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L’unicorno delle bici elettriche ha un nuovo socio

Costruire nuovi modelli di biciclette elettriche, microcar e motorini elettrici. Sono quelli che la startup Unicorn mobility, specializzata nella mobilità elettrica leggera, intende realizzare grazie ai nuovi fondi messi a disposizione da Most, il centro nazionale per la Mobilità sostenibile, che ha annunciato un investimento nella società. Attiva dal 2022, Umt promuove la mobilità sostenibile in collaborazione con Pirelli. Offrendo servizi di mobilità elettrica leggera a hotel, aziende, comuni, complessi residenziali e campus universitari tramite un’applicazione interattiva scaricabile su smartphone.

Bici alla spina

Unicorn mobility, spiegano le organizzazioni, utilizzerà i fondi, di cui non è stata dichiarata l’entità, «per favorire la decarbonizzazione delle aziende, attraverso ricerca e sviluppo che porteranno. In particolare, all’ampliamento del catalogo dei veicoli alimentati a energia elettrica, con nuovi modelli di ebike, motorini e microcar».

Sviluppo ecoindustriale

Così Gianmarco Montanari, direttore generale di Most: «Crediamo che il valore di startup come Unicorn mobility risieda nella capacità di trasformare ricerca, tecnologia e innovazione in soluzioni applicabili al tessuto produttivo e urbano. Supportare progetti di questo tipo significa contribuire allo sviluppo di un ecosistema industriale competitivo. Favorendo al tempo stesso la diffusione di modelli di mobilità a basse emissioni e ad alto contenuto tecnologico».

Sì, decarbonizzare

Dal canto suo, Gianluca Iorio, co-founder di Unicorn mobility, ha commentato: «Questo round di finanziamento non rappresenta solo un traguardo finanziario, ma un riconoscimento del nostro modello di business. Che punta a favorire la decarbonizzazione delle imprese partendo da un concreto assist agli spostamenti dei dipendenti e dello staff aziendale. Con queste risorse, potenzieremo le nostre capacità di ricerca e sviluppo per lanciare nuove funzionalità all’avanguardia e modelli di business».

La flotta si vede

Fondata nel 2022 da Ludovico Tessari, Gianluca Iorio e Guy delle Piane, Unicorn mobility propone soluzioni integrate tra veicoli elettrici, infrastrutture di ricarica e altre tecnologie per l’efficientamento energetico. Umt vanta una rete di 250 partner in Italia, Grecia, Spagna e Portogallo, oltre ad Emirati arabi uniti e Arabia saudita. La sua flotta conta oltre 2mila veicoli elettrici. A inizio 2025 ha acquisito un ramo d’azienda di Pirelli per rilanciare il progetto di corporate ebike sharing lanciato proprio da Pirelli nel 2021.

Foto in apertura dell’ufficio stampa Umt.

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Dove va la filantropia ambientale in Europa, la mappatura di Philea

In cima alle priorità della filantropia ambientale europea, in linea con la tendenza degli ultimi anni, ci sono i progetti dedicati al cambiamento climatico, a cui va circa il 27% delle risorse. Ma, anche se ricevono meno fondi, è significativa la recente crescita delle iniziative ambientali con una componente di giustizia sociale. È aumentato inoltre il sostegno ai progetti di advocacy, volti a rafforzare la capacità delle organizzazioni della società civile di partecipare attivamente all’elaborazione delle politiche pubbliche. «Due ambiti che mostrano come la filantropia agisca in modo sempre più strategico verso il cambiamento. Allo stesso tempo, ritroviamo gli approcci più consolidati di conservazione della natura, supporto alla ricerca, educazione ambientale, solo per citarne alcuni», commenta Giulia Lombardi, curatrice del settimo rapporto di Philanthropy Europe Association – Philea sui finanziamenti destinati all’ambiente delle fondazioni europee, incluso il Regno Unito. Sotto la lente ci sono 2,2 miliardi di euro di donazioni erogate nel 2024 da 169 enti filantropici. È la più accurata mappatura disponibile, anche se non esaustiva, e permette di anticipare alcune tendenze future.

Giulia Lombardi, curatrice del report di Philea

La quota verde della filantropia

Il primo dato che emerge è l’incremento generale delle donazioni per clima e ambiente, rispetto a quando Philea ha iniziato la ricerca, una decina di anni fa. «Nel primo report eravamo riusciti a identificare solo 27 fondazioni, per circa 180 milioni di euro», precisa Lombardi. «La prossima frontiera sarà tenere conto anche delle dotazioni patrimoniali, per cui si parla di cifre molto più elevate ed entra in gioco la questione di come fare investimenti in modo sostenibile per l’ambiente». I 2,2 miliardi di donazioni del 2024 sono un importo di tutto rispetto, ma stimiamo che sia ancora una piccolissima parte, intorno al 3%, di quanto erogato dalla filantropia nei vari settori. La percentuale è in linea con quella globale: meno del 2% dell’ammontare complessivo, secondo il calcolo della fondazione statunitense Climate Works, che monitora le donazioni filantropiche globali per i progetti legati al cambiamenti climatico. Nel Regno Unito, dove la filantropia ambientale è particolarmente sviluppata, la percentuale sale a circa il 4%.

Un settore che impatta sugli altri

«Non c’è filantropia in un pianeta morto: lo abbiamo ripetuto più volte durante il nostro forum annuale, che si è appena tenuto a Copenhagen dal 18 al 21 maggio», racconta Lombardi. Già nel 2022, quando è nata Philea, clima e ambiente sono stati indicati chiaramente come tematiche prioritarie per l’organizzazione, assieme a democrazia e uguaglianza. «Cambiamento climatico e degrado degli ecosistemi impattano su tutti i settori in cui la filantropia lavora e che supporta. A sottolineare questo concetto, il titolo del forum appena concluso era Philantropy for People and Planet. Le fondazioni, tutte, anche quelle che non si occupano nello specifico di ambiente e di clima, hanno accolto la sfida e hanno partecipato numerose».

Una geografia diseguale

A livello geografico, la distribuzione delle donazioni è molto diseguale. In totale, 139 paesi hanno beneficiato almeno di un finanziamento da 25mila euro in su, ma è evidente la concentrazione in alcune aree, specialmente nel centro e nord Europa, mentre rimangono ancora limitate le risorse nei paesi dell’Europa orientale. Considerando solo i primi venti Stati, in testa c’è il Regno Unito, con quasi 285 milioni di euro, più del doppio della Spagna, al secondo posto con circa 106 milioni. L’Italia risulta tra i primi dieci, con 20.964.160 euro. Le fondazioni con sede nel nostro Paese presenti nel report sono: Capellino, Cariplo, Cassa di risparmio di Bolzano, Cassa di risparmio di Cuneo, Fondazione con il Sud e Monte dei Paschi di Siena. «In Italia ci sono molte realtà importanti nella filantropia ambientale, con cui siamo in contatto. Speriamo di poterle includere in futuro, per dare un quadro ancora più preciso dell’andamento nel nostro paese», dice Lombardi.

Parte dei fondi è destinata al sostegno di iniziative in luoghi diversi da quello in cui hanno sede le fondazioni, in particolare India, Stati uniti, Brasile, Kenya, Sudafrica, Indonesia, Zimbabwe, Tanzania e Ucraina. Guardando all’ammontare pro capite, la Danimarca è prima in classifica con 548 euro per cento abitanti. Seguono il Regno Unito, con 410 euro, e i Paesi Bassi, con 340. L’Italia è al dodicesimo posto, con 35 euro ogni cento abitanti. Fanno peggio di tutti, con meno di 10 euro ogni cento residenti, Cipro, Ungheria, Austria, Romania, Lituania, Portogallo, Lettonia, Lussemburgo.

Le spinte al cambiamento

Tra le novità più significative del report di Philea, è emerso un aumento sensibile dei grant all’intersezione tra giustizia ed ecologia, per la riduzione delle disuguaglianze dovute a fattori ambientali, che rappresentano l’8%. «È un punto chiave, se si vogliono coinvolgere anche le fondazioni che non lavorano in modo specifico sull’ambiente. I progetti possono riguardare, per esempio, il miglioramento della qualità dell’aria per gli abitanti di quartieri più vulnerabili, o il supporto alla riqualificazione dei lavoratori di settori più penalizzati dalla transizione ecologica», spiega Lombardi.

Foto di Markus Spiske su Unsplash

E, ancora, pesano sempre più le donazioni destinate all’advocacy. «Anche questo è un passaggio cruciale, in un momento in cui le sfide ambientali e climatiche globali si accentuano e lo spazio d’azione per le organizzazioni della società civile europea si restringe», chiarisce Lombardi. «Si fa più fatica, ora, a parlare di clima e ambiente: sono diventati argomenti polarizzanti. In questo contesto, la filantropia ha un ruolo specifico nel supportare iniziative che mirano a cambiare la situazione attuale, nel sostenere progetti di informazione e sensibilizzazione dei decisori politici. Le fondazioni che scelgono questa linea danno la possibilità alle organizzazioni della società civile di continuare il loro lavoro nonostante la complessità della situazione attuale». E lo fanno nella massima trasparenza, vista la condivisione dei dati sulle donazioni fatte nel report di Philea: «un esercizio collettivo della filantropia ambientale europea, o perlomeno delle fondazioni che siamo riusciti a raggiungere a oggi, dando una panoramica del proprio operato».

Fondi Life in bilico

A proposito di advocacy, proprio in questi mesi se ne discute in Ue, mentre è in lavorazione il Multiannual Financial Framekork, il quadro finanziario pluriennale 2028 – 2034. In ballo c’è il destino del programma Life, la principale fonte di finanziamento per i progetti europei in ambito ambientale, dall’adattamento climatico al ripristino della biodiversità alla lotta all’inquinamento. A fine aprile, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che assegna tre miliardi di euro al programma. Ma resta la preoccupazione, per le organizzazioni della società civile, che lo stanziamento escluda i progetti che hanno al centro l’advocacy. Su VITA abbiamo raccontato come questa specifica linea di finanziamento del Life, perfettamente lecita e utilizzata anche dall’industria, sia stata oggetto di una montatura mediatica senza fondamento. Un finto scandalo che, ora, potrebbe limitare le possibilità della società civile di chiedere politiche pubbliche in favore dell’ambiente.

Filantropia strategica

«Intervenire a questo livello, se il risultato è l’introduzione di misure precise, potenzialmente può essere molto più efficace delle campagne di sensibilizzazione al consumatore, per quanto anche queste contribuiscano in maniera importante al cambiamento. Un esempio è la proposta di legge francese che prevede il divieto di pubblicità per i marchi ultra – fast fashion», conclude Lombardi. «Anche per questo, un numero crescente di fondazioni sceglie di sostenere i propri beneficiari sulle iniziative di advocacy, nella consapevolezza che far fronte alle grandi sfide poste da clima e ambiente ha costi elevatissimi. La filantropia può aiutare a coprirli solo in minima parte».

In apertura, foto di Mika Baumeister su Unsplash

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Dietro le quinte della cura: le storie di chi ci crede ancora

Portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. È da questo input che è nato il numero Social worker, senza di loro perdiamo tutti, un’istantanea su dieci professioni di cura che sembrano perdere terreno e appeal. Poco pagate e poco considerate, eppure essenziali. Abbiamo ascoltato un centinaio di voci per raccontare come ci si sente dietro le quinte della cura. Abbiamo chiesto ai beneficiari di dirci quanto un educatore, un’insegnante o un’infermiera ha cambiato le loro biografie. Abbiamo interpellato gestori dei servizi, ricercatori ed esperti per affrontare il tema da più punti di vista. E infine, nel Manifesto del lavoro sociale abbiamo tradotto in cinque punti le istanze e i valori in cui si riconosce chi ogni giorno costruisce coesione, cura e futuro.

Mancava ancora un tassello. La capacità di queste voci di innescare un dibattito, per attivare un ragionamento sul futuro. È accaduto anche questo: nella casella di posta di VITA sono arrivate storie e riflessioni, esperienze e nuove adesioni al Manifesto che aggiungono sostanza al nostro racconto. Le riportiamo qui, perché il primo passo per risolvere un problema è nella capacità di vederlo nella sua interezza.

Da oss a osa: «Il mio lavoro è molto motivante»

Vanessa Bosco è originaria della provincia di Caserta ma si è trasferita a Bolzano per lavoro. La sua esperienza è la prova che, quando una professionalità viene riconosciuta (e la motivazione accompagnata da percorsi di crescita), il modello regge a beneficio di tutti. Partita da una qualifica da operatrice socio sanitaria (oss), ha frequentato su iniziativa della rsa per cui lavora la scuola per diventare operatrice socio assistenziale (osa).

L’operatore socio sanitario visto con gli occhi dell’illustratrice Ludovica Fantetti.

«Oggi la mia professione ha un gran valore, oltre che maggiori responsabilità», racconta. «Facciamo un turno specifico di 12 ore, ci occupiamo non soltanto di assistenza di base, ma anche di mansioni aggiuntive come la gestione di stomie e pazienti insulinodipendenti, la preparazione di terapie e la somministrazione di farmaci. Da pochi mesi sono anche diventata vice responsabile di reparto, diventando un punto di riferimento per il team, infermieri compresi. È un lavoro motivante, si imparano molte cose e ti dà anche tantissime soddisfazioni, professionali ed economiche. Non so se il mio destino è rimanere qui in Alto Adige, ma spero che questo sistema possa essere adottato in tutta Italia. Possiamo dare davvero tanto se ci danno la possibilità di crescere».

Asacom, ma senza diploma: «Verremo licenziati»

Aldo (nome di fantasia) ha 50 anni e lavora nel Bresciano come assistente per l’autonomia e la comunicazione agli alunni e alunne con disabilità. Si trova nel mezzo di un cambio di normativa che rischia di fargli perdere non soltanto un posto di lavoro ma anche occupabilità. La sua è una figura professionale che finora era stata gestita con modelli diversi da enti locali e regioni, a cui ora il Parlamento sta provando a dare omogeneità. In seguito a una dgr della Regione Lombardia, è stato convocato dalla sua cooperativa insieme a più di 20 colleghe e colleghi che come lui non hanno il diploma: verranno licenziati per mancanza di requisiti. Aveva frequentato il corso finanziato dalla regione per diventare operatore addetto all’inclusione scolastica di soggetti con disabilità nel 2024. «Questa è la nostra situazione attuale. Siamo disperati», scrive.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Accompagnare qualcuno a rivedere il mare

«Ci sono momenti apparentemente semplici che racchiudono significati enormi: la prima volta che qualcuno rivede il mare dopo anni, una persona che torna a festeggiare il proprio compleanno, un uomo adulto che si emoziona perché può finalmente avere una stanza e chiudere una porta dietro di sé sentendo di avere ancora una vita tra le mani». È in queste immagini che Marina Fancello, educatrice professionale in una comunità che accompagna persone detenute ed ex detenute in percorsi di reinserimento sociale e lavorativo, trova il senso profondo del suo mestiere. «Quando il lavoro sociale manca», scrive, «il vuoto arriva subito nelle vite delle persone più fragili. E quel vuoto pesa sulle famiglie, sulle comunità, sulla società intera».

Massimo D’Amico, presidente del Consorzio sociale Abele Lavoro, da più di 30 anni fa questo mestiere: «A volte mi chiedo chi me lo fa fare, a volte tentenno e la voglia di mollare mi attraversa, a volte mi sento come l’enorme nero del Miglio Verde, che prova ad alleviare con i suoi strumenti il dolore del mondo, ma che nel farlo lo ingoia e lo trasforma, almeno ci prova. Ma farlo continuamente, provoca dolore allo stomaco, ti affatica. Poi ti guardi intorno, vedi che ci sono altre storie, altre esperienze, ragazzi giovani che vogliono intraprendere questa strada, e allora prendi i tuoi attrezzi e ti rimetti in cammino».

Luoghi (e versi) in cui rileggere ciò che accade

C’è chi non ha mai mollato, come Elena Raffaele, educatrice da 16 anni: «Rispondo sempre a chi me lo chiede che non lo faccio per soldi altrimenti farei altro. Amo questo lavoro e tutto quello che comporta nonostante stipendio ridicolo, assenza di benefit e tutele».

C’è chi, a 64 anni, sta per chiudere il suo percorso lavorativo. È Ferruccio Castelli, educatore che negli anni ha attraversato mondi diversi: comunità di accoglienza, casa, strade, carcere. «Lasciarci provocare dalla sofferenza, dal rischio, dall’autolesionismo, dalla morte e dai loro contrari, permettendo loro di scuoterci dentro e toccare le corde profonde della nostra umanità, può essere pericoloso se fatto in solitudine, senza un’équipe, la supervisione, un supporto psicologico in caso di necessità», riflette. «Ma porta con sé la possibilità di aprire scenari inediti di interpretazione, comprensione e comunicazione di ciò che stiamo vivendo».

Da un po’ di tempo Castelli scrive poesie, con l’obiettivo di «bypassare la parte razionale, arrivando direttamente all’anima, destando emozioni e sentimenti che il lavoro sociale tende a lasciare alla porta perché faticosi da gestire o fallaci. Come dice Gianluigi Gherzi, la poesia è una lenta e talvolta faticosa rielaborazione delle nostre esperienze. E questo scrivere apre nella testa uno spazio senza il quale si rimane dentro i soliti pensieri, i soliti giri. È come se ci fosse in ognuno una parte disattivata del cervello che aspetta di essere interrogata. Forse allora, coltivare uno sguardo poetico verso le vite che incontriamo e verso il lavoro che possiamo fare con loro, è un modo bello e disincantato per interrogarla».

Professione assistente sociale.

E poi c’è chi ha lasciato, come Livia Alberti, più di 10 anni come operatrice nei centri di accoglienza per persone migranti e rifugiate. «Il carico più faticoso non era solo legato alle situazioni delle persone accolte, ma circolava tra colleghi e colleghe», racconta. «Viviamo in un contesto in cui l’investimento sul welfare è insufficiente e questo ha conseguenze dirette su chi lavora nei servizi. Ma credo che questo rifletta anche qualcosa di più profondo: una cultura che tende a dare per scontata la capacità relazionale, come se il saper costruire fiducia, gestire conflitti e stare nei ruoli fosse affidato al buon senso individuale o all’esperienza sul campo tout court». Quello che più le è mancato? «Spazi di confronto e di cura per gli staff, luoghi in cui fermarsi, rileggere ciò che accade, essere accompagnati non solo a “tenere” le situazioni ma a evolvere dentro di esse». Forse è anche da qui che si può ripartire: «Non solo chiedendo di più al sistema, ma iniziando a trasformare il modo in cui stiamo insieme al suo interno».

Il futuro è in mano ai deboli che si sono fatti coraggio

Mattea Caccamo lavora come educatrice professionale dal 2008 nell’ambito minori, famiglie e territorio, in connessione costante con i contesti scolastici e i servizi. La domanda che porta è cruciale: «In che modo possiamo raccontare il valore del lavoro di cura senza passare necessariamente dalla mancanza o dal rischio della sua assenza? Come possiamo rendere visibile ciò che questo lavoro costruisce non solo quando viene meno ma mentre accade? Ogni percorso educativo che si costruisce, ogni relazione che si riattiva, ogni spazio di autonomia che si apre, non riguarda solo la persona coinvolta, ma contribuisce a rendere più sostenibile e abitabile il contesto sociale nel suo insieme. Per questo, più che fermarsi alla richiesta di riconoscimento – pur necessaria – sento che è importante fare un passo ulteriore. Rendere visibile il lavoro educativo per quello che è già oggi».

A Parma, le comunità educative per minori dell’Azienda di servizi alla persona hanno provato a rompere l’acquario, quello spazio chiuso tra le mura di una struttura scandito da turni e riunioni d’équipe. L’hanno fatto con una cena solidale. «Doveva essere la nostra risposta», racconta Alessandro Lupo, educatore professionale. «Un momento in cui la cittadinanza poteva vivere la nostra quotidianità e accorgersi che esistiamo. Volevamo mostrare quali sono le reali opportunità di questo lavoro: il benessere del minore, la spinta generativa per le famiglie d’origine, la prevenzione della marginalità e della devianza. E i nostri ragazzi, che vengono da culture lontane, avevano ricette da condividere, sapori da raccontare, un modo di stare intorno al focolare domestico che meritava di essere visto».

Nessuno può lasciare il segno sui ragazzi come un insegnante.

Il progetto non solo è riuscito, ma ha anche funzionato: «Mentirei se dicessi che non ho ingoiato qualche rospo lungo la strada, ma guardando le persone sedute ai tavoli ho capito che avevamo vinto noi. Quei ragazzi di 13 e 14 anni hanno preso per mano la città e l’hanno portata dentro il loro mondo. Se c’è una cosa che questa fatica lunga e bella mi lascia addosso, è la certezza che restare invisibili non ci salverà. Come scriveva un poeta contemporaneo che amo, il futuro è in mano ai deboli che si sono fatti coraggio. Quel giorno, i nostri ragazzi se lo sono fatto il coraggio. E noi educatori con loro».

La chiusura la affidiamo a Salvatore Di Massa, educatore professionale originario di Ischia che oggi vive e lavora a Livorno: «Vedere un ragazzo straniero, in povertà educativa o con disabilità prendersi il proprio futuro nelle mani è la paga più importante che possiamo avere finché non cambierà davvero qualcosa e verrà dato il giusto valore a quello che facciamo ogni giorno».

Le illustrazioni sono di Ludovica Fantetti

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Il “manager no profit”? Non è un ossimoro, ma un’opportunità

Dopo dieci anni di riforma possiamo dire che il Terzo settore è diventato più forte, più riconoscibile e più strategico. Ma il suo futuro dipenderà dalla capacità di costruire alleanze nuove tra istituzioni imprese e cittadini. Il Terzo settore non chiede solo risorse. E se il volontariato resta un’infrastruttura democratica, il profit porta competenze e innovazione. Sono tantissimi i messaggi lanciati dall’associazione ManagerNoProfit che ha festeggiato i primi dieci anni di età con un convegno organizzato con Altis Università Cattolica.

Orizzonte sociale

Come sono tante le voci di chi è intervenuto a riflettere sul futuro. Tra loro, Luigi Bobba, presidente fondazione Terzjus; Luca Pesenti, direttore scientifico del master in Terzo settore e impresa sociale di Altis e sostenuto dall’associazione; il presidente di VITA Giuseppe Ambrosio, con uno speech sul comunicare il valore delle organizzazioni guidate dalla mission. E c’era, ca va sans dire, anche il presidente Luigi Tomassini. Con lui abbiamo approfondito il significato di un’esperienza che oggi conta 150 soci manager volontari presso otto sezioni, da Torino a Verona, a Trento.

Che cosa porta a casa dall’incontro per i vostri dieci anni?

Prima di tutto il valore dell’incontro in presenza. Noi lavoriamo molto online e ci sentiamo quasi settimanalmente, ma le occasioni per vederci davvero sono poche. Poi mi porto a casa le testimonianze. Abbiamo ascoltato esperienze dal Veneto, da Torino, da Trento ciascuna con un profilo specifico.

L’intervento di Luigi Bobba, presidente fondazione Terjus al convengo di ManagerNoProfit in Cattolica

Operare localmente ci aiuta a monitorare gli enti, a capire le loro necessità e a intercettare bisogni che cambiano da territorio a territorio.

Non è un ossimoro parlare di “manager no profit”?

No, non lo è. Capisco che possa sembrare una contraddizione, perché la parola manager richiama subito l’impresa, mentre il no profit richiama altri mondi, altri linguaggi. Però dietro qualsiasi organizzazione ha bisogno di capacità gestionali, indipendentemente dalla finalità. Quello che oggi chiamiamo capacity building. Saper organizzare, amministrare, gestire persone, volontari, dipendenti, risorse.

Quali sono le sfide più diffuse?

Molti enti vivono situazioni complesse: alcuni hanno il 60% di volontari e il 40% di dipendenti, altri il contrario. Gestire questi equilibri non è semplice.

Luigi Tomassini (a destra), presidente ManagerNoProfit al convegnoper il decennale

Per questo le competenze manageriali possono essere molto utili, purché portate nel modo giusto, con spirito di servizio, dimenticando che in passato si era stati magari un “c level”.

Chi è, oggi, un manager no profit?

Secondo me è prima di tutto una persona che impara a conoscere chi ha davanti. Non basta arrivare con il proprio bagaglio professionale e pensare di applicarlo così com’è. Ci sono linguaggi, modalità e sensibilità diverse da conoscere. Bisogna allenarsi ad ascoltare, capire e porsi alla pari.

Ai colleghi dico sempre che bisogna volare bassi. Il nostro manager non arriva per insegnare dall’alto, ma per mettersi accanto all’ente e accompagnarlo.

Come è nato il suo coinvolgimento personale?

Per me è stata come una vocazione. Arrivavo dal settore delle costruzioni, un mondo pesante: avevo lavorato anche per Expo, seguendo sei padiglioni. A un certo punto ho sentito il bisogno di cambiare. Mi sono chiesto: di quello che so fare, di tutta l’esperienza che ho maturato, che cosa posso farne?

Perciò ha iniziato a guardarsi intorno nel Terzo settore.

Sì, ma non trovavo il contesto giusto. Mi proponevano attività utili, certo, ma lontane dalle mie competenze. Io desideravo altro. Cercando online ho trovato ManagerNoProfit: sei anni fa non sapevo nemmeno bene cosa fosse il volontariato di competenza. Poi alcuni soci sono venuti a trovarmi Trento e mi hanno proposto di mettere insieme cinque o sei persone per aprire una sezione. Così è iniziato tutto.

Torniamo ai bisogni degli enti che intercettate, quali sono?

Molto spesso organizzativi. Gli enti chiedono aiuto su amministrazione, gestione dei volontari, programmazione, raccolta fondi, controllo dei costi, organizzazione interna.

A volte il problema è molto concreto: una verifica fiscale, un assetto amministrativo da sistemare, un processo da rendere più chiaro. Altre volte il tema è più ampio, riguarda come crescere e strutturarsi, o come gestire il rapporto tra volontari e dipendenti. In generale, molti enti hanno competenze fortissime sulla propria missione, ma meno strumenti gestionali. Ed è lì che possiamo essere utili.

Quindi è una consulenza?

Non proprio, è più un accompagnamento. Mi piace dire che è come avere accanto un fratello saggio, qualcuno che ti aiuta a leggere i problemi e a costruire soluzioni insieme. Partiamo con un check up iniziale, poi c’è una valutazione interna, per capire se abbiamo le competenze giuste e scegliere le persone più adatte. Di solito lavoriamo almeno in due: un capoprogetto e un collaboratore.

Con chi collaborate per intercettare i bisogni degli enti?

C’è una convenzione nazionale con il Csv – Centri di servizio per il volontariato che ci segnala progetti o bisogni specifici, e viceversa. Ma il passaparola tra gli enti resta fondamentale.

Lavorate solo con manager in pensione?

Per chi va in pensione, può essere una grande opportunità continuare a usare le proprie competenze in un modo diverso, con un “cliente” diverso da quello aziendale. Può essere anche una forma di invecchiamento attivo, che mantiene viva la testa e gratifica chi la attua. Però il nostro orizzonte comprende anche giovani, professionisti attivi, persone che lavorano e che possono dare un contributo modulabile. Proprio perché lavoriamo in squadra, possiamo organizzare presenze e tempi diversi.

Il vostro campo di gioco è il volontariato di competenze?

Direi che è centrale. Per noi il volontariato d’impresa e il volontariato di competenza sono ambiti decisivi. Bisogna però creare la giusta sinergia tra l’ente del Terzo settore e l’impresa: l’imprenditore deve capire il valore di mettere a disposizione competenze, e l’ente deve essere pronto ad accoglierle. Non è automatico. Ma quando funziona, può generare un impatto molto forte. Noi abbiamo già avviato esperienze in questa direzione e ne svilupperemo delle altre.

Foto in apertura di Vitaly Gariev su Unsplash.

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Stipendi stellari dei ceo ma Elon Musk stavolta non c’entra

Due persone lavorano nella stessa organizzazione. Hanno compiti e responsabilità differenti, ma sono pur sempre al servizio di una causa comune. Tuttavia, una voragine retributiva le separa: la prima può guadagnare anche 300, 400, mille volte in più della seconda. Si tratta della forbice, in alcuni casi con ampiezze oggettivamente fuori scala, che descrive la diseguaglianza tra i compensi degli amministratori delegati e gli stipendi dei propri dipendenti. C’è da dire che valori così alti si ritrovano solo nelle grandi multinazionali, molto spesso americane. Nonostante lo scarto sia mediamente più basso al confronto con gli Stati Uniti, il tema è rilevante anche in Italia. Nel nostro Paese, però, fatto di piccole imprese e frenato da poca innovazione, bassa crescita e stipendi reali fermi ai primi anni ’90, il dibattito sembra meno presente.

Venti che separano

Secondo una recente analisi della Confederazione sindacale internazionale e dell’Oxfam, nel 2025 i compensi degli amministratori delegati delle più grandi società del mondo sono cresciuti dell’11%, mentre il salario reale del lavoratore medio globale è aumentato appena dello 0,5%. In altri termini, la retribuzione dei ceo è aumentata oltre venti volte più velocemente rispetto agli incrementi salariali dei dipendenti. La questione è calda soprattutto negli Usa, dove i compensi di chi sta al vertice delle grandi organizzazioni possono raggiungere valori realmente esagerati, tra paga base, bonus legati agli obiettivi e stock option. Si calcola che nel 2025 i dieci ceo più pagati del mondo hanno guadagnato complessivamente oltre un miliardo di dollari. Lo scorso anno il colosso finanziario Blackstone, la multinazionale tech Broadcom, la banca d’investimento Goldman Sachs e Microsoft hanno pagato i propri ceo oltre cento milioni ciascuno.

Giù la… Musk

Se è poco sensato citare Elon Musk, tra le altre cose cofondatore e amministratore delegato di Tesla, del quale si parla spesso per ipotetici compensi da centinaia di miliardi di euro (legati però a obiettivi estremamente ambiziosi), si può guardare alle grandi aziende tecnologiche. Sundar Pichai, ceo di Google e amministratore della holding Alphabet, potrebbe percepire fino a 692 milioni di dollari nei prossimi tre anni: non tanto con la paga base, pari a circa due milioni di dollari, ma in gran parte grazie ai risultati finanziari e alla capacità di raggiungere obiettivi. Il ceo di Apple, Tim Cook, che a breve lascerà il posto per passare alla carica di presidente esecutivo, nel 2025 ha avuto un compenso fisso di tre milioni di dollari, più altri 70 milioni tra azioni e bonus.

il ceo di Google, Sundar Pichai, foto di Jose Luis Magana per AP Photo/LaPresse

Il vero fallimento

«A ben vedere gli stipendi dei grandi manager non sono salari: si tratta in realtà di rendite autodefinite. Non esistono ragioni vere, né di mercato, né di efficienza, per pagare un amministratore delegato 10 o 50 milioni di euro. Spesso non sono neanche compensi legati alle performance», ragiona Luigino Bruni, economista e presidente della Scuola di Economia civile.

«Quando si raggiungono cifre del genere siamo di fronte a un fallimento del mercato e dell’etica. Senza contare che quelle somme esagerate rappresentano naturalmente una decurtazione dei profitti dell’azienda, una diminuzione dei compensi dei lavoratori o un costo aggiuntivo scaricato sui consumatori». Negli anni ’50 alla Olivetti lo stipendio più alto non poteva superare di circa dieci volte quello più basso. «Al tempo il problema si poneva per tenere unità una comunità. C’è una soglia oltre la quale la diseguaglianza diventa insopportabile e ci fa dubitare che esista qualcosa che ci tiene insieme: vale per la società in generale e anche per le imprese».

Italia meno

In Italia siamo molto lontani dai livelli americani, anche prendendo come esempio emblematico il compenso dell’ex amministratore delegato di Stellantis, Carlos Tavares. Per il 2023 il manager portoghese della holding nata dalla fusione di Fca e Groupe Psa era arrivato a percepire quasi 36,5 milioni di euro (tra paga base, bonus e buonuscita), mentre l’attuale ceo, l’italiano Antonio Filosa, nel 2025 ha avuto un compenso di circa 5,4 milioni. Guardando invece ai vertici delle partecipate pubbliche, l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, nel 2025 ha avuto un compenso fisso di 1,6 milioni di euro, a cui bisogna aggiungere la parte variabile e il controvalore delle azioni gratuite, per un totale percepito di quasi 8,9 milioni di euro. Di recente si è parlato per lui di un aumento che porterebbe il compenso potenziale fino a 15,4 milioni, criticato dal proxy advisor Iss. Nel caso dell’amministratore delegato di Enel, Flavio Cattaneo, il compenso fisso nel 2025 è stato di 1,5 milioni, arrivato però a 10,2 milioni sommando bonus variabili, azioni e benefit.

Manca la ratio

Per comprendere davvero l’entità di cifre così alte, più che il dato secco può aiutare mettere i compensi in rapporto agli stipendi dei lavoratori ordinari, attraverso il cosiddetto ceo pay ratio. Si definisce così il rapporto tra il compenso complessivo annuo del ceo e la retribuzione mediana, ossia il valore che divide in due metà numericamente identiche i dipendenti (calcolata escludendo la remunerazione del ceo). Se per esempio quel rapporto è di 5 a 1, significa che per ogni euro guadagnato dal lavoratore con retribuzione mediana al ceo spetta un compenso cinque volte superiore.

Secondo l’Economic policy institute, think tank non profit che analizza da anni le diseguaglianze salariali negli Stati uniti, nel 1965 gli amministratori delegati delle prime 350 aziende americane venivano pagati circa 21 volte in più rispetto al lavoratore tipico. Quel rapporto è cresciuto a 31 a 1 nel 1978 e a 60 a 1 nel 1989, prima di esplodere negli anni ’90 e soprattutto nei primi anni duemila, raggiungendo quota 380 a 1. La crisi finanziaria del 2008 ha alleggerito il fenomeno, che è poi tornato prepotentemente raggiungendo il massimo storico nel 2020, con un rapporto di oltre 400 a 1, prima di scendere ancora: nel 2024 è stato di circa 281 a 1. Anche in questo caso in Italia i rapporti sono molto più bassi. Nel 2025 il pay ratio in Enel è stato di 186 a 1, in Eni di 138 a 1 e in Stellantis di 82 a 1 (ma di 248 a 1, se si considera la media degli ultimi cinque anni).

Bastano quattro giorni

Dal 2017 negli Stati Uniti la Sec, l’equivalente americana della Consob, ha imposto alle società quotate l’obbligo di divulgare il rapporto tra la remunerazione del ceo e la retribuzione mediana all’interno dell’azienda. Qualcosa di simile è stato introdotto nel 2019 nel Regno Unito, per le società quotate con più di 250 dipendenti. Quell’anno si era molto parlato del “fat cat friday“, la giornata di venerdì 4 gennaio. Si era calcolato che entro quella data, cioè ad appena quattro giorni dall’inizio dell’anno, il ceo medio a capo delle prime cento società quotate al London stock exchange aveva già intascato l’equivalente della paga media annua di un lavoratore britannico a tempo pieno. Alla base di queste politiche c’è la convinzione che una maggiore trasparenza sulle disuguaglianze interne alle aziende possa ridurre le disparità retributive e prevenire reazioni negative nell’opinione pubblica. Il ragionamento è intuitivo: mettere nero su bianco la retribuzione di un ceo può influenzare direttamente il morale dei lavoratori, il loro coinvolgimento e la percezione di equità all’interno dell’azienda. Inoltre, non sono da sottovalutare le ricadute dirette anche sugli azionisti e in generale sulla percezione dell’organizzazione all’esterno.

Effetto trasparenza

Uno studio di due economisti italiani per l’istituto di ricerca internazionale Iza ha analizzato proprio l’effetto della trasparenza sulle retribuzioni dei vertici aziendali (in gran parte degli amministratori delegati) a capo delle società italiane quotate in borsa a partire dal 1998, anno dal quale è stato introdotto l’obbligo di renderle pubbliche e così i compensi sono diventati osservabili e sistematicamente divulgati. L’operazione trasparenza ha prodotto qualche effetto nelle aziende guidate da ceo con compensi elevati, ma solo per pochi: a beneficiarne è stato soprattutto chi aveva già un alto stipendio, mentre chi guadagnava poco non ha visto differenze significative in busta paga. «Abbiamo osservato che la conoscenza dell’ammontare esatto dei guadagni dell’amministratore delegato può essere una leva per i top manager, che in questo modo hanno la possibilità di negoziare compensi migliori. Ma nel caso del lavoratore mediano quella possibilità di negoziare di fatto non c’è», dice Vincenzo Pezone, professore associato di finanza presso il dipartimento di economia e management dell’università Luiss e autore dello studio con Agata Maida, dell’Università statale di Milano.

Sapere non basta

La trasparenza aiuta, quindi, ma forse meno del previsto. «Studi americani hanno dimostrato che la disponibilità su internet dei guadagni dei ceo, ossia la loro divulgazione pubblica e il dibattito innescato dai media, hanno effettivamente portato a una diminuzione dei compensi dei vertici aziendali. La trasparenza può quindi essere un fattore per ridurre la diseguaglianza, ma da sola non basta, soprattutto in Italia», aggiunge Pezone. «Una grossa differenza tra gli Usa e il nostro Paese è che negli ultimi trent’anni negli Stati Uniti una crescita dei salari c’è stata, mentre in Italia sono rimasti fermi.

È difficile parlare di ridistribuzione della ricchezza quando la ricchezza di fatto non si crea». Se negli Stati Uniti o in Inghilterra l’opinione pubblica si è indignata, sull’onda di una crescita che ha arricchito pochi e lasciato indietro tanti, in Italia il contesto è molto diverso. Secondo Pezone, «forse di questo tema in Italia se ne parla un po’ meno perché il dibattito è superato dalla bassa crescita. Inoltre, siamo anche un’anomalia, perché nel nostro Paese la figura del manager professionale, a parte nel caso delle banche, è poco presente. Molte imprese sono familiari e di conseguenza è più difficile creare scandalo e indignarsi per grossi stipendi percepiti da persone che molto spesso hanno fondato le società che dirigono».

Azionisti… in azione

La sostenibilità, in tutte le sue forme, è uno dei grandi temi del nostro tempo ed è entrata di prepotenza anche in relazione ai compensi milionari dei ceo. Da anni i guadagni degli amministratori delegati delle grandi aziende non sono legati soltanto a fattori finanziari e alla massimizzazione del valore per gli azionisti. Nel 2018 soltanto il 25% delle aziende considerava la performance Esg come fattore nella retribuzione variabile dei propri ceo, mentre già nel 2022 erano diventate circa il 90%. Ma secondo uno studio della Banca d’Italia, che ha analizzato le principali società quotate in Italia, Francia, Germania e Spagna tra il 2018 e il 2022, collegare cospicui bonus per gli amministratori delegati al raggiungimento di migliori valutazioni Esg non è sempre efficiente. Nell’analisi l’Italia è risultata tra i paesi con i ceo più efficaci a raggiungere obiettivi Esg: traguardi tuttavia spesso vaghi, poco impegnativi e a basso impatto sul modello di business, con un alto rischio di greenwashing. «Siamo immersi in questa grande retorica delle capitalismo dal volto umano e delle leadership condivise e inclusive», spiega ancora Bruni, «ma quando poi guardi agli stipendi e vedi uno scarto di mille volte diventa tutto fumo negli occhi. È un problema di qualità morale dell’intero capitalismo». Una possibile soluzione? «Nel nostro piccolo potremmo iniziare a non acquistare i prodotti delle grandi aziende che strapagano i top manager. Ma prima ancora dei consumatori, a indignarsi dovrebbero essere gli azionisti».

Nella foto di apertura, di Mauro Scrobogna per LaPresse, Flavio Cattaneo, amministratore delegato di Enel, durante l’edizione 2025 di Atreju, il Festival di Fratelli d’Italia: guadagna 1,52 milioni annui che diventano 10,2 annui (lordi), sommando bonus e componenti variabili.

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