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Taiwan non deve scegliere: Cheng negli USA dopo lo storico incontro con Xi

Taiwan

A meno di un mese dal vertice Xi-Trump a Pechino, e dopo due mesi dall’incontro fra Cheng Li-wun — la leader del Kuomintang (KMT), il principale partito d’opposizione taiwanese — e Xi Jinping, Cheng ha aperto il secondo atto della sua strategia per promuovere una visione alternativa del ruolo dell’isola in Asia con un viaggio di ben due settimane negli Stati Uniti.

Si tratta della prima visita negli USA da parte dell’“erede” del partito di Sun Yat-sen dopo il suo insediamento di novembre scorso, con tappe a San Francisco, Boston, New York, Washington D.C (dove Cheng sarebbe «molto ben disposta» a incontrare Trump) e Los Angeles. Sebbene missioni analoghe facciano da tempo parte dell’attività internazionale dei funzionari di tutti i partiti politici di Taiwan — che negli anni hanno regolarmente coltivato rapporti con think tank, università e comunità taiwanesi d’oltreoceano — quella di Cheng assume un significato particolare.

Nell’incontro con Xi Jinping dello scorso aprile Cheng ha rilanciato la formula dell’ambiguità strategica inscritta nel Consenso del 1992 (che postula l’esistenza di una “unica Cina”) e l’opposizione all’indipendenza di Taiwan come quadro politico operativo per lo Stretto, rinfocolando il senso di parentela fra Pechino e Taipei. Un approccio che Cheng Li-wun continua a declinare in chiave pragmatica: una deterrenza priva di canali di comunicazione efficaci aumenta le tensioni fra le due sponde dello Stretto.

«La chiave è la trasparenza». Lo aveva scritto la stessa Cheng in un editoriale del Foreign Affairs pubblicato poche settimane prima dell’incontro con Xi. Intitolato «Taiwan non deve scegliere», l’articolo rappresenta una sorta di manifesto programmatico della leader del KMT rivolto alle élite della politica estera occidentale e il fatto che sia stato pubblicato sull’autorevole rivista statunitense dimostra l’interesse verso le sue posizioni. Secondo Cheng, una Taiwan capace di dialogare con entrambe le sponde della competizione sino-americana sarebbe un partner più stabile e affidabile sia per gli Stati Uniti che per la Cina. Convinzione ribadita nei giorni scorsi in un’intervista al Financial Times, dove Cheng sostiene che una riduzione delle tensioni nello Stretto diminuirebbe il rischio che l’isola diventi una «pedina» nelle trattative fra Washington e Pechino.

La sua tesi ha però suscitato forti reprimende. Sul Taipei Times — uno dei principali quotidiani taiwanesi e tradizionalmente vicino alle posizioni indipendentiste — alcuni commentatori hanno visto in questa impostazione il rischio di inviare «il messaggio sbagliato agli alleati e ai partner democratici di Taiwan». Riserve alle quali ha fatto eco Raymond Greene, direttore dell’American Institute a Taiwan e massimo rappresentante statunitense sull’isola, riferendo come numerosi legislatori e studiosi USA s’interroghino sulla possibilità che la leadership del KMT stia «cambiando radicalmente l’orientamento politico del partito».

È anche per rispondere a questi interrogativi che Cheng ha scelto di recarsi negli Stati Uniti, dove a Washington ha incontrato membri del Congresso e funzionari del governo statunitense, del Dipartimento di Stato e del Dipartimento della Guerra. Nei primi incontri nella capitale USA, la leader del KMT ha già riaffermato il valore della cooperazione militare con gli Stati Uniti. Fra i dossier discussi è tornato quello relativo alla vendita delle armi a Taiwan — punctum dolens del vertice Xi-Trump del mese scorso — dopo che la decisione del presidente statunitense di affrontare il tema direttamente con il leader cinese aveva suscitato forte allarme nel Partito Progressista Democratico (DDP), al potere dal 2016. Allarme al quale aveva dato voce il presidente Lai Ching-te che si era affrettato ad assicurare che Taiwan «non verrà mai sacrificata né barattata» in seguito alle dichiarazioni rilasciate da Trump a Fox News dopo il summit di Pechino.

In quell’occasione il presidente USA aveva rilanciato la tradizionale posizione di Washington contraria all’indipendenza dell’isola, adottando toni sensibilmente diversi rispetto a quelli prevalsi nei rapporti fra Stati Uniti e Taiwan negli ultimi anni. Trump aveva inoltre mostrato ben poca disponibilità a «percorrere 9.500 miglia per combattere una guerra» e mantenuto in sospeso la decisione sul pacchetto di armamenti da 14 miliardi di dollari destinato a Taipei, anche alla luce della necessità di preservare le scorte di munizioni per il conflitto con l’Iran (per il quale il contachilometri funziona ancora).

Proprio il fatto che sia Trump a mantenere congelata la spesa per la difesa sferra un duro colpo a uno dei principali argomenti del DDP — la capacità di garantire un rapporto privilegiato con Washington — e rafforza invece il KMT, che da sempre rivendica di essere l’unica forza politica in grado di garantire la pace fra le due sponde dello Stretto. Sullo sfondo, mentre le esercitazioni militari taiwanesi continuano a simulare ipotetici scenari di “invasione” e aumentano gli incontri ravvicinati fra unità navali di Pechino e Taipei nel Mar Cinese Meridionale, la visita di Cheng (tuttora in corso) assume inevitabilmente anche una dimensione elettorale. In un Indo-Pacifico sempre più militarizzato, la leader del KMT scommette che il futuro di Taiwan non si deciderà soltanto dal numero dei missili schierati nello Stretto, ma anche nelle urne del 2028.

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ANCHE IL GIAPPONE FU CONVINTO AL LIBERO COMMERCIO CON LA FLOTTA E IL SUO SUPER SUCCESSO AL NUOVO GIOCO, SCHIACCIATO CON LE ATOMICHE.

CENTOSETTANTA ANNI FA, IL COMMODORO MATTEW PERRY DELLA MARINA USA CONVINSE MANU MILITARI IL GIAPPONE AD APRIRSI AI COMMERCI. DA ALLORA LO STOP AND GO CON CUI TENTANO DI RALLENTARNE LA CRESCITA.

Una decina di anni dopo che la flotta inglese piegò la Cina alle esigenze del «  libero commercio » , specie dell’oppio, la Marina da guerra USA, si presentò con quattro navi da guerra e – a nome del presidente Millard Fillmore– consegnò una lettera ultimatum: accettate il libero scambio o vi bombardiamo.

Il Giappone, come la Cina, surclassati dalla superiorità tecnologica anglosassone, si piegarono a firmare trattati di commercio «  ineguali » e iniziarono il loro processo di ammodernamento, specie delle FFAA.

Mezzo secolo dopo, la flotta giapponese sbaragliava quella Russa a Tsushima allarmando il mondo occidentale che tentò in un primo momento negoziati limitativi del nuovo arrivato e quaranta anni dopo li annichiliva con due bombe atomiche sganciate in quattro giorni.

Schiacciati i « paesi giovani » ( Germania, Giappone e Italia) e regolato il nuovo ordine mondiale per ottanta anni, gli USA hanno fatto appello proprio agli sconfitti della seconda guerra mondiale per attuare una politica di «  Containement » a carico di due dei vincitori della guerra passata che a loro volta brigano per un posto al sole: CIna e Russia.

Degli accadimenti occidentali e del riarmo tedesco e italiano, sappiamo l essenziale. Meno noto quel che sta avvenendo in Oriente, dove il Giappone – ottenuto il via libera dagli USA- ha stanziato 315 miliardi di dollari per il prossimo quinquennio raddoppiando gli stanziamenti della Difesa, per far fronte all « espansionismo cinese» assieme alla Corea del Sud e alle Filippine, ma é fuori dubbio che la decisione USA di riarmare il Giappone ( col triplo dei fondi stanziati dalla Germania) é la notizia più importante dell’emisfero ed ha suscitato più sospetti tra gli alleati ( Taiwan, Corea del Sud, Filippine, Indonesia, tutti vittime dei giapponesi nel conflitto scorso), che tra i cinesi.

Si tratta del secondo grande contrordine lanciato al Giappone. All’indomani della guerra, non si lesinarono sforzi per ottenere la conversione delle industrie belliche dalla produzione di carri armati a quella di automobili, e lavatrici. L’azzeramento dei bilanci della difesa produsse un effetto moltiplicatore sulle produzioni «  civili » e oggi Hiroshima e Nagasaki si presentano come due modernissime città rispetto a New York che mostra segni di obsolescenza in tutti i servizi pubblici ( dalla raccolta dei rifiuti e a traporti e illuminazione ) .

Gli anni ottanta videro già un Giappone capace di produrre a costi minori merci e servizi di maggior pregio coi quali invasero anche gli USA.

Il secondo «  contrordine » sta arrivando e – complice la periodica minaccia della Corea del Nord e dei suoi periodici test missilistici a lunga gittata, il Giappone ha fatto più volte proposta di riarmare e mirato a diventare una potenza nucleare.

Finora la resistenza americana in materia ha tenuto, ma l’annuncio del mega stanziamento giapponese e il nuovo ruolo della Cina nell’agone internazionale , le sue ambizioni geostrategiche, il riarmo navale lasciano ritenere che una escalation nell’area del Pacifico sia imminente e , con essa, l’autorizzazione ad esercitare l’opzione nucleare anche per i figli del Sol Levante.

315 miliardi di dollari sul quinquennio rappresentano il terzo stanziamento del mondo per armamenti , dopo gli USA e la Cina e già l’Australia h appena ottenuto di dotarsi di sommergibili a propulsione nucleare. Il primo ministro nipponico Fumio Mishida in un discorso alla base militare di Asaka ( a nord di Tokyo) ha parlato alle truppe di « progressi tecnologici impensabili » Fino a pochi anni fa.

Di certo, non pensava alle alabarde.

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E’ LA VALMY ASIATICA. LA CINA SI FA PORTAVOCE DI DUE TERZI DEL MONDO: DALLA RUSSIA ALL’INDIA, DALL’AZERBAJAN ALLO YEMEN.

Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.

A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.

L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.

Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.

Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.

Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.

Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.

Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.

Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.

Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.

Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.

Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.

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BIDEN ABBASSA LA CRESTA. DA “CI SARANNO CONSEGUENZE” A ” VOGLIAMO COMPETERE”

ALL’INTERVENTO A MUSO DURO DEL NUOVO MINISTRO DEGLI ESTERI QUIN GANG , IL GOVERNO USA ABBASSA I TONI E CERCA DI RAFFREDDARE LA POLEMICA. SI RIVELA LA TIGRE DI CARTA PROFETIZZATA DA MAO.

Il tono minaccioso e la lista delle posizioni criticabili della Cina rispetto alla guerra Ucraina ( mancata condanna della Russia all’ONU, rafforzamento della collaborazione economica russo-cinese, possibilità di invio di armi e munizioni ai russi) si sono dissolte come neve al sole.

Il tono irritante del dipartimento di stato e i solenni avvertimenti a non toccare Taiwan anche. Lo sceriffo si é reso conto di avere a che fare con un osso duro ed é diventato più conciliante. Niente più oscure minacce di ritorsioni: qua la mano !

Nel link sottostante troverete il testo che Biden finse di snobbare, inducendo molti alla imitazione, e che adesso dovrà imparare a memoria. E’ il decalogo cinese per essere coerenti col concetto di pace.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35641&action=edit

In effetti, la storia degli Stati Uniti é caratterizzata dalla violenza e dall’espansione il suo budget assomma al 40% di quello di tutti i paesi del mondo messi insieme ed hanno 800 basi militari sparse in paesi esteri, senza contare le flotte. Difficile dire che lo fanno per la pace.

Aver fatto notare queste verità che sono sotto gli occhi di tutti, la Cina si é vista sbeffeggiare dal presidente Joe Biden che ha snobbato il documento, implacabile ma pacato. Poco dopo il nuovo ministro degli Esteri cinese, ha cambiato il tono ed ha dichiarato che se gli USA continueranno con questi comportamenti miranti a soggiogare, prima psicologicamente, poi economicamente, la Cina, ” lo scontro sarebbe inevitabile”. Una notizia d’agenzia ha fatto circolare la cifra dei coscritti possibili: 20 milioni.

Gli USA – che sono già stati impressionati dal richiamo alle armi di trecentomila uomini fatto dalla Russia e memori della definizione di “unwise” data da Henri Kissinger all’atteggiamento bullesco di affrontare due crisi in contemporanea – hanno cambiato tono e smesso di cercare di stanare la Cina. Ancor oggi non sono riusciti a capire fino a che punto il celeste impero sia coinvolto con l’impero del male. Il timone punta a neutrale.

XI JINPING ha infatti confermato che non c’é stata nessuna cessione di armi ai duellanti, non ha dedicato una sola riga all’Europa e si é concentrato sui temi anticinesi degli USA: Taiwan, TIK TOK vessata quotidianamente, Huawei, le strumentali campagne per i diritti umani a favore degli Uiguri ( una delle sedici etnie presenti in Cina); la costruzione di una catena strategica attorno alla Cina ( AUKUS) , mirante a mortificarla nel suo mare, l’appoggio dato alla Filippine per il contenzioso per le isole Spratly, il riarmo accelerato giapponese. Tutte questioni sollevate ( o risollevate) dagli USA nell’ultimo anno miranti a indebolire XI.

La superiorità intellettuale cinese ha fatto fronte a tutte questi ostacoli affrontati senza ai usare toni aggressivi.

In questo secondo link troverete un estratto di un documento americano che tratta a un dipresso degli stessi temi del cinese, ma lo fa concentrandosi sulla Russia, al punto che affronta la situazione globale senza mai nominare Cina e India, nel tentativo di affrontare un avversario alla volta. Forse pensano che i cinesi siano tanto sciocchi da non averci pensato.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35317&action=edit

L’ultimo link é al più completo documento Rand sulla Russia: Extending Russia ci ho messo un pò a capire che intendevano l’espansione delle spese russe a causa di guerre e rivolte ( indicate analiticamente) fino al punto da provocarne il crollo. Ed é qui che risalta il concetto di competitive advantage, ossia ottenere un vantaggio competitivo provocando una proxy war ( guerra per procura). Non si sono resi conto che , a partire da oggi, molti, sentendo parlare di competition la prenderanno per un sinonimo di guerra. Dovranno spolverare il vocabolario.

https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR3063.html

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