotizzate misure di aumento di spesa per la difesa e la sicurezza energetica. I maggiori tassi di interesse agiscono in direzione opposta, frenando l’attività e compensando gli impulsi espansivi nel 2028. Le proiezioni di inflazione sono riviste al rialzo nel 2026 e 2027, rispettivamente per 0,1 e 0,4 punti percentuali, e al ribasso nel 2028, per 0,2 punti percentuali. Dipende soprattutto dal nuovo profilo ipotizzato per i prezzi dei beni energetici, più elevato in particolare per il gas.
”L’andamento dell’attività economica e dell’inflazione dipenderà in misura rilevante dagli sviluppi del conflitto in Medio Oriente e dalle conseguenti ripercussioni sui prezzi delle materie prime energetiche: il perdurare di quotazioni elevate potrebbe determinare un’inflazione ancora più alta e persistente e comprimere la crescita”, sottolinea Via Nazionale. Che ha esaminato una serie di scenari ipotetici sull’evoluzione della crisi mediorientale, caratterizzati da andamenti diversi dei prezzi delle materie prime, definiti in linea con la metodologia utilizzata dalla Bce per gli scenari riferiti all’area dell’euro. In uno scenario “severo”, con “rincari particolarmente marcati delle materie prime, la crescita del Pil è inferiore a quella dello scenario di base per quasi 2 punti percentuali cumulativamente nel triennio di previsione” mentre “l’inflazione è più elevata per oltre 3 punti percentuali, concentrati soprattutto nel 2027”.
In uno scenario avverso ma meno estremo, “gli effetti sull’attività economica e l’inflazione sarebbero qualitativamente analoghi, ma più contenuti” mentre in un’ipotesi più favorevole, “in cui l’andamento dei prezzi energetici sarebbe più moderato che nello scenario di base, la crescita è più elevata, per 0,4 punti percentuali cumulativamente nel triennio” e “l’inflazione scendere di circa mezzo punto percentuale”.
“L’attività economica globale ha mostrato una tenuta superiore alle attese, nonostante il protrarsi delle tensioni geopolitiche”, si legge. “La crescita ha continuato a beneficiare degli investimenti connessi con l’intelligenza artificiale (IA), che hanno contribuito ad attenuare gli effetti del rincaro dei prodotti energetici, seppure in misura diversa tra i principali paesi. La domanda interna rimane robusta negli Stati Uniti, mentre in Cina la crescita è sostenuta dagli scambi con l’estero. Al netto dei prodotti energetici la dinamica del commercio si sarebbe mantenuta solida, alimentata dalla domanda di beni per l’IA”.
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L’inflazione in Italia sale al 4,2% a settembre, ai massimi da tre anni. A spingerla sono soprattutto i rincari dell’energia e degli alimentari freschi. L’Istat conferma così la sua stima preliminare, con l’indice nazionale dei prezzi al consumo aumenta dello 0,7% rispetto ad agosto, mentre su base annua la crescita sale dal 3,3% al 4,2%. Ad essere colpite sono soprattutto le famiglie con minori disponibilità: nel terzo trimestre 2026 i prezzi sono aumentati del 4,4% per i nuclei con bassi livelli di spesa, contro il 2,9% di quelli con i livelli più alti.
I prezzi dei beni energetici, principali responsabili dell’impennata, salgono del 22,6% su base annua, contro il 17,1% di agosto. Ancora più marcati gli aumenti degli energetici regolamentati, come luce e gas quando a stabilire il prezzo è un’autorità pubblica e non il mercato, passati dal 18,6% al 25,8%, mentre quelli non regolamentati accelerano dal 17% al 22,5%. Su base mensile i rincari sono rispettivamente del 5,8% e del 4,6%. La dinamica investe anche gli alimentari, con una crescita annua che passa dall’1% all’1,7%, interamente dovuta ai prodotti non lavorati, saliti dal 3,8% al 5,5%. Il cosiddetto “carrello della spesa” accelera dallo 0,9% all’1,5%, mentre i prodotti acquistati più frequentemente registrano rincari del 5,2%, contro il 4,3% di agosto. Aumentano anche i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+2,9%) e quelli relativi ai trasporti (+1,6%).
Particolarmente pesanti i rincari di frutta e verdura. Secondo le elaborazioni di Adusbef, su base annua i carciofi aumentano del 28%, le fragole del 27,2%, i pomodori del 19,3%, cavolfiori e broccoli del 18,7%. L’Unione Nazionale Consumatori segnala che, nel solo mese di settembre, i pomodori sono rincarati del 21,1%, le zucchine del 16,7% e i cetrioli del 14,8%. Per le associazioni, a pesare sono i maggiori costi dell’energia, dei carburanti e dei trasporti, oltre ai fattori climatici. Le associazioni dei consumatori parlano di “una batosta per i consumatori”, secondo il Codacons, che stima una maggiore spesa di 1.389 euro a famiglia, mentre per l’Unione Nazionale Consumatori si tratta di 1.116 euro. Per il presidente Massimiliano Dona “siamo solo all’inizio”, avvertendo del rischio di ulteriori rincari con l’arrivo delle bollette invernali.
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LIVORNO – L’amministrazione comunale di Livorno compie un importante passo in avanti nel contrasto all’emergenza abitativa con la pubblicazione della graduatoria definitiva dei partecipanti e dell’elenco dei concorrenti esclusi dedicati al Bando affitti per l’annualità 2026, approvati con la determinazione dirigenziale di oggi (16 ottobre). Gli elenchi completi sono consultabili sul sito istituzionale del Comune di Livorno e, nel pieno rispetto della normativa sulla tutela della privacy, figurano ordinati per numero di domanda, il codice identificativo rilasciato dal sistema al momento dell’inoltro della candidatura.
Per sbloccare l’erogazione dei contributi scatta ora la fase di verifica dei pagamenti. A partire dal 2 gennaio 2027 ed entro il termine perentorio del 31 gennaio 2027, i richiedenti posizionati nelle prime venti posizioni della Fascia A dovranno presentare tutte le attestazioni e le ricevute che certifichino l’avvenuto saldo del canone di locazione nel corso dell’anno 2026. Per beneficiare del contributo economico occorrerà esibire le ricevute rilasciate dal proprietario dell’immobile oppure, in alternativa, un’attestazione firmata dallo stesso locatore con allegata la copia del suo documento d’identità in corso di validità.
La documentazione giustificativa potrà essere trasmessa secondo tre differenti modalità: mediante consegna a mano direttamente all’Ufficio Programmazione e servizi per il fabbisogno abitativo in via Pollastrini 1 negli orari di apertura al pubblico; tramite raccomandata con avviso di ricevimento indirizzata al Comune di Livorno, Ufficio programmazione e servizi per il fabbisogno abitativo, sempre in via Pollastrini 1 (in questo caso farà fede il timbro postale); oppure via Posta elettronica certificata all’indirizzo comune.livorno@postacert.toscana.it, a condizione che anche il richiedente invii dal proprio account Pec. In caso di decesso del beneficiario, la somma spettante sarà assegnata agli eredi, che dovranno consegnare entro il 31 gennaio le ricevute maturate fino alla data del decesso unitamente alla documentazione probatoria del proprio stato ereditario.
L’erogazione materiale delle risorse finanziarie avverrà nei limiti dei fondi trasferiti dalla Regione Toscana e di quelli stanziati direttamente dal bilancio del Comune di Livorno, seguendo rigorosamente l’ordine della graduatoria generale definitiva e partendo dai soggetti della Fascia A fino all’esaurimento della disponibilità economica. L’ufficio sottolinea con fermezza che la mancata presentazione della documentazione o l’inoltro di carte errate entro il 31 gennaio causerà la decadenza automatica dal diritto al contributo, senza alcuna possibilità di sanatoria successiva alla scadenza.
Infine, dall’1 febbraio 2027, qualora si registrassero economie o risorse residue, l’amministrazione comunale renderà noti l’eventuale scorrimento della graduatoria e le scadenze per i nuovi aventi diritto tramite un avviso pubblicato sulla rete civica.
Per chiarimenti e informazioni, l’Ufficio programmazione e servizi per il fabbisogno abitativo è raggiungibile ai numeri telefonici 0586.820070 e 0586.820101 dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e nei pomeriggi di martedì e giovedì dalle 15.30 alle 17,30, oppure tramite l’indirizzo e-mail contributoaffitto@comune.livorno.it.

MILANO (ITALPRESS) – E.ON Italia si insedia a Horizon nel cuore di MIND – Milano Innovation District, con una nuova sede in uno dei principali ecosistemi italiani dedicati all’innovazione e alla ricerca. Un’inaugurazione che rafforza il legame con il distretto, dove l’azienda – attraverso E.ON Energy Infrastructure Solution – contribuisce allo sviluppo energetico di MIND con ectogrid, il sistema che integra infrastrutture energetiche e gestione digitale per coordinare i fabbisogni di riscaldamento e raffrescamento degli edifici.
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(video in collaborazione con E.ON)
MILANO (ITALPRESS) – Riciclabilità dei materiali, riduzione dell’impronta di carbonio, minore peso delle strutture e maggiore efficienza nella costruzione. E, anche, maggiore sicurezza. Sono i principali vantaggi dei sistemi a base gesso, secondo Luca Sironi, presidente di Assogesso, che sottolinea le potenzialità di queste soluzioni per un’edilizia più sostenibile e performante. “Un sistema a secco è intrinsecamente riciclabile al 100%, smontabile, demolibile, con evidenti vantaggi”, afferma Sironi in un’intervista a Italpress.
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Guai a pensare che le terre rare siano una cosa e l’energia un’altra. In un mondo ultraveloce, iperconnesso e molto tecnologico, chi ha più materia prima è quello che vince. Lo sanno, per esempio, gli Stati Uniti, che da molto tempo hanno posto le basi per una propria autonomia, sia in termini di estrazione, sia di raffinazione, tagliando i ponti con la Cina. Anche l’Europa dovrebbe fare altrettanto, anche se di minerali nel sottosuolo non ne ha poi in grosse quantità. Eppure, secondo gli esperti dell’Istituto per gli affari internazionali (Iai) autori di un voluminoso report dedicato alla politica industriale continentale, varrebbe la pena tentare.
“Materie prime, energia, IA e infrastrutture digitali non devono essere considerate ambiti separati, ma parti di una medesima architettura industriale. La disponibilità di materiali critici e semilavorati condiziona la produzione di tecnologie verdi, sistemi digitali e componenti per la difesa”, si legge nel report. “L’energia determina la competitività dei processi produttivi e la sostenibilità della capacità di calcolo, mentre l’IA incide sull’organizzazione della manifattura, sulla logistica, sulla progettazione e sulla sicurezza; le infrastrutture cloud, data storage, telecomunicazioni e satellitari costituiscono la base materiale della sovranità digitale. Ne deriva l’esigenza di una politica industriale realmente olistica, capace di integrare politica energetica, politica digitale, sicurezza economica, difesa, ricerca e manifattura, superando la frammentazione tra capitoli settoriali e tra competenze amministrative”.
Guardando alle materie prime critiche, “costituiscono la base materiale della transizione verde e digitale. La loro criticità deriva da una combinazione precisa: elevata rilevanza economica e forte rischio di approvvigionamento. Il primo nodo è però strutturale. Le tecnologie energetiche e digitali richiedono quantità di materiali critici molto superiori rispetto alle tecnologie che hanno sostenuto l’economia del Novecento. Ciò implica non solo un’accelerazione degli investimenti industriali in Europa e in Italia, ma anche una profonda riconfigurazione delle materie prime, energia, IA e infrastrutture digitali, che devono essere considerate parti di una medesima architettura industriale”.
Ora, secondo lo Iai, “l’estrazione e raffinazione sono localizzate in pochi Paesi e la Cina detiene una posizione dominante in diverse fasi della catena del valore, controllando gran parte dell’estrazione e della raffinazione delle terre rare e quote rilevanti di altre materie strategiche. Altri poli cruciali sono l’America Latina, che concentra una quota significativa delle riserve globali e ospita il triangolo del litio tra Argentina, Bolivia e Cile e l’Africa, dove, ad esempio, la Repubblica Democratica del Congo domina la produzione di cobalto, mentre il Sudafrica è tra i principali produttori di platino e palladio”. Ebbene, questa geografia delle risorse “espone Europa e Italia a vulnerabilità economiche e geopolitiche: volatilità dei prezzi, interruzioni delle forniture e possibile utilizzo delle esportazioni come leva di pressione politica. Il problema, dunque, non è tanto la scarsità delle risorse quanto la sicurezza dell’approvvigionamento”.
E allora, che fare? “Per affrontare queste vulnerabilità, l’Unione europea ha adottato nel 2024 il Regolamento Ue sulle materie prime critiche, che stabilisce obiettivi vincolanti al 2030: almeno il 10% del consumo da estrazione interna, il 40% da trasformazione interna e il 25% da riciclo. Si tratta di un disegno ambizioso che tuttavia rischia di riprodurre relazioni asimmetriche con i Paesi produttori se tali partenariati non saranno fondati su modelli di coproduzione e valore condiviso. Questo squilibrio lascia scoperte le fasi di trasformazione della catena del valore. L’industria europea, infatti, dipende in misura significativa anche dall’importazione di semilavorati, ossia materiali già parzialmente trasformati che incorporano fasi produttive ad alto valore aggiunto localizzate all’estero”.
Ed ecco il capitolo energia. “Il tema degli approvvigionamenti strategici è strettamente legato alla sicurezza energetica, tornata al centro dell’agenda europea dopo lo shock provocato dalla guerra russa in Ucraina. Si tratta della capacità di garantire una disponibilità continua di energia a prezzi sostenibili, attraverso fonti sufficientemente diversificate da assorbire eventuali shock esterni. Le principali dimensioni della sicurezza energetica riguardano la sicurezza delle forniture, la resilienza delle infrastrutture, il grado di integrazione del mercato interno e una dimensione geopolitica legata al rischio di strumentalizzazione delle interdipendenze energetiche. L’Unione si trova quindi a dover conciliare obiettivi in tensione: garantire la sicurezza degli approvvigionamenti e, al tempo stesso, accelerare la transizione verso un sistema energetico a basse emissioni”.
Il problema è che “l’economia europea rimane quindi fortemente esposta agli shock energetici. Il gas rappresenta circa il 39% del consumo finale di energia dell’industria europea, mentre il trasporto su strada assorbe circa il 73% del petrolio utilizzato nell’Ue. Inoltre, il gas continua spesso a determinare il prezzo marginale dell’elettricità, trasmettendo la volatilità energetica all’intero sistema economico. In questo contesto, la dimensione energetica assume una valenza strutturalmente strategica. La competizione economica e tecnologica si gioca sempre più sulla capacità di trasformare energia in capacità di calcolo e in valore industriale. In altri termini, infrastrutture energetiche, digitali e industriali tendono a convergere, e i Paesi in grado di integrarle efficacemente disporranno di un vantaggio competitivo strutturale. Ne consegue che sicurezza energetica e transizione climatica non sono alternative, ma dimensioni della stessa strategia industriale”.

ROMA (ITALPRESS) – Nel 2024 il valore dell’economia non osservata è pari a 218,2 miliardi, in aumento dello 0,3% rispetto al 2023, a fronte di una crescita del Pil corrente del 3,2%. La sua incidenza sul Pil scende al 9,9% dal 10,2% dell’anno precedente con una riduzione di 0,3 punti percentuali. E’ quanto emerge dai dati del report Istat sull’economia sommersa in Italia.
La dinamica complessiva dell’economia non osservata è sostenuta dalla crescita del valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare, che aumenta del 3,9% (corrispondente a circa 3,1 miliardi di euro). Rispetto all’anno precedente, il valore aggiunto dovuto alla sotto-dichiarazione registra una flessione dello 0,6% (pari a -0,6 miliardi di euro). Più marcata, invece, la contrazione delle altre componenti del sommerso: mance e fitti non dichiarati diminuiscono del 13,1% (pari a -1,6 miliardi) rispetto al 2023. In calo anche le attività illegali, che registrano una riduzione dello 0,9% (circa -0,2 miliardi).
Nel complesso, il peso del sommerso economico sul valore aggiunto è più elevato negli Altri servizi alle persone, dove raggiunge il 30,7%, nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (18,5%) e nelle Costruzioni (17,7%). Si osserva invece un’incidenza più contenuta negli Altri servizi alle imprese (5%), nella Produzione di beni d’investimento (4%) e nella Produzione di beni intermedi (1,4%). Nel 2024 emerge una significativa ricomposizione del peso relativo delle diverse componenti dell’economia non osservata. In particolare, la quota del valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare sale al 36,8%, con un incremento di 1,3 punti percentuali rispetto al 2023 (35,5%). Di converso, il peso del valore aggiunto da sotto-dichiarazione scende al 49,3%, dal 49,7% del 2023. Le altre componenti del sommerso rappresentano il 4,9% del totale dell’economia non osservata, rispetto al 5,6% nel 2023. Continua, infine, il progressivo ridimensionamento del peso dell’economia illegale sul totale dell’economia non osservata.
Nel 2024 la sua quota si attesta al 9,1%, un punto percentuale al di sotto del livello del 2021 e 0,1 punti in meno rispetto al 2023. Nel 2024 le unità di lavoro a tempo pieno (Ula) in condizione di non regolarità sono 3 milioni e 277mila, di cui 2 milioni e 396mila unità sono occupate come dipendenti. Rispetto al 2023, il lavoro irregolare aumenta del 4,6%, pari a poco più di 145mila Ula. Nel 2024 il valore aggiunto generato dalle attività illegali è stimato pari a 19,8 miliardi di euro, corrispondenti allo 0,9% del Pil; tale valore include l’indotto, ossia la valutazione dei beni e servizi legali utilizzati nei processi produttivi illegali. Nel 2024 si registra una diminuzione di 0,2 miliardi di euro del valore aggiunto generato dalle attività illegali. Anche i consumi finali di beni e servizi illegali sono lievemente diminuiti, attestandosi a 22,5 miliardi di euro, pari all’1,7% della spesa complessivo per consumi finali.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).
MILANO (ITALPRESS) – Per il settore della gomma in Italia il 2026 è stato finora un anno di luci e ombre, tra segnali positivi e difficoltà legate ai costi dell’energia e alle crisi geopolitiche internazionali. A fare il punto è Giovanni Panico, direttore di Assogomma, in un’intervista all’Italpress.
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Oltre 218 miliardi di euro, quasi un decimo del Pil italiano. È il valore (aggiornato al 2024) dell’economia non osservata, che comprende il sommerso e le attività illegali. Il fenomeno, secondo le stime diffuse dall’Istat, si allarga in valori assoluti dai 217,6 miliardi del 2023 ma rallenta lievemente in rapporto al pil: l’incidenza sul prodotto interno lordo è scesa al 9,9% dal 10,2% del 2023. Continua però ad allargarsi il fronte del lavoro irregolare. Nel 2024 le unità di lavoro non regolari sono state 3 milioni e 277mila, oltre 145mila in più rispetto all’anno precedente, con un aumento del 4,6%. Il tasso di irregolarità, calcolato sul totale delle unità di lavoro, è salito così dal 12,7% al 13,1%: più di un’unità di lavoro su otto è irregolare.
L’economia sommersa, al netto delle attività illegali, si attesta a 198,4 miliardi di euro, 800 milioni in più rispetto al 2023. La sua incidenza sul Pil torna al 9%, dal 9,2% dell’anno precedente, interrompendo la crescita registrata nel biennio precedente. Ma all’interno del sommerso le componenti si muovono in direzioni opposte. La sotto-dichiarazione, vale a dire i redditi non dichiarati al fisco dalle imprese attraverso comunicazioni intenzionalmente errate di fatturato e costi, resta la voce più consistente: vale 107,6 miliardi, contro i 108,2 miliardi del 2023, con una flessione dello 0,6%.
Al contrario, il valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare sale a 80,3 miliardi, dai 77,2 miliardi dell’anno precedente: 3,1 miliardi in più, pari a una crescita del 3,9%. Il lavoro irregolare pesa così per il 36,8% sul valore dell’intera economia non osservata, contro il 35,5% del 2023. La quota riconducibile alla sotto-dichiarazione scende invece dal 49,7% al 49,3%. Si riducono anche le componenti residuali del sommerso, che comprendono tra l’altro fitti e mance non dichiarati: da 12,2 a 10,6 miliardi, con una contrazione del 13,1%.
Anche le attività illegali, che comprendono il traffico di stupefacenti, i servizi di prostituzione e il contrabbando di tabacco, arretrano leggermente, passando da circa 20 miliardi a 19,8 miliardi, lo 0,9% in meno, pari allo 0,9% del Pil. Il valore aggiunto del traffico di droga scende da 15,3 a 14,9 miliardi, mentre quello dei servizi di prostituzione sale da 4,1 a 4,2 miliardi.
L'articolo L’economia sommersa e illegale vale oltre 218 miliardi nel 2024: 107,6 di redditi non dichiarati. I lavoratori irregolari salgono a 3,27 milioni, +4,6% proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per molti anni le imprese hanno considerato la geopolitica una materia distante dalla gestione aziendale, affidata soprattutto ai governi, alla diplomazia e agli analisti internazionali. Guerre, embarghi e crisi politiche apparivano eventi eccezionali, mentre le strategie industriali si concentravano sull’efficienza, sull’innovazione e sull’apertura dei mercati. La globalizzazione sembrava consentire alle decisioni economiche di procedere indipendentemente dagli equilibri politici. Oggi questa separazione non è più sostenibile.
La competizione tra Stati Uniti e Cina, la guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, le restrizioni tecnologiche e le nuove barriere commerciali hanno riportato la politica internazionale dentro i bilanci delle aziende. La disponibilità di un componente, il costo dell’energia, la continuità di una rotta marittima o l’accesso a un mercato possono cambiare per decisioni assunte a migliaia di chilometri di distanza. La geopolitica non è più un’emergenza occasionale: è una condizione ordinaria dell’attività d’impresa.
Questa trasformazione riguarda direttamente l’Italia. Il nostro sistema produttivo ha una forte vocazione esportatrice, ma dipende anche da materie prime, tecnologie e forniture internazionali. Non sono esposte soltanto le multinazionali. Una media azienda manifatturiera può subire le conseguenze di un dazio americano; una piccola impresa inserita in una filiera può risentire dell’interruzione di una fornitura asiatica senza avere strumenti adeguati per comprenderne le cause e predisporre alternative.
La questione è entrata con forza anche nell’analisi di Confindustria. Nel rapporto del Centro Studi del 16 settembre 2026, «Export italiano tra fratture e nuove rotte», si osserva che la distanza geopolitica fra Paesi sta diventando un fattore strutturale degli scambi commerciali. Il commercio mondiale continua a crescere, ma si redistribuisce in modo diseguale: nei primi sei mesi del 2026, rispetto al 2024, l’Asia ha dato un ulteriore contributo decisivo alla crescita delle esportazioni mondiali. La frammentazione non coincide dunque con la fine della globalizzazione, ma con una sua riconfigurazione, nella quale i rapporti politici pesano sempre di più.
Il Centro Studi richiama anche un aspetto decisivo: le interdipendenze commerciali e tecnologiche possono trasformarsi in vulnerabilità industriali e strumenti di pressione. Per le aziende italiane questo significa che diversificare mercati e fornitori non è soltanto una scelta commerciale, ma una questione di continuità operativa. Lo stesso rapporto, tuttavia, invita a evitare risposte semplicistiche: riportare tutte le produzioni in Europa non sarebbe né realistico né efficiente. Occorre individuare le dipendenze realmente critiche e scegliere dove investire in resilienza.
Il rapporto di previsione di Confindustria presentato in questi giorni, «Per far crescere l’Italia: fronteggiare gli shock internazionali e rafforzare le imprese», già nel titolo quanto gli shock esterni siano ormai centrali nella riflessione sulla competitività. Il passaggio ulteriore, per le imprese, consiste nel tradurre questa consapevolezza in una capacità manageriale stabile: non basta conoscere le minacce, bisogna sapere come esse modificano decisioni, responsabilità e priorità.
La riflessione internazionale sul management ha preparato questo cambiamento. In passato il «political risk» indicava prevalentemente i rischi legati agli investimenti esteri: instabilità istituzionale, nazionalizzazioni, conflitti e cambiamenti normativi. Nel 2005 Ian Bremmer, sulla Harvard Business Review, sostenne la necessità di integrare stabilmente l’analisi politica nelle decisioni aziendali. Nel 2012 Robert Kaplan e Anette Mikes mostrarono che i rischi esterni non possono essere eliminati con semplici procedure di controllo, ma richiedono scenari e capacità di adattamento.
John Chipman, nel 2016, arrivò a proporre per le grandi multinazionali una vera capacità di relazione strategica con governi e istituzioni, quasi una politica estera aziendale. Due anni dopo Condoleezza Rice e Amy Zegart ampliarono il quadro: i rischi politici possono provenire non soltanto dagli Stati, ma anche da organizzazioni internazionali, piattaforme digitali, movimenti sociali e altri soggetti in grado di incidere su mercati e reputazione. L’attenzione si è così spostata dalla singola crisi alla preparazione dell’organizzazione.
Che cosa cambia concretamente per un’impresa? La selezione di un fornitore non può dipendere soltanto da prezzo, qualità e puntualità. Deve considerare anche la concentrazione geografica della produzione, le restrizioni commerciali, le rotte di trasporto e la possibilità di sostituire componenti essenziali. Un’offerta conveniente può rivelarsi costosa se una crisi blocca per settimane gli approvvigionamenti. Allo stesso modo, la localizzazione di uno stabilimento richiede di valutare sicurezza energetica, orientamenti regolatori e stabilità dei rapporti internazionali, oltre ai tradizionali indicatori economici.
L’innovazione tecnologica rende il problema ancora più evidente. Semiconduttori, intelligenza artificiale, infrastrutture cloud, dati e materie prime critiche sono ormai oggetto di competizione strategica. Un’azienda che investe in nuove tecnologie deve domandarsi da quali fornitori dipenderà, quali vincoli potranno condizionarne l’utilizzo e quanto costerebbe cambiare soluzione. Anche la finanza è coinvolta: dazi, sanzioni, oscillazioni energetiche e restrizioni nei pagamenti internazionali possono modificare rapidamente i margini operativi.
Non si tratta di trasformare ogni imprenditore in un esperto di relazioni internazionali. Il problema è organizzare informazioni e competenze affinché diventino utili alle scelte. Agli inizi del 2026 McKinsey, con lo studio «Building an Ecosystem of Geopolitical Insights», ha proposto di costruire sistemi permanenti che colleghino conoscenze interne, consulenti, università, centri di ricerca e reti istituzionali. Il valore non risiede nell’accumulare notizie, ma nel selezionarle, verificarle e interpretarle in funzione delle decisioni aziendali.
Un’informazione geopolitica diventa strategica quando permette di rispondere a domande precise: quali contratti sono esposti, quali forniture potrebbero interrompersi, quali mercati alternativi sono accessibili, quali costi comporterebbe una riconversione? Senza questo collegamento, anche un rapporto accurato rischia di restare un documento letto e archiviato. L’analisi deve arrivare ai luoghi nei quali si decidono investimenti, acquisti, vendite e coperture finanziarie.
Per ottenere questo risultato occorre superare la separazione tra funzioni aziendali. La direzione commerciale conosce clienti e mercati; gli acquisti individuano le dipendenze dei fornitori; la finanza misura l’esposizione economica; le funzioni legali e tecnologiche valutano vincoli normativi e vulnerabilità digitali. Se ciascuna lavora isolatamente, l’impresa dispone di molte informazioni ma non di una visione coerente. L’integrazione richiede responsabilità definite, occasioni regolari di confronto e un collegamento esplicito con la direzione generale.
Per le piccole e medie imprese italiane il modello delle grandi multinazionali, con unità geopolitiche e comitati di esperti, sarebbe spesso sproporzionato. La risposta può invece essere cooperativa. Associazioni imprenditoriali, camere di commercio, università, think tank e consulenti specializzati potrebbero contribuire a creare servizi condivisi di intelligence economica e geopolitica. Un distretto produttivo potrebbe analizzare le dipendenze comuni delle proprie filiere, monitorare cambiamenti normativi e commerciali e rendere disponibili scenari utilizzabili dalle singole aziende.
La collaborazione, però, non sostituisce le responsabilità del management. Ogni impresa deve conoscere la propria esposizione e stabilire quali rischi accettare, quali ridurre e quali opportunità perseguire. Diversificare i fornitori ha un costo; abbandonare un mercato instabile può significare rinunciare a ricavi importanti. Governare la complessità non vuol dire evitare ogni incertezza, ma confrontare alternative con metodo, senza affidarsi all’improvvisazione né reagire soltanto quando la crisi è già iniziata.
È in questo senso che si può parlare di «governance strategica della complessità politica». Non è necessariamente una nuova funzione aziendale, bensì una capacità trasversale di collegare politica internazionale, economia, tecnologia, diritto e organizzazione. L’obiettivo non è prevedere esattamente il prossimo shock, ma migliorare la qualità delle decisioni in condizioni di incertezza. La geopolitica, inoltre, non genera soltanto minacce: accordi commerciali, nuove infrastrutture e riconfigurazioni delle filiere possono aprire opportunità a chi sa riconoscerle tempestivamente.
Per le imprese italiane, dunque, la sfida non consiste nell’aggiungere un ulteriore adempimento burocratico, ma la cultura manageriale. Servono formazione, sistemi informativi affidabili e soprattutto la capacità di far dialogare competenze diverse. La responsabilità appartiene al vertice aziendale: senza un rapporto diretto con le decisioni strategiche, l’analisi geopolitica rimane un esercizio specialistico. Nel nuovo contesto internazionale, la competitività dipenderà sempre più dalla capacità di interpretare il mondo nel quale si produce, si investe e si vende. Le aziende che sapranno trasformare questa comprensione in organizzazione saranno meglio preparate a resistere alle crisi e a cogliere le opportunità del cambiamento.
MILANO (ITALPRESS) – L’economia e la finanza a portata di tutti. Nella centonovantaquattresima puntata di Italpress Economy, Claudio Brachino intervista Giovanni Panico, direttore di Assogomma, e Giuliano Zoppis fa il punto sulla legge di bilancio, che a breve verrà alla luce.
fsc/gsl

Può darsi che sia già troppo tardi per salvare l’industria automobilistica europea, ma lo sforzo franco-tedesco in corso merita di essere incoraggiato, data l’importanza di una delle colonne fino a ieri portanti dell’industrializzazione continentale, con ricadute evidenti per l’Italia. E non mancano ragioni politiche rilevanti. L’euforica corsa green risale all’influenza di Frans Timmermans, il socialista olandese che, pur sconfitto come potenziale leader della Commissione poi presieduta da Ursula von der Leyen, ha condizionato la penultima legislatura del Parlamento europeo imponendo l’elettrico a tutti i costi, con scadenza al fatidico e vicino 2035 per la fine dei motori endotermici.
Un gran sogno verde, con l’irresistibile (allora) fascino di un patto per trasformare l’Europa sul modello Norvegia (già ora zero motori tradizionali), voltando pagina dopo una lunga storia di successi industriali dell’auto nell’Europa novecentesca. Sembra ieri quando la Cina copiava estasiata il prodotto e il processo europeo con risultati a lungo mediocri e percentuali di mercato irrisorie; ora diventate sempre più travolgenti. Battuto dai liberali e ancor prima azzoppato dai nazionalsovranisti nei suoi Paesi Bassi, Timmermans è ormai un ricordo di belle utopie e tanto carburante (è il caso di dirlo) offerto ai sovranisti e ai diffidenti di mezza Europa, che sull’attacco al green deal hanno campato nelle elezioni nazionali ed europee successive.
Ora, come diremo in conclusione, si apre forse uno spiraglio che può dare una mano ad un rilancio europeistico ben al di là della sola vicenda industriale dell’automobile, perché un asse franco-tedesco è ancora decisivo nell’Europa traballante di una pericolosa vigilia elettorale.
Emmanuel Macron e Friedrich Merz hanno definito una politica comune di sostegno dell’industria, per entrambi vitale e per i tedeschi addirittura a tinte tragiche, dato che 100 mila licenziamenti Volkswagen fanno paura alla ex più solida economia europea e politicamente accelerano la resa ai neonazisti di AfD.
Si tratta di una materia spinosa, perché si deve camminare in bilico sul filo del protezionismo anticinese, che potrebbe assomigliare al lontano e peloso divieto di importazione delle auto giapponesi negli anni sessanta, con un dirigismo che ritardò di molto la crisi, ma anche il rinnovamento delle grandi industrie nostrane, a cominciare dalla Fiat. Macron lo ha definito un «approccio pragmatico ai nostri obiettivi di decarbonizzazione» e non poteva essere più elegante per non smentire la bontà degli obiettivi generali, ma è effettivamente un espediente protezionistico, almeno per quel che riguarda l’ibrido plug-in di Pechino, cui imporre il tetto di 350 mila vetture anno.
Sul resto, le limitazioni previste dall’asse franco-tedesco sembrano più graduali, correggendo l’euforia del 100 per cento per scendere a un limite di produzione elettrica imposta anche inferiore al 90 per cento, già accettato dalla Commissione fino all’80 per cento (perché allora non il 73 per cento sostenuto dal relatore al Parlamento europeo, l’italiano Massimiliano Salini, o ai due terzi, tanto che ci siamo?). Con due condizioni: consentire incentivi e benefici solo a quelle aziende che producono le auto in Europa e compensazione del CO₂ reintrodotto attraverso un calcolo da applicare all’acciaio verde.
Procedura magari un po’ tortuosa e non proprio corrispondente alle difficoltà dell’industria siderurgica, in particolare per quella italiana, ma la materia è complessa: bisogna salvare la faccia e camminare sulle uova, senza dare l’impressione di venir troppo incontro solo alle richieste di produttori insediati in Francia, come la Stellantis di Antonio Filosa, che ha bisogno di respiro in Europa a seguito delle difficoltà Usa, per non dire dell’affanno Renault, con modelli che tentano una difficile competizione con i cinesi. Ma tre leader dell’automotive come Filosa, François Provost (Renault) e Oliver Blume (Volkswagen) hanno lanciato un accorato appello a far presto.
L’accordo tra Francia e Germania ha avuto, in effetti, un’accelerazione forte, prendendo in contropiede lo stesso Parlamento europeo, che da quasi un anno ha in pendenza la questione e arriverà a deliberare non prima di novembre. Al di là di molte tecnicalità di contorno, c’è da rilevare l’importanza di quanto sta maturando, forse chiudendo un troppo lungo periodo di inerzia e quasi di rassegnazione, tanto più grave per l’Italia, che per decenni è andata sulle montagne russe, patendo e superando le crisi più gravi non appena l’auto dava segni di ripresa.
Certo, c’è un grosso interrogativo per quanto riguarda concorrenza e competizione. Il consumatore europeo ha gradito l’offerta cinese degli ultimi anni e, anzi, dopo la svolta green deal, passato un momento di incertezza, ha aperto i propri garages e le prese di corrente alle proposte cinesi. Il mercato non può essere violentato, perché gli esiti potrebbero essere ancora peggiori. Ma è pur necessario reagire se ci sono profili di forzatura delle leggi di mercato, quando il produttore che viene da lontano profitta del vantaggio di avere alle spalle uno Stato che fa sistema e investe con tutta la sua forza, non contrastata dalla dialettica interna. Dunque, non hanno torto i produttori europei a chiedere che quelli cinesi – se vengono da noi – lo facciano non per assemblare, ma per fare industria a ciclo completo. Si tratta di regolare e regolamentare, non di chiudere le frontiere.
Ultima considerazione: l’azione svolta da Francia e Germania è di grande valore europeistico e va valorizzata, visto che cade proprio nel momento in cui questi stessi Paesi accantonano il progetto di un carro armato da costruire insieme. Forse anche perché nelle guerre moderne i carri armati saranno sempre meno decisivi?
L’accordo sull’automobile ha anche un forte rilievo politico, perché può essere un punto fermo e un deterrente per l’immediato futuro di elezioni ad esito incerto sia in Francia che in Germania, prima che scatti l’impulso distruttivo dei nuovi interpreti del nazionalismo antieuropeo.
L'articolo Macron e Merz correggono gli errori del Green Deal per salvare l’auto europea proviene da Linkiesta.it.
Versilia, 16 ottobre 2026 – La notizia è arrivata da Rimini, rimbalzando ovunque e facendo presagire un autunno “caldo” per gli stabilimenti balneari. Il 22 ottobre il vicepremier e ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini presenterà alla Conferenza unificata Stato-Regioni la proposta di bando-tipo per il rinnovo delle concessioni in vista delle aste che i Comuni dovranno effettuare entro settembre 2027 per effetto della direttiva Bolkestein. È stato il ministro del turismo Gianmarco Mazzi ad annunciare la data X a margine dell’assemblea nazionale delle imprese balneari a Rimini.
La bozza stabilisce alcuni punti fermi, a partire dal fatto che il bando per le concessioni dovrà individuare la durata della concessione entro il limite minimo di 5 anni e massimo di 20. I destinatari non sono solo i balneari, ma anche gli esercizi di ristorazione, la spiaggia libera attrezzata, le aree demaniali marittime destinate allo svolgimento di attività sportive ed eventuali altre tipologie come i punti di ormeggio.
https://www.quotidiano.net/video/economia/ttg-di-rimini-mazzi-il-turismo-e-centrale-per-questo-governo-olajjimvIl bando-tipo, concepito come strumento di supporto ai futuri bandi, indica inoltre che gli enti dovranno tener conto dell’esigenza di favorire la continuità dei servizi e la salvaguardia dei livelli occupazionali esistenti. A livello di calendario, le gare dovranno essere avviate entro il 30 giugno 2027, e comunque almeno sei mesi prima della scadenza, come detto fissata il 30 settembre 2027.
Tra i criteri ritenuti fondamentali c’è quello della scarsità della risorsa spiaggia. Per scarsità si intende la disponibilità o meno di tratti ancora da dare in concessione: in base alla Bolkestein, le aste vanno applicate dove le spiagge sono ormai sature. Ecco perché la bozza prevede un’adeguata attività di ricognizione e mappatura delle aree demaniali e delle concessioni esistenti, nonché delle aree potenzialmente concedibili, da effettuare secondo criteri omogenei e verificabili. Saranno le Regioni a individuare i criteri idonei a consentire un accertamento uniforme della scarsità della risorsa, tenendo conto delle caratteristiche geomorfologiche delle coste, dei vincoli ambientali, paesaggistici e urbanistici, della concreta destinazione delle aree, dell’accessibilità e della loro effettiva utilizzabilità per finalità turistico-ricreative.
Non da meno l’aspetto dell’indennizzo a carico del concessionario subentrante: dovrà essere pari al valore degli investimenti effettuati e non ancora ammortizzati al termine della concessione. Aspetto occupazionale: si dovrà indicare il numero di lavoratori del concessionario uscente che ricevono da tale attività la prevalente fonte di reddito per sé e la propria famiglia, per consentire ai partecipanti l’eventuale impegno ad assumere quei lavoratori in caso di aggiudicazione. Infine la valutazione dell’offerta: la concessione deve essere attribuita a chi offre le maggiori garanzie di una proficua utilizzazione del bene per un uso conforme a un prevalente interesse pubblico, nonché continuità di servizi e attività.


«Non sappiamo quante storie simili a quella di Maricarmen restino invisibili in Italia – sostiene Antonio Russo, portavoce dell’Alleanza contro la povertà –. Sappiamo però con certezza che la perdita […]
The post Poveri sulla carta, invisibili nella vita: un lavoro non basta first appeared on il manifesto.
Non è soltanto una questione di frigoriferi vuoti. È anche il diritto di invitare un amico a casa, mangiare frutta e verdura ogni giorno, crescere senza che ogni desiderio diventi […]
The post Giovani e già poveri: in Italia 430mila ragazzi rinunciano alla socialità e al cibo first appeared on il manifesto.

Nelle olivete toscane la raccolta è nel pieno, si spiega in una nota, e le previsioni della prima ora trovano conferma in frantoio. La produzione attesa, stando alle prime stime, sarà superiore del 35%-40% rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Dunque una buona produzione in campo, rese interessanti in frantoio e prezzi stabili sul mercato. Positive le attese per la campagna olearia 2026 dell’olio extravergine Toscano Igp.
“Sulle piante possono essere presenti tante olive, quello che conta è anche la resa, ovvero la quantità di olio che, dopo la frangitura, finirà in bottiglia – spiega in una nota Fabrizio Filippi, presidente del Consorzio -. Quest’anno ci sono tutti gli indizi per una stagione molto positiva sia dal punto di vista della quantità sia della qualità. Le olive sono sane e belle e le rese soddisfacenti, mediamente intorno al 12%. Le temperature secche di quest’estate alla fine si sono rivelate un vantaggio: hanno impedito la riproduzione della mosca olearia e i danni alle olive limitando allo stretto necessario gli interventi in campo. Siamo molto fiduciosi anche sul fronte del mercato dove il prezzo si mantiene stabile. Il Toscano Igp sta facendo una corsa a sé affermandosi come l’espressione dell’eccellenza dell’extravergine italiano a livello mondiale”.
Arte, scienza e formazione. Otto opere tra universo, ricerca e nuovi immaginari, realizzate con linguaggi e materiali differenti, che rappresentano alcuni dei fenomeni e concetti più affascinanti dell’universo in relazione alla nostra vita quotidiana e al modo in cui abitiamo il mondo.
C’è questo e altro in Marino e le Stelle, percorso espositivo gratuito (appena stato inaugurato all’Opificio Golinelli), che raccoglie gli esiti del laboratorio multidisciplinare di arte e scienza promosso da Fondazione Golinelli e curato dal duo artistico Antonello Ghezzi, in collaborazione con il Dipartimento di fisica e astronomia Augusto Righi dell’Università di Bologna, l’Accademia di Belle Arti di Bologna, Osservatorio di Astrofisica e Scienza dello Spazio e Istituto di Radioastronomia, entrambi di Inaf.
Il percorso espositivo (le opere e gli exhibit saranno visibili fino a fino a domenica 22 novembre. QUI per prenotare una visita) è un po’ il momento conclusivo delle attività, avviate a marzo, degli incontri, lezioni, approfondimenti e momenti di confronto tra giovani artisti e giovani ricercatori.
Sullo sfondo le evidenze di un laboratorio, che ha coinvolto giovani ricercatrici e ricercatori in astrofisica e giovani artiste e artisti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, chiamati a confrontarsi e lavorare insieme a partire da alcuni dei grandi temi dell’astrofisica contemporanea.

«Mettere in relazione persone, competenze e linguaggi diversi è fortemente generativo», spiega Antonio Danieli, vicepresidente e direttore generale di Fondazione Golinelli, «lo dimostra questo progetto nato dalla collaborazione di importanti istituzioni scientifiche e culturali. Giovani artisti e ricercatori hanno avuto la possibilità di confrontarsi in un percorso comune mettendo in dialogo conoscenze scientifiche e ricerche artistiche».
Le otto opere realizzate, entra nel dettaglio, «sono il risultato concreto di questo incontro e testimoniano come sia possibile aprire prospettive nuove, quando si parte da domande e linguaggi molto diversi. È anche questo il senso della nostra idea di cultura: creare occasioni nelle quali competenze e saperi possano incontrarsi e contribuire insieme a costruire nuovi modi di leggere il presente e immaginare il futuro».

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA
Le otto opere realizzate, con linguaggi e materiali differenti, «rappresentano», spiegano dalla fondazione, «alcuni dei fenomeni e concetti più affascinanti dell’universo in relazione alla nostra vita quotidiana e al modo in cui abitiamo il mondo. Il pubblico avrà modo di ascoltare queste storie dalla voce dei suoi autori».
Relazioni umane e Universo. In Empty threads Elisa Altomonte e Leonardo De Deo, mettono in relazione la rete che struttura l’Universo con quelle che attraversano le relazioni umane. Il lavoro nasce da una performance con fili di recupero e si sviluppa poi nel dittico realizzato attraverso la tecnica dell’acquatinta, dove i filamenti della rete cosmica diventano il punto di partenza per riflettere sulla fragilità dei legami e sul senso di comunità.
La fluidità dello spaziotempo. Flusso di Alice Bomberini e Abinet Alessandro Buson Pizzardo riflette invece sulla fluidità dello spaziotempo attraverso segni tracciati su una pellicola trasparente e trasformati dalla luce del sole, in un processo di continuo divenire.
Onde gravitazionali e semi di girasole. Con Chip! Chip! Nicola Borghi e Alessio Bongianino stabiliscono un collegamento tra dimensione terrestre e cosmica attraverso semi di girasole, movimento e suono, richiamando con il termine chirp il segnale associato alle onde gravitazionali prodotte dalla fusione di buchi neri.

Il tema della percezione torna in Camera a nebbia di Leonardo De Deo ed Elysée Farazmand, dove un gesto minimo e ripetuto diventa occasione per riflettere sulla possibilità di rendere percepibili fenomeni altrimenti invisibili.
In Buchi bianchi Leonardo De Deo e Anna Rolfi trasformano il concetto dei buchi bianchi in un trittico scultoreo e sonoro, interrogandosi sulla possibilità di trasformare luoghi privi di una funzione definita in spazi di relazione e di vita. Dare una bocca, realizzato da Viviana Fardella e Francesca Riccioni, prende invece spunto dalle reti miceliali per costruire un ambiente site-specific riconfigurabile, nel quale le decisioni individuali concorrono alla costruzione di un’organizzazione collettiva.

Gli ultimi due lavori ampliano la riflessione al rapporto tra ambiente, territorio e trasformazioni del paesaggio. Dialoghi Emergenti di Veronica Ilari e Chiara Sette, parte dall’esplorazione di luoghi abbandonati e dalla presenza di natura, luce, acqua, animali e tempo per costruire una mappa digitale interattiva e in continua evoluzione. Dieci minuti di buio di Martina Platone, Viola Ricci e Gaia Vallese affronta invece il tema dell’inquinamento luminoso: la luce artificiale viene utilizzata per imprimere su carta fotosensibile l’immagine della Via Lattea, evidenziando la progressiva perdita del cielo notturno nelle aree urbane.
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In apertura l’astronomo Sandro Bardelli con gli studenti. Foto da Ufficio Stampa e Comunicazione Fondazione Golinelli
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Dall’accesso alla salute all’integrazione, dalla rigenerazione urbana all’innovazione sociale: sono alcuni dei temi al centro di Dialoghi sul sociale, nuovo ciclo di incontri promosso da Intesa Sanpaolo per il sociale nella sede di Brescia a Palazzo Negroboni (in via Trieste 8) in collaborazione con Talent garden. Tre appuntamenti e tre ospiti per affrontare alcune delle principali trasformazioni che stanno interessando la società e le comunità, attraverso conversazioni aperte che intrecciano dati, esperienze e prospettive sul futuro.
La rassegna prenderà il via martedì 20 ottobre con Roberta Villa, medico e divulgatrice scientifica, proseguirà giovedì 26 novembre con Angelica De Vito, esperta di migrazioni climatiche e consulente diplomatica presso le Nazioni Unite, e giovedì 3 dicembre con Mario Calderini, professore ordinario alla School of management del Politecnico di Milano e direttore di Tiresia, centro di ricerca sull’innovazione e la finanza a impatto sociale.
Il format punta su un linguaggio diretto e accessibile, su dialoghi capaci di rendere comprensibili questioni complesse e di mettere a confronto competenze, vissuti e punti di vista differenti. Per partecipare agli incontri in presenza è sufficiente prenotarsi QUI. A condurre gli incontri Mario Moroni, esperto di innovazione e podcaster.

«Con Dialoghi sul sociale», spiega Andrea Forghieri, executive director Intesa Sanpaolo per il sociale, «vogliamo creare uno spazio di confronto aperto, nel quale competenze diverse possano incontrarsi e contribuire a una lettura più consapevole delle trasformazioni che stanno interessando le nostre comunità».
La scelta di Brescia e della sede di Intesa Sanpaolo per il sociale, aggiunge, «nasce dalla volontà di fare di questo luogo non solo un presidio operativo, ma anche un punto di riferimento per il dialogo sui temi dell’inclusione e della coesione sociale».

Si parte il 20 ottobre, alle 18, con Roberta Villa protagonista dell’incontro La cura comincia dall’accesso, dialogo che affronterà il tema della salute come diritto, partendo dall’importanza di poter comprendere correttamente le informazioni scientifiche e sanitarie per fare scelte consapevoli e contrastare la disinformazione.
Il 26 novembre, sempre alle 18, con Angelica De Vito sarà protagonista dell’incontro I luoghi che ci trasformano: spazi, case e territori saranno letti come possibili luoghi di appartenenza e costruzione di comunità, in una riflessione che intreccia migrazioni climatiche, integrazione e rigenerazione dei territori.
Chiuderà la rassegna il 3 dicembre alle 18 Mario Calderini con Le regole del gioco, un confronto sul ruolo di cittadini, istituzioni e organizzazioni nella costruzione di modelli sociali innovativi, replicabili e capaci di generare impatto.

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA
La rassegna non si esaurirà negli appuntamenti in presenza. Ogni incontro sarà infatti videoregistrato e trasformato in un vodcast, che sarà poi reso disponibile sui canali di Intesa Sanpaolo, consentendo di ampliare la platea e rendere i contenuti accessibili anche online.
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In apertura e nel testo foto da ufficio stampa Intesa Sanpaolo
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Si spende di più, ma nel carrello della spesa finisce meno cibo. E di minor qualità. Un paradosso nella patria del made in Italy e di quel cibo che sempre più spesso gli italiani non possono permettersi. A pagare di più le conseguenze del caro vita e delle rinunce delle famiglie sono soprattutto i più giovani, bambini e ragazzi. I dati dell’Istat sulla spesa alimentare pubblicati nei giorni scorsi, contribuiscono a delineare la situazione in Italia, dove oltre 2,1 milioni di famiglie sono in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di persone. In occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione, ActionAid pubblica però un report sulla povertà alimentare in Italia che esamina le difficoltà legate all’acquisto di cibo, le forme più gravi di insicurezza alimentare e la spesa delle famiglie. La povertà alimentare, in Italia, continua a crescere: nel 2024 ha riguardato il 12,7% della popolazione, oltre 6,4 milioni di persone. Il fenomeno riguarda sempre più persone sopra la soglia di povertà: nel 2024 sono 4,2 milioni, il doppio di quelle classificate a rischio. L’aumento delle spese essenziali, dagli affitti alle bollette influenza le scelte delle famiglie: quando una parte maggiore del bilancio serve a coprire questi costi, resta meno margine per il cibo. “Il paradosso è evidente: mentre l’Italia si interroga sul calo delle nascite, crescere dei figli e diventare adulti è sempre più difficile” commenta Roberto Sensi, responsabile del programma povertà alimentare ActionAid Italia. Nell’analisi, ActionAid fa riferimento ai dati Istat ma, per raccontare la complessità del problema, si prendono in considerazione l’indice Dams sulle difficoltà materiali e sociali legate al cibo, la scala Fies della Fao e l’indice di Povertà alimentare relativa. Perché la povertà alimentare è un fenomeno multidimensionale: riguarda quantità e qualità del cibo, ma anche l’esperienza di accesso e di consumo, la possibilità di scegliere cosa mangiare, di condividere i pasti e di vivere l’alimentazione nelle sue dimensioni psicologiche ed emotive.
Come rilevato dall’Istat, nel 2025 sono cresciute le spese delle famiglie per l’acquisto di prodotti alimentari e bevande analcoliche, che passano da 533 a 552 euro mensili. Si tratta del 3,6 per cento in più, dovuto anche all’effetto dell’aumento dei prezzi (+3% la variazione su base annua dell’Indice dei prezzi al consumo armonizzato e che era stata +2,5% nel 2024). La quota di spesa totale destinata a questi prodotti sale dal 19,3% al 19,8%: crescono significativamente le spese destinate a caffè (+14,6%), acqua (+8,3%), pesce (+7,8%), oli e grassi (+6,7%), tè e infusi (+6,7%), carne (+5,4%), latte, altri prodotti lattiero-caseari e uova (+4,2%). Eppure, il 29,4% delle famiglie italiane dichiara di aver limitato la spesa per il cibo nel 2025, riducendo quantità o qualità dei prodotti acquistati. La quota è sì in calo rispetto al 31,1% del 2024 (lo è anche quella per le bevande, che passa dal 35,3% al 33,8%), ma l’inflazione ha remato contro. Sintesi perfetta quella di Assoutenti: “Il carrello della spesa degli italiani è sempre più vuoto, ma sempre più costoso”.
Rispetto al Centro-Nord, la spesa delle famiglie residenti nel Sud e nelle Isole, che generalmente hanno minori disponibilità economiche, si concentra maggiormente su beni e servizi destinati al soddisfacimento dei bisogni primari, come i beni alimentari. La quota di spesa totale destinata a prodotti alimentari e bevande analcoliche, che in media nazionale si attesta al 19,8%, nel Sud raggiunge il 25,4% (24,1% nelle Isole), mentre nel Nord-ovest si ferma al 17,7%. Eppure, rispetto al 2024, è nel Centro e nel Nord-est che aumenta significativamente la spesa per prodotti alimentari e bevande analcoliche (rispettivamente del 5,9% e del 4,9%), mentre nel Sud quella cresce soprattutto quella per abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili (+3,6%).
A partire da due domande dell’indagine europea EU-SILC sulle condizioni di vita e sul reddito, ActionAid ha elaborato il Dams, l’indice di Deprivazione Alimentare Materiale e/o Sociale, che considera la possibilità economica di permettersi un pasto con carne, pollo o pesce, o un equivalente vegetariano, almeno una volta ogni due giorni, e quella di incontrarsi con amici o familiari per mangiare o bere qualcosa almeno una volta al mese. Negli anni segnati dalla pandemia, dall’inflazione e dai conflitti internazionali, il Dams è passato dal 14,1% nel 2019 al 10,5% nel 2022, per salire all’11,8% nel 2023 e al 12,7% nel 2024, anno in cui la deprivazione riguarda oltre 6,4 milioni di persone (quasi 470mila in più rispetto al 2023 e 407mila in più rispetto al 2021). Nel 2025, l’incidenza è del 9,3% per la deprivazione materiale e del 5,9% per quella sociale. Frutto dell’aumento dei prezzi e del rientro delle misure straordinarie, ma è anche il segno che “l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità incide su una quota più ampia di famiglie, non soltanto su quelle già in condizioni di vulnerabilità socioeconomica”. Essere sopra la soglia di rischio di povertà, dunque, non mette al riparo. Le persone in condizione di deprivazione ma non a rischio di povertà assoluta o relativa sono state oltre 4,2 milioni (su 6,4 milioni), quasi il doppio delle persone a rischio povertà(2,2 milioni). In questo gruppo l’incidenza è aumentata dell’1,6 per cento rispetto al 2023 (67.726 persone in più). Tra le persone a rischio di povertà, invece, la deprivazione è diminuita (dal 26,1% al 23,9%). “L’aumento dei prezzi di cibo, casa ed energia riduce le risorse disponibili anche per le famiglie sopra la soglia. Per quelle in condizioni economiche più fragili – spiega ActionAid – le misure straordinarie introdotte durante la pandemia hanno contribuito a contenere la deprivazione”. Significativa anche l’analisi geografica. Nel 2024, infatti, la deprivazione alimentare è cresciuta anche in diverse regioni del Nord, mentre il Sud e le Isole restano l’area con l’incidenza più alta e la Calabria registra il valore regionale massimo. Nel Nord l’incidenza è passata dal 7,6% all’11,2% (da 1,7 milioni a 2,6 milioni di persone). In Lombardia da 714mila a 1,2 milioni di persone. In Friuli-Venezia Giulia, da oltre 65mila a 213mila. In Veneto, la quota sale dal 9,5% al 13,5% e le persone coinvolte da 396mila a quasi 566mila (+169.824).
Gli impatti della povertà alimentare si riscontrano sempre di più sui giovani. Nel 2024, circa 430mila bambini e ragazzi sotto i 16 anni risultano in condizione di deprivazione alimentare materiale o sociale, o entrambe. L’aumento riguarda specialmente i bambini e le bambine dai 6 agli 11 anni. In questa fascia, la deprivazione materiale è passata dal 2% del 2021 al 2,8% del 2024 mentre quella sociale, che comprende anche la possibilità di invitare amici a casa per giocare o mangiare insieme, è salita dal 3,8% al 6,8%. Si parla di circa 220mila bambini, quasi 90mila in più rispetto a tre anni prima. La rinuncia non riguarda solamente il cibo ma, quindi, occasioni di relazione importanti per la crescita. La deprivazione alimentare resta più alta tra i gruppi economicamente vulnerabili, ma aumenta anche in diverse fasce finora considerate più protette: tra gli occupati, i diplomati e i laureati, alcune famiglie e i proprietari di casa. I dati indicano quindi un’estensione della vulnerabilità, non la sostituzione dei gruppi più esposti. Il titolo di studio protegge sempre meno. La deprivazione è più alta tra le famiglie numerose, ma cresce anche tra single e genitori soli
La povertà alimentare relativa emerge come il risultato di una tensione persistente tra le risorse familiari e le spese essenziali, soprattutto quelle abitative. La deprivazione alimentare è più alta tra gli affittuari: raggiunge il 22,6% tra chi ha un affitto agevolato, pur diminuendo di 2,3 punti, e il 20,9% tra chi paga un affitto a prezzo di mercato. Tra i proprietari, sale dall’8,9% al 10,8% (+1,9 punti), mentre diminuisce tra i proprietari con mutuo, dal 12,3% all’8,6%. Aumenta anche tra chi vive in un’abitazione a titolo gratuito, dal 16,6% al 17,3%. Poi ci sono le spese. Nel 2024, infatti, l’abitazione assorbe il 54% della spesa delle famiglie in povertà alimentare relativa, contro il 38,8% delle altre. E questo ha un peso. A causa delle spese abitative, spesso difficili da ridurre nel breve periodo, rimane infatti meno spazio nel bilancio per le altre necessità. La quota destinata all’alimentazione, di conseguenza, è molto più bassa tra le famiglie in povertà alimentare relativa: l’11,3%, contro il 22,8% delle altre. “Questa differenza non significa necessariamente che consumino meno cibo. La spesa alimentare – spiega il rapporto – può essere ridotta più facilmente di quella per la casa, per esempio acquistando prodotti meno costosi e rinunciando alla qualità”.
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PALERMO (ITALPRESS) – “La Targa Florio è una gara unica, la gara più antica al mondo. Una grande accoglienza di pubblico e di appassionati qua a Palermo, ACI da sempre vicino alla Targa Florio, e ora ancora di più verso il futuro di questa gara”. Lo ha detto il presidente dell’Automobile Club d’Italia Geronimo La Russa, per la cerimonia di partenza della Targa Florio Classica 2026: la manifestazione, realizzata in collaborazione con l’Automobile Club d’Italia, è un appuntamento decisivo del Campionato Italiano Grandi Eventi e Ferrari Tribute to Targa Florio con 200 straordinarie vetture al via dalla piazza Piazza Verdi, davanti al teatro Massimo a Palermo.
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CATANIA (ITALPRESS) – “Dobbiamo utilizzare l’innovazione con trasparenza e corresponsabilità, mantenendo sempre un controllo umano”. Lo ha detto Alberto Barachini, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’Informazione e all’Editoria, intervenendo sul ruolo dell’intelligenza artificiale nel settore dell’informazione e sulla necessità di tutelare il giornalismo durante il Festival della Cultura Finanziaria 2026.
“Non c’è ambito che abbia bisogno di maggiore trasparenza dell’informazione finanziaria e della formazione economica, che incidono direttamente sulla vita dei cittadini” ha sottolineato Barachini, evidenziando l’importanza di ricostruire un rapporto di fiducia tra istituzioni, politica e cittadini. “Il ruolo del giornalismo è proprio questo: raccontare la verità e la realtà, verificando i fatti. Possiamo farlo con tutti gli strumenti di innovazione possibili, ma mantenendo sempre un controllo e una responsabilità umani”.
Il sottosegretario ha richiamato anche i rischi legati alla disinformazione, che “ha un peso molto forte nelle nostre vite, anche se a volte non ce ne rendiamo conto”. Secondo Barachini, occorre prestare attenzione ai flussi informativi, spesso governati da grandi società internazionali con interessi economici nella distribuzione delle notizie, affinché non condizionino la formazione dei cittadini e, soprattutto, dei giovani. Sul sostegno al comparto editoriale, Barachini ha assicurato che il Governo è impegnato a “continuare a portare risorse al settore dell’informazione e a sostenere l’aiuto pubblico”, in una fase in cui il sistema è esposto a una crescente pressione sui canali di distribuzione delle notizie. “Dobbiamo sostenere il racconto nazionale del nostro Paese. Un territorio complesso come l’Italia, con così tanti Comuni, ha bisogno di informazione territoriale, locale e di un racconto nazionale”, ha concluso il Sottosegretario di Stato all’informazione e l’editoria da Catania.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).
CATANZARO (ITALPRESS) – Approda in Calabria il progetto di digital communication di Anas, un viaggio sulla rete stradale e autostradale per testimoniare l’impegno che quotidianamente il personale Anas mette nella gestione e nella manutenzione delle strade, ma anche nel completamento e potenziamento dei grandi itinerari, per un’Italia sempre più connessa.
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BRUXELLES (BELGIO) (ITALPRESS) – “Serve mettere al centro la competitività e salvaguardare le industrie europee, in un momento in cui Stati Uniti e Cina stanno giocando la partita e l’Europa purtroppo sta facendo solo l’arbitro”. Così il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, a margine dei suoi incontri con le istituzioni europee a Bruxelles. Commentando il dibattito sul quadro finanziario pluriennale Ue, Orsini ha sottolineato la necessità di incrementare il bilancio dell’Unione anziché ridurlo, indicando come priorità imprescindibili la coesione e il sostegno alla competitività industriale.
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L’Italia non soltanto fa sempre meno figli: è anche un Paese nel quale il peso del caro vita grava sulle generazioni più giovani, dall’infanzia all’ingresso nella vita adulta. Nel 2024, ultimo dato disponibile, sono circa 430mila, il 5,6% dei minori sotto i 16 anni, i bambini e i ragazzi che vivono in famiglie costrette, per ragioni economiche, a rinunce che riguardano l’alimentazione o la socialità. C’è chi non può permettersi ogni giorno frutta e verdura o un pasto proteico, per esempio a base di carne, pesce o equivalente vegetariano, e chi non può invitare ogni tanto gli amici a casa per giocare o mangiare qualcosa. Nel 2021 erano il 5,3%, circa 419mila.
È quanto emerge dalla nuova analisi di ActionAid sulla povertà alimentare in Italia, che legge il fenomeno attraverso punti di vista differenti: le difficoltà legate all’acquisto di cibo, le forme più gravi di insicurezza alimentare e la spesa delle famiglie. Il segnale più forte riguarda i bambini tra i 6 e gli 11 anni. In questa fascia d’età, tra il 2021 e il 2024, la quota di chi sperimenta problemi nell’accesso al cibo e alla sua socialità passa dal 3,8% al 6,8%: circa 220mila bambini, quasi 90mila in più rispetto a tre anni prima. Le difficoltà economiche possono tradursi anche nella rinuncia a libri extrascolastici, gite, attività di svago o vestiti nuovi. La casa rappresenta una delle principali uscite con cui deve competere la spesa alimentare: quando il bilancio si restringe, il cibo può diventare la voce su cui si interviene riducendo quantità, qualità o ricorrendo ad aiuti. Questa pressione pesa anche sui minori: tra chi vive in una casa di proprietà senza mutuo, le difficoltà alimentari o sociali riguardano il 3,6%; tra chi vive in affitto salgono al 12%, sia nel mercato libero sia negli alloggi a canone agevolato. Oltre tre volte tanto.
La difficoltà economica può pesare anche nel passaggio alla vita adulta. Tra le persone a rischio di povertà, la deprivazione alimentare riguarda il 27,3% dei giovani tra i 25 e i 34 anni. Ma gli anziani non sono al riparo: tra i 65 e i 74 anni l’incidenza è infatti elevata, al 27,2%. Tuttavia, la fragilità colpisce una fase della vita in cui si dovrebbe raggiungere l’autonomia, trovare stabilità lavorativa e sostenere il costo di una casa, mentre per gli over 75 la maggiore continuità dei redditi pensionistici può rappresentare un elemento di relativa protezione.
«Il paradosso è evidente: mentre l’Italia si interroga sul calo delle nascite, crescere dei figli e diventare adulti è sempre più difficile. Le rinunce cominciano dal cibo e dalla possibilità di invitare un amico a casa, continuano negli anni dello studio e arrivano alla ricerca di un lavoro e di un’abitazione che permettano di costruire una vita autonoma. Non si tratta di contrapporre giovani e anziani, ma di riconoscere che la stabilità per le nuove generazioni arriva sempre più tardi e a un costo sempre più alto», dichiara Roberto Sensi, responsabile del programma povertà alimentare per ActionAid Italia.
L’analisi di ActionAid restituisce un quadro di impoverimento progressivo che riguarda l’intera popolazione. Nel 2024 la quota di persone in povertà alimentare è pari al 12,7%, in aumento rispetto all’11,8% del 2023. In termini assoluti si tratta di oltre 6,4 milioni di persone. Il Sud e le Isole restano l’area più colpita, con un’incidenza del 17,4%, ma la novità più significativa arriva dal Nord. Qui la quota di persone in difficoltà passa dal 7,6% del 2023 all’11,2% del 2024, con circa 884mila persone in più coinvolte. In Lombardia, l’incidenza passa dall’8,3% al 14,5% – sono circa 1,25 milioni, più 535mila in un solo anno; in Veneto sale dal 9,5% al 13,5%. Il fenomeno si sta quindi diffondendo anche in territori tradizionalmente meno esposti, senza però spostarsi dal Mezzogiorno, dove si concentrano ancora le incidenze più elevate: la Calabria raggiunge il 35,7%, il valore regionale più alto, in ulteriore crescita rispetto al 31,7% del 2023. A preoccupare è anche il cambiamento del profilo delle persone coinvolte: la deprivazione cresce tra gli occupati, dall’8,7% al 10,5%, e riguarda sempre più anche persone e famiglie non classificate a rischio di povertà.
«Questo non significa che le fasce più fragili siano meno esposte, ma che l’aumento dei prezzi di cibo, casa ed energia sta allargando l’area della vulnerabilità. Questi dati interrogano l’adeguatezza degli attuali approcci di contrasto. Bisogna affiancare all’aiuto alimentare risposte più strutturali in grado di contrastare efficacemente il fenomeno e promuovere il diritto ad una alimentazione adeguata», conclude Sensi.
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La povertà non accenna a diminuire, nel nostro Paese, ma resta pressoché immobile rispetto allo scorso anno: 5,4 milioni di persone non possono permettersi i beni e i servizi considerati essenziali per una vita dignitosa. Tra loro, 1,13 milioni sono bambini e ragazzi. È la fotografia dell’Italia nel 2025 restituita dal nuovo rapporto Istat sulla povertà: rispetto al 2024, le stime nazionali diminuiscono leggermente, ma rispetto a 10 anni fa la situazione si è pesantemente aggravata.
Nel 2025 le persone in povertà assoluta sono circa 5 milioni e 435mila, contro 5 milioni e 744mila nel 2024. L’incidenza passa dal 9,8% al 9,3%. Le famiglie sono poco più di 2,1 milioni, l’8% del totale, rispetto ai 2,2 milioni e all’8,4% dell’anno precedente. Trattandosi di stime campionarie, questi scarti non permettono di parlare di una riduzione del fenomeno. Il confronto più significativo è invece quello con il 2015: in dieci anni, l’incidenza della povertà assoluta è aumentata di quasi due punti percentuali (da 7,4 a 9,3%).
Preoccupa soprattutto il dato sui minori: il 12,5% è in povertà assoluta. La quota è inferiore al 13,8% del 2024, ma la differenza non è statisticamente significativa. Un miglioramento significativo si registra invece nella fascia tra 7 e 13 anni, dove l’incidenza scende dal 14,9% al 12,1%. Resta ampio il divario rispetto al 2015: allora era povero il 9,4% dei minori, 3,1 punti percentuali in meno rispetto a oggi.
La presenza di figli continua ad accompagnarsi a una maggiore esposizione alla povertà: tra le famiglie con almeno tre minori, la quota è del 20,4%, dato leggermente migliore rispetto al 22,3% del 2024. Le famiglie povere in cui vive almeno un minore sono 656mila, l’11,2% del totale delle famiglie con minori: nel 2024 erano 734mila, pari al 12,3%.
Anche tra i giovani di 18-34 anni il disagio resta elevato: quasi 1,2 milioni sono in povertà assoluta, il 12,1%. In questo caso, la situazione è leggermente peggiorata rispetto all’11,7% del 2024. Nel confronto decennale, l’incidenza risulta superiore di 2,2 punti.
Gli anziani rimangono meno esposti delle altre fasce d’età, ma anche per loro il livello attuale supera quello di dieci anni fa: il 6,1% degli ultrasessantacinquenni è in povertà assoluta, rispetto al 4,5% del 2015.
Anche il luogo in cui si cresce conta. Nel Mezzogiorno è in povertà assoluta il 15,2% dei minori, contro l’11,2% del Nord e il 10,7% del Centro. Tra gli adolescenti di 14–17 anni residenti nel Mezzogiorno la quota raggiunge il 17,8%: quasi uno su cinque. Nel 2024 era il 15,7%.

Un podcast per comprendere le radici delle disuguaglianze italiane e interrogarsi su come ridurre i divari che attraversano le nostre comunità. Tra patrimoni che crescono e redditi che ristagnano, tra chi eredita opportunità e chi eredita svantaggi.
Avere un’occupazione protegge, ma non mette sempre al riparo. Tra le famiglie con persona di riferimento occupata, l’incidenza della povertà assoluta è del 7,7%. Le differenze tra le posizioni professionali sono marcate: quando la persona di riferimento è un operaio o assimilato, è povero il 14,3% delle famiglie. Conta anche il titolo di studio: è in povertà assoluta il 4,4% delle famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, contro l’11,9% di quelle in cui ha al massimo la licenza media. Il divario diventa particolarmente evidente restringendo lo sguardo alle famiglie con minori: quando la persona di riferimento è dirigente, quadro o impiegato, l’incidenza è del 4,2%; se è operaio o assimilato, del 15,5%, quasi quattro volte tanto.
Il rapporto tra condizione economica e abitativa è particolarmente netto. Nel 2025 sono 999mila le famiglie in affitto in povertà assoluta: il 20,9% degli affittuari, contro il 4,5% dei proprietari. Tra le famiglie con minori in affitto, è povero il 28,7%, un dato nettamente superiore rispetto al 6% relativo alle famiglie proprietarie di casa. Pesa anche la cittadinanza: è povero il 14,9% delle famiglie in affitto di soli italiani, contro il 32,8% di quelle con almeno uno straniero.

L’Italia è sempre più divisa: pochi sempre più ricchi, molti sempre più poveri. Disuguaglianze così larghe non sono solo una questione di equità sociale, sono un problema per lo sviluppo del Paese e il futuro delle nuove generazioni. Come uscirne? Le vie possibili nel numero di VITA magazine di febbraio.
SEMPRE PIÙ RICCHI, E SEMPRE PIÙ POVERI?
Un segnale di miglioramento significativo riguarda le famiglie con almeno un componente straniero: l’incidenza della povertà assoluta scende dal 30,4% al 26,7%. Tra quelle composte soltanto da stranieri passa dal 35,2% al 29,4%. Resta però una distanza molto ampia dalle famiglie di soli italiani, per le quali la quota è del 5,9%. Il miglioramento riguarda anche le famiglie con minori composte soltanto da stranieri: l’incidenza scende significativamente dal 40,5% al 31,4%.
Un dato interessante riguarda la povertà nei piccoli comuni (fino a 50mila abitanti), esclusi quelli delle periferie metropolitane: qui la povertà familiare diminuisce significativamente dall’8,9% al 7,4%. Il miglioramento si osserva al Centro, dal 7,9% al 5,4%, e nel Mezzogiorno, dall’11% all’8,2%.
Anche la povertà relativa rimane stabile: riguarda oltre 2,8 milioni di famiglie (il 10,8%) e quasi 8,7 milioni di persone (il 14,8%). Qui sono particolarmente marcate le differenze territoriali: la povertà relativa riguarda il 19,5% delle famiglie del Mezzogiorno, contro il 7% del Nord e il 5,9% del Centro. Tra le famiglie con almeno tre figli minori arriva al 35,5%, oltre tre volte alla media nazionale.
Foto dell’autrice
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Quasi 10 miliardi di euro. È l’impatto economico complessivo del turismo accessibile in Italia. Lo dice il Rapporto dell’IsITT, l’Istituto italiano per il turismo per tutti, associazione nata nel 2009 come naturale evoluzione naturale dell’impegno della Consulta per le Persone in Difficoltà – Cpd. Realizzato con il contributo di Fondazione Crt, è stato presentato al Ttg Travel Experience di Rimini: integra dati economici, analisi delle imprese e approfondimenti sulle opportunità offerte dalle nuove tecnologie.
Ne emerge la fotografia di un mercato in espansione e aperto a nuovi investimenti. Secondo Ivana Jelinic, amministratore delegato di Enit, l’Agenzia nazionale del Turismo, «l’accessibilità nelle nostre destinazioni, nei luoghi e nelle imprese visitati dai turisti, anche quelli con difficoltà permanenti o temporanee, è alla base della crescita sostenibile del comparto turistico italiano».

Nove milioni di arrivi, 38,6 milioni di presenze e un valore aggiunto diretto stimato in 5,3 miliardi di euro. Il turismo accessibile è un settore da 9,8 miliardi di euro nel suo insieme. Una componente sempre più rilevante per l’economia e la competitività del sistema turistico italiano. L’accessibilità, quindi, non rappresenta più soltanto un segmento specialistico dell’offerta, ma una leva strategica di sviluppo, innovazione e qualità dell’accoglienza.
Lo studio si è avvalso delle ricerche di Srm – Centro Studi e Ricerche sulla dimensione economica, imprenditoriale e organizzativa, e di Intesa Sanpaolo Innovation Center, focalizzate sul ruolo dei dati, della tecnologia e dell’innovazione. Mette a disposizione un patrimonio di informazioni utili a comprendere l’evoluzione del turismo accessibile e a orientare le scelte di imprese, destinazioni e istituzioni.
Uno dei cambiamenti più significativi registrati riguarda l’approccio delle imprese. Il confronto tra il 2025 e il 2026 evidenzia il passaggio da un interesse diffuso per il settore a una maggiore selettività, accompagnata però da un rafforzamento degli investimenti da parte delle aziende più impegnate. La quota di strutture ancora in fase di valutazione cresce dal 9,5% al 21,1%, mentre diminuisce quella delle imprese già attive o impegnate in percorsi di investimento. Parallelamente, tra le aziende orientate all’accessibilità, la percentuale di chi ha investito negli ultimi tre anni sale dal 79,6% all’84,5%, mentre quella di chi prevede nuovi investimenti nel prossimo triennio passa dal 67,5% al 74,2%. Un segnale che racconta un mercato in fase di maturazione: diminuisce l’interesse generico, ma aumenta la determinazione di chi riconosce nell’accessibilità un fattore concreto di competitività.

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA
Le aziende più orientate all’accessibilità mostrano una maggiore attenzione alla formazione del personale, alla digitalizzazione, all’organizzazione dei servizi e all’integrazione con il territorio. «La tecnologia si conferma un fattore abilitante, ma non una risposta automatica ai bisogni di accessibilità», si legge in una nota stampa. «Dalla qualità e dall’aggiornamento delle informazioni all’interoperabilità delle piattaforme, dalla possibilità di prenotare in autonomia alla mobilità e ai sistemi di orientamento, il vero valore dell’innovazione risiede nella sua capacità di migliorare concretamente l’esperienza di viaggio».
Restano alcune criticità strutturali: la frammentazione delle informazioni, la distanza tra accessibilità dichiarata e accessibilità effettivamente verificabile, la discontinuità dei servizi, la necessità di competenze diffuse e la difficoltà di trasformare le innovazioni sperimentali in soluzioni adottate su larga scala. Per affrontare queste sfide, il Rapporto richiama l’importanza di una governance più integrata delle destinazioni, capace di mettere in relazione operatori turistici, istituzioni, tecnologie, infrastrutture e bisogni dei viaggiatori.
Il Rapporto 2026 si inserisce nel percorso avviato con il Torino Manifesto on Tourism for All 2025, riprendendone i principi e confrontandoli con le nuove evidenze economiche, organizzative e tecnologiche. Da questa riflessione emerge una prospettiva strategica: passare da analisi occasionali a un sistema continuativo di conoscenza e monitoraggio. In questa direzione si colloca l’ipotesi di istituire un Osservatorio IsITT sul turismo accessibile, per integrare dati quantitativi e qualitativi, definire indicatori confrontabili nel tempo e mettere a disposizione strumenti utili per investimenti, politiche e strategie. «I dati mostrano che l’accessibilità non è più un tema marginale, ma una componente della qualità e della competitività del turismo», dichiara Daniela Broglio, presidente di IsITT. «Il nostro obiettivo è mettere in relazione evidenze, innovazione e bisogni delle persone per capire dove sta andando il settore e contribuire a orientarne lo sviluppo».
In apertura, fotografia di Queensland Australia su Unsplash. La fotografia nel testo è di Ufficio stampa IsITT
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MILANO (ITALPRESS) – Le nuove tariffe sui pacchi extra-Ue rischiano di penalizzare ulteriormente il cargo aereo italiano, già alle prese con il rallentamento dell’e-commerce e le difficoltà legate alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. A lanciare l’allarme è Paolo Maderna, presidente di ANAMA, l’Associazione Nazionale Agenti Merci Aeree, intervistato da Italpress. “Anche solo l’annuncio dei 2 euro di handling iniziali, fatto alla fine dell’anno scorso, aveva già portato una riduzione di più del 30% del traffico in Italia”, sottolinea Maderna, aggiungendo che “Molti traffici sono stati dirottati, quindi il sistema Italia ha perso traffico”.
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ROMA (ITALPRESS) – Come cambiano le strategie delle imprese italiane di fronte ai dazi, alle tensioni geopolitiche e alle nuove regole del commercio internazionale? È la domanda al centro della quarta edizione del Forum del Commercio Internazionale, in programma il 23 ottobre all’Hotel Excelsior Gallia di Milano. Il titolo scelto per quest’anno è “Nuove rotte del commercio globale. Come le imprese si adattano al cambiamento e anticipano le sfide”. Il programma è stato presentato questa mattina nella sala stampa della Camera dei deputati. Promossa da ARcom Formazione, l’iniziativa riunirà rappresentanti delle istituzioni italiane ed europee, imprese ed esperti di economia, geopolitica, logistica e dogane. Nel corso della giornata saranno presentati i risultati di un’indagine realizzata da Noto Sondaggi su 200 aziende esportatrici italiane, per comprendere come i dazi statunitensi e le nuove regole commerciali stiano incidendo sulle attività delle imprese, quali contromisure siano state adottate e come stiano cambiando le strategie di accesso ai mercati internazionali. Alla conferenza stampa sono intervenuti il sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale Massimo Dell’Utri, la vicepresidente della X Commissione della Camera Ilaria Cavo, la senatrice Raffaella Paita, la direttrice scientifica di ARcom Formazione Sara Armella e il direttore generale di Confetra Andrea Cappa. Dai loro interventi è emersa la necessità di rafforzare il dialogo tra istituzioni e imprese per affrontare un contesto nel quale le decisioni politiche, le barriere commerciali e le trasformazioni tecnologiche incidono sempre più sulle scelte economiche. “Il Forum è un momento importante e di grande attenzione che riguarda il commercio estero”, ha dichiarato Dell’Utri, richiamando le difficoltà di una fase internazionale segnata da una crisi geopolitica che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata difficile da immaginare. Le tensioni tra le principali potenze e il ricorso a misure protezionistiche rendono più complesso operare sui mercati esteri, aumentando l’incertezza per le aziende che esportano. In questo scenario, il confronto tra istituzioni e sistema produttivo diventa importante per individuare risposte alle nuove criticità e sostenere la presenza delle imprese italiane sui mercati internazionali. Per Ilaria Cavo, le difficoltà non devono far dimenticare le opportunità offerte dai risultati dell’export italiano.
La deputata ha richiamato il dato relativo al superamento del Giappone per valore delle esportazioni, sottolineando l’importanza di analizzare questo risultato per comprendere i punti di forza del sistema produttivo e le possibilità di ulteriore crescita. “L’Italia deve essere un ponte e l’Europa deve riuscire a negoziare sempre più unita”, ha affermato Cavo, indicando nella capacità dell’Unione europea di presentarsi con una posizione comune una condizione fondamentale per affrontare la concorrenza internazionale. La coesione europea è particolarmente importante quando si tratta di negoziare con le grandi economie e difendere gli interessi delle imprese, soprattutto delle piccole e medie aziende, che dispongono di minori risorse per affrontare autonomamente i cambiamenti del quadro commerciale. Il confronto tra settore pubblico e privato è anche alla base del Forum. “Il Forum nasce per cercare confronto tra settore pubblico e privato”, ha spiegato Sara Armella, direttrice scientifica di ARcom Formazione. Le analisi geopolitiche, ha osservato, possono aiutare le aziende a interpretare gli scenari internazionali, valutare i rischi e scegliere come muoversi nei diversi mercati. In una fase in cui le decisioni politiche possono modificare rapidamente le condizioni degli scambi, conoscere l’evoluzione delle regole commerciali e dei rapporti tra Paesi diventa parte integrante della pianificazione aziendale. La sfida è favorire l’apertura dei mercati e, allo stesso tempo, creare condizioni che consentano alle imprese di competere in un contesto sempre più complesso. Il Forum, gratuito e accessibile anche in diretta streaming, punta a offrire uno spazio di approfondimento e confronto sulle soluzioni possibili. La senatrice Raffaella Paita ha posto l’accento sull’incertezza generata dai dazi statunitensi e sulle ricadute per le aziende italiane. Le nuove barriere commerciali possono incidere sui costi, sui margini e sulla capacità delle imprese di mantenere la propria posizione nei mercati di destinazione, spingendole a valutare strategie alternative. A rendere più articolato il quadro contribuiscono anche l’innovazione tecnologica e il crescente peso di economie come l’India, che stanno modificando gli equilibri del commercio mondiale. Secondo Paita, le aziende hanno bisogno di un’Europa meno burocratica, capace di accompagnare i cambiamenti anziché aggiungere ostacoli. La semplificazione delle procedure e una maggiore capacità di risposta da parte delle istituzioni possono aiutare le imprese ad adattarsi più rapidamente e a concentrare risorse e investimenti sullo sviluppo.
Un altro tema centrale riguarda le dogane, la cui efficienza può incidere direttamente sulla competitività delle imprese. “Come viene applicato il Codice doganale determina la competitività delle nostre imprese sui mercati globali”, ha sottolineato Andrea Cappa, direttore generale di Confetra. Il sistema italiano coinvolge diverse amministrazioni pubbliche e il modo in cui queste operano e si coordinano ha conseguenze dirette sui tempi e sui costi delle operazioni di importazione ed esportazione. Per le piccole e medie imprese, procedure complesse o poco uniformi possono tradursi in ulteriori oneri e difficoltà operative. Al contrario, la semplificazione degli adempimenti, la digitalizzazione e un migliore coordinamento amministrativo possono rendere più efficienti le catene logistiche e facilitare l’accesso ai mercati esteri. La riforma doganale europea sarà uno degli argomenti principali della giornata milanese. È previsto l’intervento di Matthias Petschke, direttore della Direzione Dogane della DG TAXUD della Commissione europea, seguito da un confronto con rappresentanti dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, della logistica e del mondo imprenditoriale. Al centro del dibattito ci saranno la nuova autorità doganale dell’Unione europea, il Data Hub europeo, il sistema Trust and Check e l’impiego dell’intelligenza artificiale nei controlli. L’obiettivo sarà approfondire come l’evoluzione delle procedure e degli strumenti digitali possa contribuire a rendere i controlli più efficaci e gli scambi più fluidi. Ad aprire i lavori, coordinati dalla giornalista Mariangela Pira e da Sara Armella, saranno gli interventi istituzionali della sindaca di Genova Silvia Salis, della sottosegretaria di Stato Matilde Siracusano e della deputata Ilaria Cavo. È prevista anche la lettura di un contributo della direttrice generale dell’Organizzazione mondiale del commercio, Ngozi Okonjo-Iweala. Il quadro geopolitico sarà approfondito dall’analista Dario Fabbri, con un intervento dedicato ai nuovi equilibri economici a un anno dall’introduzione dei dazi statunitensi. Seguirà una tavola rotonda sulla competizione globale, alla quale parteciperanno, tra gli altri, gli eurodeputati Brando Benifei e Carlo Fidanza, il professor Giorgio Sacerdoti e rappresentanti di Confindustria, ICE e delle imprese. Il confronto affronterà il rapporto tra politiche commerciali, regole internazionali e strategie industriali, con particolare attenzione alle condizioni necessarie per mantenere competitiva la presenza italiana sui mercati esteri. I risultati dell’indagine di Noto Sondaggi saranno illustrati da Antonio Noto, fondatore e direttore dell’istituto. La ricerca prenderà in esame gli effetti delle barriere commerciali sulle aziende esportatrici, le scelte relative ai mercati di destinazione e i cambiamenti nelle catene di fornitura. L’indagine offrirà una fotografia delle difficoltà incontrate dalle imprese e delle risposte messe in campo, dalla diversificazione dei mercati alla revisione delle strategie commerciali. L’obiettivo è capire come le aziende stiano reagendo a un contesto nel quale le decisioni politiche e le tensioni internazionali incidono sempre più sull’organizzazione delle attività economiche. Nel pomeriggio sono attesi il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e il commissario europeo per il Commercio e la Sicurezza economica, Maros Sefcovic, che interverrà con un videomessaggio. Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della Sera, approfondirà invece l’impatto dell’intelligenza artificiale sul commercio internazionale. L’innovazione tecnologica sta trasformando la gestione dei dati, i processi logistici e l’analisi dei mercati, aprendo nuove opportunità ma richiedendo anche investimenti e competenze adeguate. La capacità di integrare questi strumenti nei processi aziendali rappresenta un ulteriore fattore di competitività, soprattutto per le imprese chiamate a operare in mercati sempre più dinamici. In programma anche la presentazione del white paper ARGO – Osservatorio sul Commercio Internazionale e di una nuova rivista trimestrale dedicata all’evoluzione degli scambi globali, realizzata da ARcom in collaborazione con Studio Armella & Associati. Sarà inoltre consegnato il Premio Alfiere del Commercio Internazionale, rivolto ai professionisti under 35 che si sono distinti nel settore. Quattro panel e tavoli operativi completeranno la giornata, con approfondimenti sulla competitività delle imprese, la riforma doganale, la gestione dei rischi e le opportunità per il Made in Italy. L’intento è mettere a confronto le esigenze delle aziende con il lavoro delle istituzioni, individuando soluzioni concrete per affrontare le nuove condizioni del commercio mondiale. In uno scenario segnato da dazi, tensioni geopolitiche e cambiamenti normativi, la capacità di anticipare i rischi, diversificare i mercati e adattare le strategie sarà sempre più importante per il futuro dell’export italiano.
– foto ufficio stampa Forum Commercio Internazionale –
(ITALPRESS).
MILANO (ITALPRESS) – “L’Italia è ora ‘place to be’, un luogo in cui investire, grazie alla stabilità e alla gestione delle finanze pubbliche. Siamo usciti da una fase nella quale investire in Italia era opportunistico. Oggi l’Italia è stabilmente parte dei portafogli internazionali. Così il presidente di Cdp Giovanni Gorno Tempini, intervenendo al Cdp Investor Day.
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CATANIA (ITALPRESS) – Rafforzare le imprese, valorizzare il capitale umano e rendere la Sicilia più attrattiva per gli investimenti nazionali e internazionali. Sono le direttrici emerse dal Forum dei Territori di UniCredit, che si è svolto a Palazzo degli Elefanti, a Catania, riunendo rappresentanti del mondo economico, istituzionale e accademico per un confronto sulle prospettive di sviluppo dell’Isola.
Ad aprire i lavori è stato il presidente di UniCredit, Pier Carlo Padoan, che ha richiamato le opportunità offerte dall’innovazione tecnologica e dalla valorizzazione delle risorse locali, in un contesto internazionale complesso. “La situazione globale che stiamo vivendo, purtroppo, non è positiva ed è fonte di problemi, ma anche di opportunità” ha affermato, indicando nell’innovazione tecnologica e nella capacità di mettere in rete territori e istituzioni due leve decisive per la crescita. Secondo Padoan, la frammentazione territoriale e istituzionale rischia di ostacolare la diffusione dell’innovazione. Per questo, ha sottolineato, occorre creare occasioni di confronto e strumenti capaci di mettere a sistema le potenzialità locali. Un percorso nel quale la Sicilia può puntare soprattutto sul capitale umano. “Quale capitale può essere particolarmente importante per la Sicilia? Quello umano, di cui l’Isola è particolarmente dotata”, ha spiegato il presidente di UniCredit in video collegamento con Palazzo degli Elefanti, richiamando il contributo dei giovani che scelgono di restare, investire le proprie energie sul territorio o tornare per avviare nuove attività.
Formazione, istituzioni, innovazione tecnologica e infrastrutture devono quindi concorrere a una strategia comune, capace di trasformare le risorse disponibili in crescita economica duratura. Un quadro che presenta segnali incoraggianti, ma anche elementi di fragilità. A delinearli è stato Luca Bianchi, presidente di Svimez, che ha illustrato i dati relativi all’andamento dell’economia siciliana. “La Sicilia ha partecipato alla ripresa post Covid con risultati anche migliori della media del Mezzogiorno, con un dato importante che è stato la ripresa della crescita industriale dopo tanti anni di deindustrializzazione” ha detto. A preoccupare è però la possibilità che il ciclo positivo perda slancio. “Questa crescita, trainata soprattutto dalla finanza pubblica e dal PNRR, rischia di indebolirsi e, soprattutto, l’effetto dell’aumento dell’inflazione, con salari bassi, rischia di ridurre il potere d’acquisto delle famiglie”. Il rischio, ha avvertito il presidente Svimez da Catania, è quello di una regione “un po’ più solida da un punto di vista economico, ma più fragile da un punto di vista sociale”.
Tra i nodi da affrontare figurano la frammentazione del tessuto produttivo, la scarsa presenza di grandi imprese, le carenze infrastrutturali e la difficoltà di distribuire i flussi turistici lungo tutto l’anno. Criticità che si affiancano alle opportunità legate alle risorse pubbliche ed europee e all’interesse degli investitori internazionali per settori come energia, logistica e innovazione.
In Sicilia sono attive circa 370 mila imprese. Per sostenerne lo sviluppo, il Regional Manager della Region Sicilia di UniCredit, Salvatore Malandrino, ha indicato la necessità di favorire la crescita dimensionale e sostenibile delle aziende, rafforzare le filiere tradizionali e sviluppare quelle strategiche, a partire da meccatronica, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, energia e infrastrutture. Un percorso che può beneficiare anche degli investimenti avviati attraverso il PNRR e la Zona economica speciale unica.
Tra i comparti con maggiori margini di crescita c’è il turismo, che rappresenta circa il 4% dell’economia regionale e coinvolge una filiera estesa, dall’ospitalità ai trasporti, dalla ristorazione ai servizi culturali e ricreativi. Il settore conta oltre 32 mila imprese attive e genera un valore della produzione pari a circa 6 miliardi di euro. Il Forum ha approfondito anche il contributo delle produzioni cinematografiche alla promozione della destinazione Sicilia, con un intervento di Marco Grifoni, amministratore delegato della casa di produzione Palomar. Cinema e serie televisive possono infatti contribuire a rafforzare la riconoscibilità internazionale dell’Isola e ad alimentare i flussi turistici.
“Sono fondamentali gli investimenti focalizzati sull’innalzamento della qualità e della varietà dell’offerta turistica, ma anche sulla valorizzazione dell’unicità del nostro patrimonio“, ha sottolineato Malandrino, evidenziando la necessità di un ulteriore impegno di sistema per trasformare la visibilità della Sicilia in risultati economici concreti.
L’obiettivo del Forum è stato proprio individuare le leve per rafforzare il brand Sicilia nel medio e lungo periodo, attraverso quattro ambiti di intervento: impresa, proiezione internazionale, incoming e giovani. Un confronto che, come ha ribadito Remo Taricani, Deputy Head of Italy di UniCredit, punta a sostenere le potenzialità del territorio. “La Sicilia dispone di energie imprenditoriali, talenti e asset competitivi che possono renderla sempre più attrattiva e protagonista nel panorama nazionale e internazionale. Come UniCredit vogliamo continuare a fare la nostra parte, mettendo a disposizione risorse, competenze e una presenza radicata sul territorio per sostenere uno sviluppo duraturo e inclusivo”, ha dichiarato Salvatore Malandrino.
A confermare il ruolo della banca nell’economia regionale sono i dati sui finanziamenti. Nel 2025 UniCredit ha concesso in Sicilia nuovi finanziamenti per circa 1,6 miliardi di euro, in crescita del 20% rispetto al 2024, con oltre la metà delle risorse destinate alle imprese. Nel primo semestre del 2026 le nuove erogazioni hanno raggiunto 1,1 miliardi, di cui 624 milioni a favore delle aziende, con un incremento del 24% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La banca conta nell’Isola quasi 900 mila clienti, tra cui oltre 70 mila imprese, e una quota di mercato del 21,8%.
Nel corso della giornata è intervenuto anche Nico Torrisi, alla guida dell’Advisory Board Sicilia di UniCredit. La tavola rotonda “Riflessioni sull’attrattività: Imprese, Export, Istituzioni, Turismo, Formazione e Capitale Umano a confronto”, moderata dalla giornalista di Class CNBC Janina Landau, ha riunito Giosy Romano, capo Dipartimento per il Sud e coordinatore della ZES unica, Donato Piscuoglio, Head of Real Estate di Arrow Global Italia, Lucio Colombo, presidente del Digital Innovation Hub Sicilia, Enrico Foti, rettore dell’Università degli Studi di Catania, José Rallo, amministratore delegato di Donnafugata, e Marco Anfuso, CEO di Regran.
Al centro del confronto, la possibilità di trasformare le risorse e le competenze già presenti in Sicilia in un sistema economico più competitivo, capace di attrarre investimenti, sostenere l’occupazione e consolidare il ruolo dell’Isola come polo produttivo nel Mediterraneo.
– foto xo5/Italpress –
(ITALPRESS).
NAPOLI (ITALPRESS) – Il fisco è sempre più attivo nella lotta all’evasione, nel mirino ci sono ora B&B e case vacanze. Ne parla l’economista Gianni Lepre.
fsc/gtr
MILANO (ITALPRESS) – “Oggi abbiamo circa 550 investitori, in maniera crescente internazionali che comprano i nostri prodotti finanziari, i nostri bond emessi sul mercato, siamo usciti di recente anche con un bond in dollari e vogliamo mantenere il filo diretto e comunicare con gli investitori come si evolve Cassa, quali sono le attività che fa. Quando uno parla con gli investitori internazionali, anche rappresentare le sfide e come il Paese sta reagendo alle varie sfide economiche e geopolitiche, è un modo per far conoscere meglio e far apprezzare”. Così l’amministratore delegato di Cdp, Dario Scannapieco, durante il Cdp Investor Day.
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I giorni dell’emergenza abitativa dell’Ue potrebbero essere contati, con una potenziale soluzione all’orizzonte, cioè moderni metodi di costruzione (Mcm). Sfruttando il loro potenziale, l’Ue potrebbe ridurre i costi di costruzione, abbreviare i tempi di costruzione e ridurre l’impronta di carbonio, sostenendo l’economia circolare nel settore delle costruzioni. – È questa la ferma convinzione che il Cese ha espresso nel suo parere sul tema Rendere l’edilizia abitativa accessibile – Aumentare i moderni metodi di costruzione e ridurre i costi , adottato nella sessione plenaria di settembre.
Elaborato da John Comer e Thomas Kattnig, il parere è stato richiesto dalla presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea e affronta la questione della carenza di alloggi. Più specificamente, il parere affronta le condizioni quadro necessarie per aumentare l’offerta di alloggi riqualificati, ristrutturati e nuovi e fornisce orientamenti agli attori pertinenti sull’attuazione di metodi di costruzione moderni.
«I moderni metodi di costruzione possono diventare un pilastro fondamentale degli alloggi a prezzi accessibili, ma solo se l’innovazione, la qualità, i diritti dei lavoratori e gli obiettivi di interesse pubblico progrediscono insieme» ha dichiarato Comer. «I moderni metodi di costruzione non devono essere considerati semplicemente una questione tecnologica o orientata al mercato, ma devono far parte di una più ampia strategia sociale, di mercato del lavoro, di accessibilità economica e di politica industriale», ha ribadito Kattnig.
Il settore delle costruzioni rimane caratterizzato da una crescita della produttività relativamente bassa e da catene di approvvigionamento frammentate. I moderni metodi di costruzione possono contrastare questi problemi perché si basano su tecniche innovative di produzione fuori sede e in loco progettate per costruire strutture di qualità superiore più velocemente e in modo più efficiente rispetto agli approcci edilizi tradizionali. Tra gli esempi figurano il potenziamento degli approcci industrializzati come l’edilizia modulare, prefabbricata e fuori sede.
I moderni metodi di costruzione hanno quindi il potenziale per ridurre i costi e i tempi complessivi di costruzione e aumentare la precisione strutturale, il controllo di qualità, la capacità e la produttività del settore. Inoltre, essendo più rispettosi dell’ambiente, contribuiscono anche al conseguimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Oss) delle Nazioni Unite. Ciò è della massima importanza, in quanto è essenziale che gli edifici costruiti con moderni metodi di costruzione mantengano la stessa qualità e valore a lungo termine delle case costruite tradizionalmente.
Per raggiungere questi obiettivi, i moderni metodi di costruzione hanno bisogno di una capacità industriale sviluppata. Per questo motivo il Cese sostiene che l’Ue deve portare avanti investimenti mirati per aumentare la capacità industriale di produrre sistemi di prefabbricazione e costruzione fuori sito.
Il Comitato sottolinea inoltre che gli Stati membri, la Commissione, l’Alleanza per l’edilizia abitativa e tutte le parti interessate hanno un ruolo da svolgere nel promuovere la normazione, eliminare la frammentazione delle normative e garantire che i sistemi per i moderni metodi di costruzione siano certificati e monitorati.
Pur riconoscendo che ciascuno Stato membro ha una competenza primaria in materia di alloggi, il Cese ritiene che la Commissione dovrebbe contribuire ai piani nazionali in materia di alloggi e promuovere la cooperazione transfrontaliera.
Per consentire al settore edile di compiere progressi nell’innovazione, l’Ue deve avviare un meccanismo di finanziamento centrale per incoraggiare e consentire alle Pmi di investire nella digitalizzazione, che non dovrebbe limitarsi ai progetti di costruzione, ma dovrebbe anche essere sfruttato per garantire i diritti dei lavoratori, posti di lavoro di qualità, condizioni di lavoro e interessi dei consumatori.

L’emergenza abitativa dell’Ue non è nuova. I prezzi delle abitazioni nell’Ue sono aumentati di oltre il 60,5 % dal 2013, mentre gli affitti sono aumentati del 28,8 % tra il 2010 e il 2025. Nel 2024 il tasso di onerosità eccessiva dei costi abitativi è stato in media dell’8,2 % nell’Ue.
In tutta l’Europa, il drammatico mix di inflazione elevata e aumenti salariali e pensionistici insufficienti ha ridotto il reddito disponibile delle famiglie. Ciò colpisce in modo sproporzionato i gruppi vulnerabili, le donne e i giovani. Inoltre, il calo delle nuove abitazioni innesca pressioni sia sui mercati degli acquisti sia su quelli degli affitti, determinando un’inflazione dei prezzi e degli affitti.
Una serie di fattori aggiuntivi ha ulteriormente esacerbato la crisi abitativa. La pandemia di Covid-19, la guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina, l’impennata dei prezzi dell’energia e l’aumento dei costi dei materiali hanno peggiorato ulteriormente la situazione. In tale contesto, i tassi di interesse sui mutui ipotecari sono raddoppiati e il numero di licenze edilizie rilasciate nell’Ue tra il 2021 e il 2024 è diminuito del 25%.
Il Cese ha costantemente sollecitato le istituzioni dell’Ue a trovare una soluzione all’emergenza abitativa, adottando una serie di pareri chiave negli ultimi mesi. – Nel suo parere del settembre 2025 sul tema Per un piano europeo per gli alloggi a prezzi accessibili – Il contributo della società civile, il Cese ha esortato la Commissione a elaborare un piano d’azione per far rispettare il diritto fondamentale all’alloggio.
– A marzo 2026, a seguito di una presentazione della Commissione sul piano europeo per gli alloggi a prezzi accessibili nel dicembre 2025, il Comitato ha adottato un parere sul tema Affrontare la carenza di alloggi attraverso politiche abitative a prezzi accessibili, sostenibili e orientate alle famiglie, in cui chiede misure più ambiziose per affrontare la crisi strutturale degli alloggi.
– Nel suo parere del luglio 2026 sulla strategia dell’Ue per l’edilizia abitativa, il Cese ha esortato la Commissione a presentare rapidamente le iniziative annunciate nel quadro della strategia, comprese le condizioni quadro necessarie affinché l’edilizia funga da catalizzatore per alloggi sostenibili, di alta qualità e a prezzi accessibili.
Attualmente il Cese sta valutando la legge sugli alloggi a prezzi accessibili, che la Commissione europea ha presentato lo scorso 9 settembre, e dovrebbe adottare un parere sulla legge dell’Ue sugli alloggi a prezzi accessibili a dicembre 2026.
Foto: Tom Rumble/Unsplash
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RIMINI (ITALPRESS) – Francorosso cambia volto e “guarda al futuro”. Lo storico brand di Alpitour World ha deciso di puntare su un segmento in grande espansione, quello del turismo al femminile. Il marchio riparte da un nuovo logo per aggiornare la propria identità visiva. In occasione del Ttg Travel Experience di Rimini, Francorosso ha infatti lancia la linea “DiscovHer” con itinerari pensati esclusivamente per le viaggiatrici. Un progetto concepito in collaborazione con il format Donnavventura.
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(video in collaborazione con Alpitour)
CATANIA (Italpress) – “Abbiamo scelto di dedicare il Forum dei Territori all’attrattività della Sicilia perché questo è un momento complesso, ma ricco di opportunità. La crescita del Pil e il rafforzamento della base industriale ci dicono che è il momento di fare sistema per valorizzare il brand Sicilia nel mondo. Le 370 mila imprese attive rappresentano la forza del nostro tessuto economico, ma dobbiamo affrontare insieme le criticità legate alla frammentazione produttiva e alla carenza di grandi imprese. L’obiettivo è mettere in rete le eccellenze, le filiere e le potenzialità del territorio per rafforzarne la competitività e l’attrattività internazionale”.
Lo ha dichiarato il Regional Manager Sicilia di UniCredit, Salvatore Malandrino, aprendo il Forum dei territori 2026 in svolgimento a Palazzo degli Elefanti a Catania.
xo5/pc/gtr

ROMA (ITALPRESS) – Lo scorso agosto il debito delle Amministrazioni pubbliche è risultato pari a 3.200,8 miliardi, in diminuzione di 6,1 rispetto al mese precedente. E’ quanto emerge dalla pubblicazione statistica “Finanza pubblica: fabbisogno e debito” della Banca d’Italia.
Il decremento riflette il calo delle disponibilità liquide del Tesoro (16,6 miliardi, a 59,1), solo parzialmente compensato dal fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (10,4 miliardi) e dall’effetto degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio (0,1 miliardi).
Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, la diminuzione del debito è imputabile a quella osservata per le Amministrazioni centrali (6,4 miliardi), in parte compensata dal lieve aumento del debito delle Amministrazioni locali (0,2 miliardi). Il debito degli Enti di previdenza è rimasto invariato.
La vita media residua del debito è lievemente diminuita a 7,8 anni, dai 7,9 del mese precedente.
La quota del debito detenuta dalla Banca d’Italia ha continuato a diminuire, collocandosi al 16,4 per cento (dal 16,6). A luglio (ultimo mese per cui questo dato è disponibile) quella detenuta dai non residenti era aumentata al 36,5 per cento mentre quella detenuta dagli altri residenti (principalmente famiglie e imprese non finanziarie) al 14,7 per cento (dal 36,2 e 14,6 per cento, rispettivamente).
Ad agosto le entrate tributarie del bilancio dello Stato sono state pari a 56,7 miliardi, in aumento dell’1,2 per cento (0,7 miliardi) rispetto al corrispondente mese del 2025. Nei primi otto mesi del 2026 esse sono state pari a 391,2 miliardi, in aumento del 2,5 per cento (9,4 miliardi) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).

ROMA ITALPRESS) – “Le tensioni geopolitiche, i conflitti e la frammentazione economica stanno assumendo un ruolo sempre più determinante nell’economia globale. Nel 2026, le nuove interruzioni delle forniture di energia e fertilizzanti, nonché delle reti logistiche, hanno alimentato l’inflazione, indebolito la fiducia e limitato i consumi. Gli effetti ricadono in misura sproporzionata sulle economie emergenti e in via di sviluppo (EMDE), le cui limitate riserve di bilancio e finanziarie, insieme alla minore diversificazione delle fonti energetiche, ne riducono la capacità di assorbire gli shock. Di conseguenza, in diversi Paesi i progressi sul fronte dello sviluppo hanno subito una battuta d’arresto, mettendo a rischio risultati conseguiti con grande fatica”. Lo afferma il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta al 114mo incontro del Development Committee della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale a Bangkok.
“In questo contesto – aggiunge – il nostro Collegio elettorale sostiene fermamente il Gruppo della Banca mondiale (WBG) nei suoi sforzi volti a sviluppare soluzioni e strumenti innovativi per sradicare la povertà e promuovere lo sviluppo attraverso una crescita inclusiva, la creazione di posti di lavoro, gli investimenti nel capitale umano e nelle infrastrutture, un migliore accesso ai finanziamenti e sistemi di protezione sociale solidi. L’azione per il clima, il buon governo, la trasparenza e la parità di genere dovrebbero essere integrati in tutte le strategie e nella loro attuazione. Il multilateralismo e la cooperazione internazionale restano essenziali per conseguire progressi duraturi”.
“L’intelligenza artificiale potrebbe costituire un potente strumento per far avanzare la missione del Gruppo della Banca Mondiale. Il World Development Report 2026 dedicato all’IA rappresenta un contributo quanto mai opportuno che evidenzia come una sua diffusione su larga scala potrebbe incrementare la crescita potenziale nelle economie emergenti e in via di sviluppo (EMDE) di 0,8 punti percentuali all’anno” “Incoraggiamo il WBG a sostenere i Paesi in via di sviluppo nel concretizzare tale potenziale, promuovendo investimenti in infrastrutture digitali ed energetiche, capitale umano e competenze digitali; favorendo approcci regionali alla connettività; e individuando il mix di politiche più adeguato per gestire i rischi connessi. Una rigorosa valutazione dell’impatto sarà fondamentale per acquisire elementi concreti sugli effetti dell’IA in termini di sviluppo e per orientare l’adozione di politiche efficaci”, conclude.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).

ROMA (ITALPRESS) – Nel 2025, si stima che siano oltre 2,1 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di individui. In termini percentuali, l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie è pari all’8,0%, stabile rispetto al 2024 (+8,4%), e al 9,3% tra le persone, anch’essa stabile rispetto all’anno precedente (+9,8%). Lo rileva l’Istat.
L’incidenza della povertà assoluta per le famiglie composte solamente da italiani è pari al 5,9%, sale al 26,7% tra quelle con almeno uno straniero e raggiunge il 29,4% tra le famiglie composte esclusivamente da stranieri.
Stabile anche l’incidenza della povertà relativa, che tra le famiglie si attesta al 10,8%, dal 10,9% del 2024, e tra gli individui al 14,8% (dal 14,9%). Sono oltre 2,8 milioni le famiglie in povertà relativa, per un totale di quasi 8,7 milioni di individui.
– foto di repertorio IPA Agency –
(ITALPRESS).
dagli esperimenti della Tv delle ragazze al divano rosso di Parla con me, autrice, scrittrice, conduttrice elegante, colta, ironica, pungente, Serena Dandini ha condotto programmi che hanno fatto la storia del piccolo schermo e firmato interviste da libro dei ricordi. Due su tutte? Le ricorda lei, il fisico Giorgio Parisi e Annie Lennox, che le confidò il suo desiderio di non cedere alla bitterness e di non lasciare spazio all’amarezza con l’età che avanza. Un obiettivo che Dandini sembra aver fatto suo. «I nostri nonni hanno combattuto contro nazismo e fascismo. Ce la possiamo fare anche noi»: il sorriso è quello di sempre, gli applausi anche.
«La complicità? È fare squadra» e farlo quando nessuno là fuori ci crede. E Dandini di sfide ne ha vinte parecchie: ha portato in tv la comicità delle donne, quando pochissimi lo facevano, ha scoperto talenti, ha ridato vita all’Ambra Jovinelli, un teatro che ha diretto per 10 anni.
Ecco, la sua forza e quel modo di vivere Roma che è un po’ amore infinito, pazienza e resistenza, ebbene tutto questo è stato il filo rosso che ha tenuto insieme il primo incontro di Riflessi, serie di appuntamenti promossi da Fondazione Roma, che ogni martedì (saranno 12, fino al 12 gennaio 2027) riempiranno Museo del Corso – Palazzo Cipolla di dialoghi tra scrittori, artisti, attori, giornalisti, musicisti e protagonisti della cultura e il pubblico su 4 temi, uno per ogni mese: complicità, pace, follia e uguaglianza.
L’accesso agli appuntamenti sarà consentito con un biglietto di 10 euro, il cui intero incasso derivante dalla vendita sarà devoluto all’Associazione Andrea Tudisco together home, che dal 1997 accoglie gratuitamente bambini con gravi patologie e le loro famiglie, offrendo una casa vicino agli ospedali pediatrici e il calore di una comunità che li sostiene per tutto il tempo delle cure.
Fondazione Roma ha scelto di raddoppiare la somma complessiva destinata all’associazione, aggiungendo un proprio contributo di pari importo. La cultura diventa così anche un gesto di solidarietà: chi entra a Palazzo Cipolla non assiste soltanto a uno spettacolo ma contribuisce a una causa.

«Con Riflessi», spiega il presidente di Fondazione Roma, Franco Parasassi, «abbiamo voluto realizzare un modo nuovo di vivere il Museo del Corso – Polo museale, aprendolo alla città e trasformando Palazzo Cipolla in un luogo di incontro, dialogo e partecipazione. Un progetto nel quale il patrimonio artistico incontra la creatività contemporanea e il pubblico diventa parte integrante dell’esperienza culturale».
Riflessi, aggiunge, è anche l’occasione «per affermare il valore sociale della cultura. Destinare l’intero ricavato della rassegna all’Associazione Andrea Tudisco – Together home e raddoppiarlo con un contributo di Fondazione Roma significa trasformare ogni biglietto in un gesto concreto di solidarietà, a sostegno dei bambini affetti da gravi patologie e delle loro famiglie».
Al centro del progetto c’è Roma, intesa non come semplice scenario, ma come comunità, bacino di talenti ed ecosistema culturale contemporaneo. Una città attraversata da scrittori, registi, attori, musicisti, artisti, giornalisti e intellettuali che qui vivono, lavorano o transitano, alimentando quotidianamente il tessuto creativo del Paese.
Ognuna delle serate seguirà una propria grammatica: il confronto aperto con l’ospite condotto da Daniele Pitteri (che ha curato la direzione artistica del progetto) affiancato da co-conduttori d’eccezione che si alternano sul palco, Gaia De Laurentiis, Gioia Salvatori e Marco Passiglia, il microfono ceduto alla platea, gli interventi dedicati all’arte, alla poesia, fino all’energia della musica dal vivo.
A scandire il calendario, come dicevamo, sono quattro parole chiave, una per ogni mese: complicità, pace, follia e uguaglianza.
La complicità è il primo gesto di una comunità: l’istante in cui traiettorie differenti scelgono di condividere un tratto di strada, un’intesa sotterranea o un’alleanza dichiarata. Dopo l’anteprima del 14 ottobre, affidata all’ironia e allo sguardo di Serena Dandini, affiancata dal dialogo musicale tra tradizioni popolari e cantautorato di Eleonora Bordonaro e Diana Tejera, il 20 ottobre protagonista sarà Tosca, in una serata che la vedrà attraversare il racconto e la performance dal vivo.
Il 27 ottobre sarà poi la volta del giornalismo d’inchiesta e umano di Domenico Iannacone, accompagnato dalle trame jazz, elettroniche e mediorientali del duo Candy Cane Snail, formato da Ava Alami e Vittorio Esposito.
La pace sarà esplorata non come tregua passiva, né come semplice contrario della guerra, ma come processo fragile e quotidiano: una pratica fatta di ascolto, negoziazione, memoria e disponibilità a fare spazio all’altro. Il 3 novembre il tema prenderà corpo attraverso le parole e la memoria civile di Giovanni Grasso, accompagnato dalle architetture vocali e dalla sperimentazione jazz di Leepuma quartet.
Il 17 novembre la narrazione della giustizia, delle ferite sociali e delle contraddizioni urbane sarà al centro dell’incontro con Giancarlo De Cataldo, cui faranno da eco le armonie folk e jazz del trio vocale August Sienna. Il 24 novembre il palco accoglierà il maestro Nicola Piovani, tra i più grandi compositori contemporanei, in una serata che ospiterà anche la ricerca sonora intima ed evocativa del duo formato da Martha Deribe e Simone Maggio.
La follia sarà il confine mobile tra norma e libertà, smarrimento e lampo intuitivo; la capacità di sottrarsi al visibile codificato per spingersi oltre ciò che appare possibile. Il ciclo si aprirà il 1° dicembre con la penna e l’esperienza investigativa di Gianrico Carofiglio, in dialogo sonoro con il prog-jazz della pianista e compositrice Miriam Fornari. L’8 dicembre lo sguardo si sposterà sulla poliedricità cinematografica e musicale di Margherita Vicario, accompagnata dalle suggestioni cantautorali di Chiaré.
Il 15 dicembre la parola passerà all’acutezza giornalistica e al racconto pubblico di Serena Bortone, affiancata al pianoforte dal talento classico e jazz di Enrico Zanisi. Il percorso sulla rottura degli schemi si chiuderà il 22 dicembre con l’energia attoriale di Beatrice Arnera e l’improvvisazione libera e trasversale di due figure di primo piano del jazz italiano, Ada Montellanico e Simone Graziano.
L’uguaglianza è il riconoscimento dell’uguale valore e dignità di ogni singola voce: un’idea ancora incompiuta e per questo necessaria, senza la quale non esiste cittadinanza. Il nuovo anno si aprirà il 5 gennaio con l’analisi politica e la precisione d’indagine di Alessandra Sardoni, incorniciata dalle tessiture elettroacustiche e vocali di Ludovica Manzo e Ruggero Fornari.
A coronare l’intero percorso, il 12 gennaio, sarà l’intensità scenica e umana di Anna Foglietta, con il gran finale musicale affidato all’eleganza pianistica di una leggenda del jazz internazionale come Enrico Pieranunzi.

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA
Negli appuntamenti di Riflessi, precisa la fondazione, il pubblico non è chiamato semplicemente ad assistere, ma a entrare nell’azione, un elemento vivo che dialoga con il palco, reagisce, ispira gli artisti e ne raccoglie le provocazioni. Questa visione trova il suo centro in una parete a specchio, che fa da fondale, e che riflette la sala per tutta la durata dell’incontro.
Non un elemento scenografico, ma una dichiarazione di intenti: guardando la scena, la sala vede costantemente sé stessa. «L’ospite è l’innesco del dialogo, ma il vero soggetto dell’evento è il pubblico che sceglie di radunarsi e rispecchiarsi in quello spazio».
Proprio da qui nasce il nome Riflessi: dalla volontà di creare un luogo nel quale le idee e le persone possano incontrarsi, riconoscersi e restituirsi reciprocamente nuovi punti di vista. Il museo diventa così una piazza contemporanea, uno spazio aperto nel quale il patrimonio incontra la creatività del presente e il pubblico può sentirsi parte di un’esperienza culturale condivisa.

L’arte sarà rappresentata attraverso il patrimonio artistico della fondazione, che diventa parte di questo percorso. Le opere della collezione entreranno nel racconto delle singole serate, selezionate e presentate, attraverso incursioni da attore e momenti narrativi affidati a Dario Battaglia.
La musica, poi, non sarà un semplice intermezzo, ma uno degli elementi strutturali del live show. Riflessi sarà anche un osservatorio sulle sonorità emergenti, sul jazz contemporaneo e sulle nuove ricerche vocali e strumentali, dando spazio, a giovani talenti e a protagonisti della scena musicale contemporanea.
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In apertura e nel testo foto e video di Alessio Nisi
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ROMA (ITALPRESS) – E’ stato inviato alla Commissione europea e al Parlamento italiano il Documento Programmatico di Bilancio 2027. Lo ha reso noto il ministero dell’Economia.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).

L’Asia continuerà a crescere, ma dovrà fare i conti con rischi sempre più difficili da contenere. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede che l’economia della regione aumenterà del 4,8 per cento nel 2026 e del 4,4 per cento nel 2027, dopo il 5 per cento registrato nel 2025. Le nuove stime, pubblicate giovedì durante gli incontri annuali del Fondo e della Banca mondiale a Bangkok, sono migliori di quelle formulate in aprile, ma indicano comunque un rallentamento. A preoccupare sono soprattutto gli effetti della crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente, l’aumento dei rendimenti obbligazionari e la possibilità che l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale si ridimensioni bruscamente.
Secondo il rapporto del Fmi, i rischi per le prospettive economiche restano orientati al ribasso. Un prolungamento del conflitto mediorientale potrebbe mantenere elevati i prezzi delle materie prime e ridurre le riserve di petrolio, alimentando le pressioni inflazionistiche. Per i Paesi asiatici, molti dei quali dipendono dalle importazioni energetiche, il rincaro del petrolio si traduce in costi maggiori per imprese e famiglie e in una minore capacità di sostenere i consumi.
La frenata sarà più evidente nelle economie emergenti della regione, che restano il principale motore della crescita asiatica. Il Fmi stima per loro un’espansione del 5,1 per cento nel 2026, contro il 5,6 per cento del 2025. Le economie asiatiche avanzate, invece, dovrebbero accelerare dal 2,5 al 3,2 per cento, soprattutto grazie alla spinta del settore dell’intelligenza artificiale.
È proprio questa dipendenza a rappresentare una delle principali vulnerabilità. Una correzione della domanda di tecnologie legate all’AI potrebbe avere conseguenze particolarmente pesanti in Asia, dove si concentra una parte rilevante della filiera produttiva: dai semiconduttori ai componenti elettronici, fino alle infrastrutture necessarie per alimentare e sviluppare i nuovi sistemi. Un rallentamento degli investimenti rischierebbe quindi di propagarsi dalle aziende tecnologiche al resto dell’economia.
I segnali di nervosismo sono già visibili sui mercati. E a pesare sono state anche le indicazioni di un’inflazione statunitense più sostenuta del previsto, che hanno alimentato le aspettative di tassi d’interesse più elevati.
Il secondo fronte di rischio riguarda il debito. Il rialzo dei rendimenti sui mercati internazionali può trasmettersi alle obbligazioni asiatiche, aumentando i costi di finanziamento per governi e imprese. Le tensioni sui titoli di Stato di grandi economie come Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e Paesi dell’Eurozona potrebbero così ripercuotersi sull’intera regione.
Il problema è che molti Paesi asiatici devono già fare i conti con livelli di debito pubblico e fabbisogni di finanziamento elevati. Un irrigidimento improvviso delle condizioni finanziarie aumenterebbe la spesa per gli interessi, riducendo le risorse disponibili per gli investimenti e le politiche economiche. Anche l’incertezza sull’orientamento futuro della Federal Reserve contribuisce alla volatilità dei mercati valutari e dei flussi di capitale. Il Fmi segnala che, dopo lo shock energetico, diverse economie emergenti hanno già subito pressioni al ribasso sulle proprie valute.
Per Krishna Srinivasan, direttore del dipartimento Asia-Pacifico del Fondo, la priorità delle banche centrali deve restare la stabilità dei prezzi. Gli istituti monetari dovrebbero essere pronti a inasprire la politica monetaria nei Paesi in cui le aspettative d’inflazione sono meno stabili o le pressioni sui prezzi risultano persistenti, preservando al tempo stesso la propria indipendenza.
Anche i governi hanno margini di manovra limitati. Con il debito ancora superiore ai livelli precedenti alla pandemia, il Fondo invita a evitare sussidi generalizzati ai carburanti e controlli sui prezzi, misure che rischiano di diventare costose e poco efficaci. Gli interventi fiscali, sostiene l’Fmi, dovrebbero essere temporanei e mirati alle fasce più esposte.
La resilienza dimostrata finora dall’Asia, dunque, non è una garanzia per il futuro. La regione deve affrontare contemporaneamente uno shock energetico, condizioni finanziarie più restrittive e l’incertezza legata a uno dei principali motori della crescita recente. La sfida sarà evitare che queste pressioni si rafforzino a vicenda, trasformando un rallentamento gestibile in una frenata più profonda.
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ROMA (ITALPRESS) – Politiche industriali, digitalizzazione e competitività del sistema Paese, con un focus sul comparto salute, sono stati i temi al centro del Forum Italiano Innovazione e Sostenibilità, organizzato da Remind a Roma. Piattaforma permanente di dialogo, l’iniziativa ha riunito istituzioni e imprese del pubblico e del privato per definire le strategie a sostegno dello sviluppo sostenibile, economico e sociale utilizzando le più moderne tecnologie.
mrc/gtr/azn
ROMA (ITALPRESS) – Come già accaduto negli ultimi mesi, il settore intermodale nordamericano continua a mostrare una forte crescita anche nelle proiezioni di ottobre. È quanto emerge dal nuovo rapporto dell’Intermodal Association of North America.
Secondo l’associazione, la stima dell’Intermodal Volume Index per ottobre 2026, pari a 105,1, rappresenta un calo previsto dello 0,3 per cento rispetto a settembre e un aumento annuo del 5,5 per cento. Una forte quota di mercato interno si sposta dal trasporto su strada e con la ripresa delle importazioni, c’è la possibilità di una contrazione della capacità, il che potrebbe smorzare i risultati effettivi, spiega Andrew Sibold, direttore economico di IANA.
A causa dell’aumento significativo dei prezzi del carburante durante il conflitto con l’Iran, gli operatori del settore che si sono spostati dal trasporto su strada a lunga distanza al trasporto intermodale. Riguardo all’aumento dei volumi dall’inizio dell’anno, un anno fa, nello stesso periodo, si registrava ancora una notevole attività di anticipazione delle vendite dovuta alle tariffe doganali, e questo aveva influenzato i confronti annuali.
sat/gtr
ROMA (ITALPRESS) – In questa edizione:
– Nord America, trasporto intermodale in crescita ad ottobre
– Centri commerciali, mercato stabile e investimenti sulla riqualificazione
– Nuove sfide per la governance d’impresa
– Il Nord spende il 39% in più, il divario che pesa sul Paese
sat/gsl
Le banche etiche in Europa gestiscono più di 120 miliardi di euro di attivo e contano oltre 90 miliardi di euro di depositi. Nel grande mare della finanza europea è una percentuale limitata. Ma è significativo che queste tipologie di istituti destinino il 98,36% del credito erogato ad attività con finalità ambientali o sociali, rispetto al 18,5% degli istituti tradizionali. Questo dato, assieme agli altri indicatori del Rapporto sulla finanza etica in Europa, di cui è coautrice, portano Federica Ielasi, professoressa ordinaria di Economia degli intermediari finanziari all’Università di Firenze, vicepresidente di Banca Etica, ad affermare che «le banche etiche, caratterizzate da una dimensione medio piccola e da un modello di governance spesso cooperativo, sono in grado di contribuire alla stabilità del sistema finanziario, il che evidenzia l’importanza della biodiversità del sistema bancario».
Professoressa Ielasi, un’altra finanza è possibile?
Non solo è possibile e auspicabile, ma la finanza etica è già una realtà concreta, consolidata, in forte espansione e capace di contribuire alla stabilità del sistema finanziario e allo sviluppo dell’economia reale. I dati del Rapporto lo dimostrano con forza.
Come?
Dal confronto tra le banche appartenenti alle reti internazionali Febea e Gabv, che rappresentano il sistema della finanza etica, e le grandi banche europee vigilate dalla Banca centrale europea, attraverso vari modelli di valutazione. Il primo di questi confronti ha riguardato gli impatti socio-ambientali diretti e indiretti che i due gruppi di banche sono in grado di generare.
Cosa è emerso?
Se si considerano gli impatti diretti generati dall’operatività interna della banca – come le filiali e il personale – i risultati non mostrano differenze significative tra i due gruppi di operatori. Guardando, invece, agli impatti Esg indiretti prodotti dall’attività di investimento e di finanziamento, il gruppo delle banche etiche europee mostra una capacità di produrre impatti positivi sull’ambiente e sulle comunità decisamente più alti rispetto alle altre banche.
In che termini?
Il 98,36% del credito erogato dalle banche etiche è destinato ad attività con finalità ambientali o sociali, contro il 18,5% delle principali banche europee analizzate.
Cosa dice, invece, il Rapporto in merito alla capitalizzazione?
Le banche etiche riescono a mantenere nel tempo una solidità patrimoniale superiore rispetto alla media delle grandi banche europee. Lo dimostra il Tier 1 ratio (è un parametro che indica la capacità di una banca di assorbire perdite inattese senza mettere a rischio i risparmi dei correntisti o la propria solvibilità, ndr) che, nel 2024, si attesta al 18,65% per le banche etiche, contro il 17,33% delle banche significative.

Per le banche etiche emerge inoltre una maggiore incidenza dell’attività creditizia – cioè le erogazioni verso persone e imprese – sul totale degli attivi, pari al 67% contro il 61% delle banche di maggiori dimensioni, accompagnata anche da una migliore qualità del credito: i prestiti deteriorati rappresentano il 2,11% del totale, rispetto al 2,28% delle grandi banche.
Il Rapporto approfondisce anche l’indicatore di efficienza cost-to-income ratio (rapporto tra costi operativi e reddito operativo).
Abbiamo osservato un incremento di questo indicatore nelle banche etiche e un ampliamento del divario rispetto alle grandi banche europee. Nel 2024, il cost-to-income ratio delle banche etiche ha raggiunto il 67%, contro il 55% delle banche significative, con una differenza di 12,2 punti percentuali, rispetto ai 4,6 punti del 2023.
Quali sono le ragioni di questa evoluzione?
Come è noto, il forte rialzo dei tassi di interesse ha determinato, nella fase iniziale, un incremento dei ricavi bancari e della redditività dell’attività creditizia di tutti gli istituti. Ma mentre le grandi banche hanno destinato una parte consistente dei benefici alla remunerazione degli azionisti, attraverso dividendi e riacquisti di azioni proprie e a operazioni straordinarie di fusione e acquisizione, le banche etiche hanno seguito una strada diversa.
Quale?
In molti casi hanno utilizzato queste risorse per assumere personale, ampliare la propria presenza sul territorio, rafforzare i sistemi informatici e di gestione del rischio. Oppure per riconoscere condizioni economiche più favorevoli ai depositanti e ai mutuatari. Il contenimento del costo dei finanziamenti o una maggiore remunerazione dei depositi rappresentano, infatti, una diversa modalità di distribuzione del valore, a beneficio di clienti, che spesso sono anche soci delle stesse banche etiche. I maggiori costi sono insomma il frutto dell’adozione di un modello bancario meno orientato alla massimizzazione dei profitti per gli azionisti.
Finanziare l’economia sociale non è più rischioso: lo si può affermare con forza al sistema finanziario?
La questione centrale è che le organizzazioni dell’economia sociale, come è noto, spesso non dispongono di grandi patrimoni da offrire in garanzia, hanno modelli organizzativi particolari, reinvestono una parte importante delle risorse generate nella propria missione e si finanziano in modo diversificato con contributi pubblici, donazioni e altre forme di aiuti. Proprio per questo sono indispensabili modelli di analisi e professionalità bancarie con competenze dedicate per valutarle.
Ad esempio?
Anzitutto una conoscenza reciproca, fondata su un rapporto di fiducia e sulla condivisione degli obiettivi. Poi lo sviluppo di modelli di misurazione specifici in grado di riconoscere come l’impatto sociale possa rappresentare anche un indicatore di sostenibilità economica e contribuisca a una valutazione più completa del merito creditizio.
Cosa ci dice in definitiva questo Rapporto?
Che non esiste un conflitto tra orientamento etico delle banche e solidità, anzi, è vero il contrario. Le banche etiche, caratterizzate da una dimensione medio piccola e da un modello di governance spesso cooperativo, sono in grado di contribuire alla stabilità del sistema finanziario, il che evidenzia l’importanza della biodiversità del sistema bancario. È un messaggio importante alla luce delle operazioni di risiko bancario che stanno portando a una progressiva concentrazione del settore.
È possibile che anche le banche etiche seguiranno la strada delle aggregazioni?
Le banche di piccola media dimensione hanno bisogno di lavorare insieme e di unire le proprie forze all’interno di reti internazionali. Anche per rendere più robusta la propria voce verso il sistema finanziario e le istituzioni di regolamentazione e vigilanza. Ma non penso a operazioni di fusione o acquisizione, quanto piuttosto a un rafforzamento delle relazioni e delle alleanze internazionali.
Ci sono settori o ambiti in cui il confine della finanza etica andrà messo in discussione?
In un contesto come l’attuale caratterizzato da una forte volatilità e incertezza, il posizionamento delle banche etiche deve essere distintivo, deciso e coerente con i propri valori fondativi. Ma coerenza non significa staticità, anzi. La finanza etica è proiettata alla generazione del cambiamento ed è chiaro che il contesto attuale ci pone davanti a nuove sfide.
Quale la più importante?
Quella di trovare un ruolo chiave nel finanziamento della transizione e dell’innovazione. In questa nostra epoca non è più sufficiente finanziare imprese e organizzazioni già caratterizzate da buone performance dal punto di vista ambientale e sociale. È importante supportare le realtà che si avviano o hanno progetti importanti di qualificazione ambientale e transizione energetica, così come è importante finanziare nuovi spazi per l’economia sociale. La sfida è quella di applicare strumenti avanzati di misurazione dell’impatto in grado di guidare le scelte di finanziamento e investimento.
Tra le numerose proposte indicate nel Report, ci può indicare una singola scelta che Bruxelles dovrebbe compiere nel 2027 per consentire al sistema finanziario di sostenere l’economia sociale?
Una delle più rilevanti riguarda il sistema delle garanzie pubbliche, nazionali ed europee. Nel finanziamento dell’economia sociale rappresentano uno strumento fondamentale, perché consentono di mitigare il rischio di credito e ampliare, in modo prudente, la capacità di finanziamento delle banche verso questo settore.

È un tema di volumi?
Il limite non riguarda tanto la quantità di risorse finanziarie disponibili, quanto la configurazione tecnica delle garanzie, la loro stabilità nel tempo e l’adeguatezza degli strumenti rispetto alle caratteristiche specifiche delle oltre 4,3 milioni di organizzazioni che compongono il mosaico dell’economia sociale, dando lavoro a più di 11,5 milioni di persone e generando un fatturato superiore a 912 miliardi di euro.
Quali sono le criticità degli strumenti di garanzia più utilizzati dal sistema bancario?
La prima riguarda la scarsa prevedibilità nel tempo, legata alle scadenze dei programmi, alla disponibilità dei plafond e alle procedure di rinnovo. Un altro problema è il coordinamento ancora insufficiente tra gli strumenti europei e nazionali e tra le diverse forme di garanzia pubblica, mutualistica e privata. L’aspetto decisivo è però la necessità di adattare gli strumenti di garanzia alle caratteristiche dell’economia sociale, nella sua accezione più ampia, comprendendo cooperative, imprese sociali ed enti del Terzo settore.
Come si può riuscire?
È fondamentale coinvolgere direttamente le organizzazioni e le strutture di rappresentanza dell’economia sociale nella definizione degli interventi che le riguardano, progettando insieme (istituzioni politiche, intermediari finanziari etici e reti dell’economia sociale)strumenti realmente efficaci per garantire un utilizzo stabile e mirato delle risorse disponibili.
Foto in apertura da Unsplash. La foto di Ielasi è dell’ufficio stampa di Banca Etica.
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I risultati medi degli studenti italiani sono sostanzialmente stabili rispetto al 2022 in matematica, lettura e scienze, ma persistono «importanti differenze» legate al contesto socioeconomico: in scienze, gli studenti più avvantaggiati superano quelli più svantaggiati di 80 punti. Allo stesso tempo, il 12% degli studenti provenienti da contesti svantaggiati si colloca tra gli studenti con i risultati migliori nel Paese.
Non solo. In Italia il 70% degli studenti mostra di avere quello che viene definito growth mindset, ovvero la convinzione che l’intelligenza e le proprie capacità possano essere sviluppate attraverso impegno, apprendimento e feedback, un dato leggermente superiore alla media Ocse del 69%. E se si evidenzia una relazione positiva tra growth mindset e risultati scolastici, ecco allora che i dati e le evidenza rafforzano l’importanza di percorsi educativi capaci di sviluppare non soltanto conoscenze e competenze, ma anche fiducia nelle proprie capacità, agency e possibilità di incidere sul proprio futuro.
È quanto emerge dai dati del Rapporto Internazionale Ocse-Pisa 2025, di cui si è discusso nel corso di Beyond academic performance. A european dialogue on the future of education, l’appuntamento che ha riunito UniCredit Foundation, Teach for all (ente del Terzo settore che opera per rafforzare la scuola in Italia, partendo dai contesti dove le sfide legate alla povertà educativa sono maggiori) e JA Europe (organizzazione non profit, di cui fa parte
Junior Achievement Italia, dedicata all’educazione economico-finanziaria, all’orientamento, all’imprenditorialità e alla cittadinanza attiva per giovani dai 5 ai 19 anni), insieme a esperti e rappresentanti del mondo dell’istruzione, tra cui Andreas Schleicher, director for education and skills Ocse, per discutere delle principali sfide che interessano oggi l’educazione in Europa.
In questo scenario, il ruolo degli insegnanti diventa sempre più strategico nel supportare i giovani nello sviluppo delle competenze, della fiducia e della capacità di orientarsi in una società in rapida trasformazione. Le evidenze più recenti mostrano infatti alcune sfide cruciali per il sistema educativo: in Italia, il 47 % degli studenti ha dichiarato di utilizzare chatbot basati sull’intelligenza artificiale a supporto del proprio apprendimento almeno una volta alla settimana, in linea con la media Ocse, rendendo il tema della formazione continua degli insegnanti centrale nell’accompagnare l’innovazione didattica e tecnologica.
Nel corso dell’incontro UniCredit Foundation ha annunciato il rinnovo delle partnership con Teach for all e JA Europe, con un investimento, fa sapere l’ente, «di oltre 16 milioni di euro per i prossimi tre anni, che si aggiungono ai 14 milioni già stanziati tra il 2023 e il2026, consolidando il percorso di collaborazione avviato negli ultimi anni. L’obiettivo», si spiega, «è ampliare ulteriormente la portata dei programmi in Europa, Italia inclusa, per accompagnare giovani, scuole ed educatori nello sviluppo delle competenze e degli strumenti necessari ad affrontare le sfide del futuro».
«Le evidenze sono chiare», sottolinea Andrea Orcel, presidente di UniCredit Foundation e ceo di UniCredit, «garantire a ogni giovane l’accesso a un’istruzione di qualità non è soltanto un imperativo sociale, ma un investimento nel futuro dell’Europa. In un momento in cui la tecnologia sta trasformando il modo in cui impariamo, lavoriamo e partecipiamo alla società, dobbiamo assicurarci che nessun giovane venga lasciato indietro».
Attraverso UniCredit Foundation, aggiunge, «vogliamo fare la nostra parte, sostenendo organizzazioni che hanno le competenze, l’ambizione e la capacità di generare un cambiamento duraturo, aiutando le nuove generazioni a sviluppare le conoscenze, le competenze e la fiducia necessarie per realizzare il proprio potenziale».

Dietro questi numeri, sottolinea Miriam Cresta, ceo di Junior Achievement Italia, «ci sono ragazze e ragazzi con lo stesso talento di tutti gli altri, ma meno occasioni per farlo emergere, e che oggi trovano gli strumenti per costruire il proprio futuro. In tre anni di lavoro con UniCredit Foundation e tutti i partner abbiamo fatto una cosa che raramente riesce: definire insieme criteri condivisi tra più Paesi per identificare le situazioni di svantaggio giovanile e mappare con precisione dove intervenire».
Cresta aggiunge ancorta: «Non partiamo da zero, ma da una partnership consolidata che oggi è pronta a crescere, concentrandosi là dove la dispersione scolastica è più profonda. Per questo nei prossimi tre anni porteremo Re-Power Your Future in sette regioni del Sud. Perché la nostra idea di scuola abilitante è semplice: nessun talento dovrebbe andare perso per il posto in cui si nasce».
I dati Pisa 2025, argomenta Antonio Piscopo, direttore generale di Teach for Italy, «ci ricordano che il contesto socioeconomico continua a incidere fortemente sulle opportunità educative, e che in Italia risultano ancora evidenti le differenze nel raggiungimento delle competenze di base tra Nord e Sud del Paese e tra tipologie di indirizzi scolastici. I dati mostrano anche quanto siano importanti la fiducia nelle proprie capacità e la possibilità di sviluppare il potenziale di ciascuno studente. È proprio qui che la scuola, gli insegnanti e la comunità educante possono fare la differenza»
Per questo, «insieme a UniCredit Foundation, continuiamo a investire su persone motivate a portare un cambiamento nell’ecosistema educativo e sulla loro capacità di costruire scuole e comunità educanti capaci di generare fiducia, opportunità e futuro, con un’attenzione particolare ai territori dove le disuguaglianze sono più profonde».

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA
Il rinnovo della partnership, si fa sapere, rafforzerà il sostegno diretto ai giovani insieme all’investimento in educatori, mentoring, orientamento al futuro professionale e misurazione dell’impatto. A livello europeo, attraverso Teach for all, la partnership punta a raggiungere oltre 220mila nuovi studenti, e formare più di 2.300 nuovi teaching fellows di cui 360 in Italia.
Teach for Italy darà inoltre continuità e ulteriore sostegno all’intervento comunitario in Sicilia, attraverso il Modello Sud, con particolare focus su territori caratterizzati da persistenti disuguaglianze socio-economiche, limitate opportunità educative e lavorative e una ridotta coesione sociale.
Attraverso JA Europe, l’obiettivo è generare oltre 500mila nuove esperienze di apprendimento e raggiungere ulteriori 2.000 scuole. JA Italia concentrerà il proprio intervento in sette regioni del Sud Italia (Campania, Calabria, Puglia, Basilicata, Sicilia, Sardegna e Molise), puntando a coinvolgere 55mila studenti di 75 scuole operanti in contesti particolarmente sfidanti.
Entrambi i programmi continueranno inoltre a essere sottoposti a valutazione indipendente, con l’obiettivo di misurare non soltanto quanti giovani vengono raggiunti, ma il cambiamento generato nel tempo.

I rinnovi fanno leva sui risultati raggiunti nei primi tre anni di collaborazione. «A livello europeo, nell’arco dei tre anni, le evidenze raccolte da Teach for all su oltre 180mila studenti e in 3.100 scuole mostrano un aumento del 20% delle competenze socio-emotive (come benessere personale, senso di iniziativa, capacità di definire il proprio percorso e senso di appartenenza e connessione con la comunità)», fa sapere UniCredit Foundation.
Teach for Italy. I dati trovano conferma anche nelle analisi di Teach for Italy, «che nel solo anno scolastico 2025-2026 ha formato 105 fellows in 85 scuole di 17 regioni, raggiungendo circa 7.000 studenti che hanno registrato progressi misurabili in termini di benessere, agency e fiducia nel proprio potenziale».
JA Europe e Italia. Attraverso il programma Re-power your future, JA Europe ha coinvolto oltre 39mila studenti e 5.900 scuole in Europa. In Italia, il programma coordinato da JA Italia ha raggiunto 67.900 studenti in 358 scuole, registrando un incremento del 24% nell’ingaggio scolastico dei giovani partecipanti e rafforzandone la motivazione e la partecipazione ai percorsi di apprendimento.
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In apertura immagine da ufficio stampa UniCredit Foundation. Nel testo video e foto di Alessio Nisi
L'articolo Scuola, 16 milioni per accompagnare giovani ed educatori nel futuro proviene da Vita.it.
Presentiamo qui di seguito, in traduzione italiana, uno stralcio delle conclusioni del volume “Industrial Relations for a Just Transition. Labour Trajectories in the Energy Sector in Europe”, a cura di Serena Rugiero, appena pubblicato da Edward Elgar Publishing. Il testo presenta i risultati del progetto di ricerca-azione “Rejeneraxion – Energy for a Just and Green Recovery Deal: the Role of Industrial Relations in the Energy Sector for a Resilient Europe”, cofinanziato dall’Unione europea.
La Fondazione Di Vittorio ha coordinato il progetto in qualità di capofila, con la partecipazione dei seguenti partner e supporter: FILCTEM CGIL-Federazione Italiana Lavoratori Chimica Tessile Energia Manifatture (partner, Italia); Fundación 1º de Mayo (partner, Spagna); ASTREES-Association Travail Emploi Europe Société (partner, Francia); wmp consult-Wilke Maack GmbH (partner, Germania); LENTIC-Laboratoire d’Études sur les Nouvelles formes de Travail, l’Innovation et le Changement, Université de Liège (partner, Belgio); ISP-Instytut Spraw Publicznych (partner, Polonia); CELSI-Central European Labour Studies Institute (partner, Slovacchia e Ungheria), EPSU-European Federation of Public Service Unions (supporter), ETUI-European Trade Union Institute (supporter).
Il progetto ha coinvolto ricercatori, sindacati e parti sociali per analizzare come i sistemi di relazioni industriali negli otto Paesi europei presi in esame stiano affrontando le sfide della transizione energetica. In particolare, attraverso analisi comparative e 24 studi di caso, il volume esplora il ruolo del dialogo sociale, della partecipazione dei lavoratori e delle istituzioni nella costruzione di percorsi di transizione giusta. Il volume pubblicato da Edward Elgar è liberamente scaricabile in modalità Open Access a questo link. Ringraziamo Serena Rugiero per la concessione di questa anteprima.
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[L]a transizione energetica rappresent[a] una trasformazione sistemica di ampia portata, che va ben oltre le dimensioni tecnologica ed economica, coinvolgendo anche gli aspetti sociali, occupazionali e territoriali. La complessità e la natura globale di questo processo risentono delle caratteristiche dei contesti nazionali ed europei, delle strategie di decarbonizzazione, degli interessi dei diversi attori coinvolti e delle dinamiche geopolitiche. Ciononostante, la transizione rimane fortemente condizionata da fattori locali specifici: lo stretto legame tra tecnologie energetiche e contesti territoriali impone l’adozione di approcci territorialmente differenziati (place-based), capaci di adattare i processi di riconversione ecologica alle infrastrutture e alle condizioni economiche, sociali e politiche di ciascun territorio.
Come emerge dall’analisi comparata, la transizione energetica combina opportunità economiche e occupazionali con significativi rischi sociali, che tendono ad accentuarsi in assenza di un’adeguata governance. Tra le principali criticità figurano il possibile impoverimento del tessuto economico e sociale dovuto alla contrazione delle attività nel settore dei combustibili fossili, il rischio di dispersione delle competenze qualificate, la polarizzazione occupazionale, l’inadeguatezza dei sistemi di protezione sociale, l’accentuarsi delle disuguaglianze locali e regionali e la difficoltà di garantire l’accettabilità sociale della transizione. […].
Per contrastare gli effetti negativi, le politiche per una transizione giusta si concentrano sulla creazione e sulla salvaguardia di posti di lavoro di qualità, sull’individuazione dei profili professionali necessari ad affrontare i cambiamenti e sulla tutela dei diritti e delle garanzie contrattuali dei lavoratori. Queste misure mirano ad accompagnare il personale nei processi di dismissione degli impianti e di progressivo abbandono dei combustibili fossili, ma devono essere estese anche ai lavoratori dell’indotto, tenendo conto delle sfide poste dalle transizioni digitale e demografica. Risultano inoltre fondamentali gli interventi di formazione continua, aggiornamento e riqualificazione delle competenze (upskilling e reskilling), che favoriscono la mobilità professionale interna ed esterna e la piena partecipazione dei lavoratori alle nuove opportunità occupazionali.
Una gestione efficace della transizione energetica richiede una pianificazione coordinata e lungimirante, fondata su strategie nazionali chiare e su politiche e strumenti normativi integrati. Tale pianificazione deve tenere conto delle implicazioni per l’occupazione, le comunità locali e la coesione sociale. Il ruolo dello Stato e delle istituzioni pubbliche è fondamentale per garantire una governance multilivello, sostenuta da interventi di lungo periodo e da strumenti partecipativi. Ciò è necessario per coordinare i diversi attori coinvolti, promuovere la coesione sociale e favorire un’equa distribuzione dei benefici e dei costi della transizione.
In questo scenario, le relazioni industriali e il dialogo sociale assumono un ruolo centrale: la loro efficacia non soltanto favorisce l’accettabilità sociale delle trasformazioni, ma contribuisce anche a prevenire e gestire i rischi occupazionali, le disuguaglianze territoriali e gli effetti negativi sui lavoratori. Nei paesi caratterizzati da sistemi consolidati di relazioni industriali, le parti sociali partecipano attivamente alla definizione di piani territoriali e accordi contrattuali innovativi, attribuendo particolare importanza all’equità e alla giustizia sociale. Viceversa, nei paesi in cui il dialogo sociale e la contrattazione collettiva sono più deboli, l’azione sindacale è spesso circoscritta al livello aziendale, con un coinvolgimento limitato nei processi negoziali con le istituzioni nazionali o locali. Nei contesti frammentati o scarsamente coordinati, inoltre, l’efficacia complessiva delle misure di accompagnamento alla transizione risulta inferiore. […].
Per quanto riguarda il ruolo delle organizzazioni sindacali, lo studio individua tre tipologie di intervento. Nei contesti proattivi, i sindacati contribuiscono alla definizione di contratti, accordi e procedure volti a favorire la partecipazione dei lavoratori e a valutare gli impatti sull’organizzazione del lavoro. Nei contesti reattivi, l’azione sindacale si concentra sulla mitigazione dei costi sociali della transizione, attraverso strumenti quali i Piani per una transizione giusta (Just Transition Plans) e le misure di tutela dell’occupazione. Nei contesti oppositivi, la difesa dei posti di lavoro nel settore dei combustibili fossili rimane l’obiettivo prioritario, con risultati concreti come il patto sociale per la chiusura delle miniere di carbone in Polonia.
Alla luce di queste evidenze, la transizione energetica si configura come una sfida cruciale per le relazioni industriali, che richiede un ripensamento dei modelli di rappresentanza, l’integrazione di strumenti innovativi di dialogo sociale e la costruzione di percorsi professionali equi e inclusivi. Da un lato, la transizione energetica rende necessario riorganizzare i sistemi di relazioni industriali e adattarli alla particolare complessità della transizione ecologica. Dall’altro, offre alle parti sociali l’opportunità di assumere un ruolo centrale nella gestione del cambiamento, anche contribuendo a colmare i divari conoscitivi relativi ai nuovi rischi, alla qualità del lavoro e ai nuovi profili professionali, nonché le lacune nell’azione di regolazione e intervento determinate dalla rapidità e dalla radicalità dei processi di decarbonizzazione, che richiedono la ricostruzione di un sistema regolativo improntato all’equità.
Infine, proprio per la sua ambizione di superare la contrapposizione tra lavoro e ambiente, il perseguimento di una transizione giusta rappresenta un’opportunità per fare delle questioni ambientali un nuovo ambito di rappresentanza e azione sindacale, tanto all’interno quanto all’esterno dei luoghi di lavoro.
In definitiva, in un contesto caratterizzato da una governance multilivello, da una forte eterogeneità territoriale e da sistemi differenziati di relazioni industriali, la ricerca-azione si è dimostrata particolarmente adatta ad analizzare e accompagnare i processi di transizione energetica. Il progetto Rejeneraxion ha consentito ai ricercatori di osservare, sperimentare e analizzare strategie di intervento in stretta collaborazione con gli attori interessati, producendo conoscenze fondate su evidenze empiriche e legate alle specificità dei contesti. L’interazione continua tra ricerca, pratica e portatori di interesse ha permesso di individuare dinamiche sociali, occupazionali e territoriali spesso difficili da cogliere attraverso approcci puramente osservativi, rendendo al contempo possibile un confronto tra paesi. Questo patrimonio condiviso di conoscenze empiriche rafforza la capacità delle parti sociali e delle istituzioni di governare la transizione energetica in modo equo, inclusivo e sostenibile, attraverso l’individuazione delle criticità e la progettazione di strumenti operativi capaci di conciliare le esigenze dei lavoratori, delle comunità locali, delle imprese e delle autorità pubbliche.

È un progetto che ha l’obiettivo di promuovere la sicurezza stradale e l’accesso alla mobilità tra migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Si chiama Stradabile ed è un’iniziativa di Fondazione Unipolis (500mila euro il valore dell’investimento) a cui hanno aderito, tra gli altri, Unhcr, Unasca, Uisp – Sport per tutti e i consigli regionali Unipol.
A Stradabile hanno preso parte più di 300 beneficiari (migranti, rifugiate e richiedenti asilo di nove città italiane), con oltre 100 voucher per coprire i costi per conseguire la patente B e, per alcuni di loro, la patente C.
Attraverso corsi di sicurezza stradale, i partecipanti acquisiscono competenze utili alla mobilità quotidiana e al lavoro. Vengono affrontati temi come segnaletica, comportamenti corretti e uso dei veicoli. La formazione è accompagnata da momenti di confronto e consapevolezza culturale.
Ottenere la patente significa guadagnare indipendenza, dignità e nuove opportunità. Non solo quattro ruote.
Del progetto Stradabile esiste anche una versione a pedali: Stradabile a pedali. Un percorso dedicato a 200 donne migranti che vogliono conquistare autonomia in città attraverso la bicicletta. Imparano a pedalare in sicurezza e a riconoscere la segnaletica. E non è finita.
Il progetto offre anche una piattaforma digitale pensata per persone straniere che vivono e si muovono in Italia. Non solo sicurezza stradale, ma anche consigli pratici per orientarsi: come usare i mezzi pubblici, cosa fare in caso di controlli, come spostarsi in modo sicuro in bici o in auto. I contenuti sono multilingue e interattivi, costruiti insieme ai partecipanti ai percorsi. Uno spazio semplice e accessibile, che aiuta a sentirsi più sicuri e indipendenti negli spostamenti quotidiani. «L’equità d’accesso e di opportunità è l’obiettivo primario degli interventi della fondazione: per questo abbiamo scelto di portarla al centro anche delle nostre iniziative sulla mobilità, un diritto e un fattore d’accesso per molti altri diritti», spiega Marisa Parmigiani, consigliera delegata di Fondazione Unipolis.
Andrea De Bonis, protection associate Unhcr, ha sottolineato l’importanza «di investire sulla mobilità per favorire l’integrazione delle persone rifugiate». E ricorda: «Abbiamo aderito subito con grande entusiasmo alla proposta di Fondazione Unipolis. Ci hanno entusiasmato», dice sempre De Bonis, «gli obiettivi del progetto sia in relazione a quello immediato e diretto, e cioè supportare 100 persone rifugiate nell’ottenimento della patente che è già un grande risultato, ma anche in relazione all’obiettivo, diciamo indiretto, di cercare di aprire attraverso il progetto un dibattito sull’importanza di investire sulla mobilità per favorire l’integrazione delle persone rifugiate».

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DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA
Stradabile è dunque un percorso che accompagna persone migranti a conquistare autonomia e sicurezza negli spostamenti quotidiani e unisce formazione, pratica e socialità, per diventare più sicuri, più autonomi, più integrati nella vita urbana e comunitaria.
Il progetto è articolato in tre fasi. Si parte con corsi di educazione stradale: segnaletica, comportamenti corretti, regole per muoversi in bici o in auto.
La sicurezza è la base per ogni passo successivo. Nella seconda fase i partecipanti imparano ad andare in bicicletta o ad avvicinarsi alla patente, acquisendo fiducia negli spostamenti e nuove competenze pratiche.
Mentre nella terza, la mobilità diventa occasione di inclusione sociale e lavorativa: gite e attività di comunità, voucher per la patente, esperienze che rafforzano lingua, dignità e opportunità.
La mobilità? È un diritto fondante. Senza mobilità si limita l’accesso al lavoro, all’istruzione. Anche il diritto alla casa senza mobilità si restringe di molto. Il progetto Stradabile ideato da Fondazione Unipolis si rivolge ai soggetti più fragili, ai richiedenti asilo, ai rifugiati e alle donne migranti in particolare, e si propone di offrire loro uno strumento per essere autonomi. Ne parliamo con Marisa Parmigiani (nella foto), consigliera delegata di Fondazione Unipolis.

Parmigiani, perché questo progetto?
Siamo la fondazione di Unipol, leader della mobilità, e crediamo che potersi muovere sia un diritto fondante e come tale vada garantito.
In che cosa sposa al meglio la vostra visione filantropica attuale?
Stradabile abilita e costruisce sostenibilità nel tempo. Conseguire la patente o imparare ad andare in bicicletta e a manutenerla sono strumenti che una volta appresi non si perdono. Non è un intervento spot.
Cosa l’ha convinta delle organizzazioni partner?
In passato abbiamo già collaborato con Unhcr e trovato nell’organizzazione serietà, competenza e la capacità di coinvolgere persone che hanno molto bisogno, ma che spesso fanno fatica ad accedere all’informazione rispetto ai servizi e ai supporti che possono essere messi a loro disposizione. Con Unasca abbiamo avuto esperienze precedenti che ci hanno confermato la serietà del loro intervento e il loro approccio attento ai bisogni della persona. Non ultima, Uisp è stata una scelta attivata dalla loro presenza radicata sui territori e dalla loro capacità di coniugare attività ludico-sportiva e valori sociali.
C’è un momento dello svolgimento che l’ha colpita?
È stato emozionante partecipare ad alcuni momenti di formazione sull’uso della bicicletta per donne migranti. Vederle fiere di essere in grado di essere autonome, dimostrare di essere protagoniste e che ce la stanno facendo è un aspetto molto importante del progetto.
Il progetto ha qualche particolarità in termini di valutazione di impatto o di rendicontazione?
La differenza con altre iniziative è che, attraverso dei focus group, con questo progetto andiamo ad ascoltare la valutazione direttamente dai beneficiari.
Nell’immagine in apertura un momento della formazione di Stradabile a pedali – tutte le foto da Ufficio stampa
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Il premio 2026 riconosce il contributo dei due studiosi alle “fondamenta microeconomiche della stabilizzazione macroeconomica”. Li unisce il ruolo delle aspettative sul futuro: consumatori e imprese decidono oggi in base a ciò che si aspettano accadrà domani.
L'articolo Il Nobel per l’economia 2026 a Robert Hall e Michael Woodford proviene da Lavoce.info.
Il premio 2026 riconosce il contributo dei due studiosi alle “fondamenta microeconomiche della stabilizzazione macroeconomica”. Li unisce il ruolo delle aspettative sul futuro: consumatori e imprese decidono oggi in base a ciò che si aspettano accadrà domani.
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I titoli di solidarietà non sono aiuti di Stato. A confermarlo è stata la direzione generale Concorrenza della Commissione europea con una “comfort letter” emessa lo scorso 23 settembre. Gli istituti di credito potranno, dunque, raccogliere risorse da destinare al finanziamento delle attività di interesse generale degli enti del Terzo settore- Ets iscritti al Runts.
I titoli di solidarietà, previsti dall’art.77 del Codice del Terzo settore, sono obbligazioni, altri titoli di debito o certificati di deposito emessi dagli istituti di credito per raccogliere risorse per gli Ets, con i quali viene aperta una relazione creditoria. Il semaforo verde dell’Ue, oltre a sbloccare questo canale di finanziamento, comporterà ulteriori agevolazioni fiscali per i cittadini e gli investitori – con un regime equiparato a quello dei titoli di Stato e l’esenzione da imposte di bollo e successione – e incentiva il credito d’imposta per le banche che effettuano erogazioni liberali agli enti.
La comfort letter della direzione generale Concorrenza viene emessa sulla base dei dati forniti da uno Stato membro ed è un parere informale e non vincolante, quindi non crea giurisprudenza. Una valutazione positiva, però, equivale a un orientamento favorevole, indicando che — sulla base delle informazioni attuali — l’Unione europea non ha intenzione di avviare procedure di infrazione o contestazioni contro quella legge nazionale. Nel 2025, la dg Concorrenza aveva già inviato una comfort letter al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali valutando positivamente le nuove norme fiscali per gli enti del Terzo settore, specificando che non costituiscono aiuti di Stato. Dall’interlocuzione, però, era rimasta fuori la questione dei titoli di solidarietà. Il documento del 23 settembre, quindi, rappresenta un significativo passo in avanti per la finanza sociale e apre nuovi scenari di intervento.
«Il via libera europeo ai titoli di solidarietà è un passo importante per rafforzare il Terzo settore. Ora questa opportunità deve tradursi in finanziamenti concretamente accessibili, con condizioni sostenibili e procedure chiare anche per le piccole associazioni», commentaa Bruno Molea, presidente nazionale dell’Associazione italiana cultura sport – Aics. «Per un’associazione, poter accedere al credito può significare rendere accessibile uno spazio, acquistare attrezzature per lo sport inclusivo o dare continuità a un servizio educativo e culturale. Sono investimenti che producono benefici per l’intera comunità, ma che spesso le realtà territoriali faticano a sostenere».

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DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA
Secondo Molea, il riconoscimento europeo è solo un primo tassello. «La sua efficacia si misurerà nella capacità di raggiungere anche gli enti con minori risorse e strutture organizzative», ha detto. Per farlo, servono «prodotti bancari adeguati alle caratteristiche del non profit» e «na valutazione che sappia considerare, insieme alla sostenibilità economica, il valore sociale dei progetti». Il prossimo step, dunque, sarà costruire un dialogo tra gli istituti di credito e le reti associative, in modo tale da disegnare insieme le misure opportune. «L’obiettivo è trasformare il risparmio orientato alla solidarietà in opportunità concrete per chi ogni giorno promuove sport, cultura e inclusione», conclude il presidente Aics.
Esulta anche il governo italiano. «Riconoscere la specificità del non profit significa offrire strumenti concreti a chi ogni giorno si prende cura delle nostre comunità», il commento della viceministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Maria Teresa Bellucci. «Grazie a questo strumento permettiamo ai cittadini di orientare il proprio risparmio verso destinazioni ad alto impatto sociale e garantiamo agli enti la liquidità necessaria per crescere, innovare e generare benessere sociale».
In apertura: Mauro Bottaro/EC/Audiovisual Service/Commissione europea)
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Si terrà a Forlì dal 12 al 14 novembre la prima edizione del Festival dell’Economia Sociale promossa dalla Fondazione Economia Sociale costituita da (Confcooperative, E-Ius e Terzjus). Il primo appuntamento nazionale dedicato all’economia sociale: cooperazione, enti del Terzo settore, enti sportivi dilettantistici ed enti religiosi, insieme al credito cooperativo, alle fondazioni di origine bancaria e alla filantropia. «Un Piano che genera valore. Dalla complessità al sistema» è il pay off della tre giorni di dibattito tra istituzioni, politica mondo della ricerca, della rappresentanza e delle imprese.
«L’economia sociale, prima ancora che sociale, è economia. Non è un settore che compensa o che affianca il mercato: è una componente stabile del sistema economico del Paese, che completa le possibilità di sviluppo e di benessere di una nazione», dichiarano Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative; il direttore scientifico del festival Gabriele Sepio di E-Ius e Luigi Bobba, presidente di Terzjus. La sfida è passare dal riconoscimento culturale alla costruzione di un sistema di politiche pubbliche capace di accogliere la complessità e le peculiarità di questi organismi, valorizzandone le differenze.

L’iniziativa nasce dal Piano d’azione nazionale per l’economia sociale, con cui l’Italia ha dato seguito alle linee tracciate in questi anni dall’Unione europea. Il Festival si propone come sede di confronto tra istituzioni nazionali ed europee, organismi di rappresentanza, mondo accademico e della ricerca, imprese e cittadini.
In Europa l’economia sociale rappresenta l’8% del Pil conta 3 milioni di imprese e 13,8 milioni di lavoratori, di cui 4,7 milioni occupati nelle cooperative. In Italia le 60mila cooperative danno lavoro a 1,3 milioni di persone e da sole rappresentano l’8% del Pil. Si tratta di un’infrastruttura portante dell’economia italiana, perché non delocalizza: vive e opera sui territori. Nell’economia sociale rientrano tutte quelle imprese che mettono al centro le persone e il territorio, non il profitto da distribuire: cooperative, imprese sociali, società di mutuo soccorso, mutue assicuratrici, fondazioni, associazioni e realtà del privato sociale. Hanno forme diverse e un tratto comune: producono valore economico e lo reinvestono in funzione dell’interesse collettivo e della mutualità. È un ecosistema che l’Unione europea ha incluso tra i 14 ecosistemi imprenditoriali e industriali strategici per l’Europa.
Credit foto di apertura: Pexels
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Il 5 per mille è un voto. Ma lo Stato rispetta solo entro certi limiti: quelli fissati dal famoso “tetto”. Un tetto che puntualmente viene superato, per non dire sfondato. Per questo, VITA ha promosso, insieme a 67 organizzazioni del Terzo settore, la campagna «5 per mille, ma per davvero», chiedendo l’eliminazione del tetto l’innalzamento del tetto. Il primo, seppur parziale risultato è l’innalzamento del tetto da 525 a 610 milioni. L’obiettivo, però, resta l’eliminazione.
Se ne è tornato a parlare oggi, grazie all’iniziativa promossa da Assif dal suo Osservatorio presso la sala Berlinguer della Camera. “Il voto fiscale degli italiani” è il titolo scelto per questo appuntamento, proprio a sottolineare l’importanza di questo strumento nell’esercizio del diritto alla partecipazione democratica dei cittadini. A vent’anni dall’introduzione del 5 per mille, quindi, l’Associazione italiana fundraiser presenta dati, allarga l’analisi all’Europa e soprattutto condivide proposte concrete, chiedendo alla politica di riconoscere fino in fondo il valore di quella firma.
«Il 5 per mille ha rappresentato una vera rivoluzione per le organizzazioni non profit e per i fundraiser. Non solo come strumento di sostenibilità ma anche come momento in cui i cittadini possono esprimere la loro visione del mondo e della società. Perciò diciamo che si tratta di un “voto fiscale“, e perciò Assif dal 2017 dedica a questo strumento e agli altri “per mille” analisi, approfondimento, interpretazione», ha detto in apertura la presidente di Assif, Michela Gaffo.

Tanti i numeri e le percentuali messi a disposizione da Assif, grazie anche alla nuova piattaforma open data dell’Osservatorio. Per citare solo quelli che meglio descrivono il significato e l’impatto del tetto, nel 2025 hanno firmato 18,5 milioni di contribuenti, il 43% del totale: mai così tanti. Le loro scelte valgono complessivamente 633,3 milioni di euro, ma ne saranno erogati 610. I restanti 23,3 milioni rimarranno allo Stato. «Dal 2006, le somme destinate dai cittadini e mai erogate ammontano a circa 600 milioni di euro: un’intera annualità di 5 per mille», ha detto Nicola Bedogni, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Assif.
E questo è un problema, perché non rispetta la volontà espressa dai cittadini. «Il contribuente, quando compila la dichiarazione dei redditi, esprime un voto, una volta l’anno. Sceglie a chi dare il 5 per mille e con questa scelta certifica la qualità dell’ente», ha detto ancora Bedogni, scondo cui le tre forme di destinazione delle imposte aiutano a comprendere il Paese: «L’8 per mille è una bussola spirituale, il 5 per mille dà il senso di comunità, il 2 per mille riguarda la rappresentanza».
Il 5 per mille, nello specifico, permette di destinare lo 0,5% della propria Irpef a organizzazioni del Terzo settore, ricerca scientifica e sanitaria, sport dilettantistico, tutela dei beni culturali e paesaggistici, aree protette o attività sociali del Comune di residenza. Secondo l’Osservatorio, è oggi lo strumento di partecipazione fiscale più diffuso: lo sceglie il 43% dei contribuenti, contro circa il 40% dell’8 per mille. Gli enti beneficiari iscritti sono oltre 105mila. Crescono inoltre le firme rivolte a un ente preciso, aumentate del 2,5% nell’ultima annualità, mentre diminuiscono dello 0,3% quelle generiche, senza l’indicazione di un beneficiario.

Il numero del magazine di luglio/agosto lancia una campagna di mobilitazione promossa dalla nostra testata e da oltre 60 importanti organizzazioni della società civile per chiedere a Governo e Parlamento di cancellare il tetto al 5 per mille.
5 PER MILLE MA PER DAVVERO
In otto degli ultimi nove anni, gli importi destinati hanno superato il tetto di spesa e sono stati ridotti. Lo scorso anno, l’aumento del limite da 525 a 610 milioni ha attenuato il problema, senza però risolverlo: già nell’ultima annualità le scelte lo hanno superato di 23,3 milioni. Il valore effettivo della firma è così sceso dal 5 al 4,8 per mille. Nell’annualità precedente, con il tetto a 525 milioni, era stato pari al 4,35 per mille. «Gli enti quest’anno ricevono circa il 4% in meno rispetto a quanto destinato dai contribuenti», evidenzia Bedogni.
L’Osservatorio ha confrontato il sistema italiano con quelli di altri sette Paesi: Spagna, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Portogallo, Lituania e Romania. Meccanismi diversi, accomunati dalla possibilità di destinare una percentuale delle proprie imposte a organizzazioni scelte dal contribuente. «L’Italia è l’unica ad avere un tetto», sottolinea Bedogni. Non solo: negli altri Paesi analizzati le quote sono aumentate. In Polonia dal 10 al 15 per mille, in Portogallo dal 5 al 10, in Spagna dal 5 al 7. In Italia sono rimaste ferme.
Il confronto riguarda anche la relazione con chi firma: «In almeno tre Paesi il contribuente può dare il consenso all’invio dei propri dati all’ente». Sono Polonia, Slovacchia e Ungheria. Una possibilità che Assif propone di introdurre anche qui, per permettere alle organizzazioni di raccontare direttamente a chi le sostiene come vengono utilizzate le risorse.
Nel video Bedogni ci spiega la situazione, in Italia e in Europa.
La prima richiesta di Assif è «l’abolizione del tetto, attraverso una previsione di spesa attendibile e una norma che assicuri la copertura dell’eventuale extratetto», spiega Giulia Barbieri, vicepresidente Assif.
La seconda proposta riguarda la possibilità di conoscere chi firma, esclusivamente quando il contribuente lo desidera. «Chiediamo che gli enti possano ricevere il nominativo e l’indirizzo dei contribuenti, su loro libera scelta, attraverso una spunta e una firma», spiega Barbieri.
Qui Barbieri illustra le due istanze:
La trasparenza passa anche dalla possibilità di leggere e interrogare i dati. A questo proposito Alberto Almagioni, consigliere Assif, ha presentato la nuova piattaforma open data dell’Osservatorio, costruita anche con il supporto dell’intelligenza artificiale. «Rendere disponibili i dati serve se si permette di leggerli. Abbiamo usato l’intelligenza artificiale per costruire la piattaforma e abbiamo scelto gli open data perché tutti potessero verificare e contribuire», racconta. Alla consultazione si affianca uno strumento che permette di formulare domande: «Abbiamo deciso di affiancare anche uno strumento che consenta di interrogare il dato in linguaggio naturale. È una possibilità preziosa. L’obiettivo è rendere il dato e la possibilità di leggerlo alla portata di tutti».
La conoscenza degli strumenti è al centro anche dell’indagine «Italiani Solidali» di Ipsos Doxa, illustrata da Valeria Reda, Senior Research Manager, Public Affairs. Attraverso circa 2mila interviste ogni anno, la ricerca approfondisce notorietà, comprensione e utilizzo del 5 e del 2 per mille, il profilo di chi firma e il ruolo di Caf e commercialisti.
Le proposte di Assif sono state quindi rivolte direttamente e affidate ai due senatori presenti, Michele Fina (Pd) e Adriano Paroli (Forza Italia). «La Ragioneria dello Stato direbbe che togliere il tetto significa appesantire il bilancio, ma tema che ponete è corretto: il destinato deve arrivare intero», ha detto Fina, che ha invitato Assif a individuare i parlamentari vicini all’associazione e competenti sul tema, per costruire un percorso di lavoro che porti alla realizzazione dell’obiettivo posto.
Adriano Paroli ha innanzitutto sottolineato come il non profit, a cui il 5 per mille è destinato, sia «parte integrante della risposta al cittadino, inserito nei servizi che lo Stato offre al territorio attraverso le sue articolazioni». La crescita delle firme è quindi «un bel segnale dell’aumento di questa che mi piace chiamare sussidiarietà fiscale». E proprio per questo, sostiene, la scelta deve essere riconosciuta fino in fondo: «Non rispettare la volontà del cittadino fa risparmiare poco allo Stato, con un grande danno per il cittadino. Bisogna porre rimedio, perché quella volontà sia completamente rispettata».
Ora i dati ci sono e le proposte anche: «Non resta che compiere una scelta politica», ha concluso Giulia Barbieri.
Foto apertura Unsplash. Foto interna e video dell’autrice
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Ci sono libri che nascono da una tesi e libri che nascono per riempire un vuoto. Quello di Enrico Quarello prende forma dopo le dimissioni da Coop, quando a mancargli non è il lavoro ma «il senso profondo, pieno e “rotondo”» dello stare nella cooperazione insieme agli altri. Non è uno sfogo, ma un atto di restituzione: vent’anni nella cooperazione di consumatori, da Coop Adriatica alla direzione delle politiche sociali e della comunicazione di Coop Alleanza 3.0, diventano la diagnosi franca di un modello che rischia di arrivare al suo «punto di rottura».

Il timore è che il socio diventi un semplice “abbonato”. Stand Up Coop! è così una riflessione sulla crisi dei corpi intermedi, tentati di dare priorità alla gestione di una società che invece erano nati per trasformare. Il libro propone dieci tesi: la partecipazione dei soci, la governance, la socialità, il rapporto tra Coop e il capitale, l’innovazione e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, la demografia, il rapporto con il Sud, il coinvolgimento dei lavoratori, la cultura, il rapporto con il cibo e le sue dimensioni, l’immigrazione e la solidarietà internazionale. Ogni capitolo si apre con un’introduzione narrativa che prende spunto da un’esperienza di impegno collettivo vissuta dall’autore: il Chiapas zapatista, il campo profughi di Tirana, una fabbrica ecuadoriana sepolta dalla cenere di un vulcano, una notte a discutere con Goffredo Fofi di cultura e impegno civico.
Il filo rosso è chiaro: la cooperativa o è sostanzialmente democratica o non è. Con Sartre, Quarello scrive che «è proprio partecipando che si esiste davvero», purché la partecipazione sia «libera, viva e vera». I soci «contano in modo uguale, ma il loro potere non è uguale»: senza strumenti reali si scade in una «recita democratica», e ogni riforma si riduce a «ginnastica statutaria». Per questo l’autore rifiuta il modello duale e chiede di «poter votare su quel che viene fatto, ma anche poter fare quel che viene votato». La democrazia, scrive, «può essere difesa solo nella misura in cui viene messa in pratica». E l’autonomia conquistata dalla cooperazione rispetto ai partiti oggi rischia di arretrare sul terreno della finanza.
Nel capitolo sui giovani c’è forse la definizione più bella di impegno civile del libro: esercitare la cittadinanza significa «spendersi per almeno una causa che non ci riguardi direttamente». Prospettiva in cui oggi, evidentemente, molti dirigenti cooperativi faticano ad esercitare. Da qui la proposta di una fase «costituente» aperta ai giovani, in cui il diritto a decidere sia «funzione diretta dell’impegno profuso», perché la cooperativa è un’impresa «di-persone-per-le-persone, comprese quelle che ancora non ci sono». Lo stesso vale per la cultura, che in una cooperativa significa «dare la parola». Il Sud ne è la controprova: lì la cooperazione di consumatori «ha fallito» perché calata dall’alto, senza base sociale. Prima viene la comunità, poi la forma.
Citando De André, Quarello descrive una cooperativa che parla ai soci di ieri, con tre tessere in tasca (Coop, partito, sindacato), e non ai sette milioni di oggi, più laici e plurali, da riconquistare ogni volta. Immaginare una base sociale indifferente è comodo per chi governa, perché lo esenta dal coinvolgerla: «ogni epurazione è spesso preceduta da una svalutazione che le prepara il terreno». Eppure «non c’è un punto in cui il socio finisce e inizia il cittadino». Se la partecipazione resta «inerte ratifica», il coinvolgimento dei soci diventerà «il Godot della cooperativa»: sempre annunciato, mai arrivato. L’Ubuntu africano lo dice in tre parole: «io sono perché noi siamo». E in latino curare vale per la salute come per la cosa pubblica. Prendersi cura dei soci è un atto politico: trattarli, come scrive Hilary Cottam, non come «pazienti da sistemare, ma cittadini con cui progettare».
Il cuore politico del libro è la denuncia della cooperazione sociale trattata come «mera beneficiaria» della grande cooperativa di consumatori: una visione «conservatrice e verticale, dove c’è chi si occupa di creare ricchezza e chi, sovente nel tempo libero, di problemi sociali». Allargando lo sguardo, il modo di costruire la partecipazione e di guardare al welfare è una scelta di identità politica ed economica, che riguarda probabilmente l’intero Terzo settore italiano. La cooperazione è nata come economia diversa dentro un sistema di mercato che ha trasformato le comunità in silos di individualismo.
Quando il sociale diventa un regalo, i diritti tornano concessioni. Si torna indietro, a quando la persona fragile era destinataria di carità e non titolare di diritti. La Costituzione ha rovesciato quello schema: l’articolo 3 non chiede alla Repubblica di essere generosa, ma di «rimuovere gli ostacoli». Per questo Quarello ricorda che la giustizia dev’essere metodo e non solo esito: è ciò che distingue «una vendetta da una sentenza».
Quarello ha lasciato la Coop, ma non la cooperazione. Il suo libro non chiede nostalgia né rifondazioni, ma coerenza: ai dirigenti, di non confondere la riforma con la ginnastica statutaria; ai soci, di smettere di sentirsi clienti. L’autore cita, giustamente, La libertà di Gaber: la libertà come impegno condiviso.
A me è tornata in mente Get Up, Stand Up di Bob Marley. Non è solo un’assonanza: lo Stand Up del titolo è lo stesso della canzone, e il senso è identico. I diritti si rivendicano, non si aspettano. Gaber ci ricorda perché partecipare, Marley ci dice di farlo adesso. Alzarsi in piedi, appunto. Perché un’organizzazione che non sa più dire perché esiste ha già cominciato a non esistere.
In apertura foto di Gustavo Fring da Pexels
L'articolo Il punto di rottura del modello cooperativo (visto da dentro) proviene da Vita.it.
Giovedì 15 ottobre a Bruxelles, nella sede del Comitato economico e sociale europeo, la Cooperativa Sole di Bolzano rappresenterà l’Italia tra le sei finaliste dei Cooperatives Europe Anniversary Awards, il premio con cui Cooperatives Europe celebra i suoi vent’anni. Cooperativa Sole è stata selezionata nella categoria “People and community impact”, dedicata alle esperienze di cooperative capaci di generare un cambiamento concreto nella vita delle persone e delle comunità. A presentare il progetto sarà l’economista sociale Letizia Zuliani, responsabile dell’area Innovazione della Cooperativa Sole.
Cooperatives Europe è la rappresentanza regionale per l’Europa dell’Alleanza cooperativa internazionale. Nata nel 2006, ha dato per la prima volta alle cooperative una rappresentanza unica e intersettoriale a livello europeo. Per il suo ventesimo anniversario ha organizzato due giornate al Cese di Bruxelles: il 15 ottobre ripercorrerà la storia della rete e culminerà con i #CoopAnniversaryAwards: sei cooperative da tutta Europa presentano dal vivo il proprio progetto, e il pubblico vota. Il 16 ottobre si terrà una plenaria sulla democrazia economica, con interventi e due panel su energia, agroalimentare ed economia sociale. Un comitato indipendente ha scelto tre finaliste per ciascuna delle due categorie del premio.

«Siamo molto orgogliosi di far parte di questo gruppo: esperienze diverse per settore e dimensione, unite però dalla stessa idea di impresa democratica al servizio delle persone», spiega Roberta Massi, dinamica presidente della Cooperativa Sole. «Di fronte a cooperative di queste dimensioni, in un certo senso, ci sentiamo piccoli. Ma sappiamo che il valore che generiamo non si misura solo in numeri di soci o di fatturato: sta nelle comunità che aiutiamo a crescere. Per questo siamo orgogliosissimi di presentare la nostra esperienza al fianco di queste straordinarie realtà».
Nella stessa categoria della realtà di Bolzano, si misureranno Genç İşi Kooperatif (Turchia, fondata da giovani a Smirne, accompagna giovani, donne e rifugiati verso un lavoro dignitoso: oltre 2.600 persone formate e 66 progetti realizzati) e Humana Nova (Croazia, cooperativa sociale che unisce economia circolare e inclusione: ha sottratto alla discarica oltre cinquemila tonnellate di tessili, e 38 dei suoi 62 dipendenti sono persone con disabilità, mentre 21 vengono da situazioni di vulnerabilità).
Di fronte a cooperative di queste dimensioni, in un certo senso, ci sentiamo piccoli. Ma sappiamo che il valore che generiamo non si misura solo in numeri di soci o di fatturato: sta nelle comunità che aiutiamo a crescere
Roberta Massi, presidente della Cooperativa Sole
Nella categoria “Cooperative stewardship”, dedicata alle cooperative cresciute restando fedeli ai principi cooperativi, sono in gara Ecopower (Belgio, è la più grande cooperativa energetica di cittadini del Paese), Orcab (Francia, federazione di 40 cooperative d’acquisto che servono 9.600 imprese artigiane dell’edilizia) e OurCoop (Regno Unito, è la maggiore cooperativa di consumo indipendente britannica, di proprietà di oltre un milione di soci).
«Il tema scelto per l’anniversario, il prossimo capitolo per la democrazia economica, ci è vicino: un’economia in cui le persone partecipano alle decisioni è anche un’economia più capace di cura e di futuro», sottolinea la presidente Massi. «È quello che proviamo a fare ogni giorno, e che porteremo a Bruxelles: il benessere di una persona non si costruisce da solo, ma dentro relazioni di fiducia, reciprocità e prossimità. Racconteremo il valore sociale che abbiamo contribuito a generare e la nostra esperienza nel dare vita a un ecosistema solidale e attivo. Essere tra i finalisti nella categoria “People and community impact” ci conferma che questa impostazione è il modo per rendere visibile il valore che le comunità generano quando sono messe nelle condizioni di prendersi cura di sé».
Credits: foto di Enrico Solfrini e Bianca Atzori per Cooperativa Sole
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Promuovere il benessere scolastico e la partecipazione attiva come strumenti per prevenire la dispersione scolastica: è questo l’obiettivo della collaborazione tra Save the children e UniCredit, con il Fondo carta etica, dal 2024 sostiene Fuoriclasse in movimento, programma nazionale sviluppato dall”organizzazione, che in più di 10 anni ha coinvolto 250 scuole in tutta Italia, 39.526 studenti e studentesse, 2.699 docenti, 990 classi.
Al centro del progetto ci sono i consigli fuoriclasse, organismi di partecipazione che coinvolgono rappresentanti di studenti e studentesse, docenti e dirigenti scolastici. Attraverso assemblee, consultazioni nelle classi, elezioni e incontri con la dirigenza, bambini e ragazzi possono individuare bisogni e criticità e contribuire alla definizione di soluzioni concrete per migliorare la propria scuola. Le proposte possono riguardare la didattica, gli spazi scolastici, le relazioni di classe e il rapporto tra scuola e territorio.
Nell’anno scolastico 2025-2026, il sostegno di UniCredit ha raggiunto 130 scuole distribuite in 16 regioni, coinvolgendo 19.981 studenti e studentesse, 1.428 docenti, 530 classi e 130 consigli fuoriclasse, in territori difficili nelle periferie delle grandi città come nelle aree interne.
Tra le scuole in cui è attivo il progetto c’è l’Istituto comprensivo Morricone nel quartiere San Basilio di Roma. Le votazioni dei consigli e la presentazione delle iniziative degli studenti per una scuola migliore sono state l’occasione per fare il punto sull’iniziativa: un confronto cui hanno preso parte gli esponenti dell’organizzazione e dell’azienda, i docenti e il dirigente scolastico.
«Contrastare la dispersione scolastica», spiega Stefano Gallo, head of territorial development di UniCredit , «significa intervenire prima che l’abbandono si manifesti, creando le condizioni perché ragazze e ragazzi possano sentirsi ascoltati, coinvolti e parte attiva della propria comunità scolastica. È questo il valore di Fuoriclasse in movimento e della collaborazione con Save the children: un progetto che, grazie al Fondo carta etica di Unicredit, ci permette di essere concretamente presenti nei territori e di contribuire a costruire contesti educativi più inclusivi e partecipativi».
I risultati raggiunti, aggiunge Gallo, «ci confermano quanto sia importante investire non solo nell’accesso all’istruzione, ma anche nella qualità dell’esperienza scolastica, dando ai più giovani strumenti e spazi per esprimersi, partecipare e contribuire al cambiamento».
Al punto sull’iniziativa, per Save the children, era presente Giancarla Pancione, direttrice marketing, fundraising & brand dell’organizzazione. «Da oltre dieci anni, con Fuoriclasse in movimento», precisa, «lavoriamo per prevenire la dispersione scolastica e promuovere il benessere e la partecipazione di bambine, bambini e adolescenti, offrendo loro spazi concreti in cui esprimere idee, bisogni e proposte per migliorare la scuola che vivono ogni giorno».
Per Pancione il «progetto dimostra quanto ascoltare gli studenti e coinvolgerli nelle decisioni che li riguardano possa contribuire a costruire comunità scolastiche più inclusive, accoglienti e capaci di rispondere alle loro esigenze. Il sostegno di UniCredit», sottolinea ancora, «ci consente di rafforzare e ampliare questo percorso, portando l’esperienza di Fuoriclasse in movimento a un numero sempre maggiore di bambine, bambini e adolescenti, e riconoscendo i più giovani come protagonisti attivi del proprio presente e del futuro della scuola».

A termine dell’anno scolastico 2025-2026 l’iniziativa è stata oggetto di un motoraggio. Risulta che 2.200 tra studenti e studentesse il 91,6% considera i consigli fuoriclasse utili per dare maggiore voce agli studenti, l’86,5% percepisce una maggiore attenzione degli adulti verso le loro opinioni e l’84,3% ritiene che la scuola tenga maggiormente conto dei bisogni degli alunni.
Sul fronte del benessere, l’89,7% dichiara di aver vissuto più emozioni positive, l’87,5% di aver aumentato la capacità di collaborare, l’86,2% di avere migliori relazioni con compagni e insegnanti e l’83,5% di sentirsi meglio a scuola; l’84,1% segnala inoltre un maggiore coinvolgimento nella vita scolastica e l’86,7% una maggiore capacità di promuovere e difendere i propri diritti.
Tra i rappresentanti dei consigli fuoriclasse, l’85,2% percepisce che la propria voce venga realmente ascoltata, oltre venti punti percentuali in più rispetto agli studenti che non ricoprono incarichi di rappresentanza.

Coinvolti nel monitoraggio anche 644 docenti, che hanno confermato il valore dell’iniziativa: il 94,5% considera i consigli fuoriclasse uno strumento efficace per dare ascolto agli studenti, il 91,8% ritiene che il progetto abbia migliorato il benessere scolastico e il 95% osserva un aumento delle emozioni positive
tra gli alunni.
I docenti segnalano inoltre maggiore partecipazione alla vita scolastica (91,5%), miglioramento delle capacità collaborative (88,8%), rafforzamento dell’autostima e delle risorse personali (87,2%) e miglioramento delle relazioni (85,6%).
Il cambiamento riguarda anche gli adulti: l’86,8% dichiara di aver rafforzato le proprie competenze sulle metodologie partecipative e l’84,5% afferma di utilizzare maggiormente approcci educativi centrati sull’ascolto e sul coinvolgimento degli studenti.

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA
Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2025 la quota di giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno lasciato precocemente il sistema di istruzione e formazione è scesa
all’8,2%, rispetto al 9,8% del 2024, raggiungendo in anticipo l’obiettivo europeo fissato per il 2030. Il fenomeno resta più diffuso tra i ragazzi (10,1%) rispetto alle ragazze (6,2%) e tra i giovani con cittadinanza non italiana (26,2%, contro il 6,7% degli italiani).
Sul fronte della dispersione implicita, quella che riguarda gli studenti che completano il percorso scolastico senza raggiungere livelli adeguati di apprendimento, i dati Invalsi 2026 registrano una riduzione al 6,3%, dall’8,7% del 2025.
La dispersione, come hanno anche sottolineato a VITA Stefano Gallo e Giancarla Pancione, viene rilevata quando l’abbandono si è già verificato, ma il processo può iniziare molto prima, con perdita di motivazione, difficoltà relazionali, scarso senso di appartenenza e mancato coinvolgimento nella vita scolastica.
Per questo il progetto interviene già nel primo ciclo di istruzione, lavorando su benessere, relazioni positive, fiducia in sé stessi e partecipazione, fattori che possono rafforzare il legame degli studenti con la scuola.
Per rafforzare nel tempo la partecipazione di tutta la comunità scolastica, nel 2025 Save the children ha anche avviato, in collaborazione con Ashoka Italia, una sperimentazione triennale che coinvolge 18 istituti comprensivi della rete Fuoriclasse in movimento, con l’obiettivo di rendere più strutturale il ruolo
dei consigli Fuoriclasse all’interno della scuola. Dopo il primo anno, il 68,8% delle scuole ha avviato o completato la fase di formalizzazione e il 75% ha inserito i consigli nei documenti ufficiali della scuola.
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In apertura e nel testo foto e video di Alessio Nisi
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C’è qualcosa, nelle iniziative di welfare aziendale e sociale di Acqua Sant’Anna, che richiama l’Olivetti degli anni Cinquanta e Sessanta. Chi conosce un po’ la storia industriale del nostro Paese sa quanto le idee di Adriano Olivetti fossero all’avanguardia e quanto quel modello di attenzione e cura per le persone resti, ancora oggi, un riferimento raro in un capitalismo spesso orientato al solo profitto. Molto di quello spirito sembra perduto, oppure ridotto a pratiche di moral washing. Proprio per questo vale la pena raccontare le realtà che continuano a investire sul sociale in modo concreto, e senza troppo clamore. Acqua Sant’Anna, l’azienda di acque minerali con sede a Vinadio, in provincia di Cuneo, è una di queste. Ne abbiamo parlato con Cristiana Genta, responsabile della comunicazione dell’azienda e promotrice, in più di un’occasione, di iniziative pensate per migliorare la vita dei dipendenti e sostenere progetti di interesse collettivo.
Che cosa farà Acqua Sant’Anna questo ottobre?
Ottobre è tradizionalmente il mese dedicato alla prevenzione dei tumori femminili. Abbiamo scelto di tradurre questa attenzione in un’iniziativa molto concreta rivolta alle nostre dipendenti: offriremo gratuitamente, direttamente in azienda, visite ginecologiche e Pap test, così da rendere la prevenzione più semplice e accessibile.

L’iniziativa si inserisce in un percorso più ampio, che abbiamo avviato già a settembre sostenendo come partner la serata di raccolta fondi organizzata al Ranch delle Donne di Nichelino da Acto Piemonte, l’Alleanza contro il tumore ovarico e i tumori ginecologici.
Sono iniziative che proseguono da qualche anno. Quante persone avete coinvolto da quando avete cominciato?
Nel corso degli anni abbiamo coinvolto centinaia di persone, con iniziative rivolte alle nostre collaboratrici e ai nostri collaboratori, alle loro famiglie e, più in generale, al territorio.
Penso per esempio al progetto “Mammografia ed Ecografia Gratuita”, realizzato insieme a WelfareCare, che ha portato una clinica mobile (foto di apertura) negli stabilimenti di Vinadio e Orbassano e ha permesso alle nostre collaboratrici di fare gratuitamente esami di prevenzione. Oppure a “Un Baffo per la Ricerca”, promosso con la Fondazione Ricerca Molinette, grazie al quale abbiamo offerto ai collaboratori uomini visite di prevenzione per la salute della prostata e dei testicoli.
A queste iniziative si aggiungono i servizi di supporto psicologico, nutrizionale e finanziario messi a disposizione dei dipendenti e il sostegno a realtà del territorio come il Ranch delle Donne e Acto Piemonte.
Più del numero in sé, però, per noi conta la continuità di questo impegno: la prevenzione non dovrebbe essere un appuntamento occasionale, ma diventare un’abitudine.
Perché un’azienda commerciale dovrebbe occuparsi del bene comune?
Perché un’azienda non vive separata dal contesto in cui opera: è fatta di persone, famiglie, comunità e territorio. Per questo riteniamo che occuparsi del benessere delle persone e del territorio significhi anche costruire le condizioni per una crescita solida e duratura dell’impresa.
Naturalmente un’azienda deve produrre valore economico, ma oggi questo non può essere l’unico parametro con cui misurare il proprio impatto. C’è anche una responsabilità verso le persone e le comunità con cui si entra ogni giorno in relazione.

Per Sant’Anna, quindi, la responsabilità sociale non è un’attività separata dal modo di fare impresa: è qualcosa che cerchiamo di tradurre in iniziative concrete, continuative e coerenti con i nostri valori.
Il bene comune, qui, ha un aspetto molto concreto, perché è localizzato e si rivolge ogni volta a un segmento preciso della cittadinanza…
Sì, ed è proprio l’aspetto a cui teniamo di più. Preferiamo intervenire su bisogni concreti, individuando di volta in volta le persone che possiamo aiutare e il modo più efficace per farlo.
Essere legati a un territorio significa anche conoscerne le esigenze. Per questo cerchiamo di costruire iniziative che abbiano una ricaduta reale sulle persone che lavorano con noi, sulle loro famiglie e sulle comunità che ci sono vicine.
Il filo rosso che lega le tante attività di questi anni è la prevenzione. Perché proprio la prevenzione? C’entra il modo in cui l’azienda vuole che sia percepito il marchio?
La prevenzione è prima di tutto una scelta di responsabilità. Intervenire prima significa aiutare le persone a prendersi cura della propria salute e, in molti casi, aumentare le possibilità di individuare per tempo eventuali problemi.
Per un’azienda come Sant’Anna, che da sempre parla di idratazione e di benessere quotidiano, è naturale avere una sensibilità particolare verso questi temi. Ma non vorremmo che queste iniziative fossero lette come un’estensione della comunicazione di prodotto.
La nostra ambizione è piuttosto trasformare valori come l’attenzione alla persona e il benessere in comportamenti concreti, mettendoli a disposizione di chi lavora con noi e delle comunità in cui siamo presenti.
Torniamo al moral washing. Per molte aziende l’impegno a ridurre l’impatto ambientale e a favorire l’inclusione è serio, non di facciata. Ma non è vero che ormai le persone guardano a queste iniziative con sospetto, come a semplici operazioni di marketing?
Sì, questo rischio esiste, e credo sia anche comprensibile. Negli ultimi anni abbiamo visto moltissima comunicazione legata alla sostenibilità, all’inclusione e alla responsabilità sociale, e inevitabilmente le persone sono diventate più attente a distinguere le dichiarazioni dai comportamenti.
Per questo credo che la risposta migliore stia sempre nei fatti: continuità, concretezza e capacità di misurare ciò che si fa. Una singola campagna può attirare l’attenzione, ma è la coerenza delle scelte nel tempo a costruire credibilità.
Nel nostro caso significa lavorare su più fronti contemporaneamente: dall’innovazione dei materiali e della logistica alle iniziative di welfare, dalla prevenzione sanitaria al sostegno alle realtà del territorio.
Non pensiamo che un’azienda debba raccontarsi perfetta. Pensiamo piuttosto che debba dimostrare, con le scelte di ogni giorno, di prendere sul serio le responsabilità che si assume.
Da dove, o da chi, nasce la volontà di impegnare il marchio Sant’Anna in attività non profit, rivolte al bene comune?
Nasce dalla cultura imprenditoriale costruita da Alberto Bertone, fondatore di Acqua Sant’Anna, scomparso prematuramente nel novembre 2025. Aveva una concezione dell’impresa molto legata alle persone e al territorio e guardava con particolare attenzione a un modello di ispirazione olivettiana, in cui l’azienda non fosse soltanto un luogo di produzione, ma anche una comunità.
Questa sensibilità è rimasta parte della cultura di Sant’Anna. Significa cercare di coniugare la crescita dell’impresa con la responsabilità verso chi ci lavora e verso il territorio in cui operiamo.
È un’eredità che sentiamo molto forte e che cerchiamo di mantenere viva non con dichiarazioni di principio, ma con iniziative concrete: dal welfare aziendale alla prevenzione, fino al sostegno alle realtà che ogni giorno lavorano per rispondere ai bisogni della comunità.
Credit foto: Acqua Sant’Anna
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La chiamano “scelta responsabile” o “sconfinamento”. Qualcuno la definisce “leva strategica” e altri osservano senza sentirsi ancora pronti. Il social procurement o approvvigionamento sociale è l’approccio messo in atto da un’organizzazione pubblica o privata quando decide di utilizzare il proprio potere d’acquisto non soltanto per ottenere beni e servizi, ma anche per generare un impatto sociale. Si può tradurre in più azioni: nella scelta dei fornitori (quando l’azienda acquista prodotti e servizi da imprese o cooperative sociali, realtà del Terzo settore o aziende che favoriscano l’inclusione lavorativa o abbiano una missione di impatto sociale) ma anche nella stesura di un bando (quando un ente inserisce clausole sociali nei processi di selezione delle forniture). Attenzione: il principio economico del miglior rapporto qualità-prezzo resta sempre valido, ma si integra anche il criterio della capacità di produrre un valore aggiunto per la collettività.
In Piemonte esiste già una casa comune del social procurement. È nata a giugno 2024 in seno a Torino Social Impact, la rete che coinvolge oltre 450 partner per promuovere l’economia sociale, e ha preso la forma di un portale sperimentale per favorire il potenziale di collaborazione ancora inespresso tra imprese profit e organizzazioni non profit. Oggi quel progetto è maturo per compiere un passo di consapevolezza in più. O meglio, due.

«A maggio e giugno scorso, abbiamo avviato due percorsi, rivolti rispettivamente al settore pubblico e a quello privato, che ci consentono di sviluppare una sperimentazione sul campo», spiega Raffaella Scalisi, advisor di Torino Social Impact. «Dopo due anni di divulgazione e formazione, abbiamo capito quanto sia fondamentale per le imprese sociali dialogare direttamente con le aziende ed entrare nelle logiche del procurement, una funzione cruciale caratterizzata da processi, procedure e strumenti gestionali molto strutturati. Pensare che basti invitare le aziende ad avvicinarsi al social procurement sarebbe ingenuo: bisogna comprenderne i meccanismi e conoscere il linguaggio».
Si parla spesso della difficoltà delle imprese sociali nel dialogare con il mercato profit, ma non è solo questo il punto: «Non basta preparare le imprese sociali, occorre anche costruire un confronto con le aziende, intercettarne le esigenze e le modalità operative. Per questo siamo molto contenti che Unione Industriali abbia scelto di accompagnarci in questo percorso di collaborazione, sostenuto dalla Camera di commercio e dalla Fondazione Compagnia di San Paolo».
Il percorso nasce nell’ambito del Piano per l’Economia sociale Torino 2030 come laboratorio territoriale, in collaborazione con il progetto europeo Proseco, di cui Torino Social Impact e la Città di Torino sono partner. «La sperimentazione è rivolta a tutte le stazioni appaltanti, pubbliche amministrazioni, enti strumentali, società partecipate, università e centrali uniche di committenza interessate a integrare appalti sociali, clausole sociali e criteri premiali di impatto sociale nelle proprie procedure di acquisto», prosegue Scalisi. «È un tema complesso, applicabile a diverse tipologie di procedure. Richiede la capacità di trovare il giusto equilibrio tra le opportunità offerte dal mercato e i requisiti richiesti, perché vincoli eccessivi rischiano di ridurre il numero degli operatori disponibili e di rallentare l’attività della pubblica amministrazione. È un aspetto importante, su cui ci concentreremo, tenendo conto anche della revisione del quadro normativo sugli appalti, avviato dalla Commissione europea per valorizzare maggiormente la sostenibilità sociale nelle procedure pubbliche».
Il nostro Codice mette già a disposizione diversi strumenti: «L’obiettivo è approfondirne la conoscenza per utilizzarli al meglio, con il supporto di giuristi ed esperti di impatto sociale, affinché il social procurement diventi una pratica ordinaria e non un esperimento isolato. Dall’altro lato, puntiamo a promuovere il confronto tra i soggetti responsabili delle procedure, creando occasioni di collaborazione per individuare insieme le modalità più efficaci di applicazione della normativa».

L’iniziativa si articola in tre fasi, suddivise in quattro incontri tra la fine del 2026 e il primo semestre del 2027. Tra un incontro e il successivo è previsto un accompagnamento individuale da parte del team di progetto, che coinvolge diversi esperti: Sergio Foà, docente di Diritto pubblico all’Università di Torino, la ricercatrice Valentina Galliano e Tommaso Tropeano, research fellow del Politecnico di Milano e advisor Torino Social Impact.
«Per il social procurement privato, entreremo direttamente nelle aziende», spiega Scalisi. «Dopo un primo confronto più ampio, tre aziende (Xori Group, Comau e Italgas, nda) hanno scelto di proseguire in tutte le fasi del percorso. Si tratta di un gruppo ristretto, selezionato da Unione Industriali sulla base di una sensibilità già maturata sul tema, una propensione a svilupparlo e una significativa capacità industriale e di acquisto. In queste settimane si svolgeranno i primi incontri di initial development: tre ore dedicate a ciascuna azienda, a partire da una valutazione iniziale. Per ogni fase è prevista una checklist di domande elaborata a partire dalla letteratura scientifica sulle partnership tra profit e non profit, nell’ambito di una ricerca condotta dal Politecnico di Torino e con il contributo di una dottoranda per monitorare e verificare sia gli aspetti esecutivi sia quelli relazionali, valutandone l’impatto».

L’obiettivo in questo caso è quello di sviluppare e testare modelli di collaborazione tra imprese profit e imprese sociali capaci di generare valore economico, organizzativo e sociale in modo concreto. «Non si tratta soltanto di divulgazione o formazione, ma di una vera e propria analisi della supply chain per l’individuazione di ambiti di fornitura adatti al social procurement e della conseguente modellizzazione dello strumento all’interno delle procedure aziendali. Le imprese partecipanti saranno accompagnate da un gruppo di esperti attraverso un percorso personalizzato.
Per Luca Rollino, ceo di Xori Group, si tratta di «un’opportunità di valore strategico. Crediamo che la competitività passi dall’innovazione della supply chain e dalla capacità di generare un impatto reale sul territorio. Grazie a questa collaborazione, rafforziamo il nostro percorso Esg integrando le imprese sociali nei processi di acquisto per trasformarli in una leva di valore condiviso». Gli esperti coinvolti in questo caso sono sei: Alessandra Quarta, docente di Diritto privato all’Università di Torino, Tommaso Tropeano, research fellow al Politecnico di Milano e advisor Torino Social Impact, Francesca Montagna, docente in Ingegneria gestionale e della produzione del Politecnico di Torino e tre tre membri dell’associazione Manager non profit (Giulio Prandi, Maurizio Natta e Giacomo Vessia).
In apertura, uno dei due focus group che realizzati da Torino Social Impact nell’ambito delle attività sul social procurement. Le fotografie sono state fornite da Torino Social Impact
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