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Lega, Fontana rilancia la “doppia Lega” e prende le distanze da Vannacci: “Incompatibilità ideologica”

La Lega deve tornare a mettere i territori al centro della propria identità politica. È questo il messaggio lanciato dal presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana, intervenuto nella serata di venerdì 12 giugno a Zapping su Rai Radio1, dove ha commentato il dibattito interno al partito dopo il recente Consiglio federale. La proposta della cosiddetta “doppia Lega”, ha spiegato il governatore, “è una proposta che è stata avanzata e alla quale noi crediamo. Deve essere messo al centro dell’attenzione il problema della territorialità”.

Secondo Fontana, il punto non riguarda soltanto il Nord, ma l’intero equilibrio del Paese. “Il nostro Paese è molto composito, ha esigenze e specificità molto differenti, e quindi noi crediamo che sia necessaria e opportuna una risposta a ognuna di queste esigenze”, ha osservato. Da qui l’idea di un partito nazionale capace però di lasciare spazio ad articolazioni territoriali dotate di autonomia politica. “Il nostro movimento deve essere il partito che porta avanti le esigenze dei territori, non solo quelle del nord ma anche del centro e del sud. Dobbiamo fare in modo che vengano maggiormente ascoltati e rispettati i singoli territori”.

Il modello Csu-Cdu e il ruolo di Zaia

Fontana ha richiamato esplicitamente il modello tedesco Csu-Cdu, con “patti di desistenza e autonomie”, come possibile riferimento per la nuova architettura interna della Lega. Una formula che, nelle intenzioni del governatore lombardo, consentirebbe di tenere insieme una linea nazionale e una rappresentanza più marcata delle istanze locali.

In questo quadro, Fontana ha indicato Luca Zaia come una figura adeguata a rappresentare la componente territoriale del partito. Il presidente del Veneto, ha detto, “è una persona che sicuramente ha dimostrato di essere particolarmente vicina ai territori e apprezzata dai territori. Ci sono dei riscontri anche elettorali che dimostrano in maniera chiara che è una persona apprezzata e che ama il territorio. Quindi credo che sarebbe un’ottima persona”. Alla domanda se una simile impostazione possa produrre una diarchia con Matteo Salvini, Fontana ha escluso questa lettura. “Non vedo una diarchia”, ha risposto, “vedo competenze diverse, funzioni diverse: chi si occupa più del territorio e chi fa la sintesi a livello nazionale”.

La distanza da Vannacci: “Incompatibilità ideologica”

Nel corso dell’intervista, Fontana è tornato anche sul rapporto con Roberto Vannacci, ex vicesegretario della Lega. Il governatore ha scelto toni misurati, ma il giudizio politico è netto. “Non ho nulla contro il generale, che è una persona capace e intelligente”, ha premesso, “ma io dicevo che il suo tipo di politica non collima con quelle che sono state le fondamenta del nostro partito. C’era una incompatibilità ideologica”. Secondo Fontana, la distanza era già evidente prima della rottura formale. “A dire il vero, io avevo visto che stava già percorrendo strade diverse, quando vedevo delle riunioni organizzate alle quali non potevano partecipare i rappresentanti della Lega… non bisognava essere dei fini Churchill per capirlo”. Una battuta che rende plasticamente il clima interno: nessuna sorpresa, almeno per chi osservava da vicino le mosse del generale.

L’affondo sul governo: “Leggi troppo centraliste”

Il presidente lombardo ha poi allargato il ragionamento al rapporto tra territori e governo nazionale, criticando alcune scelte legislative dell’esecutivo. “Il governo fa leggi che non vanno nella direzione del rispetto dei territori. Leggi che tendono un po’ a essere centraliste, che non va nella direzione del futuro”, ha affermato Fontana. Per il governatore, la competizione globale impone maggiore autonomia decisionale alle aree più produttive del Paese. “Nel futuro credo ci debba essere una relazione maggiore con i territori, non con lo Stato-nazione”, ha aggiunto. La Lombardia, ha ricordato, “è la regione più produttiva del Paese” e ha bisogno di “maggior velocità” e “maggior flessibilità” per competere con le altre realtà economiche internazionali.

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Vannacci, Meloni sente Salvini e Tajani: i partiti di maggioranza mandano amministratori locali all’assemblea di Futuro Nazionale

Segretari cittadini di Roma o dirigenti locali. Nessun esponente nazionale, ma comunque non è una diserzione totale nei confronti del generale Roberto Vannacci. Sarebbe questa la decisione che i leader del centrodestra Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini avrebbero preso nelle ultime ore su chi mandare all’Assemblea costituente di Futuro Nazionale che si terrà a Roma sabato e domenica. Vannacci aveva invitato tutti i partiti e alla fine, dopo contatti tra i leader, il centrodestra avrebbe deciso di rispondere mandando esponenti locali dei tre partiti, Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. La decisione non è ancora ufficiale ma nelle prossime ore lo diventerà con un comunicato congiunto.

Nel pomeriggio si sono sentiti al telefono Meloni, Salvini e Tajani per coordinarsi ed è stato deciso di non chiudere del tutto la porta al generale. Una mossa sorprendente alla luce dei rapporti ormai ai minimi con la Lega e anche dopo l’attacco – il primo – che mercoledì Meloni ha fatto al generale Vannacci rispondendo al deputato Emanuele Pozzolo: “Fate il gioco della sinistra, altro che vera destra”, ha detto la premier.

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Chi voleva i colonnelli ora vuole il generale Vannacci

Vannacci non c’è stato bisogno di vederlo arrivare. Vannacci era già lì, presente, inamovibile, soggetto antropologico periodicamente prevedibile nell’accidentato paesaggio politico nazionale. Vannacci carta del Mercante in Fiera della “massiccia” (giusto per usare un termine da porta carraia o Ufficio maggiorità d’ogni caserma) destra endemica, duodenale, della nostra incompiuta nazione. Un po’ “Vogliamo i colonnelli”, e un po’ nuovamente graduato, in quest’altro caso prossimo all’improbabile collega Buttiglione, e ancora, per non farsi mancare nulla, come incancellabile testimonial del bisogno individuale di Ordine, Disciplina e Gerarchia, sia pure remixato al tempo dei social, quindi ancor di più duodenale e pervasivo.

Irrilevante, quanto Vannacci possa essere assimilabile alle molte smerigliature caratteriali offerte dal sentire fascista, neofascista o post-fascista: i Vannacci, si è detto, ci sono sempre stati, inamovibili, come già quell’altro che si affacciava un tempo dal balcone di Palazzo Venezia, l’attuale ha inventato nulla, semmai altrettanto tirato fuori un sentire regressivo già presente, ripeto, nel duodeno italico. Più che naturale quindi che l’uomo mostri adesso narcisisticamente l’offerta pubblica di un proprio partito o movimento assai personale che ha la pretesa di mettere in chiaro certe istanze che, per semplificare, chiameremo ordinatrici. “Destra autentica”, così dichiara l’uomo. Con posa da escursionista, da diportista, da iscritto a club tennistico di seconda scelta, Vannacci per ragioni anagrafiche si discosta da certo contesto che vedeva i suoi predecessori citare sempre come salvifico un libro caro alle sezioni missine: Navi e poltrone, giunto al mondo delle letture da un ufficiale delle Regia Aeronautica, tale Antonino Trizzino da Bivona, che provò a spiegare il perché l’Italia perse, ahimè, la guerra: colpa delle spie inglesi insediate dentro i comandi di Supermarina.

Vannacci, va da sé, ama semplificare, ridurre tutto a una X, nel senso di Decima Mas, dunque, così come I Giganti cantavano “mettete dei fiori nei vostri cannoni” allo stesso modo Vannacci dice semmai di mettere una Decima nelle prossime urne; i suoi trascorsi nella Folgore in questo senso parlano con evidenza, fino a consentirgli di compiere il resto del miracolo, la sua fortuna nel piccolo contesto della destra endemica. Gli è bastato un pamphlet, Il mondo al contrario, nel quale mostrava il suo pensiero orgoglioso rispetto alla presunta “flaccidità” della sciapa democrazia giunta a noi dalla guerra di Liberazione. Non sappiamo quanto Vannacci abbia fiutato l’aria, come già Bossi trent’anni fa, intuita l’esistenza di uno spazio nel quale incunearsi, e quale occasione migliore di un governo di centrodestra con presidente del Consiglio una ex militante del Fronte della gioventù quale Giorgia Meloni? Magari accusando quest’ultima di moderazione. Così nel momento in cui il girmi della politica sembri rimescolare ogni frattaglia, consegnando l’esistenza di un fronte rosso-bruno. Irrilevante domandarsi quanto Vannacci saprà nuocere a Fratelli d’Italia, quanti voti porterà via loro, così come alla Lega di Salvini che lo aveva premiato con il titolo di vicesegretario, molto più interessante intuire che tipo di magnete socio-antropologico in questo momento l’uomo rappresenti, quindi quanta limatura di ferro cosiddetta identitaria riuscirà ad attrarre nella convinzione di presentarsi come concessionario unico di una realtà politica marcatamente di destra estrema, affiancandosi alla Afd presente in Germania e al Rassemblement national di Jordan Bardella in Francia, magari lungo le vie di un nuovo impero pronto a ravvisare nella Russia di Putin un modello possibile. E il fantasma dei migranti come spettro da agitare.

Visto da vicino, Vannacci, si è detto, sembri assomigliare al classico iscritto di circolo nautico o magari tennistico, c’è da immaginarlo in accappatoio mentre esce dalla doccia dopo aver terminato un doppio o fatto alcune vasche in piscina, restituendo così il racconto di una medietà per l’appunto da diportista. Non è da escludere neppure che possa risultare “piacente” alle signore pronte a immaginarlo in lotta, se non proprio contro l’Idra rossa, come accadeva nelle raffigurazioni anti-comuniste degli anni 30, magari con i cinghiali che talvolta appaiono nel paesaggio cittadino romano residenziale, ecco, sì, c’è proprio da figurarselo mentre placca un cinghiale sul Grande Raccordo Anulare o alla Camilluccia: Vannacci così Salvatore della Patria e adesso anche della circolazione, della libera circolazione stradale. Vannacci certamente piace anche ai complottisti, gli stessi che sicuramente hanno transitato in passato sotto i gazebi del Movimento Cinque Stelle, già infatuati di Beppe Grillo, e infine delusi, ma adesso finalmente certi di avere trovato un nuovo approdo: Vannacci, forte di un’affermazione quale: “Non accamperei diritti. I gay se vanno in ospedale li curano, e in strada possono guidare”, così rivolto a Lilli Gruber che, pensando alle sue carenze sulla questione LGBTQ+ gli domanda: “E se lei fosse gay?”

Non sembri un dettaglio, ma anche il suo cognome si presta al compimento dell’opera identitaria, come già nel caso di Farinacci, di Bombacci, e ancora di Catenacci, il gerarca fascista immaginario messo al mondo delle parodie da Giorgio Bracardi. Il nostro paese non si è mai davvero rassegnato alle ragioni del gioco democratico, custodendo da sempre ogni genere di spinte centrifughe, pronte a fluttuare verso la destra, possibilmente estrema, e quindi a suo modo, come già Mussolini, Vannacci appare, agli occhi di alcuni, al momento, l’uomo del destino elettorale. Vannacci come un nostro cognato che avremmo preferito non avere al cenone di Natale al nostro stesso tavolo, lui e i suoi discorsi sulla remigrazione al momento del tiramisù.

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Tutta la politica si sta spostando a destra: un’assemblea pubblica per fermare e invertire questa tendenza

Il dibattito in Parlamento in vista del vertice europeo del 18 e 19 giugno è stato disarmante, non per qualche coraggiosa iniziativa di pace ma per il pressappochismo e il servilismo del governo, le ipocrisie e le doppiezze dell’opposizione. Tutto si è ridotto alla polemica spicciola preelettorale. Nessuno ha proposto scelte nette e chiare, per la semplice ragione che ogni scelta vera oggi metterebbe in discussione la collocazione internazionale del nostro paese, quella che un tempo veniva definita “euroatlantica”.

Si deve restare nella Nato e non si devono mettere in discussione i trattati dell’Unione Europea; si è contro Trump – Meloni non riesce a nominarlo – ma si resta “ storicamente” alleati degli Usa; si attacca Netanyahu – Meloni si ferma a Ben Gvir – ma non si decide la rottura con Israele. Per Meloni non bisogna isolare lo Stato israeliano e per Schlein bisogna agire in Europa, dove tutti sanno che non si farà nulla.

Siamo di fronte a un teatrino che recita sopra il baratro; e le posizioni pacifiste non contano nulla perché poi vale il principio dell’alleanza coi guerrafondai. Il M5S e AVS si dichiarano contro l’invio di armi in Ucraina, ma poi stanno saldamente assieme al Pd, che invece lo ripropone e anzi lo rilancia, aggiungendo il sì all’entrata dell’Ucraina nella Ue, che non allarga l’Unione Europea ma la guerra alla Russia. Quanto ai brontolamenti della Lega, non ce n’è traccia nelle mozioni e negli atti del governo, come ricordano tutti i ministri.

Ci sono anche i più realisti del re: perché Starmer, che ha una popolarità del 2%, non invita Meloni con Merz e Macron, altri amatissimi nei loro paesi? E Meloni risponde: noi siamo il centro del mondo, forti in particolare delle relazioni con Edi Rama, contro cui è in piazza tutto il popolo albanese.

In questa nullità un solo dato politico è davvero emerso: l’inseguimento a destra delle due leader dei partiti più grandi. Giorgia Meloni ha attaccato frontalmente il partito di Vannacci, accusandolo di fare il gioco della sinistra, copiando così un mantra che avevamo sentito per decenni nel campo avverso: loro sono uniti se non stiamo tutti assieme, facciamo il loro gioco. Per la legge del contrappasso, oggi Giorgia Meloni usa a destra la propaganda tradizionale della sinistra di governo.

Per annullare Vannacci il governo Meloni dovrà spostarsi ancora più a destra contro i migranti, assisteremo nei prossimi mesi a una gara di propaganda tra chi la spara più grossa sulla remigrazione, alimentando quel clima xenofobo i cui effetti stanno esplodendo già in Gran Bretagna.

Elly Schlein non dovrebbe avere di questi problemi, ma invece anche lei deve inseguire. L’uscita dal partito di Pina Picierno e altri centristi magari non avrà rilevanza sul piano elettorale, però ha posto un problema di affidabilità euroatlantica della leadership del Pd. I tanti “riformisti” rimasti nel partito ora pretendono posizioni che tolgano spazio ai centristi. Così nel dibattito parlamentare il Pd di Schlein ha scavalcato a destra Meloni, con l’esaltazione della Difesa Comune Europea, che se presa sul serio costerebbe di più del riarmo Nato. E per il Pd è anche intervenuto Piero Fassino, esponente di quella ossimorica “sinistra per Israele”, che con Delrio al Senato ha votato l’equiparazione per legge dell’antisionismo con l’antisemitismo.

Del resto in Europa il Pd è schierato totalmente con Ursula von der Leyen e nel suo gruppo dirigente ci sono persone di fiducia e di potere referenti della Nato, cosi come dell’industria militare. Conte ha un bel dichiarare che quando sarà al governo taglierà le spese militari, non potrà farlo assieme al Pd.

Ciò che segna il dibattito parlamentare di questi giorni è il trascinamento a destra di entrambi gli schieramenti. Quello di governo per togliere a Vannacci la bandiera della persecuzione ai migranti e della remigrazione. Quello del campo largo per togliere a Picierno e Calenda la bandiera della Nato e pure quella di Israele.

Il tutto nella sempre più diffusa consapevolezza che, qualunque dei due schieramenti governi, nulla di sostanziale è destinato a cambiare, perché oggi la politica estera decide della politica interna, ne delimita i vincoli politici, economici e sociali. Per superare l’economia di guerra bisogna uscire dalla guerra, per far salire i salari devono scendere le armi. Cioè ci vuole un’altra politica internazionale. Ma sulla politica internazionale le posizioni di Meloni e Schlein, polemicamente, coincidono.

Potere al popolo ha convocato un’assemblea il 14 giugno a Roma per mettere in discussione la marcia verso destra di tutto il sistema politico italiano. Vogliamo costruire un campo politico a sinistra che sia indipendente dal centrosinistra, che sia davvero per il ripudio di guerra e imperialismo e per il disarmo, per l’eguaglianza sociale senza distinzioni etniche e razziali, per il sistema pubblico contro quello del profitto. Se ce la faremo, fermeremo e invertiremo l’inseguimento a destra.

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Bersani a La7: “Meloni piange i bambini nel bosco e tace su 17mila bambini ammazzati a Gaza. La sinistra reagisca”

A distanza di quasi due anni dalla querela subita, Pier Luigi Bersani torna a misurarsi con Roberto Vannacci e con le sue tesi più controverse. L’ex segretario del Pd, ospite di Otto e mezzo (La7), ricostruisce brevemente la vicenda giudiziaria che lo ha visto contrapposto al leader di Futuro Nazionale, trasformando l’intervento in una riflessione più ampia sulla necessità di una “battaglia delle idee” nel Paese.

Vannacci mi querelò – esordisce Bersani – e la magistratura sciolse l’enigma ritenendo che io avessi fatto una similitudine, non una metafora: una sentenza raffinatissima”. La similitudine contestata, e poi giudicata legittima dai giudici, era questa: “Così come sarebbe disdicevole dare del coglione a un generale, altrettanto disdicevole sarebbe dare della normale a un omosessuale”. Una provocazione che, secondo l’ex ministro, metteva in luce l’assurdità di considerare l’omosessualità come una devianza dalla norma.

Vannacci, prosegue Bersani, “come anche ieri, cerca di salvarsi in corner, trovandosi l’alibi del vocabolario, lo “Zingaretti” là”. Il riferimento è ironico e allude alla gaffe commessa da Vannacci la sera precedente nello stesso studio, quando aveva parlato di “dizionario Zingaretti” invece di “Zingarelli”. Bersani non nasconde il sarcasmo: “Io gli consiglio di trovare un alibi più forte parlando di “finocchi”, perché troverà sul dizionario la definizione seguente: “erbaceo di cultura mediterranea”. Lui pensa che siamo tutti qua dei bambini deficienti“. Ma oltre il dettaglio lessicale, Bersani avverte che le parole di Vannacci sui gay non vanno sottovalutate: “Quando uno dice “i gusti degli omosessuali” sta rimuovendo decenni di cultura diffusa che ha portato a dire che l’omosessualità è una condizione, non è un gusto. Perché se tiri la parola gusto, guarda che puoi arrivare lontano”.

Poi rivolge un richiamo severo alla sinistra: “In questi anni, quando abbiamo sentito delle enormità al bar, non abbiamo reagito. E prima dei fatti vengono le idee, perché non ci sarebbe Trump se non ci fosse l’ideologia Maga, e non ci sarebbe stato neanche Mussolini se Marinetti dieci anni prima non avesse detto che la guerra è la sola igiene dei popoli“.
Per questo, oggi “ci vuole una battaglia delle idee, e c’è Vannacci che ce le rende chiare”. Idee, sottolinea, “radicate in tantissime parti in questo paese, che propongono la gerarchia fra gli esseri umani, uno sopra l’altro sotto” e che vanno combattute con determinazione.

La riflessione di Bersani si chiude con una stoccata alla presidente del Consiglio e alla destra di governo: “La Meloni si commuove per i bambini nel bosco e non dice nulla di 17mila bambini ammazzati a Gaza”. Per l’ex leader del Pd è arrivato il momento di svegliarsi: “Noi dobbiamo reagire a questa cosa qui, è ora di una battaglia delle idee. Poi il resto lo si vede”.

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Travaglio a La7: “Vannacci? Sui gay parla come il disadattato al quinto grappino al bar. E ci sono boccaloni che gli credono”

“Le dichiarazioni di Vannacci sui gay? Ti scioccano esattamente come quando vai al bar e c’è il disadattato al quinto grappino che dice le stesse cose, con l’aggravante che questo è europarlamentare e leader di un partito”. Così a Otto e mezzo (La7) il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, risponde alla conduttrice Lilli Gruber che definisce “scioccanti” le frasi pronunciate dal leader di Futuro Nazionale nella puntata precedente del talk show politico (“Se fossi gay, non accamperei diritti. I gay in Italia hanno tutti i diritti: se vanno all’ospedale li curano, possono guidare, se vanno a scuola ricevono insegnamento”).

Travaglio osserva: “Se Vannacci pensa di convincere gli italiani a votarlo perché il loro principale problema è che i gay, oltre a guidare la macchina, vorrebbero anche altri diritti, credo che ne prenderà pochi di voti. I problemi degli italiani in questo momento non sono più nemmeno quelli dell’immigrazione, perché sono stati scavalcati da urgenze sociali e salariali, per quelli che hanno la fortuna di avere un lavoro naturalmente – continua – C’è un problema di redistribuzione e di diseguaglianze. C’è la gente che urla di smetterla di comprare armi e di mandarle all’Ucraina, che vuole che il governo si occupi di sanità, di scuola, di investimenti, di creare posti di lavoro, di opere utili al posto delle opere inutili. E su tutto questo vedo un po’ sguarnito Vannacci“.

Il direttore del Fatto spiega i motivi del successo di Vannacci nella destra: “Intanto, è nuovo, mentre gli altri sono logori. E soprattutto non ha responsabilità di governo, quindi non deve confrontarsi né con le normative europee, né con le leggi italiane, né con la Costituzione italiana. Può parlare come se fosse al bar finché è in questa posizione. La remigrazione? Noi ci spaventiamo di questa parola, ma non è altro che l’espatrio e l’espulsione, previsti dalla nostra legge e da tutte le leggi europee fin dalla Turco-Napolitano“.

Ma sottolinea: “Il problema è che non c’è mai riuscito nessuno, perché è come svuotare il mare col cucchiaino: ci vogliono troppi soldi, troppi charter, troppi agenti, troppi accordi con i paesi d’origine che non vogliono riprendere indietro i migranti. Possibile mai che tutti i governi di centro, di destra, di sinistra, tecnici, non tecnici, di sopra e di sotto, ci hanno provato e non ci sono riusciti e arriva lui che ci riesce? – sottolinea – Vannacci cita Trump, ma non c’è mica il mar Mediterraneo tra gli Stati Uniti e il Messico.I paesi del Centro America hanno un rapporto di vassallaggio col padrone americano, non è certo lo stesso rapporto che c’è fra l’Italia e tutti i paesi da cui provengono i nostri migranti”.

Travaglio ribadisce:. “Il problema è metterlo di fronte alle responsabilità se, mi auguro di no, e quando le avrà. C’è una quota di boccaloni di stomaco piuttosto forte, che sono disposti a pensare che il problema è perché non c’è Vannacci al posto della Meloni. Ma è la remigrazione è come ‘i porti chiusi’ o il blocco navale o i Cpr in Albania. Le abbiamo viste provare tutte, non hanno funzionato. Sarà perché la Meloni è diventata di sinistra e buonista o perché non si può? Questo è il tema. Per cui Vannacci in questo momento è fortunato: non governa. E siamo fortunati anche noi“.

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Vannacci vs Gruber, l’aperitivo milanese per tifare il generale in tv: applausi agli attacchi a Salvini e difesa della famiglia “naturale”

Vannacci vs Gruber, come un match sul ring. “Ma non è stato uno scontro pari, erano in due contro uno” dice un sostenitore di Futuro nazionale. A incalzare il generale, in studio, c’è la nota conduttrice del programma di La7, ma anche la collega Lina Palmerini. “Hanno fatto una figura pessima” è il commento dei presenti, “Vannacci ha vinto”. Difficile aspettarsi una sentenza diversa.

A scaldare gli animi sono soprattutto due momenti. Il primo è quando Gruber accusa Vannacci, più o meno velatamente, di aver approfittato del “taxi” della Lega per avere visibilità – le elezioni europee del 2024, la nomina a vicesegretario del partito – e da lì, poi, aver fondato il proprio partito. Quando il generale fa notare che è vero il contrario, vale a dire che è stato Matteo Salvini ad aver beneficiato della sua candidatura (Vannacci portò a casa oltre 550mila preferenze), è scattato l’applauso.

Insulti alla giornalista, invece, quando lei fa notare, dopo lo scontro col generale sulla comunità Lgbtq+, che “la famiglia naturale non esiste più da un po’ di tempo”. E qui tanto i delegati di Futuro nazionale quanto i sostenitori la pensano come il generale. Cioè “le coppie gay rappresentano una piccola percentuale della popolazione, per questo, come dice Vannacci, non sono normali, perché non sono la normalità”. Qui il racconto della serata.

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“Vannacci fascista? È un complimento”: all’aperitivo per il generale c’è il “Barone nero” Jonghi Lavarini. I sostenitori di Futuro nazionale: “Meloni e Salvini hanno fallito”

“Il mio cuore era per il Capitone. Sì, Matteo Salvini, proprio lui. Ma dopo l’esperienza Draghi mi sono sentito tradito. Da lui e da tutta la destra. Io, per esempio, non mi sono mai vaccinato“. Amedeo ha 26 anni, polo nera, eloquio rapido. È uno dei pochi sostenitori di Roberto Vannacci che si presenta alla serata organizzata al parco Verga, periferia Nord di Milano: è l’aperi-Vannacci, cioè ritrovo, visione comune di Otto e mezzo, col generale ospite di Lilli Gruber, poi dibattito. Quasi tutti gli altri, infatti, sono delegati che sabato e domenica saranno a Roma per la nascita ufficiale di Futuro nazionale. Vale a dire: persone che politica l’hanno già fatta. Amedeo, si capisce, viene dall’estrema destra – nonostante una piccola parentesi in Forza Italia ma “solo per costituire le liste elettorali per un amico”, spiega – e vorrebbe vedere “dissanguati” da Fn “gli attuali partiti che sostengono il governo”. Giorgia Meloni e quello che lui chiama “Capitone” non li può più vedere.

Deluso è anche Emanuele Ajello, 36 anni. Lui sì totalmente a digiuno di politica, eppure dice chiaro e tondo che “la presidente del Consiglio ha fallito”. Perciò ha fondato un comitato di Fn a Milano – uno dei 13 per ora presenti – e sabato sarà a Roma per l’assemblea costituente. L’uomo di punta – e di riferimento per Vannacci nel capoluogo lombardo – è Massimiliano Bastoni, ex consigliere regionale della Lega, ora eletto nel “parlamentino” composto da cento persone che contribuirà a redigere le linee guida per la nascita di Futuro nazionale. Il suo nome è stato indicato come possibile candidato di Fn alle amministrative di Milano del prossimo anno. Ma è lui, in prima persona, a smentire: “Se il centrodestra continua a mantenere certe posizioni, andremo da soli con un nostro candidato, ma non sarò io. Si stanno valutando diversi profili”. Lo stesso ragionamento vale per il nazionale. Continua Bastoni: “Un entusiasmo così è forse paragonabile a quando Silvio Berlusconi aprì i circoli di Forza Italia. Nell’arco di pochi mesi siamo arrivati a 100mila iscritti, è un risultato incredibile. Nel nostro comitato ci sono persone provenienti da tutti i partiti, dalla Lega a Fratelli d’Italia, ma anche dal Movimento 5 stelle. Ci sono poi tante persone che si erano astenute, non è vero che Vannacci attira solo elettorato di estrema destra. La definizione è sbagliata, il nostro partito è trasversale“.

A movimentare la serata ci pensa Roberto Jonghi Lavarini, detto il “Barone nero“, volto noto nella galassia nera di Milano (con una condanna, nel 2020, per apologia di fascismo). “Vannacci fascista? Ma è un complimento, a me lo dicono sempre e li ringrazio” ci dice. Poi aggiunge: “Ma il fascismo purtroppo non esiste più. Noi di estrema destra? Se vuol dire che siamo estremamente coerenti, estremamente chiari ed estremamente patriottici, allora sì, siamo di estrema destra”. Jonghi Lavarini, peraltro, non ha dubbi: “Vannacci è destinato a diventare presidente del Consiglio. Non l’anno prossimo, ma al giro successivo sì”. Ma quando arriva Sylvie Lubamba, showgirl ed ex modella di origini congolesi dal passato giudiziario turbolento, si defila (rivolgendole, non sentito, un epiteto non proprio da gentiluomo). “Sono qui per dimostrare che Vannacci non è razzista” dice lei, che qualche anno fa tentò di entrare nelle grazie di Salvini. Intanto Renato Maturo, altro delegato di Fn, mostra i messaggi sul telefono: “Guardi, mi contattano ogni giorno sconosciuti per entrare nel partito”.

Il refrain tra i tavoli, prima che inizi il dibattito televisivo, è lo stesso: “Meloni e Salvini hanno fallito, ora serve una destra più pura, più capace”. E perché dovrebbe riuscire Vannacci dove gli altri hanno fallito? Curiosamente rispondono tutti la stessa cosa. Lo fa Sergio Flores, bossiano della prima ora, poi salviniano, ora fondatore di un comitato e delegato a Roma: “Vannacci dice le cose che pensiamo tutti noi. Ha un passato da militare, da generale, è abituato a mantenere la parola data”. E lo fa Luigi Stracuzzi, ex Forza Italia, delegato di Bergamo: “È un generale, ogni tanto ci vogliono i generali”. Lo pensa anche Ajello: “Il generale è l’unico leader che può farcela. Ma non solo in Italia, ha la caratura per essere un leader internazionale”. Intanto i numeri del partito corrono: 100mila iscritti, 11mila solo in Lombardia. L’obiettivo, nemmeno troppo celato, è la doppia cifra alle elezioni politiche del 2027.

Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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Laura Ravetto (Futuro Nazionale) contro Meloni: “Questo governo ha tradito la fiducia degli elettori, smentite voi stessi”

“Noi non votiamo la fiducia al governo, non per fare un favore alla sinistra, ma perché questo governo ha tradito la fiducia degli elettori ed è chi tradisce il programma del centrodestra con cui è stato votato che fa un favore alla sinistra”. Così in Aula Laura Ravetto, deputata di Futuro Nazionale ex deputata leghista, ha attaccato Giorgia Meloni rispondendo alle parole della premier contro i vannacciani che aiuterebbero la sinistra non votando la fiducia al governo. “Il monito lo rivolga ai partiti alleati”, ha aggiunto Ravetto. “Pur di non darci ragione – ha sottolineato – e di non dare ragione a Vannacci state smentendo anche voi stessi”.

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Vannacci che giustifica tutto col consenso? Anche Hitler aveva vinto le elezioni

di Massimo Santantonio

Ho assistito alla partecipazione di Roberto Vannacci al programma della Gruber. Due cose in particolare mi hanno colpito.
La prima è la sua bizzarra e pericolosa definizione di “estrema destra”. Il generale sostiene che non si possa definire come tale un partito, un gruppo, che abbia consenso ampio. Cita in proposito la tedesca AFD, accreditata dai sondaggi al 30% se non vado errato. Secondo questo ragionamento, il consenso giustifica tutto: come se Hitler non fosse andato al potere vincendo le elezioni. E giustifica il fatto che, se accompagnato dal consenso, un leader possa ispirarsi apertamente al nazismo, o da noi al fascismo, del quale Vannacci è un dichiarato sostenitore. E, in caso di successo elettorale, possa conseguentemente cercare di metterne in atto i principi, pur cambiandone un secolo dopo le forme esteriori (avete mai visto La Russa indossare la camicia nera e brandire un manganello?).

È il famoso, nefasto, concetto secondo il quale Berlusconi giustificava tutti i suoi osceni tentativi di piegare la Giustizia ai suoi interessi col fatto di avere il consenso del “popolo” e di averne la certificazione attraverso la sua elezione. Stessa cosa con Salvini, che in costume da bagno invocava “pieni poteri”.

L’altro argomento che mi ha disgustato è quello riguardante i diritti delle persone con orientamento sessuale che lui giudica “anormale”. Il generale, nell’affermare che non toglierebbe alcun diritto civile quale il voto a questi suoi connazionali – bontà sua – dimentica un fatto fondamentale. La sua dichiarata omofobia, suffragata da espressioni quali “anormali” e da battute idiote come quando disse beffardo “ma che in caso di guerra ci mandiamo quelli del Gay Pride?”, è quella che definisce l’ambiente tossico nel quale spesso si trovano queste minoranze. Ambiente in cui può prosperare impunito il bullismo a scuola, la discriminazione anche all’interno della stessa famiglia, la vergogna. Con situazioni che possono anche indurre le persone più fragili a gesti estremi.

Essere fascisti vuole anche dire perpetuare queste discriminazioni, in nome del maschio virile e guerriero.

Che pena, e che disgusto per quanti – e in Italia sappiamo essere numerosissimi – stanno entusiasticamente arruolandosi nel miserabile esercito di Vannacci.

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Bergamini la trottola: dalla Lega a Forza Italia a Vannacci. “Non sono un rifiuto parlamentare”. Candiani (Lega): “Futuro nazional-personale”

Tecnicamente un voltagabbana o un trasfugo. Un cambio di casacca, tra i tanti, ma più clamoroso di altri. E’ la storia di Davide Bergamini. Sul finire dello scorso gennaio l’annuncio del passaggio del deputato dalla Lega a Forza Italia. Virgolettati mai smentiti e riportati da varie testate erano eloquenti sulle regioni del passaggio dal partito guidato da Matteo Salvini a quello capitanato da Antonio Tajani. “Passo dalla Lega a Forza Italia per non farmi trascinare a destra da Vannacci“. Oggi spiega con altre parole: “Uscii dalla Lega per contraddizioni interne”. Contraddizioni che lo portarono nel partito più moderato della coalizione. Deputato e sindaco di un piccolo centro nel Ferrarese annunciava fiero: “La posizione estremista nelle nostre terre ora incontra un muro”. Superato il muro, Bergamini cinque mesi dopo è in Futuro Nazionale. Dunque nel partito più a destra del panorama di centrodestra all’interno del Parlamento.

Ieri sera, ospite di Ottoemezzo Roberto Vannacci, ha parlato della sua truppa parlamentare come di una “sporca dozzina” e di “rifiuti degli altri partiti“. “Io non mi sento un rifiuto parlamentare – afferma Bergamini – facente parte della sporca dozzina sì, ma un rifiuto parlamentare direi di no. E’ stato probabilmente interpretato non nel modo giusto che voleva essere trasmesso. Il ‘generale’ con la sporca dozzina porterà a casa sicuramente risultati importanti per gli italiani”. Stefano Candiani, leghista di ferro, commenta tra l’ironia e l’amarezza: “Forse si tratta di futuro nazional-personale”.

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Vannacci esce vincitore dallo studio di Lilli Gruber perché il calcio di rigore gliel’ha servito lei

Diciamocela tutta: se la puntata di Otto e Mezzo di ieri sera fosse stata una partita di calcio (e per alcuni lo è stata), il tabellone segnerebbe 0-1. Non una goleada. Un gol su calcio di rigore, perché il rigore lo ha fischiato la Gruber da sola, da sé, con le sue mani e Vannacci ha segnato.

Vannacci esce meglio di come è entrato. Ma non grazie a chissà quale performance straordinaria, era teso, si vedeva: dice bene Patrick Facciolo nella sua analisi sulla prossemica del generale, è la sua prima nel teatro (televisivo), non è Matteo Renzi, non è un animale politico, dà il meglio in birreria o davanti ai commilitoni, non sotto i riflettori di La7.

Esce meglio perché Lilli Gruber gli ha servito sul piatto, uno dopo l’altro, i temi su cui lui è forte. L’emigrazione, i diritti Lgbtq+, la normalità (su cui lui gioca con il significato, a un certo punto dice “datemi uno Zingaretti” riferendosi erroneamente al dizionario Zingarelli probabilmente).

Persino la questione delle quote di genere. Ogni domanda era un campo aperto, e lui, con il suo stile schietto, asciutto, da militare ultra decorato che non sembra curarsi di piacere a tutti, ci ha messo il piede dentro con naturalezza. Non ha vinto il confronto. Ha vinto il campo.

Salvatore Merlo, su Il Foglio, ha parlato di “effetto Gruber”. Io di effetto Streisand avevo già scritto quando il libro scalava le classifiche Amazon prima ancora di scalare i sondaggi. Effetto Gruber però tutto da dimostrare, comunque. Vannacci è già in ascesa per conto suo, non nasce da una puntata televisiva e non muore per una brutta intervista. Semmai, la domanda è: quanto ha accelerato?

Lo vedremo nelle prossime settimane. Vediamo se qualche clip dell’intervista di ieri diventi virale (che è la vera cifra del successo e della popolarità dell’intervista). Facciamo attenzione a questo, perché è ovvio che non tutti hanno guardato la puntata in tv ieri sera.

Sul vestire – altra cosa che molti hanno notato – il generale non bada e in studio si presenta con una camicia a righe verticali sbottonata, e fa bene perché resta nel personaggio. Lui è un militare ultra decorato: se interpreta i pensieri della destra, lo fa con una credibilità che un politico di professione non avrà mai. Non recita una parte, la parte ce l’ha cucita addosso da decenni. È il Gladiatore: quella postura l’ha studiata, quei gesti, quel modo di stare nello spazio che sembra Russell Crowe nel film. L’arena, la folla, il condottiero.

Che piaccia o no, funziona, perché è archetipico. E funziona anche con chi non voterebbe mai FdI o Lega. Lo spiegava Pagliaro in trasmissione commentando i dati Demopolis: Vannacci attrae elettori che vanno oltre il bacino tradizionale della destra identitaria. Vota di pancia, la gente, sospende il giudizio razionale. E il discorso di Vannacci, che lo si voglia ammettere o no, fila.

È lakoffiano (George Lakoff fu l’autore del concetto di frame) senza saperlo: padre di famiglia premuroso, ordine, semplicità, identità. Arriva dritto, senza mediazioni, parla un buon italiano frutto di buone scuole (maturità scientifica e Accademia di Modena), senza il carico di linguaggio codificato che la sinistra si porta dietro come un guscio di una lumaca.

La sinistra (rappresentata in studio dalla Gruber) ha perso la scena non perché Vannacci fosse brillante, ma perché si è presentata con gli strumenti sbagliati. In studio c’era anche la giornalista del Sole 24 Ore Lina Palmerini, e a un certo punto sembrava quasi “donne contro uomini”, femminismo contro patriarcato. E lì Gruber ha perso definitivamente il filo. Perché certi temi, le quote rosa, l’alternanza di genere alle elezioni, tutta la grammatica woke, stonano persino a sinistra, figurati per la maggioranza degli italiani tradizionalisti.

Ricordiamoci che il primo presidente del Consiglio donna in Italia lo ha espresso la destra. Se hai costruito per anni meccanismi di alternanza, quote, parità di genere e poi la prima donna a Palazzo Chigi arriva da Fratelli d’Italia ex Msi, il discorso viene meno.

Vi ripeto: ieri non è stata una grande partita, alle elezioni manca ancora molto e sicuramente riapparirà in tivù dalla stessa Gruber o in un’altra importante trasmissione. Il suo discorso è pericoloso ma funziona, perché non è un populismo qualsiasi: è turbo-populismo, c’è il concreto rischio che il suo partito diventi l’AfD italiana. C’è un condottiero, c’è una narrativa, c’è un nemico riconoscibile (lo straniero, l’altro, il diverso). E la sinistra purtroppo non ha ancora un antidoto.

Non ce l’ho io la ricetta, per carità. Ma so che se continui ad appiattire il tuo discorso sui diritti civili, perdi. Se rimani sul tema immigrazione con il linguaggio che hai usato finora, perdi. Non perché quei temi non contino, contano eccome, ma perché stai giocando in casa sua, con le sue regole, sul suo campo con i suoi frame.

I sondaggi adesso lo danno intorno al 5%. Io non ci credo. Ha già superato il 10, nella testa della gente. Poi si vedrà se si fermerà sotto il 20 o andrà oltre, è ovvio che peseranno i sondaggi per fare decidere il generale per un’alleanza con la destra o meno.

Lo 0-1 di ieri sera è però recuperabile. La goleada, per ora, non c’è stata. Ma la sinistra deve smettere di regalargli i rigori.

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Gruber non ha puntato sulla questione sociale: così Vannacci è destinato al trionfo

Esattamente come accadde negli anni Trenta del Novecento, c’è soltanto uno scenario che può favorire l’esplosione vittoriosa di un personaggio ambiguo, reazionario, ideologicamente aggressivo e centrato sull’individuazione di categorie umane da colpire o comunque discriminare (immigrati, omosessuali, individui che non si riconoscono nella sessualità binaria, etc.), nonché nazionalista spinto, quale è Roberto Vannacci.

È bene sapere che quell’unico scenario che può vederlo trionfare è esattamente lo stesso in cui ci troviamo oggi: possiamo definirlo lo scenario del degrado che lo circonda. Un degrado politico, culturale, socio-economico. Lo si è potuto osservare in forma icastica durante la trasmissione condotta da Lilli Gruber su La7, cioè Otto e mezzo.

La conduttrice pensava di avere gioco facile nell’evidenziare le posizioni quantomeno discutibili del Generale, incalzandolo – peraltro in maniera sguaiata – fondamentalmente sui diritti civili: gay, quote rosa e questione femminile in genere, immigrazione etc. Fino alla domanda clou: “Ma se una delle sue figlie le rivelasse di essere gay?”.

Siamo dalle parti dell’avanspettacolo e poco più. Buono per l’audience della trasmissione su La7 – di cui infatti non si discute l’efficacia – ma rovinoso sul piano politico.

Sì, rovinoso. Innanzitutto perché Vannacci – al di là delle sue posizioni discutibili (ma quali non lo sono?!) – è persona educata e cortese, doti con cui ha gioco fin troppo facile nel replicare con buon senso, mettendo in evidenza quelli che sono i deliri ideologici di una élite radical chic piuttosto lontana dal sentimento e dalle problematiche quotidiane della gente comune (sull’immigrazione, ma anche su questioni rispetto alle quali è lecito nutrire dubbi e consentirsi dei limiti logici, come sulle quote rosa o sui diritti da accordare a ognuna delle categorie della coloratissima galassia Lgbtq+).

Ma soprattutto rovinoso – l’avanspettacolo televisivo – perché totalmente incurante della questione sociale. Sì, i diritti sociali fatti a brandelli nel nostro tempo sciagurato sono quelli che davvero colpiscono il benessere, le possibilità e la dignità delle persone (alcune delle quali rientrano nelle stesse categorie fatte oggetto di contesa dalla Gruber).

Similmente a quanto accadeva negli anni Trenta, infatti, ci troviamo di fronte a uno scenario sociale in cui una élite privilegiata di tecnoliberisti incamera profitti esorbitanti e moralmente vergognosi, tantopiù perché ottenuti facendo carne da macello dei lavoratori e in generale dei diritti delle classi sociali subalterne. Tutto ciò nella totale incapacità manifestata dalle forze progressiste di profilare scenari alternativi, credibili e percorribili al fine di realizzare un modello sociale alternativo a quello vigente.

Sempre tutto ciò, anche in mezzo al degrado culturale di mass media perlopiù genuflessi e acritici rispetto a un potere governativo o privato che li tiene in vita aspettandosi un tornaconto. Potere politico, fra le altre cose, sul cui degrado etico e culturale si sono raggiunti livelli imbarazzanti e distruttivi, ma del resto servono proprio così al vero potere del nostro tempo, quello tecno-finanziario.

Ma anche in mezzo al degrado di una classe intellettuale largamente ripiegata su se stessa, chiusa nelle torri eburnee di accademie in cui si fa carriera fra concorsi truccati e prestabiliti, cooptazioni all’insegna della mediocrità tramandata, disimpegno pubblico anche per mancanza di connessione reale coi problemi effettivi delle persone.

Poi accendi la televisione, e vieni catapultato in una sorta di teatrino dell’assurdo, in cui la presentatrice finto progressista di turno incalza il bruto reazionario sulle quote rosa, sull’apocalisse omosessuale, su come farebbe (poverino!) se scoprisse che una figlia è gay, sul razzismo contro gli immigrati, salvo sorvolare sul fatto che, nel frattempo, gli immigrati che lavorano vengono sfruttati brutalmente a livello economico, da un sistema sociale abbrutito, con la complicità indiretta di una Sinistra troppo impegnata a godere dei colori dell’arcobaleno per considerare che lo stesso è visibile proprio perché in realtà sta piovendo.

Vannacci, come ha fatto la Destra attualmente al governo prima di lui, strumentalizza le vittime del sistema (gli immigrati, in questo caso) per fomentare un popolo in larga parte impoverito, spaventato e in una condizione di profondo disagio esistenziale. Ma non è cosa molto diversa da quanto fa la Sinistra, difendendoli solo formalmente ma lasciando sussistere un sistema che li sfrutta e, quindi, facendo loro un danno, oltre a esacerbare l’esasperazione dei cittadini italiani.

In un contesto siffatto – con la Destra al governo che ormai ha mostrato tutta la sua accondiscendenza verso i poteri forti, pari soltanto alla sua incompetenza o comunque non volontà di occuparsi del popolo e della giustizia sociale – sarebbe un errore imperdonabile quello di sottovalutare il partitino ancora in embrione del prode Generale.

Accadde in questa maniera negli anni Trenta del Novecento, ed è davvero un attimo che lo scenario si ripeta sotto agli occhi dei contemporanei. Cioè che i tantissimi insoddisfatti della politica (tra cui il 50% di elettori non votanti) ricerchi per disperazione la soluzione nel generale Vannacci. Una figura politicamente riprovevole, a mio avviso, destinata a trionfare in uno scenario ancora più riprovevole.

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Scontro tra Vannacci e Gruber sulla remigrazione. “A lei piacciono i clandestini”. “Non dica sciocchezze”

Scontro incandescente aOtto e mezzo(La7) tra Lilli Gruber e Roberto Vannacci sulla remigrazione, uno dei cavalli di battaglia della proposta politica del fondatore di Futuro Nazionale.
A una domanda diretta della conduttrice, l’europarlamentare spiega che andrebbero rimpatriati i clandestini, includendo anche coloro ai quali è scaduto il permesso di soggiorno.
Gruber insiste sul piano pratico: “Ma come facciamo a remigrarli? Per rimpatriarli ci vogliono gli accordi bilaterali con i Paesi”.
Vannacci replica che gli accordi esistono già “con quasi tutti i Paesi” di provenienza degli immigrati, ma che non vengono applicati. Quindi, chiama in causa Forza Italia, più volte evocata polemicamente dal politico nel corso della trasmissione: “Il problema è che poi in Europa c’è qualcuno che fa parte di questa alleanza di centrodestra che quando c’è da votare l’implementazione degli accordi di rimpatrio, vota contro“.
Il leader di Futuro Nazionale entra poi nel merito della sua proposta, sostenendo la necessità di realizzare “tantissimi” Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri) destinati a chi, dopo ripetuti decreti di espulsione, continua a permanere sul territorio nazionale.

“Quindi li mettiamo in galere a cielo aperto – osserva Gruber – Ma se non abbiamo accordi bilaterali con i Paesi d’origine come facciamo?”.
Vannacci richiama allora il decreto europeo sui Paesi sicuri: “Possiamo portare queste persone in un Paese terzo, considerato sicuro, e da lì potranno essere accompagnate nel Paese di origine. L’importante è che non stiano da noi. Le piace come soluzione?“.
La conduttrice non nasconde il proprio dissenso: “No, guardi, io sono per una soluzione molto rigorosa. Sono per il governo del fenomeno dell’immigrazione, non per gli slogan vuoti con promesse irrealizzabili, come anche la sua remigrazione“.
“Lo dice lei che sono proposte irrealizzabili – ribatte Vannacci – Noi invece così governiamo il fenomeno dell’immigrazione. Il presidente Trump ha remigrato due milioni di persone in due anni, di cui un milione e mezzo volontariamente. Quindi è possibile e fattibile”.
Gruber accoglie con scetticismo i numeri citati dal politico: “Veramente quelli sono dati forniti dall’ex ministra di Trump”. Il riferimento è all’ex segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem, silurata dal presidente degli Stati Uniti nel marzo scorso.
Sono dati ufficiali – replica Vannacci – Lei ha altri dati? Clandestini?”.
“Non ho altri dati perché non sto in America”, risponde la giornalista.
Ma le piacciono i clandestini, quindi magari anche i dati clandestini“, rilancia il politico con tono provocatorio.
La conduttrice reagisce immediatamente: “No, guardi, a me non piacciono i clandestini. Lei non dica delle sciocchezze, per favore, perché io ho sempre detto che il fenomeno dell’immigrazione va governato, non va strumentalizzato, come fa lei e come fanno tanti altri“.
“Governare il problema vuol dire anche riportare nel Paese di origine gli immigrati clandestini”, insiste Vannacci.

Il confronto prosegue per diversi minuti in un crescendo di tensione. Gruber torna sul nodo centrale della discussione: “Mi risponda: con i Paesi con i quali non abbiamo un accordo bilaterale, come facciamo la remigrazione?”.
Vannacci ribadisce la soluzione del trasferimento nei Paesi terzi considerati sicuri.
“Quindi queste persone vanno deportate”, osserva la conduttrice.
“Certo”, replica l’europarlamentare. “Ma lei cosa intende per deportazioni? Movimentazione coatta al di là della loro volontà?”.
“La chiami come vuole”, taglia corto Gruber.

Negli ultimi minuti della trasmissione il confronto si sposta sul terreno dell’identità e dell’appartenenza. In un acceso scambio con la giornalista del Sole 24 Ore Lina Palmerini, che ricordava la presenza in Futuro Nazionale di numerosi esponenti provenienti da altre forze del centrodestra, Vannacci definisce orgogliosamente “rifiuti degli altri” e “sporca dozzina” i suoi nuovi compagni di viaggio, annunciando che vuole fare “solo gli interessi degli italiani”.
Gruber commenta sarcasticamente: “Io ho un passaporto italiano, sono sudtirolese di madrelingua tedesca, mi sento una cittadina del mondo e europea. Quindi pensi un po’ come siamo variegati noi italiani”.
Io no invece, non mi sento europeo ma italiano – ribatte Vannacci – Ho giurato fedeltà alla Repubblica italiana e non alla ‘rinsecchita’ di Bruxelles“.
La conduttrice gli ricorda: “Lei ha giurato sulla Costituzione italiana da generale. E c’è anche l’articolo 3 della Costituzione“.
Visibilmente irritato, l’europarlamentare replica: “Ho giurato sulla Costituzione da militare di leva e poi da ufficiale, non da generale”.
“Sembra che lei lo abbia dimenticato”, osserva Gruber.
“E chi è che ha violato l’articolo 3? Me lo dica lei invece di insinuare“, incalza Vannacci.
La risposta della conduttrice arriva con il punto di Pagliaro ormai imminente: “Per parlare di politica internazionale dovrò invitarla un’altra volta”.

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