Sicurezza, stretta su coltelli e baby gang: le misure allo studio del governo


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Por Diego Fusaro
Groenlandia es parte de Dinamarca: con estas sencillas, irrefutables y sensatas palabras, Vladimir Putin, presidente de la Federación Rusa, se pronuncia sobre la controvertida cuestión de Groenlandia.
Como es bien sabido, Donald Trump, el presidente de la civilización del dólar, decidió hace tiempo apoderarse de Groenlandia y anexionarla a Estados Unidos: «Necesitamos Groenlandia», declaró Trump, admitiendo con franqueza su lema jus sive potentia. Por su parte, la Unión Europea está decididamente desorientada: como colonia sin dignidad,
arrastrada por Washington, se ve naturalmente inducida a aceptar cadavéricamente las decisiones de su amo; pero esta vez, por primera vez, la pretensión trumpiana constituiría un ataque militar imperialista estadounidense contra la propia Europa. No es casualidad que Francia y Alemania ya hayan enviado sus tropas a Groenlandia. La paradoja de la situación reside en que Trump, quien en teoría debería ser amigo de Europa, en realidad le declara la guerra, mientras que Putin, quien en teoría debería ser su principal enemigo, la defiende, al menos en teoría, señalando lo obvio: que Groenlandia forma parte de Dinamarca.
Durante meses, se nos ha dicho que Rusia quería invadir Europa, y luego resulta que la invasión proviene de Washington, país que los medios occidentales siempre han celebrado como bastión de la libertad, la democracia y los derechos humanos. Quizás ahora todo quede más claro para el mundo: el enemigo es y sigue siendo Washington, y ciertamente no Moscú. Los eurófilos de Bruselas tienen dificultades para comprenderlo, pero en cualquier caso, ya han cambiado de tono, tras haber admitido recientemente la necesidad de dialogar con Putin, quien hasta el día anterior era considerado el enemigo irreconciliable contra el que era necesario declarar la guerra.
Fuente
Traducción: Carlos X. Blanco

“Siamo stati invitati anche noi a farne parte. Penso che l’Italia possa giocare un ruolo di primo piano, siamo pronti a fare la nostra pace nella costruzione del piano di pace”. Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ai giornalisti riuniti per il punto stampa a Seul ha confermato l’invito dell’Italia a far parte del Board of peace per Gaza. La notizia era stata anticipata già ieri da diversi giornali ma la premier aveva sottolineato come mancasse ancora l’ufficialità. “Mi pare” che l’Italia, ha aggiunto Meloni, sia “un attore molto attivo nella regione, in buoni rapporti con tutti gli altri attori regionali, e quindi siamo contenti e faremo del nostro meglio per dare il nostro contributo, che pensiamo possa fare la differenza”
L'articolo Meloni ufficializza la presenza dell’Italia nel Board per Gaza: “Siamo stati invitati” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Il referendum costituzionale della primavera 2026 segna un passaggio fondamentale nell’evoluzione dell’architettura costituzionale italiana. La riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati, fulcro della consultazione, non è una mera modifica tecnica, ma rappresenta un bivio ineludibile per la cultura della giurisdizione in Italia. L’obiettivo è realizzare una “democrazia compiuta”, chiudendo una lunga stagione di conflitto istituzionale e rispondendo a patologie sistemiche che hanno eroso la fiducia dei cittadini. Questa non è solo una riforma benefica, ma un intervento essenziale per invertire un declino dimostrabile nell’efficacia e nella credibilità del sistema, rendendo il voto del 2026 un punto di non ritorno.
La tesi centrale di questa analisi è che votare “Sì” significa scegliere un sistema giudiziario più equilibrato, imparziale ed efficiente, in piena coerenza con i principi del giusto processo e con una volontà popolare già espressa ma rimasta inascoltata. La riforma è l’esito di un dibattito decennale che giunge oggi a maturazione, offrendo al Paese un’opportunità irripetibile di modernizzare una delle sue funzioni sovrane più delicate e decisive.
Il principio cardine della riforma è la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. Questa non è una semplice riorganizzazione, ma l’attuazione più completa del principio del “giusto processo” (art. 111 Cost.), che esige un giudice terzo e imparziale di fronte a parti che si confrontano su un piano di parità. Sul piano dei principi costituzionali, la riforma sana un’anomalia del nostro ordinamento: un modello di carriera unitaria che tiene insieme, sotto lo stesso tetto, due funzioni — quella requirente e quella giudicante — che per un sano equilibrio istituzionale, ispirato alla separazione dei poteri, devono essere nettamente demarcate.
Separare le carriere non significa solo distinguere i ruoli, ma plasmare una diversa e specifica forma mentis per chi è chiamato a giudicare e per chi è chiamato ad accusare. La scelta quasi irreversibile della funzione, operata a inizio carriera, modella progressivamente una cultura professionale coerente con il proprio ruolo. Per comprendere la portata del cambiamento, è essenziale distinguere tra il sistema attuale, basato sulla distinzione delle funzioni, e quello proposto, incentrato sulla separazione delle carriere.
Questa impostazione è sostenuta da un’ampia parte del mondo giuridico e istituzionale. Come si legge nella relazione della Commissione europea, “il ministro della Giustizia ritiene che la separazione delle carriere rafforzi il ruolo dei magistrati e attui il principio generale secondo cui la giurisdizione è esercitata tramite un equo processo in cui le parti sono su un piano di parità dinanzi a un giudice imparziale”. Posizioni analoghe sono state espresse dal Consiglio Nazionale Forense e dall’Unione delle Camere Penali Italiane, che hanno definito la riforma “essenziale per garantire l’imparzialità dei giudici”.
La necessità di assicurare un’imparzialità non solo formale, ma anche sostanziale e percepita, si lega direttamente alle carenze strutturali che affliggono il sistema, le quali richiedono un intervento deciso e non più procrastinabile.
La riforma costituzionale non è un’esercitazione teorica, ma una risposta necessaria a disfunzioni strutturali, ampiamente documentate, che minano l’efficienza della giustizia e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. La Relazione sullo Stato di diritto 2025 della Commissione Europea offre un quadro impietoso delle patologie che il sistema italiano deve affrontare.
La lentezza della giustizia “costituisce tuttora un grave problema”. In particolare, i tempi per risolvere i contenziosi civili e commerciali sono “i più lunghi nell’UE”, richiedendo in media circa sei anni per una conclusione nei tre gradi di giudizio.
La percezione della corruzione nel settore pubblico “continua ad essere relativamente elevata”. I dati dell’Eurobarometro indicano che l’82% degli italiani la ritiene un fenomeno diffuso, una cifra allarmante se confrontata con la media UE del 69%.
Il sistema soffre di “lacune persistenti” nel personale. Si registra un tasso di carenza del 17% per i magistrati ordinari e del 37% per il personale amministrativo, una situazione che paralizza gli uffici giudiziari.
Questi dati non sono solo numeri, ma la negazione quotidiana del diritto a una giustizia rapida ed efficace. Una magistratura gravata da carenze di organico del 17% e da processi che durano anni non può permettersi l’inefficienza derivante da una carriera indifferenziata. La specializzazione imposta dalla separazione è una leva diretta per ottimizzare risorse scarse e aggredire le lungaggini alla radice, introducendo una logica di efficienza e chiarezza di ruoli oggi assente. Un sistema così inefficiente genera sfiducia e allontana i cittadini dallo Stato, rendendo la riforma non solo opportuna, ma strategica.
Questa urgenza di cambiamento non è avvertita solo a livello istituzionale, ma trova un forte riscontro nella volontà popolare, come dimostrato da recenti consultazioni.
Il dibattito sulla separazione delle carriere non è un’imposizione improvvisa, ma una questione che anima la discussione pubblica da decenni. Proposte di riforma sono state avanzate da commissioni parlamentari, come la “Commissione D’Alema”, e da iniziative di legge popolari, segnalando un’esigenza di cambiamento profonda e trasversale. Questo lungo percorso ha trovato la sua più chiara espressione nella volontà manifestata dai cittadini in occasione dei referendum abrogativi del 2022.
In quella consultazione, il terzo quesito proponeva di abrogare le norme che consentono il passaggio dei magistrati dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa. Il risultato, tra coloro che si recarono alle urne, fu inequivocabile.
Nel referendum del 2022, il 73,26% dei votanti si è espresso a favore della separazione delle funzioni.
Sebbene il quorum non sia stato raggiunto, impedendo l’abrogazione delle norme, il significato politico di quel voto è innegabile. Esso ha rivelato una volontà schiacciante tra i cittadini partecipanti, un orientamento netto verso un sistema in cui i ruoli di giudice e pubblico ministero siano nettamente distinti. Ignorare questa indicazione significherebbe ignorare la voce di milioni di italiani.
Il referendum costituzionale del 2026 offre finalmente l’opportunità di dare attuazione a questa chiara indicazione popolare. Votare “Sì” non significa quindi avallare una riforma imposta dall’alto, ma portare a compimento un percorso democratico che parte dal basso. È la risposta a un’esigenza di chiarezza e terzietà che i cittadini hanno già manifestato. Questa spinta riflette anche il desiderio di superare le tensioni istituzionali che hanno troppo a lungo caratterizzato la giustizia italiana.
La scelta che gli italiani saranno chiamati a compiere nella primavera del 2026 è un verdetto sul futuro del nostro sistema democratico. Votare “Sì” alla riforma costituzionale significa garantire un processo equo, con un giudice veramente terzo e separato dalla parte che accusa, in piena attuazione dell’articolo 111 della Costituzione, rispondere alle disfunzioni del sistema, promuovendo la specializzazione e la chiarezza dei ruoli come leve per aggredire le intollerabili lungaggini processuali, dare seguito all’indicazione inequivocabile emersa dal referendum del 2022, onorando un’istanza democratica già espressa, chiudere una lunga stagione di conflitti e ripristinare quel clima di “rispetto reciproco fra le varie istituzioni dello Stato” che, come ricordato dalla Prima Presidente della Corte di Cassazione, è condizione indispensabile per alimentare la fiducia dei cittadini.
È importante sottolineare che la separazione delle carriere non è una misura “punitiva” nei confronti della magistratura, ma un passo evolutivo per l’intero sistema-Paese. Si inserisce in una visione organica dello Stato, in cui ogni potere esercita la propria funzione in modo autonomo ma equilibrato, con l’unico fine di tutelare i diritti dei cittadini. La riforma rafforza la magistratura stessa, consolidandone il ruolo a garanzia della legalità e della giustizia.
Per queste ragioni, il voto del prossimo referendum è molto più di una scelta tecnica: è un voto di fiducia nel futuro. Un “Sì” rappresenta un passo coraggioso verso una democrazia più forte, più giusta e un servizio giustizia finalmente più efficiente e vicino alle esigenze reali dei cittadini.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sottolineato con fermezza che la scelta di non procedere con il bombardamento dell’Iran è stata esclusivamente sua e non ha subito pressioni da parte di alcun Paese terzo.
Trump aveva lanciato ripetute minacce di intervento militare contro la Repubblica Islamica nel pieno delle violente proteste che stanno attraversando l’Iran. I disordini sono esplosi a fine dicembre, inizialmente scatenati dalle gravi difficoltà economiche e dall’inflazione galoppante, per poi evolversi in un movimento di protesta antigovernativa su scala nazionale, con un bilancio di centinaia di morti. Rivolgendosi direttamente ai manifestanti all’inizio della settimana, il presidente aveva dichiarato: «Gli aiuti stanno arrivando».
Mercoledì l’agenzia Reuters aveva riportato che un attacco statunitense contro l’Iran appariva «imminente». L’operazione, tuttavia, non si è mai concretizzata e, in seguito, vari media americani hanno riferito che alti rappresentanti di Qatar, Arabia Saudita, Oman, Egitto e Israele avevano chiesto a Trump di rinunciare al piano.
Interpellato venerdì dai giornalisti su tali indiscrezioni, Trump ha replicato: «Nessuno mi ha convinto. Mi sono convinto da solo».
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Secondo quanto affermato dal presidente, un fattore decisivo è stato il «grande impatto» prodotto dall’inversione di rotta da parte dell’Iran, che aveva inizialmente annunciato processi sommari e impiccagioni rapide per alcuni dei manifestanti più violenti arrestati, salvo poi annullare tutto.
«Ieri avevate programmato oltre 800 impiccagioni. Non hanno impiccato nessuno. Hanno annullato le impiccagioni», ha spiegato Trump. «Rispetto molto il fatto che abbiano annullato tutto», ha aggiunto.
Mercoledì il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervistato da Fox News, aveva dichiarato che non ci sarebbero state «impiccagioni né oggi né domani». Araghchi ha inoltre sostenuto che la calma è tornata nelle città iraniane, con il governo che mantiene il pieno controllo della situazione, e ha attribuito i disordini a Israele e a interferenze esterne.
Alla domanda se la sua promessa di sostegno ai manifestanti iraniani resti ancora valida, Trump ha risposto: «Vedremo».
Nonostante la rinuncia all’attacco aereo, gli Stati Uniti hanno comunque inviato almeno una portaerei verso il Medio Oriente, come riportato venerdì da Fox News sulla base di fonti militari. Secondo l’emittente, Washington dispone già nella regione di tre cacciatorpediniere e tre navi da combattimento litoranee.
All’inizio della settimana gli Stati Uniti hanno inoltre varato nuove sanzioni contro l’Iran, colpendo cinque funzionari della sicurezza accusati di aver partecipato alla «violenza e alla crudele repressione» dei manifestanti, una prigione del Paese e altri 18 individui ed entità sospettati di aver aiutato Teheran a aggirare le restrizioni sul commercio di petrolio.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
L'articolo Trump: «mi sono convinto da solo» a non bombardare l’Iran proviene da RENOVATIO 21.
Il presidente russo Vladimir Putin ha avuto una conversazione telefonica con il suo omologo iraniano Masoud Pezeshkian, mentre la Repubblica Islamica è ancora attraversata da vaste proteste popolari scoppiate nelle ultime settimane.
I disordini sono iniziati verso la fine del mese scorso, provocati principalmente dall’impennata dell’inflazione e dal crollo verticale del valore del rial iraniano. Le manifestazioni si sono presto trasformate in scontri violenti con le forze dell’ordine, con un bilancio – secondo diverse fonti – di centinaia di vittime. Le autorità di Teheran hanno accusato Stati Uniti e Israele di essere i veri artefici delle rivolte.
In una nota diffusa venerdì dal Cremlino si legge che Pezeshkian «ha informato Vladimir Putin sui continui sforzi del governo iraniano per normalizzare la situazione nel Paese».
I due capi di Stato hanno concordato sulla necessità di una «de-escalation delle tensioni in Iran e nella regione nel suo complesso il prima possibile», sottolineando che «ogni problema emergente deve essere risolto esclusivamente attraverso mezzi politici e diplomatici».
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Putin e Pezeshkian hanno inoltre riaffermato «il loro reciproco impegno a rafforzare ulteriormente il partenariato strategico tra Russia e Iran», con particolare attenzione ai progetti economici congiunti in corso.
La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, intervenendo questa settimana, ha dichiarato che Mosca «condanna fermamente le interferenze straniere destabilizzanti» negli affari interni iraniani. Secondo la diplomatica, alcune potenze estere avrebbero cercato di trasformare una protesta inizialmente pacifica in «disordini crudeli e insensati», con l’obiettivo di provocare un cambio di regime a Teheran.
La Zakharova ha definito «assolutamente inaccettabili» le minacce statunitensi di ricorrere alla forza contro la Repubblica Islamica, avvertendo che un intervento militare contro l’Iran rischierebbe di destabilizzare l’intero Medio Oriente.
La stessa portavoce ha inoltre attribuito le attuali difficoltà economiche iraniane principalmente alle sanzioni imposte dall’Occidente.
Negli ultimi giorni il presidente statunitense Donald Trump ha rivolto ripetute minacce all’Iran, esortando i manifestanti a impadronirsi delle istituzioni statali. All’inizio della settimana il leader americano ha dichiarato che la sua amministrazione stava «valutando alcune opzioni molto forti» per intervenire contro Teheran.
L’Iran rappresenta da lungo tempo un alleato strategico della Russia: i due Paesi hanno formalizzato un accordo di partenariato strategico in occasione della visita di Pezeshkian a Mosca lo scorso gennaio.
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
L'articolo Putin parla con il presidente iraniano Pezeshkian proviene da RENOVATIO 21.
Il sistema mediale italiano sta vivendo una brutta fase: la vicenda della cessione delle maggiori testate giornalistiche del Gruppo Gedi (la Repubblica in primis) al gruppo greco Antenna della famiglia Kyriakou (nel cui capitale c’è al 30 % anche Mbc Group, il principale broadcaster del Medio Oriente) conferma quanto ormai la stampa quotidiana non sia ritenuta – da gruppi finanziari e industriali come Exor (controllato dalla famiglia Agnelli) – granché rilevante, nel nuovo ecosistema della comunicazione, ormai dominato da TikTok e piattaforme analoghe… E che dire delle nuove notizie relative all’uso ed abuso dello strumento del “tax credit” a favore del cinema e della fiction televisiva, mentre è iniziato a Montecitorio l’iter per una ipotetica nuova legge di settore?!
Grande effervescenza e grande confusione, ma al tempo stesso grande assenza di vera “politica culturale” (e mediale).
In questo scenario, emerge come emblematica la figura controversa del giovane produttore italo-canadese Andrea Iervolino, che spazia dal cinema all’editoria: ha sottoposto a Gedi una proposta di acquisto per il quotidiano La Stampa (che non interessa il gruppo greco Antenna), con un’offerta di 22,5 milioni di euro, confermando l’intenzione di entrare in modo deciso nel business della stampa, nel quale sta per affacciarsi anche attraverso un nuovo quotidiano affidato alla direzione di Rocco Casalino, il cui lancio in edicola era previsto per metà gennaio, ma slitta di qualche settimana…
Martedì 13 gennaio Andrea Iervolino ha ricevuto un’altra brutta sorpresa: il Direttore Generale del Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura Giorgio Carlo Brugnoni ha firmato un decreto che esclude la Sipario Movies spa dai contributi del Mic per 5 anni (cinque), invocando la norma secondo la quale, in caso di “dichiarazioni mendaci” in sede di richiesta del credito di imposta, la società viene esclusa dai contributi pubblici per cinque anni.
Si tratta di una vicenda intricata che si trascina da quasi due anni. A fine aprile 2024 il Ministero della Cultura ha chiesto a Iervolino documenti su 38 produzioni tra il 2018 e il 2022, ed in quei mesi scoppiava una guerra interna alla società, con un furente scontro tra Iervolino e la sua allora socia Monika Bacardi nella Iervolino Lady Bacardi Entertainment (Ilbe), poi divenuta Sipario… Il 14 luglio 2025 il caso esplode: la Guardia di Finanza invia al pm romano Antonino Di Maio una informativa su Ilbe/Sipario e nelle stesse ore l’allora Direttore Generale Cinema del Mic, Nicola Borrelli, dimissionario, firma la revoca di 66 milioni di euro di “tax credit” a Sipario. E sempre lo stesso giorno la Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni annunciava la mossa del Mic a mo’ di azione esemplare. Come scrivevano allora Nicola Borzi e Thomas Mackinson su il Fatto: “una tempistica che tradisce la logica politica: mostrarsi inflessibili dopo il caso di Francis Kaufmann, il killer di villa Pamphili che ha ricevuto 860mila euro di tax credit per film mai prodotti, usando Iervolino come capro espiatorio”…
A distanza di mesi, il Ministero continua a mantenere congelati i crediti di Iervolino, anche se, allo stato attuale dei fatti, sono soltanto in corso delle indagini, non esiste certo alcuna condanna, ma soltanto una contestazione dell’Agenzia delle Entrate nell’ordine di 744mila euro, ovvero una somma ben lontana da quei 66 milioni di euro della revoca integrale. Il Ministero ha invece deciso di rinnovare il blocco di tutti i crediti di Iervolino. Presunzione di innocenza? Bye bye. Certezza del diritto? Addio. Resta senza risposta anche l’interrogazione parlamentare Atto Camera A.C. n. 4/06603 di Alfredo Antoniozzi (Fratelli d’Italia).
In verità, secondo alcuni analisti Andrea Iervolino è di fatto divenuto il “capro espiatorio” dei non pochi produttori che hanno approfittato della gestione del “tax credit” non adeguatamente sottoposta a controlli: organizzando una grancassa su Iervolino, l’attenzione mediatica non è andata a verificare tante altre anomalie, a cominciare da quanto abbiano beneficiato del “tax credit” molte società di produzione controllate da multinazionali straniere, in primis la Fremantle del gruppo tedesco-lussemburghese Rtl ovvero Bertelsmann… In sostanza, il “caso Iervolino” ha consentito di alzare una cortina fumogena sulle tante magagne del credito d’imposta, sulle quali sta peraltro indagando la Procura di Roma attraverso più indagini.
La domanda che sorge spontanea è: perché soltanto Iervolino è stato “attenzionato”? E come commentare alcune notizie degli ultimi giorni: è stato il quotidiano La Verità (diretto da Maurizio Belpietro) ad aver acceso i riflettori su anomalie come gli 800mila euro di credito d’imposta concessi dal Mic per la produzione della serie tv Netflix “Io sono notizia” sul “giornalista” (pregiudicato) Fabrizio Corona? E sono stato io a porre per primo – su questo blog – il quesito se ha un senso (di politica culturale) la concessione di ben 8 milioni di euro di “tax credit” al film di Checco Zalone, “Buen Camino”.
La questione di fondo resta il deficit di un (buon) governo della “politica culturale” italiana: alle carenze di adeguati controlli amministrativi nelle procedure ministeriali, si associa la totale assenza di valutazioni di impatto (culturali e socio-economiche), che consentano di comprendere i risultati dell’intervento dello Stato… Martedì 13 in Commissione VII della Camera (presieduta da Federico Mollicone, FdI) è iniziato l’iter per una prospettata nuova legge sul cinema e l’audiovisivo: ad essere audite per prime – non a caso – le lobby grandi e piccole della produzione (Anica, Apa, Cna, Agici, Itaca…), ognuna delle quali ha implorato che lo Stato non riduca il proprio intervento.
Nessuno ha avuto il coraggio di chiedere (pretendere) analisi e studi e valutazioni… perché, se questa strumentazione tecnica venisse finalmente attivata, si andrebbero a scoprire tanti altarini e tante (altre) magagne, nella gestione di quei 700 milioni di euro di danari pubblici che lo Stato ha messo a disposizione nel 2025, pur ridotti a 610 milioni per l’anno 2026. Il problema vero non è il “quantum” dell’intervento dello Stato nel settore, ma il “come”.
L'articolo È Andrea Iervolino il capro espiatorio degli scandali sul tax credit cine-televisivo? proviene da Il Fatto Quotidiano.



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Mentre i fessi, specie italiani, celebravano la mai avvenuta liberazione del Venezuela e abboccavano come pesci all’idea del sostegno americano alla popolazione iraniana, Donald Trump ha provveduto a cancellare l’Alleanza Atlantica, a dichiarare guerra all’Europa e a imporre ulteriori dazi a una manciata di Paesi europei e quindi anche ai contribuenti americani, almeno quelli cui non fa sparare in faccia celebrando poi l’eroismo degli assassini.
I Paesi europei seri, tra cui purtroppo non c’è l’Italia, non sanno più che cosa fare con il boss mafioso della Casa Bianca: hanno provato a blandirlo con tutti i vossiabinirica possibili, a corteggiare il suo narcisismo extra large, a girarsi dall’altra parte di fronte alle sue mattane, ma sabato sono arrivati al punto di non ritorno: Trump ha ribadito che vuole prendersi con la forza un pezzo della Danimarca, quindi dell’Europa e della Nato, senza alcuna ragione logica se non quella di voler mettere le sue piccole mani sulla più grande isola del mondo.
Trump è fatto così, è un mammasantissima adolescente, «governa da alcolista» (parole della sua capo di gabinetto Susie Wiles), vuole vantarsi di possedere l’isola che sul mappamondo gli sembra gigantesca ma solo per ragioni di ego patologico e forse anche per far dimenticare agli americani tutte quelle volte che, invece, è stato ospite nell’isola piccina piccina dei Caraibi del suo best friend Epstein.
Non c’è nessuna (altra) ragione plausibile che possa spiegare la volontà predatoria di annettersi la Groenlandia, un’operazione speciale che un secolo fa i tedeschi hanno fatto diventare virale col nome Anschluss. La Groenlandia fa parte della Nato, e fino a poco tempo fa ospitava sedici basi militari americane che gli stessi americani unilateralmente hanno smantellato fino a lasciarne soltanto una, ma che potrebbero riaprire quando e come vogliono, perché stando a quanto stabilisce il trattato tra i due Paesi a Trump basterebbe inviare una lettera al Regno di Danimarca per installare basi e inviare soldati ed equipaggiamenti e garantire all’emisfero occidentale la protezione che sostiene di voler assicurare.
A parte l’ego adolescenziale, potrebbe esserci anche un’altra spiegazione dietro la dichiarazione di guerra di Trump agli alleati europei, una guerra dichiarata perché gli europei hanno inviato qualche soldato in Groenlandia, come concordato nel vertice di Washington con J.D. Vance e Marco Rubio, anche per rispondere alla critica trumpiana di scarsa protezione danese dell’isola.
Quest’altra spiegazione è che Trump sia un asset del Cremlino, come gli “Americans” della serie tv, il cui compito primario è quello di cancellare l’Alleanza Atlantica che per quasi un secolo ha tenuto a bada l’imperialismo russo e di smontare l’Unione europea democratica che attrae le popolazioni orientali colonizzate fino a poco tempo fa dalla Russia, e ora terrorizzate dall’idea che Mosca possa tornare a opprimerle.
Trump sta facendo tutto questo alla luce del sole, esattamente come Putin non nasconde le sue mire, e quindi indebolisce l’Europa, rende inutile la Nato e fa apertamente il tifo per i partiti eversivi di estrema destra, ma gli vanno bene anche quelli dell’altra parte purché eversivi, tutti insieme impegnati a chiudere la società aperta, a reprimere il dissenso e a trasformare le democrazie in autocrazie illiberali.
Lo avete letto soltanto qui, e non da ieri, ma dal giorno numero uno: Trump è il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti e sta realizzando tutte le sue promesse elettorali, molto sentite nel collegio di Mosca. State certi che Trump non accetterà di perdere le elezioni di metà mandato di novembre, figuriamoci quelle del 2028, come già ha provato a cancellarle, fallendo, il 6 gennaio 2021 istigando l’assalto armato al Congresso, e poi graziando al primo giorno del secondo mandato tutti i golpisti, alcuni dei quali si sono arruolati nell’Ice, il gruppo paramilitare con cui ora terrorizza gli americani con i metodi dei collectivos venezuelani, dei basij iraniani, della Gestapo nazista e aprendo inchieste giudiziarie di stampo staliniano contro i suoi oppositori (nell’ultima settimana: contro il presidente della Fed, peraltro nominato da lui, contro i vertici istituzionali del Minnesota e proprio ieri minacciando di procedere contro tutta l’ex amministrazione Biden).
Vedremo che cosa faranno adesso i leader europei con la testa sulle spalle: Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Donald Tusk, i leader baltici e Volodymyr Zelensky, a cominciare ovviamente dalla sospensione dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti siglato qualche mese fa sempre per compiacere il capo mandamento di Washington.
Ma a questo punto è anche la tenuta democratica dell’Italia a preoccupare, con una premier trumpiana e orbaniana, e di riflesso quindi putiniana come ai bei tempi andati, che mentre l’Europa e la Nato stanno morendo lei mangia il gelato. Con una maggioranza di governo ancora più impresentabile, e un’alternativa democratica altrettanto ambigua e grottesca.
Resistono i soliti cinque o sei parlamentari del Pd, Carlo Calenda e qualche eroe solitario qua e là, nella totale indifferenza di stampa e televisione. Siamo nei guai.
L'articolo Trump dichiara guerra all’Europa, e Meloni mangia il gelato proviene da Linkiesta.it.
Ventisette anni: questo è l’arco di tempo per cui Marco Espa è stato caregiver. Lo è stato giorno e notte, per sua figlia Chiara. È presidente nazionale dell’Associazione Bambini Cerebrolesi – ABC Italia) e insieme a Francesca Palmas ha scritto il libro Progetto di Vita (Erickson). Dal gennaio 2024, ha fatto parte del Tavolo interministeriale tecnico per la legge nazionale sui caregiver familiari costituito della ministra Alessandra Locatelli e della viceministra del Lavoro Maria Teresa Bellucci: a partire da quei lavori – durati un anno intero – gli uffici ministeriali hanno poi predisposto il ddl appena approvato dal Consiglio dei Ministri.
Che ne pensa del ddl presentato dalla ministra Locatelli?
È un passo importante, perché finalmente lo Stato riconosce che il tema dei caregiver non è un fatto privato e che esiste e va affrontato. È anche cosa buona e giusta partire dai caregiver conviventi: sono quelli che sostengono il carico più alto, spesso 24 ore su 24, e che rinunciano al lavoro e alla propria vita per evitare l’istituzionalizzazione dei loro cari. La scelta fatta dalla ministra Locatelli – partire dai caregiver conviventi, in un quadro di risorse limitate – è sicuramente una scelta difficile, ma è strategicamente importante e noi come ABC la sosteniamo. Tuttavia, questo criterio viene di fatto mortificato dall’introduzione di un limite Isee troppo basso, a 15mila euro: così facendo si escludono decine di migliaia di caregiver che vivono la stessa identica condizione di cura. È una contraddizione evidente: si individua correttamente la priorità, ma poi la si svuota con un criterio economico che non ha nulla a che vedere con la non autosufficienza. Il ddl ora inizierà il suo iter in Parlamento e dovremo lavoreremo insieme alle istituzioni e a tutti i vari stakeholder per migliorarlo.
Finalmente lo Stato riconosce che il tema dei caregiver non è un fatto privato, che esiste e va affrontato. È anche cosa buona e giusta partire dai caregiver conviventi: sono quelli che sostengono il carico più alto
Marco Espa, presidente ABC
Intende dire che lo Stato dovrebbe dare un sostegno ai caregiver indipendentemente dalla soglia Isee?
La non autosufficienza non è una condizione di povertà, è una condizione di vita. Legare il riconoscimento del caregiver al reddito significa trasformare una politica di inclusione in una misura assistenziale selettiva. Questo approccio taglia fuori decine di migliaia di caregiver conviventi che continuano a sostenere da soli un carico enorme, senza alcuna tutela. Lo Stato a parole sta dicendo ai caregiver conviventi “vi riconosco, partiamo da voi” e poi però introducendo un Isee così basso, di fatto fa un’altra cosa. Ma chi ha esperienza nel settore, come noi, sa come rendere inclusiva una politica pubblica, anche con lo strumento dell’Isee graduato a seconda del reddito, senza però tagliare fuori nessuno. Non avendo mai ricevuto il testo, però, non siamo potuti intervenire a correzione.

C’è chi sostiene che tutti i caregiver dovrebbero avere lo stesso trattamento, a prescindere dall’essere conviventi o meno. In questo modo, infatti, si tagliano fuori – per esempio – i figli di anziani non autosufficienti, che sono caregiver ma tipicamente non convivono con i propri genitori. È una strada praticabile?
Ci sono situazioni che vanno sostenute, come quelle di chi si prende cura per un grande numero di ore quotidiane pur non essendo convivente. Non solo figli e genitori ma anche reti amicali di vicinanza. L’importante è farsi carico. Certo non possiamo pensare equivalente questa situazione a chi decide per tanti motivi di istituzionalizzare una persona 200 km di distanza. Al Tavolo ho sentito ragionamenti contorti e di fantasia di chi sosteneva che il carico di chi istituzionalizzava i propri familiari era ben superiore a quello di coloro che ci convivevano. E poi, bisogna essere onesti: se volessimo garantire lo stesso trattamento a tutti i caregiver, conviventi e non conviventi, servirebbero almeno 40 miliardi di euro. Questa è una cifra impossibile per qualsiasi Governo e, aggiungo, nemmeno giusta. Le politiche pubbliche devono partire da chi sostiene il carico più alto. L’equità non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel riconoscere le differenze reali.
Se volessimo garantire lo stesso trattamento a tutti i caregiver, conviventi e non conviventi, servirebbero almeno 40 miliardi di euro. L’equità non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel riconoscere le differenze reali
Marco Espa, presidente ABC
Si parla spesso di dare uno “stipendio” per i caregiver. Perché siete contrari?
Perché sarebbe un errore strutturale. Dare uno stipendio ai caregiver significherebbe consentire allo Stato di lavarsene le mani, scaricando interamente sulle famiglie la responsabilità della cura. Nel contesto italiano questa scelta avrebbe un effetto devastante sulle donne, non possiamo nascondercelo: vorrebbe dire costringerle “agli arresti domiciliari”, senza aver commesso alcun reato. L’idea dello stipendio per il caregiver non è emancipazione, è al contrario una regressione culturale e sociale, che rischia di cristallizzare la segregazione domestica e l’isolamento. Noi non vogliamo sussidi che rinchiudano le persone in casa, vogliamo diritti che permettano di vivere, lavorare e partecipare alla società.

Di che cosa hanno bisogno, allora, i caregiver?
La vera battaglia è il diritto ai contributi figurativi, cioè alla pensione. Migliaia di caregiver hanno abbandonato il lavoro per anni, spesso per una vita intera e quindi rischiano di ritrovarsi senza alcuna tutela previdenziale. Questo è inaccettabile. I contributi figurativi non sono assistenza: sono una misura strutturale che riconosce il valore pubblico del lavoro di cura. Sia chiaro, capiamo e non siamo contrari a contributi come quelli previsti in bozza di legge, in attesa che partano i progetti di vita, ma devono essere provvisori: l’obiettivo deve essere anche per noi caregiver il progetto di vita. Ovviamente accanto al riconoscimento dei contributi figurativi.
L’idea dello stipendio per il caregiver non è emancipazione, è al contrario una regressione culturale e sociale, che rischia di cristallizzare la segregazione domestica e l’isolamento. La vera battaglia è il diritto ai contributi figurativi, cioè alla pensione
Marco Espa, presidente ABC
Che cosa c’entra con i caregiver il progetto di vita?
Ricordiamolo: questa è una legge che deve sostenere i caregiver, non delegare loro ulteriori compiti di cura in cambio di soldi. Prendersi cura di chi si prende cura, significa intervenire concretamente attraverso misure di sostegno adeguate alle persone con disabilità, per esempio attraverso i progetti di vita personalizzati, co-progettati, deistituzionalizzanti. Questo non solo permette realmente di alleggerire il naturale carico di assistenza richiesto a un familiare, ma al tempo stesso permettere alle persone di scegliere dove e come e con chi vivere. L’esperienza ci ha dimostrato che se le persone con disabilità sono realmente sostenuti, con progetti personalizzati e co-progettati, i caregivers sono addirittura in grado di riprendere le attività lavorative e in generale di migliorare la loro qualità di vita. Dunque, il reale riconoscimento della figura del caregiver non si deve limitare ad una misura risarcitoria, ma che ne valorizzi il ruolo. E va letta in combinato disposto con i progetti di vita dei loro cari con disabilità. Su questo punto, però, c’è una cosa che lo Stato e i suoi funzionari devono capire: non si fanno le riforme a costo zero o quasi.

Sta parlando della riforma della disabilità?
Penso a chi ritiene che tutto sommato il progetto di vita sia la sommatoria di ciò che esiste già nei territori. Non è così. A mio giudizio le prestazioni “atipiche” – cioè quelle che ad oggi non rientrano nelle unità di offerta del territorio di riferimento – saranno probabilmente il 90% di ogni singolo progetto e non, come dicono invece molti osservatori, una quota residuale che riguarderà solo alcune situazioni particolari. La risposta a necessità “atipiche” nel progetto di vita non è un’evenienza eccezionale, ma dovrà essere la prassi ordinaria; è l’essenza stessa del nuovo modello. La legge prevede un fondo da 25 milioni l’anno per garantire queste “prestazioni atipiche”, ma aver previsto risorse così limitate equivale a trattare la personalizzazione come un elemento marginale, un’eccezione da concedere con il contagocce, anziché come il pilastro della legge. È un paradosso difficilmente sanabile: si crea uno strumento per l’innovazione, ma lo si dota di risorse che, di fatto, ne circoscrivono l’applicazione a un ruolo quasi simbolico, tradendo l’ispirazione originaria della norma. È per questa ragione che ci vogliono miliardi di euro per non far fallire la riforma della disabilità.
L’obiettivo deve essere anche per noi caregiver il progetto di vita. Per questo servono miliardi: per i caregiver e per i progetti di vita
Marco Espa, presidente ABC
Ancora una volta, la questione delle risorse resta centrale.
Sì, la questione delle risorse è determinante. IIl punto è che se le istituzioni non affrontano oggi il tema della non autosufficienza, tutto ricadrà sui conti dello Stato tra pochi anni, in altri modi, ma certamente con un impatto molto più pesante. Se ci fosse una classe politica lungimirante, si potrebbe costruire un sistema misto di finanziamento di tutto questo: una parte attraverso un fondo tipo l’Home Care, una parte con un contributo che viene dai redditi altissimi, una parte sugli extra-profitti delle banche, una parte con la fiscalità generale e una parte attraverso il Parlamento. Va detto chiaramente: qui a giocare un ruolo centrale è il Parlamento, non il Governo. Il Governo, di qualunque colore sia, difficilmente farà questo passo: serve invece una responsabilità parlamentare. Se si individuino due o tre temi che maggioranza e opposizione ritengono unitari, che diventano bipartisan nell’agenda parlamentare, argomenti di tutti… si può fare. Ma bisogna dirlo con chiarezza: servono miliardi, non milioni. I miliardi per i caregiver e i miliardi per il progetto di vita. Tecnicamente si può fare, ma come sempre serve la volontà politica.

VITA ha dedicato un magazine ai caregiver familiari, titolato La solitudine dei caregiver: se hai un abbonamento puoi scaricare subito qui la versione digitale oppure abbonati qui.
Qual è il modello di inclusione che ABC propone?
Io sostengo che l’inclusione sociale non sia un sussidio, ma un’infrastruttura pubblica. Serve un approccio centrato sulla persona, che coinvolga chi ha esperienza vissuta della disabilità e della cura. La co-progettazione e la partecipazione non sono slogan: sono strumenti indispensabili per evitare errori, intercettare i bisogni reali e costruire fiducia. Troppo spesso le politiche pubbliche vengono progettate senza ascoltare le persone che dovrebbero beneficiarne, ma così si finiscono per ignorare proprio le voci dei più vulnerabili.
Questo richiede anche un rafforzamento dei servizi sociali?
Certamente. Non basta scrivere buone leggi, se non si investe nel personale dei servizi sociali. Una strategia ambiziosa ma che poi non sia accompagnata dal rafforzamento dell’infrastruttura umana e operativa dei servizi di assistenza, inclusione e supporto… è destinata a fallire. Servono investimenti mirati nei servizi sociali, nella professionalizzazione, in condizioni di lavoro di qualità e nell’integrazione con sanità, istruzione e politiche del lavoro. In assenza di tutto questo, qualsiasi riforma rischia di restare pura retorica.

In sintesi, cosa serve oggi ai caregiver italiani?
Servono riconoscimento, contributi figurativi, diritto alla pensione e politiche strutturali sulla non autosufficienza. Non stipendi che permettano allo Stato di lavarsene le mani, non sussidi che rinchiudano le persone in casa. Ma un investimento pubblico serio, bipartisan, fondato su diritti, servizi e infrastrutture sociali. Perché l’inclusione non è un costo: oltre ad essere una responsabilità collettiva e una scelta di civiltà, è un investimento, riduce i costi assistenziali, come dimostrato dalle migliori esperienze pubbliche di deistituzionalizzazione in Italia, fa crescere l’occupazione e aumenta il gettito della fiscalità generale.
Nelle foto, alcune delle famiglie aderenti ad ABC, che nel 2024 ha avuto in gestione un bene confiscato alla mafia a San Teodoro (Olbia). Qui ha aperto la “Casa dell’indipendenza – Villa della legalità”. VITA lo ha raccontato qui.
L'articolo Caregiver familiare: lo Stato non deleghi la cura, in cambio di un sussidio proviene da Vita.it.
Dopo aver interloquito con i suoi colleghi e funzionari del Garante, Guido Scorza affida a un video sulla sua pagina Facebook il racconto delle motivazioni per cui la sera del 17 gennaio si è dimesso dal suo incarico dopo cinque anni. Motivazione che vanno dall’assunzione di responsabilità verso l’istituzione, ma negando di averne rispetto alle accuse che gli vengono mosse. Pur riconoscendo l’importanza delle inchieste giornalistiche e del lavoro della magistratura, chiama in causa non chi fa le inchieste ma “quelli che le raccontano in maniera acritica e sensazionalistica a caccia di lettori e di visualizzazioni, degli algoritmi dei social network che amplificano i messaggi più radicali e sacrificano l’audience di quelli più ponderati e di una parte della politica, quella con la P minuscola, più a caccia di facile visibilità e di consenso che di riflessioni e idee per migliorare la vita delle persone e le condizioni del paese”.
“Prima la notizia e poi le motivazioni e i commenti. Ho appena trasmesso al presidente, al segretario generale del garante per la protezione dei dati personali le mie dimissioni irrevocabili da componente del collegio. Ho deciso di fare un passo indietro. Credo si tratti di una decisione giusta e necessaria nell’interesse dell’istituzione. Non ho nessuna remora, né imbarazzo nel confessare che è stata una delle decisioni più sofferte della mia vita. Lascio, ne sono convinto, uno dei lavori più belli che a una persona possa capitare. Lascio un lavoro che ho fatto con più determinazione e passione di qualsiasi altro fatto sin qui. Lascio un lavoro che non ho mai considerato tale, ma invece una missione civile prima che professionale e istituzionale.
Un’occasione unica di fare nel mio piccolo la mia parte per promuovere e difendere un diritto che non è mai stato tanto centrale e irrinunciabile nella vita delle persone e della società. Una missione alla quale ho dedicato ogni giorno degli ultimi 5 anni. Lascio un incarico che per me ha sempre rappresentato anche un modo per restituire almeno parte di ciò che mi ha dato ad un paese che mi ha dato tantissimo, consentendomi di acquisire competenze ed esperienze importanti, di realizzarmi nella dimensione personale e professionale e di credere in un futuro migliore del passato da lasciare alle mie figlie. Lascio un incarico che avevo sognato da quando 30 anni fa incontrai per la prima volta Stefano Rodotà e Giovanni Buttarelli che stavano lavorando a quella che sarebbe diventata la prima legge italiana sulla protezione dei dati personali.
Lascio e vengo alle motivazioni di una scelta così tanto difficile, principalmente per rispetto di quel sogno, quello di Stefano e quello di Giovanni, ma anche delle tante donne, dei tanti uomini che con loro hanno dato vita a quello che sarebbe poi diventato il garante per la protezione dei dati personali. Un sogno che negli anni, ben prima di essere eletto, è diventato anche il mio Pendere forte un diritto fragile e garbato come il diritto alla privacy, un sogno reso possibile anche grazie al lavoro svolto da un’autorità indipendente e autorevole, capace di garantirne promozione e protezione. Quell’autorità che all’epoca muoveva i primi passi, poi cresciuta e diventata una delle più prestigiose e rispettate autorità di protezione dei dati personali al mondo, sta vivendo oggi uno dei momenti più difficili della sua trentennale esistenza.
Un giorno che purtroppo non è oggi e non è vicino, ci si renderà conto e si capirà che questo momento difficile dell’autorità non è dovuto ad errori o omissioni di chi ci ha lavorato, di chi ci lavora, di chi continuerà a lavorarci e non è dovuto per quel che mi riguarda a ciò che ho fatto o non ho fatto, fermo restando naturalmente che fare meglio e fare di più è sempre possibile, ma è dovuto a fattori estranei all’autorità e a patologie e derive di un sistema che, dobbiamo dircelo, non ha ancora trovato un punto di equilibrio sostenibile tra diritti, libertà e poteri tutti egualmente centrali e irrinunciabili nella vita democratica del nostro paese. Ma proprio perché quel giorno non è oggi ed è lontano, non lo si può sfortunatamente aspettare oltre.
Il Paese ha bisogno oggi di un garante per la protezione dei dati personali che prima di avere autorità, abbia autorevolezza non solo effettiva ma anche percepita. E le persone, a cominciare dal personale del garante hanno bisogno e diritto a che niente sia lasciato di intentato, perché il garante riconquisti il prima possibile quella fiducia percepita, senza la quale un diritto già fragile, perché poco noto, poco noto nel suo valore ai più deboli e invece in viso ai più forti è pressoché impossibile da promuovere e proteggere. È per questo, è solo per questo che oggi ho deciso di fare un passo indietro. Lascio nell’assoluta certezza di non avere, come ho già spiegato ieri in un video al quale mi limito a rinviare, nessuna responsabilità in relazione alle contestazioni che mi vengono mosse, anche se non c’è dubbio che restare sarebbe stata la scelta eisticamente migliore, quella più comoda, forse quella più saggia, sarebbe anche stata una scelta incompatibile con ciò in cui credo, con la mia storia, con il mio modo di essere, di rispettare le istituzioni. Sono cresciuto in una famiglia dove ho imparato che il senso dello Stato non si dichiara solo a parole, ma si dimostra i fatti e io voglio poter insegnare anche con la forza dell’esempio gli stessi principi e gli stessi valori alle mie figlie.
Il garante l’istituzione che ho servito negli ultimi 5 anni e mezzo e alla quale sono visceralmente legato, viene prima di me e dei miei interessi. Benché sino ieri abbia detto il contrario, la calma che segue anche da vicino, talvolta la concitazione degli eventi oggi mi ha suggerito questa scelta in maniera definitiva, ma se queste sono le motivazioni delle mie dimissioni, credo sia importante condividere con la stessa trasparenza anche quelle che mi hanno dato la forza di arrivare sin qui, di vederla diversamente qui. Ho detto e ho scritto decine di volte dall’inizio di questa vicenda che considero giuste, considero utili, considero democraticamente preziose sia l’inchiesta giornalistica che quella giudiziaria che hanno interessato ed interessano il Garante e ne resto convinto e però in tutta sincerità io non credo che in un sistema democratico sano, solido, maturo, delle legittime inchieste giornalistiche e giudiziarie debbano poter compromettere fino a questo punto, prima che qualsivoglia specifica responsabilità sia accertata, il buon funzionamento di un’autorità indipendente chiamata a promuovere e proteggere un diritto fondamentale, pietra angolare della nostra democrazia e la responsabilità non credo onestamente sia né dei giornalisti che fanno le inchieste né tantomeno dei giudici che fanno il loro lavoro e adempiono ai loro doveri e alla legge, ma è nostra e delle persone, dell’opinione pubblica, della società, di una parte dei media, non quelli che fanno le inchieste, ma quelli che le raccontano in maniera critica e sensazionalistica a caccia di lettori e di visualizzazioni, degli algoritmi dei social network che amplificano i messaggi più radicali e sacrificano l’audience di quelli più pagati e ponderati e di una parte della politica, quella con la P minuscola, più a caccia di facile visibilità e di consenso che di riflessioni e idee per migliorare la vita delle persone e le condizioni del paese.
Confesso che questo a me pare un enorme elemento di fragilità del nostro sistema democratico che trascende evidentemente questa vicenda, ma sul quale credo sia necessario interrogarsi con urgenza. Mi fermo qui, ma non prima di alcuni necessari ringraziamenti. Il primo va alle donne e agli uomini dell’autorità, senza i quali nulla del poco che spero di aver fatto sarebbe stato possibile. Grazie poi alla mia segreteria, una squadra unica che auguro a chiunque di avere a fianco. Un ringraziamento alla comunità internazionale dei garanti, delle autorità di protezione dei dati personali, ai colleghi dello European Data Protection Board, a quelli dello European Data Protection Supervisor, a quelli della Global Privacy Assembly. Senza questa rete internazionale difendere la privacy nella società globale nella quale viviamo sarebbe semplicemente impossibile. Grazie ai colleghi del collegio, quali va il mio in bocca al lupo per la prosecuzione del lavoro e a tutti i rappresentanti delle istituzioni della società civile e dell’industria con i quali ho avuto il privilegio di lavorare.
L’ultimo ringraziamento alla mia famiglia che ha pagato il prezzo più alto prima della mia scelta di vivere il mio incarico come una missione per le mie essenze e poi negli ultimi mesi per la sofferenza che le inchieste gi e l’indagine della magistratura hanno loro inevitabilmente arrecato. Grazie per la pazienza, grazie per la vicinanza, grazie per l’affetto. Arrivederci dalla stessa parte, quella dei diritti, quella delle libertà, quella della democrazia, anche se con ruoli e con responsabilità diversa”.
L'articolo Dimissioni di Guido Scorza, ecco il discorso di addio: “Preziose l’inchiesta giornalistica e giudiziaria, non il sensazionalismo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si è dimesso Guido Scorza, il componente del collegio del Garante della Privacy indagato insieme agli altri tre membri del collegio con l’accusa di peculato e corruzione. Scorza avrebbe comunicato al Presidente, ai colleghi e al segretario generale Luigi Montuori la sua decisione.
Scorza era stato nominato nel 2020 su indicazione dei Cinque Stelle, fu l’unico membro del Collegio a non votare la famosa multa a Report da 150mila euro, da cui è partita la slavina delle inchieste giornalistiche condotte da Report e dal Fatto. E tuttavia è stato travolto lo stesso per la sospetta contiguità tra il suo ruolo di Garante e lo studio legale E-Lex che lui stesso aveva fondato, per via di pratiche e istruttorie per reclami di clienti dello studio presso il quale lavora ancora la moglie.
“Ho deciso di fare un passo indietro – scrive sulla bacheca Fb – nell’interesse dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Sono stati cinque anni e mezzo bellissimi dalla parte giusta del mondo. Per ora grazie a tutte e a tutti ma arrivederci dalla stessa parte, quella dei diritti, delle libertà e della democrazia. In questo video le ragioni di una scelta difficile e sofferta”.
Da regolamento il Collegio può operare anche con tre soli membri, ma già lunedì il presidente Stanzione e il segretario Montuori dovranno notificare ai presidenti di Camera e Senato per avviare le dimissioni di Scorza e per avviare l’iter per la nomina di un quarto membro da integrare al suo posto. E dunque, cosa faranno gli altri?
Da quanto apprende il Fatto, Scorza prima dell’annuncio e delle comunicazioni ufficiali aveva avvertito telefonicamente tutti i colleghi della sua decisione, ma alla sua comunicazione non sono seguite analoghe decisioni. E questo vuol dire che probabilmente non si dimetteranno, non a breve.
E questo dipenderà molto dalle strategie suggerite nelle scorse ore dai rispettivi legali, che hanno tentato rapidamente di valutare le accuse e se rispetto a queste sono più tutelati rimanendo nell’incarico o lasciando. I legali della vice presidente Cerrina Feroni, contattati a caldo da Fatto, dicono che “allo stato non è cambiato nulla” e che ne parleranno nei prossimi giorni.
Nel suo discorso di dimissioni, Scorza descrive la scelta di fare un passo indietro come “giusta e necessaria nell’interesse dell’istituzione”, pur ammettendo senza remore che si tratta di una delle decisioni “più sofferte della mia vita”. La motivazione principale “è la necessità di preservare la credibilità dell’Ente”. Scorza afferma che il Paese ha bisogno di un Garante che possieda “autorevolezza non solo effettiva ma anche percepita” e che, senza questa “fiducia percepita”, diventa impossibile promuovere e proteggere un diritto fragile come la privacy,,,. Dichiara esplicitamente: “L’istituzione… viene prima di me e dei miei interessi”.
Scorza ci tiene a precisare che lascia l’incarico nell’assoluta certezza di non avere… nessuna responsabilità in relazione alle contestazioni che mi vengono mosse”. Una scelta etica: “Rimanere al suo posto sarebbe stata la scelta egoisticamente migliore, più comoda e forse più saggia, ma incompatibile con la sua storia, i suoi valori e il suo senso dello Stato, che impone di dimostrare il rispetto per le istituzioni con i fatti e non solo a parole”.
Attribuisce il momento difficile dell’Autorità non a errori interni, ma a “fattori estranei” e a “patologie e derive di un sistema”. Pur definendo le inchieste giornalistiche e giudiziarie “giuste, utili, democraticamente preziose”, lamenta il fatto che in questo sistema “esse possano compromettere il funzionamento di un’autorità indipendente prima ancora che venga accertata una responsabilità”. La colpa di ciò, secondo Scorza, ricade su un “circuito mediatico sensazionalistico, sugli algoritmi social e su una “politica con la P minuscola” a caccia di visibilità”.
L'articolo Garante della Privacy, Guido Scorza si è dimesso. Gli altri tre restano invece al loro posto proviene da Il Fatto Quotidiano.
I cittadini della Basilicata di mobilitano per cancellare i vitalizi, reintrodotti con un emendamento approvato dal Consiglio regionale a pochi giorni dal Natale. Prima sono state lanciate due petizioni online, adesso è nato un comitato – composto anche da sindacati e associazioni – per avviare formalmente l’iter per richiedere il referendum abrogativo contro quello che definiscono “un privilegio inaccettabile“. “A decidere saranno i cittadini”, assicurano i promotori anche se, al momento, ci sono alcuni problemi di carattere giuridico che impedirebbero l’attivazione di un percorso referendario in Basilicata.
Come anticipato dal Fatto Quotidiano, il Consiglio regionale ha modificato il trattamento previdenziale dei suoi ex componenti introducendo una pensione da circa 600 euro al mese, al compimento dei 65 anni, a fronte del versamento di 570 euro di contributi al mese per i 5 anni di mandato. E le somme arriveranno dal fondo di solidarietà introdotto nel 2017 (finanziato con la decurtazione del 10% della indennità dei consiglieri) che era destinato però a finalità sociali. È stata chiamata “indennità differita” e il provvedimento è stato approvato dalla maggioranza di centrodestra, col voto contrario del Movimento 5 stelle e dei civici cattolici di Basilicata casa comune. Astenuto il consigliere di Avs mentre non hanno partecipato al voto i consiglieri del Pd.
“Con un atto grave, opaco e moralmente inaccettabile – si legge nella nota diffusa dai firmatari della proposta di referendum – il Consiglio regionale della Basilicata ha reintrodotto i vitalizi mascherandoli sotto un nuovo nome: indennità differita. Lo ha fatto nel silenzio delle festività natalizie, attingendo persino a fondi destinati alla beneficenza. Un privilegio dal costo enorme, mentre migliaia di famiglie lucane faticano ad arrivare alla fine del mese. È una scelta irresponsabile – continuano – che colpisce al cuore il patto di fiducia tra istituzioni e cittadini. Chi lavora per tutta la vita lo fa per costruire la propria pensione, non per garantire rendite anticipate e privilegiate a una classe politica già ampiamente tutelata”. L’obiettivo è abrogare gli articoli 16 e 17 della legge regionale 30 dicembre 2025, n. 57. “Sarà una grande mobilitazione della società civile contro il ritorno di una politica che vorrebbe farsi casta. La Basilicata merita di più. E questa volta, a decidere, saranno i cittadini”, rimarcano i promotori.
Secondo quanto previsto dallo Statuto della Regione Basilicata, servono almeno 5mila firme di elettori per richiedere il referendum. Se ammessa, la consultazione popolare è valida se partecipa alla votazione almeno il 33 per cento degli aventi diritto e diventa efficace se raggiunge la maggioranza dei voti validamente espressi. Il problema, come spiegano le due consigliere regionali del Movimento 5 stelle, Alessia Araneo e Viviana Verri, è che “al momento non esistono le condizioni giuridiche per attivare un percorso referendario”. La consultazione popolare è sì prevista ma non è normata. “Nei mesi scorsi, insieme a tutte le forze di opposizione, abbiamo presentato una proposta di legge per disciplinare gli istituti di partecipazione democratica previsti dallo Statuto regionale ma di fatto ancora inattuabili”, spiega a ilfattoquotidiano.it la consigliere Araneo. Il testo è stato approvato in commissione ma adesso deve essere integrato con le indicazioni arrivate dalla Consulta di garanzia statutaria. Solo dopo la proposta potrà approdare in Consiglio regionale.
Proprio per questo le consigliere regionali del M5s annunciano che si apprestano “a depositare una proposta di legge per l’abrogazione dei vitalizi”, la cui introduzione “ha generato un’ondata di indignazione diffusa e trasversale, che attraversa territori, famiglie, lavoratori, amministratori locali, associazioni”. “Non si tratta”, spiegano, “di una polemica di parte, ma di una reazione collettiva a una decisione percepita come distante, ingiusta e moralmente inaccettabile. Questa scelta arriva mentre la Regione è alle prese con crisi industriali drammatiche, licenziamenti, un sistema sanitario sempre più fragile, uno spopolamento che svuota intere comunità e un’emergenza idrica che mette a rischio diritti fondamentali. In questo contesto, il messaggio che passa è devastante: mentre ai cittadini si chiedono sacrifici, la politica si garantisce tutele e benefici”. “Per questo abbiamo votato contro quella norma” e “rifiutiamo di aderire all’indennità differita“, sottolineano Araneo e Verri. “In queste ore – continuano – emerge con forza una richiesta di partecipazione democratica: molti cittadini invocano strumenti come il referendum, segno evidente di una distanza che non può più essere ignorata. Anche se al momento non esistono le condizioni giuridiche per attivare un percorso referendario, la politica ha il dovere di intercettare questa domanda di coinvolgimento e trasformarla in un’azione concreta“.
Dopo che i suoi consiglieri non hanno partecipato al voto, anche il Partito democratico contesta la decisione. Per il senatore Daniele Manca, commissario regionale del Pd Basilicata, “questa maggioranza ha smarrito il senso di marcia, guarda esclusivamente al potere e introduce misure utili agli eletti anziché alle famiglie e alle imprese. Una vergogna che chiediamo al governo di rimuovere”. Per l’esponente dem l’emendamento “presenta molte difformità rispetto al contesto costituzionale a partire dall’utilizzo parziale di un fondo istituito per finalità sociali. Anche la retroattività è insostenibile e priva di conformità costituzionale”. Per questo chiede al governo “di impugnare la norma e rimuovere un provvedimento truffaldino sotto il profilo della trasparenza e del metodo legislativo, sostenuto dal presidente Bardi e dalla sua maggioranza”.
L'articolo Ritorno dei vitalizi in Basilicata, i cittadini chiedono il referendum: “È un privilegio inaccettabile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“L’immenso valore della cultura risalta ancor di più in questo periodo storico che ci porta molteplici motivi di preoccupazione, dove strategie predatorie sono riapparse con il loro carico di morte e devastazione. La cultura è strumento principe di dialogo e quindi di pace“. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla cerimonia di inaugurazione dell’Aquila capitale italiana della cultura 2026
L'articolo Mattarella: “Preoccupa il ritorno di strategie predatorie. Cultura è strumento di dialogo e pace” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Milano Matteo Renzi apre l’assemblea nazionale di Italia Viva con un discorso di settanta minuti che spazia dall’Iran all’economia. Ma prova a tenersi lontano dal tema della giustizia e del referendum. Almeno fino a quando dalla platea, uno dei suoi sostenitori, invoca una parola sull’argomento. “Libertà totale sul referendum. C’è già chi ha preso posizione e chi no” spiega Renzi che nei giorni scorsi aveva dichiarato che annuncerà la sua scelta a una settimana dal voto. E si innervosisce quando glielo si chiede in qualità di “esperto di referendum costituzionali”. “Vuoi uno schemino? Parliamo d’altro, di Milano”, dice a ilfattoquotidiano.it. Dal palco però, il leader di Italia Viva non può sottrarsi allo stimolo del suo sostenitore e torna all’attacco: “Finché noi abbiamo un sistema in cui prima ancora di ragionare di separazione di carriere tra pm e giudici, noi abbiamo un governo governato dai magistrati, da Mantovano dalla dottoressa Bartolozzi – spiega Renzi – ci sono le toghe brune che stanno governando, la prima separazione delle carriere è quella tra il del potere politico da quello giudiziario”.
L'articolo Referendum, Renzi evita le domande: “Ho già risposto”. Poi ai suoi dà “libertà totale” e dice: “Oggi governano le toghe brune” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Io antifascista? Dico semplicemente che mi conformo ai valori della Costituzione, non sono fascista, non sono anti-nulla, neanche anti-comunista“. Così il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, di Fratelli d”Italia ha risposto alle domande di alcuni giornalisti a margine della cerimonia di inaugurazione di L’Aquila Capitale cultura 2026. Il riferimento è a un’intervista rilasciata dal sindaco al Centro di ieri in cui si è definito ‘anti-juventino‘ ma non ‘anti-fascista’. “Penso – ha aggiunto il sindaco – che sia importante confrontarsi con le ideologie con la serenità di chi non è un manicheo. E io non sono un manicheo, sono un laico nonostante la mia formazione, come è noto a tutti, sia stata fatta per intero nelle fila della destra italiana”. Alla domanda di un giornalista, il primo cittadino ha risposto infastidito: “Non ha capito la battuta ironica, mi dispiace per lei”. “Un giornalista – ha detto – deve essere più attento a certe sfumature altrimenti non capisce la complessità della vita. Quindi magari la prossima volta gliela rispiego con calma in privato”. Il sindaco si è confrontato anche sulla partecipazione a eventi legati a commemorazioni legate all’estrema destra. “Lo dico liberamente – ha sottolineato – che delle persone che si riuniscono per celebrare delle vittime di cui tra l’altro non si conoscono gli assassini abbiano tutto il diritto di farlo nei limiti delle leggi e della convivenza pacifica”. Infine, una domanda sulla possibilità di togliere il simbolo della fiamma dal logo dei Fratelli d’Italia. “Non sono d’accordo“, ha concluso
L'articolo Il sindaco de L’Aquila Biondi (FdI): “Io antifascista? No, al massimo anti-juventino”. Poi se la prende con il giornalista proviene da Il Fatto Quotidiano.

El líder supremo de Irán, el ayatolá Alí Jameneí, responsabilizó al presidente de Estados Unidos, Donald Trump, de las muertes y daños causados en su país, y reprochó sus insultos vertidos contra la República Islámica.
«El presidente de EEUU se refirió a este grupo que destruyó propiedades, incendió y mató personas en Irán como «el pueblo de Irán»; es decir, lanzó una gran calumnia contra el pueblo de Irán. Consideramos al presidente de EEUU culpable por esta acusación. Consideramos culpable al presidente de Estados Unidos por las bajas, los daños y las calumnias que infligió a la nación iraní. El presidente de EEUU les envió un mensaje a los sediciosos: «Les apoyamos, les apoyamos militarmente», es decir, el propio presidente de EEUU se involucró en la sedición. Estos son crímenes. En el pasado, ocurrían sediciones en Irán en las que generalmente intervenían medios de comunicación y políticos de segundo nivel de EEUU o países europeos. La particularidad de esta sedición fue que el propio presidente de EEUU intervino en ella y alentó a los agitadores», expresó Jameneí en un discurso ante miles de personas.
El líder supremo aseguró que «La nación iraní ha acabado con la sedición; ahora también debe acabar con los sediciosos» y añadió que «La reciente sedición fue una sedición estadounidense. Los estadounidenses la planificaron y actuaron. El objetivo del reciente complot estadounidense es engullir Irán». «Desde el inicio de la Revolución Islámica hasta hoy, el dominio de EEUU sobre Irán ha desaparecido. Ellos están pensando en volver a colocar a Irán bajo su dominio militar, político y económico», explicó.
Jameneí hace estas declaraciones tras las recientes protestas antigubernamentales, que estallaron a finales de diciembre, impulsadas por EEUU e Israel, sobre la base de problemas económicos, en buena parte producto de las sanciones norteamericanas, problemas a los que también se refirió: «La situación económica no es buena, La vida de la gente es realmente difícil. Yo lo sé. Los funcionarios del país y del gobierno deben trabajar el doble y con mayor seriedad para conseguir bienes básicos, insumos para el ganado, alimentos necesarios y las necesidades generales de la gente».
Por su parte, el ministro de Exteriores de Irán, Seyed Abbas Araghchi, aseguró que la situación en el país lleva varios días estabilizada, después de que se llevara a cabo una operación contra terroristas que instigaban los disturbios.
Prima critica chi organizza manifestazioni per l’Iran per “meccanismi di posizionamento politico”. Ma nemmeno trenta secondi dopo lancia un flash mob di fronte all’ambasciata iraniana. Dal palco dell’assemblea nazionale di Italia Viva di Milano, Matteo Renzi torna a parlare della crisi in Iran e delle manifestazioni contro il regime di Teheran di questi giorni e lancia un’iniziativa. “Una cosa semplice, martedì alle 18.30 a Roma davanti all’ambasciata e in tutta Italia, portatevi una sigaretta, senza chiamare gli altri partiti e senza chiamare i giornalisti” spiega dal palco mentre il suo discorso viene trasmesso in streaming in diretta e viene ripreso dalla agenzie stampa nazionale presenti. “Date fuoco a quell’immagine, dieci minuti, vi fate una foto – conclude Renzi – noi vi seguiremo in diretta su radio Leopolda”.
L'articolo Iran, Renzi contro Renzi: prima critica chi organizza le manifestazioni “per posizionamento di politica interna”. E 30 secondi dopo lancia la sua proviene da Il Fatto Quotidiano.
La situazione internazionale sta «continuando a peggiorare in modo costante», ha ammonito il presidente russo Vladimir Putin, evidenziando il riacutizzarsi di vecchi conflitti e l’emergere di nuovi focolai di crisi.
Queste parole sono state pronunciate giovedì durante la cerimonia di presentazione delle lettere credenziali da parte dei nuovi ambasciatori di oltre trenta Paesi, tra cui diversi considerati «ostili» da Mosca. Putin ha affrontato le principali sfide alla sicurezza globale, sottolineando che la cooperazione internazionale resta uno dei pilastri fondamentali per lo sviluppo sostenibile e la prosperità dell’umanità.
«La pace non nasce da sé: va costruita, ogni giorno. La pace richiede impegno, responsabilità e scelte consapevoli. La sua importanza è oggi più evidente che mai, mentre la situazione sulla scena internazionale si deteriora sempre di più – credo che nessuno possa negarlo –: i vecchi conflitti si stanno intensificando e stanno comparendo nuovi gravi focolai», ha dichiarato il presidente.
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Nel mondo attuale, ha proseguito Putin, la diplomazia e la ricerca del consenso «stanno lasciando spazio ad azioni unilaterali e piuttosto pericolose». Molti Paesi si trovano costretti a subire i diktat di chi applica il principio del «più forte ha sempre ragione».
«Decine di nazioni in tutto il mondo subiscono violazioni dei propri diritti sovrani, caos e illegalità, senza possedere la forza né le risorse necessarie per difendersi», ha aggiunto.
Il leader russo ha quindi invitato l’intera comunità internazionale a rispettare il diritto internazionale e a sostenere «l’ordine mondiale multipolare che sta emergendo e che appare più equo». Nel discorso ha fatto riferimento esplicito al conflitto in Ucraina, indicandolo come un chiaro esempio di violazione del principio di «indivisibilità della sicurezza», secondo cui la sicurezza di uno Stato non può essere garantita a scapito di quella altrui.
«Lo ha dimostrato con evidenza la crisi ucraina, che è stata la diretta conseguenza di anni in cui sono stati ignorati gli interessi legittimi della Russia e di una strategia deliberata di minaccia alla nostra sicurezza, con l’espansione della NATO verso i nostri confini in violazione delle promesse pubbliche che ci erano state fatte», ha affermato Putin, ribadendo l’impegno di Mosca a conseguire una pace stabile e duratura in Ucraina.
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
L'articolo Putin: la situazione globale «sta peggiorando» proviene da RENOVATIO 21.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump intende evitare un confronto militare prolungato con l’Iran e preferirebbe invece lanciare un’operazione rapida e definitiva contro il regime, ha riferito giovedì la NBC, citando diverse fonti informate sui fatti.
Negli ultimi giorni Trump ha rivolto ripetute minacce all’Iran, Paese scosso da imponenti proteste di massa scoppiate alla fine di dicembre. I disordini, inizialmente scatenati dall’impennata dell’inflazione e dal crollo della moneta nazionale, hanno assunto in seguito una chiara dimensione politica. Teheran ha attribuito le violenze – che secondo alcune stime avrebbero causato centinaia di morti – a un’ingerenza diretta di Stati Uniti e Israele, nonché all’infiltrazione di elementi «terroristici» tra i manifestanti.
Nonostante le dichiarazioni pubbliche minacciose e gli appelli ai dimostranti in cui ha promesso che «gli aiuti sono in arrivo», Trump ha finora esitato a ordinare un attacco, secondo quanto riferito dalle fonti della NBC. I suoi consiglieri non sono riusciti a garantire che un intervento militare porterebbe a un immediato crollo del governo iraniano. Il presidente, a quanto pare, ricerca un’azione chirurgica e decisiva in grado di infliggere un colpo mortale al regime, piuttosto che un impegno bellico di lunga durata.
«Se decide di agire, vuole che sia definitivo», ha dichiarato una fonte all’emittente TV statunitense.
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Diversi media hanno recentemente indicato che un intervento militare statunitense contro l’Iran appariva ormai inevitabile, soprattutto dopo le notizie secondo cui il personale del Pentagono sarebbe stato evacuato dalle basi in Medio Oriente per precauzione contro possibili rappresaglie iraniane.
Mercoledì Reuters, citando due funzionari europei anonimi, aveva riferito che un attacco fosse «imminente» e potesse avvenire entro le successive 24 ore. Un funzionario israeliano, anch’egli anonimo, aveva confermato all’agenzia che Trump sembrava aver preso la decisione di colpire l’Iran.
Come riportato da Renovatio 21, i principali Paesi arabi del Golfo stanno esercitando pressioni riservate sugli Stati Uniti affinché rinuncino a qualsiasi azione militare contro Teheran, avvertendo che un simile intervento rischierebbe di scatenare un conflitto regionale su vasta scala e di provocare gravi turbolenze sul mercato petrolifero mondiale.
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L'articolo Trump vuole un’azione «definitiva» contro l’Iran proviene da RENOVATIO 21.
Comunicato stampa
“I consiglieri AVS Lorenzo Falchi, Diletta Fallani e Massimiliano Ghimenti esprimono la loro più ferma solidarietà ai dieci Vigili del Fuoco, di cui sei toscani, colpiti da pesanti contestazioni disciplinari dal Ministero dell’Interno per aver partecipato, in uniforme, a una legittima manifestazione di protesta e per essersi inginocchiati in un minuto di silenzio per le vittime innocenti di Gaza lo scorso 22 settembre a Pisa durante lo sciopero indetto da USB, così come emerge grazie all’agenzia DIRE.
“Punirli per un gesto di compassione e di testimonianza civile, compiuto nel quadro di uno sciopero sindacale legalmente proclamato, è un atto grave e molto pericoloso” commentano I consiglieri. “I Vigili del Fuoco, come i metalmeccanici in tuta o i sanitari in camice, hanno il sacrosanto diritto di rivendicare le proprie ragioni e le proprie idee mostrando pubblicamente la propria appartenenza professionale.”
“Vediamo in queste contestazioni un preoccupante tentativo di intimidazione verso i milioni di persone che sono scesi in piazza per mesi per denunciare il genocidio israeliano a Gaza e per chiedere pace e libertà per il popolo palestinese” continua il capogruppo Falchi “È un attacco che riguarda non solo i pompieri, ma la libertà di espressione e il diritto di sciopero di tutti i lavoratori e le lavoratrici.”
“Chiediamo con urgenza al Ministro dell’Interno di ritirare immediatamente tutte le contestazioni disciplinari e di cessare questa pericolosa deriva autoritaria.” Conclude Falchi “Saremo al fianco dei Vigili del Fuoco colpiti da queste assurde contestazioni in tutte le iniziative di mobilitazione e sostegno che saranno promosse”

Per ora non c’è, nella testa degli italiani, il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Le mattane di Donald Trump o il carovita insostenibile (l’Istat ha certificato ieri che dal 2021 i prezzi sono aumentati del ventiquattro per cento) sono ben più presenti.
Il 22 marzo è lontano, la materia è tecnica, ostica, poco adatta a trasformarsi in una discussione da bar o da social. Qui non siamo di fronte a un bivio etico immediato come furono il divorzio o l’aborto, quando la scelta si iscriveva senza troppe mediazioni nella coscienza civile del Paese, né a un chiaro contrasto politico come all’epoca del referendum sulla scala mobile.
Stavolta il terreno è più scivoloso, e proprio per questo meno manicheo: esistono buone ragioni per votare Sì, così come argomenti seri per votare No. Anche politicamente il copione è meno scontato di quanto si possa pensare di primo acchito. Si dice che non sarà un referendum sul governo. Ed è vero.
Non lo sarà perché né Giorgia Meloni né Elly Schlein hanno alcun interesse a trasformarlo in un test sull’esecutivo. A sinistra, chi coltivava l’idea di usarlo come un’arma impropria per assestare una spallata al governo è stato rapidamente ricondotto all’ordine. Anche perché, nel frattempo, lo scenario è cambiato. Votare Sì non significa automaticamente votare per la destra. E, specularmente, votare No non equivale a una professione di fede progressista.
È una linea di frattura che attraversa gli schieramenti, li scompone, li ricombina. Lo dimostra la nascita della “Sinistra per il Sì”, promossa dall’associazione riformista Libertàeguale di Enrico Morando, Stefano Ceccanti, Claudio Petruccioli che ha tenuto a Firenze un’iniziativa introdotta da un giurista del calibro di Augusto Barbera, presidente emerito della Corte costituzionale, già deputato del Pci. Un fior di riformista.
Non sono soli. I dirigenti di Italia Viva stanno già facendo campagna per il Sì (Matteo Renzi, con la consueta civetteria tattica, si pronuncerà solo alla fine), e così Azione, i Liberaldemocratici, i radicali, Più Europa (dopo un’iniziale propensione per il No). Quindi un pezzo, per quanto minoritario, del campo largo non seguirà Elly Schlein.
Questo è un fatto dovuto anche alla previsione che nella nuova legge elettorale verranno cancellati i collegi uninominali, rendendo così il vincolo di coalizione molto più debole. A destra invece nessuna defezione ufficiale ma il quadro è chiaro: in caso di vittoria del Sì, la destra non potrà rivendicarne l’esclusiva proprio perché una fetta del campo largo voterà per la conferma della legge. Certo, verrà messo agli atti che il popolo avrà approvato una riforma targata Nordio-Meloni ma una loro narrazione trionfalistica sarebbe fuori luogo. Anzi, c’è un’ipotesi divertente: un Sì che prevale di misura, grazie ai voti decisivi dei riformisti. Per la destra sarebbe un piccolo sfregio simbolico.
E, paradossalmente, anche un regalo a Elly Schlein, che potrebbe assorbire l’urto di una sconfitta proprio appellandosi a quel rimescolamento delle carte che rende questo referendum tutto fuorché un regolamento di conti tra maggioranza e opposizione. A meno di una clamorosa vittoria dei No – al momento improbabile – politicamente non avrebbe vinto nessuno. Un referendum sterilizzato.
L'articolo Il referendum sulla giustizia non sarà un test sul governo Meloni, conviene a tutti proviene da Linkiesta.it.
La povertà non “tira”? A una prima e superficiale analisi, sembrerebbe questo il motivo della scarsa adesione al premio per il “Miglior sindaco del mondo“, istituito nel 2004 dalla City Mayors Foundation (associazione filantropica con sede a Londra) e che, per la prima volta nella sua storia più che ventennale, non sarà assegnato per mancanza di candidature. anno Appena 14 i sindaci che hanno presentato la propria candidatura da Europa, America e Africa (l’Asia non partecipa). Di questi, due erano italiani: il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, e il primo cittadino di Oliveri (città metropolitana di Messina), Francesco Iarrera. Una grande città e una piccola realtà (Oliveri conta circa 2.150 abitanti). Entrambe del Sud.
Il tema del premio istituito per il 2025 era, appunto, il contrasto alla povertà. Un argomento scivoloso, sotto il profilo politico? Oppure un riconoscimento che ha scarso appeal e di cui i sindaci – magari attivissimi sul tema – semplicemente ignoravano il bando? Difficile trovare una sola spiegazione, considerata la vastità della platea potenziale e delle aree geografiche coinvolte (soltanto in Italia, si contano quasi 8mila Comuni). Di sicuro, 14 candidature a livello internazionale erano decisamente troppo poche per legittimare l’assegnazione del World Mayor Prize, anche se è probabile che altre candidature non siano state accolte per vizi di forma. L’imbarazzo degli organizzatori è riassunto eloquentemente dalle parole pronunciate da Tann vom Hove, co-fondatore della Fondazione: «Il pubblico non ha risposto, le candidature sono state poche e, – dettaglio ancora più amaro – con poche eccezioni, nessuno ha sviluppato un modello davvero convincente per combattere la povertà nella propria comunità».

In oltre 20 anni, prima con cadenza annuale e poi biennale, il World Mayor Prize ha messo in risalto le buone pratiche di sindaci di città con milioni di abitanti ma anche centri di periferia: da Tirana ad Atene, da Melbourne a Cape Town, toccando poi Messico City, Bilbao, Calgary, Mechelen, Ancona (unico Comune italiano sinora premiato), Rotterdam, Grigny e Graz. Con Soprattutto negli ultimi tempi, era stato individuato ad ogni edizione un tema conduttore che consentisse di valutare l’operato dei sindaci.
«Fa riflettere che a livello internazionale ci sia stata un’adesione così bassa per il riconoscimento del 2025, ma non traiamo da questa notizia delle conclusioni affrettate», commenta Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà in Italia. «Sono uno che dice sempre quello che pensa, ma non è possibile prendersela con i sindaci o gli enti locali se il contrasto alla povertà risulta poco efficace. Dirò di più: dinanzi a questa mancanza di candidature, io avrei premiato simbolicamente tutti i sindaci d’Italia, e con loro le amministrazioni comunali che sono i luoghi di prossimità in cui, come in un imbuto, finiscono tutti i problemi non risolti da altri livelli dello Stato. La mia è una provocazione, so benissimo che parliamo di un riconoscimento internazionale. Ma guardate che la situazione è la stessa nel resto dell’Europa e in tutto il mondo».
Io invece di sospendere il premio per il 2025, avrei simbolicamente premiato tutti i sindaci d’Italia: sulla povertà sono lasciati soli dallo Stato
Antonio Russo, portavoce Alleanza contro la povertà
Restando in casa nostra, prosegue Russo, «se la lotta contro la povertà non si fa in maniera strutturale e in parallelo, invece strutturalmente si taglia il fondo per il sostegno all’inclusione attiva (nell’ultima Legge di Bilancio hanno decurtato 267 milioni di euro per il 2026) è chiaro che le istituzioni più prossime ai cittadini diventano i luoghi a cui si rivolge chi non ce la fa. E per fortuna che in Italia c’è una rete di organizzazioni caritatevoli che consentono di ammortizzare il problema. Se non ci fossero le mense, come faremmo? Sbagliamo bersaglio se ce la prendiamo con i sindaci, perché sono le istituzioni nazionali a non mettere i sindaci nelle condizioni di operare. In Italia abbiamo sei milioni di poveri assoluti, cioè 2,2 milioni di famiglie. La povertà colpisce tutto il Paese ed è intergenerazionale. Non solo: oggi colpisce anche chi lavora, persone che sino a pochi anni fa conducevano una vita dignitosa. In questo momento, anche negli Usa la situazione è diventata drammatica. E pure in altri Paesi del nostro continente. È giunto il momento che l’Ue pensi ad uno strumento europeo: probabilmente, con quello, molte persone si sentirebbero davvero cittadini europei. E non si lascerebbero troppo soli i sindaci e, soprattutto, i poveri».

Francesco Iarrera è uno dei due sindaci italiani che erano in lizza per il Premio («ma non ho proposto io la mia candidatura, né sono riuscito a sapere dagli organizzatori chi l’abbia avanzata per me», svela lui). «Si tratta di un riconoscimento e come tale va preso. Certo è anche un modo per parlare di un problema che va affrontato in maniera strutturale a livello centrale. I Comuni non hanno molti fondi: li possono richiedere, certo, ma è una delle pochissime cose che possono fare su questo fronte. Quando parliamo di povertà, parliamo anche di altri ambiti a essa connessi. Per esempio, di accoglienza degli immigrati. Nel nostro piccolo, cerchiamo di intercettare dei fondi per accogliere i minori stranieri non accompagnati, un tema un po’ scottante e talvolta divisivo, per questo i Comuni più piccoli a volte non hanno il coraggio di procedere in questa direzione. Poi ci sono altre forme di fragilità, come la povertà legata alla disoccupazione, e questo è un tema che riguarda tutto il Paese. Ci scontriamo quotidianamente con questo tipo di difficoltà, siamo l’interfaccia tra lo Stato e i cittadini, e cerchiamo di farlo nel migliore dei modi. A volte siamo costretti ad adottare provvedimenti tampone».

«Sento dire spesso che bisogna aiutare di più i piccoli Comuni, nei quali risiede il 70% della popolazione italiana, ma io questi aiuti non li vedo. I tagli ai trasferimenti sì, invece. È chiaro che, nel momento in cui non siamo competitivi in materia di servizi e di prospettive, i giovani vanno altrove. La povertà non è soltanto economica: è sociale, culturale, educativa, digitale. È molto ampia. E la maggior parte di queste persone resta ai margini. Noi viviamo in una condizione di continua emergenza: al mattino mettiamo l’elmetto e partiamo, consapevoli di dover gestire una situazione che lievita di giorno in giorno. Può darsi che molti colleghi non abbiano avuto nemmeno il tempo di candidarsi al World Mayor Prize, io per primo. Molti cittadini vedono i politici e le istituzioni distanti dai problemi. Irraggiungibili. Dobbiamo essere sindaci operai, se vogliamo essere parte integrante del territorio».
«È difficile dare un commento univoco a questa vicenda», premette Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori (Città metropolitana di Genova), che è stato Presidente Nazionale di fio.PSD (l’associazione che riunisce le organizzazioni che si occupano di homeless in Italia) e ha ricoperto vari ruoli anche all’interno dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani – Anci. Oggi è consulente di Fondazione Ifel, l’Istituto per la finanza e l’economia locale, istituito dall’Anci nel 2006. Pezzana si occupa soprattutto di progetti di accompagnamento riguardanti accoglienza, welfare e servizi sociali. «Di amministratori in gamba in giro ce ne sono tanti, soprattutto nelle realtà un po’ più nascoste, dove ci sono meno risorse e occorre più fantasia. Il Premio non è poi così noto, ma è vero che negli anni passati c’è stata una maggiore partecipazione. Soprattutto io credo che i sindaci siano molto assorbiti dal loro lavoro. Vedendoli all’opera oggi, mi rendo conto che c’è parecchio disincanto: si sentono un po’ abbandonati, avvertono moltissime responsabilità sulle loro spalle, molta gente li denuncia per ogni minima cosa con la speranza di raggranellare qualche soldo. Tutto questo a fronte di indennità molto basse, soprattutto nei piccoli e medi Comuni. Quando l’ho fatto io, percepivo 1.400 euro al mese per dodici mensilità, di cui una se ne andava per pagare l’assicurazione. Lavoravo anche venti ore al giorno e ho ancora pendenze, a quasi dieci anni dalla fine del mandato: per fortuna sono uscito bene da tutte».

«Forse si guarda con meno entusiasmo, rispetto al passato a questo tipo di riconoscimenti», prosegue Pezzana. «Sembra crescere lo scollamento tra i singoli amministratori e ciò che crea una cultura dell’amministrazione: lo stare insieme, riconoscersi, valorizzare le cose che si fanno. I sindaci sono molto attenzionati sulla quotidianità e sulle cose che propongono, ma non trovano un supporto altrettanto strutturato. Iniziative come il World Mayor Prize hanno il significato di restituire valore o comunque di rendere visibile il valore che viene prodotto: se ci sono state pochissime candidature a livello mondiale, qualcosa dovrà pure significare».
C’è sempre un po’ il rischio di far apparire un buon amministratore colui che fa cose buone, solidali. Ma non è così: un buon sindaco è un soggetto che tiene insieme la complessità. Il sindaco non è l’amministratore del Comune: è l’amministratore della comunità
Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori
Pezzana fa un’altra riflessione, importante: «C’è sempre un po’ il rischio di far apparire un buon amministratore colui che fa cose buone, solidali. Ma non è così: un buon sindaco è un soggetto che tiene insieme la complessità, che è fatta anche di azioni che hanno a che fare con il sociale, la cultura, l’inclusione, dunque non è possibile ridurle a un solo tema, per esempio la lotta alla povertà. È un gioco di equilibrio. Il sindaco non è l’amministratore del Comune: è l’amministratore della comunità. Quando il ragioniere capo del mio Comune mi illustrò i margini di manovra sul bilancio comunale, mi venne da ridere perché i fondi erano tutti vincolati. Restavano fuori 20mila euro l’anno. Una mia giovanissima assessora mi fece notare che eravamo stati eletti per amministrare il valore che la nostra comunità produceva, e quindi mettere le associazioni, i commercianti e le imprese del territorio nelle condizioni di poter lavorare meglio. Il vero elemento distintivo del sindaco è di far sentire coinvolta tutta la comunità in tutto quello che l’amministrazione fa. Occorre connettere, stimolare la partecipazione in senso concreto per generare bene comune. Mi sono laureato in giurisprudenza, e il diritto amministrativo mi ha certamente aiutato, ma per me è stato ancor più importante e utile l’aver fatto l’educatore».
Credits: foto fornite dagli intervistati; in apertuta, la foto del municipio di Oliveri (foto sito Comune)
L'articolo Sindaci tra solitudine e disincanto: «La lotta alla povertà non è una vetrina» proviene da Vita.it.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha affermato che l’Unione Europea dovrebbe «ritrovare un equilibrio con il nostro più grande vicino europeo», segnando un evidente cambio di rotta rispetto alle sue precedenti posizioni sui rapporti con la Russia.
Dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022, la maggior parte degli Stati membri dell’UE ha adottato una linea di isolamento nei confronti di Mosca. Questo approccio ha tuttavia marginalizzato il blocco nei negoziati di pace promossi dal presidente statunitense Donaldo Trump a partire dall’anno scorso.
In questo contesto, negli ultimi tempi diversi Paesi europei hanno espresso la necessità di rilanciare il dialogo diplomatico con la Russia.
Nel corso di un discorso pronunciato mercoledì, Merz ha dichiarato: «se riusciremo, in una prospettiva a lungo termine, a ritrovare un equilibrio con la Russia, se ci sarà la pace… allora potremo guardare avanti con grande fiducia oltre il 2026».
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Le sue parole contrastano nettamente con quanto affermato in un’intervista alla Süddeutsche Zeitung lo scorso giugno, quando Merz aveva escluso categoricamente contatti telefonici con il presidente russo Vladimir Putin, suggerendo che tali comunicazioni fossero prive di utilità.
Il mutamento di posizione del cancelliere tedesco arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni della portavoce capo della Commissione Europea Paula Pinho, la quale aveva osservato che «ovviamente, a un certo punto, si dovranno tenere colloqui anche con il presidente Putin».
Il mese scorso, il presidente francese Emmanuel Macron aveva già invocato la ripresa di un dialogo «degno» con Mosca sul conflitto ucraino, affermando: «Penso che tornerà utile parlare di nuovo con Vladimir Putin».
Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha accolto positivamente l’apertura francese, confermando la disponibilità di Putin al dialogo con Macron, ma precisando che qualsiasi confronto non dovrà trasformarsi in un’occasione per «fare lezioni», bensì puntare alla «comprensione reciproca delle posizioni».
Venerdì scorso, la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha espresso sostegno alle aperture diplomatiche di Macron verso la Russia, dichiarando: «Credo che sia giunto il momento per l’Europa di dialogare con la Russia».
La Meloni ha proposto la nomina di un inviato speciale dell’UE per l’Ucraina, al fine di garantire una rappresentanza più efficace del blocco al tavolo dei negoziati.
Come riportato da Renovatio 21, nel frattempo riemerge l’idea da parte russa di effettuare lanci nucleari sull’Europa, in particolare proprio in Germania: lo ha ribadito il politologo Sergej Karaganov in una densa ed inquietante intervista recentemente condotta da Tucker Carlson.
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L'articolo Merz cambia posizione sulla Russia e chiede dialogo proviene da RENOVATIO 21.
In un’intervista concessa all’agenzia Reuters dallo Studio Ovale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha indicato nel presidente ucraino Volodymyr Zelensky il principale impedimento a un accordo di pace capace di porre fine al conflitto con la Russia.
Trump ha manifestato a più riprese la propria frustrazione per il mancato successo dei suoi sforzi di mediazione volti a ottenere un cessate il fuoco tra Mosca e Kiev nell’ultimo anno, attribuendo alternativamente la responsabilità dello stallo sia alla Russia sia all’Ucraina.
Mercoledì, alla domanda su chi stesse bloccando i negoziati, Trump ha risposto con un nome solo: «Zelens’kyj».
«Penso solo che stia… avendo difficoltà ad arrivarci», ha aggiunto. «Penso che [il presidente russo Vladimir Putin] sia pronto a raggiungere un accordo… Penso che l’Ucraina sia meno pronta a raggiungere un accordo».
Il rapporto tra Trump e Zelens’kyj – che in passato il presidente americano ha definito «un dittatore senza elezioni» – è rimasto teso fin dal celebre incontro alla Casa Bianca dell’inizio dell’anno scorso. Domenica Trump ha ribadito al New York Times che Zelens’kyj «non ha carte in regola» né nel conflitto né nei negoziati con la Russia: «Non le ha avute fin dal primo giorno. Ha una sola cosa: Donald Trump».
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Nel frattempo, Mosca si è detta disponibile a proseguire i contatti con Trump e i suoi inviati di alto livello, come confermato mercoledì dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Funzionari russi, incluso Putin, hanno più volte sottolineato la preferenza di Mosca per una soluzione diplomatica del conflitto ucraino, pur avvertendo che continueranno a ricorrere alla forza se gli obiettivi fondamentali non potranno essere conseguiti solo tramite negoziati.
Il mese scorso Trump aveva dichiarato che un accordo di pace era «pronto al 95%», riferendosi verosimilmente a un piano trapelato che prevedeva la cessione da parte di Kiev del restante territorio del Donbass alla Russia, la rinuncia definitiva alle aspirazioni NATO e un tetto alle forze armate ucraine. La bozza iniziale, composta da 28 punti e criticata da Kiev e dai suoi alleati europei per essere eccessivamente favorevole a Mosca, è stata poi ridotta a 20 punti, ma i nodi principali restano irrisolti: Zelensky si oppone fermamente a qualsiasi cessione territoriale o a elezioni senza garanzie di sicurezza paragonabili a quelle offerte dalla NATO.
Il mandato presidenziale di Zelens’kyj è scaduto nel maggio 2024. Il leader ucraino ha rifiutato di convocare nuove elezioni, motivando la decisione con lo stato di guerra in corso. In risposta, Mosca lo ha dichiarato «illegittimo».
Come riportato da Renovatio 21, funzionari russi hanno più volte avvertito che lo status giuridico di Zelens’kyj costituirebbe un ostacolo legale significativo alla stipula di qualsiasi accordo di pace.
All’inizio di questa settimana, Zelens’kyj ha presentato al parlamento due proposte di legge per prorogare di ulteriori 90 giorni sia la legge marziale sia la mobilitazione generale, rinviando di fatto ancora una volta lo svolgimento di elezioni.
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L'articolo Trump accusa Zelens’kyj di aver bloccato i colloqui di pace proviene da RENOVATIO 21.
Gli Stati Uniti hanno confiscato un’ulteriore petroliera nel Mar dei Caraibi, sospettata di trasportare petrolio venezuelano in violazione delle sanzioni imposte al Paese sudamericano, hanno dichiarato funzionari militari americani.
L’operazione si inserisce nella strategia del presidente Donald Trump volta a intensificare il controllo sulle esportazioni di greggio venezuelano, in seguito al raid del 3 gennaio che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro.
Nelle scorse settimane, forze armate statunitensi e Guardia Costiera hanno sequestrato cinque navi in acque internazionali, tra cui la petroliera Marinera, battente bandiera russa, intercettata a nord-ovest della Scozia. La Russia ha duramente condannato quell’azione, qualificandola come una violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.
Giovedì il Comando Sud degli Stati Uniti ha annunciato su X che la petroliera in questione – identificata come Veronica e registrata sotto bandiera guyanese – è stata abbordata in un’«operazione all’alba». Secondo il comunicato, la nave rappresentava «l’ultima petroliera ancora attiva in violazione della quarantena imposta dal presidente Trump alle imbarcazioni sanzionate nei Caraibi».
Il post includeva un video aereo in bianco e nero, di qualità granulosa, che pareva mostrare le truppe calarsi dal ponte di una petroliera direttamente da un elicottero.
Through #OpSouthernSpear, the Department of War is unwavering in its mission to crush illicit activity in the Western Hemisphere in partnership with @USCG through @DHSgov and @TheJusticeDept.
In another pre-dawn action, Marines and Sailors from Joint Task Force Southern Spear,… pic.twitter.com/brxO9xXUu3
— U.S. Southern Command (@Southcom) January 15, 2026
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Il Comando Sud degli Stati Uniti non ha reso nota la posizione esatta dell’abbordaggio. Secondo i dati di tracciamento marittimo, la petroliera Veronica – lunga 815 piedi (circa 249 metri) – era stata avvistata per l’ultima volta circa 12 giorni prima al largo delle coste venezuelane.
«Il Dipartimento della Guerra resta fermo nella sua missione di contrastare le attività illecite nell’emisfero occidentale», ha dichiarato il Comando Sud, precisando che il sequestro rientra nell’operazione Southern Spear.
Reuters ha riferito questa settimana che il Dipartimento di Giustizia statunitense ha avviato una serie di procedimenti civili di confisca non resi pubblici presso tribunali federali, richiedendo mandati di sequestro per decine di altre petroliere sospettate di aggirare le sanzioni e di trasportare greggio proveniente dal Venezuela, dall’Iran e dalla Russia. L’azione legale fa parte di una strategia più ampia finalizzata a imporre un controllo sulle esportazioni di petrolio venezuelano.
Dopo la cattura di Maduro, il presidente Trump ha dichiarato che Washington avrebbe «gestito» il Venezuela durante una fase di transizione e che necessita di «accesso totale… al petrolio e alle altre risorse del Paese». Il segretario all’Energia statunitense Chris Wright ha aggiunto che gli Stati Uniti intendono mantenere il controllo sulle vendite di petrolio venezuelano «a tempo indeterminato».
Le iniziative americane hanno provocato una forte condanna a livello internazionale. La Russia ha definito il rapimento di Maduro una «flagrante violazione» del diritto internazionale, rinnovando la propria solidarietà al Venezuela «di fronte alle evidenti minacce neocoloniali e all’aggressione armata esterna» e chiedendo l’immediato rilascio del presidente catturato.
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L'articolo Gli Stati Uniti sequestrano un’altra petroliera battente bandiera straniera proviene da RENOVATIO 21.
Gli Stati Uniti potrebbero dover sborsare fino a 700 miliardi di dollari per acquisire la Groenlandia, secondo quanto riportato mercoledì dalla NBC, che cita studiosi ed ex funzionari coinvolti nella pianificazione di un’eventuale operazione di acquisto.
Il presidente Donald Trump ha recentemente intensificato i suoi sforzi per portare sotto controllo statunitense la Groenlandia – territorio autonomo facente parte del Regno di Danimarca –, promettendo di riuscirci «in un modo o nell’altro», senza escludere il ricorso alla forza.
Come riportato da Renovatio 21 due giorni fa il presidente statunitense ha fornito una nuova motivazione, sostenendo che l’isola artica è indispensabile per il suo sistema di difesa missilistica Golden Dome. In un messaggio su Truth Social ha avvertito che Russia e Cina potrebbero rappresentare una minaccia per il territorio e ha nuovamente deriso le difese danesi, scrivendo: «Due slitte trainate da cani non basteranno!».
La NBC riferisce che Trump ha incaricato il segretario di Stato Marco Rubio di preparare una proposta formale per l’acquisto della Groenlandia. Secondo i ricercatori che stanno elaborando i piani, il costo stimato oscillerebbe tra i 500 e i 700 miliardi di dollari, una cifra che supera la metà del bilancio annuale del Dipartimento della Guerra.
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Fonti governative ritengono probabile che gli Stati Uniti puntino a un acquisto diretto o a un accordo di libera associazione, in cui Washington offrirebbe consistenti aiuti finanziari in cambio di una presenza militare ampliata. Tuttavia, alcuni esperti non escludono che l’amministrazione Trump possa ancora considerare l’uso della forza per ottenere il controllo dell’isola.
Le autorità danesi e groenlandesi hanno più volte ribadito che la Groenlandia non è in vendita e hanno condannato con forza la retorica di Trump, definendola una minaccia esplicita alla sovranità danese.
Mercoledì il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e la sua omologa groenlandese Vivian Motzfeldt si sono recati a Washington per ottenere chiarimenti sulle intenzioni dell’amministrazione. Al termine dell’incontro con Rubio e il vicepresidente J.D. Vance, Rasmussen ha descritto i colloqui come «costruttivi», pur riconoscendo che il nodo centrale resta irrisolto: «è evidente che Trump vuole conquistare la Groenlandia».
Entrambi i ministri hanno sottolineato che Danimarca e Groenlandia rifiutano qualsiasi cambiamento di sovranità sull’isola, ma hanno accettato di istituire un «gruppo di lavoro di alto livello» congiunto con gli Stati Uniti per «valutare se esista una via comune percorribile». Il gruppo dovrebbe riunirsi nelle prossime settimane.
La stragrande maggioranza della popolazione groenlandese si oppone fermamente all’annessione agli Stati Uniti: un sondaggio Berlingske condotto l’anno scorso ha rilevato che l’85% è contrario. L’idea incontra scarso favore anche negli Stati Uniti: secondo un recente sondaggio Economist-YouGov, oltre due terzi degli americani si oppongono all’acquisizione della Groenlandia.
Tuttavia, la nuova dottrina Monroe, ora detta anche dallo stesso presidente «dottrina Donroe», procede su tutto il bicontinente riportando in auge la teoria del «destino manifesto» degli USA. Il Canada sarà il prossimo grande passo?
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L'articolo La Groenlandia costa 700 miliardi di dollari proviene da RENOVATIO 21.
Lo spettacolare arresto di Nicolás Maduro da parte delle forze speciali statunitensi ha segnato l’inizio del 2026. Un’inchiesta pubblicata dal Washington Post il 9 gennaio rivela un aspetto poco noto: l’attività diplomatica della Santa Sede. Di fronte all’escalation delle tensioni tra Washington e Caracas, il Vaticano ha tentato di negoziare una «soluzione umana» per evitare un intervento militare diretto.
Di fronte all’amministrazione Trump, che ha favorito una strategia di «massima pressione» e coercizione, la Santa Sede ha tentato di aprire «finestre di fuga» per Maduro. La diplomazia vaticana, guidata dal Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, ha cercato di riunire attori che in precedenza si erano rifiutati di parlare tra loro.
L’obiettivo era chiaro: garantire la partenza volontaria di Maduro per evitare caos e spargimenti di sangue.
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Uno degli aspetti più sorprendenti dell’inchiesta riguarda il coinvolgimento della Russia. Su sollecitazione della mediazione vaticana, Mosca avrebbe manifestato la sua disponibilità a offrire asilo politico a Nicolás Maduro e alla sua cerchia ristretta. La proposta era semplice: un esilio sicuro all’estero con la garanzia di mantenere alcuni dei loro beni.
Mentre preparava le sue unità d’élite della Delta Force per un’operazione di cattura, Washington si è destreggiata tra questi negoziati e la pianificazione operativa. Gli Stati Uniti avrebbero iniziato a considerare un piano di successione incentrato sulla vicepresidente Delcy Rodriguez, segno che la transizione era stata attivamente discussa negli ambienti diplomatici prima che l’opzione militare venisse attivata.
Perché questi sforzi sono falliti? Il Washington Post sottolinea un tragico errore di calcolo da parte del leader venezuelano. Nonostante i numerosi avvertimenti trasmessi dagli emissari della Chiesa e i segnali di un parziale disimpegno dai suoi alleati russi, Maduro apparentemente ha sottovalutato la determinazione di Washington.
L’erede spirituale di Hugo Chavez ha respinto ogni proposta di un’uscita onorevole, convinto che la sua posizione rimanesse sostenibile. Questo rifiuto sistematico alla fine ha chiuso le porte della diplomazia, lasciando campo libero all’intervento militare. Quando le «vie di fuga» furono ostacolate dall’ostinazione del regime al potere, la macchina operativa americana era ormai inevitabile.
Mentre il Vaticano riusciva a guadagnare tempo, proporre soluzioni e coordinare le potenze avversarie, il più piccolo stato del mondo non è riuscito a fermare la spirale di interventi armati che, secondo quanto riferito, ha causato circa 75 morti, ufficialmente tutti dalla parte venezuelana.
Oggi, mentre Maduro attende il processo a New York per traffico di droga e il Venezuela intraprende una fragile transizione sotto l’occhio vigile dell’opposizione guidata da Maria Corina Machado, la Santa Sede e la sua diplomazia dietro le quinte continuano a svolgere un ruolo chiave nella regione.
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
L'articolo Come il Vaticano ha cercato di evitare l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela proviene da RENOVATIO 21.

Pare opportuno che una riflessione sui fatti del Venezuela debba andare ben oltre la classica visione del “giardino di casa” che per più un secolo ha ben dimostrato la natura degli interessi del capitalismo statunitense e le azioni a difesa dei suoi investimenti nel continente Sud Americano. Le vicende venezuelane non riguardano solo i rapporti tra nord e sud America, ma devono essere valutati per il loro impatto globale. Intervenire a Caracas in realtà nasconde l’intenzione di colpire molto più lontano; il vero obiettivo è ben più consistente che non un “caudillo” sudamericano, i veri scenari in gioco si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Nel marzo dello scorso anno un articolo pubblicato sul n. 6 di Umanità Nova esponeva delle considerazioni sull’importanza strategica dell’area artica e sull’interesse che in quel momento l’amministrazione statunitense aveva pubblicamente manifestato per la regione. Interesse oggi rinnovato con forza da Trump e riproposto proprio a ridosso dall’intervento militare nel Venezuela, suscitando clamore e preoccupazione in campo internazionale. Quanto osservato quasi un anno fa sulle colonne di U.N. costituisce ancora oggi materiale più che attuale per le analisi geoeconomiche e geopolitiche relativamente agli interessi statunitensi legati alle nuove rotte artiche, alle materie prime rare e alla posizione strategica della piattaforma groenlandese e canadese per le intercettazioni dei missili nucleari. Tuttavia riproporre la questione del controllo dell’Artico in concomitanza con l’operazione scattata in Venezuela non è una semplice coincidenza. Il blitz militare in Venezuela non è “solo” una dimostrazione della volontà di espansione della potenza statunitense, come è stato comunemente interpretato dai media, ma un’azione che si collega a scenari più ampi.
Cerchiamo di procedere con ordine. Innanzitutto è bene sottolineare che la questione del narcotraffico è del tutto fuorviante ed ha solo un fondamento propagandistico. L’operazione in Venezuela è stata derubricata ad intervento di polizia internazionale contro il narcotraffico con il pretesto della difesa dell’interesse nazionale, evitando in tal modo il necessario passaggio al Congresso per l’autorizzazione di operazioni belliche extraterritoriali. Soprattutto si è collaudata una scorciatoia per eventuali successive ad analoghe operazioni, quali potrebbero essere eventuali interventi in Colombia o a Cuba (anche se in questo caso è probabile che l’opzione possa cadere più su azioni di destabilizzazioni interne che su interventi diretti). Tale scelta per un sistema democratico liberale, sia pur presidenziale, come quello statunitense, da un punto di vista politico è estremamente pericolosa, poiché espone al totale arbitrio dell’esecutivo, cioè del Presidente, con la possibilità del replicarsi di interventi militari mascherati da operazioni di polizia a difesa dell’interesse nazionale. Da ricordare, tra l’altro, che vicende come quella libica, irachena e afghana, dove è stato abbattuto un regime e spesso un dittatore ostile, simbolo internazionale dell’opposizione alla politica statunitense, hanno nel tempo innescato uno scenario nettamente peggiore del precedente, ben più complicato anche per gli stessi interessi americani, dove spesso gli U.S.A. sono risultati alla lunga perdenti. Abbattuto con successo e clamore mediatico il “dittatore”, sottoposto alla gogna di un “processo democratico” il nemico di sempre, si scopre poi, a giustizia eseguita, che ha lasciato in eredità un vuoto politico e sociale assoluto che viene inesorabilmente riempito da una miriade di improvvisati “capibanda” e “milizie”, di fatto una frantumazione. L’ attuale Libia ne è l’eclatante esempio, con una situazione che rende anche gli stessi interessi americani difficili da difendere e sottoposti a continue negoziazioni.
Vedremo presto se la situazione venezuelana riproduce scenari simili. Intanto, per comprendere quanto sta avvenendo, bisogna superare la lettura più banale e andare oltre l’orizzonte strategico del “giardino di casa”, cercando di comprendere le conseguenze internazionali di quanto accaduto a Caracas. Innanzitutto occorre ampliare lo sguardo alla posizione che la Cina occupa nell’economia globale e soprattutto alla dimensione economica che potrebbe raggiungere Pechino se ai livelli attuali dovesse aggiungere i vantaggi logistici commerciali delle nuove rotte artiche.
In questa prospettiva dichiarazioni di Trump, come “la Groenlandia ci serve per la sicurezza nazionale”, trovano reale fondamento e non possono che abbinarsi all’operazione venezuelana. Ambedue gli obiettivi si basano infatti sulla comune volontà di togliere energia alla macchina produttiva cinese, il vero competitor del capitalismo statunitense. In quest’ottica per gli USA è importante gestire direttamente la più grande riserva petrolifera mondiale, il Venezuela, e sovrintendere al contempo alle rotte artiche, la via più breve e sicura per il transito delle merci cinesi e orientali in genere. In sintesi, controllare le più grandi riserve petrolifere mondiali, quelle venezuelane, e controllare quella che sarà una delle vie logistiche più importanti del commercio globali tra Est ed Ovest, l’Artico.
È evidente che l’operazione anti Maduro ha per scopo lo sfruttamento delle maggiori riserve petrolifere mondiali, quali sono attualmente quelle venezuelane; e d’altra parte Trump stesso ha affermato che le industrie statunitensi estrarranno direttamente in loco. Quindi la posta in gioco è il possesso materiale di quello che sarà disponibile in futuro e l’obiettivo preciso dell’operazione è quello di mettere un freno all’espansionismo della macchina produttiva cinese e della sua influenza commerciale globale. Mettere sotto controllo le future rotte artiche, che avvantaggiano in prima battuta il commercio cinese, diventa dunque una priorità geostrategica. Va da sé che un’eventuale “operazione Groenlandia” non godrebbe dei vantaggi mediatici e propagandistici di quella anti Maduro, ma andrebbe incontro a evidenti, contraddizioni geopolitiche. Si tratterebbe infatti di una prima violazione territoriale interna alla NATO, di non facile soluzione e non sicuro gradimento da parte dell’opinione pubblica occidentale.
Al momento è incontestabile la supremazia militare statunitense, ma gli indubbi progressi tecnologici e scientifici cinesi, pur non consentendoci di fare previsioni, rendono altamente probabili, in tempi non lunghissimi, la possibilità di colmare il gap tra Cina ed USA. La questione di fondo è che Pechino ha un passo più veloce nell’innovazione: è qui che in sostanza il capitalismo mondiale prenderà le misure sul ruolo che i singoli paesi avranno nello scacchiere mondiale. Oggi la competizione sul mercato globale viene giocata da due competitori. Da una parte, Trump si presenta sulla scena con l’imposizione dei dazi, la politica delle cannoniere, ma soprattutto con il taglio dei finanziamenti pubblici alle sue migliori università; ostacola fortemente gli ambienti e le menti che dovrebbero essere protagoniste dell’intellighenzia, della ricerca, sia che si tratti di stranieri o di connnazionali non “allineati” alla sua politica, rinnegando il principio sacro del capitalismo secondo cui prima di tutto c’è il business, prima devi dimostrare di saper guadagnare, poi puoi dirmi come la pensi. Dall’altra parte, Pechino mostra un’altra faccia: un sistema scolastico ferocemente selettivo, che sceglie le “sue menti migliori”, le mette al servizio dello Stato e delle sue classi dirigenti impegnate in uno sfruttamento senza precedenti, vincendo la sfida per l’innovazione ed il futuro. Il capitalismo cinese è più pragmatico, lo ha imparato da millenni. Durante il “grande balzo” Deng Xiao Ping, il padre della Cina moderna, rispolverò l’antico detto mandarino, oggi più che mai attuale: “non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi il topo”. Il che significa che gli affari si concludono con tutti i governi o gli interlocutori privati, il cui colore non interessa, perché l’importante è che l’affare vada a buon fine. Purtroppo chi paga il conto sono sempre gli sfruttati, e l’aguzzino è sempre lo Stato
Daniele Ratti
L'articolo Aldilà del giardino di casa. Venezuela e Groenlandia – politiche di aggressione USA e interessi del capitale proviene da .
I carri armati israeliani hanno colpito un’area in cui operano le forze di pace spagnole della missione ONU nel Libano meridionale, ha riferito la stessa UNIFIL, avvertendo che episodi di questo genere stanno diventando «inquietantemente frequenti».
La Forza di interposizione delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) ha comunicato che lunedì due carri armati Merkava si sono mossi da una posizione dell’esercito israeliano all’interno del territorio libanese, spingendosi più a nord. I peacekeepers hanno intimato ai mezzi di fermarsi, ma uno dei carri ha comunque sparato tre colpi, con due proiettili che sono caduti a circa 150 metri dalla posizione delle forze ONU. Non si sono registrati feriti.
Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno smentito la ricostruzione dell’UNIFIL, affermando che l’operazione era diretta contro «infrastrutture terroristiche» di Hezbollah e che non ha messo in pericolo il personale delle Nazioni Unite. Secondo i militari israeliani, poco dopo l’attacco l’UNIFIL avrebbe chiesto la cessazione del fuoco sostenendo che l’azione fosse avvenuta vicino ai propri uomini, ma un’indagine preliminare avrebbe escluso la presenza di caschi blu nella zona in quel momento.
Earlier today, UNIFIL peacekeepers observed two Merkava tanks move from an Israel Defense Forces (IDF) position inside Lebanese territory near Sarda further into Lebanon. The peacekeepers requested through liaison channels that the tanks stop their activity.
— UNIFIL (@UNIFIL_) January 12, 2026
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Non si tratta del primo incidente che coinvolge il contingente spagnolo – uno dei più numerosi nella missione, con oltre 600 soldati –, il quale ha più volte denunciato molestie e interferenze da parte delle forze israeliane, che considererebbero la loro presenza «indesiderata» perché testimoni delle operazioni nel sud del Libano.
A seguito degli attacchi la Spagna aveva chiesto che la UE sospendesse l’accordo di libero scambio con Israele. Sia la Spagna che l’Irlanda – altro Paese che offre soldati all’UNIFIL – hanno riconosciuto formalmente lo Stato palestinese all’inizio del 2024.
Le tensioni hanno riguardato anche il contingente UNIFIL italiano: nell’ottobre 2024 una postazione italiana fu colpita dagli israeliani al punto che i nostri soldati furono costretti a riparare nel bunker. Vi furono all’epoca proteste del governo di Roma.
Come riportato da Renovatio 21, i soldati italiani colpiti hanno poi avuto misteriosi danni alla cute e allo stomaco.
La frontiera tra Israele e Libano resta estremamente tesa nonostante il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, entrato in vigore nel novembre 2024 per porre fine a oltre un anno di scontri transfrontalieri, scatenati dagli attacchi di Hezbollah in solidarietà con i palestinesi di Gaza. L’accordo prevede che l’esercito libanese smantelli le infrastrutture militari di Hezbollah e assuma il controllo delle aree sotto influenza del gruppo nel sud.
Il presidente libanese Joseph Aoun ha dichiarato domenica che Beirut proseguirà la campagna per disarmare i gruppi armati, nonostante la persistenza di attacchi israeliani.
Minacce all’UNIFIL sono state fatte direttamente dal primo ministro degli Stati degli ebrei Benjamino Netanyahu.
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Immagine di Israeli Defence Forces Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
L'articolo I carri israeliani prendono di mira un’area vicina alle forze di pace spagnole in Libano proviene da RENOVATIO 21.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che l’America deve prendere il controllo della Groenlandia nell’interesse della sicurezza nazionale, poiché l’isola riveste un ruolo essenziale per la realizzazione del sistema di difesa missilistica noto come Golden Dome («Cupola d’Oro»).
Nelle ultime settimane le dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia si sono fatte sempre più pressanti: il presidente insiste con determinazione sull’acquisizione del territorio dalla Danimarca, non escludendo il ricorso alla forza per annettere l’isola. Mercoledì ha fornito una nuova motivazione, sostenendo che il possesso della Groenlandia sia indispensabile affinché il progetto Golden Dome possa essere portato a termine.
«Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale. È vitale per la Cupola d’Oro che stiamo costruendo. La NATO dovrebbe farci da apripista per ottenerla», ha scritto Trump sulla sua piattaforma Truth Social.
Trump ha presentato l’iniziativa Golden Dome all’inizio dell’anno precedente. Il sistema, che prevede componenti spaziali e opzioni per attacchi preventivi, ha un costo stimato superiore ai 542 miliardi di dollari distribuiti su un periodo di vent’anni.
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Trump ha inoltre sostenuto che la NATO diventerebbe «molto più formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli Stati Uniti», aggiungendo che senza il controllo americano il blocco «non sarebbe una forza efficace o un deterrente».
Il presidente ha ribadito la sua tesi secondo cui, in assenza di un intervento statunitense, la Groenlandia finirebbe nelle mani di Russia o Cina – affermazione smentita sia da Mosca e Pechino sia da funzionari locali.
Trump ha rilanciato i suoi piani di annessione della Groenlandia fin dall’inizio del secondo mandato, intensificando nelle scorse settimane la pressione per acquisire il territorio autonomo danese «in un modo o nell’altro». Sebbene Copenaghen abbia manifestato disponibilità a collaborare con gli Stati Uniti nel quadro della NATO, mantiene ferma la posizione che il futuro dell’isola debba essere deciso dalla sua popolazione, la quale nel 2008 ha votato per conservare lo status di autonomia all’interno del Regno di Danimarca.
Come riportato da Renovatio 21, il primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, ha riaffermato martedì, durante una conferenza stampa congiunta con la premier danese Mette Frederiksen, l’impegno dell’isola verso la Danimarca e l’Unione Europea. Trump ha replicato dichiarando: «Questo sarà un grosso problema per lui».
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L'articolo Trump dice che la Groenlandia serve per i missili dello scudo stellare Golden Dome proviene da RENOVATIO 21.
I procuratori sudcoreani hanno richiesto la pena di morte per l’ex presidente Yoon Suk Yeol, attualmente sotto processo per insurrezione in relazione alla dichiarazione di legge marziale del 2024, considerata un tentativo di mantenere il potere con la forza.
Martedì, nel corso delle arringhe conclusive presso la Corte distrettuale centrale di Seul, il procuratore speciale ha definito Yoon, 65 anni, come il «capo di un’insurrezione», basandosi su un’indagine che avrebbe dimostrato l’esistenza di un piano elaborato già nel 2023 per assumere il controllo totale delle istituzioni statali.
Yoon ha respinto tutte le accuse, sostenendo che la proclamazione della legge marziale rientrava pienamente nelle prerogative presidenziali, motivate da un blocco parlamentare e da una presunta «ribellione» orchestrata da elementi filo-Pyongyang all’interno dell’opposizione politica.
La dichiarazione improvvisa di legge marziale d’emergenza, avvenuta nel dicembre 2024 – la prima in Corea del Sud dal 1980 –, ha scatenato immediate proteste di massa e ha portato all’annullamento del provvedimento da parte del parlamento in meno di 24 ore.
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Il decreto a sorpresa ha precipitato il Paese in una grave crisi costituzionale: centinaia di militari armati sono stati mobilitati e inviati presso istituzioni chiave, tra cui l’Assemblea Nazionale, con l’apparente intento di neutralizzare il potere legislativo e impedire ai deputati di riunirsi. I critici hanno denunciato l’atto come un grave abuso del potere esecutivo. L’Assemblea Nazionale ha quindi votato all’unanimità per revocare l’ordinanza, obbligando Yoon a ritirarla dopo circa sei ore.
La misura ha provocato vaste manifestazioni popolari, richieste di dimissioni da parte dei leader dell’opposizione e un caos politico che ha portato, alla fine del mese, al successo di una procedura di impeachment.
Yoon è stato arrestato nel gennaio 2025 e formalmente destituito dalla Corte Costituzionale nell’aprile dello stesso anno, diventando il primo presidente sudcoreano in carica a essere detenuto e a dover affrontare accuse penali durante il proprio mandato.
Sebbene la legislazione sudcoreana contempli la pena di morte per il reato di insurrezione, a Seul non vengono eseguite condanne capitali dal 1997. Gli esperti ritengono che per Yoon sia più realistica una sentenza all’ergastolo. La corte dovrebbe emettere la sentenza a febbraio.
La rimozione di Yoon ha comportato elezioni presidenziali anticipate, vinte dal suo principale avversario Lee Jae-myung. La nuova amministrazione ha avviato una politica di normalizzazione con la Corea del Nord, tra cui la sospensione delle trasmissioni di propaganda al confine, segnando un netto cambio di rotta rispetto alla linea dura adottata durante la presidenza Yoon.
Come riportato da Renovatio 21, il 3 dicembre, Yoon aveva dichiarato la legge marziale, citando minacce da parte di forze «anti-Stato». La manovra altamente controversa era stata rapidamente annullata e ha portato al suo impeachment da parte dell’Assemblea nazionale il 14 dicembre, con un voto di 204-85.
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Un primo tentativo il 3 gennaio è stato impedito dall’unità militare di protezione presidenziale, con conseguente stallo. I sostenitori di Yoon hanno protestato contro la sua detenzione. Scontri tra loro e le forze dell’ordine hanno causato feriti, sollevando preoccupazioni di potenziale violenza se si usasse la forza per trattenere il presidente.
Nel secondo tentativo, il 15 gennaio, le unità di polizia hanno circondato il complesso presidenziale all’alba e hanno allestito posti di blocco per impedire ai sostenitori di interferire. Dopo ore di trattative, gli avvocati di Yoon hanno confermato che aveva accettato di arrendersi volontariamente per evitare un’ulteriore escalation. È stato preso in custodia senza opporre resistenza, ma le tensioni rimangono alte tra i timori di nuove proteste.
Come riportato da Renovatio 21, la polizia aveva già eseguito raid negli uffici presidenziali, mentre il ministro della Difesa Kim Yong-hyun, che secondo i pubblici ministeri avrebbe proposto la dichiarazione di legge marziale, ha tentato di suicidarsi mentre era in custodia in carcere dopo essere stato arrestato per tradimento.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
L'articolo I pubblici ministeri chiedono la pena di morte per l’ex presidente sudcoreano proviene da RENOVATIO 21.
I principali Paesi arabi del Golfo stanno esercitando pressioni private sugli Stati Uniti affinché rinuncino a qualsiasi attacco militare contro l’Iran, avvertendo che un’azione del genere potrebbe scatenare una grave instabilità regionale e turbare gravemente il mercato petrolifero mondiale. Lo riporta il Wall Street Journal.
L’Arabia Saudita, l’Oman e il Qatar stanno guidando questa iniziativa diplomatica riservata, cercando di influenzare l’amministrazione Trump mentre valuta opzioni militari contro Teheran, in un contesto di diffuse proteste antigovernative in Iran. La campagna di lobbying è scattata dopo che la Casa Bianca avrebbe invitato gli alleati regionali a prepararsi a una possibile azione statunitense.
Nelle comunicazioni private, i Paesi del Golfo hanno sottolineato che un tentativo di rovesciare il regime iraniano comporterebbe conseguenze serie per i mercati del petrolio. La principale preoccupazione riguarda un possibile blocco dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo cruciale tra Iran e Oman attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio mondiale.
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«Non nutrono alcun affetto per il regime iraniano, in nessuna forma o aspetto, ma provano anche una grande avversione per l’instabilità», ha dichiarato al WSJ l’ex ambasciatore statunitense in Arabia Saudita Michael Ratney.
I leader del Golfo temono inoltre che la caduta del governo attuale possa trasferire il potere al più radicale Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) o sfociare in un caos nazionale generalizzato. Secondo le fonti, i funzionari sauditi hanno assicurato a Teheran che non parteciperanno a eventuali scontri tra Stati Uniti e Iran e non autorizzeranno l’uso del loro spazio aereo per attacchi aerei americani.
Sebbene Trump non abbia ancora preso una decisione definitiva, ha pubblicato sui social media che «AIUTI IN ARRIVO» per i manifestanti iraniani, incoraggiandoli a impossessarsi delle istituzioni statali.
Nel frattempo, Teheran ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di «condannare incondizionatamente» le minacce americane di ricorso alla forza, accusando Washington e Israele di aver fomentato i disordini.
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Immagine di Ali Rostami via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
L'articolo Stati del Golfo esortano gli Stati Uniti a non attaccare l’Iran: conseguenze disastrose per il mercato del petrolio proviene da RENOVATIO 21.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sminuito il primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen definendolo una persona che «non conosce nemmeno», minacciandolo di un «grosso problema» dopo che Nielsen ha riaffermato con fermezza l’impegno dell’isola verso la Danimarca piuttosto che verso gli Stati Uniti.
Come riportato da Renovatio 21, mesi fa il Nielsen aveva criticato la «retorica da superpotenza» di Trump definendola «inaccettabile» e «offensiva». «Basta con le fantasie di annessione», aveva scritto su Facebook.
Lo scontro sulle ambizioni di Trump di acquisire l’isola artica strategica ha raggiunto un nuovo livello di tensione durante una conferenza stampa congiunta tenutasi martedì a Copenaghen, in cui il primo ministro danese Mette Frederiksen e Nielsen hanno presentato un fronte compatto.
«Se dovessimo scegliere tra gli Stati Uniti e la Danimarca, qui e ora, sceglieremmo la Danimarca. Sceglieremmo la NATO. Sceglieremmo il Regno di Danimarca. Sceglieremmo l’UE», ha dichiarato Nielsen, che probabilmente ignora il fatto che la NATO è sostenuta primariamente dagli USA.
Queste affermazioni, pronunciate alla vigilia di colloqui di alto livello a Washington tra funzionari danesi e groenlandesi, il vicepresidente statunitense JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, hanno provocato una reazione veemente da parte di Trump.
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«Questo è un loro problema», ha risposto Trump ai giornalisti alla Joint Base Andrews. «Non sono d’accordo con loro. Non so chi sia, non so nulla di lui, ma questo sarà un grosso problema per lui».
Trump ha insistito sul fatto che gli Stati Uniti debbano controllare la Groenlandia per impedire il predominio cinese o russo, un’affermazione contestata non solo da Mosca e Pechino, ma anche da funzionari locali. «In un modo o nell’altro, avremo la Groenlandia», ha ribadito domenica.
La minaccia si inserisce nel contesto di un’iniziativa legislativa promossa dal deputato della Florida Randy Fine, che ha presentato il Greenland Annexation and Statehood Act, un disegno di legge che autorizzerebbe il presidente a intraprendere «qualsiasi misura necessaria» per acquisire il territorio. I funzionari danesi hanno respinto categoricamente tale premessa, con l’ambasciatore Jesper Moller Sorensen che ha chiarito «in modo esaustivo» a Fine come la Groenlandia faccia parte integrante della Danimarca.
Sebbene Copenaghen abbia manifestato apertura a un approfondimento della cooperazione in materia di sicurezza con gli Stati Uniti nell’ambito della NATO, insiste sul principio che il futuro dell’isola spetti alla sua popolazione, la quale nel 2008 ha votato per preservare lo status di autonomia all’interno del Regno di Danimarca.
Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha evitato di commentare direttamente la controversia, limitandosi a sottolineare che il suo ruolo è garantire la sicurezza nella regione artica.
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L'articolo Trump minaccia il leader groenlandese: «vi sarà un grosso problema per lui» proviene da RENOVATIO 21.
Il dipartimento di Stato statunitense ha diramato un’allerta di sicurezza urgente, ordinando a tutti i cittadini americani presenti in Iran di lasciare immediatamente il Paese, senza attendersi alcun supporto da parte di Washington.
La Repubblica Islamica è scossa da disordini su scala nazionale dalla fine di dicembre, con violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine che hanno causato numerose vittime. Teheran ha reagito imponendo drastiche restrizioni, tra cui il blocco delle reti mobili e di internet, per contrastare quella che definisce una violenza orchestrata e alimentata da potenze straniere.
«Lasciate l’Iran ora», ha intimato lunedì l’Ambasciata Virtuale degli Stati Uniti a Teheran. L’avviso esorta i cittadini a valutare personalmente i rischi e a organizzare autonomamente la partenza, poiché «il governo degli Stati Uniti non può garantire la vostra sicurezza se decidete di lasciare il Paese».
«I cittadini statunitensi corrono un rischio significativo di essere interrogati, arrestati e detenuti in Iran», si legge nell’allerta, che sottolinea come il mero possesso di un passaporto americano possa rappresentare un motivo sufficiente per la detenzione. Viene inoltre raccomandato ai cittadini con doppia cittadinanza di uscire dall’Iran utilizzando esclusivamente il passaporto iraniano.
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L’avviso consiglia inoltre a chi non sia in grado di partire di «trovare un luogo sicuro all’interno della propria abitazione o di un altro edificio protetto» e di fare scorte di cibo, acqua, medicinali e altri beni di prima necessità.
Le tensioni tra Teheran, Washington e Gerusalemme restano altissime dall’estate del 2025, quando Stati Uniti e Israele hanno condotto attacchi congiunti contro siti nucleari iraniani chiave. Il presidente americano Donald Trump ha sostenuto che tali operazioni abbiano impedito lo sviluppo di un’arma nucleare, accusa che Teheran ha sempre respinto con forza.
La scorsa settimana Trump ha dichiarato che la sua amministrazione sta esaminando «alcune opzioni molto forti», includendo possibili attacchi aerei tra le «tante opzioni sul tavolo».
In risposta, funzionari iraniani hanno ribadito che, in caso di nuovo intervento statunitense, basi militari e personale americano e israeliano diventerebbero «obiettivi legittimi».
Teheran afferma inoltre di possedere prove dell’infiltrazione di agenti stranieri, tra cui presunti elementi del Mossad, operanti per seminare caos e fornire a Washington un pretesto per un’ulteriore escalation militare.
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L'articolo Gli Stati Uniti avvertono gli americani di «lasciare l’Iran ora» proviene da RENOVATIO 21.
Marine Le Pen ha lanciato un appello che determinerà se potrà candidarsi alla presidenza nel 2027. Leader del partito di destra Rassemblement National (RN), la Pen figlia del patriarca della destra transalpina Giammaria Le Pen era ampiamente considerata la favorita per le elezioni del 2027, finché non le è stato imposto un divieto di cinque anni di candidarsi.
Lo scorso marzo è stata dichiarata colpevole di appropriazione indebita di quattro milioni di euro di finanziamenti UE. I giudici hanno affermato che tra il 2005 e il 2016 Le Pen e altri avevano utilizzato fraudolentemente i fondi UE per pagare i dipendenti del suo partito. Le Pen ha accusato la magistratura di averla presa di mira per motivi politici.
«Nel Paese dei diritti umani, i giudici hanno messo in atto pratiche che pensavamo fossero riservate ai regimi autoritari», ha dichiarato Le Pen al canale televisivo francese TF1.
Al momento della sentenza, la Le Penna aveva ricevuto il sostegno del presidente Trump e dei membri più importanti del suo team elettorale.
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«La caccia alle streghe contro Marine Le Pen è un altro esempio di come la sinistra europea utilizzi il lawfare per mettere a tacere la libertà di parola e censurare il proprio avversario politico», aveva scritto Trump su Truth Social. «È lo stesso ‘manuale’ che è stato usato contro di me».
JD Vance ha affermato che le relazioni tra Stati Uniti e Unione Europea sarebbero «sottoposte a stress» e «messe alla prova se si continuasse a cercare di gettare in prigione i leader dell’opposizione».
Si dice che i funzionari di Trump abbiano anche discusso la possibilità di sanzioni contro il governo francese. Si prevede che la sentenza d’appello verrà emessa entro l’estate, il che significa che Le Pen ha ancora una possibilità di candidarsi alle elezioni del 2027.
Se non potrà candidarsi, il suo protetto, il trentenne presidente del partito Jordan Bardella, prenderà il suo posto. In effetti, i guai legali della Le Pen sembrano aver favorito Bardella. Un sondaggio dello scorso autunno suggeriva che avrebbe vinto la presidenza, indipendentemente da chi fosse il suo avversario.
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L'articolo La Le Pen avvia ricorso contro il divieto di candidarsi alla presidenza proviene da RENOVATIO 21.

Las autoridades iraníes han brindado un duro golpe al proceso de desestabilización impulsado por Israel y EEUU, al lograr el bloqueo del acceso a Internet por satélite Starlink, una herramienta fundamental, informó este lunes Forbes.
«No habíamos visto esto antes. El apagón digital de Irán ha desplegado inhibidores militares, supuestamente suministrados por Rusia, para bloquear el acceso a internet de Starlink. Esto supone un cambio radical para la conectividad de emergencia que suelen usar manifestantes y activistas antirrégimen cuando se interrumpe el acceso a internet». sostiene el informe.
Según el reporte, se ha bloqueado más del 80 % del tráfico y el nivel de conexión a la Red se sitúa ahora en torno al 1 % del habitual.
Este avance técnico, que degradó el tráfico satelital desde un 30 % inicial hasta niveles del 80–90 % en zonas clave, marca un hito en la capacidad de Teherán para defender su control sobre el flujo de información frente a herramientas de desestabilización externas.
«Channel 4 News describe las actividades de Rusia como una «carrera tecnológica con Starlink», que, según afirma, «es conocida por desplegar camiones que emiten ruido de radio para interrumpir las señales satelitales». Hasta el momento no se ha confirmado qué tecnologías se están implementando», señala Forbes.
Tras el apagón total de internet móvil y fijo decretado el 8 de enero, miles de terminales Starlink, introducidas de contrabando y estimadas en decenas de miles, funcionaron como puente para coordinar manifestaciones y difundir imágenes. El gobierno recurrió al jamming de señales GPS (ya activo desde la guerra de 12 días con Israel en junio de 2025) y a la disrupción directa de enlaces de órbita baja mediante equipos de alta potencia proporcionados por China, según expertos como Amir Rashidi, del Miaan Group. Esta tecnología de grado militar supera al jamming básico y provoca pérdidas masivas de paquetes, haciendo inviable la transmisión continua.
Las señales GPS son básicas para un funcionamiento óptimo de la red de internet satelital de la compañía de Musk, cuyos receptores Starlink utilizan GPS para localizar y conectarse a los satélites.
En el tablero multipolar, el episodio refleja la disputa por la soberanía tecnológica. Irán percibe a Starlink, controlado por una empresa estadounidense, como un vector de injerencia externa, similar a su uso en Ucrania o a intentos previos en Irán en 2022. La respuesta refuerza a los bloques emergentes que buscan alternativas a infraestructuras dominadas por Occidente, desde satélites propios hasta cables submarinos chinos. Las empresas occidentales, como el caso Samsung y el espionaje israelí muestran que el mundo corporativo no es “neutral” sino que responde a intereses geopolíticos de sus países de origen.
Durante la Guerra de los 12 Días con Israel, se registraron fallas deliberadas en la red de internet nacional, que coincidió con la activación de haces de Starlink, según lo confirmó el propio Musk al publicar en la red social X: “Los haces están encendidos”, apenas un día después del inicio de la ofensiva israelí.
La coordinación entre empresas privadas y operaciones militares genera preocupación en Irán, que denuncia un nuevo patrón de guerra híbrida y sabotaje tecnológico.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato domenica che le difese della Groenlandia da parte della Danimarca consistono in «due slitte trainate da cani», rilanciando la sua pressione affinché il paese europeo membro della NATO ceda la sovranità sull’isola artica.
Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, Trump ha sostenuto che Russia o Cina potrebbero impossessarsi in qualsiasi momento del territorio danese.
«La Groenlandia, in pratica, ha una difesa a due slitte trainate da cani», ha detto. «Nel frattempo, ci sono cacciatorpediniere e sottomarini russi, e cacciatorpediniere e sottomarini cinesi ovunque. Non permetteremo che ciò accada».
Fin dal XIX secolo, vari esponenti statunitensi hanno sostenuto che l’isola artica – già sede di una base militare americana – dovesse passare sotto controllo statunitense, sotto gli auspici della Dottrina Monroe e di quello che è chiamato il «Destino manifesto» degli Stati Uniti d’America.
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Dopo che Trump ha rinnovato, all’inizio del suo secondo mandato, l’interesse ad acquisire la Groenlandia per ragioni di sicurezza nazionale, Copenaghen ha annunciato il rafforzamento delle proprie difese, con l’aggiunta di pattuglie con slitte trainate da cani e l’acquisto di altre due navi di ispezione artica per integrare la flotta groenlandese, composta finora da quattro unità.
I media dell’epoca riferivano di 12 unità di cani da slitta. Il territorio autonomo danese è in gran parte coperto da ghiaccio, con insediamenti e infrastrutture concentrati prevalentemente lungo le coste.
Le nazioni nordiche hanno smentito le affermazioni di Trump sulle presunte minacce russe e cinesi alla Groenlandia, sottolineando che negli ultimi anni non è stata rilevata alcuna attività militare significativa nella regione, come riportato domenica dal Financial Times.
«Non è vero che cinesi e russi siano lì. Ho visto i servizi segreti. Non ci sono navi, né sottomarini», ha dichiarato al giornale un alto diplomatico europeo.
All’inizio di questo mese, l’esercito statunitense ha condotto un raid in Venezuela per catturare il presidente Nicolas Maduro. Secondo funzionari dell’amministrazione Trump, l’operazione mirava in parte a consolidare l’egemonia di Washington nell’emisfero occidentale e a contrastare l’influenza russa e cinese in Sud America.
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L'articolo Trump: le difese della Groenlandia sono «due slitte trainate da cani» proviene da RENOVATIO 21.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che Cuba non riceverà più né petrolio né denaro dal Venezuela, esortando l’isola a concludere un accordo con Washington «prima che sia troppo tardi».
Cuba, storico alleato del Venezuela e tra i principali destinatari del suo petrolio a prezzi agevolati, non riceve più forniture dal paese OPEC a partire dai primi giorni di gennaio. Secondo i dati sulle spedizioni, da quando il presidente Nicolás Maduro è stato catturato dalle forze statunitensi, nessun carico di greggio è più partito dai porti venezuelani diretti verso l’isola, in seguito al blocco delle consegne imposto dagli Stati Uniti.
«NON CI SARANNO PIÙ PETROLIO O DENARO A CUBA – ZERO!» ha scritto Trump domenica sulla sua piattaforma Truth Social, precisando che «Cuba ha vissuto, per molti anni, grazie a grandi quantità di PETROLIO e DENARO provenienti dal Venezuela».
«Suggerisco vivamente di raggiungere un accordo, PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI», ha aggiunto.
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Nel corso del raid statunitense di inizio mese, decine di membri delle forze di sicurezza venezuelane e cubane sono rimasti uccisi. In quell’occasione Trump aveva dichiarato che Cuba era «pronta a cadere», sottolineando la gravissima crisi economica che attanaglia l’isola e avvertendo che l’Avana difficilmente sarebbe sopravvissuta senza le forniture di petrolio venezuelano a condizioni di favore.
Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha respinto con fermezza la minaccia di Trump, sostenendo che Washington non possiede alcuna legittimità morale per imporre accordi all’Avana. «Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana. Nessuno ci detta cosa fare», ha scritto Díaz-Canel domenica su X, aggiungendo che l’isola subisce attacchi statunitensi da decenni e che saprà difendersi se necessario.
Intanto, tra Caracas e Washington è in corso di definizione un accordo del valore di 2 miliardi di dollari, in virtù del quale il Venezuela fornirà agli Stati Uniti fino a 50 milioni di barili di greggio; i relativi proventi verranno depositati in conti sotto il controllo del Tesoro americano.
Diversi alti esponenti dell’amministrazione Trump, tra cui il segretario di Stato Marco Rubio, ritengono che l’intervento statunitense in Venezuela possa precipitare Cuba in una situazione di collasso. Nelle ultime settimane la retorica americana nei confronti dell’Avana si è fatta via via più dura.
Gli Stati Uniti mantengono un embargo commerciale totale sull’isola caraibica dagli anni Sessanta. Se le presidenze Obama e Biden avevano introdotto misure di normalizzazione dei rapporti, Trump ha invece reintrodotto Cuba nella lista americana degli stati sponsor del terrorismo.
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Il capo dello staff del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Tzachi Braverman, è stato arrestato e sottoposto a interrogatorio dalla polizia per presunti tentativi di ostacolare un’inchiesta sulla fuga di notizie di un documento classificato al tabloide tedesco Bild.
L’interrogatorio di Braverman è durato circa 13 ore domenica, come riferito dal Times of Israel. Al termine è stato rilasciato con l’imposizione di misure restrittive, tra cui il divieto di accedere per 15 giorni agli uffici del Primo Ministro e il divieto di uscire dal Paese per 30 giorni.
Queste limitazioni potrebbero ritardare l’insediamento di Braverman nel ruolo di ambasciatore israeliano a Londra, nomina per la quale aveva già ricevuto l’approvazione l’anno scorso.
Nel settembre 2024, la Bild aveva pubblicato un documento riservato dell’intelligence militare israeliana, presentandolo come dimostrazione del fatto che il gruppo armato palestinese Hamas non avesse alcuna intenzione di concludere un accordo per il rilascio degli ostaggi con Israele.
L’ex portavoce di Netanyahu, Eli Feldstein – arrestato nell’ottobre 2024 e accusato di aver diffuso il documento al tabloide – ha dichiarato in un’intervista il mese scorso che il primo ministro aveva appoggiato l’utilizzo del documento per rafforzare nell’opinione pubblica l’idea che servisse maggiore pressione su Hamas.
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Feldstein ha inoltre sostenuto che Braverman era al corrente di un’indagine riservata sulla fuga di notizie di Bild già da mesi prima che la vicenda diventasse di dominio pubblico, e gli avrebbe garantito che sarebbe riuscito a «chiuderla».
Secondo quanto riportato da Channel 12, i due hanno avuto un breve incontro faccia a faccia durante l’interrogatorio di domenica del capo dello staff. L’avvocato di Braverman ha successivamente dichiarato che il suo assistito «ha risposto a tutte le domande degli inquirenti e ha negato ogni versione inventata dei fatti avanzata dall’imputato», cioè Feldstein.
Il partito Likud di Netanyahu ha qualificato l’interrogatorio di Braverman come una «campagna di persecuzione» e un «tentativo di phishing» diretto contro il primo ministro e i suoi più stretti collaboratori.
Il deputato dell’opposizione del partito democratico Gilad Kariv ha invece affermato che chiunque pensi che il capo dello staff possa aver agito all’insaputa di Netanyahu «vive in un’illusione», sostenendo che dovrebbe essere il primo ministro stesso a essere interrogato, e non Braverman.
Lo scandalo legato a Bild si sviluppa in un contesto di forte erosione del consenso verso il governo Netanyahu: un sondaggio diffuso a fine dicembre dall’Israel Democracy Institute (IDI) indica che soltanto un quarto degli ebrei israeliani e poco più del 17% degli arabi israeliani ripone fiducia nell’attuale esecutivo.
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L'articolo Il capo dello gabinetto di Netanyahu arrestato nell’ambito di un’indagine sulle fughe di notizie proviene da RENOVATIO 21.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj «non ha carte» per negoziare un accordo di pace con la Russia.
Queste parole sono state pronunciate da Trump in un’intervista concessa al New York Times, pubblicata per intero domenica, durante la quale ha discusso degli sforzi di mediazione americani. Tra questi figurava un piano di pace trapelato in 28 punti, che prevedeva la cessione da parte di Kiev del restante territorio del Donbass alla Russia, la rinuncia definitiva alle aspirazioni NATO da parte dell’Ucraina e il blocco della crescita delle sue forze armate.
Il piano, duramente criticato da Kiev e dai suoi alleati occidentali per essere ritenuto eccessivamente favorevole a Mosca, è stato in seguito ridotto a 20 punti, ma permangono nodi irrisolti, con Zelens’kyj che si mostra contrario a qualsiasi cessione territoriale.
«Ė noto che lei si è seduto in questa stanza e ha detto a Zelens’kyj : ‘Non hai le carte in regola’», ha ricordato l’intervistatore, alludendo al celebre scontro verbale avvenuto alla Casa Bianca con il leader ucraino l’anno precedente. «Non le aveva allora. Le ha adesso?»
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«Beh, non ha le carte in regola», ha risposto Trump. «Non le ha avute fin dal primo giorno. Ha solo una cosa: Donald Trump».
Trump ha ribadito che il suo ruolo di mediatore è indispensabile per il raggiungimento della pace e ha sostenuto di aver contribuito a scongiurare una crisi ben più grave.
«Quella cosa sarebbe stata un disastro totale, e Zelens’kyj lo sa, e lo sanno anche i leader europei… Se non fossi stato coinvolto, penso che si sarebbe potuta evolvere in una terza guerra mondiale… Non succederà più», ha affermato.
Interrogato sulle tempistiche di un possibile accordo, Trump non ha fornito indicazioni precise.
«Stiamo facendo del nostro meglio. Non ho una tempistica precisa… Vorrei solo vedere la guerra finire», ha dichiarato, precisando che sia il presidente russo Vladimir Putin sia Zelens’kyj sembrano aperti a un’intesa, «ma lo scopriremo».
Il mese scorso Trump ha incontrato Zelens’kyj a Miami, annunciando che un accordo di pace era «pronto al 95%». Tale valutazione è stata in seguito confermata anche dal portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov.
Tuttavia, Kiev e i Paesi della cosiddetta «coalizione dei volenterosi» – il gruppo di Stati dell’Europa occidentale che continua a sostenere l’Ucraina – hanno successivamente accettato di inviare truppe nel Paese come garanzia di sicurezza dopo un eventuale accordo, nonostante la ferma opposizione russa a qualsiasi presenza militare straniera vicino ai propri confini.
L’inviato statunitense Steve Witkoff non ha confermato alcun impegno diretto degli Stati Uniti, e Trump ha in precedenza escluso categoricamente l’invio di soldati americani in Ucraina.
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L'articolo Trump: «Zelens’kyj non aveva carte fin dal primo giorno» proviene da RENOVATIO 21.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato lunedì, durante un incontro con diplomatici stranieri a Teheran, che l’Iran possiede numerose prove che attestano il ruolo significativo avuto dagli Stati Uniti e da Israele nei recenti disordini nel Paese.
La dichiarazione segue gli scontri violenti tra manifestanti e forze dell’ordine scoppiati alla fine del mese scorso, che hanno provocato decine di morti sia tra le forze di sicurezza iraniane sia tra i civili.
In varie parti del Paese sono state date alle fiamme numerose moschee, centri medici e altri edifici.
Secondo Araghchi, le proteste su scala nazionale «sono diventate violente e sanguinose per fornire una scusa» al presidente statunitense Donald Trump per un intervento militare nel Paese.
«Abbiamo molti documenti e prove del coinvolgimento degli Stati Uniti e di Israele nelle azioni terroristiche degli ultimi giorni in Iran», ha affermato Araghchi.
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Il ministro ha inoltre precisato che tra i manifestanti sono stati individuati agenti armati, e che Teheran «ha registrato messaggi audio ricevuti da quegli agenti terroristici che davano loro l’ordine di sparare sui manifestanti… sul personale di sicurezza e di polizia… [e] sui civili pacifici».
Araghchi ha sottolineato che «molte delle vittime sono state colpite da colpi d’arma da fuoco alle spalle». Ha aggiunto che Teheran dispone di prove consistenti del fatto che alcuni agenti abbiano ricevuto ordini diretti da potenze straniere, insistendo sulla presenza di «prove concrete che gli Stati Uniti e Israele hanno un ruolo importante in questi atti terroristici».
Il capo della diplomazia iraniana ha inoltre accusato l’agenzia di Intelligence israeliana Mossad di aver assistito gli infiltrati, rilevando che «agenti del Mossad che parlavano persiano… [si stavano] infiltrando in queste proteste».
Ha poi criticato i governi occidentali, accusandoli di condannare la polizia iraniana anziché i «terroristi».
Queste affermazioni giungono dopo che il presidente Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno manifestato sostegno alle proteste esplose nelle città iraniane a partire dal 28 dicembre, configurandosi come i più gravi disordini degli ultimi anni. Le manifestazioni si sono trasformate in violenti scontri con la polizia, attacchi a sedi governative e, in alcuni casi, richieste di ritorno alla monarchia. Le autorità hanno reagito imponendo il blocco delle reti telefoniche e di internet sull’intero territorio nazionale.
La scorsa estate, gli Stati Uniti avevano partecipato a un attacco israeliano contro alcuni dei principali siti nucleari della Repubblica Islamica, dopo aver accusato l’Iran di perseguire lo sviluppo di un’arma nucleare – accusa respinta da Teheran, che ha sempre sostenuto la natura esclusivamente pacifica del proprio programma nucleare.
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L'articolo L’Iran dice di avere le prove che Stati Uniti e Israele hanno avuto un ruolo importante nei disordini proviene da RENOVATIO 21.
La Guida Suprema dell’Iran ayatollah Ali Khamenei ha scritto sul social X un messaggio che pare annunciare il ribaltamento del presidente americano Donaldo J. Trump.
آن بابایی که با نخوت و غرور نشسته آنجا راجع به همهی دنیا قضاوت میکند، او هم بداند که معمولاً مستبدّین و مستکبران عالم، از قبیل فرعون و نمرود و رضاخان و محمّدرضا و امثال اینها، وقتی که در اوج غرور بودند سرنگون شدند،
این هم سرنگون خواهد شد.#مثل_فرعون pic.twitter.com/hxzJVQQOiL— KHAMENEI.IR | فارسی (@Khamenei_fa) January 11, 2026
«Quella figura paterna che siede lì con arroganza e orgoglio, giudicando il mondo intero, anche lui dovrebbe sapere che di solito i tiranni e gli oppressori del mondo, come il Faraone, Nimrod, Reza Khan, Mohammad Reza e simili, quando erano al culmine del loro orgoglio, venivano rovesciati. Anche questo sarà rovesciato» scrive il messaggio.
Khamenei interviene nel momento in cui emergono notizie secondo cui le proteste stanno perdendo vigore, dopo che gli scontri del fine settimana con la politica avrebbero causato numerose vittime.
Lunedì si sono verificate anche delle grandi «controproteste» pro-governative che hanno preso il sopravvento su intere zone delle città, compresa la capitale.
WATCH: Large crowds gather for pro-regime rallies in Iranian cities in support of Khamenei. pic.twitter.com/9mTo5bbTJD
— Clash Report (@clashreport) January 12, 2026
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L’amministrazione Trump ha affermato che avrebbe «sostenuto» il popolo iraniano e che lo avrebbe persino protetto se fosse stato attaccato dalle forze governative. Questo ha permesso alla leadership iraniana di dire alla gente in piazza che sta eseguendo gli ordini di potenze straniere come gli Stati Uniti e Israele .
Ciò avviene anche in un contesto di ulteriori dure dichiarazioni da parte del parlamento iraniano lunedì. Il presidente del parlamento iraniano, durante un discorso durante una grande manifestazione nella capitale, ha descritto la risposta alle proteste come uno scontro con i «terroristi».
Domenica Trump ha sollevato la questione dell’aiuto diretto ai manifestanti (che potrebbero non essere realmente interessati all’aiuto di Washington). Trump ha affermato che parlerà con Elon Musk dell’invio di Starlink ai manifestanti in Iran, dopo l’interruzione imposta dal governo e in vigore da giovedì.
«Se possibile, potremmo far funzionare Internet», ha detto il presidente ai giornalisti. Elon «è molto bravo in questo genere di cose . Lo chiamerò non appena avrò finito con voi».
Lo scontro tra l’ayatollah e il presidente Trump è risalente. Cinque anni fa, sempre con un post su Twitter, Khamenei dissei che Trump era «impotente» riguardo il contesto iraniano. Poco dopo Trump ordinò l’assassinio missilistico del generale Soleimani, forse la personalità più popolare in Iran e persino nel Medio Oriente islamico.
Come riportato da Renovatio 21, Trump negli ultimi anni ha rivelato che l’operazione gli fu suggerita da Israele, che però pare aver nascosto la mano. Vertici del Mossad hanno in seguito confermato.
Vi sarebbero state operazioni di vendetta sugli USA e Trump per la morte del generale pasdaran.
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Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
L'articolo Khamenei: l’«arrogante» Trump sarà «rovesciato» proviene da RENOVATIO 21.
L’Iran effettuerà attacchi preventivi su obiettivi americani e israeliani qualora percepisca un attacco imminente, lo ha dichiarato il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf.
L’avvertimento arriva in seguito alle dichiarazioni di sostegno alle proteste nelle città iraniane espresse dal presidente statunitense Donald Trump e dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Le manifestazioni sono state innescate dall’inflazione galoppante e dalla grave crisi economica.
«Chi minaccia l’Iran sia avvertito. Qualsiasi attacco all’Iran renderà legittimi bersagli sia i territori occupati, sia tutti i centri e le basi militari, sia le navi americane nella regione», ha affermato Ghalibaf sabato.
«Non ci limitiamo a rispondere solo dopo un attacco, ma agiremo in base ai segnali oggettivi di una minaccia, in modo che nessuno faccia errori di calcolo che potrebbero portare al disastro», ha precisato.
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Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti «aiuteranno» i manifestanti qualora il governo proseguisse nella repressione delle rivolte che si stanno diffondendo nel Paese. «Meglio che non iniziate a sparare, perché inizieremo a sparare anche noi», ha aggiunto. Anche Netanyahu ha manifestato appoggio ai dimostranti.
Secondo il New York Times, a Trump sarebbero state presentate opzioni militari, compresi attacchi su obiettivi non militari nella capitale Teheran, anche se al momento non risulta ancora presa alcuna decisione definitiva. Stati Uniti e Israele avevano già condotto attacchi contro l’Iran nel giugno 2025, colpendo siti militari e impianti nucleari.
I disordini, i più gravi degli ultimi anni, sono esplosi in tutto l’Iran a partire dal 28 dicembre, in seguito al crollo della moneta nazionale che ha causato un’impennata dei prezzi di cibo e beni essenziali. Le proteste si sono trasformate in scontri con le forze di polizia, assalti a edifici pubblici e, in alcuni casi, richieste di ritorno della monarchia. Le autorità hanno reagito bloccando internet e le comunicazioni telefoniche sull’intero territorio nazionale.
Secondo quanto riportato dalla rivista TIME, che cita un medico di Teheran, le vittime supererebbero i 200 individui. L’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha invece comunicato che i rivoltosi hanno ucciso almeno 25 civili e sei appartenenti alle forze di sicurezza, ferendone inoltre altre 120.
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Immagine di Duma.gov.ru via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
L'articolo Il presidente del Parlamento iraniano minaccia gli Stati Uniti con attacchi preventivi proviene da RENOVATIO 21.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di non ritenersi obbligato a rispettare il diritto internazionale, affermando di essere guidato unicamente da quella che ha definito la propria moralità personale.
Le dichiarazioni giungono nel contesto del rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro, avvenuto sabato scorso per mano di commando americani. Negli stessi giorni, Trump e vari esponenti della sua amministrazione hanno ripetutamente ribadito l’intenzione degli Stati Uniti di acquisire, in un modo o nell’altro, il controllo del territorio autonomo danese della Groenlandia.
In un’intervista concessa mercoledì al New York Times, il presidente ha precisato che non permetterà a nulla di limitare l’esercizio dei suoi poteri di comandante in capo. «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi», ha affermato.
«Non ho bisogno del diritto internazionale», ha aggiunto.
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Quando i giornalisti hanno insistito per avere chiarimenti sulla sua effettiva convinzione che Washington non sia tenuta a osservare le norme internazionali, Trump ha parzialmente attenuato il tono, ma si è subito affrettato a precisare: «Dipende da quale sia la vostra definizione di diritto internazionale», lasciando intendere che l’ultima parola sulla sua applicabilità agli Stati Uniti spetti esclusivamente a lui.
Giovedì Trump ha firmato un memorandum che interrompe il sostegno finanziario a 66 organizzazioni, agenzie e commissioni internazionali – tra cui diversi enti delle Nazioni Unite – accusate di «operare in contrasto con gli interessi nazionali, la sicurezza, la prosperità economica o la sovranità degli Stati Uniti».
Nella stessa intervista al Times, il presidente ha rinnovato con forza la sua richiesta che la Groenlandia passi sotto il controllo statunitense.
Lunedì, intervenendo alla CNN, il vice capo dello staff di Trump per le politiche, Stephen Miller, ha confermato che la «posizione ufficiale» di Washington rimane quella secondo cui «gli Stati Uniti dovrebbero avere la Groenlandia come parte integrante del proprio apparato di sicurezza complessivo».
Sempre lunedì, la prima ministra danese Mette Frederiksen ha dichiarato di ritenere che «il presidente degli Stati Uniti debba essere preso sul serio quando dice di volere la Groenlandia». Ha quindi ammonito: «Se gli Stati Uniti dovessero attaccare militarmente un altro paese della NATO, tutto si fermerebbe, compresa la NATO stessa».
All’inizio di questa settimana, un gruppo di leader dell’Unione Europea e del Regno Unito ha diffuso una dichiarazione congiunta, formulata con estrema cautela, in difesa dello status della Groenlandia come parte integrante del Regno di Danimarca.
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L'articolo Trump afferma di «non aver bisogno» del diritto internazionale proviene da RENOVATIO 21.
Il Primo Ministro slovacco Robert Fico ha dichiarato che è arrivato il momento per l’Unione Europea di sostituire l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Kaja Kallas. A suo avviso, l’unica competenza dimostrata dall’attuale dirigenza di Bruxelles è l’odio verso la Russia.
In un’intervista trasmessa domenica dall’emittente slovacca TA3, Fico ha descritto la situazione dell’UE come una crisi senza precedenti. Secondo lui, se l’Unione vuole essere considerata una vera «superpotenza» e non rimanere confinata ai margini della scena internazionale, deve urgentemente rivedere la propria strategia di politica estera.
«Dobbiamo sostituire l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e di sicurezza, la signora Kallas», ha affermato Fico, invitando l’UE a «tornare in sé». La leadership comunitaria, ha aggiunto, non sa fare altro che «odiare la Russia», ma si dimostra incapace di proporre soluzioni concrete e praticabili alle crisi in atto. La Slovacchia, entrata nell’Unione nel 2004, è rappresentata da Fico come un paese che non intende più tacere su tali questioni.
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Kallas è nota per le sue posizioni fortemente anti-russe. Lo scorso anno aveva invitato i paesi candidati all’adesione all’UE a non celebrare l’80° anniversario della sconfitta della Germania nazista, suscitando la reazione del presidente della Duma russa Vjacheslav Volodin, che la definì una «pazza russofoba».
La stessa Kallas ha accusato la Russia di aver aggredito decine di nazioni negli ultimi cento anni, sostenendo che Mosca non sarebbe mai stata attaccata da nessuno, ignorando volutamente il contesto storico della Seconda Guerra Mondiale.
Da sempre critico degli aiuti militari europei a Kiev e delle sanzioni contro la Russia, Fico ha accusato Bruxelles di applicare un doppio standard nelle norme internazionali: severe restrizioni a Mosca per il conflitto in Ucraina, ma silenzio e assenza di misure analoghe nei confronti di Israele per la sua operazione militare a Gaza.
Secondo il premier slovacco, alcune nazioni dell’UE non desiderano la pace, ma puntano esclusivamente a indebolire la Russia «attraverso la guerra», una strategia che – a suo giudizio – sta fallendo miseramente. In passato Fico ha definito l’Ucraina un «buco nero» di corruzione che ha assorbito miliardi di euro dall’Unione.
A dicembre Fico ha bloccato ulteriori finanziamenti europei destinati all’esercito ucraino, sostenendo che il conflitto non potrà mai essere risolto sul campo di battaglia.
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L'articolo Fico: la Kallas deve essere sostituita proviene da RENOVATIO 21.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha accusato domenica gli Stati Uniti e Israele di interferire nei disordini che stanno attraversando il Paese, in un’intervista trasmessa dalla televisione di Stato IRIB. Ha sostenuto che Washington e Gerusalemme stanno istigando «terroristi stranieri» infiltrati tra i manifestanti.
Verso la fine del mese scorso, nella Repubblica Islamica – già duramente colpita dalle sanzioni – sono esplosi violenti scontri mortali, scatenati dall’iperinflazione e dal peggioramento della crisi economica. Il governo sta cercando di rispondere alle legittime preoccupazioni della popolazione «in tutti i modi possibili», ha assicurato Pezeshkian.
Il «caos» attuale, secondo il presidente, è aggravato soprattutto da «rivoltosi e terroristi», piuttosto che da iraniani con reali e motivate rimostranze.
«Il nemico… sta addestrando terroristi sia all’interno che all’estero, introducendo terroristi nel Paese… Hanno dato fuoco a moschee, bazar e aziende», ha dichiarato Pezeshkian, attribuendo loro atti di violenza letale.
«Queste persone non appartengono a questo Paese. Se qualcuno è davvero iraniano e ha delle proteste da fare, che le faccia pure: noi ascolteremo le sue richieste, le prenderemo in considerazione e risolveremo i problemi».
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Pezeshkian ha poi puntato il dito contro Stati Uniti e Israele per aver aizzato i manifestanti, invitando gli iraniani a impedire che i giovani si mescolino con «rivoltosi e terroristi».
Gli scontri violenti tra dimostranti e forze dell’ordine hanno causato decine di morti tra le forze di sicurezza e tra i civili, come riportato domenica dall’emittente iraniana PressTV. In varie parti del Paese sono stati incendiati moschee, centri medici e altri edifici pubblici.
Un video diffuso domenica dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi mostra presunti rivoltosi che picchiano e danno alle fiamme agenti di polizia fino a ucciderli. Un altro filmato, ripreso da una telecamera di sicurezza e pubblicato da PressTV, ritrae una molotov lanciata all’interno di una moschea in cui stavano giocando dei bambini.
Mossad rent-a-rioters in Iran throw molotov cocktails at apartments and into a mosque filled with children
Supporters of these nihilistic regime change rampages are openly celebrating the violence pic.twitter.com/4SjgMeQFXe
— Max Blumenthal (@MaxBlumenthal) January 11, 2026
Come riportato da Renovatio 21, giovedì è stato imposto un blackout nazionale di internet in Iran, misura che risulta ancora in vigore al momento attuale.
Le proteste sono state apertamente incoraggiate da un account sui social media in lingua persiana legato al Mossad israeliano, che ha affermato di avere agenti infiltrati tra la folla.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha più volte espresso la propria disponibilità a intervenire direttamente. Sabato, su Truth Social, ha scritto: «Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!».
La scorsa estate, gli Stati Uniti si unirono a un attacco israeliano contro alcuni dei principali siti nucleari iraniani, accusando Teheran di perseguire lo sviluppo di un’arma nucleare. L’Iran ha sempre respinto tali accuse, ribadendo che il proprio programma nucleare ha finalità esclusivamente pacifiche.
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Immagine di Mehr News Agency via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
L'articolo Il presidente iraniano: Stati Uniti e Israele istigano gli assassini stranieri nascosti tra la folla proviene da RENOVATIO 21.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta valutando la possibilità di ordinare nuovi attacchi contro l’Iran in risposta alla repressione delle proteste e delle rivolte scatenate dall’inflazione alle stelle da parte di Teheran. Lo riporta il New York Times, che cita funzionari americani a conoscenza delle discussioni.
Secondo il quotidiano neoeboraceno, Trump è stato informato negli ultimi giorni su diverse opzioni di attacco, tra cui attacchi contro obiettivi non militari a Teheran, ma non ha ancora preso una decisione definitiva. Il presidente ha lanciato molteplici minacce contro l’Iran in passato e ha pubblicamente espresso il suo sostegno ai manifestanti sabato.
«L’Iran sta guardando alla LIBERTÀ, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!», ha scritto Trump sulla sua piattaforma Truth Social.
Le proteste sono scoppiate in Iran il 28 dicembre, dopo che il crollo della moneta nazionale ha portato a forti aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari e di altri beni di prima necessità. Le dimostrazioni si sono rapidamente trasformate in disordini diffusi, con scontri tra rivoltosi e polizia e attacchi alle istituzioni governative a Teheran e in altre città. Giovedì le autorità hanno interrotto le connessioni internet e telefoniche in tutto il paese nel tentativo di contenere la violenza.
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Teheran ha accusato gli Stati Uniti e Israele di alimentare i disordini. «Credendo che la Repubblica Islamica dell’Iran sia come gli altri Paesi, gli Stati Uniti stanno perseguendo le stesse misure incoraggiando alcuni individui a creare caos e rivolte», ha scritto sabato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi su X.
La guida suprema iraniana Ali Khamenei ha definito le minacce «infondate», affermando che il Paese «non farà marcia indietro di fronte ai vandali».
Gli Stati Uniti hanno effettuato attacchi contro gli impianti nucleari iraniani nel giugno 2025 a sostegno della campagna aerea israeliana di 12 giorni contro il Paese. Teheran ha risposto con un bombardamento missilistico contro una base statunitense in Qatar, senza causare vittime.
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L'articolo Trump valuta un nuovo attacco all’Iran proviene da RENOVATIO 21.

Donald Trump afirmó en una entrevista con The New York Times, que su poder como comandante en jefe está limitado únicamente por su «propia moralidad», relegando a un segundo plano las normas del derecho internacional y otros mecanismos de control que suelen servir de contrapeso a la hora de ordenar ataques contra otros países.
Al ser preguntado específicamente sobre si existían restricciones a su autoridad para desplegar la fuerza militar a nivel global, el presidente de Estados Unidos respondió de manera contundente: «Sí, hay una cosa. Mi propia moralidad. Mi propia mente es lo único que puede detenerme».
«No necesito el derecho internacional», agregó.
Dejando abierta la puerta a una interpretación unilateral de las obligaciones internacionales del país, Trump también reconoció la existencia de ciertas limitaciones que enfrenta dentro de EE.UU.

Estados Unidos se está preparando para una guerra mundial, afirma el periodista estadounidense Tucker Carlson, en base a la decisión del Gobierno del presidente Donald Trump de elevar el presupuesto de defensa para el año fiscal 2027 hasta la cifra récord de 1,5 billones de dólares. Carlson argumenta que no existe una justificación alternativa para un incremento tan descomunal.
«En términos generales, obviamente, ese es el tipo de presupuesto de un país para su Ejército cuando prevé una guerra mundial o regional. No hay otra razón para hacerlo», declaró el presentador.
El presidente de Estados Unidos, Donald Trump, anunció un aumento del 50 % en el presupuesto militar para 2027, hasta alcanzar un récord de 1,5 billones de dólares. Afirmó que los fondos provendrán de los aranceles cobrados a otros países. En su publicación en Truth Social, Trump sostuvo que este nivel permitirá construir el «Ejército soñado» y garantizar la seguridad nacional.
Para Carlson, la naturaleza de esta partida presupuestaria es inequívocamente ofensiva. «No es un presupuesto para mantener la paz. Es un presupuesto de guerra, un gran presupuesto de guerra», sentenció. Un cambio que también estaría detrás de la reciente modificación del nombre del Departamento de Defensa por Departamento de Guerra.
«Por lo tanto, creo que es lógico esperar, y todos los indicios apuntan a ello, a que pronto vamos a tener una gran guerra. Una gran guerra pronto», afirmó.
«Es evidente que nos estamos moviendo en esa dirección, hacia una guerra mundial», concluyó.

La estatal Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA) confirmó este miércoles que mantiene negociaciones con Estados Unidos para concretar la venta de “volúmenes de petróleo”. El anuncio ocurre horas más tarde del anuncio del presidente norteamericano Donald Trump sobre un acuerdo con el gobierno venezolano para la entrega de entre 30 y 50 millones de barriles de petróleo a Estados Unidos.
“Este proceso se desarrolla bajo esquemas similares a los vigentes con empresas internacionales, como Chevron, y está basado en una transacción estrictamente comercial, con criterios de legalidad, transparencia y beneficio para ambas partes», señaló la empresa en un comunicado difundido en sus redes sociales.
Las conversaciones se desarrollan en medio de la flexibilización de ciertas sanciones y buscan definir las condiciones para el envío de crudo venezolano al mercado estadounidense después de años de restricciones.
Las nuevas políticas sobre la comercialización del petróleo venezolano, que implicarían desviar cargamentos que originalmente tenían como destino China, transcurren tras el operativo militar que secuestró en Caracas a Nicolás Maduro y derivó en la asunción de la presidencia interina por Delcy Rodríguez.
El anuncio de Trump, realizado a través de la red social Truth Social, implica que el crudo será vendido a precio de mercado y que los fondos obtenidos estarán bajo control de su administración, con el compromiso de destinarlos a iniciativas que beneficien tanto a la población venezolana como a los intereses de Washington.
“Ese dinero será controlado por mí, como presidente de Estados Unidos, para asegurar que se utilice en beneficio de los pueblos de Venezuela y Estados Unidos”, afirmó Trump en su declaración.
Por su parte, el secretario de Energía de Estados Unidos, Chris Wright, en la conferencia de energía de Goldman Sachs manifestó: “Vamos a comercializar el crudo que sale de Venezuela, primero este petróleo almacenado que estaba represado, y luego, indefinidamente, de aquí en adelante, venderemos la producción que salga de Venezuela en el mercado. Estados Unidos será el proveedor de diluyente que tendrá que bajar allá para permitir esa producción. Vamos a hacer que eso vuelva a fluir. Y a medida que avancemos con el gobierno, habilitaremos la importación de repuestos, equipos y servicios, para evitar que la industria colapse, estabilizar la producción y luego, lo más rápido posible, empezar a verla crecer nuevamente. Y por supuesto, a largo plazo, crear las condiciones para que las grandes empresas estadounidenses, que estuvieron allí antes —quizás no lo estaban, pero quieren ir—, regresen nuevamente”.


Ultraliberista, reazionaria e riarmista: che cosa contiene e come si è giunti all’approvazione della legge di bilancio. Gli scontri interni al governo, la notte degli ordini del giorno e l’assenza di una opposizione sociale all’altezza della situazione [Franco Turigliatto] ★
Sul filo di lana del 30 dicembre, dopo un iter assai travagliato, non certo per l’opposizione sociale e parlamentare, entrambe assai deboli ed inadeguate, ma per la concorrenzialità dei partiti di governo, la Camera ha approvato la terza finanziaria del governo Meloni evitando così l’esercizio provvisorio del bilancio (per un primo giudizio leggi qui).
E’una finanziaria dura ed ingannevole che esprime molto bene lo spirito capitalista dei tempi, profondamento avverso alle classi lavoratrici e ai settori più deboli della società; mostra anche l’anima oscura e reazionaria delle forze dell’estrema destra che compongono l’esecutivo. Siamo di fronte a un’ulteriore iniezione di veleno in un corpo sociale già profondamente corroso e diviso dalle politiche economiche del capitale e disorientato dalle ideologie autoritarie, fascisteggianti e patriarcali di Meloni, La Russa, Salvini, Piantedosi e Roccella, per non parlare dell’uomo dell’industria militare Crosetto, a cui si aggiunge la vacua ipocrisia di Tajani, il servitore degli eredi di Berlusconi.
Con la legge di bilancio il governo e la classe dominante borghese si ponevano due obiettivi, uno dichiarato, l’altro mascherato: il primo, rientrare già dal 2026 nelle clausole del nuovo patto di austerità europeo, cioè ridurre il deficit pubblico scaricandone i costi sulle classi popolari e preservando invece vecchie e nuove regalie alle imprese e ai padroni; il secondo è che, operando il rientro nei parametri europei (il 3% di deficit sul PIL) potranno già nei prossimi mesi aprire appieno la valvola del gas per finanziare a debito lo spaventoso aumento della spesa militare deciso dalle borghesie europee. I loro dirigenti, tra cui Draghi, sperano che la partecipazione alla corsa al riarmo permetta anche il rilancio industriale del capitalismo europeo oggi in difficoltà di fronte alla concorrenza americana, cinese e degli altri grandi paesi capitalisti anche perché la guerra rende bene per alcune imprese…
Le molte decine di miliardi che saranno sottratti a sanità, scuola, trasporti, servizi sociali per conferirli ai fabbricanti di carri armati e missili non compaiono dunque se non in parte nelle norme della finanziaria risultando poco visibili (complici i media) alla stragrande maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori, ma sono in ben presenti nelle tabelle del bilancio dei prossimi anni.
Resta il fatto che questo mascheramento ha reso ancor più difficile costruire una consapevolezza di massa sul significato delle politiche del governo e di costruire un ponte tra le grandi manifestazioni contro il genocidio del popolo palestinese e la necessità di un eguale movimento di massa contro le politiche di riarmo e di guerra delle classi dominanti.
Per imporre l’austerity e la difesa dei privilegi delle classi abbienti a scapito degli ultimi e dei penultimi, ma più in generale delle classi lavoratrici impoverendo il paese e facendo crescere solo la spesa militare, le destre al governo hanno spinto ancora più avanti il degrado delle stesse regole della democrazia parlamentare.
Decide tutto il governo e al massimo funziona (poco per altro) una sola Camera, l’altra è chiamata solo ad alzare la mano in mezza giornata per approvare le leggi e i decreti dell’esecutivo; nessuna vera e reale discussione aperta e pubblica del Parlamento: in tre anni per legiferare sono stati varati 113 decreti governativi e 104 volte si è fatto ricorso allo strumento della fiducia. Le finalità autoritarie delle destre sono presenti in ogni loro azione, insofferenti alla vecchia divisione liberale dei poteri quindi alla magistratura quando non opera seconda le sue direttive; una concezione di predominio assoluto dell’esecutivo confermata in questi stessi giorni dalla approvazione parlamentare della “riforma “della Corte dei Conti con cui si vuole svuotare il controllo di questo organo costituzionale sui conti dello stato, cioè sull’operato del governo.
Tutto questo avviene poi in un quadro in cui è in corso una stretta repressiva verso le mobilitazioni sociali e sui media una campagna per svilire e colpevolizzare le grandi mobilitazioni contro il genocidio dei palestinesi ed infine anche una campagna ideologica bellicista e riarmista, volta a convincere famiglie e giovani (con incursioni sempre più violente nella scuola) della necessità di prepararsi alla guerra ed essere disponibili al sacrificio della vita per la “patria”. Naturalmente questo parossismo militare è interpretato al meglio dagli eredi del MSI, ma è ben presente anche nei media della cosiddetta borghesia democratica. La multicrisi ambientale e del sistema capitalista e le guerre in corso, combinate con le sconfitte della classe lavoratrice, stanno producendo quella che possiamo chiamare una vera e propria crisi di civiltà.
Due mesi fa avevamo scritto:
“Il compito del governo delle destre non è facile perché deve continuare a gestire le scelte economiche in funzione del grande capitale, ma anche contemporaneamente del suo blocco sociale piccolo e medio borghese di riferimento e di voto elettorale, senza incorrere contemporaneamente nel rigetto di strati ampi della popolazione e della classe lavoratrice”.
I fatti hanno confermato questa affermazione mettendo in luce ripetuti scontri manifestatisi fino alla notte del voto finale tra i partiti della maggioranza per cercare di tirare ognuno a proprio vantaggio una coperta troppo corta nel contesto economico dato. Nel tentativo di gestire queste diverse esigenze e dopo 2 maxiemendamenti del governo la finanziaria è salita da 18 a 22 miliardi senza, per altro, progettare alcun reale rilancio dell’economia del paese, e con un impatto quasi insistente sullo sviluppo, tenuto conto che le vecchie dinamiche positive indotte al PNRR cesseranno entro la metà del 2026.Vedasi anche
Tutto bene però per il grande capitale: il flusso di risorse pubbliche indirizzato alle imprese continua come e più di prima attraverso diversi istituti, gli iperammortamenti (transizione 5), diversi bonus e rinnovo della Zes (zone economiche speciali) ottenendo il comprensibile plauso del Presidente della Confindustria e del Sole 24 ore. In 3 anni i capitalisti saranno foraggiati con altri 15 miliardi di euro.
E’ vero che una parte delle coperture della finanziaria arrivano da banche ed assicurazioni che si vedono aumentare del 2% l’Irap, ma questa misura, per altro limitata ai prossimi 3 anni, non mette certo a rischio i loro profitti che nel 2025 sono calcolati in 30 miliardi. Per di più proprio in questi giorni la Borsa italiana supera i mille miliardi di capitalizzazione con una crescita annua superiore al 30%. Tirano la volata, guarda caso, l’industria militare (Leonardo, Fincantieri, ecc.) e beninteso le Banche. Bene l’Iveco, di cui Exor ha annunciata la vendita, in difficoltà l’auto e la farmaceutica.
Inoltre Banche ed Assicurazioni non avranno particolari difficoltà a scaricare sulle utenze, cioè sui cittadini, questi maggiori costi. Per di più alcune norme della finanziaria permettono ai dirigenti di questi istituti di affrontare l’aumento dell’IRAP, avendo contemporaneamente un interesse personale. La finanziaria abolisce infatti l’addizionale IRPEF del 10% sui bonus e sulle stocks options di questi dirigenti (un regalo potenzialmente di 84 milioni), purché i loro istituti facciano un poco di beneficenza pubblica….
Per le assicurazioni arriva anche una delle più vergognose misure: per i nuovi assunti infatti il trasferimento del TFR al fondo pensioni sarà automatico; avranno solo due mesi di tempo per impedire questa manomissione di risorse (salario differito) che sono di loro proprietà. Si valuta che siano 100.000 le lavoratrici/tori coinvolti nel primo anno, con una crescita poi annuale di 25 mila, unità, una vera manna per le assicurazioni. Gli aderenti attivi iscritti alla previdenza complementare sono oggi circa 7 milioni con una scarsa presenza di giovani il cui numero si vuole aumentare con il meccanismo del silenzio assenso.
Più difficile è stato invece garantire come negli anni passati gli interessi specifici dei diversi settori piccolo e medio borghesi dei 3 partiti della maggioranza, dovendo contenere il debito pubblico alla fatidica soglia del 3%; lo scontro interno (compresa la frattura tra il ministro dell’economia e il suo partito la Lega) è stato pesante con una continua riscrittura del testo che si è protratta fino all’ultimo giorno con la Lega che puntava alla ennesima rottamazione delle cartelle esattoriali e FdI a una nuova sanatoria edilizia nonché FI che doveva difendere gli interessi della galassia Mediaset.
Particolarmente difficile il passaggio per un personaggio inverecondo come Salvini, che dopo aver promesso il superamento della controriforma Fornero sulle pensioni ingannando in tutti questi anni i lavoratori, ha infine dovuto rinunciare a qualsiasi alleggerimento della legge, accettando appieno il meccanismo che aumenta inesorabilmente di anno in anno i requisiti per andare in pensione; anzi la finanziaria ha abolito le stesse norme sulla “opzione donna” e di “quota 103”.
Il governo ha dovuto rinunciare per ora alle norme che allungavano ulteriormente le finestre di uscita e che penalizzavano il riscatto della laurea, ma già pensa di recuperale in un decreto futuro. Più che mai il sistema pensionistico viene considerato un bancomat per fare cassa.
Così al termine del voto si è assistito alla surreale notte parlamentare degli ordini del giorno di riferimento identitario e programmatico. Di solito è questo lo spazio lasciato alle forze di opposizione per presentare i loro contenuti. Solo che in questa occasione si sono moltiplicati anche le mozioni dei partiti di maggioranza in cui si chiede al governo di dare attuazione in futuro a contenuti non compresi per ora nella finanziaria. In questo modo FdI, Lega e FI hanno cercato di salvarsi l’anima con settori del loro elettorato delusi dalle promesse non mantenute. Come si usa dire in sede parlamentare: un ordine del giorno non lo si nega a nessuno perché è solo una vacua promessa che mai sarà realizzata.[1]
Rimandando ad un articolo specifico la valutazione del significato degli interventi della finanziaria sulle buste paga, richiamiamo l’attenzione su altri aspetti importanti della legge di bilancio.
Sono presenti al suo interno pesanti tagli alla spesa pubblica di diversi ministeri che comporteranno pesanti riduzioni della spesa sociale.
Molto più incerta la copertura di 3 miliardi e mezzo che si dovrebbe ottenere attraverso il recupero dell’evasione fiscale.
Vengono introdotte nuove accise e imposte per quanto riguarda il settore automobilistico.
Si introduce una gabella di 2 euro (tassa EMU) per quanto riguarda l’invio dei pacchi postali per un valore inferiore ai 150 euro.
Arriva la quinta rottamazione delle cartelle fiscali con una riduzione degli interessi da pagare per i morosi e gli evasori fiscali.
Le assicurazioni vengono premiate con un aumento delle tariffe; le scuole paritarie saranno esenti dal pagamento dell’IMU e coloro che si iscriveranno avranno un bonus fino a 1500 euro.
Per quanto riguarda la sanità le risorse stanziate sono assolutamente insufficienti a recuperare anche solo i costi dell’inflazione per non parlare della necessità di un complessivo investimento per rimettere in piedi adeguatamente la sanità pubblica. La versione finale della finanziaria opera ulteriori regali alla sanità gestita dai privati, alle farmacie e alle industrie farmaceutiche ed anche allo stesso Vaticano.
Lasciamo per ultimo la misura forse più vergognosa che esprime tutto il disprezzo, anzi l’odio di classe verso i più poveri e svantaggiati da parte degli esponenti del governo; si taglia infatti il finanziamento del fondo di inclusione, riducendo del 50% la prima mensilità successiva alle 18 standard previste dall’assegno di inclusione.
Va da sé che di fronte a queste scelte della classe borghese sarebbe servita un ben più grande mobilitazione, combinata a un programma alternativo, capace di soddisfare i bisogni sociali, in termini di salari, stipendi, pensioni, sanità e scuola pubblica, trasporti, welfare ed abitazioni, ridefinizione di un sistema fiscale complessivo che facesse pagare i ceti abbienti, le imprese e i padroni, che tagliasse drasticamente le spese militari invece di incrementarle. Tutto questo significherebbe però anche una rottura con le regole liberiste del patto di stabilità europeo, una drastica rimessa in discussione delle regole del capitale che preserva le rendite e i profitti. Sono questi i compiti che abbiamo di fronte nella ricostruzione di un movimento sociale, di massa e di classe, capace anche di fronteggiare la crescita minacciosa delle forze dell’estrema destra e fasciste e di difendere gli spazi democratici. Non sarà facile, ma è la strada che una sinistra di classe autentica e i movimenti sociali devono perseguire.
[1] Come scrive il Manifesto: “Una nottata paradossale ed emblematica, trascorsa in aula a snocciolare ordini del giorno che non influenzeranno in alcun modo la struttura della legge di bilancio ma che sono l’unica forma di espressione concessa alle minoranze, che si sono ritrovate anche questa volta (e per il sesto anno di seguito) una manovra blindata dalla commissione bilancio del senato, impacchettata senza colpo ferire dall’aula di Palazzo Madama e poi atterrata a Montecitorio.
Forza Nuova entra nel consiglio comunale di Cormano: un consigliere, Massimiliano Festa, ha aderito al partito di estrema destra (era stato eletto per Fratelli d'Italia). Ed è subito scoppiata una polemica politica nella città dell'hinterland nord di Milano. La coalizione di centrodestra, che...
Reagisce e attacca, il sindaco di Milano Beppe Sala, dopo l'inchiesta della procura sulla vendita dello stadio di San Siro. Accusa, dice che "un partito virtuale dei signori del 'no' vuole condizionare l'amministrazione del sindaco" e che però il sindaco "in nove anni ha dimostrato che non si fa... 
Qualche giorno fa sullo spagnolo Jot Down Magazine é stato pubblicato l’articolo Paninaro: una revolución consumista. che tratta ovviamente dell’omonimo “movimento” italiano anni’80. Articolo perfetto nel raccontarne storia ed estetica, ma forse un po timido nel mettere a nudo il nocciolo della questione. Impossibile trattenersi dal riempire tale vuoto:
Manca però un sesto punto che parli del cosiddetto “disimpegno” dei paninari. Gli anni ’80 vengono raccontati come un decennio che cercò di scrollarsi di dosso le brutture degli anni di piombo con una “botta di vita” ma é particolarmente evidente come questo “scrollarsi di dosso” (ed i paninari sono un’ottima rappresentazione di QUESTO aspetto di quegli anni) non fu affatto un superamento delle tensioni sociali, economiche ed ideologiche che caratterizzarono il decennio precedente, bensì un generale “volgersi da un’altra parte”.
Ubriacarsi per dimenticare / Ballare per non pensare Se vi fu una condanna del decennio precedente fu meramente una condanna “estetica” e non etica: si condannarono genericamente gli eccessi ma senza affrontare le questioni di base.
Bandiera bianca: ognuno resti nella propria trincea e tiriamo fuori il vino!
QUEGLI anni ’80, gli anni ’80 dei paninari, son stati anni mascherati da day-after party: ai primi accenni di doposbornia dal decennio precedente si é semplicemente voluti passati ad un diverso tipo di ubriacatura che ha mascherato i sintomi esteriori negativi pur continuando ad alimentare ciò che li aveva causati.
RACCONTARSELA che un cambio di stile sia segno di un cambio di natura é il tratto tipico di chi non vuole fare i conti con la storia e vuole/deve celare agli altri (e magari pure a sé stesso) proprio quella natura che non affronta apertamente.
Non disimpegno, quindi, ma ipocrisia e conformismo, (mal)celati attraverso l’originalità di una codificazione estetica che ironicamente si rivela cartina al tornasole dei tratti essenziali (elitismo, classismo, razzismo, snobismo) da cui se ne comprende facilmente l’etica sottostante.
Lockdown: il mondo s’è fermato! Han premuto il tasto “Pausa”. Ma a ben vedere c’è lockdown e lockdown e non sono mica tutti uguali. Se osservato bene, il modo in cui ogni paese applica, gestisce e narra il modo in cui gestisce l’emergenza rivela molte più cose di quanto sembri a prima vista.
Pure quello che ci riguarda, il lockdown all’italiana, è una lente di ingrandimento che amplifica problemi, storture, rapporti di potere, arretratezze, bagaglio culturale, opinioni diffuse, tipicità, errori ricorrenti, tic narrativi e possibili errori futuri del Belpaese. Ecco perchè vale la pena osservarlo a trecentosessanta gradi.
Non trovi il cerotto? Allora amputiamo!
Come osi?
C’era una volta un virus
Colpisci il capro! Colpiscilo! Ancora, ancora!
#ConfinatiInCasa a causa di un sistema emergenziale inadatto
Italian Lockdown
Chinese Lockdown
Stendere il virus con multa e manganello
Il virus circola, la polizia vuole #TuttiAlChiuso
Schizofrenia mediatica
Sicurezza sanitaria o giusta motivazione?
Italiani incontrollabili?
Gli untori solitari
Gli untori di massa
I Teleassembramenti
Oltre i teleassembramenti
Profezie autoavveranti
Aria, Asfalto, Asintomatici, Mascherine
The day after
Siamo nel bel mezzo di una pandemia globale gestita con modalità assai diverse a seconda della nazione o regione coinvolta. Modalità in molti casi caratterizzate da approcci impacciati e contraddittori se non addirittura criminosi ma che nella maggioranza dei casi rivelano la debolezza sistemica di diversi paesi che si son trovati improvvisamente a dover subire gli effetti dei propri problemi strutturali. Problemi che, nel loro insieme, stan contribuendo a rendere quest’emergenza assai peggiore di quanto potrebbe essere se gestita in modo piò oculato e se certe cose fossero state già risolte.
A grandi linee questi elementi possono essere riassunti in:
– Mala gestione di chi inizialmente non ha saputo valutare o addirittura ha tentato di negare la gravità della situazione.
– Il mancato ascolto di chi, nei decenni passati, ha più volte avvertito del possibile pericolo di diffusione su scala globale di pandemie e della necessità di prepararsi all’evenienza. Mancato ascolto che non ha fatto sufficiente tesoro dell’esperienza maturata nel corso di episodi simili come ad esempio la diffusione di SARS e MERS, dell’aviaria, della febbre suina e di quella bovina, giusto per citare i più recenti. Ciò ha fatto sì che gran parte dei paesi industrializzati s’è dovuta rendere improvvisamente conto di non avere piani di contenimento sufficienti né procedure adeguate da seguire; di non avere né scorte di materiale indispensabile né sistemi autonomi per produrlo. Il tutto si è così tradotto in gestioni improvvisate ed emergenziali fatte spesso un tanto al chilo, come ad esempio le iniziali disposizioni di lockdown regionali in cui si son viste chiudere le scuole ma non i centri commerciali o le restrizioni all’uso di tamponi e mascherine emesse perché non c’e n’erano abbastanza.
– La mancata presa di coscienza della catena di correlazioni che unisce con un filo rosso la distruzione di interi ecosistemi, le condizioni igieniche spaventose dell’industria dell’allevamento e la diffusione di pandemie, così come il costante peggioramento della qualità dell’aria, da più parti indicato come molto probabilmente correlato all’incidenza del contagio.
– Una politica economico-finanziaria che in occidente ha indebolito la sanità pubblica, l’istruzione (medica e non) e l’istituzione di sistemi di prevenzione per emergenze aperiodiche mentre nei paesi più poveri ha impedito lo sviluppo di sistema sanitari adeguati. Le disuguaglianze derivanti dagli attuali sistemi di produzione ora verranno pagati a carissimo prezzo a livello planetario rivelando ancor di più la necessità di ridurre tali disuguaglianze: i paesi più poveri ora rischiano di diventare degli immensi focolai a scapito delle persone più deboli facendo tra l’altro anche saltare la produzione di quei beni su cui è fondato il sistema di produzione stesso.
– Comparti economici che hanno lavorato attivamente contro ogni forma di contenimento e prevenzione anteponendo il proprio interesse speculativo ad ogni altra cosa, al costo di negare l’epidemia. Il caso della mancata zonizzazione della Val Seriana per salvaguardare le sue industrie e manifatture ne è un esempio evidente.
– Media mainstream eccessivamente dipendenti da interessi economici che, senza soluzione di continuità, inseguono e cavalcano notizie che alimentano il panico ma al tempo stesso diffondono messaggi tranquillizzanti, aumentando a dismisura quella schizofrenia delle notizie che immancabilmente si ripete nelle situazioni. Panico e allarme che oggi trovano nei media mainstream commerciali un terreno perfetto per la loro diffusione.
– La scarsa coordinazione internazionale per problemi di ordine globale. Ciò che avviene con la pandemia del SARS-CoV-2 ripropone in scala accelerata ciò che avviene da decenni riguardo all’emergenza climatica, ossia la mancata applicazione del concetto che in un mondo globalizzato, i problemi e le cattive condotte di UN paese sono un problema drammatico per TUTTI i paesi. Mancata coordinazione che il mondo scientifico s’è immediatamente adoperato per superare mentre al contrario diversi governi si ostinano a rifiutare, chiudendosi a riccio e cogliendo l’occasione per imporre agende nazionaliste.

Documento del 22 dicembre 2010 in vui veniva valutata la gestione della pandemia del virus H1N1 nella regione Lombardia rilevando già in quella data numerosi problemi (LINK a file PDF)
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: paesi e regioni che eseguono test a tappeto, altri eseguono test mirati ed altri ancora che faticano a procurarsi il materiale per eseguire i tamponi; criteri di conteggio differenti che non possono essere paragonati tra loro sballando rilevazioni e statistiche; quotidiani e politici che hanno alternato allarmi eccessivi a pericolose e immotivate banalizzazioni; morti che vengono celate o fatte passare per non attinenti al coronavirus; regioni ricchissime ridotte al collasso da sistemi sanitari perlopiù privati o semi-privati che vengono aiutati da ONG e paesi decisamente più poveri ma che hanno sistemi sanitari pubblici; medici ed infermieri che cercano di fare quel che possono con quel poco che hanno (mancanza di personale, dispositivi di protezione, posti letto, ospedali da campo…) e che quindi si contagiano e muoiono; amministratori locali impanicati che per reazione strafanno optando per soluzioni militari eccessive coadiuvate da forze di polizia che applicano divieti privi di valenza medica, contraddittori e/o completamente assurdi. Big tech, Grande Distribuzione Organizzata e comparti della logistica e del delivery che sfruttano l’occasione per lucrare grazie alle proprie posizioni dominanti e che aumentano il proprio campo d’azione ed ingerenza su economia e politica (Google, Twitter ed Apple hanno già annunciato che inizieranno iniziative volte a facilitare il tracciamento degli utenti).
L’industria della sorveglianza che coglie la palla al balzo per far testare sui civili tecnologie di controllo con l’entusiastica partecipazione delle forze di polizia e movimenti politici destrorsi che premono affinché i governi implementino soluzioni di sorveglianza digitale nonostante si siano rivelate di dubbia utilità in quanto le prassi applicate nei paesi che meglio han saputo rispondere all’emergenza erano valide anche a prescindere dei tracciamenti digitali.
Capiamoci, una pandemia globale è un evento imponente e drammatico che per forza di cose genera allarme e problemi di diverso tipo portando immancabilmente a restrizioni, limitazioni e grossi problemi di varia natura indifferentemente dal tipo di sistema politico/economico/sanitario/organizzativo che ci si è dati.
Detto ciò bisogna però ribadire che il modo in cui un’emergenza viene gestita può fare una grandissima differenza: una gestione sensata e ben organizzata dell’emergenza è certamente più efficace di una gestione improvvisata ed eccessiva. Pur non esistendo formule magiche né sistemi perfetti che avrebbero certamente evitato tutto ciò con equanime consenso di medici, economisti, lavoratori, politici, movimenti per i diritti civili e quant’altro, osservare quello che in questo momento non sta funzionando a dovere è un passo indispensabile per poter fare meglio ed evitare di proseguire su strade che causano infiniti danni collaterali di ordine sociale, psicologico, economico e politico.

Un “criticone”
Non v’è alcuna alternativa: il miglioramento dell’esistente può iniziare solo da una critica dello stesso. L’importante è che questa critica sia ragionata ed aperta alla confutazione. Senza critica, insomma, si accetta che storture ed errori proseguano anche in futuro così come sono o, peggio, se ne avalla pure l’enfatizzazione.
Ciò che differenzia una sana critica da indignazione, sfogo e vuota polemica risiede nella qualità dell’analisi: una critica durissima ma sensata, logica, precisa e documentata è certamente un qualcosa di più utile e rispettoso di qualsiasi forma di supporto acritico e tolleranza di facciata. Criticare la gestione dell’emergenza comporta necessariamente anche la messa in discussione delle sue premesse, ossia di quegli elementi preesistenti che hanno impedito fin dall’inizio di mettere in campo una gestione migliore. Non solo: la critica non può esimersi nemmeno dall’evidenziare quegli elementi dell’attualità che preannunciano inquietanti sviluppi che si potrebbero manifestare in futuro.
C’è molto da dire sul modo in cui questa pandemia è stata narrata dai grandi media mainstream. Concentrandoci sull’Italia, dopo un iniziale spaesamento in cui abbiamo visto quotidiani, politici e associazioni industriali alternare confusamente urla di panico ed appelli alla normalità, nell’arco di qualche settimana la narrazione mainstream della pandemia s’è andata più o meno assestando su alcuni punti e formule fisse (ma non va dimenticato che le narrazioni non smettono mai davvero di evolvere).

Con un video pubblicato il 28 febbraio, la Confcommercio di Bergamo lanciava questo hashtag e la relativa campagna mediatica
Sulla costruzione di questa narrazione dominante sono necessarie numerosissime osservazioni perché al suo interno confluisce un po di tutto: dalle premesse sul sistema economico ai tic ricorrenti della narrazione nazionale italiana, dalle contraddizioni sistemiche ai format discorsivi sul decoro ecc.

Osservazioni su tutti questi aspetti non son certo mancate in queste settimane: articoli, discussioni online, podcast e trasmissioni radio estremamente puntuali capaci di cogliere ed esporre questi diversi elementi e le loro sfacettature, mettendone a nudo contraddizioni, storture e non-detti. Osservazioni che purtroppo non sorprende abbiano trovato poco o nessuno spazio sui media mainstream, troppo dipendenti da quegli stessi interessi economici e politici dominanti interessati a confermare lo status quo.
Ma se i media mainstream non danno troppo spazio a queste argomentazioni possiamo almeno farlo qui, segnalando giusto alcuni articoli consigliabili::
Cent’anni di isolamento: come l'”emergenza nomadi” prosegue nell’emergenza coronavirus
Coronavirus: cosa sta succedendo?
Diario virale 1 – I giorni del coronavirus a Bulågna
Diario virale 2 – Bulågna brancola nel buio delle ordinanze
Diario virale 3 – Contro chi sminuisce l’emergenza
“Fate parlare gli esperti” Chi si deve occupare di una pandemia?
I veri numeri del contagio a Brescia e in Lombardia
L’Africa rischia di perdere anni di progressi nella lotta contro la povertà
La lotta di classe dietro la pandemia
La viralità del decoro – controllo e autocontrollo sociale ai tempi del Covid-19 (prima puntata)
La viralità del decoro – controllo e autocontrollo sociale ai tempi del Covid-19 (seconda puntata)
L’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’occhio del ciclone
Per un socialismo del disastro
Proteggere i detenuti è fondamentale per arginare il virus
Quando e come finirà l’isolamento?
Serve un’amnistia per sfollare le carceri
Sul terrore a mezzo stampa – “il virus è nell’aria”, un titolo che farà molti danni
Solo la politica può evitare l’apocalissi
Sul terrore a mezzo stampa – le foto delle vie piene di untori
Un nuovo mondo per la collaborazione scientifica
Una società grande quanto un supermercato
L’unico elemento che al momento pare non esser stato trattato con troppo interesse, forse perché dato per acquisito dalla maggior parte dei commentatori, è l’impatto che ha avuto negli anni passati la diffusione nel discorso pubblico delle idee NoVax, che hanno preso in ostaggio delle giuste critiche sulle storture di un’industria farmaceutica in mano alle multinazionali, facendone però il tramite per timori antiscientifici privi di fondamento.

Timori cavalcati e sfruttati da politici poco lungimiranti giusto per questioni di bassa strategia e che han contribuito a diffonderli trasversalmente nel discorso pubblico influenzando di conseguenza l’intero mondo politico rendendolo così meno propenso ad tener in considerazione le richieste del mondo scientifico.

Il mondo è a colori: non in bianco e nero nè in scala di grigi
Va aggiunta un’ulteriore postilla che purtroppo non è così scontata, specie tra chi solitamente non è propenso all’analisi critica e metodica della realtà: la critica in sè non corrisponde necessariamente alla negazione dell’oggetto preso in considerazione. Purtroppo il livello discorsivo diffuso tende ad appiattire e banalizzare la critica dello status quo per rifiutarla in toto e non affrontarla.
Detto in soldoni: criticare il lockdown non equivale a dire “tana libera tutti: comportiamoci come se la pandemia non esistesse” allo stesso modo per cui essere contrari alla violenza non equivale necessariamente a rifiutarsi di tirare un cazzotto in faccia a qualcuno che minaccia di ucciderci.
La realtà è complessa, ambigua, contraddittoria e densa di sfumature. Rifiutae ciò e banalizzarla in un ritratto in bianco e nero (“o stai con le misure imposte dal governo o sei uno scellerato”), è il modo migliore per non vederla così com’è e, di conseguenza, non esser mai in grado di migliorare alcunchè.
Allo stesso modo è svilente e deviante l’uso del “ricatto della soluzione”, ossia il rifiuto della critica attuato imponendo a chi osserva un malfunzionamento di fornire allo stesso tempo anche soluzioni immediate. Insomma: non sono un meccanico ma se mi accorgo che i freni della macchina non funzionano e dico a gran voce, non ha molto senso zittirmi con “troppo facile criticare i freni se non sai ripararli!!11!!1!!1”.
Nelle situazioni di panico e pericolo, la ricerca di un capro espiatorio è una ricorrenza tristemente consueta, tanto più quando il pericolo è generalizzato ed impalpabile. Il bisogno di scaricare la propria rabbia e frustrazione contro una figura definita e tangibile sulla quale poter appiccicare la colpa per eventi che in realtà hanno cause molto complesse e ramificate nasce da impulsi emotivi antichi e profondi che nel corso dei millenni si son manifestati nelle forme più varie.
Dopo gli attentati dell’11 settembre, ad esempio, l’impossibilità di correlare rabbia e timori tanto immensi contro uno sparuto numero di terroristi o verso le entità politiche che hanno sfruttato tali eventi per portar avanti la propria agenda imponendo una narrativa incentrata su patriottismo e militarismo, la reazione è stata quella demonizzare in modo generalizzato l’intero mondo arabo e/o islamico.

I media mainstream, che si attengono alle regole del mercato ed alle linee editoriali imposte dalla proprietà più che che all’analisi critica del mondo, non fanno altro che cavalcare questa generalizzazione gettando benzina sul fuoco ed alimentando queste reazioni insensate.
Insensate ma utili all’agenda politica degli editori e della proprietà dei grandi media, attentissima a “dare il La” alle discussioni da social decidendo gli argomenti di cui far parlare la popolazione e/o impostando la chiave con cui leggere gli eventi.
Ciò può esser osservato anche nel modo in cui i maggiori media italiani cavalcano, alimentano ed indirizzano il sentimento anti-migranti in funzione di interessi politici e non per reale interesse nei confronti di queste persone.
Tutto ciò genera un circuito chiuso in cui media, social network e politica si alimentano e confermano a vicenda senza lasciar spazio a critica alcuna, consolidando lo status quo.
Liberarsi dalla narrazione mainstream quindi è un’impresa assai impegnativa, sia per la difficoltà di affrontare analisi complesse ed imparare ad informarsi in modo preciso e metodico che per il fatto che la narrazione mainstream non è necessariamente fatta di notizie false ma si caratterizza soprattutto per la sproporzione data ad elementi del reale. In sostanza i grandi media, più che a raccontare menzogne tout court tendono ad alterare la realtà dando grandissimo peso ad alcuni fatti reali selezionati, “inquadrandoli” in un certo modo o, soprattutto, per semplificazione, ossia fornendo informazioni reali parziali e scontornate dal quadro generale, in modo da poterle usare in un quadro completamente diverso.

Per capirci basterà citare l’esempio dei dati sulla criminalità in Italia che pur essendo costantemente in calo da decenni vengono narrati dando enorme peso solo a quella parte di dati che, estrapolati dal loro contesto, possono essere enfatizzati per dipingere un quadro opposto alla realtà: il leggero aumento temporaneo di un certo tipo di reato, presentato dai quotidiani come “record di furti” impone con tre parole una falsificazione percettiva della realtà attraverso dati reali decontestualizzati. Smontare tale narrazione è sempre possibile ma richiede necessariamente un gran sbattimento per poter reinserire quel dato nel contesto originario e si scontrerà con un’opinione pubblica che quel dato già lo conosce e quindi ciò che andrà decostruito non è il dato in sé ma l’intero contesto in cui è inserito.

Il temibile e temerario babau giallo che ha tenuto in scacco il Veneto… semplicemente saltando un posto di blocco.
Poiché è dai margini che il centro diventa più evidente, nell’osservazione di vicende secondarie e marginali questi meccanismi risultano ancor più espliciti e facili da studiare e questo vale anche nella costruzione di capri espiatori. Notevole a questo proposito l’epopea di Igor il russo o l’assurda vicenda dell’Audi Gialla; episodi in cui, soprattutto a distanza di tempo, risultano particolarmente evidenti le forzature con cui i protagonisti di queste narrazioni son stati eletti a puri e semplici feticci su cui convogliare pulsioni, paure, paranoie, fantasie e pregiudizi inespressi.
In tutti questi casi il capro-feticcio diviene una figura a sé, separata ma sovrapposta al suo rappresentante reale: nel caso del post 11 settembre un americano di terza generazione di origine libanese e di religione cristiana poteva esser narrato come uno pseudo-jihadista saudita che simpatizza per i tagliateste e che segretamente anela a circondarsi di spose bambine e distruggere l’occidente; nel caso dei migranti l’ingegnere nigeriano di fede pentecostale figlio di famiglia borghese che fugge dall’impoverimento diviene un allevatore di capre troglodita ignorante che pratica il voodoo in una capanna di sterco e fango che viene qui a rubarci le donne e il lavoro pur essendo troppo scansafatiche per lavorare e inoltre… scandalo dello scandalo… è addirittura colpevolmente possessore di uno smartphone!

Il criminale serbo Norbert Fehler diviene Igor il russo, una sorta di supercattivo dei fumetti a metà tra James Bond e Rambo, imprendibile e capace di tenere in scacco oltre duemila carabinieri, avvistato ovunque ma introvabile come Bigfoot, cattivissimo ed abilissimo, geniale e scaltrissimo; un’automobile gialla che salta un posto di blocco diviene l’imprendibile Audi Gialla guidata da criminali dell’est e che scorrazza a tutta velocità per il Veneto per dimostrare con un gesto di spregio che le genti slave possono fare ciò che vogliono “a casa nostra”.
Tale meccanismo è particolarmente presente nella cultura di coloro cui son affidati compiti di controllo sulla popolazione in quanto definire un nemico tangibile permette di agire attivamente ed in forme materiali, visive e quindi spettacolari (l’inseguimento del corridore solitario sulla spiaggia o l’esibizione dei droni a scansione termica sono intrinsecamente degli atti teatrali). Anche qui non si tratta di un meccanismo necessariamente voluto: se in alcuni casi capro espiatorio e spettacolarità sono ricercati a tavolino, nella maggioranza dei casi sono un effetto complementare di un modo di vedere le cose altamente interiorizzato. A questo proposito basta citare alcuni commenti provenienti da gruppi Facebook di forze dell’ordine in cui per osservare l’insensata acredine immediatamente maturata dopo l’imposizione del lockdown per quelli che vanno in giro con il cane, visti come dei “furbetti” che usavano i propri animali da compagnia come passepartout per aggirare la legge e l’immediata nascita di leggende metropolitane su cani diventati magrissimi perché obbligati a camminare per ore.
La diffusione del SARS-CoV-2 è un problema innanzitutto sanitario e dunque la prima cosa da tenere a mente per qualsiasi ragionamento sono proprio le indicazioni sanitarie su come effettuare il suo contenimento. Indicazioni che possono essere riassunte in:
Le modalità di applicazione di queste indicazioni possono variare molto e non sono esenti da discussioni tra medici e preoccupazioni di varia natura: il distanziamento fisico comporta la cessazione di numerose attività economiche indispensabili e non; l’isolamento applicato in forma preventiva è causa di numerosissimi problemi; i dispositivi di protezione sono utili solo se usati correttamente, altrimenti possono contribuire a diffondere il virus; la disinfezione degli ambienti richiede una certa preparazione; mancano materiali; la verifica della catena di trasmissione se fatta con mezzi informatici può avere dei risvolti catastrofici sulla privacy ecc.
Il tutto é ulteriormente complicato dal fatto che le problematiche pregresse (sistema sanitario indebolito da decenni di tagli e privatizzazioni, mancanza di personale medico, mancanza di un piano di contenimento già preventivato, dotazioni non sufficienti ecc.) han portato a compensare tali mancanze con un intervento meramente poliziesco tradottosi infine nel lockdown generale, nel #restiamoacasa, e nel teatrino dei decreti e delle autocertificazioni emesse in serie.
La riduzione dei contatti fisici attraverso limitazioni di mobilità ed assembramento è il metodo più drastico per contenere la diffusione del contagio (anche se diversi studi suggeriscono che i lockdown hanno efficacia diversa a seconda dei luoghi e delle modalità con cui viene effettuato e che, addirittura, in determinati casi si rivela controproducente) e può essere attuata in diversi modi, ossia limitando la mobilità tra aree diverse (a livello di nazione, regione, provincia, area, comune, quartiere) ed impedendo qualsiasi attività che preveda la compresenza ravvicinata di più persone. Ciò può essere effettuato in modo selettivo con la creazione di cordoni sanitari mirati (come isolare molto duramente una certa area ma applicare limitazioni meno stringenti in un’altra oppure presidiare i luoghi ad alto rischio concentrando gli sforzi sui potenziali focolai ed imporre solo norme di distanziamento nei luoghi a basso rischio). In generale il mondo medico suggerisce l’interruzione degli spostamenti a grande distanza, degli assembramenti di massa, mantenere un costante distanziamento fisico e buone prassi di disinfezione, ma non parla mai di confinamento totale e preventivo nelle abitazioni.
E’solo nel peggiore dei casi che questo viene applicato in maniera generalizzata, ossia il lockdown totale in cui viene bloccata ogni attività ed impedito ogni spostamento sul territorio.
Ricorrere al lockdown generale è una soluzione estrema sintomatica di una situazione oggettivamente fuori controllo oppure, più semplicemente, di una situazione non si è stati capaci di gestire. In altre parole è il risultato del fallimento delle misure preventive e di contenimento iniziale. Una grossa presa di coscienza della propria impreparazione, insomma.
Ma la gestione dell’emergenza come s’è detto varia notevolmente da paese in paese e le differenze di approccio derivano da fattori politici, sistemici, economici e territoriali di cui bisogna tenere ben conto quando si effettuano paragoni. Quando si parla del lockdown in Nuova Zelanda, per esempio, si parla di due isole grandi come l’Italia ma una popolazione di soli 5 milioni di abitanti. Nel caso di Cuba si parla di un’isola grande un terzo dell’Italia ma con un sesto dei suoi abitanti e che vanta non solo il miglior sistema sanitario dell’America latina ma pure il maggior numero di medici pro capite nel mondo. Hong Kong e Singapore sono sostanzialmente delle città-stato ad altissima densità abitativa. Insomma: è una banalità far notare che gestire la pandemia a Hong Kong è diverso che gestirla nelle campagne del Marlborough neozelandese ma a quanto pare questa banalità sembra sfuggire a gran parte dei media nostrani, che insistono soprattutto sulla questione dei test fatti a tapeto sull’intera popolazione in Corea del sud e sul tracciamento digitale delle persone, promuovendolo come inevitabile.
Se da un lato i nostri media insistono su test e tracciamento, dall’altro si son però rivelati assai imprecisi nel descrivere l’applicazione del lockdown negli altri paesi, per la gran parte molto meno restrittivi dell’Italia.
L’ostracismo dei comparti economici bergamaschi che hanno impedito il lockdown della Val Seriana e l’impreparazione generalizzata del governo italiano e delle amministrazioni locali che ha contribuito a posticipare oltre il dovuto l’applicazione di procedure emergenziali mirate, sono indubbiamente i principali responsabili del tracollo che ha portato all’imposizione di un lockdown durissimo che sulla penisola è stato applicato con un tono del tutto peculiare caratterizzato da una forma di militarizzazione che fatta eccezione per alcuni regimi dittatoriali trova forse dei paralleli solamente in Spagna.
Tutto chiuso e tutti al chiuso. L’ordine generale si è tradotto di fatto in un contenimento di massa che ha confinato l’intera popolazione agli arresti domiciliari nella speranza di riuscir a rallentare la diffusione del contagio affinché prosegua entro livelli gestibili dal sistema sanitario nazionale e questo nonostante il parere contrario di diversi medici che non mancano di far notare che la presenza prolungata in ambienti ristretti comporti molti più rischi che starsene all’aria aperta.
L’equazione è semplice: minore è la capacità del servizio sanitario nazionale di rispondere all’emergenza e maggiori sono le restrizioni imposte. Detta brutalmente: non avendo un sistema emergenziale efficace né un sistema sanitario tarato sulle reali esigenze della popolazione, adesso è la popolazione stessa a dover tarare le proprie vite per far in modo che sia il contagio ad adattarsi ai ritmi che questo sistema sanitario prosciugato da decenni di tagli può sostenere.
Osservare l’ordine temporale con cui si è giunti al lockdown in Italia rivela molte cose: tra novembre e dicembre 2019 i medici cinesi iniziano a rilevare morti sospette e interrogarsi; il 31 dicembre viene avvertita l’OMS e la TV pubblica cinese avverte la popolazione della presenza di un virus ancora sconosciuto. Nei primi giorni di gennaio diversi paesi iniziano ad effettuare verifiche negli aeroporti sulle persone provenienti da Wuhan. A metà gennaio il virus viene identificato ed al contempo giunge la conferma della sua presenza anche al di fuori dalla Cina: a Taiwan, in Corea del sud e negli USA. Il 23 gennaio viene attuato il lockdown di Wuhan mentre i casi in Cina aumentano vertiginosamente. Nel giro di pochi giorni arrivano conferme della presenza del virus da sempre più paesi sparsi sul globo ed il 31 gennaio 2020 l’OMS dichiara che v’è il pericolo che si sviluppi una pandemia globale.
Nello stesso giorno vengono sospesi i voli dalla Cina all’Italia. A Roma due turisti cinesi risultano positivi al virus. In questo momento i grandi media italiani trattano la notizia perlopiù come un qualcosa di marginale che riguarda solo la Cina ed i suoi abitanti ed a livello politico/gestionale non vengono intraprese particolari procedure di contenimento al di là della verifica delle persone provenienti dalla Cina. Questo fino al 21 febbraio quando irrompe la notizia dei primi morti italiani per coronavirus a Codogno (Lombardia) e, a breve giro, a Vò Euganeo (Veneto). I media italiani a questo punto lanciano allarmi di panico. Nel giro di pochi giorni alcuni dei comuni coinvolti vengono dichiarati zona rossa (ma non tutti) e le regioni colpite iniziano ad emettere ordinanze atte a limitare assembramenti per attività ritenute non indispensabili (scuole, centri sportivi, sagre, manifestazioni), permettendo tuttavia gli assembramenti per attività lavorative, nei centri commerciali, mezzi di trasporto pubblico ecc. Le contraddizioni insite in queste ordinanze le rendono, di fatto, inutili.

Campagna a favore della diffusione del contagio del 26 febbraio 2020
Verso fine febbraio i comparti economici, spaventati dall’allarme mediatico e dal contraccolpo economico che stava causando, attraverso i propri responsabili media lanciano campagne tranquillizzatrici come #MilanoNonSiFerma e #BergamoIsRunning che, coinvolgendo diversi media, influencer, social e personaggi politici a loro affini, tentano di negare e minimizzare la realtà dei fatti attraverso una campagna stampa prontamente e acriticamente rilanciata sui social commerciali da una schiera di utili idioti. Al contempo pure alcuni quotidiani pubblicano articoli atti a minimizzare l’emergenza.

In questa immagine i titoli di sinistra vanno dal 22 al 25 febbraio mentre quello di destra è del 27
Il numero dei contagi tuttavia aumenta e con due decreti in rapidissima successione, tra l’8 ed il 9 marzo il governo italiano dichiara l’intero paese zona rossa impedendo alla popolazione di uscire dalla propria regione di residenza ma permettendo ancora l’apertura dei negozi ed il lavoro nelle fabbriche. A seguito dell’annuncio diverse migliaia di persone si è allontanano dalla città, perlopiù per tornare nelle proprie regioni di origine (o verso seconde case, con enorme fastidio della gente del posto). Le stime più alte parlano di trenta o quarantamila persone. Queste partenze improvvise vengono narrate dai media con discreto allarme generando diverse polemiche.

Consigli utili soprattutto a diffondere il contagio
L’11 marzo il governo impone una nuova stretta con la chiusura di tutti i negozi tranne supermarket, banche, farmacie, edicole e poche altre tipologie ed il divieto per la popolazione di lasciare il proprio comune. Le forze di polizia applicano le disposizioni dandogli una lettura particolarmente restrittiva impedendo, di fatto, ogni tipo di attività all’aperto anche se solitaria e svolta in sicurezza. L’autoisolamento in casa, già attuato preventivamente da milioni di persone s’inaspriva rendendo di fatto illegale uscire dalla propria abitazione.

Non controlli sanitari ma solo di polizia
Tra polemiche, gogne social verso chi “non si attiene alla legge” e concessioni minimali, si assesta una applicazione del lockdown in cui il diritto ad una circolazione limitata è concesso non in base a criteri di sicurezza sanitaria ma in base al principio della “giusta motivazione”: andare a far la spesa al supermercato più vicino o a lavorare in fabbrica è concesso, passeggiare no. Nel frattempo vengono preparati alcuni ospedali provvisori. Le fabbriche tuttavia restano attive, pur costituendo i maggiori focolai.

Solo il 21 marzo vengono chiuse anche le fabbriche, fatta eccezione per quelle ritenute “essenziali” (tra cui l’industria bellica). Nel corso delle settimane successive diverse aziende riescono comunque ad ottenere il permesso di tornare a produrre e Confindustria preme affinché venga concessa una riapertura di quasi tutte le attività. Già nella seconda settimana di aprile, nonostante non vi sia alcun segno di un calo dei contagi, numerose fabbriche iniziano a riaprire, il governatore del Veneto Zaia dichiara che di fatto il 60% delle aziende della regione sono attive ed in tutt’Italia le aziende riaprono autocertificandosi come essenziali, spesso con motivazioni del tutto inconsistenti. Due terzi degli italiani, in un modo o nell’altro, continua a lavorare.
Questa è a grandissime linee la cronologia dell’imposizione del lockdown nel Belpaese fino a questo momento, da cui risulta particolarmente evidente il ruolo di primo piano che ha giocato il comparto economico nel remare contro l’applicazione delle misure sanitarie di contenimento, l’indecisione della politica e la schizofrenia con cui i media han trattato il tutto.
A termine di paragone è interessante osservare le tempistiche del lockdown a Wuhan, in quanto, pur tenendo in considerazione le differenze sociali/ambientali/politiche/economiche, il lockdown di Wuhan si differenzia da tutti gli altri per via della sua eccezionalità (trattandosi dell’epicentro del contagio) ed il modo in cui è stato applicato evidenzia differenze d’approccio molto forti rispetto ai lockdown occidentali, tra cui quello italiano.
Il 23 gennaio viene annunciato il divieto di uscire dalla città di Wuhan e che il trasporto pubblico sarebbe stato interrotto entro poche ore, causando un esodo di massa nelle ore antecedenti alla sua interruzione (si calcola che solamente via treno furono circa 300.000 le persone che abbandonarono Wuhan). Vengono chiuse anche le autostrade. Il giorno dopo le stesse imposizioni sono state applicate in comuni limitrofi. Si iniziano subito ad applicare le misure di contenimento (che vedremo meglio dopo). Il 13 febbraio vengono chiuse tutte le fabbriche non essenziali. Il 20 febbraio vengono chiuse anche le scuole. A partire dal 13 marzo, a scaglioni si inizia a permettere nuovamente lo spostamento all’interno dei comuni ed a riaprire alcune fabbriche. L’8 aprile termina il lockdown di Wuhan ma proseguono le norme di distanziamento fisico e sicurezza.

Checkpoint all’ingresso di un blocco residenziale di Wuhan
Le tempistiche rivelano con chiarezza come l’approccio cinese sia stato fin da subito più deciso e netto mentre quello italiano (e di molti altri paesi occidentali), ma il tutto risulta ancor più interessante osservando le caratteristiche applicative del contenimento di Wuhan, da cui si possono evincere le enormi differenze strutturali e organizzative e rispetto all’Italia Innanzitutto va osservato che le chiusure sono state fatte principalmente per comunità: paesi, villaggi, aree urbane son stati chiusi al contatto esterno imponendo spesso un unico accesso controllato con checkpoint, con livelli di rigidità proporzionali al livello di contagi all’interno della comunità stessa. La spesa nei mercati era permessa a giorni alterni. Per realizzare queste compartimentazioni fra zone molte strade sono state bloccate.

All’interno delle comunità isolate ci si è organizzati per offrire servizi all’interno della comunità in forme sicure.
Circa quarantamila medici da ogni zona del paese sono giunti rapidamente a Wuhan e nelle città limitrofe per dare manforte al personale locale ed evitare il collasso della struttura sanitaria locale. Allo stesso tempo sono stati realizzati in tempi rapidissimi due nuovi ospedali specifici per i pazienti più gravi e dieci ospedali temporanei all’interno di centri fieristici e sportivi per curare i pazienti meno gravi. I medici delle singole comunità hanno fatto materialmente il giro di ogni singola abitazione per verificare la presenza di sospetti malati, le situazioni a rischio, stabilire se imporre la quarantena alle persone che vivevano assieme a chi era stato ricoverato, decidere se ci fossero casi da monitorare ed effettuare tamponi mirati.

Le persone che si sospettava potessero esser state contagiate sono state sistemate in alloggi isolati (ad esempio in camere d’albergo) e tenute sotto osservazione per almeno due settimane
Oltre a questo sono stati istituiti centinaia di ricoveri temporanei per separare le persone a rischio e far trascorrere due settimane o più in quarantena (spesso in isolamento) e osservazione a chi era stato dimesso o fosse stato a contatto con persone contagiate. Il governo ha fornito cibo e servizi base alle persone in quarantena tramite l’esercito.
Ciò che ha caratterizzato il lockdown di Wuhan è stato innanzitutto un livello di compartimentazione estremamente capillare e metodico grazie ad un’organizzazione basata sul principio delle comunità, sull’utilizzo delle reti locali e utilizzando l’esercito in funzione delle esigenze del personale medico: se all’interno di un complesso abitativo vi era un contagiato, l’intero complesso poteva esser messo sotto quarantena impedendo ai suoi inquilini di uscire ma se dopo un certo lasso di tempo (minimo due settimane) veniva rilevato che i soli contagiati erano quelli di un determinato appartamento, le limitazioni ai residenti degli altri appartamenti potevano esser rivedute. All’interno di comunità prive di contagi la restrizione di movimento era applicata solo al di fuori dell’area della comunità stessa (quartiere, villaggio) ma non vi era necessariamente il divieto di uscire al di fuori di essa.
Non va però dimenticato che la gestione ha presentato tratti anche assai feroci, con esercito ed amministrazioni che han agito con estrema durezza per far applicare la quarantena, spesso imponendola, ad esempio minacciando di staccare la corrente a chi non collaborava.
E’dunque necessario un esercizio di separazione: il lockdown effettuato a Wuhan è stato indubbiamente gestito in maniera militarista e totalitaria e in questo può solo esser rifiutato, ma (qui la separazione) va osservato che il tutto è stato fatto ponendo al centro di ogni ragionamento le esigenze mediche.
Niente distribuzioni di pseudo-mascherine nè aperture furbette di fabbriche o mancati lockdown a causa delle pressioni dell’industria locale.
Altro aspetto Interessante è che l’utilizzo di tecnologie di tracciamento pare esser stato decisamente molto meno utile e centrale rispetto a quanto vien riportato dai grandi media occidentali; piuttosto sembra esser stata usata soprattutto per intimidire la popolazione facendole percepire la presenza costante dello sguardo delle forze di controllo sui propri movimenti attraverdo app di tracciamento e micacciosissimi droni con altoparlante.
In Italia il lockdown si è imposto come un divieto generalizzato di effettuare qualsiasi attività “non giustificata” all’aperto e nell’esperienza comune di ogni cittadino il rapporto con il governo non comprende medici che vengono a verificare la situazione casa per casa né membri dell’esercito agli ordini dei medici ma solamente forze dell’ordine che controllano che chi sia in giro abbia una “giusta motivazione”. Questo perchè qui s’è imposto il puro e semplice #RestiamoInCasa generalizzato (anche se, come altri han notato, #RestiamoDistanziati, #MinimoDueMetri o altre formule del genere sarebbero certamente state più oneste, utili e sane) per compensare l’incapacità di concepire una gestione più ragionata dell’emergenza.
La forma con cui sono state applicate le restrizioni in Italia è tra l’altro anche un segno tangibile della sproporzione tra spesa militare e spesa sanitaria del paese: non è un caso se militarizzare le strade sia risultato più semplice che attuare protocolli sanitari d’emergenza sul territorio perché notoriamente l’Italia investe più nell’esercito e nelle forze di polizia (vedi anche qui e qui) che sulla salute della popolazione. L’Italia è pure il paese europeo col maggior numero di effettivi nelle forze di polizia, dato che risulta ancor più impressionante se rapportato al numero di abitanti ed alla superficie del territorio.
Al contrario, se si osserva il rapporto tra PIL e spesa sanitaria si osserva subito che sono diversi i paesi che, in proporzione, investono più dell’Italia nel servizio sanitario, ad esempio, tra questi: Moldavia, Lesotho, Ruanda, Serbia, Kiribati, Palau, Uganda, Costa Rica, Haiti.
Anche riguardo all’istruzione la situazione è simile e si rileva che l’Italia è tra gli ultimi paesi in Europa per spesa nell’istruzione eanche a livello internazionale non siamo messi bene (superati ad esempio da Benin, Malawi, Afghanistan, Mongolia e Sierra Leone). Cuba, per esempio, investe oltre tre volte più dell’Italia nell’Istruzione. Non è un casoi se ci mandano i medici, ecco.
Non stupisce dunque che diversi gli indicatori riportino un drammatico calo delle capacità degli studenti italiani. Non è un caso, dunque, se scarseggiano medici ed infermieri ma le forze dell’ordine non mancano mai.
Giusto per fare un esempio sulle differenze di spesa, non è mancato chi ha fatto notare che i soldi impiegati per acquistare un solo F-35 sarebbero stati meglio investiti nella realizzazione di 1350 posti letto per cura intensiva.

Non importa solo quanto spendi, ma anche il come
Insomma, in un paese con grandi apparati militari e polizieschi ma apparati sanitari e scolastici sottodimensionati era tristemente prevedibile che la gestione di un’emergenza sanitaria in Italia sarebbe stata trattata soprattutto come un generico problema poliziesco.
Va osservato che questo forte sbilanciamento a favore degli apparati di controllo influisce su diversi piani e moltissimo anche a livello culturale: quando le amministrazioni locali hanno iniziato a capire che la questione del virus fosse un problema serio, queste, anche se in maniera spesso pasticciata, vi si sono approcciate pensandolo proprio in ottica poliziesca, partorendo difatti ordinanze e divieti che non avevano alcun senso dal punto di vista sanitario e che han toccato solo e soltanto quelle forme di assembramento tipicamente più soggette all’intervento poliziesco (manifestazioni, scioperi, eventi di piazza, scuole, centri sociali) senza toccare le forme di assembramento che riguardavano i luoghi destinati a produzione, commercio e tradizione (centri commerciali, fabbriche, chiese, case di riposo). Solo successivamente a queste disposizioni poliziesche hanno iniziato a fornire informazioni sanitarie basate più o meno su indicazioni mediche.
Anziché un problema sanitario gestito con l’ausilio della forze di polizia, il lockdown italiano é stato caratterizzato fin da subito come un problema di polizia motivato da questioni sanitarie. Una differenza non da poco.
Il risultato si è tradotto nell’affermazione di una serie di attività di controllo (di dubbia costituzionalità) sulla popolazione che non hanno alcuna giustificazione di tipo sanitario e che colpiscono persone intente in attività che in nessun modo potrebbero essere ritenute veicoli di contagio. Attività di controllo subito fatte proprie dal circuito mediatico-politico, felicissimo di potersi affrancare dalle proprie responsabilità e scaricare le colpe su anonimi signor nessuno. Ecco che, fin da subito, media e politica hanno alimentato una caccia all’untore dai tratti paradossali.

9 aprile 2020: sulla spiaggia di Pescara, un finanziare rincorre un temibile “untore” rossovestito in una spiaggia deserta. Nessun pericolo di contagio, è chiaro, ma é vietato… perchè è vietato (VIDEO)
Dall’imposizione del lockdown si son iniziate ad attaccare mediaticamente e sui social persone a passeggio da sole in luoghi isolati e senza la benché minima possibilità di contatto con altre; si sono inaugurate le cacce al runner anche con pestaggio e tramite droni a scansione termica; a coppie che vivono assieme è stato intimato di non tenersi mano nella mano; si son contestate le persone che han fatto spese poco sostanziose perché ciò comporta un ritorno frequente al supermercato (ma s’è pure contestato chi faceva spese troppo grosse perché toglieva il cibo di bocca d’altri); son state lanciate accuse di assembramento a tre-quattro persone che si recavano al lavoro a piedi stando a due metri di distanza l’una dall’altra.

Tamponi no, visite mediche no, controlli dei casi sospetti no, ma… controllo della popolazione coi droni si, quello sì LINK
In questa caccia all’untore il circuito media-politica-social si è dimostrato particolarmente stretto, alimentandosi a vicenda nel mantenere al centro del discorso l’azione di controllo poliziesca: persone allarmate dai media han espresso allarmi sui social che sono stati amplificati dai media ed han indirizzato le decisioni politiche; l’interpretazione eccessivamente restrittiva da parte delle forze di polizia plaudita da utenti reazionari sancendone mediaticamente la validità

Il governatore della Toscana emette ordinanze non in base a dati reali nè in base a pareri medici ma per via di articoli di giornale (che in molti casi han solo preso ed amplificato delle gogne da social) LINK
Il circuito è tanto stretto da render difficile osservarlo separando nettamente i confini tra i suoi componenti: la denuncia di un tizio che ha acquistato delle bottiglie di vino (bene ritenuto non indispensabile e quindi privo di “giusta motivazione”) diviene subito notizia ricevendo risalto dalla gogna social, influendo sull’interpretazione delle restrizioni da parte delle forze di polizia che a quel punto si sentono autorizzate a riprendere i cittadini per cosa hanno acquistato.
Alcune giravolte mediatiche viste in queste settimane sono state non da poco. Non solo il passaggio repentino dal panico allo “stiamo calmi” di fine febbraio: fin dai primi giorni di lockdown son circolate un gran numero di foto che ritraevano città spettrali e deserte ma poi, per un certo numero di giorni, sui media son comparse strane immagini di strade affollatissime di gente tutta ammassata. Su queste immagini torneremo più avanti ma qui, ciò che importa, è osservare la contradditorietà delle informazioni passate dai media mainstream.

10 marzo 2020. Repubblica pubblica video di una Roma deserta e spettrale LINK
Altro esempio: all’inizio i media han insistito sulle foto di scaffali dei supermercati vuoti ma poi queste immagini son cessate di colpo, probabilmente per non generare situazioni di panico oppure perché era molto facile osservare che queste immagini erano state realizzate tutte all’orario di chiusura e solo in alcuni supermercati di grandi centri urbani in cui erano effettivamente state fatte delle spese molto consistenti, ma non si erano certo verificati assalti al supermercato nè risse (tranne in un unico caso, prontamente mediatizzato). Nell’esperienza comune chiunque ha sempre potuto osservare che i supermercati han continuato ad essere sempre riforniti (fatta forse eccezione per farina e lievito, cosa che ha generato una certa ilarità su un paese che si dedica alla panificazione).

21 marzo 2020: Repubblica pubblica un video di una Napoli spettrale e deserta molto simile alla Roma mostrata pochi giorni prima, solo che qui la telecamera si concentra sulle poche persone in strada per “dimostrare” che c’è troppa gente in giro LINK
Nei primi tempi, insomma, i grandi media ancora impreparati sul come trattare questa situazione, hanno fornito molte immagini e informazioni contraddittorie. Nell’arco di qualche settimana la narrazione è andata delineandosi, pur non rinunciando mai ad altalenare tra allarme e rassicurazione e riproponendo a volte alcune formule prima scartate: a inizio marzo gli appelli di Confindustria a far finta di niente son stati smorzati a favore delle direttive governative che hanno confermato ed inasprito le restrizioni poliziesche del lockdown su scala nazionale, per poi ripresentarsi pian piano in forme meno evidenti, puntando sul “buonsenso” e sul bisogno di “salvare l’economia”, insistendo sulla riapertura delle fabbriche.
Dunque, ricapitolando: nelle prime ordinanze emesse dai governi locali i principi alla base delle restrizioni non erano di tipo sanitario ma erano grossolanamente tesi ad evitare gli assembramenti ritenuti non indispensabili. Sono state chiuse scuole ed istituti sportivi, vietate sagre, manifestazioni e scioperi. Al tempo stesso però sono state mantenuti aperte fabbriche e centri commerciali, non si è provveduto a trovare una soluzione al pericoloso sovraffollamento delle carceri (dando vita a proteste mai viste prima in questa proporzione) nè di altre situazioni a rischio come i campi rom ed in alcuni casi addirittura si è provveduto a ridurre il numero di corse dei mezzi pubblici impedendo alle persone obbligate ad andare al lavoro per la mancata chiusura delle fabbriche di poter mantenere le distanze di sicurezza.

Contenimento pandemia alla cinese: verifiche sanitarie
Lo stesso concetto di zonizzazione è stato inteso ed imposto fin da subito come una rigida chiusura generale effettuata senza tener conto delle singole realtà né della letteratura scientifica che evidenzia come una mobilità controllata da regioni con forte diffusione del contagio, se gestita da personale sanitario con quarantene mirate, osservazione da parte di personale medico e ponendo livelli di isolamento differenziati (come nel modello del lockdown di Wuhan), controintuitivamente permette di ridurre il carico sui sistemi sanitari della regione in difficoltà. Una forma di monitoraggio e contenimento, insomma, avrebbe contribuito ad alleggerire il sovraccarico sull’inefficiente sistema sanitario lombardo ora al collasso.

Contenimento pandemia all’italiana: controllo autocertificazioni
Una volta passati dalle regioni “zona rossa” al lockdown nazionale non si è fatto altro che inasprire i principi di natura poliziesca delle ordinanze regionali riassumendole nel principio della “giusta motivazione” limitando la mobilità all’interno del proprio comune*. E’la motivazione, dunque, ad aver valenza prioritaria nell’Italian Lockdown. La sicurezza sanitaria vien dopo.
[* Più o meno: poichè nei fatti chi si rifornisce in supermercato/negozio/edicola che non sia quello più vicino alla propria residenza viene contestato]

Avendola impostata solo in questi termini (giustificato/non giustificato ossia legale/illegale), la questione delle restrizioni viene immediatamente caratterizzata da un frame discorsivo deviante perchè impostato sulla legalità e non su principi scientifici, che porta, appunto, a giustificare la prosecuzione del lavoro in condizioni di totale insicurezza per attività ritenute “indispensabili”, giustificare il divieto di sciopero degli operai preoccupati per la propria salute e al tempo stesso ad additare come untore chi scende un attimo al parco per fumarsi una sigaretta in solitudine.
Porre l’accento sulla legalità non fa che spostare sia il piano discorsivo che quello attuativo dal problema reale ad una sua ridicola rappresentazione burocratico-legalitaria che criminalizza comportamenti che non sono di alcun rischio mentre ne giustifica altri, pericolosissimi.
E’evidente che in quest’emergenza i concetti di “legale” e “illegale” sono particolarmente disgiunti da quelli di giusto o sbagliato.

Agli osservatori più attenti non può sfuggire il fatto che tale tipo di meccanismo è sostanzialmente una versione estremamente amplificata di quello in atto nell’ideologia del decoro secondo il quale non si caccia il senzatetto steso sulla panchina perché stia facendo qualcosa di male ma semplicemente perché “non ci si può stendere sulle panchine”, in base alla presunzione ideologica che il senzatetto che veste male e si stende sulle panchine sia indecoroso e dunque pericoloso (un uomo in giacca e cravatta steso sulla panchina non genererebbe la stessa reazione), motivo per cui viene vietato a tutti di stendersi sulle panchine (anche all’uomo in giacca e cravatta).

Dunque una presunzione di pericolosità (contagiosità) stabilita non in base a criteri sanitari ma per legge. Un tizio che volesse sfuggire la monotonia del confinamento facendosi semplicemente un giro in bici con guanti e mascherina nelle campagne del proprio comune senza mai scendere dal proprio mezzo nè avvicinarsi a nessuno non corre alcun rischio di contagiarsi né di contagiare nessuno, ma se gira senza “giusta motivazione” per legge si presume preventivamente possa forse diventare un potenziale rischio.
La chiusura degli ambienti chiusi ad alta capienza, l’obbligo di mantenere le distanze, quello di indossare i dispositivi di protezione in determinate situazioni (spesa al supermercato), così come un certo grado di limitazione degli spostamenti nelle aree ad alto rischio, sono restrizioni giustificabili con la necessità di limitare la trasmissione del contagio entro livelli gestibili, ma è ben più difficile trovare giustificazione per restrizioni che contraddicono le stesse linee guida di sicurezza: che senso ha denunciare una persona che se ne cammina da sola, senza entrare in contatto con nessuno, quando le indicazioni dell’OMS dicono chiaramente che mantenendo la distanza minima di un metro con le altre persone le possibilità di contagio sono praticamente nulle? Altresì non ha alcuna motivazione medica l’imporre di mantenere tale distanza in pubblico a due persone che coabitano.
Estremizzando, se si uscisse di casa indossando una tuta hazmat disinfettata seguendo tutte le prassi anticontagio applicate nei laboratori di virologia per andare a fare due passi in un parco completamente deserto si rischierebbe una denuncia mentre, al contrario, se si uscisse senza alcuna accortezza per andare a lavorare al chiuso a strettissimo contatto con altre venti persone non ci sarebbe alcun problema perché è la motivazione che conta, non il rispetto delle misure di sicurezza.

Passeggiare è comunque vietato. Anche se in totale sicurezza.
Se prevenzione ci dev’essere, quella in atto in questa forma è prevenzione di cosa?
Non sfugge un altro parallelismo: quello con le paranoie antiterroristiche. Parallelismo che torna spesso nei commenti social e nell’atteggiamento di forze di polizia e certi amministratori che additano a “terroristi” i presunti untori. A quasi vent’anni dagli attentati dell’11 settembre le norme antiterrorismo e le operazioni come “strade sicure” più che produrre vere azioni antiterrorismo hanno soprattutto aumentato il livello d’insicurezza percepita, comportato diverse morti per suicidio tra i membri dell’esercito ed espulso numerose persone dall’Italia in via preventiva e con motivazioni non sempre solide.

Tuttavia sono pratiche ancora attive, normalizzate nel nostro quotidiano che ha assimilato il concetto di lotta al terrorismo permanente. Allo stesso modo, quante delle pratiche messe in moto nel lockdown rimarranno anche dopo la sua conclusione contraddistinguendo i prossimi vent’anni da come quelli della “prevenzione permanente”?
Poichè, come visto, le prassi in atto sono solo secondariamente basate sulla prevenzione del contagio, vien naturale chiedersi cosa si vorrà davvero prevenire nei prossimi anni. Soprattutto vien da chiedersi che scenari potrebbe elaborare una mente reazionaria dopo aver visto quanto è stato facile confinare l’intera popolazione mondiale nelle proprie celle.
Uno dei mantra con cui viene giustificata la durezza delle restrizioni dell’Italian Lockdown è “se lo facessero tutti…” Mantra solitamente riportato così, senza aggiungere altro dopo i puntini di sospensione, suggerendo la presenza di un nesso logico tra una causa nota e… non si sa bene cosa, lasciando che tale vuoto venga riempito dalla fantasia di chi ascolta.
“Non posso neanche passeggiare in sicurezza tenendomi a distanza da tutti rispettando appieno le prassi anticontagio?”
“Certo che no! Se lo facessero tutti…”
“In effetti: che potrebbe succedere se le persone che rispettano distanze di sicurezza e prassi anticontagio andassero tutte a passeggio?”
-silenzio-
Il punto è che questo quesito non va fatto. Non va nemmeno preso in considerazione. Vien dato per scontato a prescindere che non sia possibile applicarlo: l’idea stessa che la maggior parte delle persone possa rispettare delle prassi sociali sanitarie come tenersi ad un paio di metri di distanza, lavarsi le mani con frequenza ed imparare ad usare i dispositivi di sicurezza nel modo corretto viene rifiutato a prescindere.

Ordinatissime fila… di “indisciplinati”?
Presa di posizione che appare alquanto ridicola considerando che per esperienza comune in questi giorni nei supermercati e per strada si sta tutti distanziati, da ogni parte c’è gente che ti richiama e ti filma se anche solo sospetta tu sia in giro senza “giusta motivazione” o troppo vicino alla tua compagna, insomma: la realtà è che siamo tutti sufficientemente allarmati e che la stragrande maggioranza delle persone si attiene alle prassi di distanziamento fisico.
Anche osservando le realtà straniere appare evidente che gli italiani non risultano essere meno più o meno diligenti rispetto al resto del mondo. Piuttosto quel che si evince è che riguardo al virus “tutto il mondo è paese” ancor più del solito: in ogni parte del globo la gente si attiene spontaneamente a prassi anticontagio ed ovunque c’è solamente una frazione meno che infinitesimale di persone che non lo fanno; frazione che per via dei media sembra molti più sostanziosa di quanto sia in realtà.
Va però ricordato che molti atteggiamenti che in Italia non sono tollerati nella maggior parte dei paesi invece lo sono (come allenarsi, andare in giro in due, ecc.) col risultato che da noi potrebbero risultare più “furbetti” proprio a causa della presenza di norme più restrittive. E’un primo caso di profezia autoavverante: siccome si teme vi siano tanti “furbetti” si creano norme restrittive esagerate che per forza di cose tante persone non potranno rispettare e quindi le tante multe/denunce emesse “dimostreranno” che effettivamente c’è tanta gente incivile.
L’idea alla base dei principi polizieschi che caratterizzano l’applicazione del lockdown in Italia, é difatti proprio l’idea che la popolazione italiana sia composta perlopiù da scellerati menefreghisti inaffidabili da cui non ci si può aspettare alcuna collaborazione*.
[*ironico osservare che si tratta di un non-detto presente soprattutto in chi si riempie la bocca di motti patriottardi ed elogi allo spirito italico, che al tempo stesso sono gli stessi che invocano con più enfasi la diffusione delle armi in stile americano, pene corporali per i detenuti e l’instaurazione di regimi di polizia, a dimostrazione di quanto essi stessi siano coloro che meno si fidano di quei compatrioti che decantano]

Vittimista puccioso
Ciò non suona affatto nuovo, essendo una autorappresentazione radicatissima della mentalità nazionale e basata sui principi del vittimismo e del familismo amorale che, immancabilmente, portano a percepire l’altro essenzialmente come un potenziale approfittatore, un “furbo” incapace di curarsi del bene comune.

Il melodrammatico vittimismo del Canto degli italiani (“Noi siamo da secoli calpesti, derisi”) è un esempio abbastanza eclatante di quanto tale atteggiamento mentale sia tra i caratteri fondanti della mentalità del Belpaese
Rappresentazione dell’altro che ha come diretta conseguenza quella di giustificare la propria furbizia approfittatrice a favore dei propri interessi, intendendola come mezzo necessario di autodifesa dagli altri che si comporterebbero così -per primi-.
“Non sono un ladro ma devo rubare perché son tutti gli altri ad esser ladri”
Questa autorappresentazione giustificazionista è pure connessa al falso mito degli “italiani brava gente”, nato per celare nefandezze che in nessun modo potrebbero rientrare nell’idea vittimista degli italiani che possono fare del male solo per autodifesa.
Autorappresentazione dunque talmente radicata nella mentalità nazionale da esser presente ovunque e venir quindi cooptata anche dal circuito media-politica-social che le incoraggia ed alimenta, facendone però un uso mirato. Se in alcuni casi l’applicazione di questa mentalità viene giustificata, in altri, invece, viene condannata.
In queste settimane questa autorappresentazione è tornata nuovamente utile per distogliere le attenzioni dalle responsabilità politiche di chi ha gestito in maniera tanto pessima il contenimento del contagio.

Il topos dei “soliti furbetti” risulta particolarmente utile per non muovere accuse verso chi ha davvero grosse responsabilitò
Confindustria ed il mondo politico responsabile della malagestione dell’emergenza, dopo un primo momento di confusione, dall’imposizione del lockdown hanno iniziato ad indirizzare i propri canali mediatici sul tasto degli anonimi untori, spostando la colpevolizzazione su persone da etichettare come “furbetti”.
Complice il teatrino delle ordinanze succedutesi in ordine rapidissimo e le indicazioni spesso assai vaghe che han lasciato libertà di interpretazione alle forze di polizia le quali spesso le han applicate in modo assai restrittivo, nel corso delle ultime settimane abbiam visto succedersi su media e social una vera e propria giostra di personaggi topici su cui scagliare l’accusa di esser untori: i runner, quelli che portano in giro i cani, quelli che non vanno a fare la spesa al supermercato più vicino, quelli che fanno spese da pochi euro solo per uscire, quelli senza mascherina, quelli che passeggiano per ore, quelli con la casa in montagna. Inutile far notare che nessuna delle figure qui elencate sia intrinsecamente un vettore di contagio ed altrettanto inutile far notare che i focolai sono principalmente fabbriche, ospedali, prigioni e case di riposo.

L’acquisto di tre bottiglie di vino porta a una denuncia. L’acquisto di farina per fare sculture di pasta invece? LINK
Il circo di bizzarri untori è stato rapidamente preso di mira dalla gogna social la quale al contempo non ha potuto fare a meno di cogliere l’ironica assurdità insita in questa rappresentazione secondo cui il Mario Rossi che attraversava mezza città per andare al lavoro era a posto mentre quello che si faceva una passeggiata per i fatti suoi era un untore, generando una caterva di battute e meme.

Alla periferia di una Faenza spettrale, giocare a tennis anche se tra coinquilini non è ammesso LINK
La demonizzazione degli untori solitari è stata però utile a rafforzare l’accusa più generica e allargata che ci fosse “ancora troppa gente in giro”. Dall’applicazione del lockdown TG e giornali per un certo periodo hanno dipinto il paese come percorso da una sorta di festa in strada permanente con migliaia di persone accalcate che se ne fregavano delle disposizioni.

La popolazione si è adattata subito al rispetto delle distanze di sicurezza
C’era solo un piccolo problema: a tutti gli effetti, in giro, non si vedeva quasi nessuno. I giornali hanno pubblicizzato con grande enfasi le cifre ufficiali di controlli effettuati e denunce emesse descrivendoli come numeri abnormi, solo che, a ben vedere, quegli stessi numeri rivelavano una situazione molto diversa. A fine marzo difatti veniva sbandierata la strabiliante cifra di “novantaseimila denunciati” che, a ben vedere, rappresenta lo 0,15% della popolazione. Sostanzialmente si tratta di una percentuale fisiologica all’interno della quale solo una sotto-frazione ancor minore teneva comportamenti effettivamente a rischio contagio. Ben poca cosa, considerando che l’Italia conta sessanta milioni e mezzo di abitanti.

L’esperienza di chiunque è quella di città spettrali
Il fatto che media e social al tempo stesso mostrassero città vuote, file ordinate e queste notizie su masse di disobbedienti non ha fatto altro che alimentare ulteriormente il tasso di schizofrenia informativa e portare, immancabilmente, a far radicare nell’opinione pubblica l’ipotesi peggiore. Strade deserte ma al tempo stesso assembrate, gente ordinata e rispettosa ma al contempo “furbetta”: nel dubbio meglio pensar male.
Al netto di grandi media e social commerciali, la realtà osservata tra esperienza personale, testimonianze dirette di conoscenti sparsi sull’intero territorio e analisi dei dati su controlli e denunce emesse dipinge in realtà una popolazione preoccupata che si attiene stoicamente ai mantra sullo #StareACasa e sull’ #IndossareLaMascherina minimizzando ogni attività all’aperto e mettendo alla gogna chi, anche solo apparentemente, non fa altrettanto.

La caccia all’untore è stata imposta come elemento principale su cui far riversare rabbia e risentimento
Ma quindi, se sia le esperienze dirette che i dati ufficiali delle forze di polizia fotografano una situazione in cui praticamente non v’è nessuno in giro, da dove saltano fuori questi fantomatici assembramenti di untori, questa “troppa gente in giro” denunciata dai grandi media e dai social network?
Per capirlo è necessario ricordare che comunque una minima quantità di persone in giro c’è sempre: chi va a fare la spesa, a comprar le sigarette, giornali o quant’altro, chi va a lavorare e chi va portare a spasso il cane. Sono queste le persone accusate di fare assembramenti: persone che nella gran maggioranza dei casi sono in giro per “giusta motivazione”. In sostanza siamo noi stessi.

Quando la legge si fa dura, rabbia e frustrazione fanno il delatore
Le pochissime testimonianze dirette su “troppa gente in giro” provengono perlopiù da accuse via social di utenti che evidentemente prendono per oro colato gli allarmi lanciati sui canali mainstream ove la realtà è dipinta come si è visto. Questi utenti dunque vedono “assembramenti” in banali gruppetti di 3-4 persone che camminano distanziate tra loro, in famiglie che mangiano sul balcone, o migranti che vivono assieme seduti sull’uscio di casa. Tutte persone che questi utenti riprendono dalla finestra di casa postandone le foto sui social con commenti indignati. Il tutto senza nessuna attenzione alla privacy e generando anche situazioni drammatiche e che ha portato forze di polizia e quotidiani a chiedere di smetterla di inviare segnalazioni inutili e dannose.
Le pratiche della delazione, dello sfogo indignato sui social e dell’attacco verso il vicinato, esattamente come il lockdown su base della “giusta motivazione”, solo apparentemente sono basate sul problema del contagio: attaccare il corridore solitario in realtà ha più a che fare con un meccanismo del tipo “se io non lo faccio non devi farlo nemmeno tu” giustificato su base legale.

Una delle tante foto postate sui social da “sceriffi da balcone” accompagnate da commenti velenosissimi su questo “assembramento” che in realtà mostra delle persone che camminano mantenendosi a regolare distanza fra loro
Sembra, insomma, di essere di fronte a quelle fotografie sfocate ritraenti macchie e riflessi in cui i rispettivi autori vedono invece la prova dell’esistenza degli UFO. In questo caso la sfocatura non è nell’immagine ma solo nella testa di chi, anzichè osservare per davvero. vi vede solo quel che vuol vedere.

Altra foto postata da “sceriffi da balcone” e postata sui social. L’assembramento, anche qui, è solo nella testa di chi ha scattato la foto

Ennesimo “assembramento” denunciato sui social che in realtà mostra persone che camminano distanziate
Ma tra le numerose foto ne sono però apparse anche alcune in cui non vediamo poche persone che se ne stanno ben distanziate o in fila, bensì orde di gente ammassata in strette stradine. Si tratta di strane foto iniziate ad apparire tra fine marzo ed inizio aprile. Foto strane, perchè non mostrano assembramenti ma dei #Teleassembramenti.
Una grandissima parte delle persone non ha alcuna dimestichezza con le basi della fotografia, il che sotto certi aspetti è un po buffo, data l’estrema importanza e diffusione nella cultura e nelle società moderne di questa tecnologia con cui si ha a che fare da oltre un secolo e mezzo. Nel corso della nostra vita difatti vediamo milioni e milioni di immagini fotografiche e migliaia di ore tra film, Tv e riprese video eppure ignoriamo completamente le caratteristiche base dell’immagine fotografica (NB: non si parla necessariamente di tecnica ma banalmente della lettura dell’immagine fotografica). E’un po come se fossimo navigatori che non ne capiscono niente di barche, insomma.
Per imparare a leggere le immagini di teleassembramenti, quindi, è necessario riassumere brevemente un paio di principi base di fotografia, cominciando dalle caratteristiche delle immagini riprese con teleobiettivo.

Teleobiettivo
Gli obiettivi fotografici sono apparecchi che “vedono” in maniera diversa rispetto all’occhio umano e quindi ognuno di essi “altera” ciò che riprende in un proprio modo specifico.
Il teleobiettivo (o “obiettivo a focale lunga”) è un tipo di obiettivo usato per riprendere soggetti molto distanti. Più questi sono distanti e più il teleobiettivo li ingrandisce e ciò modifica fortemente la percezione delle distanze tra gli oggetti che stanno davanti da quelli che stanno dietro, appiattendole (iu termini tecnici si parla di “profondità di campo”). Lo stesso effetto può essere ottenuto anche con l’uso di zoom ottici.

Alcuni esempi di un soggetto ripreso con obiettivi differenti. Maggiore è la focale usata (espressa in mm) e più lo sfondo risulta vicino e piatto

Si noti come nella foto con la focale maggiore (200mm) gli oggetti sullo sfondo appaiano molto più grandi e vicini rispetto alle foto con focali inferiori

Le ipotesi sono due: o si tratta di immagini scattate con teleobiettivo o la luna in realtà è tanto vicina da poterla toccare
L’effetto finale è abbastanza noto agli appassionati di sport: è osservabile ad esempio nelle moviole di calcio quando si osserva che in alcune riprese con teleobiettivo due calciatori sembrano praticamente toccarsi mentre la stessa scena ripresa con un diverso obiettivo o da una differente angolazione rivela che invece stavano a diversi metri di distanza.

In un’immagine bidimensionale, osservare le linee prospettiche è indispensabile per comprendere la profondità di campo e tentar di capire le distanze reali
L’uso dell’angolazione difatti è il secondo principio da tenere a mente e di questo possiamo fare esperienza anche ad occhio nudo: se si mettono in fila degli oggetti ad una certa distanza l’uno dall’altro e si osservano di lato o dall’alto li si vedrebbe uno accanto all’altro capendo perfettamente la distanza a cui si trovano, ma se invece li si osservasse da una posizione più frontale, questi apparirebbero uno dietro l’altro e si avrebbe una certa difficoltà a capire le distanze.
Per meglio comprendere la cosa è possibile osservarne gli effetti in questa serie di foto realizzate da Naivespeaker:
FOTO 1: una fila di pupazzi posti a distanza regolare. Fotografati di lato e dall’alto le distanze appaiono chiare

FOTO 2: Sempre dall’alto ma da una diversa angolazione si può osservare che i pupazzi più lontani appaiono decisamente più ravvicinati tra loro rispetto a quelli più vicini Eppure sappiamo che le distanze sono uguali

FOTO 3: Un dettaglio zoommato della foto precedente. Mostra solo i pupazzi più lontani. Sembrano quasi toccarsi

FOTO 4: Con la giusta combinazione di angolazione ed obiettivo (o zoom) i pupazzi sembrano schiacciati l’uno sull’altro senza alcuna distanza tra loro. Una fila lunga due metri qui pare compressa in venti centimetri. Eccolo il teleassembramento

Un’immagine di “assembramento” girata sui social. La rassomiglianza con la foto precedente è particolarmente evidente)
Ricapitolando: riprese con focale lunga e tipo di angolatura dei soggetti ripresi contribuiscono ad alterare la percezione delle distanze, appiattendole.
Ebbene, gli “assembramenti” mostrati su giornali, social e TG che cos’hanno in comune tra loro? L’essere tutti ripresi con teleobiettivo o zoom ed usare angolazioni frontali. Dei #teleassembramenti appunto: assembramenti creati col teleobiettivo (Qui un video che mostra chiaramente come si “costruisce” un teleassembramento)

Uno dei tanti #teleassembramenti denunciati dai giornali. L’effetto “schiacciamento” è particolarmente evidente e tutte le persone presenti in una via di diverse decine, se non centinaia di metri, appaiono come fossero vicinissime
In pratica quelle che vengono riprese sono delle persone che si trovano in uno stesso luogo, preferibilmente stretto e lungo (come una via dritta o una fila di bancarelle del mercato) e che camminano stando ad uno, due, tre, dieci metri di distanza tra loro ma poiché vengono riprese da lontano con un teleobiettivo e con un’angolatura specifica, sembra che queste stiano a pochi centimetri di distanza gli uni dagli altri, ammassati come sardine.

Lo stesso effetto visto con i pupazzi in fila, qui si ripete tale e quale ma poichè in questi casi la gente non è disposta in file regolari, l’effetto finale è quello di un ammasso ancor più consistente. É come se avessimo più file affiancate che, fotografate come s’è detto, appaiono come un muro fatto di persone

Su La Repubblica viene mostrata questa foto per dimostrare l’affollamento nella zona del Quadrilatero a Bologna

La stessa via, ripresa dall’alto, mostra che in realtà le persone si distanziano spontaneamente tra loro
Sui social, la gente che risiede nelle zone fotografate ha immancabilmente fatto notare che qualcosa non andava in quelle immagini di teleassembramento, producendo documentazione fotografica alternativa che mostrava realtà ben più in linea con l’esperienza comune, ossia poca gente in giro sempre ben distanziata.

Un breve filmato che mostra persone sui Navigli di Milano è stato quello maggiormente citato sui social a dimostrazione che c’è #TroppaGenteInGiro. Anche qui, in realtà, un banalissimo schiacciamento da teleobiettivo
Sono stati mostrati anche alcuni teleassembramenti video, ad esempio a Napoli ed a Milano. Il filmato di Milano, in particolare, è stato quello che più di tutti ha contribuito a diffondere e consolidare l’idea che le strade italiane fossero cortissime e piene di gente che se ne fregava delle distanze di sicurezza.

Anche qui banale schiacciamento da teleobiettivo
Mercati e strade commerciali sono le ambientazioni preferite da chi realizza teleassembramenti fotografici perchè abbinano una certa quantità di gente in ambienti lunghi e stretti, perfetti per massimizzare l’effetto schiacciamento dei teleobiettivi.

Sia Repubblica che l’Huffington Post han pubblicato foto e video di una Napoli affollatissima, sempre con teleobiettivo in vie lunghe e strette
Le caratteristiche dei teleassembramenti si ripetono costantemente: una volta imparato a distinguere le immagini realizzate con teleobiettivo ed a “leggere” l’alterazione delle distanze queste appaiono immediatamente visibili e la continua ricorrenza a mercati e vie molto lunghe non fanno che riconfermare il tutto.

Verificare le effettive misure dei luoghi in cui sono stati ritratti teleassembramenti dimostra in modo definitivo l’inconsistenza degli stessi
La stagione dei teleassembramenti é durata ben pochi giorni, giusto quel tanto perché il concetto che c’è #TroppaGenteInGiro si diffondesse e radicasse a sufficienza. Fin da subito difatti sono circolate controprove da parte di chi abita nei luoghi fotografati e polemiche locali, come nel caso del teleassembramento di Sestri in Liguria. Cittadinanza locale che non ci sta ad esser presa in giro ed amministrazioni comunali che non voglion esser tacciate di inefficienza han contribuito a far smorzare l’uso di teleassembramenti sui media commerciali ma ciononostante, una volta diffuso il concetto, nei giorni successivi è stato sufficiente pubblicare articoli in cui il teleassembramento veniva dichiarato ma non mostrato, anche se spesso ciò ha portato ad esiti abbastanza ridicoli: articoli e servizi TG che dovevano comunque mostrare delle immagini hanno denunciato la presenza di #TroppaGenteInGiro mostrando foto di strade deserte in cui l’unica presenza era quella della polizia o uno sparuto numero di persone.

Così tanta gente in gir… si vedono solo due poliziotti!

…ancora poliziotti

Troppa gente in giro: una giornalista e dei piccioni…
L’ennesimo cortocircuito si è poi verificato tra la prima e seconda settimana di aprile con la riapertura di diverse aziende che ha portato ad un aumento di persone in giro per “giusta motivazione” prontamente denunciata come un criminoso aumento di “furbetti” anche da quelle stesse persone che hanno invocato la riapertura delle attività produttive.
Una volta consolidato il refain, la macchina ha potuto proseguire per inerzia. Oggi è sufficiente una notizia su una singola persona che se ne stava in giro senza “giustificato motivo” per riavvivare la gogna social e riconfermare mediaticamente la presenza di #TroppaGenteInGiro
I pochissimi casi in cui effettivamente le distanze tra persone non son state rispettate ovviamente son state sommate al calderone, in una giostra ove questi pochissimi casi indiscutibili son serviti solo a confermare l’autenticità dei numerosissimi teleassembramenti posticci facendo credere che il fenomeno fosse enormemente più diffuso di quanto fosse in realtà.
La paura degli assembramenti genera assembramenti… che diffondono l’indignazione contro gli assembramenti!
E’il caso dei blocchi stradali “antifurbetti” attuati dalle forze di polizia perchè convinte che troppa gente non stia rispettando la legge. In questi blocchi vengono controllate uno ad uno i veicoli su un determinato tratto stradale causando un blocco del traffico che, anche con poche auto in giro, ovviamente genera code (specie se ciò avviene nei pressi di grandi centri urbani).
In pratica è il blocco stesso a generare le code che, fotografate, vengono raccontate dai media come “esodo di furbetti”, diffondendo così ulteriormente la convinzione che vi siano masse abnormi di persone in strada e perdipiù senza “giusta motivazione”.

Fantastica serie di post de La Repubblica che dopo aver lanciato un allarme-fuffa viene costretto a rettifiche continue a causa delle numerose controprove e testimonianze dirette
Anche in questo caso, però si rileva che i numeri coinvolti riguardano una percentuale infinitesimale della popolazione urbana e, di questa, solo una frazione minima (grossomodo tra l’1,5% ed il 3% dei fermati) risulta essere priva di “giusta motivazione” (il che, ribadiamo, non vuol necessariamente dire contagioso)
Runner e pisciatori di cani sono pur sempre dei personaggi-feticcio ben identificabili ed i teleassembramenti un qualcosa di distante dal percepito quotidiano. Ma, si sa, se si vuol scatenare una paura profonda, indiscutibile e capace di far dire a tutti spontaneamente #RestiamoAlChiuso bisogna ricorrere ad un orrore lovecraftiano, un orrore che ci circonda ovunque e che è intrinseco alla realtà stessa. Anche questa strada è stata battuta: non sono mancati difatti articoli che, pur contraddicendo tutto quel che vien riferito dall’OMS, han sostenuto che il virus potesse circolare per diverse ore nell’aria e resistere per giorni nell’asfalto o in altri materiali comuni. Il virus nell’aria e nei materiali comuni significherebbe sostanzialmente che tutto è contagioso! Tutto al di fuori di quella minima porzione che controlliamo direttamente, ossia la casa.
Moltiplicare e generalizzare le possibili fonti di contagio non fa che aumentare i livelli di paranoia e spostare ulteriormente l’attenzione dalle problematiche reali e sistemiche: l’inquinamento della val Padana (una delle zone più inquinate d’Europa), le polveri sottili e gli allevamenti intensivi, da più parti sospettati di essere correlati all’incidenza del contagio, spariscono dal discorso pubblico a favore di runner, materiali vari e contagio nell’aria. E dunque #RestiamoAlChiusoInCasa: il terrore è ovunque! Nell’aria, nei materiali di costruzione, magari anche nell’acqua, nei fili d’erba e nei canarini che cantano!
La paura per un qualcosa di impalpabile e presente ovunque, come già visto, porta irrimediabilmente alla creazione di capri espiatori e feticci e se questa paura riguarda l’intera materialità del mondo, la feticizzazione avviene… su ciò che ci difende da questa materialità! Ecco che fin da subito si è provveduto a pratiche come la disinfezione del manto stradale nonostante lo stesso ministero della salute dica che non vi sono prove scientifiche che possa servire a qualcosa (oltre ad inquinare il terreno), o l’insensata disinfezione delle zampe degli animali.
Se la paura per l’aria e per le superfici rischia di essere troppo totalizzante e sconnessa dalla realtà scientifica, è nella figura dell’asintomatico che invece si riscontra il mix perfetto attraverso il quale mantenere viva la paura.
La figura dell’asintomatico ripropone il topos cinematografico dell’appestato invisibile: “sembra come noi, parla come noi… ma è il male”. Come nel film La Cosa o ne L’invasione degli ultracorpi, il terrore verso un orrore invisibile che si nasconde nell’altro è totale. Chiunque rappresenta presumibilmente un pericolo potenziale ed è dunque per il semplice fatto che gli asintomatici esistano che si giustificano misure marziali. Come ogni arabo-islamico post 11 settembre è stato considerato una potenziale minaccia, oggi ogni persona che non mostra alcun segno di malattia vien considerata una potenziale minaccia.

L’idea di una pandemia globale è già molto radicata nell’immaginario collettivo (a sinistra The Walking Dead, a destra The Coronavirus)
E’interessante osservare che nel dopo 11 settembre il mondo del cinema e della letteratura fantastica ha esplorato con un certo interesse l’idea di pandemia globale. Da Contagion a 28 giorni dopo, The Walking Dead, il remake de L’alba dei morti viventi, Stake land e La terra dei morti viventi solo per citare alcuni tra i più noti, si osserva che il terreno maggiormente esplorato è quello dell’apocalisse zombi, ossia di un mondo post-pandemia completamente stravolto, in cui la paura invisibile del terrore globale e di massa è esorcizzata facendosi orrore manifesto: gli zombi sono riconoscibili a differenza degli ultracorpi e per quanto terribile, saper riconoscere con chiarezza il male è comunque un qualcosa di rassicurante. Tuttavia l’inquietudine permane su un altro livello e si sposta all’interno di una società allo sfascio in cui ognuno pensa solo a sé stesso. Il vero male, nelle opere di apocalisse zombi, è una società residuale che fa male a sè stessa. Pandemia e zombi, terrorismo e paura dell’altro, legati in modo indissolubile.
La figura dell’asintomatico, rappresenta dunque una paura ancora da esorcizzare, un qualcosa da cui proteggersi e che a sua volta deve proteggere gli altri da sé stesso, da segregare e tener lontano da noi attraverso…qualsiasi cosa. E così come la paura dell’asfalto contagioso è stata esorcizzata col feticcio della disinfezione del manto stradale, la paura dell’asintomatico viene adesso esorcizzata con la feticizzazione delle mascherine.
Gli operatori sanitari sono chiari in proposito: le mascherine sono utili se usate adeguatamente, in determinate condizioni e se abbinate a corrette prassi di igienizzazione delle mani. Se usate in maniera incorretta, al contrario, rischiano addirittura di diventare una fonte di contagio.
Quella che si sta imponendo invece è una narrazione feticistica della mascherina, descritta come una sorta di oggetto-talismano che secondo alcuni governatori locali bisognerebbe utilizzare addirittura sempre quando si sta all’aperto (nonostante il ministero della salute ribadisca chiaramente il contrario) e che viene distribuita senza sufficienti indicazioni su tutte le prassi da seguire per il suo utilizzo corretto.

Con una mossa ben poco avveduta, il governatore del Veneto ha distribuito mascherine del tutto inadatte al loro scopo. L’operazione riflette appieno l’idea di feticizzazione della mascherina-talismano LINK
Mascherina o no, probabilmente nei prossimi tempi osserveremo un assestamento della narrazione sulla figura degli asintomatici con tutto ciò che questo potrebbe comportare a livello di spettacolarizzazione politica, ossia l’uso obbligatorio delle mascherine nei luoghi pubblici, impossibilità di fare il tampone a tutti, la possibilità che i guariti contraggano di nuovo il virus ma senza presentare sintomi, ecc.
Già oggi diversi indicatori come i dubbi sull’effettività degli anticorpi lasciano intendere che le misure di prevenzione potrebbero dover essere applicate a lungo e ciò potrebbe dunque portare anche all’estensione del lockdown generalizzato. Al tempo stesso si assistono a diversi tira-e-molla dovuti al variare degli interessi in gioco: se all’inizio è stato osservato che il virus colpiva quasi esclusivamente persone molto anziane e/o già indebolite da altri fattori, successivamente l’ondata di panico mediatico ha enfatizzato il fatto che il virus colpisse persone di tutte le età. A metà aprile 2020, con le pressioni per la riapertura delle aziende, molti quotidiani hanno improvvisamente ridotto le informazioni su decessi tra persone giovani e di mezz’età.
Il punto anche qui è lo stesso: una cosa sono le misure di contenimento per evitare la diffusione del contagio, ma tutt’altra cosa è usare la paura nei confronti degli asintomatici per imporre forme di controllo di tutt’altra natura con la scusa della prevenzione. Forme di controllo che non rallenteranno la diffucìsione del virus con cui rischiamo di dover convivere per decenni.

Un contenimento anche molto rigido ma gestito globalmente in base a criteri medici e con un’attenzione particolare sulle prassi sanitarie anticontagio permetterebbe forse di giungere in tempi relativamente rapidi ad una situazione di normalità. Di certo, un contenimento incentrato su meri principi legalitari, peraltro disgiunti da criteri medico-scientifici, per forza di cose non potrà che prolungare la durata dell’emergenza.
Di certo, in ogni caso, quello che si prospetta è il passaggio ad un “dopo” che avverrà a scaglioni/ondate.
Ma di che razza di “dopo” stiamo parlando? Come ogni momento di crisi, anche la pandemia globale ha messo a nudo numerose debolezze sistemiche e contraddizioni globali ed in molti si augurano che ciò faccia aprire gli occhi a sufficienza perché nel “dopo” queste siano risolte e superate. Dal superamento del PIL come metro del benessere ai redditi di cittadinanza, dalla creazione e miglioramento di un sistema sanitario pubblico globale ad un senso di collaborazione internazionale più forte, passando per forme di produzione rispettose dell’ecosistema, sono numerose le richieste e speranze che circolano.
È però necessario fare tesoro delle esperienze passate e cogliere i segnali che giungono quotidianamente da più parti: anche al termine dello sconvolgimento della Grande Guerra, la prima guerra globale della storia, serpeggiavano speranze di un futuro senza più conflitti (concetto che in qualche modo potrebbe aver pure aiutato lo scoppio della seconda guerra mondiale). Forse si tratta, almeno in parte, di una risposta umana dinnanzi a crisi profonde.
Prospettare un futuro migliore e lavorare per esso è doveroso, ma guai a confondere l’ideale con l’illusorio.
Ciò si riflette anche nelle parole di Evgeny Morozov che ricorda che nonostante le prospettive migliorative siano tutte realizzabili e sensate, la resilienza del sistema attuale è talmente forte e pervasiva che il rischio è che molto probabilmente il “dopo” virus significherà essere catapultati solamente in una fase più avanzata del tardo capitalismo caratterizata da quello che definisce il “soluzionismo” ossia una sorta di T.I.N.A. thatcheriano alla massima potenza in cui le peggiori imposizioni verranno da governi totalmente demandati a logiche aziendali che faranno di tutto per dissuadere sviluppatori, hacker, attivisti e altri dall’usare le loro capacità e le risorse esistenti per sperimentare forme alternative di organizzazione sociale e che al tempo stesso vorranno incasssare una parte dei profitti che derivano dalla sorveglianza. Il tutto imponendo nella società l’idea che
“[…] si possa evitare di affrontare le cause di un problema, concentrandosi invece sull’“adeguare” i comportamenti individuali alla crudele, ma immutabile, realtà.
Oggi siamo tutti soluzionisti: il covid-19 sta allo stato soluzionista come l’11 settembre sta allo stato di sorveglianza. Tuttavia le minacce che (il soluzionismo) pone alla democrazia sono più sottili, e quindi più insidiose.”
[…] il mondo tecnologico in cui viviamo oggi è stato progettato per garantire che non possa emergere alcuna alternativa a un ordine globale basato sulle logiche di mercato.”
Il mondo del “dopo” virus rischia appunto di veder affermare una realtà in cui il pensiero dominante normalizzerà l’idea che ‘le cose stanno così, quella che propone il governo è l’unica soluzione e ti conviene accettarla perchè non ci sono alternative e se la critichi non sei dei nostri ma sei uno degli altri’. Una visione in cui
“[…] i corpi e le istituzioni intermedie scompaiono […] esistono (solo) cittadini-consumatori, aziende e governi. In mezzo non c’è molto altro: né sindacati, né associazioni di cittadini, né movimenti sociali, né istituzioni collettive tenute insieme da sentimenti di solidarietà.
Non è un caso, difatti, se le attuali piattaforme commerciali di comunicazione e socializzazione sono incentrate principalmente su intrattenimento e spettacolarità rivolte al singolo individuo anzichè su dibattito costruttivo, collaborazione e socializzazione e questo fa sì che all’interno di esse non sarà mai possibile costruire nulla di valido perchè
“Sarà, nel migliore dei casi, l’ennesimo parco giochi per soluzionisti. Nel peggiore, una società totalitaria fondata su controllo e sorveglianza diffusi”
Questo è il mondo che andava lentamente prospettandosi prima del Coronavirus ed è questo il mondo in cui probabilmente ci troveremo catapultati nel “dopo” emergenza.
