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Asse sino-coreano-russo vs Occidente, è già guerra fredda pensando al nucleare

A sette anni di distanza dalla sua ultima visita, Xi Jinping è tornato in Corea del Nord per incontrare Kim Jong-un. Lunedì 8 giugno il Presidente cinese, accompagnato dalla consorte Peng Liyuan è stato accolto in pompa magna all’aeroporto di Sunan dal leader nordcoreano e dalla first lady Ri Sol-ju. Ventun colpi di cannone sono risuonate in piazza Kim Il-sung, adornata per l’occasione con le gigantografie di entrambi i leader, affiancate da uno striscione riportante la scritta “L’amicizia sino-coreana è eterna”. Il drappello diplomatico a seguito di Xi, comprendente il ministro degli Esteri Wang Yi, quello della Difesa Dong Jun, e il ministro del Commercio Wang Wentao, mostra l’importanza che il Dragone ha riposto in questo summit.

Carlo Andrea Mercuri offre degli spunti molto interessanti sulla rivista di geopolitica Lumina. Egli stesso è un giovane collega, analista specializzato nell’area Indopacifica. Autore del libro “Verità a Stelle e Strisce” (2017), collabora con diverse testate per le sezioni esteri, occupandosi soprattutto dei Paesi dell’area asiatica.

Se per la Cina il vertice è stato funzionale a riequilibrare i rapporti con Pyongyang, per Kim Jong-un questa due giorni di incontri può riassumersi come un autentico successo. Il regime, ospitando il Presidente della seconda potenza mondiale, dimostra al mondo che un certo isolamento, dovuto anche a motivi geografici, è oggi un opaco ricordo di un passato ampiamente superato. La Corea del Nord ha ribaltato il suo posizionamento, sfavorito dal collocamento terracqueo, trasformandolo in un collocamento strategico molto importante per gli equilibri strategici dell’Eurasia, ritrovandosi nel mezzo di una sorta di corteggiamento politico sia da parte di Mosca che di Pechino.

La natura del conflitto la pone in un quadrante vitale per la coppia sino russa. Pyongyang può sfruttare a proprio vantaggio le attenzioni, sia dell’Orso russo che del Dragone cinese, ottenendo consistenti aiuti in settori fondamentali per la crescita e la stabilità del regime.Importante, e mai sottolineato a sufficienza è l’appoggio diplomatico garantito da due pesi massimi come Russia e Cina, che fornisce a Kim grande sicurezza a livello internazionale.

Il direttore del Pacific Unification Advisory Council Kang Chang-il ha ipotizzato un possibile incontro tra Kim e Trump in concomitanza con le elezioni di medio termine. Trump ha più volte tentato di coccolare la Corea del Nord, per riprendere il dialogo interrotto con il suo primo mandato, ma senza successo, almeno per il momento. Ritenere, come molti osservatori, che fra Stati avversari non esista un sottobosco di dialogo fra intelligence, è un errore che ha caratterizzato tutti i conflitti, ponendo alla storia molti interrogativi irrisolti negli archivi secretati.

Comprendere, altresì, che è da lì che vengono elaborate le vere strategie e si mettono in pratica gli ordini superiori, non è una forma di complotto alla James Bond, quanto una realtà seguita in maniera chirurgica dal giornalismo di altre nazioni, come il Regno Unito, gli Stati Uniti, la Cina e persino l’India, il cui servizio di 007 è giunto al quarto posto in importanza a livello globale. Gli analisti geopolitici hanno un accesso debitamente limitato nelle informazioni sensibili, ma con la loro credibilità ottenuta sul campo, ottengono una possibilità di ragionare ed esprimere fatti più approfonditi rispetto agli altri.

Se l’incontro si terrà davvero, a partire avvantaggiato sarebbe proprio Kim Jong-un che, rispetto al 2018, si presenterebbe con ben altro atteggiamento, sfruttando l’evidenza, ovvero che tutti cercano di corteggiare la Corea del Nord, almeno in quelle stanze dalle quali escono decisioni reali, che non passano sui media e arrivano solo, in parte e in modo indiretto, a determinate condizioni agli analisti di geopolitica. Per l’ importanza globale delle tematiche che affronta meriterebbe di diventare una materia di attenzione scolastica, che eleverebbe lo studente alle reali dinamiche del mondo.

La relazione bilaterale è stata al centro della due giorni di vertice, con Xi Jinping che ha scelto l’occasione per tentare di riavvicinare il leader nordcoreano, accostatosi a Vladimir Putin nell’ultimo biennio. Non casualmente, quello appena conclusosi in Corea del Nord è il primo viaggio all’estero dell’anno compiuto da Xi Jinping, dopo che il Presidente cinese ha accolto a Pechino Trump e Putin in maggio. La sensazione è che si stia lavorando ad un’ Asse Pechino-Pyongyang-Mosca aperta al confronto con gli Stati Uniti di Trump, che non può più permettersi di fare blocco a sé, come superpotenza unipolare.

Ed è in quest’ottica che va letta la sua stoccata alla UE, che “non è servita nella guerra con l’Iran”, per rimarcare la forza americana come tipico di Trump, ma soprattutto l’inconsistenza di questa Unione Europea, sia sul piano militare che strategico, dando la sensazione che ciascuno Stato vada per conto suo, perché non esiste una struttura politica che consenta all’Ue di decidere sulle materie realmente di peso specifico elevato.

La dimostrazione diretta dell’ascesa diplomatica del Dragone, che in antitesi a un’America sempre più schiacciata sulla retorica bellicista, si nota nel fatto relativamente nuovo che sa presentarsi come attore globale versatile e stabile, pronto a offrire un’alternativa più bilanciata rispetto a Washington. L’apertura all’America appare una tattica per prendere tempo prezioso a discapito della stessa, per favorire la crescita di questa affermazione, quale indipendente, nel mondo

Prima della visita lo stesso Xi Jinping ha esaltato al quotidiano nordcoreano Rodong Sinmun il legame di sangue che lega le due Nazioni, le quali hanno affrontato insieme situazioni estreme, riaffermando l’incrollabilità del rapporto bilaterale.

Sul tavolo si sono susseguiti vari temi, con la Cina intenzionata ad ampliare la cooperazione con la Corea del Nord, dall’economia al turismo, fino all’agricoltura, alla sanità e alla tecnologia. Proprio sul tema dell’agricoltura potrebbero sorgere importanti sinergie con una parte del sistema occidentale, che non ha il paraocchi ideologico ma sa osservare i mutamenti degli equilibri con la serenità di chi preferisce la trattativa alla paura ed allo scontro.

Sebbene dal viaggio non siano emersi accordi concreti, l’importanza di questo vertice è stata riconosciuta da entrambe le parti, a riprova di una relazione storica tra Xi e Kim. Del resto, il rapporto tra Cina e Corea ha radici millenarie

L’interesse sinico per la Penisola coreana inizia nel 453 a.C. con il periodo degli “Stati Combattenti” In quasi due millenni di storia, la Corea ha assorbito dal vicino usi e costumi, dal confucianesimo al buddismo, con la Penisola che durante la dinastia Joseon divenne uno Stato tributario cinese, mantenendo comunque un certo grado di autonomia interna.

Dopo il periodo coloniale giapponese e la successiva divisione della Corea in due entità politiche contrapposte, suddivise al 38° Parallelo, le relazioni bilaterali tra Pechino e Pyongyang si consolidarono.

Già durante la Seconda guerra mondiale, i rispettivi partiti comunisti stringevano importanti relazioni, con lo stesso Kim Il-sung formatosi politicamente nel Partito comunista cinese. Alla creazione della Repubblica Popolare Cinese e della Repubblica Popolare Democratica di Corea seguiva lo stabilimento immediato di relazioni diplomatiche, sospinte dalla vicinanza ideologica.

Allo scoppio della Guerra di Corea del 1950 Mao Zedong, preoccupato dell’avanzata della forza multinazionale a guida statunitense, arrivata pericolosamente vicina al fiume Yalu (confine sino-coreano), decideva di inviare un contingente di 300 mila militari per riequilibrare le sorti del conflitto.

Nel 1961 i due Paesi firmarono il Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza, che prevede supporto immediato in caso di attacco. Trattato, rinnovato in più occasioni (l’ultima nel 2021) e in vigore ancora oggi. Per capirne l’importanza è necessario chiarire che si tratta dell’ unico accordo difensivo siglato dalla Repubblica Popolare in assoluto.

Dopo la fine della Guerra Fredda e il crollo dell’Urss, la Cina è rimasta l’unico sostegno concreto per la Corea del Nord a livello internazionale, con Pechino che intervenne durante la Grande Carestia degli anni Novanta per scongiurare effetti ancora più nefasti sulla popolazione nordcoreana.

La dipendenza economica della Corea del Nord nei confronti della Cina si riflette nella percentuale di beni che Pyongyang esporta verso il Dragone, circa il 90% del totale. Dato in crescita con il 2025 che ha visto un +26% rispetto al 2024.

In quell’anno, l’avvicinamento tra Kim Jong-un e Putin, catalizzato dall’andamento altalenante della guerra d’Ucraina e suggellato dal trattato di partenariato strategico globale, il quale prevede mutua assistenza militare, ha ingenerato una flessione nel rapporto con Pechino, già incrinatosi con le chiusure pandemiche.

Da qui il tentativo di Xi di ricucire lo strappo con Pyongyang, oggi meno isolata rispetto a due anni fa e troppo vicina a Mosca per Pechino. Perciò la Corea del Nord esce dal summit rafforzata

Nonostante le dichiarazioni di amicizia incrollabile sciorinate durante il summit, il rapporto sino-coreano non è scevro da criticità e divisioni che si sono succedute nel tempo. La normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Pechino e la ben più ricca Repubblica di Corea nel 1992 ha aperto la strada a un importante interscambio bilaterale con Seul, che nel 2025 è valso oltre 340 miliardi di dollari (+1,6% sull’anno precedente).

Cifre impareggiabili per la Corea del Nord, che scambia beni con la Repubblica Popolare Cinese per un controvalore di 2,73 miliardi di dollari, col dato in crescita.

Pechino negli anni ha fiaccato le aspirazioni atomiche di Pyongyang. Dapprima negando supporto al programma nucleare nordcoreano per poi andare a votare a più riprese in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu le risoluzioni contro i test nucleari orditi a Nord del 38° Parallelo.

Salito al vertice della Repubblica Popolare Cinese nel 2013, Xi Jinping ha atteso quattro anni prima di incontrare Kim Jong-un nel 2017, a riprova della dimidiata importanza che la Corea del Nord ha rivestito per la Cina nel decennio scorso.

La partnership instaurata con Mosca nel 2024, che ha visto Pyongyang fornire al Cremlino munizionamento (oltre 30 mila container secondo lo stato Maggiore sudcoreano) e uomini per la riconquista del Kursk, è valsa alla Corea del Nord il supporto russo in ambito tecnologico, economico e bellico.

Grazie a Mosca, la Corea del Nord ha acquisito competenze specifiche, dalla telemetria per il lancio di satelliti, a dati avanzati sulla propulsione dei sottomarini nucleari fino all’assistenza per i veicoli di rientro dei missili Icbm. La Russia ha inoltre spedito migliaia di tonnellate di grano, bestiame e greggio ai nordcoreani.

Infine, l’aiuto nordcoreano al conflitto ucraino ha permesso un gettito di valuta forte nel Paese (si stimano circa 13 miliardi di dollari), conferendo inoltre alle truppe di Pyongyang capacità di combattimento effettive sul campo in uno scenario da guerra moderna. La crescente dipendenza dalla Russia della Corea del Nord preoccupa la Cina, che teme di perdere progressivamente influenza sul suo vicino e alleato.

Una Corea del Nord più forte e meno dipendente da Pechino è uno scenario indesiderabile per la Repubblica Popolare, che in Pyongyang vede un cuscinetto funzionale a tenere separato dai propri confini il contingente militare americano di stanza in Corea del Sud.

Il recente viaggio di Xi Jinping deve essere letto come un tentativo di rilancio concreto della cooperazione bilaterale, con l’obiettivo pechinese di riequilibrare i rapporti con l’imprevedibile vicino, inserendosi nel triangolo con Mosca.

Se questo incontro non pare aver ottenuto risultati concreti, l’analisi deve tener conto delle modalità diplomatiche e strategiche tipicamente asiatiche, che prevedono i dettagli fondamentali nel non detto. In particolare, nella due giorni di incontri non si è parlato affatto di denuclearizzazione. Pechino che ha progressivamente attenuato le richieste in tal senso, accettando de facto l’irreversibilità del programma atomico nordcoreano.

Argomento estremamente caro al regime, che oggi più che mai vede nell’elemento nucleare la vera assicurazione sulla vita, complice quanto scatenato dal duo Trump-Netanyahu in Ira, che comprende, nell’osservazione sino-coreana il recente attacco incendiario al villaggio di Efraim, dell’unica comunità cristiana che ospitò Gesù, nella casa di Lazzaro, Marta e Maria, che persisteva da duemila anni, in pace con i mussulmani.

Incredibile, anche in Asia, che il mondo cattolico e la comunità internazionale non abbiano preso pubblica posizione! anche il Vaticano tace. Di fronte ad una profanazione simile in Terra Santa si sarebbero aspettate denunce pubbliche di indignazione e una revisione, anche sanzionatoria dei rapporti con Netanyahu, che però non c’è stata. A dimostrazione che il blocco USA-Israele mantiene una sorta di impunità che li rafforza, favorendo indirettamente i sino-coreani nella credibilità internazionale.

Se per la Cina il vertice è stato funzionale a riequilibrare i rapporti con Pyongyang, per Kim Jong-un questa due giorni di visite può riassumersi come un chiaro successo. In primis il regime, ospitando il Presidente della seconda potenza mondiale, mostra come lo storico isolamento a cui è stato relegato è sempre più uno sbiadito ricordo.

Il blocco nucleare ad Est sta crescendo a vista d’occhio sotto tutti i punti di vista. Ma ha problemi interni sistemici dovuti ai regimi autoritari e al numero enorme di abitanti, nonché allo sviluppo di importantissimi settori come il comparto agricolo già citato, che non può fare a meno, sui grandi numeri, di accordi con l’Ovest del mondo. Dovrebbe favorirli. Dunque una specie di guerra fredda sino-russo-coreana contro l’Occidente è in fase di escalation perché riguarda anche l’antica Persia, il Medio Oriente e la Turchia, nonché deve tener conto, in quell’area dello spostamento filo-atlantista dell’Armenia dopo le recenti elezioni presidenziali.

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Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

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IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

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LA CATABASI IMPERIALE

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

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