La pace tra Meloni e Trump
La pace tra Meloni e Trump – La mia vignetta su il Fatto Quotidiano di oggi in edicola
L'articolo La pace tra Meloni e Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Non è un successo pieno ma neppure un insuccesso. «È andata bene, molto meglio di quanto pensassi», ha raccontato la premier al suo staff prima di ritirarsi con la figlia Ginevra, anche lei approdata tra le vette francesi, in viaggio al fianco della madre, “io e Donald abbiamo riso e scherzato”, si è lasciata andare la premier. Ma la verità è che il bilaterale della pace Trump-Meloni a margine del G7 di Evian non c’è stato e difficilmente ci sarà nella notte o stamattina. In compenso il presidente e la premier prima vezzeggiata poi presa di mira quasi come una traditrice si sono parlati a più riprese e non si sarebbe trattato solo di uno scambio di cortesie.
Trump è contento come un bambino non per l’esito della folle impresa in Iran, in realtà per lui ben poco lusinghiero, ma per il solo fatto che l’incubo sia (forse) finito. È di ottimo umore e dunque bendisposto. Non si può ancora parlare di crisi del tutto superata. Il calore dell’americano nei confronti dell’europea che considerava sua protetta non è quello di prima della crisi ma da palazzo Chigi assicurano che di passi avanti su quella strada ne sono stati fatti parecchi. Il bilaterale c’è stato invece con un leader in partenza molto più distante dalle posizioni della leader della destra, il canadese Carney, ed entrambi i leader assicurano che è andato benissimo. Ancor più di Hormuz, il tavolo sul quale si è giocata ieri la partita tra Usa e Ue è stata l’Ucraina: al centro della sessione mattutina del vertice ma anche di due trilaterali, uno tra il presidente americano e quelli francese e ucraino, l’altro sempre con Zelensky e Trump affiancato però stavolta dal segretario di Stato Usa Rubio. Convinto di aver ormai tirato fuori i piedi dalle sabbie mobili iraniane perché “la seconda fase dell’accordo sarà più facile della prima”, più distante dal governo israeliano di quanto si sia mai mostrato, “Netanyahu dovrebbe essere più responsabile, sarebbe meglio che di Hezbollah si occupasse la Siria e non più Israele”, Trump promette di occuparsi ora con priorità assoluta dell’Ucraina. “La Russia deve trovare un accordo”, ripete e i toni sono ben diversi da quelli vicinissimi a Putin di quando umiliò Zelensky in diretta tv.
Il G7 ha deciso di aumentare le pressioni su Mosca con nuove sanzioni sugli idrocarburi, principale fonte di finanziamento della Russia e Trump ha promesso a Zelensky nuovi missili per la difesa aerea. L’obiettivo è palesemente sfruttare l’estenuazione di entrambi i contendenti, salassati da perdite umane altissime in entrambi gli eserciti, per imporsi come il solo mediatore internazionale possibile. Per la premier italiana, da sempre la più convinta della necessità assoluta di evitare strappi e rotture nel blocco occidentale, il riavvicinamento fra Usa e Ucraina, e di conseguenza anche tra Usa e Ue, è comunque una buona notizia. “È stato chiarito da parte di entrambi quanto importante sia in questo momento il concetto di unità”, racconta infatti Meloni riassumendo il suo colloquio con Trump. L’euforia del momento non basta a eclissare il nodo non ancora sciolto sia con l’amministrazione Usa che nella maggioranza: le spese per il riarmo. Mentre i leader si apprestavano a raggiungere Evian, lunedì mattina, il ministro della Difesa Crosetto incontrava l’omologo americano a Washington. Hegseth, a differenza di Trump, ha largheggiato in complimenti, ha attribuito a Giorgia il merito di aver avvicinato l’Italia “alla leadership europea nella Difesa”, però ha anche sottolineato che l’Italia “deve fare di più per la Nato”.
Al vertice dell’Alleanza di luglio il governo Meloni vanterà una spesa del 2,8% del Pil per la Difesa. Sembrerebbe un record tenendo conto che fino all’anno scorso l’Italia era in ritardo di anni sull’obiettivo pre Trump, quello del 2% per la Difesa. Ma quella percentuale va presa con le pinze dal momento che riguarda la sicurezza, non solo la difesa e sono state fatte ricadere nel conto spese di ogni tipo. Si può capire che a Washington non basti. Crosetto ha promesso un sostanzioso esborso entro il 2033, quello necessario per mettere in divisa 40mila nuovi riservisti. Non ha potuto lasciare speranze sull’adesione italiana al Purl, il programma di acquisto di armi americane, ma ha tenuto aperta la porta sull’accesso al Safe, il prestito agevolato europeo sempre per armi sistemi tecnologici militari. Ma ciascuna di quelle voci è un terreno doppiamente minato. Non ne vuole sentir parlare il ministro dell’Economia, perché con la crisi energetica di mezzo sballerebbero tutti i conti e la premier concorda. È assolutamente contrario Salvini e più che mai ora che deve vedersela con la concorrenza di Vannacci. Insomma su quell’esborso gli americani non sembrano disposti a chiudere un occhio e di conseguenza la premier alla ricerca della pace con Trump è di nuovo tra due fuochi.

© Pool photo by Thibault Camus


© RaiNews
In un panorama politico in forte fermento, il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci delinea la strategia del suo movimento per dare voce alle istanze reali dei cittadini e portare un contributo di assoluta chiarezza nel dibattito nazionale. Forte di una crescita costante e di un radicamento sempre più solido sui territori, il Generale rifiuta le etichette retrosceniste e rivendica la necessità di una forza politica snella e meritocratica, capace di fare sintesi e valorizzare le competenze per un obiettivo comune, senza mai scendere a compromessi sui propri principi.
Con lo sguardo rivolto alle prossime elezioni politiche, Vannacci marca la massima distanza dai tatticismi delle segreterie e blinda i dossier decisivi per il Paese, dal contrasto all’immigrazione clandestina alla sovranità energetica col nucleare. La scommessa politica è chiara: aggregare il ceto medio produttivo e recuperare la fiducia di quei cittadini delusi che hanno scelto la via dell’astensionismo, promuovendo una proposta di profondo buonsenso e imponendo una linea più coraggiosa, incisiva e interamente ancorata all’interesse nazionale.
Generale, Futuro Nazionale è ormai una realtà consolidata che ha superato la fase del movimento d’opinione per farsi Partito. Lei ha parlato di una struttura snella e meritocratica: in che modo questa nuova creatura politica vuole distinguersi dai partiti tradizionali, e quale valore aggiunto pensa di portare all’attuale quadro politico e in particolare all’offerta del centrodestra?
La prima differenza è che noi siamo i figli di nessuno. Non siamo nati da una scissione, non siamo il prodotto di accordi di palazzo e non abbiamo alle spalle apparati costruiti nel corso di decenni. Siamo nati dalla volontà di tanti italiani che si sono stancati di una politica sempre più distante dalla realtà e sempre più concentrata su sé stessa. Alla nostra Assemblea Costituente di Roma abbiamo celebrato un traguardo straordinario, quello dei centomila iscritti. Non sono numeri costruiti a tavolino. Sono uomini e donne che hanno deciso liberamente di mettersi in gioco perché condividono una visione e perché sentono che questo Paese ha bisogno di una forza politica nuova, libera e profondamente radicata nell’interesse nazionale. Quando parlo di una struttura snella e meritocratica intendo esattamente questo. In Futuro Nazionale non esistono correnti, non esistono rendite di posizione, non esistono quote rosa, quote etniche o quote di qualsiasi altra natura. Io credo nelle quote di merito. Credo che le responsabilità debbano essere affidate a chi dimostra capacità, serietà, dedizione e risultati.
Se una donna è più capace di un uomo, è giusto che venga scelta. Se un giovane è più preparato di chi ha maggiore anzianità, è giusto che venga valorizzato. La politica deve tornare a premiare il merito e non l’appartenenza. Noi vogliamo portare nel centrodestra una maggiore forza identitaria, una maggiore chiarezza e una maggiore libertà. Non ci interessano i compromessi al ribasso o la politica delle mezze
parole. Ci interessa difendere gli interessi degli italiani. Parole come Patria, sovranità, sicurezza, famiglia, merito, libertà e identità per noi non sono slogan da campagna elettorale. Sono principi a cui vogliamo essere fedeli a prescindere dalle tendenze del momento e dalla
gogna mediatica a cui è sottoposto chi sostiene valori al di fuori dell’opprimente pensiero unico.
Crediamo che la famiglia composta da padre, madre e prole rappresenti il primo nucleo della società. Crediamo che la denatalità sia una delle emergenze più drammatiche che abbiamo davanti. Crediamo che il lavoro, la casa e la sicurezza siano diritti fondamentali. Crediamo che la libertà di opinione non possa essere sacrificata sull’altare del politicamente corretto. Vogliamo uno Stato che torni ad essere alleato di chi produce, delle imprese, delle famiglie e del ceto medio, e non un ostacolo. Il valore aggiunto che Futuro Nazionale vuole portare al centrodestra è proprio questo: più
coraggio, più coerenza e una maggiore attenzione all’interesse nazionale. Noi non siamo nati per occupare poltrone. Siamo nati per difendere gli italiani. E con la forza, il coraggio e la fede andremo avanti.
Il dibattito nel centrodestra è aperto: lei vede il suo movimento come il tassello mancante per una coalizione più coraggiosa e identitaria, magari ambendo a diventarne il nuovo baricentro? Ma andando al cuore della strategia per il 2027: per governare l’aritmetica impone le alleanze, eppure la storia dimostra che le dinamiche di coalizione spesso richiedono profonde mediazioni tra visioni diverse. In vista delle Politiche, la priorità di Futuro Nazionale sarà l’approdo al governo dentro l’attuale perimetro del centrodestra o, se non dovesse esserci una reale convergenza sui programmi, preferirà una corsa in solitaria focalizzata sulla crescita autonoma del movimento, anche a costo di rimanere fuori dalle stanze del potere?
Io non ho mai fatto mistero della mia collocazione politica. Il centrodestra è la casa naturale di chi crede nella sicurezza, nella libertà economica, nella valorizzazione del merito, nella difesa della Patria e delle identità e nell’interesse nazionale. Ma una coalizione non può essere soltanto una somma aritmetica o un accordo tra sigle. Una coalizione ha senso se esiste una visione comune e se esiste la volontà di perseguire obiettivi condivisi senza tradire la volontà degli elettori.
Futuro Nazionale non è nato contro qualcuno. Non siamo nati per dividere il centrodestra e nemmeno per fare testimonianza. Siamo nati perché milioni di italiani chiedono una destra più coraggiosa, più libera e più coerente. Una destra che non abbia paura di difendere i confini, la sicurezza, la libertà di opinione, la famiglia, la natalità, il lavoro, la casa, gli italiani e gli interessi nazionali. Noi non ci poniamo il problema delle poltrone. Non siamo nati per occupare posti, ma per portare idee. E le idee non sono in vendita. Non si cambiano per convenienza e non si annacquano per ottenere un ministero in più. Certamente governare richiede alleanze. Lo insegna la storia e lo impone il sistema politico. Ma le alleanze devono essere fondate sui programmi e non sulle convenienze. Devono essere alleanze tra persone che condividono una visione e non semplici accordi di potere. Devono essere alleanze che non portano allo snaturamento degli elementi che le compongono.
Se ci sarà una reale convergenza su temi come la sicurezza, il contrasto all’immigrazione incontrollata, il sostegno alla natalità, la difesa del Made in Italy, la riduzione delle tasse, la lotta alla burocrazia, la libertà di espressione, l’energia e la tutela delle nostre radici culturali, il posizionamento internazionale allora il nostro contributo sarà leale e costruttivo. Ma se qualcuno pensa che Futuro Nazionale debba limitarsi a fare da comparsa, a rinunciare alle proprie idee o a mettere in secondo piano l’interesse nazionale, allora ha sbagliato interlocutore. Non mi interessa diventare il baricentro del centrodestra per una questione di vanità personale. Saranno gli italiani a decidere quale peso dovrà avere Futuro Nazionale. Noi continuiamo a crescere perché diciamo quello che pensiamo e facciamo quello che diciamo. Non facciamo questua di parlamentari, non compriamo consenso e non chiediamo patentini di legittimità a nessuno. Qualcuno, fino a pochi mesi fa, diceva che eravamo destinati a restare un fenomeno passeggero.
Oggi abbiamo oltre centomila iscritti, una struttura radicata sui territori e una comunità politica che cresce ogni giorno. Noi siamo i figli di nessuno e proprio per questo abbiamo una grande libertà: quella di poter guardare negli occhi gli italiani e dire sempre la verità, fregandocene della gogna mediatica del pensiero unico e senza dover rendere conto a correnti, apparati o poteri forti. Il nostro obiettivo non è entrare nelle stanze del potere a qualsiasi costo. I cittadini non ci giudicheranno per quante poltrone avremo occupato, ma per quanto saremo riusciti a difendere i loro interessi. E su questo non siamo disposti a fare sconti a nessuno.
Generale, le ultime rilevazioni nazionali indicano una dinamica politica in forte accelerazione per il suo progetto: i sondaggi vi collocano stabilmente sopra la soglia del 4%, con picchi territoriali che in alcune zone sfiorano il 15%. Questi numeri suggeriscono che Futuro Nazionale non è più solo una suggestione, ma un attore capace di spostare gli equilibri. In vista delle Politiche 2027, qual è la percentuale reale a cui punta per poter condizionare l’agenda del Paese? La doppia cifra è l’obiettivo per sedersi al tavolo dei leader da pari grado?
Guardi, io ho imparato a diffidare dei sondaggi. Li osservo con interesse, ma non vivo in funzione delle percentuali. Ho passato quarant’anni nelle Forze Armate e ho imparato che le battaglie si vincono sul campo, non nelle simulazioni e che non esiste piano che regga il primo colpo di cannone. Certamente vedere una crescita così rapida ci fa piacere, perché significa che tanti italiani si riconoscono nelle nostre idee. Ma non considero il consenso un punto di arrivo. Lo considero una responsabilità. Noi siamo passati in pochi mesi da un movimento di opinione ad un partito con oltre centomila iscritti. Questo significa che esiste una domanda politica che per troppo tempo è rimasta senza risposta. Una domanda di identità, di sicurezza, di libertà, di meritocrazia, di rispetto per il lavoro e per chi produce ricchezza. La doppia cifra? Certamente non ci spaventa.
Non ci poniamo limiti. Ma il nostro obiettivo non è sederci a un tavolo per il gusto di sederci a un tavolo. Non mi interessa il prestigio personale e non mi interessa collezionare titoli. Mi interessa incidere. Se oggi tutti parlano di denatalità, di sicurezza, di libertà di opinione, di energia, di difesa del Made in Italy, di immigrazione incontrollata e di interesse nazionale è perché qualcuno ha avuto il coraggio di porre questi temi senza preoccuparsi del politicamente corretto. Noi vogliamo condizionare l’agenda politica italiana. Vogliamo che l’Italia torni a mettere gli italiani al primo posto. Vogliamo una politica che premi il merito e non l’appartenenza. Vogliamo difendere gli italiani, le famiglie, il ceto medio, le imprese, i giovani che vogliono costruire il proprio futuro e gli anziani che hanno lavorato una vita. Le percentuali verranno di conseguenza. Perché alla fine non saranno i numeri a stabilire il valore di Futuro Nazionale. Sarà la capacità di trasformare le idee in risultati concreti. Ed è su questo che gli italiani ci giudicheranno.
In Transatlantico circola un’analisi curiosa e quasi controcorrente: la descrivono come un leader che, dietro il linguaggio del rigore, nasconde una sottigliezza tattica da “fine tessitore” della Prima Repubblica. Qualcuno si è spinto a definirla “profondamente democristiano” – nel senso più nobile del termine – per come sta gestendo il radicamento sui territori e per la prudenza con cui dosa gli strappi parlamentari. Si riconosce in questa veste di mediatore capace di fare sintesi o si sente, in qualche modo, il “tessitore” naturale di un’area che oggi ha bisogno di ritrovare unità d’intenti e visione d’insieme oltre i confini delle singole sigle?
Mi fanno sorridere certe definizioni. Fino a ieri ero dipinto come il barbaro, il sovversivo, il pericolo pubblico numero uno e adesso qualcuno mi attribuisce addirittura doti da tessitore della Prima Repubblica, di un Mazzarino dei tempi moderni. La verità è molto più semplice. Ho imparato nella mia vita che un comandante non è colui che divide, ma colui che riesce a valorizzare le capacità delle persone e a farle lavorare per un obiettivo comune. Non mi sento il federatore di un’area e nemmeno il proprietario di un progetto politico. Mi sento uno che ha avuto il coraggio di dire quello che milioni di italiani pensano e che troppo spesso nessuno aveva il coraggio di dire. Io non amo gli strappi fini a sé stessi. Non credo nelle polemiche per il gusto di farle.
Credo nella chiarezza e nella coerenza. La politica ha bisogno di unità d’intenti, ma non di uniformità. Ha bisogno di una visione. E la visione che noi proponiamo è quella di un’Italia che torni ad avere fiducia in sé stessa, che rimetta al centro l’interesse nazionale e che smetta di vivere di complessi di inferiorità. Se questo significa cercare sintesi, bene. Ma la sintesi non deve mai diventare rinuncia ai propri principi. Non ho cambiato idea sotto il fuoco nemico e non intendo cambiarla oggi. La sicurezza, la famiglia, il merito, la libertà di opinione, la difesa delle nostre radici e degli interessi nazionali non sono oggetto di trattativa. Perché le idee possono essere discusse, approfondite e migliorate, ma non possono essere svendute.
L’attenzione crescente attorno a Futuro Nazionale sta catalizzando l’interesse di numerosi amministratori locali e quadri politici che guardano al suo progetto come a una novità di lungo periodo. Questo afflusso di energie testimonia l’attrattività del movimento: quali sono i criteri di merito e di competenza su cui intende fondare la selezione della sua futura classe dirigente, affinché diventi il fulcro di un reale rinnovamento qualitativo della politica italiana?
La prima cosa che voglio chiarire è che noi non facciamo questua. Non andiamo in giro a cercare qualcuno da mettere in vetrina per fare numero. E non cerchiamo neppure professionisti del trasformismo o persone che vedono la politica come un mestiere. Il fatto che tanti amministratori, tanti professionisti, tanti giovani e tante persone con esperienze importanti si stiano avvicinando a Futuro Nazionale dimostra che esiste una grande domanda di rinnovamento e che c’è ancora chi crede che la politica possa essere una forma di servizio e non uno strumento per costruirsi una carriera. Io ho sempre detto che non credo nelle quote rosa, nelle quote etniche o in qualsiasi altro meccanismo che sostituisca il merito con l’appartenenza. Credo nelle quote di merito. Chi è più bravo, più preparato, più competente e più generoso deve avere maggiori responsabilità. Punto.
Non mi interessa se si tratta di un uomo o di una donna, di un giovane o di una persona più matura. Mi interessa quello che ha fatto nella vita e quello che può dare al Paese. Voglio una classe dirigente composta da persone che abbiano già dimostrato qualcosa nel mondo reale. Imprenditori, professionisti, amministratori capaci, lavoratori, donne e uomini che conoscano i problemi concreti degli italiani e che abbiano maturato esperienze vere. La politica, per troppo tempo, ha selezionato sé stessa. E quando una classe dirigente seleziona soltanto sé stessa finisce inevitabilmente per allontanarsi dalla realtà. Noi vogliamo fare esattamente il contrario. Vogliamo riportare nella politica italiana competenza, responsabilità e spirito di servizio. Chi lavora cresce. Chi porta risultati viene valorizzato. Chi pensa di trovare scorciatoie o rendite di posizione resterà deluso. Perché Futuro Nazionale non appartiene a Roberto Vannacci. Appartiene a tutti coloro che credono che l’Italia meriti una classe dirigente migliore di quella che troppo spesso abbiamo visto negli ultimi decenni.
La cifra del suo movimento è marcatamente identitaria, eppure i suoi messaggi sulla tutela del lavoro, la semplificazione e il buonsenso sembrano raccogliere un forte ascolto anche nel ceto medio produttivo e nel mondo moderato. Ritiene che la proposta di Futuro Nazionale possa proporsi come un porto sicuro e una risposta concreta per quelle fasce di elettori che cercano semplicemente serietà ed efficacia su dossier decisivi come il fisco, la burocrazia e lo sviluppo del Made in Italy?
Assolutamente sì. E non vedo alcuna contraddizione tra una proposta fortemente identitaria e una proposta che parli al ceto medio produttivo e a tanti elettori moderati. Anzi, credo che proprio il buonsenso rappresenti il punto d’incontro. Perché quando parliamo di sicurezza, di famiglia, di lavoro, di meno tasse, di meno burocrazia, di energia a costi sostenibili e di difesa del Made in Italy non stiamo facendo un discorso ideologico. Stiamo parlando della vita quotidiana degli italiani. Io incontro ogni giorno imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti, agricoltori, lavoratori dipendenti. Persone che non chiedono privilegi ma semplicemente di poter lavorare, investire, assumere e costruire il futuro dei propri figli senza essere soffocate da tasse, vincoli e burocrazia. Questa è l’Italia che tiene in piedi il Paese. Ed è un’Italia che troppo spesso è stata dimenticata.
Noi vogliamo uno Stato che torni ad essere alleato di chi produce ricchezza e non un ostacolo. Vogliamo meno ideologia e più pragmatismo. Meno carte e più risultati. Meno burocrazia e più libertà. Il Made in Italy non è soltanto un marchio commerciale. È la nostra identità che si trasforma in valore economico. È la qualità, il saper fare, la creatività, la cultura e la tradizione italiana che diventano lavoro e benessere. Per questo ritengo che Futuro Nazionale possa rappresentare un porto sicuro per tanti italiani che non cercano slogan o promesse irrealizzabili, ma serietà, competenza e concretezza. Se essere moderati significa credere nel lavoro, nella famiglia, nella proprietà privata, nel merito, nella sicurezza e nella libertà economica, allora sì, Futuro Nazionale può essere la casa di tanti moderati. Ma sarà una casa con fondamenta solide, costruita sull’interesse nazionale e sul buonsenso, non sul compromesso permanente e sulle mode del momento.
La scelta di aderire a Bruxelles al gruppo Europa delle Nazioni Sovrane delinea un posizionamento internazionale chiaro e lineare. Al di là dei confini nazionali, qual è il contributo di idee che Futuro Nazionale intende offrire per promuovere una profonda riforma delle istituzioni comunitarie? Come si traduce la sua visione di un’Europa delle nazioni sovrane per renderla più vicina ai bisogni reali dei cittadini e meno legata a logiche burocratiche?
La nostra adesione al gruppo Europa delle Nazioni Sovrane non è stata una scelta casuale. È stata una scelta di coerenza. Io sono stato eletto per difendere gli interessi degli italiani e non per diventare un funzionario di Bruxelles. Noi non siamo contro l’Europa. Siamo contro questa idea di Europa che troppo spesso ha smarrito il contatto con la realtà e con i bisogni dei cittadini. L’Europa è una straordinaria civiltà, una comunità di popoli, di culture, di tradizioni, di identità nazionali che rappresentano una ricchezza e non un problema da eliminare. Quello che invece non condividiamo è la deriva burocratica e ideologica che negli ultimi anni ha portato le istituzioni comunitarie ad occuparsi troppo spesso di ciò che non dovrebbe essere di loro competenza, dimenticando invece le grandi sfide che abbiamo davanti. Futuro Nazionale vuole portare in Europa una visione fondata sul principio di sussidiarietà, sulla centralità delle nazioni e sul rispetto delle sovranità nazionali. Noi crediamo che si debba cooperare sulle grandi questioni strategiche laddove vi sia convergenza di interessi nazionali: la difesa, la sicurezza, il controllo delle frontiere esterne, l’approvvigionamento energetico, la competitività industriale e la lotta all’immigrazione clandestina.
Ma crediamo anche che ogni Stato debba mantenere il diritto di difendere i propri interessi, la propria identità e le proprie peculiarità. Non ci vogliamo livellare sul più basso, annacquare, diluire perché pensiamo che la ricchezza di una comunità risieda nei talenti che ogni elemento costitutivo è in grado di portare e non nella loro riduzione alla “media”. Abbiamo bisogno di meno ideologia e più pragmatismo. Meno burocrazia e più libertà. Meno imposizioni dall’alto e più ascolto dei popoli. Perché se l’Europa vuole sopravvivere e tornare ad essere protagonista nel mondo, deve tornare ad essere percepita come un’opportunità e non come un centro di potere autoreferenziale distante dai cittadini. Il contributo di Futuro Nazionale sarà quello di portare a Bruxelles una voce libera, concreta e profondamente legata all’interesse nazionale. Perché chi siede nelle istituzioni europee non deve difendere gli interessi di Bruxelles, ma quelli dei cittadini che lo hanno eletto.
Le imprese italiane si trovano oggi a navigare in uno scenario internazionale complesso, strette tra transizione industriale e sfide globali. Lei ha più volte espresso perplessità su un certo ecologismo ideologico. Quali sono i pilastri economici del suo programma per sostenere la competitività della nostra manifattura, garantendo una transizione ecologica che metta al primo posto la sostenibilità sociale ed economica del Paese rispetto ai vincoli di Bruxelles?
Credo che la prima cosa da fare sia liberarsi da un approccio ideologico che troppo spesso ha caratterizzato il dibattito europeo degli ultimi anni. Difendere l’ambiente è un dovere. Ma trasformare la tutela ambientale in una religione laica e in una serie di imposizioni che penalizzano le nostre imprese e le nostre famiglie significa commettere un errore gravissimo. Io credo che la sostenibilità debba essere ambientale, ma soprattutto economica e sociale. Non possiamo salvare il pianeta impoverendo gli italiani.
L’Italia è la seconda manifattura d’Europa. Abbiamo un patrimonio straordinario di imprese, di competenze, di innovazione, di creatività e di capacità produttiva. Ma tutto questo patrimonio deve essere messo nelle condizioni di competere. Per questo uno dei pilastri fondamentali del nostro programma è la sovranità energetica. Non possiamo continuare a dipendere dagli altri per una risorsa strategica come l’energia. Dobbiamo diversificare le fonti, investire nella ricerca, usare l’energia disponibile al minor prezzo e tecnologicamente sfruttabile e avere il coraggio di affrontare senza pregiudizi il tema del nucleare di nuova generazione, che rappresenta una tecnologia sicura e una possibilità concreta per garantire energia pulita, stabile e competitiva e di dare ossigeno alle nostre imprese.
Allo stesso tempo dobbiamo ridurre la pressione fiscale, semplificare la burocrazia e difendere le nostre imprese dalla concorrenza sleale. Troppo spesso l’Europa impone standard rigidissimi alle aziende italiane, mentre poi permette l’ingresso di prodotti provenienti da Paesi che non rispettano né i diritti dei lavoratori né le stesse regole ambientali. Questo non è ambientalismo, è masochismo economico. Dobbiamo tornare a valorizzare il Made in Italy, investire nelle infrastrutture, nella ricerca, nella formazione e nell’innovazione. Dobbiamo sostenere le piccole e medie imprese, che rappresentano la spina dorsale della nostra economia. Io sono convinto che la vera transizione sia quella verso un Paese più forte, più competitivo e più libero. Un Paese che produca ricchezza, che investa sul lavoro e che non sia costretto a sacrificare il proprio sistema produttivo sull’altare di ideologie che altri, nel resto del mondo, non seguono. Perché un Paese che perde la propria capacità industriale e la propria manifattura perde anche la propria indipendenza e la propria identità. E senza indipendenza economica non esiste sovranità nazionale.
L’astensionismo resta il dato più significativo e preoccupante delle ultime stagioni elettorali, con milioni di cittadini che scelgono il disimpegno perché non si sentono più rappresentati. Se dovesse indicare una sola priorità programmatica, una grande “riforma di buonsenso” che identifichi l’anima di Futuro Nazionale, quale sceglierebbe per ridare fiducia a chi ha smesso di credere nella possibilità di un cambiamento concreto attraverso il voto?
L’astensionismo è forse il segnale più preoccupante della crisi che stiamo vivendo. Milioni di italiani hanno smesso di votare non perché siano disinteressati alla politica, ma perché hanno smesso di credere che la politica possa incidere davvero sulla loro vita. Se dovessi indicare una sola grande riforma di buonsenso, sceglierei quella che restituisce ai cittadini il diritto di scegliere realmente i propri rappresentanti. Sono favorevole al ritorno delle preferenze.
Credo che il rapporto tra eletto ed elettore debba tornare ad essere diretto. Troppo spesso abbiamo assistito alla formazione di classi dirigenti nominate dall’alto, più attente agli equilibri interni dei partiti che alle esigenze dei cittadini. La Sovranità che in una democrazia risiede sempre nei cittadini non può essere ceduta alle segreterie di partito. Ma dietro questa proposta c’è una battaglia ancora più profonda: restituire centralità al merito e alla volontà popolare. Per questo mi sono sempre espresso contro le quote rosa, contro le quote etniche e contro ogni forma di discriminazione travestita da progresso.
Io non voglio quote di genere, voglio quote di merito. Voglio che siano i cittadini a scegliere chi ritengono più capace e non che qualcuno decida dall’alto in base al sesso, all’origine o ad altre categorie ideologiche. La democrazia funziona quando le persone sentono che la loro voce conta davvero. Quando hanno la percezione che il voto possa cambiare le cose. Noi vogliamo riportare fiducia. Vogliamo che gli italiani tornino a credere che partecipare abbia un senso. E questo può accadere soltanto se la politica tornerà ad essere al servizio dei cittadini e non dei partiti.
Generale, lei ha speso gran parte della sua vita al servizio delle Istituzioni in divisa, e oggi continua a servirle in una veste differente, squisitamente politica. Guardando oltre le scadenze elettorali e le contingenze del momento, qual è l’eredità ideale e il modello di Stato che Futuro Nazionale vuole costruire per le prossime generazioni? Qual è la sua idea dell’Italia di domani?
Ho servito l’Italia in uniforme (non in divisa) per quarant’anni e continuo a servirla oggi in un’altra veste. Ma lo spirito è sempre lo stesso. Perché servire la Patria non è una professione, è una missione. Io non faccio politica pensando alle prossime elezioni. Cerco di pensare ai prossimi decenni. Vorrei lasciare alle mie figlie e ai nostri figli un’Italia più forte di quella che abbiamo ricevuto. Un’Italia che torni a credere in sé stessa, che ritrovi orgoglio, fiducia e consapevolezza della propria storia. Sogno un Paese che torni a mettere al centro la famiglia, quella composta da padre, madre e prole, perché senza famiglie forti non esistono comunità forti. Sogno un’Italia che torni a fare figli, perché la denatalità rappresenta una delle minacce più gravi che abbiamo davanti.
Un Paese che non genera più figli è un Paese che lentamente scompare. Sogno uno Stato che premi il merito, che garantisca sicurezza, che investa nella scuola, nella ricerca, nelle infrastrutture e nella difesa. Uno Stato che consideri le imprese e il lavoro una risorsa e non un problema. Vorrei un’Italia capace di guardare al futuro senza rinnegare le proprie radici. Un’Italia orgogliosa della propria identità, della propria cultura e delle proprie tradizioni. Un Paese libero, sicuro e prospero, dove i giovani possano costruire una famiglia, acquistare una casa, lavorare e guardare al domani con fiducia. Questa è l’Italia che immagino. Un’Italia che non abbia paura di essere sé stessa. Perché chi perde la propria identità, prima o poi perde anche il proprio futuro.
Generale, chiudiamo con un bilancio sulla vostra Assemblea Costituente a Roma, dove avete celebrato il traguardo dei 100 mila iscritti. Se da sinistra continuano a descrivere la crescita di Futuro Nazionale come un “incubo” politico, se ribaltiamo la prospettiva e ci concentriamo sulle grandi sfide globali, dalla denatalità alle pressioni geopolitiche: qual è oggi il vero “peggior incubo” di Roberto Vannacci per il futuro del nostro Paese? C’è una deriva o una minaccia per la nostra identità che la preoccupa maggiormente e che l’ha spinta a scegliere l’impegno politico in prima persona?
Il mio peggior incubo non è una sconfitta elettorale e non è nemmeno l’ostilità di qualche giornale o di qualche salotto televisivo. Il mio peggior incubo è un’Italia che smette di essere Italia. La mia Patria che diventa il paese di qualcun altro. Una nazione che rinuncia alla propria identità, che considera la propria storia un peso di cui vergognarsi, che non fa più figli, che smette di credere nel merito e nella responsabilità individuale, che perde la libertà di esprimere le proprie idee per paura del giudizio del politicamente corretto. Mi preoccupa un’Italia che si abitua al declino. Un’Italia che accetta passivamente di diventare sempre più vecchia, più debole, più dipendente dagli altri e meno consapevole di ciò che è stata. Mi preoccupa la denatalità, perché senza figli non esiste futuro.
Mi preoccupa l’immigrazione incontrollata, perché quando l’assimilazione viene sostituita dalla sostituzione culturale e dalla rinuncia alla propria identità, si rischia di dissolvere e diluire ciò che siamo. Mi preoccupa una società che smette di premiare il merito e che sostituisce la competenza con le quote, la responsabilità con l’assistenzialismo e la libertà con il conformismo. È stata questa consapevolezza a spingermi ad entrare in politica. Perché io non credo che il destino dell’Italia sia il declino. Credo che questo Paese abbia ancora energie straordinarie, uomini e donne straordinari e un patrimonio culturale, umano e spirituale unico al mondo. Alla Costituente di Roma abbiamo celebrato centomila iscritti.
Centomila italiani che hanno deciso di non rassegnarsi. Centomila persone che hanno scelto di credere che esista ancora un futuro per la nostra Patria. E allora il vero incubo non è Futuro Nazionale. Il vero incubo sarebbe abituarsi all’idea che non ci sia più nulla da difendere e nulla per cui valga la pena combattere e – se necessario – morire. Io, invece, credo che l’Italia meriti di essere amata, difesa e consegnata più forte ai nostri figli. Ed è per questo che continuerò a battermi. Sempre.
L'articolo Vannacci: “Io tessitore democristiano? Semplicemente un vero leader unisce, non divide. Il mio incubo? Un’Italia che si arrende alla disfatta” proviene da Affaritaliani.it.

“Io francamente penso che siano stati fatti molti errori, ma il fascismo è un crimine, non è un’opinione“. Sono le parole pronunciate a Battitori liberi, su Radio Cusano, da Moni Ovadia, intervenendo sulla clausola antifascista introdotta dalla fiera “Più libri più liberi”.
L’intellettuale ha risposto punto su punto alle accuse di “censura” mosse dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ribaltando la prospettiva: chiedere di ripudiare il fascismo non è un atto di esclusione ideologica, ma un presupposto di legalità repubblicana.
Ovadia esordisce con un paragone urticante per spiegare perché, a suo avviso, non si possa parlare di libertà di opinione quando si tratta del regime di Mussolini. “Il fascismo, come ha detto Gianfranco Fini, è un crimine assoluto. Allora non capisco che problema c’è nel firmare quella clausola”.
Per illustrare il concetto, l’artista ricorre a un’iperbole: “Se si chiedesse a qualcuno di dire che lui è contrario alla pedofilia e che lui pratica i valori del rispetto dei bambini, qualcuno direbbe qualcosa? No. La pedofilia non è un’opinione, è un crimine. Lo stesso è il fascismo. Dirsi antifascisti non è scontato, perché le destre italiane ancora si baloccano col fascismo. Cercano di infilarlo in tutti i modi. Uno dei modi sono le foibe“.
E spiega: “Le foibe sono state un crimine, vanno ricordate e vanno onorate le vittime. Ma le foibe sono il risultato dell’invasione fascista della Jugoslavia. Il 6 aprile 1941 i nazifascisti, senza dichiarare guerra, hanno invaso la Jugoslavia, commettendo crimini efferati. Quindi – continua – l’onore ai morti delle foibe dovrebbe escludere gli ex fascisti, perché loro fanno parte dell’eredità dei responsabili delle foibe. E invece ne approfittano per riabilitare il fascismo e criminalizzare i partigiani, quelli che ci hanno restituito la libertà”.
Poi lancia una bordata al presidente del Senato, Ignazio La Russa, noto per conservare in casa un busto del Duce. Ovadia sottolinea il paradosso di chi ricopre cariche istituzionali pur mantenendo legami simbolici con il passato regime e richiama le sue origini ebraiche: “Io dovrei dire a La Russa: vedi Ignazio, tu tieni il busto del duce. Se avesse vinto lui, io sarei partito attraverso i camini. Abbiamo vinto noi e tu sei presidente del Parlamento. Che cazzo ti balocchi ancora con quella testa pelata? Mussolini tra l’altro era un vigliacco, che si è imboscato nei camion tedeschi per fuggire”.
Per questo motivo definisce l’iniziativa degli editori “perfettamente lecita perché il fascismo è bandito dalla nostra Costituzione. La nostra è una costituzione antifascista“.
L’artista critica aspramente anche quella che definisce una tolleranza eccessiva verso i simboli del ventennio in Italia, invocando il decoro degli spazi comuni e sostenendo che “piazze e strade non devono essere oggetto di rituali fascisti”.
E spiega: “Noi abbiamo ancora nei luoghi pubblici gazzarre inscenate a ogni occasione da fascisti e giovani che non sanno niente ma che sono attratti da motti fascisti come “onore al duce”, “camerata qua, camerata là”, “presente”. In Germania vieni punito, perché da noi no? I fascisti lavorano sotterraneamente per cercare di abilitare quell’epoca. Il fascismo è la supremazia dell’uomo forte, è razzista, è discriminatorio”.
Poi torna sulla decisione di Più libri, più liberi: “Uno può anche non essere d’accordo, però è lecito che loro lo abbiano fatto. La presidente del consiglio, che io pensavo fosse più lungimirante, è intervenuta parlando di censura. Perché? Perché dire che tu devi dichiarare il tuo ripudio di un crimine che ha collaborato ai campi di sterminio, che ha assassinato, che ha fatto pulizie etniche e genocidi in Africa è una cosa che è censura?”.
E aggiunge: “Il professor Magris mi ha detto che ha avuto uno shock quando a Varsavia ha visto sfilare delle specie di milizie con la svastica al braccio. Bisogna far capire che è finita. Avete sentito le affermazioni antisemite in Fratelli d’Italia? Sono dentro in quel partito i fascisti“.
In chiusura, Ovadia demolisce qualsiasi residuo di fascino nostalgico verso la figura di Mussolini e ribadisce: “Poi facciano un po’ quel cazzo che vogliono. Non vogliono firmare il documento di Più libri, piùliberi? E non ci vadano. L’importante è che le loro gazzarre corporative le facciano nei circoli privati”.
L'articolo Ovadia: “La Russa è presidente del Senato perché hanno vinto gli antifascisti, la smetta di baloccarsi con quella testa pelata del duce” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sedotto e “abbandonato”? No, Donald Trump e Giorgia Meloni sono “sempre stati amici”. Il G7 in corso a Evian, dove i leader stanno affrontando i principali temi di politica ed economia globale, è stata anche l’occasione per un nuovo contatto tra il presidente americano e la presidente del Consiglio italiana. Il rapporto tra i due, ottimo fin da prima del ritorno del tycoon alla Casa Bianca, si era incrinato quando l’Italia aveva deciso di negare supporto militare agli Stati Uniti per sbloccare lo Stretto di Hormuz e, successivamente, quando si era esposta in difesa di Papa Leone XIV dopo gli attacchi di Washington: “Sono scioccato, non vuole aiutarci nella guerra – aveva commentato Trump – Io inaccettabile sul Papa? Lei lo è”.
Nella cittadina Svizzera, però, il clima appare più disteso, complice anche l’imminente firma del memorandum d’intesa tra Usa e Iran, il primo passo verso la fine della guerra alla Repubblica Islamica che si era trasformata per Trump in un mare di sabbie mobili che rischiava di risucchiarlo. Così, mentre il leader americano stava parlando col cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha buttato lì una battuta notando che nel frattempo si stava avvicindo Meloni: “Sono stato abbandonato“. Così il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, si è avvicinato a sua volta rivolgendosi alla premier italiana: “Siete di nuovo amici“, ha detto scherzando. Lei ha ribattuto: “Siamo sempre stati amici“.
Da quanto si apprende, però, c’è ben altro rispetto alle battute in pubblico. Fonti diplomatiche italiane fanno sapere che tra Meloni e Trump c’è stato un “incontro di chiarimento” senza “battute né scherzi”. Perché in fondo le cattive relazioni nuocciono a entrambi. All’Italia che aveva scommesso su una postura internazionale più sbilanciata su Washington che su Bruxelles e che, in caso di rottura, si troverebbe senza alleati di peso. A Trump perché il governo Meloni, dopo la fine dell’era Orbán in Ungheria, è quello con un minimo di peso rimasto tra gli Stati membri a poter rappresentare la posizione americana ai tavoli comunitari. In questo primo incontro, sostengono le fonti, non ci si è concentrati su singoli aspetti, ma ci si è limitati a un “utile scambio” nel corso del quale la premier italiana ha ribadito “quel principio di unità dell’Occidente che è assolutamente necessario in questo momento di grandi crisi internazionali”, principio chiarito “da entrambe le parti”. Nei momenti di pausa “ci saranno occasioni di approfondire ulteriormente”. E comunque, in futuro, sono previsti altri confronti.
Niente dichiarazioni pubbliche o esternazioni a effetto. Anzi, Meloni ha chiesto a Trump di mantenere buoni rapporti “senza lanciare segnali“, in maniera strategica. In questi mesi “c’era stata una certa chiarezza da parte di Meloni su alcune uscite pubbliche del presidente” Trump, in riferimento a quelle sul Papa, ed “è stato chiarito da parte di entrambi come è importante in questa fase il concetto di unità su cui” la premier “insiste sempre e crede realmente”.
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© Pool photo by Thibault Camus

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Giorgia Meloni ha giurato che finché governerà la destra, mai e poi mai in Italia sarà introdotta una tassa sui patrimoni. Di qualunque genere. Ha spiegato che l’Italia non è una repubblica delle banane. Non so che idea abbia Giorgia Meloni delle cosiddette Repubbliche delle banane. Di solito con questa espressione si allude a paesi dove le leggi sono vaghe e i ricchi comandano senza regole e non pagano le tasse. Sicuramente in nessuna Repubblica delle banane esiste una patrimoniale. In Europa, o almeno in molti paesi europei, tutti pagano le tasse. In alcuni paesi i ricchi ne pagano molte, in altri paesi ne pagano di meno. In alcuni paesi esiste l’evasione fiscale, in altri paesi non esiste o è molto ridotta. L’Italia è da sempre primatista in evasione fiscale. Ogni tanto qualcuno ricorda che se tutti pagassero le tasse in Italia non esisterebbe il debito pubblico e ci sarebbero molte risorse da investire nel welfare, nella scuola, nella sanità. Possiamo dire che sì, tra i paesi europei oggi l’Italia è quella che più di tutti assomiglia alle repubbliche delle banane.
Essenzialmente a due cose. La prima è molto semplice: fare pagare ai ricchi, anzi ai ricchissimi, una piccolissima percentuale di tasse in più di quella che pagano i poveri e i poverissimi. La seconda cosa riguarda proprio l’evasione fiscale. Tassando direttamente i patrimoni è più difficile sfuggire al fisco. Mi spiego: se ho uno yacht di 56 metri intestato a una società misteriosa con sede in qualche repubblica delle banane, non posso più dire che non è mio quello yacht e quindi non ci pago le tasse sul patrimonio. Perché il fisco mi risponde: non mi interessa di chi è, è un patrimonio e io lo tasso. O paghi o lo sequestro. Logico che una misura così stringente e così mirata ai grandi patrimoni faccia paura ai ricchissimi. Ed è abbastanza noto anche che solitamente i ricchi, anzi i ricchissimi, esercitano un notevole potere sui governi, in special modo sui governi conservatori e di destra. Nessun paese capitalista ha mai introdotto una tassa patrimoniale? Non è vero. Parliamo solo della più semplice delle tasse patrimoniali. L’imposta di successione. Da noi è pari a zero (giustamente) per i patrimoni inferiori ai tre o quattro milioni (un milione ad erede diretto), ed è irrisoria (al 4 per cento) sui patrimoni superiori, e solo per la parte eccedente il milione a testa. In quasi tutti gli altri paesi europei la tassa di successione è di cinque o dieci volte più alta. Se solo noi stabilissimo di applicare un regime fiscale per le successioni simile a quello francese (dove anche ai figli di persone molto ricche sono imposte tasse che arrivano fino al 45 per cento) raccoglieremmo una enorme quantità di denaro senza sfiorare nemmeno il portafoglio dei poveri, del ceto medio e persino dei moderatamente ricchi. La parte di popolazione che sarebbe costretta a versare qualche euro sarebbe non più del 5 per cento della popolazione italiana. Il novantacinque per cento, compresa gran parte della borghesia benestante, sarebbe del tutto estranea ad un provvedimento del genere.
E allora? Allora c’è una cosa non semplicissima da spiegare: cos’è il populismo dei ricchi. (Scrivo ricchi, ma continuo a intendere ricchissimi). È una tendenza naturale della parte più reazionaria e parassitaria della borghesia, in qualunque sistema capitalistico, che pone al centro di tutti i suoi valori la proprietà privata. La considera sacra, quasi un fatto religioso. La vede come un principio superiore a qualunque tipo di interesse collettivo o qualunque principio di giustizia sociale. Resta profondamente convinta che il deus ex machina di una buona società capitalistica sia la differenza sociale e l’allargarsi di questa differenza. A me, quando ascolto le grida irrazionali e irragionevoli di questo populismo – che con la forza economica che possiede riesce sempre a raccogliere attorno a sé e a fagocitare anche il populismo dei poveri – viene in mente un vecchio discorso di un vecchio papa, che non era particolarmente di sinistra ma era profondamente cristiano – come spesso succede ai papi – che si chiamava Paolo VI. Parlo, se non mi sbaglio, del 1967. Quando in un celebre e dimenticatissimo discorso all’Onu, e poi nell’enciclica “Populorum progressio” (per me la più bella, moderna e attuale di tutte le encicliche che conosco) spiegò che la proprietà privata sarebbe stata giusta e legittima solo quando fosse stata abolita la povertà. Altrimenti è legittima solo nella parte necessaria a soddisfare i propri bisogni. Sicuri che esistano molte persone che hanno bisogno di possedere qualche miliardo per pagarsi delle buone e squisite merende?
P.s. L’eredità di Del Vecchio ammontava a circa 30 miliardi. Applicando le regole francesi sulla successione lo stato avrebbe incassato circa 13 miliardi. Più o meno mezza finanziaria. Con le tasse di successione di una sola persona. Immaginate cosa si potrebbe ottenere dalle tasse di successione di 60000 persone.


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Intemerata del filosofo Massimo Cacciari a Otto e mezzo (La7), sul caso della fiera Più libri più liberi, in programma a dicembre a Roma, che quest’anno chiede agli editori di sottoscrivere una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione. La conduttrice Lilli Gruber spiega il disappunto della presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha definito l’iniziativa una forma di censura. E chiede al filosofo: “Ma non è ridicolo gridare alla censura?”. Cacciari non ci sta e replica stizzito: “Ma non è ridicolo parlare di questo, con tutto quello che sta passando per il mondo?”.
La giornalista precisa: “Lo devo fare perché l’ha fatto la presidente del Consiglio e perché anche oggi per tutta la giornata sono continuate le dichiarazioni”. “Allora è ridicola la posizione della Meloni esattamente come è ridicola la richiesta del patentino antifascista – rilancia l’ex sindaco di Venezia – L’antifascista non è tale perché firma patentini, lo è in quello che fa e in quello che ha fatto. E pochi sono antifascisti in questo senso, in questo Paese e in questa Europa”.
“Perché?”, chiede Gruber. “Perché essere antifascisti vuole dire condannare esplicitamente le politiche di Israele, non le pare? – risponde Cacciari – Essere antifascisti vuole dire assumere delle posizioni nette nei confronti di posizioni razzistiche, se non peggio, come quelle che emergono direttamente all’interno dei vertici del governo americano. Quello è essere antifascisti, non firmare patentini”. E aggiunge: “Croce si rifiutava di firmare patentini. E se mi chiedono di firmare un patentino per andare al Festival di Roma, non ci vado“.
La conduttrice ricorda che riguarda solo le case editrici e il filosofo si inalbera: “Ma è lo stesso. Se Adelphi, con cui pubblico i miei libri, firma il patentino, io non solo non vado a Roma, ma cesso di pubblicare con Adelphi. Ma scherziamo, ma che idiozia è? Che scandalosa idiozia è il patentino? Mamma mia, fa senso soltanto parlarne. Altra cosa è se a casa mia invito chi voglio: in quel caso, gli organizzatori di questo Festival sono padroni di invitare chi vogliono, visto che è casa loro. Ma non invitano col patentino, viva Dio. Ma che roba è? Dai, fa schifo”.
Gruber precisa che il “patentino” è un’espressione usata da Meloni e che la presidente della fiera, Anna Maria Malato, ha parlato solo di adesione ai valori costituzionali, rafforzata quest’anno ma senza intento censorio. Cacciari ribatte secco: a lui e ad altri editori non è mai stato chiesto prima.
L'articolo Cacciari a La7: “Il patentino antifascista? Fa schifo, è una scandalosa idiozia. Antifascismo è condannare Israele e il razzismo di Trump” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ed ora la presidente Giorgia Meloni urla contro la censura, i tanti media da Lei controllati ripetono e amplificano, con raro sprezzo del ridicolo.
Il patentino antifascista chiesto da Più libri più liberi, la fiera della piccola e media editoria, altro non è che l’impegno a rispettare la Costituzione, una richiesta formulata da centinaia di comuni quando viene richiesto l’utilizzo di una sala pubblica, proprio per evitare che in quelle sale si possano tenere eventi in contrasto con la Costituzione antifascista.
Meloni che urla contro la censura è la medesima che non ha mai reso noti i nomi degli spioni e spiati nella vicenda Paragon. Meloni che denuncia gli editori non ha mai recepito quella parte del Media freedom act, relativo alla tutela delle fonti, alla tutela dei cronisti da intimidazioni e denunce temerarie, per non parlare della Rai trasformata in agenzia del governo.
L’Italia meloniana ha preso il posto dell’Ungheria nel conquistare il primato per il numero di querele scagliate contro intellettuali critici, insegnanti, associazioni, disegnatori, giornalisti e, persino, storici. Vogliamo parlare delle campagne di aggressioni contro chi osa ancora porre domande e fare inchieste? Le ultime querele contro il Fatto e Report hanno l’obiettivo di intimidire chi ancora accende le luci sulle oscurità.
La campagna in atto, la trasformazione dell’aggressore in vittima, accompagnerà tutto il percorso della legge elettorale sino alle elezioni anticipate. Truffa elettorale e truffa mediatica marceranno insieme, starà a ciascuno di noi non cadere nella trappola, svelare l’inganno e promuovere una mobilitazione simile a quella realizzata per il referendum, ora e subito.
L'articolo Meloni grida alla censura, ma l’Italia ha il primato delle querele contro i giornalisti proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Questo è il governo della propaganda, non dei fatti. Era evidente a tutti quello che rischiava di succedere, quindi hanno costruito un capro espiatorio”. Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha spiegato a Ilfattoquotidiano.it la giravolta del governo Meloni nei confronti di Stellantis dal giorno in cui, nel novembre 2024, è stato allontanato l’ex amministratore delegato Carlos Tavares.
Fino a quel momento, il ministro delle Imprese Adolfo Urso aveva fortemente criticato l’impegno del gruppo guidato dalle famiglie Agnelli ed Elkann nel nostro Paese. Dopo, con l’arrivo di Antonio Filosa, l’atteggiamento è totalmente cambiato e il mirino per i mancati investimenti è stato puntato contro le regole europee sull’auto.
“In realtà – ha aggiunto Landini prima della celebrazione per i 125 anni della Fiom – anche dopo Tavares, la famiglia ha scelto di tagliare e non investire in Italia. Siamo di fronte a un governo che non si sta assumendo la responsabilità dello sviluppo industriale del nostro Paese, che non si realizza senza investimenti pubblici e privati. Chi rischia di pagare il prezzo sono le lavoratrici e i lavoratori. Noi lo accetteremo”.
L'articolo Stellantis, Landini al Fatto: “Il governo usa Tavares come capro espiatorio. Ma Agnelli-Elkann anche ora non investono in Italia” proviene da Il Fatto Quotidiano.


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Di fronte al fenomeno Vannacci rischia di riproporre l’antica dialettica tra Benedetto Croce e Piero Gobetti a proposito del fascismo: è una “parentesi”, sosteneva il filosofo napoletano; è “l’autobiografia della Nazione”, scriveva il giovane torinese. Da questa diversità di giudizi discendeva una grande divergenza politica.
Per Croce, il fascismo sarebbe stato in qualche modo riassorbibile da parte della democrazia: invece, per Gobetti, il fascismo era una mostruosità da circoscrivere e combattere con tutte le forze. Vannacci non è Mussolini, ovviamente, e non sarà in grado di distruggere la democrazia. Però potrà corroderla dal di dentro, facendosi interprete di un vastissimo “umor nero” che sale da tutti gli angoli del Paese, così da incarnare una forma inedita di “rossobrunismo” sulla falsariga della tedesca Afd.
Potrebbe dunque essere, il vannaccismo, una risposta di tipo weimariano alla crisi della politica. Bisognerebbe che Giorgia Meloni si ponesse all’altezza di una riflessione seria e non meramente tattico-elettoralistica di questo problema. Un problema che interpella lei e la sua avvenuta, o non avvenuta, maturità democratica. Diversi osservatori ritengono che la leader di Fratelli d’Italia finirà con allearsi con Futuro nazionale perché ha bisogno di quei voti per aggiudicarsi il premio di maggioranza e formare il Meloni 2 e magari eleggere il nuovo presidente della Repubblica.
C’è una seconda ipotesi ancora più cinica: lasciare che Vannacci vada da solo pescando consensi certo alla Lega e un po’ a Fratelli d’Italia, ma ritrovando con lui dopo le elezioni un’intesa parlamentare. In entrambi i casi – con più evidenza nel primo – Forza Italia non potrebbe che uscire da un centrodestra diventato pienamente destra e anzi estrema destra.
Una maggioranza FdI-Lega-Fn sarebbe indigeribile per i forzisti orfani di Silvio Berlusconi oltre che ovviamente per l’altra metà del Paese che radicalizzerebbe le proprie posizioni: un quadro da guerra politica ad alzo zero. Meloni, in questa ipotesi, sarebbe una premier che aprirebbe la strada ad una involuzione del sistema politico senza precedenti.
Può benissimo darsi che lei consideri Vannacci una “parentesi” facilmente riassorbibile, ritenendolo un fenomeno passeggero e sopravvalutando se stessa, come cent’anni fa i liberali alle prese con Benito. Contando sulle arti persuasive del potere, in grado di sterilizzare la portata eversiva di Fn. Il rischio è enorme. Di certo l’accettazione della “sporca dozzina” del Generale nell’area della maggioranza politica determinerebbe la nascita di un polo laico abbastanza forte in Parlamento che sarebbe all’opposizione insieme a un campo largo radicale.
La presidente del Consiglio è dunque davanti a una scelta ricca di implicazioni di non breve momento. Vedremo se guarderà i propri interessi immediati tramite un’alleanza o prima o dopo il voto con i parafascisti di Vannacci o se, insieme alle altre forze politiche, contribuirà a stendere quel necessario e igienico cordone sanitario intorno all’ultimo avventuriero della vicenda italiana.
L'articolo Su Vannacci si misura la maturità democratica di Giorgia Meloni proviene da Linkiesta.it.


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di Nicolantonio Agostini
Nei giorni scorsi, intervenendo in Parlamento, Giorgia Meloni ha rivendicato con orgoglio un primato storico: la prima donna a guidare il governo italiano è stata espressa dalla destra. Si tratta senza dubbio di una novità importante. Ma il valore simbolico delle “prime volte” non dovrebbe impedire una domanda più scomoda: più donne al potere significano davvero meno corruzione, più cooperazione e più merito? Una parte della ricerca scientifica sembrerebbe suggerirlo. Diversi studi hanno evidenziato una correlazione tra maggiore presenza femminile nelle istituzioni e minori livelli di corruzione percepita. In media, le donne mostrano livelli leggermente più elevati di empatia e una maggiore sensibilità alle norme sociali, caratteristiche che possono favorire cooperazione, trasparenza e attenzione al bene collettivo.
Ma questo effetto non è automatico. E soprattutto non dipende soltanto dal genere di chi governa.
I comportamenti sociali sono il risultato dell’interazione tra predisposizioni individuali e ambiente. Esistono donne altamente cooperative e donne fortemente competitive o autoritarie, così come esistono uomini molto orientati alla collaborazione. Il punto decisivo è il contesto. Nei sistemi più gerarchici e competitivi non emergono necessariamente le persone più empatiche o trasparenti. Emergono quelle più compatibili con le logiche dominanti del sistema. In altre parole, le donne che raggiungono il vertice non sono automaticamente portatrici di modelli politici più cooperativi: spesso sono quelle che hanno saputo adattarsi meglio alle regole già esistenti.
Il caso italiano appare istruttivo. Il governo Meloni ha fatto del merito uno dei propri slogan più ricorrenti. Eppure, sul piano normativo, il bilancio appare più ambiguo. L’abolizione del reato di abuso d’ufficio e l’indebolimento delle norme sul traffico di influenze illecite vanno nella direzione opposta rispetto al rafforzamento degli strumenti di prevenzione della corruzione.
Ma non si tratta soltanto di leggi. Anche i messaggi politici contano. Quando Meloni arriva a definire le tasse una forma di “pizzo di Stato”, contribuisce ad alimentare una visione conflittuale del rapporto tra cittadini e istituzioni. E quando il ministro della Giustizia Carlo Nordio sostiene che esistano “mazzette modeste” sostanzialmente tollerabili, il confine tra legalità e illegalità rischia di diventare meno netto. In un contesto del genere, parlare di meritocrazia e di lotta alla corruzione diventa difficile. Perché il merito non può prosperare dove le regole sono percepite come negoziabili e la trasparenza non rappresenta una priorità. Senza controlli efficaci e responsabilità istituzionale, il merito resta uno slogan più che un criterio reale di selezione.
È qui che emerge il vero paradosso. Mentre si celebra, giustamente, la conquista simbolica della prima donna a Palazzo Chigi, si rischia di attribuire al genere qualità che appartengono invece alle istituzioni. La ricerca suggerisce che le donne possono contribuire a ridurre la corruzione e favorire la cooperazione, ma soprattutto quando operano all’interno di sistemi che premiano trasparenza, responsabilità e rispetto delle regole.
La lezione è semplice: non basta cambiare il volto del potere per cambiare il funzionamento del potere. Se davvero vogliamo meno corruzione, più cooperazione e più merito, la questione decisiva non è chi governa, ma quali regole vengono rafforzate e quali, invece, vengono progressivamente indebolite.
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di Roberto Celante
La fiera “Più libri più liberi” chiederà agli editori di sottoscrivere una dichiarazione di antifascismo per partecipare all’edizione 2026. “È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono”. Così ha commentato Giorgia Meloni sui social, concludendo: “La censura è incompatibile con qualsiasi società democratica”.
In realtà, è il fascismo ad essere incompatibile la democrazia, proprio perché non ammetteva alcun dissenso: aveva dichiarato decaduti i deputati appartenenti agli altri partiti, che aveva sciolto, così come i sindacati; aveva chiuso alcune testate giornalistiche ed imposto la censura preventiva a quelle superstiti; aveva istituito un Tribunale Speciale per condannare gli antifascisti al confino e al carcere; aveva assassinato gli avversari più irriducibili, in Italia e all’estero. Aveva dichiarato guerra al mondo intero, mandando a morire centinaia di migliaia di giovani e aveva portato il conflitto sul suolo nazionale, distruggendo un intero Paese. Questo fu il fascismo, ed è per questo che la XII^ Disposizione transitoria e finale della Costituzione ne vieta la riorganizzazione.
Sarebbe già questa una spiegazione sufficiente. La Premier, tuttavia, ha citato la libertà di pensiero, riconosciuta dall’art. 21 Cost., pur dovendo sapere che esso non tutela qualunque manifestazione del pensiero, a prescindere dal contenuto.
La legge, infatti, punisce le fattispecie di vilipendio (artt. 278 e 290 c.p.), così spiegate nientemeno che dalla Cassazione: “Quando la manifestazione di pensiero sia diretta a negare ogni rispetto o fiducia all’istituzione, inducendo i destinatari al disprezzo o alla disobbedienza, non può parlarsi di mera critica bensì di condotta vilipendiosa” (Cass. Pen. Sez. I, sentenza n. 7386/1978).
L’art. 302 c.p. punisce l’istigazione a commettere alcuno dei delitti contro la personalità dello Stato puniti con l’ergastolo o con la reclusione. Contrariamente rispetto alle istigazioni per crimini comuni, all’art. 302 c.p. la tutela penale è anticipata al livello del pericolo astratto che si verifichi quanto atteso dalla condotta istigatrice, per la gravità delle possibili conseguenze.
Vilipendio ed istigazione sono, quindi, forme di manifestazione del pensiero che si pongono al di fuori della tutela costituzionale, per l’intrinseca astratta pericolosità che le connota. Per la stessa ratio, identico trattamento è riservato alla condotta di apologia di fascismo, reato introdotto dalla c.d. “Legge Scelba” (L. 645/1952), che all’art. 4 punisce l’apologia del fascismo, ovvero la condotta di chi fa propaganda per la riorganizzazione del disciolto partito fascista, e di “chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”.
Eppure, l’art. 21 Cost. è lungo, ma non c’è un solo comma che stigmatizzi espressamente il vilipendio verso gli organi costituzionali, l’istigazione a commettere reati contro l’assetto democratico della Repubblica e l’apologia del fascismo. Il limite si ricava dal sistema democratico e libertario edificato dalla Costituzione, che sarebbe a rischio, se fosse riconosciuta la libertà di manifestare un pensiero non solo incompatibile con la democrazia e le libertà garantite dalla Costituzione, ma anche suscettibile di diffondersi e scatenare condotte pericolose, volte a destabilizzare, svilire o rovesciare l’assetto democratico della Repubblica.
L’ideologia fascista, quindi, non può avere cittadinanza in un ordinamento democratico, né ha tutela costituzionale, perché essa rappresenta un pericolo per la sopravvivenza della democrazia e di tutti i diritti costituzionali. Ecco perché la Repubblica italiana è fieramente antifascista: se ciò disturba la Premier, che ha giurato sulla Costituzione, non le resta che rassegnare rapidamente le proprie dimissioni.
L'articolo Presidente Meloni, l’Italia è fieramente antifascista: lo accetti o si dimetta proviene da Il Fatto Quotidiano.
È “censura“, dice Giorgia Meloni, chiedere alle case editrici che partecipano a una fiera di firmare una dichiarazione di antifascismo. Nel mirino c’è Più libri più liberi, l’evento che si svolge a dicembre alla Nuvola dell’Eur di Roma e che l’anno scorso aveva visto un gruppo di editori protestare contro la presenza della casa editrice di destra Passaggio al Bosco il cui catalogo, aveva denunciato un gruppo di ospiti della manifestazione, si basa “in larga parte sull’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita”. Nei giorni scorsi Francesco Giubilei sul Giornale ha scritto che tra le novità della prossima edizione (dal 4 all’8 dicembre) ci sarà appunto la necessità di firmare una “dichiarazione di antifascismo”, mentre fino all’anno scorso era richiesta una più generica adesione a “tutti i valori espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani”. Il presidente dell’Associazione italiana editori Innocenzo Cipolletta ha confermato: “Agli editori che intendono esporre a Più libri più liberi chiediamo di affermare il proprio antifascismo” perché “il richiamo all’antifascismo esplicita semplicemente il fondamento costituzionale della nostra democrazia“.
“Per partecipare”, commenta dunque la presidente del Consiglio sui social, “le case editrici dovranno ottenere quest’anno il “patentino antifascista”, sottoscrivendo un’apposita dichiarazione. È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono. La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica“.
L’uomo del momento, il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci, sottoscrive compiaciuto e, dall’assemblea costituente del suo partito all’Auditorium della Conciliazione, fa sapere che Meloni “ha perfettamente ragione” perché “in un Paese dove la libertà di espressione è in Costituzione questa libertà di espressione non deve essere soggetta ad alcun patentino, sia esso di antifascismo o di anti non so che cosa”. Segue un esempio che ritiene calzante: “Se io domani volessi fare l’elogio della monarchia, non vedo perché non potrei farlo visto che è una libertà di espressione, poi sarà il popolo italiano a decidere se la monarchia o se il livello che ho intenzione di pubblicare sia opportuno o non sia opportuna sia da buttare in un cestino. A me non piace vivere in un Paese dove per parlare ti devi dichiarare che sei di una parte piuttosto che dell’altra, a me piace vivere in un Paese dove le espressioni che vengono esternate vengono giudicate sulla base delle argomentazioni e non sulla base dei divieti o della censura”.
Sui social ha replicato intanto a Meloni il leader M5S Giuseppe Conte: “Nulla da dire e da fare sull’inchiesta per corruzione sul Ponte dello Stretto, con progetti fallimentari e 13,5 miliardi bloccati ma che sarebbero utili per infrastrutture, scuole, sanità. Fallite, ritirate o bocciate dai cittadini le riforme su giustizia e sanità, mentre esplodono le code sia in tribunale che in ospedale. Vertici internazionali vitali per i nostri interessi con la sedia dell’Italia che rimane vuota perché preferisce presentare un francobollo o la escludono. E allora Meloni va sull’usato sicuro: polemica domenicale surreale sulla fiera del libro e sull’antifascismo”. E continua: “Giustamente oltre all’ossessione nei miei confronti adesso ha l’ossessione per Vannacci, che cresce grazie ai suoi fallimenti e ai suoi tradimenti. Un piccolo quesito: ma quando si occupa dell’Italia, del carovita e delle aziende che chiudono? Quattro anni zero riforme”.
“Le parole di Giorgia Meloni sono vergognose. È comprensibile che la competizione con Vannacci renda la Presidente del Consiglio assai nervosa, ma le ricordo che ad aver giurato sulla Costituzione antifascista è anzitutto lei”, commenta il senatore del Pd Marco Meloni in una nota. “Se per inseguire l’elettorato più estremo e nostalgico intende negare le radici costitutive della Repubblica, proprio mentre celebriamo gli 80 anni dell’Assemblea costituente, dimostra di essere rimasta nell’ambiguità dalla quale del resto trae origine il suo movimento politico, simboleggiata dalla fiamma e ribadita nelle scorse settimane con la celebrazione di uno dei capi del regime di Salò come Giorgio Almirante e con l’assenza del gruppo di Fratelli d’Italia all’intitolazione a Giacomo Matteotti del banco che occupava alla Camera dei Deputati prima di essere ucciso dai fascisti. Chi rifiuta di definirsi antifascista – conclude l’esponente dem – non è degno di rappresentare l’Italia“.
“Con tutto quello che accade in Italia e nel mondo, Giorgia Meloni non trova di meglio da fare che parlare di una fantomatica “censura antifascista”. Pensa di rincorrere Vannacci con questi argomenti ridicoli”, sostiene dal canto suo il capogruppo M5S al Senato Luca Pirondini. “Il problema grosso è che lo fa da Presidente del Consiglio che ha giurato sulla Costituzione, che fino a quando non verrà riscritta da Meloni o Vannacci, è e rimane antifascista. Se c’è qualcuno o qualcosa che cancellava le idee degli altri, quello era proprio il fascismo. Meloni vuole passare il tempo che le resta gareggiando con Vannacci a chi sta più a destra? Sono veramente messi malissimo”.
Aggiunge un altro tassello la vicepresidente M5S Vittoria Baldino: “”La censura è incompatibile con qualsiasi società democratica”. Prendo nota Presidente”, scrive su Facebook. “Dunque immagino che lei voglia chiedere scusa ad Antonio Scurati e Serena Bortone perché nel 2024, alla vigilia del 25 aprile, Scurati voleva recitare nel programma di Bortone un monologo antifascista. Gli è stato impedito. Si chiama censura preventiva. Chieda scusa a Sigfrido Ranucci per aver tentato di mettergli il bavaglio, attraverso tagli di puntate, cambi di palinsesto e varie minacce di querele e richieste di non messa in onda dei suoi servizi da parte di esponenti della sua maggioranza. Anche questa si chiama censura preventiva e intimidazione. Chieda scusa a tutti i giornalisti che avete querelato per aver osato fare il loro mestiere: il cane da guardia del potere. So che non siete abituati ad accettare critiche, ma si chiama “censura indiretta” ed è oggetto di una direttiva europea, la direttiva SLAPP che il nostro Paese deve recepire entro l’anno. Ecco, se non concepisce, come dice, la censura, faccia ratificare questa direttiva al più presto per proteggere tante e tanti giornalisti che ogni giorno si vedono recapitare richieste di risarcimento sproporzionate da parte di suoi colleghi di governo”.
Per Nicola Fratoianni di Avs le dichiarazioni di Meloni sono la prova che “evidentemente non è antifascista”: “Oggi con il suo attacco alla Fiera “Più Libri Più Liberi” lo conferma ancora una volta. Dichiararsi antifascista in modo limpido e sereno non vuol dire censurare qualcun altro, ma rispettare i valori della nostra Costituzione. È ora che gli italiani si accorgano fino in fondo a chi hanno affidato in questi anni il nostro Paese: ai nipotini del Ventennio. È ora di accompagnarli gentilmente da dove sono venuti”.
“L’antifascismo è il valore fondante della nostra Costituzione e quindi della nostra democrazia”, rincara Angelo Bonelli, deputato AVS, co-portavoce di Europa Verde. “Negarlo, come ha fatto la Presidente del Consiglio con il suo post su X, significa non accettare le basi costituzionali del nostro ordinamento democratico. E questo è gravissimo. Non è un caso che quel post arrivi il giorno dopo la manifestazione scandalosa sulla cosiddetta ‘remigrazione‘, organizzata da CasaPound, Fronte Skinheads e Fortezza Europa, e a ridosso del congresso di Vannacci. Con il post di oggi Giorgia Meloni ha deciso di rincorrere il voto dell’estrema destra e fascista, e per farlo non si fa scrupoli di voltare le spalle alla nostra Costituzione e a chi ha dato la vita per consegnarci la democrazia. Ieri per le strade di Roma sono risuonati slogan inascoltabili: ‘immigrato pezzo di merda’, ‘musulmano pezzo di merda’, ‘l’antifascismo è mafia’, ‘viva il Duce’. Di fronte a tutto questo, Giorgia Meloni ha ritenuto di non dover pubblicare alcun post, alcun comunicato, alcuna parola di condanna”. Eppure oggi trova il tempo per difendere chi non vuole sottoscrivere una dichiarazione antifascista per partecipare a una fiera dell’editoria”.
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A pochi giorni dal Consiglio europeo del 18-19 giugno e del vertice Nato di inizio luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto in Aula che in Ucraina il fronte non avanza perché «completamente circondato da droni» e che un carro armato da milioni di euro può essere distrutto da un drone che ne costa 20.000. Da qui l’idea che il dibattito sulla difesa non dovrebbe più riguardare solo quanto si spende, ma per cosa. L’osservazione, presa da sola, è corretta. L’uso che se ne fa, però, rischia di essere fuorviante.
Il dato sui droni è fondato. Tra il 2022 e il 2025 la produzione ucraina di droni FPV (con visuale in prima persona) è cresciuta di circa mille volte; l’obiettivo di Kyjiv per l’anno in corso è superarne gli otto milioni di pezzi. Una «dronizzazione senza militarizzazione», per usare la formula di Lesia Bidochko, con un prodotto interno lordo pari a un dodicesimo di quello russo e un bilancio della difesa quattro volte inferiore.
Ma quei droni risolvono un problema preciso: bloccare l’avanzata di un esercito di terra lungo un fronte stabile di oltre mille chilometri, in una guerra di logoramento dei mezzi corazzati. È la guerra che l’Ucraina è costretta a combattere. Non è, almeno per ora, la minaccia con cui l’Italia deve fare i conti.
Il problema dei droni che riguarda davvero l’Italia ha un’altra forma. Nell’autunno scorso sciami non identificati hanno chiuso l’aeroporto di Monaco, sorvolato basi militari in Belgio e diversi scali in Danimarca e Norvegia: episodi che i governi coinvolti hanno definito come operazioni di matrice professionale all’interno di una campagna ibrida. A fine maggio un drone Geran-2 attribuito alla Russia ha colpito un palazzo residenziale a Galați, in Romania – «alleato e membro dell’Unione europea», ha ricordato la stessa Meloni.
Sono due storie diverse. Nella prima il drone è un’arma d’attacco a basso costo che compensa l’inferiorità in mezzi corazzati. Nella seconda è uno strumento di ricognizione, intimidazione e sabotaggio che si muove sotto la soglia della guerra aperta, ovvero nella «zona grigia». Nel primo caso il problema è procurarsi droni d’attacco economici. Nel secondo è costruire una capacità di sorveglianza e neutralizzazione, lo «scudo anti-drone» che lo stesso governo indica come priorità nei fondi Safe. Sono capacità diverse, filiere industriali diverse: non si comprano con la stessa riga di bilancio.
C’è poi un secondo equivoco, più politico. Nello stesso discorso, Meloni ha annunciato che l’Italia arriverà al vertice Nato con una spesa per «difesa e sicurezza» al 2,8% del Pil, in crescita dello 0,71% «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio» – e qui c’è il tentativo di tenere assieme il tema della credibilità internazionale e le pressioni “da destra” di Roberto Vannacci. Il target Nato fissato all’Aia prevede il 5% entro il 2035, diviso in 3,5% di spesa militare in senso stretto e 1,5% di sicurezza allargata. Ma sui due strumenti che dovrebbero tradurre quelle percentuali in capacità – i 14,9 miliardi di prestiti Safe, ancora senza contratti ammissibili, e l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, la Nec, che scomputerebbe fino all’1,5% di Pil di spesa militare dai vincoli europei – il governo non ha deciso nulla, rinviando tutto a dopo l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzi eccessivi. Si esibiscono le percentuali, si tace sulle leve che le renderebbero vere.
È su questo terreno – duro, costoso, poco fotogenico – che si gioca davvero la partita. Dire che «per cosa» conta più di «quanto» è di per sé un argomento legittimo: i target in percentuale di prodotto internazionale sono uno strumento grezzo, e diversi analisti lo ripetono da anni. Un altro elemento decisivo, per esempio, è l’interoperabilità. Ma se l’esempio scelto è un drone economico al posto di un carro armato costoso, la formula rischia di servire soprattutto a rendere indolore, agli occhi dell’opinione pubblica, una discussione che indolore non può essere.
Le lezioni utili che l’Ucraina offre all’Italia esistono, e non stanno sugli scaffali dei droni. Riguardano la capacità di un’industria della difesa di passare dal prototipo alla produzione di massa in mesi, non anni, attraverso reti di piccole imprese, non solo grandi gruppi. Riguardano il ritorno d’esperienza dei sistemi Samp/T italo-francesi, già impiegati a difesa dei cieli ucraini, utile per l’ammodernamento della difesa aerea nazionale. Riguardano, infine, la resilienza della società di fronte ad attacchi che non somigliano a un’invasione ma a un logoramento quotidiano – la stessa zona grigia in cui, non in Donbass, si gioca oggi la sicurezza dell’Italia.
Il vertice Nato è la sede giusta per la discussione che la presidente del Consiglio vuole aprire. Ma se la mappa resta quella del fronte ucraino, l’Italia rischia di prepararsi alla guerra sbagliata. O, peggio, di usare l’esempio sbagliato per non prepararsi affatto.
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Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.
A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.
L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.
Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.
Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.
Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.
Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.
Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.
Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.
Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.
Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.
Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.
