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Trump-Iran, mai così vicini alla pace: ma dietro le quinte il pressing di Israele per sabotare l’intesa

Trentotto. Trentanove. Quaranta. Il numero degli annunci di un accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra del Golfo. Quando alla roulette della pace è uscito il 41 sembrava essere la volta buona. A dirlo era sempre lui, il “croupier “di Washington. Sembrava. Perché in questa storia infinita a un certo punto sembra riandare in onda la riedizione geopolitica del Giorno della marmotta. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media sono delle fake news che non hanno nulla a che fare con i termini concordati per iscritto. Ciò che hanno dichiarato, inclusa la loro debole e patetica affermazione sull’esistenza di un accordo, non ha alcun riscontro nella realtà. Sono persone estremamente sleali con cui trattare; con loro, la buona fede è un concetto inesistente». Così Donald Trump sul suo social Truth, sottolineando che «l’attacco con droni della scorsa notte contro navi indiane in uscita dallo Stretto di Hormuz, attacco che è stato completamente respinto, è assolutamente inaccettabile». L’Iran «farebbe meglio a rimettersi in riga, e in fretta», avverte ancora il tycoon, sempre sul suo social. Ora, stiamo parlando del presidente dell’iperpotenza militare mondiale, l’uomo che può decidere i destini del pianeta.

A mettere in fila le sue esternazioni sembra di avere a che fare con uno psicolabile che cambia idea di ora in ora. «Abbiamo messo fine alla guerra con l’Iran. Hanno accettato di non dotarsi mai di armi nucleari, una condizione su cui abbiamo insistito. Era proprio questo l’obiettivo, era il 95% della questione». Così esternava Trump durante un comizio virtuale a sostegno del vicegovernatore della Georgia Burt Jones, secondo quanto riporta Cnn. Nell’accordo con l’Iran «abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo», aveva proclamato il commander in chief, sempre nel corso dello stesso comizio virtuale, secondo quanto riportato dall’Agenzia Bloomberg. L’intesa è «praticamente fatta», ha messo in evidenza. “Esternator” era inarrestabile. “Non avevamo bisogno del loro sostegno. Abbiamo vinto la guerra. Era in qualche modo irrilevante! Devo andare, ho una grande riunione in corso, ma abbiamo vinto la guerra in Iran. Non avevamo bisogno del loro aiuto. Grazie mille”. È questa la dichiarazione rilasciata da Trump, a La7 in una conversazione telefonica con Daniele Compatangelo, riportata ieri mattina a Omnibus su La7 da Alessandra Sardoni. Le parole del presidente americano arrivavano in risposta a una domanda sul ruolo dei leader europei e del G7 rispetto alla crisi con l’Iran. Nella conversazione, Trump ha sostenuto che l’appoggio degli alleati europei sia stato “irrilevante”, rivendicando che gli Stati Uniti abbiano raggiunto i propri obiettivi senza il loro contributo. Tutto bene. Tutto fatto. Macché.

A rompere le uova nel paniere di The Donald è l’agenzia di stampa statale iraniana Irna che rende noto che l’attuale bozza di accordo con gli Stati Uniti è definita da 7 principi generali e che le capacità missilistiche dell’Iran non rientrerebbero nell’agenda dei negoziati proposti così come il fatto che Teheran non rinuncerà al controllo dello Stretto di Hormuz. Secondo Irna, durante i colloqui di 60 giorni successivi alla firma del memorandum verrebbero affrontati solo tre temi: la prosecuzione del programma nucleare iraniano, la revoca delle sanzioni statunitensi e un meccanismo di risarcimento. L’Irna ha inoltre riferito che, nell’ambito del memorandum attuale, non è stato raggiunto alcun accordo sulla questione nucleare. L’agenzia iraniana ha riferito che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che gli Stati Uniti non avranno alcun ruolo nella sua futura gestione. «Contrariamente ad alcune bizzarre affermazioni apparse sui media, l’Iran non si impegna in alcun modo, con questo testo, a cedere la gestione dello Stretto di Hormuz o a restituirlo allo Stato prima dell’aggressione militare di Stati Uniti e Israele. L’unico punto menzionato è la normalizzazione del transito attraverso lo Stretto di Hormuz al termine della guerra, il ripristino della sicurezza marittima da parte degli Stati costieri, la fine del blocco illegale e la rimozione delle minacce alla navigazione commerciale da parte di Stati Uniti e Israele. Su richiesta dell’Iran, gli Stati Uniti non avranno alcun ruolo nella futura gestione dello Stretto di Hormuz. È stato chiarito che la futura amministrazione dello Stretto si baserà su un’iniziativa e una proposta iraniana, nell’ambito di una questione di competenza dei Paesi della regione. In questo contesto, le discussioni sul futuro dello Stretto di Hormuz non avranno luogo nemmeno nei negoziati successivi alla firma dell’accordo, e Teheran risolverà direttamente la questione nei colloqui con l’Oman».

Le rivelazioni iraniane fanno saltare i nervi al presidente Usa, che torna in modalità guerresca. Un accordo in fase di definizione tra Stati Uniti e Iran è “basato sulle prestazioni” e Teheran non riceverà nessuno dei suoi beni congelati finché non rispetterà la sua parte dell’accordo: è quanto ha dichiarato un alto responsabile dell’amministrazione Trump, secondo il Times of Israel, dopo che l’agenzia iraniana Mehr aveva riportato che la bozza di accordo fra Iran e Stati Uniti garantirebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati entro un periodo di 60 giorni. La cerimonia della firma del memorandum di intesa tra Stati Uniti e Iran segnerà l’inizio della «fase due» dei negoziati diplomatici. Lo scrive la Cnn citando fonti informate che confermano che con ogni probabilità l’intesa verrà firmata a Ginevra in una cerimonia a cui per gli americani dovrebbe partecipare il vicepresidente JD Vance, come del resto ha detto lo stesso Trump ieri notte. La firma, confermano ancora le fonti informate della rete americana, potrà avvenire domenica, giorno in cui sono previsti alla Casa Bianca i festeggiamenti per il compleanno di Trump. Le stesse fonti fanno poi notare che la cerimonia si svolgerà non lontano da Evian, la località francese dell’Alta Savoia sul lago Lemano, dove lunedì è atteso il presidente americano per partecipare al vertice del G7. Nulla però è stato confermato e fonti iraniane fanno sapere che per la firma della “dichiarazione di Islamabad”, come il testo da più parti è chiamato in riconoscimento del ruolo centrale svolto dal Pakistan nella mediazione, si sta prendendo in considerazione anche Vienna, riporta ancora la Cnn.

Ginevra, Vienna… Firma sì, firma forse. Firma su che…L’Iran ha accettato di smantellare il suo programma nucleare e di distruggere il materiale nucleare nell’ambito di un accordo con gli Stati Uniti, ha dichiarato un funzionario della Casa Bianca all’Afp, mentre le due parti hanno fornito versioni contrastanti dell’accordo. Teheran ha anche accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz e non riceverà alcun fondo congelato finché non rispetterà gli impegni assunti nell’ambito dell’ “accordo basato sulle prestazioni”, ha affermato l’alto funzionario dell’amministrazione. Per non farsi mancare nulla, c’è l’incognita, e che incognita, israeliana. Israele sta esercitando pressioni sugli Stati Uniti affinché impediscano lo scongelamento dei beni iraniani nell’ambito di un accordo di cessate il fuoco. Lo afferma la Cnn citando una fonte israeliana a conoscenza delle discussioni. La Cnn aveva precedentemente riportato che l’annuncio di Trump, che lasciava intendere un imminente accordo con l’Iran, aveva colto di sorpresa Netanyahu, che in quel momento stava tenendo una riunione con alti funzionari della sicurezza sull’Iran. Israele nutre da tempo scetticismo sulle intenzioni di Teheran nei negoziati, ritenendo che non stia negoziando in buona fede. Israele crede che, anche se venisse firmato un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, questo non porterebbe a un accordo definitivo, ha dichiarato una fonte israeliana alla Cnn.

Dalle indiscrezioni alle dichiarazioni pubbliche. «Finché sarò primo ministro di Israele, l’Iran non avrà armi nucleari. Il presidente Trump e io siamo in pieno accordo su questo punto. Da oltre 30 anni sono in prima linea nella lotta internazionale contro il programma nucleare iraniano. Se non fosse per questa lotta, l’Iran avrebbe avuto bombe atomiche per distruggere Israele molto tempo fa. L’Iran sta lavorando per distruggere lo Stato ebraico e io dedico la mia vita a impedirglielo e finché sarò premier di Israele, questo non accadrà». A sostenerlo è il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una nota. Un Netanyahu in modalità campagna elettorale, costretto a fare buon viso a un cattivo gioco, per lui e il suo governo di estrema destra. Che i contenuti di quel memorandum, nelle varie versioni dispiegate, non piaccia a chi governa Israele, lo lascia bene intendere il lungo comunicato del ministro della Difesa Israel Katz: “Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. L’Idf continuerà a difendere i nostri confini e i nostri cittadini dal Monte Hermon, dalle montagne libanesi, dalla Samaria e dalla maggior parte del territorio di Gaza, contro le minacce provenienti da forze e organizzazioni jihadiste, come insegnamento fondamentale tratto dagli eventi del 7 ottobre”. “Il presidente Usa sta attualmente portando avanti un accordo con l’Iran nell’ottica degli interessi americani, compreso l’interesse comune con Israele, ovvero impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Ci aspettiamo che sostenga questo principio e altri principi relativi ai missili e ai gruppi terroristici regionali”.

“Israele deve garantire di avere anche la capacità di agire in modo indipendente in futuro per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari, e il premier Benjamin Netanyahu ed io abbiamo ordinato all’esercito di prepararsi di conseguenza”, conclude la nota. E tanto per essere chiari, l’esercito israeliano ha emesso un ordine di evacuazione per gli abitanti per tre località nel distretto di Sidone: Sarafand, Tefahta e Mazraat Sinay. È quanto reso noto su X dal portavoce militare israeliano in lingua araba, Avichay Adraee. Nel suo messaggio, l’esercito israeliano afferma di avere come obiettivo Hezbollah e ordina agli abitanti di rifugiarsi a nord del fiume Zahrani, situato a sud della città di Sidone, capoluogo del distretto. In Libano si continua a combattere, i morti e feriti si contano a decine anche ieri. Nel fatidico memorandum c’è anche il paragrafo-Libano. L’Iran chiede il ritiro dell’esercito israeliano dal Paese dei Cedri. Trump non ha detto di no. E Netanyahu può far saltare il banco. Fino al prossimo giro di roulette.

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Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

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