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Messico: il mondiale parallelo delle famiglie dei 135 mila desaparecidos

Messico

Mentre il Messico si appresta a dare il via alla Coppa del Mondo FIFA 2026, migliaia di persone, soprattutto donne, stanno organizzando una marcia fuori dallo stadio, nella capitale del Paese. “Non giocate con il nostro dolore” è il loro slogan, un grido che dà voce a oltre 134.000 persone scomparse che lo Stato sembra voler dimenticare.

A partire dall’11 giugno, la capienza complessiva per i singoli match nei tre impianti messicani scelti per il torneo FIFA sarà di oltre 184mila posti: lo Stadio Azteca di Città del Messico ospita fino a 83mila spettatori, il Monterrey nel Nuevo León 53.500 e l’Akron a Jalisco, 48mila. Nello stesso momento, secondo gli ultimi dati ufficiali del Registro Nazionale, le persone svanite nel nulla in Messico sono 134.845 (dal 1952 ad oggi). Significa che l’esercito dei desaparecidos messicani potrebbe riempire da solo l’intero Stadio Azteca durante la partita inaugurale lasciando fuori ancora una folla immensa, o che da solo supererebbe di gran lunga il numero di spettatori di una partita a Monterrey riempiendo quell’impianto per due volte e mezzo.

“In Messico ci sono più persone scomparse di quante assisteranno alla partita inaugurale di questi Mondiali”, ha confermato Edith Olivares Ferreto, direttrice esecutiva di Amnesty International Messico. L’organizzazione supporta da anni le associazioni dei familiari degli scomparsi che, proprio in occasione dei Mondiali, hanno deciso di sfruttare i riflettori globali e l’arrivo dei turisti per rompere il silenzio su un grave problema di cui si sta occupando anche l’ONU. Per farsi ascoltare da spettatori vicini e lontani, i collettivi hanno messo in campo una serie di iniziative nelle città che ospiteranno le partite.

Città del Messico: l’Axolotl rosa presidia lo stadio

I collettivi impegnati nella ricerca dei desaparecidos stanno organizzando una protesta pacifica in concomitanza con il match inaugurale all’Azteca (lo stadio che consacrò l’Argentina di Maradona nel 1986). “Non giocate con il nostro dolore” è il loro slogan, un grido che trasforma i numeri dei seggiolini degli stadi nei volti di chi non c’è più. Si prevede la partecipazione di migliaia di familiari che manifesteranno in onore dei propri cari, molti dei quali reclutati con la forza dai cartelli della droga o uccisi per aver opposto resistenza. In Messico, le sparizioni avvengono per molteplici ragioni, spesso legate alla criminalità organizzata. I gruppi criminali utilizzano frequentemente le sparizioni come strumento di controllo e intimidazione.

Nelle scorse settimane, sempre fuori dallo stadio di Città del Messico, sono stati affissi i manifesti con le foto degli scomparsi ed è stata avvistata anche una bizzarra mascotte, l’Ajolote Buscador (l’Axolotl cercatore), che è anche il simbolo della città in occasione dei Mondiali di calcio. Si tratta di una salamandra in grado di rigenerare quasi tutto il suo corpo se ferita e, per tale motivo, simbolo della resistenza delle famiglie che continuano a cercare i propri cari. Per rafforzare il concetto, la mascotte ha in mano una pala, attrezzo usato dai familiari per cercare i corpi.

L’album di figurine degli scomparsi a Jalisco

Nello Stato di Jalisco, il collettivo di Luz de Esperanza ha trasformato i classici avvisi di ricerca in figurine simili a quelle del celebre album ufficiale dei Mondiali, dove a indossare la maglia della nazionale messicana non sono più i calciatori, ma gli scomparsi. I manifesti sono stati affissi nei pressi del FIFA Fan Festival e nei luoghi più turistici della città di Guadalajara.

Il gruppo non è contro l’evento sportivo ma contesta apertamente il fatto che il governo locale abbia investito milioni di pesos nei preparativi per le quattro partite della fase a gironi, ignorando la crisi umanitaria di Jalisco, epicentro del crimine organizzato messicano e, secondo la Comisión Interamericana de Derechos Humanos, detentrice del record nazionale di sparizioni forzate: circa 16mila in appena dieci anni. “L’errore sta nello smettere di nominare coloro che devono essere nominati e nello smettere di cercare”, ha dichiarato all’agenzia EFE Héctor Flores, membro dell’organizzazione.

Mondiali blindati, cittadini abbandonati

Oltre ai fiumi di denaro stanziati a livello locale, a finire al centro delle polemiche è l’intera filosofia del piano di sicurezza nazionale, concepito per blindare il torneo ma non i cittadini. La strategia, battezzata piano “Kukulkán”, è nata per contenere i timori di un’escalation della violenza dei cartelli dopo la recente uccisione del leader del cartello Jalisco Nueva Generación, Nemesio Oseguera Cervantes, alias El Mencio. Il piano prevede il dispiegamento massiccio di 100mila uomini tra agenti di polizia, truppe dell’esercito e sicurezza privata per la sorveglianza dello spazio aereo, marittimo, terrestre e del cyberspazio, supportata da sistemi di monitoraggio continuo e di allerta precoce.

Un dispiegamento di forze e tecnologie senza precedenti che stride con la realtà del territorio: proprio nello Stato di Jalisco, lo scorso gennaio, sono stati trovati centinaia di resti umani in fosse comuni. Il ritrovamento non si deve all’efficienza dei reparti speciali o del monitoraggio statale, ma al lavoro autogestito dei collettivi di ricerca costituiti dalle famiglie delle persone scomparse.

A Nuevo León i manifesti apposti sulle fioriere del governo

Anche l’associazione United Forces for Our Disappeared in Nuevo León (FUNDENL) ha presentato la sua “nazionale messicana”: una squadra di 21 “giocatori desaparecidos”, ognuno con il proprio nome, numero e la data dell’ultimo avvistamento sulla maglia. Solo nel 2026, in questo stato sono scomparse 367 persone, di cui 262 risultano ancora disperse.

I membri dell’associazione hanno di recente denunciato un fatto increscioso, riportato anche dalla testata messicana La Jornada: il tentativo del governo dello stato di Nuevo León di coprire i volti e le foto degli scomparsi nella Plaza de las y los Desaparecidos a Monterrey, nascondendoli dietro a dei grandi vasi di fiori ornamentali. Il collettivo ha definito l’azione un’offesa alla società e ha risposto affiggendo i manifesti direttamente sui vasi, mostrando un simbolico “cartellino rosso” alle autorità locali per le sistematiche omissioni nelle indagini.

Tra fosse comuni e narco-politica, l’Onu lancia l’allarme sul Messico

Nonostante l’introduzione di meccanismi giuridici internazionali, le sparizioni forzate rimangono una ferita aperta. I collettivi sottolineano come le riforme legislative promesse non siano mai state attuate. “Otto anni dopo la creazione della Commissione locale di ricerca mancano ancora piani concreti, come l’istituzione di programmi di medicina legale presso l’Universidad Ciudadana di Nuevo León”, attacca FUNDENL. Al momento sarebbero oltre 70mila i corpi non identificati in custodia dello Stato.

Il dramma messicano è da tempo uscito dai confini nazionali per diventare un caso internazionale. Lo scorso aprile, il comitato dell’ONU che si occupa di sparizioni (CED) ha attivato una procedura d’emergenza (l’articolo 34) e ha chiesto di portare il caso del Messico davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Per la CED le sparizioni in Messico non sarebbero casi isolati, ma così diffusi e sistematici da essere definiti “crimini contro l’umanità”.

La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha negato tali accuse sostenendo che per parlare di crimini contro l’umanità servirebbe una politica deliberata di attacco ai civili da parte dello Stato, mentre la colpa delle sparizioni sarebbe da imputare esclusivamente ai cartelli della droga e alla criminalità organizzata.

Secondo la CED, tuttavia, ci sono prove che in molti casi i funzionari pubblici e la polizia avrebbero favorito i criminali attraverso l’omertà e la complicità. Di fronte a una crisi che le autorità locali non riescono più a gestire, l’ONU ha chiesto alla comunità internazionale di inviare in Messico aiuti finanziari e specialisti. Si vogliono mappare le fosse comuni, analizzare i resti umani non ancora identificati e indagare sui legami corrotti tra politica e narcotraffico; ma si vuole anche garantire protezione ai familiari che rischiano la vita per cercare i loro cari.

Nonostante la presidente del Messico abbia difeso l’operato del governo, ha comunque dovuto riconoscere i gravi ritardi delle procure locali: “È meglio che il fascicolo venga aperto dall’inizio, perché questo garantisce la ricerca”, ha dichiarato, lasciando aperta la porta a un cambio di rotta istituzionale che le famiglie degli scomparsi aspettano da anni.

Nove “madres buscadores” su dieci subiscono violenze

Le donne, le cosìdette madres buscadoras, sono la vera forza trainante di questa battaglia. Si organizzano, battono le strade, scavano sotto terra, visitano gli obitori e si spingono fino alle zone controllate dai cartelli per cercare le persone scomparse. Una dedizione che pagano a carissimo prezzo.

Secondo un rapporto di Amnesty International relativo al 2025, il 97% delle donne impegnate nelle ricerche ha riferito di aver subito violenze. I rischi includono: minacce (45%) ed estorsioni (39%); aggressioni fisiche (27%) e sfollamento forzato (27%); torture (10%), rapimenti (6%), violenze sessuali, ma anche omicidi.

Tra il 2019 e il 2024, ben 16 attivisti impegnati nelle ricerche sono stati assassinati. Tredici di loro erano donne. Madri che hanno pagato con la vita la colpa di aver cercato una verità che spesso si nasconde sotto terra, a pochi passi dagli stadi di questi Mondiali.

A tutto questo si aggiunge lo stigma sociale. Una donna su due viene colpevolizzata o isolata dalle autorità e persino dalle proprie comunità. Il logorio è anche economico: “Essere ricchi o poveri non è la stessa cosa”, denunciano molte madri nel report. “Se scompare un ricco la procura si muove subito; per mio figlio non riesco nemmeno a fissare un appuntamento”. Ma è anche sanitario: il 70% dichiara gravi problemi di salute fisica e mentale. Araceli Rodríguez, che cerca suo figlio da 15 anni, racconta di aver avuto difficoltà a respirare e di aver perso i denti per lo stress. 

Le procure aspettano tre giorni prima di denunciare una scomparsa

Nonostante ciò, solo il 17% delle donne denuncia le aggressioni subite durante le ricerche, a causa della totale sfiducia nelle istituzioni e della percezione di una forte collusione tra funzionari pubblici e criminalità organizzata. Anche gli investigatori e i tecnici forensi molto spesso non dispongono della formazione e delle risorse necessarie per svolgere il loro lavoro, mentre testimoni e vittime sono spesso terrorizzati da ritorsioni per aver collaborato alle indagini e le autorità non sono in grado o non sono disposte a proteggerli. Sebbene l’emittente KYMA abbia recentemente riportato l’ennesima direttiva per eliminare formalmente ogni attesa, molte procure locali continuano illegalmente a chiedere alle famiglie di aspettare 72 ore prima di avviare le ricerche.

Ora, mentre i riflettori del mondo si accendono sugli stadi, i familiari degli scomparsi chiedono che il governo accetti l’aiuto e le tecnologie di altri Paesi. “Mentre decine di milioni di persone in tutto il mondo si preparano a seguire quella che la FIFA definisce ‘la più grande cerimonia di apertura del mondo’, migliaia di donne coraggiose in Messico coglieranno l’occasione per scendere in piazza e ricordare che le ricerche continuano”, conclude Edith Olivares Ferreto, di Amnesty International.

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Sport e dintorni – Ma noi non ci saremo. Il mondiale degli altri

di Massimo Cervelli

Le guerre, le diseguaglianze, i cambiamenti climatici sono i veri protagonisti dell’imminente campionato Mondiale di calcio organizzato nel già difficile equilibrio dei paesi organizzatori: USA, Messico e Canada. Mentre l’ente promotore, la FIFA, parla di “armonia e rispetto”, dando l’indicazione di sorridere ed essere felici, gli Stati Uniti negano visti d’ingresso a membri di delegazioni ufficiali, a partire dall’IRAN, e ai tifosi provenienti dai paesi del sud del mondo…

Fra i tanti elementi tecnici e tecnologici che accompagnano le partite quest’anno ci sarà anche l’indice di stress termico (WBGT, Wet Bulb Globe Temperature) che farà scattare pause obbligatorie di 3 minuti per tempo.

Un mondiale extralarge, con 48 paesi partecipanti (16 europei, 10 africani, 9 asiatici, 6 sudamericani, 6 americani e la Nuova Zelanda, rappresentante dell’Oceania) che insegue l’ambizioso obiettivo di incassare più di 10 miliardi di dollari. Lo sponsor principale sarà la saudita ARAMCO, la più grande compagnia petrolifera ed energetica.

Insomma, tanti elementi su cui riflettere, ben oltre ai destini del pallone…

Un Mondiale a cui, per la terza volta consecutiva, l’Italia non partecipa, ma con la presenza di molte rappresentative di paesi che hanno consistenti comunità migranti. Ed è stata proprio la curiosità sul modo delle varie comunità di vivere la Coppa del Mondo, di seguire assieme le partite che ha rappresentato la molla di questa trasmissione radiofonica, offrendo un’occasione per parlare dei loro paesi e delle loro comunità.


Il programma di Novaradio in collaborazione con Massimo Cervelli, in avvicinamento al Mondiale di Calcio. Tutti i lunedì alle 12.00, si parlerà del Mondiale che si disputerà in Usa, Canada e Messico, da un punto di vista più politico che sportivo, con uno sguardo ad alcuni dei paesi partecipanti. Lo faremo insieme ad ospiti vari che rappresenteranno il punto di vista delle varie comunità straniere di Firenze e non solo.

  • Podcast Puntata Zero – Anticipazioni sulle prossime puntate e curiosità di questo nuovo Mondiale a 48 squadre, tra paesi esordienti, guerre in corso e le trame politiche della FIFA  (trasmissione dell’11 maggio 2026)
  • Podcast Puntata 1 – Canada, USA, Messico. Le nazioni ospitanti (trasmissione del 18 maggio 2026)
    Ospiti: Brett Auerbach Lynn; traduttore, copywriter ed editor di madrelingua inglese, con doppia nazionalità statunitense e canadese. Abita a Firenze dal 2009. Ha collaborato con diverse istituzioni culturali e case editrici della città. Grande appassionato di calcio, tifoso dell’Arsenal e della Fiorentina. Leonardo Molinelli, giornalista fiorentino (mugellano) di nascita, vive a Toronto dal 2010, oggi producer per Omni News italiano, media televisivo dove lavora dal 2017.
  • Podcast Puntata 2 – Iran (trasmissione del 25 maggio 2026)
    Ospiti: Manhaz Lamei e Sara Mirkamali dell’associazione Hamseda Firenze.
  • Podcast Puntata 3 – Congo e Senegal (trasmissione del 1 giugno 2026)
  • Podcast Puntata 4 – Colombia e Messico (trasmissione dell’8 giugno 2026)

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1958. L’altra volta che non andammo ai Mondiali

Quelli ospitati in Svezia nel 1958 furono i primi Mondiali di calcio in cui la nazionale italiana non riuscì a qualificarsi alla fase finale. Alla competizione del 1958 ed ai suoi “dintorni” è dedicato il volume 1958. L’altra volta che non andammo ai Mondiali (Rogas 2018) di Bruno Barba, ricercatore di Antropologia del Dipartimento di Scienze Politiche – Scuola di Scienze Sociali – dell’Università di Genova, studioso del meticciato culturale e del sincretismo religioso del Brasile, oltre che dei significati antropologici del calcio [gh.t.].

«Nel 1958 la Svezia ospitò un Mondiale elettrizzante e spettacolare, che vide le gesta di Pelé, Garrincha e di un Brasile assurto finalmente alla gloria del calcio dopo la “tragedia del Maracanã” di otto anni prima. Analogie, ricordi, narrazioni del tempo passato che spingono a varie riflessioni. Com’era il Brasile, com’era il mondo, com’era l’Italia e com’era il calcio dell’epoca? Tra speranze di pace e conservatorismo politico, bossa nova brasiliana e l’immortale Volare di Modugno, boom economico nascente e tensioni da guerra fredda, conquiste spaziali e rock and roll, questo testo è l’occasione per focalizzare l’attenzione su “un anno decisivo” come si disse allora. Con il calcio che funge da più che un pretesto per leggere dinamiche sociali, eroi, fatti antichi e nuovi della nostra vita».

Sport e dintorni – serie completa

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