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Uomo investito da treno alla stazione di Firenze Campo di Marte: circolazione rallentata, ritardi di 60 minuti

Un uomo è stato investito da un treno nella stazione di Firenze Campo di Marte dopo le 19 al binario 3. Secondo quanto appreso, si tratta di un gesto autonomo, di un tentato suicidio. Sul posto è intervenuta la Polfer per gli accertamenti di polizia giudiziaria. L’incidente ha provocato ritardi per molti convogli nel nodo di Firenze, in particolare sulla linea Firenze-Roma e sulle lunghe percorrenze Roma-Milano.

“La circolazione permane fortemente rallentata per accertamenti dell’Autorità Giudiziaria a seguito dell’investimento non mortale di una persona a Firenze Campo Marte”, si legge sul di Trenitalia. Il treno coinvolto è un Frecciarossa partito da Napoli e diretto a Gorizia. “I treni Alta Velocità e Intercity, alcuni dei quali instradati sulla linea convenzionale, e Regionali possono registrare un maggior tempo di percorrenza fino a 60 minuti“, scrive ancora Trenitalia.

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Leao segna in contropiede, l’arbitro annulla: cos’è successo in Milan-Lecce

(Adnkronos) – Episodio arbitrale in Milan-Lecce. Nella sfida di oggi, domenica 18 gennaio, valida per la 21esima giornata di Serie A, i rossoneri si sono visti annullare un gol per fuorigioco. Succede tutto al 9′ del primo tempo. Pulisic vede il taglio di Leao e lo serve alle spalle della difesa salentina, il portoghese si presenta così solo davanti a Falcone e lo batte con un morbido pallonetto, andando a esultare sotto i suoi tifosi. 

Immediata però la bandierina alzata dell’assistente, con l’arbitro Zufferli che annulla la rete. Le immagini mostrano infatti la posizione irregolare di Leao al momento del tocco di Pulisic, con il portoghese che è partito quindi oltre l’ultimo difensore del Lecce. 

 

sport

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Subito Malen, la Roma sfata il tabù Torino e si prende il quarto posto

TORINO (ITALPRESS) – Con il primo gol in giallorosso di Donyell Malen e il ritorno alla rete di Paulo Dybala: la vince così la Roma a Torino contro gli uomini di Marco Baroni, che in stagione avevano battuto due volte su due i giallorossi. All’Olimpico granata finisce 0-2 con la squadra di Gasperini che tiene il passo del Napoli, portandosi a -1 dai partenopei e allungando a +3 sulla Juventus, sconfitta ieri a Cagliari. Senza Ferguson e Dovbyk, infortunati, tocca a Malen, approdato a Trigoria quattro giorni fa e schierato immediatamente titolare. L’impatto dell’olandese (che compirà domani 27 anni) è subito devastante. Al 23′ va in gol dopo un gran dribbling in area, ma il Var cancella tutto per una posizione irregolare sul tocco di Dybala. L’intesa con l’argentino è già totale: appena tre minuti dopo, ancora su invito della Joya, Malen mette in mostra il resto del repertorio. Non solo strappi e velocità, ma un controllo fulmineo seguito da una conclusione chirurgica che vale il vantaggio giallorosso. Dopo un primo tempo opaco, il Toro si rende subito pericoloso ad inizio ripresa: Vlasic crossa dalla sinistra, Lazaro arriva a calciare ma Svilar è attento e blocca a terra in tuffo. La Roma abbassa i ritmi, ma raddoppia al 72′. Mancini accompagna un’azione d’attacco e rimette in vita una respinta di Paleari, Rensch crossa al centro per Dybala che tocca in rete e torna al gol in campionato dopo quasi tre mesi. La partita dell’argentino e di Malen finisce al 77′. Gasperini si gioca la carta Pisilli e lancia un altro debuttante, il 18enne Robinio Vaz, arrivato dal Marsiglia per 25 milioni bonus inclusi. Il nuovo attaccante giallorosso mostra qualche spunto incoraggiante (rendendosi pericoloso con un tiro respinto da Paleari), ma perde anche un pallone sanguinoso che innesca una ripartenza granata conclusa da Adams con un diagonale che sibila il palo. Le speranze di rimonta del Toro si fermano qui. E’ il terzo 2-0 consecutivo per una Roma che si regala il quarto posto in solitaria e la certezza di avere un nuovo bomber in attacco.
– foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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La politica italiana reagisce ai dazi di Trump per la Groenlandia

Da Tajani appello al dialogo: "Insieme, essendo tutti parte della Nato, possiamo lavorare per garantire la sicurezza della Groenlandia". Schlein attacca Meloni: "Ci aspettavamo una posizione netta in difesa della Groenlandia"

© RaiNews

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Auto contro un muretto nel Barese, morti fratello e sorella

(Adnkronos) – Due giovani di Altamura, Antonio Bigi di 21 anni e la sorella Cecilia, di 24 anni, sono morti nell’incidente stradale di questa mattina sulla strada provinciale 41 Altamura-Laterza, al km 7, in territorio di Altamura. Erano a bordo di un Suv, guidato da un loro amico, che nel perdere il controllo è finito fuori strada dove ha impattato contro un muretto. Il ragazzo è morto sul colpo, vani i soccorsi del 118. La ragazza non ce l’ha fatta, è deceduta nella rianimazione del Policlinico di Bari nel pomeriggio.  

A bordo dell’auto c’erano cinque ragazzi, tutti di Altamura. Gli altri tre ragazzi sono in prognosi riservata nel Policlinico di Bari, nel Miulli di Acquaviva delle Fonti e nell’ospedale della Murgia di Altamura. 

cronaca

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Fognini, l’incontro con Pellegrini e la battuta sulla gravidanza: “Ehi cicciona…”

(Adnkronos) – Selfie tra campioni a Milano. Federica Pellegrini e Fabio Fognini si sono incontrati nel corso di un evento organizzato da EA7 Emporio Armani, fornitore ufficiale delle divise del Team Italia per i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026.  

L’occasione ha permesso all’ex tennista e all’ex nuotatrice di ritrovarsi e di scambiare qualche parola. Amici di vecchia data, i due si sostengono da tempo anche fuori dal mondo sportivo. Fognini, reduce dall’esperienza di Ballando con le stelle, ha ricevuto più volte il supporto della campionessa olimpica che sui social aveva incitato i follower a votare per lui.  

L’incontro è stato immortalato da un selfie condiviso sui social: “Ballerino”, ha scritto lei ironicamente. Affettuosa e scherzosa la replica di Fognini: “Ehi tu cicciona”, accompagnata da emoticon sorridenti. Un commento che fa riferimento al pancione di Pellegrini, oggi al settimo mese di gravidanza. Lo ha raccontato anche oggi ospite e Verissimo, dopo la campionessa ha spiegato che sarà un parto cesareo ed è previsto per il mese di aprile.  

sport

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Serie A, oggi Milan-Lecce – Diretta

(Adnkronos) – Il Milan torna in campo in Serie A. Oggi, domenica 18 gennaio, i rossoneri ospitano il Lecce – in diretta tv e streaming – a San Siro nel posticipo della 21esima giornata di campionato. La squadra di Allegri arriva dal successo nel recupero infrasettimanale contro il Como, mentre i salentini hanno perso l’ultima partita contro l’Inter.  

Nella prossima giornata di Serie A, il Milan sfida la Roma all’Olimpico mentre il Lecce ospiterà la Lazio. 

 

sport

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Federica Pellegrini incinta: “Il parto sarà cesareo. Il nome? È ancora top secret”

(Adnkronos) – “Sarà un parto cesareo”. Federica Pellegrini e Matteo Giunta, ospiti oggi a Verissimo, hanno parlato dell’emozione che stanno vivendo ora che la famiglia si sta allargando. Presto, nel mese di aprile, i due diventeranno genitori per la seconda volta.  

“Sono molto contento. Preoccupato, ma molto contento. Sono contento che nostra figlia Matilde abbia una sorellina, anche se sarò in minoranza”, ha confidato l’allenatore a Silvia Toffanin. 

La campionessa olimpica, al settimo mese di gravidanza, ha già deciso che il suo sarà un parto cesareo programmato: “L’altra volta è stato tosto anche per la bambina. Ho fatto un parto cesareo d’urgenza. Questa volta sappiamo già come andrà”.  

La coppia ha già scelto il nome della loro seconda bambina. “Questa volta il nome l’ha scelto Matilde. È un’appassionata di libri e si è appassionata a una storia in particolare la cui protagonista è entrata nelle nostre vite”. Il nome è già stato scelto quindi, ma la coppia non ha voluto rivelarlo: “Possiamo dirvi però che significa ‘calma’”. 

 

spettacoli

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La Fiorentina sbanca Bologna, 2-1 nel ricordo di Commisso

BOLOGNA (ITALPRESS) – La Fiorentina domina il Bologna e ricorda nel migliore dei modi il presidente Rocco Commisso. Sotto il diluvio del Dall’Ara, la Viola batte per 2-1 un brutto Bologna e trova la prima vittoria in trasferta del suo campionato. I gol portano le firme di Mandragora e Piccoli per gli ospiti e di Fabbian, ma solo nel finale, per i rossoblù. Nonostante il profondo dolore, la Fiorentina è voluta scendere ugualmente in campo per onorare Commisso, indossando il lutto al braccio e una maglia celebrativa nel riscaldamento. Inoltre, tutto il gruppo squadra ha partecipato alla trasferta, compresi gli infortunati (tra cui Kean). Il primo tempo è un monologo viola, anche per demerito di un Bologna spento e in affanno nel contenere le iniziative avversarie sulle fasce. Al 17′ la rete di Ndour viene annullata per il fuorigioco di rientro di Parisi a inizio azione. La formazione emiliana, però, non coglie il campanello d’allarme e, due minuti più tardi, si lascia nuovamente sorprendere, stavolta da Mandragora. Su assist di Gudmundsson, il centrocampista attacca il secondo palo e devia il pallone in rete, firmando l’1-0 e punendo la staticità della difesa del Bologna.
Dopo il gol Mandragora ha rivolto un pensiero a Commisso, mostrando una maglia della Fiorentina col “suo” numero 5 e il nome Rocco sul retro. Al 45′ è arrivato anche il raddoppio targato Piccoli, la cui marcatura è stata inizialmente annullata per fuorigioco e poi convalidata dal Var. Su azione di ripartenza, l’assist di Dodo carambola sui piedi di Freuler e finisce casualmente alla punta ex Cagliari che segna con la punta.
I quattro cambi del Bologna all’intervallo rendono l’idea dell’insoddisfazione di Italiano: entrano dunque Rowe, Fabbian, Moro e Zortea per Orsolini, Odgaard, Freuler e Holm. Nella ripresa, però, continuano le difficoltà dei padroni di casa ed è anzi la Fiorentina con Pongracic a sfiorare il tris al 52′. Con l’orgoglio ci prova il Bologna nel finale: segna Fabbian al 88′ su assist di Rowe, poi l’occasione di Cambiaghi non evita agli emiliani la sconfitta. La Fiorentina si conferma in grande ripresa, agganciando il Lecce (impegnato stasera a San Siro col Milan) al terz’ultimo posto; il Bologna, invece, rimane ottavo, ma la Lazio domani potrebbe sorpassarlo.
– foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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Clizia Incorvaia dopo il proscioglimento: “Sarcina? Nostro amore era tossico, voglio preservare mia figlia”

(Adnkronos) –
Clizia Incorvaia è stata prosciolta dalle accuse dell’ex marito Francesco Sarcina. Ospite a Verissimo, l’influencer ha parlato per la prima volta pubblicamente della vicenda giudiziaria in cui era stata accusata per trattamento illecito di dati personali per aver pubblicato sui social immagini della figlia minore senza il consenso del padre.  

“Quando io e Francesco – ha spiegato Incorvaia – stavamo insieme pubblicavamo sempre Nina sui social, fu lui a portarmi in un’agenzia di pubblicità di influencer marketing”. Dopo la separazione, tra i due ci sarebbe stato solo un accordo verbale: “Avevamo stabilito che avrei potuto mostrare mia figlia solo di spalle. Nulla di scritto”.  

L’influencer ha poi sottolineato la disparità di comportamento: “Lui pubblica il suo secondogenito sui social, lo fa da quando è nato”. I rapporti tra i due sono oggi “freddi e distaccati”. Incorvaia ha definito la relazione con l’ex marito come un “amore tossico”. “Non è stato un rapporto sano, per tanto tempo ho pensato di potermi accontentare di quell’amore fatto di pianti, pensavo fosse un amore normale. Poi ho capito che non era un amore giusto”.  

Clizia Incorvaia ha lasciato intendere dei tradimenti da parte di lui senza però entrare nei dettagli: “Poi quando è venuto meno il rispetto ho capito che dovevo prendere le distanze. Ci sono state cose molto pesanti che io ho sotterrato, mi bruciò più di sei paia di scarpe. Il motivo era legato a litigi e discussioni, niente di che. All’epoca non ho denunciato perché non volevo che Nina leggesse questo”.  

E alla domanda di Silvia Toffanin su eventuali violenze fisiche, Clizia Incorvaia ha preferito il silenzio: “Non voglio che ci sia tutto sui giornali, voglio preservare mia figlia. Ci sono delle cose che è meglio omettere”. 

Francesco e Nina hanno un bellissimo rapporto: “Io non ho mai cercato di infangare la sua figura con mia figlia. Lui sarà sempre il papà di Nina e sono contenta di questo”. L’influencer ha spiegato che a marzo ci sarà una nuova udienza per ristabilire le “nostre responsabilità genitoriali”.  

spettacoli

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Malen segna all’esordio, ma l’arbitro annulla: cos’è successo in Torino-Roma

(Adnkronos) – Gol ed episodi arbitrali in Torino-Roma. Oggi, domenica 18 gennaio, i giallorossi si sono visti annullare il primo gol con la maglia romanista di Donyell Malen, appena arrivato in prestito con opzione di riscatto dall’Aston Villa, per fuorigioco. Succede tutto al 23′ del primo tempo: Malen riceve palla da Dybala al vertine sinistro dell’area di rigore, coverge superando un difensore e batte Paleari sul palo lontano. 

La Roma esulta, l’arbitro Chiffi però viene richiamato dal Var, che sta controllando proprio la posizione di partenza dell’olandese. Le immagini infatti mostrano che, al momento del passaggio in profondità di Dybala Malen si trova di mezza spalla avanti rispetto all’ultimo difensore del Torino. Motivo per cui il direttore di gara annulla la rete per fuorigioco, tra il rammarico e le proteste di Gasperini. 

Poco male, con Malen che si rifà appena quattro minuti dopo, segnando di nuovo in un’azione fotocopia alla precedente. E questa volta in posizione regolare, per il vantaggio della Roma allo stadio Olimpico Grande Torino. 

 

sport

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Guerriglia in A1, scontri nati da furto di bandiera romanista?

(Adnkronos) – A far degenerare i tafferugli tra ultras giallorossi e fiorentini sull’autostrada A1, all’altezza di Casalecchio, potrebbe esserci stato il tentativo di sottrarre bandiere e striscioni agli avversari. In alcuni post di ambienti ultras che circolano sul web si parla (con tanto di foto) di una bandiera dei romanisti che sarebbe stata ‘rubata’ durante gli scontri di oggi. 

cronaca

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Serie A, Torino-Roma 0-0 – Diretta

(Adnkronos) – La Roma torna in campo in Serie A. I giallorossi sfidano oggi, domenica 18 gennaio, il Torino – in diretta tv e streaming – in trasferta nella 21esima giornata di campionato. La squadra di Gasperini è reduce dalla vittoria contro il Sassuolo, battuto 2-0 all’Olimpico, mentre quella di Baroni è stata superata con lo stesso risultato dall’Atalanta a Bergamo, mentre in Coppa Italia ha superato gli ottavi di finale vincendo proprio contro la Roma per 3-2. 

 

Questa sera invece è previsto il match tra Milan e Lecce a San Siro. 

sport

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Referendum, Fedez: “Io testimonial del Sì? Porcheria totalmente infondata”

(Adnkronos) – “Una porcheria totalmente infondata”. Fedez definisce così il contenuto dell’articolo del Fatto Quotidiano che lo associa al Sì al referendum sulla riforma della giustizia e lo indica come ‘testimonial’ ingaggiato dal governo. 

“Ieri mi stavo serenamente godendo il weekend quando vengo raggiunto da insistenti telefonate da parte di un numero che non avevo in rubrica. Chiedo per messaggio chi fosse. Mi dice di essere un giornalista del ‘Fatto quotidiano’ e di voler sapere la mi posizione in merito al referendum sulla giustizia. Gli faccio notare che chiamare con così tanta insistenza non è cosa a me gradita e che se mai volessi esprimermi sul tema lo farei attraverso i miei canali. Fine della conversazione”, scrive il rapper sui social. 

“Per tutta risposta questa mattina trovo un articolo sul ‘Fatto quotidiano’ a firma di questo giornalista che insinua che io sarei stato ingaggiato dal Governo Meloni come testimonial per il sì. Eccomi qui a dover rendere conto dell’ennesimo racconto di fantasia travestito da giornalismo”, aggiunge l’artista. 

“Ci tengo a raccontare quanto accaduto -spiega- perchè la dice lunga sulla genesi di certe notizie che potete leggere sui maggiori quotidiani italiani e sullo stato di salute dell’informazione del nostro Paese. L’unico ‘fatto’ certo è che al mio podcast fino ad oggi ho avuto solo ospiti che si stanno spendendo per il No (Gherardo Colombo e Nicola Gratteri). Pregherei gentilmente il ‘Fatto quotidiano’ di pubblicare la smentita di questa porcheria totalmente infondata o altrimenti pubblicare le prove di ciò che hanno scritto. Complimenti per l’ottimo lavoro. Come sempre. Ovviamente senza nessuna prova giornalistica ma con un mio virgolettato che lascia quasi intendere che abbia qualcosa da nascondere. Follia pura”.  

politica

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Bologna-Fiorentina 1-2, vittoria viola con dedica a Commisso

(Adnkronos) – La Fiorentina supera il Bologna al Dall’Ara per 1-2 nella 21esima giornata di Serie A, all’indomani della scomparsa del presidente viola Rocco Commisso, a cui la squadra ha tributato un omaggio in fase di riscaldamento con maglie bianche che sul dorso avevano “Rocco 1” e sul davanti un “Grazie Rocco”. I gol della Fiorentina sono stati realizzati da Mandragora e Piccoli. Il Bologna ha accorciato le distanze con Fabbian. La vittoria consente alla formazione toscana di salire a 17 punti. Il Bologna rimane a quota 30. 

 

sport

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Cina, ricavi record nel 2025 per il mercato delle arti performative di Pechino

PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Nel 2025 Pechino ha registrato un mercato delle arti performative particolarmente vivace, con ricavi annuali che per la prima volta hanno superato i 5 miliardi di yuan (circa 713,5 milioni di dollari), segnando un aumento del 27% su base annua, secondo l’ufficio municipale della cultura e del turismo.

Le statistiche mostrano che lo scorso anno nella capitale si sono svolti oltre 60.000 spettacoli commerciali, attirando più di 14 milioni di spettatori. Entrambi i dati sono cresciuti rispettivamente del 5% e del 9% rispetto all’anno precedente.

Numerose produzioni nazionali e internazionali hanno debuttato in Cina proprio a Pechino, tra cui i musical originali “Singin in the Rain” e “Sunset Boulevard”.

Nel 2025 gli spettacoli di grande formato, inclusi concerti e festival musicali, hanno continuato a riscuotere enorme successo, con un aumento del 37% su base annua. In una delle principali aree per le arti performative del distretto di Haidian è stato creato un cerchio di vita di cinque ore attorno agli eventi musicali: oltre 60 esercizi di ristorazione hanno prolungato l’orario di apertura fino alle 2 di notte e più di 20 hotel convenzionati hanno offerto sconti ai possessori dei biglietti, trasformando l’affluenza del pubblico in vitalità dei consumi.

– Foto Xinhua –

(ITALPRESS).

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Poche emozioni al Tardini, pari senza reti tra Parma e Genoa

PARMA (ITALPRESS) – Parma e Genoa non si fanno del male. Lo scontro salvezza del Tardini, valevole per la ventunesima giornata di Serie A 2025/2026, termina con un pareggio a reti bianche. La formazione ospite si rende pericolosa dopo appena 4′ con una bella iniziativa di Colombo, che rientra sul mancino ma calcia alto sopra la traversa. La squadra gialloblù prova a reagire, ma al 16′ sono ancora i liguri a mettere in affanno la difesa avversaria con Colombo che, imbeccato da Ellertson, si presenta a tu per tu con Corvi; quest’ultimo è bravo a chiuderlo con un’uscita bassa. I padroni di casa fanno fatica e i nervi diventano un pò tesi, tanto che Pairetto è costretto ad estrarre tre cartellini gialli nell’arco di 15′. Al 29′ arriva la prima occasione per gli uomini di Carlos Cuesta con Bernabè che, dopo un uno-due con Keita, calcia ad incrociare trovando la risposta di Leali. Nel finale di primo tempo il Genoa si ritaglia una doppia chance prima con un colpo di testa di Sabelli, finito di poco a lato, e poi con un calcio di punizione di Vitinha deviato da Leali. Si va a riposo sul parziale di 0-0.
Il Parma, anche in apertura di ripresa, soffre il possesso palla avversario, ma con il passare dei minuti inizia a prendere fiducia. Al 68′ Valenti si rende protagonista di un’ottima incursione e serve Oristanio, il quale calcia troppo centrale per impensierire Leali. La girandola di sostituzioni effettuata da entrambi gli allenatori, spezza il ritmo della gara e le occasioni da rete latitano. A due minuti dal 90′, però, i rossoblù costruiscono una clamorosa chance con Colombo, che si invola versa lo porta e calcia, ma Corvi si supera e salva i suoi, blindando lo 0-0 finale.
Il Parma sale a 23 punti e mantiene un vantaggio di tre lunghezze sul Genoa, che si porta a quota 20. Nel prossimo turno gli emiliani saranno impegnati nella trasferta della New Balance Arena contro l’Atalanta di domenica 25 gennaio, mentre i liguri ospiteranno il Bologna al Ferraris.

– foto Image –
(ITALPRESS).

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Piers Morgan cade e si rompe il femore: “Colpa di Trump”

(Adnkronos) – Piers Morgan in ospedale per un’operazione dopo una caduta. “Colpa di Donald Trump…”, scrive l’anchorman britannico sul proprio profilo X nel post in cui pubblica la proprio foto dall’ospedale. Morgan racconta la propria disavventura con un elenco dettagliato degli eventi. “1. Sono inciampato su un piccolo gradino. 2 In un ristorante di un hotel a Londra. 3 Femore fratturato. 4. Così male che ho avuto bisogno di un’anca nuova. 5. Convalescenza in ospedale. 6. Stampelle per 6 settimane. 7. Niente spostamenti lunghi per 3 mesi. 8. Partenza scoppiettante per il nuovo anno”, scrive Morgan prima del punto numero 9, tra ironia e mistero: “Do la colpa a Donald Trump”. 

 

internazionale/esteri

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Scontri tra 200 ultras di Fiorentina e Roma in autostrada a Bologna: auto danneggiate

(Adnkronos) – Scontri in autostrada oggi, domenica 18 gennaio, tra l’autogrill Cantagallo e l’uscita per Bologna Casalecchio tra ultras della Fiorentina e della Roma, in viaggio per raggiungere i luoghi delle trasferte delle rispettive squadre, a Bologna e a Torino. Alcune auto sono rimaste danneggiate nel corso dei tafferugli. Sono al vaglio le immagini delle videocamere per ricostruire quanto è accaduto.  

cronaca

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Groenlandia, Paesi europei minacciati: “Con dazi Trump si rischia una pericolosa spirale”

(Adnkronos) – Le minacce di Donald Trump di nuovi dazi per la Groenlandia rischiano di “minare le relazioni transatlantiche e rischiano di innescare una pericolosa spirale”. E’ quanto si legge nella dichiarazione congiunta degli otto Paesi – Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Olanda, Norvegia, Svezia e Regno Unito – che sarebbero colpiti da nuovi dazi il primo febbraio per aver inviato militari nell’isola artica, territorio autonomo danese, che Trump vuole annettersi.  

Nella loro dichiarazione i Paesi europei, tutti membri della Nato, affermano di essere “impegnati a rafforzare la sicurezza dell’Artico nell’ambito di interessi transatlantici condivisi”. E sottolineano che l’esercitazione di questo weekend, guidata dalla Danimarca in Groenlandia, Artic Endurance, rientra nell’ambito di questo impegno. “La minaccia di dazi mina le relazioni transatlantiche e rischia di innescare una pericolosa spirale, noi continueremo ad essere uniti e coordinare le nostre risposte, siamo impegnati a difendere la nostra sovranità”, conclude la dichiarazione delle otto nazioni, tutte tranne Norvegia e Regno Unito nella Ue, ribadendo la solidarietà alla Danimarca e al popolo groenlandese e sottolineando che è il dialogo, non le minacce di dazi, a risolvere le differenze. “Costruire sul processo avviato la scorsa settimana – affermano riferendosi all’incontro di Washington tra Usa, Danimarca e Groenlandia – noi siamo pronti ad un dialogo fondato sui principi di sovranità e integrità territoriale”.  

 

“In un mondo instabile e imprevedibile, la Danimarca ha bisogno di stretti amici e alleati” ha detto il ministro degli esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, ha annunciato un tour diplomatico, che lo porterà oggi a Oslo, domani a Londra e giovedì a Stoccolma, all’indomani della minaccia di Donald Trump di imporre dazi aggiunti a otto Paesi Europei, tra i quali i tre Paesi che Rasmussen visita, che si oppongono alle sue mire espansionistiche sull’isola artica, territorio autonomo danese.  

“I nostri Paesi condividono la stessa posizioni sulla necessità di rafforzare il ruolo della Nato nell’Artico e sono ansioso di discuterne con loro”, ha aggiunto il capo della diplomazia danese.  

 

Il team di ricognizione di 15 militari tedeschi inviato nei giorni scorsi in Groenlandia lascerà oggi l’isola artica per recarsi a Copenhagen. Lo ha reso noto un portavoce militare tedesco alla Dpa, riferendosi ai militari arrivati venerdì nell’ambito della missione ricognizione guidata dalla Danimarca in vista della prevista esercitazione militare. Il portavoce del centro comando e controllo delle forze tedesche ha spiegato che la missione si è conclusa e che “i risultati della ricognizione saranno analizzati nei prossimi giorni”.  

Il rientro dei militari tedeschi arriva all’indomani che Donald Trump ha annunciato dazi aggiuntivi da partire dal primo febbraio per gli otto Paesi europei che hanno inviato militari nell’isola, territorio autonomo danese, che hanno annunciato la partecipazione alle esercitazioni.  

 

 

 

internazionale/esteri

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Evento sismico, ML 4.0, in provincia di Messina del 18 gennaio 2026

Un terremoto di magnitudo Richter ML 4.0 è stato registrato dalla Rete Sismica Nazionale alle ore 14:54 italiane del 18 gennaio 2026,  2 km a sud di Militello Rosmarino, in provincia di Messina, ad una profondità di 8 Km.

Di seguito la tabella con i Comuni entro 10 km dall’epicentro

Il capoluogo di provincia, Messina, dista circa 80 km dall’epicentro, mentre la città di Catania circa 70 Km.

La zona interessata da questo terremoto è caratterizzata da pericolosità sismica alta, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in passato in zone adiacenti all’area epicentrale di questo evento sismico sono avvenuti diversi terremoti, alcuni dei quali anche di magnitudo intorno a magnitudo 5. Ad esempio nella zona a nord-est il catalogo riporta due eventi di magnitudo stimata Mw 5.6 nel 1613 e Mw 5.4 nel 1739, entrambi i con risentimenti massimi fino al IX grado della Scala Mercalli (MCS).

Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che l’area è stata interessata da attività sismica frequente, in particolare nell’anno 2011, nei mesi di giugno e luglio, quando è stata registrata una sequenza sismica con numerosi eventi, il più forte, di magnitudo Mw 4.5, è avvenuto il 23 giugno.

Prima dell’evento di magnitudo 4.0 delle ore 14:54 di oggi, nell’ultima settimana nell’area erano stati localizzati altri 5 terremoti con magnitudo massima ML 2.4. Al momento (15:40 italiane), sono stati localizzati 9 terremoti di bassa magnitudo (magnitudo massima ML 2.1) successivi alla scossa delle 14:54.

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP), calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra dei livelli di scuotimento stimato fino quasi al IV grado MCS.

Dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai questionari inviati al sito www.hsit.it, in continuo aggiornamento, notiamo che l’evento di questo pomeriggio è stato risentito in tutta l’area dei Monti Nebrodi e in gran parte della provincia di Messina e anche in qualche zona delle vicine province di  Catania e Enna.  I risentimenti arrivano fino al IV grado MCS.

Mappa del risentimento sismico in scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg) che mostra la distribuzione degli effetti del terremoto sul territorio come ricostruito dai questionari on line. La mappa contiene una legenda (sulla destra). Con la stella in colore viola viene indicato l’epicentro del terremoto, i cerchi colorati si riferiscono alle intensità associate a ogni comune. Nella didascalia in alto sono indicate le caratteristiche del terremoto: data, magnitudo, profondità (Prof) e ora locale. Viene inoltre indicato il numero dei questionari elaborati per ottenere la mappa stessa.

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Meloni a Seoul, tra geopolitica, semiconduttori e made in Italy

Prima la visita di Giorgia Meloni al cimitero di Seul che onora i soldati caduti per la Nazione, in particolare durante la Guerra di Corea. Poi un punto stampa sul tema della Groenlandia e quindi l’incontro con le imprese italiane, in attesa del bilaterale con il presidente Lee Jae Myung. Dopo 19 anni un premier italiano torna a Seoul, a dimostrazione di una spiccata attenzione verso l’Indopacifico, per una serie di ragioni geopolitiche, economiche, commerciali (e anche personali).

Non è una novità il fatto che Giappone e Corea del Sud nelle logiche di Palazzo Chigi siano visti come due attori non solo affidabili, ma con cui rafforzare il livello delle relazioni di medio-lungo periodo. Si tratta ovviamente di un fazzoletto di mondo gravido di sfide e opportunità: accanto al macro tema geopolitica rappresentato dalle mire cinesi su Taiwan, spicca il link tra Mare Cinese e Mediterraneo e la questione delle terre rare accanto a chip e semiconduttori. Un paniere di temi altamente strategici che il capo del governo intende affrontare di petto, a maggior ragione dopo l’uscita dell’Italia dalla Via della Seta, senza dimenticare un elemento di supporto oggettivo: le società giapponesi e sudcoreane presentano numerose affinità con l’Italia sotto molteplici punti di vista (economici, commerciali e demografici), oltre a condividere i medesimi valori.

LO SHOWROOM HIGH STREET ITALIA

Il made in Italy a quelle latitudini è particolarmente apprezzato, ciò si trasforma in potenziali nuove opportunità legate al nostro export che può contare su questo valore aggiunto rispetto alla produzione di altri paesi. Le filiere interessate sono la moda, la pelletteria, il calzaturiero, il settore alimentare e vitivinicolo, senza dimenticare l’interior design. A proposito di prodotti e fiere, a Seoul nel 2019 ha visto la luce l’High Street Italia, uno showroom di quattro piani aperto in una delle zone più frequentate dello shopping della capitale, nella Garosu-gil, che rappresenta una vetrina per le aziende italiane che qui possono presentare la vasta gamma dei propri prodotti al mercato coreano. Realizzato dall’ICE col supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e in collaborazione con l’ambasciata d’Italia, l’iniziativa rientra nel piano più generale della promozione straordinaria del Made in Italy nella Corea del Sud, che include anche della diffusione di cultura e lifestyle italiani

Le relazioni tra Roma e Seoul sono iniziate nel 1884 e hanno visto da poco il 140° anniversario, celebrato con un Anno dello Scambio Culturale. A tal fine infatti lo scorso 26 giugno l’ambasciata in Italia della Corea del Sud ha illuminato il Colosseo per celebrare le relazioni diplomatiche con Italia.

IL RUOLO DELLA COREA DEL SUD

Oltre a essere un player mondiale nel campo dell’innovazione tecnologica, la Corea è famosa in tutto il mondo anche per la cultura popolare legata a videogiochi, gruppi musicali e film. Settori spesso sottovalutati ma che possono contribuire, in nome della soft diplomacy, a rafforzare intese e cooperazioni. Cultura, conoscenza e qualità sono i tratti in comune tra i due paesi. La Corea del Sud incamera l’1% dell’export italiano per un valore di oltre 5 miliardi di euro, è il terzo mercato in Asia.

Corea del Sud fa rima con semiconduttori, per questa ragione il governo pensa di fare un ulteriore passo in avanti con la costruzione di una fonderia da 3 miliardi di dollari per incrementare la produzione e quindi confermare la propria posizione di leader globale nel settore dei chip grazie a marchi come Samsung Electronics e SK Hynix.

(Foto: Governo.it)

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La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso della Rete Ferroviaria Italiana

  Negli ultimi mesi si è spesso parlato della possibile privatizzazione della rete ferroviaria italiana. Si tratta di un tema che, come è facile intuire, è estremamente rilevante. Da un lato, infatti, si parla di un processo che avrà conseguenze su un servizio, quello ferroviario, che influisce sulle condizioni di vita e di lavoro di […]

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Catene più corte, così Meloni e Takaichi uniscono Mediterraneo e Indopacifico. Parla Checchia

Il lungo viaggio di Giorgia Meloni in Oman, Giappone e Corea del Sud è un tentativo, ben costruito e determinato, di ancorare l’Italia globale a reti geopolitiche e a reti economiche affidabili. Questo a tutto beneficio del sistema Paese. Lo dice a Formiche.net Gabriele Checchia, esperto diplomatico, già ambasciatore in Libano, presso la Nato, vicedirettore dell’Unità Russia e Paesi dell’area ex-sovietica alla Direzione Generale Affari Politici e Consigliere Diplomatico di vari ministri, che identifica un preciso filo conduttore dell’azione della premier tra Muscat, Tokyo e Seul: ovvero voler diversificare le partnership e rafforzare il ruolo italiano come principale collegamento tra Europa, Golfo e Asia. Roma mostra la volontà di tenere insieme i singoli teatri perché le catene si sono accorciate: Indopacifico, Mediterraneo e Italia sono contigue.

Politica, geopolitica e relazioni commerciali: tra Oman, Giappone e Corea del Sud quale il bilancio della missione di Giorgia Meloni?

Direi che è un bilancio positivo per una serie di motivi. Il primo è che si tratta di una missione che si è collocata nell’ambito di una riflessione geopolitica da parte della presidente del Consiglio, del nostro governo e del ministro degli Esteri. Cioè non una missione di cosmetica o di puro cerimoniale, ma una missione che riflette un mondo in rapida evoluzione, nel quale l’instabilità e l’ interconnessione tra i mercati e le aree geografiche è diventata centrale. Per esempio, la tappa in Oman è una testimonianza del fatto che l’instabilità del Medio Oriente (e l’Oman è un partner affidabile in quella regione del mondo) ha implicazioni dirette per il transito navale per i flussi di energia.

Lo stesso dicasi per la tappa in Giappone e Corea?

Sì, poiché sappiamo quanto conta l’Indopacifico per l’approvvigionamento europeo ma anche per le tensioni intorno a Taiwan. Non è un caso che la presidente Meloni e il primo ministro giapponese ne abbiano posto l’accento ripetutamente anche nel loro editoriale sul Corriere della Sera e sul quotidiano giapponese Nikkei: ovvero la necessità di un Indopacifico aperto e libero nonché direi sulla connessione tra l’Indopacifico e il Mediterraneo allargato. Mi sembrano tutti segnali della consapevolezza di una crescente interdipendenza tra le varie aree geografiche e del fatto che Italia e Giappone sono due paesi legati all’Occidente, ma sempre con una politica estera responsabile e attenta agli equilibri complessivi. Questo consentirebbe anche di rafforzare la sicurezza economica di entrambi.

Perché il fronte asiatico e dell’Indopacifico è così strategico per l’Italia?

Cito un virgolettato nella parte finale di quell’editoriale a firma congiunta che lo spiega. Un elemento distintivo di questa visione comune tra Italia e Giappone è la volontà di impegnarsi attraverso il Mediterraneo allargato e l’Indopacifico, spazi geografici centrali negli equilibri globali. In questa visione condivisa, la sicurezza economica assume importanza sempre maggiore e ovviamente quando si parla di sicurezza economica si parla di sicurezza delle catene di valore, della certezza che non verranno messe a rischio e della necessità di fare tutto quanto possibile perché queste catene di valore siano regolari e prevedibili. Direi che questa è una dimensione molto importante del viaggio.

La dimensione geopolitica globale, dunque, oltre a quella bilaterale?

Esatto, quella che ci offre l’icona di una Italia sempre più globale. Il rapporto tra Italia e Giappone è antico, non è un caso che la missione della presidente Meloni sia stata anche celebrativa del 160º anniversario dello stabilimento delle relazioni diplomatiche tra due Paesi, lontani geograficamente ma come rilevato da Meloni molto vicini sotto tanti profili a cominciare dall’essere ambedue eredi di una grande cultura.

Tale ragionamento di visione condivisa e globale porta anche all’Africa?

Lì la strategia italiana del Piano Mattei e l’esperienza giapponese condividono molti punti in comune ovviamente con riferimento all’Africa. Penso alla cooperazione paritaria e vantaggiosa per tutti, fondata su soluzioni condivise e investimenti capaci di generare prosperità sul lungo periodo. La terza dimensione della missione, quella legata alla volontà del nostro Presidente del Consiglio, punta sulla crescita del flusso di investimenti nelle due direzioni. Se noi pensiamo al numero impressionante di imprese giapponesi attive sul mercato italiano e di imprese italiane attive sul mercato giapponese, con 8000 dipendenti, un fatturato da almeno 3 miliardi di euro, ci rendiamo conto di quale sia la posta in gioco.

In comune tra Meloni e Takaichi c’è anche (o soprattutto) una impostazione valoriale di chiara matrice occidentale. Come potrà riflettersi sui dossier maggiormente delicati?

La visione geopolitica condivisa è quella al servizio di interessi nazionali, come è giusto che sia, ma anche di una visione comune dell’Occidente confrontato a sfide importanti come quella russa e quella cinese. Non è un caso che la difesa della libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, a fronte dei tentativi di Pechino di ostacolare traffici regolari con le sue ripetute manovre minacciose intorno a Taiwan, sia stata al centro dei colloqui. Quindi il viaggio è stato all’insegna della visione geopolitica, ma anche del pragmatismo, quello che ha posto in essere Giorgia Meloni come fattore di equilibrio nello scacchiere mediorientale, tra l’altro vicino a un nodo commerciale decisivo e delicatissimo come lo Stretto di Hormuz, oltre che vicino a importanti giacimenti energetici. In questo senso i colloqui molto buoni che ha avuto la presidente Meloni col sultano dell’Oman confortano la sua scelta di rivolgere questa attenzione speciale all’area del Golfo.

Si tende così a ridurre la vulnerabilità del sistema Italia a fronte degli scossoni diretti all’ economia mondiale sottoposta a varie crisi?

Diversificare le partnership e rafforzare il ruolo dell’Italia globale come principale collegamento tra l’Europa, il Golfo e l’Asia è il centro dell’azione del governo e di viaggi come questo, che mi pare il più rilevante in assoluto dall’inizio dell’esperienza di governo. Meloni ha compiuto tale missione stabilendo anche un rapporto personale con la sua omologa giapponese e per questo ha avuto un forte riscontro di apprezzamento a livello di opinione pubblica in Giappone. Aggiungerei l’aspetto delle alte tecnologie, su cui Corea del Sud e Giappone sono in prima fascia per quanto riguarda la produzione di semiconduttori di alto livello dopo Taiwan. Quindi anche sotto questo profilo sono sicuro che i colloqui avranno portato risultati importanti nella prospettiva di collaborazioni industriali. Si tratta quindi di tentativo, ben costruito e determinato, di ancorare l’Italia a reti geopolitiche e a reti economiche affidabili. Questo a tutto beneficio del nostro sistema Paese ma c’è stata anche, mi sembra, una dimensione valoriale perché nell’editoriale a firma congiunta si fa riferimento alla comune preoccupazione per un calo della natalità in Europa e in Giappone e alla volontà comune di aiutare le famiglie.

Altro elemento in evidenza, quello della diversificazione dei mercati in un momento in cui i dazi impattano sul libero commercio. Quali i vantaggi?

Credo che questa missione rifletta anche la volontà del governo italiano, proprio in questo particolare momento, di aprirsi nuovi mercati. Basti pensare a quello che abbiamo fatto dando l’approvazione al varo del Mercosur, ma anche il Piano Mattei per l’Africa rientra in questa volontà di aprirsi a nuovi mercati. Quindi direi una missione sfaccettata, con tanti tasselli operativi che sono degni di apprezzamento. E c’è un ruolo decisivo dell’Italian Japan Business Group, del gruppo di lavoro di Business Italia Giappone che già esiste da anni ma che certamente conoscerà un rilancio. Ma sul versante squisitamente giapponese c’è poi l’aspetto difesa. Italia e Giappone collaborano in questo aereo di ultima generazione, il Global Compact Air Program, insieme con il Regno Unito e sono tutti settori strategici. Questa bella combinazione di tradizione e innovazione mi sembra essere la cifra della missione che si sta ancora svolgendo, questa volta in un altro partner fondamentale per l’Italia che è la Corea del Sud.

Da sempre l’Italia ha fatto dell’export il principale strumento di politica estera. Che cosa sta cambiando adesso rispetto al recente passato?

Sta cambiando soprattutto questa instabilità nel mondo, che sta diventando sistemica. L’export prima era sempre fondamentale per la nostra economia, essendo la nostra economia di trasformazione, ma lo è ancor più adesso quando non ci sono più certezze sui mercati. Quindi una instabilità che da eccezione diventa regola impone la necessità di aprirsi a nuove formule di cooperazione economica e ad aree del mondo come quelle che ho citato, che magari in passato sono state date per acquisite o sono state anche abbastanza trascurate. Ecco perché ho citato il Mercosur, perché l’apertura al mercato latinoamericano per le nostre merci mi sembra un’ulteriore dimostrazione di questa necessità di essere più innovativi nel creare sbocchi.

Proprio ieri il governo ha presentato il piano per l’Artico: quali i possibili benefici e quali gli intrecci con i partner internazionali?

L’impegno italiano in Artico è basato su un mix strutturato di ricerca scientifica, sicurezza e alte tecnologie. Anche lì l’Italia è portatrice, per esempio in campo energetico, di avanguardia che la centralità crescente che sta acquisendo la regione artica potrebbe mettere nuovamente in evidenza, con reali possibilità di accrescere l’export verso Paesi i nostri partner, penso alla Danimarca, ma anche agli stessi Stati Uniti in aree di altissimo livello tecnologico fino ad ora trascurate proprio perché la situazione era stabile, diciamo congelata. In questo caso nell’Artico si stanno scongelando non solo i ghiacci, ma anche possibilità importanti per il nostro sistema imprenditoriale di prima fascia. In questo senso va valorizzato anche l’impegno del ministro degli esteri Antonio Tajani sui grandi temi della nostra politica estera.

Nella sede dell’ambasciata d’Italia a Tokyo la premier ha incontrato i vertici delle principali aziende giapponesi: 17 gruppi con un fatturato di oltre mille miliardi di euro. Che prospettive si aprono?

Quelle di una crescente credibilità dell’Italia sullo scenario internazionale, che sicuramente ci aiuterà sotto tanti profili, a cominciare da quello della sicurezza. Aggiungo il nostro ruolo apprezzato di stabilizzazione in regioni del mondo, ecco perché è stata registrata con attenzione da parte giapponese anche la disponibilità italiana ad inviare unità della nostra Marina per esercitazioni nell’area dell’Indopacifico. Tutto questo mi sembra positivo, soprattutto se legato alla volontà di tenere insieme i singoli teatri. Ormai non esiste più lo spazio come elemento discriminante tra i teatri e le aree di crisi, perché le catene si sono accorciate: penso all’Indo pacifico, al Mediterraneo dove l’Italia svolge un ruolo da sempre di primo piano, sono due aree che ormai potremmo definire contigue. Ecco perché si parla di Mediterraneo allargato che, a questo punto, arriva a lambire l’Indopacifico. Le sinergie tra esigenze delle nostre imprese, del nostro sistema Paese, esigenze securitarie ed esigenze di proiezione geopolitica ormai sono sempre crescenti in un momento in cui quello che conta è essere competitivi nelle alte tecnologie, avere accesso alle materie critiche necessarie per realizzare queste altre tecnologie e stabilizzare le aree dove i commerci possono essere disturbati per esempio nel Mar Rosso, dove abbiamo subito le azioni di disturbo degli Houthi, a partire dallo Yemen.

Dunque tutto questo come si tiene assieme?

Tramite un filo rosso che riflette una visione, a mio avviso, del nostro governo, della presidente Meloni, del ministro degli Esteri, e anche con la componente difesa egregiamente guidata dal ministro Crosetto e il ministero delle Imprese del ministro Urso per fare sistema. Ma con una visione non provinciale bensì aperta alle nuove sfide che la realtà internazionale, così frammentata, ci consegna. E a cui il governo sta rispondendo con pluralità.

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I giovani se ne vanno, ma senza di loro l’Italia non cresce

«I nostri giovani vanno via perché li trattiamo male, così come trattiamo male chi viene da fuori. Lo diciamo da tempo, ma è la prima volta che sento un’analisi di questo tipo da chi gestisce i numeri della macroeconomia». Così Emiliano Manfredonia, presidente nazionale di Acli, commenta le parole di Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, intervenuto all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Messina. In quell’occasione Panetta ha ricordato che «circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero».

I giovani laureati si spostano alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto, attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici

Fabio Panetta, governatore Banca d’Italia

Un vero e proprio esodo, dovuto anche a fattori economici: «Un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80% in più di un coetaneo italiano». Ma, ha precisato Panetta, «le differenze retributive non sono l’unica determinante della scelta di lasciare l’Italia. I giovani laureati si spostano alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto, attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici».

Emiliano Manfredonia


In fuga da un destino povero (anche di opportunità)

I numeri, in effetti, sono impressionanti. Come ricorda Manfredonia, «nel 2024 abbiamo raggiunto un record, con oltre 155mila laureati andati via. Un dato inquietante, che ha certamente una dimensione economica: chi ha la fortuna di avere un salario stabile in Italia versa il 33% dello stipendio all’ente previdenziale per ottenere una pensione che sarà di poco superiore al 60% dell’ultima retribuzione. La destinazione finale, soprattutto per chi ha salari bassi – giovani, donne e stranieri – è la povertà».

Precarizziamo i giovani a inizio carriera, depauperando le migliori energie del Paese con lavori umilianti, che sviliscono competenze, motivazione e desiderio di impegnarsi

Emiliano Manfredonia, presidente nazionale Acli

Ma il problema non è solo economico. «È anche culturale e riguarda la mancanza di opportunità, come ha riconosciuto lo stesso Panetta. In Italia i giovani non trovano la possibilità di essere valutati per il proprio merito né di intraprendere carriere che offrano una prospettiva di futuro. Precarizziamo i giovani a inizio carriera, depauperando le migliori energie del Paese con lavori umilianti, che sviliscono competenze, motivazione e desiderio di impegnarsi».

Una condizione che ha effetti diretti anche sulla natalità: «Se i giovani sono precari nel lavoro, lo sono anche nella vita. Facciamo esattamente il contrario di ciò che avrebbe senso fare: dovremmo pagare di più le persone quando sono giovani e di meno quando sono anziane e hanno già sostenuto i costi maggiori».

Il “sistema Paese” investa sui giovani

Come invertire questa tendenza? Da dove partire per fermare la fuga dei giovani o almeno favorire il loro ritorno, valorizzando in Italia le competenze acquisite all’estero? «Di certo non saranno bonus e fiscalizzazioni a risolvere il problema. Serve una riforma strutturale, costruita dal sistema Paese. Il limite della politica degli ultimi vent’anni è stato l’incapacità di immaginare il futuro e di lavorare sulle strutture», osserva Manfredonia.

Una riforma strutturale è necessaria anche sul tema della casa, una delle principali emergenze per i giovani e una delle cause della loro precarietà. «Gli affitti brevi hanno creato un mostro: nel nostro Paese la rendita è tassata meno del lavoro faticato, ed è un paradosso. Servono norme e politiche che garantiscano l’accesso alla casa a tutti, a partire dai giovani».


C’è poi il nodo dell’istruzione, anche professionale. «Abbiamo circa 30mila studenti che frequentano le scuole di formazione professionale dell’Ente nazionale Acli Istruzione professionale (Enaip). Registriamo un forte mismatch tra le richieste delle aziende e la preparazione dei ragazzi: è un problema che va affrontato».

Infine, il ruolo del Terzo settore, che può fare molto e in parte lo sta già facendo. «Dobbiamo soprattutto favorire la partecipazione, perché un giovane che si sente scartato rischia non solo di non votare, ma di non prendere parte alla vita attiva. Dalla ricerca che abbiamo realizzato con l’Iref, Né dentro né contro, emerge che i giovani sono interessati alle questioni sociali, ma non sentono il bisogno di impegnarsi in un’organizzazione. Per questo, come Acli, abbiamo dato vita a un Patto per la partecipazione: per ritrovare gioia, coraggio e forza nel mettersi in gioco, offrire la propria visione del mondo e provare a cambiarlo».

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Sindaci tra solitudine e disincanto: «La lotta alla povertà non è una vetrina»

La povertà non “tira”? A una prima e superficiale analisi, sembrerebbe questo il motivo della scarsa adesione al premio per il “Miglior sindaco del mondo“, istituito nel 2004 dalla City Mayors Foundation (associazione filantropica con sede a Londra) e che, per la prima volta nella sua storia più che ventennale, non sarà assegnato per mancanza di candidature. anno Appena 14 i sindaci che hanno presentato la propria candidatura da Europa, America e Africa (l’Asia non partecipa). Di questi, due erano italiani: il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, e il primo cittadino di Oliveri (città metropolitana di Messina), Francesco Iarrera. Una grande città e una piccola realtà (Oliveri conta circa 2.150 abitanti). Entrambe del Sud.

Il tema del premio istituito per il 2025 era, appunto, il contrasto alla povertà. Un argomento scivoloso, sotto il profilo politico? Oppure un riconoscimento che ha scarso appeal e di cui i sindaci – magari attivissimi sul tema – semplicemente ignoravano il bando? Difficile trovare una sola spiegazione, considerata la vastità della platea potenziale e delle aree geografiche coinvolte (soltanto in Italia, si contano quasi 8mila Comuni). Di sicuro, 14 candidature a livello internazionale erano decisamente troppo poche per legittimare l’assegnazione del World Mayor Prize, anche se è probabile che altre candidature non siano state accolte per vizi di forma. L’imbarazzo degli organizzatori è riassunto eloquentemente dalle parole pronunciate da Tann vom Hove, co-fondatore della Fondazione: «Il pubblico non ha risposto, le candidature sono state poche e, – dettaglio ancora più amaro – con poche eccezioni, nessuno ha sviluppato un modello davvero convincente per combattere la povertà nella propria comunità».

Il premio World Mayor Prize

In oltre 20 anni, prima con cadenza annuale e poi biennale, il World Mayor Prize ha messo in risalto le buone pratiche di sindaci di città con milioni di abitanti ma anche centri di periferia: da Tirana ad Atene, da Melbourne a Cape Town, toccando poi Messico City, Bilbao, Calgary, Mechelen, Ancona (unico Comune italiano sinora premiato), Rotterdam, Grigny e Graz. Con Soprattutto negli ultimi tempi, era stato individuato ad ogni edizione un tema conduttore che consentisse di valutare l’operato dei sindaci.

Alleanza contro la povertà

«Fa riflettere che a livello internazionale ci sia stata un’adesione così bassa per il riconoscimento del 2025, ma non traiamo da questa notizia delle conclusioni affrettate», commenta Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà in Italia. «Sono uno che dice sempre quello che pensa, ma non è possibile prendersela con i sindaci o gli enti locali se il contrasto alla povertà risulta poco efficace. Dirò di più: dinanzi a questa mancanza di candidature, io avrei premiato simbolicamente tutti i sindaci d’Italia, e con loro le amministrazioni comunali che sono i luoghi di prossimità in cui, come in un imbuto, finiscono tutti i problemi non risolti da altri livelli dello Stato. La mia è una provocazione, so benissimo che parliamo di un riconoscimento internazionale. Ma guardate che la situazione è la stessa nel resto dell’Europa e in tutto il mondo».

Io invece di sospendere il premio per il 2025, avrei simbolicamente premiato tutti i sindaci dItalia: sulla povertà sono lasciati soli dallo Stato

Antonio Russo, portavoce Alleanza contro la povertà

Restando in casa nostra, prosegue Russo, «se la lotta contro la povertà non si fa in maniera strutturale e in parallelo, invece strutturalmente si taglia il fondo per il sostegno all’inclusione attiva (nell’ultima Legge di Bilancio hanno decurtato 267 milioni di euro per il 2026) è chiaro che le istituzioni più prossime ai cittadini diventano i luoghi a cui si rivolge chi non ce la fa. E per fortuna che in Italia c’è una rete di organizzazioni caritatevoli che consentono di ammortizzare il problema. Se non ci fossero le mense, come faremmo? Sbagliamo bersaglio se ce la prendiamo con i sindaci, perché sono le istituzioni nazionali a non mettere i sindaci nelle condizioni di operare. In Italia abbiamo sei milioni di poveri assoluti, cioè 2,2 milioni di famiglie. La povertà colpisce tutto il Paese ed è intergenerazionale. Non solo: oggi colpisce anche chi lavora, persone che sino a pochi anni fa conducevano una vita dignitosa. In questo momento, anche negli Usa la situazione è diventata drammatica. E pure in altri Paesi del nostro continente. È giunto il momento che l’Ue pensi ad uno strumento europeo: probabilmente, con quello, molte persone si sentirebbero davvero cittadini europei. E non si lascerebbero troppo soli i sindaci e, soprattutto, i poveri».

Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà

Francesco Iarrera, il sindaco di Oliveri: «Dobbiamo essere sindaci-operai»

Francesco Iarrera è uno dei due sindaci italiani che erano in lizza per il Premio («ma non ho proposto io la mia candidatura, né sono riuscito a sapere dagli organizzatori chi l’abbia avanzata per me», svela lui). «Si tratta di un riconoscimento e come tale va preso. Certo è anche un modo per parlare di un problema che va affrontato in maniera strutturale a livello centrale. I Comuni non hanno molti fondi: li possono richiedere, certo, ma è una delle pochissime cose che possono fare su questo fronte. Quando parliamo di povertà, parliamo anche di altri ambiti a essa connessi. Per esempio, di accoglienza degli immigrati. Nel nostro piccolo, cerchiamo di intercettare dei fondi per accogliere i minori stranieri non accompagnati, un tema un po’ scottante e talvolta divisivo, per questo i Comuni più piccoli a volte non hanno il coraggio di procedere in questa direzione. Poi ci sono altre forme di fragilità, come la povertà legata alla disoccupazione, e questo è un tema che riguarda tutto il Paese. Ci scontriamo quotidianamente con questo tipo di difficoltà, siamo l’interfaccia tra lo Stato e i cittadini, e cerchiamo di farlo nel migliore dei modi. A volte siamo costretti ad adottare provvedimenti tampone».

Francesco Iarrera, sindaco di Oliveri (Messina)

«Sento dire spesso che bisogna aiutare di più i piccoli Comuni, nei quali risiede il 70% della popolazione italiana, ma io questi aiuti non li vedo. I tagli ai trasferimenti sì, invece. È chiaro che, nel momento in cui non siamo competitivi in materia di servizi e di prospettive, i giovani vanno altrove. La povertà non è soltanto economica: è sociale, culturale, educativa, digitale. È molto ampia. E la maggior parte di queste persone resta ai margini. Noi viviamo in una condizione di continua emergenza: al mattino mettiamo l’elmetto e partiamo, consapevoli di dover gestire una situazione che lievita di giorno in giorno. Può darsi che molti colleghi non abbiano avuto nemmeno il tempo di candidarsi al World Mayor Prize, io per primo. Molti cittadini vedono i politici e le istituzioni distanti dai problemi. Irraggiungibili. Dobbiamo essere sindaci operai, se vogliamo essere parte integrante del territorio».

Paolo Pezzana, l’ex sindaco esperto di povertà

«È difficile dare un commento univoco a questa vicenda», premette Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori (Città metropolitana di Genova), che è stato Presidente Nazionale di fio.PSD (l’associazione che riunisce le organizzazioni che si occupano di homeless in Italia) e ha ricoperto vari ruoli anche all’interno dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani – Anci. Oggi è consulente di Fondazione Ifel, l’Istituto per la finanza e l’economia locale, istituito dall’Anci nel 2006. Pezzana si occupa soprattutto di progetti di accompagnamento riguardanti accoglienza, welfare e servizi sociali. «Di amministratori in gamba in giro ce ne sono tanti, soprattutto nelle realtà un po’ più nascoste, dove ci sono meno risorse e occorre più fantasia. Il Premio non è poi così noto, ma è vero che negli anni passati c’è stata una maggiore partecipazione. Soprattutto io credo che i sindaci siano molto assorbiti dal loro lavoro. Vedendoli all’opera oggi, mi rendo conto che c’è parecchio disincanto: si sentono un po’ abbandonati, avvertono moltissime responsabilità sulle loro spalle, molta gente li denuncia per ogni minima cosa con la speranza di raggranellare qualche soldo. Tutto questo a fronte di indennità molto basse, soprattutto nei piccoli e medi Comuni. Quando l’ho fatto io, percepivo 1.400 euro al mese per dodici mensilità, di cui una se ne andava per pagare l’assicurazione. Lavoravo anche venti ore al giorno e ho ancora pendenze, a quasi dieci anni dalla fine del mandato: per fortuna sono uscito bene da tutte».

Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori

«Forse si guarda con meno entusiasmo, rispetto al passato a questo tipo di riconoscimenti», prosegue Pezzana. «Sembra crescere lo scollamento tra i singoli amministratori e ciò che crea una cultura dell’amministrazione: lo stare insieme, riconoscersi, valorizzare le cose che si fanno. I sindaci sono molto attenzionati sulla quotidianità e sulle cose che propongono, ma non trovano un supporto altrettanto strutturato. Iniziative come il World Mayor Prize hanno il significato di restituire valore o comunque di rendere visibile il valore che viene prodotto: se ci sono state pochissime candidature a livello mondiale, qualcosa dovrà pure significare».

C’è sempre un po’ il rischio di far apparire un buon amministratore colui che fa cose buone, solidali. Ma non è così: un buon sindaco è un soggetto che tiene insieme la complessità. Il sindaco non è l’amministratore del Comune: è l’amministratore della comunità

Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori

Pezzana fa un’altra riflessione, importante: «C’è sempre un po’ il rischio di far apparire un buon amministratore colui che fa cose buone, solidali. Ma non è così: un buon sindaco è un soggetto che tiene insieme la complessità, che è fatta anche di azioni che hanno a che fare con il sociale, la cultura, l’inclusione, dunque non è possibile ridurle a un solo tema, per esempio la lotta alla povertà. È un gioco di equilibrio. Il sindaco non è l’amministratore del Comune: è l’amministratore della comunità. Quando il ragioniere capo del mio Comune mi illustrò i margini di manovra sul bilancio comunale, mi venne da ridere perché i fondi erano tutti vincolati. Restavano fuori 20mila euro l’anno. Una mia giovanissima assessora mi fece notare che eravamo stati eletti per amministrare il valore che la nostra comunità produceva, e quindi mettere le associazioni, i commercianti e le imprese del territorio nelle condizioni di poter lavorare meglio. Il vero elemento distintivo del sindaco è di far sentire coinvolta tutta la comunità in tutto quello che l’amministrazione fa. Occorre connettere, stimolare la partecipazione in senso concreto per generare bene comune. Mi sono laureato in giurisprudenza, e il diritto amministrativo mi ha certamente aiutato, ma per me è stato ancor più importante e utile l’aver fatto l’educatore».

Credits: foto fornite dagli intervistati; in apertuta, la foto del municipio di Oliveri (foto sito Comune)

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Delfin smentisce la vendita della quota in Mps e conferma la strategia di lungo periodo

Il consiglio di amministrazione di Delfin, holding della famiglia Del Vecchio, ha emesso una nota ufficiale in cui ribadisce di non aver mai discusso alcuna ipotesi di dismissione della propria partecipazione in Banca Monte dei Paschi di Siena (Mps). L’investimento, secondo quanto riportato, “deriva in gran parte dalla conversione delle azioni precedentemente detenute in Mediobanca e non è oggetto di alcuna trattativa con potenziali acquirenti. Con riferimento alle recenti ricostruzioni di stampa, Delfin smentisce negoziazioni con UniCredit o altri operatori finalizzate alla cessione totale o parziale della propria quota in Mps.

Nel testo, la holding ribadisce il proprio profilo di investitore finanziario orientato al lungo periodo, impegnato nella “creazione di valore nel tempo per la società e gli azionisti”, e conferma pieno sostegno ai vertici di Mps e al percorso di rafforzamento in corso, alla luce di una performance complessiva “in linea con gli obiettivi di redditività e valorizzazione delle partecipazioni”.

Il contesto dietro la smentita: evoluzione delle quote e rumor di mercato

Negli ultimi mesi la presenza di Delfin nel capitale di Mps ha attirato attenzione e speculazioni. Nel gennaio 2025 la holding guidata da Francesco Milleri ha incrementato significativamente la propria quota, passando da circa il 3,5% al 9,78% del capitale della banca senese, diventando primo azionista privato dietro il Tesoro e consolidando la presenza dei soci privati nel gruppo. L’aumento di quota è avvenuto tramite strumenti finanziari come share forward e collar share forward, secondo dati Consob.

Questa operazione si inserisce in un quadro più ampio di accresciuta partecipazione dei soggetti privati nel capitale di Mps, con quote rilevanti detenute anche da Banco Bpm, Anima Holding e l’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone, portando la quota aggregata dei privati attorno al 15% nel mercato.

Rumors di trattative con UniCredit e smentite incrociate

Nei giorni precedenti alla dichiarazione di Delfin, alcune fonti avevano indicato che UniCredit avesse tenuto colloqui con Delfin sull’acquisizione della partecipazione in Mps, in un possibile passo verso la consolidazione del sistema bancario italiano e come parte della strategia di espansione di UniCredit. Tali indiscrezioni riguardavano incontri tra il ceo Andrea Orcel e il presidente di Delfin e l’ipotesi di un potenziale interesse anche per la quota della holding nella compagnia assicurativa Generali.

Tali voci sono state però replicate e respinte da Orcel, ad di UniCredit, che ha definito i rumor “speculativi e ingiustificati”, precisando che valutazioni interne su opportunità di M&A non implicano necessariamente un accordo imminente o in corso.

La dimensione strategica dell’investimento e le implicazioni di mercato

La smentita di Delfin e la replica di UniCredit arrivano in un momento di crescente attenzione sulla struttura proprietaria di Mps, una banca che ha attraversato anni di rilanci, interventi pubblici e operazioni di sistema, inclusa la recente acquisizione di una quota significativa di Mediobanca, da cui deriva parte della partecipazione di Delfin stessa.

Nel complesso, la posizione ufficiale della holding sottolinea un forte orientamento al lungo periodo, in linea con strategie di investimento che privilegiano la stabilità e la creazione di valore, in contrasto con l’idea di una cessione rapida o di breve termine.

L’articolo Delfin smentisce la vendita della quota in Mps e conferma la strategia di lungo periodo è tratto da Forbes Italia.

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Quante intese (non solo sullo spazio) tra Meloni e Takaichi

Fare oltre il proprio meglio, in giapponese, si ritrova nella parola “ganbaru”. Così come con “meraki”, concetto greco relativo allo sforzo e all’impegno, anche in Giappone Giorgia Meloni pesca nella tradizione locale per raccontare come due nazioni e due leader trovano un terreno comune fatto essenzialmente di voglia di mettere in pratica politiche utili.

Da un lato Meloni punta verso il rafforzamento del concetto di “Italia globale” che investe evidentemente su un quadrante altamente strategico come l’Idopacifico. Dall’altro l’empatia di sorrisi, intese e strette di mano fra Giorgia Meloni e Sanae Takaichi, che molto hanno in comune. Il vertice di Tokyio dice essenzialmente due cose: che la presenza di Roma a quelle latitudini è vista non più come elemento sporadico, ma strutturata e dalle costanti interlocuzioni (politica + imprese); e che lo speciale partenariato in piedi tra i due Paesi può registrare una ulteriore accelerazione grazie alle affinità delle due leader. Lo si evince sia dalla dichiarazione congiunta che da alcuni concetti manifestati in occasione del vertice.

GANBARU TRA MELONI E TAKAICHI

“Siamo le prime due donne a guidare i loro popoli, un grande onore e soprattutto una grande responsabilità. Responsabilità che penso possiamo onorare facendo leva su quell’approccio che nella cultura giapponese si riassume con una parola che io considero molto affascinante che è ganbaru. Non vuol dire solamente fare del proprio meglio, significa fare più del proprio meglio, cioè ambire a superare sempre i propri limiti, non accontentarsi mai di dove si è arrivati”. Questo il concetto cerchiato in rosso da Meloni incontrando la premier giapponese. Lo scenario resta instabile, per questa ragione la cooperazione va rafforzata. Parte da questo assunto Meloni quando mette l’accento sul perché un così denso fil rouge tra Roma e Tokyo non può che essere destinato al potenziamento. Quando tocca temi come la rivoluzione digitale, la transizione energetica, la frammentazione geo-economica, l’instabilità che da eccezione sta diventando sistema, intende distendere una cornice valoriale che racconta le potenzialità tra i due Paesi, e il 160esimo anniversario delle relazioni diplomatiche rappresenta un’occasione per “celebrare quello che abbiamo fatto in questi 160 anni, ma interrogarci su cosa ancora di meglio possiamo fare nei prossimi 160″.

I PUNTI IN COMUNE

I punti in comune sono numerosi: intanto sono le prime donne a guidare i governi delle rispettive nazioni, hanno una base valoriale conservatrice con un punto di riferimento come Margareth Thatcher (la cui fondazione lo scorso dicembre ha premiato Meloni nel corso di un gala a Roma), vantano una ampia gamma di cooperazione già impostata tramite il Piano d’azione bilaterale 2024-2027 tramite cui le relazioni tra Giappone e Italia sono definite un “Partenariato Strategico Speciale”. Il primo banco di prova è, fisiologicamente l’area dell’Indo-Pacifico incastonata all’interno del concetto di FOIP, ovvero Indo-Pacifico Libero e Aperto basato sullo stato di diritto. Per questa ragione hanno espresso il loro obiettivo di promuovere un’ulteriore collaborazione tra FOIP e Mediterraneo Globale.

LA COOPERAZIONE

La cooperazione in materia di difesa vede già un dialogo costante tra i vertici militari, con un addestramento congiunto ed esercitazioni militari all’interno dell’Accordo di Acquisizione e Interservizio (ACSA), entrato in vigore nel settembre scorso. Sul Gcap (il Programma Global Combat Air per sviluppare congiuntamente con il Regno Unito i velivoli da combattimento di nuova generazione) è stato rammentato l’obiettivo di consegnare il primo velivolo nel 2035, ma non finisce qui perché Meloni e Takaichi hanno spiegato di voler andare anche oltre, tramite nuovi equipaggiamenti e tecnologie per la difesa. Ciò è intimamente connesso ad altri due temi: il cosiddetto ordine economico libero ed equo, dove le garanzie di sicurezza sono architrave imprescindibile e riguardano le singole catene di approvvigionamento; e le politiche che danneggiano l’economia, come pratiche non di mercato, restrizioni all’esportazione, rischi per le componenti essenziali, distorsioni del mercato, sovraccapacità, concorrenza sleale.

Questa la ragione per cui Italia e Giappone sono già assieme per la cooperazione scientifica e tecnologica bilaterale in settori avanzati come la robotica AI, i semiconduttori e la biofabbricazione, partenariati industriali, investimenti diretti e flussi commerciali in entrambe le direzioni, soprattutto nei settori ad alta tecnologia. Le aziende e start-up giapponesi e italiane dialogheranno intensamente. Sugli scudi l’ItalyJapan Business Group che provvederà all’ulteriore approfondimento delle relazioni economiche tra Giappone e Italia. Anche lo spazio al centro delle intese, come le collaborazioni già consolidate come quella tra l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e la Japan Aerospace Exploration che sono la base programmatica per future intese come nuove partnership commerciali, industriali, di sicurezza e scientifiche, nonché per coordinare nei pertinenti forum multilaterali la promozione dell’uso pacifico, responsabile e sostenibile dello spazio extra-atmosferico.

Non poteva mancare il tema del Mar Cinese dove spicca il no al tentativo unilaterale di modificare lo status quo con la forza. Prima Meloni e poi Takaichi hanno rinnovato la loro determinazione a continuare a lavorare insieme per raggiungere una pace giusta e duratura in Ucraina, poi hanno ribadito il carattere universale e unitario della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare definito nella dichiarazione congiunta “il quadro giuridico che regola tutte le attività negli oceani e nei mari”.

(Foto: Governo.it)

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Palestina: quando la solidarietà fa paura. DdL Delrio e bavagli sionisti

Nelle ultime settimane del 2025 abbiamo assistito ad una crescita esponenziale della spirale repressiva contro il movimento di solidarietà al popolo palestinese, un movimento che nei mesi precedenti aveva dato luogo a grandiose manifestazioni di piazza e a riusciti scioperi generali contro il genocidio palestinese.

Lo Stato aveva evitato immediate azioni repressive contro agitazioni che avevano l’evidente simpatia dell’opinione pubblica ed ha aspettato che la falsa tregua trumpiana facesse calare l’attenzione per scatenare la sua rabbiosa reazione. Vogliono rendere illegale la solidarietà alla Palestina.

Prima il decreto di espulsione nei confronti dell’imam di Torino Mohamed Shahin, poi il violento sgombero del centro sociale Askatasuna (con la complicità del sindaco PD) e gli arresti indiscriminati anche di minorenni che avevano partecipato a manifestazioni di protesta, poi le sanzioni comminate dalla Commissione “di garanzia” ai sindacati di base che avevano indetto lo sciopero generale del 3 ottobre 2025, quindi l’operazione “antiterrorismo” che ha portato all’arresto di Mohamed Hannoun e di altri esponenti della comunità palestinese in Italia, sulla base di informative provenienti direttamente dalla polizia israeliana.

L’uso di veline provenienti dal Mossad è un copione già collaudato in precedenza per arrestare e mandare a processo Anan, Mansour e Alì, tre militanti accusati di aver compiuto atti di resistenza contro l’occupazione israeliana. In tutti questi casi gli inquirenti italiani hanno considerato credibili alcune informazioni provenienti da uno Stato sotto processo per genocidio e che persegue come “terroristiche” persino le organizzazioni di assistenza ai profughi gestite dall’ONU.

In precedenti articoli su UN (n. 28 e 29/2025) avevamo denunciato la presenza in Parlamento di tre disegni di legge (Romeo, Scalfarotto e Gasparri) volti a criminalizzare la solidarietà alla Palestina con il pretesto di contrastare l’”antisemitismo”. A questi se ne è aggiunto un quarto, presentato, alla fine di novembre, dall’ex ministro Graziano Delrio, e da altri 10 senatori/senatrici del PD, incluso il politico di lungo corso Pier Ferdinando Casini, l’ex ministra Beatrice Lorenzin e la senatrice Tatjana Rojc quest’ultima teoricamente rappresentante della minoranza slovena, ma prodigatasi a suo tempo a sostegno della legge per l’istituzione della Giornata degli alpini che celebra la battaglia di Nikolaevka (cioè l’aggressione nazi-fascista contro l’URSS).

Nonostante le proteste di Schlein e soci, Delrio si è rifiutato di ritirare il disegno di legge, e quindi il PD sta predisponendo un proprio progetto di legge “più garantista” (ahinoi!). La situazione appare di estrema gravità, visto che c’è ormai un attacco concentrico da parte di tutti i sostenitori della politica genocida di Israele per introdurre anche in Italia norme repressive simili a quelle già in vigore in Germania e nel Regno Unito.

Il DdL Delrio si differenzia dai precedenti perché è una proposta di “legge delega”, cioè delega il governo (Meloni) ad emanare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge una serie di decreti attuativi che, sulla base della definizione operativa di antisemitismo approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), prevedano (art. 2) una stretta sui social con rimozione dei contenuti “antisemiti”. Ai contenuti “antisemiti” verrebbe attribuito un codice speciale per essere segnalati dagli altri utenti, e gli utenti che li pubblicassero con continuità verrebbero esclusi dalla piattaforma per sei mesi. Gli utenti (anche riuniti in associazioni e “in collaborazione con gli organismi rappresentativi delle comunità ebraiche”) potranno autonomamente segnalare i contenuti “antisemiti”. Le piattaforme che non applicassero il filtro a questi contenuti subirebbero sanzioni.

Con l’articolo 3 del DdL Delrio le università verrebbero di fatto obbligate a collaborare con enti e università israeliane col pretesto di tutelare la libertà di ricerca. Con l’articolo 4 ogni università sarebbe tenuta a individuare al suo interno “un soggetto preposto alla verifica e al monitoraggio delle azioni per contrastare i fenomeni di antisemitismo, in linea con il codice etico della stessa università e in conformità con quanto previsto dalla Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo.”. Questa norma bavaglio è tra l’altro già in vigore in Germania.

Con l’articolo 5 le scuole sarebbero tenute a comunicare “annualmente, attraverso i sistemi informativi del Ministero dell’Istruzione e del Merito, i dati circa le azioni attuate per contrastare i fenomeni di antisemitismo”.

Come abbiamo visto nei precedenti articoli, il problema nasce dal fatto che la “definizione operativa” dell’IHRA identifica di fatto antisemitismo e antisionismo. Negli “indicatori” sono infatti previsti come esempi di antisemitismo:

“Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.” Oppure: “Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”.

Quindi diventerebbe impossibile per legge denunciare l’apartheid su cui si basa lo Stato di Israele e la politica genocidaria (obiettivamente di stampo nazista) che sta perseguendo nei confronti dei palestinesi. Col pretesto della lotta all’”antisemitismo” stiamo assistendo a una convergenza (solo apparentemente paradossale) tra il governo di Israele e le peggiori destre occidentali (queste realmente antisemite!), il cui collante vero è una forma diversa di razzismo: l’islamofobia, cioè la repulsione nei confronti degli arabi (specie se musulmani) molto forte in Europa. Razzismo a senso unico, alimentato anche da buona parte dei governi “progressisti” in funzione anti-immigrati e per allinearsi alle politiche USA.

Come anarchiche e anarchici siamo fieramente contrarie/i ad ogni forma di razzismo e di discriminazione contro chiunque, e vediamo ancora una volta confermata la nostra analisi secondo cui ogni religione (Cristianesimo, Ebraismo, Islam…) e ogni Stato sono uno strumento di odio, di divisione e di oppressione. In questo inizio di 2026 dobbiamo moltiplicare le mobilitazioni contro questa legislazione infame che si sta preparando. Per difendere la libertà di pensiero, di parola, di organizzazione e di manifestazione!

Mauro De Agostini

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Meloni rafforza l’export con l’Oman. Gli accordi e la prospettiva

C’è un passaggio della Dichiarazione congiunta in occasione della visita ufficiale della presidente del Consiglio nel Sultanato dell’Oman che, più di altri, accentua la speciale relazione che esiste fra Italia e Oman: la prospettiva, che poi è il tratto somatico del concetto di Italia globale. Ovvero rapporti attuali che le parti intendono rafforzare pragmaticamente per il futuro e non solo sulla carta attraverso progetti, iniziative, scambi, politiche ad hoc con l’obiettivo della profondità. Giorgia Meloni e Sua Maestà il Sultano Haitham bin Tarik lo hanno messo nero su bianco in occasione della visita ufficiale nel Sultanato dell’Oman. Non solo le parti in occasione dei colloqui hanno analizzato come migliorare le relazioni bilaterali, ma hanno espresso la volontà di espandere gli ambiti di cooperazione in maniera da favorire corposamente gli interessi reciproci. La cornice di tale sforzo è da ritrovare nel loro impegno a sviluppare ulteriormente il partenariato strategico tra le due Nazioni.

GLI ACCORDI

Entrando nel merito degli accordi, in primis va sottolineata la cooperazione nei settori del commercio, degli investimenti e dell’industria, incoraggiando i partenariati tra il settore pubblico e quello privato, e attivando al contempo il ruolo delle commissioni miste per potenziare gli scambi commerciali bilaterali. A questo proposito un ruolo primario verrà rivestito dal Piano di Azione 2026-2030 che di fatto sarà il braccio operativo delle intenzioni politiche che dovrà dare concretezza all’attuazione dei memorandum d’intesa e degli accordi sottoscritti e promuovere la cooperazione bilaterale in molteplici settori. Ad oggi Oman e Italia vantano già un paniere di accordi in vari ambiti strategici, come cultura, patrimonio, università e ricerca scientifica, ma l’obiettivo per il prossimo futuro è quello di estendere ancora di più tali intese potenziando gli scambi tra i due Stati in tali settori.

IL MEMORANDUM SACE-KHAZANAH MODERN OMAN

Un capitolo a parte lo merita il memorandum siglato tra Sace, Export Credit Agency italiana e Khazanah Modern Oman, player omanita attivo in diversi settori nevralgici per l’export italiano come infrastrutture, manifatturiero, food & beverage, energie rinnovabili e hospitality. Le firme sono state poste da Michele Pignotti, amministratore Delegato di Sace, e Azzan Al Wahaibi, managing director di Khazanah Modern Oman. Il memorandum, che riconosce il potenziale del know-how industriale e delle tecnologie italiane, costruisce un quadro di cooperazione per supportare progetti strategici in Oman, facilitando il coinvolgimento di imprese, appaltatori e fornitori di tecnologia italiani nei settori d’intervento di Khazanah. Sace così si impegna a fornire soluzioni finanziarie per migliorare la competitività dei progetti e delle relative catene di fornitura, a seguito di un’adeguata due diligence e in linea con il proprio mandato istituzionale. In occasione della missione nel Paese, inoltre, l’amministratore delegato di Sace ha incontrato i principali attori istituzionali e industriali locali, tra cui la società energetica omanita OQ, la società di investimento Ominvest, il principale fornitore di servizi logistici integrati dell’Oman Asyad Group al fine di identificare progetti nei quali coinvolgere le filiere italiane di riferimento.

LA GEOPOLITICA

Dal punto di vista geopolitico, poi, i due leader hanno affrontato tutte le tematiche di più stretta attualità, come le questioni di carattere regionale e internazionale di interesse comune, e “hanno ribadito il loro impegno a sostenere gli sforzi volti a raggiungere la sicurezza e la stabilità e a risolvere i conflitti con mezzi pacifici, in conformità con i principi del diritto internazionale”. In questo senso l’apprezzamento di Meloni al ruolo del Sultanato dell’Oman è sincero nel sostenere il dialogo e la pace regionale, mentre Haitham bin Tarik ha evidenziato il prezioso apporto di Roma nella promozione del dialogo, delle soluzioni pacifiche, e dell’impegno costruttivo.

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L’hub del silenzio. Livorno: narcotraffico e rimozione di un’economia parallela

Livorno non è più soltanto una città portuale toscana segnata dalla deindustrializzazione; è diventata, dati alla mano, una piattaforma logistica globale per la criminalità organizzata. Il report di “Codice Rosso”, testata web livornese, definisce questo fenomeno “La grande rimozione”, sistematica cancellazione dal dibattito pubblico di una realtà che sta riscrivendo gli assetti finanziari e sociali del territorio. I sequestri record degli ultimi anni, che hanno visto la Guardia di Finanza intercettare carichi di cocaina nell’ordine delle tonnellate, non sono eventi eccezionali. Sono la norma statistica di un sistema consolidato.

Per comprendere la gravità della situazione è necessario abbandonare la narrazione episodica della cronaca nera e adottare un approccio clinico ai numeri. Nel 2023 e nel 2024, il porto di Livorno ha scalato le classifiche nazionali per volumi di sostanza stupefacente sequestrata, contendendo il primato a scali storicamente caldi come Gioia Tauro. Tuttavia, il dato più allarmante non è quello che emerge dai comunicati stampa, ma quello che rimane sommerso. Le stime più accreditate indicano che le autorità riescono a ispezionare fisicamente circa il 2% dei container in transito. Questo significa che il 98% dei carichi attraversa la dogana senza verifica diretta.

Applicando una proiezione statistica a questo dato, lo scenario assume proporzioni industriali. Se le tonnellate sequestrate – che nel biennio di riferimento hanno superato quota 4.000 kg in singole maxi-operazioni, con proiezioni stimate per il 2025 in linea con questo trend ascendente – rappresentano solo la frazione intercettata in quel 2% di controlli, il volume reale di cocaina che entra in Europa attraverso la Darsena Toscana è calcolabile in decine di tonnellate annue. Stiamo parlando di un flusso di merce il cui valore di mercato, una volta tagliata e distribuita, supera il PIL di intere province italiane. La “Rimozione” consiste esattamente in questo: accettare che una mole di capitale illecito di tale portata attraversi la città senza interrogarsi sulle conseguenze strutturali che essa genera sull’economia locale.

Il porto di Livorno è stato scelto dai cartelli sudamericani e dalla ‘ndrangheta – che agisce come broker globale e garante della logistica – per ragioni tecniche precise. La configurazione dello scalo permette l’applicazione sistematica della tecnica del “rip-off” (o “gancho ciego”). A differenza delle vecchie metodologie che prevedevano la complicità dell’intero equipaggio o dell’armatore, il rip-off è una tecnica parassitaria ad alta efficienza: la droga viene caricata all’origine in container contenenti merce legale all’insaputa del spedizioniere, piazzata subito dietro i portelloni in borsoni pronti all’uso. Una volta giunto a Livorno, il carico deve essere recuperato rapidamente prima che il container esca dal porto o venga ispezionato.

È qui che il fenomeno globale diventa locale. Per eseguire un rip-off serve una “batteria” di operatori a terra. Questa operazione richiede tempi strettissimi e una conoscenza millimetrica delle procedure portuali. Non la possono fare i colombiani, la devono fare i locali. È evidente come le organizzazioni criminali abbiano attuato una campagna acquisti sul territorio, sfruttando le fragilità del tessuto lavorativo.

Ma l’impatto economico non si ferma alla banchina. Il denaro incassato da queste “squadre” locali deve essere speso o investito. E qui si apre il capitolo più insidioso dell’analisi: l’inquinamento dell’economia legale. Livorno, città che ha visto contrarsi il suo settore manifatturiero e industriale, assiste paradossalmente a un fiorire di attività commerciali, aperture di locali, ristrutturazioni immobiliari che non trovano giustificazione nei fondamentali macroeconomici della zona. È il riciclaggio di prossimità. Parte del denaro di questo hub del narcotraffico entra nel circuito cittadino drogando il mercato: altera i prezzi degli immobili, falsa la concorrenza tra esercizi commerciali, e crea una bolla di benessere apparente.

Il report di Codice Rosso sottolinea come la ‘Ndrangheta abbia scelto la Toscana e Livorno non come terra di conquista violenta, ma come hub di servizi. La strategia è quella dell’inabissamento e della mimetizzazione. Non ci sono sparatorie in strada, non c’è il controllo militare del territorio visibile, tipico delle regioni di origine delle cosche. C’è invece una penetrazione invisibile nei salotti che contano, nelle società di servizi, nella consulenza. I broker criminali vivono in città, frequentano i luoghi che vanno frequentati, stringono mani. Questa assenza di violenza esplicita è il fattore che facilita la “Grande Rimozione”. Finché non scorre il sangue, la città preferisce credere che il problema sia confinato dentro le recinzioni doganali, un affare tra guardie e ladri che non tocca la vita civile.

Invece la tocca eccome. La disponibilità di enormi quantità di cocaina ad altissima purezza ha saturato anche il mercato locale dello spaccio al dettaglio. Se il porto è il grossista, la città è il primo cliente. I quartieri popolari, e sempre più spesso anche il centro storico, sono diventati piazze di spaccio capillarizzato. Anche qui, la dinamica è economica: lo spaccio un ammortizzatore sociale distorto, un welfare illegale che garantisce reddito dove lo stato e il mercato legale hanno fallito.

La “Rimozione” denunciata nel report è dunque una patologia istituzionale e mediatica. Si osserva una discrepanza inquietante tra la magnitudo dei sequestri e la reazione pubblica. Di fronte al ritrovamento di 2 o 3 tonnellate di cocaina in un colpo solo – quantità sufficienti a inondare il mercato nazionale per settimane – la risposta politica è spesso formale, quasi burocratica. Manca un’analisi sistemica. Le associazioni di categoria, i sindacati, le istituzioni locali sembrano temere che parlare troppo di mafia portuale possa danneggiare il “brand” Livorno, scoraggiando investimenti turistici o commerciali. Si preferisce la retorica del “caso isolato” o dell’efficienza delle forze dell’ordine, eppure ogni sequestro è la prova di un flusso che non si è mai interrotto.

Inoltre, il sistema di controllo presenta falle strutturali. Con milioni di TEU (l’unità di misura dei container) movimentati ogni anno, l’ispezione a tappeto è tecnicamente impossibile senza paralizzare il commercio globale. I trafficanti lo sanno. Giocano sulla saturazione del sistema. Utilizzano tecniche di diversificazione del rischio, spedendo carichi frazionati su più navi, o utilizzando aziende di import-export “pulite” come vettori inconsapevoli. La ‘Ndrangheta ha dimostrato una capacità di adattamento superiore a quella degli apparati repressivi, utilizzando tecnologie di comunicazione criptata e modificando le rotte in tempo reale in base al livello di allerta dei vari porti europei.

L’Agenzia delle Dogane e la Guardia di Finanza operano attraverso l’analisi dei rischi, selezionando i container “sospetti” in base a provenienza, tipologia di merce e storico dello spedizioniere. Ma i trafficanti hanno imparato a profilare i loro carichi per aggirare gli algoritmi di rischio. Usano carichi di copertura banali, spedizioni frequenti di basso valore per costruire uno storico affidabile, e triangolazioni complesse attraverso porti intermedi per mascherare l’origine sudamericana. In questo gioco del gatto col topo, il vantaggio è strutturalmente dalla parte di chi muove la merce, non di chi la cerca.

Un altro aspetto critico sollevato dall’analisi riguarda la governance portuale e la trasparenza delle concessioni. La permeabilità degli uffici amministrativi è un rischio che viene spesso sottovalutato rispetto all’operatività in banchina, ma è altrettanto strategico.

La dimensione finanziaria del fenomeno livornese impone poi una riflessione sui flussi di capitale. Dove finiscono i proventi del servizio logistico offerto dai clan locali? Le inchieste patrimoniali faticano a tenere il passo con la velocità di circolazione del denaro liquido. Si assiste a una frammentazione dei capitali in mille rivoli: acquisto di beni di lusso, prestiti usurai (altro settore in crescita in città), investimenti in criptovalute. L’economia criminale livornese non accumula tesori in grotte, ma sui mercati globali, e la parte che immette nel flusso sanguigno della città rende sempre più difficile distinguere il capitale sano da quello infetto. Questo crea una dipendenza: se domani il traffico si fermasse, interi settori dell’economia locale rischierebbero uno shock di liquidità.

La “Grande Rimozione” è quindi un meccanismo di autodifesa collettiva che permette alla città di non guardarsi allo specchio. Ammettere di essere un hub del narcotraffico significherebbe ammettere il fallimento di un modello sociale e riconoscere che quel modello è stato eroso dall’interno dalla logica del profitto criminale. Significherebbe dover sottoporre a screening antimafia non solo le grandi opere, ma la vita quotidiana del commercio cittadino. È un processo doloroso e politicamente costoso, che nessuno sembra voler intestarsi.

Eppure, i dati del 2025 proiettati sulle tendenze attuali non lasciano scampo a interpretazioni consolatorie. La pressione criminale su Livorno è destinata ad aumentare, non a diminuire. La rotta tirrenica è considerata più sicura rispetto ai porti del Nord Europa (come Rotterdam e Anversa), dove la saturazione dei controlli e la violenza tra bande rivali hanno alzato troppo il livello dello scontro. Livorno offre ancora quella “pace operativa” che il business richiede. La città garantisce efficienza, silenzio e una rete di complicità diffusa che non fa domande.

In conclusione, l’analisi clinica della situazione impone di rovesciare la prospettiva. Non bisogna chiedersi quanta droga è stata sequestrata, rallegrandosi per il successo, ma quanta ne è passata, preoccupandosi per il fallimento sistemico. Se il 2% dei controlli produce tonnellate di sequestri, il restante 98% è un’autostrada aperta. La battaglia non si vince aumentando il numero dei finanzieri in banchina, ma rompendo la cappa di silenzio e complicità che avvolge il porto. Bisogna aggredire la “zona grigia”.

Finché Livorno continuerà a rimuovere il problema, trattandolo come un corpo estraneo invece che come una malattia sistemica, l’economia della cocaina continuerà a prosperare, divorando dall’interno le risorse sane del territorio. La sobrietà dei numeri è l’unico antidoto alla retorica della negazione. E i numeri dicono che Livorno non è più solo la città dei Quattro Mori, ma uno dei nodi cruciali della ragnatela globale del narcotraffico. Ignorarlo non è più una scelta politica legittima; è una forma di connivenza.

Silvano Cacciari della redazione di Codice Rosso

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Amare l’Italia è inutile

    Di Roberto Pecchioli, ereticamente.net   Ha destato interesse un intervento di Marcello Veneziani sull’amor patrio. L’intellettuale pugliese, coetaneo dell’autore di queste note, confessa la sua delusione, il disincanto verso l’oggetto dell’amore di tutta una vita, la patria italiana. Qualcosa dell’amarezza che traspare è legata all’età che avanza, alle illusioni perdute, alle incomprensioni vissute. […]

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Piano Mattei per l’Africa: un’analisi sul potenziale e sulle debolezze della strategia italiana per implementare i rapporti con i Paesi africani

Lo scorso fine ottobre si è tenuta una missione di tre giorni in Mauritania del ministro degli Esteri Antonio Tajani e del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi la quale ha segnato una nuova stagione politica per l’Italia. Tale missione si inserisce nel quadro più ampio del piano Mattei che ha come obiettivo principale quello di rafforzare la presenza italiana nel continente africano, specialmente nell’area subsahariana. Tra le priorità principali che si è dato il governo italiano implementando questo piano vi è il rilancio dei rapporti economici, il contrasto all’immigrazione irregolare, la creazione di centri di eccellenza e formazione professionale, lo sviluppo di energie rinnovabili, investimenti in infrastrutture fisiche e digitali. Vi è anche lo sviluppo di piattaforme di telemedicina e servizi sanitari in un’ottica in cui l’Italia possa diventare la portavoce dell’Africa in Europa. In questo articolo verrà presentato il piano Mattei e verranno approfonditi i recenti sviluppi che hanno contraddistinto i rapporti italo-africani all’interno della strategia nazionale nella seconda metà del 2025.

Cos’è, quali sono i principali obiettivi e settori d’intervento?

Come descritto dal Governo Italiano, il Piano Mattei per l’Africa è una strategia nazionale con l’obiettivo di imprimere una modifica dei rapporti con il Continente africano e di costruire partenariati su base paritaria creando benefici e opportunità reciproche. Tale piano è stato presentato dal nostro Governo alle nazioni africane in occasione del vertice Italia-Africa del 29 gennaio 2024. A tale vertice parteciparono i rappresentanti di 46 Nazioni africane, oltre 25 Capi di Stato e di Governo, i tre Presidenti delle istituzioni europee nonché i vertici delle Nazioni Unite, dell’Unione Africana, di svariate istituzioni finanziarie e Banche multilaterali di sviluppo. Il piano prende il suo nome da Enrico Mattei, fondatore dell’ENI, per rimandare ad un modello di collaborazione equo dato che si è caratterizzato da un cambio di paradigma che vuole superare la logica donatore-beneficiario creando delle partnership win-win. In concreto, il piano Mattei si articola in sei principali aree di intervento: sanità; acqua; agricoltura; energia; infrastrutture fisiche e digitali. Al contempo vi sono anche progetti in fase di sviluppo che trattano di cultura, sport, IA e cooperazione nel settore spaziale. Il Piano permette al governo italiano di condividere con le Nazioni africane le fasi di elaborazione, definizione e attuazione dei progetti per poter assicurare dei ritorni sia economici che sociali che rimangano sul territorio e siano la base per successive espansioni. Vi è la partecipazione di tutto il Sistema Italia, a partire dalla rete diplomatico consolare, e il potenziamento delle sinergie con le iniziative strategiche a livello europeo e internazionale che hanno un focus sull’Africa, in particolare con le Istituzioni Finanziarie Internazionali, il Global Gateway dell’Unione europea e la Partnership for Global Infrastructure and Investment del G7. Nella sua prima fase, l’iniziativa si è declinata attraverso progetti pilota che hanno coinvolto nove Nazioni: quattro del quadrante nordafricano (Egitto, Tunisia, Marocco e Algeria) e cinque del quadrante subsahariano (Kenya, Etiopia, Mozambico, Repubblica del Congo e Costa d’Avorio). Nella sua seconda fase, il Piano Mattei, secondo una logica incrementale, ha coinvolto anche l’Angola, il Ghana, la Mauritania, il Senegal e la Tanzania. In contemporanea, il Piano Mattei sostiene anche progetti strategici transnazionali quali il corridoio di Lobito, ovvero una rete infrastrutturale per la connettività in Africa. L’obiettivo principale è collegare infrastrutture ferroviarie esistenti nelle regioni orientali dell’Angola e dello Zambia passando per la Repubblica Democratica del Congo. La nuova linea sarà di circa 800 km e collegherà i centri di Luacano (Angola) alla città di Chingola (Zambia) e comprenderà anche numerosi progetti di rafforzamento delle connessioni digitali ed energetiche, con iniziative che tengono in debito conto le esigenze delle comunità locali attraversate dal Corridoio. Inizialmente la partecipazione finanziaria italiana al progetto potrà ammontare fino a 320 milioni di dollari.

Le attività di definizione e attuazione del Piano Mattei per l’Africa sono esercitate dalla Cabina di Regia, presieduta dal Presidente del Consiglio dei Ministri. Nella sua composizione, la Cabina di Regia svolge i seguenti compiti: coordina le attività di collaborazione tra Italia e Stati africani, svolte, nell’ambito delle rispettive competenze, dalle amministrazioni pubbliche; promuove gli incontri tra rappresentanti della società civile, imprese e associazioni italiane e africane con lo scopo di agevolare le collaborazioni a livello territoriale e promuovere le attività di sviluppo; finalizza il Piano Mattei e i relativi aggiornamenti; monitora l’attuazione del Piano, anche ai fini del suo aggiornamento; approva la relazione annuale da trasmettere al Parlamento; promuove il coordinamento tra i diversi livelli di governo, gli enti pubblici e ogni altro soggetto pubblico e privato interessato; promuove le iniziative finalizzate all’accesso alle risorse messe a disposizione dall’Unione europea e da organizzazioni internazionali; coordina le iniziative di comunicazione relative all’attuazione del Piano.

Come previsto da un decreto-legge, entro il 30 giugno di ogni anno, il Governo trasmette alle Camere la relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei, approvata dalla Cabina di regia, che reca anche l’indicazione delle misure volte a migliorare l’attuazione del Piano Mattei e ad accrescere l’efficacia dei relativi interventi rispetto agli obiettivi perseguiti. L’ultima relazione annuale presentata lo scorso maggio, ha sottolineato come il Piano Mattei si inserisce in un contesto geopolitico in continuo mutamento che ha visto l’aggravarsi del conflitto in Medio Oriente che, dopo le ostilità in Israele, a Gaza e in Libano, si è esteso all’Iran, interessando anche i Paesi del Golfo e minacciando la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz; la caduta del regime di Assad e l’avvio in Siria di una transizione dopo un’ultra-decennale guerra civile; la continua instabilità in Yemen che minaccia direttamente la navigazione nell’Oceano Indiano e nel Mar Rosso, dove transita circa il 14% del commercio marittimo globale e il 30% del traffico mondiale via container. Tale contesto instabile si sviluppa vicino all’Africa con impatti diretti su diversi ambiti cruciali per lo sviluppo del continente. Pertanto, l’implementazione del Piano Mattei nell’ultimo anno ha affrontato sfide complesse come quella di continuare a lavorare su progetti concreti sulla base di un partenariato paritario e di una logica di crescita condivisa; dall’altro mantenere l’Africa al centro della politica estera italiana anche a fronte del moltiplicarsi di crisi ed emergenze che rischiavano di distoglierne l’attenzione. Per fronteggiare le sfide di sviluppo del continente africano, sono state delineate delle linee d’azione quali l’estensione del Piano Mattei andando in controtendenza con il trend globale di riduzione degli aiuti allo sviluppo, lo sviluppo di partenariati e nuove sinergie a livello internazionale e l’intervento del debito in Africa. Ad inizio 2025, è stata annunciata l’adesione al Piano di 5 nuovi Paesi africani: Angola, Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania. La missione in Mauritania ha voluto ribadire l’interesse dell’Italia nella regione dell’Africa subsahariana, attraverso incontri con le autorità istituzionali, esponenti della comunità imprenditoriale locale e italiana e rappresentanti della collettività. Punti salienti sono stati il rilancio dei rapporti economici e il contrasto all’immigrazione irregolare. In questo senso – ha annunciato il ministro dell’Interno – saranno siglati anche accordi bilaterali per favorire i flussi regolari. Tutto questo, in un’ottica non predatoria: perché “noi consideriamo i Paesi africani nostri amici. E siamo anche pronti a trasformarci sempre più in portavoce dell’Africa in Europa”, ha riferito il titolare della Farnesina. “Io credo che un continente ricco come l’Africa, che ha grandi risorse di materie prime, possa avere delle grandi prospettive. Noi possiamo esportare in questi Paesi il nostro saper fare e penso per quanto riguarda le materie prime, se abbiamo un’ottica assolutamente anticoloniale, dobbiamo aiutare al recupero, all’estrazione delle materie prime, trasformarle qui e poi acquistarle e portarle in Italia”, ha spiegato Tajani. A tal proposito, l’Italia è il 24esimo fornitore e il quinto cliente della Mauritania, con cui l’interscambio bilaterale si è attestato a circa 157 milioni di euro nel 2024, con esportazioni pari a 29 milioni di euro e importazioni a 128 milioni. Nel periodo gennaio-luglio 2025, ha registrato 113 milioni di euro, in aumento del +18% sui ai primi sette mesi dell’anno prima. “Ma vogliamo dare un altro segnale di grande attenzione e 

pensiamo di poter esportare di più, ma anche importare di più in questo Paese con grandi potenzialità: contiamo di fare accordi vincenti, ha sottolineato Tajani. L’interesse italiano per la regione ha anche l’obiettivo di rafforzare le relazioni politiche con l’Africa Occidentale attraverso iniziative e progetti congiunti per promuovere sicurezza e stabilità nella regione. Come affermato da Piantedosi: “Vogliamo fare anche qui” collaborazioni per “trasformare i flussi in possibilità di migrazione legale per i ragazzi, per i giovani, per coloro che hanno progetti di migrazione positiva”. Dal punto di vista finanziario, in occasione degli Springs Meetings di aprile 2025 è stata formalizzata la collaborazione con la Banca Mondiale (“BM”) attraverso la firma di un accordo quadro di co-finanziamento sviluppando una consultazione regolare per individuare iniziative e programmi da cofinanziare in settori e Nazioni africane di interesse comune. Ancora nel contesto della collaborazione con la Banca Mondiale, l’Italia ha svolto, attraverso la Presidenza G7, un ruolo chiave di coordinamento nel corso dei negoziati per la ricostituzione dell’International Development Association (IDA), gruppo Banca Mondiale. L’Italia ha aumentato di circa il 25% il proprio contributo al rifinanziamento triennale dell’IDA con 733 milioni di euro, anche al fine di permettere alla BM, che destina il 75% delle sue risorse alle Nazioni africane a basso reddito, di rafforzare il proprio sostegno ai progetti realizzati nel quadro del Piano Mattei. Rilevante è anche la collaborazione con la Banca Africana di Sviluppo attraverso un fondo che conta 140milioni di Euro provenienti dai contributi del Fondo Italiano per il Clima, dal MASE e dal MAECI, cui si aggiunge un primo contributo degli Emirati Arabi Uniti di 25 milioni di dollari per progetti negli ambiti delle infrastrutture, dei trasporti, e della gestione delle risorse idriche. 

L’internazionalizzazione del Piano Mattei

Nel corso del 2025 ci sono state varie iniziative volte all’internazionalizzazione del Piano Mattei per l’Africa, nella convinzione che il suo successo dipenda anche dalla capacità di costruire collaborazioni concrete ed efficaci con i partner internazionali, con condivisione degli sforzi e delle iniziative. Si è pertanto consolidata la cooperazione con il Global Gateway dell’Unione Europea – attore di primo piano nelle iniziative di sviluppo in Africa – con particolare riferimento ai settori delle infrastrutture fisiche e digitali, dell’energia sostenibile e della produzione agroalimentare. Se l’Unione Europea, attraverso il Global Gateway, rappresenta un partner “naturale” per la strategia nazionale nei confronti dell’Africa, l’azione di internazionalizzazione del Piano Mattei si è arricchita di importanti iniziative per coinvolgere le Nazioni del Golfo, attori sempre più protagonisti sulla scena internazionale e che rivolgono una crescente attenzione all’Africa. In tale contesto, di assoluto rilievo sono state la visita del Presidente del Consiglio in Arabia Saudita (25- 26 gennaio) e la visita di Stato in Italia del Presidente degli Emirati Arabi Uniti (24 febbraio). Tali visite hanno consentito di concludere complessivamente dieci intese per il sostegno di progetti di comune interesse in Africa nei settori dell’energia e dell’acqua, coinvolgendo sia le istituzioni pubbliche sia il settore privato e finanziario. Sempre parte del processo di internazionalizzazione troviamo anche il contributo dell’iniziativa G7 Adaptation Accelerator Hub – lanciata sotto la Presidenza italiana del Gruppo dei Sette e in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) – che sostiene le Nazioni in via di sviluppo più vulnerabili nell’attuazione di misure di adattamento climatico, mirando a trasformare i Piani Nazionali di Adattamento in progetti concreti attraverso la definizione di piani di investimento e la mobilitazione di supporto tecnico e finanziario. L’Etiopia, con il quale è in corso di definizione un Memorandum d’Intesa, sarà la prima Nazione beneficiaria dell’assistenza tecnica e il MASE ha già stanziato sei milioni di euro per finanziare l’inizio delle attività.

Analisi conclusiva dei punti di forza e dei limiti della recente missione in Mauritania del Piano Mattei

Dopo aver fatto una panoramica del Piano Mattei e dei suoi settori di applicazione, facciamo infine un’analisi dei principali punti di forza e di debolezza emersi durante la missione in Mauritania dei ministri Antonio Tajani e Matteo Piantedosi, svoltasi nell’ottobre 2025. Innanzitutto, la missione ha incluso l’inaugurazione dell’Ambasciata d’Italia a Nouakchott, rafforzando la presenza istituzionale in Mauritania. Questo segnale simbolico è importante per consolidare relazioni politiche e cooperazione bilaterale. Negli ultimi 10 anni, l’Italia ha aperto Ambasciate in Niger, Guinea, Burkina Faso, Mali e Mauritania per consolidare i rapporti con la regione. Quella in Mauritania é la prima tappa di una missione che porterà i due Ministri anche in Senegal e Niger, segno concreto di quanto l’Africa sia una priorità strategica per il Governo. La Mauritania svolge un ruolo importante per la stabilità e la sicurezza dell’interna regione ed è partner politico ed economico di crescente interesse. Obiettivi principali sono stati rafforzare il partenariato con tre Paesi chiave dell’Africa Occidentale, ponendo al centro della collaborazione la stabilizzazione istituzionale, lo sviluppo socio-economico, la lotta alla violenza jihadista e il contrasto ai traffici illeciti di armi, droga, esseri umani. Inoltre, il rafforzamento delle relazioni è visto come un’opportunità per espandere l’interscambio commerciale e favorire investimenti italiani nei settori strategici (materie prime, energia, infrastrutture), in un paese considerato stabile e ricco di risorse. Con Piantedosi presente, la missione ha affrontato anche temi sensibili come la sicurezza regionale e i flussi migratori, traducendo l’impegno in un dialogo diretto con le autorità mauritane su immigrazione irregolare e terrorismo per i mesi a venire. Infine, la scelta della Mauritania, assieme a Senegal e Niger, ha dato al nostro Paese l’occasione di riaffermare la propria rilevanza nei corridoi strategici dell’Africa occidentale e del Sahel, con un mix di diplomazia e cooperazione politico-economica. Nonostante i buoni risultati di questa recente missione in Mauritania, secondo vari analisti, il Piano Mattei può risultare troppo eterogeneo o poco specifico nei progetti concreti rispetto alle aspettative delle istituzioni africane e degli osservatori. La sua attuazione rimane in larga parte una sfida pratica. Inoltre, alcuni osservatori e comunità accademiche sottolineano che il piano rischia di non coinvolgere adeguatamente partner africani e società civile locali nella definizione dei progetti, potendo apparire un’iniziativa top-down piuttosto che una vera co-progettazione. Critiche consistenti riguardano l’assenza di un sistema di monitoraggio indipendente per valutare effettivamente i risultati dei progetti: senza ciò, c’è il rischio che si privilegino interessi economici italiani piuttosto che obiettivi di sviluppo sostenibile e benefici reali per le comunità locali. Connesso a questo punto, degli osservatori affermano che il piano sia stato disegnato con scarso coinvolgimento di partner africani e della diaspora, rendendo difficile raggiungere un vero “ownership” africano. Il Piano Mattei, pur dotato di un ammontare di risorse significative (circa 5,5 miliardi di euro complessivi secondo fonti di riferimento), rischia di essere insufficiente per affrontare le dimensioni delle sfide africane, soprattutto se confrontato con investimenti cinesi o multilaterali. A questo si aggiunge anche un’incertezza causata dalla fragilità politica, povertà, conflitti e scarsità di infrastrutture. Vi è quindi il rischio che senza stabilità politica e istituzionale, progetti anche ben finanziati possano rimanere sulla carta. Infine, vi sono diverse critiche sia in Africa che in Europa che segnalano come alcune iniziative possano essere viste come strumenti di influenza politica o di accesso alle risorse naturali, piuttosto che vere partnership paritarie, con sospetti di finalità “strumentali” (es. gestire migrazioni o favorire ENI e altre imprese italiane). In conclusione, possiamo affermare che la missione di ottobre in Mauritania, Senegal e Niger si è posta come obiettivi principali il dialogo politico, la sicurezza, la migrazione e il commercio coinvolgendo alte cariche istituzionali e un forum imprenditoriale. 

Questa missione ha suscitato una reazione da parte dei governi locali positiva con un’attenzione particolare a cooperazione e sviluppo. Possiamo quindi affermare che, nonostante molti aspetti e obiettivi del Piano Mattei in generale siano ancora astratti, tale missione di ottobre ha segnato un’evoluzione rispetto ad esempio alla precedente missione di maggio 2025 in Ghana, CI e Guinea che ha avuto come priorità il consolidamento dei progetti iniziali, lo sviluppo e la cooperazione tecnica del piano e che ha visto la partecipazione di team di cooperazione e meeting settoriali.

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Il “partito della guerra” colpisce anche in Romagna

32 denunce per un blocco stradale avvenuto al porto di Ravenna durante lo sciopero generale del 28 novembre scorso promosso dai sindacati di base, quando un centinaio di persone per due ore aveva bloccato l’accesso al terminal container contro l’invio di armi e merci dirette verso lo Stato di Israele. È quanto la stampa, locale e nazionale, ha anticipato11, pubblicando una nota della questura ravennate. Al momento le denunce non sono ancora state notificate, per quanto ne sappiamo. Facciamo però notare la loro tempistica, a poco tempo di distanza dalla nascita di un Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna, che, ricordiamo, è uno dei principali scali del mar Adriatico, nel quale dopo l’ottobre 2023 è aumentato il transito di forniture militari verso lo Stato israeliano. Per il momento l’effetto immediato che si voleva ottenere è dare la percezione che l’apparato repressivo è pronto a colpire chi cerca di opporsi ai traffici di armi. Si prova, come sempre, ad intimidire. La nota della questura non lascia dubbi, affermando che insieme alle denunce sarebbero in corso valutazioni per l’applicazione di misure amministrative di polizia, che sappiamo essere da anni tra le armi preferite per provare a soffocare voci critiche e movimenti di lotta.

Quanto detto, ovviamente, si inserisce in un clima di costante attacco alle libertà in generale e ai movimenti di contestazione in particolare, attacco che in Italia e non solo sta registrando un’accelerazione che corre parallela alla preparazione degli Stati alla guerra, con un accanimento particolare contro le componenti giovanili che partecipano alle lotte in corso, prima tra tutte l’opposizione al tentativo genocidiario del governo israeliano nella striscia di Gaza.

Il comunicato di solidarietà2222 che alcune realtà anarchiche e libertarie romagnole hanno diffuso dopo la pubblicazione della notizia delle denunce identificava in maniera puntuale la ragione dell’attacco repressivo proprio nell’opposizione alla guerra e, nel complesso, al militarismo che avanza nella società e nell’economia. La guerra, in questa congiuntura storica ancor più che nel recente passato, è diventata opzione economica capace di generare altissimi profitti che non tollerano impedimenti di sorta.

Un vero e proprio “partito della guerra” ha assunto ormai la direzione, riuscendo a determinare scelte e strategie politiche delle nazioni in cui opera. Non si tratta solo delle gerarchie militari e dell’industria direttamente coinvolta nella produzione degli armamenti, diventata forza economica trainante nei progetti di riarmo e riconversione, ma di tutto un indotto che coinvolge fondazioni bancarie, holding, trust della finanza ma anche centri di ricerca, startup e laboratori universitari (come è il caso del progetto ERiS di Thales Alenia Space3333 che prevede l’insediamento di un nuovo polo aerospaziale a Forlì per la produzione di antenne satellitari “dual use”, cioè con ambiti di applicazione sia civili che militari, e che vede coinvolto il laboratorio CIRI Aerospace dell’Università di Bologna).

Non è un caso che il governo Meloni attraverso il Decreto sicurezza (convertito in legge il 9 giugno 2025), abbia reintrodotto il reato di blocco stradale, esteso il DASPO urbano, introdotto nuovi reati e previste apposite aggravanti per colpire chi esprime idee e pratiche indesiderate al governo e ai grandi cartelli economici. Sono misure preventive, come lo sono le altre che il governo ha promosso sempre in direzione repressiva, per limitare il dissenso e per gestire gli effetti dei tagli alla spesa pubblica finalizzati a finanziare il riarmo. Queste misure non sono le ultime previste, oltretutto, dato che il governo ha già annunciato ulteriori decreti per poter contrastare le proteste venture, dando più poteri alle forze di polizia.

Quando l’opposizione riesce a dare fastidio perché tocca interessi reali – quasi sempre economici, come la compravendita di armi – la funzione dello Stato emerge nella sua forma più esplicita, e in definitiva nella vera funzione che è chiamato a ricoprire: il ruolo del gendarme. In un presente di guerra, la forma Stato sta rapidamente gettando via ogni apparenza liberale ed anche il diritto formale – sull’esempio di quanto va accadendo da tempo al cosiddetto diritto internazionale – viene rielaborato in funzione del nuovo corso, restringendo il perimetro del consentito. Come accaduto nel caso del blocco stradale o picchetto, usato da sempre nei contesti di movimento e dalle organizzazioni operaie di tutto il mondo come mezzo di pressione e di lotta, ciò che ieri era lecito, o comunque non compreso come reato, dall’oggi al domani può non esserlo più, mostrando in questo modo tutta l’arbitrarietà del potere e l’artificiosità della distinzione legale/illegale. Di fronte alla repressione, come sempre, la cosa migliore da fare, oltre naturalmente alla solidarietà tangibile, è rilanciare e intensificare le lotte. In questo caso rilanciare a tutti i livelli l’antimilitarismo, che mai in questi ultimi anni è apparso così fondamentale.

Piccoli Fuochi Vagabondipiccolifuochivagabondi.noblogs.org

1 https://www.corriereromagna.it/ravenna/ravenna-bloccarono-la-strada-per-due-ore-per-protesta-contro-il-transito-di-armi-verso-israele-32-denunce-BH1801267

2 Il comunicato delle realtà anarchiche e libertarie romagnole è stato pubblicato anche sul sito internet di Umanità Nova: https://umanitanova.org/la-guerra-interna-si-intensifica-sulle-32-denunce-per-il-blocco-del-porto-di-ravenna/

3 Sul progetto ERiS a Forlì si legga il contributo del Collettivo Samara: https://umanitanova.org/forli-aerospazio-e-guerra-il-progetto-eris-di-leonardo-e-thales/

 

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I molteplici volti della repressione. Sanzioni per sciopero e ispezioni scolastiche

Alla fine dell’anno è scattata l’immancabile repressione contro l’autunno caldo 2025, quel momento di particolare intensità raggiunto dalle lotte in solidarietà alla Flotilla, dalle proteste contro il genocidio a Gaza, contro le politiche di riarmo e l’economia di guerra. Una repressione che si è manifestata in vari modi, alcuni più eclatanti, come l’operazione scattata a Genova, altri rimasti più in ombra, ma non per questo meno significativi. A fine dicembre infatti sono arrivate le multe ai sindacati che il 3 ottobre avevano proclamato lo sciopero generale senza rispettare il preavviso minimo dei dieci giorni previsto dalle normative antisciopero. Una sanzione esclusivamente economica, concretizzatasi in una serie di multe fino a 20.000 euro, ma soprattutto un’azione repressiva di considerevole gravità.

Lo sciopero del 3 ottobre era stato indetto nella serata del 1° ottobre da Usb, Cub, Sgb, Cobas, Cib Unicobas, Cobas Sardegna e Cgil. Il mancato rispetto del preavviso previsto dalla legge 146 del 1990 era motivato dalla particolare recrudescenza della situazione politica e umanitaria a Gaza che si aveva in quei giorni e dal blocco e sequestro della Flotilla, avvenuto proprio il 1° ottobre; condizioni che per i sindacati proclamanti richiamavano la deroga prevista sempre dalla medesima legge per situazioni di particolare gravità. Nonostante la Commissione di Garanzia avesse emesso immediata indicazione di revoca, dichiarandolo illegittimo, lo sciopero è stato mantenuto, ottenendo adesioni come non se ne vedevano da anni, accompagnate, in molti luoghi, da pratiche di significativa radicalità concretizzatesi in blocchi di porti, ferrovie, snodi stradali e attività produttive. Nel periodo immediatamente successivo la Commissione di Garanzia ha aperto la procedura di infrazione e disposto gli accertamenti patrimoniali nei confronti delle organizzazioni sindacali. L’esito sanzionatorio era scontato, ma la formulazione della delibera, emessa il 18 dicembre, è stata l’occasione per esplicitare una presa di posizione politicamente marcata da parte dell’organo istituzionale.

Completamente disconosciute le motivazioni formali addotte dai sindacati, che sostanzialmente sottolineavano la gravità di un’aggressione armata da parte di Israele in acque internazionali contro imbarcazioni civili, 18 delle quali battenti bandiera italiana; la necessità di tutelare la sicurezza di lavoratrici e lavoratori imbarcati; la necessità di rendere disponibile per lavoratrici e lavoratori italiani lo strumento dello sciopero immediato quale mezzo per esprimere tempestivamente dissenso nei confronti dell’aggressione israeliana e del governo italiano che non intraprendeva nessuna azione a tutela dei cittadini italiani imbarcati, con grave pregiudizio delle fondamentali tutele costituzionali.

Messo da parte tutto questo, la Commissione di Garanzia ha ribadito che mancavano i requisiti di deroga al preavviso di sciopero. Non vi era infatti alcuna esigenza di difesa dell’ordine costituzionale, in quanto ciò – a parere del Garante – può configurarsi solo in caso di concreto attacco fisico, lesivo non tanto della Costituzione, che essendo semplicemente un “bene giuridico”, cioè un documento, non può subire attacchi fisici, quanto dello Stato e dei suoi gangli vitali.

Si diano pace quindi tutti gli accaniti difensori della Costituzione, perché la Commissione ha chiarito ciò che qualcuno di noi già sospettava da tempo, cioè che la Costituzione non conta nulla, conta lo Stato, contano i suoi apparati, contano le persone fisiche che rivestono alte cariche istituzionali.

Interessante anche la motivazione con cui la Commissione ha deciso di multare i sindacati per lo sciopero del 3 ottobre, diversamente da quanto fu fatto in occasione degli scioperi per l’inizio della guerra nel Golfo (1991) e contro la partecipazione attiva dell’Italia alla guerra in Jugoslavia (2000). Anche allora si trattò di scioperi indetti senza preavviso e perciò dichiarati illegittimi, ma, a differenza del 3 ottobre 2025, all’epoca non furono emesse sanzioni perché “azioni di lotta in difesa della pace sono nella tradizione storica dei sindacati”. Voler instaurare questa differenza tra lo sciopero del 3 ottobre e i precedenti è un preciso atto politico, funzionale ad esprimere una condanna – che pretenderebbe di essere esemplare – nei confronti di uno sciopero di denuncia aperta del genocidio operato da Israele e delle politiche guerrafondaie e conniventi del governo italiano. La Commissione, organo apparentemente tecnico, si mostra per quello che è, emanazione diretta delle politiche governative.

Un’altra iniziativa repressiva di cui non si è parlato molto è stata messa in atto a dicembre 2025, in questo caso specificamente rivolta al settore scuola. Nello sciopero del 3 ottobre, così come in quello precedente del 22 settembre, il comparto scuola si è distinto per alta partecipazione, evidenziando una sensibilità marcata attorno alle tematiche della guerra e della situazione palestinese in particolare. Una vitalità del settore che non è certo sfuggita. L’annullamento del corso di formazione organizzato il 4 novembre dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, come pure l’insistenza sul settore scuola e università dei vari disegni di legge che equiparano antisionismo e antisemitismo [vedi altro articolo a pag. 5] non sono davvero casuali. Ecco dunque che a metà dicembre sono scattate ispezioni verso alcuni istituti scolastici che avevano attivato un collegamento webinar con Francesca Albanese per attività didattiche di approfondimento sulla questione palestinese. L’operazione è stata disposta in seguito a segnalazioni di esponenti della destra che hanno sollecitato l’intervento del ministro Valditara, ottenendone pronta e immediata risposta, annunciata seduta stante durante la kermesse Atreju di Fratelli d’Italia.

L’intervento ispettivo trovava motivazione formale nel mancato rispetto di una nota ministeriale del 7 novembre, rinforzata da una successiva nota del 12 dicembre, in cui si prescriveva di osservare il criterio del contraddittorio in attività scolastiche riguardanti trattazione di problematiche sociali. Le iniziative intraprese da alcune scuole interloquendo con Francesca Albanese in sostanza violavano la disposizione, in quanto la tematica sarebbe stata affrontata orientando ideologicamente e a senso unico gli studenti. Da qui le ispezioni e gli interrogatori a cui sono stati sottoposte le docenti coinvolte.

Aldilà della gravità delle ispezioni, che rappresentano un pesante attacco alla libertà di insegnamento e di apprendimento, ma che sono comunque un episodio, in ogni caso repressivo; aldilà di condividere o meno, come metodo didattico, il ricorso alla figura dell’esperto autorevole e titolato per affrontare questioni che fanno parte del campo dell’esperienza sociale e politica diffusa; aldilà di tutto questo c’è la gravità inaudita e il vasto portato repressivo di quelle note ministeriali, che chiaramente non si limitano al caso in questione e permangono oltre il fatto; ne è un esempio la scuola di Bologna in cui il dirigente scolastico, osservando la nota ministeriale, ha annullato l’incontro con due obiettori dell’esercito israeliano perché sarebbe mancato il contraddittorio.

Censura, ingerenza nella didattica, intimidazione, abusi di potere: di questo si tratta. Imporre il contraddittorio è aberrante. Ci sono questioni su cui non si discute, su cui non è ammissibile né tollerabile ascoltare “l’altra campana” o aprire all’assurda pratica anglosassone del “debate”. Questioni che anche nella scuola – con tutti i sui limiti istituzionali, gerarchici e classisti – hanno rappresentato punti fermi, almeno programmaticamente. L’antifascismo, l’antirazzismo, il contrasto delle discriminazioni, sia pure in salsa moderata e convenzionale, non sono mai stati messi in discussione, almeno sulla carta, ma la carta conta, è un vincolo e fornisce tutela. Non è un caso se un’altra carta ora pretende di dare disposizioni diverse, mascherando con l’esigenza di “garantire il pluralismo e l’educazione alla complessità” la volontà di legittimare politicamente i fautori dell’odio, della violenza, della sopraffazione. Il fascismo di chi ci governa ha anche questa faccia. Opporci a tutto questo è indispensabile e urgente.

Patrizia Nesti

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[2026-01-23] PRESENTAZIONE del n.28 della rivista JACOBIN Italia 📖 *CASA A PRIMA VISTA* @ Casa del Popolo Bottegone

PRESENTAZIONE del n.28 della rivista JACOBIN Italia 📖 *CASA A PRIMA VISTA*

Casa del Popolo Bottegone - Strada Statale Fiorentina, 697, 51100 Bottegone PISTOIA
(venerdì, 23 gennaio 18:30)
PRESENTAZIONE del n.28 della rivista JACOBIN Italia 📖 *CASA A PRIMA VISTA*

PRESENTAZIONE del n.28 della rivista JACOBIN Italia


CASA A PRIMA VISTA

Indagine sul tema della casa come nodo centrale delle attuali diseguaglianze e ingiustizie sociali, inquadrandolo dentro l’ultradecennale carenza di politiche pubbliche, in un contesto di trasformazioni delle forme speculative e del comando, mettendo a critica la forma stessa dell’abitare dominante.
VENERDì 23 GENNAIO
ore 18.30

intervengono
_Simona Baldanzi - scrittrice working class e redattrice di JACOBIN Italia;
_ Silvia Bini - presidente ARCI Pistoia;
_Davide Innocenti - SUNIA di Pistoia e Prato;
_Teresa Menchetti - attivista del progetto C.A.S.A. di Mondeggi Bene Comune;
Il patrimonio edilizio da bene comune diventa invece un asset finanziario in un sistema incentrato sulla rendita e sulla concentrazione dei profitti, a scapito dei redditi da lavoro, sempre più impoveriti dal carovita.Una questione urgente per molte persone, al centro del dibattito pubblico, ripresa anche dal numero della rivista JACOBIN Italia su "Casa a prima vista" (https://jacobinitalia.it/rivista/casa-a-prima-vista/)

CASA del POPOLO di BOTTEGONE
Via Fiorentina n.697, PISTOIA
a seguire aperello conviviale

INFO:

https://www.facebook.com/events/2987481511434904/
gruppoletturajacobinpiana@gmail.com
Copie della rivista JACOBIN Italia disponibili all'acquisto in loco

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Italia–Taiwan: visita di una Delegazione parlamentare italiana a Taipei

Diplomazia parlamentare, cooperazione tecnologica e dialogo politico

Tra l’8 e il 12 gennaio 2026, Taiwan ha accolto una Delegazione parlamentare italiana ampia e
politicamente trasversale, una delle più numerose giunte sull’isola. A guidare la missione è stato
l’Onorevole Alessandro Cattaneo, in qualità di Capo Delegazione, insieme ai Deputati Roberto Traversi,Vanessa Cattoi, Fabrizio Benzoni, Emanuele Loperfido, Gerolamo Cangiano e alla Senatrice Simona Flavia Malpezzi.

La Delegazione Parlamentare italiana era composta da esponenti da sei diverse forze politiche, a
testimonianza della sua natura trasversale. Oltre al Capo Delegazione, l’On. Alessandro Cattaneo di Forza Italia, ne hanno fatto parte l’On. Roberto Traversi del Movimento 5 Stelle, la Sen. Simona Flavia Malpezzi del Partito Democratico, l’On. Vanessa Cattoi della Lega, l’On. Fabrizio Benzoni di Azione, nonché gli On.li Emanuele Loperfido e Gerolamo Cangiano di Fratelli d’Italia. La composizione del Gruppo riflette un ampio spettro dell’attuale panorama parlamentare italiano, rafforzando il significato politico della visita.

La visita si inserisce nel quadro delle attività del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia–Taiwan, che sin dall’inizio degli anni Novanta rappresenta uno dei principali canali di continuità del dialogo parlamentare tra i due Paesi, contribuendo in modo costante allo sviluppo delle relazioni bilaterali e al rafforzamento della conoscenza reciproca. La Delegazione è stata accompagnata dal Rappresentante d’Italia a Taipei, Min. Plen. Marco Lombardi, a conferma del coordinamento tra iniziativa parlamentare e rappresentanza italiana a Taipei.

La composizione della Delegazione — con parlamentari appartenenti sia alla maggioranza sia all’opposizione — conferisce alla visita un rilievo particolare, evidenziando come l’attenzione verso Taiwan e la stabilità dello Stretto costituiscano un tema condiviso nel Parlamento italiano, al di là delle appartenenze politiche.

Incontro con il Ministro degli Affari Esteri Lin Chia-lung

L’8 gennaio la Delegazione è stata ricevuta dal Ministro degli Affari Esteri taiwanese, Lin Chia-lung, che ha espresso un caloroso benvenuto e ha sottolineato come la visita si collochi in una fase di rafforzamento dei rapporti politico-parlamentari tra Italia e Taiwan.

Nel suo intervento, Lin ha ricordato la cerimonia di inaugurazione, nel settembre 2025, dei locali rinnovati della Rappresentanza di Taiwan in Italia, alla quale avevano preso parte sedici parlamentari italiani, interpretandola come un segnale significativo dell’interesse e dell’amicizia istituzionale nei confronti di Taiwan. Il Ministro ha inoltre richiamato la tradizione di scambi culturali tra i due Paesi, ricordando l’attrattività dell’Italia per studenti e giovani professionisti taiwanesi nei settori del design, della moda e delle arti, nonché esempi simbolici come la presenza di celebri violini Stradivari nelle collezioni del Museo Chimei.

Accanto alla dimensione culturale, Lin ha posto l’accento sulla crescente cooperazione economica e tecnologica, citando l’apertura, nel 2025, dello stabilimento per wafer da 12 pollici della GlobalWafers a Novara, indicata come esempio concreto di collaborazione industriale e di rafforzamento della resilienza delle catene di approvvigionamento europee nel settore dei semiconduttori.

Europa e Indo-Pacifico: una sicurezza interconnessa

Nel corso delle attività ufficiali, la Delegazione ha partecipato a un pranzo istituzionale durante il quale è intervenuto il Vice Ministro degli Affari Esteri, François Chihchung Wu (吳志中). Nel suo intervento, Wu ha ringraziato il governo e il Parlamento italiani per il sostegno alla pace e alla stabilità nello Stretto di Taiwan, sottolineando come la sicurezza europea e quella dell’Indo-Pacifico siano oggi sempre più strettamente interconnesse.

In questo contesto, è stato evidenziato il ruolo crescente dei Parlamenti Europei nel sostenere l’ordine internazionale basato sulle regole e nel promuovere la stabilità regionale. Italia e Taiwan sono state descritte come partner democratici, con un significativo potenziale di cooperazione in ambiti quali le tecnologie critiche, l’innovazione, la ricerca scientifica, la cultura e l’istruzione superiore.

Il messaggio della Delegazione parlamentare italiana

A nome della Delegazione, l’On. Alessandro Cattaneo ha ringraziato le Autorità taiwanesi per l’invito, sottolineando come la composizione del Gruppo rappresenti un segnale di attenzione condivisa del Parlamento italiano verso Taiwan. Il carattere trasversale della missione evidenzia come la questione della stabilità dello Stretto e il rafforzamento dei rapporti con Taipei siano considerati temi di interesse comune, indipendenti dalle dinamiche politiche interne.

In tale prospettiva, il Gruppo interparlamentare di amicizia Italia–Taiwan continua a svolgere un ruolo di raccordo e continuità, favorendo il dialogo parlamentare e sostenendo iniziative di cooperazione nei settori politico, economico, tecnologico e accademico.

I membri della Delegazione hanno espresso l’intenzione di approfondire la conoscenza della società taiwanese, riconoscendone il pluralismo e la solidità democratica, e di rafforzare la collaborazione nei settori del commercio, dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori, della ricerca e degli scambi universitari. È stata inoltre ribadita la volontà di mantenere la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan all’attenzione dell’agenda parlamentare italiana.

Incontri istituzionali e visite all’ecosistema tecnologico

Nel corso della visita, la Delegazione ha incontrato alte cariche istituzionali taiwanesi e rappresentanti di diversi dicasteri, nonché esponenti del potere legislativo. Particolare rilievo ha avuto la dimensione scientifica e industriale del programma, con visite a importanti istituti di ricerca, al Parco Scientifico di Hsinchu e a strutture dedicate ai semiconduttori e all’intelligenza artificiale.

Queste tappe hanno consentito ai parlamentari italiani di acquisire una visione diretta dell’ecosistema tecnologico taiwanese e di individuare possibili ambiti di cooperazione a medio e lungo termine con il sistema produttivo e della ricerca italiano ed europeo.

Una visita nel quadro del rafforzamento delle relazioni bilaterali

In un contesto internazionale caratterizzato da crescenti tensioni regionali e da una competizione tecnologica sempre più intensa, la visita della Delegazione parlamentare italiana a Taiwan si inserisce nel più ampio processo di rafforzamento delle relazioni tra Italia e Taiwan. La natura trasversale della missione e il coordinamento tra iniziativa parlamentare e rappresentanza italiana a Taipei confermano l’interesse condiviso a mantenere un dialogo costante e costruttivo, fondato su valori comuni e su una cooperazione concreta nei settori di interesse reciproco.

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Eventi sismici, ML 4.3 e ML 4.1, in provincia di Ravenna del 13 gennaio 2026

Un terremoto di magnitudo Richter ML 4.3 è stato registrato dalla Rete Sismica Nazionale alle ore 09:27 italiane del 13 gennaio 2026,  7 km a sud-ovest di  Russi (provincia di Ravenna). Dopo quasi due minuti, alle ore 09:29 italiane, è stato localizzato un secondo evento di magnitudo ML 4.1, con epicentro a circa 4 km di  distanza dal primo, 8 km ad est di Faenza (RA).  La profondità ipocentrale dei due eventi è stata rispettivamente di 23 e 22 chilometri.

In questa mappa vengono mostrati i due epicentri dei terremoti di magnitudo ML 4.3 (cerchietto arancione) e ML 4.1 (rappresentato dalla stella) di questa mattina alle ore 09:27 e 09:29.

I comuni più vicini agli epicentri di questi due eventi, entro i 10 km, sono: Russi, Cotignola e Faenza in provincia di Ravenna.  La città di Forlì dista circa 11 km dall’epicentro del primo evento.

La zona interessata da questi terremoti è caratterizzata da pericolosità sismica alta, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in quest’area  in passato sono avvenuti diversi terremoti, alcuni dei quali anche di magnitudo pari o superiore a magnitudo 5. Il terremoto di magnitudo maggiore è avvenuto il 4 aprile del 1781 nel Faentino di magnitudo stimata Mw 6.1, che avuto risentimenti fino al 9-10 grado MCS. Sempre nel 1781 il catalogo riporta un secondo evento nel mese di luglio di magnitudo stimata Mw 5.6. 

Da ricordare anche il terremoto dell’11 aprile 1688 nell’area di Cotignola  con magnitudo stimata Mw 5.8 e risentimenti fino al 9 grado MCS.

Guardando la storia sismica di Faenza (RA), estratta dal DBMI15, i risentimenti maggiori sono stati causati proprio dai terremoti del 1781 e del 1688 sopracitati.

Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che l’area è stata interessata da attività sismica frequente, in particolare nell’anno 2000, nei mesi di aprile e maggio, quando è stata registrata una importante sequenza sismica con numerosi eventi anche di magnitudo superiore a 4. L’evento più forte, di magnitudo M 4.5, è avvenuto il 10 maggio.

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP) dell evento più forte di oggi (ML 4.3) calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC mostra dei livelli di scuotimento stimato fino quasi al V-VI grado MCS.

Entrambi gli eventi registrati  sono stati risentiti in tutta la Romagna e nel Bolognese e nelle aree vicine delle Marche e della Toscana .

Mappa del risentimento sismico in scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg) che mostra la distribuzione degli effetti del terremoto sul territorio come ricostruito dai questionari on line. La mappa contiene una legenda (sulla destra). Con la stella in colore viola viene indicato l’epicentro del terremoto, i cerchi colorati si riferiscono alle intensità associate a ogni comune. Nella didascalia in alto sono indicate le caratteristiche del terremoto: data, magnitudo, profondità (Prof) e ora locale. Viene inoltre indicato il numero dei questionari elaborati per ottenere la mappa stessa.

Questi risentimenti sono confermati dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai questionari inviati al sito www.hsit.it che è in continuo aggiornamento.


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Evento sismico nel Mar Ionio, ML 5.1, 10 gennaio 2026

Un terremoto di magnitudo ML 5.1 è stato localizzato dalla Rete Sismica Nazionale alle ore 05:53 italiane del 10 gennaio 2026 al largo della costa ionica calabra, ad una profondità di 65 Km. Va notato che per eventi lontani dalla costa, e quindi dalla rete sismica, la profondità ipocentrale è un parametro di difficile determinazione, per cui la stima potrebbe essere rivista con analisi successive.                

La zona interessata dal terremoto odierno è prossima alla regione calabro-sicula caratterizzata da pericolosità sismica alta, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

 

I dati storici disponibili per l’area ci indicano che in particolare l’epicentro del terremoto è localizzato in un’area dove sono riportati diversi eventi di magnitudo inferiore a 5.5. Le aree sismiche più rilevanti sono quelle della Calabria meridionale e dello Stretto di Messina e della Sicilia orientale, poste a 50-100 chilometri di distanza, per le quali sono riportati numerosi eventi di elevata intensità, tra i quali quelli del 1783 in Calabria, del 1908 nella zona dello Stretto e del 1693 in Sicilia sudorientale.

La sismicità più recente dal 1985 in poi, ci mostra come l’area sia stata interessata da un’attività sismica diffusa. I terremoti più rilevanti sono avvenuti nell’entroterra siculo e calabrese, in particolare nella Calabria meridionale. Si ricorda l’evento del 16 aprile 2025 di ML 4.8 che ha interessato la stessa zona lo scorso anno.                                

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP) dell’evento di oggi, calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra livelli di scuotimento stimati fino al IV grado MCS su un area molto estesa L’evento sismico è stato ampiamente risentito in Sicilia orientale,  in Calabria meridionale ed in Puglia come conferma la mappa dei risentimenti macrosismici ricavata dai numerosi questionari inviati al sito www.hsit.it.

 


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Psichedelici in corsia: il modello svizzero che sta facendo scuola in Europa

Negli ultimi anni la Svizzera ha tracciato una strada unica in Europa nell’impiego clinico degli psichedelici come strumenti terapeutici per condizioni psichiatriche severe. Nel sistema svizzero il cosiddetto “limited access program” consente a medici autorizzati di impiegare sostanze normalmente proibite a fini terapeutici, quando il paziente soffre di patologie gravi e refrattarie ai trattamenti convenzionali. …
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Quanto e come usiamo davvero l’intelligenza artificiale?

L’Italia è ha introdotto, lo scorso 17 settembre 2025, una legge che punta a normare l’utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale. Il provvedimento recepisce (almeno in parte) l’AI Act europeo, introducendo anche una serie di regole e reati penali connessi all’uso dell’AI.

Ma qual è la situazione in Italia per quanto riguarda l’uso di strumenti di intelligenza artificiale? A prima vista, il nostro paese sconta un ritardo simile a quello, più volte denunciato, relativo a una generale carenza di competenze digitali. Analizzando i dati disponibili, emergono però alcuni elementi che chiariscono meglio le specifiche problematicità, accanto a considerazioni importanti riguardo il prossimo futuro.

Quale intelligenza artificiale?

Quando ci si avventura in un’analisi sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, la maggior parte dei dati disponibili sono di carattere statistico e devono essere presi con le pinze. Numeri e percentuali, infatti, rischiano di essere fuorvianti. 

Il primo aspetto su cui soffermarsi è l’oggetto stesso di cui si tratta. Nonostante l’opinione pubblica parli ormai di “intelligenza artificiale” con riferimento solo all’AI generativa e ai modelli linguistici (large language model), la sua definizione è in realtà molto più articolata.

La stessa legge italiana adotta l’ampia definizione utilizzata nell’AI Act: “Un sistema automatizzato progettato per funzionare con livelli di autonomia variabili (…) e che, per obiettivi espliciti o impliciti, deduce dall’input che riceve come generare output quali previsioni, contenuti, raccomandazioni o decisioni che possono influenzare ambienti fisici o virtuali”.

Non solo, quindi, i vari ChatGPT, Gemini, Claude e soci. Quando si parla di AI ci si riferisce in realtà a una molteplicità di sistemi e funzioni, molti dei quali rimangono dietro le quinte e dei quali, nella maggior parte dei casi, gli stessi utilizzatori di software e piattaforme ignorano l’esistenza.

I chatbot di largo consumo nel nostro paese

I sistemi di GenAI per cui è più facile reperire dati oggettivi sono proprio i chatbot che hanno preso il centro del palcoscenico negli ultimi 36 mesi. I dati riportati dalla piattaforma di analisi AI Tools, aggiornati allo scorso agosto, riportano una classifica che mostra la distribuzione geografica degli accessi via web ai servizi di AI.

Alla testa di questa particolare classifica (basata su numeri assoluti) svettano gli Stati Uniti con oltre 2 miliardi di accessi, mentre l’Italia si posiziona al 17esimo posto dietro a paesi come Messico, Filippine, Indonesia e Vietnam. Questi dati, però, sono falsati dalle differenze a livello di popolazione: se si introduce questo elemento nell’equazione, i dati consentono una lettura più veritiera. 

Se ci limitiamo a confrontare il numero di accessi con paesi “simili”, emerge come AI Tools abbia registrato in Italia 3.25 accessi per abitante, poco più della metà (5,76) rispetto agli Stati Uniti e con un valore di poco inferiore a Germania (4,57) e Francia (3,85).

Limitando l’analisi a ChatGPT, che nel settore dell’AI generativa detiene più dell’80% del mercato, i dati sono piuttosto simili. Stando a quanto riporta Digital Gravity, gli accessi provenienti dall’Italia al chatbot di OpenAI si collocano allo stesso livello di un paese come la Germania e di poco inferiori a Spagna e Francia.

“I dati sono sempre utili, ma rischiano di creare degli equivoci pericolosi”, sottolinea Irene Di Deo, ricercatrice senior dell’Osservatorio Artificial Intelligence al Politecnico di Milano. “Quando si parla di utilizzo di AI generativa facendo riferimento ai prodotti accessibili sul web, spesso si tratta di un uso che ha un fine ludico o personale. Per comprendere il livello di utilizzo in ambito produttivo è indispensabile fare riferimento ad altri indici, come le licenze acquistate dalle imprese”.

L’AI nel settore produttivo

Se si passa a un uso più “aziendale” dell’intelligenza artificiale, i dati disponibili sono meno oggettivi rispetto a quelli relativi al numero di accessi agli strumenti di AI liberamente  disponibili su Internet. La maggior parte di questi dati si basa su indagini eseguite in ambito accademico o a opera di istituzioni internazionali. Una delle analisi più affidabili, pubblicata da Eurostat, segna un generale ritardo dell’Italia rispetto agli altri paesi europei.

I dati relativi al Digital Intensity Level – indice che valuta quanto intensamente un’azienda utilizza un insieme di tecnologie digitali chiave nella propria attività – sono tutto sommato nella media. Tra i 27 paesi UE, l’Italia si posiziona infatti al sedicesimo posto. Quando si parla di AI, le cose però vanno decisamente peggio.

In questa specifica classifica, l’Italia è ventiduesima e staccata notevolmente dai migliori. Solo l’8% delle aziende italiane utilizzerebbero strumenti basati sull’AI, contro il 27,6% di quelle danesi e una media UE del 13,5%. “Si tratta di un dato che va letto alla luce del tipo di tessuto produttivo che c’è nel nostro paese”, spiega Di Deo. “La prevalenza di piccole e medie imprese incide notevolmente sul dato statistico”. 

Quando si parla di utilizzo dell’AI in ambito produttivo, specifica la ricercatrice, nella maggior parte dei casi sono strumenti con finalità molto specifiche, ben diversi dai chatbot che vengono proposti al grande pubblico. “Si tratta di piattaforme che richiedono investimenti a livello finanziario piuttosto rilevanti, che le PMI spesso non possono permettersi”, prosegue. “A livello di grandi aziende, i dati che abbiamo raccolto in questi anni indicano che almeno il 60% delle imprese ha implementato strumenti basati sull’AI o ha avviato almeno una sperimentazione”. 

Di Deo sottolinea anche un altro aspetto: per sfruttare l’AI è indispensabile avere delle basi solide a livello di dati. Non si tratta dei famosi dataset necessari per addestrare gli algoritmi, ma di quelle informazioni che poi verranno elaborate dall’intelligenza artificiale per generare valore per l’impresa. “L’uso dell’AI per finalità come la manutenzione predittiva o il controllo qualità dei prodotti richiede la presenza di una serie storica. Chi non ha raccolto dati sulla sua attività negli ultimi 20 anni potrà difficilmente ottenere dei buoni risultati in questi ambiti”.

Il fenomeno della Shadow AI

A complicare ulteriormente il quadro è la difficoltà di monitorare l’uso “autonomo” di strumenti di AI generativa da parte dei lavoratori. La disponibilità di chatbot gratuiti o comunque accessibili commercialmente per uso privato ha innescato il fenomeno della cosiddetta “Shadow AI”, cioè l’uso non documentato (e incontrollato) di strumenti di intelligenza artificiale da parte di singoli individui. 

Oltre a essere un elemento distorsivo a livello statistico, la Shadow AI rappresenta un’area grigia che è fonte di preoccupazione per gli addetti ai lavori. Le ragioni sono molteplici e comprendono, per esempio, i rischi legati alla cyber security. Gli strumenti basati su AI generativa aumentano infatti il rischio di diffusione involontaria di informazioni riservate e soffrono di vulnerabilità specifiche che possono essere mitigate solo attraverso l’adozione di rigorose politiche di utilizzo e l’implementazione di strumenti dedicati. 

Ancora: con l’approvazione dell’AI Act (e in Italia della recente normativa nazionale) emerge anche il tema del rispetto degli obblighi giuridici legati all’uso dell’intelligenza artificiale. Tra questi c’è l’obbligo di informare i clienti quando si impiegano strumenti di AI nello svolgimento della propria attività professionale, come previsto dall’articolo 13 della legge italiana.

Quale impatto ha davvero l’AI?

Se oggi il livello di implementazione dell’AI viene considerato come un indicatore di evoluzione tecnologica, è probabile che questa equivalenza evapori piuttosto rapidamente, soprattutto a livello statistico. Gli LLM, in diverse forme, vengono ormai integrati in qualsiasi software. Non c’è prodotto commerciale che non offra un “assistente” alimentato dalla GenAI, la cui utilità è spesso relativa.

Anche dove l’AI è stata considerata una priorità su cui puntare, sono emersi grossi dubbi sul suo reale impatto. Una ricerca del MIT Media Lab, pubblicata quest’anno, sottolinea come il 95% delle imprese che hanno introdotto strumenti di intelligenza artificiale generativa non sia stato in grado di individuare un effettivo impatto a livello di valore. 

I ricercatori, nel report, sottolineano come l’AI sia utilizzata principalmente per migliorare la produttività individuale attraverso l’uso dei vari “co-piloti”. In tutti questi casi, non si va oltre la generazione di documenti, email, riassunti di riunioni e simili. 

Nulla di sconvolgente, quindi, soprattutto se si considera che, a questo livello di adozione, si rischia anche di cadere nel fenomeno del “workslop”, neologismo traducibile più o meno come “lavoro fatto in fretta e male”. Tradotto nella pratica, è possibile definirlo come un aumento di produttività a livello quantitativo, ma che lascia spesso a desiderare sul piano qualitativo. 

Chi si ritrova a valutare i contenuti creati con l’AI deve spesso scegliere se accontentarsi di un prodotto mediocre, riscrivere tutto da capo in prima persona o chiedere all’autore di rifarlo da zero. Un ulteriore elemento di complessità che interseca, più che aspetti squisitamente tecnologici, una dimensione culturale. E sarà proprio su questo piano, probabilmente, che si giocherà il futuro dell’AI come possibile “motore” dell’ innovazione.

L'articolo Quanto e come usiamo davvero l’intelligenza artificiale? proviene da Guerre di Rete.

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Metalli rari: una minaccia per le nostre montagne

Clicca sulla mappa per consultarla (è a circa metà articolo)

Siamo in piena crisi energetica e le politiche europee galoppano in retromarcia.
Su sollecitazione europea l’Italia si appresta a sostenere la ricerca di giacimenti di metalli rari.

Rileviamo inoltre che mentre per le fonti rinnovabili è stata data delega alle regioni, sarà il governo stesso a gestire la questione di quelle fossili.
Dopo le concessioni per trivellare in mare, mentre non si fa nulla per contrastare la crisi climatica, si passa al capitolo estrattivismo, un ritorno al futuro a tinte distopiche.
Metalli rari indispensabili allo “sviluppo”, che servono, stando al nuovo mantra energivoro, alla “transizione ecologica”.
L’arco alpino, la Sardegna e tutta la costa tirrenica sono le zone maggiormente minacciate, ma è l’intera penisola a essere in grave pericolo.

In Valsusa e nel Pinerolese ci sono parecchie miniere “storiche”, la cosa mostruosa è che una buona parte dei siti segnalati in mappa (appoggiare il mouse per leggere i nomi) sono in quota anche in posti impervi e per ora lontani da strade.

Facciamo alcuni esempi di siti censiti:
– in bassa valle “Cruino” (che dovrebbe essere Cruvin, ndr) praticamente un alpeggio nel vallone del Prebec, a circa 1700 metri;
– in Val Pellice “Castelluzzo” (Castlus), un appicco selvaggio tra l’altro luogo della resistenza valdese, a circa 1400 metri di quota;
– in Friuli è segnata la val Aupa. Si tratta si una valle selvaggia pochissimo abitata, percorsa da una strada in cui se due macchine si incrociano una deve fare un km di retromarcia. Un posto         bellissimo;
– in Val Germanasca “Vallon Cros” (anche Valloncrò), altro alpeggio. Dovrebbe essere il vallone che porta al colle del Beth, a quota 2700, zona di miniere dal sec. XVIII. Oltretutto la rete escursionistica della zona è basata in gran parte sulle splendide mulattiere costruite proprio per le miniere o per scopi militari. Due reti sono praticamente indistinguibili e insistono sullo stesso territorio.

Negli ultimi trent’anni le mulattiere sono parecchio deteriorate, ma fino agli anni ‘80 erano ben conservate e godibilissime. L’idea di strade e camion a 2700 metri è agghiacciante. Un vero massacro. E le valli in questione sono ormai quasi spopolate, per cui anche resistere allo scempio sarà difficilissimo.
Per fortuna per ora in elenco mancano la grande quantità di miniere ancora più a monte. L’intera Val Germanasca è un paradiso e ne è piena, l’idea che venga consegnata alle compagnie minerarie è terrorizzante.

Utilizzare la lotta al fossile per rendere politicamente corretto l’estrattivismo è come usare la lotta all’antisemitismo per rendere politicamente corretto il genocidio dei palestinesi.
Invitiamo chiunque a osservare la mappa al link e a mobilitarsi per difendere il proprio territorio.

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