Ricordare Enzo per non dimenticare i tanti altri Tortora
La presunzione di innocenza, le garanzie del sistema penale, rappresentano i capisaldi di uno Stato democratico. La vita, la libertà, la reputazione rappresentano, per una persona, prerogative intangibili e inalienabili, che riguardano tutti. Quando nel 1979 scoppiò la montatura giudiziaria del caso 7 aprile, destinata in seguito a sgonfiarsi, se ne accorsero, o se ne vollero accorgere, in pochi. Si trattava, per l’opinione pubblica dominante, di fanatici sovversivi, che meritavano le vessazioni inflittegli. Era iniziata la caccia alle streghe che avrebbe legittimato detenzioni speciali, torture e legislazione premiale.
Nel 1983, quando scoppiò il caso Tortora, lo schema si ripeté uguale. Salvo ribaltarsi in un secondo momento e dare vita a una riflessione sul funzionamento della giustizia penale in Italia. Enzo Tortora, uno delle personalità più popolari d’Italia per via della sua notorietà televisiva, venne tirato giù brutalmente dal letto e tradotto in carcere, senza conoscerne la ragione. Esposto al pubblico ludibrio, dato in pasto come mostro, senza che quasi nessuno avesse niente da dire. Al contrario, qualcuno arrivò ad ipotizzare che, se perfino un presentatore televisivo, ricco, famoso, di orientamento politico conservatore, veniva sottoposto a questo trattamento, era la riprova che la giustizia era davvero uguale per tutti. In una cornice in cui i magistrati venivano dipinti alla stregua di propugnatori di verità e principi morali immutabili e inattaccabili.
Ci volle il coraggio di Enzo Biagi per cominciare a creare un fronte “innocentista” che faceva leva sullo scetticismo dell’azione dei magistrati, parte di un apparato composto da esseri umani, quindi non necessariamente infallibile, e metteva al centro del dibattito la tutela delle libertà fondamentali.
Fu un percorso accidentato, per le insidie che le tutele corporative e lo spirito inquisitorio frapponevano. Ma che permise di fare luce sul lato oscuro delle inchieste giudiziarie. Le accuse contro Tortora si reggevano su dichiarazioni di mitomani, disadattati, che talvolta concordavano le loro versioni al Grand Hotel Pastrengo, come venne ribattezzata la caserma dei CC di Napoli dove i ‘pentiti’ venivano tenuti tra molti agi, consentendo addirittura la possibilità di essere interrogati col cappuccio indosso. Come se l’Habeas Corpus non ci fosse mai stato. Coi magistrati partenopei oramai intrappolati dal mostro che avevano creato, ancorché troppo interessati a portare a casa il risultato . Alla fine Enzo Tortora fu assolto, ma pagò con la vita la mostruosità giudiziaria che subì . Chi gli inflisse questo incubo, invece, continuò a fare carriera nella magistratura, e ad avere nelle mani le vite di migliaia di cittadini.
Ciao, Enzo. Continuiamo la tua battaglia. Anche in nome di quel 25 per cento di detenuti in attesa di giudizio che prima o poi viene assolto.