Asse sino-coreano-russo vs Occidente, è già guerra fredda pensando al nucleare
A sette anni di distanza dalla sua ultima visita, Xi Jinping è tornato in Corea del Nord per incontrare Kim Jong-un. Lunedì 8 giugno il Presidente cinese, accompagnato dalla consorte Peng Liyuan è stato accolto in pompa magna all’aeroporto di Sunan dal leader nordcoreano e dalla first lady Ri Sol-ju. Ventun colpi di cannone sono risuonate in piazza Kim Il-sung, adornata per l’occasione con le gigantografie di entrambi i leader, affiancate da uno striscione riportante la scritta “L’amicizia sino-coreana è eterna”. Il drappello diplomatico a seguito di Xi, comprendente il ministro degli Esteri Wang Yi, quello della Difesa Dong Jun, e il ministro del Commercio Wang Wentao, mostra l’importanza che il Dragone ha riposto in questo summit.
Carlo Andrea Mercuri offre degli spunti molto interessanti sulla rivista di geopolitica Lumina. Egli stesso è un giovane collega, analista specializzato nell’area Indopacifica. Autore del libro “Verità a Stelle e Strisce” (2017), collabora con diverse testate per le sezioni esteri, occupandosi soprattutto dei Paesi dell’area asiatica.
Se per la Cina il vertice è stato funzionale a riequilibrare i rapporti con Pyongyang, per Kim Jong-un questa due giorni di incontri può riassumersi come un autentico successo. Il regime, ospitando il Presidente della seconda potenza mondiale, dimostra al mondo che un certo isolamento, dovuto anche a motivi geografici, è oggi un opaco ricordo di un passato ampiamente superato. La Corea del Nord ha ribaltato il suo posizionamento, sfavorito dal collocamento terracqueo, trasformandolo in un collocamento strategico molto importante per gli equilibri strategici dell’Eurasia, ritrovandosi nel mezzo di una sorta di corteggiamento politico sia da parte di Mosca che di Pechino.
La natura del conflitto la pone in un quadrante vitale per la coppia sino russa. Pyongyang può sfruttare a proprio vantaggio le attenzioni, sia dell’Orso russo che del Dragone cinese, ottenendo consistenti aiuti in settori fondamentali per la crescita e la stabilità del regime.Importante, e mai sottolineato a sufficienza è l’appoggio diplomatico garantito da due pesi massimi come Russia e Cina, che fornisce a Kim grande sicurezza a livello internazionale.
Il direttore del Pacific Unification Advisory Council Kang Chang-il ha ipotizzato un possibile incontro tra Kim e Trump in concomitanza con le elezioni di medio termine. Trump ha più volte tentato di coccolare la Corea del Nord, per riprendere il dialogo interrotto con il suo primo mandato, ma senza successo, almeno per il momento. Ritenere, come molti osservatori, che fra Stati avversari non esista un sottobosco di dialogo fra intelligence, è un errore che ha caratterizzato tutti i conflitti, ponendo alla storia molti interrogativi irrisolti negli archivi secretati.
Comprendere, altresì, che è da lì che vengono elaborate le vere strategie e si mettono in pratica gli ordini superiori, non è una forma di complotto alla James Bond, quanto una realtà seguita in maniera chirurgica dal giornalismo di altre nazioni, come il Regno Unito, gli Stati Uniti, la Cina e persino l’India, il cui servizio di 007 è giunto al quarto posto in importanza a livello globale. Gli analisti geopolitici hanno un accesso debitamente limitato nelle informazioni sensibili, ma con la loro credibilità ottenuta sul campo, ottengono una possibilità di ragionare ed esprimere fatti più approfonditi rispetto agli altri.
Se l’incontro si terrà davvero, a partire avvantaggiato sarebbe proprio Kim Jong-un che, rispetto al 2018, si presenterebbe con ben altro atteggiamento, sfruttando l’evidenza, ovvero che tutti cercano di corteggiare la Corea del Nord, almeno in quelle stanze dalle quali escono decisioni reali, che non passano sui media e arrivano solo, in parte e in modo indiretto, a determinate condizioni agli analisti di geopolitica. Per l’ importanza globale delle tematiche che affronta meriterebbe di diventare una materia di attenzione scolastica, che eleverebbe lo studente alle reali dinamiche del mondo.
La relazione bilaterale è stata al centro della due giorni di vertice, con Xi Jinping che ha scelto l’occasione per tentare di riavvicinare il leader nordcoreano, accostatosi a Vladimir Putin nell’ultimo biennio. Non casualmente, quello appena conclusosi in Corea del Nord è il primo viaggio all’estero dell’anno compiuto da Xi Jinping, dopo che il Presidente cinese ha accolto a Pechino Trump e Putin in maggio. La sensazione è che si stia lavorando ad un’ Asse Pechino-Pyongyang-Mosca aperta al confronto con gli Stati Uniti di Trump, che non può più permettersi di fare blocco a sé, come superpotenza unipolare.
Ed è in quest’ottica che va letta la sua stoccata alla UE, che “non è servita nella guerra con l’Iran”, per rimarcare la forza americana come tipico di Trump, ma soprattutto l’inconsistenza di questa Unione Europea, sia sul piano militare che strategico, dando la sensazione che ciascuno Stato vada per conto suo, perché non esiste una struttura politica che consenta all’Ue di decidere sulle materie realmente di peso specifico elevato.
La dimostrazione diretta dell’ascesa diplomatica del Dragone, che in antitesi a un’America sempre più schiacciata sulla retorica bellicista, si nota nel fatto relativamente nuovo che sa presentarsi come attore globale versatile e stabile, pronto a offrire un’alternativa più bilanciata rispetto a Washington. L’apertura all’America appare una tattica per prendere tempo prezioso a discapito della stessa, per favorire la crescita di questa affermazione, quale indipendente, nel mondo
Prima della visita lo stesso Xi Jinping ha esaltato al quotidiano nordcoreano Rodong Sinmun il legame di sangue che lega le due Nazioni, le quali hanno affrontato insieme situazioni estreme, riaffermando l’incrollabilità del rapporto bilaterale.
Sul tavolo si sono susseguiti vari temi, con la Cina intenzionata ad ampliare la cooperazione con la Corea del Nord, dall’economia al turismo, fino all’agricoltura, alla sanità e alla tecnologia. Proprio sul tema dell’agricoltura potrebbero sorgere importanti sinergie con una parte del sistema occidentale, che non ha il paraocchi ideologico ma sa osservare i mutamenti degli equilibri con la serenità di chi preferisce la trattativa alla paura ed allo scontro.
Sebbene dal viaggio non siano emersi accordi concreti, l’importanza di questo vertice è stata riconosciuta da entrambe le parti, a riprova di una relazione storica tra Xi e Kim. Del resto, il rapporto tra Cina e Corea ha radici millenarie
L’interesse sinico per la Penisola coreana inizia nel 453 a.C. con il periodo degli “Stati Combattenti” In quasi due millenni di storia, la Corea ha assorbito dal vicino usi e costumi, dal confucianesimo al buddismo, con la Penisola che durante la dinastia Joseon divenne uno Stato tributario cinese, mantenendo comunque un certo grado di autonomia interna.
Dopo il periodo coloniale giapponese e la successiva divisione della Corea in due entità politiche contrapposte, suddivise al 38° Parallelo, le relazioni bilaterali tra Pechino e Pyongyang si consolidarono.
Già durante la Seconda guerra mondiale, i rispettivi partiti comunisti stringevano importanti relazioni, con lo stesso Kim Il-sung formatosi politicamente nel Partito comunista cinese. Alla creazione della Repubblica Popolare Cinese e della Repubblica Popolare Democratica di Corea seguiva lo stabilimento immediato di relazioni diplomatiche, sospinte dalla vicinanza ideologica.
Allo scoppio della Guerra di Corea del 1950 Mao Zedong, preoccupato dell’avanzata della forza multinazionale a guida statunitense, arrivata pericolosamente vicina al fiume Yalu (confine sino-coreano), decideva di inviare un contingente di 300 mila militari per riequilibrare le sorti del conflitto.
Nel 1961 i due Paesi firmarono il Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza, che prevede supporto immediato in caso di attacco. Trattato, rinnovato in più occasioni (l’ultima nel 2021) e in vigore ancora oggi. Per capirne l’importanza è necessario chiarire che si tratta dell’ unico accordo difensivo siglato dalla Repubblica Popolare in assoluto.
Dopo la fine della Guerra Fredda e il crollo dell’Urss, la Cina è rimasta l’unico sostegno concreto per la Corea del Nord a livello internazionale, con Pechino che intervenne durante la Grande Carestia degli anni Novanta per scongiurare effetti ancora più nefasti sulla popolazione nordcoreana.
La dipendenza economica della Corea del Nord nei confronti della Cina si riflette nella percentuale di beni che Pyongyang esporta verso il Dragone, circa il 90% del totale. Dato in crescita con il 2025 che ha visto un +26% rispetto al 2024.
In quell’anno, l’avvicinamento tra Kim Jong-un e Putin, catalizzato dall’andamento altalenante della guerra d’Ucraina e suggellato dal trattato di partenariato strategico globale, il quale prevede mutua assistenza militare, ha ingenerato una flessione nel rapporto con Pechino, già incrinatosi con le chiusure pandemiche.
Da qui il tentativo di Xi di ricucire lo strappo con Pyongyang, oggi meno isolata rispetto a due anni fa e troppo vicina a Mosca per Pechino. Perciò la Corea del Nord esce dal summit rafforzata
Nonostante le dichiarazioni di amicizia incrollabile sciorinate durante il summit, il rapporto sino-coreano non è scevro da criticità e divisioni che si sono succedute nel tempo. La normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Pechino e la ben più ricca Repubblica di Corea nel 1992 ha aperto la strada a un importante interscambio bilaterale con Seul, che nel 2025 è valso oltre 340 miliardi di dollari (+1,6% sull’anno precedente).
Cifre impareggiabili per la Corea del Nord, che scambia beni con la Repubblica Popolare Cinese per un controvalore di 2,73 miliardi di dollari, col dato in crescita.
Pechino negli anni ha fiaccato le aspirazioni atomiche di Pyongyang. Dapprima negando supporto al programma nucleare nordcoreano per poi andare a votare a più riprese in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu le risoluzioni contro i test nucleari orditi a Nord del 38° Parallelo.
Salito al vertice della Repubblica Popolare Cinese nel 2013, Xi Jinping ha atteso quattro anni prima di incontrare Kim Jong-un nel 2017, a riprova della dimidiata importanza che la Corea del Nord ha rivestito per la Cina nel decennio scorso.
La partnership instaurata con Mosca nel 2024, che ha visto Pyongyang fornire al Cremlino munizionamento (oltre 30 mila container secondo lo stato Maggiore sudcoreano) e uomini per la riconquista del Kursk, è valsa alla Corea del Nord il supporto russo in ambito tecnologico, economico e bellico.
Grazie a Mosca, la Corea del Nord ha acquisito competenze specifiche, dalla telemetria per il lancio di satelliti, a dati avanzati sulla propulsione dei sottomarini nucleari fino all’assistenza per i veicoli di rientro dei missili Icbm. La Russia ha inoltre spedito migliaia di tonnellate di grano, bestiame e greggio ai nordcoreani.
Infine, l’aiuto nordcoreano al conflitto ucraino ha permesso un gettito di valuta forte nel Paese (si stimano circa 13 miliardi di dollari), conferendo inoltre alle truppe di Pyongyang capacità di combattimento effettive sul campo in uno scenario da guerra moderna. La crescente dipendenza dalla Russia della Corea del Nord preoccupa la Cina, che teme di perdere progressivamente influenza sul suo vicino e alleato.
Una Corea del Nord più forte e meno dipendente da Pechino è uno scenario indesiderabile per la Repubblica Popolare, che in Pyongyang vede un cuscinetto funzionale a tenere separato dai propri confini il contingente militare americano di stanza in Corea del Sud.
Il recente viaggio di Xi Jinping deve essere letto come un tentativo di rilancio concreto della cooperazione bilaterale, con l’obiettivo pechinese di riequilibrare i rapporti con l’imprevedibile vicino, inserendosi nel triangolo con Mosca.
Se questo incontro non pare aver ottenuto risultati concreti, l’analisi deve tener conto delle modalità diplomatiche e strategiche tipicamente asiatiche, che prevedono i dettagli fondamentali nel non detto. In particolare, nella due giorni di incontri non si è parlato affatto di denuclearizzazione. Pechino che ha progressivamente attenuato le richieste in tal senso, accettando de facto l’irreversibilità del programma atomico nordcoreano.
Argomento estremamente caro al regime, che oggi più che mai vede nell’elemento nucleare la vera assicurazione sulla vita, complice quanto scatenato dal duo Trump-Netanyahu in Ira, che comprende, nell’osservazione sino-coreana il recente attacco incendiario al villaggio di Efraim, dell’unica comunità cristiana che ospitò Gesù, nella casa di Lazzaro, Marta e Maria, che persisteva da duemila anni, in pace con i mussulmani.
Incredibile, anche in Asia, che il mondo cattolico e la comunità internazionale non abbiano preso pubblica posizione! anche il Vaticano tace. Di fronte ad una profanazione simile in Terra Santa si sarebbero aspettate denunce pubbliche di indignazione e una revisione, anche sanzionatoria dei rapporti con Netanyahu, che però non c’è stata. A dimostrazione che il blocco USA-Israele mantiene una sorta di impunità che li rafforza, favorendo indirettamente i sino-coreani nella credibilità internazionale.
Se per la Cina il vertice è stato funzionale a riequilibrare i rapporti con Pyongyang, per Kim Jong-un questa due giorni di visite può riassumersi come un chiaro successo. In primis il regime, ospitando il Presidente della seconda potenza mondiale, mostra come lo storico isolamento a cui è stato relegato è sempre più uno sbiadito ricordo.
Il blocco nucleare ad Est sta crescendo a vista d’occhio sotto tutti i punti di vista. Ma ha problemi interni sistemici dovuti ai regimi autoritari e al numero enorme di abitanti, nonché allo sviluppo di importantissimi settori come il comparto agricolo già citato, che non può fare a meno, sui grandi numeri, di accordi con l’Ovest del mondo. Dovrebbe favorirli. Dunque una specie di guerra fredda sino-russo-coreana contro l’Occidente è in fase di escalation perché riguarda anche l’antica Persia, il Medio Oriente e la Turchia, nonché deve tener conto, in quell’area dello spostamento filo-atlantista dell’Armenia dopo le recenti elezioni presidenziali.
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