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Smontata la propaganda di Meloni: nell’anno di abolizione del reddito di cittadinanza +145mila lavoratori in nero. Da quando c’è lei a Chigi +300mila

Sorpresa: abolire il reddito di cittadinanza non ha ridotto il lavoro nero. Anzi, nell’anno in cui il governo Meloni ha abrogato il sussidio anti povertà sostituendolo con misure meno generose e selettive le unità di lavoro irregolari sono aumentate, e non di poco. Nel 2024, calcola l’Istat nel report sull’economia non osservata, quell’aggregato statistico che traduce le ore lavorate in lavoratori a tempo pieno è salito del 4,6% toccando quota 3,27 milioni, oltre 145mila in più rispetto al 2023. Mentre la crescita del lavoro regolare si è fermata a +1,6% (sono cresciuti i dipendenti regolari ma diminuiti gli autonomi). Rispetto al 2022, quando la leader di Fratelli d’Italia è arrivata a Palazzo Chigi, si contano 298mila irregolari in più e il tasso di nero è passato dal 12,5% al 13,1%: più di uno su otto è fuori dalle regole. La narrazione della maggioranza di destra sulle cause della ripresa dell’occupazione con il superamento – da luglio 2024 – dei 24 milioni di persone al lavoro ne esce decisamente ammaccata.

Il Reddito “ha fatto proliferare il nero”, sosteneva nel marzo 2023 Meloni, rivendicando la decisione di cancellare la misura universale di contrasto alla povertà che era stata introdotta nel 2019 e evocando tra le righe una futura emersione del sommerso. Ma la presidente del Consiglio era evidentemente ben consapevole del fatto che, propaganda a parte, fare tabula rasa di quell’aiuto non sarebbe servito per ridurre il fenomeno: non a caso alla fine dello stesso anno, rinegoziando il Pnrr con Bruxelles, il governo ha chiesto e ottenuto la cancellazione dell’impegno a diminuire di 2 punti percentuali la quota di lavoro nero rispetto al dato 2020, sostituendolo con impegni su ispezioni, potenziamento dei centri per l’impiego e attivazione di un portale nazionale ad hoc. L’obiettivo sarebbe stato in effetti ampiamente mancato.

Tornando ai dati, i dipendenti irregolari – per responsabilità dei datori di lavoro – sono arrivati nel 2024 a 2,39 milioni, +121.800 in un anno (+5,4%), e gli autonomi a 881mila, 23.400 in più sull’anno prima (+2,7%). Il confronto con gli anni precedenti è impietoso e imbarazzante per il governo. Nel 2021 le unità di lavoro irregolari erano 2,98 milioni e nel 2022 erano rimaste stabili. Poi, nel primo anno pieno di Giorgia Meloni a palazzo Chigi, è arrivata l’inversione: 3,13 milioni nel 2023 e oltre 3,27 milioni del 2024. I numeri ovviamente non dimostrano un rapporto causale con l’abolizione del Rdc, ma di sicuro bastano per smentire la causalità inversa che la maggioranza dava per sicura.

L’aumento riguarda quasi tutti i settori, ma è particolarmente evidente in agricoltura, dove il tasso di irregolarità sale dal 17,6% al 18,4%, e nelle costruzioni, dove passa al 13,6%, +0,8 punti. Nei servizi alla persona, che comprendono il lavoro domestico, raggiunge il 41,4%, in crescita di 0,9 punti. Nel commercio, nei trasporti, negli alberghi e nella ristorazione arriva al 15,5%, mezzo punto in più rispetto al 2023.

In parallelo il valore aggiunto legato al lavoro irregolare è salito a 80,3 miliardi di euro: 3,1 miliardi in più. Mentre la componente legata alla sotto-dichiarazione, cioè i ricavi non dichiarati o costi sovrastimati dalle imprese per ridurre il reddito dichiarato al fisco, è scesa da 108,2 a 107,6 miliardi.

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L’economia sommersa e illegale vale oltre 218 miliardi nel 2024: 107,6 di redditi non dichiarati. I lavoratori irregolari salgono a 3,27 milioni, +4,6%

Oltre 218 miliardi di euro, quasi un decimo del Pil italiano. È il valore (aggiornato al 2024) dell’economia non osservata, che comprende il sommerso e le attività illegali. Il fenomeno, secondo le stime diffuse dall’Istat, si allarga in valori assoluti dai 217,6 miliardi del 2023 ma rallenta lievemente in rapporto al pil: l’incidenza sul prodotto interno lordo è scesa al 9,9% dal 10,2% del 2023. Continua però ad allargarsi il fronte del lavoro irregolare. Nel 2024 le unità di lavoro non regolari sono state 3 milioni e 277mila, oltre 145mila in più rispetto all’anno precedente, con un aumento del 4,6%. Il tasso di irregolarità, calcolato sul totale delle unità di lavoro, è salito così dal 12,7% al 13,1%: più di un’unità di lavoro su otto è irregolare.

L’economia sommersa, al netto delle attività illegali, si attesta a 198,4 miliardi di euro, 800 milioni in più rispetto al 2023. La sua incidenza sul Pil torna al 9%, dal 9,2% dell’anno precedente, interrompendo la crescita registrata nel biennio precedente. Ma all’interno del sommerso le componenti si muovono in direzioni opposte. La sotto-dichiarazione, vale a dire i redditi non dichiarati al fisco dalle imprese attraverso comunicazioni intenzionalmente errate di fatturato e costi, resta la voce più consistente: vale 107,6 miliardi, contro i 108,2 miliardi del 2023, con una flessione dello 0,6%.

Al contrario, il valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare sale a 80,3 miliardi, dai 77,2 miliardi dell’anno precedente: 3,1 miliardi in più, pari a una crescita del 3,9%. Il lavoro irregolare pesa così per il 36,8% sul valore dell’intera economia non osservata, contro il 35,5% del 2023. La quota riconducibile alla sotto-dichiarazione scende invece dal 49,7% al 49,3%. Si riducono anche le componenti residuali del sommerso, che comprendono tra l’altro fitti e mance non dichiarati: da 12,2 a 10,6 miliardi, con una contrazione del 13,1%.

Anche le attività illegali, che comprendono il traffico di stupefacenti, i servizi di prostituzione e il contrabbando di tabacco, arretrano leggermente, passando da circa 20 miliardi a 19,8 miliardi, lo 0,9% in meno, pari allo 0,9% del Pil. Il valore aggiunto del traffico di droga scende da 15,3 a 14,9 miliardi, mentre quello dei servizi di prostituzione sale da 4,1 a 4,2 miliardi.

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Banco Alimentare: non solo eccedenze, contro la povertà alimentare le aziende ora donino prodotti

È un quadro di sostanziale stabilità dei livelli di disagio economico quello delineato dai dati pubblicati oggi dall’Istat sulla Povertà in Italia. Valori che rimangono vicini ai massimi storici pur registrando lievissimi segnali di flessione.  
L’Istituto di statistica, infatti, segnala 5,4 milioni di individui in povertà assoluta nel 2025, pari al 9,3% percentuale sostanzialmente stabile rispetto al 9,8% dell’anno precedente.

La proposta

«I dati Istat ci dicono che la povertà resta costante: è un dato ormai strutturale che colpisce famiglie con minori e lavoratori poveri», commenta Marco Piuri, presidente di Fondazione Banco Alimentare. Che aggiunge: «L’aiuto alimentare va ben oltre la semplice risposta assistenziale d’emergenza: è la prima porta di accesso per intercettare le fragilità e accompagnare le persone verso l’autonomia. Per questo proponiamo di affiancare alle donazioni di eccedenze anche le donazioni di prodotti standard da parte delle imprese: una leva concreta, da 0,60 euro a pasto, per aumentare i volumi di aiuto con un costo contenuto per lo Stato».

La filiera degli aiuti

Fondazione Banco Alimentare ha recentemente presentato a istituzioni e imprese il nuovo strumento di contrasto alla povertà alimentare, supportato da una ricerca della Polimi School of Management del Politecnico di Milano. La ricerca ha confrontato valore economico ed efficacia delle tre principali filiere di aiuto alimentare in Italia: le donazioni delle imprese, la Carta Dedicata a Te – Dat e gli acquisti pubblici tramite i programmi Fse+/Fn.

Dall’analisi è risultato che le donazioni realizzate in un anno dalle imprese possono coprire il 22% della domanda di aiuti alimentari (circa 458 milioni di pasti in un anno); la copertura assicurata dalla Carta Dat è stimata pari al 14% (289 milioni di pasti-anno) e dal sistema Fse+/Fn pari al 8% (159 milioni di pasti-anno). La filiera Donazioni è caratterizzata da un costo contenuto ed elevata copertura, con un costo unitario per un pasto pari a 0,60 €-pasto, più basso rispetto al prezzo di acquisto sul mercato finale (2,35 €-pasto) e anche ai 2,12 €-pasto richiesti da Carta Dat e ai 1,71 €-pasto del programma Fse+/Fn.

Il Gap da colmare

Oggi il sistema degli aiuti alimentari contribuisce in maniera significativa al bisogno, potendo assicurare un pasto al giorno al 44% alle persone indigenti. Resta tuttavia un importante Gap da colmare, stimato nel 56% delle persone in condizioni di povertà assoluta.

Un podcast per comprendere le radici delle disuguaglianze italiane e interrogarsi su come ridurre i divari che attraversano le nostre comunità. Tra patrimoni che crescono e redditi che ristagnano, tra chi eredita opportunità e chi eredita svantaggi.

«L’introduzione della donazione di prodotti standard andrebbe ad integrarsi agli strumenti di sostegno diretto e, soprattutto, ai finanziamenti garantiti al Fondo Sociale Europeo Plus e al Fondo Nazionale, che costituiscono oggi la spina dorsale della distribuzione degli aiuti alimentari e che necessitano di essere mantenuti e rafforzati», conclude Piuri.

Tra un mese la Giornata della Colletta Alimentare

Un altro importante aiuto, ricorda una nota, arriva ogni anno durante la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare – questa edizione sarà sabato 14 novembre – quando le persone acquistano qualcosa da donare a chi è in difficoltà, come olio, legumi e verdure in scatola, conserve di pomodoro e sughi pronti, tonno in scatola, riso, prodotti per colazione e per merenda.

In apertura foto da ufficio stampa Banco Alimentare

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La povertà assoluta non arretra: nel Mezzogiorno colpisce quasi un adolescente su cinque

La povertà non accenna a diminuire, nel nostro Paese, ma resta pressoché immobile rispetto allo scorso anno: 5,4 milioni di persone non possono permettersi i beni e i servizi considerati essenziali per una vita dignitosa. Tra loro, 1,13 milioni sono bambini e ragazzi. È la fotografia dell’Italia nel 2025 restituita dal nuovo rapporto Istat sulla povertà: rispetto al 2024, le stime nazionali diminuiscono leggermente, ma rispetto a 10 anni fa la situazione si è pesantemente aggravata. 

Povertà assoluta:  in 10 anni è aumentata di quasi 2 punti

Nel 2025 le persone in povertà assoluta sono circa 5 milioni e 435mila, contro 5 milioni e 744mila nel 2024. L’incidenza passa dal 9,8% al 9,3%. Le famiglie sono poco più di 2,1 milioni, l’8% del totale, rispetto ai 2,2 milioni e all’8,4% dell’anno precedente. Trattandosi di stime campionarie, questi scarti non permettono di parlare di una riduzione del fenomeno. Il confronto più significativo è invece quello con il 2015: in dieci anni, l’incidenza della povertà assoluta è aumentata di quasi due punti percentuali (da 7,4 a 9,3%). 

In povertà assoluta oltre il 12% dei minori

Preoccupa soprattutto il dato sui minori: il 12,5% è in povertà assoluta. La quota è inferiore al 13,8% del 2024, ma la differenza non è statisticamente significativa. Un miglioramento significativo si registra invece nella fascia tra 7 e 13 anni, dove l’incidenza scende dal 14,9% al 12,1%. Resta ampio il divario rispetto al 2015: allora era povero il 9,4% dei minori, 3,1 punti percentuali in meno rispetto a oggi.

La presenza di figli continua ad accompagnarsi a una maggiore esposizione alla povertà: tra le famiglie con almeno tre minori, la quota è del 20,4%, dato leggermente migliore rispetto al 22,3% del 2024. Le famiglie povere in cui vive almeno un minore sono 656mila, l’11,2% del totale delle famiglie con minori: nel 2024 erano 734mila, pari al 12,3%.

La povertà tra giovani e anziani

Anche tra i giovani di 18-34 anni il disagio resta elevato: quasi 1,2 milioni sono in povertà assoluta, il 12,1%. In questo caso, la situazione è leggermente peggiorata rispetto all’11,7% del 2024. Nel confronto decennale, l’incidenza risulta superiore di 2,2 punti.

Gli anziani rimangono meno esposti delle altre fasce d’età, ma anche per loro il livello attuale supera quello di dieci anni fa: il 6,1% degli ultrasessantacinquenni è in povertà assoluta, rispetto al 4,5% del 2015.

La povertà tra gli adolescenti del Sud

Anche il luogo in cui si cresce conta. Nel Mezzogiorno è in povertà assoluta il 15,2% dei minori, contro l’11,2% del Nord e il 10,7% del Centro. Tra gli adolescenti di 14–17 anni residenti nel Mezzogiorno la quota raggiunge il 17,8%: quasi uno su cinque. Nel 2024 era il 15,7%.

Un podcast per comprendere le radici delle disuguaglianze italiane e interrogarsi su come ridurre i divari che attraversano le nostre comunità. Tra patrimoni che crescono e redditi che ristagnano, tra chi eredita opportunità e chi eredita svantaggi.

Lavoro e povertà: in difficoltà il 14,3% delle famiglie operaie

Avere un’occupazione protegge, ma non mette sempre al riparo. Tra le famiglie con persona di riferimento occupata, l’incidenza della povertà assoluta è del 7,7%. Le differenze tra le posizioni professionali sono marcate: quando la persona di riferimento è un operaio o assimilato, è povero il 14,3% delle famiglie. Conta anche il titolo di studio: è in povertà assoluta il 4,4% delle famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, contro l’11,9% di quelle in cui ha al massimo la licenza media. Il divario diventa particolarmente evidente restringendo lo sguardo alle famiglie con minori: quando la persona di riferimento è dirigente, quadro o impiegato, l’incidenza è del 4,2%; se è operaio o assimilato, del 15,5%, quasi quattro volte tanto. 

Affitti e povertà: quasi un milione di famiglie non arriva ai consumi essenziali

Il rapporto tra condizione economica e abitativa è particolarmente netto. Nel 2025 sono 999mila le famiglie in affitto in povertà assoluta: il 20,9% degli affittuari, contro il 4,5% dei proprietari. Tra le famiglie con minori in affitto, è povero il 28,7%, un dato nettamente superiore rispetto al 6% relativo alle famiglie proprietarie di casa. Pesa anche la cittadinanza: è povero il 14,9% delle famiglie in affitto di soli italiani, contro il 32,8% di quelle con almeno uno straniero.

L’Italia è sempre più divisa: pochi sempre più ricchi, molti sempre più poveri. Disuguaglianze così larghe non sono solo una questione di equità sociale, sono un problema per lo sviluppo del Paese e il futuro delle nuove generazioni. Come uscirne? Le vie possibili nel numero di VITA magazine di febbraio.
SEMPRE PIÙ RICCHI, E SEMPRE PIÙ POVERI?

Famiglie straniere: un miglioramento, ma il divario resta ampio

Un segnale di miglioramento significativo riguarda le famiglie con almeno un componente straniero: l’incidenza della povertà assoluta scende dal 30,4% al 26,7%. Tra quelle composte soltanto da stranieri passa dal 35,2% al 29,4%. Resta però una distanza molto ampia dalle famiglie di soli italiani, per le quali la quota è del 5,9%. Il miglioramento riguarda anche le famiglie con minori composte soltanto da stranieri: l’incidenza scende significativamente dal 40,5% al 31,4%.

La geografia della povertà: i miglioramenti nei piccoli comuni

Un dato interessante riguarda la povertà nei piccoli comuni (fino a 50mila abitanti), esclusi  quelli delle periferie metropolitane: qui la povertà familiare diminuisce significativamente dall’8,9% al 7,4%. Il miglioramento si osserva al Centro, dal 7,9% al 5,4%, e nel Mezzogiorno, dall’11% all’8,2%.

Povertà relativa: oltre un terzo delle famiglie con tre figli minori

Anche la povertà relativa rimane stabile: riguarda oltre 2,8 milioni di famiglie (il 10,8%) e quasi 8,7 milioni di persone (il 14,8%). Qui sono particolarmente marcate le differenze territoriali: la povertà relativa riguarda il 19,5% delle famiglie del Mezzogiorno, contro il 7% del Nord e il 5,9% del Centro. Tra le famiglie con almeno tre figli minori arriva al 35,5%, oltre tre volte alla media nazionale.

Foto dell’autrice

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2+2=5 (La muraglia cinese che divide la Louisiana dall’Arizona)

2+2=5

Due più due fa cinque. Bisogna accettarlo: E’COSI’ PERCHE’ LO DICONO TUTTI.

Non importa essersi informati, aver seguito centinaia di lezioni, imparato a memoria le tabelline, ottenuto una laurea in matematica: se ti trovi di fronte due o più persone che sostengono che 2+2=5 tu, che sostieni faccia 4, sei un povero sfigato bastiancontrario in minoranza che “non capisce”.

O peggio: se anziché limitarti a sostenere che “due più due fa quattro e non cinque” hai l’ardire di indicare prove materiali a tuo favore (schemi delle tabelline, testi di matematica ecc), con ogni probabilità verrai tacciato d’esser [ noioso / pesante / arrogante / antipatico / stressante / fondamentalista / troppo rigido ].

ATTENZIONE: qui non si parla di divergenze d’opinioni ma di pura e semplice negazione di fatti.

OPINIONI VS. DESCRIZIONI DELLA REALTA’

Se Gianni sostiene che “il Gran Canyon é più bello della muraglia cinese” e Pinotto che “la muraglia cinese é più bella del Gran Canyon” si tratta di una divergenza d’opinioni, ossia considerazioni personali non misurabili e prive di valore oggettivo.

Se Gianni invece sostenesse che “la muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona” non ci troveremmo più di fronte ad un’opinione personale ma ad una descrizione della realtà che pertanto può esser misurata in gradi di veridicità a seconda della sua maggior o minor capacità di rappresentare coerentemente la realtà conosciuta.

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A GIANNI NON INTERESSA LA REALTA’

Se Gianni sostenesse che “la muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona“, per dimostrare che la muraglia cinese sta in Cina potresti mostrare fotografie, guide di viaggio, atlanti, documentari, testimonianze di amici cinesi, libri di storia. Ma tutto ciò potrebbe essere inutile.

Non per colpa dei tuoi atlanti o delle tue fotografie. Non per colpa del tuo amico cinese o delle tue guide di viaggio. Ma per colpa di Gianni stesso. Si perché fondamentalmente A GIANNI NON INTERESSA LA REALTA’. Non cerca riscontri oggettivi alle proprie credenze. Non mette in discussione le proprie convinzioni.

STOCKHOLM SYNDROME

Gianni é talmente abituato a stare nella sua prigione di convinzioni (anche se non é detto ci si trovi poi così comodo) che  la difenderà a spada tratta, percependo come un attacco qualunque cosa potesse anche solo potenzialmente intaccarla. Perché Gianni ha paura ad uscire da quella prigione che conosce benissimo ed in cui sa come muoversi. Ecco che quindi Gianni bollerà tutte le prove in grado di distruggere la sua convinzioni  come “roba noiosa da leggere, poco interessante, di parte e magari anche falsa”.

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Brooks, dopo aver passato l’intera vita in carcere, alla notizia della sua scarcerazione tenta di uccidere un altro detenuto per prolungare la sua stessa prigionia (Le ali della libertà)

UN CRIMINE

Se la stupidità é una condizione sfortunata e pericolosa e l’ignoranza é una condizione risolvibile, la negazione della conoscenza é certamente un crimine.

Negando di affrontare l’evidenza, quindi, Gianni commette un crimine di cui é il solo responsabile.

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COLPA DI GIANNI E DI CHI LO NUTRE

Pur non discolpando Gianni é comunque innegabile che la sua negazione della realtà derivi ANCHE all’humus culturale in cui é immerso. Perché vi sono anche molti altri “Gianni” a cui fa comodo che Gianni stesso resti com’é e fanno di tutto per alimentarlo e stimolarlo con cibi adatti a mantenerlo così.

Come un alcolizzato che fin da giovane é stato spinto a preferire i liquori in base al maggior tasso alcolico e non in base ad un gusto addestrato da corsi da sommelier, a Gianni é sempre e solo stato insegnato a descrivere/descriversi grossolanamente la realtà; più con la pancia che attraverso analisi logica e riscontri oggettivi.

A ciò hanno contribuito l’ambiente in cui é cresciuto, la famiglia in cui ha vissuto, gli amici che si é scelto, gli insegnanti che più l’hanno coinvolto, le cose che ha letto e sentito.

Se Gianni non ha una propensione personale a documentarsi e l’ambiente in cui é cresciuto lo ha abituato a leggere poco e/o a leggere male sarà sicuramente molto più a suo agio nella fruizione di testi che rispondono con semplicità alla sua pancia. Si troverà più a suo agio coi brevi servizi di Striscia la Notizia e con gli schiamazzi populisti che con la lettura di OpenData come dati Istat ed Eurostat o con testi troppo articolati e complessi.

Se poi Gianni si trova in un ambiente particolarmente avverso ai valori di precisione, merito, ricerca, dialogo ed analisi come l’Italia attuale (NB: non che all’estero sia tutto meglio, ma qui gli italici modelli di riferimento stan facendo danni a livelli diversissimi e in tutti i campi) una certa colpa va addossata pure all’humus di cultura popolare italiana.

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HUMUS CULTURAL-POPOLARE ITALIANO

Nell’Italia che legge poco e principalmente i libri acquistabili al supermercato, con almeno un terzo della popolazione dichiarata analfabeta funzionale, in cui l’istruzione scolastica fornisce una preparazione scarsa (rapporto OCSE 2014), con una copertura internet arretrata e conseguente alto analfabetismo digitale, in cui la gente legge più riviste settimanali che quotidiani, e s’informa principalmente attraverso Tv e Social Network, appare chiaro quante difficoltà può trovare il nostro Gianni.

Viste le premesse non stupisce il fatto che il dialogo nazionale vada avanti a colpi di emergenze emotive. Con la spinta degli introiti da grandi numeri e la scusante esteriore della simpatia si é lasciato sempre più spazio ad un tipo di comunicazione eccessiva, semplicistica ed inaccurata.

PROPAGANDA AUTORIGENERANTE

Ogni giorno escono a ritmi frenetici migliaia di articoli, post, commenti, tweet e servizi formanti un flusso mastodontico che investe la persona, la quale ormai si percepisce sempre meno figura che deve cercare le informazioni utili, e più utente raggiunto dalle notizie.

La mole di notizie che investono la persona la obbligano ad impiegare il suo tempo in un’operazione di rapidissima e frenetica scrematura quantitativa dei dati. Per ogni articolo letto per intero sono stati scartati decine e decine di titoli e foto che tuttavia, passando davanti agli occhi della persona vengono letti ed assorbiti.

A causa del gran numero e la rapidità con cui questi brandelli d’informazione passano sotto gli occhi di tutti, DI FATTO l’immaginario popolare viene plasmato più facilmente da immagini come questa che da argomenti che illustrano la realtà scientifica dei fatti (ossia che i migranti che giungono in Italia sono più sani degli italiani stessi):

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(bufala priva di fondamento)


Allarmi di questo tipo vengono lanciati continuamente sui social network per esser visualizzati, rigirati, riportati, riscritti, copiati, rilanciati e, qualora ottenessero un certo successo, fatti proprio da blogger, giornalisti e politici che, per ottenere visibilità/visualizzazioni/consenso rilanceranno con maggior forza.

Il nostro Gianni, dopo aver esser stato raggiunto qualche decina o centinaia di volte da notizie simili avrà sicuramente assorbito il meme “gli immigrati portano l’ebola” e non andrà ad informarsi oltre: se ha già pregiudizi verso gli immigrati avrà già fatto sua quest’idea. Poco importa che sia tutta una balla e la realtà sia esattamente l’opposto (ossia che gli immigrati, più che portare malattie si ammalano quando arrivano in Italia).

Oltre alle bufale vere e proprie circolano allo stesso modo mezze verità, letture parziali dei fatti, esagerazioni gargantuesche ed ipersemplificazioni in un deleterio mix in cui un servizio al telegiornale può parlare di uno scambio di tweet tra un politico ed una soubrette a proposito di un’allarme-bufala lanciato da un blog che ha citato una frase falsa attribuita alla moglie del direttore del telegiornale, scatenando schiere di tifosi da smartphone che si lanciano in battaglie a suon di tweet, post e like a favore o contro la notizia. L’informazione diventa intrattenimento-spettacolo e le diverse opinioni vengono irregimentate in tifo da stadio. La natura stessa dei social network tende a premiare proprio quest’ultimo aspetto, livellando i dialoghi al minimo comun denominatore (tu tiri pietra – io lancio sasso) rendendolo DI FATTO il modo moderno di “dialogare”.

TUTTO QUESTO SENZA MAI VERIFICARE LA VERIDICITÀ’ DELLE AFFERMAZIONI LETTE E SOSTENUTE

La mancata distinzione tra informazione ed intrattenimento crea di fatto una forma di propaganda autorigenerante in cui sono le stesse persone suggestionate ad alimentare unilateralmente ciò che li ha suggestionati riproponendolo e rinnovandolo, distruggendo la distinzione fatta ad inizio di questo articolo, tra opinione e descrizione della realtà.

Ecco come negli ultimi anni il chiacchiericcio del momento é stato preso in ostaggio dai diversi Frame (sempre nuovi perché lo storytelling deve sempre essere fresco e affascinante):

“pericolo lavavetri”, “imprenditori suicidi”, “boom stupri”, “mandiamo a casa la casta”, “Berlusconi innocente”, “Toghe rosse”, “scandalo auto blu”, “Corona incarcerato per una foto”, “i clandestini ci stanno invadendo”, “questo governo non é stato votato”, “ridateci i nostri marò”, “L’Europa ci comanda” oltre a decine e decine di “rivelazioni” mai fatte, “ricerche” irreperibili. Il tutto utilizzando perlopiù un linguaggio urlato a volte cartoonesco,  ma sempre attento più alla forma accattivante che all’attendibilità del contenuto.

Il risultato é l’aver impantanato ogni dialogo nazionale in uno sciocco chiacchiericcio monopolizzato da meme che sostituiscono la realtà dei fatti e che all’orecchio di chi si é preso la briga di documentarsi suonano assurde come  “La muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona” o “due più due fa cinque”. Ma guai a negarle! Se ci provassi verresti subito tacciato di essere via via noioso / poco interessante / di parte / arrogante / radical chic / il solito sessantottino / uno dei centri sociali / fascista / anarchico / marziano.

Non c’é che adattarsi. Prendere una pastiglia omeopatica, farsi fare un massaggio shiatsu, chattare su Facebook a proposito di quel post letto di sfuggita e mi ha indignato tanto per poi andare in centro (stando ovviamente lontano tutti i negri per non prender malattie) a comprare quel nuovo prodotto “bio” che tutti dicono faccia benissimo. Ma prima dovrò prelevare dei contanti alla mia banca che sarà certo in mano a degli ebrei.

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