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I centri commerciali sono le nuove piazze della socialità romana

A Roma i centri commerciali non sono più soltanto luoghi dove si va a comprare qualcosa: sono diventati spazi dove si va a stare. È un cambiamento silenzioso, quasi sotterraneo, ma evidente a chiunque osservi con attenzione i flussi, i ritmi, le nuove abitudini dei romani. La città eterna, con i suoi quartieri che si allungano e si sfilacciano, ha trovato nei mall una sorta di rifugio urbano, un luogo dove il tempo scorre in modo diverso, più controllato, più morbido, più prevedibile.

Passeggiando dentro Porta di Roma, ad esempio, si percepisce subito che la logica del “vado, compro, torno a casa” è ormai superata. Le persone non attraversano gli spazi: li abitano. Si fermano nelle piazze interne, si siedono ai tavolini, lavorano con il portatile, aspettano i figli che escono dal cinema, partecipano a un evento, guardano un’esibizione improvvisata. È come se il centro commerciale avesse assorbito una parte della vita pubblica che altrove fatica a trovare un contenitore adeguato.

Il fenomeno è ancora più evidente al Romaest, dove la presenza di palestre, centri medici, coworking e servizi alla persona ha trasformato il mall in un micro‑quartiere coperto. Qui non si viene solo per acquistare, ma per fare una visita, allenarsi, studiare, incontrare qualcuno.

Un ecosistema che si autoalimenta

È un ecosistema che si autoalimenta: più servizi ci sono, più tempo si trascorre; più tempo si trascorre, più il centro commerciale diventa un punto di riferimento quotidiano. E così, senza proclami, i mall romani hanno iniziato a somigliare “terzi luoghi”, quei luoghi informali e sociali che non sono né la casa (il primo posto) né il luogo di lavoro (il secondo posto). Sono quindi spazi dove le persone si riuniscono per socializzare, condividere idee e creare legami sociali significativi

Il cibo, poi, è diventato il vero collante di questa nuova identità. Le food court non sono più aree di passaggio, ma piazze gastronomiche dove si sperimenta, si assaggia, si socializza. Al Maximo, ad esempio, la ristorazione è ormai il cuore pulsante: cucine aperte, format internazionali, street food curato, eventi culinari che attirano pubblico anche quando i negozi sono meno affollati. Il cibo trattiene, racconta, crea atmosfera. È un linguaggio universale che trasforma il centro commerciale in un luogo di esperienza, non di semplice consumo.

Il ruolo di piattaforme digitali

Ma la vera rivoluzione, quella meno visibile, è tecnologica. I centri commerciali romani stanno diventando piattaforme digitali: app, programmi fedeltà, mappe interattive, sistemi di analisi dei flussi. Il click & collect, il servizio che permette ai clienti di acquistare prodotti online e ritirarli presso un punto vendita fisico è solo la punta dell’iceberg .Dietro c’è un lavoro di integrazione tra fisico e digitale che rende il mall un ambiente intelligente, capace di conoscere i propri visitatori, anticiparne i movimenti, personalizzare offerte e percorsi. È un modo nuovo di intendere lo spazio commerciale: non più un contenitore, ma un organismo che apprende.

E poi c’è la dimensione emotiva, forse la più sorprendente. In una città dove spesso gli spazi pubblici sono trascurati, dove la manutenzione è incerta e la sicurezza percepita è fragile, i centri commerciali offrono un senso di protezione. Famiglie con bambini, adolescenti che cercano un luogo dove stare insieme, anziani che vogliono camminare al coperto: tutti trovano nei mall un ambiente ordinato, pulito, prevedibile. È un paradosso tutto romano: per vivere la città, molti scelgono un luogo che città non è, ma che ne riproduce alcune funzioni in forma più controllata.

Nuove infrastrutture sociali

Questa nuova vita dei centri commerciali non è un ritorno agli anni d’oro del retail, ma un’evoluzione. I mall romani stanno diventando infrastrutture sociali, culturali, relazionali. Luoghi dove si intrecciano bisogni diversi: consumo, tempo libero, cura, lavoro, socialità. E mentre Roma fatica a reinventare i propri spazi pubblici, i centri commerciali lo fanno al suo posto, con una rapidità che sorprende.

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Vacanze in tempi di crisi: istruzioni per l’uso

Fra i viaggiatori regna la prudenza: rincari, cancellazioni, incertezze sul carburante e un contesto internazionale imprevedibile non fanno dormire sonni tranquilli. Nonostante tutto, la voglia di vacanza resta. Non c’è un crollo della domanda, osservano gli addetti ai lavori, cambia la geografia delle ferie estive.

«Crescono le prenotazioni verso mete considerate più vicine e facilmente raggiungibili, in Europa e nel Mediterraneo, con Italia ed Egitto in testa – spiega Mario Vercesi, amministratore delegato di Gattinoni Travel, gruppo con oltre 1400 agenzie di proprietà e affiliate su tutto il territorio nazionale -. Non si rinuncia, tuttavia, a vacanze a medio e lungo raggio come Sudafrica, Giappone, Maldive, Kenya e Zanzibar».

Turista fai da te

Qualche dubbio però resta: è meglio il fai da te o rivolgersi a un consulente? «Il pacchetto turistico offre un livello di tutela superiore rispetto all’acquisto di singoli servizi separati – risponde Maria Pisanò, direttore del Centro Europeo Consumatori Italia -. Secondo le normative europee e italiane, quando si compra un pacchetto, l’organizzatore è responsabile dell’intera prestazione: se uno degli elementi essenziali, come il volo, viene cancellato o subisce modifiche rilevanti, il consumatore ha diritto a risolvere l’intero contratto senza penali e ottenere il rimborso di tutte le prestazioni incluse, quindi anche hotel, escursioni e trasferimenti».

Al contrario, organizzando in autonomia i vari “pezzi” della villeggiatura, ogni tassello sarà legato a una società diversa, con differenti condizioni contrattuali. In presenza di un intoppo, tutto si complica: se la tratta in aereo salta, il risarcimento dell’albergo non scatta in automatico.

Aereo a terra

Le tutele, soprattutto in Europa, ci sono. A seguito dell’annullamento del volo si ha diritto al rimborso del biglietto o alla riprogrammazione verso la destinazione finale senza costi extra e, se l’attesa si prolunga, deve essere fornita assistenza gratuita, inclusi pasti e pernottamento. Tutto questo vale anche per la mancanza di carburante.

In circostanze specifiche scatta inoltre un indennizzo da 250 a 600 euro: ad esempio quando l’aereo rimane a terra perché il prezzo del cherosene è reputato troppo caro dalla compagnia, «al passeggero spetta la compensazione se la cancellazione viene comunicata a meno di 14 giorni dalla partenza», nota Pisanò. Queste regole valgono per chi parte dall’Ue o rientra nel Vecchio Continente (in quest’ultimo caso però a bordo di un vettore comunitario).

Nelle altre situazioni, generalmente, ci sono le garanzie della Convenzione di Montreal; tuttavia, è necessario verificare le condizioni del contratto.

Assicurati o no?

Dunque, in un momento così complesso, un’assicurazione sul viaggio mette al sicuro da inconvenienti? Dipende. Dalla malattia improvvisa ai disastri naturali, una polizza può risultare utile per coprire altre evenienze rispetto a quelle già disciplinate dai regolamenti internazionali, ma occhio ai dettagli.

«È fondamentale leggere bene le condizioni, soffermandosi su cosa è coperto e cosa no – sottolinea il Centro Europeo Consumatori Italia -. È il punto più critico: sono esclusi, ad esempio, eventi prevedibili o già noti al momento della stipula, come le condizioni mediche preesistenti».

Insomma, non c’è una regola buona per tutti, poiché vanno considerate le esigenze personali e il grado di protezione. «Oggi è fondamentale privilegiare flessibilità e protezione, come biglietti e pacchetti con condizioni di modifica e cancellazione chiare, buone polizze assicurative (anche per cause di forza maggiore) e prestare attenzione alle penalità – aggiunge l’amministratore delegato di Gattinoni Travel -. Il mio consiglio è di non guardare soltanto al prezzo, ma al valore complessivo: l’assistenza prima, durante e dopo il viaggio fa una grande differenza, soprattutto nei momenti di crisi».

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