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I giovani se ne vanno, ma senza di loro l’Italia non cresce

«I nostri giovani vanno via perché li trattiamo male, così come trattiamo male chi viene da fuori. Lo diciamo da tempo, ma è la prima volta che sento un’analisi di questo tipo da chi gestisce i numeri della macroeconomia». Così Emiliano Manfredonia, presidente nazionale di Acli, commenta le parole di Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, intervenuto all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Messina. In quell’occasione Panetta ha ricordato che «circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero».

I giovani laureati si spostano alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto, attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici

Fabio Panetta, governatore Banca d’Italia

Un vero e proprio esodo, dovuto anche a fattori economici: «Un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80% in più di un coetaneo italiano». Ma, ha precisato Panetta, «le differenze retributive non sono l’unica determinante della scelta di lasciare l’Italia. I giovani laureati si spostano alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto, attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici».

Emiliano Manfredonia


In fuga da un destino povero (anche di opportunità)

I numeri, in effetti, sono impressionanti. Come ricorda Manfredonia, «nel 2024 abbiamo raggiunto un record, con oltre 155mila laureati andati via. Un dato inquietante, che ha certamente una dimensione economica: chi ha la fortuna di avere un salario stabile in Italia versa il 33% dello stipendio all’ente previdenziale per ottenere una pensione che sarà di poco superiore al 60% dell’ultima retribuzione. La destinazione finale, soprattutto per chi ha salari bassi – giovani, donne e stranieri – è la povertà».

Precarizziamo i giovani a inizio carriera, depauperando le migliori energie del Paese con lavori umilianti, che sviliscono competenze, motivazione e desiderio di impegnarsi

Emiliano Manfredonia, presidente nazionale Acli

Ma il problema non è solo economico. «È anche culturale e riguarda la mancanza di opportunità, come ha riconosciuto lo stesso Panetta. In Italia i giovani non trovano la possibilità di essere valutati per il proprio merito né di intraprendere carriere che offrano una prospettiva di futuro. Precarizziamo i giovani a inizio carriera, depauperando le migliori energie del Paese con lavori umilianti, che sviliscono competenze, motivazione e desiderio di impegnarsi».

Una condizione che ha effetti diretti anche sulla natalità: «Se i giovani sono precari nel lavoro, lo sono anche nella vita. Facciamo esattamente il contrario di ciò che avrebbe senso fare: dovremmo pagare di più le persone quando sono giovani e di meno quando sono anziane e hanno già sostenuto i costi maggiori».

Il “sistema Paese” investa sui giovani

Come invertire questa tendenza? Da dove partire per fermare la fuga dei giovani o almeno favorire il loro ritorno, valorizzando in Italia le competenze acquisite all’estero? «Di certo non saranno bonus e fiscalizzazioni a risolvere il problema. Serve una riforma strutturale, costruita dal sistema Paese. Il limite della politica degli ultimi vent’anni è stato l’incapacità di immaginare il futuro e di lavorare sulle strutture», osserva Manfredonia.

Una riforma strutturale è necessaria anche sul tema della casa, una delle principali emergenze per i giovani e una delle cause della loro precarietà. «Gli affitti brevi hanno creato un mostro: nel nostro Paese la rendita è tassata meno del lavoro faticato, ed è un paradosso. Servono norme e politiche che garantiscano l’accesso alla casa a tutti, a partire dai giovani».


C’è poi il nodo dell’istruzione, anche professionale. «Abbiamo circa 30mila studenti che frequentano le scuole di formazione professionale dell’Ente nazionale Acli Istruzione professionale (Enaip). Registriamo un forte mismatch tra le richieste delle aziende e la preparazione dei ragazzi: è un problema che va affrontato».

Infine, il ruolo del Terzo settore, che può fare molto e in parte lo sta già facendo. «Dobbiamo soprattutto favorire la partecipazione, perché un giovane che si sente scartato rischia non solo di non votare, ma di non prendere parte alla vita attiva. Dalla ricerca che abbiamo realizzato con l’Iref, Né dentro né contro, emerge che i giovani sono interessati alle questioni sociali, ma non sentono il bisogno di impegnarsi in un’organizzazione. Per questo, come Acli, abbiamo dato vita a un Patto per la partecipazione: per ritrovare gioia, coraggio e forza nel mettersi in gioco, offrire la propria visione del mondo e provare a cambiarlo».

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